Si scrive autonomia differenziata, si legge disuguaglianza potenziata

La legge approvata risponde principalmente alle richieste delle regioni del Nord ed è finalizzata a differenziare l’azione pubblica, con evidenti vantaggi per le regioni più ricche. (Il Mulino – Filippo Sbrana)

Fino a prova contraria “autonomia” significa per le regioni maggiore potere decisionale e più consistente dotazione finanziaria: per essere autonomi infatti bisogna essere in grado di decidere e per essere in grado di decidere occorrono i soldi per attuare le decisioni.

Il termine “differenziata” poi significa che esiste una differenza sostanziale tra i livelli di autonomia da regione a regione a seconda delle loro scelte e delle loro possibilità finanziarie: una sorta di liberi tutti e di spinta ad arrangiarsi più che a ben amministrare.

Le regioni, nate per favorire la partecipazione popolare dei cittadini e migliorare l’azione dello Stato, hanno dato numerose prove di inadeguatezza. (Il Mulino – Filippo Sbrana)

La nuova legislazione in materia regionale presenta diverse evidenti criticità. Innanzitutto le regioni hanno dato pessima prova di loro stesse in questi oltre cinquant’anni dalla istituzione dell’ordinamento regionale, mancando i due obiettivi principali, vale a dire l’efficienza sburocratizzante o la sburocratizzazione efficientante da una parte, l’avvicinamento e la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica dall’altra parte. Ero tra gli speranzosi, ma giorno dopo giorno, da semplice cittadino, da professionista alle prese con la macchina regionale e da osservatore politico attento ai rapporti tra pubblici poteri e bisogni della gente, devo ammettere di essere rimasto profondamente deluso: maggiore burocrazia, peraltro meno esperta e più titubante, nessun miglioramento nell’efficienza dei servizi e immutata se non crescente lontananza fra cittadino e chi lo amministra.

Solo in anni recenti, con l’affermazione della Lega, di Silvio Berlusconi e la nascita della Seconda Repubblica, l’asse geografico delle priorità è stato spostato verso Nord. (Il Mulino – Filippo Sbrana)

In secondo luogo la regionalizzazione ha purtroppo aumentato il divario economico, sociale e finanche culturale tra il nord ricco e il sud povero, mancando totalmente l’obiettivo della responsabilizzazione meridionale che avrebbe dovuto sostituirsi all’assistenzialismo centralista. Purtroppo è sempre così: quando si vuole rendere il cittadino protagonista del soddisfacimento dei propri bisogni, si finisce con l’abbandonarlo a se stesso.

Ebbene, accentuando l’autonomia non si può che finire con l’aumentare i difetti del regionalismo, rinviandone gli eventuali pregi a data da destinarsi. Regioni gonfiate di poteri e soldi a scapito delle regioni in difficoltà ad autogestirsi per mancanza di capacità amministrativa e di soldi. E lo Stato che starebbe a guardare…

Capisco l’enfasi legislativa della Lega che confonde il decentramento con l’opzione nordista, la regionalizzazione con la secessione, il liberismo territoriale con l’autoritarismo discriminatorio: il sogno, peraltro sbiadito e incasinato, dei padri fondatori, viene realizzato sbrigativamente, contraddittoriamente ed illusoriamente.

Capisco molto meno l’entusiasmo di Fratelli d’Italia in netta controtendenza con la sua nostalgica impostazione patriottica e nazionalista, giustificato solo dal lontano traguardo del premierato, che dovrebbe rappresentare l’altra faccia del nuovo ordinamento istituzionale, mentre è soltanto la succosa merce di scambio in uno pseudo-parlamentare mercato delle vacche.

Capisco ancor meno Forza Italia che si illude di ritrovare il ruolo berlusconiano di saldatura tra il velleitario nordismo leghista e il passatista revanchismo nazionalista, portando a casa soltanto una fantomatica riforma della giustizia come quadratura del cerchio riformista.

La sostanza dell’azione dell’attuale governo di centro-destra, con l’ossequio di un Parlamento che confonde il potere legislativo con la rissosa tossicodipendenza da droga melonian-salviniana, consiste nel “divide et impera”, una locuzione latina usata per indicare l’espediente di una tirannide o di qualsiasi altra autorità per controllare e governare un popolo, che consiste nel dividerlo in più parti, soprattutto provocando rivalità e fomentando discordie tra di esse.

Il dibattito sta rilanciando la contrapposizione fra Nord e Sud, poiché ha favorito una discussione molto divisiva. Nelle aree settentrionali si rafforza l’idea che il Mezzogiorno usi il ritardo per vivere sulle tasse altrui, mentre al Sud si soffre per il crescente antimeridionalismo. (Il Mulino – Filippo Sbrana)

 Si parla di rivolta dei governatori del Sud dopo l’approvazione dell’Autonomia e speriamo che non succeda come a Reggio Calabria, cinquant’anni fa, quando si decise che il capoluogo della Calabria sarebbe stato Catanzaro, per otto mesi ci furono proteste, attentati e scontri con la polizia, con cinque morti e decine di feriti. Allora il Movimento Sociale Italiano pilotò e strumentalizzò politicamente la sommossa, oggi, ironia della storia, i suoi eredi sono dalla parte del manico, vale a dire di chi crea i presupposti per inevitabili proteste meridionaliste, che speriamo rimangano nel solco della democrazia.

Ci sono però anche non poche incongruenze a livello del Partito democratico, nella sua azione politico-parlamentare di opposizione a questa deriva riformista, che giustamente grida al lupo davanti allo scempio istituzionale che si sta perpetrando, ma che non è esente da colpe nel passato: mi riferisco alla sconclusionata riforma del titolo quinto della Costituzione riguardante proprio i poteri regionali e al conformismo autonomistico emiliano-romagnolo rispetto alla partenza del discorso dell’autonomia differenziata pilotata dalle regioni a guida leghista (Veneto e Lombardia). Non si voleva evidentemente lasciare alla Lega e ai suoi territori la paternità assoluta di quello che strada facendo è diventato un autentico pateracchio riformista. Ci si è illusi di chiudere la stalla per non far scappare i buoi, salvo ritrovarseli allevati all’aperto.

Dulcis in fundo. Uno dei punti critici di questa riforma sono i Livelli essenziali di prestazione (Lep), che rappresentano i requisiti minimi di servizio da garantire in modo uniforme in tutto il territorio nazionale, per assicurare i diritti sociali e civili sanciti dalla Costituzione. A parte che già l’averli teoricamente previsti è un’ammissione di colpevolezza, dovrebbero essere il meccanismo atto ad evitare il peggio, vale a dire che gli squilibri territoriali ricadano sulla pelle dei cittadini: una sorta di “caso mai” c’è sempre lo Stato che appiana le diversità insopportabili. Dicono però che su questa partita non ci sia il becco d’un quattrino e allora anche questa valvola di sicurezza ha il sapore di beffa finale, di ciliegina ancor più amara su una torta già anche troppo amara e indigesta.

Punti dall’ago della bilancia truccata

Chi ha detto che, dopo le “truccate” elezioni europee e dopo la “smargiassata” del G7, l’Italia capitanata da Giorgia Meloni sia più forte nella Ue e nel mondo?

Perché parlo di elezioni truccate? Quando vota meno della metà degli aventi diritto, il risultato, anche se legittimo non è politicamente significativo e consolidato, ma destinato a cambiare al primo stormir di fronda. Se facciamo un rapido e semplice calcolo, che per la verità non ho sentito a livello mediatico, Fratelli d’Italia, il partito personale di Giorgia Meloni, ha ottenuto il 29 per cento del 49 per cento dei votanti, vale a dire circa il 14 per cento degli italiani. Non mi sembra un gran risultato da giustificare l’apoteosi in atto a livello mediatico e politico. Togliamo la feccia neofascista presente in quel 14 per cento (stimata intorno al 3% del 49%, cioè 1,5%) e arriviamo al 12,5%: la tolgo per fare un piacere a Giorgia Meloni, che si dovrebbe vergognare di coltivare questa gentaglia, che non so sinceramente se faccia  più pena o più paura. Dov’è il plebiscito in favore di questo governo, che piace al 14% degli italiani.

Mi si dirà che però occorre aggiungere per obiettività circa il 20% (la somma delle percentuali di Forza Italia e Lega) del 49%, cioè il 10 arrotondato per eccesso: arriviamo al 24 % degli italiani che votano a favore dell’attuale governo di centro-destra. Quindi il plebiscito non c’è: solo un italiano su quattro si esprime positivamente verso il centro-destra a guida Meloni. Bisognerebbe togliere anche la gentaglia che ha votato per il generale Vannacci, ma lasciamo perdere, perché è difficile da calcolarsi e perché anche le fogne fanno parte del contesto urbanistico.

Perché parlo di smargiassata del G7? Penso che tutti abbiano visto che non si è andati molto oltre una ipocrita e vergognosa passerella, di contenuti seri non se ne sono sentiti, di programmi futuri men che meno. Quindi in cosa consiste la grande considerazione conquistata da Giorgia Meloni a livello internazionale? Una nana in mezzo ai nani, una ballerina in mezzo al palcoscenico vuoto!

Temo al contrario che, siccome le furbizie tattiche stanno sempre in poco posto, più che mai a livello internazionale, il governo italiano, anziché fare da collante fra moderati di centro e estremisti di destra, si troverà schiacciato in mezzo ai sovranisti dell’est ed ai populisti dell’ovest, per semplificare tra Orban e Le Pen, con tanto di Vox e AfD a fare da contorno. Se questo lo vogliamo chiamare ago della bilancia… E tutto ciò a prescindere dal risultato delle imminenti elezioni politiche francesi.

Sono convinto che le due anatre zoppe, Macron e Scholz, tenderanno a isolare l’oca giuliva, Giorgia Meloni; fa loro gioco emarginarla dopo averne fatto uno spauracchio da sventolare in faccia ai loro elettorati in crisi. Ursula von der Leyen impiegherà un minuto secondo, pur di rimanere al potere, a tagliar fuori la Meloni dai giochi: ricordiamoci oltre tutto che tra donne, molti baci, ma poca solidarietà.

La “melonitalia” rischia di uscire dai giochi istituzionali europei becca e bastonata proprio a causa della sua premier: non è infatti né affidabile fino in fondo per le destre in voga, né credibile per la destra moderata in difficoltà. A quel punto non le rimarrebbe altro che schiacciarsi le dita con la Le Pen (ammesso e non concesso che vinca le elezioni francesi) e/o con Donald Trump (ammesso e non concesso che vinca le elezioni americane). A meno che non entri in campo Mario Draghi a scombinare le carte di tutti, ma alla Meloni non piace da sempre e oggi più che mai, perché la metterebbe all’angolo dei buoni a nulla che si credono capaci di tutto.

 

Le chiacchiere non fanno la pace

Alla fine sono 84 le firme sul documento finale: 80 Paesi e 4 organizzazioni internazionali. Un «grande successo» esulta la presidente della Confederazione elvetica Viola Amherd che sottolinea la presenza pure di «Paesi africani e latino-americani». Una «piattaforma», come annunciato, che può essere «ampliata a partire dal grande interesse per questa iniziativa». Ottimismo d’obbligo, anche se, sotto al “comunicato finale” della Conferenza di Lucerna, invece dell’annunciata dichiarazione congiunta – «in modo da avere la partecipazione più ampia possibile» spiega il ministro degli Esteri di Berna Ignazio Cassis – mancano i nomi di 12 Paesi partecipanti: tra questi, Brasile (presente come osservatore), India e Sudafrica – che insieme a Russia e Cina fanno parte del gruppo dei Brics – e il Messico. Mancano all’appello pure Armenia, Bahrein, Indonesia, Libia, Arabia Saudita, Thailandia, Emirati Arabi Uniti, Colombia e il Vaticano (a sua volta presente come osservatore).
Il sostegno viene da tutti i Paesi Ue, dagli Stati Uniti, da Giappone e Argentina. Un primo passo, di quello che si spera sia un processo: «Passi concreti», «passi possibili» dice la presidente svizzera dopo un week end di confronto ad altissimo livello. Nel testo del comunicato finale si riafferma l’impegno per «l’integrità territoriale» dell’Ucraina. Questi i tre punti di azione umanitaria su cui si vuole proseguire per costruire fiducia: energia nucleare sicura, con la centrale di Zaporizhzhia sotto il controllo di Kiev e la supervisione dell’Aiea; sicurezza alimentare che dipende da una produzione agricola ininterrotta, come dall’accesso ai porti nel Mar Nero; al terzo punto, si chiede il rilascio e lo scambio di tutti i prigionieri, a partire dai bambini ucraini. Passi per costruire fiducia, con la speranza di una seconda Conferenza internazionale «nei prossimi mesi, non anni, perché la guerra continua», afferma Volodymyr Zelensky. (da “Avvenire” – Luca Geronico)

Premesso che ogni e qualsiasi passo, pur corto, verso la pace è sempre e comunque da salutare favorevolmente, mi viene spontaneo esprimere alcune perplessità. Innanzitutto perché queste iniziative non hanno la loro sede naturale all’Onu, ma in un’improvvisata ed estemporanea conferenza? Perché il mondo è così restio a rispettare e valorizzare le sedi istituzionali di dialogo? Perché, se c’è un gravissimo problema, anziché discuterne in casa si preferisce andarne a parlare in strada? Libere violazioni in libero dialogo? Strana regola nel diritto internazionale!

Secondo punto. Perché queste iniziative si prendono a babbo quasi morto e non agli inizi o addirittura prima dello scoppio delle crisi internazionali? Non mi si dirà che la situazione dei rapporti tra Russia e Ucraina non si conosceva da tempo. Non mi si dirà che prima di discutere bisogna aspettare sangue, lutti e distruzioni. Non mi si dirà che le trattative di pace devono seguire la guerra e non anticiparla. Strana scansione temporale!

Terzo punto. Quale successo possono avere conferenze di questo genere allorquando mancano sostanzialmente i protagonisti principali, vale a dire Usa, Cina e Ue e quindi tutti partecipano alla spicciolata in una passerella più mediatica che diplomatica? Quale significato possono comportare pronunciamenti sui quali mancano le firme di tanti Paesi, proprio quelli non allineati, dai quali dovrebbe venire un impulso importante verso la pace o almeno la non belligeranza o almeno il contenimento degli effetti della belligeranza?

Quarto punto. Non è giunto il momento di abbandonare le chiacchiere e provare a fare passi concreti che comportino rinunce e sacrifici da parte di tutti e non solo sterili dichiarazioni di principio? Cosa fa la Ue, che dovrebbe essere geograficamente e politicamente più che mai interessata ad uno straccio di pace nel teatro russo-ucraino? La recente campagna elettorale non ha avuto al centro il tema della pace e ancor meno del contributo che la Ue può dare alla causa della pace. I risultati delle elezioni vanno addirittura in senso opposto, mettendo a soqquadro lo stesso assetto europeo in un paradossale gioco dove sono le ultra-destre a parlare di pace senza alcuna credibilità, mentre popolari, socialisti e c. si leccano le ferite guardandosi bene dal mettere in cantiere iniziative di pace che vadano al di là del manicheo appoggio all’Ucraina e dello stanziamento di fondi per la difesa comune. Difesa di e da cosa? Chiamiamola guerra e così facciamo prima!

 

La Ue dei giochini di Ursula e Giorgia

Politico.eu rivela: “Von der Leyen ha nascosto il report sui media in Italia per avere l’appoggio di Meloni”. La presidente ha chiesto di rinviare la pubblicazione del documento che conferma i timori di Bruxelles sul controllo dei media da parte del governo della destra. Si deve assicurare i voti di FdI per il secondo mandato. Ursula von der Leyen avrebbe rallentato l’approvazione definitiva di un rapporto ufficiale dell’Unione Europea che critica l’Italia per l’indebolimento delle libertà dei media, nel tentativo di ottenere il sostegno di Roma per un secondo mandato come presidente della Commissione Europea. Lo scrive sul suo sito online Politico.eu. Secondo quanto riferito da quattro funzionari, un’inchiesta della Commissione ha evidenziato un giro di vite sulla libertà dei media in Italia da quando la premier Giorgia Meloni è entrata in carica nel 2022. (da Huffpost)

E brava Ursula!  Se vera, l’indiscrezione metterebbe seriamente a repentaglio la sua reputazione e confermerebbe i penosi giochini con Giorgia Meloni: la prima ansiosa di rimanere a tutti i costi alla presidenza della Commissione Ue, la seconda propensa a inserire Fratelli d’Italia nel borsino della Ue.

La delusione per la Von der Leyen è sempre più grande, la disistima per la Meloni sempre più motivata. Non so se il loro gioco riuscirà a superare le barriere che si dicono innalzate verso l’ingresso di FdI nella maggioranza parlamentare di Strasburgo. Al riguardo sembra che abbia avuto un certo effetto la clamorosa indagine di Fanpage sul neofascismo giovanile nelle file del partito della Meloni. All’estero, come spesso succede, su certe cose sono molto più attenti e suscettibili che in Italia.

Cosa dirà Salvini e come reagiranno i parlamentari europei della Lega capitanati da Vannacci? Si distingueranno e si collocheranno con l’estrema destra, mentre Forza Italia avrà il broncio per essere stata tagliata fuori da questo accordicchio Ursula-Giorgia (avrà magari un contentino a livello di commissari)?

La Meloni dopo essersi convertita alla Nato, metterà da parte ogni perplessità sulla Unione Europea, continuando a prendere le rincorse internazionali per dribblare i problemi interni? I giri di valzer opinionisti sono la sua specialità, non c’è argomento su cui non abbia cambiato il giudizio e la linea politica. Come riuscirà a tenere insieme il suo opportunistico europeismo, che la porterebbe, seppure di straforo, nel perbenismo democratico di Strasburgo e Bruxelles, con il neofascismo delle sue file che la butterebbe nelle braccia dei partiti estremisti di destra o almeno in quelle di Marine Le Pen, è tutto da scoprire.

Sul ruolo dell’Italia in Europa nel post elezioni si sofferma Agostino Giovagnoli su Avvenire. Per ora cedo volentieri a lui la parola, ma mi riservo di ritornare molto presto sull’argomento.

La brutta campagna elettorale per le europee non fa ben sperare. E il dopo-elezioni non mostra un salto di qualità. Si discute molto di vicepresidenze o di commissari europei assegnati all’Italia o di un possibile voto a favore di Ursula von der Leyen da parte di Fratelli d’Italia. Ma questo partito è considerato inaffidabile sotto il profilo dell’europeismo da socialisti, liberali e una parte dei popolari europei e cioè dalla probabile maggioranza che governerà l’Europa. Ciò rende difficile al nostro Paese svolgere un ruolo veramente incisivo e danneggia gli interessi italiani vitalmente legati al futuro dell’Europa. Se Fratelli d’Italia prendesse oggi una posizione chiara a favore dell’unità europea – la fedeltà alla Nato non basta – e mettesse in campo un’iniziativa efficace con altre forze sinceramente europeiste, l’Italia salverebbe l’Europa e ne diventerebbe il Paese guida. Ma, naturalmente, questo è solo un sogno: la realtà è che nell’attuale maggioranza di governo c’è chi afferma, contro ogni evidenza, che esistano una sovranità nazionale e una sovranità europea tra loro contrapposte. Mentre De Gasperi parlava di amore per le patrie nazionali e di comune patria europea come di un unico sentimento.

 

 

La reazione francese

Nel 2002 lo sgomento causato dalla prospettiva di un Presidente di estrema destra, condusse – tra i due turni – quasi tutti gli altri partiti, l’opinione pubblica e gli artisti ad una mobilitazione a favore di Chirac contro Jean Marie Le Pen. Numerose ed imponenti manifestazioni ebbero luogo in tutta la Francia. Al secondo turno venne eletto Chirac, che beneficiò del «fronte repubblicano» e dei voti di praticamente tutti gli altri partiti; fu eletto con la percentuale record del 82,21%, superiore anche a quella che Luigi Napoleone Bonaparte aveva ottenuto (ma al primo turno) alle elezioni presidenziali del 1848 (74,33%). (da Wikipedia)

Sono passati più di vent’anni e non credo che ci sarà una simile mobilitazione ad excludendum verso il Rassemblement National di Marine Le Pen che candiderà Jordan Bardella a premier alle prossime elezioni per eleggere il nuovo parlamento francese, indette da Macron quale verifica e messa in discussione del suo disastroso esito elettorale europeo.

Come sostiene Francesca Schianchi, inviata a Parigi de La Stampa, è probabile che Macron creda ancora nella possibilità di quel fronte repubblicano che, a partire dalla sfida Chirac-Le Pen padre nel 2002 e poi altre due volte tra lui stesso e Le Pen figlia, ha fatto sì che forze politiche ed elettori anche distanti convergessero sul candidato moderato pur di escludere quello più estremo. L’affluenza alle Europee è stata del 52%: lo spettro estremismo potrebbe alzarla portando al voto chi ha disertato. Il leader di sinistra Jean-Luc Mélenchon ha chiamato a raccolta forze di sinistra, mentre cittadini scenderanno in piazza a Parigi e Marsiglia e, dalle colonne di Le mond, 350 intellettuali, tra cui l’economista Thomas Piketty e la premio Nobel Annie Ernaux, firmavano un appello per «impedire all’estrema destra di governare il Paese».

La destra non è più così isolata e non suscita più paure ancestrali a livello di pubblica opinione. Evidentemente Macron avrà le sue buone ragioni per un simile redde rationem, così ravvicinato da pensare che fosse già stato messo in preventivo prima delle elezioni europee: a mali estremi, estremi rimedi? Non saprei cosa pensare se non che il Presidente francese stia costituendo una delusione pazzesca a livello di cerchiobottista politica internazionale (tra le telefonate con Putin e le fughe in avanti a supporto di Zelensky), nonché per le proteste sociali che ha innescato in continuazione. In parole povere non sembra capace di governare. Può darsi che questa impressione sia presente anche nel popolo francese e quindi che scatti un comportamento verso la prospettiva Le Pen simile a quello italiano verso Giorgia Meloni: proviamo la Le Pen, tanto…

Il discorso non riguarda solo i francesi, ma tutti gli europei considerato il ruolo fondamentale della Francia nella Ue. Fatto sta che l’Italia sta facendo scuola: forse Giorgia Meloni non si aspettava un simile risultato della Le Pen (due galline nel pollaio della destra-destra), che rimette in gioco Salvini, storico alleato della Le Pen e che disturba non poco il ruolo di battitore libero in cerca di spazio a cui punta decisamente la nostra premier anche se sono partiti subito i veti incrociati nei suoi confronti da Jean-Claude Juncker, dai socialisti e dai liberali. In Italia i commentatori politici si sono precipitati ad enfatizzare il relativo (3% in più e 630.000 voti in meno) successo elettorale della Meloni, salutandolo come un importante scatto di ruolo dell’Italia in Europa, dimenticando che tra l’altro i voti non si contano, ma si pesano e le bilance europee sono immediatamente partite al ribasso. Cosa dirà Meloni a Macron? I due non si amano, ma si dovranno pur parlare al G7. Salvini sarà il convitato di pietra (ha definito Macron un criminale, un guerrafondaio e un bombarolo) anche se i problemi vanno ben oltre le sparate salviniane.

Mi sono chiesto in questi giorni se sia più di destra la Meloni o la Le Pen: entrambe hanno un passato politico imbarazzante, ma stanno navigando con molta furbizia, anche se personalmente preferisco i padri (Jean Marie e Giorgio: molto più diretti e sinceri) alle figlie. Giorgia, entrando nella fase governista della carriera, ha saputo e dovuto convertirsi, più o meno convintamente e linearmente, alla religione più filo-americana che filo-europea.  Marine è ancora nella fase estremista e barricadera e si può permettere il lusso di sparare a zero: Macron, come subordinata al precipitoso ridimensionamento elettorale della scomoda competitor, la vuol portare sul terreno difficile delle responsabilità di governo laddove le promesse stanno in poco posto e i nodi internazionali vengono al pettine.

Concludendo, la scena italiana è occupata (non oso dire ingombrata per non passare da maschilista) da due donne: Meloni e Schlein. Quella europea da due donne: Meloni e Le Pen. Il protagonismo delle donne non mi dispiace, ma lo avrei voluto basato su ben altri presupposti e su aperture politiche più democratiche e progressiste. È vero che quanto si perdona per tanto tempo agli uomini, lo si rinfaccia immediatamente alle donne. Comunque fra i mali al femminile scelgo una via di fuga: spero ancora nella Schlein anche se non l’ho votata.

 

La mummia americana e la ballerina de noantri

G7, la leadership paralizzata dell’Occidente davanti a guerre e crisi che avanzano. Dietro i lustrini del summit, la pochezza delle decisioni, e un mondo ostile, impoverito e non rappresentato. Biden immobile, spaesato, ricorda il Breznev mummificato sulla Piazza Rossa, simbolo dell’Urss morente. (La Stampa – Domenico Quirico)

Sintesi perfetta! Mi permetto solo di aggiungere alcune mie riflessioni, brevi e piuttosto acide.

In questo tragicomico balletto si è aggirata una prima ballerina, roba da fare invidia a Carla Fracci.

A proposito di balletti (che lui non poteva soffrire), mio padre mi raccontava come sul palcoscenico del teatro Regio durante una rappresentazione (non ricordo se di Gioconda o di Aida) i ballerini non si reggessero in piedi a causa delle “merde” dei cavalli, abbagliati ed emozionati dalle luci della ribalta. Furono costretti ad intervenire alcuni inservienti per ripulire gli spalti: lascio ai lettori immaginare le risate del pubblico.

Al teatro Regio giustamente si rideva, in collegamento col G7, svoltosi in Puglia, si sarebbe dovuto piangere, invece appalusi a scena aperta a Giorgia Meloni, la più eclettica ed insulsa dei protagonisti di una stagione politica infame.

Seconda riflessione. Non ho capito cosa sia andato a fare al G7 papa Francesco: come scritto in un mio precedente commento, prima di arrivare a destinazione aveva sferzato quelli che si sentono potenti e sono miseramente deboli. Sembrava quasi una stoccata alla Enzo Iannacci, invece c’era di mezzo il Vangelo. Al summit baci, abbracci e bisbigli diplomatici. Gesù a dir poco avrebbe impugnato una frusta…

Terza riflessione. Possibile che negli Usa non ci sia nessuno capace di invitare caldamente Joe Biden a ritirarsi in buon ordine per motivi di salute personale e di salute pubblica mondiale. Il rischio infatti è di fornire un perfetto assist a Donald Trump. Una mia carissima amica, tempo fa, aveva pronosticato, in clima hollywoodiano, la candidatura alla Casa Bianca di George Clooney: una bella provocazione. Magari sulla deprimente scena politica internazionale potrebbe costituire un’americanata pazzesca ma anche una ventata di affascinante protagonismo cinematografico, altro che la claudicante ballerina de noantri.

 

 

 

 

Le giocatrici “al politico”

Devo confessare che, dal punto di vista mentale, la sto facendo grossa, rischiando la più acrobatica e presuntuosa delle opinioni controcorrente nonché il più volgare dei giudizi maschilisti. Non ne posso proprio più e la sparo a costo di scandalizzare.

Le tanto osannate Giorgia Meloni ed Elly Schlein mi sembrano due bambine che giocano “al politico”. Tra bambini di sesso diverso un tempo si giocava “al dottore”, prefigurando infantilmente i giochi erotici poi sognati nell’adolescenza, realizzati nella giovinezza, sprecati nella maturità e rimpianti nella vecchiaia.

Sono veramente stanco di vedere l’attenzione quasi esclusiva puntata su due donne, che, pur ammettendone le dovute differenze sul piano etico, culturale e politico, pur rischiando un’analisi piuttosto spietata e sommaria (da non prendere alla lettera, ma come provocatorio invito a giudicare spassionatamente), non hanno proprio niente per essere leader credibili: una storia poco interessante, una cultura molto debole, un’esperienza purchessia, una personalità sfuggente, un’eloquenza manierata, una intelligenza modesta, un carisma fumoso. Mi fermo qui.

In realtà sono due leader di cartongesso, due personaggi mediaticamente scelti per riempire il vuoto pneumatico della classe dirigente politica: bisogna pur interessarsi di qualcuno, non si può tacere e allora bisogna inventarsi due Italie per due vincitrici delle elezioni europee (La Stampa).

Per Giorgia Meloni il gioco si sta facendo sempre più difficile: non le basta giocare al politico, vuole giocare allo statista, nonostante i continui e inquietanti impeachment a livello di neofascismo, sui quali  non trova di meglio che farsi scudo dietro gli indecenti Italo Bocchino e Mario Sechi (specializzati nella difesa dell’indifendibile) o glissare per evitare guai peggiori oppure tacere per non perdere la faccia verso il suo impresentabile zoccolo duro che tuttavia le dà voti e soprattutto le garantisce la continuità con un tesoretto storico-culturale inconfessabile ma irrinunciabile.

L’unica vincitrice tra i premier europei e mondiali, usciti malconci dalle urne o comunque assai deboli come protagonisti al limite dei comprimari, deve illudersi di poter essere una primadonna e molti la considerano tale e la stanno spingendo sulla scena convincendola, semmai non lo fosse già in proprio, di essere la miglior fica del bigoncio.

Vorrei capire su quali basi la giudicano intelligente, in che senso la considerano furba, come fanno a sopportarne l’arroganza, con quale coraggio la vedono una donna decisa (a cosa?), con quanta generosità la vedono adatta a guidare un Paese in una fase storica così drammaticamente problematica.

Personalmente sono rimasto al giudizio lapidario che ne diede Edith Bruck, non certo l’ultima arrivata, all’indomani della sua vittoria nelle elezioni politiche del settembre 2022: «Le donne devono avere accesso alle più alte cariche dello Stato. Meloni sarà la prima donna premier (in Italia n.d.r.) e questo non è un bene in sé. Anzi: spesso, nei posti di vertice, le donne diventano peggiori degli uomini: tendono a volerli superare, e fanno peggio di loro, sono ancora più spietate. Nei campi di concentramento, le kapò che ho incontrato erano peggiori degli uomini: inumane, cattive. Non è un fatto strutturale, naturalmente, ma di contesto. Non sono sicura che il Paese sia maturo abbastanza per lasciare che una donna al posto di comando riesca a essere chi è davvero. Meloni è circondata da uomini di un certo tipo, lavora in una struttura di un certo tipo. È amata da chi le dice cose terribili come “hai le palle”, cioè: vali perché sei come un uomo». (dal quotidiano La Stampa del 27 settembre 2022)

Invito chi mi legge a verificare il giudizio di Edith Bruck alla luce di questi quasi due anni di premierato meloniano. Potremmo dire: come volevasi dimostrare. Ha ancor più persone intorno a tutti i livelli che la ritengono dotata di palle, mentre in realtà le uniche sono quelle che racconta e che molti credono, non so fino a quando. Ha pessimi consiglieri che non la aiutano a governare, ma solo a vincere (se vincere può voler dire anche perdere oltre 600.000 voti). I media di cui si è proditoriamente impadronita la incensano a più non posso, gonfiano la mongolfiera, saltano sul carro del vincitore prima e dopo averla issata sul carro.

Se Berlusconi era un leader di plastica, Giorgia Meloni non è da meno, infatti, come dice simpaticamente Marco Travaglio, ne è un clone, aggiungo io, a dispetto del “Santo” di Arcore. Non so se piaccia veramente alla gente che la vota, forse i più la stanno a guardare e la sopportano in attesa che da bambina viziata si trasformi in vera donna con tutte le auto-conseguenze del caso.

E passiamo ad Elly Schlein. Se la Meloni mi indispettisce a prescindere dal neofascismo che sta nel suo dna e che si trasforma in autoritarismo che sprizza dai pori della sua pelle, la segretaria del PD mi fa compassione dal tanto che mi appare inadeguata al ruolo. Ad Elly Schlein si attaglia la gag calcistica immaginata da mio padre: durante una partita di calcio un giocatore si avvicinò all’arbitro che stava facendone obiettivamente di tutti i colori. Gli chiese sommessamente e paradossalmente: «El gnu chi lu cme lu o agh la mandè la federassion » (Lei è stato inviato ad arbitrare questa partita dalla Federazione o è venuto qui spontaneamente, di sua iniziativa?). Si beccò due anni di squalifica.

Non ha il carisma, la preparazione, la sensibilità e la personalità che sarebbero necessarie per guidare un partito di sinistra. Mio padre (e dalli…) a volte, quando era costretto ad esprimere giudizi su diverse persone nei vari campi in cui operavano (politica compresa) si accontentava di concedere sommessamente e solamente: «Al ‘n é miga un gabiàn…». Non ho approfondito e stabilito da dove venisse questo suo modo di dire: probabilmente il richiamo al “gabbiano” era dovuto al fatto che questo uccello si diverte a rovistare nella spazzatura, nel “rudo” e quindi non dimostra di essere un mostro di furbizia. Per Elly Schlein possiamo concludere che non è una gabbiana: poco per essere la rappresentante in pectore di un’altra Italia.

Come abbia fatto a scalare la cima del monte piddino resta tuttora un mistero: il fascino della novità in mezzo alla più vuota continuità, una donna giovane che imbarazza gli uomini del partito, una ventata di aria fresca sotto la cappa di aria pesante. Ho cercato ripetutamente e seriamente di trovare questi elementi di speranza, ma non li ho trovati. Qualcuno mi dice che sono schiavo di un passato legato a personaggi di statura politica altissima e quindi rischio di essere un nostalgico. Un po’ è vero, lo ammetto, ma senza tirare in ballo i mostri sacri del pantheon piddino (Moro, Berlinguer e Prodi per tutti), venendo ad un passato più recente vale a dire ai Veltroni, Franceschini e Bersani (mi fermo lì perché effettivamente dopo c’è stata una contradditoria successione di personaggi comunque di livello), emerge un gap qualitativo incolmabile anche con le migliori intenzioni.

Elly Schlein è umanamente assai più accettabile di Giorgia Meloni, è portatrice di una linea politica lontana mille miglia dall’inqualificabile e insensato populismo di destra della Meloni, non ha scheletri nell’armadio della storia come succede al partito di Fratelli d’Italia, che pensa di coprire tutto con i consensi elettorali (chi è votato infatti non ha sempre ragione, addirittura in breve volgere di tempo può passare dall’altare alla polvere con la risurrezione persino eccessiva degli scheletri sepolti o dimenticati).

Anche lei però, pur concedendole un’ammirevole umiltà e una trasparente sincerità, mi dà l’impressione di improvvisarsi o di essere improvvisata come fantomatica salvatrice del popolo della sinistra, di giocare a fare il segretario del PD e la federatrice dell’area di centro-sinistra. Ultimamente ha finalmente detto qualcosa di sinistra a trecentosessanta gradi esprimendo, come scrive Annalisa Cuzzocrea su La Stampa, preoccupazione per le diseguaglianze del Paese, per i problemi di chi ha un lavoro precario e non ha casa, di chi è italiano a tutti gli effetti e non ha cittadinanza, di chi ha bisogno di cure e non se le può permettere, di chi si sente escluso e va tenuto dentro. Non basta per trascinare un partito, per assemblare un’area, per convincere gli elettori, per candidarsi a governare un Paese.

Queste due donne si stanno sostenendo e valorizzando a vicenda: il discorso è pilotato da Meloni e subìto, in un certo senso, da Schlein. La personalizzazione dell’una aiuta la personalizzazione dell’altra!? Personalizzano senza personalità. Rischiano di brillare tatticamente di luce riflessa. Può andar bene per chi ha (Meloni) un concetto pragmatico dell’esercizio del potere, non è assolutamente raccomandabile a chi dovrebbe avere (Schlein) un concetto ideale di potere al servizio della (povera) gente.

 

 

 

Il convitato di pace

«La mentalità mondana chiede di diventare qualcuno, di farsi un nome a dispetto di tutto e di tutti, infrangendo regole sociali pur di giungere a conquistare ricchezza. Che triste illusione! La felicità non si acquista calpestando il diritto e la dignità degli altri». Un’evidenza che si manifesta in tutta la sua drammaticità oggi. «La violenza provocata dalle guerre mostra con evidenza quanta arroganza muove chi si ritiene potente davanti agli uomini, mentre è miserabile agli occhi di Dio. Quanti nuovi poveri produce questa cattiva politica fatta con le armi, quante vittime innocenti! (Papa Francesco per la Giornata mondiale dei poveri)

Il teologo e biblista padre Alberto Maggi sostiene che il fato non esista e allora da chi viene la strana combinazione tra la celebrazione della Giornata dei poveri e quella del G7? Ci ha pensato il Papa a mettere in corrispondenza i due fatti con le parole di cui sopra. Miglior biglietto da visita non poteva presentarlo ai grandi (?) della terra riuniti a Borgo Egnazia, che si apprestano ad accoglierlo.

Due potenti richiami: uno all’umiltà perché “Dio abbatte i superbi e innalza gli umili”, uno alla pace perché è il bene supremo, premessa e conseguenza di ogni altro bene. Si parlerà di intelligenza artificiale, ma la lingua dovrebbe battere dove duole il dente della guerra.

L’accordo tra i partecipanti al G7 è stato prontamente trovato sugli aiuti all’Ucraina tramite la confisca degli utili provenienti dai beni russi congelati: non un granché come atto di generosità verso l’Ucraina, oltre tutto di dubbia agibilità e di chiara provocazione verso la Russia. Se si pensa di avviare processi di pace in questo modo…

Assai meno facilmente è stato trovato l’accordo sul diritto all’aborto che è stato strumentalizzato da Macron per togliere la sordina elettorale dalla sua partecipazione al vertice nonché da Giorgia Meloni che ha voluto far credere di essere forte dopo la vittoria elettorale con il suo penoso “Dio, patria e famiglia”.

Non sono né abortista né antiabortista e quindi non mi piace nel modo più assoluto che questo argomento così delicato sia stato oggetto di meschine trattative tra i cosiddetti potenti della terra. Siamo alle reciproche ipocrisie. Le donne hanno bisogno di altro rispetto ai finti progressismi francesi e agli opportunistici revanchismi italiani.

Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, dall’alto del suo pulpito politico-culturale, se ne è uscito così: «Non so se a un G7 a cui partecipa anche il Papa fosse opportuno citarlo (l’aborto, ndr), se hanno scelto di non metterlo ci sarà una ragione più che condivisibile».  Dalla padella alla brace: dalla falsa querelle sulla pelle delle donne alla messa in discussione della laicità della politica. Evviva gli ignoranti prestati alla politica.

Avevo espresso dubbi sulla opportunità della scelta papale di partecipare a questo consesso in quanto esisteva il rischio di offrire un perfetto assist al governo italiano e alla sua premier. Come volevasi dimostrare: la premier ha restituito il favore con questa stupida impuntatura antiabortista, come se il Papa fosse un questuante alla ricerca di piccoli favori etici.

Non resta che sperare nello Spirito Santo, che, come dicevo all’inizio, ha messo a confronto l’arroganza dei grandi con la sofferenza dei piccoli. L’arbitro (il Papa) ha detto di stare dalla parte dei piccoli e loro cercheranno di corromperlo con salamelecchi, promesse e inchini.

Avere le riforme in pugno

Altro che dialogo. Sulle riforme si consuma una delle pagine più tristi della storia parlamentare. Tra violenza fisica, violenza verbale e violenza di gesti tristemente evocativi, alla Camera dei deputati si perde il senso della misura, e la battaglia sull’autonomia differenziata sfugge non solo al bon ton (cosa tutt’altro che nuova negli emicicli), ma va oltre i limiti della decenza. La segretaria del Pd Elly Schlein chiede l’interruzione dei lavori, impossibili «in un clima di violenza». Lo stesso grida il presidente di M5s Giuseppe Conte. Sconcertato, il presidente della Camera Lorenzo Fontana sospende i lavori e convoca la conferenza dei capigruppo. 

(…)

Dopo un nuovo stop, il pentastellato Leonardo Donno va verso il ministro Calderoli e gli porge la bandiera nazionale. Calderoli la schiva, pur trattandosi del Tricolore (salvo poi spiegare: «Non bisogna mai cadere nelle provocazioni. Non so con che intenzioni uno si avvicini»). Ed è lì che scoppia la rissa in cui si “distingue” il leghista Igor Iezzi, che sferra diversi pugni. Donno crolla a terra, poi lascia l’emiciclo su una sedia a rotelle. In serata citerà tra i suoi aggressori anche Candiani (Lega) e Cangiano e Amich di Fdi. Dall’ospedale Santo Spirito, dove è stato condotto per accertamenti, ha resto noto l’intenzione di denunciarli: «Mi hanno colpito allo sterno, mi hanno tolto il fiato». (dal quotidiano “Avvenire”)

Le riforme devono passare a tutti i costi: ringalluzziti dal risultato elettorale i parlamentari di FdI e Lega la mettono giù dura, passano alle vie di fatto. Ma cosa volete che sia una scarica di pugni ad un avversario politico!? Un incidente di percorso. Andiamo pure avanti così, da cosa nasce cosa e alla fine dove si arriverà non si riesce a capire. Qualcuno sorride, riducendo il tutto alle solite manfrine parlamentari, fidandosi degli anticorpi democratici in grado di resistere ai colpi intimidatori. La nostra democrazia ha gli anticorpi, ma come succede per i virus, anche se uno è vaccinato, non per questo deve sottovalutare il rischio di ammalarsi di nuovo.  E la democrazia italiana mi sembra a rischio virale forte.

Sarà squadrismo? La storia tenderebbe a dire di sì e imporrebbe una seria presa di distanza. Ma cosa volete mai, la premier Meloni è in tutt’alte faccende affaccendata, il presidente della Camera non sa nemmeno quel che sta facendo, in molti si sono montati la testa e pensano che i dibattiti parlamentari siano un lusso per i radical-chic, che il popolo ne abbia piene le scatole dei riti e voglia politici che vanno per le spicce, che Giorgia… uber alles.

La storia si ripete con maschere diverse e oggi abbiamo il nazionalpopulismo che è diverso dal fascismo perché non si scaglia violentemente contro la democrazia ma più perversamente la vuole smantellare sventolandone il vessillo, come l’indipendentismo catalano che ha ingannato tutti spacciandosi per democratico. Come le destre europee che non vogliono più uscire dall’Ue ma svuotarla da dentro. Serve spiegare, oggi più che mai. (La Stampa – dall’intervista a Javier Cercas, scrittore spagnolo)

Nel mio piccolo sono perfettamente d’accordo, anche se certe manifestazioni esterne e sintomatiche di fascismo all’antica possono essere un corollario al nazionalpopulismo moderno. Ecco perché preferisco, come si suol dire, stare nei primi danni e con le antenne ben dritte.

Mi permetto di dare un consiglio ad Elly Schlein: attenzione a non farsi tirare nella presuntuosa e devitalizzante reciproca legittimazione. Attenzione a non sacrificare la sacrosanta intolleranza verso metodi di stampo fascista e verso contenuti di tipo nazionalpopulista sull’altare del riconoscimento del Pd quale interlocutore egemone. Potrebbe essere una trappola fatale!

Tollera oggi, tollera domani, un saluto fascista oggi e uno domani, una sottovalutazione oggi e una domani: non dimentichiamoci che sul fascismo e i suoi metodi non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole voltare pagina, non capendo che coi vuoti di memoria occorre stare molto e poi molto attenti e che (come direbbe mio padre) “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “.

 

Le nozze europee coi politici secchi

La verità, che nessuno ammetterà, è che l’unità politica dell’Europa sta trasformandosi in un fantasma. Gli Stati fondatori conoscono la crisi forse definitiva dei soggetti politici che l’avevano pensata. Gli Stati che via via si sono aggregati concepiscono l’unità in funzione e in difesa dei propri interessi nazionali e non nel senso di una limitazione della propria sovranità. Nessuno di loro accetterebbe mai l’art. 11 della nostra Costituzione. Su tutto questo incombono le elezioni americane. L’Occidente, piaccia o no, dalla prima Grande Guerra non è più europeo, ma americano. L’ultima parola spetta per forza e per diritto a questo Impero, e, Incredibile dictu, a pronunciarla, salvo catastrofi dell’ultima ora, saranno Biden o Trump… (“La Stampa” – Massimo Cacciari – filosofo, saggista, politico e opinionista)

La fotografia della situazione europea è perfetta anche se deprimente. Non rimane che rassegnarsi ad un’Europa esclusivamente finanziaria e tecnocratica guidata dai mercati e coordinata dalle banche centrali, con a capo, nella migliore delle ipotesi, un personaggio come Mario Draghi (sarebbe il meglio del peggio)?

Occorrerebbe una vera e propria rifondazione della Ue. Condotta da chi a livello di Stati e di classe politica? La Francia e la Germania versano in una situazione di gravissima debolezza e senza di loro nessun processo unitario può esistere. I personaggi che si aggirano sulla scena sono pateticamente inadeguati. Ci apprestiamo a vivacchiare in attesa di tempi ancor peggiori.

Eppure la speranza è l’ultima a morire.

Quali sono i fattori negativi da tempo in azione, se vogliamo, esplosi nelle urne della recente consultazione elettorale europea, e che stanno devitalizzando progressivamente l’Unione europea?

Il principale partito, il Ppe, ha perduto totalmente la sua ispirazione cristiana e con essa la sua vocazione europea: è diventato un partito di puro mantenimento e di mera gestione del potere senza alcun slancio riformatore, un partito galleggiante sui problemi, senza un minimo di fantasia, un partito doroteo. Speriamo faccia almeno da argine rispetto alle destre estreme in odore di vittoria, senza scendere più di tanto a patti col diavolo neofascista e neonazista.

Il socialismo democratico ha perso il mordente riformista e più che costituire il contraltare progressista del Ppe ha finito col diventare simile ad esso sprecando cultura, storia, esperienza e legami sociali. Usando una metafora che avviai all’inizio degli anni novanta, è diventato la seconda bottega in cui entrare per acquistare e consumare i surrogati della politica.

La gente è passata da un’iniziale interesse per il processo di unificazione europea allo scetticismo se non addirittura all’ostilità, influenzata dal problema migratorio e dai rigurgiti nazionalisti (sovranismo) e dalle spinte dell’antipolitica (populismo).

Il circolo è vizioso e romperlo non sarà certamente facile. Intravedo la via della riscoperta valoriale, per la quale il cristianesimo, al di là del formale inserimento dei principi nello Statuto, può rappresentare uno stimolo alla rinascita degli ideali di pace, solidarietà e giustizia che dovrebbero stare alla base dell’Unione europea. Questa spinta però non può venire solo dall’alto delle gerarchie ecclesiali, ma anche e soprattutto dalla base, vale a dire dalle coscienze rinverdite dei credenti.

Lo stesso discorso vale in senso laico per il socialismo democratico: per trovare il problematico approccio al riformismo moderno bisogna partire dai valori e non dai problemi apparentemente insolubili e non dalle emergenze sempre più normalizzate e sfuggenti. All’Europa manca il respiro del polmone socialista: nemmeno i verdi riescono a scuotere i socialisti in senso pacifista e solidarista (si pensi al fatto che in Germania i verdi sono più bellicisti dei socialisti).

Per la gente demotivata, astensionista e confusa dovrebbero essere i giovani a gettare il sasso nel pantano, a smuovere le acque: non soffrono i retaggi del passato, credono nel superamento delle barriere territoriale e culturali, hanno un loro modo di intendere la politica al di fuori degli schemi tradizionali.

Questi discorsi valgono anche per il nostro Paese, che sta dando una verniciata equivoca all’europeismo con un governo che finge di credere all’Europa per puro opportunismo politico e si pone in atteggiamento passivo rispetto agli Usa e alla Nato. All’attuale governo italiano le cose vanno bene così: c’è modo di meglio nascondere le proprie vergogne in un contesto amorfo e bloccato.

Sono diversi i pretendenti al collegamento col Ppe: gente che vuole succhiare la ruota europea guardandosi bene dal contribuire a qualche cambiamento; probabilmente saranno tutti spiazzati da Giorgia Meloni che riuscirà a tenere i piedi in due scarpe aiutata semmai dalla calzolaia Ursula.

A sinistra forse qualcosa si sta muovendo: gli unici socialisti (mi riferisco al Pd e ad Avs) ad aver raccolto un po’ di consenso in più. Attenzione a non sprecarlo nelle solite diatribe divisive e inconcludenti.

Quanto alla gente italiana e ai giovani italiani non saprei cosa dire. Vale quanto detto su scala europea, il discorso però è complicato da politiche che soffiano sul fuoco dell’anti-immigrazione e da non politiche che spingono i giovani ad emigrare.

I cattolici italiani poi sono un mistero: stando alle indagini sociologiche, desidererebbero un centro moderato mentre la politica bene o male va verso un bipolarismo spiazzante per formazioni centriste non subalterne a FdI e Pd. È pur vero che l’attuale quadro partitico è molto precario, ma la DC è irripetibile, il PD è troppo radicale e laico, FdI non può stare alla destra del Padre, Forza Italia puzza di berlusconismo, un nuovo partito è roba da visionari. Rimane l’impegno europeista di cui sopra, anche se la noce di Marco Tarquinio nel sacco del Parlamento europeo farà poco rumore. Ricordiamoci che potrebbe bastare un pizzico di lievito per far fermentare la farina europea.

C’è da dire una cosa per quanto riguarda l’Italia (en passant l’ha detto molto acutamente anche Cacciari). L’articolo 11 della nostra Costituzione recita così: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Siamo d’accordo? Pensiamo che in occasione della festa della Repubblica, al Presidente Mattarella, per averla parafrasata nel suo intervento celebrativo, qualcuno ha chiesto le dimissioni. Povera Italia e povera Europa!