Un Gantzo per la guerra e un Gandho per la pace

In Israele Benny Gantz è ad oggi l’unica alternativa elettorale vincente rispetto al premier Benyamin Netanyahu. Almeno stando ai sondaggi, che da mesi gli promettono non solo il primato di seggi per il suo partito nel caso di nuove elezioni ma anche il gradimento come premier di un futuro governo.

Non è un caso che l’ex capo di stato maggiore dell’esercito – uno dei più apprezzati – abbia sparigliato le carte dell’attuale governo di emergenza retto da Netanyahu, di cui è ministro del gabinetto di guerra, proponendo ieri di andare al voto anticipato a settembre.

Uno strappo inusuale per un leader entrato in politica quasi in punta di piedi ma molto cresciuto nel frattempo. Né sembra averlo bruciato il fatto di aver ceduto in passato proprio a Netanyahu, di cui è stato ministro della difesa e anche “premier alternato”, mai entrato tuttavia in carica per lo scioglimento anticipato della Knesset. Né che abbia deciso – a guerra iniziata – di entrare nel governo di Netanyahu in nome della difesa della patria a differenza di Yair Lapid, l’altro leader per eccellenza dell’opposizione.

In base agli ultimi sondaggi disponibili, se Gantz guidasse l’attuale opposizione al governo Netanyahu avrebbe 76 seggi su 120 contro i 44 della coalizione di destra del premier. Un distacco di 32 rappresentanti che non si registra da decenni nella politica israeliana, abituata oramai quasi sempre a maggioranze per lo più striminzite. Il suo partito, Unità nazionale, sarebbe la prima forza del paese, con 39 seggi contro i 16 del Likud del premier, più del doppio.

Ma non è solo il dato elettorale a fare premio: in un paese in cui l’esercito è un’istituzione sacra, un ex capo di stato maggiore come Gantz è percepito da molti come affidabile per la sicurezza del paese, evidentemente più di Netanyahu. Inoltre Gantz – e questo non certo non guasta nelle attuali macerie delle relazioni tra Israele e gli Usa – gode di solidi legami con gli Stati Uniti, costruiti anche negli anni da capo dell’esercito.

Anche se nella guerra contro Hamas non ha esitazioni e condivide la necessità di entrare a Rafah, Gantz si è opposto con grande determinazione, anche nelle piazze, alla contestatissima legge di riforma giudiziaria di Netanyahu, avversata dall’amministrazione del presidente statunitense Joe Biden. E questo è rimasto agli atti.

Un recente sondaggio gli affida il 50% del favore popolare come premier contro il 31% di Netanyahu. Eppure anche lui deve guardarsi da avversari che stanno crescendo. Tra questi l’attuale ministro della difesa Yoav Gallant, pure lui ex capo di stato maggiore. Uomo di apparato della difesa, Gallant è del Likud ma ha saputo dire di no a Netanyahu che, dopo averlo licenziato, è stato costretto a riprenderlo come ministro. Ora guida la guerra e ha mantenuto rapporti stretti e in qualche modo distesi con gli americani. Non a caso il 40% degli israeliani lo porta in palmo di mano come ministro. (swissinfo.ch)

Molti giudizi tendono a scaricare su Netanyahu le responsabilità della dissennata reazione israeliana all’attacco di chiaro stampo terroristico di Hamas. Evidentemente non è molto popolare, ma l’opposizione con cui deve fare i conti non è molto lontana dalla sua mentalità e dalla sua impostazione dei rapporti con i palestinesi. A Netanyahu gli israeliani preferirebbero Gantz, perché più deciso e competente in materia bellica e più immanicato con gli Usa. Di moderazione nel conflitto in atto e di diverse prospettive di convivenza con i palestinesi neppure l’aria.

Sembra quindi che la politica sia stabilmente orientata all’autodifesa intransigente e violenta e che sia perfettamente in linea con i capi religiosi assai potenti ed incidenti. Capisco quindi anche le titubanze delle élite culturali israeliane residenti all’estero. Gli ebrei stanno rinchiudendosi nel loro bozzolo da cui però non uscirà mai una farfalla portatrice di pacifica convivenza con i palestinesi in particolare e con gli arabi in generale. Le pur apprezzabili e ammirevoli posizioni dei pochi dissidenti peraltro fuori patria sono autentiche noci nel vuoto sacco della pace.

Si può capire, ma non giustificare la virulenta posizione israeliana: il fantasma della shoah li condiziona e li orienta verso posizioni di assoluta e intransigente belligeranza verso chi osa mettere in discussione la loro invadente presenza. Se il tragico passato dell’olocausto incallisce Israele in una logica di guerra, l’antisemitismo rischia di trovare nuovi appigli per riesplodere disgraziatamente. Urge uscire da questo folle circolo vizioso.

Come, se gli Usa non riescono a influire minimamente su Israele, se l’Europa non è in grado di far sentire nei fatti una seppur minima critica al comportamento israeliano, se il mondo sta a guardare nonostante le prese di posizione dell’Onu e della Corte penale internazionale.

Joe Biden si sta giocando il voto dei giovani che chiedono un diverso approccio americano alla questione palestinese: i giovani non andranno certamente a votare Trump, ma potrebbe bastare una loro astensione, aizzata dall’insofferenza verso le proteste universitarie, a far pendere la bilancia dalla parte del delinquente in pectore.

Possibile che non si capisca che la macelleria palestinese rischia di trascinare il mondo in un vero e proprio conflitto medio-orientale se non addirittura mondiale. L’effetto dei crimini di Hamas non può scaricarsi in una guerra totale.

Le opinioni pubbliche occidentali sembrano molto critiche verso Israele, ma i governanti occidentali non ne tengono conto: il populismo deve essere funzionale alla guerra, mai alla pace. Un mio carissimo amico si e mi pone l’interessante interrogativo su cosa farebbero oggi il mahatma Ghandi e il folle santo Giorgio La Pira. Non saprei, ma certamente prenderebbero qualche iniziativa: preghiera e digiuno erano le loro armi. In molti scuotevano e scuoterebbero la testa. Costoro però abbiano l’umiltà di ammettere che non si può fare molto di più. Si potrebbe scendere in piazza a protestare: hanno il coraggio di farlo solo gli studenti di tutto il mondo, che si prendono solenni manganellate. Ma dov’è la politica? Lasciamo perdere…

 

 

Corrispondenza europea di silenziosi sensi

Ho dato una frettolosa scorsa alle candidature proposte dalle varie liste per le elezioni al Parlamento europeo. L’ho fatto un po’ per curiosità, ma soprattutto alla ricerca di un appiglio che mi possa spingere al voto.

Purtroppo anche i pochi personaggi degni di nota mi sono sembrati in cerca di una politica europea degna di tal nome. La logica è infatti quella di raccattare voti a prescindere dalla visione d’Europa di cui gli eletti dovrebbero farsi carico. Si va dalla paradossale presenza in lista di candidati impresentabili per motivi etici prima e più che politici alla ammiccante proposizione di candidati significativi ma soltanto a livello personale, destinati con ogni probabilità a confondersi nel marasma parlamentare europeo.

Capisco come non sia facile elaborare proposte politiche organiche in un momento storico caratterizzato dalla sovrapposizione di emergenze sempre più drammatiche. Bisognerebbe partire proprio da esse per cercare un filo di speranza per un futuro che appare nero e devastante.

La guerra incombe, l’immigrazione pure, il disastro ambientale anche, l’economia ci stringe d’assalto: i partiti non trovano di meglio che buttare la palla in tribuna in attesa di tempi peggiori. Una politica di pace sembra una chimera, il fenomeno migratorio è considerato un male da scaricare gli uni sugli altri, l’ecologia un diversivo parolaio, l’economia un meccanismo da subire.

Si parla di transizione (ecologica, digitale, energetica), ma transizione significa passaggio da una situazione a un’altra: vedo le situazioni attuali ma non comprendo quelle future a cui si possa e si debba tendere.

L’Europa continua ad essere un’accozzaglia di nazionalismi più o meno accentuati, non si intravede alcuna seria procedura istituzionale che vada nel senso di un’ulteriore integrazione: si parla di difesa comune, ma cosa significa? Dare per scontata un’immanente realtà di guerra? Si parla di burocratica suddivisione degli immigrati, ma cosa significa? Palleggiarsi responsabilità, scaricare il barile degli immigrati mentre i disgraziati muoiono? Si parla di austerità nei conti pubblici, ma cosa vuol dire? Imprigionare tutti nei parametri che i forti impongono ai deboli?

Ho fatto solo alcuni provocatori esempi di incongruenze europee, di fronte alle quali le prossime elezioni europee dovrebbero sforzarsi di rappresentare un minimo di risposta. Assordante silenzio! A questo silenzio difficilmente potrà corrispondere una non dico convinta ma almeno interlocutoria partecipazione al voto. L’Europa della corrispondenza di silenziosi sensi.

La risposta casalinga alla candidatura del generale Vannacci nella lista della Lega mi sembra emblematica del clima in cui si stanno cucinando le elezioni europee. Vannacci e Salvini viaggiano in tandem, mentre Luca Zaia viaggia per proprio veneto conto. Non c’è che dire, un’ottima combinazione per presentarsi seriamente alle urne: ognuno viaggia sui propri binari valoriali, ognuno fa il proprio gioco nazionale o regionale, ognuno ha la sua tattica elettorale, tutti snobbano alla grande il discorso europeo.

Europee, Zaia su Vannacci: “La Lega ha altri valori. Sarei un peccatore a non votare un veneto”. “Vannacci in lista? Nessuna battaglia. Il generale, come ama farsi chiamare, non è capolista ma sono scelte che ha fatto il partito”: commenta così il presidente del Veneto, Luca Zaia, che tuttavia si dice in disaccordo con alcune dichiarazioni di Vannacci. “Non condivido – rileva – la proposta delle classi separate e la concezione di Mussolini come Statista”. Poi ricorda che il generale è candidato indipendente, non è con la Lega “che ha i suoi valori”, mentre Vannacci “ne avrà altri”. “Se lo voterò? Mi sentirei un peccatore – conclude – a non votare un veneto”.

Un condensato di assurdità! La comunanza di valori dovrebbe essere la pregiudiziale della presenza in lista anche da parte di un indipendente, la cui adesione dovrebbe essere proprio motivata dai valori comuni pur nella autonomia di iniziativa politica. Il partito (Salvini) non può essere una entità separata rispetto ad un suo dirigente di alto livello (Zaia). Il Veneto non può essere la foglia di fico dietro cui nascondere divergenze fondamentali. E l’Europa, a questo punto, non c’entra proprio niente. Siamo ai voti corti!

 

 

 

 

Il tritacarne gossiparo a servizio del regime

Non nascondiamoci, tuttavia, che spesso prevale un certo gusto nell’affondare la lama nelle debolezze di coloro che hanno potere o svolgono ruoli di prestigio. Significa farli scendere dal piedistallo, renderli individui imperfetti e prede di mondane tentazioni come tutti noi. Alla fine, molti si dicono, non sono migliori, come pretendevano di essere. Una soddisfazione un po’ meschina, che diventa anche una deriva populista. Non conosco personalmente Piero Fassino.

Fino a ieri avrei detto che era un politico, insieme a numerosi altri, cui avrei affidato il mio portafoglio. Oggi, dopo la lapidazione preventiva che ne è stata fatta, tanti avranno un pregiudizio negativo, duro a morire, verso l’ex segretario dei Ds, ministro della Giustizia e sindaco di Torino. Comunque finisca la storia del presunto furto di un profumo. Ciò dovrebbe indurci a una maggiore cautela nell’immediato e a una responsabilità nell’informare con la stessa evidenza anche su sviluppi futuri, soprattutto se favorevoli all’interessato. “Avvenire”, non da solo, cerca di farlo. Ma possiamo migliorare il mondo della comunicazione solo con l’impegno di tutti, compresi utenti meno famelici di presunti scoop e disgrazie altrui. (dal quotidiano “Avvenire” – Andrea Lavazza)

Il caso Fassino, a prescindere dalla realtà dei fatti ancora tutta da verificare, induce effettivamente a serie riflessioni sui rapporti fra diritto alla privacy e diritto all’informazione, tra il dovere all’onorabilità dei politici e diritto degli stessi alla discrezione sui loro comportamenti privati, fra spietata critica e vera e propria cattiveria da parte dei media e della pubblica opinione.

Molto spesso nella mia vita mi chiedo, sul piano etico e finanche religioso, fin dove debba e possa arrivare il mio istinto critico e dove debba fermarsi per non (s)cadere nel pregiudizio o nella tendenza a giudicare e colpevolizzare sommariamente gli altri.

Forse, come lascia intendere Andrea Lavazza, stiamo un po’ tutti esagerando, confondendo i veri peccati mortali con le debolezze e le imprudenze, i giudizi temerari con i riscontri obiettivi, le proprie debolezze con quelle altrui, i diritti coi doveri, la chiarezza con la spietatezza, etc. etc.

La politica ci aggiunge del suo diventando una lotta senza quartiere verso l’avversario, trasformato in nemico da abbattere a qualunque costo e con qualunque mezzo, ostentando il privato quando fa propagandisticamente comodo e pretendendo di nasconderlo quando comporta un certo imbarazzo.

Viviamo in un mondo fasullo e drogato, in una politica mediatizzata all’inverosimile, in una società conflittuale sul nulla e indifferente verso il tutto, in una cultura evanescente e fuorviante, in un benessere che nasconde il malessere, in un malessere che si sfoga automaticamente sugli altri.

Diamoci una regolata. Basta vedere come non ci si renda conto di viaggiare ad una spanna dalla catastrofe nucleare: la pace non è il problema, ma un optional per gli ingenui. L’ecologia non è un obbligo, ma un diversivo a la page. La salute non è un imprescindibile diritto, ma una palla al piede di chi sta bene. Le elezioni europee non sono un test sulla volontà di proseguire il cammino dell’integrazione, ma il pretesto per una politicante kermesse.

Il tritacarne gossiparo è tale da confondere, ad esempio e volendo stare all’attualità, la clamorosa e contraddittoria difesa della posizione politica di Daniela Santanché, l’inquietante condanna giudiziaria di Gianfranco Fini con la quale probabilmente egli paga il distinguo rispetto al berlusconismo a suo tempo imperante, la inspiegabile ed oscillante ondata di guai giudiziari e successi politici di Vittorio Sgarbi e la curiosa e marginale disavventura di Piero Fassino: tutti ladri, tutti stupidi, finendo col coprire tutto con un velo di paradossale pietoso frastuono. La storia peraltro insegna come i regimi usino l’arma del discredito degli avversari per confondere le acque limacciose in cui guazzano.

Mi sono onestamente chiesto: se l’incidente capitato a Fassino fosse successo a un esponente di un partito di destra, mi sarei altrettanto rammaricato per il clamore mediatico? Penso di sì. Sono troppo grandi gli insegnamenti impartitimi dai miei genitori e riguardanti il rispetto delle persone a prescindere dalle idee politiche. Detesto il fascismo proprio perché non rispettava la vita delle persone contrarie alla sua ideologia.

Il berlusconismo, fra i tanti disastri combinati, ha sicuramente avvelenato il clima politico, trasformandolo in un ring mediatico in cui siamo ancora inseriti. Ecco perché nel corso della vita di questo pseudo-regime mi chiedevo con insistenza se si trattasse di un ritorno, sotto mentite spoglie, al fascismo. Domanda che purtroppo mi pongo anche oggi di fronte ad un governo di destra illiberale, populista e sovranista. Il clima politico è causa di molte anomalie comportamentali e sociali. Non vorrei che tra gli anticorpi messi in atto dalla destra al potere ci fosse anche questo scivolamento nei colpi bassi della bassa politica (ci sta anche e soprattutto il discredito dell’avversario), in cui alla fine vince chi ha in mano il controllo dell’informazione e dei processi istituzionali.

Forse nella mia analisi sto cadendo dalla padella di una socialità malata alla brace di una politica aggressiva e divisiva al massimo. Reagire al pur esistente clima di caccia alle streghe può essere confuso con la subdola volontà di coprire gli altarini. E allora? Non resta che fare appello al senso di responsabilità, nel pretendere il rispetto dei diritti di tutti, partendo però dai doveri di ognuno.

 

 

 

 

Le persone prima dei principi, la vita sociale fuori dalle istituzioni

L’emendamento al decreto per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), in base al quale si prevede che in materia di aborto i consultori possano avvalersi anche della collaborazione di soggetti del terzo settore con una qualificata esperienza nel campo del sostegno alla maternità, ha scatenato un putiferio di polemiche.

C’è chi sostiene che questa possibilità sia perfettamente in linea con lo spirito e la lettera della legge 194; c’è chi pensa che questa novità legislativa comporti una indebita intromissione di soggetti privati in un procedimento di carattere pubblico; c’è chi vede il rischio di creare ulteriori problemi, sensi di colpa e interferenze ideologiche in capo alle donne alle prese con una decisione molto delicata; c’è chi dietro questa iniziativa intravede una politica oscurantista e reazionaria volta a mettere in discussione diritti civili consolidati; c’è addirittura chi fa un collegamento tra l’indebita presenza degli anti-abortisti nei consultori con il ritorno alle classi differenziali per i soggetti svantaggiati, con la revisione e la compressione dei diritti dei soggetti omosessuali etc. etc.

Che in Italia tiri politicamente un’aria viziata in materia di diritti civili ad opera di una maggioranza politica attestata subdolamente sulla nostalgia del “Dio, patria e famiglia” è cosa evidente e pericolosissima. Che la Chiesa cattolica nelle sue propaggini sociali più che nella gerarchia possa coltivare qualche idea di riscossa etico-religiosa, mettendo a repentaglio il concetto di laicità dello Stato, appare verosimile: la storia è vecchia come il cucco se prendiamo ad esempio la crociata anti-divorzista del 1974, in cui il Vaticano mandò allo sbaraglio un comitato costituito ad hoc nonché la Democrazia Cristiana sciaguratamente schierata in una battaglia antistorica che costò molto cara agli equilibri politici successivi.

Vorrei quindi estraniarmi completamente da questo contesto pseudo-ideologico per andare al sodo.

Diceva don Andrea Gallo (cito a senso): «Con una ragazza incinta, sola, magari una giovane prostituta, cerco di portare avanti il discorso del rispetto della vita, faccio tutto il possibile, ma se lei non se la sente, se non riesce ad accettare questa gravidanza, cosa devo fare?». A chi gli chiedeva di esprimersi sul diritto della donna ad abortire rispondeva: «Sta’ a sentire, non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una povera donna che si è scoperta incinta, è stata picchiata dal suo sfruttatore per farla abortire o se mi arriva una poveretta reduce da uno stupro, sai cosa faccio? Io, prete, le accompagno all’ospedale per un aborto terapeutico: doloroso e inevitabile. Le regole sono una cosa, la realtà spesso un’altra. Mi sono spiegato?».

Il mio carissimo amico don Luciano Scaccaglia ricordava così il pensiero profetico del Cardinale Carlo Maria Martin: «Grande studioso della Bibbia, pastore e profeta. Sulle orme di Gesù, partendo dalla giustizia quale conseguenza della fede, era aperto alle persone, non facendosi mai imprigionare dagli e negli schemi,  con una grande attenzione ai non credenti, ai poveri, ai malati, agli indigenti, agli stranieri, agli omosessuali, alle coppie di fatto, ai divorziati risposati, ai detenuti, financo ai terroristi; affrontava serenamente il dialogo con le altre religioni, si poneva, a cuore aperto, davanti alle problematiche sessuali, alla bioetica, all’eutanasia, all’aborto, all’accanimento terapeutico, all’uso del preservativo, al sacerdozio femminile, al celibato sacerdotale. Sempre pronto all’incontro con gli “altri”, con tutti».

Papa Francesco, nella lettera per l’Anno Santo della misericordia, scriveva così: «Ho deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono».

Parecchi anni or sono, quando andavo a fare visita ad una mia carissima cugina, ricoverata all’ospedale maggiore di Parma in stato di coma vegetativo, mi capitava di imbattermi all’entrata in un gruppetto di donne che recitavano ostentatamente il rosario in riparazione dei peccati riconducibili all’aborto. Mi davano un senso di tristezza e di pochezza. Per non mancare loro di rispetto frenavo l’impulso di interrogarle provocatoriamente: «Ma voi cosa sareste disposte a fare, a titolo squisitamente personale e non sotto copertura di associazioni pro-vita, per una donna sull’orlo dell’aborto? Avreste il coraggio di rispettarne la sofferta decisione per poi aiutarla concretamente senza pretendere di convincerla sbandierando i vostri principi morali? Avreste la generosità di sostenerla a prescindere dalla sua decisione e senza indagare sulle motivazioni a monte di essa?».

Mi risulta che durante un colloquio tra papa Giovanni Paolo II e monsignor Ilarion Capucci venne presa in considerazione la drammatica situazione di monache stuprate per le quali si sarebbe posta l’eventuale possibilità dell’aborto. Monsignor Cappucci era favorevole ad affrontare con grande flessibilità e realismo questi dolorosi casi. Il Papa era drasticamente contrario ad ogni eccezione alla regola antiabortista. Ad un certo punto la tensione salì e il “trasgressivo” porporato chiese provocatoriamente al papa: «Ma Lei Santità crede di essere Dio?». Il papa, probabilmente preso alla sprovvista, non seppe rispondere altro che: «Preghiamo, preghiamo…». Con tutto il rispetto per l’allora papa credo che pregare sia importante, ma non basti.

Dopo queste annotazioni, dietro le quali non mi voglio comunque nascondere ma alle quali voglio soltanto ispirarmi, arrivo ad esprimere il mio modesto parere in tutta coscienza, anche a costo di urtare la sensibilità di chi ha pazienza di leggermi.

Innanzitutto, non accetto di farmi imprigionare nei principi, metto al primo posto il rispetto assoluto per la persona e i suoi drammatici problemi. Credo quindi che direttamente o indirettamente non si debba sbattere in faccia a chi sta prendendo una sofferta decisione alcun ricatto morale, nemmeno offrendo aiuti dell’ultimo minuto o addirittura a tempo scaduto.

In secondo luogo non confonderei la carità cristiana con la furtiva implementazione di procedure previste dalla legge, che vanno scrupolosamente osservate ed accettate, senza forzature moralistiche e senza l’interposizione di obiezioni di coscienza destinate a diventare obiezioni di comodo.

Esiste una dissacrante ma interessante aneddotica sulle buone azioni del cristiano: non devono mettere a posto la coscienza di chi le fa mettendo a soqquadro quella di chi le riceve, non devono creare sensi di colpa per poi cercare di alleviarli, non devono fare la morale agli altri, ma a se stessi.

In terzo luogo vale la pena citare un passaggio del discorso tenuto da Aldo Moro nel 1974, all’indomani della sconfitta della Democrazia Cristiana nel referendum sul divorzio, laddove consigliava “di realizzare la difesa di principi e valori cristiani al di fuori delle istituzioni e delle leggi, e cioè nel vivo, aperto e disponibile tessuto della nostra vita sociale”. Più chiaro e serio di così…

 

Mattarella, il Presidente degli impossibili

Le Regioni meridionali dispongono oggi di un reddito che non raggiunge quello di altre aree nazionali. Per alcuni aspetti i loro cittadini fruiscono di servizi meno efficienti. Nel Meridione il tasso di occupazione è più basso rispetto al Centro e al Nord. Donne e giovani pagano un costo elevato e sono tanti coloro che, a malincuore, lasciano la terra d’origine, accentuando un rischio di spopolamento che andrebbe frenato. Per rispetto del valore, della storia e del futuro di quei territori. Lo sviluppo della Repubblica ha bisogno del rilancio del Mezzogiorno. È appena il caso di sottolineare come una crescita equilibrata e di qualità del Sud d’Italia assicuri grande beneficio all’intero territorio nazionale. Una separazione delle strade tra territori del Nord e territori del Meridione recherebbe gravi danni agli uni e agli altri.

 (…)

Nella filiera agricola, di cui siete protagonisti, riveste grande incidenza il tema dell’immigrazione. I lavoratori migranti sono parte essenziale della produzione agricola e delle successive trasformazioni dei suoi prodotti. Ma, in alcuni casi, aree grigie di lavoro – che confinano con l’illegalità, con lo sfruttamento   o addirittura se ne avvalgono – generano anzitutto ingiustizia e, inoltre, insicurezza, tensioni, conflitti. E offrono spazi alle organizzazioni criminali. Vigilare, quindi, è un preciso dovere. Sulle delinquenziali forme di caporalato. Sulle condizioni inumane in cui vengono, in alcuni casi, scaraventati lavoratori stagionali, talvolta senza nome né identità. Siamo una Nazione che ha conosciuto i drammi e le sofferenze degli emigranti e avvertiamo il dovere di rifiutare di riviverli al contrario. La gestione legale dell’immigrazione rappresenta una priorità. L’Italia e l’Europa hanno la forza per affrontarla compiutamente. Purtroppo, fin qui è mancata, tra i Paesi dell’Unione, la lungimiranza e la necessaria solidarietà. L’auspicio – e, in parte significativa, anche la constatazione – è che stia maturando una maggiore consapevolezza. Le recenti decisioni assunte in sede di Unione Europea, ancorché incomplete, hanno segnato l’avvio di un nuovo percorso, con il risultato di grande rilievo di aver finalmente superato l’insostenibile accordo di Dublino.

(…)

Non possiamo accettare lo stillicidio continuo delle morti, provocate da incurie, da imprudenze, da rischi che non si dovevano correre. Mille morti sul lavoro in un anno rappresentano una tragedia inimmaginabile. Ciascuna di esse – anche una sola – è inaccettabile.

 

Ho scelto, non a caso, tre significativi passaggi dell’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla vigilia della festa del 1° maggio, tenuto a Cosenza nell’ambito della visita ad un importante distretto agroalimentare. Tre temi dell’agenda politica, vale a dire l’unità territoriale del Paese, la gestione del fenomeno migratorio e la sicurezza sul lavoro.

Sul primo discorso si legge in filigrana la preoccupazione del Presidente, garante dell’unità nazionale, per la discutibilissima riforma della cosiddetta autonomia differenziata. Si tratta di un salto nel buio degli egoismi regionali e delle disparità economico-sociali degli italiani.

Sul secondo punto l’invito a gestire in positivo l’immigrazione come risorsa, combattendo ogni forma di razzismo palese e occulto, di clamoroso sfruttamento e di subdola illegalità.

Sulla terza questione abbiamo l’ennesima sottolineatura del ribrezzo verso l’insicurezza sul lavoro con i numeri da capogiro dell’autentica conseguente tragedia delle morti.

Si tratta di alti richiami a tutti, ma in particolare a chi governa. Alla enfatica e falsa proposizione di un Paese di Bengodi da parte dell’attuale compagine governativa fa riscontro un bagno di problematica, e addirittura per certi versi drammatica, concretezza del Capo dello Stato, che sembra dire: mi avete voluto e io continuo imperterrito a fare il mio mestiere, a svolgere il compito di coscienza critica in mezzo all’omologazione, all’opportunismo e al silenziamento imperanti.

Stupisce come Sergio Mattarella riesca a interpretare questa sorta di controcanto rispetto alla narrazione corrente pur nel rigoroso rispetto dei suoi limiti istituzionali e senza indulgere a demagogici richiami alla pubblica opinione, che non manca mai di riservargli grande rispetto e considerazione.

Mi sono chiesto: potrebbe fare qualcosa di più per salvare l’Italia dal baratro politico in cui sta precipitando? Potrebbe sbattere in modo più diretto in faccia alla classe politica le responsabilità che dovrebbe assumersi e che sta dimenticando, ripiegando costantemente su una propaganda che sfiora ormai quella di un vero e proprio regime? Potrebbe chiedere direttamente ai cittadini il coraggio di partecipare in chiave fortemente critica alla vita politica non limitandosi ad esprimere voti e non voti superficiali?

Penso che Mattarella abbia ben presenti queste necessità e stia facendo, direttamente e indirettamente tutto il possibile. Alla luce della gravità della situazione, della sua inossidabile imparzialità, della sua sempre più storicamente spendibile indipendenza, mi permetto di chiedergli l’impossibile a costo persino di compromettere l’aura di umile discrezione che lo contraddistingue. A lui e solo a lui individuare l’impossibile e farlo diventare possibile nell’interesse di tutti.

 

 

Giorgia dei miracoli

«Chiedo agli italiani di scrivere il mio nome, ma il mio nome di battesimo. La cosa che personalmente mi rende più fiera di questi giorni è che la maggior parte dei cittadini che si rivolge a me continui a chiamarmi semplicemente “Giorgia”: non “Presidente”, non “Meloni”, ma “Giorgia”. E guardate che per me è una cosa estremamente importante, estremamente preziosa. Io sono stata derisa per anni e anni per le mie radici popolari, mi hanno chiamata pesciarola, fruttivendola, borgatara… perché loro sono colti, si vede da questa capacità di argomentare nel profondo, la cultura… Però quello che non hanno mai capito è che io sono stata sempre, sono e sarò sempre fiera di essere una persona del popolo […]. Se volete dirmi che ancora credete in me, mi piacerebbe che lo faceste scrivendo sulla scheda semplicemente “Giorgia” […]».

 

“Domani porteremo in Consiglio dei ministri, nell’ambito dell’attuazione della delega fiscale, un decreto legislativo che ci permetterà di erogare, nel mese di gennaio 2025, un’indennità di 100 euro a favore dei lavoratori dipendenti, con reddito complessivo non superiore a 28.000 euro con coniuge e almeno un figlio a carico, oppure per le famiglie monogenitoriali con un unico figlio a carico”, ha detto la premier al tavolo con i sindacati. Un provvedimento, ha aggiunto Meloni, che “rientra nel più ampio lavoro che il governo ha portato avanti finora per difendere il potere d’acquisto delle famiglie e dei lavoratori, segnatamente quelli più esposti. In questi sedici mesi di governo, infatti, abbiamo scelto di concentrare le risorse che avevamo a disposizione per interventi di carattere redistributivo”. 

 

A commento di questo invito al voto e di questa decisione governativa, mi limito a porre una domanda azzardata, politicamente scorretta, molto provocatoria, ma molto spontanea.

Che differenza c’è fra il voto comprato dai mafiosi venuto recentemente a galla (50 euro) e quello chiesto da Giorgia Meloni con la quasi immediata decisione di erogare un bonus (100 euro) ai cittadini con basso reddito?

A parte il diverso ammontare del corrispettivo, la logica delle due fattispecie assomiglia molto con l’aggravante che il regalino meloniano (sfido chiunque a dimostrarne una diversa natura) è a spese dell’erario. In buona sostanza Giorgia Meloni si sta facendo campagna elettorale, stanziando 100 euro per gli sfigati di turno (cosa risolveranno con questi pochi quattrini lo sa solo chi sta prendendo per il sedere i poveri).

Mi si dirà che cose del genere sono già successe, che i regali elettorali ci sono sempre stati. Sì d’accordo, ma non così scoperti e clamorosi. L’attuale governo sta praticando tutto il peggio della prassi politica negativa, peggiorandone, se possibile, i vizi, sbandierandoli come virtù.

Quel che giustamente è reato politico diventa presa in giro governativa con tanto di (s)concerto dei sindacati. Carlo Azeglio Ciampi, l’inventore della concertazione (quella seria) coi sindacati, si rivolterà nella tomba.

Siamo veramente alla più offensiva delle demagogie: non ho idea se funzionerà dal punto di vista elettorale, poveri sì, ma stupidi no. Quanto a scrivere Giorgia sulla scheda elettorale il Viminale si è affrettato a dire che il voto così espresso sarebbe comunque valido: magari qualcuno si sbaglierà o farà finta di sbagliarsi e scriverà Giorgia nello spazio centrale o trasversale della scheda e allora il voto dovrebbe essere nullo. In questo caso avrà diritto ugualmente ai 100 euro di bonus? Bella domanda!

Di genocidio in genocidio

Il numero dei bambini morti a Gaza è “senza precedenti e sconcertante”: lo ha detto alla Tass, Philippe Lazzarini, commissario generale dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (Unrwa) in un’intervista esclusiva. “In sei mesi sono morte più di 30.000 persone”, un numero che Lazzarini ritiene plausibile, forse addirittura sottostimato. “Non sono sicuro che questo numero copra tutti coloro che sono ancora sotto le macerie. In realtà, il bilancio delle vittime potrebbe essere ancora più alto o sproporzionatamente più alto”. E poi ha continuato: “Sappiamo che tra i morti ci sono 13mila bambini. Sappiamo che a Gaza sono morti più bambini in sei mesi che in tutti i conflitti del mondo negli ultimi quattro anni. Quindi un bilancio che è senza precedenti e sconcertante, sia in termini di dimensioni che in termini di livello di distruzione”. (RaiNews.it)

Di fronte a questi macabri bilanci diventano ridicole le nostre beghe politiche e ancor più inaccettabili le narrazioni che giustificano la vendetta “strasproporzionata” di Israele contro la terroristica e bestiale violenza di Hamas per interposti palestinesi, così come le disquisizioni sul fatto che a Gaza sia o meno in atto un vero e proprio genocidio. La storia ci sta presentando un tragico sostanziale paradosso al di là della precisione terminologica: un popolo è stato sterminato (Shoah) e poi lo Stato sorto dalle ceneri dello sterminio si rende responsabile a sua volta di un genocidio (o roba del genere comunque ingiustificabile). Cose che fanno ribollire il sangue e che smentiscono i sacrosanti propositi del “mai più Shoah”.

Secondo i media israeliani, gli Stati Uniti stanno prendendo parte a un disperato sforzo diplomatico per impedire alla Corte penale internazionale (Cpi) di emettere in settimana mandati di arresto per il premier Benyamin Netanyahu, il ministro della Difesa Yoav Gallant e il capo dell’Idf Herzi Halevi.

Il sito di notizie Walla aggiunge che Netanyahu ha fatto telefonate continue durante il weekend cercando di convincere gli Usa a bloccare qualsiasi decisione della Cpi. (Ansa.it)

Siamo a questo punto. Speriamo che dove non arriva la diplomazia internazionale, arrivi almeno la Corte penale internazionale. Possibile che in Israele si sia scatenata una simile follia distruttiva? Il pazzo scatenato è Netanyahu con i suoi più stretti collaboratori o si tratta di una follia diffusa esplosa all’indomani dell’attacco di Hamas? La guerra è una droga collettiva che ha da sempre garantito l’appoggio diretto o indiretto dei cittadini alle avventure belliche più drammatiche e paradossali.

Ci sono però anche altri narcotici che ci vengono regolarmente somministrati per tenere a freno ogni e qualsiasi insurrezione delle coscienze: la rassegnazione verso i più bestiali istinti bellici e l’indifferenza verso gli equilibri internazionali basati sulle armi.

Chi protesta viene considerato un sovversivo o un amico del giaguaro: succede in Italia e anche negli Usa. Le forze politiche sono appiattite sullo status quo, non osano ribellarsi alla logica in cui sono inserite. Si parla di altro o, se si parla di guerra, la si accetta come una sorta di evento ineluttabile. A mio giudizio il discorso guerra-pace è diventato un discrimine, un argomento paradossalmente divisivo, dovrebbe essere un punto unificante invece…

Di ritorno dalla toccante visita al sacrario di Redipuglia mio padre si illudeva di convertire tutti al pacifismo, portando in quel luogo soprattutto quanti osavano scherzare con nuovi impulsi bellicosi. «A chi gh’à vója ‘d fär dil guéri, bizògnariss portärol a Redipuglia: agh va via la vója sùbbit…». Pensava che ne sarebbero usciti purificati per sempre.

Mia sorella Lucia andava profondamente in crisi di fronte alle immagini dei bimbi denutriti o morenti: si commuoveva, pronunciava parole dolcissime di compassione e spesso si allontanava dal video non reggendo al rammarico dell’impotenza di fronte a tanta innocente sofferenza. Sì, perché il cuore viene prima della mente, la sofferenza altrui deve essere interiorizzata prima di essere affrontata sul piano della concreta solidarietà e della risposta politica. Chissà cosa direbbe dell’inferno di Gaza.

Evidentemente, con la guerra, le sue cause e le sue conseguenze, la mia famiglia ha un conto storico sempre aperto. La filosofia spicciola era ed è la seguente: “As pôl där c’agh sia ancòrra adl’ genta ca vôl fär dil guéri, robi da mat…”.

 

 

 

Le candidatissime

“Posso rispondere solo per il mio partito. Crediamo che un leader, in quanto massima espressione di una determinata forza politica, debba metterci la faccia e rappresentare per gli elettori la garanzia di una visione e di un indirizzo politico preciso. L’impegno diretto dei leader, inoltre, conferisce maggiore peso e interesse in tornate elettorali che storicamente hanno registrato una minore affluenza. Il nostro partito porterà con orgoglio, come già fatto in passato, il nome di Meloni nel simbolo. ‘Con Giorgia’ perché, sia che si candidi sia che non si candidi, Fratelli d’Italia punta su Giorgia Meloni per l’Europa. È l’ennesima dimostrazione di coerenza e dell’impegno per cambiare l’Europa e riportare gli interessi della nostra Nazione al primo posto, come recita lo slogan della Conferenza programmatica di Pescara perché vogliamo ribadire che ’L’Italia cambia l’Europa’, attraverso l’esempio virtuoso del governo Meloni”. (il ministro Francesco Lollobrigida intervistato dal “Quotidiano nazionale”)

 

Onestamente quello che sta succedendo nelle candidature alle europee vuol dire che non mi dà retta nessuno”. Lo ha detto Romando Prodi nel suo intervento alla rassegna La Repubblica delle idee a Napoli commentando la candidatura di Elly Schlein, segretaria del Pd alle europee. “Io faccio dei ragionamenti sul buon senso perché così si chiede agli elettori di dare il voto a una persona che di sicuro non ci va a Bruxelles se vince. Queste sono ferite alla democrazia che scavano un fosso. Questo ragionamento riguarda Meloni, Schlein, Tajani e tutti i leader che si candidano: non è un modo per sostenere la democrazia”. (Ansa.it)

 

Il discorso di Romano Prodi non fa una grinza. Purtroppo però la politica si è talmente svuotata di contenuti e personalizzata sul nulla, da rendere ammissibili anche simili forzature. I partiti sono molto deboli, non hanno presa sulla gente e allora anziché affrontare le motivazioni di questa dicotomia, si rifugiano nel leaderismo purchessia. Mentre la destra non fa alcuna fatica a scegliere questa scorciatoia, il partito democratico tentenna e sceglie la strada sul tipo della mamma di quella ragazza rimasta in stato interessante per un rapporto pre-matrimoniale: sì, mia figlia è incinta, ma solo un pochettino! Sì, Elly Schlein è candidata alle europee, ma solo un pochettino, vale a dire soltanto nelle circoscrizioni centro e isole (chissà perché solo in quelle) e dopo avere scampato addirittura il pericolo del nome nel simbolo (sarebbe stato il massimo della “politicanteria”).

Ho i miei dubbi che l’elettore si lasci influenzare da questi trucchetti propagandistici, ma nel nulla dibattimentale ci possono stare anche questi penosi mezzucci. Se un esponente politico ha la statura del leader non ha bisogno di evidenziarla con candidature di plastica, così come il cittadino minimamente avvertito non si dovrebbe perdere in questi infantili giochetti e abboccare a messaggi smaccatamente mediatici.

In democrazia il voto è una cosa seria anche se non è tutto. La democrazia comincia a vivere il giorno successivo al voto e quindi, se il votato non va in Parlamento, la democrazia finisce lì. Già le macro-circoscrizioni elettorali non aiutano, perché comunque inducono il cittadino a votare a scatola quasi chiusa, se poi ci aggiungiamo la personalizzazione ante litteram…

Sono molto incerto se andare o meno alle urne, tutto sembra congiurare a favore di una mia ennesima astensione. Sì, perché di leader non ne vedo e di programmi elettorali seri per l’Europa non ne trovo. Del criterio del meno peggio sono stanco da parecchio tempo.

Invece di metterci la faccia (tosta) cerchino di metterci uno straccio di proposta su come provare a invertire la rotta bellicista e tentare qualche via di pace. Su questo piano purtroppo sono (quasi) tutti uguali: la guerra sarebbe un male necessario per evitarne di peggiori. E quali sarebbero i guai peggiori? Se Elly Schlein ha qualcosa da dire al riguardo lo dica e non si limiti ad ospitare qualche pacifista nelle liste: meglio di niente si dirà, ma da una forza di sinistra (?) e da una leader (?) desidererei molto di più. Chi si contenta non può godere.

 

Li vannacci tua

Dopo le interlocuzioni e le attese, i rumors e le polemiche, Matteo Salvini scopre la sua carta per le europee ufficializzando, proprio il 25 aprile, la candidatura del generale Roberto Vannacci che correrà in tutte le circoscrizioni.

“Sono contento che un uomo di valore come il generale abbia deciso di portare avanti le sue battaglie di libertà insieme alla Lega in Parlamento europeo”, ha detto alla platea venuta ad ascoltare la presentazione del suo libro ‘Controvento’, all’Istituto dei Ciechi a Milano. La giornata della Liberazione, è stata affrontata da Salvini raccontando, tramite il libro in uscita, la sua storia e le sue battaglie, guardando alle sfide future. E proprio perché di futuro si parla, il vicepremier ha voluto ribadire che è pronto a lottare assieme al generale “in nome della libertà e del patriottismo”. 

 Vannacci ha subito ringraziato il leghista, mettendo in chiaro quali saranno le sue parole d’ordine: “Sarò un candidato indipendente che mantiene la propria identità e che lotterà, con coraggio, per affermare i propri valori di Patria, tradizioni, famiglia, sovranità e identità che condivido abbondantemente con la Lega”. Molti lo temono, altri lo acclamano. Ma una cosa è certa: nella Lega quella di Vannacci era la candidatura più attesa – di certo non a sorpresa – che ha fatto parlare parecchio quel fronte che tutt’ora non vede di buon occhio il generale e le sue tante dichiarazioni considerate fuori dalle righe. Salvini, però, ha tirato dritto, lasciandosi alle spalle i mal di pancia all’interno del suo partito. Oggi spazio a un’altra diatriba, tutta incentrata sulla circostanza, o meglio, sulla data scelta dal ministro per ufficializzare la corsa del generale. Il “Capitano” era già stato attaccato per aver deciso di presentare il suo libro nel giorno della Liberazione, senza dire, però, se e dove avrebbe celebrato la ricorrenza.

“Io ritengo di essere in democrazia e posso presentare un libro dove voglio, come voglio e quando voglio”, ha affermato, rispedendo le accuse al mittente. “Ho sempre onorato il 25 aprile senza doverlo sbandierare”, la risposta di Salvini alla celebrazione in largo Caduti milanesi per la Patria. “Non l’ho detto fino all’ultimo per evitare che ci fossero quelli che invece di celebrare il passato perché non ritorni, vanno in giro a creare problemi”, ha spiegato. (Ansa.it)

Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere. Potrebbe essere il canto del cigno di Salvini, ormai giunto alla frutta, il quale non trova di meglio che far uscire dal suo sgualcito e ammaccato cilindro il coniglio simpatico ai frequentatori dei bar in vena di scherzare col fuoco. Da quello che si può intuire questa candidatura non piace nemmeno alla dirigenza leghista: Salvini ha i giorni contati e resiste in sella al partito solo perché la Lega non vuole fare la fine delle squadre di calcio che cambiano l’allenatore quando sono sull’orlo dell’abisso.

Fratelli d’Italia si rimette al sarcasmo crosettiano: «Era chiaro da mesi che lo avrebbe fatto. Sarà certamente eletto e le istituzioni europee potranno godere del suo contributo di idee e valori. Sono certo che la sua presenza aiuterà elettoralmente la Lega. Una scelta win-win, come si dice. Per lui, per la Lega e per l’esercito. Lui e Salvini hanno gli stessi valori e lo stesso senso dello Stato» (da “Il riformista”). Forza Italia tace e spera di recuperare qualche voto leghista tra gli elettori più riflessivi.

Possibile che la politica italiana trovi sempre il modo di farsi compatire? Se a sinistra i partiti facessero simili strafalcioni perderebbero un sacco di voti; a destra tutto è possibile. D’altra parte il generale Vannacci interpreta la mentalità di certa gente, cavalcando i suoi peggiori istinti umani prima che politici. È questo il dato che preoccupa. Vannacci, tutto sommato, dice e scrive quel che molti elettori e parecchi eletti ed “eleggendi” di destra pensano.

Fanno sorridere le reazioni scandalizzate di esponenti politici e finanche religiosi che si affannano a prendere le distanze dalle dichiarazioni di questo personaggio. Siamo all’osteria della politica e quindi la botte dà il vino che ha e l’oste è legittimato ad affermare che il proprio vino è il migliore. L’unico mio interesse non è tanto rivolto al merito delle esternazioni “vannacciane”, ma ad osservare fin dove potrà spingersi e fin dove arriverà l’ubriacatura leghista nonché la tolleranza del centro-destra.

Quanto tempo ci vorrà perché la sbornia salviniana passi? Mi sovviene una barzelletta del solito intramontabile “Stopàj”. Era in autobus e davanti ad una donna molto brutta disse la verità: «Mo l’è brutta!». «E lu l’è imbariägh!» rispose la signora toccata nel vivo. «Sì, mo a mi dmán la m’è béla pasäda…». Può anche darsi che l’ubriacatura di un elettorato reazionario alla deriva possa finire o quanto meno possa essere parzialmente smaltita, rimarranno comunque le brutture di un Paese in autentica confusione mentale (dalle classi per disabili a Benito Mussolini “statista”, fino agli italiani che “hanno la pelle bianca”).

Non credo che un Vannacci al Parlamento europeo possa fare granché: qualcuno azzarda un suo ruolo in vista del discorso della difesa comune. Non ci voglio nemmeno pensare anche se negli eserciti e intorno ad essi c’è di tutto. Tuttalpiù sarà una sorta di mascotte per la componente estremista di destra (un po’ di sana goliardia non guasta).

Se devo essere sincero, mi preoccupano molto di più tutti gli altri parlamentari europei che non si sa cosa andranno a fare. Mi continua a rimbombare nel cervello quanto mia sorella mi confessò al ritorno da una visita alle istituzioni europee: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Oggi troverebbe parecchie riprove a questa sua impressione.

Resta la schifezza di un Paese come l’Italia, fondatore della UE, che si fa rappresentare a Strasburgo da un Vannacci qualsiasi. Dio mio come siamo caduti in basso…

 

Papa Francesco e la papessa Giorgia

Colpaccio Meloni: “Papa Francesco sarà presente al G7 dedicato all’IA”. L’annuncio della premier in vista del vertice a presidenza italiana: “Sua Santità darà un contributo decisivo alla definizione di un quadro regolatorio, etico e culturale all’intelligenza artificiale”

«Sono onorata di annunciare oggi la partecipazione di Papa Francesco ai lavori del G7 nella sessione dedicata all’intelligenza artificiale». Così la premier Giorgia Meloni in un video in cui illustra i temi che saranno affrontati dalla presidenza italiana del G7.

«Ringrazio di cuore il Santo Padre per aver accettato l’invito dell’Italia. La sua presenza – sottolinea ancora Meloni – dà lustro alla nostra nazione e all’intero G7. È la prima volta, nella storia, che un pontefice partecipa ai lavori del Gruppo dei 7 e il Santo Padre lo farà nella sessione “outreach”, quella aperta anche ai paesi invitati e non solo ai membri del G7. Sono convinta che la presenza di Sua Santità darà un contributo decisivo alla definizione di un quadro regolatorio, etico e culturale all’intelligenza artificiale», continua Meloni.

«Sul presente e sul futuro» dell’intelligenza artificiale «si misurerà, ancora una volta, la nostra capacità, la capacità della comunità internazionale di fare quello che il 2 ottobre 1979 un altro Papa, san Giovanni Paolo II, ricordava nel suo celebre discorso alle Nazioni Unite: “L’attività politica, nazionale e internazionale, viene dall’Uomo, si esercita mediante l’Uomo ed è per l’Uomo”. Questo sarà sempre il nostro impegno e il nostro cammino», ha poi spiegato Meloni.

La presenza del Papa è di certo un gran colpo politico per la premier che sta investendo molto sulla riuscita del suo primo G7. D’altra parte, proprio sull’Ai, Meloni aveva fortemente criticato la nomina di Giuliano Amato alla guida della Commissione Ai per l’informazione favorendo l’ascesa di un altro uomo di chiesa, quel padre Benanti che oggi guida quella stessa commissione nonché unico italiano membro del Comitato sull’intelligenza artificiale delle Nazioni Unite.

Consigliere di Papa Francesco sui temi dell’intelligenza artificiale e dell’etica della tecnologia, Benanti lavora da anni allo sviluppo di un framework etico per le intelligenze artificiali lavorando sui concetti di algoretica e algocrazia. Insomma, il legame tra Meloni e il Vaticano sembra aver trovato un canale di dialogo privilegiato proprio sui temi dell’Ai, il tema del futuro prossimo, se non del presente. (ildubbio.news)

Dispiace che la coraggiosa azione pastorale di papa Francesco possa essere strumentalizzata a fini di smaccata propaganda politica, ma in Vaticano conoscono molto bene questi rischi e potrebbero stare un po’ più attenti. La notizia, come minimo, doveva essere data in assoluta priorità dalla sala stampa vaticana, mentre invece è diventata uno scoop meloniano. Questo sul piano del metodo.

Nel merito il Papa dovrebbe essere attento (e chi lo circonda ancora di più) a non dare l’idea di una qualche combine etico-politica col governo italiano. Lungi da me l’idea di un papa confinato sulle materie squisitamente religiose, ma attenzione a non farsi strumentalizzare.

Tutti sappiamo come la linea pastorale di papa Bergoglio sia di netta contestazione rispetto al mondano andazzo bellicista più o meno pilotato proprio dai governi del G7. Che la partecipazione al prossimo vertice non metta quindi la sordina alla voce papale, facendo ammainare le auspicate e progressiste bandiere bianche della guerra per sventolare quelle integraliste e reazionarie dell’etica.

Ai grandi (?) della terra non par vero di inglobare direttamente o indirettamente la Chiesa cattolica nelle loro manovre: non vorrei mai che all’indecente azione di supporto al regime putiniano svolta dalla Chiesa ortodossa (almeno la parte più invischiata col potere) facesse riscontro un abbraccio etico tra il pastore gerarchico cattolico e i lupi occidentali travestiti da pecorelle.

Il “Dio, patria e famiglia” di Giorgia Meloni trova attualizzazione in un patriottismo antistorico (cosa ben diversa dall’unità popolare auspicata dal presidente Mattarella), in una revanche patriarcale e antifemminista (cosa ben diversa da un assetto sociale basato sui principi costituzionali), in una riscoperta piuttosto bigotta della tradizione religiosa (cosa ben diversa dall’ispirazione cristiana di democristiana memoria).

La ciliegiona sulla torta potrebbe essere proprio, nel presente e ancor più nel futuro, un ostentato quanto impalpabile feeling tra un premier eletto dal popolo ed un papa relegato al ruolo di agit prop etico-politico. In fin dei conti sarebbe la elegante ripetizione dello schema della Russia di Putin legata al patriarca Kirill.

La dico grossa, potrebbe essere, per quanto riguarda l’Italia, un nuovo subdolo e strisciante concordato tra lo Stato della nuova destra politica e la Chiesa della rivincita etica. Gesù Cristo aveva ben presente questi rischi, li evitò accuratamente a costo di andare in croce. Poteva benissimo fare una capatina al G2 dell’epoca: Erode e Pilato alla ricerca di equilibri di potere. Il Kirill-Caifa sarebbe stato soddisfatto e rimborsato. Invece andò molto diversamente…

Ben diversa fu nel 1965 la partecipazione di Paolo VI all’Assemblea generale dell’Onu nel ventennale della fondazione: l’Onu (Istituzione rappresentativa di tutti gli Stati della terra) è cosa ben diversa dal G7 (un forum intergovernativo composto da Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti d’America, nazioni sviluppate il cui peso politico, economico, industriale e militare è ritenuto di centrale importanza su scala globale); la fine sensibilità politica di Montini è cosa ben diversa dalla ingenua generosità di Bergoglio;  Maha Thray Sithu U Thant, segretario generale dell’Onu  nel 1965, era un personaggio diverso da Giorgia Meloni, presidente di turno del G7.

Apprezzo la (quasi) masochistica verve di un papa che si lava evangelicamente la bocca coi grandi della terra, ma questi signori sono molto più furbi di lui e sono capaci di tutto. “Siate dunque prudenti come i serpenti, e semplici come le colombe” (Matteo 10,16). Sono certo che papa Francesco sia semplice come una colomba. Nutro qualche dubbio, nonostante lo Spirito Santo, sulla sua capacità di essere prudente come un serpente, che sappia cioè dirigere con astuzia il pensiero contro le sue trappole.