Ribellarsi è un dovere

Al centro delle polemiche l’invito alla «rivolta sociale» lanciato dal leader Cgil e la frase della premier che si è lamentata di dover essere al lavoro a Budapest nonostante la malattia perché priva di diritti sindacali. Landini, ieri in piazza con i lavoratori del tpl. «Non ho proprio nulla da rettificare, anzi voglio rilanciare con forza». «Loro cosa stanno facendo?», dice rivolto al governo. «Stanno aumentando i soldi per comprare le armi, stanno aumentando la precarietà, stanno tagliando e stanno favorendo quelli che evadono il fisco. E questo sarebbe possibile mentre non è possibile dire che c’è bisogno di una rivolta sociale? Aggiungo che ci siamo rotti le scatole, perché non è più accettabile che quelli che tengono in piedi questo Paese siano quelli che non sono ascoltati e che non vengono rappresentati».

«Per impedire gli scioperi bisogna dare le risposte ai lavoratori, ai cittadini. Se il governo vuole evitarli, deve rinnovare i contratti, mettere le risorse necessarie e accettare il confronto con i sindacati, cosa che non sta facendo», insiste il leader Cgil. E si dice pronto a regalare alla premier il libro «L’uomo in rivolta» di Camus. E dice che «era più facile trattare con Draghi a palazzo Chigi: con lui abbiamo sottoscritto degli accordi mentre questo governo trattative e accordi con i sindacati non ne vuol fare. A meno che noi non diciamo che va bene quello che lei sta facendo. Questo è il pericolo che vedo».  (dal quotidiano “Il manifesto” – Andrea Carugati)

Da tempo, sgomentato dalla penosa situazione passivamente subita dalla gente, penso a quella che io preferisco chiamare ribellione civile (se non è zuppa è pan bagnato rispetto alla rivolta sociale). Forse nella mia idea c’è qualcosa di più profondo, di istintivo, di prepolitico: un moto dell’animo che reagisce alle evidenti storture di un sistema che via via si sta facendo sempre più un regime.

Finalmente qualcuno a livello pubblico ha osato parlare questo duro linguaggio: il sindacato che riprende a fare politica? Bisogna però andare oltre il mero rivendicazionismo spicciolo e/o corporativo (vedi i selvaggi scioperi dei dipendenti dei trasporti pubblici) e la mera protesta di piazza (vedi gli scioperi generali, strumenti che non colgono e non possono rappresentare il diffuso malcontento esistente nella società).

Il sindacato ha al proprio interno un deficit di rappresentatività, una conflittualità intercategoriale, una grossa difficoltà a fare sintesi, elementi che mi fanno dubitare della possibilità e capacità di incarnare una vera e propria rivolta sociale. Forse però non è il caso di sottilizzare e di pontificare: le cose vanno male e bisogna reagire prima che sia troppo tardi. Se aspettiamo che si risveglino i partiti della sinistra, rischiamo di subire nel frattempo gravissimi attentati al vivere civile (dalla Costituzione in giù…).

Da una parte occorrerebbe una forte unità sindacale che purtroppo non esiste, dall’altro lato sarebbe necessario coinvolgere le altre categorie professionali e imprenditoriali che preferiscono concentrarsi sui loro piatti di lenticchie. E poi ci sono i pensionati, i disoccupati, gli immigrati, i poveri assoluti, etc. etc.

Non è il caso tuttavia di fare del perfezionismo socio-politico: quando la casa brucia non si può stare a discutere su chi e come si debba intervenire, bisogna tiare delle secchiate d’acqua, sperando che possano bastare ad evitare il peggio. Poi dovrebbero arrivare i vigili del fuoco, gli specialisti, gli analisti, etc. etc.

Visto che la politica dorme, che i cittadini mugugnano ma tacciono, si astengono, si richiudono nei loro illusori recinti, non resta altro da fare che suonare le campane dal momento che il governo suona le trombe (non sa fare altro!). Basterà a scuotere la coscienza civile degli italiani? Ho seri dubbi, ma bisogna provarci. Potrebbe almeno essere l’inizio di una rifondazione politica della nostra democrazia: un processo che dovrebbe partire dal basso, dalle minime aggregazioni sociali, dalle spinte giovanili, dall’impegno civile del volontariato e dagli impulsi alla solidarietà. Buttiamo quindi qualche sasso in piccionaia, poi non nascondiamo le mani, anzi meniamole pacificamente ma convintamente.

 

 

 

Inflazione informativa e deflazione formativa

A noi resta una domanda: ma davvero il problema del giornalismo è che non deve schierarsi? Facciamo un salto in Italia, a sabato scorso. Alle 16.01 la principale agenzia di stampa, titolava: Valencia, «un cimitero nel centro commerciale». L’attacco è di quelli che sconvolgono: «Un enorme cimitero di acqua e fango avrebbe cancellato la vita di un numero imprecisato di persone…». A quell’ora nei quotidiani si sta iniziando a chiudere il numero della domenica e nelle redazioni dei siti molti sono già andati o stanno per andare a casa. Ma davanti a una notizia non si può stare fermi. Anche il più navigato dei professionisti si immagina le urla, la paura, la disperazione, le lacrime, le ultime parole e le preghiere di chi è rimasto intrappolato in quel parcheggio sotterraneo. L’agenzia prosegue: «I sub dell’Ume hanno dovuto aspettare che la melma fosse prosciugata per aprirsi il passo, ma qualcuno di loro ha già parlato di “un cimitero lì sotto”». Non dice altro. Quindi dobbiamo basarci su quattro parole («un cimitero lì sotto») pronunciate da un sub anonimo. Che sicuramente le avrà dette in buona fede, immaginando anche lui lo strazio che avrebbe trovato.

Così domenica mattina i giornali italiani riportano la notizia in prima pagina, con minore o maggiore evidenza. Alle 12.07 di domenica, però, cambia tutto. L’Ansa titola: «Non ci sono vittime nel parking ad Aldaia». Ovviamente è una splendida notizia, dopo una lunga serie di drammi da Valencia. Non puoi che essere felice. Ma un’amica ti gela con una domanda: com’è possibile che voi giornalisti abbiate dato l’allarme in prima pagina per una tragedia che non c’era, prima di verificare che la notizia fosse vera? Rispondo: sono sicuro che nessuno dei giornalisti coinvolti abbia lanciato l’allarme per calcolo, ma so che ancora una volta qualcosa non ha funzionato, tanto più che i giornali spagnoli non hanno pubblicato la notizia in prima pagina. (dal quotidiano “Avvenire” – Luigi Rancilio)

Innanzitutto complimenti ad “Avvenire” ed al suo redattore per la rara onestà intellettuale e la coraggiosa vena autocritica dimostrate. Mi ha sempre ironicamente turbato il ragionamento di dominio abbastanza comune in base al quale se si assiste direttamente ad un fatto e poi lo si va a leggere nelle cronache dei giornali si fa molta fatica a riconoscerlo.

Quindi l’obiettività dell’informazione è probabilmente da sempre un’autentica chimera. Tutto però dovrebbe avere un limite. Un conto infatti è indicare un fuoco, magari anche ingrandirlo un po’ per rendere l’idea, un conto è soffiarvi sopra per motivi di cassetta o per far piacere a qualcuno o per salire nelle vendite. I giornali e i media in generale si fanno pubblicità falsando la realtà e rendendola più attraente o più spiacevole agli occhi del lettore o dell’ascoltatore. Il discorso vale anche per le immagini messe in circolazione: c’è modo e modo infatti di selezionarle e di presentarle.

Si parte male, falsando la realtà e si continua peggio commentandola in modo superficiale e strumentale. Allora qualcuno potrebbe auspicare un’informazione neutra, amorfa, equidistante.

Per Jeff Bezos, proprietario di Amazon ma anche del quotidiano Washington Post, i giornali per (ri)guadagnare fiducia non devono schierarsi, tanto meno appoggiando un candidato alle presidenziali americane. Peccato che, qualunque siano state le vere ragioni che hanno spinto Bezos a intervenire sul suo giornale per affermarlo, la sua uscita ha fatto disdire in poche ore l’abbonamento al Washington Post a 250mila persone. (ancora una citazione dell’articolo sopra richiamato)

In un certo senso hanno ragione coloro che hanno disdetto l’abbonamento, perché l’informazione neutrale non esiste e, se esistesse, sarebbe la peggiore delle informazioni in quanto lontana dal cervello e dal cuore dei lettori e totalmente devitalizzata a livello di critica verso il potere.

L’importante sarebbe commentare le notizie apertamente e non presentarle in modo subdolo. L’informazione viaggia purtroppo su due binari: quello del potere economico che la spadroneggia direttamente e quello del potere politico che la condiziona e la coinvolge indirettamente. Il terzo binario, quello dei lettori, è un binario morto.

E pensare che per mio padre il giornale quotidiano era un simbolo della sua mentalità. Credo, fatti salvi i giorni di assoluto e totale impedimento, non abbia mai rinunciato al giornale, parola che, come annotava simpaticamente mia madre, era pronunciata da lui in modo dialettale, rotondo nella pronuncia, con una punta di enfasi: “Al giornäl”. E soprattutto negli anni di vita intellettualmente più vivaci, non si trattava del misero, anche se blasonato, quotidiano locale, ma di un giornale che portava in se qualcosa di più rispetto alla lettura parziale e localistica degli avvenimenti: cercava uno strumento di informazione che, seppur discutibile nei suoi contenuti, mettesse lui e tutta la famiglia in condizione di capire cosa stava succedendo al di la “dal cantón con borgh Bartàn”.

Questa sorta di culto della lettura del giornale mi è stato trasmesso pari-pari e l’ho praticato forse fin troppo. In età giovanile e matura sognavo di potermi ritagliare uno spazio mattutino di almeno un paio d’ore da dedicare sistematicamente alla lettura dei quotidiani, in modo da iniziare la giornata con le idee più chiare: una sorta di preghiera laica del mattino. E adesso che ho più tempo a disposizione devo confessare una sorta di scettico distacco, considerata la così scarsa attendibilità e profondità dell’informazione che mi viene propinata, nonché una motivata tendenza a spostare la lettura sui libri.

E ti torna in mente un passaggio dell’Edelman Trust Barometer 2024: «…per cercare di recuperare la fiducia, i giornali e i giornalisti devono impegnarsi a essere più trasparenti su come vengono prodotte le notizie e su come vengono verificate». Sembra facile, ma purtroppo non è così facile. Sulle nostre spalle pesano decenni e decenni nei quali «si è sempre fatto così», pesa la velocità, il fare tanto e spesso in fretta. Pesa una quantità sempre più crescente di notizie da vagliare in sempre meno tempo. Ma la verità è che non ci sono scuse. Per dirla con Justin Smith, cofondatore del sito di notizie Semafor, «per ripristinare la fiducia nell’informazione, dobbiamo guardare avanti, non indietro». Ieri mattina Smith ha pubblicato una lettera aperta a Jeff Bezos dove l’ha invitato a non pensare in maniera vecchia. «Abbiamo bisogno che ti rimbocchi le maniche e ti metta in gioco (…). Abbiamo bisogno di innovazione radicale e leader visionari». Mi permetto di aggiungere: abbiamo bisogno più di giornali bussola che di articoli da cliccare. Tutti. Noi giornalisti ma anche (e soprattutto) noi lettori. (è la conclusione del pezzo succitato)

In Italia siamo letteralmente disastrati: per trovare una voce giornalistica e mediatica critica verso il sistema bisogna cercarla col lanternino, per avere qualche stimolo bisogna cercare l’ago dialogante nel marasma omologante. Ricordo che Antonio Padellaro, quando fondò “Il Fatto Quotidiano”, disse di voler fare un giornale di parte e non di partito. Siamo sommersi da giornali e telegiornali né di parte né di partito: la danno su in modo vergognoso a chi governa e tutto finisce lì. Le poche voci dissenzienti tendono inevitabilmente a monopolizzare la critica rischiando peraltro di renderla scontata e stucchevole. I lettori e gli ascoltatori, sempre più numericamente limitati e culturalmente distratti, la bevono da botte senza accorgersene. E, tutto sommato, paradossalmente possiamo considerarci persone disinformate dei fatti.

 

Il perbenismo è il miglior tifoso della guerriglia

In questi giorni si sono verificati tre episodi di guerriglia (?) giovanile, molto diversi fra di loro, che meritano un commento provocatorio, sopra le righe del perbenismo imperante: l’attacco in Olanda agli ebrei tifosi di una squadra di calcio israeliana; gli scontri a Bologna tra giovani di opposte fazioni politiche; la guerriglia a Torino fra giovani a latere del derby calcistico fra Juventus e Torino.

Il primo episodio viene sbrigativamente bollato come atto di odio antisemita scatenato dalla guerra in atto in medio-oriente. Vi è certamente dell’odio, ma rendiamoci conto che l’odio viene alimentato proprio dalle guerre e quindi chi fa le guerre se lo va a cercare o forse addirittura serve alle ingiustificate cause belliche e rimarrà nel tempo ad impedire ogni e qualsiasi coesistenza pacifica. Non scandalizziamoci quindi, ma lavoriamo alacremente per evitare di rinfocolare conflitti etnici e razziali. Cosa rispondiamo a coloro che sfogano la propria rabbia contro il primo nemico storico che incontrano? Che Netanyahu è un bravo ragazzo che merita rispetto e comprensione? Che i palestinesi sono una brutta razza terroristica che merita di essere cancellata? Che bisogna quindi tifare per Israele? Che l’Occidente deve essere amico di Israele a prescindere dai crimini di cui si sta macchiando? Che la vendetta è il miglior deterrente alla guerra e la strada maestra per giungere alla pace? Purtroppo le manifestazioni di odio antisemita rientrano perfettamente in un clima che stiamo conservando, alimentando e difendendo, poi non stupiamoci.

A Bologna i collettivi antifascisti e Casapound si sono fronteggiati a distanza in via Indipendenza: da una parte il corteo antifascista, sulle scalinate del Pincio pronto eventualmente a scendere in via Indipendenza. Dall’altra parte in via Boldrini invece c’era il corteo di Casapound, con bandiere tricolori e del movimento politico di estrema destra. Dopo gli scontri tra manifestanti e polizia che ha cercato di bloccare la discesa dei collettivi antifascisti dalle scalinate del Pincio, la situazione è tornata ad una relativa calma, con i collettivi che hanno cercato di procedere verso l’autostazione.

Il ministro degli Interni Piantedosi ha chiesto che la politica prenda le distanze da questi facinorosi. La politica non deve prendere le distanze, ma deve capire e analizzare le situazioni che stanno a monte di questa rabbia giovanile, prevenirle nella chiarezza del giudizio e nel ripudio del metodo violento. Aldo Moro di fronte alla foto di un giovane che sparava durante una manifestazione di protesta non si limitava a condannare sdegnosamente, ma si chiedeva anche e angosciosamente il perché di questo ricorso alla violenza estrema, lasciando intendere come la politica dovesse interrogarsi sulla protesta giovanile per potere capirne e prevenirne le cause. Due approcci molto diversi, due diverse concezioni della politica.

Il ministro Piantedosi abbia il coraggio di affermare che l’antifascismo è sacrosanto, ma non si fa copiandone la violenza; di affermare che il fascismo è da rifiutare in toto e non si possono ammettere forze sociali che ad esso inneggiano. Il difetto sta nel manico della politica equivoca e nel conseguente manganello della polizia. Non si può chiedere alla sinistra di prendere le distanze dai cortei antifascisti, mentre la destra resta imbarazzata a guardare e coltivare i propri virgulti neofascisti. Mi rifiuto categoricamente di mettere sullo stesso piano le proteste pur sbracate dei giovani antifascisti e quelle dei giovani neofascisti. Il ministro Piantedosi la smetta di fare il Ponzio Pilato e impari a gestire seriamente l’ordine pubblico sforzandosi di andare oltre la mera repressione per comprendere ciò che lo mette in crisi.

Maxi rissa nella zona della Gran Madre tra un centinaio di tifosi della Juve e del Toro, a poche ore dal derby. Con gli insulti e le minacce sono volate sprangate e cinghiate, cazzotti e calci a chi è rimasto in terra nella caccia all’uomo che si è scatenata lungo via Lanfranchi e via Villa della Regina. La solita piva del tifo violento, che viene tollerato o addirittura vezzeggiato dalle società calcistiche in quanto funzionale al sistema (sono emersi recentemente al riguardo episodi inquietanti). Come mai la polizia interviene morbidamente in questi casi mentre usa il pugno di ferro nelle manifestazioni degli studenti e di chi protesta contro il potere? Fateci caso…

 

 

 

 

I cattotrumpiani

Come sempre da tre quarti secolo a questa parte, la maggioranza dei cattolici americani ha votato per il vincitore delle elezioni presidenziali, dandogli una spinta decisiva verso la Casa Bianca. Quest’anno l’impulso è stato particolarmente importante. Ben il 56% dei cittadini Usa fedeli al Papa ha sostenuto il repubblicano Donald Trump, rispetto al 41% che ha dato la sua preferenza alla democratica Kamala Harris. Si tratta di un forte balzo in avanti nelle simpatie dei cattolici statunitensi per il presidente designato, che quattro anni fa era stato scelto solo dal 47% dei cattolici, e solo dal 50% nel 2016.

La differenza fra i due candidati è ancora più marcata tra i cattolici bianchi, che hanno votato per l’ex presidente ben al 60%. Durante le ultime presidenziali, Biden, che è cattolico, aveva ottenuto il 52%. Il successo di Trump, e soprattutto il forte distacco di 15 punti rispetto alla candidata democratica, riflette una tendenza profonda all’interno del cattolicesimo americano, dove i più giovani si stanno sempre più allineando con il partito repubblicano grazie alle sue posizioni in difesa della libertà religiosa e contro l’aborto. In effetti, per gli elettori cattolici, questioni etiche come l’interruzione di gravidanza e il diritto all’obiezione di coscienza sono emerse quali fattori critici in questa tornata elettorale, come mostrano gli exit poll. Trump ha raccolto infatti il 90% degli elettori che si identificano come difensori della vita. In campagna elettorale il futuro 47esimo capo della Casa Bianca aveva corteggiato con decisione i fedeli del Papa, utilizzando i social media, interviste televisive mirate e alcune presenze strategiche di persona per raggiungerli, soprattutto nei sette Stati chiave. Trump ha pubblicato sui social immagini e preghiere cattoliche, alcune raffiguranti Nostra Signora di Guadalupe e la preghiera di San Michele. A differenza di Harris, inoltre, Trump ha partecipato alla cena Al Smith, un galà organizzato annualmente dall’arcidiocesi di New York per raccogliere fondi per la Caritas, e poco dopo ha concesso un’intervista a Raymond Arroyo di Ewtn una rete televisiva cattolica conservatrice. Inoltre, come vicepresidente Trump ha scelto J.D. Vance, che si è convertito al cattolicesimo nel 2019.

Vance si è rivolto spesso ai fedeli nei suoi comizi, e il mese scorso ha pubblicato un editoriale sul quotidiano Pittsburgh Post-Gazette, nella decisiva Pennsylvania, in cui accusava Harris di nutrire pregiudizi anticattolici. «Solo respingendo il suo atteggiamento anticattolico potremo garantire la libertà religiosa a tutti», scrisse.

Il rapporto di Harris con gli elettori cattolici invece è apparso teso durante la sua breve campagna. Oltre ad aver mancato la cena Al Smith, sono anche riemerse osservazioni controverse che aveva fatto in passato, quando era senatrice, sui Cavalieri di Colombo. Trump in campagna elettorale ha promesso di reprimere l’immigrazione e di deportare chiunque viva illegalmente negli Stati Uniti, e ha spesso fatto distribuire ai suoi comizi volantini con la scritta «Deportazioni di massa dal primo giorno».

La Chiesa cattolica americana, pur senza entrare nel merito delle due campagne, ha più volte espresso preoccupazione per politiche intolleranti e inumane nei confronti degli immigrati senza documenti e di quelli che cercano asilo negli Stati Uniti. Ieri il Jesuit Refugee Service statunitense ha chiesto all’amministrazione entrante di «onorare il ruolo storico degli Stati Uniti come orgogliosa nazione di immigrati», mentre il cardinale Joseph Tobin, arcivescovo di Newark, ha pubblicato su “X” una preghiera per i migranti.

Timothy Broglio, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, si è congratulato con Trump. «La Chiesa cattolica non è allineata con nessun partito politico, e nemmeno la Conferenza episcopale – ha scritto l’arcivescovo in una dichiarazione –. Come cristiani e come americani, abbiamo il dovere di trattarci a vicenda con carità, rispetto e civiltà, anche se possiamo non essere d’accordo su come portare avanti questioni di ordine pubblico». (dal quotidiano “Avvenire” – Elena Molinari, da Phoenix (Arizona) venerdì 8 novembre 2024)

Stupiscono la superficialità di giudizio ed il pressapochismo di analisi adottati dall’elettorato cattolico: ci voleva poco a capire che la posizione anti-abortista di Trump è meramente strumentale e non corrisponde ad una visione umanitaria della politica.

Mettendo sul piatto della squallida bilancia trumpiana i diritti dei nascituri, quelli degli immigrati e quelli di lesbiche, gay, bisessuali e transgender, i cattolici statunitensi sono andati ben oltre la pur provocatoria posizione papale di negativa equidistanza nei confronti dei due candidati alla presidenza e hanno finito con l’optare per una penosa contraddizione: massima intransigenza per chi osa toccare i feti, massima indifferenza se non ostilità per chi difende certi diritti civili, massima comprensione per chi promette di deportare gli immigrati.

Come riescano a tacitare le loro coscienze non riesco sinceramente a capire: ognuno risponde alla propria ed evidentemente quella maggioritaria dei cattolici ritiene applicabili due pesi e due misure per i bambini che stanno per nascere e per gli immigrati che stanno per morire.

Mi sorge il dubbio che ai cattolici americani non interessino tanto le questioni etiche, ma egoisticamente quelle del loro portafoglio e della loro tranquillità, come del resto i risultati elettorali dimostrano su larga scala riguardo a tutta la popolazione.

La gerarchia statunitense si è affrettata a correggere il tiro e a prendere le distanze, ma ormai il sasso è stato lanciato ed è inutile nascondere la mano. D’altra parte i vescovi statunitensi da tempo fanno un gioco molto identitario e poco evangelico, non facendosi scrupolo nemmeno di osteggiare gli indirizzi pastorali di papa Francesco.

Le scelte politiche dei cattolici dovrebbero essere improntate ad una sana concezione della laicità e ad una evangelica concezione del bene comune: non so come da questo impegnativo esame-finestra possa uscire promosso un autentico delinquente della politica. Pur di difendere la facciata perbenista cattolica ci sta un voto a chi perbene non è affatto. Se non è fariseismo questo…

Nella mia vita sono sempre stato considerato un cattocomunista o un comunistello da sagrestia come dir si voglia. Oggi negli Usa verrei giudicato ancora così, forse come un comunistello da salotto. Ebbene, pur con tutte le implacabili critiche alla sinistra che non ho mai risparmiato e non risparmio, sempre meglio essere un comunistello in cerca di giustizia sociale che un trumpianello in difesa del proprio tornaconto individuale.

 

 

 

Il bagno tiepido e la doccia scozzese

Augura anzitutto «tanta saggezza» il cardinale Pietro Parolin, al 47esimo presidente degli Stati Uniti perché «questa è la virtù principale dei governanti secondo la Bibbia». Per il segretario di Stato vaticano Trump dovrebbe «lavorare soprattutto per essere presidente di tutto il Paese» e quindi per «superare la polarizzazione» avvertita in «maniera molto molto netta in questo tempo». Il cardinale auspica che il nuovo presidente Usa «possa davvero essere un elemento di distensione e di pacificazione negli attuali conflitti che stanno sanguinando il mondo». Per far terminare le guerre, sottolinea, «ci vuole tanta umiltà, tanta disponibilità, ci vuole davvero la ricerca degli interessi generali dell’umanità, piuttosto che concentrarsi su interessi particolari». (dal quotidiano “Avvenire”)

Fin qui la felpata reazione vaticana alla rielezione di Donald Trump: l’abilità di dire tutto senza dire niente. Detto fuori dai denti, Gesù non parlava così, se avesse parlato così davanti a Caifa, forse si sarebbe risparmiato la croce. Io da sempre le chiamo “supposte” che…lasciamo perdere.

Mi viene spontaneo mettere a confronto queste parole con quelle pronunciate all’indirizzo di Trump alla vigilia del referendum sulla Brexit durante il quale l’allora candidato alla Casa Bianca sposò subdolamente la causa dell’uscita inglese dalla Ue: quanti pensano che l’Europa abbia da guadagnare da una rinnovata presidenza Usa di Trump sono serviti dalla storia abbastanza recente.

La propensione scozzese, seppure almeno in parte strumentale rispetto alle loro mire indipendentiste, verso l’Unione europea, è sfociata in rabbia ed ha trovato, per ironia del destino, un ulteriore motivo di ribellione nelle parole proferite proprio in Scozia nei giorni del referendum dall’aspirante candidato repubblicano alle presidenziali americane, Donald Trump: «Vedo un reale parallelo fra il voto per Brexit e la mia campagna negli Stati Uniti». Come riferisce Pietro Del Re, inviato di Repubblica, nel pub di John Muir a Edimburgo, quando Trump è apparso in tv, tutti i clienti si sono avvicinati allo schermo. Poi, hanno tutti assieme cominciato a urlargli insulti di ogni genere, il cui meno offensivo è stato senz’altro pig, porco. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere… (dal mio libro “Indagine sulla Brexit e il rischio sfascio dell’Europa – È populismo? Agli europeisti l’ardua sentenza”, consultabile su questo sito)

Mi si dirà che la politica non si fa nelle stanze vaticane e ancor meno nei bar. Sono perfettamente d’accordo, ma, per esprimere in modo plastico e sintetico il mio giudizio su Donald Trump (se qualcuno non lo avesse ancora capito), dirò che mi sento solidale con i profetici e schietti frequentatori del pub di Edimburgo a cui rivolgo i miei complimenti.

In cauda venenum: Gesù si sarebbe trovato più a suo agio nell’ufficio vaticano di Pietro Parolin o nel pub di Edimburgo di cui sopra? A Trump avrebbe riservato la stessa attenzione che dedicò ad Erode: un pagliaccio, pur potente che sia, andrebbe trattato come tale.  Invece…

 

 

Il trumpismo, matematiche analogie e morbiliche involuzioni

Il rapporto tra musica e matematica è stato scoperto in tempi molto antichi, che risalgono al genio di Pitagora. Egli fu il primo a intuire l’esistenza di rapporti numerici tra le frequenze, e tramite questi costruì la prima scala musicale. Questo rapporto venne poi studiato da moltissimi scienziati, filosofi e musicisti.

Vuoi vedere che esiste anche un rapporto fra politica e matematica? Azzardo un provocatorio approccio algebrico. Berlusconi sta a Trump come Mussolini sta ad Hitler. Per essere più (in)delicatamente fenomenologici si potrebbe meglio affermare che berlusconismo sta a trumpismo come fascismo sta a nazismo.

Tutti sappiamo, storia alla mano, che Mussolini fornì ad Hitler gli spunti per ideologizzare il nazismo alla faccia di quanti pensano che il fascismo cadde semplicemente nelle grinfie del nazismo “autovocandosi” alla disfatta bellica.

Se sfogliamo l’album del berlusconismo troviamo parecchi tratti distintivi del catastrofico fenomeno trumpiano. Non mi prendo nemmeno la briga di elencarli tanto sono evidenti e incontestabili. Le tracce berlusconiane sono presenti un po’ in tutto il mondo, partendo purtroppo anche dall’Italia, tuttavia è negli Usa che è emersa da tempo questa eredità messa a frutto e rinverdita fino alla paradossale rielezione di Donald Trump.

Indro Montanelli sosteneva che il berlusconismo fosse una malattia virale da sopportare fino alla creazione degli anticorpi. Purtroppo, prendendo spunto dalla scienza medica, bisogna ammettere che i virus si ripresentano con le cosiddette varianti, a volte ancor più pericolose e difficili da combattere. È quel che sta succedendo in Italia, in Ungheria, in altri Stati sparsi nel mondo, fino ad arrivare alla conclamata epidemia statunitense con tanto di ricaduta.

Cosa si può sperare? Che il virus si indebolisca strada facendo e che possa essere contenuto con i minori danni possibili. Speriamo che la malattia trumpiana non venga sostituita da altre malattie altrettanto pericolose e dolorose. Mi riferisco, fuor di metafora, alla Cina a cui guardo con l’atteggiamento di chi si aspetta che possa scaturire qualcosa di buono dalla peggior fonte possibile. La Cina è più vicina di quanto pensasse Marco Bellocchio e potrebbe direttamente o indirettamente calmare i bollenti spiriti degli Usa. Non avrei mai più pensato, pur nel mio storico scetticismo verso gli americani, di arrivare a sperare nella Cina quale facitrice di equilibri geopolitici almeno accettabili a livello di sopravvivenza.

Donald Trump le ha sparate talmente grosse da essere costretto, strada facendo, a ridimensionarsi, perdendo credibilità nei confronti di chi sta nutrendo assurde aspettative nei suoi riguardi. C’è da augurarsi che, al fine di riuscire a tornare in sella, abbia fatto tali e tante promesse da rimanerne schiacciato. Quanto tempo ci vorrà all’elettorato statunitense per rendersi conto del disastro combinato? Probabilmente dovranno anche vincere la tentazione di negare l’evidenza per difendere la propria compromessa reputazione.

Forse l’illusione maggiore di cui sono rimasti vittime gli americani è la glocalizzazione: l’idea cioè di poter essere talmente forti da fregarsene del resto del mondo, la possibilità di sconfiggere la globalizzazione isolandosi dal contesto e chiudendosi nei propri confini culturali, sociali ed economici. I dazi sulle importazioni, la deportazione degli immigrati, i muri di vario tipo alzati contro tutto e tutti non serviranno a dormire sonni tranquilli, ma diventeranno un incubo da cui bisognerà prima o poi liberarsi.

Per superare la prima fase della malattia trumpiana furono necessari quattro anni di cazzate deflagrate in un clamoroso flop anti-covid. Con le ricadute le malattie si aggravano e diventa ancor più difficile guarirle. Non sarà così facile tornare indietro, ma non sarà nemmeno così facile andare avanti su una strada che porta al disastro.

Non vorrei che per portare Trump a più miti consigli occorressero bagni di sangue a livello bellico. Sono partito dalle analogie con fascismo e nazismo e concludo ritornandoci sopra. Fu necessaria una guerra mondiale per farli cadere anche perché l’unico modo di resistere per i regimi antidemocratici è quello di alzare continuamente l’asticella. La guerra ce l’abbiamo già, è probabile che il trumpismo muoia di pace ingiusta e inaccettabile, l’altra faccia della guerra.

 

L’attentato alle torri della democrazia

Sono tornato tempestivamente e virtualmente sul luogo del delitto di cui peraltro non mi sento affatto colpevole, ma parte lesa. Ho visto i resti ed ho cercato di ricostruire il “democricidio” perpetrato negli Usa. Ecco le mie prime sommarie valutazioni.

Nel settembre del 2001 con l’attentato alle Torri Gemelle si pensava che la geopolitica fosse stata sconquassata e che il mondo ne dovesse risentire per gli anni a venire. Non fu proprio così. Adesso è capitato, non certo per puro caso, un attentato storicamente più sconvolgente, ben più politicamente profondo e culturalmente radicale

Credo che la rielezione di Donald Trump, a distanza di circa un quarto di secolo, abbia dato veramente un colpo mortale alla politica, ai suoi schemi, alle sue categorie, ai suoi valori e ai suoi principi: questo a livello statunitense, ma anche a valere per tutto il mondo. Trump riesce a capovolgere l’opinione di Winston Churchill, vale a dire: “È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. Mi scappa detto invece che, anche e soprattutto per l’effetto trumpiano, la democrazia americana sia diventata la peggiore delle democrazie anche perché assomiglia sempre più alle peggiori forme di governo sperimentate finora”.

La divisione e l’autonomia dei poteri a livello istituzionale è una burla: negli Usa la Magistratura è agli ordini del Governo, il Governo è nelle mani del Presidente, il Parlamento non si capisce cosa faccia. E anche a casa nostra questo orribile schema non dispiace…

Il popolo vota alla boia, condizionato dalle lobby, fuorviato dai media, privato di effettive alternative politiche dal momento che i partiti non esistono perché si sono sciolti come neve al sole. E allora succede paradossalmente che i ricchi votino la sinistra, i poveri votino la destra e il ceto medio, come al solito, segua i ricchi. Il partito democratico non è più rappresentativo delle istanze delle classi disagiate, ma dei desideri chic dei benestanti. Il partito repubblicano è un’accozzaglia di interessi egoistici in cerca di protezione, declinati in senso populistico. In un simile mare paludoso galleggiano razzismo, nazionalismo, protezionismo, isolazionismo e sovranismo: ciambelle di sventura.

In senso globale la democrazia così malridotta è portata a convivere ed a complottare con i potenti regimi anti-democratici, perseguendo con essi la peggior pace possibile, quella dei sepolcri della prepotenza, della sopraffazione e della giustizia.

Trump, se tanto mi dà tanto, svenderà quel che resta dell’Ucraina a Putin, conferirà pieni poteri a Netanyahu per disegnare un medio-oriente riveduto e scorretto, troverà un modus vivendi con la Cina. La vittima di questo nuovo assetto geopolitico sarà l’Unione Europea, depotenziata verso l’esterno, divisa al proprio interno, indebolita a livello commerciale.

Il resto alle prossime puntate! E sarà penoso assistere alla corsa dei deboli verso l’uomo forte. Non so se farò in tempo a raccontare ai nipotini degli altri (visto che io non ne ho) come era la democrazia, come era difficile ma bella. Non mi crederanno!

 

 

 

Aspettando Trumpot o Harrisot

Donald Trump mette le mani avanti lasciando intendere che una sua sconfitta non potrà che essere frutto di brogli elettorali. Al contrario penso che una sua vittoria non potrà che essere frutto di masturbazioni elettorali da parte degli americani. Forse i riconteggi e i dubbi sulla regolarità delle procedure saranno il salvataggio in corner di Kamala Harris. Un vero e proprio gioco delle parti in commedia. Staremo a vedere…

Mi permetto anch’io di mettere le mani avanti osservando come, al di là di un assetto istituzionale democraticamente blasfemo, il sistema elettorale statunitense consenta una vera e propria commedia/sfregio al suffragio universale, introducendo due discutibilissimi meccanismi: un voto sostanzialmente pesato sulla popolazione dello Stato di appartenenza, un sistema maggioritario senza alcun correttivo. Risultato finale: un presidenzialismo frutto di populismo, un parlamento senza capo né coda, una giustizia politicizzata, un isolazionismo/sovranismo a livello internazionale.

In questi giorni, in cui guardo televisivamente con un certo interesse le partite di tennis, mi è venuto spontaneo fare un collegamento tra vittoria tennistica in base a set, games e singoli punti e vittoria elettorale americana in base ai grandi elettori nominati all’ultimo voto e assegnati in base alla popolazione dei singoli Stati.

Questo meccanismo consentì a Donald Trump nel 2016 di battere Hillary Clinton che aveva ottenuto quasi tre milioni di voti in più. I primi risultati sembrano assegnare la vittoria a Trump addirittura anche nel voto popolare, superando la contraddizione di otto anni fa.

Tra incongruenze istituzionali, assurdità del sistema elettorale, bipartitismo forzato, fasullo e sganciato da principi e valori, competizioni truccate da lobbismi vari, voti comprati al mercato e assegnati alla viva la libertà di voto, narrazioni culturali taroccate, percezioni sociali in contrasto con la realtà, si arriva ad una democrazia sostanzialmente malata, che rischia di infettare il mondo intero.

Cosa potranno partorire le elezioni americane se non una creatura concepita nella triste provetta del “sondaggismo” e fatta crescere in un utero preso in affitto dai poteri forti? Cosa cambierà nel dopo elezioni? In quest’ultimo periodo in molti si sono esercitati in queste previsioni geopolitiche. È finito il tempo in cui nutrivo aspettative e mi appassionavo conseguentemente: dai Kennedy in poi è stata una lunga e inarrestabile caduta, forse con l’intervallo di Barak Obama. Anche l’opzione per il partito democratico, che mi sembrava storicamente giustificata e politicamente obbligata, ultimamente si è indebolita al limite di una diversità di mera immagine.

In una società dove la politica è invertita, vale a dire dove i ricchi votano a sinistra e i poveri a destra, dove la destra sa il fatto suo e la sinistra sbaglia sistematicamente le battaglie identitarie confondendo la modernità di costumi con la giustizia sociale, tutto può succedere, ma alla fine ho il timore che non termini solo la democrazia ma, ancor più e prima, la politica stessa.

Qualcuno ha già pronosticato che finiremo col rimpiangere Joe Biden. Può darsi che vada così, al peggio non c’è mai fine. Possibile, mi chiedo, che in una società come quella statunitense non ci fosse di meglio rispetto a Trump e Harris? Ogni popolo ha i governanti che si merita, con la piccola aggravante che la pomata americana, a torto o a ragione, viene spalmata su tutto il mondo.

Ricordo come all’indomani dell’attentato alle torri gemelle si intravedesse un trio di governanti a dir poco inquietante: Bush, Putin e Berlusconi. La situazione non è cambiata di molto: con ogni probabilità avremo il trio Trump, Netanyahu, Putin, con Xi Jinping pronto a sedersi al tavolo per giocare a “Tresette col morto”, vale a dire una partita giocata formalmente in tre ma virtualmente in quattro. E l’Europa? Ridotta al ruolo di osservatore, zittito al primo tentativo di spiaccicare parola. Fuor di metafora una sorta di equilibrio fondato sulla libertà per ogni potenza di fare i cazzi propri.

Aspettando Godot è un’opera teatrale del drammaturgo irlandese Samuel Beckett, nel quale due personaggi, Vladimir (Didi) ed Estragone (Gogo), si intrattengono in una varietà di discussioni mentre attendono il titolare Godot, che mai arriva. Anch’io mi sento in attesa del titolare della democrazia, che non arriva. Sono stanco di aspettare, anche se la speranza è l’ultima a morire, sì la sperànsa di mälvestì ca fâga un bón invèron.

 

,

 

 

Chi è senza peccato scagli la prima manciata di fango

La gestione del rischio deve entrare nella quotidianità delle amministrazioni locali. Ma vorrei dire di più: ogni pratica di pianificazione del territorio, di gestione e di governo, ogni normativa e ogni regolamento, ogni politica locale deve misurarsi con la questione climatica. Non possiamo definire criteri di densificazione edilizia senza fare i conti con la mappa delle isole urbane di calore. Non possiamo trascurare le aree verdi e naturali, le risorse idriche, il valore dei suoli se abbiamo compreso che l’unico rimedio e contrasto all’aumento delle temperature e ai rischi idraulici dipende da un corretto uso della natura. (dal quotidiano “Avvenire” – Elena Granata)

 

Negli anni in cui era alla guida della prima economia al mondo, Trump ha bollato il riscaldamento globale come «un’invenzione della Cina» e anche a questa tornata elettorale non ha lesinato nell’attaccare le politiche per il clima. La transizione verso l’auto elettrica? Porterà a un «bagno di sangue». Le pale eoliche? «Causano il cancro» e «uccidono le balene». L’aumento delle temperature? «Vanno su e poi vanno giù, il clima è sempre cambiato». Secondo un calcolo del New York Times, durante i suoi quattro anni alla Casa Bianca Trump ha smantellato più di cento provvedimenti sul clima, comprese alcune norme per la tutela dell’aria, dell’acqua e degli animali introdotte da altri presidenti repubblicani. In più, ha fatto uscire gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, il documento firmato alla Conferenza Onu sul clima del 2015 che impegna i governi a contenere l’aumento della temperatura media mondiale «ben al di sotto» di 2°C rispetto ai livelli preindustriali. (Open – Gianluca Brambilla)

 

La contestazione della gente spagnola, esasperata, disperata dopo l’alluvione e inevitabilmente spietata contro i pubblici poteri, va capita, ma soprattutto va metabolizzata a tutti i livelli e in tutti i sensi. La questione climatica è il problema dei problemi, mentre la classe dirigente a livello mondiale tende al negazionismo o nella migliore delle ipotesi si nasconde dietro parole generiche e programmi fumosi. Il recente cataclisma spagnolo nella sua sconvolgente tragicità ci impone un cambio di mentalità, un diverso approccio alla socialità e alla politica, un concreto ed immediato nuovo modo di governare. Non è un problema da ridurre ad una sorta di “allertismo” continuativo, che non va sottovalutato, ma è quasi impossibile da impostare e gestire tanto assomiglia al chiudere la stalla quando i buoi sono scappati, e alle polemiche propagandistiche post-alluvionali.

Carlo De Benedetti su questo tema è molto schietto: sul clima ci stiamo ancora raccontando delle storie, il discorso riguarda tutti i governanti ampollosamente riuniti nei vari summit. Ammette onestamente di far parte di una generazione che ha gravissime responsabilità nell’avere letteralmente devastato il pianeta e di dovere chiedere scusa alle generazioni presenti e future per il danno arrecato al mondo intero. La salvaguardia dell’ambiente non era infatti una priorità, in passato non ci si è posti il problema.

L’inversione di tendenza è tutta da inventare.  La situazione odierna del pianeta è molto peggiore di quella del 2015, data in cui vennero assunti impegni regolarmente e clamorosamente disattesi. Giocare al rimbalzo sui tempi lontani serve a poco, meglio sarebbe che ogni Paese entro il 31 dicembre di ogni anno inviasse un pubblico rendiconto all’Onu sul rispetto di alcuni fondamentali parametri preventivamente individuati e altamente significativi riguardo al rispetto ed al recupero dell’ambiente naturale.

Il recente G20 ha segnato un discreto fallimento in quanto gli obiettivi fissati sono modesti e collocati in tempi lunghi. Bisogna cambiare l’approccio al problema, togliendolo dai fuorvianti tempi a venire per affrontarlo pragmaticamente in tempi ragionevoli e incentivanti.

Devo fare un onesto mea culpa, ammettendo di non avere avuto in passato e di non avere nemmeno al presente una grande sensibilità verso l’ecologia, restando vittima del comodo fatalismo e della illusoria priorità dei problemi sociali rispetto a quelli ambientali. Se da una parte occorre fare ammenda, dall’altra bisogna essere concreti togliendo il discorso dai salotti e portandolo nel vivo del tessuto economico-sociale, nelle regole del vivere civile e nella quotidianità delle pubbliche amministrazioni.

Molto convincente è quanto afferma Papa Francesco nella Enciclica “Laudato si’ sulla cura della Casa Comune”: «Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri». I gemiti di sorella terra si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo. È gravissima inequità quando si pretende di ottenere importanti benefici facendo pagare al resto dell’umanità, presente e futura, gli altissimi costi del degrado ambientale».

 

 

 

Il fascismo perde il pelo ma non il vizio

Il 31 ottobre del 1979 te ne sei andato piegato dalla fatica. Ricordo ancora il tuo mezzo sorriso, caro papà… dolce e gentile… L’altra metà te l’avevano portato via i due anni di lager nazista a Dortmund che avevi dovuto scontare per non esserti voluto piegare alla barbarie del nazifascismo». Con queste parole sui suoi profili social Vasco Rossi ricorda il papà scomparso. «Non ci crederai… ma sono tornati… lupi travestiti da agnelli… bulli. Arroganti e le facce ghignanti. Con i loro deliri… i loro dileggi… la loro propaganda… e la stessa ignoranza”, ha aggiunto Vasco nel post in cui si vede una foto del padre in divisa. “Io resto orgoglioso di te! Viva Giovanni Carlo Rossi… Papà Carlino!». (dal quotidiano “La Stampa”)

A questa stupenda e benefica (oserei dire sacrosanta) provocazione ha fatto seguito la meschina e infantile reazione dei politici sorpresi con le dita nella marmellata del neofascismo riveduto e scorretto e quella saccente e snobistica degli storici che non guardano la storia ma la punta del loro naso.

Tutto si riduce alla stucchevole diatriba sull’esistenza di un pericolo fascista. Non c’è per chi non lo vuol vedere anche perché è ben camuffato nell’autoritarismo del premierato strisciante, nella repressione spacciata per sicurezza, nell’egoismo spacciato per liberismo, nel razzismo spacciato per patriottismo, nell’insofferenza per i diversi spacciata per bigottismo perbenista pseudo-religioso, nel fisco vissuto come obbligo fastidioso da evitare spudoratamente, nella critica esorcizzata come sfogo anti-italiano, nello scontro politico considerato un demagogico vezzo tardo-comunista, nell’antifascismo relegato nell’album dei ricordi, etc. etc.

Non c’è peggior fascista di chi non vuol ammettere di esserlo stato e/o di ispirarsi, direttamente o indirettamente (quindi ancor più pericolosamente), ad esso nella prassi politica odierna, cadendo in questa tentazione nascosta o manifesta, improvvisa o insistente, passata ma sempre presente soprattutto se non si ha il coraggio di fare e chiudere i conti con essa.

Se poi alziamo lo sguardo e ci imbattiamo nel sovranismo dilagante o nel nazionalismo imperante, come li chiamiamo? Per me sono fascismo bello e buono. Bisogna intendersi: tutti i fenomeni autoritari nascono nell’indifferenza dei molti, nel fanatismo dei pochi e nel ribellismo dei coraggiosi che non si piegano e pagano di persona.

Mi è stata inculcata questa visione politico-culturale del fascismo e non voglio assolutamente liberarmene e ringrazio vivamente chi me la mantiene viva. Non sopporto chi mi vuole raccontare che non esiste alcun pericolo di marca fascista. Rispondo parafrasando una famosa dichiarazione di don Andrea Gallo: «Non mi curo di certe sottigliezze culturali e politiche perché mi importa solo una cosa: che la Costituzione italiana sia antifascista!»