Il cuore oltre la politica

Davanti alle lacrime di commozione di qualsiasi persona sono portato a chinare il capo in segno di grande rispetto e a solidarizzare umanamente. Perché non dovrebbe valere per una persona investita da funzioni politico-istituzionali? Perché pretendiamo da un ministro o da una ministra che ostenti atteggiamenti da superuomo o da superdonna? Poi magari ci lamentiamo perché i politici sono lontani dai problemi e dalle sofferenze dei cittadini!

Davanti al pianto di Teresa Bellanova, ministra dell’agricoltura, ho avuto un moto di grande ammirazione: vi ho visto la soddisfazione per una battaglia di civiltà effettuata nel sindacato e in politica a favore dei soggetti più deboli e indifesi. Tanto di cappello nel merito e nel metodo! Ho avuto conferma del notevole livello umano ed etico di questa donna anche leggendo la notizia che riporto di seguito.

Resterà un giocatore del NibionnOggiono (Lecco) Davide Castagna, l’attaccante del campionato di serie D finito sotto accusa per aver pesantemente insultato su Facebook il ministro delle Politiche agricole, Teresa Bellanova. L’atleta aveva scritto commenti offensivi nei confronti del ministro che recentemente aveva minacciato le dimissioni dopo aver chiesto la regolarizzazione di numerosi lavoratori agricoli. La società calcistica, venuta a conoscenza del comportamento del giocatore, aveva in un primo tempo sospeso Castagna e quindi aveva anche annunciato la risoluzione immediata del contratto.

Ieri però il ministro Bellanova, venuta a sua volta a conoscenza delle offese, ha ringraziato chi le aveva espresso solidarietà, condannando l’accaduto, apprezzando il comportamento della società, ma chiedendo che l’attaccante non venisse licenziato, visto il delicato momento che il Paese sta vivendo e certa che lo stesso avrebbe capito la gravità dell’accaduto. Oggi il calciatore si è detto pentito, scrivendo una lettera al ministro, scusandosi e promettendo che farà tesoro dell’errore commesso. A quel punto il NibionnOggiono (serie D girone B) ha annunciato di aderire all’invito del ministro e, pur ribadendo la condanna dell’episodio, ha accettato di reintegrare l’atleta, particolarmente noto nell’ambiente per aver anche a lungo giocato nel Lecco e conosciuto dai tifosi come “Il Toro di Civate”.

Sono portato molto facilmente a commuovermi. Qualcuno sorridendo penserà che sto invecchiando: realtà anagrafica inconfutabile. La propensione alla commozione è però un irrinunciabile dato del mio carattere, della mia sensibilità, di cui non mi vergogno affatto. Quindi sono propenso a prendere sul serio la commozione altrui, la ritengo una delle più alte espressioni di umanità. Nella nostra epoca lo consideriamo ironicamente e/o malignamente un segno di debolezza o una facile e comoda captatio benevolentiae, mentre è invece un sintomo di grande forza interiore. Smettiamola di confondere la durezza con la capacità di decidere e di gestire. Vale anche per i politici.

Diffido in politica da chi ostenta sicurezza. Molti anni or sono, in un confronto televisivo tra l’intelligente e brillante giornalista-conduttore Gianfranco Funari e l’allora segretario del partito popolare Mino Martinazzoli, uomo di grande profondità etica e culturale, il politico, interrogato e messo alle strette, non si fece scrupolo di rispondere in modo piuttosto anticonvenzionale ed assai poco accattivante, ma provocatoriamente affascinante, nel modo seguente (riporto a senso): «Se lei sapesse quante poche certezze ho e da quanti dubbi sono macerato… Nutro perplessità verso chi ostenta troppe certezze». L’esatto contrario dell’attuale cliché che vuole tutti pronti a sputare sentenze su tutto.

Ben vengano le lacrime a lavare anche la politica. Qualcuno ha sottilizzato sui motivi per cui occorrerebbe piangere. Sono tanti. Teresa Bellanova lo ha fatto in difesa degli immigrati e dei lavoratori sfruttati e senza diritti. Non credo abbia sbagliato il colpo. Forse bisognerebbe piangere anche per la faziosità e la strumentalità di tanti politici, che sostengono a parole di essere col popolo per poi irritarsi per la considerazione prestata ai soggetti più deboli del popolo, cioè di quanti vivono e lavorano nel nostro Paese senza avere alcun riconoscimento giuridico, economico e sociale.

 

Alla ricerca della manna nel deserto

Gli ipercritici commentatori lamentano che dei 55 miliardi stanziati dal governo con il decreto rilancio non si veda ancore il becco d’un quattrino. Un conto è stigmatizzare la pletora burocratica che ostacola l’esecuzione dei provvedimenti legislativi ed amministrativi, un conto è pretendere l’effetto immediato di un’autentica pioggia di misure articolate e complesse, distribuite un po’ su tutte le categorie economiche e sociali più in difficoltà e sofferenza per i devastanti effetti della pandemia tutt’ora in atto.

Purtroppo ci vorrà il suo tempo affinché le decisioni adottate possano tradursi in aiuti, sostegni e spinte alla ripresa economica. Non si tratta di una manna nel deserto, che, peraltro, consentiva solo di sopravvivere al punto da venire a noia degli esigenti e incontentabili beneficiari.

Se le critiche intendono chiedere un auspicabile disboscamento burocratico, sfondano porte aperte sullo storico e gravissimo problema del funzionamento della nostra macchina amministrativa. Se le lamentele riguardano il modo barbaro di legiferare usando un linguaggio incomprensibile e contorto al punto da creare fin dall’inizio una sorta di rigetto nel cittadino medio costretto a rivolgersi agli specialisti del caso per capirci ancora meno, non si può che essere d’accordo nel sottolineare come l’occasione straordinariamente grave potesse rappresentare un interessante banco di prova per avvicinare il linguaggio dei governanti a quello dei governati.

Credo però che si voglia la botte piena, la moglie ubriaca e l’amante brilla: una sorta di bacchetta magica che non è nelle possibilità di qualsiasi politico investito da questa alluvionale emergenza. Ben vengano le critiche, ma quando hanno un filo logico e una motivazione chiara e leale. Fanno quasi ridere o piangere le minacce di scioperi e manifestazioni di piazza per protestare contro la mancata attenzione governativa alle urgenti problematiche del momento.  Era previsto che la situazione potesse deflagrare a livello sociale anche con lo scoppio di veri e propri tumulti. Finora la popolazione ha dimostrato grande senso di responsabilità e molta pazienza: non so fino a quando durerà e speriamo che non sfoci in una maxi rissa sociale alimentata da mestatori nel torbido e da politicanti senza scrupoli.

La critica è il sale della democrazia se rimane all’interno dei canoni del sistema democratico ed istituzionale, il rischio che possa debordare è reale ed estremamente pericoloso. Diamoci quindi una regolata: tutti, dal governo centrale in giù. Il dibattito è troppo ed insistentemente falsato da strumentalizzazioni e pressapochismi. Sono poche le voci che obiettivamente si sforzano di analizzare la situazione e di proporre qualcosa di concreto. Gufare sulle proprie disgrazie è uno squallido espediente polemico, che prima o poi si ritorcerà contro chi ne fa uso. Tutti sono alla spasmodica ricerca di attenzione mediatica: il bue dice cornuto all’asino, se per bue intendiamo i professionisti dell’audience che criticano la pur evidente confusione comunicativa del governo. Viviamo in una società mediatica dove è quasi impossibile fare dell’informazione equilibrata ed anche i governanti cadono nel trappolone. D’altra parte molto spesso i cittadini stessi corrono dietro a chi le spara più grosse: anche gli ebrei nel deserto si lamentavano e sicuramente ci sarà stato chi aizzava le loro proteste, arrivando a far loro rimpiangere il vitto assicurato dalla cattività in Egitto.

Il Parlamento non è stato effettivamente un grande protagonista del dibattito, stretto fra l’urgenza di intervenire da parte del governo e l’urgenza di speculare da parte dell’opposizione. Quando finalmente la discussione è arrivata nelle aule parlamentari abbiamo assistito a indegne gazzarre che fanno male alla democrazia. In effetti il coronavirus intacca anche i polmoni della democrazia costretta ad essere ricoverata in terapia intensiva: speriamo ne esca senza subire danni irreversibili.

 

E pensare che governavano insieme…

Un attacco alla sanità lombarda da parte del deputato M5s Riccardo Ricciardi scatena l’ira della Lega e costringe il presidente Roberto Fico a sospendere la seduta alla Camera durante il dibattito sull’informativa del presidente del Consiglio Conte sulla Fase 2. Contro l’affondo del M5S anche la leader di FdI Meloni, che ha parlato di precisa strategia della maggioranza. Ricciardi ha sostenuto che chi attacca il governo sulle misure anti-Covid “propone il modello Lombardia”.

Grida si sono alzate dai banchi del centrodestra, ma Ricciardi ha insistito: “Lei, signor Presidente del Consiglio, doveva fare come Gallera, che in conferenza stampa si presentava puntuale, e annunciava un ospedale per il quale hanno speso 21 milioni per 25 pazienti”. Un attacco frontale che però non è piaciuto neanche a tutti i parlamentari M5S tra i quali qualcuno parla di “toni eccessivi” da parte di Ricciardi.

Giancarlo Giorgetti, autorevole esponente leghista, uscendo dall’aula ha incontrato il ministro della salute Roberto Speranza: “Tira male, io ve lo dico: qui finisce male. Qualcuno deve metterli in riga perché una roba del genere è inconcepibile, coi morti che ci sono stati…”, dice il numero due della Lega. Speranza ha replicato: “Hai ragione. Che ti devo dire? Hai ragione”, ha detto il ministro della Salute scrollando il capo davanti all’ex sottosegretario leghista.

“Non è stato un attacco ma “un insulto ai lombardi”. É la risposta di Matteo Salvini all’intervento del deputato Ricciardi che ha infiammato l’aula della Camera dopo l’informativa del premier Conte. “Gli rispondo con le parole del professor De Donno, non un politico dunque: ‘lasciateci in pace, lasciateci lavorare, ci è esplosa una bomba in casa’. Questo piccolo uomo, questo ominicchio – ha detto ancora Salvini riferito al deputato M5S – si sciacqui la bocca prima di parlare dei cittadini lombardi e della sanità lombarda”.

Man mano che (forse) l’emergenza sanitaria coronavirus si stempera, almeno nelle impressioni un po’ di tutti, quel minimo di tolleranza reciproca, che aveva faticosamente caratterizzato i rapporti politici, si sta rivelando un fuoco che covava sotto la cenere e che sta incendiando in modo vergognoso il dibattito a livello parlamentare.

Prescindo dal merito della questione della sanità in Lombardia, su cui peraltro ho già fatto qualche riflessione, per puntare sul quadro politico che si sta delineando. Quando due populismi si scontrano non possono che provocare scintille, da cui possono nascere anche pericolosissimi incendi. Allo sbracato e chiaro populismo leghista fa riscontro quello subdolo e malcelato del M5S: si viaggia a colpi di bastone, si gioca allo scaricabarile, si trasforma il Parlamento in un “bar istituzionale” in cui sfogare le proprie ire sul nemico di turno. La pandemia? Colpa della sanità lombarda! L’azione del governo per l’emergenza? Una pletora di messaggi inutili e illusionistici! Questi i reciproci attacchi su cui non si può che litigare di brutto. Ha un bel daffare il presidente della Repubblica nel richiamare tutti al senso di responsabilità, all’unità ed alla collaborazione. La risposta è una bagarre infantile, disgustosa e insopportabile.

E pensare che questi signori, che non si risparmiano colpi sotto la cintura, hanno (s)governato insieme per oltre un anno. Pensiamo se fossero ancora insieme al governo in questo drammatico periodo…ne succederebbero delle belle…Speriamo almeno che la gente veda e si renda conto. Non invidio il partito democratico, peraltro non indenne da difetti e manchevolezze, il quale però deve fare i conti con un alleato che si pone sullo stesso piano populistico dell’opposizione leghista. Non invidio Giuseppe Conte, un premier che deve tribolare parecchio per frenare i bollenti spiriti di coloro che, a suo tempo, lo sono andati a scovare per portarlo a Palazzo Chigi.

L’attuale governo, a detta di tutti gli osservatori, non ha alternative. Ciò non significa che possa galleggiare su un quadro politico in via di progressivo deterioramento. Da una parte la più consistente forza di maggioranza, il M5S, che in preda alla sempre più evidente crisi di identità e di leadership, non rinuncia a cavalcare nei toni e nei contenuti i temi populisticamente più rilevanti, vale a dire l’euroscetticismo, l’immigrazione, il giustizialismo. Dall’altra la meno consistente forza politica, Italia viva, che, in preda al delirio del suo leader, gioca a fare l’ago della (s)bilancia. Aggiungiamoci un livello piuttosto mediocre dei ministri in campo.  Concludiamo il quadro: una opposizione rissosa e distruttiva con cui fare i conti. C’è di che preoccuparsi seriamente, anche perché la situazione in cui viviamo è semplicemente esplosiva sul piano economico e sociale. Attenzione alla tenuta democratica del Paese!

Paradisi fiscali e finanziamenti infernali

Fiat Chrysler Automobile N.V. (FCA), azienda italo-statunitense di diritto olandese, è un produttore multinazionale di autoveicoli, ottavo gruppo automobilistico al mondo per numero di veicoli prodotti. Nata nel 2014 dalla fusione tra l’italiana Fiat S.P.A. e lo statunitense Chrysler Group, fanno parte di FCA parecchi e importanti marchi. La società è quotata sia alla borsa di New York che a quella di Milano.

Prendo la notizia pari-pari dall’Agenzia “QuiFinanza”. Ebbene c’è anche FCA Italy tra le aziende che potrebbero godere della garanzia statale sui prestiti bancari (tramite SACE) per far fronte alla crisi economica scaturita dall’emergenza sanitaria. La notizia è stata anticipata da Milano Finanza e poi ripresa dalle principali agenzie di stampa nazionali e internazionali. E, anche se non ci sono conferme dirette da parte di SACE o della stessa FCA, pare che la pratica sia in una fase avanzata di valutazione.

E, viste le cifre che girano attorno a questa presunta richiesta, la notizia ha destato parecchio scalpore. Secondo le anticipazioni fornite dal quotidiano economico milanese, FCA Italy avrebbe chiesto il massimo consentito dal Dl Liquidità: il 25% del fatturato fatto registrare dalla società lo scorso anno. Tradotto in soldoni, 6.3 miliardi di euro di finanziamenti concessi da Intesa Sanpaolo e un pool di altre banche con lo Stato (attraverso il “braccio operativo” di SACE) che farebbe da garante per l’80% dell’ammontare. Ossia, nel caso in cui FCA Italy non fosse in grado di ripagare il debito, le casse dell’erario potrebbero essere costrette a restituire 5 miliardi di euro alle banche creditrici.

Come detto, sulla faccenda vige il più assoluto riserbo dalle parti in causa (ossia, FCA Italy, Intesa Sanpaolo e SACE), ma, stando alle fonti di Milano Finanza, la richiesta di prestito dalla società del gruppo Exor sarebbe stata avanzata già alcune settimane fa e tutto farebbe supporre che potrebbe ricevere il nulla osta di SACE e del governo. Inoltre, FCA otterrebbe anche una garanzia sull’80% del capitale richiesto anziché sul 70% in considerazione del suo carattere di interesse nazionale.

Nel caso il prestito venisse garantito, però, FCA Italy dovrebbe sottostare ad alcune condizioni imposte dall’Esecutivo. Prima di tutto, non dovrebbe erogare dividendi agli azionisti né per il prossimo anno (previsto da 1,1 miliardi) né per i prossimi anni. Inoltre, non potrebbe effettuare riacquisto di azioni proprie in un momento di andamento ribassista del mercato.

Secondo alcuni analisti, poi, la concessione del prestito con garanzia statale potrebbe avere ricadute anche sul progetto di fusione con i francesi di PSA, la cui definizione dovrebbe arrivare tra circa 12 mesi. Dagli accordi pre-pandemia, agli azionisti FCA sarebbe toccato un maxi-dividendo da 5,5 miliardi straordinario. Che, probabilmente, non potrebbe essere più erogato in caso di accesso al prestito da 6,3 miliardi. La richiesta della branca italiana di Fiat Chrysler Automobiles ha immediatamente provocato una ridda di reazioni non esattamente positive, a livello politico ed economico.

Ho volutamente abbondato nel riferimento testuale alle notizie sull’argomento per capire meglio e per meglio esprimere un mio personale giudizio, provando a non scadere nel moralismo e nel pauperismo. La crisi economica indotta dalla pandemia tocca in modo sensibile il mercato automobilistico e quindi non stupisce più di tanto che una grande azienda protagonista di questo mercato possa soffrire di grosse difficoltà. Per dirla con una battuta velenosa, col coronavirus anche i ricchi piangono. Bisogna poi considerare gli enormi effetti economici e sociali, a livello di indotto e di occupazione, che ha la crisi di un simile colosso, il quale evidentemente sta evidenziando di avere i piedi finanziari d’argilla, anche se la situazione è talmente straordinaria da prescindere da ogni e qualsiasi valutazione sulla sua robusta costituzione, che evidentemente però non è a prova di bomba-coronavirus.

La prima spontanea riflessione è di carattere etico: se nel periodo di vacche grasse uno scappa di casa per andare alla ricerca di migliori condizioni fiscali (per pagare meno tasse, insomma), se recita cioè la parte del “figlio speculatore” (il contrario del figliol prodigo), non è credibile, quando arrivano le vacche magre, e ritorna alla magione per chiedere aiuto, oltre tutto alla sua famiglia d’origine in grosse difficoltà con i restanti figli. Non si può approdare ai cosiddetti paradisi fiscali (l’Olanda nel caso specifico) per poi tornare nel purgatorio nei momenti in cui c’è il rischio di sprofondare nell’inferno. Il discorso dei paradisi fiscali andrebbe una buona volta eliminato a livello Ue, armonizzando seriamente i sistemi tributari nazionali, ma è clamorosamente evidente come vi sia chi salta da una nazione all’altra a seconda delle convenienze del momento: non è giusto e non è accettabile.

La seconda riflessione è di carattere finanziario e riguarda la destinazione degli utili della Fca: si parla di distribuzione di rilevanti dividendi ai soci pur finalizzati ad una certa strategia aziendale. Ebbene, in questo momento mi pare che dovrebbe essere doveroso rivedere questi discorsi: il governo italiano, a cui si chiede di prestare garanzie consistenti e rischiose, ha tutti i motivi per chiedere prioritariamente un impegno a livello di autofinanziamento. Per le società cooperative, dal momento che godono di trattamenti fiscali e finanziari agevolati da parte dello Stato, vige il pesante divieto della distribuzione degli utili ai soci, imponendo l’accantonamento a fondo riserva indivisibile. La Fca non è una cooperativa, ma ha goduto e gode di favori pubblici e se li deve meritare: i soci facciano la loro parte, rinuncino ai dividendi e poi semmai si potrà parlare di prestiti garantiti dallo Stato.

La terza riflessione è di ordine macroeconomico: attenzione a non sopravvalutare il ruolo della grande impresa nello sviluppo socio-economico del nostro sistema, a non appiattirsi sugli interessi confindustriali, a non correre dietro ai poteri forti che vogliono ritrovare forza a spese del governo. Il boom nel secondo dopoguerra, sui cui allori stiamo ancora cullandoci, non lo hanno fatto le grandi imprese, ma lo ha determinato la miriade di piccole imprese, quel tessuto che oggi è messo sempre più a rischio. Nel commercio vige il regime imposto dalla grande distribuzione; nell’artigianato sembra non esserci più spazio per la cultura dei prodotti e servizi tipici; nell’agricoltura dettano le condizioni i mercati dominati dalla grande industria e dalla grande distribuzione; nei consumi vige la più totale delle irrazionalità.

Riaffacciandomi nelle strade, nelle piazze e nei negozi, mi sono accorto di quanta buona volontà, di quanto gusto, di quanto stile, di quanta serietà rimanga nell’operosità di tanta gente appartenete al tessuto connettivo della nostra società. Gli aiuti pubblici devono privilegiare questi canali virtuosi. Sì, piccolo è bello! Grande è molto spesso fuorviante.

 

 

Non basta la buona fede al ministro Bonafede

Ho seguito in modo parziale e frammentario il dibattito al Senato al termine del quale sono state respinte le due mozioni di sfiducia contro il ministro della giustizia Alfonso Bonafede, conseguenti, almeno dal punto di vista temporale, ai contrasti emersi  nei rapporti con i vertici del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e con la scopertura di un altarino di vecchia data, ma tornato d’attualità su impulso di un giudice che si era sentito malamente accantonato dal ministro dopo che gli era stata chiesta la disponibilità a dirigere quel delicato ufficio. Sono venuti a galla dubbi e sospetti sui quali ha marciato l’opposizione, sovrapponendo la tentata e strumentale sputtanata finale ad un percorso di errori e manchevolezze del ministro in questione. Vicenda peraltro molto strana, che non si chiarirà mai, che non era conosciuta e che è tornata improvvisamente d’attualità, rovesciando addosso ad Alfonso Bonafede il pesantissimo sospetto di essere stato “sensibile” o non sufficientemente “insensibile” o comunque condizionato o condizionabile da parte di ambienti e da poteri riconducibili alla mafia o giù di lì.

Credo che il ministro non abbia alcun contatto con il mondo malavitoso, ritengo sia un galantuomo, mi sento di affermare, utilizzando un banale gioco di parole, che il ministro Bonafede sia in totale buona fede. Giudico tardiva, esagerata e per certi versi inspiegabile l’iniziativa del giudice Di Matteo, un impeachment sui generis, volto a portare a galla una vicenda molto probabilmente dovuta ad equivoci ed errori procedurali, ma non a marce indietro causate da condizionamenti malavitosi.

Discorso diverso è il giudizio sull’operato complessivo di questo ministro, piuttosto impreparato, obiettivamente confusionario, pressapochista e inconcludente sui gravi problemi che attanagliano da tempo la giustizia nel nostro Paese. Alfonso Bonafede in questo è figlio più che legittimo del movimento cinque stelle e non a caso è stato eletto per acclamazione a capo delegazione pentastellata e guida quindi la pattuglia ministeriale del M5S all’interno del secondo governo Conte: mostra tutta la corda della sua incompetenza e della sua inesperienza. Non basta velleitariamente sventolare alcune bandiere di lotta alla criminalità per fare la battaglia per la giustizia giusta: si finisce infatti per fare del giustizialismo che fa rima con populismo.

Da questo punto di vista il ministro è poco difendibile, infatti lo hanno dovuto nascondere dietro la lavagna dell’intero governo, facendo balenare il rischio che, se fossero passate le mozioni di sfiducia tutto il governo sarebbe andato in crisi con effetti devastanti sull’attuale situazione politica. E Bonafede si è salvato in corner, incassando una “non sfiducia” assai poco onorevole e soddisfacente. La pentola di diffuso e articolato malcontento, che bolle da parecchio tempo sotto il suo mandato ministeriale, è stata spenta per carità di governo, ma è pronta a ricominciare la bollitura alla prima occasione.

Mi chiedo se sia giusto difendere l’azione di un ministro a prescindere dai suoi meriti e dalle sue manchevolezze, ma mi chiedo anche se sia corretto attaccare di petto l’azione di un ministro prendendo spunto da una vicenda tutta da chiarire e circoscritta nell’area dei sospetti. Anche la nobile e brava Emma Bonino si è lasciata coinvolgere in questa vicenda, pur avendo preso spunto e abilmente affondato il colpo nel merito delle questioni irrisolte e/o mal risolte dal ministro in questione (soprattutto e innanzitutto la vergognosa situazione carceraria).

Una breve sottolineatura merita anche il fatto che chi ha sostenuto in passato la linea delle dimissioni in sede politica sulla base anche del semplice sospetto, quando è venuto il suo turno abbia respinto sdegnosamente i sospetti senza rassegnare le dimissioni. Se il giustizialismo non è giusto, ancor meno lo è se applicato in modo fazioso solo agli avversari politici.

 

I catafalchi alla riscossa

Ad accusare l’esecutivo stavolta non sono i governatori del centrodestra ma il Democratico Vincenzo De Luca. “La Campania non è d’accordo e non ha sottoscritto l’intesa Stato-Regioni che alcuni media presentano come condivisa all’unanimità – dice il governatore -. Su alcune norme di sicurezza generale deve pronunciarsi il ministero della Salute, non è possibile che il Governo scarichi opportunisticamente tutte le decisioni sulle Regioni. Non è accettabile”.

Mettiamoci d’accordo: da una parte si spinge sull’acceleratore dell’autonomia regionale, dall’altra si tira il freno a mano della responsabilità del governo centrale. Non so dar torto agli uni e agli altri. Il discorso del regionalismo è molto delicato: dimenticato per decenni, varato con eccessive speranze ed entusiasmi, cavalcato dai leghisti, frettolosamente pompato dalla sinistra, tuttora forse più vetrina per governatori locali che mostra reale di buongoverno. Massimo Cacciari definisce in modo impietosamente colorito le regioni: catafalchi burocratici.

L’emergenza coronavirus è diventata l’occasione infausta per verificare sul campo la capacità governativa delle regioni: la prova è troppo straordinaria per essere attendibile. Indubbiamente una certa concorrenzialità fra le istituzioni può essere anche positiva se avviene in un quadro chiaro di competenze, altrimenti diventa l’occasione per creare confusione e disorientamento. Non è facile andare d’accordo quando incalzano problemi enormi e, tutto sommato, bisogna riconoscere che c’è stata una certa collaborazione fra governo e regioni, pur con tutti i limiti e i difetti di un sistema alquanto contraddittorio, pur con tutti i rischi di strumentalizzazione politica da parte delle regioni disomogenee rispetto all’attuale governo centrale, pur con tutte le spinte corporative a cui le regioni sono territorialmente più sensibili, pur con tutte le solite contrapposizioni tra il nord propenso a sentirsi primo della classe e il sud tentato dal fare le boccacce da dietro la lavagna in cui si sente relegato.

Occorre rimettere mano all’asseto costituzionale regionale per chiarirlo, razionalizzarlo e definirlo meglio: su molti settori ci sono sovrapposizioni e conflitti latenti a livello di competenze. Il discorso di fondo deve senz’altro essere quello della valorizzazione delle autonomie, garantendo tuttavia equilibrio e solidarietà nei rapporti fra le diverse regioni.

Siamo sempre pronti a criticare giustamente e aspramente l’impostazione egoistica dei rapporti fra gli Stati dell’Unione europea e poi ci pestiamo i piedi fra italiani? Gli Stati del nord-Europa stanno tagliandoci fuori dai circuiti turistici, stipulando accordi con partner appetibili dal punto di vista turistico e meno colpiti dal coronavirus. Una penosa dimostrazione di egoismo nazionale, che porta acqua al mulino dei sovranisti dovunque annidati. Manca più che, a livello itaiano, apriamo un contenzioso delle regioni tra di loro e un conflitto con il governo centrale.

Mio padre diceva con molta gustosa acutezza: «Se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón». Speriamo non succeda, anche perché non c’è proprio niente da ridere e men che meno c’è da litigare veramente. Vincenzo De Luca mi sta molto simpatico per la schiettezza del suo pensiero e del suo parlare: non le manda a dire a nessuno e, tutto sommato, fa bene. Stia però attento a non fare di questa sua qualità una sorta di habitus, buono per tutte le occasioni. A volte è necessario ingoiare qualche rospo sull’altare della collaborazione, anche nell’interesse della sua regione, che non può permettersi il lusso di esibire un primadonnismo tanto provocatorio quanto stucchevole.

A Giuseppe Conte rimproverano di avere velleità autoritarie: mi sembra eccessivo e ingeneroso. Così come mi sembrerebbe assurdo temere che i governatori regionali abbiano la vocazione di fare i dittatori di tanti staterelli liberi di Bananas. Un po’ di ironia non fa male: vediamo che sia solo ironia e non una fotografia dei rapporti istituzionali italiani.

 

 

Gli affetti della mozione

Ogni giorno esce una novità che rende sempre più incerta e inquietante la situazione che stiamo vivendo. Emerge purtroppo che i risultati delle analisi effettuate sui tamponi sono assai discutibili e in molti casi si sono rivelati inattendibili e in netto contrasto con l’evidenza della malattia.

Ciò che preoccupa è l’idea che il tampone possa non essere uno strumento efficace a individuare chi ha il Covid. Un uomo di 41 anni di Chiavari è per esempio deceduto in Liguria lo scorso 27 aprile per Covid anche se il tampone non aveva segnalato alcun contagio. A Taranto 45 pazienti su 100 sono risultati negativi a due tamponi nonostante avessero contratto la malattia.

Nell’ultimo mese e mezzo la Covid-19 Station del 118 di Taranto ha trattato 283 casi sospetti, di cui il 74,2% con sintomi compatibili con la malattia ma negativi sia al tampone che alla Tac, il 13% era positivo sia a tampone che Tac, mentre il 12% è stato positivo alla Tac ma non al tampone. «È evidente che i tamponi possono non rilevare la positività, questo dato emerge dalla nostra esperienza e il numero è decisamente alto – dice Mario Balzanelli, presidente nazionale della Sis, Società Italiana Sistemi, vale a dire la consulta dei dirigenti responsabili delle centrali operative 118, – il che ci induce a ritenere che il numero attuale di positivi alla malattia sia di molto sottostimato. E se circa 50 pazienti su 100 (positivi) sono risultati negativi a due tamponi nonostante avessero la malattia, vuol dire che sfugge alla contabilità dei contagi praticamente la metà degli infetti».

C’è da perderci la testa e da farsi ulteriormente tremare le vene ai polsi. La conclusione che da tempo si era intuita e che, giorno dopo giorno, viene accreditata è che della malattia si conosca ben poco, non esistano certezze sulla diagnosi, dalla cura siamo lontani mille miglia, di vaccino meglio non parlarne. E pensare che la politica si basa sulla scienza: andiamo bene. Siccome la politica è l’arte del possibile sarà meglio relativizzare i mutevoli responsi degli addetti ai lavori, non per svaccarli, ma per utilizzarli con equilibrio.

Non ne faccio una colpa a scienziati, virologi e medici, ma un po’ più di sobrietà e di umiltà non guasterebbe: è inutile dire e disdire con una certa facilità davanti ad un dramma simile. Nel momento in cui finalmente i pubblici poteri sembrano avviare uno screening largo, mirato e monitorato, emergono seri dubbi sull’attendibilità dei test. Così si torna in modo sconfortante, se non disperante, al buio degli inizi. Dobbiamo sicuramente convincerci che la medicina non è una scienza esatta e che bisogna fare i conti con l’incertezza a trecentosessanta gradi.

Più si procede e più si coglie il dramma di una pandemia, che non si sa da che parte prendere. Credo che la relativa e provvisoria conclusione sia quella di farsi guidare tutti, ripeto tutti, dal buon senso e dalla buona volontà, parlando il minimo necessario e remando tutti nella stessa direzione. È poco, ma al momento credo sia tutto. Evitiamo cioè di collocare la pandemia coronavirus a livello di U.c.a.s., ufficio complicazione affari semplici, con l’enorme aggravante che la realtà che stiamo vivendo non è affatto semplice: siamo maestri nel complicare le cose semplici, immaginiamoci quelle difficili. Calma e gesso! Proviamo tutti, ripeto tutti, ad essere seri e a vivere con la testa sulle spalle e il cuore aperto a chi soffre. Non è la mozione degli affetti, ma l’affetto dell’unica mozione possibile.

Fasciarsi la testa di regole prima di cadere nel virus

Come scrive molto acutamente Mauro Barberis su MicroMega “alla pandemia da coronavirus si è aggiunta l’infodemia, l’epidemia d’informazioni allarmistiche, fuorvianti o semplicemente false. In Italia, alla pandemia e all’infodemia s’è aggiunto un terzo flagello. Potremmo chiamarlo burodemia: l’epidemia di burocrazia”. Non voglio girare il coltello nella piaga, ma soltanto prendere atto che esiste una quarta piaga, che chiamerò “regodemia”, vale a dire l’epidemia o bulimia delle regole a cui dovremo sottostare chissà per quanto tempo.

Alla cosiddetta riapertura siamo costretti a pagare il prezzo di una jungla di prescrizioni. Ancor prima di uscire di casa bisogna indossare mascherina e guanti (non ho ancora capito se sia ancora necessaria la dichiarazione d’intenti) e portarsi dietro un flacone di disinfettante e guanti di riserva. Poi viene il bello: tenere comunque le distanze nei confronti di chi si incontra (quanti metri? Non l’ho ancora capito!), per salire in autobus bisogna porre la massima attenzione a dove si mettono i piedi e le mani, per entrare in un negozio bisogna fare la fila tenendosi a debita distanza dagli altri potenziali avventori, una volta dentro il negozio non so cosa succederà, il gestore ci dirà le regole a seconda dei casi. I guanti nel frattempo si saranno sporcati di virus e quindi sarà bene cambiarli previa disinfezione delle mani. Per accedere a certi locali, negozi o uffici occorrerà la prenotazione per poi, in certi casi, sottoporsi alla prova della febbre e ad altre prove del fuoco.

Mi chiedo: si può vivere in questo modo? Stiamo esagerando? Forse si stava meglio quando ci sembrava di stare male, ossia rintanati in casa senza vedere alcuno. Non invidio chi è al lavoro, in fabbrica, in ufficio, in negozio, in laboratorio: altre regole da osservare scrupolosamente. Persino per andare a messa ci saranno norme precise da rispettare. Ci abitueremo, si fa l’abitudine a tutto. Andare in vacanza sarà un problema serio: mancheranno magari i soldi, ma poi cosa succederà in albergo, in spiaggia, in campeggio? Forse sarà meglio stare a casa. Si potrà accendere il condizionatore? Chissà chi lo sa.

Torna di estrema attualità l’approccio di mio padre alle regole esagerate. Entravamo finalmente in una casa nuova dopo tanti anni di vita in una catapecchia. C’era però il rovescio della medaglia: si trattava di un condominio con ben tredici unità immobiliari, mentre eravamo abituati a vivere con un solo coinquilino, peraltro legato a noi da vecchia e consolidata amicizia. Era il prezzo accettabile da pagare alla conquistata modernità. L’approccio alla vita in condominio fu morbido, all’insegna del battutistico buonumore paterno. Alla prima assemblea condominiale mio padre partecipò con ovvia curiosità mista a tradizionale disponibilità al dialogo e alla collaborazione. Si trovò alle prese con un regolamento rigido al limite del carcerario. Ne fu impressionato, ma non si scoraggiò, affrontò la situazione a modo suo, dando subito l’idea a tutti della propria indole. Tra i vari ed articolati divieti esisteva anche quello inerente agli animali domestici: non si potevano tenere cani, gatti, canarini, etc. La mia famiglia non aveva simili abitudini: eravamo stati purtroppo alle prese solo con i topi, che viaggiavano nell’androne delle scale di una casa piuttosto malsana, attirati oltretutto da un confinante magazzino di farina e che, con la loro immanente e invadente presenza, ossessionavano ogni rientro in casa, soprattutto serale.  Mio padre colse al volo l’occasione e chiese, con piglio provocatorio anche se bonario: «A s’ polol tgnir un can ‘d stòppa chi àn regalè a mè fjóla?». Per chi non ha dimestichezza col dialetto parmigiano, preciso che si trattava di un animaletto di pelouche.

Non so se mio padre avrebbe la stessa verve ironica di fronte al diluvio regolamentare anti-coronavirus. Il divertimento, il riposo, le soddisfazioni per lui erano modeste nelle pretese e consistevano in piccole cose. Ricordo le esclamazioni che uscivano dal bagno di casa quando si immergeva nella vasca piena d’acqua calda: “Mo chi gh’é pu siòr che mi? “. Tutto viaggiava all’insegna della semplicità e della spontaneità: “Bizzògna saväros contintär”. Se tanto mi dà tanto, dovrebbe chiedere: «Par via dal virus, a s’ polol far al bagn o ag vol al parmès dal càp dal guèron?».

Io, che sono molto più incontentabile e pessimista di mio padre, totalmente incapace di sdrammatizzare le situazioni, in questi giorni mi sto chiedendo: vale la pena (non) vivere in queste condizioni? Non è che per non morire di coronavirus finiamo col morire asfissiati dalle regole…Non è che per stare distanziati finiamo col restare isolati…Non è che faremo la fine di quel marito che, per schivare gli improperi e le bastonate della moglie, si rifugia sotto il letto. Al reiterato e autoritario invito della moglie ad uscire dal penoso nascondiglio, egli, con un rigurgito di machismo, risponde: «Mi fagh cme no vôja e stag chi!».

 

 

Vincoli o sparpagliati

L’avvio della fase due della battaglia contro il coronavirus ha cominciato a scoprire gli altarini, che durante la prima fase erano coperti dall’emergenza sanitaria ed ospedaliera. Il governo centrale all’inizio è intervenuto pesantemente, al limite della legalità costituzionale, e, in un certo senso, ha unificato drammaticamente le cose che non andavano per affrontarle e rimuovere il clima del “si salvi chi può” trasformandolo in “si salva chi sta in casa”.

Quando si è cominciato a ragionare di riapertura sono venuti a galla i limiti statali. consistenti nello storico, oserei dire ancestrale, vizio burocratico e nella debolezza di una compagine governativa piuttosto raffazzonata e litigiosa, anche se, purtroppo, senza alternativa politicamente seria.

A quel punto le regioni hanno cominciato a scalpitare rivendicando la loro pur confusa autonomia e chiedendo di poter autogestire la riapertura: da una parte il governo centrale ha mostrato la corda rivelandosi incapace di finalizzare e concretizzare i necessari sostegni al sistema economico piegato sulle ginocchia e dall’altra ha dovuto riconoscere che la situazione è a macchia di leopardo e non può essere affrontata con “le grida” di manzoniana memoria.

In questo cambio di marcia sono venute in primo piano le enormi differenze tra le regioni nei loro rapporti tra pubblico e privato, tra politica e società, tra struttura amministrativa e assetto economico. Sono sostanzialmente venuti a confronto due modelli profondamente diversi di società regionale: la Lombardia e l’Emilia-Romagna.

La Lombardia ricalca dal punto di vista ideologico, storico e politico un’impostazione di tipo squisitamente liberista: una sorta di moderno laissez-faire laissez-passer, un principio proprio del liberalismo economico, favorevole al non intervento dello Stato nel sistema economico; secondo questa teoria, l’azione egoistica del singolo cittadino, nella ricerca del proprio benessere, sarebbe infatti sufficiente a garantire la prosperità economica dell’intera società.

L’Emilia-Romagna ha preso invece la piega di una società molto strutturata, governata e controllata di stampo riformista in cui il cittadino è accompagnato nel suo incedere da una sorta di patto tra la rappresentanza dei pubblici poteri e quella delle categorie socio-economiche.

Entrambi i modelli hanno loro pregi e difetti: la Lombardia scantona nella confusione, l’Emilia rischia la paralisi. In un momento come quello attuale l’Emilia, tutto sommato, dimostra di avere una marcia in più. Riesce molto meglio a pilotare la società da una situazione di blocco ad una fase di ripartenza graduale e controllata. Basti pensare ai protocolli stipulati per tempo fra regione e categorie economiche sulla base dei quali ci si avvia a riprendere una certa normalità di vita con l’osservanza di sensate norme di sicurezza.

La Lombardia vuole invece velleitariamente ripartire a tutti i costi senza un quadro di riferimento attendibile e garantista. Nelle due regioni hanno giocato e giocano anche le capacità politiche dei governanti, perché, come sempre, le idee camminano sulle gambe degli uomini. Tuttavia è normale che le situazioni più difficili vengano meglio affrontate in una società strutturata.

Un tempo si diceva che la destra va bene per governare in periodi di floridezza economica, mentre alla sinistra ci si deve affidare nei periodi di ristrettezza economica. Oggi potremmo dire che la destra va bene per lasciar fare alla gente ciò che vuole, fallisce clamorosamente quando alla gente bisogna imporre certi comportamenti virtuosi in senso collettivo. E allora, perché le cose sembrano andar molto meglio in Emilia che in Lombardia, ma anche il destrorso Veneto si sta rivelando all’altezza della situazione? Quando mi è sporadicamente capitato di bazzicare la società veneta, mi sono trovato totalmente in un altro mondo rispetto alla regione in cui vivo da sempre.

Sembra quasi che Luca Zaia, governatore veneto, sottoposto alla mia inquisizione di cui sopra, e da me “torturato” per essere parte della destra leghista, alzando lo sguardo al cielo e giù verso terra e battendo il piede, con animo contemplativo dica: eppur si move; ossia, ancora si muove, intendendo il Veneto del dopo coronavirus.  Rispondo che mi fa molto piacere essere smentito nelle mie banali analisi, anche se l’eccezione conferma la regola e forse le nostre regioni sono tutte un’eccezione: ecco (un altro) perché è così difficile governare l’Italia.

Un fiume di aiuti, ma il mare è lontano

L’ultimo decreto del governo in materia di coronavirus, intitolato al “rilancio”, soffre, come del resto anche i precedenti, di due angustianti e vecchi limiti metodologici: la demenziale farraginosità dello stile legislativo e la scoraggiante rigidità burocratica. Per dirla in modo brutale, non ci si capisce dentro un tubo e, se si capisce qualcosa, sorge immediatamente il dubbio che possa concretizzarsi in tempi e modi ragionevoli ed efficaci. Non si può pretendere di togliere miracolosamente queste barriere, ma la situazione emergenziale imporrebbe comunque uno sforzo notevole a livello di semplificazione e di concretezza. Sarebbe come se a un malato grave il medico imponesse di leggere un trattato sulla sua malattia e gli prescrivesse una terapia complessa e difficile da assorbire e da applicare: il malato nel frattempo potrebbe rischiare anche di morire.

Vorrei però spostarmi dai pur preoccupanti limiti metodologici a considerazioni, seppur di carattere generale, sul merito del provvedimento fiume adottato in questi ultimi giorni. Gira e rigira le critiche più serie e motivate sono riconducibili ad un discorso e ad un interrogativo: siamo in una logica di “rilancio” o di “sostegno”. In teoria i due concetti non sono in contrasto, ma rappresentano comunque due logiche diverse di intervento legislativo. Per continuare nella similitudine sanitaria, siamo ancora nella fase in cui bisogna togliere la febbre rimuovendo l’infezione che la provoca o siamo già nella cura ricostituente che dovrebbe portare il malato sulla via della ripresa?

Non sottovaluterei i numerosi e corposi interventi a sollievo finanziario delle imprese e delle famiglie, che soffrono le ristrettezze conseguenti alla pandemia in modo tale da barcollare nel presente e rischiare grosso nel futuro. Un brodo caldo non può essere l’alimentazione duratura e definitiva per chi vuole recuperare energie, ma può essere comunque di qualche aiuto, soprattutto se il brodo è sostanzioso, come lo sembrano le misure adottate seppure in una logica di pioggia benefica che cade un po’ su tutti.

Basterà? Certamente no, anche se le risorse messe in campo sembrano molto consistenti e dovranno prima o poi trovare copertura di bilancio, pena una bancarotta facilmente intuibile. Molti chiedono maggiori interventi a fondo perduto: sarebbe oltre modo utile, ma alla fine chi pagherà il conto. Non è giusto bloccarsi su questi problemi di copertura finanziaria, ma chi governa dovrà pure pensarci e programmare un certo rientro, seppur graduale, nei canoni di bilancio.

Cosa significa “rilancio”?   Nel gioco del poker è l’atto di chi aumenta, in una delle due fasi fondamentali del gioco, la somma puntata da uno qualsiasi dei giocatori che lo precedono, dopo che si sia pronunciato chi aveva dato inizio al gioco. Nelle aste si tratta di nuova offerta, aumentata rispetto a quella precedente.  Nel linguaggio economico e politico si intende la riproposizione di linee programmatiche e di iniziative accompagnata da modificazioni e miglioramenti intesi a rivalutarle e ad assicurarne l’attuazione. Potremmo immaginare che nel rilancio post-coronavirus ci sia un po’ di tutte queste tre interpretazioni: il rischio che si deve prendere chi vuole giocare fino in fondo, la convinzione di chi vuole raggiungere il risultato, la consapevolezza di dover mettere in campo qualcosa di molto innovativo ed impegnativo.

Molti commentatori fanno riferimento alla fantasia e allo spirito di intrapresa di cui sono dotati gli italiani: basterà aiutarli lasciandoli lavorare? Temo proprio di no. L’esempio del dopo-guerra è significativo, ma non è perfettamente calzante. È infatti relativamente più facile costruire dal nulla che ristrutturare partendo dalle fondamenta. Soprattutto non potremo avvalerci dell’euforia del nuovo boom economico, perché dovranno cambiare molte cose a livello di sistema. Forse dovremo partire dai sacrifici per creare i presupposti della ripartenza. Nel calcio l’azione riparte nella misura in cui si riesce a togliere la palla dai piedi dell’avversario, altrimenti si gioca in difesa e ci si accontenta di non prendere gol. Nel nostro caso stiamo purtroppo perdendo già due a zero e quindi…Per ora siamo nella fase di contenimento, non illudiamoci di poter buttare palla in tribuna e tanto meno di poter sperare nella partita di ritorno che potrebbe non esserci.