La regina Giorgia è nuda, ma non attrae i giovani

Una volta arrivarono due impostori: si fecero passare per tessitori e sostennero di saper tessere la stoffa più bella che mai si potesse immaginare. Non solo i colori e il disegno erano straordinariamente belli, ma i vestiti che si facevano con quella stoffa avevano lo strano potere di diventare invisibili agli uomini che non erano all’altezza della loro carica e a quelli molto stupidi.

I truffatori finsero di lavorare sui tessuti, ovviamente inesistenti, ma nessuno osò denunciare la truffa in atto proprio per quel meccanismo che prevedeva che a non vedere i tessuti fossero gli incapaci e gli stupidi.

L’epilogo è noto: il re viene vestito con i vestiti inesistenti e sfila per la città nudo.
E così l’imperatore aprì il corteo sotto il bel baldacchino e la gente che era per strada o alla finestra diceva: «Che meraviglia i nuovi vestiti dell’imperatore! Che splendido strascico porta! Come gli stanno bene!»
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Nessuno voleva far capire che non vedeva niente, perché altrimenti avrebbe dimostrato di essere stupido o di non essere all’altezza del suo incarico.

«Ma non ha niente addosso!» disse un bambino «Signore, sentite la voce dell’innocenza!» replicò il padre, e ognuno sussurrava all’altro quel che il bambino aveva detto. «Non ha niente addosso! C’è un bambino che dice che non ha niente addosso!». «Non ha proprio niente addosso!» gridava alla fine tutta la gente. E l’imperatore rabbrividì perché sapeva che avevano ragione, ma pensò: «Ormai devo restare fino alla fine». E così si raddrizzò ancora più fiero e i ciambellani lo seguirono reggendo lo strascico che non c’era.

Come non associare le figure allegoriche della fiaba di Andersen, ai protagonisti che circondano la regina Giorgia, priva di verifiche concrete sui suoi comportamenti, circondata da collaboratori e da operatori mediatici, che vivono in uno stato di soggezione gerarchica?

Ci hanno pensato i giovani a scoprire l’inganno, a gridare che la regina Giorgia è nuda: hanno partecipato in massa al referendum e hanno votato “no”. Sono i giovani delle piazze a favore di Gaza e del rifiuto della guerra: è scattata una molla, una sfida a cui non ci si potrà sottrarre.

Se devo essere sincero non sono interessato più di tanto all’acrobatica resipiscenza meloniana, alla rapida riconversione al giustizialismo a suo uso e consumo, alla resa dei conti tra i partiti di governo, allo sbrigativo, tardivo e perbenistico repulisti ministeriale, al ripiegamento fazioso sulla legge elettorale, nemmeno all’affannosa ricerca dell’ago della leadership nel pagliaio del centro-sinistra e della prospettiva di elezioni primarie miranti ad allargare il campo rendendolo ancor più rissoso e combattuto.

Sarà perché sono anziano e politicamente logoro, ma il ritorno in primo piano del rapporto tra giovani e politica mi incuriosisce e mi scuote anche perché è segno di una ritrovata vitalità sociale e di una rinnovata spinta alla partecipazione (intergenerazionale, interprofessionale, interculturale, interreligiosa) di cui i giovani possono essere la punta di diamante.

È anche per la partecipazione della società civile se, più che sulla separazione delle carriere, si è votato per quella dei poteri, una questione cruciale per la democrazia. Comunque la si pensi, il coinvolgimento di tante diverse componenti sociali, professionali, culturali è un segno di vitalità democratica. Per capitalizzare questo successo della democrazia – importante, ma fragile – è necessario insistere su una presenza attiva della società civile nelle scelte grandi e difficili che questo tempo pone alle nostre società. Perché ci sia democrazia è decisivo che la voce del popolo si faccia sentire il più possibile, ma questa voce parla sempre al plurale (si deve diffidare di chi pretende che il popolo parli con una voce sola, abbia un’unica volontà e possa essere rappresento da un solo leader o da un solo partito). Il confronto culturale e sociale è perciò premessa indispensabile anche di un autentico pluralismo politico, come ha insegnato Habermas. Contrariamente a quanto spesso si pensa, la democrazia non è fatta solo di libertà individuale e di elezioni regolari, ma passa attraverso la partecipazione più estesa possibile dei cittadini a corpi sociali – associazioni, sindacati, gruppi culturali, comunità religiose ecc. – cui fa riferimento l’art. 2 della Costituzione. (“Avvenire” – Agostino Giovagnoli)

Elly Schlein aveva dato a suo tempo qualche speranza nel senso delle aperture civili e sociali della politica (la sua elezione era così caratterizzata), ma purtroppo non ha carisma e personalità sufficienti e quindi è stata ributtata nella logica partitica e correntizia. Ritorno ai giovani: se non sono attratti dai partiti, come si coinvolgono? Sono la vera novità che lascia sperare. Ci vorrebbe un personaggio carismatico che in questo momento non c’è: un Bob Kennedy per intenderci. Non dobbiamo deluderli, perché sono i più veloci a prendere le distanze. Ho sempre pensato e sperato che sarebbero stati loro a mandare a casa la Meloni, giovani universitari soprattutto.

La sinistra deve abbandonare le sue penose disquisizioni e buttarsi a capofitto verso le forti e pulite richieste di questi giovani, rispondendo alla loro sacrosanta indignazione. O così o il pomì dei soliti pateracchi. Non ho idea se le eventuali primarie del centro-sinistra per la scelta del candidato premier possano andare incontro a questa insofferenza giovanile. Temo di no. La figura più adatta a raccoglierne e portarne aventi le istanze sarebbe Maurizio Landini, partendo magari da una battaglia per la pace e per un giusto salario ai giovani: il cuore e il portafoglio che per una volta potrebbero andare d’accordo, un mix di programmazione riformatrice e di bagno costituzionale rigenerante. E se ci dovesse scappare qualche vetrina infranta, facciamo di tutto per evitarlo, ma non lasciamoci impressionare e condizionare dai predicatori dell’ordine.  Preferisco prevenire e combattere il rischio del ricorso alla violenza tramite l’ascolto e il dialogo piuttosto che assistere passivamente al tentativo di vuotare il mare della protesta con il bicchiere della repressione.

 

Le sporche pulizie di facciata

Lo spettro di una crisi politica vera e propria, nel day after referendario, nessuno intende evocarlo, né in maggioranza né nel Governo. Ma la vittoria del No ha lasciato un segno profondo. E, dopo i primi proclami di compattezza, in seno all’esecutivo è partito un “processo” interno sulle possibili responsabilità che avrebbero concorso alla sconfitta. Nessuno parla di repulisti, né tantomeno di un redde rationem in grande scala, ma par di capire che l’intenzione della presidente del Consiglio sia, nei limiti del politicamente possibile, di recidere tutte quelle situazioni che finora hanno reso la sua compagine di Governo meno credibile proprio sul vexato fronte della Giustizia. E così la giornata, apertasi inizialmente col Guardasigilli arroccato in difesa all’insegna del hic manebimus optime, si chiude con i primi scricchioli in via Arenula, seguiti da due dimissioni, quelle del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e della capo di gabinetto del ministro, Giusi Bartolozzi. E inizia un braccio di ferro con la ministra Santanchè, che non vorrebbe dimettersi. (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Erano dimissioni dovute da quei dì, ora sono diventate “marce patocche”: si dirà meglio tardi che mai, io dico meglio mardi che tai. Il problema governativo evidenziato dal risultato referendario è ben più profondo e il malcontento della gente non si può placare tagliando qualche rametto secco o cespuglietto fastidioso e lasciando inalterate le radici e il tronco della pianta.

Sono convinto che Giorgia Meloni, letteralmente infuriata, starà mettendo un po’ tutti con le spalle al muro. In fin dei conti Nordio come ministro non è stata una sua opzione, la riforma della giustizia non era una sua priorità: il premierato è stato scambiato con la giustizia (vedi Forza Italia) e l’autonomia regionale rafforzata (vedi Lega). Certe cazzate come il Ponte sullo stretto non sono suoi pallini (vedi Matteo Salvini), certe pigrizie ministeriali non sono a lei ascrivibili (vedi Antonio Tajani il bello addormentato della politica estera), certi incidenti di percorso non la riguardano direttamente (tutti i giorni gliene combinano una…). Immaginando il suo piglio e il suo caratterino credo che a Palazzo Chigi voleranno gli stracci ed anche nel suo partito certi giochi di potere (La Russa-Santanchè) e certe incongruenze, inadeguatezze e strafottenze staranno venendo allo scoperto (dalle sbruffonate di Atreju all’ignobile attenzione ai nostalgici del neo-fascismo).

Fin qui le immaginabili e imbarazzanti sfuriate. L’unico gesto serio, responsabile e conseguenziale sarebbe presentarsi al Parlamento per chiedere una verifica sostanziale della fiducia. Giorgia Meloni ha continuato per quattro anni a puntare su un rapporto diretto col popolo, facendosi sempre e comunque scudo del voto elettorale favorevole. La ventilata riforma del premierato ha questa filosofia e allora quando il popolo dice “no” si dovrebbe ascoltarlo e andare a casa o almeno si dovrebbe ripiegare (si fa per dire) sulla repubblica parlamentare e quindi tornare in Parlamento per chiedere e decidere il da farsi.

Correttezza vorrebbe così. Se non lo fa la premier, lo faccia almeno il ministro Nordio. Mi si dirà che sarebbero comunque atti formali che non cambierebbero nulla e che paradossalmente potrebbero rafforzare il governo in un momento di grave debolezza. Forse per questo le opposizioni non chiedono le dimissioni e/o il relativo passaggio parlamentare.

Ero un giovane sprovveduto e facevo parte di un importante organo amministrativo presieduto da una collaudata funzionaria ministeriale, che piantava grane a tutto spiano sollevando questioni a mio giudizio marginali se non addirittura formali. Mi ricordo che ebbi l’ardire di osservare ad alta voce come si trattasse di questioni formali ed ebbi una lapidaria risposta: “Si ricordi che la forma è sostanza…”.

Il discorso potrebbe valere anche per il dopo-referendum: non ci si può limitare alle questioni marginali, ma occorrerebbe andare al sodo della forma-sostanza, facendo in modo che ognuno assuma le proprie responsabilità. La premier, previo confronto col presidente della Repubblica, si presenti in Parlamento mettendo sul piatto non tanto e non solo le dimissioni di sottosegretari e ministri, ma le sue. Stiamo a vedere cosa dirà il Parlamento. Si comporterà da Pirlamento o avrà un sussulto di dignità? Anche un rinnovato voto di fiducia potrebbe contenere qualche novità interessante (il cambio di qualche ministro?) e servire da verifica sugli sgangherati indirizzi governativi (una decisa scelta europeista ed una dignitosa presa di distanza dal trumpismo?). Le opposizioni battano il ferro intanto che è caldo e non giochino al tanto peggio tanto meglio, non si guardino l’ombelico, limitandosi ad incassare ed enfatizzare un risultato che alla lunga potrebbe rivelarsi illusorio se non profondamente ed adeguatamente considerato ed interpretato. Conte ha messo il turbo, Elly Schlein sembra Alice nel paese delle meraviglie, Dario Franceschini sta fiutando l’aria per un revival democristianeggiante, gli ex diessini pensano ad una improbabile riscossa, i cattolici democratici sono in cerca d’autore, Ernesto Maria Ruffini è sorpreso e spiazzato, Renzi in vena di smaccato protagonismo, Calenda tra color che son sospesi etc. etc.

I cittadini hanno votato no alla politica politicante, inconcludente e incoerente, oscillante tra il neo-fascismo e l’Aventino, tra guerra e pace, e sì alla Costituzione: ritorniamo lì e ripartiamo di lì. Alle beghe governative non facciano riscontro quelle dell’opposizione. Alle pulizie pasquali nella sfilacciata maggioranza non (cor)risponda l’affannosa ricerca del capo-pulitore nel campo più o meno allargato del centro-sinistra. Attenzione a non perdere una storica occasione…

Le pernacchie costituzionali

Le leggi – e tanto più quelle di riforma costituzionale – non vanno mai valutate solo nello stretto merito tecnico perché non cadono in un vuoto pneumatico, ma si inseriscono in un preciso contesto politico che può “piegarle” in un senso o in un altro. Come abbiamo avuto modo di scrivere prima del referendum, questa riforma della magistratura (che non era una riforma della giustizia), era il primo tassello di un disegno più ampio che questa maggioranza aveva chiaramente in mente. Se avesse vinto il Sì, sarebbe stato un via libera politico per mettere mano all’intero impianto di pesi e contrappesi che caratterizza il nostro assetto costituzionale, non solo attraverso modifiche alla Carta, ma anche attraverso leggi ordinarie. (MicroMega – Cinzia Sciuto)

Credo che la risposta degli elettori vada innanzitutto indirizzata a chi si è in buona fede baloccato in una sorta di purismo legislativo, trincerandosi dietro un esame asettico della legge in questione, cogliendone soltanto gli aspetti meramente giuridici come se il referendum fosse un esame di diritto costituzionale.

Gli italiani hanno superato l’esame capendo, direttamente e/o indirettamente, che il disegno riformatore del governo Meloni è inaffidabile e in buona (anche se non schiacciante) maggioranza si sono comportati di conseguenza. La reazione governativa e della relativa maggioranza politica è stata immediatamente quella di alzare le mani, sostenendo che queste riforme erano contenute nel programma premiato alle ultime elezioni politiche.

Sono passati circa quattro anni da allora e cosa è successo nel frattempo? L’azione di governo alle prese con enormi difficoltà e problemi si è rivelata inadeguata e contradditoria e i nodi stanno venendo clamorosamente al pettine. La riforma della magistratura ha comportato la goccia che ha fatto traboccare il vaso della montante, anche se nascosta, onda di sfiducia e scetticismo verso un governo che sta smontando pezzo dopo pezzo i capisaldi della politica italiana: da una parte la Costituzione col suo assetto istituzionale, dall’altra parte la politica estera con i suoi rapporti internazionali. In mezzo la fuffa di promesse non mantenute e di scelte rivelatesi fragorosamente sbagliate, il tutto coperto da un’affannosa ricerca dell’immagine così smaccata e pedante da stancare ed irritare anche i cittadini più ingenui.

Per rendere l’idea di questa pur affrettata ed approssimativa analisi, utilizzo una barzelletta triviale ma simpatica. Una persona nota per la sua arrogante e petulante postura dialettica arriva a rispondere alle fastidiose critiche esponendo provocatoriamente alla finestra il proprio nudo e crudo deretano. Un passante piuttosto imbarazzato ed incredulo gli urla: “Va’ là ca t’ho conossù al mè guersón!”.

Non è il caso di insistere con questa similitudine facilmente applicabile alla contingenza referendaria. Basti dire che gli italiani per questa volta (non è il caso di illudersi più di tanto) hanno colto nel segno e hanno capito che il governo dimostra di avere un occhio solo, ma oltre tutto che quest’occhio non serve a visionare i problemi ma a deridere e pernacchiare (sic!) chi li ha.

Il governo prende, incarta e porta a casa

Quando una popolazione vota, si verifica sempre e comunque un fatto politico. La discesa in campo di Giorgia Meloni ha smosso le acque ed ha incassato un doppio schiaffo elettorale: innanzitutto una sconfitta per il governo. Checché se ne dica in discussione c’era una legge di iniziativa governativa, voluta e blindata a tutti i costi. I cittadini hanno detto “no”.

L’iniziativa legislativa è stata del Governo. Il 13 giugno 2024 l’esecutivo ha depositato alle Camere la legge di riforma costituzionale. Prima firma Giorgia Meloni, seconda firma Carlo Nordio. Durante il cosiddetto “iter rafforzato” previsto dall’articolo 138 della Costituzione, con doppia lettura nelle due Camere, il testo non è stato modificato. Il 20 ottobre 2025 il Senato ha dato l’ultimo voto a un testo identico a quello proposto dall’esecutivo. Immediatamente a seguire sono partite le richieste di referendum, un test tra l’altro voluto anche dalla maggioranza. (“Avvenire” –  Marco Iasevoli, Danilo Paolini)

In secondo luogo si tratta di un alt abbastanza preciso al progetto complessivo di revisione costituzionale ideato dall’attuale maggioranza di centro-destra: chi tocca la Costituzione muore (il presidente Mattarella non manca di ricordarlo seppure con stile e moderazione, ma con altrettanta puntualità), perché gli italiani la considerano la cosa più seria che esista in campo politico, che è da difendere, preservare, valorizzare ed attuare pienamente più che da cambiare.

Il governo Meloni esce oggettivamente indebolito da questo referendum: alle notevoli difficoltà e contraddizioni a livello interno e internazionale si aggiunge questa botta referendaria piuttosto pesante e significativa. Il referendum era politico, la mobilitazione governativa lo ha reso ancor più tale e sarà piuttosto difficile fare finta di niente, anche se sono (quasi) sicuro che ci proveranno. È diventato una sorta di referendum di mid-term sul governo: lo hanno voluto, spinti anche da un populismo strisciante e da una sicumera politica, e se lo devono tenere.

Quale possa essere l’impatto a livello politico-partitico è difficile a prevedersi. Forse si può dedurre che il risultato del referendum renda la battaglia politica molto più contendibile di quanto apparisse fino ad oggi: compattezza del fronte centro-destra e divisione del fronte di centro-sinistra. Non è più così? Qualche sassolino nelle scarpe di Giorgia Meloni potrebbe essersi insinuato. L’elettorato si è comunque risvegliato e mosso, vuoi per l’aumento notevole dei votanti, vuoi per il netto prevalere del “no”, vuoi per una spaccatura verticale dell’elettorato che rimette tutto in problematica discussione, vuoi per una certa riconquistata vitalità della società civile, vuoi per lo smascheramento della legge ritenuta insignificante per il miglioramento del funzionamento della giustizia e rischiosa per gli equilibri istituzionali. Da cosa nasce cosa? Si vedrà!

Le belliche convergenze parallele

Il conflitto in Medio Oriente assomiglia sempre più a due guerre parallele, dove, nella loro escalation contro l’Iran, Stati Uniti e Israele perseguono obiettivi diversi e non sempre conciliabili. Washington ufficialmente continua a indicare come priorità strategica impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. «Non è il punto principale cambiare il regime», ha precisato Donald Trump. Ma è chiaro che la sicurezza energetica e il prezzo del petrolio entrano sempre di più negli sforzi americani di individuare una “exit strategy”.

Israele invece dall’inizio punta, e continua a puntare, a smantellare in profondità il regime iraniano e a ridisegnare gli equilibri di potere nella regione. Perché per Israele l’Iran è una minaccia diretta e permanente, da neutralizzare anche al costo di destabilizzare l’intera regione. Per gli Stati Uniti, invece, disinnescare le ambizioni nucleari della Repubblica islamica deve quadrare con la sicurezza degli alleati del Golfo, la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e l’equilibrio dei mercati energetici, per ragioni strategiche ed anche economiche e interne.

Le mosse militari dei due Paesi lo dimostrano. Se nelle prime due settimane gli attacchi congiunti hanno colpito infrastrutture strategiche iraniane, con il passare le scelte si sono separate. Washington ha concentrato gran parte dei suoi sforzi sulle capacità missilistiche, navali e sui sistemi che minacciano il Golfo e le rotte energetiche. Israele, invece, ha esteso il raggio d’azione a obiettivi interni, apparati di sicurezza e persino infrastrutture civili strategiche, come i giacimenti di gas. E qui è emersa la frattura più evidente.

L’attacco israeliano al gigantesco giacimento di South Pars – seguito da ritorsioni iraniane contro impianti energetici in Qatar e Arabia Saudita – ha costretto Trump a richiamare Benjamin Netanyahu, affermando che gli Stati Uniti «non sapevano nulla» dell’operazione. Negli ultimi giorni, infatti, Trump sembra aver gradualmente perso il controllo del conflitto. Il prezzo del petrolio, la tenuta dei mercati e il consenso elettorale sono strettamente intrecciati, ma Israele sembra spingere sempre più decisamente in direzione opposta. (“Avvenire” – Elena Molinari)

Da tanto tempo e sempre più mi chiedo in cosa consista l’enorme potere espresso dallo Stato di Israele, forte al punto da condizionare o addirittura determinare il comportamento degli Usa e dell’intero Occidente. Una delle conseguenze, forse la più rilevante, della presidenza Trump consiste proprio nella smaccata dipendenza da Israele: tutti ricorderanno la parodia alla Knesset in occasione della celebrazione della tregua (?) a Gaza. Si intuiva che gli Usa si consegnavano mani e piedi allo storico alleato.

Al di là del potere detenuto negli Usa dalla lobby israeliana, al di là dell’influenza economica esercitata in tutto il mondo, al di là della potenza militare raggiunta, al di là dell’efficienza dei sevizi segreti, al di là dell’intelligenza di un popolo sparso dappertutto e saldamente ancorato alle tradizioni religiose, al di là delle intelligenze culturali e scientifiche, al di là di tutto rimane l’interrogativo da cui sono partito?

Una ben strana democrazia in cui comandano i capi religiosi, in cui le leadership si fanno e si disfano a proprio piacimento, in cui prevale il terrore per il nemico piuttosto che la fiducia nell’amico, in cui il senso patriottico sembra togliere la capacità critica alla popolazione, in cui le contraddizioni interne vengono regolarmente risolte dalle azioni esterne, in cui la storia presente non riesce a superare i fantasmi del passato ma li esorcizza in continuazione, in cui prevale irrazionalmente l’occhio per occhio occupando lo spazio di ogni e qualsiasi compromesso politico, in cui viene brandito l’antisemitismo, impropriamente fatto coincidere con l’antisionismo, per tamponare sul nascere le opposizioni e le critiche, in cui la miglior difesa e sempre e comunque l’attacco.

Come si fa ad andare d’accordo con un simile alleato? Una sfida impossibile che sbocca immancabilmente nella guerra al nemico. Da sempre Israele considera l’Iran il nemico giurato da spazzare via e a stretto rigore può avere mille ragioni da accampare, ma da questo imbuto bellicista non si esce vivi. Marco Pannella ipotizzava l’ingresso di Israele nella Ue: era un apparente strafalcione geopolitico, che però poteva essere un’interessante modo per arginarne istituzionalmente e diplomaticamente l’incontenibile strapotere.

Il diritto internazionale e gli organismi ad esso preposti non sono riusciti a porre un freno ad Israele, figuriamoci ora che il multilateralismo è andato in soffitta…ora che negli Usa prevale inesorabilmente la logica del più forte…ora che si profila un globale e definitivo redde rationem…ora che le guerre si succedono, si sovrappongono, divergono e convergono ad un tempo…ora che le convergenze belliche sono schizofrenicamente parallele… ora o mai più…

 

 

Bossi, il leghista galantuomo

Quando si insediò il primo governo Berlusconi, durante il dibattito sulla fiducia alla Camera, mentre interveniva Massimo D’Alema si alzò una voce sarcastica nei confronti dei Ds: “Rimpiangiamo il partito comunista…”. Al che D’Alema rispose di getto: “E noi rimpiangiamo la democrazia cristiana…”.

Non è soltanto questione del famoso detto popolare “andava meglio quando andava peggio” o “del passato che sembra essere sempre migliore del presente” o “della convinzione che al peggio non c’è mai fine”; per la morte di Umberto Bossi viene spontaneo un paragone impossibile con i suoi finti e falsi eredi, con un centro-destra che non è più il suo, con una politica qualunquista che è lontana dai suoi pur discutibili valori, con un’arrendevolezza estremista al fascismo riveduto e scorretto che è ben lontana dalla sua pur discutibilissima revisione istituzionale federal-populista.

Non è un caso che la Lega lo avesse collocato da tempo in soffitta e che lui avesse dichiarato, con estrema onestà intellettuale, di non votare più la Lega.

Sarebbe bellissimo intervistare nell’aldilà Silvio Berlusconi e Umberto Bossi per strapparne un disincantato parare su Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani. Ne sentiremmo delle belle… Con una piccola (?) differenza: Berlusconi era un profetico furfante della politica affaristica, Bossi era un profetico galantuomo dell’anti-politica. Dei loro successori politici non saprei cosa dire se non che ne hanno tutti i difetti elevati all’ennesima potenza e nessun pregio nemmeno ridotto all’ennesima radice.

Umberto Bossi è stato il politico dei gesti. Il dito medio alzato, le corna, il pugno e l’avambraccio, la pernacchia, e soprattutto la celebre canottiera sfoggiata sulle spiagge della Sardegna nell’estate del 1994, esibita più volte in luoghi pubblici come se fosse un manifesto della sua irriverenza. Ogni gesto, ogni posa, ogni abito raccontava una politica diversa: diretta, provocatoria, fuori dagli schemi della Prima Repubblica, pronta a infrangere le regole e a conquistare l’attenzione del Paese nella Seconda Repubblica. (adnkronos – Paolo Martini)

E allora mi permetto di attualizzare Umberto Bossi (sono sicuro che mi perdonerà, perché gli piacevano certe trivialità…): cosa farebbe di diverso nei confronti di Donald Trump rispetto agli attuali ministri italiani e non solo italiani? Mentre loro gli leccano il culo, lui lo manderebbe a fare in culo. C’è una bella differenza…

 

In guéra äd zgaidón

«Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi necessari per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle Nazioni che si stanno impegnando nella pianificazione preparatoria. Ci impegneremo inoltre a fornire supporto alle Nazioni più colpite, anche attraverso le Nazioni Unite e le istituzioni finanziarie internazionali». 

La politica è purtroppo l’arte del “dire e non fare” o addirittura del “dire e non dire”, se non del “dire e disdire”. E la chiamano diplomazia…

Mi sovviene al riguardo una gustosa barzelletta, anche se la materia drammatica non si presta molto a simili divagazioni, ma l’equilibrismo diplomatico invece esige sarcasmo per non soccombere alla vergogna.

Su un calesse trainato da un asino viaggia un gruppo di suore con tanto di madre superiora. Ad un certo punto l’asino si blocca e non vuol più saperne di proseguire. Il “cocchiere” le prova tutte, ma sconsolato si rivolge alla badessa: «In questi casi l’esperienza mi dice che l’unico modo per sbloccare la situazione, costringendo l’asino a proseguire, è la bestemmia. Mi spiace, ma non c’è altra soluzione…». La suora dopo qualche ovvio tentennamento pronuncia la sua sentenza: «Se è davvero così, non resta altro da fare, ma mi raccomando la bestemmia gliela dica piano in un orecchio…».

Al di là dell’ironia non riesco sinceramente a capire cosa intendano fare i magnifici sette: troppo grossi gli interessi economici per chiamarsi fuori; troppo grossi i rischi bellici per entrare in guerra seppure “äd zgaidón”, vale a dire di sponda o di traverso; troppo forti gli Usa e Israele per essere mandati al diavolo; troppo grandi i sacrifici per una politica di pace; troppo grande la tentazione di stare comunque dalla parte del più forte.

Sembra che gli americani siano divisi a metà nel consenso alla guerra all’Iran; gli israeliani sembrano essere tutti d’accordo; gli europei sembrano essere in tutt’altre faccende affaccendati; gli italiani hanno paura del terrorismo, ma sperano nel Vaticano e nella tradizione favorevole. La storia insegna che le guerre servono a distrarre le pubbliche opinioni dai problemi quotidiani per incastrarle nelle false diatribe ideologiche e allontanarle persino dai loro interessi reali. Nemmeno la minaccia nucleare scuote la gente: passa infatti il messaggio che la guerra serve a esorcizzare il rischio atomico. E allora decide la follia di chi comanda: ci sono tanti tipi di follia…

Mio padre diceva in riferimento ai governanti di tutto il mondo: “Quand as trata äd fär un po’ d päza i tacàgnon cmé di mat, quand as trata äd fär d’il guéri ien tùtt dacordi”.

 

Per la politica la matematica è solo un’opinione

La musica e la matematica sono intimamente connesse da rapporti numerici, ritmo e proporzioni strutturali fin dall’antichità. Dalle frequenze delle note (ottave, quinte) alle frazioni temporali del ritmo, la musica è un’espressione matematica. Pitagora ha scoperto che le armonie si basano su proporzioni semplici, definendo la musica come “aritmetica sonora”. 

Ascoltando e leggendo i commenti politici di Piergiorgio Odifreddi, un matematico di chiara fama, mi sono chiesto se non dovrebbe sussistere una connessione tra politica e matematica-fisica. Perché in politica due più due non fa mai quattro; perché in politica ad ogni azione non corrisponde una reazione uguale e contraria?

Odifreddi afferma con estrema semplicità: “Non credo che il governo di Israele sia tanto più democratico e meno fondamentalista di quello iraniano. Tra l’altro, non dimentichiamoci che Netanyahu è un criminale di guerra su cui pende un mandato di cattura internazionale, esattamente come su Putin”. Due più due fa quattro!

Si chiede Odifreddi: “Perché all’atto dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia sono partite immediatamente sanzioni a carico dell’invasore, mentre verso l’aggressione all’Iran da parte di Usa e Israele c’è tanta comprensione da parte dei Paesi europei?”. Azioni e reazioni non combaciano!

Provo anch’io a mettermi nella logica di Odifreddi. Perché le reazioni israeliane agli attacchi di Hamas ed Hezbollah sono così sproporzionate, ben oltre le storiche decimazioni? Hamas sta ad Israele come 1139 morti stanno a 162mila morti? I conti non tornano. Ad un pur orrendo crimine si risponde con un vero e proprio genocidio. Sta succedendo anche in Libano…dove piove sul bagnato, le migrazioni e le povertà si sovrappongono, la gente viene messa sulla bilancia truccata da Israele, che in questo modo aumenta la pressione sul governo libanese perché disarmi Hezbollah: un milione di sfollati, quasi mille gli uccisi, 116 sono bimbi.

Ahmad non ci ha nemmeno pensato. Quando le bombe sono cominciate a cadere su Yanuh, sfiorando la fattoria dove lavorava, ha preso quel che poteva ed è partito. Non aveva amici o parenti a cui chiedere asilo nelle città e paesini al nord del Litani. Ha, dunque, percorso il centinaio di chilometri per Beirut e ha proseguito fino a Ghosta, percorrendone altri trentasei sulle montagne. Là ha bussato alla porta del convento di Saint Germaine. «Sapevo che me la avrebbero aperta anche stavolta. Lo avevano già fatto nel 2024 quando tutti me l’avevano sbattuta in faccia. Nelle emergenze, nessuno può e vuole farsi carico degli stranieri». Il trentaseienne è arrivato in Libano da Khartum, in fuga da un altro conflitto. Come la gran parte dei 250mila migranti africani – soprattutto eritrei e sudanesi – presenti nel Paese, secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim). Braccia a basso, bassissimo costo – impiegate spesso addirittura in condizioni di semischiavitù – per l’agricoltura e l’edilizia. Molti di loro, dunque, sono approdati nei campi del sud, a ridosso del confine israeliano, dove li ha colti la nuova guerra. Sono, così, dovuti scappare ancora, unendosi all’esodo generale. Una marea umana che sale vertiginosamente, al ritmo di quasi 100mila al giorno. La soglia del milione è stata ormai ampiamente oltrepassata. Quasi un quinto della popolazione, contando l’oltre 1,5 milioni di siriani rifugiati da più di un decennio. «Immagina che in Italia, dieci milioni di persone siano sfollate in poco più di due settimane… È una situazione estrema. E in simili contesti, purtroppo, si scatena la più tragica delle guerre: quella fra poveri. Non mi sorprende, dunque, che molti centri escludano i migranti. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi, inviata a Beirut)  

Ha senso massacrare il popolo iraniano per coprire ideologicamente altri massacri e dargli l’illusione di una svolta democratica portata dall’esterno da chi sta facendo carta straccia di ogni e qualsiasi regola, da chi punta solo ed esclusivamente a fare i propri sporchi affari, da chi ha sostenuto regimi sanguinari e feroci in tutto il mondo solo perché gli facevano comodo? Ha senso far credere al mondo che la panacea di tutti i mali sia la caduta del regime iraniano, mentre in realtà Israele punta a diventare potenza esclusiva nel medio-oriente e gli Usa puntano a fare terra bruciata intorno alla Cina? L’Iran è solo il pretesto per cercare una combinazione fra i quattro imperialismi che si fronteggiano.

In questo quadro desolante l’Europa col proprio insensato riarmo mira a diventare il quinto imperialismo oppure a saltare (sarebbe meglio dire a rimanere) obtorto collo sul carro imperialista americano. Paradossalmente meno male che i Paesi europei sono fra loro divisi e non se la sentono di entrare apertamente in guerra: lo faranno opportunisticamente solo un pochettino in base ai trattati vigenti e sotto l’insistenza-ricatto di Trump. Prima o poi saranno dissuasi dal testardo e velleitario appoggio all’Ucraina. Sì, perché rischiano di fare la parte dell’ultimo soldato giapponese: loro continuano ad armare l’Ucraina mentre Trump tratta con la Russia (vedi apertura al petrolio) e magari li batterà sul tempo nell’approccio tattico alla Cina. Prima o poi saranno vittima del terrorismo islamico e pagheranno ancora una volta il loro storico colonialismo e il loro assurdo cordone ombelicale con la matrigna israelo-statunitense.

L’Italia sta diventando la comica finale che viene proiettata alla fine del film drammatico e avventuroso. A Giorgia Meloni ed al suo governo non rimane altro che fare la buffona di corte di Trump oppure il Gian Burrasca dell’Europa disunita oppure l’infermiere di Tata dell’ospedale universale.

Piuttosto patetico il canto del cigno dell’Europa che chiama l’Onu. Dopo il “grande no” agli Stati Uniti sullo stretto di Hormuz, l’Ue prova a immaginare uno scenario alternativo, subordinato, necessariamente, a una de-escalation. Il dialogo tra Bruxelles e il Palazzo di Vetro, nel nome della difesa quasi disperata del multilateralismo (“Avvenire”).

Non so se sia un escamotage dialettico consigliato dal buonsenso mattarelliano o un auto-SOS crosettiano: specchietti per le allodole italiane che assistono passivamente, se non distrattamente, alla fine del mondo politico o alla fine politica del mondo. La speranza è l’ultima a morire? Se andiamo avanti così è in avanzato stato di decomposizione!

 

La “magistratizzazione” della politica

Sull’imminente referendum sulla giustizia, Massimo Cacciari invita a un minimo di chiarezza e onestà intellettuale. “Un minimo di onestà intellettuale da parte di chi sostiene la Meloni, del tutto legittimamente, sarebbe necessario. Non mi si può venire a dire che il problema della supplenza esercitata dalla magistratura, una questione culturale e politica che ci trasciniamo da 30 anni, venga risolta con questa riforma. Non c’entra assolutamente niente”, ha spiegato Cacciari. Il filosofo evidenzia che l’unico effetto concreto della riforma è “l’indebolimento della parte togata rispetto alla parte politica in tutti gli organi che dirigeranno la magistratura e gli affari ad essa collegati”. (otto e mezzo La7)

Credo che migliore sintesi della questione non si potesse fare. La riforma della giustizia, così come prevista dalla legge sottoposta a referendum confermativo, non è un fatto di tecnica giurisdizionale in linea con le legislazioni della gran parte delle democrazie occidentali, ma un problema di rapporti con la politica che verrebbe automaticamente e potenzialmente resa invadente e invasiva rispetto alla magistratura.

Nessuno può negare che in certi casi la magistratura abbia svolto e possa svolgere un ruolo eccessivo rispetto alle sue prerogative istituzionali, di qui a proporre una sorta di “castrazione chimica” di tutti al fine di evitare eventuali stupri di pochi ci passa incolmabile differenza.

Chi pensa che l’indipendenza della magistratura sia un valore da difendere ma allo stesso tempo non vuole rinunciare alla sovranità dei cittadini come ancoraggio della democrazia, non può oggi sottrarsi alla storica sfida della «individuazione dei collegamenti più appropriati tra esercizio indipendente della funzione giudiziaria e sovranità popolare». Le turbolenze della vicenda politica e le contrapposizioni dell’ordine giudiziario dapprima con Craxi e poi con Berlusconi han consentito di non affrontare quella sfida. Ma una sfida elusa è una sfida persa. È possibile, per la giurisdizione, un collegamento con il principio di sovranità popolare che non la renda schiava delle maggioranze politiche del momento? Man mano che le proposte venivano abbandonate in soffitta, sempre più svaniva l’assillo che le aveva ispirate: attuare la prima parte dell’articolo 101 Costituzione. Rendere più autorevole la legittimazione dei magistrati. E così, a cominciare dagli anni ‘90, tutte le correnti della magistratura han visto come il fumo negli occhi la questione della legittimazione. Certo, non ha giovato il fatto che da allora la «carenza di legittimazione democratica del magistrato» è stata spesso roteata come una clava sulla testa dei magistrati da chi, più che la soluzione del problema, aveva in mente qualche fastidioso processo a carico di qualche amico. I magistrati hanno così reagito asserragliandosi in una cittadella assediata e negando l’esistenza del problema. (“Avvenire” – Paolo Borgna – magistrato italiano, noto per il suo ruolo di sostituto procuratore a Torino e il suo impegno come magistrato antimafia. Ha condotto importanti inchieste, in particolare su fenomeni criminali e infiltrazioni mafiose in Piemonte, e si è distinto come saggista. È andato in pensione nel maggio 2020)

La debolezza della politica non si risolve indebolendo la magistratura, così come la politicizzazione della magistratura non si evita “magistratizzando” la politica.

Mia madre acutamente ed ironicamente osservava, sferzando la rivoluzione avvenuta nei costumi di vita: «Il dònni i volon fär i òmmi e i òmmi i volon far il dònni: podral andär bén al mónd?». Non era un’avanguardista, ma nemmeno un’antifemminista, nemmeno una retrograda: voleva eticamente osservare come l’essenziale sarebbe che ognuno cercasse di svolgere al meglio il proprio ruolo, senza interferire pesantemente con quello altrui, anzi rispettandolo scrupolosamente pur esercitando il sacrosanto diritto di critica. Nella vita delle nostre Istituzioni sta succedendo esattamente l’opposto e, anziché porre un benefico rimedio a questa deriva, si vuole addirittura procedere a mettere in discussione i principi e i rapporti a livello costituzionale discostandosi dalla loro corretta attuazione.

Purtroppo la legge, per la quale si chiede un sì o un no ai cittadini, non affronta il nodo storico fondamentale della piena maturazione democratica del ruolo della magistratura, ma nella sua velleitaria parzialità rientra, di fatto e nelle intenzioni degli attuali governanti (con il Parlamento a fare da paraninfo), in un disegno di squilibrata e inquietante revisione della Costituzione, portato avanti in modo subdolo e fazioso, andando a mettere a soqquadro l’intero assetto istituzionale del nostro sistema democratico.

Mi auguro che i cittadini lo comprendano e non cadano, più o meno ingenuamente, nella trappola, pensando di affrancarsi dall’eventuale strapotere dei magistrati affidandosi al certo strapotere della politica. Il paradosso attuale potrebbe essere proprio questo: la sfiducia nella politica (vedi astensionismo etc. etc.) che porta ad aumentare il ruolo della politica. Se volete, la politica cattiva che scaccia quella buona.

Leader amorali e follower umorali

Non ho alcuna remora nel dire e nel ripetere che gli Stati Uniti sono un Paese imperialista. Esercitano questa politica da ben 85 anni. Del resto, questo predicava la dottrina Monroe del 1823 che il presidente Donald Trump ha deciso di prendere alla lettera e, addirittura, di espandere a tutto il globo nella variabile del Corollario Roosevelt. Questo modus operandi è una postura: culturale, politica, economica.

Gli Stati Uniti hanno sempre voluto essere il Paese unico dominante. La cosa fondamentale, per agire in questo modo, è individuare, di epoca in epoca, il nemico: prima furono i nazisti, poi l’Unione Sovietica, a un certo punto i khmer rossi, poi il terrorismo islamico. Adesso è la Cina. Nel caso specifico dell’Iran, la decisione di attaccare è volontaria. Giustificata, certo, dalla teoria della mossa “preventiva”. Anche se non c’era alcuna evidenza che Teheran avrebbe colpito per prima.

Come altre volte, questa è anche una guerra per l’elezione o la rielezione. Vale per Trump negli Stati Uniti e vale per Benjamin Netanyahu in Israele. Ma continuo a credere che il tycoon sia stato precipitato in questa scelta dalla pressione del premier israeliano, da una parte per compiacerlo e dall’altra per portare a termine una strategia di domino: annichilire tutti i Paesi del Medio e vicino Oriente in modo che nessuno possa diventare prevalente rispetto a Israele. Iraq, Afghanistan, Libia, Somalia, Yemen: in questi quarant’anni, tutti hanno avuto la stessa sorte.

Non è un sogno, la pace: è diventata una cosa concreta quando, nel 1945, sono nate le Nazioni Unite, volute proprio per garantire l’armonia globale. Questa armonia può esistere a una condizione: che il mondo sia multipolare e che le grandi potenze, anche con atteggiamenti coloniali, siano bilanciate. Ma quando c’è un solo Paese molto potente in posizione di preminenza, salta il banco. Gli Stati Uniti sono gli unici al comando da anni. Hanno la sindrome dell’impero romano. Aveva ragione William Fullbright quando parlava di “arroganza del potere”.

In un negoziato ottieni quello che puoi, non quello che chiedi. L’arte pragmatica del negoziare comprende la rinuncia a un qualche bene superiore, non personale ma comunitario, che non va interpretata come sconfitta. È così che si salvaguarda la pace. Purtroppo, oggi, non vedo nessun politico di alto rango capace di quest’arte.

(Oscar Arias Sánchez, presidente del Costa Rica prima dal 1986 al 1990, poi dal 2006 al 2010, premio Nobel per la Pace nel 1987, come da intervista rilasciata a Laura Silvia Battaglia di “Avvenire”)

Consiglio di leggere integralmente l’intervista da cui ho tratto i passaggi, a mio giudizio, più significativi. Concordo pienamente in tutto e per tutto con l’analisi geopolitica che emerge: così lucidamente provocatoria e così storicamente e diplomaticamente propositiva. Da essa esce anche un profilo inquietante di Donald Trump: non un malato mentale, ma un lucido imperialista.

L’ho messa in collegamento con “Io, Vladimir”, il racconto in prima persona dell’ascesa del presidente russo dall’infanzia poverissima alla conquista del Cremlino, ricostruito da Stefano Massini: consiglio di rivedere anche questa serata evento.

In quali mani è il mondo? Nelle mani di due personaggi, Trump e Putin, amorali che odiano la politica in tutte le sue basi ideologiche e culturali. È detto tutto! Entrambi intendono prendere alla lettera ed espandere a tutto il globo la dottrina Monroe che delineò l’emisfero occidentale come sfera d’influenza statunitense, mentre Putin ipotizza l’oriente come sfera d’influenza dell’impero russo. I due non possono, in un certo senso, che andare d’amore e d’accordo: per loro la democrazia è un incidente di percorso, la pace un ingombrante optional e il consenso il frutto proibito della paura. Lo spaventoso rischio è che anche le loro società possano finire con l’assomigliarsi quanto a indifferenza, superficialità ed egoismo.

Esistono però due variabili a questo folle ma realistico disegno “geoantipolitico”: l’Europa e la Cina. Sono i nemici di Trump e Putin, anche se per Putin il discorso è molto più arduo, considerata la debolezza economica della Russia.

Il potere in Cina è amorale e antipolitico? Forse sì, forse no. Combinare il capitalismo più spinto con il comunismo più becero è una sfida alla politica; la leadership cinese non credo sia totalmente amorale, la riterrei piuttosto completamente opportunistica (la differenza è sottile, ma notevole).

E il potere in Europa? È troppo frastagliato per essere antipolitico, troppo tradizionale ed istituzionalizzato per essere amorale, molto compromesso ed affaristico e quindi immorale.

E allora via al coraggioso (anche se privo di visione) negoziato euro-cinese prima che sia troppo tardi e che l’Europa e la Cina vengano risucchiate in una logica asfissiante e globalizzante di compromesso ai più bassi e mafiosi livelli (quello che sta già da tempo avvenendo fra Trump e Putin). Una sorta di negoziato in progress, che potrebbe trasformare lo stato di necessità in un incontro di strane ed occulte virtù.