A carnevale ogni coalizione vale

Strano Paese l’Italia. Per anni si chiedono le elezioni politiche anticipate al fine di chiarire il quadro politico, poi, quando le elezioni finalmente arrivano, si tende a prescindere dai loro risultati e si cominciano a vagheggiare equilibri di emergenza e addirittura a prevedere un ulteriore ricorso alle urne, una sorta di tempi supplementari.

Si dà per scontato che gli elettori non saranno in grado di esprimere un orientamento decisivo e quindi ci si esercita a ipotizzare combinazioni parlamentari e governative: la più gettonata risulta essere la cosiddetta “grande coalizione”. C’è chi tace, chi la esorcizza, chi la strumentalizza, chi la esclude, chi la prende in qualche considerazione.

Non ci sarebbe nulla di scandaloso se, di fronte ad un quadro politico frammentato, emergesse la necessità di varare una maggioranza parlamentare ed un governo di emergenza, che garantissero un minimo di continuità e stabilità. I governi della legislatura che si sta concludendo sono stati più o meno formati e appoggiati in questa logica e, tutto sommato, non hanno demeritato, anzi…

Il ministro Franceschini (Pd) afferma: «La grande coalizione in Italia non sta in piedi. Non è come in Germania, dove ci sono delle trattative, un accordo programmatico e poi al governo si realizza il programma». A parte il fatto che in Germania non possono ancora dire “gatto” perché l’accordo tra popolari e socialisti non è ancora nel “sacco”, è tuttavia vero che nel nostro Paese i presupposti per un simile sbocco politico sono deboli se non inesistenti.

Un tempo in Italia vigeva l’anomalia comunista, il fattore K che rendeva impossibile un’alternanza pacifica e complicava maledettamente le cose: ciononostante si fecero governi compromissori che coinvolgevano in qualche modo i comunisti.

Oggi esiste l’anomalia berlusconiana: è quella la vera variabile impazzita, con la quale non si riesce a quadrare il cerchio. Il problema non è Salvini con le sue “sparate”, ancor meno Meloni con le sue “romanate”. Il gran busillis è il “cavaliere” che non si toglie dai piedi, gioca a fare il leader, dice e disdice in continuazione, agita lo spauracchio grillino (forse è l’unica freccia seria al suo arco), ha perso consenso, ha perso la faccia, è condizionato dalle sue imprese, ha intorno troppi signor nessuno (i signor qualcuno se ne sono andati), ha una voglia matta di accordi spregiudicati ma non ne ha il coraggio, ha una credibilità europea, internazionale e nazionale tendente a zero, è interdetto ai pubblici uffici e non ha ancora finito la sequela di procedimenti giudiziari a suo carico, sembra una maschera di carnevale,  non tace un attimo, vorrebbe mandare i suoi alleati a quel paese ma non ne ha la forza e non riesce più a condizionarli neanche col portafoglio, gode come un pazzo ad essere al centro dell’attenzione, ma fa ridere i polli.

Mi chiedo: sarà possibile fare accordi seri con un personaggio simile? La diga al grillismo, argomento da non sottovalutare, è un’arma a doppio taglio (a furia di esorcizzare il M5S fanno sempre più venire voglia alla gente di votarlo), e poi non basta a giustificare conventio ad excludendum.

Alla fine della fiera mi sembra che abbia ragione Dario Franceschini, non per ragioni ideologiche (come sostiene LeU), non per motivi costituzionali (il Parlamento è libero di cercare maggioranze), non per ragioni elettoralistiche (non credo si rischi di perdere voti prefigurando questi accordi), ma per questioni di realpolitik.

Diamoci quindi un taglio e andiamo a votare. Chi avrà più filo, farà più tela…

13/02/2018

Letture bibliche nella liturgia del giorno

 

Giacomo 1,12-18; Salmo 93; Marco 8,14-21.

 

Riflessione personale

 

“La tentazione non viene da Dio. Ciascuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce”. Quando pensiamo alla concupiscenza, per deformazione proibizionistica, risaliamo al sesto comandamento, perché siamo stati inopportunamente abituati a individuare il peccato nella trasgressione sessuale. La mia mentalità mi porta invece a partire dalla prevalenza delle preoccupazioni materiali, che ci chiudono la mente e il cuore e ci isolano nel nostro egoismo. Abbiamo il cuore indurito e la mente annebbiata! Se ci isoliamo, soccombiamo inesorabilmente, se invece ci apriamo possiamo farcela. Come scrive Giacomo nella sua lettera, il necessario ci arriva in dono dall’alto, a noi spetta il compito di accogliere il dono. Quando riceviamo un regalo, ci precipitiamo a liberarlo dal pacco che lo avvolge, lo ammiriamo, lo collochiamo in un posto tranquillo e sicuro, facciamo progetti sulla sua utilizzazione, lo proteggiamo e lo valorizziamo, siamo soddisfatti, ci sentiamo meglio. A maggior ragione dovremmo comportarci così con i doni che ci arrivano dal “Padre della luce”, doni che non ci distraggono, ma ci illuminano e ci guidano. Purtroppo invece li banalizziamo o li trascuriamo: a caval donato guardiamo in bocca e magari pensiamo che siano inutili o almeno superflui, perché siamo tutti presi dalle nostre preoccupazioni. Abbiamo gli occhi foderati di prosciutto. Non c’è peggior ceco di chi non vuol vedere o peggior sordo di chi non vuol sentire…Per uscire da questo egoistico imbuto, bisogna pensare agli altri, aprirsi ai bisogni degli ultimi, giocare fuori casa, solidarizzare, condividere, perché il dono non è solo per noi, ma anche e soprattutto per gli altri. È lì che casca il mio asino!

 

Le colpe dei genitori ricadono…sugli insegnanti

Trenta giorni di prognosi al vicepreside di un istituto superiore di primo grado a Foggia per le percosse subite dal padre di un alunno rimproverato. Il genitore si è scagliato come una furia contro il professore sferrandogli un pugno al volto e all’addome. Il vicepreside non ha reagito. L’uomo non aveva richiesto alcun colloquio per chiedere spiegazioni sul rimprovero che era stato fatto dal docente al figlio perché “spingeva e rischiava di far cadere le compagne in fila davanti a lui”.  Questa la scarna notizia inerente un fatto di non grande rilevanza assoluta, ma emblematico di un clima negativo esistente nei rapporti tra scuola e famiglia.

Siamo ben lontani dalla regola che mio padre si è sempre imposto: “Mo vót che mi digga quél a un profesór, par poch ch’al nin sapia al nin sarà sempor pu che mi”. Gli insegnanti sono uomini come gli altri, soggetti a sbagliare, con i loro difetti che, a volte, possono anche portarli a commettere gravi ingiustizie. Un tempo avevano sempre e comunque ragione, il loro giudizio non si discuteva e i genitori ne prendevano atto. Oggi si è capovolto il discorso: gli insegnanti hanno sempre torto e i genitori si schierano pregiudizialmente dalla parte degli alunni, creando un cortocircuito pericolosissimo a livello educativo. I giovani infatti, già portati a non accettare i rimproveri dei loro insegnanti, si sentono spalleggiati e quindi ancor più refrattari rispetto alla disciplina scolastica.

Ricordo di aver involontariamente ascoltato, su un bus che portava a scuola alcune ragazzine, il concitato dialogo fra due di esse: parlavano di una loro insegnante, a loro dire piuttosto bisbetica, e una delle due riportava quanto detto al riguardo dalla propria madre:  «Sai perché la tua insegnante ti sta addosso con i suoi continui rimproveri? Perché lei è brutta e tu sei molto carina! Tutto è frutto dell’invidia…». Risatine compiaciute.

Può darsi benissimo che l’insegnante fosse bruttina. La ragazza sinceramente non la ricordo. Il personaggio veramente “brutto” era però la scandalosa genitrice: mi chiedo cosa avesse nel proprio cervello per arrivare a simili insinuazioni. Siamo alla pura follia. Anche ammettendo che il comportamento della professoressa fosse veramente improntato all’invidia e alla rivalsa, mai e poi mai una madre dovrebbe sputtanare in tal modo un’insegnante di fronte alla propria figlia. Semmai chieda un incontro, apra un dialogo, anche serrato, ma dire scemenze del genere…

Ebbene quel padre ha fatto più o meno la stessa cosa, passando addirittura alle vie di fatto.  Non è tanto questione di riconoscimento dell’autorità costituita, ma di buon senso educativo. Riporto un fatterello accadutomi parecchi anni or sono (gli stupidi ci sono sempre stati).

Ero alla fermata di un autobus ed attendevo con la solita impazienza l’arrivo del mezzo pubblico; accanto a me stavano un giovane padre assieme a suo figlio bambino, ma non troppo. Sfogliavano un giornale sportivo e leggevano i titoloni: il più eclatante diceva della pesante squalifica comminata a Maradona per uso di sostanze stupefacenti. Si, il grande Maradona beccato con le dita nella marmellata. Il bambino ovviamente reagì sottolineando la gravità della sanzione ed espresse, seppure un po’ nascostamente, il suo rincrescimento per l’accaduto. Qui viene il pezzo forte, la reazione del padre che vomitò (non so usare un verbo migliore): “Capirai quanto interesserà a Maradona con tutti i soldi che ha!!!” Il bambino non replicò e l’argomento purtroppo si chiuse così.

Non so ancora darmi ragione del mio silenzio, ma forse fu dovuto al fatto che una bestialità simile non me la sarei mai aspettata da un padre: ci fosse stato “mio padre” non avrebbe taciuto. In poche parole quel signore aveva lanciato un messaggio negativo, diseducativo all’ennesima potenza. Era come dire al proprio figlio: “Ragazzo mio, nella vita conta solo il denaro, delle regole te ne puoi fare un baffo, della correttezza fregatene altamente”. Arrivò finalmente l’autobus, il tutto finì lì, ma ringraziai mio padre perché non ragionava così.

 

12/02/2018

Letture bibliche nella liturgia del giorno

 

Giacomo 1,1-11; Salmo 118; Marco 8,11-13.

 

Riflessione personale

 

Uno dei miei tanti difetti consiste nel volere precipitare le cose, nel non avere pazienza, nel pretendere di finirle ancor prima di cominciarle. Mi sento quindi appartenente alla casta dei farisei, quando chiedono a Gesù un segno dal cielo per metterlo alla prova e pretendono di bruciare le tappe della rivelazione. E Gesù li ripaga non dando ad essi alcun segno e loro rimangono con un palmo di naso.

Giacomo, nella sua lettera di cui apprezzo l’estrema concretezza, capovolge il discorso dei farisei: prima bisogna accettare le prove della fede, che producono la pazienza, e la pazienza porta alla perfezione, alla sapienza, alla perseveranza, alla fiducia in Dio, all’umiltà, alla consapevolezza dei propri limiti.

Per Giacomo, solo apparentemente in contrasto con i messaggi paolini, la fede deve sfociare nelle opere, in un certo stile di vita, ma con la pazienza di essere dei “buoni a nulla” e non con la presunzione di essere dei “capaci di tutto”.

Difficilissimo! Ma Giacomo ci viene in soccorso: «Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data». Non mi resta che seguire questo prezioso consiglio, anche se spesso chiedo e non ho risposta. Giacomo aggiunge: «La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata dal vento; e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni». Mi ritrovo nella fotografia critica di Giacomo: sono impaziente ed allo stesso tempo oscillo, sono instabile. Quanta strada mi rimane da percorrere…e c’è poco tempo, perché ne ho perso parecchio. Per fortuna Alessandro Manzoni fa dire a Lucia: «Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia». Non mi resta che essere manzoniano anche perché Giuseppe Verdi lo chiamava “il santo” e io sono verdiano, manzonian-verdiano…

 

L’antifascismo unificante

Il fascismo è stato una gravissima malattia da cui l’Italia è guarita dopo enormi sofferenze   e terapie assai invasive. Non si è trattato di una devastante infezione virale, che ha tuttavia il vantaggio di formare gli anticorpi, i quali immunizzano il fisico evitando che ricaschi nella stessa malattia.

Il fascismo è stato una malattia infettiva di carattere microbico: i microbi sono rimasti in circolazione, il corpo è più o meno esposto ad essi e, quando attraversa periodi di debolezza e di crisi, può essere intaccato e ricadere, magari con sintomi e manifestazioni diversi, nella malattia originaria. La similitudine usata, sicuramente imprecisa dal punto di vista sanitario, non richiede ulteriori spiegazioni dal punto di vista culturale.

La fine delle ideologie, che ha trascinato nel dimenticatoio anche i valori, la crisi ideale, la debolezza del sistema democratico, l’enorme problema dell’immigrazione, sovrapposto alle già presenti difficoltà economiche, rendono il nostro Paese un soggetto a rischio razzismo, nazionalismo e populismo, tradizionali presupposto dei regimi riconducibili al fascismo.

Non bisogna drammatizzare, ma nemmeno sottovalutare questi discorsi. Le malattie approfittano dei momenti di debolezza per attaccare e quindi occorre rafforzare le difese e prevenire l’infezione.

Quando facevo politica attiva, non c’era documento che non aggiungesse all’aggettivo “democratico” quello di “antifascista”: la nostra democrazia è antifascista per sua natura costituzionale, quindi, contro natura non si può andare. I sorrisetti omertosi, le alzate di spalle fatalistiche, le dichiarazioni rassicuranti non convincono. E allora? Non occorre certo farsi prendere dal complesso del rinascente fascismo, ma combattere culturalmente e politicamente le “buone battaglie”, che permettono di conservare la “fede”.

È una questione educativa: i giovani sanno cos’è stato il fascismo o ne osservano solo i simboli, pensando che il loro sbandieramento sia solo sintomo di nostalgia o goliardia?

È un fatto culturale: la realtà va capita ed affrontata, non fuggendo da essa con le scorciatoie del ritorno alle medicine del passato rivelatesi ben peggiori del male.

È una battaglia democratica: la prassi sistemica deve comportare metodi e contenuti, che non devono mai rinunciare ai valori su cui è fondata la nostra Repubblica.

Il discorso è molto importante ed imprescindibile e dovrebbe essere condiviso da tutte le forze politiche e sociali. Purtroppo non è così e la vigilanza deve quindi essere ancora maggiore. Servono al riguardo le manifestazioni di piazza? Un tempo avrei risposto di sì senza esitazioni e/o condizioni, quando c’era una battaglia politica molto accesa, ma quando la condivisione di certi valori era altrettanto forte. Oggi non vorrei che le pubbliche manifestazioni antifasciste diventassero il pretesto per dividere anziché unire le forze democratiche, per fare frettolosi esami di antifascismo, che nella storia hanno portato a disastri, a eccidi, a guerre civili (discorso foibe docet).

Manifestare pubblicamente le proprie idee non è mai sbagliato, confessare la propria fede nella democrazia aiuta a capire meglio se stessi e la democrazia, ribadire l’antifascismo quale irrinunciabile componente del DNA repubblicano è utile. Tutto se non si fanno passerelle datate e divisive all’insegna “dell’io sì che sono antifascista, mentre tu…”.

A livello religioso il demonio e il male da esso impersonificato sono considerati il fatto rovinosamente “divisivo”. Anche il fascismo e i suoi rigurgiti tendono a dividere per imperare. Opporsi al neofascismo richiede paziente e costruttiva opera unificatrice, senza soffiare sul fuoco . Sarà più facile e serio individuare chi è direttamente o indirettamente fuori da questa virtuosa logica.

11/02/2018

Letture bibliche nella liturgia del giorno

 

Levitico 13,1-2.45-46; Salmo 31; 1Corinti 10,31-11,1; Marco 1,40-45.

 

Riflessione personale

 

Più che guarire i lebbrosi Gesù guarisce la religione dal suo storico ed endemico vizio di emarginare. Il malato di lebbra era il più emarginato fra gli emarginati: portava vesti strappate e il capo scoperto, si copriva la barba e la bocca, andava gridando “Immondo! Immondo!”, se ne stava solo e abitava fuori dal villaggio.

Questo vizio non è solo della religione, ma anche della società in genere: pensiamo ai malati mentali ed alle condizioni inumane in cui erano costretti a vivere (e anche oggi non è del tutto finita questa discriminazione).

Ma non bisogna scaricare sugli altri! Io, con la mia mentalità e i miei atteggiamenti, discrimino ed emargino certe persone? Spesso confondo il sacrosanto diritto/dovere della critica con quello di condannare chi a mio giudizio sbaglia. Nel momento in cui giudico una persona parte già la discriminazione. Cosa ne so io di quanto passa nell’animo di una persona?

Gesù non giudica, guarisce e salva! Dal momento che io ho bisogno di essere guarito e salvato non posso permettermi di giudicare e condannare alcuno. È un vizio molto brutto che dovrei riuscire a togliermi di dosso: è una, forse la più pericolosa, delle lebbre che intaccano la mia pelle. Pericolosa in quanto molto spesso prego “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e quel “come” è senza via di scampo e diventa condizione imprescindibile per essere perdonato.

 

La democrazia cliccata

Che i partiti al loro intero non brillino per partecipazione e democrazia è un dato di fatto difficilmente contestabile. I motivi sono tanti: la sfiducia generalizzata dei cittadini verso la politica, la corruzione e la disonestà di troppi esponenti politici, la perdita di credibilità sia a livello governativo che di opposizione, l’eccessiva personalizzazione delle leadership, l’incoerenza e la contraddittorietà dei comportamenti, la mancanza di ideali e di valori nella società, la fine delle ideologie che garantivano comunque un’adesione forte, la scomparsa dei meccanismi selettivi, che un tempo, seppure brutalmente o correntiziamente, consentivano un vaglio nell’assegnazione di incarichi e candidature, la crisi economica, che preoccupa e distoglie l’attenzione dai meccanismi istituzionali, e via discorrendo.

Anche le recenti candidature al Parlamento non sono state frutto di partecipazione, anche se un po’ tutti si sono preoccupati, in vista delle elezioni, di “improvvisare” rappresentanze della cosiddetta società civile.

Il dato che però mi ha più impressionato, strappandomi persino qualche amara risata, è quello del movimento cinque stelle: costoro si spacciano per paladini della democrazia e della partecipazione, cavalcano l’onda del web, si ergono a fautori del ripristino della legalità democratica, fanno i grilli parlanti ed i primi della classe. Ebbene, alle parlamentarie, vale a dire alle consultazioni informatiche tenute dai grillini, hanno partecipato meno di 40.000 persone con la conseguenza che i più cliccati sono stati proposti e sono entrati in lista con poche centinaia di voti, alcuni addirittura con poche decine di segnalazioni.

E questa sarebbe la nuova versione della democrazia partitica? Preferisco di gran lunga le candidature partorite dalle direzioni dei partiti, almeno rimane un minimo di vaglio politico da parte di una dirigenza nominata dagli iscritti al partito, nel caso del PD addirittura con milioni di voti per la scelta del segretario. Ammettiamo pure che Matteo Renzi abbia usato il pugno di ferro nella scelta dei candidati piddini, ma almeno lui è stato votato da parecchia gente, ha intorno un gruppo dirigente, ha una minoranza interna con cui deve fare i conti.

Lo spontaneismo grillino è la versione riveduta e scorretta dell’assemblearismo sessantottino. L’ho vissuto, seppure marginalmente nelle battaglie universitarie, laddove si votava e si sceglievano i rappresentanti per sfinimento, dopo interminabili e logorroiche riunioni in cui si discuteva di tutto, da Adamo ed Eva in avanti, per contestare tutto e combinare ben poco. Allora però c’era un forte pathos ideologico, una forte disponibilità all’impegno, una notevole preparazione politico-culturale. Di tutto ciò non vedo nulla nelle ridicole consultazioni grilline e nemmeno nella vita interna di un movimento, dilaniato al proprio interno, impreparato, inesperto, rissoso nei toni e vuoto nei contenuti.

Non lo dico con soddisfazione, anzi…

 

10/02/2018

Letture bibliche nella liturgia del giorno

 

1Re 12,26-32; 13,33-34; Salmo 105; Marco 8,1-10.

 

Riflessione personale

 

La tentazione di adorare il vitello d’oro è sempre presente: vale per Geroboamo, che si illudeva così di mantenere il controllo sul suo regno ed invece lo mandò in rovina, vale per tutti. Il vitello d’oro è sinonimo di potere, ricchezza, successo, di ricerca sfrenata di beni e soddisfazioni materiali. Gesù è sceso sulla terra, non è andato sulla luna e quindi conosce perfettamente le esigenze degli uomini: per la folla che lo seguiva da tre giorni e non aveva da mangiare compie il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Poi però siccome volevano farlo re, si eclissò, scegliendo il primato delle cose dello spirito rispetto a quelle materiali.

Non ho mai, fortunatamente, vissuto nell’abbondanza, anzi sono stato cresciuto ed educato in un clima di povertà. Poi è arrivato un certo benessere, ma senza inutili e pericolosi eccessi, senza anelare alla ricchezza, al lusso, al successo fine a se stesso.

Un caro amico affermato professionista mi chiese un giorno quanto guadagnavo. Non ebbi difficoltà a rispondergli. Mi guardò e mi chiese sbalordito: «Sei matto?». Per lui guadagnavo infatti troppo poco. A me bastava non per spirito pauperistico, ma per mentalità e carattere: niente merito, solo qualche rischio in meno rispetto al discorso del vitello d’oro.

Gesù però, con un giovane che gli chiedeva consiglio, andò oltre i comandamenti e gli suggerì di lasciare tutto e di seguirlo. Lui, dal momento che aveva molti beni, se ne andò sconsolato e scoraggiato. A me forse non chiede di spogliarmi di tutto, ma di condividere il più possibile. Io, che non ho molti beni (anche se la quantità di beni e un fatto relativo, perché anche le mie modeste ricchezze possono essere notevoli rispetto al poco o niente di tante persone), ma tendo a garantirmi una certa sicurezza per il presente e per il futuro, ho timore che mi possa essere chiesto di fare un passo in più. La domanda me la sento addosso e la risposta non è pronta e generosa come dovrebbe essere. Ho anch’io il mio vitellino d’oro? Può darsi…

Le olimpiadi del finto disgelo

Ripercorrendo in modo pressapochistico, per non dire spannometrico, la storia delle Olimpiadi, si fa molta fatica a capire fino a qual punto la più grande e importante manifestazione sportiva abbia influenzato la politica o sia stata condizionata e strumentalizzata dalla stessa.

In premessa bisogna precisare che di sportivo in senso classico e di spirito olimpico vero e proprio rimane ben poco: il dilagante e inarrestabile professionismo degli atleti, l’affarismo indotto dagli inevitabili interessi economici esistenti a livello di allestimento e gestione di questo enorme evento, la spinta mediatizzazione delle gare seguite con un’attenzione che va ben al di là dello sport, la spettacolarizzazione che ha soppiantato completamente l’agonismo partecipativo a vantaggio della ricerca della vittoria a tutti i costi (leggi doping e fenomeni annessi e connessi) hanno comportato un notevole snaturamento delle Olimpiadi al punto che certi Paesi (tra cui purtroppo anche l’Italia) preferiscono non offrire ospitalità a questo evento, ritenendolo fonte di inutili spese e di pericolosa corruzione.

Fatta questa doverosa premessa ritorno al dunque: al rapporto fra sport e politica. Dirò subito che non sono entusiasta dei venti di pace che sembrano partire dalle olimpiadi invernali coreane. Sempre meglio di una loro coniugazione in chiave squisitamente nazionalistica.

Tuttavia si tratta di un disgelo calato dall’alto, del mero sfruttamento di un occasione unica per riallacciare rapporti diplomatici e individuare qualche spiraglio di dialogo internazionale fra le due Coree, ma anche tra i loro referenti più o meno diretti.

Non è una spinta che sale dal basso, dalla rispolverata fratellanza tra atleti e sportivi delle più diverse nazionalità, etnie, razze e lingue: questi rischiano di ricoprire il ruolo di pedine sullo scacchiere politico internazionale seppure in senso pacificatorio. Spero che le olimpiadi coreane possano passare alla storia come l’inizio di un processo di pace in Asia e nel mondo intero, ma ciò e avverrà non sarà per la loro forza d’urto bensì per il loro facile palcoscenico.

Allora la distensione che ne potrà sortire non sarà forte e radicata, ma soltanto tattica e provvisoria, una sorta di armistizio fra Stati e non un ritrovato dialogo fra popoli: forse esigo troppo, ma temo che da uno sport, che non è più tale, possa derivare solo una pace che non è degna di tale nome.

Mio padre credeva molto nel significato e nella portata degli eventi sportivi, soprattutto delle olimpiadi al punto da scandire la propria esistenza sulla quadriennale ripetitività dell’appuntamento olimpico. Al termine di un’olimpiade chiedeva a se stesso: «Ci sarò alle prossime? Le potrò seguire e vivere come si deve?». Era più interessato ad essere presente alle olimpiadi che non al momento in cui l’uomo sbarcò sulla luna o sbarcherà su Marte. Un atto di fede nella natura umana e nelle sue inesauribili risorse a servizio della pace e dello sviluppo.

Assai curiosi erano i pulpiti da cui mio padre impartiva le sue lezioni di vita: i più improbabili, i più strani ma forse i più credibili. “Da che pulpito viene la predica” si è soliti dire per screditare l’imbonitore di turno.   Nel mio caso, o meglio nel caso di mio padre, il pulpito, per la sua immediatezza di postura e per la sua semplicità di struttura, conferiva credibilità proprio perché incastrato nella vita di tutti i giorni, nella quotidianità più assoluta, garantendo l’enfasi del vissuto e l’autorevolezza dell’esperienza diretta. Il pulpito più spontaneamente praticato era lo stadio, quale sede fisica dell’evento sportivo, per meglio dire lo sport quale positiva e accattivante metafora della vita a livello individuale e sociale, quale capacità di coniugare competizione e rispetto reciproco, quale viatico per un’esistenza vivace ma pacifica.

09/02/2018

Letture bibliche nella liturgia del giorno

 

1Re 11,29-32; 12,19; Salmo 80; Marco 7,31-37.

 

Riflessione personale

 

“Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti”, così la gente di Sidone esprime il proprio stupore di fronte al miracolo operato da Gesù con la guarigione di un sordomuto. Quante volte nella mia vita mi sono comportato da sordomuto: sordo alle necessità ed ai bisogni degli altri, muto davanti alle ingiustizie di questo mondo. E pensare che Gesù anche a me dice continuamente: “Effatà” cioè “Apriti”. Ma i miei orecchi tendono a rimanere chiusi e il nodo della lingua non si scioglie, anzi gli orecchi ascoltano sirene e la lingua snocciola sciocchezze. E pensare che, con il battesimo che ho ricevuto, dovrei essere anche “profeta”, non un mago che predice il futuro, ma un testimone nel presente. Come il profeta Achia: lacerò in dodici pezzi il suo nuovo mantello per dire a Geroboamo che avrebbe ereditato il potere di Salomone sulle tribù di Israele, tranne una a significare la continuità del regno di Davide. Le azioni simboliche dei profeti sono gesti non solo espressivi, ma già efficaci. Anch’io non dovrei solo predicare bene con la lingua, già meglio degli omertosi silenzi, ma razzolare bene con la testimonianza e con i fatti concreti.