Le donne e i cani in moschea

Stando al bel reportage del mensile Jesus, nel Kosovo, il più giovane Stato d’Europa, i leader religiosi hanno deciso di invertire la rotta: cento mualime, predicatrici femminili dell’Islam, si adoperano come guide spirituali e con le altre donne discutono di diritti e di Corano. Per consuetudine, le donne islamiche dovrebbero pregare a casa e non in moschea, ma in Kosovo le autorità religiose stanno contrastando questa tendenza, promuovendo la presenza di donne come insegnanti spirituali nelle moschee. La decisione di incoraggiare la presenza delle donne nelle moschee rivelerebbe un modo per rendere l’approccio del Kosovo all’Islam più equilibrato, in un momento storico in cui la fede coranica è percepita come opprimente nei confronti delle donne e di tutta la società. Infatti sembra che il discorso femminile faccia da detonatore a tutta una serie di novità culturali, miranti all’evoluzione dell’intera società condizionata dall’interpretazione ed applicazione retrograda della fede islamica.

In Iran un religioso ha denunciato due donne perché portavano a passeggio i cani e loro lo hanno aggredito. Dal gennaio scorso Teheran ha deciso di attuare una dura repressione verso tutti i proprietari di cani, imponendo una serie di regole per vietare la presenza degli animali domestici in ogni spazio pubblico della capitale dell’Iran. Un divieto giustificato per le autorità dal fatto che i cani “creano paura e ansia” tra i cittadini, ma in realtà i cani vengono considerati “sporchi” e un “simbolo della politica filo-occidentale della monarchia estromessa”. Si tratta di un portato della Rivoluzione Islamica del 1979. A prescindere dal merito della questione canina e dalla reazione violenta delle donne di cui sopra, fa piacere notare come un tabù più o meno riconducibile all’Islam tradizionale sia messo in discussione proprio dalle donne.

Sono da sempre convinto che i Paesi arabi, soprattutto quelli a forte incidenza islamica, troveranno un loro riscatto democratico solo se le donne sapranno diventare protagoniste sociali e non si accontenteranno del ruolo matriarcale all’interno della famiglia e della casa. Ricordo di avere partecipato, molti anni or sono, all’assemblea di una cooperativa agricola situata in una zona montana del nostro appennino. Mi stupì l’attenta e folta presenza di donne in un ambiente ancora piuttosto maschilista. Mi spiegarono che il fatto era conseguenza del faticoso lavoro delle donne, a cui veniva delegata la gestione delle stalle, mentre i mariti si dedicavano ad altre attività (si potrebbe fare un po’ di ironia al riguardo rilevando in questa apparente e positiva novità partecipativa un trucco maschilista per scaricare fatica e responsabilità sulle donne con la riserva mentale di dominare comunque il resto delle aziende e della società).

Resta comunque il fatto che se le donne hanno il coraggio di uscire di casa, vuoi per lavorare, vuoi per pregare, vuoi per portare a passeggio i cani, la religione, la cultura e l’assetto sociale possono fare un virtuoso balzo in avanti. Il discorso femminile è il termometro per misurare la febbre (in)civile delle diverse società e dei diversi sistemi politici. In pratica tutte le società trovano purtroppo un filo in comune nella violenza contro le donne e di conseguenza la loro evoluzione positiva dovrebbe basarsi sulla emancipazione femminile.

La portata della questione femminile e sessuale è veramente grande e decisiva nella nostra cultura, ma anche e soprattutto in quella islamica, non solo quella dei fanatici fondamentalisti, ma di tutto l’Islam a cominciare dai cosiddetti musulmani moderati: la loro moderazione vuol dire rispetto per la donna, la sua dignità, il suo ruolo, la sua persona, la sua libertà? Se sì, dopo esserci dati anche noi una bella e sana regolata in materia, possiamo ragionare e percorrere un tratto di strada insieme; se no, tutto diventa un ipocrita gioco delle parti e diventeranno retoriche le domande seguenti. Basterà ai musulmani scendere in piazza per cambiare drasticamente l’atteggiamento pseudo-religioso e anti-culturale verso il mondo femminile? Cosa vorrà dire il fatto che in Kosovo ci sono donne impegnate in un progetto di secolarizzazione? Cosa significherà la reazione anche violenta delle donne iraniane al divieto di tenere al proprio fianco un cane? Cosa potrà dirci il fatto che a Ventimiglia una donna musulmana, entrando in chiesa, si sia tolta il velo in segno di rispetto, pur soffrendo quando cammina per strada e la chiamano terrorista? Che portata potrà avere l’ingresso delle donne in moschea? Sarà importante per le donne islamiche avere il diritto di nascondersi in tutto o in parte sotto un velo quasi a sottrarsi dal manifestare apertamente la loro corporeità femminile?

Le donne tutte, quelle musulmane, quelle cristiane, quelle ebree, quelle atee, non si illudano di ottenere diritti per gentile concessione, ma soltanto con lotte pacifiche, ma decise e coinvolgenti. Il mondo non cambia senza la protesta, la proposta e la partecipazione femminile. Riflettiamo gente…sapendo comunque che il “nuovo” viene dalle donne. Lo sapeva prima e più di noi Gesù di Nazaret.

 

Tra populismo religioso e cultura evangelica

Circola un’analisi di stampo manicheo, con qualche fondamento di verità, sul rapporto tra cattolici e politica in questa fase storica italiana e, in un certo senso, europea ed internazionale. In base ad una approssimativa e schematica descrizione, il mondo cattolico italiano sarebbe diviso fra simpatie populistiche filo-leghiste e fermenti culturali democratici, critici verso i partiti dell’attuale sinistra, ma comunque collocabili culturalmente in quell’area di riferimento. In mezzo, spettatrice assai interessata, la gerarchia cattolica che, come si usa dire, “la darebbe su” all’alleanza pentapiddina in chiave antileghista.

In buona sostanza l’impalpabile e incalcolabile mondo cattolico sarebbe tentato, a livello di base, da una destra strumentalmente schierata in difesa dell’identità cattolica e delle sue tradizioni etiche e culturali, fuorviato dall’egoismo nazionalista truccato dalla simbologia religiosa e impastato con una socialità neo-fascista. Le avanguardie più sensibili e storicamente avvedute starebbero invece borbottando di una profonda riscoperta dei valori cristiani incarnati nella politica, rilanciata criticamente nell’area del centro-sinistra. La gerarchia, assai più pragmatica e immediata, senza immischiarsi troppo nell’agone politico e nel dibattito culturale a monte di esso, si accontenterebbe al momento di appoggiare silenziosamente il nuovo equilibrio Pd-Cinquestelle, rilasciando una cambiale in grigio al premier Giuseppe Conte di estrazione cattolica.

Non so quanta convinzione esista nella base cattolica innamorata della Lega e frastornata dai rosari e dai crocefissi salviniani: si dice che, soprattutto in certe aree del nord, con l’assenso del “basso clero”, questo innamoramento sia piuttosto consistente in termini culturali (?) e numerici. Se e in quanto esista questo fenomeno, lo vedo con grande preoccupazione in base a sciagurati parallelismi storici (il fascismo prima e il berlusconismo poi) e facendo i debiti scongiuri di tipo evangelico. Non credo abbia grande consistenza, ma vada nel segno di un ragionamento che purtroppo è ancora di moda. È questa la mia angoscia: l’attenzione dei cattolici verso una deriva destrorsa, che col Vangelo c’entra come i cavoli a merenda. In un certo senso mi disturba molto meno l’(im)previsto assist al leader della Lega da parte del cardinal Ruini, il quale in un’intervista al Corriere della Sera, in mezzo a critiche alla linea di Bergoglio, in dissenso sulle conclusioni del recente sinodo in materia di delibato sacerdotale, con la solita prudenza al limite della ignavia in materia politica, trova il modo di sdoganare Matteo Salvini: «Non condivido l’immagine tutta negativa che viene proposta in alcuni ambienti. Penso che abbia notevoli prospettive davanti a sé; e che però abbia bisogno di maturare sotto vari aspetti. Il dialogo con lui mi sembra piuttosto doveroso, anche se personalmente non lo conosco e quindi il mio discorso rimane un po’ astratto. Sui migranti vale per Salvini, come per ciascuno di noi, la parola del Vangelo sull’amore del prossimo; senza per questo sottovalutare i problemi che oggi le migrazioni comportano».

La Chiesa può essere considerata da due punti di vista. Se la viviamo come istituzione fine a se stessa, legata alla sua tradizione ed alla gerarchia che la governa, dobbiamo concludere che essa possa purtroppo essere di destra, nel senso della conservazione del potere e dei suoi meccanismi. Se invece la intendiamo come comunità che vive sulla base del Vangelo, la dobbiamo interpretare come autentica spina nel fianco del potere e come alleata ante litteram di tutte le povertà ed emarginazioni, impegnata nel combatterle promuovendo un impegno politico ad hoc.

Se tanti cattolici si schierano in difesa di una Chiesa clericale e conservatrice vuol dire che il Vangelo serve solo a condire le adunate liturgiche. Don Andrea Gallo fu chiamato a rapporto in Vaticano e si difese affermando di applicare il dettato evangelico, niente di più e niente di meno. Il cardinale che lo stava esaminando gli rispose: “Se la metti su questo piano…”. Al che il pretaccio ribatté ironicamente: “E dove la devo mettere?”. La risposta di certo clero, oserei dire di stampo trumpiano, è che abbiamo i nostri poveri e ci bastano. Tutto (non) torna.

Spero che i fermenti culturali di cui tanto si parla e poco si capisce servano a spostare il discorso da questa deriva pseudo-sociologica ad una crescita culturale a livello di ispirazione e di scelte. Non mi sembra assolutamente il caso di vagheggiare nuovi partiti cattolici o correnti cattoliche all’interno dei partiti di sinistra. Bisogna trovare modi e spazi di testimonianza cristiana a livello sociale e politico chiamando a raccolta le prime linee impegnate e protagoniste in senso progressista e aperturista. Dirlo è facile, farlo è molto difficile. Non aspettiamoci che queste novità possano scendere dall’alto di una parte della gerarchia pur intelligente e sciacquata nell’Arno dell’attuale papato. Chi debba muoversi non so, le coscienze lo impongono, le volontà debbono essere trovate, le idee non mancano. Ai rosari branditi sulle piazze bisogna contrapporre il Vangelo testimoniato e tradotto nelle pillole della politica.

Dopo un muro, tanti muri

Più che di retoriche celebrazioni l’anniversario dell’abbattimento del muro di Berlino ha bisogno di profonde riflessioni. Parto da un brevissimo accenno storico, per ricordare in modo oggettivo e non sentimentale la triste realtà che ha caratterizzato per tanti anni l’assetto mondiale dopo la seconda guerra mondiale: dalla immensa e cruenta tragedia del conflitto alla tacita e sepolcrale tragedia della pace.

Il Muro di Berlino era un sistema di fortificazioni fatto costruire dal governo della Germania Est (Repubblica Democratica Tedesca, filo-sovietica) per impedire la libera circolazione delle persone tra il territorio della Germania Est e Berlino Ovest (Repubblica Federale di Germania). È stato considerato il simbolo della cortina di ferro, linea di confine europea tra le zone controllate da Francia, Regno Unito e USA e quella sovietica, durante la guerra fredda. Il muro, che circondava Berlino Ovest, ha diviso in due la città di Berlino per 28 anni, dal 13 agosto del 1961 fino al 9 novembre 1989, giorno in cui il governo tedesco-orientale si vide costretto a decretare la riapertura delle frontiere con la repubblica federale.

Ricordo quei giorni del 1989 e anni successivi, durante i quali cadevano come birilli i regimi comunisti dell’est europeo: ero contento, finiva un’epoca di mera “non guerra” e speravo iniziasse un’era di vera libertà e pace.  Non è stato purtroppo così. È crollato l’impero sovietico sostituito strada facendo dal più piccolo ma ancor più subdolamente mafioso impero russo, sfociato nel putinismo dei giorni nostri. I Paesi satelliti dell’URSS, liberati dal giogo sovietico e dal regime comunista, si sono impantanati in una frettolosa transizione verso la democrazia ed il capitalismo, allargando, se possibile, le loro miserie economiche e aderendo ai peggiori difetti del sistema occidentale. Verrebbe da dire, con un po’ di esagerazione, passando dalla padella alla brace. Il tutto espresso all’epoca da una profetica vignetta di Forattini: si allontanavano festanti dalle macerie politiche del muro di Berlino e si incamminavano titubanti verso le asprezze etiche del capitalismo, emblematicamente fissate nelle siringhe utilizzate dai tossicodipendenti. Barattavano pezzi di cemento antidemocratico con strumenti di evasione mortifera.  Siamo ancora nel pieno di questa transizione, anche perché la frettolosa adesione di questi Paesi ex-comunisti alla UE non ha fatto altro che far esplodere ulteriormente le contraddizioni reazionarie del post-comunismo. L’Occidente non è stato capace di accompagnarli sul difficile cammino della conversione ed è addirittura arrivato, con la presidenza americana di Donald Trump, a cavalcarne i peggiori istinti egoistici e nazionalistici.

Il muro di Berlino piano piano è stato sostituito dai muri reali e virtuali della nostra epoca, che globalizza le economie e localizza le democrazie. L’americano Trump costruisce un vergognoso muro divisorio verso il Messico in chiave anti-migratoria; gli inguardabili ungheresi ne hanno costruiti ben due, uno verso la Serbia e uno verso la Croazia, per difendersi dall’arrivo dei migranti; Matteo Salvini ha piantato i muri nel mar Mediterraneo nell’illusoria e incivile difesa delle nostre coste contro l’invasione dei migranti del mare. Potremmo continuare nell’inventario delle tragicomiche chiusure ermetiche approntate da un falso ed egoistico concetto di benessere. In buona sostanza alla divisione del mondo in blocchi contrapposti stiamo sostituendo la divisione in tanti blocchetti: della serie “piccolo è bello”.

Abbandoniamo quindi ogni e qualsiasi enfasi trionfalistica: è caduto il muro di Berlino, ma le sue macerie non sono servite per costruire equilibri sostanzialmente diversi. Siamo avvitati su noi stessi, in attesa che scoppino guerre ora qua ora là, ora combattute militarmente, ora, come del resto sempre succede, basate su sporchi e camuffati interessi economici, ora dipinte di sovranismo e populismo. Facciamo il rovescio della vignetta di Forattini: voltiamoci indietro e accorgiamoci che stiamo tornando, con piantate nelle braccia le siringhe dell’egoismo e della paura, né più né meno alle macerie del muro, interpretando nel peggiore dei modi la storica affermazione di Kennedy: “Siamo tutti berlinesi”.

 

Emilia, addio. Come m’ardon le ciglia! È presagio di pianto.

Da funzionario, professionalmente e motivatamente impegnato nel movimento cooperativo di ispirazione cristiana, avevo l’opportunità di partecipare a convegni nazionali in cui erano presenti dirigenti cooperativi provenienti da tutte le regioni italiane. Gli emiliani, a livello espositivo e propositivo, facevano la parte del leone e talora finivano con l’infastidire i colleghi del resto d’Italia: sembrava che volessero fare i primi della classe, mentre in realtà non li volevano fare, ma li erano veramente ed erano disposti a comunicare le loro esperienze. L’Emilia-Romagna è una regione all’avanguardia non soltanto nel settore cooperativo, ma in quasi tutti i settori, in essa trovano una buona combinazione i rapporti tra un pubblico forse troppo invadente ed un privato forse troppo strutturato. Ne è uscita una situazione nel tempo sempre più lussuosamente burocratizzata e imbalsamata. Il punto di forza sta paradossalmente diventando un punto di debolezza facilmente aggredibile da chi predica liberalizzazione spinta al limite dell’anarchia.

In un bel pezzo di Fabio Martini su “La stampa” si commenta l’attuale situazione politica emiliana alla luce delle indiscrezioni emergenti da un sondaggio del partito democratico top-secret, ma che, come tutte le cose segrete, è conosciuto soltanto da donne, uomini e ragazzi/e (chiedo scusa se mi limito, nella battuta, al gender biologico e non culturale). In vista delle elezioni regionali del prossimo gennaio, il centro-destra avrebbe un vantaggio oscillante fra i 5 e i 7 punti sul centro-sinistra, mentre più equilibrato sarebbe il rapporto tra i due candidati-presidenti, l’uscente Stefano Bonaccini e la sfidante, la leghista Lucia Borgonzoni.

La prospettiva di queste elezioni tiene banco nel dibattito politico e la conseguente sfida sarebbe decisiva per il futuro del governo Conte II e della segreteria Pd di Nicola Zingaretti. A detta di tutti i commentatori, sarebbe un disastro per il centro-sinistra, in particolare per il Pd, perdere la roccaforte emiliana.

Il partito democratico sta affilando le sue armi. Innanzitutto conta sull’effetto-Bonaccini, il quale dice della sua amministrazione: «In 5 anni abbiamo fatto tanto, siamo la Regione prima per crescita e la disoccupazione è scesa sotto il 5 per cento». In secondo luogo può contare sull’appoggio di una lista civica, che coinvolge 200 sindaci, alcuni dei quali di centro-destra. Poi Bonaccini avrebbe il sostegno di Confindustria e della Fiom. Inoltre avrebbe la spinta proveniente da importanti personaggi: Romano Prodi, Pierluigi Bersani, Vasco Errani, Virginio Merola. Infine la sinistra farà appello al “sentimento”, punterà sul richiamo della foresta, trasformerà l’Emilia-Romagna in una sorta di Diga, di baluardo contro l’avanzata di Salvini. Romano Prodi confida: «Il centro-sinistra ha amministrato bene e questo in tempi ordinari di solito basta. In tempi ordinari».

Mi permetto di buttare una secchiata di acqua gelida sulle speranze e sugli entusiasmi della sinistra. Come ho scritto all’inizio i buoni risultati amministrativi non bastano a chiosare l’analisi socio-economica regionale: c’è quell’immagine burocratica, proveniente soprattutto dal lontano partito comunista, che rischia di rovinare la piazza. “I daviz jen cme j’insònni”, siamo d’accordo, ma l’impressione sulla società emiliana rigidamente politicizzata e bloccata è assai viva e, peraltro, non è nemmeno del tutto destituita di fondamento.

Il consenso a livello verticistico di sindaci, esponenti sindacali, personaggi politici non importa più di tanto: la gente non ascolta nessuno, ragiona con la propria testa e fin qui non ci sarebbe niente di male, anzi. Purtroppo però è influenzata e fuorviata dalle paure e dalle illusioni scientificamente propalate da una destra vuota e rissosa, ma efficace nella raccolta del consenso.

I sentimenti non tengono più. Personalmente non voterei a destra nemmeno se la sinistra candidasse un redivivo Adolph Hitler. Ma il sottoscritto non fa testo e i richiami alla storia ed alla tradizione influiscono pochissimo su un elettorato confuso e stralunato. Anche l’appello alla diga antifascista potrebbe rivelarsi un boomerang. E allora? Non voglio certamente fare l’uccello del malaugurio, ma la vedo molto dura per la sinistra emiliana. Personalmente scaricherei dalle elezioni regionali un po’ di significato politico nazionale. Poi punterei sulla qualità delle candidature, quella a governatore, ma anche quelle a consigliere ed assessore regionale. Non userei toni aggressivi e presuntuosi: il consenso si conquista con la pazienza delle idee e l’evidenza della realtà.  E poi farei anche un po’ di sana autocritica nel senso di aprire la politica alla gente e non solo alle forze, alle istituzioni e alle strutture intermedie. Il pezzo di Fabio Martini, a cui ho fatto riferimento, è introdotto da una splendida vignetta di Sergio Staino. Il segretario nazionale del Pd dice rivolto a Gesù: «Scusami, Jesus, sono Zingaretti…tu resusciti solo persone o anche partiti?». In quella battuta messa in bocca a Nicola Zingaretti c’è la sintesi dei miei poveri consigli personali di cui sopra.

L’uovo dell’ambiente o la gallina dell’economia

In questi giorni ho cercato di approfondire il discorso dell’Ilva, vale a dire del salvataggio di questa importante azienda nella produzione di acciaio. Non so se non sono stato capace di scovare i discorsi seri, ma ho letto solo argomentazioni polemiche sul comportamento del governo e delle forze politiche: tutto il discorso si riduce all’opportunità o meno di concedere agli acquirenti uno scudo penale inerente i reati ambientali commessi nel tempo da questa azienda.

Sul punto particolare si scontrano due tesi: una, possibilista e pragmatica che giustifica l’automatica esenzione dai risvolti penali di chi subentra nella proprietà e nella gestione dell’acciaieria, l’altra giustizialista e intransigente, che ha peraltro comportato l’eliminazione dagli accordi stipulati della salvaguardia penale. Questa inversione di marcia ha offerto l’occasione alla multinazionale franco-indiana Arcelor Mittal di ritirarsi dalla trattativa, prendendo forse spunto dallo scudo penale per ripensare all’investimento alla luce delle difficoltà del mercato dell’acciaio e di conseguenza riconsegnare l’azienda recedendo dal contratto d’affitto dello stabilimento di Taranto con i suoi 10.777 lavoratori.

Non sono in grado di giudicare il comportamento dei governi che hanno affrontato la situazione in questi ultimi anni: probabilmente l’instabilità ha creato equivoci e contraddizioni, aggiungendo difficoltà a difficoltà. Così come risulta impossibile verificare le reali intenzioni dei vertici di Arcelor Mittal: non è improbabile che abbiano avuto dei ripensamenti e che quindi il discorso ritorni al punto di partenza. Una bella grana da tutti i punti di vista: per l’economia italiana, per i lavoratori, per il mezzogiorno.

Vorrei però riflettere un attimo su quello che, a mio modesto avviso, è il problema di fondo: la politica industriale nelle sue compatibilità con i problemi ambientali e di salute pubblica. L’Ilva ha creato situazioni gravi a livello ambientale, tali da richiedere opere lunghe e costose di bonifica ed una costosa revisione dei processi produttivi. Mi chiedo brutalmente: viene prima la salvaguardia della salute dei lavoratori e dei cittadini o la garanzia dell’occupazione in un settore così importante come quello della produzione dell’acciaio?

Sembrerebbe la brutta e drammatica riproposizione della questione dell’uovo e della gallina. Ci dobbiamo rassegnare a rivedere sostanzialmente i piani industriali, non possiamo continuare, come se niente fosse, a rovinare l’ambiente ed a puntare su produzioni senza futuro o comunque con un futuro assai incerto e problematico. Occorre coraggio strategico e visione larga e lunga. Di fronte a questo nodo vedo un po’ tutti disorientati e titubanti: gli imprenditori non riescono ad affrontare responsabilmente i mercati globalizzati ed a rispondere all’esigenza di ripensare gli investimenti in una logica di rispetto dell’ambiente; i sindacati dei lavoratori sono fortemente condizionati dalle preoccupazioni contingenti della salvaguardia dei posti di lavoro; i politici non hanno la lungimiranza necessaria e si limitano a litigare giocando allo scarica barile di fronte a problematiche epocali; gli economisti, come al solito, pontificano, ma non ci pigliano mai.

Il problema viene presentato come un duello tra fazioni politiche e tra la politica e l’industria. Così facendo non si fa certamente un buon servizio all’informazione ed al dibattito. Credo che nessuno abbia ricette pronte; sarebbe già tanto se problemi di tale portata fossero affrontati con maggiore serietà, con auspicabile sincerità, con spirito costruttivo e con coraggiosa vena programmatica.  Non vado oltre, anche se gradirei che la discussione affrontasse il vero punto dolente, quello appunto di un’economia rispettosa dell’uomo e dell’ambiente, che, come sostiene papa Francesco, sono le due facce della stessa medaglia.

Siamo diventati gli accattoni della politica estera

Secondo Federico Fubini, editorialista e vice-direttore del Corriere della Sera, i dazi imposti dagli Usa ai prodotti italiani vanno ben oltre la reazione americana agli sgarbi europei consistenti in sussidi pubblici concessi a Airbus, ma si inquadrano in una vera e propria guerra commerciale volta a punire l’Italia per le sue scelte filocinesi di politica commerciale ed a premiare lo stato del Wisconsin che ha regalato nel 2016 la Casa Bianca a Donald Trump.  Da una parte ci sarebbero le arance italiane che volano in Cina e dall’altra i formaggi italiani che rompono i coglioni al suddetto stato operaio e agricolo. Mentre la seconda economia del mondo si è sì aperta alle arance italiane, la prima si è chiusa. Gli Stati Uniti hanno alzato un muro tariffario. Non solo sugli agrumi della Sicilia orientale, ma di tutto il Paese. Dal 18 ottobre, le arance e i limoni sono diventati la prima categoria di frutta a entrare in blocco nella lista dei beni da export per circa 400 milioni di euro soggetti ai dazi punitivi del 25% fissati dagli Stati Uniti.

Ma la prima serie di dazi include il made in Italy per 47 categorie di prodotto. La stessa lista dei beni colpiti rivela molto delle intenzioni di Trump e delle sue priorità. Perché il presidente non opera solo con la diplomazia delle arance. Più della metà dei beni coperti da dazi al 25% coincidono con i migliori formaggi italiani: parmigiano e parmigiano reggiano, mozzarella, pecorino, romano, provolone, groviera, gorgonzola. Viene colpito a tappeto il settore del made in Italy che compete più direttamente con la principale industria del Wisconsin: con 5,8 milioni di abitanti contro 60 milioni, questo Stato americano è testa a testa con l’Italia come quarto produttore mondiale di formaggi, in volume. È specializzato nell’«Italian sounding», il plagio dei marchi: formaggi definiti «asiago», «fontina», «parmesan», «provolone» e un prodotto chiamato «mozzarella» più abbondante (mezzo milione di tonnellate l’anno) di quello italiano. Trump sa che per rivincere nel 2020 non può avere pietà dell’Italia, ma deve curare questo Stato che produce un terzo del formaggio «Italian sounding» consumato negli Stati Uniti.

Secondo Federico Fubini, di cui ho riportato letteralmente il succo dell’impietosa analisi, non è chiaro oggi chi possa protestare da Roma. Gli stessi americani se lo stanno chiedendo. Di Maio ha avocato agli Esteri i poteri sul commercio, ma non ha ancora scelto a quale sottosegretario assegnarli. Quel ruolo è conteso fra Manlio Di Stefano (M5S e piuttosto protezionista) e Ivan Scalfarotto (Italia Viva, aperto agli scambi). Dopo quasi due mesi, il governo va avanti con un vuoto di potere in un posto oggi vitale. Fin qui le contingenti manchevolezze da parte italiana.

Mi sembra però preoccupante al limite dello sconforto che l’Italia stia perdendo un partner fondamentale: Donald Trump se ne sbatte altamente del nostro Paese e dell’Europa, fa esclusivamente i propri interessi. Mi si dirà che gli americani hanno fatto così da sempre aiutandoci soltanto dietro contropartite notevoli in termini di schieramento mondiale. Ora che il mondo è cambiato e sta cambiando, tutto è rimesso in discussione e l’Italia si ritrova sempre più sola, ultima ruota del carro Ue e ininfluente a livello internazionale. Fanno pena i politici che vanno negli Usa o dialogano con gli Usa per pietire qualche elemosina; stupiscono i politici che pensano di fare dispetto alla moglie trumpiana facendosi tagliare i coglioni dalle amanti russe, cinesie persino est-europee; meritano compatimento i politici che pensano di poter fare a meno dell’Europa e alzano la voce in casa, per poi chinare miseramente il capo non appena mettono il naso fuori dalla porta. Possibile che non si possa elaborare uno straccio di politica estera, che vada al di là delle sciocche rimostranze nazionaliste e sovraniste e dei balbettamenti dei potenziali europeisti?

 

La guerra delle bottiglie

Quando in una famiglia le cose non vanno bene e non c’è intesa, ogni pretesto è buono per litigare. Sto assistendo con fastidio e imbarazzo alle continue scaramucce, che scoppiano regolarmente sui vari argomenti fra i partner della maggioranza, che dovrebbe sostenere il governo Conte II. Non so ancora se ci sia continuità o discontinuità fra l’azione del governo Conte I e quella del governo Conte II. Una cosa mi sembra evidente: c’è continuità nella litigiosità. Forse è un dato che sta comunque connotando il fare politica, riducendola ad una rissa elettorale continua e insopportabile.

Più la gara è difficile e più dovrebbe consigliare un minimo di collaborazione fra coloro che la devono sostenere, invece avviene esattamente il contrario: la manovra economica si è presentata fin dall’inizio come una sorta di nozze coi fichi secchi. Era doveroso ammetterlo, cercare di valorizzare al massimo i fichi secchi, vale a dire le poche risorse disponibili, e puntare decisamente su provvedimenti a costo zero o addirittura su scelte di taglio alle spese inutili. Invece si litiga anche sui fichi secchi e si va alla disperata ricerca di quelli freschi.

In molti definiscono come una “manovrina” l’azione governativa economico-finanziaria; anche in politica piccolo può essere bello, purché ben mirato e finalizzato. Non si vede invece un disegno seppur minimale, si coglie soltanto un tira e molla dettato soprattutto dalla disperata ricerca di visibilità partitica. Il principale interprete di questa fase disfattista sembra essere Matteo Renzi, il quale non vuole affatto mantenere sereno Giuseppe Conte e lo disturba in continuazione. Un caro amico, attento osservatore delle cose della politica, si è e mi ha chiesto: insomma, cosa vuole Renzi, dove vuole andare, che disegno ha in testa, che tattica sta seguendo, a quale strategia fa riferimento? Non ho saputo rispondere. Forse non saprebbe rispondere nemmeno il diretto interessato.

Ultima pretestuosa polemica la plastic tax: chi la vede inquadrabile nel discorso della green economy, chi ne fa un problema di introito erariale, chi la vede come un colpo basso assestato ad un settore industriale e commerciale, chi la utilizza per polemizzare e lanciare penultimatum.

Un governo di coalizione ha sempre comportato problemi di convivenza politica e di ricerca di difficili compromessi: ricordo i travagliati tempi del centro-sinistra, con pause di centro-destra, con aperture compromissorie al partito comunista. La differenza stava però nel fatto che (quasi) tutto, pur nella complicata matassa politica, rispondeva ad una logica strategica e tattica. Oggi la matassa è ancor più aggrovigliata, manca totalmente un respiro strategico e tutto si riduce ad un tatticismo esasperato e demagogico. Alcuni partiti non hanno radici storiche, culturali e territoriali, altri se le giocano esclusivamente nel breve termine, altri le trasformano o le camuffano.

In conclusione mi sembra che la plastica non sia tanto oggetto di tassazione, ma sia diventata la materia prima della politica. Berlusconi ha inaugurato con Forza Italia la (non) politica di plastica, adesso sta tirando le ultime bottiglie sintetiche che non fanno paura a nessuno, dopo aver fatto la plastica alla sua faccia e a quella del suo partito (entrambe riuscite malissimo al limite del ridicolo). Qualcuno sta sostituendo la plastica delle illusioni con il cemento dei muri. Altri puntano sulle illusioni di vetro che rischiano di creare le schegge impazzite della protesta universale. Altri pretendono di riciclare bottiglie d’autore impolverate e piene di detriti. Altri le tirano a vanvera contro il primo bersaglio che si presenta.

La sana burocrazia antifascista

Ai bei tempi in cui ero  modestamente impegnato in politica, quando si stilava un documento non mancava quasi mai un accenno alla scelta antifascista: “democratico ed antifascista” era un virtuoso ritornello, che segnava inequivocabilmente il territorio su cui si camminava e si operava politicamente. A me non è mai venuto in mente che fosse una proposizione stucchevole, anzi la consideravo come un distintivo da esibire con orgoglio e impegno. Certo, non bastava a qualificare un programma o un progetto, ma ne era un presupposto essenziale e indispensabile.

In questi giorni ha fatto scalpore e suscitato polemiche il fatto che in comune di Parma il modulo per la “richiesta di occupazione permanente di spazi ed aree pubbliche per passi e accessi carrai” preveda una dichiarazione aggiuntiva, consistente nella barratura di una casella piuttosto impegnativa: riconoscersi nei principi costituzionali democratici; ripudiare il fascismo e il nazismo; non professare e non fare propaganda di ideologie nazifasciste, xenofobe, razziste, sessiste o in contrasto con la Costituzione; non perseguire finalità antidemocratiche esaltando, minacciando od usando la violenza quale metodo di lotta politica o propagandando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni ed i valori della Resistenza; non compiere manifestazioni esteriori di carattere fascista e/o nazista, anche attraverso l’uso di simbologie o gestualità ad essi chiaramente riferiti.

Se devo essere sincero, il testo di questa dichiarazione mi piace, lo trovo attualissimo ed assai pertinente, anche e soprattutto rispetto al momento storico che stiamo vivendo. Non capisco quale imbarazzo possa avere un cittadino a barrare una simile casella e ad assumere impegni che dovrebbero essere automatici e normali per chi vive in una società veramente democratica così come delineata dalla nostra Carta costituzionale. Potrà essere considerato un eccesso di zelo burocratico la richiesta di formulare simili impegni al fine di ottenere semplicemente un passo carraio o roba del genere. Le pratiche burocratiche richiedono generalmente la produzione di tanti documenti inutili, la fornitura di tanti dati scontati e ripetitivi, molto spesso, già in possesso della pubblica amministrazione. In molte procedure è richiesto il certificato antimafia, che purtroppo non basta a fare chiarezza sul comportamento di un soggetto che si rivolge alla pubblica amministrazione per ottenere un’autorizzazione o una concessione. L’amministrazione comunale di Parma ha ritenuto, indirettamente e forse esageratamente, che, come si suole dire, dove ci sta il più ci stia anche il meno.

Il vicesindaco Marco Bosi ha spiegato che “le regole per l’accesso alle sale civiche e sulla concessione dell’occupazione di suolo pubblico sono state varate dal consiglio comunale il 18 novembre 2018 col fine di controllare che spazi pubblici, al chiuso e all’aperto, non fossero concessi per attività politiche neofasciste e come gli uffici tecnici abbiano recepito le nuove regole per tutti i casi di occupazione di suolo pubblico, quindi anche per i passi carrai: un atto amministrativo, e uno scrupolo eccessivo, che non nasconde alcuna volontà politica”. Il vicesindaco ha anche aggiunto di “non vedere perché un cittadino debba provare fastidio a dichiararsi democratico e ad aderire ai principi della Costituzione”.  Ben detto!

Se la destra ha questi argomenti per attaccare la giunta comunale, se certa stampa prende spunto da una simile questione per imbastire accuse di “estremismo ideologico” e “marketing politico”, vuol dire che gatta ci cova e infatti di gatte covanti ce ne sono parecchie (anche in Senato). Su facebook un esponente di Fratelli d’Italia scrive: “Il fascio carrabile. A Parma se chiedi il passo carraio devi sottoscrivere questa roba qua. Fa molto ridere. Anzi no. Una postilla di dubbia costituzionalità, illiberale, discriminatoria, pretestuosa e, strumentale”. Non gli resta che andarsi a rileggere la storia e la Costituzione prima di dare aria ai denti della polemica politica.

Sono da sempre un cittadino ostile rispetto alla burocrazia, ai suoi riti ed alle sue sciocche e inutili procedure. In questo caso però devo ricredermi e riconciliarmi con essa. Fosse solo per avere snidato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che purtroppo l’antifascismo, con tutto quel che ne consegue, non è patrimonio condiviso, anzi viene ritenuto un fastidioso orpello del nostro civico operare. Non voglio sopravvalutare l’episodio parmense, né dare all’amministrazione comunale patenti di democraticità (ci vorrebbe ben altro), ma in questo caso sto dalla parte del sindaco Federico Pizzarotti, il quale, magari senza volere, partendo da una sacrosanta preoccupazione di prevenire la concessione di spazi pubblici per attività neofasciste, ha sollevato, anche a  livello di scartoffie burocratiche, un problema di fondo della nostra società democratica e (lo dico e lo dirò sempre convintamente) antifascista.

Lo storytelling deamicisiano

Parecchi anni or sono, una sera, mentre stavo guardando il telegiornale in compagnia di mia sorella, uscì finalmente la cronaca di un episodio edificante, di cui sinceramente non ricordo nulla, che mi portò ad avvalorare una mia tesi esistenziale minimalista e ad esclamare: «Il Padre Eterno, che ci conosce molto bene, tutto sommato sa che in fondo non siamo cattivi come può sembrare. Se non fosse così, dopo essersi preso la briga di scendere in terra per chiarirci inequivocabilmente cosa non andava e soprattutto dopo aver attirato su di sé e patito tutta la cattiveria possibile, ci avrebbe già distrutto chiudendo una parentesi che invece si ostina a tenere aperta».

Lo storytelling, elemento distintivo della nostra epoca, è l’arte del raccontare storie, impiegata come strategia di comunicazione persuasiva, specialmente in ambito politico, economico ed aziendale. Se guardiamo ai processi politici in atto nella nostra società ci accorgiamo facilmente come sia in atto una scientifica operazione di cattura del consenso pilotata sulle “balle” ben raccontate e ben propinate. Così è per il leghismo salviniano che al riguardo vince di gran lunga sul grillismo dimaiano: trionfa chi riesce ad usare l’anestetico subdolamente più efficace. Quando mi sono sottoposto alla gastroscopia mi hanno applicato una sedazione lieve, che non mi ha tolto la coscienza, ma che alla fine mi ha tolto completamente il ricordo di quanto mi era successo. Il gastroenterologo di fama che mi aveva trattato, mi tranquillizzò dichiarando che tutto rientrava perfettamente nella normalità.

Di fronte ad uno storytelling generalizzato ed avvolgente, che ci cambia continuamente le carte in tavola, usando tutti i mezzi e i congegni possibili, dobbiamo esercitarci a livello personale in questa arte, andando alla ricerca di quegli episodi che possano raccontarci la realtà vera ed aiutarci a vivere nella giusta dimensione. Occorre fare molta attenzione alle piccole cose, ai gesti ed alle azioni apparentemente insignificanti, ma eloquentemente interessanti e rivelatori. Sono stato quasi costretto a farlo guidato da un piccolo episodio capitato alla mia attenzione.

Ero in autobus e qualche metro davanti a me viaggiava una persona affetta da sindrome down, giovane ma difficilmente catalogabile in base all’età. Ad un certo punto ho notato che, come è nello stile di vita di queste meravigliose persone, ha allungato improvvisamente, in segno di spontanea e nuova amicizia, la mano ad una persona che viaggiava in piedi poco distante da lui. Questo gli si è avvicinato e, approfittando della situazione, gli ha chiesto un aiuto in denaro. Anche una signora seduta dietro di me aveva visto e capito la situazione e si stava interrogando: “Gli sta chiedendo dei soldi?”. A quel punto mi sono allarmato ed ero sul punto di intervenire, ma, un po’ per non umiliare e disturbare l’equilibrio psicologico del soggetto down, un po’ per non drammatizzare il rapporto che si stava instaurando tra i due, ho preferito sorvegliare la scena a distanza. La persona portatrice di handicap ha estratto il suo portamonete e, su reiterata ma garbata richiesta, ha fatto con molta discrezione l’offerta (non ne ho potuto vedere l’entità). Poi si è alzato per scendere alla fermata successiva e l’altro assieme a lui. Cominciavo ad essere preoccupato e mi chiedevo: vuoi vedere che ci scappa una mezza “bullata”? Fortunatamente, appena prima di scendere, il normodotato ha dato una leggera pacca sulla spalla all’altro e gli ha sussurrato un inequivocabile e dolce “grazie”. Dopo di che sono scesi ed ognuno è andato per la sua strada, almeno così mi è sembrato di notare. È venuto il mio turno per la discesa dall’autobus e prima di farlo ho detto alla signora che, come me, aveva assistito alla scena con una certa evidente trepidazione: «Oggi quel ragazzo ci ha dato una esemplare lezione…abbiamo assistito ad un episodio che ci deve fare riflettere».

E infatti ho continuato per parecchio tempo a pensare a quei due. Ho riflettuto solitariamente sull’accaduto e, tra i tanti pensieri venutimi alla mente, mi sono detto che finalmente a volte scatta il feeling tra “poveri”: non so chi tra i due fosse più povero, ma si sono dati la mano, si sono aiutati e ringraziati. Lo storytelling deamicisiano, la beatitudine sciorinata in autobus, la politica tornata a respirare coi polmoni e il cuore delle persone, la società modellata a misura di sentimento: a volte basta poco (?) per riprendere a vedere un mondo migliore ed a sperare in una storia diversa.

 

La renitenza alla civiltà democratica

Il professor Luigi Magnani, noto critico d’arte, annotava acutamente come spesso il superficiale visitatore di pinacoteche si soffermasse a lungo davanti ad un quadro “di scuola” e passasse velocemente oltre davanti al capolavoro. Grave sintomo di impreparazione ed incompetenza, ma anche e soprattutto di carenza educativa in materia artistica.

Siccome anche la politica è un’arte, l’osservatore sbrigativo, passando in rassegna il corso delle vicende politiche, purtroppo costellato di scandali, finisce col rimanere colpito dai piccoli eventi, magari gonfiati ad arte, e rimane indifferente di fronte a questioni enormi, solo perché non hanno un riscontro pratico immediato.

Stiamo costruendo un castello di sabbia su un fantomatico conflitto d’interessi del premier Giuseppe Conte, un galantuomo prestato alla politica, mentre ci sta sfuggendo un fatto di gravità inaudita: le forze politiche riconducibili al centro-destra, che fra l’altro si autocompiacciono, presuntuosamente e intempestivamente, di essere  maggioranza nel Paese, al Senato si sono astenute sulla istituzione della Commissione straordinaria, promossa da Liliana Segre, per il contrasto dei fenomeni di intolleranza e razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza.

È sotto gli occhi di tutti l’insorgenza di tali fenomeni nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche. Ebbene, la senatrice a vita Liliana Segre, l’ex bambina che fu deportata ad Auschwitz e una dei 25 piccoli italiani sopravvissuti all’Olocausto, ha promosso la costituzione della commissione di cui sopra, contando su un voto ampio e sperando che nella battaglia contro l’odio in generale il Senato avrebbe trovato una sintonia generale.

Neanche per sogno. Anche se dopo l’approvazione l’Aula l’ha applaudita a lungo, tutti in piedi, ed Emma Bonino si è avvicinata e le ha stretto la mano, anche se la vicinanza a parole è stata unanime, specie dopo i tanti insulti ricevuti, resta il vulnus di un centro-destra che si è appunto astenuto con argomentazioni da brivido. Per FdI, ad esempio, tra le espressioni di odio, nella mozione messa ai voti, si citano nazionalismo ed etnocentrismo e allora il senatore Giovanbattista Fazzolari ha osservato: “Così si mette fuorilegge Fratelli d’Italia”: con quel vergognoso voto FdI si è veramente ed autonomamente messa fuori dalla Costituzione Italiana. Con un occhio attento alla storia ci si poteva arrivare ugualmente, ma ne abbiamo avuto la sconcertante ed ignobile riprova.

Per la Lega non è in dubbio la buona fede e la storia dell’ex deportata (gentile e sciocca concessione: mancava solo che ritenessero Liliana Segre in mala fede e magari negassero la sua storia), ma esisterebbe il rischio  di “un uso strumentale” della commissione. Certo, la commissione altro non è che uno strumento per snidare e combattere ogni e qualsiasi manifestazione e tentazione di odio e violenza. E allora di cosa hanno paura i senatori leghisti? Di non poter più impunemente seminare paura, discordia e rancore? Di perdere consenso in certe frange (?) di violenti, in certi ambienti, nostalgicamente ma pericolosamente, rivolti alle ideologie di un passato nefasto e catastrofico?

Il capogruppo leghista Massimiliano Romeo in Aula ha fatto qualche esempio: “Sostenere che la famiglia è formata da un uomo e una donna è un’espressione di odio rispetto ad altri tipi di famiglia?”.  Nossignori, ma è odio fomentare avversione e discriminazione verso gli altri tipi di famiglia. Continua Romeo: “Dire che l’immigrazione illegale può mettere a repentaglio la nostra civiltà è odio?”. Sì, perché l’immigrazione non mette a repentaglio un bel niente, siamo noi con la nostra inciviltà che abbiamo messo a repentaglio la vita di milioni di persone, le quali ora cercano disperatamente un briciolo di spazio e di vita dignitosa.

Anche Forza Italia alla fine si è piegata alla ragion di destra, dichiarando per bocca di Lucio Malan: “Riteniamo troppo ambiguo il passaggio sul contrasto ai nazionalismi e la necessità di colpire dichiarazioni sgradite, anche quando non siano lesive della dignità della persona”. Ci rendiamo conto a quale livello di “raffinatezza” antidemocratica siamo arrivati? Stiamo a disquisire mentre assistiamo tutti i giorni ad episodi di razzismo e di intolleranza: roba da matti. Se Berlusconi voleva chiudere in “bellezza” la sua vita politica, ci sta riuscendo alla grande.

In molti, a cominciare da Liliana Segre, si sono dispiaciuti della divisione creatasi in Senato. Non mi associo, anzi ritengo un fatto positivo che la destra butti la maschera: meglio sapere fino in fondo con chi si ha a che fare. Ognuno si prenderà nelle Istituzioni e nelle urne le proprie responsabilità. Certo, come ha detto il cardinale Parolin, “ci sono cose su cui dovremmo convergere, sui valori fondamentali dovremmo essere tutti uniti”. Prendiamo purtroppo atto che non è così. Dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella è venuto l’ennesimo invito “a non abbassare mai la guardia e a non sottovalutare tentativi che negano o vogliono riscrivere la storia contro l’evidenza, allo scopo di alimentare egoismi, interessi personali, discriminazioni e odio”. Adesso sappiamo ancor meglio di prima che questi tentativi trovano rispondenze omertose nell’Aula del Senato. Sappiamoci regolare!