Il campionario delle violenze culturali

Tra le tante assurde proposte e le altrettante sciocche osservazioni della campagna elettorale ho fortunatamente ascoltato un commento appropriato e centrato: una battaglia all’insegna della violenza culturale. Espressione forte, che rende l’idea del clima avvelenato in cui si andrà alle urne e da cui difficilmente ci si può difendere con il rischio di trovarsi ad esprimere un voto più sull’onda emotiva che sulla base razionale.

Gli argomenti non vengono raffreddati per essere poi affettati in un’analisi realistica, ma surriscaldati dalla paura per essere serviti bollenti sulla tavola populista. Il tema dell’immigrazione si presta perfettamente a questa operazione: si sparano cifre esorbitanti e fasulle, si punta sul macabro parallelismo tra immigrazione e delinquenza, si ipotizzano rimpatri di massa eticamente inaccettabili e concretamente impossibili, si soffia sul fuoco dell’ignobile connubio tra immigrazione e terrorismo,  si aizzano i poveri nostrani contro quelli forestieri, si criminalizzano le organizzazioni impegnate nel salvataggio dei profughi, si arriva persino a vedere nell’immigrato un portatore di malattie pestilenziali. Dopo avere seminato tanto vento in campagna elettorale, non si potrà che raccogliere molta tempesta nelle urne.

Altro tema violentato culturalmente è quello della sicurezza: si enfatizzano e strumentalizzano tutti gli episodi di criminalità, si crea un vero e proprio panico nei quartieri periferici, si fa dell’allarmismo soprattutto verso le persone più deboli ed esposte su questo fronte, si avvalora l’idea che i delinquenti vengano tenuti in circolazione prima della loro condanna e liberati senza espiazione della pena comminata, si auspica un controllo poliziesco del territorio, si configura un clima da coprifuoco in cui la gente per difendersi deve asserragliarsi nelle proprie case e sparare a vista.

E veniamo alla corruzione: tutti ladri, tutti corrotti o corruttori, tutti compromessi nell’affarismo dilagante, tutti mangiapane a tradimento, tutti pronti ad intascare bustarelle, a praticare clientele, a sperperare il danaro pubblico, a tenere legami mafiosi, a favorire gli amici, ad arricchirsi a spese dell’erario.

Proseguiamo con i problemi del lavoro: non esiste alcuna possibilità occupazionale, i giovani devono andare all’estero, se si crea un posto di lavoro è a tempo determinato, le donne sono sottopagate rispetto agli uomini, sul posto di lavoro vige la prassi dello stalking, aumentano continuamente i posti a rischio licenziamento, non c’è più alcuna garanzia, la pensione è diventata un miraggio, diventiamo sempre più poveri e insicuri.

C’è in atto una sorta di terrorismo psicologico e culturale, dal quale i partiti, soprattutto quelli estremisti e populisti, tentano di lucrare una rendita di posizione, aggiungendo la demonizzazione dell’avversario, la esasperazione dei toni polemici, la criminalizzazione del competitor, l’insolenza verso l’interlocutore, l’arroganza degli atteggiamenti, la maleducazione sistematica, la spudoratezza dei comportamenti. I media che dovrebbero mettere in crisi questo ambaradan di ingiurie ed oltraggi, cavalcano questo andazzo, lo coltivano, lo istigano, lo indirizzano ad una gara fatta di ingiurie, offese e oltraggi.

Questa è violenza culturale da cui il cittadino elettorale fa molta fatica a difendersi, non avendone gli strumenti, il tempo e il coraggio. Anzi, certe persone di debole ancoraggio democratico possono essere indotte a trasferire la violenza dal piano culturale a quello reale: il passo non è molto lungo, la storia lo insegna.Uno scudo protettivo minimale potrebbe essere quello di scartare i partiti che affrontano i problemi e il dibattito con la protervia dell’ignoranza, la spocchia delle proprie idee e la cattiveria verso gli avversari. Una politica che prescinde dall’etica può essere arginata e battuta rispolverando l’etica quale presupposto della politica.

 

23/02/2018

Letture bibliche nella liturgia del giorno

 

Ezechiele 18,21-28; Salmo 129; Matteo 5,20-26.

 

Riflessione personale

 

Durante i preliminari di un incontro di lavoro si parlava del più e del meno e quel giorno si andò a parare sulle mire carrieristiche di tizio e caio. Ad un certo punto, inserendomi in questo sconclusionato chiacchiericcio, confessai di puntare anch’io, nella mia vita, molto ma molto in alto, alludendo chiaramente al Paradiso. Mi guardarono con un misto di stupore e compatimento.

Abbiamo a che fare con un Dio, che in Gesù ci mostra il suo atteggiamento bifronte: molto esigente (chi dice pazzo al proprio fratello sarà condannato al fuoco dell’inferno) al limite dell’impossibile (amare i propri nemici, porgere l’altra guancia a chi ti percuote) e, ad un tempo, incredibilmente misericordioso (che fa festa per un peccatore pentito, che non ricorda le sue colpe). Sembrerebbe un Dio contraddittorio e, rispetto ai nostri umani canoni, fortunatamente lo è.  Ci chiede di puntare molto in alto (perseguendo una giustizia che supera il “giustizialismo perbenista” degli scribi e farisei di tutti i tempi), consapevoli della possibilità di cadere molto in basso (a pascolare i porci come il figliol prodigo), sicuri che ci allungherà la mano per tirarci fuori dalle sabbie mobili del peccato (va’ e non peccare più, nessuna delle colpe commesse sarà ricordata).

Non sono mai salito su un ottovolante perché sono sicuro che non lo reggerei fisicamente e ne rimarrei scombussolato, ma in senso spirituale mi sento sulle montagne russe in un susseguirsi di salite e discese con abbondanti cadute e ricadute. Il segreto è sapersi rialzare sempre e comunque anche dalle cadute più rovinose, non fidandosi della propria forza di reazione, ma allungando la mano verso di Lui, che già ce la porge. Sembrerebbe facile, addirittura comodo, ma non lo è. Tuttavia, nella povertà spirituale della mia vita, non vedo altra soluzione.

Italiani, razzista gente

«Se nel 2014 l’Italia era orgogliosa di salvare le vite dei rifugiati e considerava l’accoglienza un valore, oggi è intrisa di ostilità, razzismo, xenofobia, paura ingiustificata dell’altro non solo verso i migranti, ma anche verso rom e lgbt». Sono le ruvide e sferzanti parole di Gianni Ruffini, direttore di Amnesty international Italia, alla presentazione del Rapporto 2017-2018, che fa anche riferimento agli sgomberi forzati delle occupazioni in Italia. Il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury, a sua volta ha detto che preoccupa la politica di contenimento dell’immigrazione aggiungendo: «Stiamo voltando le spalle alla sofferenza, alle torture e alla schiavitù che accade in Libia».

Questa fotografia, un tantino ingenerosa (esistono anche migliaia di italiani che volontariamente prestano il loro contributo solidale ai migranti), mette comunque il dito nella piaga di una involuzione, che sta vivendo il nostro paese dal punto di vista etico, culturale e politico. I paesi dell’Est-Europa, usciti malconci e con le scarpe rotte dall’esperienza del socialismo reale, accolti con fin troppa fretta nella Comunità Europea ed aiutati nella loro ripresa socio-economica, tendono ad alzare barriere verso gli immigrati e i rifugiati provenienti dai paesi terzomondiali. Gli italiani, che hanno storicamente conosciuto il dramma e l’umiliazione dell’emigrazione, tendono a dimenticarlo e ad esprimere quei tristi sentimenti cui fa esplicito e impietoso riferimento Amnesty. Una sorta di ritardata sindrome rancorosa del beneficiato.

Dobbiamo ammettere che l’Italia sta cambiando in peggio. Non so fino a qual punto questa deriva dipenda da sollecitazioni nazional populiste, per non dire nazifasciste, provenienti da partiti e movimenti che vogliono divulgare, cavalcare e strumentalizzare gli istinti peggiori della nostra gente oppure da un egoistico fenomeno di pessima autocoscienza collettiva, che, a sua volta, porta a cercare corrispondenza in certe forze politiche. Si tratta di uovo e gallina, che comunque predicano e razzolano nel pollaio della paura dei diversi.

Di fronte a questo vergognoso andamento, di cui bisogna purtroppo prendere atto, esistono tre modi di interpretarlo e governarlo. Si può soffiare sul fuoco, dare ulteriore spinta a un fenomeno regressivo promettendo demagogicamente di corrispondere ad esso con drammatiche politiche di esclusione, espulsione e discriminazione. Si può dare un colpo al cerchio e uno alla botte, facendo risalire semplicisticamente le responsabilità a chi ha governato lasciando crescere a dismisura i fenomeni e creando il malcontento. Si può tentare di coniugare antirazzismo e sicurezza in un arduo percorso di ricollocamento geografico, territoriale e culturale. Il primo atteggiamento è tipico della destra estrema leghista e non solo. Il secondo rispecchia la tattica dello scarica barile del movimento cinque stelle, che si ferma sempre e comunque alle colpe altrui senza proporre niente e prospettando concrete e ormai sperimentate cadute dalla padella alla brace. Il terzo è l’arduo tentativo della sinistra riformista di governare i problemi con gradualità e inserendoli in un progetto di compatibilità capace di scolare il brodo di coltura del razzismo e dei suoi presupposti socio-culturali.

Per esemplificare, a costo di banalizzare il discorso, c’è chi accarezza la pancia degli italiani promettendo sostanzialmente di cacciare fuori dalle palle i migranti ad eccezione dei rifugiati patentati, dimenticando di spiegare come, dove e quando verranno portati coloro che in esubero sono arrivati disperatamente sul nostro territorio e come si possa fare a distinguere tra disperazione ammessa e disperazione non consentita. C’è chi ritiene il fenomeno troppo grande e clamoroso per colpa di chi doveva affrontarlo e quindi lo rigira al mittente. C’è chi prova a sporcarsi le mani ed a proporre qualche risposta seppure limitata e per certi versi inadeguata.

Non sarà facile per gli italiani trasferire questo argomento basilare dal livello intestinale a quello mentale. È inutile nascondere che gran parte del risultato elettorale della prossima consultazione politica dipenderà dal modo in cui i cittadini si porranno di fronte a questo spigoloso tema. Amnesty fa il suo prezioso mestiere, fa la sua denuncia, che non lascia scampo. Sembra bocciare anche i tentativi di coinvolgere i paesi africani rei di adottare procedure disumane. Non so se potrà servire a stimolare governati e governanti in un processo di virtuoso riscatto. Bisogna capire se chi entra in cabina e chi si candida ad entrare in Parlamento metterà al primo posto la propria scomoda coscienza o i propri brutali interessi.

 

22/02/2018

Letture bibliche nella liturgia del giorno

 

1Pietro 5,1-4; Salmo 22; Matteo 16,13-19.

 

Riflessione personale

 

Oggi si celebra la Cattedra di s. Pietro. Interpreto questa ricorrenza non come deferente omaggio all’autorità papale e gerarchica in generale, ma come richiamo al fatto che nella Chiesa l’autorità (sarebbe meglio dire l’autorevolezza…) dipende dalla fede in Cristo e dallo spirito di servizio con cui, da buoni pastori, si serve il gregge (non per forza, ma volentieri, non per vile interesse, ma di buon animo, non spadroneggiando sulle persone, ma facendosi modelli).

Gesù, tramite un primordiale ma efficace sondaggio, appura che la gente ha di lui un’idea piuttosto vaga, nostalgica ed opportunistica, mentre Simon Pietro, nella sua travolgente ma traballante generosità, lo riconosce come il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Era relativamente facile per questo pescatore, ce lo aveva tutto il giorno davanti, lo ascoltava, lo osservava, gli parlava, lo interrogava. Poi messo alle strette…

Io dove mi colloco? Spesso sono tra la gente a riconoscere che Gesù è il più grande personaggio della storia, un profeta, un testimone perfetto. Ricordo che un mio caro amico definiva il vangelo come il più bel libro mai scritto, lasciando intendere grande ammirazione, ma anche una perplessità di fondo.

A volte sono vicino a Pietro, a parole mi lancio in atti di fede spontanei e decisi, ma poi davanti alla prima serva, che mi interpella e mi fa l’esame, balbetto e mi defilo vigliaccamente. Ai suoi discepoli Gesù ordinò di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. Con me può fare a meno di sprecare questa raccomandazione, ci penso già io a non testimoniare che lui è il Cristo: la mia fede è ondivaga, è volatile, è soprattutto incoerente. Eppure ho usufruito di tanti insegnamenti, di tante testimonianza, di tanti fulgidi esempi, di tanti aiuti. Ciononostante devo ammettere umilmente che il mio cristianesimo vacilla e pregare: «Io credo Signore, aumenta la mia fede».

 

Il PD, tanto Gentiloni e tanto onesto pare

Francesco Cossiga con la sua linguaccia biforcuta, volendo parlar male di Francesco Rutelli, tesseva le lodi si sua moglie, la giornalista Barbara Palombelli. Gli autorevoli endorsement guadagnati da Paolo Gentiloni mi sembrano piuttosto pelosi e maliziosi: Romano Prodi e Giorgio Napolitano lo stanno elogiando sicuramente per concedergli i meriti peraltro conquistati sul campo, ma gatta ci cova, e molti pensano, magari senza ammetterlo apertamente che lo stiano facendo per ingombrare ulteriormente la strada a Matteo Renzi senza formalmente ed ufficialmente toccare il partito democratico.

“Paolo Gentiloni è divenuto punto essenziale di riferimento per il futuro prossimo, e non solo nel breve periodo, della governabilità e della stabilità politica dell’Italia”. Così ha affermato il presidente emerito della Repubblica in occasione della consegna a Gentiloni del premio Ispi in ricordo dell’ambasciatori Boris Biancheri, aggiungendo: «Un’attitudine all’ascolto e al dialogo e uno spirito di ricerca senza preclusioni sono doti decisive di Gentiloni da ministro degli Esteri e poi da presidente del Consiglio. Con lui più influenza dell’Italia in tutte le sedi internazionali in cui ha saputo conquistare fiducia». Di analogo significato il giudizio espresso da Romano Prodi, allorquando a dichiarato il suo appoggio al centro-sinistra seppure tramite una lista di contorno.

Ricordo le perplessità espresse da tanti nei confronti di Gentiloni allorché gli venne consegnato il testimone da Matteo Renzi: veniva considerato un assonnato e pigro ventriloquo del leader Pd caduto in disgrazia col referendum costituzionale. Un personaggio di transizione, messo lì per tenere caldo il posto a Renzi mentre si disintossicava per poi rilanciarsi nell’agone politico e governativo.  Adesso è diventato, anche in prospettiva, l’uomo giusto al posto giusto. Non mi sento di esprimere un giudizio compiuto su Paolo Gentiloni: mi sembra un politico equilibrato, serio e misurato, e Dio sa quanto ce ne sia bisogno. Da qui a farne un personaggio decisivo per il futuro dell’Italia ci passa parecchia strada.

Il partito democratico ha un suo leder votato e riconosciuto, non ha tuttavia ritenuto di esprimere una candidatura ufficiale, per motivi costituzionali (non si vota per il premier), per motivi elettorali (si vota per i deputati e i senatori), per motivi di opportunità (si vota in un contesto molto confuso), per non bruciare i propri possibili candidati nel tritacarne mediatico. Anche i battitori liberi, seppure autorevoli come appunto Prodi e Napolitano, dovrebbero capire e rispettare queste preoccupazioni e non lanciarsi in spericolate operazioni pre-elettorali, che rischiano soltanto di creare scompiglio nel centro-sinistra e nel PD. Tra l’altro anche Silvio Berlusconi non nasconde qualche simpatia per Gentiloni, seppure in vista di un’operazione di forzata intesa transitoria tra partiti avversari. C’è in atto una gara a parlare nella mano del Presidente della Repubblica, a suggerirgli nomi e combinazioni parlamentari, a prefigurargli scenari politici. Un ex-presidente e un presidente mancato giocano a fare i protagonisti, a fare i padri nobili del centro-sinistra, creando ulteriore confusione. Si parla a nuora-Gentiloni perché suocera-Renzi intenda. Non sono mai stato e non sono un tifoso renziano: di lui riconosco qualità e difetti, meriti ed errori. Ma indebolirlo con surrettizie manovre elettoralistiche mi sembra un altro suicidio, che si aggiunge a quello del dalemian-bersaniani.

Che Renzi sia un personaggio invadente e malato di protagonismo è fuori discussione, ma mi sembra che Napolitano, Prodi, Bersani, D’Alema e compagnia bella non siano da meno. Gentiloni non lo è e allora lasciamolo in pace e non tiriamolo in ballo solo per il gusto di insegnare a Renzi ad essere più equilibrato, moderato, possibilista e dialogante: Renzi è Renzi, Gentiloni è Gentiloni, il Pd è, fino a prova contraria, il partito di entrambi. Questa insopportabile politica è malata di dualismo: siccome a destra si scontrano Berlusconi e Salvini, dal momento che i grillini sono incasinati più che mai, proviamo a far litigare Renzi e Gentiloni… Se insistono ancora un po’, forse ci riescono.

21/02/2018

Letture bibliche nella liturgia del giorno

 

Giona 3,1-10; Salmo 50; Luca 11,29-32.

 

Riflessione personale

 

Il segreto per catturare la simpatia di Dio sembra essere la conversione sincera. Dio ammette l’errore, anche il più grave, ed è pronto a perdonarlo purché l’uomo ne prenda atto, lo riconosca e si converta. Per giungere a questa decisione non occorre andare alla ricerca di segni clamorosi, basta porre attenzione ai veri profeti e soprattutto al profeta per eccellenza, quello che li batte tutti, a Gesù. In tutti i vangeli le persone accolte ed esaudite da Gesù sono quelle che credono in Lui, che gli riconoscono il primato, che capiscono la grandezza della sua missione. Il segno che offre Gesù non è costituito dai miracoli, il vero segno di salvezza è la sua passione, morte e risurrezione: i tre giorni, come quelli di Giona nel ventre del pesce. Il prototipo della conversione è infatti quello del ladrone, messo in croce di fianco a Gesù: prende atto della propria criminalità, riconosce che Gesù è il Giusto, si converte a Lui e gli chiede il perdono. Gesù lo santifica seduta stante e gli garantisce il Paradiso immediatamente. Gesù non smette mai di stupirci con le sue provocazioni: i pastori, i maghi, i samaritani, i lebbrosi, i pubblicani, le prostitute, i ladri. Il nostro perbenismo è sovvertito. Il Padre preferisce il figlio prodigo, che riconosce di avere sbagliato, al figlio perbene, che pretende di essere giusto. Convertirsi vuol dire cambiare mentalità, adottare i parametri di Gesù, andare contro corrente, rifiutare la logica mondana. Le tentazioni sono sempre in agguato: anche il ladrone fu tentato dal suo collega, che esigeva il miracolo. Seppe stringere i denti,  resistere e fu santo.

 

Vive mal chi vive al Sud

Mi ha fatto una certa impressione leggere quanto rileva l’Osservatorio nazionale della Salute nelle Regioni, con un focus dedicato alle diseguaglianze di salute: un laureato può sperare di viere fino a 82 anni, contro i 77 di chi è meno istruito; l’aspettativa di vita nel Sud-Italia è decisamente inferiore rispetto a quella del Nord-Italia: a Napoli, ad esempio, è minore di 4 anni rispetto a Firenze e Rimini.

Il diverso livello di vita tra le due Italie è cosa nota, ma vederselo sbattuto in faccia in modo così provocatoriamente evidente deve farci riflettere. Il ritardo meridionale ha profonde e complesse motivazioni, che affondano nella storia, non solo del nostro Paese, ciò tuttavia non ci esime dall’affrontare seriamente questo problema. La prima immediata e, per certi versi, semplicistica ragione riguarda lo spreco di risorse pubbliche perpetrato sull’altare dello sviluppo meridionale: è innegabile che i corposi stanziamenti di fondi non abbiano sortito i risultati sperati per cattiva gestione (clientelare) o addirittura per distrazione (mafiosa).  Anche il supporto degli aiuti europei non è riuscito a imprimere la necessaria accelerazione allo sviluppo dell’Italia meridionale.

Non sono assolutamente d’accordo con chi ne deduce questa drastica e fatalistica considerazione: concediamo larga autonomia e si arrangino… Troppo comodo! Qualcuno arriva addirittura a considerare le stragi mafiose, i regolamenti di conti, le faide famigliari come problemi di un territorio da abbandonare a se stesso. Qualche buontempone maledice Giuseppe Garibaldi, altri vagheggiano il muro di Firenze in conseguenza del quale il Nord-Italia diventerebbe una sorta di Paese di Bengodi, una seconda Svizzera. Sciocchezze dure a morire!

Il problema meridionale è il problema dei problemi, da esso non possiamo prescindere. Dobbiamo entrare però in una logica diversa da quella di un puro travaso di risorse per capire come lo sviluppo del Sud sia un’opportunità per tutto il Paese da ogni punto di vista. Parafrasando la storica frase di Garibaldi si potrebbe dire: «Qui si sviluppa il sud o si muore tutti».

I sondaggi elettorali prevedono in Meridione, oltre la scontata e forte astensione, una propensione al voto grillino e un certo ritorno al voto di destra: l’antipolitica e il populismo. Gli sforzi fatti dai governi riconducibili al centro-sinistra non vengono riconosciuti e premiati. Peraltro l’inquinamento corruttivo continua ad imperversare e l’influenza mafiosa non abbandona l’osso, anzi tende ad allargarsi anche al Nord. Un quadro sconfortante e condizionante. Non so se sia nato prima l’uovo della sfiducia e della rassegnazione periferiche o la gallina della trascuratezza e dell’emarginazione centrali. Non ho sinceramente idea di quanto la mafia possa influire sulle prossime elezioni: si tratta solo dell’ultimo atto di una intromissione socio-culturale radicata e profonda.

Abbiamo davanti un processo lungo, difficile e pericoloso: forse varrebbe la pena che nel preparare le nostre intenzioni di voto partissimo da questo nodo cruciale, vagliando le forze politiche sulla base delle loro proposte al riguardo. Non dimentichiamo che larga parte della responsabilità politica è però degli enti pubblici territoriali, regioni e comuni, e lì, in un certo senso, il discorso si fa ancor più difficile perché esposto all’influenza dei potentati e delle clientele locali. Concludendo il ragionamento, cercherò di votare con un occhio disincantato, attento e critico alla questione meridionale, senza prevenzione alcuna, ma con spietato realismo politico abbinato ad un forte afflato etico.

 

20/02/2018

Letture bibliche nella liturgia del giorno

 

Isaia 55,10-11; Salmo 33; Matteo 6,7-15.

 

Riflessione personale

 

Un giorno mio padre, davanti allo strazio di una tremenda malattia che stava divorando suo cognato sacerdote (mio zio Ennio, santo protettore), osò formulare una critica al Padre Eterno: dava una forza inesauribile a Gino Bartali (in quei giorni aveva trionfato al tour de France), mentre mio zio era progressivamente paralizzato in carrozzina. Penso non avesse niente da ridire sul valore etico e sportivo di Bartali per cui nutriva ammirazione e simpatia. Intendeva fare un altro ragionamento umanamente spontaneo. Fu rimproverato bonariamente: «Lascia perdere…Dio sa perfettamente quanto deve fare, non vorrai insegnarglielo tu…».

Dice Gesù: «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate».  E allora a cosa serve la preghiera? A stare in compagnia con Dio! Quando amiamo intensamente una persona non ci stanchiamo di esserle vicino, di dichiararle il nostro amore, di mostrarle il nostro affetto: non gli chiediamo dei favori, al contrario ci mettiamo a sua totale disposizione, siamo pronti a ringraziarla e a confidarle i nostri sentimenti. Penso che la preghiera, a maggior ragione, possa essere così: senza pretese assurde, ma con il cuore aperto e con la certezza di essere ascoltati ed aiutati in tutto.

Il Padre Nostro, lo schema per il nostro modo di pregare, non prevede una sfilza di domande, parte dalla volontà di Dio e dalla sua Parola efficace che ci trasforma, chiede solo tre cose fondamentali, che presuppongono nostri precisi impegni: il pane da condividere, il perdono da concedere, l’aiuto per vincere il male col bene. Il resto lo potremmo definire “fuffa orante”.  Dio ha già fatto tutto: ci ha creati, ci ha redenti, ci aspetta per la vita eterna. Ci crediamo o no!? È pur vero che sa compatire la nostra debolezza, la nostra pochezza, la nostra testardaggine. Guai a noi se non fosse così.  Saprà sicuramente sciacquare in Paradiso le nostre indegne e vuote preghiere. Non approfittiamone però e cerchiamo di essere seri.

In piazza…ma per dialogare

Non ho capito se i moti di piazza che stanno scoppiando in varie città italiane ad opera di gruppi e frange giovanili siano una reazione impulsiva ai rigurgiti fascisti, siano una protesta sociale per i tanti problemi irrisolti, siano una ribellione totale verso la società: forse di tutto un po’, un pericoloso mix riveduto e scorretto che la storia ci riconsegna. Provo ad esaminare criticamente le tre suddette ipotesi.

Combattere il risorgente e stupido sentimento fascista scatenando la violenza che arriva a sfogarsi contro le forze dell’ordine sembra un ingenuo ma colpevole errore da tutti i punti di vista: cadere nella trappola di portare la rissa ideologica sulle piazze è sbagliato ed è il modo per mettere impropriamente fascismo ed antifascismo sullo stesso piano violento, riducendo la democrazia a mero scontro tra nostalgie di segno opposto.

La protesta di fronte alle palesi ingiustizie del nostro sistema e verso la politica che non riesce a interpretare le istanze giovanili non può scadere a questo livello di violenza gratuita: il ribellismo sociale, confusamente e genericamente inteso e praticato, non porta da nessuna parte, serve solo a esorcizzare il rinnovamento e a sprofondare ancor più la società nel qualunquismo populista.

La contestazione globale ha fatto il suo tempo ed ha combinato seri disastri illudendo, rovinando e deviando le ansie giovanili sul terreno del terrorismo fine a se stesso. Quindi non serve indulgenza, ma precisa ed inequivocabile condanna verso atteggiamenti e comportamenti inammissibili ed inaccettabili.

Detto questo i problemi rimangono: esiste una risorgente simpatia per le scorciatoie nazifasciste davanti alle quali non so se la nostra democrazia sia attrezzata culturalmente  e politicamente a fare il doveroso argine; la politica fa molta fatica a interpretare le ansie di rinnovamento ed è più portata ad alimentare e cavalcare le paure e le sfiducie; le nuove generazioni oscillano fra l’apatia e la violenza e non trovano riscontri positivi sul piano sociale e politico.

Torno col pensiero alla mia giovinezza: anche allora i problemi non mancavano, anzi erano maggiori di quelli attuali. Tuttavia la politica, seppure imprigionata nel gioco ideologico, riusciva a scaldare i cuori; la protesta, seppure presuntuosamente globalizzata, aveva un senso culturale; il dialogo politico, seppure condizionato dagli schieramenti politici, sapeva allargarsi e volare alto. Le degenerazioni ci furono e ne soffriamo ancor oggi le tristi conseguenze. Nella mia classe si discuteva della guerra nel Vietnam, del rapporto tra cattolici e comunisti, di una scuola aperta al mondo, di pace e giustizia, di valori divisivi e condivisibili.

Il mondo è cambiato: stiamo meglio dal punto di vista economico, ma siamo a terra dal punto di vista culturale. Siccome la cultura non è erudizione, ma capacità di porsi di fronte alla realtà, siamo in gravissime difficoltà. In passato la violenza diventò lo sbocco politico di una cultura impazzita, oggi rischia di rappresentare lo sfogo antipolitico di una cultura inesistente. Togliamo di mezzo quindi ogni e qualsiasi tentazione violenta, rimbocchiamoci le maniche e ricominciamo a discutere e dialogare, a riscoprire la piazza come luogo di incontro culturale e non di scontro politico.

 

19/02/2018

Letture bibliche nella liturgia del giorno

 

Levitico 19,1-2.11-18; Salmo 18; Matteo 25,31-46.

 

Riflessione personale

 

Proiettiamoci alla scena finale della nostra esistenza o meglio alla scena iniziale della nostra vita eterna, al giudizio a cui saremo sottoposti: roba da far tremare le vene ai polsi. Un termine ricorrente nella predicazione di papa Francesco è quello della misericordia: un Dio misericordioso che ci concede e chiede misericordia. Stando a quanto dice Gesù nel Vangelo, in una prospettazione strabiliante nella sua semplicità, saremo giudicati sulla misericordia che avremo usato verso i nostri fratelli bisognosi di aiuto: affamati, assetati, stranieri, nudi, malati, carcerati. Ci sono tutti e non la possiamo scappare. È questo il contrappasso divino: Dante Alighieri nella travolgente genialità della Divina commedia aveva previsto il meccanismo, ma non il parametro.

Da una parte mi sento sollevato perché non sarò chiamato a rispondere meramente delle trasgressioni commesse, dall’altra parte mi preoccupo perché sono tanti coloro che mi hanno teso e mi tendono la mano, mentre io faccio finta di non vederli, volto la faccia, mi giustifico con “l’avere già dato”, mi creo l’alibi di latta del “non poter aiutare tutti”. Sono atteggiamenti che davanti agli uomini vanno benissimo, ma davanti a Dio mi costeranno cari. Anche perché Dio non chiede l’impossibile, ma si accontenta di poco: un bicchiere d’acqua, un piatto di minestra, una parola buona, una visita, un piccolo aiuto. Tutte cose che possiamo fare: ce le chiede Lui in persona.

Tutta la sequela di comandamenti, regole e prescrizioni ce la siamo costruita noi per divagare rispetto al nocciolo della questione e confondere le acque della religione. Bisogna andare al sodo. È tutto talmente chiaro che non potremo accampare scuse, il giudizio ce lo potremmo dare da soli. Non c’è regolazione dei flussi di immigrati che tenga, non scarichiamo sull’assistenza sociale e sugli enti di volontariato, non nascondiamoci dietro lo Stato che non funziona, non pensiamo che le carceri siano la soluzione dei problemi, non difendiamo solo la nostra sicurezza. Siamo interpellati personalmente e dobbiamo rispondere a chi ci chiede aiuto, altrimenti comunque ne risponderemo davanti a Dio.