Un anti-evangelico connubio mercatale

La questione fiscale – tornata di attualità grazie alla manovra di bilancio 2026 varata dal governo e in discussione al parlamento – investe molti aspetti della vita: la politica, la socialità, il senso civico, l’etica e la religione.

I problemi delle casse erariali devono interrogare la nostra coscienza dal punto di vista civico, ma anche da quello religioso (Vangelo alla mano).

Nei giorni scorsi la liturgia cattolica ha celebrato la festa della dedicazione della Basilica Lateranense: occasione propizia per riflettere su cosa combiniamo nel tempio. Gesù vedeva in esso un mercato e buttò all’aria tutto quanto. Noi siamo diventati molto più sofisticati: non ci limitiamo a portare il mercato nel tempio, ma addirittura portiamo il tempio nel mercato. A buon intenditor… D’altra parte Gesù era più intransigente verso i sacerdoti del tempio che verso gli esattori delle imposte…

La logica del profitto ha guastato anche la morale cattolica: l’importante è non commettere atti impuri, non pagare le tasse è un peccato veniale se non addirittura una santa evasione allorquando serva, direttamente o indirettamente, a dirottare fondi verso il “tesoro del tempio”.

E cosa è l’otto per mille se non un modo elegante per dirottare fondi pubblici verso la Chiesa cattolica? Il meccanismo dell’otto per mille, che dovrebbe andare alle opere di carità, finisce prevalentemente col garantire lo stipendio dei preti. Per non parlare del fatto che alla Chiesa Cattolica viene concessa una sorta di “vuoto per pieno” rispetto alle opzioni dei contribuenti in sede di dichiarazione dei redditi.

Se la comunità cristiana volesse essere una cosa seria dovrebbe essere in grado di autofinanziarsi. Se una parrocchia vuole avere un sacerdote a tempo pieno a sua disposizione, dovrebbe toccare i parrocchiani nel portafoglio, invitandoli all’autotassazione religiosa senza fare ricorso agli aiuti di Stato.

Se la cattolicità vuole avere strumenti mediatici a propria disposizione e veramente autonomi da influenze profane, non deve finanziarli facendo ricorso, peraltro in modo sbracato, al mercato pubblicitario: le televisioni di ispirazione cattolica non si fanno scrupolo di lanciare interminabili spot pubblicitari prima e alla fine della trasmissione di messe, rosari, riti e dibattiti religiosi, etc. etc.; i giornali di emanazione cattolica sono zeppi di pubblicità nelle loro pagine e nei loro siti. Non è anche questo un modo di portare il tempio nel mercato?

La tanto discussa esenzione dall’Ici degli enti cattolici non è stata in gran parte un furto legalizzato, una sorta di evasione fiscale camuffata da intenti benefici?

È l’impostazione della Chiesa Istituzione a dare i brividi: troppe le commistioni col potere, troppi i privilegi, troppe le concessioni, troppi i vantaggi impropri. A Parma, quando si parla di queste cose, vengono in mente le erogazioni benefiche della Parmalat alla diocesi e agli enti ad essa collegati o collegabili. Don Scaccaglia ebbe, a suo tempo, il coraggio di denunciare questi rapporti “anomali”. Ebbe quale risposta scritta un’autentica supposta di alta acrobazia intellettuale, ma di scarso cuore, di cui riporto il passaggio più significativo.

“Del resto, se dovessimo badare preventivamente alle fonti inquinate, dovremmo, per essere coerenti, rifiutare il nostro stipendio che, per i ¾ proviene da tasse pagate sino all’anno scorso da Tanzi, ma insieme con lui da migliaia di contribuenti inquinati o fortemente sospetti…”

Come dicono i veneti, “Xe pèso el tacòn del buso”: significa letteralmente “la pezza è peggio del buco”. Questo proverbio viene usato per descrivere una situazione in cui si cerca di risolvere un problema in modo grossolano, ma si finisce per peggiorarla ulteriormente.

Ad una seria ed evangelica contestazione si risponde con una esercitazione intellettuale in stile curiale e in linea con finezze diplomatiche, che, come le balle, stanno in poco posto, alle quali è giunta l’ora di reagire con una certa decisione (si badi bene, non cattiveria). Intransigenti coi poveri e comprensivi coi ricchi, rigorosi in materia sessuale, ma permissivi nelle ingiustizie sociali. Basta! Signor Papa, Signori Cardinali, Signori Vescovi e Signori Preti o cambiate musica o cambiate religione.

 

 

 

Sana demagogia fiscale

Sabato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scritto su X che con la destra al governo non ci sarà mai una tassa patrimoniale. Meloni è intervenuta per replicare alla proposta del segretario della CGIL Maurizio Landini di introdurre un “contributo di solidarietà” dell’1,3 per cento sui patrimoni netti superiori a 2 milioni di euro, di fatto una tassa patrimoniale. Non è una proposta nuova, anzi negli ultimi decenni la patrimoniale è stata al centro di dibattiti ricorrenti, con buona parte del centrosinistra piuttosto favorevole e tutto il centrodestra molto contrario. (Il post)

Una prima considerazione etico-politica: perché la destra al governo esclude pregiudizialmente una tassa patrimoniale? La lapidaria affermazione di Giorgia Meloni sembrerebbe contenere una rassicurazione assoluta per i cittadini assai benestanti. Della serie “con me i ricchi non piangeranno mai”. Chi governa un Paese non dovrebbe adottare questi schemi faziosi, ma puntare a ben altra equità.

Una seconda considerazione riguarda il merito della eventuale introduzione di un’imposta patrimoniale. Ritengo che chi detiene patrimoni piuttosto consistente debba contribuire a rimpolpare adeguatamente le casse dello Stato. Tuttavia prima di varare nuove imposte sarebbe più che opportuno riequilibrare il sistema fiscale vigente nettamente penalizzante per certi tipi di reddito e soprattutto combattere l’evasione fiscale.

Mio padre non era un economista, non era un sociologo, non era un uomo erudito e colto. Politicamente parlando aderiva al partito del buon senso, rifuggiva da ogni e qualsiasi faziosità, amava ragionare con la propria testa, sapeva ascoltare ma non rinunciava alle proprie profonde convinzioni mentre rispettava quelle altrui. Volete una estrema sintesi di tutto ciò? Eccola! Rifletteva ad alta voce di fronte alle furbizie varie contro le casse pubbliche: «Se tutti i paghison e i fisson col ch’l’è giust, as podriss där d’al polastor aj gat…».

Perché nel mio ragionamento parto dall’evasione fiscale? Perché è un male tremendo della nostra società, che attaccherebbe anche l’eventuale imposta patrimoniale: i furbi troverebbero il modo di non pagarla e alla peggio porterebbero i loro patrimoni all’estero. Perché se tutti pagassero equamente le imposte sul reddito non ci sarebbe bisogno di ricorrere al supplemento dell’imposta sui redditi accantonati patrimonialmente. Perché se non si introducono sensati meccanismi di controllo, continuerebbero a pagare le imposte, anche l’imposta patrimoniale, solo i soliti cittadini sfigati, impossibilitati, volenti o nolenti, ad evadere.

“Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima, è un modo civilissimo di contribuire insieme al pagamento di beni indispensabili come la sicurezza, come la tutela dell’ambiente, l’insegnamento, la salute e le stesse pensioni, in parte”. Queste parole del Ministro alle Finanze del secondo governo Prodi, Tommaso Padoa Schioppa, pronunciate nel corso di una intervista con la giornalista Lucia Annunziata, vennero intese da molti come una provocazione e non come un invito a riflettere sul senso dell’esistenza delle tasse, che sono il presupposto della stessa esistenza dello Stato di diritto. Infatti, senza Stato non ci possono essere tasse, così come senza tasse non ci può essere Stato. In questa situazione i cittadini non potrebbero godere di alcun diritto e sarebbero assoggettati alla prepotenza dei più forti, senza diritti e protezione alcuna. (ARDeP – Anna Paschero)

Ero e sono perfettamente d’accordo con Padoa Schioppa: peccato che gli attuali nostri governanti facciano nominalmente a gara per esorcizzare le tasse e le imposte, lasciando però che le paghino i più deboli a vantaggio dei più forti, i quali, legalmente o illegalmente, non le pagano, conseguentemente rinunciando ad ogni ridistribuzione di reddito e ad ogni misura che protegga i deboli. Demagogia? Alla infetta demagogia meloniana preferisco la sana demagogia schioppana!

 

 

La società senza società

Penso che la precipitazione verso l’oscurità della disperazione e della alienazione sia tutt’ora in corso e che abbia anzi subito un’accelerazione. Sembra che nulla possa arrestarla. Si può arrivare a dire che si sono create delle condizioni strutturali che contribuiscono all’acutizzazione di questi sentimenti. Penso alla crescente debolezza dei corpi intermedi, ad esempio. Oggi siamo in presenza di una “società senza società” che rende ancora più violenta l’affermazione di Margareth Thatcher: «Non esiste una cosa chiamata società, esistono uomini e donne». È venuta meno l’idea di comunità, di un’aggregazione tra persone diverse unite dal legame sociale. (intervista al sociologo Luigi Manconi pubblicata da “Avvenire”)

I regimi autoritari si distinguono per l’assenza di quella libertà dei sottosistemi, sia formale sia effettiva, che è tipica della democrazia: l’autonomia dei gruppi politicamente rilevanti distrutta o tollerata finché non disturba la posizione dell’élite governante”. Fin qui la teoria. In pratica l’attuale indirizzo del governo Meloni tende quantomeno a intromettersi nelle cosiddette forze intermedie (si pensi ai tentativi di dividere tra di loro i sindacati dei lavoratori, un dialogo sempre giocato sul filo dell’equivoco e con atteggiamento assai poco riguardoso) ed a interfacciarsi con i partiti considerandoli come mali necessari (tutti, anche quelli di maggioranza, usati come banderuole al vento delle convenienze politiche del momento).

La Cgil ha proclamato uno sciopero generale per protestare contro la legge di bilancio 2026. Si terrà il 12 dicembre. Pochi minuti dopo l’annuncio sono partiti gli attacchi della destra, guidati direttamente dalla presidente del Consiglio Meloni: “In quale giorno della settimana cadrà il 12 dicembre?”, ha scritto la premier, aggiungendo anche l’emoji che si sfrega il mento pensosa. È più unica che rara, un’emoji sul profilo Twitter di Meloni, solitamente piuttosto istituzionale: evidentemente ci teneva che la battuta facesse ridere.

Di solito quello meno istituzionale è il suo vicepremier, Matteo Salvini, che in questo caso ha rinunciato alle emoji ma ha comunque seguito la stessa linea comica (“E chissà come mai, proprio di venerdì”), per poi invitare il segretario della Cgil Landini a “rinunciare al weekend lungo e organizzare lo sciopero in un altro giorno della settimana”.

Inutile dire che altri esponenti dei due partiti hanno seguito a ruota i leader, attaccando sullo stesso punto: scioperare di venerdì è ridicolo, perché significa che invece di scendere in piazza per le tue idee stai solo approfittando della protesta per farti una vacanza di tre giorni. Questa, però, è la convinzione di chi non capisce qual è il senso di uno sciopero. O, più probabilmente, fa finta di non capirlo. (fanpage.it)

Non c’è solo in discussione la legge di bilancio 2026, ma il significato dello sciopero e più in generale il riconoscimento della funzione del sindacato dei lavoratori. Da una parte l’astensionismo dilagante e dall’altra la ridicolizzazione della protesta stringono e schiacciano la democrazia, riducendo la società ad un’accozzaglia di egoismi.

C’è in atto una vera e propria strategia che tende a ridurre le istituzioni a mere casse di risonanza di chi governa e il conseguente voto elettorale a meccanismo di sostanziale ratifica referendaria, che punta ad un forte ridimensionamento dei sindacati che devono rappresentare, strumenti di controllo invece che di ascolto delle richieste (e delle proteste) dei lavoratori, che vuole l’asservimento al potere politico della magistratura inquirente la quale deve smetterla di chiedere conto della liceità delle scelte di chi governa e deve accettare l’idea per cui nessuno dovrebbe disturbare il manovratore.

Guardo a due fenomeni in particolare: l’impoverimento e la rinuncia alle cure sanitarie. Da un lato, occorre riconoscere che l’occupazione stabile, a tempo indeterminato e qualificata, che un tempo era stata fattore di stabilità economica e insieme elemento di identità collettiva, oggi non garantisce più dal rischio di indigenza e questo sta diventando una gigantesca insidia per la società democratica. Una volta, essere parte della classe operaia significava stabilità, aggregazione, identità. Adesso non è più così. C’è poi un secondo segnale che mi preoccupa: il dato dell’abbandono delle cure sanitarie, che certifica la crisi del Sistema sanitario nazionale, ormai incapace di garantire efficienza e universalità nel diritto all’assistenza e alla cura. Tutto questo mi fa parlare di un dolore sociale diffuso, che non si attenua, anzi si approfondisce con il passare del tempo. È un dolore che è l’esito finale di tante fatiche personali e comunitarie, di vite precarie che una volta erano garantite, di opportunità cancellate. Se poi penso ai cittadini di origine straniera che sono in Italia, vedo una fetta di popolazione che affronta gli stessi problemi con ancora minori garanzie, dal welfare alla cittadinanza. (ancora l’intervista al sociologo Luigi Manconi pubblicata da “Avvenire”)

La scrittrice Dacia Maraini sostiene che “se non c’è indignazione non c’è etica”. È vero: nell’attuale società scatta un sostanziale divieto di indignarsi a causa anche della barriera mediatica che propina una narrazione fasulla e di conseguenza viene devitalizzata sul nascere la protesta, mentre l’etica si riduce ad opzione per poche anime virtuose.

E La Cgil è sempre contro. Forse Landini può essere che abbia delle mire politiche, che voglia fare il leader della sinistra. Legittimo. Io faccio solo un’analisi politica”. (così il vice-presidente del Consiglio Antonio Tajani)

Se l’attuale dirigenza della sinistra non fa politica e non riesce a ripristinare i legami sociali a livello comunitario, ci vorrà pure chi tenta di farlo a costo di qualche forzatura sui ruoli socio-politici.

Un mio assiduo lettore mi ha consigliato la brevità: ha ragione e quindi chiudo anche se il discorso sarebbe molto lungo.

Il leccaculismo obbligatorio

Un intreccio di conflitti di interessi e rapporti amicali condiziona e rende non autonoma come dovrebbe essere l’attività dell’Ufficio del Garante per la Privacy. È quello che ha raccontato Report, condotto da Sigfrido Ranucci, in onda su Rai 3, approfondendo ancora il ruolo di Agostino Ghiglia, componente del collegio del Garante, e i legami che uniscono a più livelli chi lavora nell’ufficio a Fratelli d’Italia.

Il primo comportamento denunciato da Report riguarda proprio Ghiglia. Annuncia in Ufficio che il giorno seguente andrà a trovare Arianna Meloni per discutere del caso di Report su cui l’Ufficio, deciderà una sanzione di 150 mila euro per aver pubblicato l’audio originale dei colloqui tra Gennaro Sangiuliano, allora ministro della Cultura, e la moglie Federica Corsini sui motivi che avevano portato alla sospensione del contratto di consulenza a Maria Rosaria Boccia. La giornalista Chiara De Luca prova anche a contattare Ghiglia per chiedergli conferma, ma lui non conferma e non smentisce, non risponde.

Dopo averlo annunciato – ricostruisce Report – il giorno seguente Ghiglia si reca nella sede di Fratelli d’Italia con l’auto di servizio. Un comportamento incongruo se fosse vera la sua versione dei fatti, e cioè che era andato a via della Scrofa per parlare della presentazione del suo libro, ovvero di una questione privata. Più coerente, invece, se era andato ufficialmente per parlare con la responsabile della segreteria politica di FdI. (“La Stampa” – Flavia Amabile)

Da una parte abbiamo la degenerazione “leccaculista” della Rai (da Bruna Vespa in giù o in su) nei confronti dell’attuale governo: checché se ne dica non si era mai visto un simile allineamento giornalistico da parte del servizio pubblico radiotelevisivo nei confronti dell’esecutivo. A volte sono paradossalmente costretto a virare sulle reti mediaset per trovare un minimo di obiettività di informazione: è tutto dire!

Dall’altra parte, il governo non pone limiti al proprio appetito e vuole mangiare anche le briciole rimaste sulla tavola Rai, vale a dire “Report”, che si permette di fare qualche inchiesta imbarazzante per chi esercita i pubblici poteri.

Ebbene, ad un certo punto emerge che chi dovrebbe garantire la privacy contro l’eventuale invadenza dei mezzi d’informazione prenderebbe (il condizionale è d’obbligo) pelosi consigli dai dirigenti di Fdi e precisamente dalla chiacchierata Arianna, sorella di Giorgia Meloni.

Ma che razza di casino è questo? Un gatto che si morde la coda, un circolo vizioso all’interno del quale lo spettatore viene privato dell’informazione: se non è fascismo?!

Non è una novità, la dicono lunga i siparietti internazionali della nostra premier.

Una Giorgia Meloni “senza filtri” ha confessato al presidente degli Stati Uniti Donald Trump il suo rapporto non idilliaco con la stampa italiana. In ben due occasioni, durante la giornata alla Casa Bianca con gli altri leader europei, la premier ha fatto riferimento a una relazione “complicata” con i giornalisti. Il primo episodio è avvenuto “fuori onda”: il presidente finlandese Alexander Stubb si dice stupito di come Trump abbia aperto le porte del vertice alla stampa. Giorgia Meloni sorride e commenta: “Ma a lui piace. Gli piace sempre. Io invece non voglio mai parlare con la stampa italiana”. (today.it)

Torno a bomba, vale a dire al corto circuito tra informazione (“Report”), politica (FdI) e autorità indipendente (Garante per la privacy), riportando di seguito una autorevolissima citazione che purtroppo cadrà nel vuoto di un clima penoso e inquietante.

“C’è un’unica soluzione per una degenerazione inaccettabile dell’autorità indipendente trasformata in organo di pressione politica: si devono dimettere”. Parola di Ugo De Siervo, presidente emerito della Corte costituzionale ed ex componente del Garante per la Privacy, quando l’Autorità era ancora un presidio di libertà, non un’estensione del potere politico. (da “Il Fatto Quotidiano”)

Laboratorio per una sinistra radical pop

Mamdani ha posto la questione economica (casa, trasporti e infanzia) al centro della sua campagna. Le sue proposte sono dichiaratamente ambiziose e progettate per affrontare quella che viene chiamata la “crisi dell’accessibilità” a New York: affitti in crescita, costi elevati per allevare bambini, mezzi pubblici gravati da alte tariffe, difficoltà complessiva per le famiglie a reddito medio-basso. Su scala maggiore qualcosa di simile al dibattito che si è acceso recentemente in Italia sul “modello Milano”, i suoi costi e l’“espulsione” dai confini urbani dei meno abbienti. Tra le proposte più importanti, ora da realizzare, ci sono gli autobus gratuiti, il congelamento degli affitti con maggiore enfasi sulla responsabilità dei proprietari, soprattutto dove è forte il rischio di sfratto o si registra un’impennata dei costi di locazione nei quartieri in trasformazione. Più a lungo termine il progetto di triplicare le abitazioni a equo canone, attraverso la costruzione di alloggi in edifici realizzati da imprese che impieghino lavoratori sindacalizzati, garantendo qualità e salari dignitosi. Di forte impatto è anche la proposta di negozi alimentari gestiti direttamente dal Comune per contenere i prezzi dei generi di prima necessità. Segue l’assistenza all’infanzia universale, nella forma di servizi offerti da 6 settimane a 5 anni di età. Gli effetti benefici sulla partecipazione al lavoro, l’uguaglianza di genere e il benessere dei bambini risulterebbero notevoli, ma il costo per le casse pubbliche sarebbe altissimo. Infine, l’imposta fissa del 2% per redditi sopra 1 milione di dollari, misura pensata per finanziare le politiche descritte sopra. Chi ha redditi elevati, sostiene il sindaco eletto, deve contribuire maggiormente al sostegno della città. Donald Trump ha preso di mira Mamdani per questo programma di sinistra e poco “americano”, circostanza in parte vera vista la distanza (e la diffidenza) tra la Grande Mela e il Paese profondo. Tuttavia, il paradosso è che in modi totalmente diversi entrambi, il sindaco e il presidente, si sono rivolti nelle loro campagne elettorali ai “forgotten men”, i dimenticati, gli esclusi, i meno fortunati, contro i privilegi, gli interessi consolidati e i politici di professione. L’esito è stato favorevole sia per l’uno che per l’altro, i risultati sono ora da valutare sul campo. (“Avvenire” – Andrea Lavazza)

C’è indubbiamente nel successo elettorale di Zohran Mamdani – nuovo primo cittadino della Grande Mela, con i suoi 34 anni appena compiuti, il più giovane da fine Ottocento, nonché il primo musulmano e il primo nato in Africa, ammesso alla nazionalità americana solo dal 2018 – qualcosa di populistico e di demagogico, ma c’è anche molta speranza in una certa qual conversione progressista degli americani. Staremo a vedere…

Al momento, più che ad una repentina e piuttosto improbabile svolta anti-trumpiana, sono interessato al recupero del concetto di buona amministrazione locale pensando che possa partire da lì la riscossa politica generale.

New York è una megalopoli, è quasi uno stato nello Stato, ma favorisce tuttavia un rapporto più stretto fra cittadini ed istituzioni, atto a ripensare e ricostruire la politica nella chiave del bene comune.

Volendo operare uno sbrigativo parallelismo con la situazione italiana, potrebbe essere quello inaugurato da Mamdani uno stile di governo rispondente ai bisogni concreti della gente soprattutto dei cittadini più in difficoltà, da applicare ai nostri comuni per attaccare dal basso il verticistico potere della destra basato sul qualunquismo dei molti e sull’egoismo dei pochi.

Nel nostro Paese le elezioni amministrative sono vissute come test elettorali rispetto agli schieramenti politici nazionali: tutto comincia e finisce lì, dopo di che il sindaco vivacchia nell’anonimato e nell’ordinaria amministrazione. Non c’è partecipazione né condivisione da parte dei cittadini, non c’è protagonismo né originalità nei candidati sindaco: morale della favola, se il sindaco è di destra, tira la volata a Giorgia Meloni, se il sindaco è di sinistra, diventa un tentativo per il cosiddetto campo largo alternativo alla destra.

I problemi della gente rimangono al palo mentre a livello amministrativo, più o meno, così fan tutti i sindaci. L’esempio più emblematico riguarda Milano: un sindaco di centro-sinistra che non riesce a concretizzare alcuna terapia contro l’alcolismo della “Milano da Bere”, un’amministrazione comunale che non si distingue dalle altre di segno diverso se non per evitare certi accessi reazionari e poco più.

È pur vero che le amministrazioni locali sono dotate di scarsi poteri (schiacciate fra le due burocrazie dominanti, quella centrale e quella regionale) e di scarsi mezzi (la fiscalità non passa dai comuni), tuttavia con un po’ di fantasia e di sensibilità si potrebbero fare grandi cose, tali da far traballare i balletti politici nazionali. Invece la gara è solo quella della visibilità mediatica a suon di iniziative tanto dispendiose quanto ininfluenti sul tessuto sociale.

Un tempo gli indirizzi socio-politici italiani dipendevano dall’aria che tirava negli Usa: il berlusconismo aveva invertito la tendenza diventando fonte di ispirazione per gli assetti americani. Col governo attuale siamo tornati all’antico, prendendo a scatola chiusa il peggio proveniente dagli Usa (vedi Trump e poi muori…). Il messaggio di Mamdani potrà scombussolare i nostri miseri piani? Servirà a svegliarci dal sonno astensionista? Ci fara gustare di nuovo, pur senza illusioni, il senso della politica, proponendo una sorta di radicalismo di sinistra di base fatto di pochi e precisi obiettivi comunicati in modo coinvolgente da contrapporre al radicalismo verticista di destra fatto di molti e vaghi opportunismi comunicati in modo stravolgente?

 

Le puttanate italiane e le sputtanate libiche

Era nell’aria da mesi l’arresto del generale libico Almasri. Il governo di Tripoli sta facendo piazza pulita della milizia “Rada” e della “Polizia giudiziaria”, i gruppi armati originariamente affiliati alle istituzioni centrali ma che nella logica delle faide tripoline sono caduti in disgrazia. Gruppi che hanno intrattenuto rapporti privilegiati con Paesi come l’Italia, come dimostrato dal “rimpatrio di Stato” del generale, lo scorso 21 gennaio, dopo l’arresto a Torino, nonostante un mandato di cattura della Corte penale internazionale.

Il generale è stato fermato su ordine della procura della capitale libica, con l’accusa di avere personalmente eseguito torture e abusi sui detenuti. Una decina di superstiti alla prigionia lo hanno denunciato e le indagini, secondo gli inquirenti libici, hanno dimostrato che almeno in un caso le sevizie hanno deliberatamente provocato la morte di uno dei prigionieri.

(…)

Nel comunicato delle autorità giudiziarie libiche viene spiegato che «lo scorso luglio, l’ufficio del procuratore generale aveva avviato le indagini» per indagare sui reati «relativi al mandato di arresto emesso dal Tribunale penale internazionale», e a cui l’Italia non aveva ottemperato. «La Corte penale internazionale aveva rivelato – precisa ancora la nota da Tripoli – di aver emesso un mandato di arresto il 18 gennaio, per crimini contro l’umanità e crimini di guerra». Il giorno dopo il generale venne arrestato a Torino, ma la notizia venne tenuta nascosta fino a quando, il 20 gennaio, non venne rivelata da Avvenire e confermata dal ministero della Giustizia italiano solo il 21 gennaio, quando ormai Almasri stava per essere accompagnato a Tripoli.

I nodi stanno venendo al pettine in modo inopinato: per il governo italiano è tempo di ricevere censure internazionali da chi meno ci si poteva aspettare, che dimostrano tutta la incoerenza, l’incapacità e il pressapochismo che va sciorinando il melonismo. Chi ha l’ardire di criticare viene immediatamente bollato come opportunistico e demagogico nemico. Sarà così anche per il governo libico a cui Nordio e c. (facendo una figura di merda) pensavano forse di fare un “piacerino” diplomatico rimpatriando il generale Almasri?

Pur con tutto il rispetto dovuto, è decisamente clamoroso prendere lezioni di diritto internazionale dal governo libico. Siamo veramente piombati nel tragicomico! Il divenire degli eventi parla da sé: come minimo siamo dei pasticcioni, al massimo siamo dei politicanti da quattro soldi.

Abbiamo tanto “riguardo realpolitico” per un delinquente che gira per il mondo e poi impariamo che persino il suo Stato non ne vuole sapere e lo arresta. Se non ci fossero di mezzo tante persone torturate e uccise, ci sarebbe da ridere.

Il governo italiano non ha mai detto il vero motivo del rimpatrio di Almasri, lasciando però intendere che si trattasse di un impronunciabile scambio di favori con la Libia. Adesso la Libia sta dalla parte della Corte Penale Internazionale e arresta Almasri. Probabilmente fra Italia e Libia c’è aperta una gara ad essere il più inaffidabile dei governi.

Si può essere di destra o di sinistra, ma in questo caso la questione è un’altra: siamo in mano ad una manica di cretini che giocano a fare gli statisti. Al pensiero di concedere a questo gruppetto di dilettanti allo sbaraglio il compito di riformare la Costituzione mi si gela il sangue.

Chi ci salverà dal melonismo? Gli incazzatissimi magistrati? Il giornalismo d’inchiesta a cui si vuole tappare la bocca? Il carrello della spesa sempre più misero? L’opposizione politico-parlamentare sempre più inconcludente e farraginosa? I cittadini italiani sempre più egoisticamente smarriti e sfiduciati?

Il berlusconismo cadde sotto i colpi della mannaia internazionale approntata dalla “santa congiura” di Germania (Merkel), Francia (Sarkozy), Usa (Obama) e Italia (Napolitano). Il melonismo, che ha tutti i difetti senza alcun pregio del berlusconismo, prima o poi cadrà, magari quando meno ce l’aspettiamo. Della “santa congiura” è rimasto solo il successore di Napolitano, vale a dire Sergio Mattarella, che continua imperterrito a predicare nel deserto. Da Scholz e Macron non c’è da aspettarsi niente di buono; da Trump Dio ci scampi e liberi; da Von der Leyen peggio che andar di notte.

Vuoi vedere che sarà la Corte Penale Internazionale a suonare le campane a fronte delle trombonate narcisistiche di Giorgia Meloni?

Nei mesi scorsi le autorità del Regno Unito – a quanto risulta ad Avvenire – hanno congelato diversi milioni di euro su conti di banche del Commonwealth riconducibili ad Almasri, che aveva ottenuto la cittadinanza della Dominica e circolava in Europa con documenti di identità autentici rilasciati dalla Turchia. Ma è anche dalla Germania che si attendono sviluppi. Da un momento all’altro la magistratura tedesca dovrebbe decidere sulla consegna all’Aja del braccio destro di Almasri, il comandante Al-Buti, arrestato nello scorso luglio mentre tentava di lasciare Berlino, dove si era recato per curare i suoi affari.

Ma che fa più scalpore è senza dubbio la Libia.

Nei giorni scorsi il premier libico Dbeibah aveva promesso che Almasri sarebbe stato consegnato alla Corte penale internazionale, con cui la Libia ha firmato per la prima volta una intesa per la cooperazione giudiziaria. Ma non sarà un passaggio automatico. Almasri dovrà essere processato da Tripoli, dove resterà in ostaggio di logiche imprevedibili. «Sebbene non possiamo commentare le notizie – ha spiegato ad Avvenire una fonte dell’Aja –, la Corte penale internazionale lavora costantemente per mantenere una linea di comunicazione aperta con le autorità locali e migliorare la cooperazione». In altre parole, il generale non verrà estradato nell’immediato alla giustizia internazionale.

L’Italia risponde picche.

Nei giorni scorsi Roma ha tentato di appianare le asperità annunciando una revisione delle norme che regolano la cooperazione con la Corte penale internazionale. Una mossa necessaria per evitare il deferimento dell’Italia all’assemblea degli Stati che fanno parte della Cpi o al Consiglio di sicurezza Onu. «L’esperienza maturata con il caso Almasri ha portato l’Italia – in tutte le sue articolazioni (Parlamento, governo e magistratura) – a intraprendere una revisione delle modalità con cui deve operare il sistema di cooperazione delineato dalla legge italiana», si legge nella nota del governo alla Corte dell’Aja, e questo per «ottemperare agli obblighi internazionali nei confronti di questa Corte, che l’Italia conferma di voler rispettare». Sotto i riflettori c’è la legge italiana sulla quale la stessa Corte d’Appello di Roma ha sollevato a sua volta una questione di legittimità, chiedendo alla Corte Costituzionale di esprimersi sulla necessità della richiesta di permesso al governo per arrestare un ricercato per crimini contro l’umanità. (“Avvenire” – Nello Scavo)

Nel pantano del disordine internazionale sguazzano gli unilaterali maiali fra cui si sta schierando anche l’Italia. Se il pantano cominciasse ad essere ripulito qualche suino potrebbe non avere più il suo habitat e la scena potrebbe cambiare. Non rimane quindi che sperare in una difficile ma salutare ripresa del diritto internazionale, che dovrebbe avere il suo protagonista principale nella Ue.  In mancanza dei cavalli europei chissà che non possano trottare gli asini libici, palestinesi, arabi, africani etc. etc.

Quando le cose vanno molto male si deve sperare nel colpo di reni degli ultimi della pista a livello interno e internazionale. Aspettare che le novità vengano dall’alto è tempo perso. Il pericolo è semmai che i governanti più furbi e potenti (vedi Trump, Putin, Xi Jinping) si riposizionino immediatamente a fianco dei tagliati fuori in vena di riscatto (vedi armata Brancaleone dei Paesi non allineati).

 

 

 

Le vittorie di Pirro e le sconfitte di La Pira

Otto paci e una guerra. Trump “il pacificatore” – non si stanca di ripeterlo – ha messo fine ai conflitti nei punti più cruenti del globo, dal Congo a Gaza. Tanto da meritare il Nobel – precisa con una buona dose di stizza –, scippatogli alla fine «per ragioni politiche». Nel suo Continente, però, lo stesso presidente ha deciso di avviare un conflitto di intensità inedita. Una sorta di “nuova guerra dell’oppio” – o meglio, del Fentanyl –: nel mirino formalmente ci sono i narcos, «il Daesh dell’Occidente», «terroristi ansiosi di avvelenare i cittadini statunitensi». In gioco, tuttavia, c’è molto di più. La riconquista dell’egemonia perduta a Sud del Rio Bravo – il vecchio “Giardino di casa” – nei decenni post-Guerra fredda quando la Casa Bianca s’è lasciata distrarre da altri scenari, dal Medio Oriente all’Ucraina. Nonché, soprattutto, tanti buoni affari. Incluso il “business dei business” secondo The Donald: lo sfruttamento dei minerali critici per la transizione energetica, di cui l’America Latina ospita ingenti riserve. Il “triangolo del litio” è solo una: il Brasile, ad esempio, ha la seconda maggior concentrazione al mondo di terre rare. La “dottrina Monroe 2.0” del tycoon – riadattamento dell’adagio pronunciato dall’allora presidente James Monroe, “L’America agli americani”, presupposto di oltre un secolo di ingerenza Usa nella parte centro-meridionale del Continente – è un mix di nostalgie imperiali, ossessione anticinese – il nemico geostrategico per antonomasia – e tecniche di vendita da immobiliarista navigato. A cucirle insieme un tratto caratteriale che il presidente ha trasformato in principio guida dell’azione politica: l’imprevedibilità. “Madman theory”, la teoria del matto, la chiamano i politologi: un leader riesce a convincere gli avversari di essere capace di qualunque cosa, esercitando nei loro confronti una forma importante di coercizione. Non è la prima volta che un capo della Casa Bianca la adotta. Di nuovo – come per la guerra alla droga, ufficialmente dichiarata nel 1971 – il riferimento è Richard Nixon. Nessuno, però, l’aveva portata all’estremo trumpiano. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Come noto, Federico Rampini fotografò il prevedibile confronto elettorale americano fra Biden e Trump come lo scontro fra un demente e un delinquente. Il demente (tale demenza forse era l’unica estrema arma da giocare contro la furbizia del delinquente) fu sostituito all’ultimo minuto da Kamala Harris, una parvenue democratica che di democratico aveva ben poco, e il delinquente vinse a piene mani. Adesso impariamo che è anche un “matto”, che la sa molto lunga e che ha come villaggio il mondo.

Mia madre era talmente contenuta nei giudizi sulle persone da giustificare i delinquenti, commentando laconicamente: “jén dil tésti mati”. Qui mio padre, in un simpatico gioco delle parti, ricopriva il ruolo di intransigente accusatore: “J én miga mat, parchè primma äd där ‘na cortläda i guärdon se ‘l cortél al taja.  Sät chi è mat? Col che l’ätor di l’à magnè dez scatli äd lustor. Col l’é mat!”.

Donald Trump non è matto, perché le scatole di lucido da scarpe le fa mangiare a noi e noi le stiamo mangiando senza fare una piega, anzi le mangiamo con appetito e soddisfazione. Pazienza gli americani, ma anche noi!

Non so fino a che punto reggerà la sua imprevedibilità: forse è meglio lasciarlo bollire, costi quel che costi, nel suo brodo. Penso sia la tattica putiniana. Forse tutto il mal non vien per nuocere, al punto da costringerci a ripartire dai principi e dai valori, ciò che non riescono a fare il partito democratico statunitense e tutti i partiti di sinistra sparsi nel mondo. La politica deve cedere il passo all’etica. Ecco perché papa Francesco era l’unico personaggio di riferimento per chi sognava un mondo diverso.

Arriveremo in tempo? In questi giorni il mio carissimo amico Pino, che, suo malgrado e a suo rischio e pericolo, sta diventando un mio prezioso consigliere diplomaticamente coraggioso, mi ha comunicato di avere conservato un articolo dello scrittore israeliano Amos Oz del 2011, in cui si dice fra l’altro che la speranza non è virtù per tempi tranquilli, ma è l’unica virtù di cui abbiamo necessità nelle epoche di incertezza e instabilità come quella che stiamo vivendo. È morto nel 2018. Cosa direbbe se fosse ancora vivo…Abbiamo bisogno di personaggi di questo calibro, che trasmettano speranza…

Giocando sulle parole si potrebbe dire che è Maduro il tempo di…sperare. Questa è la follia da contrapporre a quella trumpiana: Giorgio La Pira docet. Probabilmente, se fosse ancora in vita, andrebbe a parlare col presidente americano, facendosi accompagnare dalle preghiere di un esercito di suore di clausura. Gli spiattellerebbe in faccia questa sua vena diplomatica surreale a cui probabilmente Trump risponderebbe col suo “opinionistico” esercito di cattolici americani del piffero e magari con la subdola promessa di inviare le forze armate statunitensi in Nigeria se il Paese non arginerà le aggressioni ai cristiani da parte degli islamisti.

La Pira rifiuterebbe sdegnosamente un tale folle contentino e continuerebbe la sua gara apparentemente vocata alla sconfitta. Così come esistono le vittorie di Pirro ci sono però anche le sconfitte di La Pira.

 

Non tutte le provocazioni vengono per nuocere

Le dichiarazioni di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, sull’incidente verificatosi questa mattina ai Fori Imperiali e in cui sono rimasti feriti alcuni operai stanno sollevando un polverone diplomatico fra Italia e Russia. «Finché il governo italiano continuerà a spendere inutilmente i soldi dei suoi contribuenti» per aiutare l’Ucraina, «l’Italia crollerà tutta, dall’economia alle torri», scrive la portavoce di Sergej Lavrov in un post pubblicato su Telegram. Per queste sue parole l’ambasciatore russo è stato convocato alla Farnesina. (open.online)

A questa provocazione va fatta la tara, consistente nello sciacallaggio sulle macerie della Torre Imperiale e nella faziosità difensiva della Russia che interpreta tutto alla luce del proprio folle imperialismo. Al netto di questi disgustosi e maliziosi attacchi resta tuttavia una verità, quella del governo italiano che sperpera i soldi dei contribuenti non tanto per aiutare l’Ucraina (che comunque andava e andrebbe aiutata non in una logica meramente bellica, ma in un, seppur impervio, percorso di pace), ma nella pazza corsa al riarmo e nella visionaria politica infrastrutturale del Ponte sullo Stretto.

Anziché scandalizzarsi e creare incidenti diplomatici, sarebbe meglio fare un esame di coscienza: a volte anche da pulpiti e metodi sbagliati possono infatti giungere prediche opportune e giuste.

Il crollo della Torre Imperiale non pone dubbi sulla scriteriata spesa pubblica, ma semmai sul tema della sicurezza sul lavoro (che sta diventando ogni giorno che passa più drammatico ed emergenziale) e su quello della difesa e valorizzazione del patrimonio artistico-culturale.

Non facciamo polveroni politico-diplomatici dietro cui nascondere le responsabilità di una politica dissennata del nostro Paese. Chiediamoci invece se la corsa al riarmo sia una scelta accettabile in mezzo ai mille problemi sociali che ci angustiano. Chiediamoci se la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina sia una scelta socialmente oculata e strategicamente giustificabile per un Paese dove è quasi impossibile raggiungere in tempi utili il centro delle città partendo dalle periferie e dove si toglie il pane dalla bocca degli affamati (leggi abolizione del reddito di cittadinanza) per darlo ai megalomani dell’affarismo fine a se stesso.

Ricordo cosa avvenne tanti anni fa: rappresentavo le cooperative sociali nei loro difficili rapporti con le Unità Sanitarie Locali, che, udite-udite, volevano risparmiare facendo pagare il pasto agli operatori che assistevano i soggetti svantaggiati. Ad un certo punto la funzionaria che seguiva il settore sbottò e propose provocatoriamente agli amministratori pubblici in vena di austerità di accompagnarli in un giro di perlustrazione in queste realtà all’ora dei pasti: “Vedrete, disse in modo provocatorio, in quali condizioni mangiano questi operatori assieme ai loro assistiti: il meglio che può capitare a loro è di trovarsi uno sputo sulla bistecca…”. Seguì un gelo fatto di imbarazzo e fortunatamente i bollenti spiriti risparmiosi terminarono.

I nostri governanti facciano qualche giro di perlustrazione fra i soggetti che vivono in balia delle vecchie e nuove povertà: forse ne usciranno un po’ meno sicuri del fatto loro e più disposti ad accettare le critiche da chiunque provengano (persino dalla impertinente e indisponente portavoce di Lavrov).

 

 

La guerra è un suicidio globale

«È ancora fecondo il grembo da cui nasce la guerra. Non basta far abortire il mostro, occorre togliere l’utero. L’unica violenza permessa a un pacifista» (B. Brecht).

«Adulto, maschio: uccidi. Spara per uccidere». Se ad approssimarsi sono «donne e bambini: spara per allontanarli. Se si avvicinano alla recinzione, fermali». Laddove «fermare» vuol dire anche guardare nel mirino e premere il grilletto. Non dice quante volte abbia ricevuto quegli ordini, né quante volte li abbia eseguiti, ma i ricordi del reduce, riportati in parlamento sotto anonimato, mulinano nella sua testa giorno e notte. C’è chi impara a convivere con l’orrore di Gaza. E chi la fa finita. Nel 2024 in Israele ci sono stati 358 casi di tentato suicidio: 279 erano era soldati delle forze di difesa in servizio o di rientro da Gaza, il 78% del totale. In nessun altro Paese del mondo con una storia di conflitti alle spalle si sono registrate proporzioni simili negli ultimi decenni, a meno di tornare ai postumi del Vietnam per gli Usa. Un rapporto pubblicato dal Centro di ricerca e informazione della Knesset, il parlamento israeliano, ha rivelato che tra gennaio 2024 e luglio 2025 per ogni soldato che si è tolto la vita, altri sette hanno provato a fare lo stesso. Secondo il dossier gli episodi segnano un drammatico aumento rispetto agli anni precedenti, quando il tasso di militari coinvolti oscillava tra il 42% e il 45% sul totale del Paese, mentre nel 2023 non arrivava al 17%. La scomposizione del fenomeno non lascia prevedere niente di buono. In totale, secondo l’organismo del parlamento, tra il 2017 e il luglio 2025 sono morti suicidi 124 soldati. Il rapporto ha chiarito che le cifre si riferiscono solo ai militari in servizio regolare che di riserva al momento della morte o del tentativo di suicidio, e non includono i veterani che si sono tolti la vita dopo aver completato il servizio nelle forze armate. Tra i casi censiti, il 68% erano coscritti, il 21% erano in servizio di riserva attiva e l’11% erano soldati di carriera. Molti di questi suicidi si potevano forse prevenire. Il rapporto della Knesset ha rivelato che solo il 17% dei soldati che si sono uccisi negli ultimi due anni, avevano incontrato un ufficiale di salute mentale nei due mesi precedenti la morte. La maggior parte dei dati è stata fornita dal centro di salute mentale del Corpo medico dell’Idf, dopo che erano stati richiesti da Hadash-Ta’al Ofer Cassif, parlamentare della sinistra israeliana noto per essere stato allontanato con la forza dall’emiciclo non appena aveva accusato il suo Paese di genocidio a Gaza. «Non c’è niente di più prezioso della vita umana», ha affermato Cassif. «L’epidemia di suicidi, che probabilmente peggiorerà ora che la guerra è finita – ha osservato -, richiede la creazione di sistemi di sostegno reali per i soldati e, soprattutto, la fine delle guerre e la realizzazione di una pace vera». (“Avvenire” – Nello Scavo)

Se c’era bisogno di un’ulteriore dimostrazione di come la guerra sia una sconfitta per tutti, eccola! Non solo, ma è una sconfitta che lascia dei segni incalcolabili ed incancellabili oltre che nelle strutture anche e soprattutto nelle menti e nei cuori. Recentemente il Parlamento israeliano ha celebrato trionfalmente la tregua, ma evidentemente non si è ricordato delle cifre di cui sopra. Le ferite della guerra non si rimarginano enfatizzando le conquiste e le vittorie, ma cambiando radicalmente l’approccio ai rapporti fra gli Stati e gli uomini. La tregua infatti non sta tenendo: ogni giorno si hanno clamorose e drammatiche violazioni, continue reciproche minacce.

Catherine Russel (direttrice generale Unicef) sostiene che i bambini di Gaza non hanno iniziato questa guerra, ma la pagano tutta. In una paradossale e interminabile catena di effetti perversi la pagano persino coloro che hanno ammazzato questi bambini. Peggio di così…

«È ancora fecondo il grembo da cui nasce la guerra. Non basta far abortire il mostro, occorre togliere l’utero. L’unica violenza permessa a un pacifista» (B. Brecht)

 

Separazione dei poteri, delle carriere e…degli italiani

Come ho già ripetutamente detto e scritto, sono molto perplesso di fronte alla cosiddetta riforma della giustizia, approvata dal Parlamento e rimessa al vaglio referendario dei cittadini italiani: non riesco a coglierne i sostanziali aspetti positivi e negativi così come emergenti dal dibattito in corso.

Il clima politico che fa da substrato a questa revisione costituzionale non è certo dei migliori e si differenzia faziosamente e strumentalmente da quello che caratterizzò tutta la fase costituente: si misero da parte gli interessi di parte per discutere e deliberare su principi e valori democratici. Siamo molto, troppo lontani da quelle virtuose condizioni preliminari. I reiterati tentativi di riforma costituzionale che si sono avvicendati nel tempo sono tutti naufragati proprio a causa del mare politico tempestoso in cui sono stati discussi, effettuati, valutati e votati.

Il Parlamento ha terminato, molto male, il suo iter radicalizzando politicamente il discorso: una destra fegatosa all’attacco dei magistrati invadenti, inconcludenti e rompicoglioni; una sinistra lumacosa in difesa dei magistrati intoccabili e perfetti; da una parte la trionfalistica rivincita del berlusconismo ed il riscatto dagli enormi guai etico-giudiziari di cui fu costellato il suo cammino; dall’altra parte la magistratura vista come insormontabile baluardo contro la corruzione nella e della politica; da una parte la semplicistica illusione di evitare gli errori giudiziari, di efficientare e spoliticizzare il sistema; dall’altra parte l’autonomia del potere giudiziario visto come una sorta di permanente e garantistica autoreferenzialità pseudo-costituzionale.

Mi permetto una piccola digressione un po’ macabra ma ironicamente significativa. L’affermazione che Silvio Berlusconi volesse fare la parte del morto ai funerali non trova riscontri oggettivi. Potrebbe però essere finalmente la sua occasione: il morto che parla nella mano agli italiani. Nelle urne referendarie Berlusconi ti vede i magistrati no.

Il governo spaccia il tutto come battaglia di civiltà e come ricerca di corretti rapporti fra potere esecutivo e potere giudiziario; l’opposizione giudica il tutto come un tentativo antidemocratico di squilibrare le istituzioni attaccando il principio fondamentale e costituzionale della separazione dei poteri.

Mi sono chiesto: potrà la separazione delle carriere evitare o almeno alleviare gli errori giudiziari? potrà lo sdoppiamento del CSM comportare un controllo più efficace dell’attività della magistratura? potrà la nomina a sorteggio dei componenti degli organi di autogoverno mettere la magistratura al riparo da esagerazioni e degenerazioni correntizie? potrà la riveduta macchina giudiziaria viaggiare più speditamente abbreviando tempi e semplificando procedure?

Ho pochissime certezze e molti seri dubbi! Le certezze dovrebbero costituire le premesse indispensabili per una seria fase ricostituente, invece…

Il referendum si prospetta in modo inquietante: diventerà un voto sul governo Meloni? sarà   un processo piazzaiolo ai magistrati? sarà una sorta di “arridateci er puzzone” riferito agli eredi più o meno legittimi di Silvio Berlusconi; sarà un più o meno convinto e sterile arroccamento costituzionale?

Si potrebbero scontrare due tendenze: da una parte il qualunquistico “tanto peggio tanto meglio”, dall’altra parte “stiamo ai primi danni”.

Mi spaventa l’astensionismo che potrebbe farla da padrone. La Costituzione simbolo e canovaccio di un’Italia frutto di una storia che migliore non si può, ridotta a Carta stiracchiata da una politica che peggio non si può.