Nella Chiesa gli estremi non si toccano

Papa Luciani fu avvelenato con il cianuro in una congiura di palazzo ordita da Paul Marcinkus, perché voleva denunciare frodi azionarie compiute in Vaticano. Questa versione è anticipata dal quotidiano La stampa, che la prende giustamente con le pinze, perché viene da un gangster della famiglia mafiosa americana dei Colombo, Anthony Luciano Raimondo, ed è documentata nel suo libro di memorie “When the Bullet Hits the Bone” (“Quando il proiettile colpisce l’osso”), pubblicato negli Usa.

Dissero a papa Luciani, quando nella cappella Sistina, durante il conclave, era preoccupato per la sua nomina che si stava profilando: «Dio, quando dà un peso da sopportare, concede anche la forza necessaria… e poi c’è tanta gente nel mondo che prega per il papa…». Giovanni Paolo I cadde trafitto dalle ostilità vaticane. Non vorrei esagerare con le citazioni di mia sorella, ma, al riguardo, con la sua simpatica istintività di giudizio, disse: «Gli hanno fatto conoscere Marcinkus e gli è dato un infarto…». I tempi sono cambiati. Sono cambiati?

Proprio in questi giorni la Chiesa celebra la memoria di don Pino Puglisi: un eroico sacerdote impegnato, come parroco a Brancaccio, ad offrire orizzonti nuovi ai tanti ragazzi che fino ad allora avevano il destino segnato nella manovalanza della malavita. La sua era diventata la voce degli onesti, capace di rompere l’omertà. Per questo fu ucciso con un colpo alla nuca sull’uscio di casa il 15 settembre 1993 (Matteo Liut – Avvenire).

Leggerò con grande attenzione e interesse il libro di cui sopra anche se non potrà fare piena e veritiera luce sulle malefatte vaticane. A mia sorella era bastato fare due più due e sicuramente non era andata molto lontana dalla verità. D’altra parte Giuda Iscariota teneva la cassa del gruppo, non era sempre d’accordo nell’utilizzo dei fondi, si lasciò corrompere per pochi soldi. Gli evangelisti tirano giù con lui e lo definiscono ladro, prima ancora di traditore: avevano il dente avvelenato e forse anche un po’ la coda di paglia. La posta in gioco era infatti ben più alta della semplice ingordigia per il denaro, anche se è significativo che già ai primordi ecclesiali esistessero questi scandali finanziari. Questo non allevia le responsabilità di una Chiesa sempre invischiata in faccende economiche speculative e delinquenziali. Paul Marcinkus ne è stato un simbolico e clamoroso artefice. Ma non è purtroppo finita li. È vero che nella Chiesa convivono, come del resto in tutte le comunità, persone che operano e testimoniano il bene fino a versare il proprio sangue assieme a persone che si impegnano in macchinazioni malefiche di carattere finanziario e non. Ciò non toglie che fare pulizia dovrebbe essere un imperativo categorico a livello vaticano.

Papa Francesco ci sta provando. Dei suoi predecessori ho una mia originale idea riguardo al loro atteggiamento verso la Curia e gli intrighi vaticani: Paolo VI soffriva, si macerava e poi si arrendeva all’impossibilità del cambiamento; Giovanni Paolo I somatizzò il dramma al punto da morirne in pochi giorni; Giovanni Paolo II se ne fregò altamente, andò per la sua strada, si illuse di cavare anche un po’ di sangue dalle rape; Benedetto XVI ci rimase dentro alla grande e gettò opportunamente la spugna. Quando constato come tanti papi siano diventati o stiano diventando Santi, mi viene qualche dubbio. Pur con tutto il rispetto, temo che nell’aldilà troveremo parecchie novità, riguardo alla nostra vita e a quella della Chiesa.

Risulta comunque più che mai azzeccata la storiella che raccontava don Andrea Gallo: «Voi sapete che nella nostra Santa Madre Chiesa, uno dei dogmi più importanti è la Santissima Trinità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. L’amore e la comunione vanno in tutto il mondo, e si espandono. Lo Spirito Santo dice: “Andiamo a farci un giro. Io sono affascinato dall’Africa”.  Il Padre risponde: “Be’, io andrò a vedere il paradiso delle Seychelles. Perché non capisco come mai i miei figli e figlie hanno il paradiso in terra”. Gesù ascolta e non risponde. Allora gli altri due: “Tu non vai?” Gesù: “Io ci son già stato duemila anni fa”. “Non ci farai mica far la figura che noi andiamo e tu rimani”, gli dicono in coro il Padre e lo Spirito Santo. “Va be’, allora vado anch’io”. “Dove vai?” “A Roma”. “Sì, ma a Roma dove vai?” “Vado in Vaticano”. “In Vaticano?”, dicono increduli il Padre e lo Spirito Santo. Gesù risponde: “Eh sì, non ci sono mai stato”».

 

 

 

Alla faccia buffa di Boris Johnson

Di questi tempi, quando resto scandalizzato o schifato dagli andamenti politici italiani, mi consolo guardando a Londra ed alla infinita e vergognosa pantomima della Brexit. Se qualcuno ha definito il Conte II come il governo del sollievo, io definisco l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue come la vicenda politica della consolazione.

C’è da consolarsi in tutti i sensi. Viene infatti confermata e rivalutata la scelta europeista come imprescindibile e irreversibile; viene rivalutata la democrazia italiana, che, pur con tutti i limiti e i difetti che si ritrova, giganteggia di fronte al casino anti-democratico da anni inscenato da coloro che si ritengono i padri della democrazia; viene rivalutata la classe politica italiana, che, pur non brillando per autorevolezza e serietà, è sempre meglio dei saltimbanchi inglesi alle prese con  i salti mortali della Brexit, che sta diventando sempre più difficile come si dice nei circhi di periferia; viene rivalutato, pur con tutte le carenze possibili e immaginabili, il buon senso degli italiani, i quali sparlano bene, ma hanno almeno il buongusto di fermarsi quando il gioco si fa pericoloso e tragico, mentre gli inglesi nella loro supponenza si prendono sul serio, combinano disastri e si infilano in avventure clamorosamente assurde.

Intendiamoci bene: mors tua non è vita mea. Gli inglesi la stanno combinando talmente grossa da condizionare negativamente il futuro europeo e mondiale. Sì, perché proprio nel momento storico in cui ci sarebbe estremo bisogno di un’Europa unita e compatta, loro la indeboliscono e la beffeggiano spudoratamente. Hanno avuto il becco di ferro di decidere l’uscita, ma poi non trovano l’uscita. Si sono intrappolati in un assurdo gioco di porte girevoli e stanno prendendo tutti per il sedere: quando sembrano finalmente fuori dalle balle, te li ritrovi ancora dentro a chiedere rinvii, a discutere sul sesso della Brexit, a litigare fra di loro scaricando le loro beghe politiche sugli ex partner europei.

È sempre più valida la gag immaginata da mio padre, il quale rideva ironicamente delle ipotetiche fughe degli improvvisati amanti, con i due che scappano e cominciano a litigare scendendo le scale: della serie l’Europa è una cosa seria, la Brexit no. Mentre sempre più larghi strati della popolazione inglese sembrano rendersi conto del casino combinato e ipotizzano sacrosanti ripensamenti, le istituzioni tengono duro, ma non trovano più il bandolo della matassa per saltarci fuori almeno in modo dignitoso, i partiti politici hanno trovato pane per i loro denti polemici e faziosi e tutto si sta trasformando in una progressiva e interminabile pagliacciata, condotta in un crescendo rossiniano dal premier Boris Johnson.

Quanto all’attuale premier britannico, si può dire che rivaluti il semplicistico criterio di giudizio montanelliano. Quando gli chiedevano un parere su certi politici, rispondeva con un laconico: «Ma guadatelo in faccia…». Guardiamo in faccia questo signore che smentisce categoricamente ogni e qualsiasi teoria sullo storico aplomb dei suoi connazionali: se impersonifica la Gran Bretagna, l’ultima consolazione che otteniamo consiste nel liberarci di un fastidioso peso morto. Ce ne faremo una ragione, anche perché involontariamente gli inglesi ci stanno aiutando in tal senso. Viva l’Europa!

 

“Aquile randagie”: ricordi meravigliosi e amare amnesie

Sono l’ultimo, in ordine anagrafico, dei nipoti di don Ennio Bonati, il meno qualificato di tutti a coltivare la memoria di questo prete, che mi permetto di definire col titolo del libro recentemente a lui dedicato: un sacerdote, uno scout, un teologo. Sono nato due mesi prima della sua morte, ne porto indegnamente il nome, lo considero il mio santo protettore.

Ho atteso con grande interesse l’uscita del film sulle “Aquile randagie”, il movimento antifascista nato all’interno dello scoutismo, quale coraggiosa reazione alla messa fuorilegge disposta da Mussolini dopo alcuni anni dalla sua salita al potere. È fortunatamente in atto la riscoperta di questo movimento, a cui convintamente ed operosamente aderì don Ennio Bonati, anche se la sua nascita si deve soprattutto e prevalentemente al coraggio ed alla lungimiranza dello scoutismo lombardo e ad alcuni suoi profetici ed eroici protagonisti.

Il film è indubbiamente un’ammirevole ricostruzione romanzata di una fase della vita dello scoutismo italiano, impegnato nell’antifascismo quale scelta esistenziale ed etica prima che politica. In esso giganteggiano due personaggi: don Andrea Ghetti e don Giovanni Barbareschi, peraltro grandi amici di don Ennio Bonati. Basta scorrere le pagine del libro succitato in cui sono contenuti i segni stupendi di una comunanza di ideali cristiani e civili con don Ghetti, per trovare le parole mirabilmente dedicategli appunto da don Ghetti ed è sufficiente rifarsi al giudizio riservatogli da don Barbareschi (lo definiva un “faro”).

Ebbene don Ennio, non è protagonista nel film, né principale, né secondario, né comprimario: per vederlo bisogna guardare il film in controluce, tramite cioè il protagonismo di due suoi grandi amici: don Andrea Ghetti e don Giovanni Barbareschi. Molto perché siamo all’ombra di due giganti, poco perché don Bonati brilla anche di luce propria.

Il film è bello: un’occasione per conoscere e rinverdire la storia dello scoutismo anche e soprattutto nella sua generosa e coraggiosa azione antifascista e nel salvataggio delle vittime della violenza, da qualsiasi parte e in qualsiasi momento venisse. Di questo movimento don Ennio Bonati fu uno dei rifondatori dopo la seconda guerra mondiale.

Probabilmente la pellicola è stata realizzata in economia pur essendo notevole a livello scenografico, fotografico, interpretativo e come portatrice di un messaggio di fondo emergente in chiave netta e coinvolgente. Gli autori avranno dovuto fare scelte comportanti tagli e rispondere alla necessità di concentrarsi su alcune figure. Persino quella di don Ghetti non è sufficientemente delineata e valorizzata. Certi episodi sono riportati in modo sbrigativo mentre avrebbero meritato ben altra raffigurazione.

Tutto ciò considerato, resta il fatto che a don Ennio Bonati ed al suo giovane seguace Giampaolo Mora non viene dedicato nessun episodio, nessuna parola, nessuna citazione, nessuna immagine. Senza alcun intento polemico bisogna pur ammettere che nella sceneggiatura del film un posticino per questi due parmigiani lo si poteva, oserei dire lo si doveva trovare. Le occasioni anche piccole non mancavano: l’amicizia con don Ghetti (bastava inserire un breve incontro tra i due); la spedizione per “correggere” i manifesti della propaganda fascista (don Ennio vi aveva partecipato concretamente); viene citata Monza nei suoi collegamenti con Milano (si poteva aggiungere anche Parma). Almeno in fondo al film, a livello didascalico, si poteva inserire una foto d’assieme in val Codera in cui don Bonati e Mora sono presenti. Niente!

Intendiamoci bene: quando si fanno ricostruzioni storiche esiste sempre il rischio di qualche grave dimenticanza. Don Bonati inoltre non ha bisogno di rivisitazioni postume; chi lo ha conosciuto direttamente o indirettamente lo considera un santo per tutta la sua testimonianza esistenziale; chi ne viene in contatto sente il profumo e ne resta affascinato. Molti però non sanno nemmeno chi sia e avrebbero bisogno di impararlo. Il film era un’occasione propizia: è stata clamorosamente mancata. Non sarebbe stato nulla di esauriente, ma avrebbe innescato la curiosità di approfondire la vita di un personaggio meraviglioso. Non è la prima volta che succede. La vivida e inossidabile memoria a livello famigliare è in netto contrasto con i silenzi attorno a don Ennio Bonati ed alla sua vita: sono stati la regola con qualche timida ma graditissima eccezione, proveniente soprattutto dal movimento scout.

Speravo che la cortina fumogena si fosse diradata, che la conventio ad excludendum si fosse definitivamente rotta. Non è così. Peccato. Speriamo nella prossima occasione. Un grazie di cuore ad Andrea Mora, il quale per l’occasione ha fatto un bellissimo ricordo di don Ennio e del padre Giampaolo: ha meritevolmente riempito un vuoto, che andava però coperto, almeno un pochettino, dal film. Complimenti comunque a tutti.

Non vogliamo i dipendenti dalle chat

Più che di chat dell’orrore io proverei a parlare di orrore per le chat. Probabilmente stiamo mettendo in mano a impreparati e immaturi ragazzini autentiche bombe senza sicura, che possono scoppiare da un momento all’altro. Dove ci sta il più ci sta anche il meno. Dove sta svanendo il senso del limite tutto diventa ammissibile: se nessuno si è preoccupato di insegnare ai ragazzi cosa vuol dire nazismo, è possibile che il nazismo diventi una parolaccia su cui e dietro cui scherzare; se nessuno ha trasmesso ai bambini il valore del rispetto per la vita di tutti, è mostruoso, ma possibile, che si scherzi sulle violenze viste come divertimento; e via di questo passo.

La nostra è la società dell’eccesso e quindi le persone, per età e cultura, meno preparate ed attrezzate possono nuotare nell’eccesso senza forse nemmeno accorgersi di quanto stanno facendo. La nostra non è la società del libero pensiero, ma sta diventando, a tutti i livelli, la società del libero sfogo e quindi, dal momento che lo sfogo è di per se stesso qualcosa di incontenibile e incontrollabile…

È inutile scandalizzarsi, bisogna invece allarmarsi e cominciare a fare qualcosa soprattutto a livello educativo e formativo. Quando osservo questi ragazzini alienati dall’uso spropositato degli smartphone, mi chiedo: come fare a mettere un freno a questa deriva informatica? Vietando loro l’uso di questi pericolosi apparecchi? Forse sarebbe ancora peggio, perché scatterebbe il fascino del proibito che enfatizzerebbe ancor più il ricorso a questi strumenti. Ricordiamo tutti il richiamo che esercitavano le pellicole vietate ai minori…

E allora? Non esistono ricette facili per malattie complesse e progressive. Bisogna partire o ripartire dalla prevenzione, dall’educazione, da un certo tipo di istruzione, dalla cultura dei valori e degli ideali, che abbiamo tolto ai ragazzi e che dobbiamo loro restituire con gli interessi.

In questi giorni ho visto la disgustosa scena dei calciatori del Foggia che osannavano e inneggiavano a certi tifosi e non si sottraevano alle rime degli ultras: «Noi vogliamo i diffidati». Lo hanno ripetuto a lungo e si sono fatti riprendere. Il messaggio evidentemente era rivolto ai tifosi che allo stadio non possono entrare, quelli colpiti dai Daspo del questore, che ai match della squadra non possono assistere.  A loro era dedicato anche uno striscione al centro della curva, ma la scena inaspettata è stata quella dei calciatori che cantavano e battevano le mani per i tifosi finiti nel mirino delle autorità di pubblica sicurezza.

Molti anni fa, ero alla fermata di un autobus ed attendevo con la solita impazienza l’arrivo del mezzo pubblico; accanto a me stavano un giovane padre assieme a suo figlio bambino, ma non troppo. Sfogliavano un giornale sportivo e leggevano i titoloni: il più eclatante diceva della pesante squalifica comminata a Maradona per uso di sostanze stupefacenti. Si, il grande Maradona (Mardona lo chiamava mio padre…. ed è tutto un programma) beccato con le dita nella marmellata. Il bambino ovviamente reagì sottolineando la gravità della sanzione ed espresse, seppure un po’ nascostamente, il suo rincrescimento per l’accaduto. Qui viene il pezzo forte, la reazione del padre che vomitò (non so usare un verbo migliore): “Capirai quanto interesserà a Maradona con tutti i soldi che ha!!!” Il bambino non replicò e l’argomento purtroppo si chiuse così. In poche parole quel “signore” aveva lanciato un messaggio negativo, diseducativo all’ennesima potenza. Era come dire al proprio figlio: “Ragazzo mio, nella vita conta solo il denaro, delle regole te ne puoi fare un baffo, della correttezza fregatene altamente”. Arrivò finalmente l’autobus, il tutto finì lì, ma ringraziai mio padre perché non ragionava così.

A distanza di tempo arrivano ben altri autobus sulle ali del web. Ed è un coro disgraziato di oscenità che investe i giovanissimi. Facciamo un bell’esame di coscienza e proviamo a ricominciare da capo. È tardi, ma non è mai troppo tardi. Saro vecchio, ma la penso così.

 

 

Davide e Golia in conferenza stampa

Ho assistito in televisione con un mix di sensazioni tra l’imbarazzo, il disgusto e la soddisfazione alla conferenza stampa congiunta (?) del presidente Usa Trump e di quello italiano Mattarella, tenuta a latere degli incontri svoltisi nella capitale statunitense. Ho usato tre termini non a caso e infatti cerco di seguito di spiegarmi.

L’imbarazzo era dovuto al fatto di essere, come italiani, alleati storici di un Paese, che ha avuto il pessimo gusto di affidarsi ad un personaggio simile: sprizza presunzione e prepotenza dalle posture che assume, dai toni dei suoi discorsi, dagli atteggiamenti che ostenta, dall’aria di sfida che esibisce. Come minimo, umanamente parlando, è un maleducato, come massimo un arrogante. Sembrava dover scoppiare da un momento all’altro nel suo tronfio auto-compiacimento. Anche Mattarella era imbarazzato e probabilmente soffriva il non poter abbandonare la tribuna per segnare una differenza etica prima che politica.

Il disgusto derivava da un acuto senso di avversione e ripugnanza fisica e morale verso il modo cinico e aggressivo con cui Trump concepisce i rapporti internazionali, fra un menefreghista isolazionismo e un subdolo interventismo, tra un ostentato senso di superiorità e una falsa e formale disponibilità al dialogo. La questione siro-turca era trattata come rissa da cortile di un ben lontano condominio, il problema dei dazi doganali come un normale e drastico scontro fra interessi contrapposti. Il mondo concepito come sommatoria di conflitti da affrontare con cinismo e spregiudicatezza.

Però in me c’era anche molta soddisfazione, quella di essere rappresentato da Sergio Mattarella, che, in tutto e per tutto, educatamente, sobriamente e sommessamente, faceva una sorta di controcanto a Trump. Poche parole, dette bene, mirate al nocciolo metodologico dei problemi: il dialogo, il confronto, la collaborazione, la visione globale, l’europeismo nell’internazionalismo, le alleanze per crescere insieme a tutti. Lo scontro fra due impostazioni totalmente diverse. Arrivo a vedere la contrapposizione tra due culture e due civiltà.

In quella conferenza stampa l’Italia, nella concezione trumpiana, era il parente povero tollerato a malapena, ma mentre il presidente Usa esibiva la debolezza dei muscoli, il presidente Mattarella sfoderava la forza della consapevolezza dei propri limiti, della propria dignità e della buona volontà. Abbiamo dato una autentica lezione agli Stati Uniti: la diplomazia di chi non si sente inferiore né superiore a nessuno e crede nella forza del confronto fra le idee e non nel peso delle economie e delle armi.

Mi sono sentito fieramente italiano ed europeo, grato agli Usa per quanto, tra contraddizioni e ingerenze, hanno fatto in passato per il nostro Paese e per il nostro continente, assai preoccupato per quello che stanno attualmente combinando, nella confusione egoistica e populistica, in tutto il mondo di cui siamo parte integrante. Non so cosa produrrà sul piano politico questo vertice italo-americano. L’Italia ha tanti difetti, tante debolezze, tante carenze. Ebbene, nonostante tutto ciò, mi auguro che la testimonianza italiana, proposta esemplarmente da Mattarella, possa essere una goccia di pace nel mare tempestoso di guerra, un messaggio di serietà e coerenza in un mondo pieno di follie e di opportunismi.

 

 

 

Il salotto cattivo della (non) politica

Come è arcinoto, non fa notizia un cane che morde un uomo, ma un uomo che morde un cane. Nel caso specifico si trattava di due uomini che si mordevano come cani. Ecco perché non ho seguito il dibattito televisivo tra i due Matteo nazionali, Renzi e Salvini nel salotto di Bruno Vespa. Il mio non è un atteggiamento snobistico, ma una convinta difesa d’ufficio della politica con la “P” maiuscola, un “basta” tacito ma clamoroso ai politicanti truccati da politici, una scrollata di spalle al ciarpame spacciato per roba moderna, un tentativo di rientrare nella politica faticosamente praticata abbandonando quella urlata a vanvera.

Stava per andare in onda “Porta a porta” preparato dalla grancassa mediatica, ho spento il televisore ed ho pensato a mio padre.  A volte, per segnare marcatamente il distacco con cui seguiva i programmi TV, si alzava di soppiatto dalla poltrona e, quatto, quatto, se ne andava. Mia madre allora gli chiedeva: “Vät a lét?”. Lui, con aria assonnata, rispondeva quasi polemicamente: “No vagh a lét”. Era un modo per ricordare la gustosa chiacchierata tra i due sordi. Uno dice appunto all’altro: “Vät a lét?”; l’altro risponde: “No vagh a lét”. E l’altro ribatte: “Ah, a m’ cardäva ch’a t’andiss a lét”.

Ma io non sono andato a dormire, prima di addormentarmi ho fatto la mia preghiera politica serale, ho letto alcuni passaggi dei preziosi libri che raccolgono il pensiero di Aldo Moro, Amintore Fanfani e Giorgio La Pira: mi sono rasserenato, dopo di che ho dormito molto bene, lontano dal frastuono insensato proveniente da un salotto televisivo che di salotto ha ben poco.

Il giorno dopo ho faticato non poco ad evitare l’eco del non avvenimento: ho chiuso gli occhi e le orecchie, ho tirato qualche respirone e mi sono messo a scrivere queste poche e povere righe. Ho tentato una similitudine calcistica, ritornando sempre agli insegnamenti paterni. Il concetto, che aveva mio padre del fenomeno calcio, tagliava alla radice il marcio; viveva con il setaccio in mano e buttava via le scorie, era un “talebano” del pallone. Per evitarle accuratamente pretendeva che il dopo partita durasse i pochi minuti utili per uscire dallo stadio, scambiare le ultime impressioni, sgranocchiare le noccioline, guadagnare la strada di casa e poi…. Poi basta. “Adésa n’in parlèmma pu fìnna a domenica ch’ vén”.

Ho seguito quindi il suo consiglio, non mi sono lasciato irretire né dalla partita, né dal dopo partita, ho semplicemente scelto un’altra partita, quella vera, quella dei problemi reali e della risposta ad essi in base alla cultura politica. Ho evitato il rischio di prendere lucciole per lanterne. Certo, è una gara durissima, quasi impossibile. In un certo senso ringrazio amaramente Renzi e Salvini per avermi aiutato a scegliere. Possibile che a Renzi non sia venuto un dubbio (solo a lui concedo a fatica questo beneficio) e non abbia pensato: “Dio mio, come sono caduto in basso…”. Ho aperto questa riflessione con la notizia che due uomini si erano azzannati come cani da combattimento, termino chiedendo scusa e rivedendo il fatto del giorno: si è trattato solo di cani, pardon…uomini, che si mordevano la coda.

 

L’esercito dei gufi

L’improvvisato connubio tra Pd e M5S sta provocando sano (?) scetticismo e incutendo insana (?) paura. Faccio parte della schiera degli scettici, un po’ perché sono tale di carattere, un po’ perché l’operazione politica pentapiddina è talmente strana da stupire anche i più smagati osservatori politici.

Sui motivi dello scetticismo mi sono ripetutamente soffermato e quindi non ci torno sopra, se non per aggiungere che, strada facendo, talune ragioni si stanno rafforzando (inaffidabilità pentastellata e visione culturale della democrazia), mentre altre si stanno diradando (impostazioni tattiche e problematiche sociali).

Molti, sia a destra che a sinistra, hanno invece paura che questa inedita alleanza possa tenere e svilupparsi nel tempo: gli uni vedono numericamente un antagonista assai competitivo, gli altri temono una sinistra troppo moderna, disincantata e sradicata dalla sua storia. E allora tutti a gufare. È pur vero che chi di gufata ferisce di gufata perisce: il Pd ha indubbiamente soffiato sul fuoco del mostro pentaleghista ed ora si trova a soffrire per l’enfasi posta sul rapporto contro natura del pentapiddismo.

La coesistenza tra i due partiti non è affatto pacifica, ma si sta consolidando sul piano tattico e ammorbidendo su quello strategico. Cresce quindi la preoccupazione che il grillismo riveduto e corretto possa combaciare in qualche modo col piddismo riveduto e scorretto.

La destra sempre più filo-leghista teme seriamente la costituzione di un polo che le contenda efficacemente il consenso popolare, mentre i puritani della sinistra mal sopportano uno snaturamento etico-storico. Più crescono queste preoccupazioni e più diventa impellente proseguire sulla strada intrapresa per non rischiare di rimanere a metà del guado con niente in mano e con la reputazione rovinata. Credo che i due partner stiano facendo sul serio e riescano, tutto sommato, ad assorbire i mal di pancia al loro interno. Il Pd, liberato dalla pressione renziana e dopo che Renzi gli ha fornito l’ultima lezione di spregiudicatezza politica, riesce ad essere più disinvolto, pragmatico e unito; il M5S esorcizza con abilità le lamentazioni dei nostalgici del vaffa, aiutato dal cinismo grillino, che tende ad inaugurare definitivamente un nuovo corso nel movimento.

Nel contratto tra Lega e M5S si vedeva chiaramente che si trattava di un matrimonio di interessi a tempo, senza alcuna possibilità di intenerimento sentimentale e “sessuale”; l’accordo tra M5S e Pd non è certamente un matrimonio d’amore, ma qualche “scopatina come si deve” potrebbe anche scapparci e, come si sa, l’appetito vien mangiando. E poi ci sono tali e tante suocere italiane e straniere che difendono questo matrimonio…e le suocere contano parecchio, hanno il potere di consolidare o distruggere i matrimoni.  Come si noterà sono partito con la puzza sotto il naso, ma, cammin facendo, comincio ad interessarmi più o meno seriamente alla questione, non per gufare ma per capire dove sta andando la politica (stavo per scrivere “andando a finire”, ma mi sono trattenuto, perché non voglio assolutamente arruolarmi nell’esercito dei gufi). E poi, ne ho viste tante…

Il minestrone salomonico

Tutti i giorni esce un’indiscrezione sulla manovra economica del governo, che viene regolarmente e immediatamente smentita. Tutti si sentono protagonisti e sparano a vanvera cifre e provvedimenti alla ricerca del colpo giusto da assestare al bilancio dello Stato. Passi fin che si tratta dei media alla disperata ricerca dello scoop che possa fare cassetta interessando e/o facendo incazzare i lettori, passi se il gioco al massacro proviene dall’opposizione che mira a screditare la manovra prima ancora che veda la luce, passi se il tiro al piccione lo promuovono le forze sociali tese ad ottenere risultati a favore dei propri associati, ma, quando il botta e risposta se lo fanno i partiti di governo o addirittura i ministri l’un contro l’altro armati, arriviamo al paradosso.

Il dialogo e il dibattito sono il sale della democrazia, ma qui non abbiamo discussione seria, siamo in presenza di uno scontro inconcludente e confusionario che indebolisce tutto e tutti. È pur vero che, come diceva un esperto in materia, un bilancio altro non è che una sommatoria di opinioni, ma se queste opinioni vengono sparate alla viva il parroco cessano di essere tali e diventano certezze di incompetenza e improvvisazione.

In questo tranello sta relativamente cadendo anche il ministro dell’economia, il personaggio competente e concludente, che dice e disdice in un tourbillon di cifre e di misure in cui penso non si raccapezzi più. Signori, vogliamo fare un po’ di silenzio, vogliamo valutare seriamente i pro ed i contro prima di uscire con annunci roboanti, vogliamo provare ad essere seri. Probabilmente i cittadini, pur istigati e strumentalizzati a destra e manca, ne sarebbero soddisfatti: è inutile fasciarsi la testa prima di cadere o cantar vittoria prima di avere vinto.

Sinceramente non ho ancora capito le intenzioni reali del governo, ma forse è meglio così. Qualcuno osserva che è sempre stato così, prima, durante e dopo le manovre economiche. Si sentono ragionamenti da parte degli addetti ai lavori, che fanno letteralmente rabbrividire, proposte contorte e contraddittorie. Non so se sia così anche negli altri Stati europei. Probabilmente sì, forse però sono capaci di occultare la loro ignoranza e la loro incertezza e sembrano più bravi e discreti.

Alla fine si dovrà pur arrivare alla quadratura del cerchio. Il partito democratico ha ottenuto le principali leve del potere in materia economico-finanziaria (ministeri chiave, il rappresentante nella commissione europea, etc.) e mi sembra che le stia manovrando in modo piuttosto insoddisfacente. Il partner di governo fa un’azione di disturbo, tentando di giocare al poliziotto cattivo (il rigorista PD) e a quello buono (lo sviluppista M5S). Il più bel tacer non fu mai scritto. Chi tace acconsente. Il silenzio è d’oro, la parola d’argento. Ce n’è per tutti i gusti.

Il governo ha varato il Def (documento di economia e finanza), poi approvato dal Parlamento: una sorta di ricetta per cucinare la minestra. Mio padre mi raccontava di una madre casalinga con tanti figli: ognuno voleva un tipo di pasta diverso e lei, per accontentare tutti, ne metteva in pentola un pugno di ogni tipo. Lascio immaginare che minestra ne uscisse. Mangiare quella minestra o saltare dalla finestra. Quella salomonica mamma finirà per fare scuola al governo: d’altra parte si dice anche che una legge è buona se scontenta tutti. Lo si potrà dire anche della politica di bilancio?

 

Solidarnosc ed “egoisnosc”

In Polonia ex presidenti, tra i quali Lech Walesa, intellettuali e rappresentanti del mondo della cultura e delle scienze, attivisti dei diritti appartenenti alla comunità Lgbt si sono mobilitati in occasione delle elezioni politiche, ma, al di là dell’esito delle urne, per intervenire sul futuro del Paese e contribuire alla sua non facile e non breve evoluzione democratica, arrestando e invertendo lo scivolamento verso una dittatura più o meno camuffata dalle sirene nazionaliste e dalla finta cultura neo-conservatrice.

Sta prendendo finalmente corpo una sfida degli anti Kaczinski per riprendere il difficile percorso democratico del post-comunismo. La Polonia da tempo infatti sta passando dagli spettri della padella dell’ormai lontano regime comunista alla brace reazionaria e nazionalista, sotto gli occhi distratti e rassegnati dell’Unione europea: troppo precipitose la legittimazione e l’accoglienza comunitarie ai Paesi dell’Est europeo consegnati ad una deriva di immaturità democratica.

Mentre la lotta contro il comunismo si basava sui disastri economici del regime a cui si opponeva strenuamente il sindacato Solidarnosc ed era ideologicamente guidata dal cattolicesimo impersonificato da papa Wojtyla, assai problematica risulta la battaglia contro la strisciante deriva pseudo-fascista, che rinchiude il Paese nella visione ristretta di un nazionalismo incredibile ma vero.

Non può più essere la Chiesa a fare sintesi fra gli oppositori e quindi si sta cercando un collante nuovo nella modernità della battaglia per i diritti. La Polonia sembra dire a tutti che la strada per il progresso politico e sociale passa oggi da cultura, scienza e protagonismo dei “diversi”. Può darsi che papa Giovanni Paolo II si “scaravolti” nella tomba, ma i tempi sono cambiati e non bastano gli scioperi oceanici, anzi il popolo corre dietro le chimere egoistiche dei muri, del sovranismo, del populismo, del nazionalismo.

La Polonia, come gli altri stati dell’ex impero sovietico, ha usufruito e sta usufruendo di enormi aiuti finanziari da parte della Ue, ma rifiuta la logica comunitaria e l’apertura agli immigrati: Solidarnosc è andata a farsi benedire ed è stata sostituita da “Egoisnosc”.

Non sono mai stato convinto della genuinità ideologica e valoriale della rivolta al comunismo dei paesi dell’Est-Europa: a mio giudizio hanno soprattutto colto una storica inversione di marcia innescata dalla crisi economica dell’impero sovietico, si sono liberati di una malattia gravissima, sono usciti dall’ospedale russo senza avere gli anticorpi difensivi verso i mali del capitalismo. Mi sovviene sempre una vignetta di Forattini in cui la gente si lasciava alle spalle le brutture del muro di Berlino e andava incontro a quelle del capitalismo raffigurate nelle siringhe dei drogati. Sono entrati sbrigativamente in Occidente, hanno abbandonato tutti (?) i difetti del comunismo ma non hanno saputo cogliere i pregi della democrazia.

In un certo senso la Polonia deve tornare indietro non per riconvertirsi al comunismo, ma per aderire pienamente al sistema democratico. L’approccio, che sembra essere stato inaugurato, mi sembra laicamente valido, culturalmente adeguato ai tempi, socialmente innovativo, ma politicamente difficile. Non so come si possano aiutare i polacchi. Credo che l’Europa dovrebbe leggere loro le regole, anche se forse è un po’ tardi. Sono entrati, si sono accomodati ed è problematico rimettere in discussione i patti che non sono stati chiari e quindi non hanno portato ad un’amicizia lunga.

La religione finanziaria

Ed eccoci di fronte all’ennesimo scandalo finanziario del Vaticano: siamo a livello di indagine riguardante alcune vendite immobiliari all’estero, in particolare case di pregio a Londra. Anche se non si registrano commenti ufficiali, la Santa Sede ha sospeso cinque funzionari: il direttore dell’Aif, l’Autorità di informazione finanziaria per la lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo, istituita nel 2010 da Benedetto XVI; un influente prelato con ruoli apicali a livello di curia romana; tre dipendenti con incarichi di secondo piano negli uffici vaticani.

Gli investigatori starebbero analizzando alcuni flussi finanziari dei conti su cui transita l’Obolo di San Pietro, vale a dire le offerte fatte dai fedeli e inviate al Papa per essere redistribuite a sostegno della missione della Chiesa e delle opere di carità, ma anche e soprattutto per il sostentamento dell’apparato vaticano. Nel 2015 i conti e gli investimenti da fondi provenienti dall’Obolo avevano raggiunto la somma record di quasi 400 milioni di euro.

Quando volevo ironizzare sulla mia eventuale vocazione religiosa, ipotizzavo di entrare in convento e, in base alla mia formazione ed esperienza professionale di carattere economico, di essere immediatamente adibito alla tenuta dei conti ed all’amministrazione dei fondi riguardanti il convento stesso. Mi bastava questo, pur peregrino, pensiero per escludere categoricamente da parte mia, al di là di ogni altra considerazione, la presa in considerazione di una scelta di stampo squisitamente religioso e clericale. Non ho mai capito infatti i preti e i frati che, anche in buona fede, trafficano in campo monetario: se avevano voglia di fare soldi potevano tranquillamente rimanere allo stato laicale, salvo il dovere anche per i laici, come minimo, di accumulare ed usare correttamente il danaro.

Ricordo un triste episodio di tanti anni fa: nella chiesa di san Giovanni evangelista una statua del Sacro Cuore aveva cominciato a piangere e sanguinare. Mi recai immediatamente sul posto e vidi effettivamente qualcosa di strano, anche se poi ufficialmente l’autorità religiosa competente escluse categoricamente ogni e qualsiasi manifestazione di ordine soprannaturale. Ma il problema che oggi voglio richiamare è un altro. Immediatamente, visto il notevole afflusso di fedeli, una manina diabolica alzò considerevolmente la tariffa per l’accensione dei ceri. Per fortuna il provvedimento rientrò dopo alcune ore, ma ne rimase la traccia simoniaca.

La tentazione del danaro è sempre e comunque molto forte, a tutti i livelli e in tutti gli ambienti, purtroppo anche in quelli religiosi. Però a tutto c’è un limite. Non mi piace il tariffario per le celebrazioni liturgiche, peraltro ormai in disuso, ma, se l’obolo di San Pietro venisse utilizzato per fare speculazioni immobiliari, la cosa sarebbe di una gravità incredibile.

Benedetto XVI era sicuramente già intervenuto per sfrondare e bonificare il bailamme finanziario del vaticano: forse fra i motivi delle sue dimissioni c’era anche la presa d’atto del marciume esistente nella Chiesa e la inadeguatezza della sua persona ad affrontarlo in modo deciso ed efficace. Lo capisco! Papa Francesco è intervenuto con piglio più coraggioso, ma il potere finanziario e burocratico annidato nei meandri della Santa Sede è fortissimo. Le riforme strutturali e il ricambio dirigenziale scivolano come gocce d’acqua sui vetri della finanza vaticana. Papa Giovanni Paolo I, il cardinale Luciani, sono convinto sia crollato anche fisicamente davanti alle malefatte dello Ior ed agli scandali relativi. Sono passati da allora parecchi anni, ma il problema rimane e resiste all’alternarsi della santità dei papi.

Ho sempre sostenuto che sarà più facile che i preti si sposino, che le donne diventino preti, che anche i laici possano celebrare la messa, piuttosto che le finanze vaticane siano amministrate da laici galantuomini, completamente estranei a certe logiche ed a certi schemi. La difesa d’ufficio più rassegnata sostiene che anche nella Chiesa ci sono i profittatori e i delinquenti (il vangelo in alcuni passaggi lascia intendere che Giuda Iscariota, addetto alla cassa del gruppo, fosse piuttosto malandrino: può darsi fosse soltanto l’eco della ben più grave e scandalosa vicenda del tradimento); la linea difensiva più intelligente invece giustifica certi comportamenti con la motivazione che anche la Chiesa ha le sue necessità e quindi deve fare i conti  con le risorse necessarie…

Giriamola pure come vogliamo: resta il fatto scandaloso di una Chiesa coinvolta clamorosamente nelle peggiori prassi del sistema finanziario. Gesù caccia i mercanti dal Tempio, ma questo gesto stupendo nella sua provocatoria purezza di fede, risulta, in un certo senso, superato dai tempi. Se infatti Gesù tornasse in terra, non ritroverebbe soltanto i mercanti nel Tempio, ma la Chiesa inserita e impegnata nel mercato.