Attacchiamoci al Trump

Donald Trump ha parlato per un’ora. 57 minuti in cui ne ha avute per tutti: ha attaccato l’Onu, la Nato, l’Europa, gli ambientalisti, Joe Biden, la sinistra «folle», il Brasile. Toni e contenuti simili a quelli dei suoi comizi elettorali, come se ormai avesse un unico discorso buono per tutte le occasioni, basta adattarlo un po’.

Trump ha iniziato attaccando l’Onu per non averlo aiutato nel processo di «porre fine a sette guerre», impresa che, a suo dire, ha portato a termine da quando è tornato in carica, e che sarebbe spettata alle Nazioni unite.

Il dato non è accurato ma non importa, e non ha impedito a Trump di rimproverare l’Onu: «Sembra che tutto ciò che fanno sia scrivere lettere di protesta e poi non dare mai seguito alle loro parole. Sono parole vuote, e le parole vuote non risolvono la guerra – ha detto – L’unica cosa utile è l’azione».

Non ha speso molte parole sulla guerra in Ucraina che prometteva di risolvere in 24 ore, addossando la colpa a tutti quei Paesi che acquistano petrolio russo: India, Cina e diversi alleati della Nato. «Stanno finanziando la guerra contro se stessi», ha detto Trump, per continuare affermando che «nel caso in cui la Russia non sia pronta a raggiungere un accordo per porre fine alla guerra, gli Usa sono pienamente pronti a imporre una serie molto forte di dazi doganali», e l’Europa dovrebbe seguire l’esempio «adottando esattamente le stesse misure». Più tardi, durante il bilaterale con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ha affermato di ritenere che Kiev sia in grado di «recuperare tutti i territori ucraini» nella guerra con Mosca.

Con gli alleati  europei ha speso parole dure anche per l’uso di energia verde che rovina l’estetica di posti meravigliosi come la Scozia, deturpata dai pannelli solari per un capriccio liberal, visto che nel mondo di Trump non esiste nessuna emergenza climatica: ha definito le iniziative ambientali tra le frodi più diffuse al mondo, e sollecitato una revisione delle politiche che presumibilmente non riducono l’inquinamento né apportano reali benefici economici, ma sono frutto di una follia collettiva tanto che a San Francisco «non si può più buttare neanche un mozzicone per terra».

Uscendo di nuovo dal testo che aveva preparato, il tycoon ha dedicato 10 minuti alla «bufala del riscaldamento globale». Ha celebrato il ritiro Usa dall’accordo sul clima di Parigi, ha parlato delle esportazioni energetiche americane e ha aggiunto: «Gli Stati uniti sono stati sfruttati da gran parte del mondo, ma ora non più». In compenso ha elogiato il «Co2 pulito e bello». «Siamo pronti a fornire a qualsiasi paese abbondanti e convenienti risorse energetiche se ne avete bisogno, e la maggior parte di voi ne ha bisogno», ha affermato.

Il Presidente statunitense ha collegato le migrazioni e le energie rinnovabili come le forze che «stanno distruggendo gran parte del mondo libero», l’Europa in particolare che non segue il suo modello di pugno di ferro su entrambi i fronti.

Dopo aver più volte puntato il dito contro Joe Biden che, tra le altre cose, avrebbe aperto i confini accogliendo «ex galeotti e persone appena uscite da cliniche psichiatriche», ha ringraziato El Salvador per averlo sostenuto nel suo giro di vite contro l’immigrazione e i richiedenti asilo che «ripagano la generosità con la criminalità».

Sulla Palestina, invece, ha speso poche parole, abbastanza per affermare che non ci sono accordi senza il rilascio totale degli ostaggi da parte di Hamas, inclusi i corpi di quelli morti. (Il Manifesto – Marina Catucci – New York)

C’è di che rimanere allibiti! La realtà trumpiana sta superando ogni e qualsiasi immaginazione. Confesso di esserne profondamente turbato. Se questa è la macchina del mondo non mi resta che esprimere il desiderio di scendere. Anzi, scendo immediatamente per andare dove non so…

Rimanere in Italia? Peggio che andar di notte: almeno Trump ha il coraggio di dire quel che pensa e di fare non solo quel che dice, ma anche quel che pensa e non si può dire.

Rifugiarmi in Europa? Ma fatemi il piacere…Nessuno ha la forza di opporsi a questa folle visione imposta da Trump. Anche chi finge di distinguersi non va al di là del buonsenso, che sarebbe già qualcosa se non ci fosse di mezzo la vita di milioni di persone.

Certi cattolici durante il periodo fascista si nascosero in Vaticano. Nemmeno lì oggi mi sentirei al sicuro con un papa americano…

Ho capito! Chiedo scusa del tono ironico che mal si sposa alla drammaticità degli eventi, ma alla fine posso solo attaccarmi al tram: è un’espressione idiomatica italiana che significa che qualcuno deve cavarsela da solo, arrangiarsi e risolvere un problema autonomamente, spesso perché ha perso un’opportunità o perché è troppo tardi per avere aiuto o per ottenere qualcosa. L’espressione può essere usata in modo polemico, ironico o per esprimere indifferenza, e deriva da un’usanza passata in cui i tram avevano appigli esterni e i ritardatari si potevano aggrappare per salire a bordo.

Non disturbare, genocidio in corso

Usa, 22 settembre 2025 “Quello che sta accadendo con le proteste e le manifestazioni per la Striscia di Gaza è incredibile, e non ha nulla a che vedere con l’aiuto alla popolazione palestinese o con il diritto di sciopero sancito dalla nostra Costituzione. Aggredire la polizia, bloccando stazioni, porti e strade e mettendo in fuga i turisti, sono atti criminali e inaccettabili: è deprecabile e non aiuta sicuramente l’impegno a favore della pace, che non si difende con atti di violenza o bloccando servizi pubblici utili ai nostri cittadini”. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, parlando ai giornalisti a New York. (Agenzia VISTA / Alexander Jakhnagiev)

Incredibile e deprecabile è quanto sta accadendo a Gaza! Incredibile è che il governo italiano non abbia il coraggio di esprimere una fattiva linea politica di condanna di Israele e di solidarietà col popolo palestinese!

Di fronte allo scempio di una guerra sistematica contro un popolo inerme (come sostiene Massimo Cacciari, è la prima volta che succede nella storia dell’umanità) non si può stare a guardare: non mi scandalizzo pertanto che le coscienze, soprattutto quelle giovanili, si ribellino e reagiscano in modo anche scomposto, lasciandosi andare anche ad atti di violenza. Non mi sento di censurare e addirittura criminalizzare la gente che scende in piazza, criminalizzo Netanyahu e quanti direttamente o indirettamente lo assecondano e fra questi vomitevoli personaggi ci sono purtroppo gli attuali governanti italiani.

Le sanzioni contro Israele non si devono porre in atto, il riconoscimento dello Stato palestinese non è fattibile, iniziative in sede europea non si riescono a varare, all’Onu ci pensa Trump a bloccare ogni e qualsiasi sostanziale condanna di Israele. La politica accetta supinamente la fine del diritto internazionale.

In questo desolante quadro cosa dovrebbe fare un cittadino italiano con un minimo di sensibilità e di coscienza? Aspettare che Tajani suoni la riscossa? Lasciare che Giorgia Meloni sbruffoneggi in pace (lo ha detto ironicamente Massimo Cacciari)? Rimettersi alla volontà di Trump? Sperare nei Paesi arabi? Confidare nella solita Disunione europea? Pensare che il genocidio di Gaza in fin dei conti non ci riguardi?

Ci stiamo accorgendo che nel mondo si sta capovolgendo tutto quel poco di buono che rimaneva? E i governanti italiani si limitano a farneticare sulle violenze di piazza, strumentalizzandole per trasformarle in odio brigatista contro Giorgia Meloni.

Facciamo un discorso serio: di fronte a questo panorama cosa rimane da fare, visto che la politica acconsente o tace? Nel vuoto politico può nascere di tutto. Il terrorismo trova terreno fertile in Palestina, ma anche in tutto il mondo. Persino la barriera vaticana, che ha sempre funzionato come deterrente contro il terrorismo di matrice islamica, si sta sgretolando: vedi la sciagurata accoglienza riservata da papa Leone al presidente israeliano Herzog. C’è solo da sperare che il terrorismo sia in altre faccende affaccendato, forse sta sfogando la sua vitalità nel continente africano.

Un tempo si diceva che la questione palestinese fosse centrale negli equilibri mediorientali: il nodo si sta sciogliendo nel peggiore dei modi. Non è ancora chiaro dove si andrà a parare. I milioni di persone che si troveranno senza patria dove potranno emigrare? Diventeranno un enorme popolo errante come quello ebraico di un tempo? Avranno un Dio che li assisterà?

Laurea ad honorem in facciatostismo

Tank e truppe israeliane in azione nell’assalto a Gaza City. «Abbiamo iniziato l’operazione intensiva: è una fase cruciale», annuncia Netanyahu. «Avanti fino alla sconfitta di Hamas e al rilascio degli ostaggi», dice Katz. Protestano i familiari degli ostaggi. Ieri oltre 100 i morti nella Striscia, secondo fonti locali. L’Ue condanna e annuncia sanzioni contro Israele. Silenzio da Trump. La commissione indipendente d’inchiesta Onu afferma che a Gaza si sta «consumando un genocidio». «L’ipocrisia di coloro che condannano Israele è così evidente». Lo ha affermato in conferenza stampa il premier israeliano Benjamin Netanyahu in merito alle critiche per l’attacco contro i leader di Hamas a Doha la scorsa settimana. Lo riporta Times of Israel. (da “lastampa.it)

Ipocrisia è simulazione di virtù, di devozione religiosa, e in genere di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni, per guadagnarsi la simpatia o i favori di una o più persone, ingannandole.

Non ho bisogno di simulare nulla perché la realtà è sotto gli occhi di tutti; non mi sento un ipocrita, almeno per i motivi accampati da Netanyahu; forse mi sento addirittura in colpa (quasi un omertoso…) per non avere il coraggio di dire e fare qualcosa di più contro l’attuale governo di Israele.

Benjamin Netanyahu sa benissimo che chi lo appoggia o preferisce starsene zitto lo fa per mero opportunismo, nascondendosi dietro il pretestuoso dito di Hamas: quella è ipocrisia.

Gli Stati Uniti hanno posto il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che chiedeva un cessate il fuoco immediato e permanente nella Striscia di Gaza e il rilascio degli ostaggi. La risoluzione, approvata dagli altri 14 membri del più potente organo delle Nazioni Unite, denunciava la situazione umanitaria a Gaza come “catastrofica” ed esortava Israele a rimuovere tutte le restrizioni sulla consegna degli aiuti ai 2,1 milioni di palestinesi che vivono nel territorio. Gli Stati Uniti hanno motivato il veto sostenendo che il testo non condannava sufficientemente Hamas. (ilfattoquotidiano.it)

Gli ebrei dovrebbero essere storicamente esperti al riguardo: quanti hanno fatto finta di non sapere dei campi di concentramento, quanti (tra di essi il governo italiano di allora) hanno avallato e copiato le leggi razziali, quanti hanno poi pianto sui cadaveri conseguenti al genocidio perpetrato dai nazisti.

Visto che siamo agli insulti, se Lei signor premier israeliano mi ritiene un ipocrita, le dirò che io di rimando la considero un «bècch äd fér», (letteralmente: becco di ferro), vale a dire una «faccia tosta». “Faccia tosta” è un’espressione che descrive una persona sfacciata, senza vergogna, audace e presuntuosa, che non si lascia imbarazzare da nulla e non esita a fare richieste o a comportarsi in modo impertinente. Può indicare un atteggiamento arrogante o la capacità di agire senza timore di fare figuracce.  Mi fermo qui e dovrebbe essermene grato: la Corte penale internazionale è andata ben oltre…

Lei ha tre fortune: quella di poter strumentalizzare culturalmente e vergognosamente la shoah, quella di avere a che fare con i palestinesi che non capiscono niente e si affidano al peggior offerente e quella di contare su un potere economico così diffuso e profondo da zittire o addomesticare le critiche. Più faccia tosta di così! Infatti la quarta fortuna è quella di avere a che fare con governanti stranieri simili a lei: un vero e proprio club di facce toste.

 

Il dogmatico palliativo alla carità evangelica

Dopo la Toscana, anche la Sardegna ha approvato una sua legge regionale sul fine vita. In assenza di una normativa nazionale sollecitata da tempo dalla Consulta a rendere non punibile – ricorrendo alcuni presupposti estremi – l’aiuto al suicidio, si registra dunque una nuova fuga in avanti a livello locale, sulla scia della libera interpretazione che l’associazione Luca Coscioni dà del pronunciamento della Corte. Il testo della Sardegna ricalca per grandi linee la proposta “Liberi subito” e come per la Toscana c’è da aspettarsi che anche questa norma venga impugnata dal Governo, mentre in Parlamento discute di una disciplina organica sul tema e – nonostante il dibattito ancora aperto nella maggioranza – sembra prevalere l’idea che una legge sia inevitabile, sia pur entro parametri molto restrittivi, fra cui fa molto discutere il mancato coinvolgimento del servizio sanitario nazionale.

(…)

In un comunicato i vescovi sardi esprimono «preoccupazione» e un «dissenso» che «nasce dalla certezza che la vita va sempre difesa, per cui non è accettabile aiutare un malato a morire. Il tema della difesa della vita non può essere un’occasione per contrapposizioni politiche strumentali per finalità di consenso elettorale», sostengono i presuli facendo proprio il comunicato della Presidenza della Cei del 19 febbraio 2025, e in una situazione come quella sarda «appare ancora più urgente che si dia attuazione al “Piano di potenziamento della Rete regionale di cure palliative 2024”, del 5 settembre scorso. Non si tratta di accanimento terapeutico – concludono -, al quale siamo sempre contrari, ma di non smarrire l’umanità».

Anche l‘arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei, ricorda come la Presidenza dei vescovi italiani abbia già sostenuto che «sulla vita non ci possono essere polarizzazioni o giochi al ribasso», ed esprime quindi «rammarico», auspicando che «si giunga, a livello nazionale, a interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza». (dal quotidiano “Avvenire” – Angelo Picariello)

Mentre la politica fa strumentale melina sulla pelle dei disperati, i vescovi pongono “fardelli pesanti e difficili da portare” sulle spalle di chi soffre già più che a sufficienza.

Sul fine vita c’è in atto una diatriba fra Parlamento (che non si decide a legiferare) e Regioni (che mordono il freno per dare almeno uno straccio di risposta alle aspettative etiche sempre più impellenti). Se il Parlamento non è in grado di intervenire compiutamente, nonostante gli inviti della Corte Costituzionale e nonostante gli appelli di chi soffre tremendamente, ben vengano le fughe in avanti delle Regioni: si rischia la confusione normativa, ma sempre meglio un po’ di confusione che l’irresponsabile e comodo silenzio sulle disgrazie altrui.

Quanto alle posizioni della gerarchia cattolica non le capisco e, se le capisco, non sono assolutamente d’accordo.

Ma questi signori vescovi e cardinali che razza di idea hanno del Padre Eterno? Lo credono così pignolo da sottilizzare sulla liceità del suicidio assistito di persone giunte al capolinea della loro possibilità di vita umanamente dignitosa? Ma fatemi il piacere…

Perché sulle orme di Gesù, partendo dalla giustizia quale conseguenza della fede, non si aprono alle persone, non facendosi mai imprigionare dagli e negli schemi, non si pongono, a cuore aperto, davanti alle problematiche sessuali, alla bioetica, all’eutanasia, all’aborto, all’accanimento terapeutico, all’uso del preservativo, al sacerdozio femminile, al celibato sacerdotale?

Più che delle pur sacrosante cure palliative, i vescovi sembrano preoccupati di trovare un palliativo dogmatico al Vangelo. Non si tratta di principi irrinunciabili, ma di testardaggini belle e buone. La difesa della vita non è un principio astratto, ma uno stile di comportamento dettato dalla carità nel rispetto delle singole persone e delle loro coscienze.

Malati terminali: «Sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa» (don Andrea Gallo).

Se qualcuno riterrà che io con questi atteggiamenti mi ponga fuori dalla Chiesa, non me ne frega un cazzo (quanno ce vò ce vò!): l’importante è che io rimanga dentro la mia coscienza illuminata dal Vangelo. È ciò che cerco di fare, spesso non ci riesco e vado in crisi, ma non sul tema del fine vita di chi intende coraggiosamente chiuderla, bensì in quello dell’aiuto alla vita di chi vorrebbe vivere e viene ammazzato con la guerra, con la fame, con i genocidi, con le torture, con le ingiustizie, con le discriminazioni, con le povertà, etc. etc.

L’inferno trumpiano, il purgatorio starmeriano e il limbo meloniano

Entro la fine della settimana il governo britannico dovrebbe annunciare il riconoscimento dello Stato di Palestina. Il primo ministro Keir Starmer aveva avvertito a luglio che il Regno Unito avrebbe preso questa iniziativa se Israele non avesse adottato misure concrete per alleviare le sofferenze a Gaza, concluso un accordo di cessate il fuoco con Hamas e accolto la soluzione dei due Stati. Nessuna delle condizioni si è verificata. Secondo il quotidiano inglese The Times la conferenza stampa in cui verrà ufficializzata la decisione verrà convocata appena dopo la ripartenza del presidente statunitense Donald Trump, fermamente contrario alla mossa, in visita di Stato a Londra.

Le divisioni tra Regno Unito e Stati Uniti sulla questione sono profonde. La ministra degli Esteri, Yvette Cooper, ha sottolineato che l’assalto militare israeliano a Gaza City è stato «del tutto sconsiderato e terribile». «Porterà soltanto altro spargimento di sangue – ha aggiunto -, ucciderà altri civili innocenti e metterà in pericolo gli ostaggi rimasti». Al contrario, Marco Rubio, il segretario di Stato americano che ha accompagnato Trump in visita a Londra, ha insistito che il riconoscimento formale della Palestina come Stato renderebbe la pace meno probabile. «In realtà rende i negoziati più difficili perché incoraggia Hamas». A suo dire, è questo il motivo per cui la mossa potrebbe provocare un’ulteriore «controreazione” da parte di Tel Aviv. Parole che fanno riferimento a un possibile tentativo di Israele di annettere le aree occupate della Cisgiordania. Dal canto suo, però, il laburista Starmer non ha molte opzioni. Forte è la pressione all’interno del suo partito a favore di questa svolta. (dal quotidiano “Avvenire”)

Finalmente una novità diplomatica positiva: sulla questione di Gaza il Regno Unito e gli Stati Uniti non battono pari. Le loro strategie, soprattutto quelle belliche, sono sempre andate d’amore e d’accordo: quando gli Usa avevano il raffreddore la Gran Bretagna soffriva di mal di testa e viceversa. E ciò avveniva a prescindere dall’orientamento politico dei rispettivi governi, conservatori o laburisti a Londra, repubblicani o democratici a Washington.

Gli inglesi hanno recuperato un minimo di autonomia di giudizio anche perché la situazione a Gaza è talmente clamorosa da non consentire posizioni interlocutorie o attendiste: un timidissimo segnale di vitalità a livello europeo e chissà forse anche a livello dei laburisti inglesi. Non è mai troppo tardi!

La pretestuosa motivazione dell’ingombrante presenza di Hamas non regge più, è chiaramente una inaccettabile scusa per chi non vuol vedere e agire. Tra l’altro, così facendo, si buttano sempre più i palestinesi in braccio ad Hamas, assegnando ai terroristi un assurdo ruolo di interposizione nelle trattative e di protagonismo negli assetti mediorientali. Trump si attacca ad Hamas per giustificare l’ingiustificabile omertosa sopportazione verso Israele.

In questa contingente ripresa di iniziativa a livello europeo, consistente nel pur debole ed insufficiente riconoscimento della Palestina come Stato, che potrebbe inoltre consentire un recupero di ruolo all’Onu, l’Italia brilla per la sua acritica, ondivaga e stolta posizione filoamericana. Il ministro Tajani sembra un ventriloquo di Rubio. Che pena!

Cosa vuol dire riconoscere la Palestina soltanto se viene totalmente neutralizzata la presenza di Hamas, se non confondere l’obiettivo con il mezzo per raggiungerlo, il risultato con i dati del problema. Appare come l’ultima spiaggia dialettica per giustificare a tutti i costi il genocidio da parte di Israele. In braccio ad Hamas o nelle grinfie di Trump e Netanyahu? Posso persino capire l’imbarazzo palestinese.

Il terrorismo non lo si combatte nel e col terrore: a forza di criminalizzare Hamas, facendo risalire ad essa tutte le disgrazie, me la stanno facendo diventare simpatica. È tutto dire. Ma trovare un nemico facile su cui scaricare le colpe è comodo e fuorviante.

Le attuali sconfitte diplomatiche di Trump sul fronte mediorientale vengono scaricate appunto su Hamas, quelle sul fronte russo-ucraino sulla inopinata testardaggine di Putin. E la pace che doveva arrivare dal cielo trumpiano? Stiamo sempre più sprofondando nell’inferno trumpiano. Io seguo lo stesso schema pressapochista di valutazione: non sono Hamas e Putin i demoni invincibili, ma è Trump il vero angelo caduto in disgrazia che, volenti o nolenti, sta trascinando con sé gran parte del mondo.

 

La guerrafondaia sintesi del mondo moderno

Mentre prosegue l’operazione militare di occupazione di Gaza City il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, getta definitivamente la maschera: alla fine della guerra la Striscia di Gaza sarà “una miniera d’oro immobiliare”, dichiara entusiasta alla conferenza immobiliare Urban Renewal Summit a Tel Aviv. Mentre la Commissione europea annuncia le possibili sanzioni contro Israele (con il nome di Smotrich che compare tra quelli inclusi nel pacchetto) e la Commissione indipendente delle Nazioni Unite accusa Tel Aviv di genocidio, il ministro di estrema destra parla addirittura di “negoziati avviati con gli americani” per come spartirsi la Striscia alla fine del conflitto.

Come se stesse parlando di una qualsiasi operazione immobiliare Smotrich sottolinea che “la demolizione, la prima fase del rinnovamento della città, l’abbiamo già fatta. Ora dobbiamo solo costruire”. Fase, dimentica di dire, che ha provocato fino a oggi oltre 65mila morti, tanti dei quali bambini. Il ministro delle Finanze tiene anche a precisare gli aspetti prettamente economici del progetto: nell’enclave palestinese c’è una tale “abbondanza immobiliare” da far sì che la ricostruzione “si paghi da sola”, insiste ancora.

Per il ministro di Netanyahu il progetto “dell’Eldorado Gaza” è stato già condiviso con gli Stati Uniti: “Abbiamo investito molti soldi in questa guerra. Dobbiamo vedere come distribuiremo il terreno in percentuale”, ha aggiunto sottolineando che “il business plan” per Gaza è sulla scrivania del presidente americano Donald Trump che “sta verificando come questa situazione diventerà una manna dal cielo immobiliare”. Tra l’altro a febbraio scorso era stato lo stesso presidente Usa a lanciare il piano della “Riviera Gaza” senza palestinesi.

Il progetto di Smotrich e del governo israeliano non si ferma alla Striscia. È stato proprio lui ad annunciare ad agosto il via libera alla costruzione di 3.400 nuovi insediamenti in Cisgiordania, la contestatissima Colonia E1 che – come lui stesso ha sottolineato – “cancella l’illusione dei due Stati e consolida la presa del popolo ebraico sul cuore della Terra d’Israele”: “Lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo non con slogan, ma con i fatti”, ha ribadito presentando i nuovi insediamenti come “un altro chiodo nella bara di questa pericolosa idea”. Dalla Cisgiordania alla Striscia di Gaza, pertanto, il progetto di Smotrich e del governo israeliano va verso un unico obiettivo. (da “ilfattoquotidiano.it”)

Si tratta della migliore sintesi della peggiore logica geopolitica che sta imperversando: una bestiale combinazione tra economia e politica, tra affari ed etica, tra egoismo privato e interesse pubblico, tra nazionalismo e imperialismo, tra autocrazia e benessere sociale, tra fantasia e realtà.

Sembra che la storia si stia dando appuntamento a Gaza per celebrare la propria disastrosa apocalisse. Tutto il male non vien per nuocere in quanto la geopolitica sta gettando la maschera e finalmente qualcuno capirà verso cosa stiamo precipitando: resta il paradossale e atroce dubbio che chi regge le sorti del mondo sappia, bene o male, fare assieme ai propri sporchi interessi anche quelli della gente intontita dai media e incantata dalla versione tecnologica del capitalismo moderno.

Con quale credibilità ci opporremo alle smanie imperialistiche putiniane e a quelle affaristiche cinesi? Tutti insieme appassionatamente…

Staremo finalmente toccando il fondo per poi poter risalire? Può darsi, ma non ne sarei così sicuro.

Papa Francesco, nel discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari, aveva così paradossalmente (?) profetizzato: «Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia».

Ci stiamo avviando a passo spedito verso questa deriva etico-politica: volete che l’Eldorado Gaza non preveda anche un cimitero per le migliaia di bambini palestinesi morti e un ospedale per i pochi sopravvissuti mutilati? Ma come sono buoni e umani i potenti della terra… A quando il loro rovesciamento dai troni?

 

 

 

La rivoluzione cecchettiniana

Un pugno in faccia ricevuto da un detenuto più grande di lui, che accampava ragioni legate a non ben definiti “codici d’onore” del carcere dopo averlo visto entrare nella ‘sua’ sezione.

Sarebbero queste le ragioni che avrebbero portato all’aggressione, nella casa circondariale di Montorio a Verona, di Filippo Turetta, il giovane condannato all’ergastolo in primo grado per l’uccisione di Giulia Cecchettin.

Un’azione contro la quale, per primo, si è schierato proprio il papà di Giulia, Gino, il quale ha ribadito ancora una volta che “la violenza non è la soluzione”, e che “che i sentimenti che portano a questo sono sbagliati e da condannare”.

“Non penso che la violenza sia la risposta, ed è il messaggio che vorrei dare: non mi fa sentire felice il fatto che Turetta sia stato aggredito, perché ancora una volta vuol dire che dobbiamo lavorare”. É il messaggio che Gino Cecchettin ha voluto mandare, a margine del festival Pordenonelegge, interpellato sull’aggressione subita dall’assassino della figlia Giulia. “Sono da condannare anche questi atti – ha sottolineato – e noi ci muoviamo in senso opposto, e vorremmo far capire alle persone che i sentimenti che portano a questo sono sbagliati e da condannare”. (ANSA.it)

Credo non ci sia niente da aggiungere, c’è soltanto da stare zitti e da imparare la lezione a cominciare da coloro che sono responsabili del regime carcerario, che rischia di essere la sede di una riprovevole guerra tra i peggiori poveri cioè quelli si rivalgono sui loro simili delle miserie del carcere e che dimostra di essere, se non opportunamente elevata, la fogna in cui scaricare i peggiori istinti che persistono nelle persone ulteriormente incattivate dalle condanne penali.

Chi pensa di risolvere il problema della delinquenza dentro le celle di cui smarrire le chiavi è servito e lil messaggio più totalizzante e indiscutibile viene da Gino Cecchettin, vale a dire dal pulpito più credibile ed autorevole che possa esserci.

C’è da chinare il capo e da riflettere per tutti!

 

Né con Trump né con l’uccisore di Kirk

Dopo l’omicidio di Charlie Kirk la destra, populista e non, lancia l’allarme e presenta la loro diagnosi: l’accusa è alle sinistre “colpevoli” di alimentare il clima d’odio in tutto il mondo, contro i “patrioti” e la libertà di parola. Con il rischio che soggetti fragili compiano il salto dalle parole al grilletto, dimenticando quello che pare davanti agli occhi di tutti e cioè che il linguaggio d’odio può albergare spesso sia a destra sia a sinistra. Donald Trump per esempio non adora gli eufemismi e non è arrivato alla Casa Bianca con le parole gentili. Eppure nel video per rendere omaggio a Charlie Kirk, accusa la retorica della “sinistra radicale”, colpevole “per anni” di aver “paragonato meravigliosi americani come Charlie ai nazi e ai peggiori criminali e assassini di massa del mondo”. “Questo genere di retorica – ha proseguito il presidente – è direttamente responsabile per il terrorismo che stiamo vedendo nel nostro Paese ora e deve cessare ora”. Neppure una parola neanche sulla diffusione delle armi in America, di cui la destra americana è coriacea sostenitrice, e che nelle sparatorie agli eventi pubblici – compresi quelli politici – ha un ruolo significativo nel dibattito sul gravissimo attentato politico. Il messaggio di Trump è stato udito forte e chiaro dalle destre europee, anche in Italia. (da “ilfattoquotidiano.it)

Dopo l’uccisione di Kirk, l’influencer amico e sostenitore di Trump, la destra ha immediatamente varato la gara fra chi condanna più o meno apertamente questo episodio di gravissima violenza politica, individuando nella sinistra una sorta di amico del giaguaro, che fino a mezzogiorno condannerebbe l’attentatore per poi giustificarlo politicamente e sociologicamente nelle ore successive.

Naturalmente anche Giorgia Meloni fa parte del coro intonato da Donal Trump, che ne ha sparate di grosse: perché la sinistra non si dissocia totalmente? Lasciando intendere che se ne starebbe zitta avendo seminato odio che si sta trasformando in tempesta.

Per quanto mi riguarda, considerandomi persona con idee di sinistra, prima e più che condannare l’attentato, sono interessato a capire cosa stia succedendo negli Usa e, di conseguenza in tutto il mondo, a livello di democrazia. Oltre tutto non accetto le prediche provenienti da certi pulpiti.

Facciamo così. A chi mi chiede perché sarei così cauto nel buttare la croce addosso all’uccisore di Kirk e propenso ad analizzare le cause del suo comportamento risponderei in tono evangelico, prendendo più o meno propriamente e molto paradossalmente spunto da un episodio della vita di Gesù.

Uno di quei giorni, mentre insegnava al popolo nel tempio ed evangelizzava, sopraggiunsero i capi dei sacerdoti e gli scribi con gli anziani, e gli parlarono così: «Dicci con quale autorità fai queste cose, o chi ti ha dato questa autorità».  Ed egli rispose loro: «Anch’io vi farò una domanda. Ditemi: il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini?»  Ed essi ragionavano così tra di loro: «Se diciamo: “Dal cielo”, egli ci dirà: “Perché non gli credeste?”  ma se diciamo: “Dagli uomini”, tutto il popolo ci lapiderà, perché è persuaso che Giovanni fosse un profeta».  E risposero di non sapere da dove venisse. Gesù disse loro: «Neppure io vi dico con quale autorità faccio queste cose». (Luca 20,1-8).

Una cosa è certa: io non son Gesù. Un’altra cosa è pure certa: i personaggi della destra assomigliano molto ai sacerdoti e agli scribi contemporanei di Gesù.

Quindi manderei la palla rovente nella tribuna urlante dicendo: “E tu perché non ti dichiari apertamente antifascista?”. Silenzio o risposte imbarazzate… “E allora anch’io non ti spiego il perché della mia problematica titubanza”.

 

L’antidemocrazia perde il pelo, ma non il vizio

È finita l’epoca delle dittature in divisa, dei partiti unici, della censura dichiarata. Oggi gli autoritarismi si presentano in giacca e cravatta, vincono le elezioni e parlano il linguaggio della democrazia. Ma proprio mentre dicono di celebrarla, la svuotano dall’interno. È questa la tesi, lucida e inquietante, del saggio di Steven Forti, che apre il volume di MicroMega 4/2025 – “Sulle macerie della democrazia” – accompagnandoci in un viaggio tra le nuove forme del potere autoritario nel XXI secolo.

Siamo nel pieno di una nuova ondata di de-democratizzazione globale, la prima dalla fine della Seconda guerra mondiale. Eppure, molti regimi autoritari si presentano come democrazie, solo un po’ “illiberali”. In realtà, spiega Forti, siamo di fronte a regimi ibridi che mantengono le apparenze democratiche – elezioni, media, opposizioni – ma ne cancellano la sostanza: libertà, pluralismo, giustizia sociale. È il caso dell’Ungheria di Orbán, della Russia di Putin, della Turchia di Erdoğan, ma non solo.

Un saggio fondamentale per capire come muoiono oggi le democrazie, e soprattutto come possiamo accorgercene prima che sia troppo tardi.

Quando strumentalmente e/o snobisticamente si sottovaluta il discorso del neofascismo si commette un gravissimo errore: intendendo per fascismo il suo presupposto politico-culturale e non soltanto il suo esito istituzionale, bisogna ammettere che la macchia non si è assorbita, ma addirittura si è allargata sul piano geopolitico e, cosa ancora più grave, dal punto di vista etico.

Conversando telefonicamente con il mio carissimo amico Pino siamo arrivati alla conclusione che la gravissima malattia del mondo odierno, che intacca i rapporti umani, sociali e politici e da cui nascono tutte le più tragiche situazioni, è l’incapacità di relazionarsi con gli altri.

Scrive al riguardo una mia amica suora: “Occorre la consapevolezza che le relazioni autentiche si fondano sulla capacità di accogliere l’altro per ciò che è, lasciando che possa esprimersi liberamente, senza il timore di esser frainteso o giudicato, e trovando insieme un terreno comune su cui costruire un dialogo sincero. Solo aprendo uno spazio di autenticità e rispetto reciproco si può davvero contribuire a far crescere legami solidi e duraturi, nei quali il prendersi cura diventi una scelta quotidiana, capace di andare oltre il semplice ascolto per tradursi in atti concreti di attenzione e presenza, così da accompagnare l’altro nei diversi momenti della vita…”. 

Senza questo impegno relazionale si arriva, come diceva papa Francesco, alla globalizzazione dell’indifferenza. Vediamo tutto e niente ci scuote, come scrive Paolo Venturi in un bellissimo recente articolo apparso su “Avvenire”.

Se proviamo a passare in rassegna tutte le vicende e le contingenze che stiamo vivendo, abbiamo la dimostrazione del teorema di cui sopra.

Politicamente parlando il discorso si riflette sui massimi sistemi statuali: dalla globalizzazione dell’indifferenza a quella della mediatizzazione dei consensi per finire con quella della de-democratizzazione il passo è purtroppo breve e oserei dire automatico.

Per rimanere in casa Italia, peraltro influenzata dal resto del mondo, consiglierei a tutti di analizzare gli attuali indirizzi politico-governativi del nostro Paese per individuarne delle belle: dai bavagli all’informazione alla criminalizzazione delle opposizioni politiche e sociali, dalla sgangherata insofferenza per le proteste all’illusione di rendere sicura la convivenza tramite il perseguimento di un ordine sepolcrale, dalle ipotesi di riforma anticostituzionale allo svaccamento istituzionale, dalla “conflittualizzazione” dei rapporti con la magistratura allo svuotamento del ruolo parlamentare, dal fastidio verso la presidenza della Repubblica alla dissolvenza dell’unità nazionale, etc. etc.

Da parte mia esprimo serissime preoccupazioni a livello mondiale e nazionale: da qualsiasi parte mi volga vedo rischi esiziali per la democrazia, incarnati da personaggi penosamente incredibili e drammaticamente pericolosi.

Se non abbiamo il coraggio di ripartire daccapo tornando ai valori fondamentali, resteremo imprigionati nelle botteghe autoritarie, rinunciando a partecipare e scegliere o illudendoci di comprare il benessere dal peggior offerente.

 

Sarah ma non ci credo

«La Tradizione fa crescere la Chiesa dal basso verso l’alto, come le radici con l’albero. Ma oggi c’è un grande pericolo: quello di andare indietro, “l’indietrismo”, che porta a pensare secondo la logica: ‘si è fatto sempre così’». Indica questo rischio Papa Francesco incontrando in Vaticano i membri della Commissione teologica internazionale. (da Vatican news)

«La Tradizione è come un motore della storia: sia della storia in generale, sia di quella della Chiesa. Senza Tradizione vivente che permette la trasmissione della Divina Rivelazione, non potrebbe esistere la Chiesa stessa. Tutto ciò è in perfetta continuità con gli insegnamenti del Concilio Vaticano II. C’è bisogno di superare un approccio ideologico che ha promosso due visioni della Chiesa che si alimentano l’una contro l’altra. Da una parte, c’è chi vorrebbe cancellare e rinnegare la Tradizione in nome di un’apertura-assimilazione incondizionata al mondo e ai suoi criteri di giudizio. Dall’altra, c’è chi considera la Tradizione come qualcosa di cristallizzato e mummificato che si sottrae a ogni processo fecondo della storia. La missione della Chiesa è unica e come tale occorre che sia adempiuta in pieno spirito di comunione. Diversi sono i carismi, ma la missione è una sola e presuppone la comunione». (cardinale Robert Sarah, prefetto emerito del Culto divino – intervistato da “Avvenire”)

Nella Chiesa cattolica, la Sacra Tradizione è la trasmissione orale e scritta della fede e degli insegnamenti di Cristo e degli Apostoli, che completa e interpreta la Sacra Scrittura. Essa comprende la dottrina, la vita, il culto e la pietà trasmessi dalla Chiesa di generazione in generazione dallo Spirito Santo, distinguendosi dalle “tradizioni umane” che possono essere non conformi al Vangelo.  È come dire tutto e niente.

«La religiosità del nostro popolo si esprime in atteggiamenti più cultuali che profetici, più devozionali che liturgici, più tradizionali che innervati dall’ascolto e dalla conoscenza della Parola di Dio» (d. T. Bello, vescovo e profeta)

Se i profeti si fossero appiattiti sulla tradizione non avrebbero svolto il loro compito: infatti spesso furono osteggiati se non addirittura emarginati e/o perseguitati. Qualcuno di essi non temeva di considerare le fedeltà alla tradizione come una croce.

«E’ la croce che porto per godere dei sacramenti. Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati, e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa» (don Lorenzo Milani e i rapporti con la Chiesa)

Il pericolo dell’indietrismo, evocato da papa Francesco, è sempre stato dietro l’angolo e temo che sia tornato in primo piano con il papato di Leone XIV. La preoccupazione per l’unità e la comunione ecclesiale è il dito dietro cui si nascondono i benpensanti della tradizione usata come clava della conservazione. Sono portato a credere che non si tratti di approccio ideologico, di contrapposizione manichea tra progressisti e conservatori, ma che tutto debba inquadrarsi nell’impegnativa ricerca a livello di prassi cristiana in cui ognuno ha il diritto/dovere di mettere in campo i propri carismi.

«a) La prassi cristiana ha una permanente difficoltà a focalizzare esattamente il giusto atteggiamento dei singoli e della comunità nei confronti del potere tecnico, economico e politico del mondo. b) La prassi cristiana fa fatica nel trovare il giusto atteggiamento nei confronti del corpo, del sesso, della famiglia. c) la prassi cristiana non riesce a trovare il giusto rapporto tra la speranza escatologico-messianica e le speranze, le aspettative degli individui e delle comunità, in relazione alla giustizia, ai diritti umani e così via» (card. Carlo Maria Martini, discorso tenuto a Vallombrosa nel 1984).

Azzardo un provocatorio esempio di assoluta fedeltà alla tradizione, prendendolo di seguito da un profeta del nostro tempo.

«Chi è divorziato non potrebbe comunicarsi, la stessa proibizione la dice l’Humanae vitae per una donna che prende la pillola, mentre chi ha milioni e milioni in banca la comunione la può fare» (p. Alex Zanotelli).

Un altro esempio di staticità tradizionalista lo colgo dalla succitata intervista al cardinale Sarah, riportandone un ulteriore passaggio significativo.

D: Vari episcopati hanno espresso perplessità su Fiducia supplicans, la dichiarazione sulla benedizione delle coppie “irregolari”, fra cui quelle dello stesso sesso. Che cosa lei si aspetta adesso?

R: Mi auguro che si possa chiarire meglio e forse riformulare quanto contenuto in Fiducia supplicans. La dichiarazione è teologicamente debole e quindi ingiustificata. Mette in pericolo l’unità della Chiesa. È un documento da dimenticare.

“Fiducia supplicans” (dall’inglese “supplicating trust” o “benedizioni supplicanti”) è il titolo di una dichiarazione pubblicata dal Dicastero per la dottrina della fede il 18 dicembre 2023, approvata da Papa Francesco, che ha definito la possibilità di impartire benedizioni a coppie in situazioni “non tradizionali” o “irregolari” (come le coppie omosessuali), senza che ciò implichi un’approvazione delle loro unioni o un cambiamento della dottrina cattolica sul matrimonio e la sessualità. Più moderati di così! Ebbene, non va bene nemmeno così…perché si metterebbe in pericolo l’unità della Chiesa: ma fatemi il piacere…

Allora, visto che la moderazione non basta, come la mettiamo con due pareri sull’argomento, certamente delicato, nettamente in controtendenza con la tradizione?

«Racconto la storia di una coppia. Lui aveva dedicato tutta la vita al compagno, lo aveva assistito con dedizione durante una lunga malattia. Il compagno è morto. Lui non aveva diritti. È stato sfrattato dalla casa dai parenti. Ti pare giusto? È la sincerità che comanda» (don Andrea Gallo).

«Non è male che due omosessuali abbiano una certa stabilità di rapporto e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili» (Cardinale Carlo Maria Martini).

Concludo: mi associo nel mio piccolo al grande cardinal Martini e – alla luce della inversione di tendenza che si coglie dall’aria che tira intorno a papa Leone XIV, nonché della sorta di secchiata di acqua gelida gettata sui sogni profetici di papa Francesco – faccio mia, con umile ma forte convinzione, la sua disincantata e stimolante affermazione testamentaria che riporto di seguito. «Sognavo una Chiesa giovane, oggi non ho più di questi sogni. La Chiesa che non ha paura di mangiare e di bere con le prostitute e i pubblicani (cfr Lc 15). La Chiesa che ha le porte spalancate per ricevere i bisognosi, i pentiti e non solo i giusti o coloro che credono di essere perfetti» (Cardinale Carlo Maria Martini, “Conversazioni notturne a Gerusalemme).