Il filosofo che ragiona

Il recente libro di Massimo Cacciari, che ho sentito presentare in un bellissimo dialogo televisivo tra Corrado Augias e l’autore stesso, è un invito a riflettere sulla maternità di Maria e sulla nascita di Gesù: Cacciari, perfettamente in linea col cardinal Martini, ritiene infatti che il fatto fondamentale per credenti e non credenti sia sapere mettere in discussione la propria fede o la propria non-fede. Era il presupposto della “cattedra dei non credenti”, istituita dal cardinal Martini e di cui Cacciari fu, se non erro, il primo autorevole esponente.

Augias sostiene che questo libro rompa l’atteggiamento tranchant di Cacciari, dando finalmente ad esso un senso “affettuoso”. Cacciari non è del tutto d’accordo e sottolinea come il suo “affetto” sia tutto indirizzato a Maria e non agli uomini, compresi gli uomini di Chiesa, che in duemila anni non hanno combinato nulla di buono in materia di cristianesimo.

Ho fatto questa premessa per esprimere la mia ammirazione e il mio interesse per il pensiero filosofico e l’atteggiamento di apertura culturale di Massimo Cacciari. Non è proprio e sempre così quando egli passa dall’alto salotto intellettuale alla bassa cucina politica. I giudizi restano intelligenti e giustamente taglienti, anche se non sempre coerenti e centrati. Devo però ammettere che condivido pienamente la pur sommaria analisi di Cacciari fa sull’operato del PD.

Sul piano identitario rimprovera a Renzi di non avere avuto il coraggio di rompere per tempo con la tradizione post-comunista, lasciandola alle chimere massimaliste della sinistra-sinistra, per porsi definitivamente quale partito riformista e liberal-democratico, capace di richiamare il consenso di quanti desiderano votare per una forza di governo che faccia veramente i conti con la realtà. In sostanza Cacciari ritiene velleitario e utopistico il disegno iniziale del PD, vale a dire quello di sintetizzare le due visioni progressiste, quella comunista e quella cattolica, non tanto per questioni ideologiche abbastanza superate, ma per l’approccio politico divergente: da una parte una visione socio-economica aperta, dall’altra una concezione burocratica ed egemonica della politica.

In secondo luogo rimprovera alla gestione renziana l’aver trascurato il radicamento territoriale del partito e l’emersione di una classe dirigente periferica, preferendo rifugiarsi in una impostazione centralista e personalista.

In terzo e conseguente luogo non risparmia critiche alla impostazione e gestione del referendum sulle riforme costituzionali, politicamente enfatizzato e snaturato, irresponsabilmente cavalcato e sciaguratamente perso.

Massimo Cacciari, con lo stile implacabile che lo contraddistingue, mette seriamente il dito nella piaga del PD e di Renzi: non so se le sue critiche arrivino in tempo, anche perché siamo in campagna elettorale e tutto diventa più immediato e difficile. Nonostante i limiti e i difetti, quella del PD resta, a mio giudizio, l’unica opzione razionalmente accettabile. L’incognita è se l’elettorato saprà ragionare o si lascerà trascinare nel vortice   propagandistico delle “balle che stanno in poco posto”.

Cacciari dà anche un consiglio elettorale al PD: non insista sul già fatto (la percezione della gente è quella che è e non cambierà sotto il martellamento renziano del “come siamo stati bravi”) e punti sul da farsi con poche e realistiche proposte all’insegna della continuità di governo (è il modo alternativo di scuotere la gente facendola cadere dalle nuvole del “tutto e subito”).

Questa volta sono modestamente e totalmente d’accordo con Cacciari. È il caso di richiamare Bohème di Giacomo Puccini e precisamente la battuta di Chaunard (il musicista) a Colline (il filosofo), allorché il secondo tenta di gestire al meglio il contorno amichevole all’agonia di Mimì: «Filosofo ragioni!». Mimì muore poco dopo. Speriamo non succeda al PD e soprattutto all’Italia.

 

24/01/2018

Letture bibliche nella liturgia del giorno

 

2Samuele 7,4-17; Salmo 88; Marco 4,1-20.

 

Riflessione personale

Non è tanto Davide che costruisce una casa (un tempio) a Dio, ma è Dio che farà una casa (una dinastia) a Davide. Non siamo noi che determiniamo le nostre regole religiose, esse consistono nell’accogliere la Parola di Dio e metterla in pratica. Se non si comprende questo, non si capisce niente della religiosità: bisogna partire dal Vangelo, il resto è una difficile ma imprescindibile conseguenza. Come dimenticare al riguardo l’episodio raccontato con rara e simpatica verve ironica da don Andrea Gallo, il quale era stato chiamato a rapporto in Vaticano da un importante cardinale per discutere dei comportamenti pastorali border line del più pretaccio dei pretacci. Don Gallo scelse una linea difensiva semplice ed inattaccabile: «Io applico il Vangelo…». Momento di panico. Il cardinale ribatté laconicamente: «Beh, se la metti su questo piano!?». «E su quale piano la dovrei mettere…», chiese provocatoriamente don Gallo.

Per favore, dammi la Tua mano

Ho letto con grande tristezza la concatenazione di due fatti terribili nella loro violenza e nella conseguente disperazione. Una ragazza smaschera la violenza sessuale procuratale dal padre. Il padre, disperato nella sua vergogna, si suicida impiccandosi. Due persone che, in modo diverso, si fanno giustizia da soli. La ragazza trova il coraggio di denunciare il fatto in un tema, un drammatico compito in classe. Il genitore si autopunisce procurandosi la morte. Intorno una famiglia che non vede, una società che non interviene.

Non ho voluto approfondire i risvolti della vicenda, sono rimasto alle notizie nude e crude: bastano ed avanzano. Alla fine non illudiamoci di avere chiuso il cerchio, non pensiamo che giustizia sia stata fatta, non registriamo il ritorno alla normalità. Al dramma della violenza subita la ragazza aggiunge la tragedia della morte del padre: per lei piove sul bagnato, una pioggia che la bagnerà per tutta la vita. Alla smisurata e tardiva vergogna per un comportamento bestiale, il padre aggiunge la irreversibile disperazione e si ammazza.

Peggio di così non poteva andare. Confesso di essere rimasto molto turbato di fronte a questa vicenda, che racchiude in sé la sintesi dei mali, personali e sociali. Tutto è contenuto in tale cronaca nera: più nera di così…

Non sono un fanatico che vede il diavolo aggirarsi nelle nostre strade, ma qualche dubbio atroce mi coglie. Mi risulta che papa Paolo VI, dopo avere dialogato con il professor Vittorino Andreoli, noto criminologo e famoso psichiatra, lo abbia accompagnato cortesemente all’uscita, suggellando in modo inquietante lo scambio di opinioni che avevano avuto: «Si ricordi professore che il diavolo esiste!».

Cos’è che dà un carattere demoniaco a questi episodi. Ce ne sono tante di vicende malefiche, ce ne sono sempre state…Che evoca una presenza demoniaca attiva è la strada senza uscita, una sorta di inevitabile baratro a cui certi fatti conducono. La psicologia, la sociologia, l’antropologia, la criminologia, la medicina, persino la letteratura, ammutoliscono.

Spero che anche i salotti mediatici si zittiscano e lascino spazio alla riflessione personale: sì, occorre tacere e riflettere. Non intendo vittimizzare e criminalizzare alcuno. È troppo profondo lo sgomento per scadere in discorsi di punizioni esemplari o di prevenzioni sociali. Certo, serve anche questo, ma c’è un qualcosa in più che dobbiamo cercare e possibilmente trovare.

Mi hanno sempre destato angoscia il tradimento di Giuda e il suo drammatico epilogo. Qualche scrittore ha ipotizzato che gli sia mancata l’umiltà del pentimento: avrebbe potuto trovare rifugio nelle braccia di Maria, la madre del Tradito. Non mi sento di giudicare né Giuda né tutti i Giuda della storia, anche perché in questa categoria mi ci sento, per qualche verso, dentro. Non la voglio nemmeno buttare nel demoniaco che ci assale e ci rovina.

Faccio mio quel che dice papa Francesco a proposito della discussa espressione del Padre nostro, quel “non indurci in tentazione” che rischia di lasciarci soli in balia del male che ci assale. Dice il Papa: «Non è mai Dio a tentarci, quell’«indurci» è una traduzione non buona. Nell’ultima versione Cei si legge «non abbandonarci». Il senso è: “Quando Satana ci induce in tentazione, Tu, per favore, dammi la mano, dammi la Tua mano».

Solo quella mano può salvarci dal baratro, ad essa bisogna aggrapparsi. E, per quello che può servire, facciamo in fretta a cambiare la dicitura del Padre nostro: il mio amico don Scaccaglia lo aveva fatto da tanto tempo. Non è una questione di forma: dobbiamo pregare e pregare bene. Per tutti. Padre nostro…

Riflessione del 23/01/2018

Letture bibliche nella liturgia del giorno

 

2Samuele 6,12-15.17-19; Salmo 23; Marco 3,31-35.

 

Riflessione personale

 

Davide concede onore e gloria all’Arca di Dio, ma la mette in una tenda a disposizione del popolo di Israele, ne fa un segno profondo della maestà terribile di Dio a favore degli Israeliti e contro i loro nemici: un Dio di parte! Gesù non si lascia rinchiudere nella tenda della famiglia o del popolo. Gira lo sguardo su chiunque compia la volontà di Dio. Apre l’orizzonte: un Dio per tutti! un Dio che non si accontenta di una tenda, di un segno, ma chiede l’adesione del cuore!

Liberi da Renzi per essere uguali a D’Alema…

Tento disperatamente di stare lontano da questa campagna elettorale stucchevole nei contenuti, assurda nei toni, paradossale nelle prospettive, ma ogni tanto ci casco: la passionaccia politica che, nonostante tutto, viene a galla. Ebbene, ho seguito l’intervista di Lucia Annunziata a Massimo D’Alema, una sorta di celebrazione televisiva della presunzione incrociata fra giornalismo e politica.

Devo dare atto a D’Alema di essere riuscito a contenere l’invadenza di una intervistatrice che in realtà intervista solo se stessa. Vorrei riprendere cosa sosteneva Umberto Eco a proposito di interviste: «L’intervista sembra l’essenza del giornalismo: vado sul posto, on the spot, e sento cosa…ne è invece la negazione, non dà orientamento, non dà giudizio critico. Noi ne abbiamo troppe. Che senso ha fare oggi un’intervista a Letta quando ieri l’ha fatta con Lilli Gruber, no? E il giorno prima l’ha fatta su un altro giornale…Dirà ovviamente, se non è un pazzo, le stesse cose che ha detto il giorno prima. E allora l’intervista è uno dei cancri del giornalismo italiano».

Lucia Annunziata vuole evitare le interviste di comodo e quindi parla sempre lei, anche se nel caso del dialogo con D’Alema continuava a fare riferimento all’intervista rilasciata qualche giorno prima ad Aldo Cazzullo sul Corriere della sera e allora… Essere invadenti con D’Alema è una gara dura e infatti la sfida è finita, come minimo, con un pareggio.

Ma vengo alla tesi fondamentale sostenuta da questo acuto e furbo esponente politico, che ha sempre catturato la mia attenzione (non la mia adesione). A suo dire l’iniziativa del partito LeU, di cui lui è uno dei subdoli ispiratori e uno dei protagonisti sotto traccia, non andrebbe contro il PD, non romperebbe l’unità della sinistra e non indebolirebbe il centro-sinistra nella sua prospettiva di governo. Questo nuovo movimento avrebbe infatti lo scopo di recuperare identità e credibilità verso quegli elettori che sono stati abbandonati dal partito democratico: lavoratori precarizzati dalla riforma del mercato del lavoro, insegnanti traditi dall’aziendalizzazione della scuola pubblica, cittadini spiazzati da una politica moderata e smidollata. In buona sostanza il nuovo partito, di cui Piero Grasso è la faccia emblematica e presentabile, recupererebbe voti dall’astensionismo e dall’antipolitica: la sinistra dovrebbe solo ringraziare e tacere.

L’abilità non fa difetto a D’Alema. Ipotizziamo per un attimo che possa avere qualche ragione. Cosa gli fa credere di avere più appeal politico rispetto a Renzi nei confronti dei portuali di Genova, dei giovani disoccupati sparsi per la penisola, dei lavoratori in bilico? Cosa lo rende capace di scaldare i cuori inariditi dell’odierno proletariato? Al di là di un nostalgico e demagogico richiamo della foresta, lanciato oltre tutto da chi questa foresta non ha fatto altro che disboscarla, al di là di una dispettosa rivalsa antirenziana che traspare dai pori della pelle, non vedo nulla di concreto e di credibile. Già il massimalismo di ritorno sfiora il ridicolo, se poi è incarnato dagli esponenti storici del burocratismo di sinistra diventa una presa in giro al buon senso politico della “povera gente”.

LeU (liberi e uguali) non recupererà un bel niente, otterrà una percentuale di voti da prefisso telefonico, creerà solo scompiglio e confusione, farà un piacere a Grillo e ai grillini. Non sono un portuale, non sono un giovane, non sono un lavoratore e non vivo sulla mia pelle i problemi principali del Paese. Mi sforzo concettualmente di vestire questi scomodi panni elettorali: se dovessi scegliere un’alternativa, anche velleitaria, al PD, non mi butterei sicuramente nelle braccia assai poco rassicuranti di D’Alema, Bersani e c. e non mi lascerei incantare dalla sirena grassiana. Tutt’al più mi asterrei o addirittura voterei Grillo (Di Maio non lo prendo nemmeno in considerazione). Messaggio dalemiano non pervenuto!

 

Riflessione del 22/01/2018

Letture. 2Sam 5,1-7.10; Sal 88; Mc 3,22-30.

Riflessione personale

Mentre il re Davide viene incoronato dagli anziani del popolo d’Israele, Gesù viene addirittura demonizzato dagli scribi del suo tempo. È relativamente facile riconoscere l’autorità che si rivela nella potenza; è molto più difficile accettare l’autorità di chi scaccia il male con le armi del perdono e della misericordia. La tentazione è di vivere la religione come una battaglia contro, mentre Gesù predica la follia dell’accoglienza verso tutti: o ci comportiamo come ci indica Lui o rischiamo di metterci su una bruttissima strada.

Le profane alleanze e i capitani di sventura

Il desolante quadro elettorale si sta completando: dopo le promesse a vanvera, dopo le candidature “prestidigitatorie”, dopo gli scandali sbirciati dal buco della serratura, sono in arrivo le future alleanze giocate sulla ruota dell’imballatura politica.

Un tempo viaggiava forte la battuta: “se mia nonna avesse le ruote sarebbe un carretto”, versione italiana e puritana della ben più significativa e dialettale “se me nòna la gavis i cojón la saris al me nonón”. E se dalle urne del 04 marzo 2018 uscisse un risultato che non assegnasse una maggioranza a nessun partito e/o raggruppamento, cosa si farà? E giù tutti a fantasticare ed a prevedere i puzzle più strampalati: Grillo (io continuo a personificare il M5S) + LeU (una sigla piuttosto astrusa che assegna, chissà perché, in dote esclusiva a Bersani e D’Alema i valori della libertà e dell’uguaglianza); Grillo + Salvini (il massimo dell’antipolitica fatta pernacchia); Pd + LeU (la improbabile e opportunistica quiete dopo l’assurda tempesta); ultima ma non ultima, Renzi + Berlusconi.

Quanto alla ipotesi di una maggioranza di emergenza tra PD e FI, essa viene vista dai più come la gogna trionfale del bipolarismo o partitismo come dir si voglia: v’è chi la sventola per sputtanare Renzi in vista di questo “ignobile connubio”; altri per rompere le palle a Berlusconi a livello dei suoi difficili equilibri nell’esile cordata del centro-destra; altri per imprimere nella mente degli elettori il comandamento “non avrai altro governante all’infuori di Di Maio”. In positivo qualcuno la vede come argine alla follia grillina, altri quale combinazione istituzionale per dare un minimo di stabilità governativa all’Italia, altri per guadagnare un po’ di tempo prima di tornare alle urne, altri ancora per fare la caricatura al compromesso storico.

Resto per un attimo su questa prospettiva: tutto sommato mi pare la più plausibile politicamente parlando. Senza scomodare i parallelismi con la Germania (probabile alleanza tra socialisti e popolari), non ci sarebbe da scandalizzarsi se per un certo periodo le due forze più significative trovassero un minimo comune denominatore, tale da traghettare il Paese verso un sistema elettorale un po’ meno rabberciato e un mini-programma governativo di emergenza.

In definitiva al “Grillo contro tutti” si sostituirebbe il “quasi tutti contro Grillo”, ad estremi mali estremi rimedi, uno spericolato “si salvi chi può”. E chi farebbe il capo del governo? Qui verrebbe il bello o, meglio, qui cascherebbe l’asino.

Da ragazzo organizzai una squadretta di quartiere per partecipare ad un torneo calcistico parrocchiale: una frettolosa ed assurda compagine. Fummo i primi ad entrare in campo, inaugurando il torneo. Quando fu il momento di scegliere il capitano, mi candidai presuntuosamente (come giocatore facevo letteralmente ridere, ma la squadretta l’avevo costruita io e quindi nessuno ebbe il coraggio di contestare la mia leadership). Fu un disastro: dopo un breve vantaggio, prendemmo una botta di goal da non credere. La squadra si era fatta compatire e io, come capitano, ero diventato lo zimbello del quartiere. Mi ci volle del tempo a recuperare un minimo di dignità.

Le figurine e le figurette dei candidati al Parlamento

Ritorno per un attimo alla mia unica esperienza diretta di candidatura elettorale: quella a consigliere comunale, nelle lontane elezioni amministrative a Parma del 1975. Come al solito cominciarono a prendere consistenza i dubbi e le perplessità: la campagna elettorale sarebbe stata troppo difficile ed impegnativa ed avrebbe rischiato di sottrarre tempo alla mia ben avviata professione; all’interno del partito, la DC, la mia convinta adesione alla componente minoritaria di sinistra mi metteva in una posizione di debolezza; la lista si preannunciava zeppa di candidati veri; la mia notorietà era limitata, considerata la giovane età (25 anni) e l’esperienza modesta in campo politico e sociale. Tra i motivi contrari alla candidatura pesava come un macigno il mio atteggiamento di severa critica verso la gestione del partito a Parma, un partito in cui facevo sempre più fatica a riconoscermi ed a collocarmi convintamente, nonostante mi rendessi conto della necessità di sostenere la visione più aperturista e progressista, portata avanti dalle componenti di sinistra: non mi vergogno ad ammettere che la mia adesione alla D.C. era mediata dalla fiducia nella linea avanzata, testimoniata in primis, almeno a Parma, da Carlo Buzzi (forse prima di essere democristiano ero Buzziano).

Ci stavo ripensando e propendevo per il no: forse era meglio lasciar perdere. Non ricordo in qual modo, ma Carlo Buzzi, il mio indiscutibile leader, espresse la volontà di parlarmi a quattrocchi: il colloquio si svolse nella semplice ed austera saletta attigua al suo studio, una chiacchierata da uomo a uomo, da amico ad amico. Buzzi mi chiese quali fossero le mie intenzioni non nascondendo, fin dall’inizio, il suo parere favorevole ad una mia scesa in campo. Gli spiegai con calma i dubbi e le perplessità che erano insorti, soffermandomi particolarmente sul giudizio aspramente critico nei confronti della D.C. parmense: come e perché candidarmi nella lista di un partito di cui ero un tesserato, un militante, ma sempre più con forti divergenze verso la sua linea politica a livello nazionale, ma soprattutto a livello locale (si trattava infatti di una consultazione elettorale amministrativa).

Il mio autorevole interlocutore non perse tempo ad analizzare i motivi contrari da me addotti, ma andò dritto al cuore del problema fulminandomi con una similitudine: “Vedi Ennio, mi disse in tono mite ma estremamente serio, Ulisse Corazza, l’eroe che diede la vita sulle barricate antifasciste del 1922, era un consigliere comunale del partito popolare, era un giovane più o meno come te, un uomo dell’oltretorrente come te, era un cattolico come te, era critico nei confronti del suo partito come te e forse più di te”. Accettai di candidarmi, feci la mia serrata campagna elettorale, persi la battaglia, ma fortunatamente non la faccia.

Ho richiamato questa modesta esperienza personale per sottolineare la sofferenza di una candidatura e del percorso che vi dovrebbe essere a monte, quel che non trovo nella   bagarre per le prossime elezioni politiche e anche per alcune consultazioni regionali. Probabilmente alla debolezza della politica e dei valori su cui dovrebbe fondarsi corrisponde la leggerezza con cui emergono le candidature: si tratti delle improvvisazioni social dei signor nessuno o delle investiture opportunistiche dei personaggi di spicco civico e/o mediatico.

Prendo ad esempio la presentazione dell’avvocato di grido Giulia Bongiorno nelle liste della Lega. Partita da simpatie andreottiane è approdata negli anni ottanta ad Alleanza Nazionale; ha seguito Gianfranco Fini nella scissione per poi presentarsi alle elezioni in appoggio a Mario Monti. Improvvisamente si rimette in pista con Matteo Salvini. È vero che la coerenza è ormai un optional, ma tutto ha un limite…Vorrei chiedere a questa illustre principessa del Foro cosa le rimane   dell’insegnamento pragmatico di Andreotti, dello spirito nazionalista di Fini, dell’anelito ad un destra moderna cavalcato dallo stesso Fini e miseramente fallito, dell’europeismo e del rigorismo di Monti. Cosa ci azzecca la Lega di Salvini con tutto ciò? Forse ha imparato da Andreotti che, politicamente parlando, è meglio tirare a campare piuttosto che tirare le cuoia.

Da bambino facevo la raccolta di figurine e le scambiavo con gli amici, ce le giocavamo e non le incollavamo neanche sugli album perché rappresentavano un’infantile e innocente merce di scambio. Evidentemente Salvini ha giocato a figurine con Meloni e Berlusconi ed ha strappato loro quella di Giulia Buongiorno. Gli elettori cosa ne diranno? Staremo a vedere su quale album verrà incollata.

 

Quando la cura è peggio della malattia

Se da una parte emerge drammaticamente la povertà del dibattito politico consacrata e coltivata dal compiacimento mediatico, dall’altra parte, per rendere interessante e appetibile la partita, si scatena la ricerca, più gossipara che giustizialista, dello scandalo a tutti i costi, sbirciando gli intrallazzi tra i poteri dal buco della serratura.

Sul vuoto pneumatico della campagna elettorale penso di avere già dato. Mi resta da stigmatizzare il gusto sadico, al limite del masochistico, di scovare le combutte di potere che squalificano e condizionano la politica. L’occasione mi è offerta su un piatto d’argento dal chiacchiericcio intorno ai presunti rapporti affaristici tra Matteo Renzi e Carlo De Benedetti: l’ingegnere per antonomasia avrebbe speculato sulle azioni delle banche popolari in base a informazioni ottenute dall’allora premier in materia di riforma di questi istituti di credito. La questione, peraltro già archiviata dalla Consob e in via di archiviazione dalla magistratura, è rispuntata, più succulenta che mai, nel clima della campagna elettorale.

Dopo avere ascoltato un’esauriente intervista a trecentosessanta gradi rilasciata da Carlo De Benedetti, mi sono fatto l’idea che non esista materia per scandalizzarsi, strapparsi le vesti e crocifiggere il solito Renzi: la riforma era sulla bocca di tutti, gli scambi di opinione tra uomini di potere sono all’ordine del giorno, le manovre finanziarie sono l’alimento quotidiano delle borse, il capitalismo ha i secoli contati.

Resta in democrazia il problema dei rapporti tra i poteri, quelli istituzionali (legislativo, esecutivo e giudiziario) e quelli di fatto (economico, bancario, finanziario e mediatico). Silvio Berlusconi aveva risolto quasi tutto, concentrando in sé potere politico, economico e mediatico: dopo avere sfruttato le scie craxiane per accrescere e consolidare le proprie posizioni imprenditoriali e televisive, le traballanti situazioni economiche delle sue imprese gli consigliarono di prendere il toro per le corna e buttarsi nella mischia politica, chiudendo il cerchio in senso totalitario. Restava fuori dal giro solo il potere giudiziario, che diventò in effetti l’unico antidoto allo strapotere berlusconiano, ma invase anche il campo della politica creando i rischi di una interferenza, che permangono tuttora.

Da allora il sistema, dopo avere rischiato di diventare un vero e proprio regime, risente di questa triste esperienza: è un po’ come una persona che soffre di una grave malattia, non ne guarisce mai completamente e, invece di reagire e riprendere la vita normale, continua a ingigantire ogni sintomo di recrudescenza della malattia, finendo col mettersi a letto ad aspettare la morte. Gli antiberlusconiani sono evoluti, trasformandosi persino in antirenziani, non capendo di essere fuorviati dal “complesso del regime”, allargando l’esorcismo verso i potentati economici fino al punto da demonizzarli tutti e sempre, chiudendo l’analisi della società in un pericoloso provincialismo pseudo-etico per cui tutto è affarismo e conflitto di interessi e quindi, come ha acutamente osservato l’ingegner De Benedetti, di fronte ad una imbarazzata Lilly Gruber, rifugiandosi nella prospettiva di consegnare il Paese nelle mani del primo incompetente che passa, purché totalmente estraneo ai giochi di potere e immacolato giudiziariamente.

Per continuare nella similitudine medico-sanitaria, è come se, dal momento che diversi medici sbagliano le diagnosi e le terapie o addirittura mettono i propri interessi prima di quelli del malato, ci si affidasse ad un medicone qualsiasi, che ha il pregio di non avere mai confuso una gastrite con un tumore allo stomaco solo perché ha il difetto di non sapere nemmeno cosa siano.

Stiamo cioè correndo il rischio di gridare continuamente al lupo e di affidarci, per la paura, ad un cacciatore improvvisato che non ha mai abbattuto neanche una lepre e forse non sa neanche sparare. Siccome poi tutte le padelle sarebbero quasi uguali, meglio cadere addirittura nella brace.

Qualcuno invece, perso per perso, sussurra “arridateci er puzzone” e si prepara a ricadere nella padella berlusconiana. La padella renziana non sarebbe sufficientemente antiaderente all’influenza dei poteri forti e allora sotto coi grillini e succeda quel che deve succedere: muoia Di Maio con tutti gli italiani dell’antipolitica.

La satira allineata e scoperta

Sono incappato casualmente in uno dei tanti talk show televisivi: si trattava di quello imbastito da Giovanni Floris su La7. Sono stato trattenuto in quanto si stava esibendo, a livello di satira politica, Gene Gnocchi, personaggio generalmente gradevole e senza eccessive pretese intellettualistiche.

Nella faziosa, insopportabile e inconcludente sarabanda politica, accentuata dalla campagna elettorale, si è perso anche lui con una prestazione a senso unico, sotto l’occhio soddisfatto e accondiscendente di Marco Travaglio (sembrava avvertirlo: sparla pure di tutti, ma non dei grillini…). L’ho trovato scaduto in una satira a metà strada fra il giornalino studentesco e il papiro goliardico: tutto estremamente superficiale e scontato.

Innanzitutto non si può deridere chi generalmente e storicamente sale sul carro del vincitore (Bruno Vespa), salvo salire su quello grillino ancor prima che i cinque stelle vincano le elezioni: La7 è infatti scopertamente schierata con i suoi trimalcioni e con gli ospiti fissi. Altro che par-condicio… Persino la satira risente di questo orientamento e allora, quando è apertamente strumentalizzata, perde tutto il suo appeal.

Poi esiste il buongusto che Gene Gnocchi ha accantonato, speriamo solo momentaneamente. Ad un certo punto ha preso di mira Giorgia Meloni: è indubbiamente un personaggio che sembra fatto apposta per essere preso in giro. Ma associarlo all’immagine di un maiale-femmina soprannominato Claretta Petacci, ritengo sia una trovata che fa solo piangere.

Non ho niente da spartire col fascismo, ho assorbito una educazione più “afascista” che antifascista, mi sono formato politicamente aderendo a scuole di pensiero democratiche, ho militato nella Democrazia Cristiana, non ho mai avuto nessun tipo di nostalgia. Potrei continuare, ma non è il caso.

Tuttavia un’offesa così triviale, per una persona morta e sepolta, già abbondantemente punita (uccisa insieme a Mussolini), svillaneggiata e oltraggiata dopo la morte (il suo corpo appeso alle forche di piazzale Loreto), storicamente e forse ingiustamente associata alle malefatte del Duce di cui era amante, considerata malignamente come il simbolo dell’opportunismo femminile verso l’uomo di potere, mi sembra di cattivo gusto: così ho esclamato a gran voce davanti al video, anche se ero solo, ed ho immediatamente spento la TV.

Adriana Lecouvreur, protagonista della famosa opera di Cilea, di fronte alla perfidia della sua rivale in amore, afferma: «Ma perché mai discendere a tanta scortesia…». Lo chiedo a Gene Gnocchi, ma mi permetto di andare anche oltre.

Se avesse fatto satira durante il ventennio, avrebbe avuto il coraggio di dire della Petacci quel che ha detto l’altra sera? Ho seri dubbi a giudicare dalla frettolosa omologazione gnocchiana all’attuale corrente che tira verso il movimento cinque stelle, la sua immediata iscrizione al partito dei nani e delle ballerine di craxiana memoria. Due pesi e due misure: la Meloni associata all’immagine di una “zana” di nome Petacci, la Raggi con un bidoncino per la raccolta dei rifiuti della sua parte politica. La seconda è benevola satira, la prima è insulsa e inaccettabile cattiveria, soprattutto per una persona morta e sepolta.