Il fattore T

Il grande giornalista e saggista Alberto Ronchey aveva inventato il fattore K dal russo Kommunizm (comunismo) – utilizzato per la prima volta in un editoriale del Corriere della Sera del 30 marzo 1979 – per spiegare il mancato ricambio delle forze politiche governative nei primi cinquant’anni dell’Italia repubblicana. In primo luogo, al partito comunista era interdetta la partecipazione al governo a causa dello stretto legame con l’Unione Sovietica. In secondo luogo, in Italia il PCI era la seconda forza politica in Parlamento: ciò impediva ai socialisti o ai socialdemocratici di raggiungere un numero di consensi sufficienti per rappresentare l’alternativa.

La storia a volte si ripete a parti capovolte. Mi sembra infatti all’orizzonte la nascita del fattore T (trumpismo) che dovrebbe significare d’ora in poi la preclusione al potere dei populisti dopo la triste esperienza trumpiana funzionante da vaccino contro il virus nazional-populista-sovranista. Se questo vaccino comincia veramente a fare effetto i nostrani destrorsi si dovranno mettere il cuore in pace perché al governo in Italia, con Biden presidente Usa, non ci andranno mai e poi mai. Me ne rallegro, anche se a precludere l’avventurismo di destra dovrebbero pensarci non tanto gli equilibri di potere a livello internazionale, ma la coscienza democratica globale.

Giorgia Meloni può continuare a sbraitare in Parlamento, ma a Palazzo Chigi non si scherza col fuoco e, a regola di briscola, non ci dovrebbe mettere piede. Lo stesso discorso vale per Matteo Salvini. Non amo le interferenze americane, ma se questo deve essere il prezzo per difendersi dall’onda populista, ben vengano. Steve Bannon, lo stratega trumpiano, amico e consigliere di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, è finito maluccio e si è salvato con un condono varato in fretta e furia dal suo capo. Non credo che i sovranisti nostrani troveranno appoggi nella nuova amministrazione americana, ma forse riusciranno a riciclarsi in qualche modo all’ombra della pur sacrosanta nostrana unità nazionale.

Il centro-destra a guida estremista sembra puntare alle elezioni per sfondare a livello di consensi, ma sa benissimo di rischiare di affondare per sempre nell’irrilevanza post-fascista. Gli americani hanno fatto da cavie e ci stanno risparmiando tristi esperienze. Affidiamoci a Joe Biden e speriamo bene. Diamoci però una mossa e sfruttiamo l’aria nuova per governare meglio e rimetterci in carreggiata. La globalizzazione politica fa sentire la sua influenza e se da una parte ci rattrista la certezza di far tacere il nostro agonizzante patriottismo, dall’altra ci consola la prospettiva di un mondo più democratico e più giusto.

La rondine Biden non fa primavera, ma comunque il gelo invernale del trumpismo sembra superato. A Giuseppe Conte, schiacciato da una maggioranza rissosa e inconcludente, traballante per la propria fragile e debole costituzione, condizionato da una situazione incredibilmente difficile e drammatica, non è bastato incassare le flebo europee e statunitensi per continuare a vivere, per tirare a campare piuttosto che tirare le cuoia. Con il governo Draghi verranno tentate robuste cure ricostituenti a livello socio-economico, verranno incassati i fondi europei, verrà guadagnato tempo anche perché di tempo da perdere ce n’è poco. Staremo a vedere se lo lasceranno nascere e vivere.

Si può dire che Draghi ha la stima e avrà l’appoggio di tutta la comunità internazionale? Meglio sorvolare, perché lo si darebbe in pasto ai “cretini”, che lo considerano l’uomo delle élite, delle banche, dei poteri forti. È una storia vecchia…quando non si hanno argomenti per attaccare un personaggio politico si ricorre al complotto “demo-pluto-giudaico-massonico”.  E di simili cazzate Giorgia Meloni se ne intende e Matteo Salvini le sta dietro. È bastata una improvvida sviolinata confindustriale a trasformare Draghi in un affamatore del popolo.

Il grillismo non è lontano da queste porcherie ideologiche e così, se facciamo bene i conti, abbiamo un Parlamento dove, sia alla Camera che al Senato, abbiamo tre forze politiche più o meno populiste (Lega, M5S e FdI) che hanno la maggioranza assoluta. Una prova di questa strana orchestra è stata seppure parzialmente e brevemente già fatta. Potrebbe tornare d’attualità pur di sabotare Mario Draghi. Il PD sta tentando di far ragionare i pentastellati, trattenendoli nella caserma giallo-rossa senza la pericolosa possibilità di libera uscita. Staremo a vedere…anche se si sta creando una sommatoria incredibilmente robusta tra populisti, nazionalisti, opportunisti, cretinisti, malpancisti, sfascisti con o senza la “s”, etc. etc. Non sarà facile per Draghi contare su una solida e ampia maggioranza che sostenga il suo governo di alto profilo qualitativo, di ampio respiro programmatico, di agognata salvezza nazionale, di necessario ed emergenziale superamento degli schemi parlamentari.

In questi giorni raccolgo reazioni schifate ai vergognosi atteggiamenti contrari o, quanto meno, molto dubbiosi, nei confronti del nascituro governo Draghi. Mi associo. Purtroppo però voglio ricordare ai miei concittadini che la stralunata composizione politica del Parlamento l’hanno voluta loro con il voto del 2018. Forse si stanno accorgendo di avere buttato il prete nella merda ed ora finalmente cominciano a sentire la puzza di cacca, anche se c’è chi la vuol gettare addosso a Mattarella e Draghi.

 

 

 

 

Le lumache alla Sansone

Se finora il comportamento delle forze politiche era piuttosto irritante nella sua inconcludenza, con il varo dell’incarico di formare un governo di alto profilo a prescindere dalle formule politiche, l’atteggiamento dei partiti si è fatto insopportabile. Dopo il flop trattativista tutti si sono resi conto improvvisamente di essere messi in discussione e stanno cercando disperatamente di difendere a denti stretti non tanto il ruolo, che rimane scritto in Costituzione, ma il prestigio e la fiducia, che invece stanno clamorosamente scemando. Ogni partito o movimento si abbarbica alla pianta della propria storia recente pur di non mettersi in discussione.

Il movimento cinque stelle, già da tempo in crisi di consenso elettorale e di leadership gestionale, resta ancorato al suo populismo e quindi fa lo schizzinoso verso Mario Draghi, ritenendolo, a torto, un arnese delle élite dominanti, un uomo dei poteri forti, tentando di ritrovare così l’unità interna da tempo perduta tramite l’individuazione di un nemico comune (prima Renzi, adesso Draghi). Beppe Grillo, in gravissima difficoltà, dice e disdice: temo stia perdendo totalmente il senso della politica e persino quello dell’antipolitica.

La sinistra di Leu balbetta di fronte alle necessità di contribuire ad un governo, che potrebbe spiazzarne gli intenti demagogici sempre presenti in questa area politica. Il Partito democratico si trova a dover fare scelte precise dopo aver trascorso un lungo periodo di opportunistico e illusionistico “tirare a campare”: la fusione fredda da cui è nato evidenzia ancor più grosse crepe e poca voglia di ricominciare da capo un processo teoricamente valido.

Italia viva ha fatto come Pietro Micca, facendosi saltare insieme a governo ed alleati per una paradossale e incomprensibile causa: ora porta a casa il governo Draghi, ascrivendoselo farsescamente come merito. Renzi ha fatto il dispetto alla moglie, si è tagliato i coglioni e si consola con la virilità di chi arriva dopo a letto dissodato.

Il fantomatico centro-democratico rimane l’oggetto misterioso alla ricerca dell’autore (potrà essere Renzi?): una forte e credibile politica governativa non può che togliergli spazi esistenziali e vitali. Il centro-destra, che riesce a tenere unita la baracca con la colla elettorale, è obiettivamente diviso in tre: i berlusconiani muoiono da tempo dalla voglia di smarcarsi e di essere importanti negli equilibri, uscendo dallo schiacciamento sugli alleati; i leghisti, divisi fra l’ala populista (Salvini) e l’ala pragmatica (Giorgetti, Zaia), temono di perdere peso e leadership all’interno della coalizione; i Fratelli d’Italia intendono passare il più in fretta possibile alla cassa nel timore di perdere l’attimo fuggente (probabilmente già perso).

Molti sotto sotto temono le elezioni, facendo finta di puntarle, anche se sanno bene, che per loro sarebbero un disastro, ancor più probabile qualora arrivassero dopo la lucida analisi delle controindicazioni fatta da Mattarella e dopo il procurato aborto del tentativo di Draghi. Alcuni, sfoderando un becco di ferro notevole, ipotizzano o addirittura pretendono un coinvolgimento di esponenti politici nella compagine ministeriale draghiana. Le stanno tentando proprio tutte. Parecchi hanno buttato offese, calunnie e fango su Draghi e la sua azione a servizio dell’Italia e dell’Europa. Ho la sensazione che i partiti si muovano tra la sindrome di Sansone e quella della lumaca: si difendono a costo di perire tutti sotto le macerie e reagiscono stizziti a chi osa dimostrare che sono nudi.

O i partiti riescono a trovare in questo stretto passaggio politico le residuali risorse per una sana autocritica o rischiano di indebolirsi ulteriormente, mettendo a repentaglio il sistema democratico. La provocazione del duo Mattarella-Draghi è molto opportuna, forte e imbarazzante, i cittadini stanno aprendo gli occhi, la distanza dalle Istituzioni può aumentare rovinosamente, nessuno potrebbe essere in grado di interpretare il disgusto proveniente dalla società. Sarà una strada lunga e in salita: speriamo che da una parte dia frutti governativi importanti e decisivi e che dall’altra costringa la politica ad auto-emendarsi in modo profondo e positivo.

Lo spartiacque mattarelliano

Un mio carissimo e indimenticabile zio sosteneva convintamente che, tutto sommato, “si vive di soddisfazioni”. Lui si riferiva soprattutto a quelle famigliari, io oggi allargo il discorso alla politica. L’intervento perfetto di Sergio Mattarella volto alla soluzione di una penosa e sado-masochistica crisi di governo, mi ha dato tre soddisfazioni, due grandi e una piccola.

La più importante è che dovremmo avere un governo guidato dall’unica persona capace di affrontare i problemi del Paese nella situazione in cui ci troviamo: Mario Draghi, se non gli metteranno delinquenziali bastoni fra le ruote, con un governo di alto profilo tecnico ed amministrativo, ci può veramente aiutare così come ha già fatto in passato nei ruoli importantissimi che ha ricoperto. Tutto il mal (l’autentico naufragio di un’intera classe politica, salvo eccezioni che purtroppo confermano la regola) non vien per nuocere (ci libera infatti da una situazione di incertezza e ci consente qualche realistica speranza per il futuro).

La seconda soddisfazione riguarda l’orgoglio di avere un presidente della Repubblica che ci rappresenta al meglio, che rispetta rigorosamente la Costituzione, che è un punto di riferimento per tutti gli italiani, che dà dell’Italia un’immagine dignitosa e seria. Non è poco! Meno male che c’è Mattarella! Un carissimo amico, al termine della drammatica giornata politica culminata nell’intervento di cui sopra del capo dello Stato, ha così commentato: “Dopotutto, il momento più lirico della giornata è stato toccato dal discorso del Capo dello Stato”, anteponendolo persino all’opera lirica La traviata trasmessa in televisione. Un altro amico, col quale, scambiamo spesso pareri ed opinioni, mi ha inviato un messaggio liberatorio: “Finalmente! Grazie a Dio!”. Un altro ancora mi ha scritto: “Gira e rigira…siamo arrivati a Draghi”.

La terza soddisfazione, quella piccola, è di non essermi sbagliato nelle mie modestissime analisi e nei miei sinceri auspici: ho da tempo teorizzato una risposta competente ai problemi dell’Italia, intravedendola in Mario Draghi. Tutto sommato, di politica qualcosa ne capisco, grazie ad una passione innata e ad un impegno civile che sono riuscito modestamente ad esprimere lungo l’arco di tutta la mia vita.

“Ero andato, con mia madre e mia nonna a trascorrere qualche giorno di vacanza a Fabbro Ficulle (paesino in provincia di Terni), ospite del convento dove viveva mia zia, suora Orsolina. Avevo quattro o cinque anni, non ricordo con precisione. Pranzavamo in una saletta messa molto gentilmente a nostra disposizione ed in quella saletta vi era un apparecchio radio: la nonna gradiva ascoltare, durante il pasto, il giornale radio. Un giorno, al termine del notiziario politico, me ne uscii candidamente con questa espressione: «Adesso nonna chiudi pure la radio, perché a me interessa il governo». Lascio a voi immaginare le reazioni di mia madre, ma soprattutto di mia nonna, incredula e divertita, che rideva di gusto, ma forse aveva anche fatto qualche pensiero”.

Purtroppo rimane un grave e sofferto rammarico: la politica, quella con la “P” maiuscola, che mi ha sempre direttamente o indirettamente coinvolto, sta penosamente tramontando, lasciando un vuoto incolmabile. Abbiamo forse toccato il fondo e, come si dice, a volte serve per darsi una spinta verso la risalita. Che Sergio Mattarella e Mario Draghi ci aiutino, perché abbiamo tanto bisogno di politica, quella vera s’intende.

 

 

 

 

I lapsus “fascistiani”

In onore di un dipendente comunale di Napoli è stata organizzata una festa di commiato dal lavoro, culminata con il taglio di una torta su cui era impresso il volto di Benito Mussolini. A rivelare quanto accaduto – dopo aver appreso della cerimonia attraverso post e foto dei partecipanti – sono stati i presidenti della Federazione Italia Israele, Giuseppe Crimaldi, e dell’associazione Italia-Israele di Napoli, Amedeo Cortese. L’autore del dono speciale, un consigliere municipale, ha anche riservato una dedica particolare al festeggiato descrivendolo, con la scritta sulla torta, ‘un grande uomo e un grande camerata’.

Non è finita lì, perché a Cogoleto, in quel di Genova, dopo i primissimi accertamenti della Digos, sono già finiti nel registro degli indagati tre consiglieri comunali, che mentre votavano le delibere facevano il saluto romano. L’iscrizione è avvenuta dopo che gli agenti della Questura hanno raccolto le testimonianze di chi era in Consiglio Comunale proprio nel giorno della Memoria, il 27 gennaio. Gli inquirenti hanno accertato che c’erano tutti i presupposti per contestare la violazione dell’articolo 4 della legge Mancino, ovvero “la pubblica esaltazione di esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”. Secondo il magistrato competente “deve essere chiaro che nel nostro ordinamento il razzismo e l’antisemitismo non sono opinioni, ma delitti. Quando succedono certi fatti, la reazione deve essere immediata”. A denunciare pubblicamente l’accaduto era stato il sindaco di Cogoleto che aveva condannato l’episodio attraverso la sua pagina Facebook. Gli agenti della Digos sono andati poi a Cogoleto per raccogliere le testimonianze dei consiglieri e dei dipendenti comunali presenti in aula al momento del voto e acquisire la videoregistrazione originale del consiglio comunale.

Sono episodi inqualificabili da tutti i punti di vista, penalmente rilevanti, eticamente e politicamente squallidi e vomitevoli. La mia riflessione però è molto più profonda e imbarazzante: tendo cioè a considerare, in un certo senso, questi comportamenti come “lapsus freudiani”. Si considerano come tali errori e mancanze, ritenute dai più come sinonimo di poca attenzione, che assumono un significato completamente diverso secondo la psicanalisi la quale li considera tutt’altro che casuali, ma imputabili, invece, alla presenza di contrasti interni all’individuo fra il suo volere cosciente e le sue tendenze inconsce. Non so tracciare un confine preciso fra conscio ed inconscio, ma credo che la mentalità fascista con tutto quel che ne consegue continui purtroppo a sporcare la nostra anima democratica.

Cosa voglio dire? Negli italiani nonostante tutto permane una spinta inconscia a rivalutare il fascismo. Non è stata ancora rimossa questa triste esperienza dalla coscienza individuale e collettiva. Ogni tanto appaiono punte dell’iceberg fascista. È gravissimo ed inquietante. Non si tratta di goliardate, ma di rigurgiti emblematici di una fragilità democratica che trova sfogo in episodi particolari. Se c’è qualcuno che ha voglia di scherzare su questi temi, lo vada a fare nel suo gabinetto; se c’è qualcuno che dice sul serio, vada in galera a cantare le sue nostalgie; se c’è qualcuno che nutre ancora qualche dubbio, abbia il buongusto di rileggere la storia ed ascoltare le testimonianze da essa provenienti.

Nell’intervento durante la celebrazione della Giornata della Memoria il presidente Mattarella ha dichiarato: «(…) Sorprende sentir dire, ancora oggi, da qualche parte, che il Fascismo ebbe alcuni meriti, ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l’entrata in guerra. Si tratta di un’affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione. Perché razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi rispetto al suo modo di pensare, ma diretta e inevitabile conseguenza. Volontà di dominio e di conquista, esaltazione della violenza, retorica bellicistica, sopraffazione e autoritarismo, supremazia razziale, intervento in guerra contro uno schieramento che sembrava prossimo alla sconfitta, furono diverse facce dello stesso prisma. (…) Focolai di odio, di intolleranza, di razzismo, di antisemitismo sono infatti presenti nelle nostre società e in tante parti del mondo. Non vanno accreditati di un peso maggiore di quel che hanno: il nostro Paese, e l’Unione Europea, hanno gli anticorpi necessari per combatterli; ma sarebbe un errore capitale minimizzarne la pericolosità (…)».

 

 

 

 

 

 

I calciatori gonfiati

Si è fatto un gran parlare della disgustosa e vergognosa rissa fra Slatan Ibrahimovic e Romelo Lukaku. Gli attuali calciatori simbolo di Milan e Inter si sono scambiate offese verbali, si sono dati appuntamento al dopo partita per la resa dei conti, trattenuti a stento dai compagni e sotto gli occhi omertosi dell’arbitro intimidito e intimorito dalla triste personalità dei contendenti e dal peso “politico” delle società calcistiche di cui i litiganti fanno parte. Fosse successo su un campetto di terza categoria sarebbero partite squalifiche a vita per i giocatori e penalizzazioni esemplari per le squadre.

Pochi giorni prima un arbitro, che aveva avuto l’ardire, di consigliare allo sbraitante allenatore dell’Inter, Antonio Conte, di calmare gli ingiustificati bollenti spiriti con una iniezione di sportività (bisogna saper perdere o, nel caso, bastava saper non vincere), era stato criticato per essersi intromesso e avere ancor più incendiato il clima. Evidentemente il collega, memore del flop del suo simile, ha ritenuto di fare orecchie da mercante limitandosi a sventolare un pallido cartellino giallo ai due galli che meritavano, come minimo, di essere sbattuti fuori dal pollaio.

Tutto sommato però l’episodio dello scontro tra Ibrahimovic e Lukaku, pur nella sua gravità comportamentale, può essere catalogato come fatto di stupidità e cattiveria fra colleghi di lavoro: un litigio triviale tra colossi del pallone e nani dell’etica professionale. Lasciamo perdere i discorsi sull’impatto diseducativo per i giovani, in aggiunta agli esempi negativi provenienti da tutta la società.

Passo oltre e vado ad una notizia oltremodo clamorosa dal mondo del calcio. Secondo quanto riportato dai giornalisti spagnoli, il contratto quadriennale firmato nel 2017 con il Barcellona avrebbe garantito a Lionel Messi un ingaggio di 555.237.619 euro. Più di mezzo miliardo di euro lordi. La cifra si compone di un bonus di 115 milioni di euro “alla firma” (già incassato), un secondo bonus “fedeltà” dal valore di 80 milioni di euro e 360 milioni di euro di ingaggio tra parte fissa e parte variabile. Ossia, uno stipendio di 90 milioni di euro l’anno per quattro anni. Non so se le cifre siano esatte e quanto incidano le tasse su questo stipendio da nababbo. Una cosa la so e la dico: è uno scandalo!!!

Mentre la baruffa milanese rientra nella fesseria di un ambiente in cui professionalità fa rima con stupidità, l’ingaggio di Messi è il simbolo di un sistema malato in cui la disequità regna sovrana ben al di là delle più blasfeme regole del cosiddetto libero mercato. Tutto il mondo dello spettacolo (il calcio è ormai una sua componente di diritto, non avendo niente da spartire con lo sport) è pervaso da cachet astronomici che spesso non rispecchiano nemmeno il valore artistico delle prestazioni. Posso ammettere cifre iperboliche per un grande tenore, per un attore di grido, per un musicista di successo, faccio molta fatica a giustificare i guadagni di chi corre, seppure con abilità ed impegno, dietro un pallone.

Aveva ragione un mio carissimo e indimenticabile zio: stroncava ogni e qualsiasi velleità da tifoso, affermando che lui si sarebbe recato allo stadio solo nel caso in cui in campo ci fossero stati undici palloni che rincorrevano un uomo. Attualmente, tra l’altro, questi signori del calcio non riescono nemmeno a riempire gli stadi, non per colpa loro per la verità e non ho idea del ritorno agli spalti gremiti. C’è in atto un certo disamore verso il calcio, se è vero che anche gli incassi dalle Tv a pagamento si stanno sensibilmente riducendo. Non so fino a quando i nababbi potranno continuare a succhiare: probabilmente stanno cercando di fare il pieno fintanto che è possibile.

Il calcio mercato italiano vede una serrata trattativa tra il portiere Donnarumma e la società del Milan per il rinnovo del contratto: si fanno ipotesi milionarie. Fossi il presidente di questo storico club non esiterei a mandarlo al paese dei balocchi e a difendere la porta del Milan chiamerei il portiere di riserva o addirittura quello della squadra primavera. Alla fine la classifica non peggiorerebbe di molto, mentre migliorerebbero le casse societarie e, forse, in parecchi si darebbero una regolata.

 

 

Putost che cédor…Costitusión!!!

Il cardinale Zuppi, vescovo di Bologna, ha avuto l’originale, oserei dire geniale, idea di scrivere una lettera alla Costituzione italiana, parlando a nuora perché suocera intenda, esaltando la politica per mettere a nudo i politicanti, invocando la solidarietà per tacitare gli egoismi.

Tutti sappiamo e vediamo come qualsiasi atleta, prima di affrontare un ostacolo o lanciarsi in una corsa, faccia un passo indietro per raccogliere le forze, per trovare la concentrazione, per sintetizzare le migliori intenzioni. Questo uomo di Chiesa ci consiglia di ricorrere allo spirito della Costituzione per cercare e individuare la direzione in cui muoverci in un tempo in cui tutto sembra crollare intorno a noi.

Mi ha particolarmente colpito, nel contesto di questo profondo e analitico omaggio costituzionale, una frase molto incisiva: «Abbiamo bisogno di vero “amore politico”!». Ce la dovremmo sentire tutti addosso, più che mai in un momento in cui la politica sembra tradire i cittadini e viceversa, per tante e complesse cause, ma anche e soprattutto per colpa degli “amanti clandestini e traditori” della politica con la “P” maiuscola.

Traduco immediatamente il discorso collocandolo nell’ambito dell’avventurosa e sconvolgente crisi di governo. I politici, che stanno tradendo la politica con i loro stupidi giri di valzer, dovrebbero fare ammenda e cospargersi il capo di cenere. Come? Tacendo e facendosi da parte! Invece purtroppo continuano a sparare cazzate per giustificare la loro fuga dalle responsabilità.  Sono andati al Quirinale a ballare una sorta di squallido “bunga bunga” politico. Dal momento che Sergio Mattarella li ha messi gentilmente alla porta invitandoli a più miti consigli, si sono trasferiti a Montecitorio, riprendendo, come se nulla fosse successo, il loro balletto di assurdi e reciproci penultimatum.

Questa crisi di governo più la si gira e più puzza. Se errare è umano, perseverare nell’errore è diabolico. È quanto sta succedendo con gravissimo ed inevitabile discredito della politica tradita e umiliata. Tutti sostengono di avere a cuore le sorti del Paese e tutti dimostrano di avere a cuore i propri obiettivi particolari. Tutti auspicano un governo forte e capace e tutti lavorano per un “governo fragile degli incapaci”. Tutti chiedono tempi stretti e tutti si esercitano in lungaggini verbose e inconcludenti.

Se rimane nella classe politica attuale, le cui preesistenti carenze sono state messe impietosamente a nudo dalla pandemia, un minimo di dignità e di “amore politico”, ciò dovrebbe comportare l’inizio di un lungo digiuno quaresimale per ritrovare il bandolo della pur aggrovigliata matassa in cui siamo ingarbugliati. Invece, “putost che cédor limón”, laddove i limoni si chiamano elezioni politiche anticipate. Questa prospettiva comincia a farsi strada anche nelle analisi di autorevoli (?) opinionisti e commentatori: se proprio la palla non riesce a rotolare, ritorni ai cittadini. Senza capire che gli elettori, con una palla bucata e sgonfia, finiranno col giocare una partita truccata. Quanti cittadini non andranno a votare per timore degli assembramenti pandemici o per un attacco di vomito o diarrea da “parlamentite” acuta? Non posso andare al ristorante, non posso cenare con amici e parenti, non posso muovermi liberamente e dovrei recarmi al seggio elettorale in mezzo a centinaia di persone rischiando di contaminarmi per fare un piacere a Giorgia Meloni che crede di aumentare i propri inutili voti? Per darla vinta a Giuseppe Conte che non vuol mollare l’osso? Per darla su a Matteo Renzi che intende dare libero sfogo al suo incontenibile e insopportabile ego? Si potrebbe continuare…

Ma c’è un rischio ancor maggiore che intravedo all’orizzonte. Se finalmente il presidente della Repubblica tentasse la carta di salvare in extremis l’unione tra politica e cittadini, a costo di trasformare il matrimonio d’amore in convivenza di interessi, ci potrebbe essere il colpo di coda degli amanti traditori, i quali potrebbero fingere di accontentarsi di dormire sul divano in salotto con l’intento di sbirciare in camera da letto e guastare l’idillio coi nuovi, seppur provvisori, amanti, i tecnici prestati alla politica per salvare il salvabile. E se poi il nuovo matrimonio funzionasse troppo bene, dove finirebbero i vecchi e logori arnesi? Potrebbero finire in cantina o in solaio…in attesa di tempi migliori, in attesa cioè che rispunti il sempre giustamente agognato “amore politico”. Come?

“È proprio nei momenti di confusione o di transizione indistinta che le Costituzioni adempiono la più vera loro funzione: cioè quella di essere per tutti punto di riferimento e di chiarimento. Cercate quindi di conoscerla, di comprendere in profondità i suoi principî fondanti, e quindi di farvela amica e compagna di strada. Essa, con le revisioni possibili ed opportune, può garantirvi effettivamente tutti i diritti e tutte le libertà a cui potete ragionevolmente aspirare; vi sarà presidio sicuro, nel vostro futuro, contro ogni inganno e contro ogni asservimento, per qualunque cammino vogliate procedere, e per qualunque meta vi prefissiate” (Giuseppe Dossetti, Discorso tenuto all’Università di Parma, 26.IV.1995).

Quando la liturgia diventa parodia…

Il ridondante cerimoniale quirinalizio, come tutte le liturgie religiose e laiche, ha un senso? Solo se contiene un significato sostanziale al di là della stucchevole spettacolarizzazione formale. Dovrebbe cioè conferire una certa solennità ai gesti, alle formule, ai comportamenti. Durante i giorni della crisi di governo, gli occhi si sono spostati dai palazzi della politica al Quirinale e qui le procedure hanno una scansione rituale che dovrebbe imporre a tutti i protagonisti una particolare serietà di atteggiamenti: non è stato proprio così, perché purtroppo gli incontri delle delegazioni partitico-parlamentari con il presidente della Repubblica si sono trasformati in una passerella assai poco dignitosa ed attraente.

Tutti hanno timbrato il cartellino emergenziale bagnandolo con le lacrime del doveroso dispiacere, poi hanno fatto i loro “comizietti o comizioni”, che, stando alle indiscrezioni ed ai retroscena, spesso non avevano riscontro con le dichiarazioni rese al capo dello Stato. Si parte cioè subito col piede sbagliato, pagando un tributo formale alla situazione drammatica del Paese per fare un po’ di propaganda elettorale e scadere nel più bieco dei tatticismi. L’andirivieni nei sontuosi corridoi sembrava una recita messa in scena con attori più o meno bravi, ma comunque inadeguati alla parte.

Alla fine del primo atto è uscito il Presidente, che fortunatamente ha riportato il discorso alla realtà, evitando il rischio che la liturgia diventasse parodia, assumendo un tono decisamente preoccupato al limite del contrariato e lasciando intendere la volontà di non svolgere un ruolo di asettico regista, ma di protagonista ligio alle proprie prerogative istituzionali. Mi è parso di sentire un richiamo forte al clima difficile in campo sanitario, economico e sociale, una sorta di recepimento del grido di aiuto che sale dalla società civile, abbinato alla richiesta di una presa di reale responsabilità da parte dei partiti e dei loro esponenti, con, in filigrana, il lancio di un silenzioso ultimatum oltre il quale si può intravedere un intervento presidenziale atto a sbloccare la situazione di vergognoso stallo venutasi a creare.

Con poche calibrate, equilibrate e mirate parole Sergio Mattarella ha riportato il rito alla sostanza: una sorta di campanella che segna la fine della ricreazione. Fuor di metafora il presidente, secondo me, ha voluto avvertire la politica che, qualora non sia in grado di affrontare seriamente i problemi del Paese, non potrà scaricare le difficoltà sulle spalle dei cittadini-elettori, ma dovrà fare i conti con un’iniziativa governativa pilotata dal presidente stesso.

Non mi permetto di suggerire niente al Capo dello Stato. Chi sono io per farlo! Mi prendo solo la libertà di pensare che, se fossi al suo posto, sarei già passato alle estreme conseguenze varando un governo formato da persone capaci e inviandolo alle Camere, dopo averne spiegato il senso ai cittadini. Sarei curioso di vedere chi avrebbe il coraggio di votare contro un simile governo… Forse Mattarella prima di arrivare a tanto, le vuole provare tutte in tempi stretti da arbitro della politica e, se sarà necessario, diventerà protagonista così come la Costituzione gli consente.

Staremo a vedere se dall’albero di Fico cadranno i frutti sperati o se il Presidente sarà costretto a incollare i politici al muro come “pelle di fico”. Nel comportamento di certi personaggi ho notato una vera e propria presa per i fondelli del Presidente, uno scaricare su di lui le tensioni politiche: solo la sua pazienza e la sua saggezza consentono di andare avanti in una situazione sempre più paradossale. Continuo a sperare in lui, capace di garantire il rispetto del Paese finanche a chi non lo meriterebbe.

…e muori, vicino al Vaticano, al freddo e al gelo

Domenica scorsa, papa Francesco all’Angelus ha ricordato Edwin, un senzatetto nigeriano di 46 anni morto il 20 gennaio di freddo a Roma, vicino a San Pietro. “Preghiamo per Edwin: ci sia di motivo quanto detto da San Gregorio Magno, che, dinanzi alla morte per freddo di un mendicante, affermò che quel giorno non si sarebbero celebrate messe perché era come Venerdì Santo. Pensiamo a Edwin, a cosa sentì quest’uomo, 46 anni, nel freddo, ignorato da tutti…”.

A quel punto non ho resistito alla tentazione e mi sono chiesto: e il Vaticano, e la Chiesa dov’erano? È comodo e facile mettersi a posto la coscienza con una preghierina ad hoc. Stavo continuando la mia silenziosa invettiva e, quasi il papa mi avesse ascoltato, ha aggiunto: “…abbandonato anche da noi. Preghiamo per lui”. Va molto meglio: si chiama onestà intellettuale, prima e più che infallibilità papale. Il coraggio di ammettere le proprie colpe, i propri limiti, i propri errori e le proprie omissioni.

Di Edwin ce ne sono parecchi a Roma, in Italia e nel mondo. A volte mi chiedo come faccia un sindaco a dormire nel suo caldo letto, mentre c’è chi dorme all’addiaccio. Il discorso non vale solo per i sindaci, ma per tutti. Anche per il papa. Traggo dal Fatto Quotidiano un ricordo relativo al sindaco di Firenze Giorgio La Pira.

“Considerato che gravissima è la carenza degli alloggi nel Comune essendo pendenti richieste per alloggio in numero di 1147 da parte di sfrattati e sfrattandi, che attraverso informazioni prese attraverso normali organi di informazione risultano essere assolutamente nell’impossibilità di procurarsi un quartiere o altra sistemazione per non avere i mezzi per pagare un fitto corrente al mercato libero anche di una sola camera” il sindaco ordina “la requisizione immediata dello stabile”. 

La Pira emise l’ordinanza da cui sono tratte queste parole il 21 febbraio del 1953 dietro suggerimento del magistrato cattolico Giampaolo Meucci, il quale gli fornì l’appiglio giuridico scovando una norma del 1865 (la n. 2248) che all’art. 7 dell’allegato E prevedeva la possibilità per l’autorità amministrativa, “per grave necessità pubblica”, di disporre “della proprietà privata”. Nel 2007 l’adunanza plenaria del consiglio di Stato ha precisato che questo potere spetta al prefetto, salvo che si presentino assolute ragioni di necessità e urgenza tali da non consentire l’intervento del prefetto stesso.

La Pira si era trovato a fronteggiare una situazione disastrosa: numerosi sfratti e la povera gente che si rivolge al Comune di Firenze. E La Pira non può rimanere sordo alle grida, alla gente a cui rimane solo il mobilio, agli sfrattati e ai disoccupati. Non può tacere: 500 sfratti nel ’50, quasi 800 l’anno successivo, una previsione di 1000 per il 1952. Scrive nei suoi appunti: “Ho un solo alleato: la giustizia fraterna quale il Vangelo la presenta. Ciò significa: 1) lavoro per chi ne manca 2) casa per chi ne è privo”.

E così agisce: firma l’ordinanza che gli varrà una gragnola di critiche da ogni parte. Ma non arretra. Aveva proposto ai proprietari di immobili in città di affittare i loro quartieri, ma essi erano stati sordi all’appello. Persino Pio XII, nel suo saluto natalizio di qualche mese dopo, e giudicando senza nominare altre iniziative del sindaco, a lui si era rivolto parlando di “banditori carismatici”, e richiamando – ah, la dottrina sociale della Chiesa! – a una politica anticomunista senza cedimenti. La Pira si riconosce, e così risponde: la marea dei licenziati, degli sfrattati, “viene da me e mi chiede lavoro e assistenza! E io che potrei fare? Cosa dire? ‘Congiuntura economica’? Beatissimo Padre, quanta dolorosa menzogna sotto queste parole raffinate!”.

Per la sua politica sociale di aiuto ai disoccupati, di intervento nelle vertenze industriali (la Pignone), per le scelte drastiche per risolvere l’emergenza abitativa il sindaco è stato attaccato dai tutti, dal Corriere della Sera, dal Tempo, da Oggi. E così scrive al pontefice: “Voi sapete, Beatissimo Padre, quali sono i potentissimi organismi economici – finanziari ed industriali – che muovono le leve ‘ideali’ di questa stampa”. Roba da fare un balzo sulla sedia ancora oggi! La bella stagione del cattolicesimo radicale a Firenze, con le sue diverse figure, da La Pira appunto a Ernesto Balducci a Enzo Mazzi, oggi fa impallidire persino quelli che danno a papa Francesco del “comunista”. Se il “papa della fine del mondo” non è tenero e tuona contro le ingiustizie, i suoi detrattori, dandogli del marxista, dimenticano che Marx aveva proposto come abbattere la disuguaglianza: socializzare i mezzi di produzione, abbattere lo Stato, porre fine allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Le parole e le opere di La Pira sono in questo di una dirompenza senza pari.

“Un uomo così fatto, Beatissimo Padre” – scrive ancora al papa – “non può stare nel sistema politico attuale ed è bene che ne esca”. Urgenza dei bisogni e concretezza degli interventi, dice La Pira quando nel 1951 parla al convegno dei giuristi cattolici a proposito di Stato moderno e cristianesimo. Nelle sue parole si legge tutta la tensione di chi viene chiamato, solo, a rispondere: ognuno di noi, dice citando Giovanni Crisostomo, dovrà dar conto di tutto il mondo. Ognuno di noi. Dimensione coscienziale e dimensione politica si fondono. Ciò che la sua coscienza di uomo e di cristiano gli prescrive di fare, è quello a cui egli non può sottrarsi.

Ringrazio papa Francesco per avermi scosso la coscienza e sollecitato certi ricordi. Non imputo alcunché a lui, anzi riscontro ancora una volta che, per merito suo, nella Chiesa tira un vento diverso dal solito. Non ho niente da aggiungere, tutto da imparare e tanto da sentirmi un cristiano di merda.

 

 

 

Con l’ultimo dei giusti alla ricerca dei nuovi giusti

Non sono mai stato, e se possibile oggi lo sono ancor meno, comunista, anche se mi sono sempre impegnato e battuto a tutti i livelli per una politica di sinistra basata sui principi di libertà coniugati con quelli di equità e giustizia sociale. Non ho quindi omogeneità ideologica con Fausto Bertinotti, ma mi ritrovo culturalmente nella sua spietata analisi: non esiste la politica, non esiste classe politica, i cittadini dovrebbero riprendersi spazi di partecipazione democratica per riprendere un cammino di ricostruzione.

I primi giorni dopo lo scoppio della pandemia mi sono trovato a rimpiangere immediatamente i vecchi partiti e i loro esponenti: dentro e dietro i programmi batteva un cuore che dava la forza di proiettarsi oltre gli ostacoli nello scontro duro, ma anche nello sforzo unitario soprattutto nelle contingenze più gravi e difficili.

Parlando con un autorevole amico mi ritrovai a ripensare con estrema e commossa nostalgia ai grandi esponenti democristiani e comunisti che seppero guidare, chi dalla maggioranza di governo, chi dai banchi dell’opposizione, la ricostruzione post-bellica e la lotta al terrorismo.

E allora? Come se ne esce in un periodo ancor più complicato e delicato rispetto a quelli sopra citati? Non incartiamoci col pallottoliere alla ricerca dei numeri e delle combinazioni parlamentari. L’esempio più eclatante e significativo è l’improvvisa uscita dal cilindro contiano di un raggruppamento europeista, liberale, popolare, socialista, che dovrebbe far pendere la bilancia a favore di un governo capace di guidare il Paese. Con questi escamotage, pur legittimi ma sinceramente al limite del farsesco, non si va comunque da nessuna parte, anzi si rischia di gettare ulteriore discredito sulle Istituzioni.

Non esiste in Parlamento la capacità di esprimere un programma di governo adeguato alla situazione e soprattutto una classe dirigente in grado di portarlo avanti seriamente. Bisogna prenderne atto al di là delle alchimie in cui si stanno esercitando un po’ tutti. Le ideologie sono finite, ma non deve finire la cultura politica. I principi sembrano assenti dalla vita istituzionale, ma occorre trovare un minimo comune denominatore: l’unico punto di riferimento rimane la Carta Costituzionale con il suo garante Sergio Mattarella, che oltre tutto proviene, come l’ultimo dei giusti, come cattolico democratico, dall’esperienza post-resistenziale e post-bellica.

Su questo caposaldo irrinunciabile si può costruire una nuova cultura e prassi, basata sulla competenza, sulla responsabilità, sulla capacità di governare e amministrare. Tutti, all’entrata e all’uscita delle consultazioni al Quirinale, dichiarano di voler partire dai contenuti, tra cui spiccano la vocazione europeistica, il piano vaccinale, il rilancio economico e la difesa dell’occupazione. Non basta! Possono essere o rimanere scatole vuote, se non si individua una classe dirigente capace di riempirle.

Se il Parlamento, che è lo specchio dei partiti, non è in grado di esprimere una guida autorevole al riguardo, meglio prenderne atto e non giocare all’improvvisazione. Ecco perché in questa fase non vedo altra possibilità di un governo del Presidente, formato da personaggi di grande levatura, autorevolezza e competenza, capaci di gestire una fase così drammatica.

Con questo non voglio dire che il Parlamento debba andare in vacanza e che i partiti si ritirino in buon ordine, ma che tutti ritornino a fare umilmente il loro mestiere, ricominciando ad elaborare una cultura politica degna di tale nome. Credo che l’improvvisato gruppetto di responsabili da cui dovrebbe dipendere il futuro governativo dell’Italia finirà con l’essere la macabra goccia che farà traboccare il vaso dell’inconcludenza. Forse abbiamo raggiunto il fondo e non vale la pena di raschiare il barile. Meglio un barile nuovo da riempire ex novo. Non certo tramite il demenziale ricorso alle elezioni: non farebbero altro che constatare le manchevolezze di chi si presenta al voto dei cittadini e questi ultimi potrebbero reagire con l’astensione o con la rabbia sociale.

Mi aspetto dal Capo dello Stato non la funzione notarile di mera presa d’atto di una situazione, ma lo scatto coraggioso e la provocazione benefica verso il recupero della politica. Ha la capacità, l’autorevolezza il carisma, la credibilità e la coerenza per farci ricominciare dall’abc. Ci vuole pazienza, dice qualcuno: però non per sopportare il niente che avanza, ma per cercare il nuovo che occorre.

I nani che si atteggiano a giganti

Nei giorni scorsi è girato sui social un video di un sacerdote calabrese in opportuna vena di mixare il sacro col profano. Parlando ai fedeli, durante la messa (o alla fine della stessa), dell’importanza delle parole che usiamo nel nostro linguaggio, ha fatto riferimento ad un episodio gustoso, che però era passato sotto silenzio. Il ministro degli esteri nonché traballante leader (?) del M5S, dopo essersi incontrato con Mario Draghi, ha dichiarato, bontà sua, di avere riportato una buona impressione dall’ex governatore della Bce.

Il parroco ha provato a mettere a confronto i due curriculum di questi personaggi da cui è uscito un vero e proprio paragone impossibile. Con tutto il rispetto per i più umili mestieri non sapevo che l’eclettico Di Maio si fosse dedicato anche alla vendita di birre allo stadio san Paolo. “Ho lavorato qualche estate al San Paolo, ma stavo in giacca e cravatta, accoglievo i cosiddetti vip in tribuna autorità, tra cui il presidente del Napoli e tutti gli altri”, ha spiegato. “Fare il manovale, il cameriere, sono esperienze che ti forgiano. Come si dice dalle mie parti, saper campare te lo insegna il lavoro”, ha aggiunto il capo della Farnesina. Non credo però che fare lo steward allo stadio insegni a fare il ministro del Lavoro o degli Esteri. Ancor più ridicola del curriculum è la pretesa dimaiana di porre sotto esame Draghi. Sarebbe come se io, ha detto il prete, andassi a colloquio con papa Francesco e tornando in parrocchia riferissi di avere avuto una buona impressione. Tutti mi prenderebbero per matto, in preda ad un delirio di onnipotenza.

Tirando le conclusioni il simpatico e intelligente sacerdote ha sottolineato come dando a Di Maio notevoli responsabilità politiche sia stato fatto il suo male oltre che naturalmente il male del Paese. Se fossi giovane, ha aggiunto sconsolatamente, me ne andrei dall’Italia.

Ho raccontato male un video che è invece bellissimo, divertentissimo ed eticamente ineccepibile. La morale della favola è molto chiara e trasparente: i nani vogliono censurare Biancaneve e le ballerine vogliono imporre la loro musica. Nessuno cioè sa stare al proprio posto e tutti puntano ad occupare abusivamente il posto altrui.

Per rendere l’idea vado in prestito da mia madre, che acutamente ed ironicamente osservava, sferzando la rivoluzione avvenuta nei costumi e nei ruoli: «Il dònni i volon fär i òmmi e i òmmi i volon far il dònni: podral andär bén al mónd?».

Adésa il donni i vólon fär anca i prét!”.  Risposta laconica e spassosa: “Za il cézi j én mezi vódi, se j a vólon vudär dal tutt, chi fagon pur!”. Se di rimando incalzavo e rincaravo la dose: “Mo ti t’ andrissot a confesär da ‘na donna?”, Lavinia mi teneva bordone e coglieva al volo le mie battute di “spalla”. Rispondeva: “Ah no po’, mi putost a vagh davanti al Sgnór e ghe dmand pardón. S’ al me vól pardonär bén, senò vrà dir ch’ andrò a l’ inferon…”. Mia sorella controbatteva: “Parchè, co’ gh sariss äd straordinäri, se ‘na donna la fiss al prét?”. Ma mia madre non mollava l’osso: “Bén insomma, mi ‘na donna a fär al prét ne gh la vedd miga, vala bén!”.

Ebbene, se le donne hanno sacrosanti diritti pregressi e repressi da far valere in campo famigliare, sociale ed ecclesiale, i Di Maio dovrebbero avere il buongusto di stare al proprio posto, non dico dietro la lavagna, ma nemmeno in cattedra a giudicare i professori. Mio padre sarebbe oltremodo d’accordo ed aggiungerebbe: “Sì. I pàron coi che all’ostaria con un pcon ad gess in sima la tavla i metton a post tutt; po set ve a vedor a ca’ sova i n’en gnan bon ed far un o con un bicer…”.

Non so come finirà la crisi di governo più pazza del mondo e di tutti i tempi. Di una cosa sono certo: se Renzi vuol fare il premier senza esserlo, se Conte vuol fare il fenomeno senza averne le caratteristiche, se i parlamentari giocano a fare gli strateghi anziché preoccuparsi di varare buone leggi, se i ministri pretendono di gestire una fetta di Paese preoccupandosi solo di accaparrarsi fette di torta, se parecchi senatori puntano a dimostrare senso di responsabilità una tantum, se i politici pensano che la buona politica dipenda dal tenere competizioni elettorali ad ogni stormir di fronda, podral andär bén l’Italia?

Mio padre lasciava volentieri a mia madre il compito di tenere i rapporti con la maestra, poi il maestro, poi i diversi professori della scuola media inferiore e dell’istituto tecnico commerciale. Non se ne disinteressava, ma riteneva che mia madre fosse più adatta a svolgere questo ruolo, per il suo tratto elegante, per il suo carattere molto controllato e per la spiccata virtù di sapere stare al proprio posto. Si era imposto una inderogabile regola: “Mo vót che mi digga quél a un profesór, par poch ch’al nin sapia al nin sarà sempor pu che mi”. Se i politici avessero un po’ dell’umiltà praticata da mio padre e cedessero qualche volta il passo a chi ha esperienza amministrativa, capacità professionale e preparazione tecnica, forse non saremmo sempre in braghe di tela. Il primato della politica non si esercita con velleità tuttologhe.  Ho sempre avuto una certa antipatia per i primi della classe: li sopportavo e li sopporto solo se lo sono veramente e soprattutto se lasciano copiare il compito in classe. Ebbene, Di Maio è il capoclasse tollerato da Beppe Grillo, non è certo il primo della classe a giudicare dalle fandonie che snocciola in continuazione. Bisogna assolutamente che il preside sospenda a tempo indeterminato chi vuole trasformare l’Italia nel paese degli asini.