Al centro con…papa Prevost

In questi giorni un caro e giovane amico mi ha regalato un libretto sui 100 pensieri tratti dagli scritti di Albino Luciani, sacerdote, vescovo e papa. Gli ho risposto come di seguito.

“Ti ringrazio del pensiero e dell’omaggio. Papa Luciani, che avevo inizialmente sottovalutato, mi è rimasto nella mente e nel cuore. Spero possa essere così anche per papa Prevost, anche se le attuali perplessità mi restano, non tanto sul suo conto, ma in merito al contesto e alle finalità della scelta operata in conclave. 

Mia sorella aveva una sua paradossale e intrigante versione della morte di papa Luciani. Diceva: “Gli hanno fatto conoscere Paul Marcinkus e gli è dato un colpo…”. Non ho idea di cosa direbbe di Leone XIV: probabilmente, come me, sarebbe condizionata dalla straripante umanità di Bergoglio e dalla portata innovatrice del suo pontificato”.

I papi, almeno quelli di cui ho potuto osservare e apprezzare l’impostazione pastorale, hanno quasi tutti, oserei dire sistematicamente, contraddetto le intenzioni dei loro elettori: i cardinali sono alla ricerca di conferma se non addirittura di conservazione, mentre i papi sono portati al rinnovamento.

Fu così per Giovanni XXIII, eletto in quanto anziano e transitorio “bontempone”, che seppe aprire dialoghi impensabili col mondo comunista, che cambiò l’approccio della Chiesa al tema della pace, che ebbe il coraggio di convocare un Concilio Ecumenico per un fortissimo rinnovamento ecclesiale tuttora incompiuto.

Fu così per Paolo VI, scelto nel segno della continuità e di un ritorno alla normalità dopo il terremoto conciliare, che seppe impostare un’altissima, magisteriale e soffertissima azione di rapporti col mondo contemporaneo e di elevazione della vita ecclesiale.

Fu così per Giovanni Paolo I, un papa che doveva essere ostaggio di una curia invischiata negli affari, che invece seppe smascherare questa atroce realtà fino al punto di morirne di crepacuore.

Giovanni Paolo II, probabilmente eletto per contrastare finalmente il mondo comunista, diede una svolta totale andando in tutto il mondo a “mendicare” scelte evangeliche da tutti gli uomini di buona volontà.

Benedetto XVI, simbolo di una ritrovata e per certi versi nostalgica ansia identitaria, seppe andare ben oltre il rigore dottrinale per affrontare una Chiesa con enormi problemi di correttezza istituzionale e comunitaria e rimanerne sconvolto al punto da dimettersi.

Papa Francesco fu eletto per ridare fiato e credibilità ad una Chiesa compromessa e invischiata negli affari e nelle porcherie del mondo. Senonché, ad un certo punto, andò talmente forte sulla strada del cambiamento da preoccupare parte dell’establishment, che lo vedeva scappare di casa per andare incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo. Troppo umano per essere accettato e assecondato.

Arriviamo a papa Prevost: continuità o svolta normalizzatrice? La continuità la vedo più a livello di facciata, mentre la normalizzazione la colgo in tante continue scelte di vario tipo. Colgo una sorta di respiro di sollievo rispetto alle provocatorie mosse di papa Francesco. L’altro giorno ho seguito in tv la messa domenicale, trasmessa da una rete Mediaset, ripresa dalla Casa generalizia delle suore figlie di Santa Maria di Leuca in Roma, che si è celebrata col silenziatore sociale, con un’omelia al cloroformio, in un clima liturgico triste, ingessato e clericalizzato, che oltretutto era in netta contraddizione rispetto alla portata evangelica dei brani contenuti nella liturgia della Parola (sono venuto a portare il fuoco, la spada, etc. etc.).

Mi sono chiesto maliziosamente: è questa la normalizzazione che in tanti aspettavano? È questa la Chiesa che non dà fastidio al potere? È questo il nuovo indirizzo pastorale che riporta la Chiesa in sagrestia? Domande provocatorie! Unità nel conformismo? Tradizione ritrovata, curia mezzo salvata? Un papa che piace un po’ a tutti, non piace a me! Non so bene spiegare il perché, ma sento puzza di bruciato, vale a dire di ritorno ad una Chiesa più istituzionale che umana, che fa finta di essere nel mondo, ma rischia di finire fuori dal mondo, quello di chi soffre.

Adottando una metafora politica per rendere l’idea, in una Chiesa forzosamente e schematicamente divisa tra destra e sinistra, non esiterei a collocare papa Prevost al centro: un centro moderato, che guarda a sinistra, ma rischia di essere funzionale alla destra.

Spero di sbagliarmi. Probabilmente sono condizionato, come detto sopra, dalla straripante umanità bergogliana, dal suo parlare alle coscienze, dal suo stile prettamente evangelico, dal suo andare oltre gli schemi, dal suo incontenibile approccio misericordioso.

Roberto Benigni, presente in una trasmissione Rai ai tempi della contrapposizione fra Prodi e Berlusconi, ebbe a dire furbescamente: io non mi schiero né per l’uno né per l’altro, dico solo che Berlusconi non mi piace. Provo ad imitare Benigni: non faccio una scelta aprioristica tra Bergoglio e Prevost, però Prevost non mi sfagiola troppo… Magari col tempo mi ricrederò…

 

 

Il portafoglio nelle tasche bucate del PD

“Giorgia Meloni ha una strategia efficace, entra in sintonia culturale con mondi diversi dal suo. Il centrosinistra quella strategia non l’ha ancora trovata. Ma deve”.

 “Non voglio dare giudizi, ma siccome a me interessa che il centrosinistra vinca le elezioni, non posso non notare che mentre Meloni ascolta ed entra in sintonia culturale con mondi lontani da lei, come Cl o la Cisl, il centrosinistra sembra non essere in grado di mettere in campo una sua strategia per parlare a quanti, non sentendosi rappresentati, si rifugiano nell’indifferenza e quindi nell’astensionismo”.

Direi che la responsabilità di questa chiusura sia ascrivibile ad un certo sguardo dell’attuale Pd, fisso a sinistra. Solo a sinistra. Manca l’approccio interclassista. Perfino Togliatti, che pur si muoveva in un contesto ideologico che di per sé non facilitava l’ascolto di mondi diversi, parlava di ceti medi. Facendo capire che un partito di governo deve avere l’ambizione di usare anche il loro linguaggio”.

Sono alcuni passaggi di un’intervista Di Graziano Delrio, esponente del Partito democratico, rilasciata al Corriere della Sera.

Ho grande stima per Graziano Delrio e condivido il suo anelito “interclassista”. Devo ammettere però che il Partito Democratico è combattuto fra l’esigenza di colmare le proprie lacune programmatiche elaborando contenuti di sinistra (si pensi solo ai problemi della pace e dell’immigrazione) e la necessità politica di aprirsi a mondi non strettamente riconducibili alla sinistra. Elly Schlein non è riuscita in nessuno di questi due obiettivi: la proposta programmatica è troppo generica e limitata; la strategia politica è schiacciata sugli equilibrismi partitici e sulle pregiudiziali identitarie.

Non facciamoci dettare l’agenda da Giorgia Meloni: non penso valga la pena di ispirarsi tatticamente alle sue opportunistiche sintonie. Non bisogna temere che possa sfilare in tutto o in parte il portafoglio socio-politico dalle tasche bucate del PD.  Si lasci la Meloni al proprio destino assieme a quei mondi che sono suoi e che non aspettano altro che di imbarcarsi sulla sua nave. L’integralismo cattolico è destinato irrimediabilmente a sfociare a destra, non rincorriamolo per l’amor di Dio. Non illudiamoci di poter foderare le orecchie di certi mondi conservatori che hanno un piede nella tomba reazionaria per evitare che seguano le sirene della destra. Occorre invece entrare in dialogo con le forze sociali e con i cittadini aperti ad una politica progressista vincendo le loro perplessità e la loro sfiducia.

Quante volte mi sono chiesto chi possa avviare la rifondazione piddina. Graziano Delrio è certamente un personaggio adatto allo scopo, purché esca dal suo buonismo isolazionista e abbia il coraggio di buttarsi nella mischia. Fino ad ora la classe dirigente del PD è stata propaggine di comunisti e cattolici provenienti da esperienze alquanto superate. L’errore è stato probabilmente quello di mettere insieme due culture, che peraltro avevano fatto la fortuna della resistenza prima e della repubblica poi, pensando che potessero avere l’automatica capacità di interpretare un mondo nel frattempo molto cambiato. Esperimento valido in teoria, fallito in pratica.

La scelta Schlein voleva essere una variabile calda, oserei dire impazzita rispetto agli schemi di una fusione a freddo che non ha trovato compiuta realizzazione.

Non è corretto buttare la croce addosso a Elly Schlein: ha fatto e sta facendo quel che può anche se è estranea alla storia dei comunisti e dei cattolici. La botte dà il vino che ha… I piddini più critici sono indubbiamente quelli provenienti dall’area cattolica popolare e di sinistra a cui mi onoro di fare riferimento ideale ed esperienziale. Le loro sacrosante critiche hanno però un limite: non arrivano a concrete proposte di contenuto e di metodo, restano a mezz’aria o meglio dire nell’aria prepolitica. Sono uno fra i tanti (?) che aspettano una chiamata, ma al momento non la sento e allora…

Ci sono alcuni temi che chiedono e aspettano considerazione attiva da una sinistra degna di tale nome. Si parta di lì per allacciare rapporti, non per scimmiottare Giorgia Meloni, ma per fare una politica credibile, accattivante e coinvolgente.

Le pisciate di Trump alla prova del vento futuro

La frase “molti nemici, molto onore” è un’espressione idiomatica che significa che un gran numero di avversari e oppositori indica un grande valore e prestigio della persona. Non c’è un unico autore, ma è attribuita a vari personaggi storici, tra cui il condottiero tedesco Georg von Frundsberg.

“Molti nemici, molto onore”, firmato Mussolini. L’avevo letto fin da bambino sulle medaglie dei familiari che avevano combattuto nella guerra di Etiopia, una frase dipinta o scolpita sulle facciate dei palazzi dell’Era fascista. Avevo percepito subito un senso di orgoglio in quelle parole. Poi, crescendo, ho cominciato a studiare la storia e mi sono reso conto che è vero quello che diceva del Duce il re Vittorio Emanuele III, “è una brava persona ma ha studiato poco la storia”. 

La storia, infatti, dimostra il contrario, cioè che, se i nemici sono tanti, il rischio è grande. Di situazioni del genere se ne conoscono molte. Senza andare molto lontano nel tempo basta ricordare Napoleone, sicuramente un grande generale ed un amministratore accorto del suo impero, che però decide di combattere contro tutti in Europa, dall’Inghilterra alla Prussia, alla Russia. Così Hitler, alla guida di una potenza industriale ed economica che gli aveva consentito di realizzare un dispositivo militare indubbiamente potente, decide di combattere su tutti i fronti, in Africa in Russia, contro la Francia e l’impero Inglese, ignorando il possibile apporto degli Stati Uniti d’America, che nella Grande Guerra erano intervenuti a fianco degli inglesi. La Germania dimostra una evidente visione limitata del quadro internazionale che, peraltro, per quanto riguarda l’Italia, era stato correttamente rappresentato a Mussolini dai gerarchi più attenti, a cominciare da Dino Grandi che, da ambasciatore d’Italia a Londra per molti anni, di quel mondo e di quel popolo aveva percepito la straordinaria determinazione. Tanto che il Primo Ministro, Winston Churchill, nei momenti più drammatici della battaglia d’Inghilterra, avrebbe promesso ai suoi concittadini “lacrime e sangue”, mai la resa. 

E così il motto “molti nemici, molto onore” mi è tornato alla mente osservando la situazione politica attuale, le scelte della maggioranza che, nell’assumere responsabilità di governo promette di combattere contro tutti, di riformare la Costituzione, quanto alla forma di governo, di incidere sulla Magistratura eliminando reati e dividendo le carriere, di entrare in conflitto con mezza Italia con l’“autonomia differenziata”, di criticare l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), prevista da una legge di ratifica di un trattato internazionale, istituzione che fra l’altro è ben vista dai cittadini, di cercare di ridimensionare la Corte dei conti. (Salvatore Sfrecola)

Il più autorevole attuale personaggio politico che sta adottando la logica del “molti nemici molto onore” è Donald Trump: il discorso vale nei rapporti internazionali per i quali sta scombussolando le alleanze all’insegna del ricatto e della rivalsa, le inimicizie giocandole sul filo del rasoio del bastone e della carota, il mondo intero considerato un giocattolo da smontare e rimontare a suo piacimento.

Anche all’interno della società e delle istituzioni americane Trump ha dichiarato guerra a intere categorie di persone (immigrati, studenti, uomini di cultura, omosessuali, etc. etc.) nonché al Parlamento, alla Federal Reserve, all’Agenzia sanitaria nazionale, alle Corti d’appello e a chi osa mettere in discussione la legittimità delle sue scelte politiche.

Ogni giorno c’è un nemico da combattere o comunque un potenziale nemico da illudere e imbrogliare (vale anche per i cattolici statunitensi e alcuni dei loro vescovi catturati dalla rete dell’anti-trasgressione). Temo che persino il Vaticano possa vacillare, condizionato più o meno volutamente, dai natali statunitensi di papa Prevost. Quanto all’Europa altro che vacillamenti!

Fino a quando potrà andare avanti questa impostazione da autentico regime, che trova peraltro un certo riscontro anche nel centro-destra al governo in Italia? Se è vero che i cani abbaiano perché hanno paura, evidentemente Trump di paura ne deve avere parecchia.

Fare paura è lo sport preferito da chi ha paura.  Poco o tanto tutti però stanno a questo gioco perverso e non se la sentono di reagire, salvo qualche rara eccezione che purtroppo conferma la regola.

Mio padre si lasciava andare a sintetizzare la parabola storica di Benito Mussolini, usando questa colorita immagine: «L’ à pisè cóntra vént…». Spero che possa succedere anche a Trump, possibilmente prima che riesca a farci pisciare sangue come succede alle bestie distrutte dalla fatica.

La pentola catto-meloniana

Titolare degli Affari europei, delle Politiche di coesione e dell’attuazione del Pnrr, Tommaso Foti, ha letto con «grande attenzione» la lettera aperta della Conferenza episcopale italiana sulle aree interne e la considera un «contributo prezioso» rispetto a una questione «annosa» e «cruciale» per il Paese. Il ministro ha già risposto con una lettera diretta ai vescovi e li invita a un incontro per valutare le loro proposte. (dal quotidiano “Avvenire”)

C’è qualcosa che bolle nella pentola dei rapporti fra mondo cattolico e governo italiano? A portarla ad ebollizione ci ha pensato “Comunione e disperazione” con la solita sviolinata al potere rappresentato da Giorgia Meloni, che però va ben al di là di una leccata opportunistica arrivando ad una quasi-santificazione sull’altare ciellino.

Attenzione: si stanno incontrando due opportunismi, quello meloniano interessato a mettere i piedi nel piatto cattolico e quello del mondo cattolico convinto, gira e rigira, che la Chiesa deve stare alla “destra” del padre politicante.

L’intervista al ministro Foti di cui sopra è una conferma che qualcuno (persino Avvenire?) intende leggere e impostare la politica italiana con i rapporti (e)pistolari tra i “vescovoni” di bossiana memoria e i governanti neo-fascisti in cerca d’autore.

Alcuni (tanto per non fare nomi, Antonio Polito del Corriere della sera) si chiedono se Giorgia Meloni stia pensando ad una vera e propria conversione democristiana, altri (la curia romana?) pensano che Meloni valga bene una messa, altri ancora ritengono che possa trattarsi di un ricorso storico al passato tutto da precisare nei suoi contorni ma piuttosto preciso nei suoi intenti.

Di disgrazie ne abbiamo intorno parecchie, ma, se è vero che non vengono mai da sole, aggiungiamoci pure anche questa.

 

Separati in Chiesa

È un giubileo del tutto particolare, quello che compirà l’associazione “Fraternità Sposi per sempre”, inserita nel calendario giubilare. Si tratta di quelle persone che, separate o divorziate civilmente, sono volute però rimanere fedeli al sacramento matrimoniale che per la Chiesa non è sciolto finché non sia stato un tribunale ecclesiastico a decretare l’annullamento.
La Fraternità, si legge sul sito stesso dell’associazione nata nel 2012, “rappresenta l’approdo spirituale di un gruppo di persone separate, fedeli al matrimonio-sacramento, che da diversi anni condividono un percorso di formazione e approfondimento teologico sotto la guida di monsignor Renzo Bonetti, che intravide da subito la ‘novità’ di un vero e proprio cammino spirituale, che non mutava l’originale vocazione sacramentale, battesimale e nuziale, ma che richiedeva una diversa attenzione, teologica e pastorale”.

La Fraternità propone quindi “un cammino di spiritualità rivolto a persone separate o divorziate che scelgono consapevolmente la fedeltà al matrimonio-sacramento e, con l’aiuto della grazia divina, di vivere un amore ‘per sempre’, oltre la sfida del fallimento umano”. All’interno della Fraternità viene condiviso un percorso fondato sulla preghiera e orientato “alla crescita personale e alla testimonianza”. Con il sinodo sulla Famiglia, svoltosi nel 2013, papa Francesco aveva promosso un ampio dibattito tra i vescovi di tutto il mondo sulle cosiddette famiglie irregolari e all’esito dei lavori fu introdotta anche la comunione per i divorziati risposati dopo una valutazione caso per caso e un accompagnamento pastorale specifico. Nel sinodo fu molto discussa anche la situazione di coloro che separazioni e divorzi li hanno subiti e che per questo non volevano rimanere fuori dalla Chiesa ed esclusi dalla comunione. (ANSA.it)

Massimo rispetto per le scelte religiose, per tutte le scelte. Credo che abbiano uguale dignità e serietà sia quella di rimanere fedeli nonostante l’infedeltà, sia quella di prendere atto dell’infedeltà e ripartire con un nuovo discorso di fedeltà.

Non vorrei che gli esibizionismi giubilari intendessero coprire i drammatici problemi di chi ha vissuto fallimenti matrimoniali, svergognandoli e umiliandoli, somministrando loro una sorta di testarda e schematica melassa integralista e perbenista.

«Ricordiamo il card. Carlo Maria Martini, grande studioso della Bibbia, pastore e profeta. Sulle orme di Gesù, partendo dalla giustizia quale conseguenza della fede, era aperto alle persone, non facendosi mai imprigionare dagli e negli schemi,  con una grande attenzione ai non credenti, ai poveri, ai malati, agli indigenti, agli stranieri, agli omosessuali, alle coppie di fatto, ai divorziati risposati, ai detenuti, financo ai terroristi; affrontava serenamente il dialogo con le altre religioni, si poneva, a cuore aperto, davanti alle problematiche sessuali, alla bioetica, all’eutanasia, all’aborto, all’accanimento terapeutico, all’uso del preservativo, al sacerdozio femminile, al celibato sacerdotale. Sempre pronto all’incontro con gli “altri”, con tutti» (Luciano Scaccaglia ricorda il Cardinale Carlo Maria Martini).

Anziché aprire porte e finestre teniamo in sala d’aspetto chi vive esperienze problematiche, mostrando loro la bravura di chi risolve (?), seppur coraggiosamente e virtuosamente, i problemi?

«All’extra omnes del conclave io e don Gallo rispondiamo con il “dentro tutti”, dentro i gay, dentro le lesbiche, dentro i divorziati» (don Luigi Ciotti).

Il pericolo del dogmatismo è vecchio come il cucco, ma è sempre dietro l’angolo.

«Dobbiamo chiederci se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale: la Chiesa è ancora in questo campo un’autorità di riferimento o solo una caricatura dei media?» (Cardinale Carlo Maria Martini, intervista al Corriere della sera, 01 settembre 2012).

Il rigore dottrinario non è di matrice evangelica, ma di origine clericale.

I sacramenti non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita… Io penso a tutti i divorziati, alle coppie risposate, alle famiglie allargate… hanno bisogno di una protezione speciale. Una donna abbandonata dal marito trova un compagno che si occupa di lei e dei tre figli. Il secondo amore riesce. Questa famiglia non deve essere discriminata. L’amore è grazia, l’amore è dono. La domanda se i divorziati possono fare la comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei Sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?» (Intervista-testamento spirituale del Cardinale Carlo Maria Martini).

Il giubileo dovrebbe innanzitutto valere per la Chiesa istituzione e comunità, che ha tanti peccati da farsi perdonare prima di perdonare quelli dei suoi componenti.

«La Chiesa oggi deve chiedere scusa a tre categorie di persone: i divorziati, i preti sposati e gli omosessuali. Spero che il Giubileo di papa Francesco renda giustizia a quelle migliaia di laici e religiosi emarginati e condannati per il loro modo di amare. C’è forse scritto nel Vangelo che i gay devono essere esclusi dalla compassione di Gesù?» (Padre Alberto Maggi, teologo e biblista, in occasione di un precedente giubileo).

Non so spiegare bene, ma questa iniziativa giubilare degli “sposi per sempre” mi puzza di esibizionismo farisaico. Chiedo scusa e provo a motivare questa mia impressione con una provocatoria e finanche blasfema ricostruzione della parabola evangelica del fariseo e del pubblicano al tempio.

«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio perché mi dai la forza di rimanere ostinatamente fedele al mio matrimonio nonostante non esista più nei fatti e non sono come quel pubblicano che dopo avere divorziato si è risposato.  Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore: ho combinato un disastro a livello matrimoniale e ora cerco di rifarmi una famiglia. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato e ammesso alla comunione, a differenza dell’altro che la comunione se la era già guadagnata, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato». 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’incantatrice di cattolici

Applausi in piedi per Giorgia Meloni al suo esordio al Meeting. I 5mila dell’auditorium (almeno altri mille erano assiepati fuori davanti al maxischermo centrale della Fiera) hanno sottolineato così l’affermazione del presidente Bernhard Scholz, quando ha sottolineato che «anche chi non condivide le sue opinioni politiche deve darle atto che sta rappresentando il nostro Paese con grande coraggio e senso di responsabilità, da tutti riconosciuto». La premier resta seduta visibilmente commossa, prima di prendere la parola, e ringrazia a mani giunte la vera e propria ovazione che ne è scaturita. (da “Avvenire”)

A questo punto cedo la parola al mio carissimo amico Pino, che mi ha messaggiato come di seguito.

“Comunione e…disperazione…ho sentito tutto l’intervento autocelebrativo della meloncina tra gli applausi dei giovani di Comunione e Liberazione…mi spiace per Moro…la finzione idealista della meloncina coperta dagli applausi dei cattolici…poveri noi…perfino Cacciari attaccando Prodi ha difeso un po’ la Meloni…una incantatrice di papi (Francesco compreso!), di cattolici, di filosofi…ma dove siamo andati a finire??? Rimane solo Mattarella a fare da argine…certo che la meloncina è un’ottima psicologa…sa come accattivarsi le persone…prima li ha ruffianati per benino poi ha fatto loro bere di tutto persino la comica dell’immigrazione etc. etc. Poi la ruffianata finale!!! Apoteosi di applausi!!! Olé!!!”.

Stupiscono le parole del presidente della Fondazione Meeting: che Giorgia Meloni stia rappresentando il nostro Paese con grande coraggio e senso di responsabilità è una fandonia colossale. Tutti lo riconoscono? Il sottoscritto prova vergogna per Meloni e per Scholz.

Quanto ai cinque/seimila osannanti, lo hanno sempre fatto con tutti i potenti. Per ingenuità? Ho i miei dubbi? Per dovere di ospitalità? Si va ben oltre. Per opportunismo movimentista? Sicuramente. Per assonanza ideale? Sarebbe e forse è autentica blasfemia.

Se questo è il movimentismo cattolico, meglio stare fermi, da soli a pregare e piangere. Per fortuna il discorso non finisce con CL…

A differenza del mio amico Pino (che ha ragione nel non isolarsi), io (che ho torto nel mio snobismo culturale) mi sono categoricamente rifiutato di seguire l’intervento della Meloni al meeting, perché sapevo come sarebbe finito. Nel nulla abilmente spacciato, mediaticamente enfatizzato e vergognosamente applaudito.  Alla mia età non ci casco più a costo di accontentarmi di fare la parte del bastian contrario.

 

Il soprammobile draghiano sulla metsola europea

Il discorso da Mario Draghi il 22 agosto al Meeting di Rimini ha generato molte attenzioni soprattutto per la nettezza con cui Draghi, ex presidente del Consiglio e della Banca centrale europea, ha denunciato i limiti politici dell’Unione Europea. «Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica con 450 milioni di consumatori portasse con sé potere geopolitico e potere nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno in cui questa illusione è evaporata», ha detto Draghi nell’incipit del suo discorso, evidenziando la sostanziale irrilevanza dell’Unione sulle principali questioni internazionali, dalla guerra in Ucraina a quella a Gaza, e la sua debolezza nel confronto con altri grandi paesi, dagli Stati Uniti alla Cina. (da “il POST.it”)

L’analisi critica di Draghi sta diventando una forbita ma inconcludente tiritera. È pur vero che i rimproveri possono servire, purché non diventino delle paternali che lasciano il tempo che trovano. Mario Draghi è diventato un notabile, vale a dire un personaggio dotato di prestigio e autorevolezza, ma senza autorità, capace cioè in teoria di esercitare un’influenza, ma solo in senso puramente accademico.

Roberta Metsola condivide l’allarme di Mario Draghi: “La forza economica che è il soft power dell’Unione europea non è più sufficiente: lo status quo non può bastare. Noi siamo davanti a un bivio: o cambiamo o siamo destinati all’irrilevanza”, ammette dal palco del Meeting di Rimini. Tuttavia la presidente dell’Eurocamera fa capire di non aver apprezzato la frustata dell’ex premier di pochi giorni fa, dallo stesso palco, secondo cui l’Europa “è stata spettatrice”, nei negoziati di pace sull’Ucraina. “L’Unione europea – replica la presidente del Parlamento europeo – non è mai stata spettatrice e non lo deve diventare mai” e subito offre un chiaro esempio di un merito dell’Unione spesso ignorato: “Se Kiev è ancora libera – rivendica Metsola con un pizzico di orgoglio – è grazie all’intervento europeo”. Insomma, la leader popolare, da un lato accoglie lo stimolo a fare di più lanciato dall’ex presidente della Banca centrale europea, dall’altro però boccia il suo giudizio negativo nei confronti degli attuali vertici di Bruxelles. (da “ANSA.it”)

La presidente del Parlamento Europeo da una parte non può che essere d’accordo con Draghi, ma dall’altra deve pur difendere l’istituzione che rappresenta, enfatizzandone gli ipotetici virtuosi risultati.

“Méstor mi e méstor vu e la zana d’indò vala su?”  direbbe mia nonna (erano due ingegneri che si scambiavano complimenti, ma che si erano dimenticati l’uscio nella porcilaia). Troppi professori e pochi operai in un’Europa sempre più debole ed insignificante.

Non c’è nessuno che abbia l’autorevolezza dei fondatori, ma nemmeno l’umiltà di riscoprirne e svilupparne l’impostazione. I capi di governo, che rappresentano, in una evidente stortura istituzionale, le gambe su cui cammina la Ue, zoppicano in continuazione, non riescono a fare sintesi e si rifugiano in calcoli più o meno nazionalistici. I cittadini europei credono alla Ue come vacca da mungere, ma, quando si tratta di ragionare seriamente, diventano scettici se non addirittura contrari. Il Parlamento europeo è visto come un organismo inutile in quanto incapace di elaborare una politica comunitaria. I partiti sono la brutta copia di quelli nazionali: si fondano su “compromessoni” di tipo doroteo ben lontani dalle effettive necessità sovranazionali. Le idee e i valori traferiti nel contesto europeo perdono consistenza, si affievoliscono e cedono alla logica delle botteghe.

Gli schemi politici tradizionali, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando mia sorella andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del trumpismo, del populismo e del sovranismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.   Gli equilibri politici europei sono condizionati e costretti nella ricerca del male minore, vale a dire del più o meno conservatore, del più o meno reazionario, del più o meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi.

Nella stucchevole passerella del meeting di Rimini Mario Draghi e Roberta Metsola hanno consegnato il loro compitino. Intendiamoci bene, tra i due c’è una differenza abissale: il primo ha preparazione, esperienza e voce in capitolo; la seconda mi sembra una passata per caso a Strasburgo e investita di un ruolo eccessivo per le sue capacità. Uno pontifica a ragion veduta, l’altra non va oltre la scoperta dell’acqua calda. Viene spontaneo chiedersi: ma perché non mettono Draghi al posto di Metsola e non retrocedono Metsola a parlamentare di fila? È la politica, stupido!

 

 

 

 

 

Coccodrilli senza lacrime

Viviamo immersi in un tempo in cui tutto ci appare visibile, eppure nulla ci attraversa davvero. Siamo esposti – ogni giorno, ogni ora – a notizie, immagini, testimonianze di dolore. Eppure la realtà, quella viva e drammatica, non ci scuote più. La guardiamo, ma non ci guarda. Ci sfiora, ma non ci ferisce. È come se un vetro spesso ci separasse dal mondo: vediamo tutto, ma non sentiamo più niente. Non si tratta solo di indifferenza, ma di qualcosa di più profondo, più inquietante: una forma di anestesia collettiva. Un ottundimento morale che ci impedisce di provare compassione, di lasciarci interrogare dalla sofferenza dell’altro. Non siamo diventati cinici, ma stanchi. (da “Avvenire” – Paolo Venturi)

Questo campanone d’allarme è suonato anche nella mia vita. In questi giorni, davanti alle tristissime e drammatiche realtà che ci vengono proposte, ho sentito la tentazione di scappare, di cambiare canale televisivo, di pensare ad altro, di scaricare sui governanti ogni e qualsiasi responsabilità per autoassolvermi dalla mia colpevole dimestichezza col male.

Dopo la strage di bambini inizia quella dei giornalisti: il tutto ha un filo perverso che intende legare i cervelli all’ammasso della guerra a tutti i costi. Dopo l’invasione dell’Ucraina sono paradossalmente gli ucraini nell’occhio del ciclone: in fin dei conti cosa vogliono? Non ci rompessero i coglioni più di tanto…non rimane loro che arrendersi all’invasore, affidandosi alle nostre promesse da marinaio.

Mia sorella andava profondamente in crisi di fronte alle immagini dei bimbi denutriti o morenti: si commuoveva, pronunciava parole dolcissime di compassione e spesso si allontanava dal video non reggendo al rammarico dell’impotenza di fronte a tanta innocente sofferenza. Sì, perché il cuore viene prima della mente, la sofferenza altrui deve essere interiorizzata prima di essere affrontata sul piano della concreta solidarietà e della risposta politica.

Ebbene è venuta meno questa capacità di andare in crisi e di interiorizzare la sofferenza altrui. Se non abbiamo il coraggio di immergerci interiormente nel mare di sangue che ci avvolge e restiamo sulla riva a calcolare diplomaticamente i pro e i contro, ad aspettare che qualcuno lanci le scialuppe di salvataggio, andremo tutti a fondo.

Sotto sotto proviamo vergogna nel prendere atto di situazioni per le quali abbiamo tante responsabilità dirette e indirette. È da una vita che facciamo finta che…i palestinesi siano dei terroristi, i migranti siano dei delinquenti, gli africani siano degli irresponsabili sfornatori di figli, gli abitanti dei Paesi est-europei siano la inevitabile triste propaggine del comunismo sovietico, i cinesi siano le formiche del nostro disastro geopolitico, gli americani siano i salvatori delle patrie, e via discorrendo.

Adesso da masochisti piangiamo a secco lacrime di coccodrillo per interposta persona, vale a dire con gli occhi dei nostri sadici governanti. In una stupenda commedia in dialetto parmigiano, una protagonista, ad un certo punto della vicenda, partecipa ad un funerale e al rientro a casa continua a ripetere: “Am son pràn divartidä, am son pran divartidä…”.

Forse non arriviamo a tanto, ma alla noia ci siamo già arrivati. Non ne possiamo più, non per esaurimento emotivo o emozionale, ma per (dis)umana insensibilità.  Ci distraiamo in tanti modi illusori: i fantasmi però non ci lasceranno in pace, le coscienze presenteranno il loro conto e sarà pianto e stridore di denti.

 

 

 

 

 

Moro, un pluralista che metteva alla punta gli integralisti

In questi giorni si è aperto l’annuale meeting di Rimini promosso da Comunione e Liberazione. Non ho mai avuto simpatia religiosa e, tanto meno, ammirazione politica per questo movimento.

David Maria Turoldo, un monaco di spirito profetico e di notevole coraggio, nel 1975 esprimeva un autorevole e dubbioso giudizio affermando: «Dirò che constatando come in Cl tutto è ferreamente previsto e organizzato, e come l’individuo sia seguito dalla nascita alla tomba dalla onnipresente e insonne Cl, e come il ciellino deve ritmare la sua giornata, le sue relazioni, le sue vacanze, ecc., ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte più che a un movimento di fede, a una specie di Ibm del cattolicesimo italiano».

Solo Aldo Moro riesce a distogliermi dai pregiudizi e dai giudizi sbrigativamente negativi e mi costringe a guardare questo movimento con occhio diverso seppur critico, riprendendo, tramite i contenuti di una lettera, i rapporti tra Aldo Moro e CL.

Spuntata chissà come, è venuta alla luce qualche giorno fa una lettera del novembre 1974 di don Tommaso Latronico – giovane sacerdote di origini lucane, trasferitosi a Roma per i suoi studi di seminarista – indirizzata ad Aldo Moro, che proprio in quei giorni era impegnato nella formazione del quarto governo a sua guida. La lettera era conservata nell’archivio storico della Camera.

Moro aveva conosciuto don Latronico già da seminarista al collegio Capranica, dove era ad accoglierlo uno studente che sarebbe diventato il suo confessore, Antonello Mennini, più volte evocato nelle sue lettere dalla prigionia. Alcuni dei seminaristi con cui entrò in contatto avrebbero ottenuto in seguito l’ordinazione episcopale, fra questi il futuro cardinale Arrigo Miglio, Roberto Filippini, vescovo emerito di Pescia, e – nell’ambito di un gruppo di seminaristi espressione delle prime comunità di Cl – vi erano gli attuali vescovi emeriti di Taranto, Filippo Santoro e di Monreale, Michele Pennisi. Quest’ultimo ricorda nitidamente un Moro, al tempo ministro degli Esteri, che arrivava al Collegio su invito del rettore, monsignor Franco Gualdrini, «con il desiderio di confrontarsi con dei giovani che avevano fatto quella scelta trattenendosi in amabile conversazione, a volte fino alle 23». Moro aveva conosciuto Cl nella facoltà di Scienze politiche all’università di Roma, dove insegnava. Fu il loro responsabile, Saverio Allevato, a invitarlo al celebre primo raduno nazionale di Cl al Palalido di Milano, il 31 maggio 1973, dove Moro arrivò a sorpresa e prese posto nel parterre, fra i ragazzi.

In quella lettera don Latronico aveva specificato le date di gennaio, marzo e maggio 1975 fissate per gli incontri di scuola di comunità a Roma. Sarà un anno terribile per CI, quello, soprattutto a seguito di una notizia finita sui giornali, poi rivelatasi del tutto infondata, circa presunti finanziamenti della Cia al movimento. Le minacce e le aggressioni si moltiplicarono anche a Roma, anche sotto gli occhi di Moro, a Scienze Politiche. Questa premura verso Cl, discreta ma fattiva, emerge anche nel racconto di Francesco Cossiga, che rivelò come al suo insediamento da ministro dell’Interno, nel febbraio 1976, si sentì raccomandare da Moro presidente del Consiglio di proteggere i ragazzi di Cl che erano in pericolo all’università e per questo gli scrisse su un ritaglio di giornale, perché prendesse contatto, i numeri di don Giussani e Formigoni. Preoccupazioni non infondate: nel luglio del 1977 sarà gambizzato dalle Brigate rosse Mario Perlini, il papà di due giovani universitari romani di Cl che aiutava la comunità a tenere i conti, scambiato, come scritto nella rivendicazione, per un leader da colpire.

Moro non smise mai di offrire il suo ascolto, il suo incoraggiamento, i suoi consigli, ai ragazzi di Cl che incontrava in università, tanto che a Scienze politiche avvenne, su sua sollecitazione, un esperimento unico per quei tempi, che vide confluire i giovani democristiani nella stessa lista universitaria, con Cl. Nel ricordo di Nicodemo Oliverio (suo allievo in università, poi funzionario della Dc e parlamentare nelle file del Pd) c’è anche un contributo che Moro dava mensilmente (le decime) alla comunità dell’ateneo. Ma – un po’ come i discepoli di Emmaus, che riconobbero Gesù nello spezzare il pane – il tratto comune che dà la cifra di questa singolare amicizia fra Moro e Cl, a Roma, non fu certo una comune strategia politica o visione ideologica, ma la condivisione del sacramento dell’Eucaristia, partecipando numerose volte, Moro, nel corso di quegli anni, alla messa della comunità di Roma, la domenica, in qualche caso in compagnia di Vittorio Bachelet.

Per Moro, d’altronde, la fede – un po’ come nell’insegnamento di don Giussani – non è un alimento al quale attingere nei momenti più rilassati della vita, ma un faro che illumina la vita nel suo svolgersi, e si fa strada anzi con particolare evidenza proprio nel pieno delle prove che la vita impone. Se immaginiamo Moro, la sera prima del rapimento (che era per lui, ignaro del suo destino, la vigilia difficilissima del voto di fiducia, per il governo di solidarietà nazionale) trovato dal figlio Giovanni, rincasato molto tardi, immerso nella lettura del libro Il Dio crocifisso del teologo protestante Jürgen Moltmann, forse possiamo meglio intuire a che livello sia scattata la singolare predilezione di Moro per questo giovane sacerdote lucano.

Don Latronico è scomparso a soli 45 anni, nel 1993, a seguito di una malattia breve e fulminante e da qualche anno si è aperto per lui il processo di canonizzazione. La discrezione di quella sua lettera – al pari di tutto il rapporto che Moro mantenne con Cl, a Roma – dopo più di mezzo secolo, ci dice due cose, soprattutto. La prima – dal lato del destinatario – è la distanza della politica di Moro da quella che va per la maggiore oggi nell’era dei social, in cui ogni gesto, anche il più insignificante, va pubblicizzato, se possibile in diretta, in ragione del tornaconto che può portare in termini di consensi. La seconda, dal lato del mittente, ci racconta della sensibilità di don Latronico verso il bisogno che un credente operante in politica ha, nel suo impegno per il bene comune, di non esser lasciato solo, come un mero erogatore di servizi o “favori” alle prese con “la più alta forma di carità”, ma anche con una delle più formidabili tentazioni: l’esercizio del potere. Esigenza, questa, di recente riportata alla luce dalla Settimana sociale di Trieste, dedicata alla democrazia. (da “Avvenire” – Angelo Picariello)

Moro aveva una strategia politica ed una visione ideologica molto diversa da quelle di Comunione e Liberazione, ma sentiva l’obbligo di dialogare soprattutto coi giovani di cui si sforzava di comprendere ansie, proteste e finanche violenze. Davanti alla foto di un giovane ribelle con la pistola in pugno non si scandalizzò, né si lasciò andare a condanne inappellabili, ma si pose il problema di capire il perché di tanta e drammatica protesta.

Il dialogo! Un irrinunciabile imperativo moroteo. L’esatto contrario della vena integralista di CL a cui faceva riferimento David Maria Turoldo. Però evidentemente Moro era attratto e incuriosito, in senso religioso e politico, dall’impegno dei giovani aderenti a questo movimento e dalla, seppur contradditoria, vivacità culturale che li pervadeva.

Non voglio esagerare, ma quando leggo il Vangelo mi viene spontaneo concludere che Gesù, con il suo capovolgimento religioso, con il suo messaggio esistenziale, con la sua proposta ed il suo stile di vita, non poteva che finire in Croce. Analizzando la vita di Aldo Moro, la sua apertura mentale, il suo umile approccio ai problemi della società e il suo modo di concepire e fare politica, arrivo alla stessa conclusione: alla politica, intesa come mero esercizio del potere, non rimaneva che reagire e fargliela pagare, ammazzandolo come un cane.

In un certo senso bene ha fatto la moglie a rifiutare le esequie politiche a cui Paolo VI restituì il senso religioso.

«Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il “De profundis “, il grido, il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. Signore, ascoltaci! E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui. Signore, ascoltaci!»

In mezzo ad un mondo di nani due giganti si sono incontrati in vita e in morte!

Tra sboroni ci si intende

Episodio 1

Salvini afferma durante un dibattito alla Versiliana: “Un summit tra Trump, Putin e Unione Europea? La von der Leyen può portare da bere, non di più. L’Europa cerchi di risolvere i conflitti nel mondo e non rompa le palle sulle auto, sui motorini, sui furgoni, sulle lattine della Coca Cola, sugli ombrelloni di Viareggio”. (da “Il Fatto Quotidiano”)

Ho parecchia comprensione umana ma poca simpatia politica per Ursula von der Leyen, tuttavia dopo aver ascoltato la succitata dichiarazione di Matteo Salvini ho letteralmente gridato: “Vag ti stuppid e sta’ pu tornär indrè!!!”.

Non è possibile scendere a questo livello nella polemica politica: il problema non sono le conseguenze in capo a Salvini, ma quelle in capo all’Italia. Ursula non mancherà di farcele giustamente pagare. Quando i nostri rappresentanti si siederanno ai tavoli di confronto in sede Ue, oltre a mafia, corruzione, evasione fiscale e burocrazia, si sentiranno chiedere conto anche di queste buffonate dialettiche.

Non si può stare dentro l’Europa con l’opportunistico piede di Giorgia Meloni e fuori dall’Europa con quello di Salvini (lasciamo perdere Tajani, che fa da paraninfo). Alla lunga questi atteggiamenti ambivalenti non pagano.

La presenza dell’Italia nella Ue è molto problematica: non siamo credibili quando diamo rassicurazioni, siamo ridicoli quando formuliamo degli ultimatum per cambiare le regole, siamo incompetenti ed ignoranti quando elaboriamo cervellotiche proposte di risanamento. Avremmo bisogno di aiuto, ma attacchiamo e provochiamo chi ce lo potrebbe dare; dovremmo dialogare con pazienza, ma invece osiamo lanciare dei diktat. Qualche tempo fa Salvini attaccava Junker dandogli dell’ubriacone e del ladro. L’ubriaco è Salvini. Siamo ancora fermi lì.

Non si può sedersi con un minimo di credibilità al tavolo di una trattativa, se, dietro, gli amici sparano a zero sugli interlocutori. Con quali chance di successo discutiamo con i partner europei, se gli esponenti del governo italiano continuano a straparlare. La situazione è sempre più paradossale. In occasione della suddetta sparata salviniana mi sono chiesto: è possibile che tanti italiani abbiano stima e fiducia di uno sbruffone da bar di periferia (con tutto il rispetto per i bar e per le periferie)?

È possibile e forse sarà sempre peggio perché questo signore riesce a galleggiare nel suo partito e nella coalizione di governo (gli lasciano fare persino il ponte sullo Stretto di Messina). Non che gli altri siano molto meglio di lui, sia in Italia che in Europa, però a tutto ci dovrebbe essere un limite, invece…

Chiudo ricordando una barzelletta con protagonista uno storico personaggio di Parma, Stopàj: questi, piuttosto alticcio, sale in autobus e, tonificato dall’alcool, trova il coraggio di dire impietosamente la verità in faccia ad un’altezzosa signora: «Mo sale che lè l’è brutta bombén!». La donna, colta in flagrante, sposta acidamente il discorso e risponde di getto: «E lu l’è imbariägh!». Uno a uno, si direbbe. Ma Stopaj va oltre e non si impressiona ribattendo: «Sì, mo a mi dmán la me pasäda!». Al lettore l’incarico di uscire dalla metafora, sostituendo ai personaggi della gustosa gag quelli di cui sopra, con una variabile di non poco conto: a Matteo Salvini la sbornia non passa, anzi…

Episodio 2

Come volevasi dimostrare. Il leader leghista ha invitato il presidente francese – in dialetto milanese – a “taches al tram”, ad attaccarsi, cioè al tram, esortandolo polemicamente ad andarci lui in Ucraina: “Ti metti il caschetto, il giubbetto, il fucile e vai in Ucraina”, aveva detto Salvini a margine di un sopralluogo in via Bolla a Milano commentando l’ipotesi della Francia di mandare truppe sul terreno.

Non ho grande simpatia per Macron, ma c’è scappato un (quasi) incidente diplomatico. La Francia ha convocato l’ambasciatrice italiana a Parigi, Emanuela D’Alessandro, “a seguito dei commenti inaccettabili” di Matteo Salvini contro Emmanuel Macron per il suo sostegno all’invio di truppe in Ucraina. Salvini ha criticato le “macronate” che prevedono, è l’accusa, “eserciti europei, riarmi europei, debiti comuni europei per comprare missili”. Da qui l’incidente diplomatico che ha costretto Parigi – come riporta una fonte della France Press – a ricordare “che questi commenti sono contrari al clima di fiducia e alle relazioni storiche tra i due Paesi, nonché ai recenti sviluppi bilaterali che hanno evidenziato forti convergenze, in particolare per quanto riguarda il loro incrollabile sostegno all’Ucraina”. Non sto a ripetere quanto sopra scritto in merito alle battute da osteria rivolte alla Von der Leyen.

Episodio 3

Di fronte a questo muro contro muro, Trump ha deciso di fare un passo indietro nella mediazione Russia e Ucraina. Ieri si è limitato a scaricare il barile del fallimento su Joe Biden e, in parte, su Kiev. «È molto difficile, se non impossibile, vincere una guerra senza attaccare il Paese invasore. È come una grande squadra che ha una difesa fantastica, ma non può giocare in attacco. Non c’è possibilità di vincere. Il corrotto e incompetente Joe Biden non ha permesso all’Ucraina di attaccare e come è andata?», ha scritto il capo della Casa Bianca su Truth. Quindi ha descritto uno dei territori in gioco, la Crimea come «enorme, grande quanto il Texas, in mezzo all’oceano». La Crimea si affaccia sul mar Nero ed è circa 26 volte più piccola del Texas. (da “Avvenire” – Elena Molinari)

Molti anni fa partecipavo come docente ad un corso di formazione in materia di cooperazione. Fraternizzando con gli allievi del corso fui invitato, assieme ad un simpatico e carissimo collega di Forlì, ad una partita a carte da una coppia di partecipanti, uno dei quali si vantava di essere un giocatore abilissimo e imbattibile. Accettammo la sfida durante la pausa pranzo e vincemmo alla grande, umiliando letteralmente i nostri interlocutori, in particolare quello che si vantava di essere un giocatore di classe superiore. Ricordo che il mio collega forlivese all’apice del godimento cominciò ad apostrofarlo, usando un termine di gergo romagnolo, che non ha bisogno di traduzione, gridandolo ripetutamente in un crescendo esilarante: “Sborone! …Sborone! …Sborone!”, in faccia al ridimensionato sedicente gran giocatore di briscola. Era scaduto il tempo della pausa e ci allontanammo: ci venne chiesta la rivincita, che ci guardammo bene dal concedere. La missione era infatti stata compiuta.

***

Nei giorni del referendum sulla Brexit, proprio in Scozia, la regione contraria all’uscita e favorevole a rimanere nella Ue anche per puntare all’autonomia da Londra, l’allora aspirante candidato repubblicano alle presidenziali americane, Donald Trump, proferì alcune parole che andarono di traverso agli scozzesi. Disse: «Vedo un reale parallelo fra il voto per Brexit e la mia campagna negli Stati Uniti». Come riferì in quei giorni Pietro Del Re, inviato di Repubblica, nel pub di John Muir a Edimburgo, quando Trump apparve in tv, i clienti si avvicinarono allo schermo. Poi, tutti assieme cominciarono a urlargli insulti di ogni genere, il cui meno offensivo era senz’altro pig, porco.

Conclusione

Ebbene, oggi come oggi, faccio sintesi. Anch’io mi avvicino allo schermo televisivo e urlo all’indirizzo di Trump, a dir poco insopportabile bluffatore e volgare gradasso, un combinato insulto: “Porco sborone!!!”.

Senonché mi risponde Salvini, che esalta la politica di Donald Trump: “Con i suoi modi, che a volte possono sembrare bruschi o irrituali, sta riuscendo laddove hanno fallito tutti”. Che dire? Tra sboroni ci si intende alla perfezione!