Il gerovital per il sistema paese

Era il 07 gennaio 1973. Iniziavo con una certa trepidazione la mia vita professionale: una pila di registri da vidimare finalizzati alla tenuta della contabilità iva, la nuova imposta sul valore aggiunto, che doveva rivoluzionare il nostro sistema fiscale. E di Iva mi occupai per tutta la mia “carriera” in mezzo a bolle, fatture ed autofatture.

Quando entrò in vigore l’iva, fece un certo scalpore l’introduzione di un documento strano, la cosiddetta autofattura, che in certi casi il compratore si vedeva costretto ad emettere al posto del venditore. Un mio simpatico interlocutore, impressionato da questa novità legislativa, quando mi poneva un problema in materia di imposta sul valore aggiunto, finiva col chiedermi in ogni caso: «Co’ disol dotôr, ag fämmiä n’autofatura?». Oggi, al termine degli stati generali dell’economia, si dice che sia giunto il momento per «reinventare l’Italia» perché sia «moderna, sostenibile, inclusiva, verde», ma anche di pensare a misure concrete per far fronte all’emergenza come l’ipotesi di «abbassare un po’ l’Iva». La novità, assai costosa per le casse dello Stato dovrebbe servire a rilanciare i consumi con un occhio particolare ai settori del turismo, della ristorazione, dell’abbigliamento e dell’automobile.

È curioso come l’introduzione dell’iva abbia tenuto, in un certo senso, a battesimo il mio inserimento nel mondo del lavoro ed ora la sua diminuzione diventi un modo per cambiare il mondo dei consumi e segni, anche per me, un cambiamento di vita, se è vero, come è vero, che mi sento una persona diversa in un mondo diverso. Una combinazione, uno scherzo del destino o un segno epocale?

Durante le mie battaglie etiche c’era nel mirino “il consumismo”, un diabolico e perverso meccanismo di distrazione personale e di massa. Oggi me lo ritrovo tra i toccasana per riavviare il motore dell’economia, che ha grippato col coronavirus. Come cambia il mondo! E poi, servirà veramente a ridare fiato alle trombe economiche o saranno solo campane a morto. C’è indubbiamente una forte discrasia tra l’esigenza di rivoltare l’Italia come un calzino e la decisione di mettere una toppa sul vestito vecchio. Prima che l’abito nuovo possa essere confezionato e pronto per l’uso bisogna pure coprirsi in qualche modo, quindi proviamo a ripartire dai consumi, poi si vedrà.

Giuseppe Conte al termine dei tanto chiacchierati stati generali dell’economia ha affermato che l’Italia va rifatta nelle sue infrastrutture, nella burocrazia, nel fisco. Il premier ha riassunto in «tre grandi direttrici» la bozza di idee partorite da 150 incontri in nove giorni. Tre imperativi categorici: modernizzare l’Italia, renderla più inclusiva, compiere una robusta transizione energetica. Non si può certo dire che il premier voli basso. Non si accontenta di un lifting qualsiasi, vuole sottoporre il Paese a una cura di ringiovanimento. Un tempo si parlava di “gerovital” una preparazione farmaceutica sviluppata durante gli anni ’50 e dichiarata a suo tempo come capace di effetti antietà sull’uomo. Durante la sua massima notorietà il Gerovital venne usato da persone del jet set, come John F. Kennedy, Marlene Dietrich, Kirk Douglas e Salvador Dalì.

Speriamo che dalle definizioni roboanti si scenda a programmi concreti. Mio padre non poteva soffrire coloro che le vogliono raccontare grosse, i mistificatori della realtà a tutti i livelli, dalla politica alla più bassa quotidianità. Basti dire che prima di salire su un’automobile guidata da un’altra persona era solito, soprattutto se non la conosceva bene, chiedere provocatoriamente: «Sit bon äd guidär?». L’altro ci rimaneva male e chiedeva il perché di una tale domanda. Al che lui rispondeva candidamente: «Acsí se par cäz sucéda quel a t’podrò dar dal bagolón». Forse porrebbe la stessa domanda, bonariamente provocatoria, a Giuseppe Conte. Speriamo sia in grado di rispondere coi fatti e non a parole.  Perché dei parolai mio padre non voleva saperne: “I pàron coi che all’ostaria con un pcon ad gess in sima la tavla i metton a post tutt; po set ve a vedor a ca’ sova i n’en gnan bon ed far un o con un bicer…”.

 

 

La fretta genera l’errore in ogni cosa

O non capisco niente di politica (cosa piuttosto probabile) oppure c’è qualcuno che ne capisce ancor meno di me. Il partito democratico, se vuole risalire nei consensi e recuperare una identità a livello di sinistra riformista ed europeista, deve avere la pazienza di stare al governo con dignità e serietà, assumendosi la responsabilità di guidare il Paese in un momento drammatico, esprimendo il meglio di sé senza voler strafare, tenendo il dibattito interno a livello costruttivo ed evitando accuratamente polemiche interne ed esterne. Credo sia la faccia del PD che la gente gradisce e preferisce.

Sembrava che la suddetta strada fosse stata imboccata e in via di percorrenza, quando improvvisamente da un personaggio peraltro molto equilibrato e serio come il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, arriva la richiesta di una nuova leadership per il Partito Democratico con tanto di sfida a Nicola Zingaretti, indicando negli amministratori del Pd la riserva in cui andare a cercare il prossimo segretario.

Considerazioni che assomigliano ad una auto-candidatura, se non fosse che lo stesso Gori nega di nutrire ambizioni nazionali e afferma di voler rimanere a Bergamo, o ad un endorsement a favore di Stefano Bonaccini, che però da parte sua ribadisce la sua ferma volontà di collaborare con Zingaretti.

“Se vogliamo incidere e aiutare questo Paese a tirarsi fuori da pasticci serve un altro Pd e forse dagli amministratori arriverà una nuova leadership, ma non sarò io. Da qui ai prossimi quattro anni non sarò io. Però posso dare una mano”. Lo ha detto il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, a un evento organizzato dallo studio Berta, Nembrini, Colombini e Associati e trasmesso in streaming. “Credo che i sindaci e gli amministratori del Pd siano un pezzo di possibile nuova classe dirigente del Paese. Poi chi fa il sindaco – ha continuato – fa il sindaco, non c’è molto tempo per fare altro. Credo ai grandi partiti e credo che i cambiamenti di cui questo Paese ha bisogno non li producano le piccole formazioni politiche con carattere personalistico, ma che servano i grandi partiti popolari. Il Pd ancora lo è, ma vedo molti limiti nella conduzione dell’attuale Pd e per questo mi piacerebbe più concreto, più coinvolto a promuovere le riforme che servirebbero al Paese. E questa cosa deve anche trovare una nuova leadership e lo dico avendo molta simpatia e lealtà nei confronti dell’attuale segretario del Pd”.

Non entro nel merito delle critiche di Gori, peraltro piuttosto condivisibili. Chi non vede una certa qual debolezza nell’attuale leadership piddina? Chi non auspica un Pd più impegnato nelle grandi riforme? Chi non vede la debolezza dell’attuale equilibrio di governo? Chi non vede nei legami con gli amministratori locali la giusta sponda per incardinare territorialmente e concretamente la politica del partito democratico? Cose abbastanza scontate. Non mi sembra però il momento di sollevare simili questioni in modo drastico arrivando a chiedere un congresso straordinario. Oltre tutto, la gente in genere ed anche il potenziale elettorato del PD non capirebbero l’apertura di tale diaspora, mentre il Paese rischia di andare a picco. C’è già chi sta facendo confusione sufficiente e non è il caso che il partito democratico ne aggiunga, magari in buona fede.

Si legge nella Bibbia, nel libro del Qoelet o Ecclesiaste:

“ Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace”.

 

La triste vecchiaia di una toga d’assalto

Antonio Di Pietro si lascia andare ad un giudizio severo sull’operato del Movimento 5 Stelle. Il consiglio che l’ex leader di Italia dei Valori dà ai grillini è diretto: tornare alle origini. “Io capo politico del M5S? Non c’azzecco niente. Ognuno ha il suo tempo e deve avere rispetto del tempo che passa. Il M5S è un movimento che se vuol sopravvivere deve tornare alle origini. Così com’è adesso sembra una Dc, con un parroco di provincia che lo sta amministrando, don Giuseppe (Conte, ndr) che ogni giorno ci propina la sua predica che potremmo andare a sentire la domenica alla messa cantata”. “C’è bisogno – prosegue Antonio Di Pietro, ospite di “Res Publica” su Radio Cusano Tv Italia – di un ritorno alle origini, di riprendere le tematiche che avevano avvicinato l’elettorato. Sotto questo aspetto l’unico che può smuovere le coscienze è Di Battista, l’unico capace di parlare a quel popolo”.

Se mi serviva una ulteriore prova per il mio collaudato giudizio sulla (in)capacità politica di Antonio Di Pietro e sulla inopportunità che i magistrati scendano in politica, mi è stato servito su un piatto d’argento. Considero inaccettabile, superficiale, pressapochista e sciocco il parallelismo tra l’odierna confusione pentastellata e il gioco correntizio nella democrazia cristiana (penso almeno che Di Pietro intendesse questo nel suo sbrigativo giudizio). La DC ha fatto la storia democratica del Paese e non può essere ridotta ad una caricatura, vale a dire un’accozzaglia di uomini alla ricerca del potere, sempre al limite della corruzione: questo ha visto, non senza esagerazioni, nelle sue inchieste, divertendosi un po’ troppo a impersonificare la DC in Arnaldo Forlani, un uomo alla sbarra con tanto di bava alla bocca. Antonio Di Pietro, come tutti i suoi colleghi magistrati, la deve smettere di ritenersi il proto-censore della Repubblica: hanno svolto un compito importante nella moralizzazione della politica, che aveva raggiunto livelli preoccupanti di corruzione, ma le loro inchieste non squalificano tout court un partito come la Democrazia Cristiana.

Quanto ai parroci di provincia e alle messe cantate, sappia che il movimento cattolico ha svolto una funzione culturale e politica di enorme portata in senso democratico seppure con sbavature clericali: non mi faccia quindi la parte dell’insopportabile e anacronistico laicista d’accatto.

Sull’apprezzamento per l’originaria identità popolare del M5S, vorrei tanto che Di Pietro me la spiegasse al di là del “cavalcamento strumentale” della protesta e del goffo e comico tentativo di rappresentare l’antisistema.  Proprio ora che questo inganno viene svelato ci vuole solo il cattivo gusto di Antonio Di Pietro per rivalutarlo e rievocarlo. Se poi la politica italiana a suo giudizio ha bisogno del genio e della sregolatezza di un Di Battista per smuovere le coscienze, vuol proprio dire che, anche per merito di un magistrato come lui, prestato per anni alla politica, siamo caduti molto in basso.

La parabola di pietriana è infine tutta lì a dimostrare come è molto meglio che i magistrati facciano bene il loro mestiere piuttosto che scimmiottare quello degli altri. Per fortuna Antonio Di Pietro afferma: “Io capo politico del M5S? Non c’azzecco niente. Ognuno ha il suo tempo e deve avere rispetto del tempo che passa”. Il problema è che lui non c’azzecca niente non solo con il M5S, ma con la politica in generale. Non è nemmeno capace di fare il notabile, c’è chi lo sa fare molto meglio di lui.

Sono stato un democristiano assai critico verso il partito fino ad uscirne il giorno in cui Forlani ne assunse la segreteria ed iniziò il triste periodo del Caf (Craxi- Andreotti- Forlani), che portò anche alla degenerazione ed istituzionalizzazione di un sistema di potere corrotto e corruttore: ciò non toglie che debba riconoscere i meriti storici di questo grande partito e di reagire a chiunque lo vuole ridurre a fenomeno di bassa lega.

Sul movimento cinque stelle non aggiungo niente, perché ne sto già scrivendo anche troppo: che Di Pietro faccia l’alter ego di Grillo è un’eventualità che non avevo messo in conto e che, tutto sommato, trovo persino divertente.

Ho grande rispetto per la funzione della magistratura e per la sua indipendenza, ne riconosco i meriti, i sacrifici, le coraggiose testimonianze: proprio per questo mi infastidiscono il giustizialismo e la lettura giudiziaria della politica. Non mi piacciono i padreterni con la toga, immaginiamoci i padreterni, che dismessa la toga, si lanciano in politica e, dopo aver mietuto pesanti insuccessi, si atteggiano a coscienza critica. Di cosa lo sanno solo loro.

 

 

La folle guerra estiva dei post-grillini

Uno statista guarda alle prossime generazioni, un politico guarda alle prossime elezioni, i pentastellati guardano al prossimo settembre. Non ho ben capito, ma tutti parlano di settembre come del momento della verità della situazione socio-economica conseguente alle drammatiche vicende della pandemia, che essa stessa a settembre potrebbe riservare qualche spiacevole ulteriore sorpresa (il virus per la verità non aspetta e si è rifatto vivo in Cina, continua a mietere migliaia di vittime in India e Brasile, etc. etc.).

Un tempo si parlava di autunno caldo a livello sindacale, oggi si prefigura un autunno caldo a livello globale, anche se la crisi è già clamorosamente in atto in tutti i suoi aspetti eclatanti e “misteriosi”. L’appuntamento settembrino sembra quindi più un modo di dire che un’effettiva scadenza: i problemi sono già sul tavolo e non vedo il perché si debba aspettare qualche mese prima di affrontarli. La scusa delle ferie non tiene e appare come una rituale e superata scansione di tempi. Spero che governo e parlamento abbiano il buongusto di non andare in ferie, di non chiudere i battenti, c’è ben altro a cui pensare.

Ho introdotto questa leziosa riflessione sui tempi della politica, perché i politologi trovano una plausibile motivazione alla “guerra interna dei grillini” nella preparazione tattica al redde rationem autunnale. Il ragionamento è questo: si scatenerà il finimondo e i pentastellati temono di essere sommersi dai problemi e di andare in ulteriore crisi di consensi, tanto vale prepararsi a prendere le distanze dalle responsabilità di governo, rituffandosi nel recupero dell’identità populista e antisistema alla ricerca della credibilità protestataria. Mentre Beppe Grillo sembra aver sposato la causa governativa e, prima ancora, quella della collocazione nell’area di sinistra dello schieramento, i “dibbattistiani” vogliono recuperare le mani libere per poter cavalcare le piazze in fermento. Resto dell’dea che i contestatori avranno poco spazio e poco successo: qualcuno ipotizza addirittura una scissione, che metterebbe in difficoltà il governo. Gli italiani potrebbero persino apprezzare l’ira funesta del grillino Di Battista che infiniti lutti adducesse al centro-sinistra?

Che la maggior forza parlamentare potesse un bel giorno fare calcoli di questo tipo, forse nemmeno Alcide De Gasperi, autore della distinzione tra statisti e politici, poteva immaginarlo e infatti mi sono permesso all’inizio di parafrasarlo introducendo l’inopinata variabile pentastellata. Al di là degli imbarazzi provocati dalle fangose ipotesi di finanziamenti assai poco trasparenti proveniente dall’estero, da una parte abbiamo la fazione barricadiera del M5S che pensa di salvarsi cavalcando la protesta e rinunciando a governare, dall’altra abbiamo la fazione filo-governativa, che intende rimanere sui banchi di combattimento del governo Conte. In mezzo il presidente del Consiglio che butta gli stati generali dell’economia oltre l’ostacolo, attirandosi le critiche di tutti. Si va dal libro dei sogni all’ennesimo escamotage de “la pubblicità è l’anima della politica”. Il partito democratico tira la giacca a Conte per riportarlo alla politica dei fatti concreti: tutto ancora da stabilire quali siano questi fatti concreti.

Massimo Cacciari, sempre a metà strada tra filosofia e politica, un incrocio piuttosto strano ma interessante, sottolinea, con la sua solita vena tranchant, come il piano presentato da Vittorio Colao con la sua task force sia un documento politico, che scombina il discorso delle competenze. I tecnici infatti dovrebbero essere chiamati a studiare tempi e modi concreti per la fattibilità delle scelte politiche adottate dal governo e non viceversa. Su tutto, a giudizio di Cacciari, regna la più assoluta astrattezza e incompletezza. Le forze politiche di opposizione sono altalenanti tra le smanie barricadiere di Salvini e Meloni e le malcelate velleità filogovernative di Berlusconi; i partiti di governo devono fare i conti con le continue ma imprescindibili incertezze pentastellate. E Conte deve fare i conti con tutti. Speriamo senza tirarla troppo per le lunghe: settembre è troppo lontano. Auguri e governo maschio!

 

I guardiani del destino

Mio padre assistette con malcelata ammirazione ad un summit dei tre zii materni (i cognati pieni di coraggioso spirito imprenditoriale) alle prese con un rischioso affidamento bancario, indispensabile ad uno di essi per poter proseguire l’attività dell’azienda, inizialmente in forte difficoltà finanziaria. Dopo alcune impegnative valutazioni, sbloccò la situazione Bonfiglio, apponendo per primo la firma di garanzia ed accompagnandola con queste parole: “A v’rà dir che s’ l’andrà mäl andremma descälsa tutti”. Mio padre rimase sbalordito da tanta generosità associata a tanto coraggio. D’altra parte lo stesso Bonfiglio era solito esorcizzare il futuro con una delle sue proverbiali battute: “Mäl cla vaga a restarò coi mej äd quand són partì”.

Quando si vuole veramente aiutare qualcuno non ci si mette a fare le pulci ai suoi comportamenti alla ricerca di un motivo per dire di no, che esiste sempre e comunque. Bisogna avere coraggio e spirito di solidarietà, caratteristiche che purtroppo mancano a livello europeo.

Riporto di seguito quanto scrive Alessandro Di Matteo su “la Stampa” al riguardo dello stanziamento e dell’erogazione dei fondi europei in seguito alla pandemia, così come previsto dalla proposta della Commissione ora al vaglio del Consiglio europeo: “L’Italia non intende sprecare i soldi che arriveranno dall’Ue, non si tornerà alle cattive abitudini di un tempo, ma l’Europa non può fare marcia indietro sulla proposta di “Recovery fund” elaborata dalla Commissione. Il premier Giuseppe Conte prova a ribadire i paletti dell’Italia, di fronte all’offensiva dei Paesi “frugali” al Consiglio europeo. La prospettiva di un ridimensionamento dei fondi per aiutare i Paesi in crisi a causa del Coronavirus per palazzo Chigi è inaccettabile e il presidente del Consiglio lo dice chiaramente a margine di una riunione non facile.

I guardiani del rigore, guidati dall’Austria, chiedono che venga ridotta soprattutto la quota di finanziamenti a fondo perduto, da sottoporre comunque a rigidi controlli e condizioni, e di fatto cercano di smontare l’impianto definito dalla Commissione guidata da Ursula Von der Leyen. Un problema enorme per l’Italia, e infatti Conte avverte che la proposta della Commissione «è equa e ben bilanciata. Sarebbe un grave errore scendere al disotto delle risorse finanziarie già indicate».  Risorse che, per l’Italia, dovrebbero ammontare a circa 170 miliardi, di cui quasi la metà a fondo perduto. Soldi indispensabili, che peraltro rischiano di arrivare troppo tardi.

Il governo sa che l’Austria e gli altri paesi che frenano hanno gioco facile a sfruttare la fama poco lusinghiera dell’Italia in materia di efficienza della pubblica amministrazione e di trasparenza della spesa pubblica. Per questo Conte assicura: «Sul fronte interno, l’Italia ha già avviato una consultazione nazionale con tutte le forze politiche, produttive e sociali per elaborare un piano di investimenti e riforme che ci consenta di non ripristinare la situazione pre-Covid 19 ma di migliorare il livello di produttività e di crescita economica». Tradotto, appunto, significa dire: non sprecheremo i soldi che arriveranno, stiamo elaborando un piano serio per usare le risorse in base ad una strategia e mettendo a posto, nel frattempo, le tante cose che non funzionano come dovrebbero”.

Se ogni paese pretende di fare i conti in casa dei propri partner, se si vogliono porre rigidi ostacoli preventivi e consuntivi alla concessione degli aiuti, non si va da nessuna parte, perché si parte col piede della diffidenza e non con quello della solidarietà. L’Italia, come sosteneva giustamente il presidente Sandro Pertini non è né prima né seconda rispetto agli altri Stati. Certamente ha tanti difetti, ma chi non ne ha? Se ci mettiamo ad aprire gli armadi della storia europea, non si salva nessuno.

Ripenso al discorso pronunciato da Alcide De Gasperi alla Conferenza di Pace di Parigi del 10 agosto 1946. L’Italia che si presentava a quella conferenza di fronte alle potenze vincitrici non era solo un Paese in miseria e devastato dal conflitto mondiale, ma anche un Paese portatore di una fama non certo ragguardevole: voltagabbana, incapace di servare i pacta, e per di più anche ex-alleato dei nazisti. Fu grande in quell’occasione il discorso dell’allora presidente del Consiglio De Gasperi, il quale ostentò non la falsa umiltà di chi è costretto a supplicare, bensì quella vera di chi ha fatta propria la convinzione di essere in debito. Un discorso che ha fatto conoscere al mondo quello che probabilmente è stato il più grande statista italiano del ‘900, il simbolo di un’Italia democratica, antifascista, e soprattutto tanto bramosa di riscattarsi.

Auguro a Giuseppe Conte di tenere una simile, umile, dignitosa e decisa posizione. Ammettiamo i nostri errori, accettiamo lezioni da tutti e da nessuno: solo da chi ce le può impartire in modo credibile, serio e costruttivo. Qui si fa l’Europa o rischiamo di morire tutti.  Durante l’incontro con i rappresentanti del governo italiano in vista del Consiglio europeo, Mattarella ha espresso la sua soddisfazione per i passi fatti dal governo. Le posizioni iniziali dell’Italia sugli aiuti per i singoli Paesi per la crisi legata all’emergenza coronavirus sono oggi, ha detto il presidente della Repubblica, “patrimonio comune dell’Europa”, anche se c’è la consapevolezza delle residue difficoltà che vanno ancora superate in sede di negoziato. Come al solito mi sento in perfetta sintonia col presidente della Repubblica. Grazie!

 

Il duetto delle ciliegie

Così scrive su Avvenire Lucia Capuzzi illustrando la situazione dell’Uruguay nella pandemia. “L’hanno sempre soprannominato la “Svizzera dell’America Latina”. Stavolta, però, l’allievo Uruguay ha battuto di gran lunga il maestro. Mentre la Confederazione elvetica ha registrato oltre 34mila casi di Covid, il Paese latinoamericano si è fermato a 847. Non solo. Ancora entro i confini svizzeri si registrano una manciata di contagi al giorno. Dal 4 giugno, invece, l’Uruguay ha raggiunto «quota zero»: nessun nuovo malato segnalato da più di una settimana. Le vittime sono finora ventitré. Certo, si tratta di una nazione piccola e poco popolata: gli abitanti sono 3,5 milioni. In prospettiva, però, il tasso di mortalità è 0,6 ogni 100mila persone, contro il 12,2 del Brasile, il 4,5 del Cile e l’1,1 dell’Argentina, sull’altra riva del Rio de la Plata. Secondo i dati preliminari del ministero della Salute, addirittura, nei primi due mesi di epidemia – dal 13 marzo al 17 maggio – ci sono stati oltre 1.500 decessi in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E la riduzione della mortalità generale sembra proseguire nelle ultime settimane. Il tutto mentre i Paesi vicini – Brasile in testa – affrontano il momento più drammatico della pandemia, di cui il Continente è ormai epicentro, come continua a ripetere l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms)”.

Ho parecchi dubbi che questa eccezione nel Continente americano, epicentro della pandemia, sia dovuta al fatto che il piano sanitario del governo sia stato basato sui test di massa porta a porta (cosa tuttavia che in Italia si doveva fare e non si è fatta) e su campagne di sensibilizzazione e i contagi siano stati ridotti a zero senza lockdown o meglio con un lockdown spontaneistico. Una cosa però mi ha incuriosito: una importante motivazione politica di questo quasi-miracolo uruguayano viene individuata nell’atteggiamento positivo e costruttivo assunto dall’opposizione: nonostante le iniziali perplessità, ha sostenuto il piano sanitario del governo. Perché, come ha spiegato uno dei suoi leader, il senatore Carlos Mahía, «possiamo dividerci sulla politica economica non sulla lotta al virus».

Durante l’informativa parlamentare in vista del Consiglio Ue Giuseppe Conte ha lanciato l’ennesimo appello a tutte le forze politiche: “Bisogna essere uniti”. Ma Fdi diserta e la Lega protesta abbandonando l’aula dopo l’intervento. Il premier auspica un “nuovo modello di sviluppo”, che sarà basato su investimenti pubblici rafforzati dell’Ue. Dà appuntamento a settembre per il Recovery plan dell’Italia. Ma soprattutto, “per non perdere la sfida europea”, Giuseppe Conte chiama al senso di responsabilità tutte le forze politiche: “E’ l’ora di dare prova di coesione anche sul piano nazionale”, dice al culmine della sua informativa alla Camera in vista del consiglio Ue di Bruxelles. Un appello lanciato nel bel mezzo degli Stati generali sull’economia boicottati dall’opposizione. Ma Fdi e Lega alzano un muro anche stavolta: i meloniani disertano l’aula e i salviniani abbandonano dopo l’intervento del primo ministro, protestando contro la decisione di non consentire un voto.

Si è registrato un fatto “tragicomico” all’osteria al Borgo di via Longhena, a Verona: l’incontro tra Matteo Salvini e il governatore del Veneto Luca Zaia per una conferenza stampa in cui si affrontava il delicato tema della chiusura del punto nascite dell’ospedale di Borgo Trento dopo il proliferare di un batterio che sarebbe responsabile della morte di alcuni bambini. Mentre Zaia esprimeva dolore per la drammatica situazione, Matteo Salvini gustava le ciliegie a tavola. La scena non è sfuggita ai presenti e su Twitter il video è stato rilanciato accompagnato da messaggi di critica verso il senatore leghista.

Non voglio fare il moralista e infatti ritengo assai più grave l’ennesimo abbandono polemico delle aule parlamentari rispetto alla scorpacciata di ciliegie. Tuttavia è pur vero che anche l’occhio vuole la sua parte e certamente l’atteggiamento salviniano non depone a favore della sua sensibilità verso i problemi delicatissimi della sanità pubblica.  Fatto sta che l’opposizione si continua a (s)qualificare come rissosa, polemica e impresentabile.

Al solo pensiero che certi politici abbiano potuto rivestire importanti incarichi di governo c’è da mettersi le mani nei capelli. Forse, tutto sommato, è meglio che l’opposizione se ne stia sull’Aventino, considerato il risibile contributo di merito che potrebbe dare e il disgustoso apporto di metodo che potrebbe garantire. Cosa diranno in Europa? Hanno le loro gatte da pelare e non possono inoltre fare i bravi ragazzi, anche perché alcuni Paesi europei flirtano con Lega e FdI, scambiandosi dolci baci e languide carezze “sovranisticamente” parlando. Riuscirebbero i nostri eroi a convincere questi scomodi alleati, riuscirebbero a prestare una sponda utile, facendo la parte del poliziotto cattivo con La Ue? Per ora sanno fare solo la parte dei demagoghi da strapazzo e dei disfattisti coordinati e continuativi. Lasciamo quindi semmai a Silvio Berlusconi il compito di convivere con questi incredibili partner. Se i grillini li voleva mandare a pulire i cessi, a quale alto incarico starà pensando per leghisti e fratelli d’Italia? A meno che alla fine non mandino finalmente lui a fare i cazzi suoi senza rompere i coglioni a noi.

Dove vai se il Grillo non ce l’hai?

Il movimento cinque stelle è sempre più allo sbando per un motivo di fondo. È tramontata la chimera dell’antipolitica: non si può infatti sedere in Parlamento come primo partito, partecipare a governi esprimendo ministri e finanche il presidente del Consiglio e contemporaneamente battere la grancassa della protesta nelle piazze. L’equivoco è durato poco, la gente se ne è accorta e il movimento ha perso gran parte della sua credibilità.

La conversione da partito di protesta a partito di proposta è però molto problematica. È probabilmente ciò che tenta disperatamente di fare Beppe Grillo: dopo aver aizzato la sua creatura contro tutto e tutti, non è facile ricondurla alla ragione e obbligarla a fare scelte politiche. Ha il vantaggio di possedere, seppure in forte calo, un certo carisma. Ho sempre ritenuto che il M5S fosse solo ed unicamente Beppe Grillo, ma è passato un po’ di tempo e i colonnelli, seppure penosi nella loro presunzione di autonomia, fanno fatica a sopportare l’invadenza del generale, seppure detentore e manovratore del consenso popolare.

E allora ecco il probabile scontro tattico, perché di strategia è meglio non parlare. Da una parte Grillo che spinge per collocare il partito nell’area di centro-sinistra, per renderlo europeista, per costringerlo ad operare scelte di campo e di programma, per legarlo alle sorti di Giuseppe Conte e dall’altra parte i Di Maio e i Di Battista tentati dal ritorno alla vocazione primaria dell’antisistema con tutto quel che ne consegue in termini di alleanze, di scelte metodologiche e programmatiche.

E il fluido elettorato pentastellato come la prenderà? Continuerà a sentire il richiamo della foresta grillina o seguirà gli improvvisati traditori del verbo grillino? O manderà tutti a quel paese tornando malinconicamente nel recinto dell’astensionismo e del malpancismo e obbligando gli estemporanei suoi rappresentanti a cambiare mestiere, ripiegando magari sulla pulizia dei cessi di Mediaset (Berlusconi permettendo)? Se devo essere sincero faccio fatica a vedere un’asse politico tra Grillo e Conte, un’alleanza organica tra grillini e piddini doc, un futuro per un M5S in giacca e cravatta. D’altra parte o così o il niente piegato nella carta stagnola dei saputelli d’occasione.

Non so se il fenomeno del grillismo possa considerarsi finito o in via di estinzione. Ho sempre ritenuto che tutto il mal non sia venuto per nuocere, nel senso che il M5S sia riuscito ad intercettare una protesta che avrebbe potuto anche prendere strade piuttosto pericolose, violente e antidemocratiche, ma dopo averla intercettata non è per nulla riuscito a gestirla in positivo all’interno delle istituzioni. Una volta archiviato Grillo, dove potrà finire la patologica e qualunquistica repulsione popolare al sistema dei partiti? A destra c’è chi è ben attrezzato al riguardo ed il mio timore è proprio che tutto il malcontento possa finire nelle grinfie di Salvini e c. Lo sfogatoio grillino tende ad intasarsi e non saranno certo il gatto e la volpe post-grillina (mi riferisco a Di Maio e Di Battista) a riaprire le bocchette.

Fa un po’ sorridere l’idea di Beppe Grillo garante della continuità del movimento, che vuole un direttorio per evitare il rischio di una scissione: il giocattolo gli si sta rompendo fra le mani? L’idea di Giuseppe Conte leader dei grillini mi sembra piuttosto peregrina: è improbabile che un pompiere possa accendere i nuovi fuochi pentastellati. Grillo starebbe blindando i 5 stelle al governo e difenderebbe con le unghie e con i denti il patto col PD: mi chiedo con quale credibilità se non quella di essere un gran furbacchione in grossa difficoltà. Di Battista sconfessato e irriso: il solo fatto di doverlo contrastare la dice lunga sulla debolezza attuale del movimento.  Di Maio in peggio!

Non è eutanasia, è (quasi) razzismo

In quasi completa segretezza, il governo del Quebec ha distribuito a medici e ospedali un protocollo per l’accesso alle terapie intensive che permette, in caso di carenza di letti, di negare un respiratore a una persona affetta da sindrome di Down, Parkinson, Sla o grave disturbo autistico.  Il documento risale al primo aprile, ma l’Amministrazione di centro-destra della provincia francofona canadese – che ha già fatto da apripista sul suicidio assistito – ne ha finora messo a disposizione del pubblico solo una parte, rifiutandosi di pubblicare i criteri di esclusione stabiliti nelle appendici. “Avvenire” ne ha preso visione grazie alla Société Québécoise de la déficience intellectuelle, Sqdi, che ha di recente lanciato una petizione per chiedere al primo ministro François Legault di rivedere il documento. Solo più di due mesi dopo l’entrata in vigore del protocollo, infatti, l’opposizione liberale del Quebec e le associazioni per i diritti dei disabili hanno preso conoscenza dei parametri che permettono a un medico di scegliere a chi dare la precedenza in caso di scarsità di risorse.

Immaginavo che di fatto esistessero e fossero applicate simili procedure selettive, peraltro diventate di estrema attualità con l’emergenza coronavirus, ma vedersele spiattellate in faccia fa una certa impressione. Non entro nel merito dei criteri selettivi e sono perfettamente d’accordo con Anik Larose, direttore esecutivo della Sqdi, che sottolinea come qualsiasi criterio basato sulla valutazione dell’autonomia funzionale di un individuo, come la sua capacità di vestirsi e mangiare da solo, pone importanti questioni etiche e legali. «Indipendentemente dal fatto che si sia o meno in un’emergenza sanitaria, le decisioni cliniche non dovrebbero mai essere prese sulla base di giudizi di valore sull’utilità sociale di un individuo o su pregiudizi sulla sua scarsa qualità della vita», continua. Larose fa notare che una persona con sindrome di Down che ha difficoltà ad articolare le parole o ha limiti motori otterrà un punteggio di fragilità elevato e sarà immediatamente esclusa dalle cure intensive. «Le capacità funzionali delle persone con un disturbo dello spettro autistico sono compromesse, senza ridurre la loro speranza di vita», aggiunge il direttore esecutivo della Federazione dell’autismo del Quebec, Luc Chulak.

Negli Stati Uniti, le organizzazioni per la difesa dei disabili hanno sfidato con successo il protocollo dell’Alabama che negava i respiratori alle persone con ritardo mentale o demenza da moderata a grave. Ma negli Usa restano almeno dieci gli Stati che, in caso di carenza di letti o respiratori, fanno passare «in fondo alla fila» chi necessita di «una maggiore quantità di risorse», o ha ricevuto diagnosi specifiche, fra le quali la demenza.

Il problema purtroppo si pone in conseguenza della inadeguatezza delle risorse rispetto ai bisogni di cura delle persone: una paradossale e inumana quadratura del cerchio. Ma siamo proprio sicuri che le risorse non si possano allargare? Ci rassegniamo a questa macabra contabilità? Rinunciamo in partenza a fare sacrifici a livello sociale e individuale, ad allargare i cordoni di questa tragica borsa?

Molti, soprattutto a livello religioso, si pongono un problema di principio per quanto concerne aborto, eutanasia, procreazione assistita, controllo delle nascite, etc. Niente in confronto della selezione di cui sopra! Tutti i problemi accennati, più o meno, coinvolgono la volontà degli interessati o di persone assai vicine a loro. Nel caso della chiusura dell’assistenza sanitaria invece è la società che determina i criteri in base ai quali una persona deve morire.

Resta poi il problema se sia meglio adottare certe procedure ai limiti della legalità o se sia meglio regolamentarle espressamente. Si dice: è meglio accettare supinamente l’aborto clandestino o tentare di porre precise regole all’aborto? È meglio voltarsi dall’altra parte per non vedere staccare i tubi dell’ossigeno ad un soggetto irreversibilmente vocato ad una sofferenza senza sbocchi oppure prendere la morte per le corna e stabilire quali siano i casi in cui si può morire per decisione del morituro? E così si può discutere con questo approccio su diversi altri problemi: dalla tossicodipendenza agli anticoncezionali del giorno dopo.

C’è però una differenza di fondo tra questi ultimi casi citati e la selezione per l’accesso a certe terapie. Nell’eutanasia e nei casi suddetti si sceglie il minore tra due mali a livello personale e si lascia la scelta prevalentemente al soggetto interessato. Nella negazione delle cure in base a criteri selettivi si sceglie invece di stare sempre e comunque dalla parte del manico, vale a dire di difendere gli equilibri e i meccanismi di un sistema socio-economico, accettandolo come un assoluto intoccabile, capovolgendo la scala dei valori che dovrebbe vedere al primo posto il diritto di vivere.  Non mi si dica che questo discorso dovrebbe valere allo stesso modo per aborto ed eutanasia. Nossignori, sono problematiche assai diverse. Certo, la società deve fare di tutto per evitare il ricorso all’aborto e all’eutanasia, ma, di fronte all’impossibilità di intervenire positivamente ci si può rassegnare a “perdere la battaglia” assieme ai protagonisti del dramma.

Qui invece la battaglia si dà persa in partenza e ci si rassegna nel trovare un modus vivendi che sacrifica certi soggetti deboli sull’altare della continuità sistemica. Non inorridisco, ma mi pongo un serio problema di coscienza. Non mi nascondo cioè dietro i principi, ma accetto di affrontare i problemi a fin di bene e non per difendere il disordine costituito. Termino ricordando di seguito quanto diceva don Andrea Gallo in ordine alle sue condivisibilissime trasgressioni (?).

ABORTO: «Sta’ a sentire, non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una povera donna che si è scoperta incinta, è stata picchiata dal suo sfruttatore per farla abortire o se mi arriva una poveretta reduce da uno stupro, sai cosa faccio? Io, prete, le accompagno all’ospedale per un aborto terapeutico: doloroso e inevitabile. Le regole sono una cosa, la realtà spesso un’altra. Mi sono spiegato?».

MALATI TERMINALI: «Sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa».

Penso che don Gallo, non credo di strumentalizzarlo a posteriori, farebbe invece un grosso passo indietro rispetto ai protocolli del Quebec! Peccato che non ce lo possa dire, ma lo lasciano intendere il suo pensiero e la sua vita.

 

 

Una mattina mi son svegliato e ho fatto un partito

Sono vecchio e molto legato a schemi culturali e politici del passato, quindi faccio fatica a concepire la nascita di partiti a carattere personale e leaderistico. Pretendo cioè un forte radicamento storico e valoriale, una certa tradizione di legami con i cittadini, la formazione graduale e selettiva della classe dirigente, per poter prendere in seria considerazione un partito politico. Purtroppo la storia va in ben altra direzione, si tende a bruciare le tappe, a improvvisare movimenti che sfociano automaticamente e frettolosamente in liste elettorali: se ne vedono le conseguenze, ma l’andazzo sembra essere irreversibile.

Il mio scetticismo vale anche se il personaggio originario è di altissimo livello, figuriamoci se il leader promotore è pur esso un esponente improvvisato e sbrigativamente lanciato nell’agone politico. Con tutto il rispetto e la benevola considerazione ritengo che Giuseppe Conte non abbia la statura per autocandidarsi a leader di una nuova formazione politica a sua dimensione. Se ne sta parlando: per la verità ne stanno discutendo i media; lui non si è finora lasciato scappare parole compromettenti.

Giuseppe Conte è stato letteralmente inventato come presidente del Consiglio dal M5S e, dopo una breve ma difficilissima esperienza quale premier dell’innaturale connubio tra leghisti e grillini, è riuscito, a costo di fare la parte del voltagabbana, a trovare una dignitosa collocazione come guida di un governo assai meno ignobile, ma comunque piuttosto improvvisato e confusionario.

Un conto è riuscire a rimanere in sella governativa usufruendo del generoso appoggio del capo dello Stato, della tattica benevolenza europea e internazionale, del solito peloso ed ammiccante appoggio ecclesiastico, del frastornato consenso della gente in preda al panico, della mancanza di alternative parlamentari al pur precario equilibrio su cui si basa il governo cosiddetto giallo-rosso, altro  discorso è promuovere un partito politico con la sola plausibile velleità di coprire una zona centrale dello schieramento in cerca d’autore.

Tutti parlano di questo fantomatico “centro”, che potrebbe trovare un riferimento interessante nella moderata e controllata verve politica di Giuseppe Conte. L’operazione porta immediatamente a ricordare l’avventura politica di Mario Monti post governo tecnico o di salute pubblica. La situazione è oggi molto diversa, i personaggi non sono confrontabili, i tecnici prestati alla politica, che vogliono diventare politici a tempo pieno, non hanno generalmente molto successo.

Non so cosa dicano i sondaggi relativamente alla nascita del partito di Giuseppe Conte, ma, anche se fossero incoraggianti, non si può partire con una simile avventura politica sulla base della geografia elettorale e di un precario consenso. Occorrono altri presupposti che sinceramente non vedo.

Qualcuno ipotizza l’operazione come salvataggio e riciclaggio in salsa contiana del grillismo svuotato delle piazzaiole e logorate identità populiste. Sarebbe comunque una trasformazione che rischierebbe di non salvare né capra né cavoli. È pur vero che i tempi della politica si sono accorciati di molto, che la politica ha divorziato dai valori di fondo, che tutto si brucia nel giro di qualche mese, che l’opinione pubblica si forma sul web e sotto l’influsso mediatico, che la gente fatica a ragionare di testa e ripiega sulle scelte di pancia, ma tutto penso abbia un limite.

D’altra parte, pur con tutti i limiti e i difetti del caso, gli attuali partiti una certa storia ed un certo radicamento ideale ce l’hanno. La Lega ha una storia (indipendentismo e secessionismo nordista), ha una cultura (liberismo oltranzista), ha un radicamento territoriale (Lombardia e Veneto innanzitutto), ha un rapporto coi cittadini (fatto di esperienze amministrative locali e regionale). Fratelli d’Italia raccoglie la triste eredità culturale del neofascismo, del nazionalismo e del populismo destrorso. Il partito democratico ha fuso (a freddo o a caldo) l’eredità politico-culturale delle sinistre (cattolica, comunista, socialista e ambientalista). Restano fuori da questo discorso storico Forza Italia, partito tipico personalistico e mediatico, il M5S, partito improvvisato dalla protesta antipolitica di Beppe Grillo, Italia viva, partito neonato e uscito dal cappello a cilindro di Matteo Renzi.

In conclusione l’eventuale partito di Giuseppe Conte non avrebbe né i requisiti soggettivi, né quelli oggettivi per scendere in campo a giocare possibilmente non per una sola stagione. La politica, nonostante tutto, è una cosa molto seria e non può essere scritta e interpretata da personaggi improvvisati, che possono anche strappare l’applauso del momento, ma che a lungo andare creano solo confusione di idee e programmi. Auguro a Giuseppe Conte di continuare, al meglio possibile, l’attuale ruolo nell’interesse suo e soprattutto del Paese che è chiamato a governare. Il resto lo valuti molto attentamente nell’interesse suo e soprattutto del Paese.

Tra il programmare e il concertare c’è di mezzo…il governo Conte

Gli Stati generali, nella Francia prerivoluzionaria, erano l’assemblea generale dei rappresentanti dei tre ordini o stati, cioè il clero, la nobiltà e il terzo stato. Gli S.g. furono convocati per la prima volta da Filippo il Bello (1302); a partire dal 1484 ottennero di essere convocati periodicamente e di intervenire nella deliberazione e ripartizione delle imposte. Dopo il 1614 una nuova convocazione, che fu anche l’ultima, ebbe luogo nel 1789, e portò alla trasformazione degli S.g. in Assemblea nazionale costituente. Le elezioni dei rappresentanti agli S.g. procedevano attraverso una prima designazione di elettori locali (mediante gli Stati provinciali), i quali si riunivano nel capoluogo, elaboravano i cahiers de doléances ed eleggevano i deputati all’Assemblea generale. Durante la convocazione, i tre ordini si riunivano separatamente per redigere un cahier unico basato su quelli provinciali, e un solo deputato per ogni stato parlava nell’Assemblea generale.

Ho esordito con questo preciso richiamo storico perché ritengo che la storia abbia sempre qualcosa da insegnarci e perché dovremmo usare le parole conoscendo il loro preciso significato. Il governo in questi giorni ha convocato gli Stati generali dell’economia e intorno a questa iniziativa si sta facendo un gran baccano: c’è chi ironizza sulla presuntuosa ed ampollosa iniziativa lasciando intendere che finirà in un nulla di fatto; c’è chi ascrive questa iniziativa alla smania di protagonismo del premier Giuseppe Conte; c’è chi la vede come il tentativo di buttare fumo negli occhi a chi aspetta quel qualcosa di concreto che tarda ad arrivare; c’è chi teme la dispersiva e inconcludente elencazione di temi e problemi nel solito libro dei sogni; c’è chi la considera un’edizione riveduta e scorretta di precedenti esperienze politiche; c’è chi la snobba per timore che possa fare il gioco dell’attuale maggioranza di governo o addirittura del movimento cinque stelle alla ricerca di un difficile rilancio in chiave elettoralistica.

Tutte le critiche, seppure aprioristiche, debbono essere considerate anche perché possono evitare qualche pericoloso scivolone in corso d’opera. All’inizio si è voluto dare all’Europa l’idea che l’Italia stia facendo sul serio e voglia mettersi in grado di utilizzare al meglio gli aiuti che le verranno forniti. Poi non ho idea di come si svolgeranno e articoleranno i lavori. La scommessa è molto forte, l’occasione è irripetibile, la situazione è drammatica. Torno di seguito a fare i conti con la storia.

Il primo centro-sinistra, negli anni sessanta del secolo scorso, varò l’idea della programmazione economica. Per programmazione economica si intende il complesso degli interventi dello Stato nell’economia, realizzati spesso sulla base di un piano pluriennale (in questo senso il termine si alterna, nell’uso, con pianificazione). Nella terminologia corrente, e anche da parte di alcuni studiosi, si è però soliti distinguere tra pianificazione e programmazione, tra piano e programma, riferendosi con il primo termine ai paesi socialisti e con il secondo ai paesi a economia di mercato. Il centro sinistra ebbe tra i suoi punti più rilevanti appunto la realizzazione di un progetto di programmazione economica, che tuttavia ebbe ben pochi riscontri concreti, perché si rivelò una prospettiva sproporzionata rispetto alle possibilità di intervento politico in un sistema capitalistico seppure vissuto in chiave riformista.

La concertazione è l’attività con cui il governo e le parti sociali, negli anni novanta sempre del secolo scorso, dopo aver fissato di comune accordo degli obiettivi condivisi, si adoperarono per individuare strumenti e percorsi utili al loro raggiungimento. Con concertazione si indica dunque il metodo della partecipazione delle grandi organizzazioni collettive degli interessi a percorsi decisionali pubblici in materia di politica economica e sociale.

Faccio di seguito riferimento a quanto ha scritto il sindacalista Raffaele Bonanni su questo passaggio storico molto importante e significativo. “Ciampi è stato il Presidente del Consiglio della concertazione triangolare: tra il Governo, le associazioni degli imprenditori e quelle dei lavoratori. Era il tempo di Tangentopoli e appena l’anno prima avevamo vissuto quel terribile 1992 che aveva fatto saltare interamente il sistema politico in uno scenario che ancora oggi presenta cupi interrogativi. Le istituzioni e le regole della democrazia richiedevano profonde modificazioni. La situazione economica era grave e welfare e spesa pubblica avevano bisogno di drastici tagli per alleviare le forti sofferenze del bilancio dello Stato. Il rischio di non rispettare il Trattato di Maastricht era altissimo con pesi sociali ed economici conseguenti non sopportabili. Il 23 luglio del 1993 si giunse, però, a un accordo di concertazione, frutto dell’azione comune e condivisa tra i soggetti istituzionali e sociali: un accordo voluto fortemente da Ciampi. Si arrivò a disegnare un quadro di riferimento per il contenimento della spesa pubblica, una importante ristrutturazione del welfare, una politica di contenimento delle tariffe pubbliche, in cambio di contratti collettivi che puntassero agli aumenti salariali attraverso la crescita di produttività e venissero protetti attraverso il ricalcolo a valle di ciò che era stato eroso dalla inflazione. In un momento così drammatico, Ciampi ricercò l’unità del Paese, offrendo a tutti un orizzonte comune. Egli partiva dalla convinzione che nei momenti gravi della comunità nazionale, i soggetti collettivi – istituzionali e civili – devono mettere da parte le differenti valutazioni, gli antagonismi, gli interessi divergenti e darsi soluzioni comuni attraverso il dialogo e la progettazione unitaria sul da farsi. Soprattutto la classe dirigente, in luogo di contrapposizioni continue e ricerca di soluzioni miracolose, farebbe bene a trarre spunto dallo spirito repubblicano di quella esperienza. Nei momenti cruciali per le sorti dell’Italia le soluzioni si trovano insieme: il potere politico, le parti sociali e le aggregazioni civili più considerevoli”.

Sarebbe più che opportuno che l’attuale compagine governativa desse una rispolverata a questi passaggi storici. La situazione odierna renderebbe più che necessario il ricorso, non tout court e con tutti gli adeguamenti del caso, alle metodologie di cui sopra: programmare e concertare sono due verbi che dovrebbero consentire di varare i grandi progetti di riforma e di rilancio di cui tutti parlano e che la Ue aspetta prima di sganciare i miliardi di euro che sembra intenzionata a stanziare. Non c’è molto tempo per discutere, occorre fare presto anche se presto e bene stanno male insieme. Non c’è niente da gufare e niente da enfatizzare e/o da celebrare, bisogna lavorare con grande serietà ed alacrità. Speriamo bene…