Trump e i trumpini

Nel giorno della Marcia per la vita di Washington – alla quale Donald Trump ha partecipato nella tarda serata italiana in video dalla California – la Casa Bianca posta sui social l’immagine di una fila di immigrati in catene che vengono imbarcati su un cargo militare e la scritta «i voli di deportazione sono iniziati», mentre il presidente ordina raid nelle chiese e nelle scuole. Allo stesso tempo, il tycoon grazia 23 attivisti pro-life, condannati per aver bloccato l’accesso alle cliniche abortive.

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Mentre migliaia di manifestanti sfilavano per le vie della capitale Usa, incoraggiati dall’ingresso nello Studio ovale di un Commander in chief contrario all’aborto e di un vicepresidente cattolico e pro-life come J.D. Vance (intervenuto in persona alla marcia), la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt annunciava l’avvio della «più grande operazione di deportazione di massa della storia», lanciata con l’arresto di «538 criminali immigrati clandestini» e l’espulsione di centinaia di loro con aerei militari statunitensi, due dei quali sono già atterrati in Guatemala. Trump intanto ordinava la chiusura degli uffici immigrazione aperti da Joe Biden in Colombia, Costa Rica, Ecuador e Guatemala per esaminare le domande d’ingresso e dissuadere i cittadini di quei Paesi dall’attraversare il confine americano in modo illegale e sospendeva il programma di ammissione per i profughi provenienti da guerra e violenza, annullando i permessi ottenuti da 1,4 milioni di persone negli ultimi quattro anni dopo aver superato interviste e screening di sicurezza. (dal quotidiano “Avvenire” – Elena Molinari)

La contraddizione è evidente e stridente: da una parte una bigotta contrarietà all’aborto, dall’altra parte una cinica, sbrigativa e confusa lotta all’immigrazione illegale. Con quale credibilità afferma di essere pregiudizialmente contrario all’aborto chi si impegna nella più grande operazione di deportazione di massa della storia? Oltre tutto chi garantisce che l’espulsione riguarderà soltanto criminali immigrati clandestini e non immigrati fastidiosi tout court? L’immigrato diventa un soggetto indesiderato per il solo fatto di essere tale a prescindere dal suo comportamento.

Donald Trump sta scatenando autentiche guerre fra poveri, vale a dire fra immigrati già integrati e immigrati che desiderano essere accolti: i primi si chiudono nella loro “fortuna” all’insegna del “chi tardi arriva male alloggia”; i secondi sono rastrellati senza pietà e rispediti al mittente con procedure assai poco trasparenti e rispettose dei diritti umani.

Vorrei però tornare un attimo sul discorso dell’aborto. Gli americani e il mondo non capiscono che questo problema viene affrontato alla stregua di specchietto per le allodole, strumentalizzando la sensibilità dei cattolici, usando l’accetta del perbenismo brandita peraltro da un soggetto che fa dell’immoralità il suo stile di vita? Fate come dico e non come faccio! Sono un pregiudicato, ma mi ergo a paladino di una strana morale per la quale un feto ha diritto di vivere, un povero cristo ha diritto di morire e un soggetto sessualmente diverso non è nessuno.

Non si tratta soltanto di un nuovo corso politico, ma di uno stravolgimento totale nelle regole del vivere civile. Cosa pensa la gente? Dopo averlo votato si renderà conto dell’inganno perpetrato ai suoi danni? Si può, sulla base di una maggioranza di voti, cambiare totalmente i principi e violare i valori costituenti di una società? Questo non è un colpo di stato, questo è un colpo di jungla!

E gli italiani cosa pensano? Applaudono acriticamente sulla base di mere impressioni? Sperano che il nuovo corso si riverberi positivamente sul nostro Paese?  Credono che la rogna se la debbano grattare solo gli americani? In fin dei conti Trump ha il coraggio di dire e fare quel che l’italiano medio ha nella pancia? Si illudono che il tormentone possa creare presupposti di pace nel mondo? Quale pace? Quella dell’intesa fra uno dei più grandi delinquenti della storia (leggi Putin) e uno che ce la sta mettendo tutta per imitarlo? Quella della nuova guerra fredda con la Cina? Quella dell’Europa ridotta ad entità insignificante e irrilevante? Quella dei forti che schiacciano i deboli? Quella pontificata dai ricchi epuloni che ignorano o addirittura perseguitano i Lazzaro?

Non mi convincono affatto le analisi del realismo in cui è maestro Federico Trumpini (sic!): ci vuole far credere che Cristo è morto per il freddo ai piedi, vale a dire che gli Usa hanno quello che vogliono, che il trumpismo è l’ultimo atto di una tragedia annunciata, che mancano alternative praticabili e quindi non resta che prendere atto di una situazione spiacevole che covava da tempo sotto la cenere. In fin dei conti le trivellazioni alla ricerca del petrolio non si erano mai interrotte, la politica migratoria era un autentico casino, l’Europa si è da tempo vocata all’irrilevanza, le guerre c’erano già, lo strapotere della finanza è una realtà del sistema capitalistico moderno: non scandalizziamoci delle nostre vergogne sbandierate e riscattate da Trump.

Forse la cosa più grave è proprio la mancanza di senso critico sostituito da uno sfrenato, irrazionale e rassegnato egoismo. Se non fosse così Donald Trump non sarebbe stato eletto. Ora ce l’abbiamo e ce lo dobbiamo tenere? Pensiamo addirittura ad un mondo a sua misura, a tanti “trumpini” sparsi sulla terra e addirittura su Marte?

Io non ci sto, voglio scendere, a costo di rompermi una gamba (e qualcosa d’altro…), meglio vivere con una sola gamba che sprofondare con tutte due nell’inferno trumpiano.

 

 

Il popolare salotto dei cattolici democratici

Nell’anniversario dell’appello di don Sturzo ai “liberi e forti” (18 gennaio 1919) che di fatto mise fine al “non expedit” di Pio IX (il divieto di far politica per i credenti), i cattolici democratici escono allo scoperto con un evento che è andato al di là delle migliori previsioni. Gli organizzatori, a cominciare dal capofila Graziano Delrio, si aspettavano che a Palazzo Lombardia, a Milano, giungessero cinquecento persone al massimo, si entrava a inviti, ma ne sono arrivati più del doppio. C’è voglia di politica tra i credenti di area Pd, finora educatamente tenuti nell’angolo dalla segreteria di Elly Schlein. Il leitmotiv di tutti gli interventi era proprio questo: fine dell’afasia. «Abbiamo vissuto un periodo in cui sembrava che la politica non avesse più bisogno di noi», ricorda Fabio Pizzul, uno dei maggiori esponenti dei cattolici democratici dentro il partito, «ma poi …». Poi è arrivata la settimana sociale dei cattolici di Trieste, che ha mostrato un mondo vivo e appassionato. I cattolici erano come errabondi sparsi nell’oscurità che si riconoscono perché la città giuliana finalmente ha acceso la luce.

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E allora? Come esplicitare questa ritornata voglia di far politica con i suoi valori che affondano le radici fino al Vangelo? Vengono in mente i versi di Montale: “codesto oggi solo possiamo dirti: ciò che non siamo ciò che non vogliamo”. Non siamo di destra, non siamo per i sovranisti che aggrediscono l’Europa, non siamo per i movimenti nazisti supportati dai Tycoon come Musk o Zuckemberg, non siamo per un partito nuovo. Ma abbiamo tanti progetti e vogliamo tornare a imporli all’attenzione del dibattito politico. Le assise di Milano, unite a quelle di Orvieto e Brescia, sono state un segnale concreto: i cattolici in politica vogliono contare. (Famiglia Cristiana.it)

Non faccio per vantarmi, ma di cattolici impegnati in politica un po’ me ne intendo, se non altro per esperienza personale (sono cattolico e per tanti anni mi sono impegnato in politica). Come, quindi, non essere interessato a questi tentativi di rilancio di ruolo e di azione.

Ho seguito in lontananza l’evento di Milano, in streaming e su Radio radicale; ho letto i resoconti giornalistici, prevalentemente fuorvianti e volti a inquadrare e sminuire questa iniziativa collocandola nel circo della politica politicante: tra questi ho scelto quello di Famiglia Cristiana, che mi è parso il più obiettivamente centrato; ho riflettuto, peraltro da tempo, sul contributo che i cattolici potrebbero dare alla politica al di là di qualsiasi intento integralista e passatista.

Dico la verità: mi aspettavo di più da questo convegno, sono rimasto parzialmente deluso, pur apprezzandone l’humus socio-culturale di riferimento, pur condividendo sostanzialmente le intenzioni degli organizzatori e pur prendendo in seria considerazione i contributi dei relatori.

Sarò oltre modo franco: la prima spietata e sbrigativa impressione è stata quella di un salotto chic di taglio catto-progressista da contrapporre al salotto radical-chic della sinistra. Il popolarismo lo si intravedeva solo in filigrana, coperto da un velleitario protagonismo, da uno sfoggio parolaio, da una saga di luoghi comuni. Probabilmente si trattava dello sfogo discorsivo di chi per tanto tempo ha taciuto e vuol dire tutto finendo col non dire niente.

Capisco l’ansia che però rischia di essere cattiva consigliera: prima di dire tanti pur sacrosanti “no”, sarebbe opportuno avere il coraggio di affrontare alcune precise discriminanti sui temi fondamentali e qualificanti, vale a dire la pace, l’emigrazione e le povertà.

Non basta uscire a parole dal prepolitico, ma occorre sfrondare e vivere la politica riconducendola alle scelte di fondo. Cosa dicono gli attuali cattolici democratici sul bellicismo atlantista e sui suoi presupposti quali le spese militari in odore di vertiginoso aumento. Cosa dicono gli attuali cattolici democratici dell’enorme gap esistente fra lo sgusciante impegno (anche quello di sinistra) nella politica migratoria e il dramma umano e cristiano del salvataggio e dell’accoglienza dei migranti. Cosa dicono delle regioni e degli enti locali governati dalla sinistra, che non si distinguono affatto per l’impegno nella difesa del territorio (vedi disastri ambientali), nelle politiche sociali (vedi crisi della sanità pubblica) e nella lotta alle povertà (vedi gli inquietanti dati sciorinati da chi è impegnato in prima linea).

Al riguardo è molto apprezzabile l’attenzione riservata alle numerose e virtuose esperienze presenti sul territorio: forse varrebbe la pena partire da esse e non dalle asettiche elaborazioni culturali che finiscono col guardare al dito trascurando la luna.

Un convegno non può certo dare risposte esaurienti sugli enormi temi a cui ho accennato, ma si tratta di formulare concretamente proposte indicative e dirimenti da cui far scendere una politica autenticamente democratica. Serve gridare al lupo solo se si è disposti a stare dalla parte delle pecore e non basta discutere come arginare gli attacchi degli animali selvatici sparsi in tutto il mondo.

Apro una parentesi sul discorso dell’europeismo interpretato autenticamente dai cattolici, altro capitolo fondamentale: cosa significa oggi essere europeisti? Non certo limitarsi ad evocare ed auspicare la riedizione della cosiddetta maggioranza “Ursula” come ha fatto Ernesto Ruffini, al quale mi permetto di rivolgere una forte provocazione. Non era meglio se rimaneva a svolgere la funzione di direttore dell’Agenzia delle Entrate, battagliando nella vera lotta all’evasione fiscale, piuttosto che abbandonare il fronte e ripiegare frettolosamente su un impegno politico, che sta creando solo dietrologici equivoci e fantasiose prospettive?

Spero che il convegno promosso da “Comunità democratica” sia l’inizio di un risveglio. Mi inducono alla speranza soprattutto la considerazione e l’ammirazione che nutro per la sintesi esperienziale di un irrefrenabile Castagnetti (si è commosso parlando di pace) e per il coerente impegno di un credibilissimo Delrio (la sua timidezza è coinvolgente).

Ho sentito che non si può restare ancorati al passato dei De Gasperi e dei Moro: forse un presuntuoso svarione di Elena Granata dettato dal suo sacro furore post-settimana sociale dei cattolici di Trieste. Attenzione a non ripiegare sul presentismo senza passato e senza futuro (lo ha fortunatamente affermato Pier Luigi Castagnetti in riferimento a quanto sosteneva Mario Tronti, uno dei padri culturali della sinistra).

 

 

 

 

 

Bastone per gli scafisti, carota per i torturatori

Il fronte delle opposizioni inchioda Giorgia Meloni alle dichiarazioni altisonanti sulla «lotta ai trafficanti di uomini in tutto il globo terracqueo» e il caso Almasri trasforma il proclama pronunciato all’indomani della tragedia di Cutro in un boomerang. Per la premier adesso sarà davvero complicato evitare di esporsi su quanto accaduto e la conferenza stampa convocata ieri dal campo progressista (mai così largo e unito da mesi) è un richiamo perentorio alla responsabilità di Palazzo Chigi. Del resto, il ritorno a casa del torturatore libico, specie dopo la richiesta di spiegazioni a Roma da parte della Corte penale internazionale (giunta anche questa ieri assieme a nuovi dettagli sulla vicenda), rischia di assestare un colpo fatale alla credibilità del Paese e questa volta, promettono i leader del centrosinistra, non basterà un intervento del plenipotenziario Alfredo Mantovano né tanto meno l’informativa del titolare degli Interni Matteo Piantedosi, confermata per la settimana prossima. Nel mirino c’è anche il guardasigilli Carlo Nordio: le opposizioni ne chiedono la testa, perché «nel migliore dei casi», sintetizza per tutti il leader di Si, Nicola Fratoianni, «fa una pessima figura» e ammesso e non concesso che non sapesse del mandato di arresto della Corte internazionale nei confronti di Almasri, il rilascio del capo della polizia giudiziaria libica resta una prova inconfutabile di inadeguatezza. (dal quotidiano “Avvenire” – Matteo Marcelli)

Dilettantismo? Difficile da appioppare ad un ministro come Carlo Nordio. Sbadataggine? Difficile da immaginare per una vicenda così delicata. Incoscienza? Difficile da immaginare per un governo guidato da una furbacchiona come Giorgia Meloni. E allora? Probabilmente c’è sotto qualcosa di losco: un debito di riconoscenza verso la Libia e i suoi torturatori, il timore di ritorsioni sul piano del contenimento dei migranti, la paura di ricatti e di verità inconfessabili, di tutto un po’. Bastone per gli scafisti e carota per i torturatori?

Fatto sta che l’Italia si dimostra inadempiente rispetto alle decisioni della Corte penale internazionale: evento molto negativo! Ci stiamo accodando alla mentalità trumpiana? Un gran brutto segnale! E ogni giorno ce n’è una fresca. Salvini grida all’attentato contro le Ferrovie dello Stato proprio mentre lo Stato italiano compie un attentato contro un’importante istituzione internazionale. Dove va l’Italia? Allo sbaraglio? O c’è qualcosa di molto più grave? Forse ci stiamo adeguando all’andazzo sovranista che si fa beffe delle istituzioni e delle entità sovranazionali per ripiegare sui propri miseri ed illusori tornaconti nazionali?

Da Bruxelles è giunta la richiesta degli indipendenti in quota dem, Marco Tarquinio e Cecilia Strada, per un’informativa del ministro Nordio: «Il rilascio di Almasri, deciso in modo cavilloso dal Ministero della Giustizia, lascia attoniti – hanno scritto in una nota – e getta una luce inquietante sulle ambigue relazioni tra governo italiano ed esponenti degli apparati libici fatte emergere dalle inchieste di giornalisti come l’inviato di Avvenire Nello Scavo». (così conclude il succitato pezzo di “Avvenire”)

Sul più bello il ministro dell’Interno Piantedosi si presenta al Senato dando una versione semplicistica della vicenda: non si è capito se sia stato mandato in avanscoperta solo per prendere tempo (ci sarà un’informativa di maggiore dettaglio), se avesse l’intenzione di sgravare di responsabilità il suo Ministero (“Vai avanti tu che mi vien da ridere”) scaricando la questione sul governo nel suo complesso, sul collega Nordio o addirittura sulla premier che se ne sta zitta, se non sapesse che pesci pigliare e buttasse fumo securitario in faccia al Parlamento e al Paese (gridare al lupo in un primo tempo funziona).

Il cittadino libico Najeem Osema Almasri Habish è stato rilasciato nella serata del 21 gennaio “per poi essere rimpatriato a Tripoli, per urgenti ragioni di sicurezza, con mio provvedimento di espulsione, vista la pericolosità del soggetto.

Il governo ha dato la disponibilità a rendere un’informativa di maggiore dettaglio sul caso in questione. Sarà quella l’occasione utile per approfondire e riferire su tutti i passaggi della vicenda, ivi compresa la tempistica riguardante la richiesta, l’emissione e l’esecuzione del mandato di cattura internazionale, che è poi maturata al momento della presenza in Italia del cittadino libico”. Così il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al question time al Senato sul caso Almasri.  

 “A seguito della mancata convalida dell’arresto da parte della Corte d’appello di Roma, considerato che il cittadino libico era a piede libero in Italia e presentava un profilo di pericolosità sociale, come emerge dal mandato di arresto emesso in data 18 gennaio dalla Corte Penale Internazionale, ho adottato un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza dello Stato” ai sensi della legge. “Il provvedimento è stato notificato all’interessato al momento della scarcerazione e, nella serata del 21 gennaio, ha lasciato il territorio nazionale”. Per Piantedosi l’espulsione in quel momento “era la misura più appropriata, anche per la durata del divieto di reingresso”. (ANSA it)

Morale triviale della favola: la cacca più la giri e più puzza. Infatti, manco a dirlo, sta emergendo, seppure a livello di retroscena, uno squallido quadro di equilibri internazionali.

Una rete di traffici e posti di potere da tutelare. Il militare libico è oggi il nuovo “ras” che spadroneggia lungo tutta la ricca fascia costiera che va verso la Tunisia. Se fosse stato portato davanti alla Corte penale internazionale, all’Aja si sarebbe finalmente potuto aprire il primo processo sulla Libia, che per regolamento può essere celebrato solo in presenza dell’imputato. Ma a Tripoli ci sarebbe stato un altro vuoto di potere da riempire in fretta, e non è detto che Paesi come l’Italia abbiano pronto un nome per il dopo Almasri. Che con Roma sarà in debito per sempre. (dal quotidiano “Avvenire” – Nello Scavo)

 

 

Ci voleva una vescova per disturbare Trump

Timothy Broglio, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, si è congratulato con Trump all’indomani del suo successo elettorale. «La Chiesa cattolica non è allineata con nessun partito politico, e nemmeno la Conferenza episcopale – ha scritto l’arcivescovo in una dichiarazione –. Come cristiani e come americani, abbiamo il dovere di trattarci a vicenda con carità, rispetto e civiltà, anche se possiamo non essere d’accordo su come portare avanti questioni di ordine pubblico». (dal quotidiano “Avvenire”)

 

Cancellare – come ha annunciato Trump – «l’opprimente ideologia del gender» è solo un «gesto di buon senso». L’unica voce libera ad aver rotto il silenzio è quella del vescovo cattolico Athanasius Schneider, conosciuto per le sue posizioni conservatrici e, nello stesso tempo, per essere uno strenuo difensore del magistero e del papato (l’altro giorno ha avuto un intenso e cordialissimo colloquio con Francesco in Vaticano). Contattato dal Messaggero, monsignor Schneider ha riconosciuto che «l’annuncio del Presidente americano, sul fatto che ci sono solamente due sessi, cioè maschio e femmina, è una vittoria semplicemente del buon senso, della logica elementare e del riconoscimento della realtà». (dal quotidiano “Il Messaggero”)

 

Martedì, durante il suo secondo giorno da nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha partecipato a una funzione religiosa alla cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a Washington D.C., una delle chiese più importanti degli Stati Uniti, gestita dalla Chiesa episcopale (una delle molte confessioni di cristiani protestanti del paese). Durante la funzione Trump ha ascoltato un intervento molto duro nei suoi confronti pronunciato dalla vescova episcopale di Washington D.C., Mariann Edgar Budde, che ha fatto esplicito riferimento alle sue politiche discriminatorie nei confronti delle persone che appartengono alla comunità LGBTQ+ e durissime per i migranti. Budde ha chiesto a Trump di avere «pietà» nei confronti «delle persone che in questo momento nel nostro paese sono spaventate. Ci sono bambini gay, bambine lesbiche e giovani persone transgender nelle famiglie Democratiche, Repubblicane e in quelle indipendenti, e alcune di queste persone temono per le loro vite». Budde ha anche ricordato a Trump che «le persone che raccolgono la frutta nei campi e puliscono i nostri uffici», cioè i lavoratori migranti, «forse non sono cittadini o non hanno i documenti in regola», ma «pagano le tasse e sono buoni vicini».Budde ha poi fatto un esplicito riferimento a una promessa elettorale di Trump, cioè quella di espellere dagli Stati Uniti tutti gli stranieri che non hanno un permesso di soggiorno. «Le chiedo di avere pietà, signor presidente, dei nostri vicini i cui figli temono che i loro genitori verranno portati via». Trump e il suo vicepresidente J.D. Vance hanno seguito l’intervento con facce piuttosto perplesse. (da ilpost.it)

 

Il messaggio di Francesco al quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti in occasione del suo insediamento alla Casa Bianca: «È mia speranza che sotto la sua guida il popolo americano si sforzi sempre di costruire una società più giusta, dove non ci sia spazio per odio, discriminazione o esclusione». E sulla mediazione negli scenari di guerra: «Chiedo a Dio di guidare i suoi sforzi nella promozione della pace e della riconciliazione tra i popoli». (da “Famiglia Cristiana”)

 

E pensare che Trump non ha esitato a considerarsi l’unto del Signore, bestemmiando clamorosamente. Ci sarà senz’altro chi contestualizzerà prontamente le fandonie religiose del presidente americano (quella del colpo di striscio all’orecchio, considerato come una grazia di Dio finalizzata a spianargli la strada, sembra una macabra barzelletta degna del miglior Berlusconi…).

Mi sarei aspettato di più dai massimi esponenti della Chiesa Cattolica: hanno prevalso la diplomazia, la posizione piuttosto tradizionalista e contraria alle linee pastorali di papa Francesco da parte dell’episcopato statunitense e la conseguente realistica considerazione per la stragrande maggioranza dei cattolici che ha votato per Trump. Un po’ più di coraggio, anche da parte di papa Francesco, non guasterebbe. Maria Vergine si sarà scandalizzata nel vedere capovolto il suo Magnificat. Il Padre Eterno avrà chiesto conto allo Spirito Santo, che, attonito, avrà balbettato qualche motivazione. Il Figlio avrà concluso con un laconico c.v.d. (come volevasi dimostrare), pensando ai tantissimi crocifissi in nome della realpolitik (sempre la solita storia).

Il coraggio lo avrebbero peraltro dovuto avere in campagna elettorale, invece, condizionati dal discorso sull’aborto hanno finito per spianare la strada a Trump. Una retromarcia sull’aborto val bene l’appoggio clericale e laicale ad un Erode riveduto e scorretto, che vuol salvare i bambini dall’età del concepimento in giù per poi magari trattarli da cani dagli zero anni in su?

È quindi tardi per sollevare il ditino della verità evangelica, anche se non è mai troppo tardi. Nel frattempo faremo l’inventario delle iniquità commesse dal salvatore Trump e/o in suo nome e/o per suo conto.

A livello di gerarchie religiose per ora si salva solo la vescova episcopale di Washington. Una donna vescovo: provocazione nella provocazione.

 

 

 

 

L’imperialismo Usa ha gettato la maschera

Fuori dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, fuori dagli Accordi di Parigi sul clima, fuori dall’intesa globale dell’Ocse sulla minimum tax. La cifra delle prime ore della presidenza Trump 2.0 è la rottura. Determinato a fare da spartiacque tra un prima e un dopo, a livello nazionale e internazionale, il tycoon ha spaccato a colpi di ordini esecutivi anche l’impianto sui programmi di assistenza estera. (dal quotidiano “Avvenire”)

Sono anziano e ricordo quindi benissimo come nel tempo il giudizio politico sugli Usa abbia sempre oscillato fra quello di nazione imperialista e quello di più grande nazione democratica. Non ho mai sposato nessuna delle due tesi e mi sono sempre collocato nel mezzo formandomi un giudizio assai critico.

Non era facile sposare democrazia e imperialismo, ma gli Stati Uniti hanno tentato di farlo, coniugando all’interno la democrazia col populismo e all’estero l’imperialismo con la difesa del mondo dal comunismo.

Questo schema è saltato, ogni maschera, più o meno ipocrita, è stata tolta e populismo e imperialismo si sono definitivamente abbracciati.

Mi chiedo tuttavia: c’era più ingerenza negli affari altrui con i colpi di stato favoriti dai servizi segreti ai tempi del tanto osannato Kissinger o ce n’è più oggi con i servizi tecno-mediatici messi in campo da Elon Musk? C’era più sporcizia ieri con gli assassinii di Allende e Moro oppure oggi con la chiusura della porta, il menefreghismo globale e il divide et impera strisciante?

Allora, cosa è cambiato? Tutto e niente! In passato, nonostante tutto, c’era qualche prospettiva democratica proveniente dagli Usa oggi non più. In passato, nonostante tutto, con gli Usa si poteva ragionare, seppure fino ad un certo punto, oggi non più.

Non rimane altro da fare che stringere i denti e provare ad andare per la nostra strada, convinti che la democrazia ha in se stessa gli anticorpi per combattere anche le più gravi malattie. La democrazia nei rapporti internazionali si chiama Europa, a livello interno si chiama fedeltà alla Costituzione repubblicana.

L’Italia è stata protagonista nella fondazione dell’Europa Unita ed è stata capace di varare quella che è la più democratica e progressista delle Costituzioni. Attualmente, con l’attuale governo, sono in discussione questi due caposaldi: stiamo puntando follemente ad un compromessone euro-statunitense dove l’Europa dovrebbe fare la parte del parente povero senza dignità e stiamo tentando di distruggere la Costituzione a colpi di contro-riforma.

È ora di cercare in sede europea e italiana un doppio patto storico: un patto europeo e un patto costituzionale. I cattolici potrebbero e dovrebbero svolgere un ruolo fondamentale se non altro per reagire alla blasfema dottrina di Trump-uomo della provvidenza, salvato da Dio per…distruggere il mondo, abbattendo gli umili e innalzando i potenti.

La sinistra dovrebbe risvegliare le coscienze anche in modo da sopportare i sacrifici che la riscossa comporterà. Forse abbiamo toccato il fondo: scuotiamoci e diamo un colpo di reni. Siamo uomini democratici o siamo caporali di Trump?

 

 

Vestivamo alla degasperiana

Per L’Osservatore Romano, «il presidente Trump è chiamato a lavorare per superare le divisioni e le polarizzazioni che ormai da anni contraddistinguono la vita politica americana e che hanno avuto nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 una delle date più tristi della storia nazionale». Un compito «difficile, certamente – sottolinea il quotidiano d’Oltretevere, diretto da Andrea Monda -. Eppure necessario per la nuova Amministrazione. Perché gli Stati ‘disuniti’ d’America sarebbero un grave pericolo per un mondo già lacerato e frammentato».

In un editoriale dedicato alla nuova amministrazione degli Stati Uniti e firmato da Alessandro Gisotti, vice direttore editoriale dei Media Vaticani – il giornale ricorda anche che storicamente, «gli Stati Uniti d’America hanno dato il meglio di sé quando si sono aperti al mondo (le Nazioni Unite sono in fondo ‘un’invenzione americana’) e assieme ai propri alleati hanno costruito un sistema che, con i limiti di ogni opera umana, ha garantito libertà, sviluppo economico e progresso nei diritti umani». E quindi «un’America ripiegata su sé stessa sarebbe un controsenso». L’Osservatore ricorda inoltre che «dieci anni fa, Papa Francesco, il primo Papa venuto dalle Americhe, si rivolgeva al Congresso degli Stati Uniti pronunciando un discorso che metteva l’accento sui valori fondanti della nazione americana. Un intervento la cui lettura potrebbe essere utile anche al presidente Donald Trump e al vice-presidente J.D. Vance». «Una nazione — diceva Papa Francesco in quella occasione — può essere considerata grande quando difende la libertà, come ha fatto Lincoln; quando promuove una cultura che consenta alla gente di “sognare” pieni diritti per tutti i propri fratelli e sorelle, come Martin Luther King ha cercato di fare; quando lotta per la giustizia e la causa degli oppressi, come Dorothy Day ha fatto con il suo instancabile lavoro, frutto di una fede che diventa dialogo e semina pace nello stile contemplativo di Thomas Merton». «Sono questi i valori – conclude perciò L’Osservatore Romano – che hanno fatto grande l’America. E di cui il mondo ha ancora bisogno».

Le reazioni al discorso di insediamento del presidente Donald Trump si possono collocare in tre categorie: quelle pur imbarazzate ma soddisfatte per la elaborazione destrorsa ai massimi livelli; quelle scioccate per la prefigurazione di un mondo completamente a rovescio; quelle preoccupate per le ricadute negative sull’Europa e sull’Italia. Le prime le definirei “irrazionalmente faziose”; le seconde le definirei “sbrigativamente catastrofiche”; le terze le chiamerei “opportunisticamente preoccupate”. In tutte c’è un po’ di vero.

Personalmente mi sono vergognato di essere un uomo! E poi ho tremato per le sorti dell’umanità!  Seguendo la vomitevole cerimonia del giuramento devo ammettere di avere paradossalmente rivalutato le riunioni del Soviet supremo: non so se ci fosse più democrazia in queste piuttosto che nella masnada di personaggi così ben assemblati al Campidoglio.

Faccio fatica a riprendermi ed ecco perché mi sono rifugiato nella felpata ma incisiva analisi, più etica che politica, dell’Osservatore Romano: una boccata d’ossigeno! Non tutto è perduto se nella storia gli Usa hanno saputo fare qualcosa di buono in mezzo a tante iniquità politiche (tra le quali non esito ad inserire l’assassinio di Aldo Moro).

La sera stessa della giornata dell’insediamento ho potuto riascoltare le dignitose e commoventi dichiarazioni di De Gasperi al termine del suo viaggio negli Usa in cerca di aiuto per l’Italia disastrata e ho tentato due parallelismi impossibili.

Alcide De Gasperi con un cappotto preso a prestito va in America sfoggiando dignità nonostante le rovinose disavventure belliche del fascismo, fede democratica credibile anche e soprattutto grazie alla Resistenza, fiducia nel ruolo di un grande Paese come gli Usa. Giorgia Meloni si pavoneggia al Campidoglio sfoggiando sbracato opportunismo, dimenticandosi dell’Europa e chiedendo un posto al sole trumpiano.

Gli Usa di allora si dimostrano generosi (?) con De Gasperi e la sua Italietta allo sbando.  Gli Usa di oggi strizzano l’occhio alla Meloni facendole balenare l’idea di entrare nell’internazionale della destra tecnopopulista e consigliandole di lasciare l’Europetta allo sbando.

Devo rassegnarmi a vivere e rifugiarmi nei ricordi alla faccia di Elena Granata, ideologa del novellato cattolicesimo democratico, che consiglia di voltare pagina perché l’acqua passata non macina più. Vorrei tanto che mi spiegasse cosa trova di macinante nell’acqua presente…

 

 

 

L’acrobatico tecnopopulismo senza rete

Si tratta di una visione del tutto nuova, che apre questioni importanti. Prima fra tutte, il ruolo di una Europa sempre più periferica. Quanto accade a Washington, dunque, è foriero di grandi cambiamenti. Gli Stati Uniti hanno ormai preso atto della fine dell’“ordine liberale globale” sorto con la caduta del muro di Berlino. La seconda presidenza Trump si presenta con l’ambizione di cambiare culturalmente e geopoliticamente gli Stati Uniti. I fatti diranno se questo disegno si trasformerà in realtà. E se sarà per il meglio o per il peggio.

Qualunque cosa accada, le vicende americane costringono a una riflessione sulle idee di libertà e di democrazia; sul ruolo della tecnologia in rapporto a fondamentali questioni antropologiche; sugli equilibri geopolitici e sulla possibilità della pace. Tutti temi di primaria importanza. Se l’Europa – culturalmente, politicamente, economicamente – esiste, batta un colpo. (dal quotidiano “Avvenire” – Mauro Magatti)

È la migliore sintesi del travagliato momento che sta attraversando la storia. L’inquietante e vergognoso ritorno in pista di Donald Trump ci mette di fronte ad un autentico guazzabuglio anti-democratico e oserei dire anti-umano.

La questione dell’immigrazione affrontata con l’accetta delle deportazioni di massa; il rapporto tra economia e politica vissuto come un marxismo a rovescio, con la politica che rinuncia a priori a governare l’economia; il rapporto tra economia e tecnologia vissuto come omologazione supina, acritica, globale e impazzita della tecnostruttura concettualmente elaborata nel 1967 dall’economista statunitense J.K. Galbraith; la coesistenza pacifica subordinata allo strapotere delle superpotenze (Usa e Cina).

Siamo ai titoli di coda della democrazia occidentale salvo un rigurgito di vitalità da parte dell’Europa. Sapranno i Paesi europei gestire il fenomeno migratorio all’insegna dell’accoglienza e dell’integrazione? Sapranno farsi promotori di un’economia a misura d’uomo? Sapranno interporsi a livello geopolitico nel gioco al massacro funzionale a Usa e Cina? Sapranno elaborare e portare avanti una politica estera comune che fronteggi il protezionismo statunitense e l’aggressività cinese? Sapranno impostare una difesa militare comune che razionalizzi le spese e renda possibile una certa autonomia rispetto allo strapotere della Nato? Sapranno essere protagonisti di una politica ambientale credibile e possibile?

La risalita al potere di Donald Trump impone la riedizione riveduta e corretta dell’Europa unita, pena la disfatta della democrazia. Lo sciocco e rassegnato ragionamento dell’accettazione della deriva statunitense o l’ancor più stupida illusione di cercare di sedersi in qualche modo al tavolo non portano da nessuna parte. Equivarrebbe ad emigrare su Marte sperando di trovarvi accettabili forme di vita.

Non pensiamo che nel giro di qualche anno, se non addirittura di qualche mese, il trumpismo finisca implodendo tragicamente. Questa volta il trumpismo va ben oltre Trump, che comunque ci sta consegnando e ci consegnerà un mondo diverso in cui vivere senza diritti o, senza voler essere catastrofici, in cui avere solo il diritto di morire.

 

 

 

La separazione delle polemiche

Non riesco a districarmi nell’annoso dibattito, ora arrivato nelle aule parlamentari, tra le motivazioni favorevoli e contrarie alla separazione delle carriere dei magistrati. Mi sembrano pretestuose: quelle a favore partono da un presupposto pregiudizialmente punitivo della categoria, quelle contrarie altro non sono che un’aprioristica e acritica difesa dello status quo.

La magistratura deve essere rispettata nella sua autonomia, ma non per questo deve essere intoccabile, così come le riforme dell’ordinamento giudiziario non devono indebolire i giudici per renderli più esposti, direttamente o indirettamente, all’influenza del potere esecutivo.

Ho ascoltato e letto parecchio su questo tema anche se non riesco a cogliere la capitale importanza che ad esso viene attribuita. Forse non è il caso di intestardirsi in stucchevoli diatribe, anche se gli indirizzi generali dell’attuale governo creano non pochi sospetti sulle sue effettive intenzioni riformatrici. Riforme o voglia di silenziare il dissenso dalle piazze alle aule giudiziarie passando attraverso la sordina al giornalismo in generale e a quello d’inchiesta in particolare?

Dei quattro poteri su cui è sostanzialmente fondata la democrazia rischia di rimanere intatto, e forse addirittura pompato a dismisura, solo quello esecutivo: quello legislativo è condizionato o dribblato o bypassato dal governo, che, per urgenza o per accorciare la tempistica tende a svolgere un ruolo non suo; quello giudiziario è polemicamente sopportato e talora clamorosamente attaccato; quello mediatico è monopolizzato e strumentalizzato come non mai.

Scendendo dall’approccio ideologico a quello pragmatico, dalla polemica astratta all’analisi  concreta mi sento di fare sintesi riportando l’autorevole parere dell’avvocato, professore, ex senatore nonché amico Giorgio Pagliari che così sintetizza la questione: “La separazione delle carriere appare, nel quadro attuale, l’unico rimedio possibile per creare le condizioni di un’effettiva indipendenza tra la magistratura inquirente e la magistratura giudicante, così da assicurare un vaglio vero da parte di quest’ultima delle richieste dei PM, troppo spesso oggi senza un filtro vero”.

 

 

Governatori sì, ma non troppo

La Lega e Matteo Salvini sono al bivio. C’è un altissimo dirigente del Carroccio veneto, Luca Zaia, che vuole una risposta. Ex ministro, tre volte governatore, vincitore delle ultime elezioni regionali con il 76%, capo di una lista che porta il suo nome e che sul territorio vale più del 40%. Chiede di poter correre per il quarto mandato, in autunno 2025 o nella primavera 2026, ma la premier Giorgia Meloni, FdI e FI sono contrari. Non solo: il partito della presidente del Consiglio ritiene di avere il diritto di indicare il prossimo candidato a governatore. Ora Zaia ha messo sul tavolo l’artiglieria pesante: se non avrà il via libera della maggioranza, è pronto a correre da solo. E, probabilmente, a battere in beata solitudine sia il centrodestra sia il centrosinistra. Una pistola carica messa non solo sul tavolo del centrodestra, ma anche del suo partito, la Lega, sinora “timida” nel prendere le sue difese. (dal quotidiano “Avvenire” – Marco Iasevoli)

La questione, così ben sintetizzata, se abbiamo l’accortezza di toglierla dal pollaio della politica per trasferirla nel salotto istituzionale, contiene parecchi spunti di riflessione.

Innanzitutto va presa in considerazione la funzione di presidente della giunta regionale impropriamente, enfaticamente e forzatamente trasformata in quella di governatore della regione: una sorta di piccolo premier a contatto diretto con la popolazione. Non siamo affatto in linea con l’ordinamento istituzionale, ma scadiamo in un populismo decentrato che pur sempre populismo è.

In seconda battuta viene il punto del limite ai mandati: considerato lo strapotere “governatorale”, bisogna porvi un limite temporale per evitare inconvenienti democratici e ancor prima etici: attaccarsi alla seggiola è pericoloso!

Mettendo in collegamento questi due elementi saltano all’occhio le contraddizioni: se il governatore regionale risponde direttamente agli elettori bisognerebbe lasciare ad essi il potere di mandarlo o meno a casa; se la democrazia ha bisogno di questi sbarramenti legali vuol dire che è gracile e non appartiene al popolo. Della serie, governatori sì, ma non troppo!

Mi sembra che il limite dei mandati non risponda ad effettive esigenze di salvaguardia democratica, ma alla necessità di difendere e mantenere una sorta di primazia del governo centrale per il quale non esistono simili lacci e lacciuoli.

Non sono un patito regionalista, più volte ho detto e scritto che le regioni hanno sostanzialmente fallito la loro mission, trasformandosi più in centri di potere che in decentramenti della pubblica amministrazione, aggiungendo burocrazia incompetente piuttosto che snellimento razionale, dando ai cittadini l’illusione della vicinanza ai pubblici poteri mentre al contrario il rapporto con essi viene ulteriormente complicato e frastagliato in un pernicioso gioco allo scaricabarile delle responsabilità.

Mancava solo la riforma della cosiddetta autonomia differenziata per accentuare i difetti dell’attuale ordinamento andando a mettere in discussione persino i principi costituzionali basilari del nostro sistema.

Adesso stiamo mettendo la ciliegina sulla torta regionale, portandola nella cucina della bassa politica spartitoria: un governatore a me, un sindaco a te, e via discorrendo, con tanto di bilancino fondato sul consolidato (?) consenso elettorale dei partiti. Una “cencellata” di cui francamente non si sentiva il bisogno. E la tanto conclamata qualità delle candidature dove va a finire? Nello zaiaismo e deluchismo spinti all’eccesso in contrapposizione all’antizaia e all’antideluca?

Infatti Veneto e Campania potrebbero finire in caciara elettorale con le liste dei partiti del centro-destra e del centro-sinistra messe in concorrenza con le liste dei governatori uscenti. Una complicazione personalistica che finirebbe col togliere ulteriormente credibilità al sistema democratico. I cittadini sarebbero costretti a scegliere fra la strada maestra della sacrosanta e costituzionale funzione dei partiti e la scorciatoia del personalismo leaderistico regionale. Un casino pazzesco!

Per favore tolgano di mezzo il limite dei mandati e non se ne parli più, tanto se un eletto vuole mettere radici antidemocratiche al suo operato lo può fare sempre e comunque in mille modi, direttamente, indirettamente, per interposta persona, etc. etc.

 

 

I capricci salviniani e i sandali bossiani

Mentre la politica interna statunitense è alle prese con gli effetti devastanti degli incendi in California (fa un certo effetto che uno Stato capace di andare sulla luna non riesca a domare gli incendi sulla propria terra), la politica interna francese e quella tedesca sono condizionate dalle imminenti elezioni, quella austriaca dall’inquietante dopo elezioni, le questioni italiane di politica interna girano attorno alle ansie governative di Matteo Salvini, il quale, stando alle indiscrezioni ed ai retroscena, punterebbe vigorosamente a tornare ad occupare il posto di ministro degli Interni.

Faccio sinceramente fatica a capire il perché di questa irrequietezza salviniana. Probabilmente il Ministero dei trasporti e delle infrastrutture, al di là della insopportabile megalomania del ponte sullo stretto, non gli concede la desiderata visibilità, ma addirittura lo mette in qualche serio imbarazzo (vedi le disavventure ferroviarie che, per la verità molto strumentalmente, gli vengono totalmente addebitate).

Forse il ministero degli interni gli offrirebbe maggiori possibilità di intervenire sulla questione immigrazione, sulla lotta alla delinquenza, sulla gestione dell’ordine pubblico, tutti argomenti caldi a livello di pubblica opinione orientata a destra.

Forse l’eccessiva esposizione politico-mediatica di Giorgia Meloni lo infastidisce e non gli lascia scampo se non quello di cercare qualche contrappeso con cui far valere la propria identità.

Forse i contrasti interni al suo partito (il libro cuore leghista: Salvini-Franti contro Zaia-Garrone) lo obbligano a qualche manovra che distragga l’attenzione e lo riporti in primo piano almeno dal punto di vista dell’immagine.

Forse Matteo Salvini è stanco di vedersi scippare quote consistenti di elettorato e intende recuperare a costo di creare qualche grosso grattacapo al governo di cui fa parte.

Forse la recente sentenza assolutoria riguardo ai reati in materia migratoria, se da una parte lo ha paradossalmente privato del comodo ruolo di “vittima”, dall’altra parte lo sta spingendo ad un ruolo protagonistico non sufficientemente coperto dagli attuali incarichi governativi.

Peraltro il discorso ha avuto eco persino nella conferenza stampa di inizio anno della premier.

Francesco Bechis (Il Messaggero): Buongiorno Presidente, siamo un po’ al giro di boa della legislatura, c’è una parola che ha iniziato a fare capolino nel dibattito politico, rimpasto. Le chiedo allora se lei esclude categoricamente che Matteo Salvini possa diventare Ministro dell’interno entro la fine della legislatura, come lui stesso ha detto di aspirare un giorno a fare e ha detto ne avreste parlato insieme e poi restando in tema se Daniela Santanché sarà rinviata a giudizio dovrà dare dimissioni da Ministro del turismo? Grazie.

Presidente Meloni: Allora, lei dice che la parola rimpasto ha cominciato negli ultimi giorni a fare capolino, le segnalo che la parola rimpasto ha fatto capolino più o meno dopo due settimane che ero al Governo, una parola alla quale sono abituata e alla quale non sono tendenzialmente favorevole. Segnalo oltretutto che prima del giro di boa del Governo, a due anni e qualcosa, questo è già il settimo Governo per longevità nella storia d’Italia su 68 governi, se non vado errata, nella storia nazionale e quindi procediamo a grandi falcate per scalare ulteriori posizioni. Dopodiché Matteo Salvini sarebbe un ottimo Ministro degli Interni. Ho già risposto su questo e ha ragione Matteo Salvini quando dice che in assenza del procedimento giudiziario – che abbiamo visto come è andato – ragionevolmente Matteo Salvini avrebbe chiesto e ottenuto di avere il Ministero degli Interni, però anche Piantedosi è un ottimo Ministro degli Interni, lo voglio ringraziare, e quindi non penso che allo Stato attuale, diciamo, sia per la vicenda del rimpasto, sia perché abbiamo già un ottimo Ministro degli Interni, questa cosa sia all’ordine del giorno. Sulla Santanchè vediamo, diciamo non sono la persona che giudica queste cose prima che accadano, per cui vediamo che cosa deciderà la magistratura e poi ne parlerò ovviamente col Ministro Santanchè. 

La risposta di Giorgia Meloni è stata all’insegna di un “promoveatur ut firmum sit”: la premier non vuol cercare freddo per il letto, ha ben altre questioni in testa e muovere le biglie potrebbe innescare situazioni politicamente pericolose.

Salvini lo sa benissimo e allora perché continua, seppure sotto traccia, a rompere i coglioni? Non è un gran dilemma! Siamo ben lontani dalle grane che Umberto Bossi sapeva creare a Silvio Berlusconi. Sì, sarò esageratamente passatista, ma ho nostalgia per il leader storico leghista a cui Salvini non è degno nemmeno di slegare i lacci dei sandali.

In conclusione azzardo una ipotesi di quadratura del cerchio. La politica è alla disperata ricerca di un ruolo al di fuori dei reali problemi del Paese: la presidente del Consiglio, al riguardo, ha la chance di giocare a fare la statista a livello internazionale, il ministro delle infrastrutture ha la possibilità di fare i capricci puntando ad ottenere un giocattolo alternativo. I media vanno sempre più alla deriva ciarliera e trovano qualcosa su cui scaricare penosamente la loro inconsistente verve giornalistica.