Un passo avanti (in Sardegna) e uno indietro (in Basilicata)

Ennesimo colpo di scena nella corsa alle regionali in Basilicata, sicuramente non l’ultimo. Domenico Lacerenza, il primario di oculistica del San Carlo di Potenza scelto dal Partito democratico, Movimento 5 Selle, +Europa e Alleanza Verdi Sinistra, ha ritirato la sua candidatura. «Dopo un’attenta riflessione voglio comunicare la mia rinuncia alla candidatura a Presidente della Regione Basilicata», ha spiegato il medico, «è una decisione presa con assoluta serenità e anche nell’interesse delle forze politiche che hanno voluto propormi. Avevo dato la mia disponibilità, ma non posso non registrare le reazioni che ci sono state in seguito». Sul passo indietro di Lacerenza è intervenuto anche Giuseppe Conte, che ha parlato così a margine di un incontro a Ercolano: «In Basilicata si è scatenato il tiro al piccione sulla persona che avevamo trovato, che aveva i requisiti giusti e che ora sembra aver rinunciato». Secondo il leader dei 5 stelle, l’ormai ex candidato del fronte progressista in Basilicata è stato «impallinato, come con me quando divenni presidente del consiglio». Per dirla in altre parole, Lacerenza sarebbe stato vittima di «giochi di corrente, giochi locali».

Dopo l’annuncio di appena tre giorni fa da parte dei big della coalizione, Azione aveva detto chiaramente che non avrebbe sostenuto Lacerenza, preferendo portare avanti un’altra strategia con il suo referente locale, Marcello Pittella. Anche diverse personalità del Pd lucano avevano espresso le proprie perplessità per la scelta del primario, fino al dietrofront di sabato 16 marzo. Lacerenza era il nome di compromesso scelto dopo il niet dei 5 Stelle ad Angelo Chiorazzo, prima scelta dei dem sul quale non vi erano veti di Azione. Nonostante ora abbia fatto un passo indietro Lacerenza, non è detto che si trovi un’intesa per un’edizione lucana del campo largo. Il primo commento dopo il ritiro del medico è del leader di Azione Carlo Calenda, non certo tenero: «Dilettanti allo sbaraglio. Altro capolavoro politico di Conte con Pd a rimorchio». (Open – Ugo Milano)

Ho recentemente ricordato come la politica cammini sulle gambe degli uomini e delle donne: di qui a scatenare autentici tormentoni sulla scelta dei candidati alle elezioni regionali in Basilicata la distanza è lunga. Non ho precisa conoscenza della situazione, ciononostante mi butto (pericolosamente) sulle impressioni, anche se esiste un detto parmigiano che recita “i ‘daviz jen cme j insònni”, vale a dire che le impressioni sono un po’ come i sogni.

Da una parte mi sembra di vedere la solita manfrina di Carlo Calenda con la sua equivoca Azione, che, detta brutalmente, non sa dove appoggiare il sedere. Se vogliamo ideologizzare il discorso, dobbiamo sconsolatamente ammettere che questo illustre ed intelligente signore non rappresenta la corrente del pensiero liberale, che potrebbe e forse dovrebbe costituire un importante interlocutore se non addirittura un alleato cultural-politico della sinistra. Anche le altre terze forze presenti sullo scacchiere politico non mi convincono e non mi sembrano in grado di portare un contributo importante e qualificante: mi riferisco a +Europa di Emma Bonino (alla quale va tutta la mia simpatia e comprensione) ed a Italia Viva di Matteo Renzi, imprigionata nei giochetti di potere del suo sempre più logorroico e inconcludente leaderino (che delusione!).

Dall’altra parte esiste un ulteriore cortocircuito: Giuseppe Conte non può continuare a considerare l’alleanza di centro-sinistra come un gioco tattico per conquistare (o perdere) visibilità e voti, magari a danno degli alleati. Non ha retroterra culturale e storico, non ha classe dirigente (Alessandra Todde in Sardegna è la bella eccezione che conferma la regola), non ha la statura del leader (ha avuto fortuna e furbizia nel raccogliere il testimone da Beppe Grillo). Deve solo avere pazienza, tentando di qualificare la politica del centro-sinistra sui punti per i quali mantiene una certa credibilità (ricerca di assetti pacifici a livello internazionale e rigore nella gestione della cosa pubblica).

In mezzo non invidio la difficile navigazione di Elly Schlein, che ha recentemente sposato la causa unitaria della sinistra (in attesa del centro che forse non ci sarà mai) a dispetto di tutti i santi, interni, esterni e internazionali. Deve però imporre piccoli e calibrati passi in avanti agli interlocutori, senza fare o subire fughe e improvvisazioni, come sembra essere successo in Basilicata.

Alla fine in Lucania uno straccio di accordo verrà trovato con o senza Calenda. Ricordiamoci però che il civismo politico è un discorso importante ma  complesso, i candidati civici non si inventano, si scelgono dopo attente valutazioni e, se proprio non esistono, meglio ricadere nella dignitosa routine politica: piuttosto che rischiare l’indigestione da pietanza fantasiosa meglio ripiegare sulla minestra che passa il convento.

Immersi nella palude bellicista

“Credo che la Nato non debba entrare in Ucraina” e “mi auguro che non accada” che un Paese vada a combattere lì. “Entrare e fare guerra alla Russia significa rischiare la Terza guerra mondiale”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani intervistato da Bruno Vespa al salone LetExpo di Verona, ribadendo che è escluso che le truppe italiane vadano in Ucraina. (Ansa.it)

L’intervento di Tajani è una secca risposta a Macron, che per la verità aveva lanciato l’idea estrema di un intervento diretto nel conflitto russo-ucraino. Lui stesso si è accorto della follia e ha fatto marcia indietro durante l’incontro con Scholz (“Nessuna escalation”), ripiegando sull’invio di armi a lungo raggio.

Penso abbia ragione Massimo Cacciari che definisce queste scaramucce quale mera e rituale propaganda bellica. Tajani quindi ha chiuso una porta chiusa. Di questo passo resta comunque il rischio di una terza guerra mondiale.

Purtroppo siamo in mano a nessuno, in particolare l’Unione europea sta fallendo e tradendo completamente il suo ruolo politico-diplomatico, preferendo armare acriticamente l’Ucraina e rinunciando ad ogni e qualsiasi iniziativa di intromissione pacificatrice.

L’unico personaggio che ha il coraggio di dire la verità è papa Francesco. Sul piano politico falsano il suo pensiero, annoverandolo addirittura fra i putiniani, facendo finta di non capire come l’unica strada per uscire dal tunnel sia una trattativa preceduta e accompagnata dall’ammissione che nessuno è in grado di vincere la guerra (una insensatezza a trecentosessanta gradi) e quindi come occorra alzare “bandiera bianca” nel senso di scendere ragionevolmente e convintamente a patti col nemico. Sono convinto che il Papa abbia parlato a nuora perché suocera intenda.

Le nuore, fuor di metafora, sono l’Ucraina e la Russia. La diplomazia ucraina ha risposto con scetticismo se non addirittura con fastidio, invitando il Papa a recarsi in visita nel loro Paese: evidentemente i governanti ucraini ritengono una posizione di comodo quella assunta nelle stanze vaticane e fanno fatica a credere nella sincerità della vicinanza del Papa, troppo distante e troppo equidistante. “La Chiesa sta insieme alle persone, non a 2500 Km di distanza, mediando virtualmente tra qualcuno che vuole vivere e qualcuno che vuole distruggerci. Molte mura di case e chiese, un tempo bianche, ora sono bruciate dai proiettili russi. Questo parla in modo eloquente di chi deve fermarsi affinché la guerra finisca”.

I vescovi greco-cattolici ucraini del Sinodo permanente, riuniti in questi giorni negli Stati Uniti, hanno scritto una dichiarazione, dopo le anticipazioni dell’intervista rilasciata da Francesco alla Radio televisione svizzera.  «Per chiunque sia sul campo in Ucraina – si legge nella dichiarazione – è chiaro che i cittadini ucraini sono feriti ma indomabili, stanchi ma resilienti. Gli ucraini non possono arrendersi perché arrendersi significa morte». I vescovi sottolineano come «nella mente di Putin non esistono cose come l’Ucraina, la storia e la lingua ucraine, e la vita della Chiesa ucraina indipendente. Tutte le questioni ucraine sono costruzioni ideologiche, adatte a essere sradicate. L’Ucraina non è una realtà ma una mera “ideologia”. L’ideologia dell’identità ucraina, secondo Putin, è “nazista”». E, chiamando “nazisti” tutti gli ucraini, «Putin li disumanizza. I nazisti (in questo caso gli ucraini) non hanno il diritto di esistere».

Sono posizioni che portano dritti-dritti all’auto-shoah, davanti alle quali mi inchino, che però considero esasperate, anche se comprensibilissime, e soprattutto irresponsabili per chi regge una nazione ed ha in mano la vita di milioni di persone.

L’altra nuora, l’aggressiva-belligerante Russia di Putin, abbozza, ma sgattaiola. “Papa Francesco si sarebbe rivolto più all’Occidente che a Kiev, quando ha fatto il suo appello perché si trovi il «coraggio della bandiera bianca» con l’invito a negoziare un accordo di pace. Ne è convinta la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova che all’Ansa ha commentato le dichiarazioni di Bergoglio alla Tv svizzera che hanno scatenato la dura reazione di Kiev: «Per come la vedo io, il Papa chiede all’Occidente di mettere da parte le sue ambizioni e ammettere che si è sbagliato – dice all’Ansa – noi non abbiamo mai bloccato i negoziati». La versione di Zakharova è che secondo lei «ogni esperto, ogni politico, ogni diplomatico oggi capisce che – la situazione in Ucraina – è in un vicolo cieco». Ed è per questo, spiega che «molti diplomatici e Paesi chiedono negoziati». E ribadisce che il Papa parlerebbe solo all’Occidente a proposito della necessità di negoziare con Mosca «perché tutti nel mondo capiscono che l’Ucraina non è indipendente, che il regime di Kiev è sotto la pressione dell’Occidente».

La suocera del caso è effettivamente l’Occidente, che ha reagito come detto sopra e più avanti, con imbarazzo strategico misto a fariseismo culturale e irresponsabilità politica. V’è addirittura chi specula sulle differenze di pensiero fra il Papa e il suo segretario di Stato cardinale Parolin (tra questi Paolo Mieli a “Otto e mezzo”, facendo eco al proprio giornale, il “Corriere della sera”), come se in Vaticano, su un argomento così complesso e divisivo, non dovesse esistere un minimo di dialogo al proprio interno (cosa che, come osserva Massimo Cacciari, esiste in tutti gli Stati, Usa in testa).

Il tutto per evitare di assumersi le proprie responsabilità da parte della politica e non solo. Lucio Caracciolo, insigne esperto di geopolitica, intravede la formazione sul territorio di una linea difensiva ucraina parallela a quella russa: sembrerebbe la base per una tregua, invece…

Sono sinceramente patetici i massimi esponenti degli Stati appartenenti alla Ue, visto che la Ue è ben lontana dall’avere una voce unica: si incontrano, si abbracciano, si scambiano cordiali saluti, mentre alle loro porte c’è una guerra che ci coinvolge tutti. Sanno solo schierarsi in modo manicheo dalla parte ucraina, perpetuando la vera guerra, vale a dire quella tra Occidente e Russia, di cui l’Ucraina fa solo da avamposto, assolvendo la macabra funzione di carne da cannoni.

Le pubbliche opinioni vengono regolarmente distratte su altri problemi, i media si allineano (salvo rare eccezioni) alla narrazione dello scontro di civiltà democratica, il Papa viene considerato poco più di uno sclerotico vestito di bianco che pretende l’impossibile sventolio di bandiere bianche, chi osa assumere posizioni dettate dal buonsenso e dalla ragionevolezza è relegato ad amico del giaguaro putiniano, per non parlare dei pacifisti esorcizzati come autentici demoni da precipitare nell’inferno delle illusioni.

Il già citato giornalista Paolo Mieli sostiene che fra tutti gli Stati europei quello che ha tenuto una posizione più chiara e coerente è l’Italia, grazie a Mattarella, Draghi e Meloni. Toglierei subito dal mazzo Sergio Mattarella, che anche in questi ultimi giorni si sta smarcando dal coro bellicista e si sta pronunciando insistentemente per una forte azione europea di pace.

Un richiamo a fare di più per la pace, e a farlo come Europa, nel segno di San Benedetto. Sergio Mattarella, parlando a Cassino alla cerimonia commemorativa dell’ottantesimo anniversario della distruzione della città da parte degli Alleati, ricorda le parole di Paolo VI che «vent’anni dopo quei drammatici eventi nell’inaugurare la ricostruita Abbazia, volle tributare alla figura di San Benedetto il riconoscimento di essere Patrono dell’Europa. “Messaggero di pace – lo definì – realizzatore di unione, maestro di civiltà”. La nuova Abbazia ha la stessa vocazione ma ambisce anche a essere prova di un’accresciuta consapevolezza degli orrori delle guerre e di come l’Europa debba assumersi un ruolo permanente nella costruzione di una pace fondata sulla dignità e sulla libertà. Ne siamo interpellati», ammonisce il capo dello Stato, a chiarire, ove ci fossero dubbi, che si sta parlando dell’oggi e non solo in chiave di commemorazione.

Parole che vengono dopo il forte richiamo a fare di più per la pace venuto da papa Francesco che Mattarella non cita, ma è chiaro il nesso fra la tradizione cristiana dell’Europa e la sua vocazione alla pace, proprio nel segno di San Benedetto, in un contesto in cui invece si levano voci, come quella del presidente francese Macron, che, viceversa, chiedono un aumento dell’impegno bellico da parte europea.  (dal quotidiano “Avvenire” – Angelo Picariello)

Draghi nel suo irrinunciabile filoamericanismo ha conferito solo dignità ed equilibrio alla posizione europea in merito all’aggressione russa e alla conseguente guerra difensiva dell’Ucraina: non è andato oltre. D’altra parte non si poteva e non si può chiedere ad un tecnico, seppure illustre, prestato alla politica, di assumere coraggiose posizioni in materie così delicate.

Giorgia Meloni, che in passato si era puntigliosamente, a volte in modo addirittura sbracato, distinta rispetto al coro occidentale ed europeo, non ha trovato di meglio che sfruttare opportunisticamente l’emergenza bellica per appiattirsi sulla più acritica delle strategie occidentali, coprendo in tal modo le perplessità sulla sua identità democratica e sulla sua capacità di governo.

Andiamo adagio quindi a fare di ogni erba un fascio pur di sposare la linea bellicista occidentale, come sta facendo l’autorevole Paolo Mieli. Non ce l’ho con lui, anche se mi infastidisce il suo costante opportunismo: l’ho preso a riferimento solo per rappresentare in esso la palude pseudo-culturale in cui facciamo il bagno, messi a nudo dalle guerre in corso.

Che dire? Se ci piace, andiamo avanti così e vinca il peggiore a prezzo della catastrofe. Speriamo che poi non si dica spudoratamente che il Papa poteva fare di più.

 

   

 

Fiasco per fisco o fisco per fiasco

Il governo italiano ha varato nuove misure per rendere il sistema della riscossione fiscale più efficiente ed equo, introducendo importanti cambiamenti che mirano a snellire la montagna di debiti fiscali e ad assistere i contribuenti in difficoltà.

Una delle principali novità è l’allungamento dei tempi per saldare i debiti con il fisco. Ora i contribuenti avranno la possibilità di dilazionare il pagamento dei debiti fino a un massimo di 120 rate mensili, anziché le 72 attuali, estendendo così il periodo di rimborso fino a 10 anni. Inoltre, coloro che hanno debiti superiori a 120.000 euro e dimostrano di essere in una situazione di temporanea difficoltà finanziaria potranno beneficiare immediatamente di questo piano di pagamento dilazionato.

Una delle novità più significative è lo “stralcio automatico” delle cartelle non riscosse entro 5 anni. Questa disposizione mira a semplificare la gestione delle cartelle e a fornire un sollievo ai contribuenti, eliminando i debiti non riscossi entro un determinato periodo di tempo.

Il viceministro all’Economia, Maurizio Leo, ha sottolineato che queste misure sono volte ad aiutare coloro che vogliono onorare i propri debiti ma che si trovano in difficoltà finanziarie temporanee. Ha anche assicurato che il governo continuerà a combattere contro coloro che cercano di eludere il pagamento delle tasse.

Il nuovo decreto attuativo della riforma fiscale, approvato dal Consiglio dei Ministri, prevede anche la possibilità di raggruppare i crediti per codice fiscale, semplificando così la gestione delle cartelle e permettendo ai contribuenti di avere un’unica cartella per tasse e multe.

L’obiettivo principale di queste misure è quello di ridurre il debito fiscale accumulato, che ha raggiunto quota 1.200 miliardi di euro. Inoltre, si mira a prevenire la creazione di nuovi debiti fiscali simili in futuro. (da “Fortune Italia”)

Il governo con questi assurdi provvedimenti porge un’altra (questa volta pietosa) carota a chi non paga le tasse e appioppa indirettamente una ulteriore bastonata a chi le paga (magari con grandi sacrifici).

Non penso e non dirò mai che le tasse sono una cosa bellissima, sono bellissime le libere donazioni non i prelievi imposti per legge, per questo”. Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni al convegno sul fisco alla Camera. «Lo Stato amico non viene raggirato, questa è la nostra scommessa» ha sottolineato la premier. «È un momento storico complesso a livello internazionale. Ma le crisi diventano un’occasione» e «ci viene imposto di dare risposte coraggiose e strutturali. E il fisco è una di queste materie” ha proseguito. “Non abbiamo amici a cui fare favori, non aiutiamo i furbi, ma solo gli italiani onesti che pagano le tasse. E anche gli italiani onesti che si trovano in difficoltà meritano di essere aiutati e messi in condizione di pagare ciò che devono» ha detto Meloni.

Il riferimento è a Tommaso Padoa Schioppa, all’epoca Ministro delle Finanze del Governo di centro-sinistra guidato da Romano Prodi, uomo dotato di forte senso di responsabilità, competente e rigoroso, che tentò di mettere ordine nei conti statali. In una intervista fece affermazioni di grande buonsenso e di notevole spessore etico: “La polemica anti tasse è irresponsabile. Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima, un modo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili come la salute, la sicurezza, l’istruzione e l’ambiente”.  Non c’è proprio niente su cui ironizzare da parte di Giorgia Meloni, ma semmai da riflettere con umiltà.

Sono belle le dilazioni? Certo, ma solo per chi le può ottenere. Non i lavoratori dipendenti, i pensionati e quanti vengono tassati alla fonte, che, avendo magari bassi redditi e conseguenti grosse difficoltà finanziarie, non possono avere queste agevolazioni.

Sono belli i colpi di spugna? Servono solo all’amministrazione finanziaria a coprire le proprie inefficienze, a pulire i residui di bilancio, non certo ad impostare e gestire equamente il fisco, dando dei premi a chi fa il pesce nel barile delle tasse e lasciando intendere a tutti i contribuenti che il fare i furbi viene premiato con ovvi incentivi all’evasione.

Non riesco sinceramente a capire con quale faccia tosta la premier possa adottare queste misure fiscali, spacciandole per un aiuto agli italiani onesti. Con quella bocca può dire ciò che vuole… “Verrà un giorno…” disse fra Cristoforo a don Rodrigo nei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni. Forse verrà il giorno in cui gli italiani apriranno gli occhi e le orecchie. Per ora ci teniamo questi assurdi governanti che – mi si scusi il modo di dire piuttosto irriverente ma legato al calendario liturgico – vogliono farci credere che Gesù Cristo è morto di freddo ai piedi.

E il ministro Giorgetti, competente per materia? Mi piacerebbe tanto parlargli a quattrocchi per verificare cosa ne pensa. Molto probabilmente è costretto a fare buon viso a cattiva sorte, vale a dire la sorte di dipendere da un triste binomio governativo, l’asse dei ladri di Pisa, Meloni-Salvini, che di giorno litigano per rubarsi i voti a destra e di notte architettano provvedimenti populisti per lisciare il pelo agli italiani, ingenui o furbastri a seconda dei casi.

Ritengo la riforma fiscale la madre di tutte le riforme, perché, se non si redistribuisce equamente il reddito (e la fiscalità ne è il principale, democratico e costituzionale strumento), non si potrà mai combinare niente di buono. Se non si parte col piede giusto, non si andrà da nessuna parte. È un argomento ostico, ma imprescindibile, che viene considerato impopolare, ma che invece dovrebbe essere il più popolare di tutti.

Probabilmente la lotta all’evasione fiscale viene data per persa e allora tanto vale cercare di darle un minimo di legittimazione (condoni, dilazioni, colpi di spugna, etc.), un po’ di elegante incentivazione (regimi forfettari e flat tax più o meno evidente) e fingere l’intransigenza (con impietose scorribande sui malcapitati di turno).

La mala-fiscalità è servita alla faccia della Carta Costituzionale: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

L’attuale governo di destra, socialmente parlando, sta, come dice Pier Luigi Bersani, tagliando il Paese a fette, “corporativizzando” il fisco (un fisco per ogni categoria sociale, morbido con quelle elettoralmente vicine o più protestatarie, duro con quelle lontane) e, di conseguenza, puntando all’erogazione di servizi diversificati per fascia di contribuenti e ad una sanità in particolare altrettanto stratificata (privata di serie A per i ricchi, pubblica di serie B per i poveri), complice l’autonomia differenziata regionale.  Se questo non è fascismo…

Come detto, qualcuno insiste con l’ironizzare sul “come sia bello pagare le tasse”.  Mio padre non era un economista, non era un sociologo, non era un uomo erudito e colto. Politicamente parlando aderiva al partito del buon senso, rifuggiva da ogni e qualsiasi faziosità, amava ragionare con la propria testa, sapeva ascoltare ma non rinunciava alle proprie profonde convinzioni mentre rispettava quelle altrui. Volete una estrema sintesi di tutto ciò? Eccola! Rifletteva ad alta voce di fronte alle furbizie varie contro le casse pubbliche: «Se tùtti i paghison il tasi, as podrìss där d’al polàstor aj gat…».

Il paradossale gioco salviniano

È un complotto, detta in soldoni. L’apertura delle inchieste ai danni di Roberto Vannacci per danno erariale: solo un modo per provare a mettergli i bastoni tra le ruote, per rovinargli la reputazione. Lo pensano in parecchi nella Lega, lo pensano le persone più vicine al generale. La vicenda, per certi versi, conferma la narrazione fatta di sé dal militare stesso: un personaggio scomodo, che dice cose semplici ma scomode per le élite; quindi da provare a silenziare, in un modo o nell’altro. (dal quotidiano “La Repubblica”)

Non c’è che dire, un esempio di rispetto per le Istituzioni che in questo caso si chiamano Ministero della Difesa. Non esiste più alcuna religione istituzionale, nemmeno uno straccio di galateo politico: un partito di governo e il suo leader (la Lega e Matteo Salvini) sconfessano apertamente l’operato di un Ministero al cui vertice sta un esponente di altro partito di governo (Crosetto di Fratelli d’Italia). Il tutto avviene per difendere l’eventuale candidatura al Parlamento europeo di un generale, che scrive per vendere cazzate ai qualunquisti bontemponi, che parla per dare aria ai denti.

Il comunicato del Quirinale sulle cariche della polizia antisommossa contro gli studenti che venerdì manifestavano in favore della Palestina è uno dei più duri pubblicati da quando il governo sovranista è in carica. «Il presidente della Repubblica ha fatto presente al ministro dell’Interno, trovandone condivisione, che l’autorevolezza delle forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni», si legge nella nota pubblicata ieri nel primo pomeriggio. (…)

«Le parole del presidente si leggono ma non si commentano». Il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini ha preferito non ingaggiare uno scontro con il Quirinale il giorno dopo le dure parole del presidente Sergio Mattarella che ha criticato l’operato del Viminale e delle forze dell’ordine di venerdì scorso a Pisa e Firenze. «Certo è sempre meglio che non ci siano scontri. Poliziotti e carabinieri sono quotidianamente vittime di violenza fisica e verbale. Anche in quella piazza. Se mio figlio andasse a urlare “sbirro coglione” poi se la dovrebbe vedere con me, ha aggiunto Salvini a margine della scuola politica della Lega dove era intervenuto. «Chi mette le mani addosso a un poliziotto o a un carabiniere è un delinquente», continua Salvini. E conclude: «Quello che non accetto è la messa all’indice della polizia italiana come un corpo di biechi torturatori. Anche perché, se si va in piazza con tutti i permessi, senza insultare, senza sputare senza spintonare, non si ha nessun tipo di problema. Bene ha fatto Piantedosi a dire “faremo tutti gli approfondimenti del caso”». (dal quotidiano “Domani”)

Non c’è che dire, una volgare presa di distanza dal Capo dello Stato e una aprioristica e controproducente difesa d’ufficio delle forze di polizia. Anche in questo caso Matteo Salvini piscia fuori dal pitale governativo dal momento che il suo collega ministro degli Interni condivide le parole di Mattarella e la Polizia di Stato ha aperto un’inchiesta sui fatti di Pisa.

Viene spontanea una domanda: Matteo Salvini c’è o ci fa? Questo signore, volenti o nolenti, è ministro della Repubblica e addirittura vice-premier del governo attualmente in carica e si permette il lusso di sparare continuamente cavolate politiche.

I cortigiani del duca di Mantova, quando Rigoletto osa protestare clamorosamente per il rapimento e lo stupro della figlia, dicono: “Coi fanciulli e coi dementi meglio giova simular…”. L’antefatto è diverso: Salvini è lui che stupra la Costituzione e poi protesta se qualcuno la difende. Probabilmente uguale la reazione disincantata di amici e avversari, di chi cioè lo ritiene un fanciullo o un demente.

La Lega di Salvini sta diventando un fenomeno folkloristico da baraccone ben lontano dal movimento indipendentista delle origini ai bei tempi di Bossi e c.  Ma costoro governano il Paese, programmano grandi investimenti infrastrutturali, riformano la Costituzione, svolgono un ruolo a livello europeo ed internazionale. Interpretano un comune sentire degli italiani anche se poi non ne raccolgono significativamente il voto.

Non so sinceramente se sia più pericolosa la verve di Matteo Salvini o quella di Giorgia Meloni. Una bella gara! Agli italiani piace più la seconda ed ecco allora che Salvini deve accentuare ancor più i toni della sua musica. Dice e disdice in continuazione, straparla interpretando tutti i peggiori “malpancismi”, si candida a rappresentare il qualunquismo più colorito e becero. Non riesco a capire se si accontenta di svolgere il ruolo di buffone di corte, che tuttavia raccoglie qualche favore dal principe o dalla principessa, oppure se, come si suol dire, fa lo stupido per non pagare dazio.

Al momento lo lasciano fare: forse lo usano come paravento goliardico o come cane da attacco. Gli amici di partito lo sopportano anche se li sta portando alla rovina: resta un mistero la muta accondiscendenza degli Zaia e dei Giorgetti sul piano politico, di una certa fascia di imprenditori del nord sul piano sociale e di una diffusa dirigenza sul piano pubblico amministrativo.

A proposito della rappresentanza territoriale, che dovrebbe avere un significato di radicamento della Lega, le recenti debacle, sarda e abruzzese, la mettono seriamente, forse addirittura drammaticamente, in discussione (la Lega nazionale si sta rivelando strada facendo un autentico fallimento politico-identitario), anche se qua e là occorre rilevare un modo di fare politica perfettamente in linea con Salvini, che non è poi così isolato e tanto meno un battitore libero.

«In via Mosso c’erano transessuali che sputavano sangue infetto alle forze dell’ordine». Hanno scatenato una bufera politica le frasi pronunciate da Samuele Piscina, consigliere comunale della Lega a Milano. L’esponente locale del Carroccio, che ricopre anche il ruolo di segretario provinciale della Lega, stava commentando durante una seduta del consiglio comunale i fatti avvenuti nei giorni scorsi in via Padova, dove ci sono stati alcuni tafferugli tra polizia e manifestanti dei centri sociali. Carlo Monguzzi, consigliere di centrosinistra, ha definito la zona di via Padova «un modello di integrazione». Parole a cui Samuele Piscina ha replicato così: «Considerare via Padova un modello di integrazione è un’aberrante mistificazione della realtà. In via Mosso una amministrazione a guida Lega e centrodestra ha voluto una cancellata che abbiamo dovuto imporre, perché c’erano i transessuali che sputavano sangue infetto alle forze dell’ordine. Questo era quello che succedeva. C’erano spaccio e prostituzione». (agenzia “Open”)

Quanto agli alleati, che potrebbero usarlo come molosso da combattimento, facciano attenzione, perché a volte i cani sbranano i loro padroni che ne sottovalutano la ferocia. Può darsi che il leader leghista abbia addirittura attaccato e sbranato la coalizione in occasione della recente consultazione elettorale in Sardegna in difesa del suo identitario Christian Solinas.

Qualcuno sostiene che Salvini sia anche un po’ volpe, quando si dice contrario al blocco del terzo mandato che distoglierebbe Luca Zaia dal ruolo di governatore del Veneto: lo farebbe solo per tenerselo lontano ed evitare una pericolosa concorrenza alla guida del partito. Quanto al discorso dell’autonomia regionale differenziata sembra un furbesco alibi storico verso le origini separatiste e nordiste della Lega prima maniera, riprese in considerazione dopo il misero tramonto dell’ipotesi di un partito nazionale.

Giorgetti imprigionato nel disastro dei conti pubblici, Zaia confinato in Veneto, la pancia leghista accontentata nel migliore dei casi con la deriva regionale autonomistica e nel peggiore dei casi con la volgarità dei razzismi e dei bullismi, Meloni costretta ad abbozzare per non perdere i voti leghisti consistenti a livello parlamentare anche se in disastroso calo nelle urne, tutto ciò considerato Salvini può tentare di continuare a fare il suo gioco. Rien ne va plus! Anche se il Corriere della sera ha recentemente titolato così: “Lega, mugugni a Nord-Est «Cambiamo segretario». E già si parla di Fedriga”.

 

 

Giorgia Meloni alla Canossa Bianca

Tappa al resort Mar-a-Lago di Palm Beach ma non alla Casa Bianca. È l’agenda del viaggio che ha portato il premier ungherese, Viktor Orbán, negli Stati Uniti. Il leader del partito Fidesz ha infatti incontrato il repubblicano Donald Trump ma non il presidente democratico Joe Biden.

Trump e Orbán si considerano da tempo “buoni amici”. Era il 2019 quando l’allora presidente accoglieva in pompa magna il titolare del governo di Budapest. Il primo ungherese a rimettere piede alla Casa Bianca dopo 14 anni. In quella circostanza il tycoon si spinse persino a dire: “E’ come me, un po’ controverso, ma va bene…”. Nelle foto dell’incontro avvenuto venerdì in Florida i due leader, pura coincidenza, sono vestiti in modo identico: abito blu, camicia bianca, cravatta azzurra. Al tavolo del confronto sono stati portati i temi cari a entrambi tra cui, a precisarlo è stata una nota dell’ufficio stampa trumpiano, “l’importanza fondamentale di confini forti e sicuri per proteggere la sovranità di ogni nazione”.

“Viktator”, per usare l’appellativo affibbiato a Orbàn da Jean-Claude Juncker, l’ex presidente della Commissione Europea, ha spesso espresso la speranza di vedere l’amico Trump di nuovo alla guida degli Stati Uniti. “Rendi di nuovo grande l’America, signor Presidente!”, ha scritto in un post sui social al termine della visita. Aggiungendo: “Torna e portaci la pace!”. (dal quotidiano “Avvenire” – Angela Napoletano)

Appena il tempo di dubitare sulla ricandidatura di Ursula von Der Leyen a guidare la Commissione europea, di esprimere preoccupazione sul futuro politico della Ue, di spargere scetticismo verso l’esito delle prossime elezioni europee, ed ecco apparire sulla scena autentiche prove euro-atlantiche di antieuropeismo spinto.

Questo sì che si chiama parlar chiaro. Si profila un’alleanza tra sovranisti di qua e di là dall’atlantico, una combutta visibilmente anti-democratica tra un europeo a Palm Beach ed un americano a Budapest, una prospettiva di pace a misura del più forte, un gioco allo sfascio dell’Unione europea, una immagine plastica del trumpismo nei suoi riflessi internazionali.

Eravamo ai tempi delle prove di Brexit, la propensione scozzese verso l’Unione europea, sfociò in rabbia e trovò, per ironia del destino, un ulteriore motivo di ribellione nelle parole proferite proprio in Scozia nei giorni del referendum dall’aspirante candidato repubblicano alle presidenziali americane, Donald Trump: «Vedo un reale parallelo fra il voto per Brexit e la mia campagna negli Stati Uniti». Come riferì Pietro Del Re, inviato di Repubblica, nel pub di John Muir a Edimburgo, quando Trump apparve in tv, tutti i clienti si avvicinarono allo schermo. Poi, tutti assieme cominciarono a urlargli insulti di ogni genere, il cui meno offensivo era senz’altro pig, porco. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere… perché la storia si sta ripetendo. Allora Trump soffiò sul fuoco dell’uscita della Gran Bretagna, oggi soffia su quello dell’antieuropeismo orbaniano e sul maligno venticello filo-putiniano proveniente da Budapest.

Molto tempo fa la Gazzetta di Parma ospitava le previsioni del tempo formulate tra il serio e il faceto da uno strano e barbuto personaggio (mio padre l’aveva soprannominato “Al barbón”).

I satelliti sono impiegati anche per le previsioni meteo che, a volte ci azzeccano, altre meno. Anni fa, il «satellite meteo» parmigiano proveniva da Reno di Tizzano, si chiamava Amelio Zambrelli, conoscitore atmosferico, che si rivolgeva ai parmigiani sulle colonne della Gazzetta precedendo e concludendo le sue previsioni con due personalissimi leit motiv: «sappiatevi regolare» e «secondo il mio acume». Che poi ci azzeccasse o meno, è un’altra cosa, fatto sta che il buon Amelio ce la metteva proprio tutta per indovinare un incombente temporale, le insidiosissime grandinate (croce dei contadini), oppure le prime nevicate che imbiancavano le colline e portavano l’aria gelida in città che, rotolando giù dai monti, arrossava naso e orecchi ai parmigiani. (Gazzetta di Parma – Parma di una volta – Lorenzo Sartorio)

Ebbene, non so se Amelio Zambrelli sia ancora in vita (glielo auguro di cuore), non so se gradirebbe cimentarsi in previsioni geo-politiche, forse, in vista dei futuri scenari internazionali, si rifugerebbe nel suo personalissimo avvertimento: “Sappiatevi regolare”.  E gli italiani, fregandosene altamente degli avvertimenti zambrelliani, siccome “‘l è mej stär in-t-i primm dan”, si stanno affidando ad un’amica di Trump e di Orban, vale a dire alla statista che attualmente passa il convento politico del Paese, Giorgia Meloni. Al resort Mar-a-Lago di Palm Beach ci mancava solo lei… Mettiamo le mani avanti?! E se poi vincesse Joe Biden? Il nostro premier andrà alla Canossa Bianca e darà un bacio alla pantofola del presidente americano, che, bontà sua, risponderà con qualche senile carineria.

 

 

 

Finché vedrai sventolar bandiera bianca

“È più forte chi vede la situazione, chi pensa al popolo, chi ha il coraggio della bandiera bianca, di negoziare. Oggi si può negoziare con l’aiuto delle potenze internazionali. La parola negoziare è coraggiosa. Quando vedi che sei sconfitto, che le cose non vanno, occorre avere il coraggio di negoziare”. Papa Francesco chiede all’Ucraina di abbandonare ogni idea di vittoria militare sulla Russia e di riconquista dei territori perduti e di sedersi al tavolo delle trattative. Una decisione difficile da prendere, ha riconosciuto il Pontefice nel corso di un’intervista alla Radiotelevisione svizzera, ma che deve arrivare lasciando da parte l’orgoglio e pensando alle innumerevoli vite risparmiate da un cessate il fuoco dopo oltre due anni di guerra: “Hai vergogna, ma con quante morti finirà? – ha aggiunto Bergoglio – Negoziare in tempo, cercare qualche Paese che faccia da mediatore. Nella guerra in Ucraina ce ne sono tanti. La Turchia, si è offerta. E altri. Non abbiate vergogna di negoziare prima che la situazione peggiori”.  (da “Il Fatto Quotidiano”)

Il Papa, come al solito, fa dei ragionamenti poco politici e molto evangelici a costo di urtare certe sensibilità politiche, mediatiche, nazionali e internazionali.  “Quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace” (Luca 14,31-32). So benissimo che questa frase di Gesù non si attaglia al caso Ucraina, ma suggerisce tuttavia di evitare con il buonsenso ciò che la politica e finanche l’etica consigliano seccamente in difesa della dignità di un popolo.

Non mi interessano le precisazioni al cloroformio della sala stampa vaticana nè le sottili interpretazioni del segretario di stato cardinale Pietro Parolin, non mi curo delle reazioni manichee dei media, ancor meno mi tocca la narrazione prevalente sulle guerre in atto e non mi emozionano le pur comprensibili ma patetiche risposte da parte ucraina.  Sono perfettamente d’accordo con papa Francesco: ha detto la sacrosanta verità con un pronunciamento “ex colloquium”.

Io, oltre che auspicare finalmente lo sventolio della bandiera bianca (in senso bergogliano), mi permetto di osservare come agli occhi del mondo non si possa perdere, mentre invece credo in un Dio che “punta” apparentemente alla sconfitta. Non era forse bandiera bianca quella che sventolava Gesù davanti al sinedrio e a Pilato? Se avesse puntato alla riscossa sventolando la bandiera ebraica contro i romani, avrebbe avuto a favore gli ebrei e contro i romani. Lui invece è riuscito a scontentare tutti accampando la logica del regno di un altro mondo. C’è però una “piccola” differenza: mentre Gesù non pensava nemmeno lontanamente alla ragionevole resa che Pilato gli offriva con una certa subdola insistenza, papa Francesco “ripiega” su una pace negoziale tra Russia e Ucraina. Non può fare di più, rimanendo nella logica di questo mondo, tentando però di non essere del mondo. Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose e della fraternità cristiana Casa della Madia, dove vive oggi, intervistato da Domenico Agasso su “La Stampa” così commenta: “Ma Francesco non è pro-Putin sta solo auspicando il male minore”.

Infine Gesù non si è trincerato dietro il “pericoloso” diritto alla difesa. L’unica battuta in tal senso la riservò a quella guardia che gli dette uno schiaffo mettendosi professionalmente e sbrigativamente dalla parte del sommo sacerdote: «Se ho parlato male, dimostra il male che ho detto; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». (Giovanni 18, 22.23). Battuta che calza a pennello anche per le parole “politicamente scorrette” dette da papa Francesco a chi staziona illusoriamente o strumentalmente nella logica della guerra.

Il miglior momento della politica è una persona

Dalle due tornate elettorali regionali di Sardegna e Abruzzo non mi sento di trarre indicazioni sul divenire degli schieramenti politici: il destra-centro è bloccato sul discorso del premierato di fatto e di diritto, esiste sostanzialmente solo il partito di Giorgia Meloni, gli altri fanno da fastidioso (Lega) o irrilevante (Forza Italia) contorno, Fratelli d’Italia non è un partito ma la proiezione del governo, la classe dirigente è prevalentemente di diretta emanazione del premier stesso che se la sceglie e se la coccola; il centro-sinistra, ribattezzato campo largo (se si fa riferimento a Pd, M5S, verdi e sinistra) o addirittura larghissimo (se si comprendono anche Italia viva di Renzi, Azione di Calenda e +Europa di Bonino), è molto (troppo) articolato e rissoso e fa enorme fatica a trovare una comune base valoriale da trasfondere in un programma di governo condiviso.

Il collante del destra-centro è sempre stato il potere, mentre il centro-sinistra non riesce a mettere in campo una vera e propria alleanza strategica, si sta limitando a patti tattici che non hanno grande significatività politica.

Gli elettori percepiscono questa situazione e da una parte tendono a preferire uno “straccio” di alleanza pseudo-politica, dall’altra parte continuano a rifugiarsi nel non voto, laddove la protesta e l’indifferenza si mescolano in un cocktail più soporifero che inebriante.

L’unico discrimine colto e premiato dagli elettori sembra essere la qualità delle candidature: è stato così in Sardegna dove l’ottima candidatura del centro-sinistra ha fatto i conti con una pessima proposta meloniana a livello di governatorato regionale. Fin dove abbia prevalso la buona levatura di Alessandra Dotte oppure il basso livello di Paolo Truzzu è difficile da stabilire. In Abruzzo questa clamorosa forbice qualitativa si è ristretta: il candidato del campo largo era di qualità indubbiamente superiore, ma non tale da comportare fughe di votanti e allora è tornato di moda lo schema politico di cui sopra agevolato anche dallo schieramento a destra e sinistra degli esponenti governativi o comunque di prima grandezza a differenza di quanto era successo almeno a sinistra in Sardegna. Tra la modesta continuità amministrativa di Marco Marsilio e la professorale novità di Luciano D’Amico gli elettori hanno fatto una scelta di minore rischio.

Per formare, presentare e mettere alla prova una classe dirigente accattivante e motivante ci vuole il suo tempo e quindi il centro-sinistra farebbe bene a puntare in questa direzione, prendendosi il tempo necessario senza pretendere di scaravoltare l’elettorato a schede all’aria. Tutto sommato la consultazione abruzzese credo possa rappresentare una seconda tappa nel senso suddetto.

La gente coglie la povertà dei partiti politici e desidera misurarsi sulle persone: il partito democratico è quello che ha una maggiore possibilità di offerta personale e dovrebbe farla valere a tutti i livelli, pretendendola anche dagli alleati. Una sorta di berlingueriana questione morale riveduta e corretta, con l’onesta e la coerenza abbinate all’esperienza e alla competenza (non intese solo dal punto di vista professionale, ma anche politico).

Alessandra Todde aveva il pedigree in ordine, forse a Luciano D’Amico mancava qualcosa, quel quid che colpisce e trascina l’elettore serio e responsabile, che non si lascia infinocchiare tanto facilmente. Le idee camminano sulle gambe degli uomini: questo adagio di Pietro Nenni è più che mai attuale e imprescindibile. Occorre pazienza, formazione, selezione, sperimentazione. La cosiddetta prima repubblica visse sulla classe dirigente formatasi nella resistenza al fascismo, nelle scuole del partito comunista e nelle file dei movimenti cattolici. Piano piano questi serbatoi si sono esauriti e siamo piombati nella politica asservita agli affari ed al tirare a campare. Ricominciare daccapo non sarà facile, ma necessario. A meno che non ci si accontenti di fare l’appoggio o l’opposizione a sua maestà Giorgia Meloni.

 

Una donna deludente per un’Europa decadente

Nel giorno della Festa della Donna il mainstream celebra la ricandidatura di Ursula Von der Leyen, Presidente uscente della Commissione europea, che è stata confermata dal suo schieramento. Da Bucarest la conferma del Ppe a von der Leyen.

L’intenzione di candidarsi per il secondo mandato era già stata resa nota lo scorso 19 febbraio, ma mancava il via libera del Partito popolare europeo riunito a congresso a Bucarest. Così con 400 sì, 89 no e 10 voti ritenuti validi, la 65enne ex ministro di famiglia, lavoro e difesa in diversi governi di Angela Merkel ha ottenuto la propria investitura. Un plebiscito, si direbbe, se i delegati aventi diritto al voto non fossero stati ben 801. 

Oltre all’assenza della metà dei votanti, che di per sé sarebbe preoccupante per una qualsivoglia leadership salda, ci sono ben 89 voti contrari, dietro ai quali non c’è al momento un gruppo ufficializzato, anche se i sospetti ricadono su una parte della CDU, dove Von der Leyen ha dei franchi tiratori, poi i popolari del Nord europa che non sono convinti delle politiche ambientali ed i Republicains francesi, che vedono in lei la rappresentante di un’Europa tecnocratica sostenuta da Macron.

“Nonostante le sue qualità, Ursula von der Leyen è stata messa in minoranza dal suo stesso partito. La vera domanda ora: è possibile (ri)affidare la gestione dell’Europa al Ppe per altri 5 anni, o 25 anni consecutivi? Lo stesso Ppe non sembra credere nella sua candidata”.

Così ha twittato il commissario Ue per il Mercato unico, il liberale Thierry Breton, commentando la candidatura della presidente della Commissione europea al secondo mandato. (da BYOBLU24)

Il partito popolare europeo (Ppe) è un’accozzaglia di correnti politiche assai poco chiara e credibile. Sembra fatto apposta per politicizzare l’incertezza storica sulle prospettive future dell’Unione europea. Non ci capisco niente! Credo fermamente nell’Europa, ma mi spaventa consegnarla ulteriormente nelle mani di chi ne incarna, pur con eleganza e stile, una visione minimalista e tatticista ben lontana da quella dei suoi pionieri.

La ricandidatura della Von der Leyen sembra la semplice riproposizione di un Europa vocata al tirare a campare e alla irrilevanza internazionale. C’è poco da fare l’unica forza politica in grado di dare un minimo di spinta alla Ue sarebbe in teoria la socialdemocrazia, pur con tutti i suoi limiti, difetti ed equivoci. Purtroppo il voto fino ad ora non ha premiato i socialisti e allora, per frenare le minacciose onde di una destra antieuropea, ci si è barricati dietro un’alleanza larga ma debole tra Ppe e Psoe, che sembra fatta apposta per salvare la Ue, mettendola sotto il letto degli equilibrismi economici, delle indifferenze sociali e delle invadenze burocratiche.

Le speranze riposte (anche da me) in una donna, Ursula Von der Leyen,  che potesse coraggiosamente sganciare la Ue  dagli schemi-prigione in cui è rinchiusa, sono rimaste deluse: non siamo andati oltre gli accattivanti sorrisi e le buone maniere (non è poco per una politica sempre più incattivita e sgarbata, ma è poco per una politica che tocchi nel vivo dei problemi della gente).

Le forze politiche dei vari Stati non riescono a puntare sulle istituzioni europee, sono tutte troppo legate a visioni nazionali se non addirittura nazionaliste. A parole tutti credono all’Europa, salvo fregarsene altamente nelle loro scelte concrete. Non vedo profilarsi alcun vento di novità in vista delle ormai imminenti elezioni europee. Anzi, sento aria di reflusso sovranista e populista, se non addirittura di destra estrema, che mi spaventa.

Alle due ultime consultazioni elettorali europee, se ben ricordo ho votato per i “Verdi”, l’unica forza politica che ha e che dà un’idea di modernità ecologica associata alla visione movimentista dell’Europa dei popoli, pur tra qualche velleitarismo e schematismo. In Italia i Verdi hanno ben poca consistenza, ma occorre guardare più in largo. Vedrò se insistere in questa opzione o se puntare tutto sulla politica in senso stretto, votando i socialisti, in Italia rappresentati dal PD, sperando magari che questo debole partito italiano possa prendere un brodo a livello europeo (“la sperànsa di mälvestì ca faga un bón invèron”).

Lancio di SOS nel mare delle SOS

Guglielmo Zucconi sosteneva simpaticamente che gli Italiani vorrebbero “i servizi segreti pubblici”. Perfino Angela Merkel cadde tempo fa in questa contraddizione: si accorse che la CIA spiava tutto e tutti. Ma mi facesse il piacere… Chi è senza spie, scagli la prima pietra…

Aldo Moro, dall’alto del suo saggio scetticismo, non si scandalizzava e commentava: «Non sono forse le spie le peggiori persone che esistano in terra?».  Come volevasi dimostrare: Moro era nel mirino degli Usa, della Nato e dei servizi segreti americani, israeliani, inglesi, che volevano bloccare la sua operazione politica, vale a dire l’apertura al partito comunista per agevolarne la completa democratizzazione e la partecipazione alla vita democratica in ossequio allo spirito resistenziale e costituzionale. Sapeva di essere sotto battuta e nessuno lo ha aiutato. Le BR con ogni probabilità infiltrate da spie occidentali, forse addirittura a loro insaputa, sono state protagoniste di un gioco ben più grande, pilotato da forze occulte, molte e di varia natura, unite dall’interesse di chi non voleva assolutamente un nuovo corso politico a livello italiano ed europeo.

A fronte di queste vicende, cosa volete che sia il nostro attuale immancabile scandalo, che tuttavia si sta allargando a macchia d’olio. Da una parte sembra la macchiettistica fotografia della versione all’italiana dell’uso delle informazioni segrete, dall’altra dimostra l’inquietante debolezza del sistema facilmente aggirabile e strumentalizzabile a fini inconfessabili e addirittura incomprensibili.

Una mole «mostruosa» di accessi, quella del finanziere Pasquale Striano, nell’ordine di 10mila accessi e download di oltre 33mila file scaricati dalla banca dati della direzione nazionale Antimafia. Un’attività di «ricerca spasmodica di informazioni» in cui Striano non era solo, visto che gli accessi illegittimi emersi durante l’indagine di Perugia sono continuati anche dopo l’avvio dell’inchiesta su di lui e il suo trasferimento ad un incarico non operativo. Nel giorno dell’audizione prima in Commissione Antimafia e poi al Copasir del procuratore di Perugia Raffaele Cantone, titolare dell’indagine sul caso di dossieraggio di personaggi del mondo della politica e di vip ad opera del tenente della Guardia di Finanza Striano (e il giorno dopo l’audizione del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, anch’egli ieri al Copasir) emergono nuovi «inquietanti» dettagli su quella sorta di «verminaio» – come lo bolla Cantone – che ruota intorno alle Segnalazioni di operazioni sospette (Sos). Ed è il titolare dell’ufficio umbro a non lesinare nuove informazioni su un’indagine ben più ampia di quanto si pensasse all’inizio. (dal quotidiano “Avvenire”)

Naturalmente c’è chi soffia sul fuoco. Il centro-destra si sente nel mirino dal momento che la maggior parte delle spiate lo riguarda e quindi non trova di meglio che fare la vittima anche e soprattutto in funzione elettorale. Cose peraltro risapute relative ai conflitti di interesse ed altri eventuali comportamenti opachi. Stiano quindi tranquilli, gli italiani, fin dai tempi di Berlusconi, reagiscono all’americana (vedi Trump), se ne fregano delle “marachelle” dei politici, arrivano addirittura a considerarle furbate da elogiare e imitare.

Qualcuno sostiene che se la sinistra fosse nel mirino degli spioni farebbe altrettanto casino. Possibile! Ciò non toglie che in discussione non ci sia tanto la politica quanto un malcostume che investe anche gangli molto delicati della nostra società. E allora dovrei ripartire daccapo, dall’incipit di questo commento.

Il sistema informativo segreto dovrebbe difendere la società dagli attacchi provenienti da forze occulte: una sorta di antivirus socio-politico. Purtroppo verifichiamo che l’antivirus è pieno di virus, che occorre paradossalmente lanciare gli sos (segnali per la richiesta di soccorso) contro gli sos (segnalazioni di operazioni sospette).

Le Segnalazioni di operazioni sospette (Sos) sono attività con cui le banche portano a conoscenza dell’Unità di informazione finanziaria (Uif, organo che fa capo alla Banca d’Italia) movimenti finanziari dietro i quali si può ragionevolmente sospettare si nascondano operazioni di riciclaggio o di finanziamento illecito (ad esempio a gruppi terroristici e comunque fuori legge). Tali segnalazioni finiscono poi nelle banche dati a disposizione di magistrati o ufficiali di Polizia giudiziaria che possono ricavarne ipotesi di reato o materiale di inchiesta ritenuto in qualche maniera utile al proprio lavoro. Le operazioni di accesso alle Sos sono tracciabili e attraverso le password si può risalire al loro autore. Le segnalazioni sono schermate da codici criptati dove i nomi non sono leggibili e diventano accessibili solo a seconda delle ipotesi di reato: nel caso della Procura nazionale antimafia, arrivano soltanto quelle che riguardano riciclaggio di denaro compiuto da organizzazioni mafiose o terroristiche. L’ufficio sulle Segnalazioni di operazioni sospette, dal 2023 coordinato da tre pm, è inserito nell’ambito del Servizio di contrasto patrimoniale. (dal quotidiano “Avvenire”)

Un sistema molto complesso, utile ma che si presta ad abusi, molto difficile da controllare: giustissimo partire dai giri di danaro da cui dovrebbe scaturire una sorta di valanga informativa che può sì travolgere il marcio che esiste nella società, ma che può finire col creare una trasversale confusione socio-politica in cui non ci si raccapezza più.

Poi c’è il discorso della libertà di stampa. Queste informazioni segrete che vengono subdolamente alla luce devono o non devono essere pubblicate? Democrazia vuole che vengano divulgate se e in quanto prevalga l’interesse pubblico all’informazione sull’interesse pubblico alla discrezione. Tracciare un confine tra questi due interessi è praticamente impossibile, quindi meglio pubblicare tutto e sempre, rischiando la bulimia democratica piuttosto che l’anoressia.

Infine c’è la funzione della magistratura. La storia è piena di cortocircuiti tra indagini per scovare chi delinque e intoccabilità dei servizi segreti che, per loro natura, devono operare ai limiti se non al di fuori della legalità. Il caso esploso in questi giorni è così clamoroso da mettere i giudici in grado di controllare i comportamenti e punire i reati. Non vorrei però che in prospettiva si venisse a ripetere a rovescio quanto spesso succede nei rapporti tra forze di polizia (tributaria in particolare) e magistratura: noi li scopriamo e loro li assolvono. Nel caso delle spie: come facciamo a combattere il malaffare se non possiamo metterci dentro il naso…

Più ci penso e più aveva ragione da vendere Aldo Moro anche se ci lasciò la vita. Sì, perché si comincia con gli Striano e non si sa dove si va a finire. Pure Guglielmo Zucconi aveva le sue buone ironiche ragioni: rendere pubblico il processo informativo segreto è un folle controsenso. Mi viene però spontanea una domanda: siamo proprio sicuri che le informazioni segrete siano necessarie per difenderci dai pericoli più o meno sovversivi? Non sarà “pezo el tacón del buso”?

 

 

 

Sullo stesso treno, ma in diversi scompartimenti

Come far andare d’accordo PD e M5S: potrebbe essere il titolo di una commedia, mentre invece è una scommessa politica, in un certo senso obbligata e in altro senso molto problematica. É anche, se vogliamo, un tema di risulta rispetto al recente esito delle elezioni regionali sarde e alla immediata prospettiva della consultazione elettorale abruzzese e di altre di livello regionale e locale. Le prove elettorali amministrative hanno pur sempre un significato politico; Giorgia Meloni e il centro-destra ci stanno addirittura mettendo la faccia a loro rischio e pericolo. Non so se queste elezioni possano essere tappe di avvio per una vera e propria strategia unitaria della sinistra (campo più o meno largo): qualcosa stanno significando anche se mi sembra prematuro formulare ipotesi di accordi politici veri e propri.

Non parto quindi né dall’illusorio successo della Sardegna, né dalle altre future e ravvicinate campagne elettorali amministrative, che potrebbero anche diventare pericolose vittorie di Pirro. Preferisco prendere spunto al riguardo da una interessante analisi del politologo Carlo Galli pubblicata su “La Repubblica”, di cui riporto di seguito alcuni passaggi.

Il Pd è una forza di centrosinistra in cui si incrociano personalismo cristiano e socialdemocrazia moderata, e in quanto erede (ormai lontano) della Dc e del Pci esprime un ceto politico vasto e ridondante, conforme al sistema istituzionale del Paese e alla sua collocazione europea e occidentale.

Il M5S nasce invece come movimento di protesta populista contro le anomalie, le difficoltà, le contraddizioni del “sistema”. Animato da rabbioso spirito anti-casta, anti-politico e anti- partitico, molto critico verso le istituzioni. Oggi, passati più di dieci anni dalla sua prima grande affermazione elettorale nel 2013, esprime richieste di protezione sociale individuale, al limite dell’assistenzialismo, diffuse in prevalenza nella realtà meridionale. Anche la collocazione internazionale è meno chiara di quella del Pd. Meno occidentalista e atlantico, il M5S è fautore della “pace prima di tutto” in Ucraina e in Israele, il che implica una notevole distanza dalla linea dura antirussa e filo-ebraica che il Pd ha assunto in merito ai due conflitti.

Mentre in buona sostanza il Pd rischia una strisciante assuefazione ad una sorta di centro moderato liberale abbandonando la propria identità popolare, i cinquestelle rischiano di cadere in una deriva populista alla ricerca di alternative antitutto. Il Partito democratico è fin troppo istituzionalizzato e occidentalizzato, mentre il Movimento cinque stelle vive alla giornata inseguendo le istanze emergenti anche scompostamente dalla gente.

Dico subito che attualmente in politica estera mi sento tutto sommato più vicino ai grillini laddove mettono la pace, spero non strumentalmente, al primo posto e di lì fanno discendere le pur confuse loro idee sulla collocazione dell’Italia nel contesto mondiale. Non sono assolutamente d’accordo con chi istiga Elly Schlein a rimanere acriticamente fedele all’occidentalismo vecchia maniera intravedendo in una eventuale presa di distanza pericoli per la democrazia europea.

Diverso è il discorso economico-sociale ed istituzionale, anche se qualche fascino i cinquestelle lo esercitano pure in questo campo con la loro politica imprevedibile e scanzonata. Qui però non si può derogare dal rigore repubblicano né dal moderno riformismo.

Non sono in accordo con chi, come il carissimo amico ex senatore PD Giorgio Pagliari, trova contraddittorio e (miope) l’ipotesi di costruzione del nuovo centrosinistra con il M5S, filo putiniano e filo trumpiano, populista, trasformista, giustizialista, demagogico e pronto a tutto e al contrario di tutto come si visto, da ultimo, sul Mes e sull’Ucraina. Sono effettivamente tutte questioni realisticamente ed ideologicamente aperte, che non si possono tuttavia semplificare e radicalizzare, ma vanno affrontate con pazienza anche perché non vedo alternative agibili se non quella di un centrosinistra con un occhio di riguardo all’eventuale risorgente “moderatume” pseudo-democristiano. Se è vero che le nozze non si fanno coi fichi secchi, è altrettanto vero che rimanere acidamente celibi (o nubili) non serve a nessuno.

Non voglio azzardare paragoni impossibili, né confondere il sacro col profano, ma tra queste due forze politiche sarebbe necessario un compromesso storico di memoria morotea (campa cavallo…), volto nel breve termine a democratizzare ed istituzionalizzare il M5S rendendolo pienamente maturo per governare, rinviando al medio termine lo studio della possibilità di organiche collaborazioni o del definitivo ripiegamento concorrenziale.

Un accordo tattico (quasi obbligato), se non altro per contrastare la destra che incalza, in vista di una strategia tutta da approfondire nei contenuti, nei contenitori e nelle classi dirigenti.  Non ho idea se e come le prossime scadenze elettorali europee possano favorire il dialogo e l’incontro fra queste due forze politiche: il sistema elettorale proporzionale aiuta a presentarsi divisi per colpire insieme (?). Il quadro politico europeo potrebbe rivelarsi un terreno adatto per lavorare alla costruzione di prospettive strategiche: nelle istituzioni europee si gioca il nostro futuro e quindi…