Una rondinElly non fa primavera

Uno dei nodi riguarda il coinvolgimento militare dell’Italia. Schlein non si accontenta delle rassicurazioni di Giorgia Meloni sul passaggio parlamentare in caso di richiesta di supporto logistico agli attacchi Usa: «Chiediamo al governo di chiarire subito che negherebbe l’autorizzazione, anche perché si porrebbe in contrasto con la nostra Costituzione. Meloni dice che sarebbe folle chiamarci fuori e io dico che è incostituzionale starci dentro». La segretaria dem accusa l’esecutivo di «subalternità» verso Washington, criticando la disponibilità ad alzare la spesa militare al 5% richiesta da Trump e la rinuncia a una vera difesa comune europea. «Se compri più armi dagli Usa e non vuoi il “Buy European”, diventi più dipendente da Trump e mini l’autonomia strategica dell’Europa».

Pur definendo Khamenei un «dittatore sanguinario che nessuno rimpiangerà», Schlein ribadisce che la transizione democratica deve restare nelle mani del popolo iraniano. La preoccupazione è che, calpestando il diritto internazionale, si finisca nella «legge del più forte». (Open cita un’intervista rilasciata da Elly Schlein a Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera).

“D’Alema, di’ qualcosa di sinistra”, così chiedeva Nanni Moretti nel lontano (?) 1998. In questi giorni ho sentito finalmente Elly Schlein dire qualcosa di sinistra e mi sono precipitato a metterlo nero su bianco. Infatti sul tema dei rapporti internazionali osservo come la sinistra italiana sia tutto sommato prigioniera della visione atlantista e acriticamente appiattita su di essa. De Gasperi aveva i suoi (in)discutibili motivi per essere decisamente filoamericano; Berlinguer aveva i suoi evoluzionistici motivi per sentirsi tranquillo sotto l’ombrello della Nato; Moro aveva i suoi strategici motivi per conservare il coraggio di pagarla cara ai suoi  amici (?) statunitensi e israeliani. Adesso, con la situazione così cambiata, che problema c’è per non dire apertamente parole di netto dissenso verso la schizofrenica impostazione israelo-americana?

Sarò esagerato e candidato all’antisemitismo, ma vedo una vergognosa analogia fra i balbettii della sinistra e i silenzi dell’intellighenzia israeliana in patria e all’estero. Chi osa discutere la guerra in Ucraina è amico di Putin, chi non osa discutere la guerra in Iran di chi è amico?

Il trumpismo in versione sempre più hard sta facendo saltare i nervi a Giorgia Meloni, imbarazzatissima rispetto alle sviolinate del presidente Usa che la sta scopertamente strumentalizzando in chiave antieuropea; la nostra premier si sta arrampicando sui vetri con le mani sporche di grasso anti-magistratura, fa una fatica tremenda a districarsi in mezzo allo sciocchezzaio dei suoi vice, vede indebolirsi il feeling con la gente (che poi non è del tutto stupida).

In questo momento alla gente interessano soprattutto la guerra e le sue conseguenze economiche: la casa nel bosco, i giudici cattivi, i poliziotti buoni non fanno molta opinione e non attirano consensi se non in senso stucchevolmente perbenista.

 

Il trend di riduzione dei consensi per il presidente americano influenza anche i giudizi nei confronti della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che è stata storicamente una alleata, se non una sostenitrice di Trump e la cui posizione è ritenuta oggi da molti parzialmente ambigua: l’indice di gradimento nei confronti di Meloni è sceso infatti oggi al 37,5%, quando ancora nel novembre scorso superava il 45%. Questo andamento ha come effetto un fatto significativo: per la prima volta, infatti, il gradimento per Giuseppe Conte supera quello per la presidente del consiglio. Con la conseguenza che il segretario del Movimento 5 Stelle si trova ad essere oggi il politico italiano che raccoglie maggiori consensi in assoluto. (msn.com/it.it – Italia Oggi – Storia di Renato Mannheimer) 

 

A cosa si attaccherà la giorgina o giorgetta, come dir si voglia, per la sua propaganda? Il mio caro amico Pino si chiede: la sinistra saprà approfittarne? Ho molti seri dubbi per due motivi: uno legato alla debolezza leaderistica e alla inconsistenza carismatica dei suoi esponenti; l’altro legato al fatto che, gira e rigira, la sinistra non propone cose molto diverse e alternative. Significativo il fatto che aumenti il gradimento di Giuseppe Conte presumibilmente in quanto molto critico verso il bellicismo occidentale. Personalmente però non ritengo plausibile Conte come leader di sinistra. La mia risposta all’interrogativo dell’amico Pino è quindi la seguente: non può approfittare delle difficoltà della destra perché è sostanzialmente d’accordo (almeno così è l’impressione percepita) al di là delle scaramucce parlamentari.

Anche a livello europeo, forse ancor di più, la sinistra risulta impercettibile, tatticamente schiacciata sulla ineluttabilità dell’alleanza con gli Usa e strategicamente incapace di dare all’Europa Unita un respiro progressista e pacifista.

Sono purtroppo saltati gli schemi politici tradizionali e, a livello europeo vige una sorta di melassa politica ed economica, che serve a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando mia sorella andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del trumpismo, del populismo e del sovranismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.

Forse, in fin dei conti, ci arrabattiamo in cerca del male minore, vale a dire di chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi. Siamo quasi in primavera e, come noto, una rondine non fa scattare questa desiderabile stagione. Temo sia così anche per le sparate schleiniane, anche se mi hanno momentaneamente aperto il cuore.

 

Maternità bruciata e vita ritrovata

Chiara Petrolini ha letto per sette minuti senza mai cambiare tono di voce, dicendo di non essere una madre assassina e di non aver voluto fare del male ai suoi due bambini, che però non ha mai nominato.

Subito dopo la pm Francesca Arienti ha iniziato la requisitoria dell’accusa, che si sarebbe conclusa con una richiesta di condanna a 26 anni, dicendo i nomi, tra le prime parole pronunciate, dei neonati sepolti nel giardino di Traversetolo: Domenico Matteo e Angelo Federico, così come sono stati registrati nei certificati di morte.

“Siamo qui – ha detto – per la morte di due bambini che non esistono solo sulla carta, sono realmente esistiti”. Le vittime dei due omicidi volontari premeditati contestati alla 22enne, sono state partorite il 12 maggio 2023 e il 7 agosto 2024, alla fine di gravidanze che la ragazza ha nascosto ai familiari, all’ex fidanzato, agli amici. Proprio sulla consapevolezza di essere incinta e sulla volontà di provocare la morte dei bimbi appena venuti alla luce si gioca il processo, aggiornato al 27 marzo, per l’arringa del difensore, avvocato Nicola Tria, e si concluderà il 24 aprile, con la decisione della Corte di assise. (ansa.it)

Cara Chiara,

le chiedo scusa per l’intromissione e per il tono confidenziale con cui mi rivolgo a lei, che avrà bisogno di silenzio in mezzo al cinico vociare mediatico ed alla burocratica discussione di avvocati e giudici. Tutti la giudicano, tutti la colpevolizzano, tutti scaricano su di lei i loro sensi di impietosa vendetta. Io non riesco a comprendere fino a che punto lei fosse e sia in grado di auto-esaminarsi e fin dove possano arrivare le sue responsabilità penali.

Mia madre era portata a giustificare chi delinqueva, commentando laconicamente: “jén dil tésti mati”. Sono sicurissimo che lo farebbe anche nei suoi confronti, più col cuore materno che con la scienza criminologica. Ho pensato spesso alla sua vicenda e non sono riuscito a trovare motivi plausibili che possano averla spinta agli atti di cui è chiamata a rispondere: un mix di ancestrali paure, di condizionamenti moralistici, di solitudine famigliare e sociale, di fuga dalle inammissibili e vergognose trasgressioni, di ripiegamento a tutti i costi nella normalità della vita.

Non sono uno psicologo, non credo molto in questa scienza, preferisco metterla sul piano umano: lei molto probabilmente si è illusa di poter fuggire dalla sua situazione in una sorta di illegittima difesa rispetto alla valanga di critiche che le sarebbero potute piovere sul capo. Ha messo le mani avanti rispetto alla prevedibile squalifica esistenziale, non è riuscita a cogliere un po’ di valoriale quiete prima della immaginabile tempesta.

Credo che lei sia tuttora vittima di questo cortocircuito psico-sociologico da cui si esce soltanto con la coraggiosa forza della propria umanità: nel suo caso una maternità bruciata sull’altare del perbenismo all’epoca dei fatti, oggi un riscatto sentimentale a livello di coscienza e di reinserimento nella vita.

Vedo in lei una sorta di blackout: si sforzi di accendere la luce, di guardare avanti, di recuperare il terreno perduto qualunque sia il trattamento che le riserverà la giustizia umana. Mi auguro che i giudici la trattino almeno come prevede la Costituzione senza alcun accanimento. Dal clamore mediatico cerchi di isolarsi. In fin dei conti il vero giudice è sempre la propria coscienza.

Spero che lei possa trovare dei riferimenti forti a livello esistenziale, umano, sentimentale e sociale. La sua paradossale affermazione sulla scelta di tener vicini i suoi figli potrebbe diventare molto più vera di quanto appaia: i suoi figli la capiscono, la perdonano, le vogliono bene!

Per quanto mi riguarda faccio fatica a capirla, non ho titolo per giudicarla, per concederle il perdono così come per accusarla e condannarla.

Una cosa sola le posso garantire: le voglio bene!

Chissà che lei non possa leggere queste mie parole amichevoli. Lei è giovane, io sono vecchio. Non avremo possibilità di incontro. Non si sa mai…

Un cordiale anche se virtuale saluto.

Ennio Mora

 

La fuffa suprema di offesa

Anziché fare riferimento alle notizie filtrate e riportate con la solita subdola viscidezza, ho preferito prendere in considerazione il testo ufficiale delle risultanze della riunione del Consiglio Supremo di Difesa, riportandone i passaggi, a mio giudizio, più significativi e commentandoli sulla base dei miei convincimenti e delle mie idee.

 

Il Consiglio ha constatato con preoccupazione che la crisi dell’ordine internazionale, incentrato sull’ONU, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale anche di fronte a sfide comuni come le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni. Nell’attuale contesto di instabilità – irresponsabilmente aperto dall’aggressione della Russia all’Ucraina – con le progressive lacerazioni della pacifica convivenza internazionale, l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale, l’Italia è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica.

Basta la preoccupazione? NO! Quando si parte da questo atteggiamento vuol dire che si tende pregiudizialmente a lavarsene le mani. La crisi del multilateralismo non è una calamità naturale a cui rassegnarsi come sta facendo il governo italiano prestando attenzione ad iniziative di parte come l’istituzione del Board of Peace, ma continuando a rimanere legati allo stile multilaterale del dialogo aperto e del confronto leale. Non si può tenere i piedi in due paia di scarpe: la Costituzione italiana è chiara e non ammette infingimenti. Non esistono ragioni per l’unilateralità: sono tutti pretesti per fare i propri porci comodi.

Il comportamento della Russia non è la causa scatenante del disordine, ma semmai la conseguenza del disordine preesistente. Dov’è poi l’impegno dell’Italia sulla via negoziale e diplomatica? Parole, parole, parole…soltanto parole…parole fra noi…

 

Il Consiglio, nel pieno rispetto dell’Articolo 11 della Costituzione, esprime forte preoccupazione per il moltiplicarsi di conflitti, in particolare nell’area mediterranea e nel Medio Oriente, dove sono in gioco nostri interessi strategici vitali. Attacchi a civili, di cui troppo sovente sono vittime bambini come nel caso della strage della scuola di Minab, sono sempre inaccettabili. Il Consiglio sottolinea come l’estensione del conflitto ad opera dell’Iran rischia anche di aprire spazi a forme di guerra ibrida e a gravissime iniziative di organizzazioni terroristiche. Per l’insieme di queste ragioni l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito il Presidente del Consiglio in Parlamento.

Le preoccupazioni italiane sono ridicole e chiudono la stalla dopo che i buoi sono scappati. I buoi si chiamano rappresaglie, attacchi a civili, interventi del terrorismo, nuovi flussi migratori: cose risapute che bisognava considerare prima di immettersi nel tunnel bellico. Nessuna lamentela per essere stati tenuti totalmente all’oscuro?! Mancherebbe altro che l’Italia decidessi di partecipare alla guerra…

 

Il Consiglio ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione, il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici ed alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico. Il Consiglio ha inoltre preso atto che eventuali richieste che dovessero eccedere il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi citati saranno sottoposte al Parlamento.

Non c’è accordo internazionale che tenga, per due motivi molto precisi: gli accordi vanno rispettati da tutte le parti nei tempi e nei modi e vanno interpretati e contestualizzati nell’attuale situazione internazionale. Non vedo motivo alcuno che possa indurre l’Italia a fornire aiuti di carattere militare, sotto qualsiasi forma, a chiunque venga coinvolto nel conflitto: si arrangino gli Usa e Israele. Hanno voluto questa guerra e se la sbrighino!

 

Il Consiglio ha sottolineato l’importanza dell’iniziativa assunta dal Governo di operare insieme ai principali alleati europei, in particolare Francia, Germania e Regno Unito, per coordinare le iniziative sul piano della difesa degli interessi comuni e su quello più generale della sicurezza. Ciò anche in considerazione dell’allarme per i missili lanciati verso Cipro – territorio dell’Unione Europea – e verso la Turchia – territorio dell’Alleanza Atlantica – e intercettati dalle difese NATO nel Mediterraneo orientale nonché dei rischi che il conflitto in Iran sta producendo sul piano della sicurezza economica ed energetica, sia a livello nazionale che internazionale. Il Consiglio valuta gravi le azioni dell’Iran per ostacolare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz.

Stiamo bene attenti a non cadere in trappola: l’ombrello della Nato deve proteggerci e non deve esporci a incalcolabili rischi di coinvolgimento nel conflitto. Da una parte gli Usa ci chiedono inesorabilmente un maggiore impegno per le armi a livello Nato e dall’altro ci trattano da servi sciocchi che si inchinano al volere dei padroni. Quanto al discorso economico ed energetico dovremo certamente farvi fronte con iniziative concordate a livello europeo. Dov’è però l’impegno dell’Italia nell’Unione europea? Non si è forse preferito l’asse di squilibrio con gli Usa rispetto all’asse di equilibrio con i partner europei? Non si sono forse parlati due linguaggi: uno con gli euroconvinti e uno con gli euroscettici? Parole, parole, parole…soltanto parole…parole fra noi…

 

Il Consiglio ha preso in esame con particolare attenzione anche la situazione in Libano e chiede a Israele di astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il Libano in un nuovo drammatico conflitto. Come sempre il prezzo più alto lo pagano le popolazioni civili, con numerose vittime e centinaia di migliaia di cittadini evacuati dal Sud del Libano e altrettanti dalle aree sciite di Beirut. Il Consiglio ritiene allarmanti le continue gravi violazioni della risoluzione n. 1701 del 2006 e il ripetersi di inammissibili attacchi da parte israeliana al contingente di UNIFIL, attualmente a guida italiana. Anche in relazione alle decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di concludere la missione UNIFIL, resta ineludibile garantire la sicurezza della Linea Blu, favorendo l’incremento delle capacità delle Forze Armate Libanesi. Il Consiglio esprime condanna per l’aggressione ai militari italiani a Erbil in Iraq.

Israele ha da sempre tenuto un comportamento unilaterale, fregandosene altamente delle deliberazioni dell’Onu, continuando imperterrita ad occupare territori al di fuori della sua sovranità, superando tutti i limiti dell’ordine internazionale: la presidenza Trump è stata un vero e proprio definitivo placet nei confronti delle pretese israeliane. Ieri a Gaza, oggi è la volta del Libano: Gaza diventerà un mega resort senza palestinesi, il Libano un’oasi di benessere senza Libanesi. E noi continuiamo a bere le giustificazioni inerenti Hamas ed Ezbollah. Non solo, ma addirittura veniamo presi regolarmente per i fondelli a causa dei nostri impegni militari varati dall’Onu. Ma come si permettono questi signori israeliani di fare il buono e il cattivo tempo? Qualcuno prima o poi glielo dovrà pur dire apertamente.

 

Concludendo grande irritazione per la fuffa emergente dal Consiglio Supremo di Difesa (una mera ratifica dell’operato governativo), notevole delusione per l’opera apparentemente insignificante del Presidente della Repubblica (a quando tirare fuori i cosiddetti… se non ora, mai…), enorme sconforto per un mondo che non lascia intravedere nemmeno un filo di speranza (bisogna cercarla altrove…).

 

 

 

 

Le lacrime di Giorgia in gola agli italiani

Quanto all’impegno del Governo, l’azione va su tre direzioni: diplomazia per tornare ai negoziati, che ha come condizione lo stop degli attacchi iraniani ai Paesi del Golfo; pressione perché i civili vengano risparmiati, e sul punto Meloni esprime «ferma condanna» per la strage delle bambine nell’asilo di Minab, chiedendo l’accertamento delle responsabilità; sostegno militare ai Paesi del Golfo. Su questi punti c’è intesa con Gran Bretagna, Germania e Francia.

Circa le basi Usa in Italia, Meloni punge le opposizioni rompendo di fatto la tregua che lei stessa ha chiesto: «Seguiamo le stesse regole degli altri Paesi Ue, Spagna compresa. A oggi non ci sono state fatte richieste». La premier ha espresso cordoglio per la morte di padre Pierre, in Libano. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Sono decisamente curiose le direzioni di marcia governative in mezzo al bailamme bellico scatenato da Trump e Netanyahu (a proposito tutti ricordano la pignoleria linguistica con cui veniva e viene definita come aggressione russa la guerra in Ucraina: guai a non dichiararlo continuamente. Adesso nessuno parla di aggressione degli Usa e di Israele all’Iran: tutto e sempre colpa dei terroristi e simili, prima Hamas, poi i Pasdaran, poi gli Hezbollah…).

La prima linea del comportamento italiano sarebbe puntare alla diplomazia a condizione che gli iraniani interrompano gli attacchi ai Paesi del Golfo. Da dove è partita questa guerra? Mi sarei aspettato logicamente che si chiedesse innanzitutto la sospensione degli attacchi Usa-Israele all’Iran. Nossignori, è l’Iran che deve interrompere le rappresaglie! Strane regole diplomatiche a senso unico. Oltre tutto si sapeva benissimo che l’Iran si sarebbe difeso attaccando i Paesi del Golfo, non potendo nel modo più assoluto fare fronte direttamente alla pressione militare statunitense ed israeliana. Era più che prevedibile e allora ci si doveva pensare prima, adesso è tardi. Questa è finta, velleitaria e schizofrenica diplomazia da cortile! E siamo solo agli inizi. Arriverà purtroppo anche il contraccolpo terroristico e cosa faremo? Troveremo un altro Khamenei su cui scaricare colpe e coscienze? La storia è andata sempre così. Guerre contro il terrorismo, che non aspetta altro.

Poi viene la buona intenzione che vengano risparmiati i civili. Dove vive il governo italiano? Finge di non capire che la caratteristica orribile della guerra dei nostri giorni è proprio quella di infierire volutamente sulle popolazioni civili? D’altra parte vorrei capire come si fa a circoscrivere il teatro bellico senza scantonare inevitabilmente sul territorio dove vivono le popolazioni? Bombe intelligenti? Attacchi mirati? Chirurgia bellica? Ma fatemi il piacere!

Quanto allo scandalizzarsi perché sono state colpite bambine di un asilo siamo all’ipocrisia bella e buona: la guerra colpisce dove capita e purtroppo succede quasi sempre che capiti di essere colpito a chi non c’entra niente: è la perfida (il)logica strategia bellica. Non piangiamo sul latte versato, oltre tutto dovremmo piangere indistintamente su tutte le bambine e tutti i bambini vittime di tutte le guerre e non opportunisticamente sui bambini che sono in linea con la narrazione che ci fa comodo: mio padre le definiva causticamente “lägormi su ordinasión”.

Al sostegno militare ai Paesi del Golfo ci avrebbe dovuto preventivamente pensare chi si è preso la briga di scatenare una guerra senza capo né coda e voluta solo in base al prurito imperialista di Trump e Netanyahu. Si sapeva fin dall’inizio che nel mirino iraniano sarebbero finiti i Paesi filo-occidentali dell’area mediorientale. Adesso l’Europa viene chiamata a togliere le castagne dal fuoco. I Paesi europei, dopo essere stati umiliati, derisi, strumentalizzati e trattati a pesci in faccia, non sono stati minimamente non dico consultati, ma nemmeno informati sullo scoppio della guerra contro l’Iran e ora dovrebbero parteciparvi fornendo sostegno militare a chi viene coinvolto di sponda. Pretese assurde che vanno contro il buon senso e penso anche contro lo spirito e forse finanche contro la lettera dei trattati internazionali (li farei ingoiare a tutti i filoamericani del c….).

Anche l’attendismo targato Europa lascia molto a desiderare: non stiamo giocando a scacchi, stiamo governando degli Stati nell’interesse di intere popolazioni. E poi, siamo diventati europeisti tutto d’un colpo? Ci ripariamo sotto l’ombrello europeo? Ma che buffonata stiamo inscenando? Stiamo dicendo alla Ue: “Va’ avanti ti che a mi am scapa da riddor”. Ma la Ue non siamo noi? Scarichiamo le responsabilità sui nostri partner, lanciando persino una frecciatina alla Spagna di Sanchez, reo di essere recalcitrante di fronte alla prepotenza Usa?

Dulcis in fundo: il cordoglio per la morte di padre Pierre, caduto in Libano perché venuto in soccorso delle vittime degli attacchi israeliani. Altro non è che la macabra ciliegina sulla torta avvelenata cucinata da Trump e Netanyahu per i loro sporchi ed orribili scopi, davanti ai quali non sappiamo che balbettare e piagnucolare come finti bambini ingenui e sprovveduti.

Il geyser Bartolozzi

Irritazione e necessità di chiudere il caso, lasciando che sulla polemica si spengano i riflettori. Questi i sentimenti che trapelano ai piani alti dell’esecutivo e nella maggioranza dopo la bufera sulle frasi di Giusi Bartolozzi. In una diretta televisiva, la capo di Gabinetto del ministero della Giustizia aveva invitato a votare sì al referendum “per toglierci di mezzo la magistratura”, definendo i giudici “plotoni di esecuzione”. Un’uscita che non è piaciuta alla premier Giorgia Meloni, fortemente contrariata. Bartolozzi “deve tenere a freno la lingua”, è una delle considerazioni che si fanno all’interno del governo. Parole di biasimo arrivano anche dai responsabili della campagna referendaria di Lega e Forza Italia, sia a microfoni spenti che accesi. Ed è lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano a qualificare come “infelice” la frase di Bartolozzi. Decisioni drastiche, però, non sono sul tavolo, e lo stesso Guardasigilli Carlo Nordio chiarisce che la sua capo di gabinetto “non deve dimettersi”. Ma sulla gestione della vicenda è alta tensione nell’esecutivo. A metà giornata, fonti di governo sottolineano che il caso “verrà gestito internamente” e che da parte della diretta interessata non sono in programma scuse pubbliche. È proprio sulla ‘marcia indietro’, però, che va in scena il braccio di ferro. Da un lato, ai piani alti del governo sarebbe stato visto di buon occhio un gesto più distensivo, magari con delle scuse pubbliche. Dall’altro, Bartolozzi resiste nel suo fortino, anche se accerchiata, lasciando un canale di comunicazione aperto con il suo ministro. Dopo ore di fibrillazioni, arriva solo una precisazione. Bartolozzi parla di “lettura fuorviante” e puntualizza che quel ‘plotoni di esecuzione’ “alludeva allo stato di assoluta prostrazione quando a trovarsi al centro dell’azione giudiziaria è qualcuno che sa di non aver commesso nulla di male”. “Non ho mai attaccato la magistratura che anzi ho difeso anche a costo di scelte personali e politiche estremamente gravose”, aggiunge con un riferimento velato al caso Almasri. Nordio resta tuttavia convinto che le scuse arriveranno e non molla il pressing, mentre le opposizioni vanno all’attacco. Chiedono che il Guardasigilli riferisca alle Camere e continuano a invocare le dimissioni della sua capo di Gabinetto. (ansa.it)

Che dietro il caso Bartolozzi ci sia una generalizzata, insopportabile e fuorviante smania di protagonismo è fuor di dubbio, a cominciare da Giorgia Meloni che non perde occasione per darsi in pasto ai media e così coprire con le chiacchiere il vuoto politico. Altra inquietante realtà riguarda l’ingerenza degli alti funzionari nella politica al punto che a volte ci si domanda chi comandi nei ministeri: i ministri o i loro invadenti portavoce? Molto probabilmente in Gran Bretagna una situazione come quella di cui sopra, che ha scatenato un autentico putiferio, sarebbe stata risolta con le immediate dimissioni del ministro oltre a quelle della funzionaria interessata. In Italia no!

Ma vengo al merito della questione. Penso che l’opinione Bartolozzi rispecchi perfettamente la filosofia politica della riforma su cui dovrà presto pronunciarsi l’elettorato: non si vuole migliorare l’assetto e il funzionamento della Magistratura – obiettivo doveroso che peraltro dovrebbe riguardare più il Parlamento che il Governo – ma ridimensionare e condizionare il ruolo dei giudici attaccandone di fatto l’autonomia e l’indipendenza. Giusi Bartolozzi ha ammesso in modo triviale questa sotterranea volontà governativa, che emerge qua e là come succede per i geyser. Forse bisognerebbe essere grati a questa importante funzionaria per avere ulteriormente scoperto gli “altaroni” governativi in materia di giustizia e di Costituzione (gira e rigira infatti andiamo a finire lì).

Giorgia Meloni ha deciso di metterci la faccia e allora ecco spuntare la ventriloqua del ministro Nordio (così almeno si dice maliziosamente), che spiega brutalmente quale sia la questione politica in ballo. Il governo non può censurarla più di tanto anche perché probabilmente la teme nelle sue eventuali ulteriori esternazioni e soprattutto perché, volenti o nolenti, dice la verità che fa male, ma, prima o poi, viene sempre a galla. E poi, tutto sommato, il clima da stadio, vale a dire lo scontro fra le tifoserie del sì e del no, aiuta il governo, buttando il discorso sulla magistratura in caciara laddove tutti i giudici sono bigi e tutti le istituzioni pagano dazio.

Questi purtroppo sono i rischi della deriva referendaria, che tuttavia costituisce una sorta di preludio rispetto alla strisciante revisione populista della Costituzione. Il ragionamento sotto sotto è questo: se i giudici sono “plotoni di esecuzione”, se la magistratura italiana tiene un comportamento “para-mafioso” nel suo Consiglio Superiore, se i ministri fanno un gran casino e non concludono un tubo di niente, se il Parlamento si riduce a Pirlamento, se il potere politico, stretto nella sacrosanta tenaglia costituzionale ed istituzionale di Magistratura e Presidenza della Repubblica, evidenzia tutti i propri insuperabili limiti di coerenza e lungimiranza, non resta da fare altro che depotenziare giudici, Parlamento e capo dello Stato e varare un presidenzialismo (o premierato che sia) per salvare “Dio, patria e famiglia”.

E tanti cari saluti alla Carta costituzionale!

 

 

Le scimmiette della politica estera

L’altra linea di politica estera italiana degli ultimi cento anni, prevalsa nel primo cinquantennio repubblicano, si è ispirata alla speranza cristiana e all’universalismo cattolico. Tra le sue scelte più significative ci sono l’assunzione della responsabilità derivanti da colpe commesse in precedenza da altri; comportamenti correlati al peso effettivo dell’Italia nel mondo; la cooperazione con le organizzazioni internazionali e il sostegno delle politiche multilaterali; l’adesione alla Nato in quanto alleanza difensiva; la promozione di un’unità dell’Europa che ha interrotto secoli di guerre tra europei; il neoatlantismo, che coniugava fedeltà agli alleati e apertura verso i Paesi del Terzo mondo; una politica di mediazione e di pace in Medio Oriente; la crescente partecipazione a iniziative di peace keeping ecc. Questa politica estera ha contribuito a rafforzare un ordine internazionale orientato verso la pace. (“Avvenire” – Agostino Giovagnoli)

Ho seguito pazientemente il dibattito parlamentare sulla politica estera alla luce degli eventi drammatici di questi giorni introdotto dalle comunicazioni della presidente del Consiglio. Al di là dell’imbarazzante basso livello storico-culturale che lo ha caratterizzato (siamo veramente alla frutta…), è emersa una netta ed inquietante divergenza rispetto alle linee di politica estera così ben sintetizzate nel citato pezzo di cui sopra.

Si dice spesso che il mondo è cambiato, ed è vero, ma ancor più grave e preoccupante è il fatto che è cambiato il posizionamento politico del nostro Paese rispetto ai principi ed ai valori della nostra Costituzione e della nostra prassi politica.

L’Italia sta rinunciando al proprio ruolo di proposta legato non tanto alla sua forza economica e militare, ma alla sua migliore tradizione storica e culturale. La Presidente Meloni ci regala un capolavoro di doppiezza ed insignificanza con la sua posizione sulla Guerra all’Iran. “Il governo italiano, NON CONDANNA, NON APPROVA”. Come il gioco delle scimmiette applicato alla politica: non vedono, non sentono, non parlano (forse fanno finta di non vedere, sentono ma non ascoltano, straparlano a raffica).

L’Italia ha rinunciato alla cooperazione con le organizzazioni internazionali ed al sostegno alle politiche multilaterali. La scelta emblematica di diventare attenti osservatori del Board of Peace vuol dire rischiare di appiattirsi sui desiderata unilaterali dei più forti.

Il limite costituzionale posto con l’ammissibilità ai soli interventi difensivi è saltato: le guerre le dichiarano e le fanno a loro piacimento le nazioni dominanti, a noi non resta che guardare e tacere.

L’Unione europea è diventata una mezza farsa: siamo sparpagliati, giriamo attorno al sedicente alleato statunitense ed israeliano e facciamo a gara a chi gli lecca meglio il culo (l’immagine è di Trump…).

L’asse preferenziale con gli Usa è diventato indifferenziato: il dito ideologico dietro cui nascondiamo tutte le peggiori combinazioni ed i più ignobili connubi, non abbiamo la benché minima capacità di critica, ci limitiamo a prendere atto.

In Medio Oriente abbiamo perduto il pur difficile ruolo di mediazione che ci ha caratterizzato e, tra l’altro, ci ha anche salvaguardato rispetto alla minaccia terroristica.

Siamo diventato ridicoli nei nostri atteggiamenti: la pace la sappiamo evocare solo a parole, ma nei fatti stiamo dalla parte dei facitori di guerre.

Mi sono limito a poche iconiche pennellate per dipingere il desolante quadro della politica estera italiana. Non ho ancora capito fino in fondo se i nostri attuali governanti “ci sono o ci fanno”. Mi domando cioè se sono veramente incapaci o se stanno solo fingendo di esserlo. So benissimo che la situazione è difficilissima, ma proprio per questo richiederebbe doti, coraggio, esperienza, competenza e coerenza notevoli.

Il Parlamento funge da cassa di risonanza in assenza di suoni. I parlamentari di maggioranza rinunciano a priori al loro ruolo di rappresentanti di tutti i cittadini e si accontentano di redigere il compitino ossequioso verso il governo: non una voce originale e costruttiva… I rappresentanti delle opposizioni non riescono ad incalzare il governo, finiscono per perdersi in sterili polemiche: mancano loro la credibilità e la visione alternativa.

In conclusione, se rinunciamo agli storici presupposti politico-diplomatici provenienti dalla nostra cultura e dalla nostra storia, abbiamo ben poco da discutere di bollette energetiche, di carrelli della spesa, di sostegno all’economia, di aiuti a famiglie ed imprese. Siamo colpevolmente patetici!

I giudici nel bosco delle polemiche

È ormai diventato terreno di scontro politico e istituzionale, il caso della famiglia nel bosco di Palmoli. Dopo le critiche della premier Giorgia Meloni alla decisione dei magistrati di allontanare la madre, Catherine Birmingham, dai suoi tre bambini e l’annuncio di un’ispezione del ministero della Giustizia, i vertici del Tribunale minorile dell’Aquila hanno difeso il proprio operato ribadendo, in una nota congiunta diffusa ieri, che ogni provvedimento «è adottato esclusivamente nell’interesse dei minori e non per posizioni ideologiche». (“Avvenire” – Viviana Daloiso)

Ho la netta impressione che del problema di questa famiglia non interessi in realtà niente a nessuno: l’importante è sputtanare i giudici (vedi referendum imminente), screditare i servizi sociali (vedi magari la privatizzazione di tali servizi: sanità docet), catturare l’audience televisiva (per guadagnarsi la pagnotta nel circo mediatico), dare spazio all’esercito dei professionisti in cerca di visibilità (la psicologia viene trasformata nel mestiere dei chiacchieroni a vanvera), fare della retorica su “Dio, patria e famiglia” (l’incipiente regime lo richiede).

E se la smettessimo!?  Pensiamo proprio che i giudici del tribunale minorile siano dei sadici che si divertono a far soffrire i bambini e i loro genitori. Pensiamo che gli assistenti sociali siano soltanto degli “imbratta-agende” che passano sopra la testa delle famiglie da loro controllate? Pensiamo che i bambini siano proprietà privata dei loro genitori su cui scaricare furie ecologiche, passioni ambientaliste e ardite sperimentazioni educative?

E se lasciassimo che ognuno facesse il proprio mestiere nel rispetto reciproco di competenze e funzioni!? Avremmo tutti da guadagnare… L’impalcatura strumentale montata attorno a problemi delicati e sensibili crea solo confusione e incattivisce gli animi.

Sono d’accordo sul fatto che forse sarebbe stata opportuna maggiore prudenza all’inizio della vicenda educativa e giudiziaria. Ma chi mi garantisce che non esistessero e non esistano motivi gravi per intervenire anche a gamba tesa. Facciamo pertanto silenzio. Diano il buon esempio la premier e i ministri (i loro pronunciamenti e le loro iniziative fanno venire molti sospetti…) e a cascata tutti gli altri soggetti che (stra)parlano in continuazione.

Posso dirla grossa? Non mi dispiacerebbe che scattasse una sorta di censura su argomenti tanto delicati: la sarabanda televisiva che si scatena in continuazione non è informazione, ma spettacolarizzazione, dal momento che tutto fa spettacolo, anche i drammi famigliari sbattuti sul video. Ma chi procederebbe alla censura?  Il gatto si morderebbe la coda e allora non resta che il senso di responsabilità, prima ancora il buonsenso, merce assai rara e che non si compra.

La Cina è vicina

Altro fronte acceso è quello della guerra “sotterranea”. Secondo il Washington Post, Mosca­ sta fornendo al regime di Teheran informazioni di intelligence con l’obiettivo di aiutarlo a colpire le forze americane in Medio Oriente. Rispetto alla guerra in Ucraina, dove l’intelligence Usa “guida” di fatto Kiev, le parti si sono rovesciate. Il Cremlino si è limitato a puntualizzare: «Siamo in dialogo la leadership iraniana». (“Avvenire” – Luca Miele)

 

Nonostante si parli spesso di “divisione del mondo in zone di influenza”, in riferimento alla Strategia di sicurezza nazionale statunitense, è opinione diffusa nei circoli vicini al presidente Trump che “l’uso della forza in Venezuela e Iran, così come le minacce rivolte alla Groenlandia e a Cuba, abbiano lo scopo di contenere il potere della Cina e garantire agli Stati Uniti un vantaggio geopolitico”. In un recente rapporto, l’autore ed esperto di strategia militare J. Michael Waller sostiene che “La mossa dell’amministrazione di prendere Maduro ora permette a Trump di esercitare un’influenza inaspettata sia su Xi Jinping che su Vladimir Putin”, ponendo fine agli “sforzi di Cina e Russia per distruggere il petrodollaro, attraverso i BRICS”. Secondo Waller, la strategia di sicurezza di Trump consiste fondamentalmente nel “contenere il dominio mondiale della Cina comunista”. “L’Iran e il Venezuela – conclude il rapporto – hanno contribuito ad alimentare l’ordine dominato dalla Cina comunista. Aiutando a rimuovere i regimi ostili in entrambi i paesi, Trump sta eliminando i perni fondamentali senza ricorrere alla guerra”. (Stefano Azzali – Dalla “Dottrina Donroe” agli Accordi di Ciro)

 

Non si tratta di retroscenismo internazionale né di fantasia geopolitica, ma in filigrana, dietro il disordine mondiale caratterizzato dagli eventi bellici apparentemente schizofrenici, appare un disegno dai contorni incerti, ma abbastanza delineato nelle sue intenzioni. Il mondo si regge su equilibri di forza basati sulla combinazione di reciproci interessi: alla spartizione fra Usa e Urss, forse meglio dire fra Occidente e Oriente, si è da tempo sostituita la convivenza fra blocchi più complessi ed articolati, Usa, Russia, Unione europea, Brics, Cina.

Si potrebbe dire che sulla scena mondiale si aggirano troppi personaggi in cerca d’autore, ne deriva un disordine distruttivo e inquietante. Dietro Trump e Netanyahu intravedo la voglia di trovare il “giusto” interlocutore con cui fare i conti, semplificando il contesto internazionale: da una parte l’ignobile connubio post-democratico Usa-Israele, dall’altra la comunione ereditaria post-comunista Cina-Russia. In mezzo i cani perduti senza collare, che non hanno la forza di abbaiare ed ancor meno di mordere.

La volpe Netanyahu sta trascinando il gatto Trump in un’avventura sbilenca in cui l’unica nazione a rafforzarsi è la Russia…povera Ucraina. Il bullo paranoico americano straparla e rischia di impantanarsi, nel suo grande delirio di onnipotenza non si rende conto di essere preso per il sedere da amici e nemici…l’altro vuole silenziosamente fare i propri affari allargando e prolungando la guerra per fortificare il suo predominio nell’area mediorientale (invade il Libano, va alla resa dei conti con Hamas ed Hezbollah, etc. etc.).

Putin incassa una sorta di placet al suo debole imperialismo, Xi Jinping assiste sornione alla prova generale del nuovo assetto mondiale.

In mezzo una squallida platea di tifosi: l’Europa che per problemi economici e migratori ha interesse che la guerra finisca presto; i Paesi produttori di petrolio che temono di essere costretti a berlo più che a venderlo; il terrorismo imbarazzato e spiazzato dal rimescolamento delle carte geopolitiche, dalla laicizzazione affaristica dei rapporti internazionali, dai troppi potenziali obiettivi da colpire.

E se i tifosi decidessero di cambiare squadra? SE, ad esempio, l’Europa decidesse di dialogare fattivamente con la Cina e di flirtare con i Paesi arabi, mandando a… Usa e Israele? No si può fare. E chi l’ha detto?

Gli schemi politici tradizionali sono saltati: la sinistra a livello mondiale non batte alcun colpo; la destra acconsente, a cosa non si sa…Il capitalismo ha cambiato il pelo, ma non il vizio…le ideologie sono morte trascinando nella tomba le idee… Il vuoto pneumatico trascura le religioni e attanaglia le coscienze…

Non è detto però che l’uomo contemporaneo sia meno “religioso” nel senso profondo. Rimane il bisogno di senso, di interiorità, di profondità. Rimane il Mistero. Ma le forme religiose tradizionali – dogmi, linguaggi, categorie – appaiono a molti come appartenenti a un altro mondo. Non parlano più. Non convincono più. Il problema non è solo la fede. Per alcuni teologi non si tratta di “credere di più”, ma di ripensare radicalmente il modo di comprendere Dio, la rivelazione, la Chiesa. Un “Cristianesimo 2.0”, dicono. Senza dualismi, linguaggi mitici o contrapposizioni tra fede e scienza. (don Umberto Cocconi)

Forse la spiegazione migliore consiste in un botta e risposta etico: il contrario di “amarsi”? Basta aggiungere una “r”: armarsi (Tonino Bello). Tutto si spiega! Resta il problema!

Il caos calmo

Come sta reagendo il mondo alla guerra contro l’Iran con tutte le conseguenze, peraltro prevedibili, che si stanno verificando. È difficile capirlo anche perché chi ha scatenato questa guerra lancia ogni giorno messaggi diversi se non addirittura contraddittori.

Secondo gli esperti di comunicazione politica, l’unica regola della coppia Trump-Netanyahu è quella di non avere regole. Si punta al caos, cambiando di volta in volta il target della comunicazione: prima si indica il cambio di regime come fine, poi si incita la popolazione a ribellarsi, infine si chiede la collaborazione dei Paesi alleati (non avvisati in precedenza) nelle operazioni. Si usa un linguaggio spregevole nei confronti del nemico («Li stiamo massacrando» ha detto il presidente degli Stati Uniti) quasi non bastassero i disastri civili provocati dalla guerra. (“Avvenire” – Diego Motta)

Provo a tagliare grossolanamente il mondo in due parti: le pubbliche opinioni e le leadership internazionali. Cosa pensa e cosa ne dice la gente? Bisogna usare ancora l’accetta. Da una parte c’è chi aderisce acriticamente alla narrazione superficiale, prevalente e di comodo, quella che fa risalire tutte le colpe e tutti i mali al regime dispotico dell’Iran (prima ad Hamas). Dall’altra parte c’è chi non la beve da botte e non accetta la semplificazione anti-iraniana, ma finisce col ripiegare sul ragionamento che tutte le guerre, da che mondo è mondo, sono uguali e si basano su colossali fandonie che coprono la vera ed unica motivazione consistente nella ricerca del potere. Gli iraniani sono un male fastidioso, mentre Trump e Netanyahu rappresentano un male necessario.

La gente non prova nemmeno a protestare, tanto non serve a nulla; si spera che la bufera passi più in fretta possibile contenendo i danni nello spazio e nel tempo; vince la globalizzazione del qualunquismo; siamo indifferenti a tutto compresa la guerra.

Vengo alle leadership totalmente separate dalla gente: viaggiano sul loro binario morto. La loro nullità valoriale associata alla loro incapacità politico-diplomatica le porta inevitabilmente a stare dalla parte del più forte, a sopportarne i soprusi e finanche i genocidi spacciati come operazioni di pulizia.

Valga ad esempio il balletto macabro dei Paesi europei, che cercano in ordine sparso il modo più indolore per piegare il capo e uscire col minor danno possibile a livello d’immagine: spaccano penosamente il cappello in quattro al fine di trovare l’escamotage che consenta di partecipare alla guerra solo un pochettino.

Giorgia Meloni è ormai affezionata al ruolo di pescivendola nel barile; Emmanuel Macron a quello di Gian Burrasca nucleare; Keir Starmer a quello di fantino che tiene il piede in due staffe; Friedrich Merz a quello di perfetto doppiogiochista; Viktor Orbàn a quello di beccamorto di lusso. Resta lo spagnolo Pedro Sánchez che, dal momento che osa alzare il ditino per eccepire, viene immediatamente catalogato come un rompiscatole populista e demagogo.

E che dire del trio…lescandol? Ursula von der Kazzen, Roberta Mensola e Giorgia Cocomeri dimostrano l’ermafroditismo della politica politicante. Una peggio dell’altra! Ci si aspetterebbe che almeno le donne fossero sensibili alle brutalità della guerra. Macché, hanno ottenuto la parità, sì, quella dei difetti.

Così va il mondo, che ha i governanti e i governati che si merita, pensa ed assiste alle guerre senza battere ciglio e applaude il Papa (tanto per gradire).

 

La Mensola all’arbitrio internazionale

Presidente Metsola, mentre l’Europa discute del proprio futuro, il Medio Oriente è in fiamme con l’attacco di Israele e Usa all’Iran. È morto il diritto internazionale o è una speranza per il popolo iraniano?

Sono certa che molti ne discuteranno. Per il Parlamento Europeo il diritto internazionale è la pietra fondante, ma bisogna evitare di abusarne per giustificare un regime tirannico che uccide la sua gente, destabilizza la regione con i suoi “vassalli”, rifornisce la Russia di droni contro l’Ucraina e costituisce una minaccia globale. Se il regime iraniano rispettasse il diritto internazionale come lo facciamo noi, il popolo iraniano sarebbe libero, Jina Masha Amini sarebbe viva, il terrore non avrebbe regnato in Iran per quasi 50 anni. E l’Europa e gli Stati del Golfo non dovrebbero affrontare attacchi indiscriminati. (dall’intervista rilasciata a Giovanni Maria del Re del quotidiano “Avvenire”)

Strano concetto di diritto internazionale quello scodellato dalla presidente del Parlamento europeo. Il diritto non si dovrebbe rispettare? Cosa significa che non si può abusarne? E soprattutto chi concede l’autorizzazione a prescinderne per cause di forza maggiore? Trump? Netanyahu? Putin? Chi se non l’Onu può interpretare e limitare le regole del diritto internazionale? Il board of peace? Siamo in mano a nessuno e tutti, vale a dire il più forte, di volta in volta, può agire indisturbato accampando le sue più o meno pretestuose ragioni per violarlo.

È il caso di accertare che Roberta Metzola batte due a zero Giorgia Meloni in materia di cazzate internazionali. La seconda infatti ha avuto il buongusto di ammettere la propria preoccupazione per un contesto globale dominato da «una crisi del diritto internazionale», dandone però la primaria responsabilità all’aggressione russa all’Ucraina (sic!). Metzola è andata oltre, spingendosi a darne l’esclusiva colpa al regime tirannico iraniano. Pensiamo un attimo a tutti i regimi dittatoriale sparsi per il mondo: dovremmo, usando il criterio metzoliano, spazzarli via tutti usando le armi, ammazzando i loro premier, e mettendo a soqquadro il mondo intero. È pur vero che esiste la pace dei sepolcri, ma non illudiamoci di sostituirla con la guerra ai tiranni.

La politica internazionale non si fa con i se e i ma! Si fa rispettando le regole di convivenza pacifica ed intervenendo solo laddove le violazioni accertate giustificano un intervento diretto sotto la guida o almeno sotto il controllo e nei limiti fissati dagli organismi internazionali preposti.

La Costituzione italiana recita così: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Sarà bene che Roberta Metzola legga la nostra Costituzione. Ripassi inoltre la recente storia europea. Il 22 marzo 2021 il Consiglio ha adottato una decisione che istituisce lo strumento europeo per la pace, uno strumento volto a consolidare la capacità dell’Unione di Prevenire i conflitti, costruire e preservare la pace, rafforzare la sicurezza e la stabilità internazionali.

In un’epoca caratterizzata da complesse minacce alla sicurezza, lo strumento europeo per la pace accresce la capacità dell’UE di fornire sicurezza ai suoi cittadini e ai suoi partner e massimizza l’impatto, l’efficacia e la sostenibilità dell’azione esterna globale dell’UE in materia di pace e sicurezza. L’EPF opera nel rispetto del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario.

Ammetto che non sia granché, ma sempre meglio delle farneticanti e “realpoliticanti” idee di chi forse farebbe meglio a presiedere l’assemblea condominiale preposta a gestire gli appartamenti in uso ai funzionari della Ue.