Il folle volo e il sensato atterraggio

La pazza ma sempre più concreta ed inesorabile strategia trumpiana mira a sconvolgere i pur discutibili equilibri democratici, puntando decisamente al consolidamento e addirittura all’istituzionalizzazione degli squilibri antidemocratici: la jungla internazionale basata sulla legge del più forte imposta dall’alto e subita con rassegnazione dal basso.

Questa strategia coinvolge la Russia di Putin, entro certi limiti la Cina di Xi Jinping, a pieno titolo l’Israele di Netanyahu e più o meno occasionalmente i regimi autocratici sparsi per il mondo.

L’Europa per storia, cultura e assetto geopolitico presenta una complessità che mal si combina con la suddetta strategia. Ecco il perché di tanta subdola ostilità nei suoi confronti: la questione Nato è solo un pretesto (addirittura un ricatto) per mettere con le spalle al muro l’Europa, facendo leva sulla sua problematica autonoma capacità difensiva.

Naturalmente c’è chi casca, più o meno in buona fede, nel tranello. È il caso del ministro della difesa Crosetto, non certo il peggior virgulto dell’attuale governo italiano, che si rifugia nelle acrobazie internazionali non capendo che la posta in palio è ben diversa e più profonda di un aggiustamento dell’organizzazione intergovernativa.

Serve una trasformazione profonda e veloce della Nato, che la faccia diventare una struttura capace di garantire un’alleanza per la pace nel mondo, un “braccio” armato ma democratico, di una Onu rinnovata, uscendo dal ruolo di organizzazione di difesa del solo Occidente “atlantico”. La Nato, così com’è è stata percepita per decenni e cioè come un nemico per i Paesi del Sud, per i Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, ndr), deve invece aprirsi e allargarsi. Deve pensare al mondo, non solo a una sua parte. E visto che l’Onu non ce la fa più, la Nato ha le caratteristiche, il know how e le capacità militari, ma anche diplomatiche, per diventare il vero difensore della pace. Però, attenzione: solo se la Nato saprà essere credibile, attendibile, sincera e saprà allargarsi, potrà rappresentare e difendere tutti. (intervista rilasciata ad “Avvenire”)

Se il caos internazionale viene vissuto con questo imbarazzante semplicismo dal miglior fico del bigoncio meloniani, figuriamoci cosa penseranno gli altri…

I Paesi europei infatti possono (cor)rispondere in ordine sparso e tentare di (con)vivere, fingendo di non comprendere che non è in ballo soltanto l’alleanza atlantica, ma il fondamento democratico dell’Occidente svenduto alla borsa dei contro-valori.

E allora la Francia di Macron strizza l’occhio alla Cina tenendo fede al suo storico ruolo di rompiscatole, la Germania di Merz fa la voce grossa vantando la propria forza (?) economica, l’Italia meloniana fa buon viso a cattiva sorte mirando testardamente a diventare interlocutore privilegiato degli Usa riveduti e scorretti, l’Inghilterra risponde col mal di testa ai raffreddori trumpiani, i cespugli est-europei, dopo aver succhiato le mammelle della Ue, si illudono di passare agli omogeneizzati trumputiniani.

Tutto ciò avviene nell’attonito silenzio dei cittadini, così come se assistessero in seconda fila ad uno spettacolo più fantapolitico che geopolitico. Alla dura e forse irreversibile realtà di un mondo che avanza su binari non morti ma che portano alla morte non si può rispondere con un’alzata di spalle.

Non è un caso che, mentre il contesto internazionale spinge verso semplificazioni autoritarie e leadership forti, cresca anche un disagio democratico profondo. Il Censis lo ha osservato con chiarezza: circa il 30% degli italiani guarda con favore a forme di autarchia o a modelli di governo che riducono pluralismo e mediazione. Non è nostalgia ideologica. È paura, disorientamento, richiesta di protezione. Ed è proprio qui che si annida la deriva demofobica: quando la complessità viene percepita come minaccia e la democrazia come inefficiente. I corpi intermedi sono il primo, vero antidoto a questa deriva. Sono nuovi anticorpi democratici. Cooperative, associazioni, fondazioni, reti civiche, mutualismi non svolgono solo una funzione sociale o economica: svolgono una funzione politica in senso alto. Tengono viva la partecipazione, trasformano bisogni in domande collettive, costruiscono fiducia dove lo Stato è lontano e il mercato non arriva.

L’economia sociale, in questo quadro, non è un settore tra gli altri. È una infrastruttura democratica europea. È il luogo in cui valore economico e valore sociale non si separano, in cui la comunità non è uno slogan identitario ma una pratica quotidiana, in cui la sicurezza non è solo controllo ma capacità di prendersi cura. (“Avvenire” – Paolo Venturi)

La politica lanciò e mise in atto l’idea di un’Europa unita; l’antipolitica sta puntando ad un’Europa disunita o addirittura sbracata; le forze sociali devono conquistare gli spazi per (ri)costruire la democrazia europea che riesca ad invadere il mondo.

Nei giorni scorsi ho auspicato che, davanti alla triste realtà di chi non sa guidare e si spaccia per provetto autista, si reagisca viaggiando sulle proprie gambe, ci si aggrappi alla propria coscienza ed ai sogni per farli diventare realtà.  Se un sogno rimane a livello individuale non sposta nulla, se è condiviso a livello sociale può trasformarsi in realtà rivoluzionaria.

 

 

 

La Meloni sta perdendo la melona

Giorgia Meloni mantiene la rotta sul crinale scivoloso che separa Washington da Bruxelles, anche se il cammino è sempre più impervio. La premier continua a perorare la causa del sostegno al percorso avviato da Donald Trump per la soluzione della crisi in Ucraina, ma il documento per la sicurezza nazionale pubblicato venerdì dalla Casa Bianca marca una netta distanza con l’Unione e il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, lo ha fatto capire in modo piuttosto eloquente. Come se non bastasse, il vertice di ieri a Londra del formato E3, con Volodymir Zelensky, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il premier britannico Keir Starmer, segna una nuova assenza di Roma dai tavoli che contano e in un momento decisivo dei negoziati per la pace tra Mosca e Kiev.

Per questo il capo dell’esecutivo ha deciso di giocare in anticipo. Domenica ha sentito Zelensky rinnovandogli la solidarietà dell’Italia e organizzando un incontro a Roma previsto per martedì alle 15. Ma ha anche ribadito il sostegno «all’impegno degli Stati Uniti» per il percorso verso la pace. Lo stesso ha fatto anche ieri, quando ha “raggiunto” alcuni leader europei riuniti con Zelensky in una videoconferenza del formato Washington seguita al vertice a Downing Street. Nel corso del summit, spiega una nota di Palazzo Chigi, Meloni ha insistito sulla necessità di offrire garanzie di sicurezza per Kiev e «ha posto l’accento sull’importanza dell’unità di vedute tra partner europei e Stati Uniti per il raggiungimento di una pace giusta e duratura in Ucraina».

Ai vertici dell’Ue, però, l’atteggiamento di Washington piace sempre meno. Per Costa, intervenuto ieri alla conferenza annuale dell’Istituto Jacques Delors, a Parigi, «i rapporti nelle alleanze del Secondo Dopoguerra sono cambiati» e se Mosca appoggia la nuova strategia di sicurezza Usa bisogna che gli europei «si interroghino» sui motivi per cui lo fa. Anche perché, è il ragionamento del presidente del Consiglio europeo, in Ucraina Trump «non punta a una pace giusta e duratura» ma «alla cessazione delle ostilità per avere relazioni stabili con la Russia». In altre parole, Costa ne è convinto, gli Stati Uniti «non credono più nel multilateralismo, nell’ordine internazionale basato sulle regole» e persino «nel cambiamento climatico». Quindi è chiaro che nell’alleanza convivono ormai «visioni del mondo diverse». Tuttavia, ha continuato, è «positivo» che Washington consideri ancora l’Europa come un suo alleato (come scritto nel documento strategico della Casa bianca appunto), ma «se siamo alleati – ha avvertito Costa – dobbiamo agire come tali. E gli alleati non minacciano di interferire nella vita democratica o nelle scelte politiche interne di questi alleati». (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

C’è da chiedersi il vero perché di questo atteggiamento avventato del nostro Presidente del Consiglio. Come tutti hanno capito Giorgia Meloni ha giocato d’astuzia a livello internazionale, facendosi la principale paladina della causa ucraina e puntando ad un rapporto privilegiato con gli Usa fin dai tempi di Biden.

Senonché Trump ha cambiato pesantemente la politica estera americana, ha sostanzialmente scaricato Zelensky, sta preparando le merende da consumare con Putin, sta maltrattando brutalmente l’Europa individuando nell’Unione Europea un ostacolo alla sua visione del mondo.

In pratica Giorgia Meloni è rimasta col cerino acceso in mano e si ostina a voler fare da ponte tra Europa e Usa, fingendo di non capire che a Trump non importa niente dell’Europa e che i partner europei stanno riposizionandosi rispetto agli Usa. Sta venendo meno il suo punto tattico-politico di appoggio e viene a trovarsi scoperta su entrambi i fronti.

Questa posizione le crea non pochi problemi nei rapporti con gli alleati di centro-destra: da una parte la Lega che guarda con interesse all’asse Trump-Putin, dall’altra parte Forza Italia che ha un occhio di riguardo per l’Unione Europea tramite l’adesione al Ppe; la espone alle forti critiche delle opposizioni per quello che possono contare, ma soprattutto la indebolisce a livello di politica interna in un momento tutt’altro che facile per il governo. Persino a livello mediatico le diventa difficile nascondersi, come si suol dire, in “un prato segato”.

Finora il giochino della politica estera le è stato d’aiuto, ma ormai le carte si stanno scoprendo e le furbizie non tengono più. E l’Italia? Finiremo completamente ai margini dell’Europa? Diventeremo i servi sciocchi di Trump?

Ricevendo Zelensky a Palazzo Chigi ha mostrato una notevole tensione nervosa: questi si affidava a lei mentre Trump ne sparava di tutti i colori contro di lui e contro i suoi difensori europei: guardando le immagini non si riusciva a capire chi fosse più pallido fra Meloni e Zelensky. Una situazione che ha dell’incredibile: Giorgia si ostina a puntare su Trump e così facendo si allontana sempre più dai partner europei, che stanno reagendo con un po’ di orgoglio agli attacchi statunitensi. Cosa dirà al presidente americano? Cosa dirà ai colleghi europei? Si attaccherà agli svogliati amici del giaguaro come Ungheria, repubblica Cesa e Slovacchia o andrà a Canossa dai volonterosi vale a dire Francia, Germania e Gran Bretagna. Che figura farà con Zelensky? Il problema però non è la Meloni, è il paese Italia. Un tempo una politica italiana così disastrosa a livello internazionale avrebbe comportato effetti pesanti a livello governativo: una crisi di governo sarebbe stata inevitabile. Oggi sull’altare della stabilità stiamo sacrificando tutto. La situazione è difficilissima e, affrontata con grave imperizia, potrebbe anche precipitare, esplodere e/o implodere.

Se andiamo avanti così, ci potrà salvare solo Mattarella bypassando il governo italiano in sede Ue e parafrasando quanto pronunciato da Alcide De Gasperi il 10 agosto 1946 alla Conferenza di Pace di Parigi, dove, come capo del governo italiano, si presentò di fronte alle potenze vincitrici, sentendosi in una posizione di svantaggio (“ex nemico”) e sottolineando l’ostilità generale ma anche la necessità di difendere dignitosamente l’Italia. Non gli resterà che affermare solennemente: “Prendendo la parola in questo consesso europeo, sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. E speriamo che ci sia qualche esponente europeo di rilievo che si alzi e gli vada a stringere la mano.

 

 

 

 

Le pagliuzze dei pro-pal e le travi dei contro-pal

Nutro grande stima sul piano personale e politico verso Graziano Del Rio, purtroppo però non riesco a capire la logica della sua iniziativa legislativa in materia di contrasto all’antisemitismo: mi sono documentato, ho letto ed ascoltato attentamente, ma, pur concedendo la buona fede e la retta intenzione, la giudico inopportuna dal punto di vista culturale e politico e soprattutto difficilmente inquadrabile in modo equilibrato e corretto nel contesto storico attuale.

Non è serio legiferare sull’antisemitismo non prendendo atto, non condannando e non combattendo l’autentico genocidio perpetrato dal governo di Israele contro la popolazione di Gaza, senza considerare quindi che l’antisemitismo è anche e soprattutto conseguenza del comportamento a livello istituzionale di Israele. L’antisemitismo è un male, ma per estirparlo efficacemente e non sbrigativamente, bisogna analizzarne le motivazioni, altrimenti rischiamo di usare la chirurgia al posto della medicina. In questo momento storico il male principale mi sembra il genocidio e non chi protesta contro di esso usando talora la pur deprecabile violenza. Giusto preoccuparsi dell’insorgente antisemitismo, ma preoccupiamoci anche e soprattutto della strage degli innocenti a Gaza e dintorni.

Graziano Del Rio non ha visto la vomitevole trionfalistica manfrina parlamentare israeliana alla presenza di Donald Trump l’indomani della tregua bellica, senza alcuna voce dissenziente se non quella di un parlamentare immediatamente isolato e criminalizzato?

Graziano Del Rio ritiene che non sia stata sufficientemente considerata e condannata l’azione terroristica di Hamas. MI permetto di chiedergli se non si è reso conto che tutta la narrazione ruota proprio attorno alla responsabilità di Hamas fino a giustificare la spropositata vendetta israeliana che ha dato sbocco all’odio atavico contro i palestinesi innescandone un vero e proprio genocidio?

Graziano Del Rio non sa che gli ebrei formano una lobby potentissima presente in tutto il mondo e tale da influenzare in modo democraticamente assai discutibile equilibri politici ed economici?

Graziano Del Rio non ricorda che lo Stato di Israele ha continuamente violato e continua tuttora a violare l’ordine internazionale occupando territori altrui e ignorando i richiami dell’Onu al riguardo, fregandosene altamente di tutte le censure persino di quelle provenienti dagli alleati?

Graziano Del Rio è soddisfatto del nulla portato avanti dall’Occidente e in specie dal governo italiano per costringere Israele a più miti consigli e ad interrompere la macelleria in atto a Gaza?

Graziano Del Rio non ritiene che le scandalizzate reazioni a certe esagitate manifestazioni di antisemitismo rappresentino il cercare la pagliuzza nell’occhio dei manifestanti pro-pal tralasciando la trave nell’occhio di Netanyahu e c.?

Graziano Del Rio non pensa che sia settario condannare l’attacco alla sede di un giornale senza considerare l’esasperazione per la mancanza di informazione obiettiva e corretta sul conflitto israelo-palestinese? Un politico prima di condannare non dovrebbe sforzarsi di capire le ragioni e le motivazioni anche di coloro che protestano, sbagliando, con violenza? Non è violenza fare tartufesche distinzioni giornalistiche in materia di genocidio? Cos’altro deve succedere a Gaza per constatare il compimento di un genocidio e per condannarlo apertamente.

Ricordo la rispettabilissima e condivisibile crisi di coscienza di Graziano Del Rio di fronte agli aiuti in armi al governo ucraino. L’Italia non è un’importante fornitrice di armi ad Israele? E allora non andiamo in crisi sapendo che queste armi vengono usate per sterminare i bambini palestinesi?

Ho recentemente titolato un mio commento “la guerra è sinistra, ma non di sinistra”. Giudico Del Rio un politico di sinistra e gli chiedo scusa, ma non capisco questa sua iniziativa legislativa che prende lucciole per lanterne e finisce col brandire impropriamente un’arma contro l’antisemitismo quale arma di distrazione di massa rispetto alle gravissime responsabilità del governo israeliano e di chi lo appoggia direttamente o indirettamente.

 

La guerra è sinistra e non di sinistra

La Guerra Russo-Ucraina ha posto la sinistra nuovamente di fronte al dilemma del come comportarsi quando un paese vede minacciata la propria legittima sovranità. Quanti a sinistra hanno ceduto alla tentazione di diventare – direttamente o indirettamente – co-belligeranti, dando vita a una nuova union sacrée, contribuiscono a rendere sempre meno riconoscibile la distinzione tra atlantismo e pacifismo. La storia dimostra che, quando non si oppongono alla guerra, le forze progressiste smarriscono una parte essenziale della loro ragion d’essere e finiscono con l’essere inghiottite dall’ideologia del campo a loro avverso.

La tesi di quanti si oppongono sia al nazionalismo russo e ucraino che all’espansione della NATO non contiene alcuna indecisione politica o ambiguità teorica. Al di là delle spiegazioni – fornite, in queste settimane, da numerosi esperti – sulle radici del conflitto, la posizione di quanti suggeriscono una politica di “non allineamento” è la più efficace per far cessare la guerra al più presto e assicurare che in questo conflitto vi sia il minor numero possibile di vittime. Significa dare forza all’unico vero antidoto all’espansione della guerra su scala generale. A differenza delle tante voci che invocano un nuovo arruolamento, va perseguita un’incessante iniziativa diplomatica.

Inoltre, nonostante essa appaia rafforzata a seguito delle mosse compiute dalla Russia, bisogna lavorare affinché l’opinione pubblica smetta di considerare la più grande e aggressiva macchina bellica del mondo – la NATO – come la soluzione ai problemi della sicurezza globale. Al contrario, va mostrato come questa sia un’organizzazione pericolosa e inefficace che, con la sua volontà di espansione e di dominio unipolare, contribuisce ad aumentare le tensioni belliche nel mondo. (marcellomusto.org/la-sinistra-e-contro-la-guerra)

Non so se sono un pacifista, so soltanto che, come recita la Costituzione, ripudio la guerra e ritengo che non sia nemmeno da prendere inconsiderazione come strumento estremo di difesa.

Il mio bravissimo medico rifiutava categoricamente di rassegnarsi di fronte al decorso delle malattie e non accettava testardamente il detto “non c’è più niente da fare”. Aggiungeva: “C’è sempre qualcosa da fare…” e lo dimostrava con l’impegno e la dedizione a servizio dei suoi ammalati.

Anche di fronte all’incalzare dei venti di guerra si può e si deve sempre tentare di evitare il ricorso alle armi, che non risolve niente per nessuno. L’azione in favore della pace però non deve limitarsi ed iniziare a valle quando le situazioni sono gravemente compromesse, ma va portata avanti a monte contro le ingiustizie che portano alle guerre.

Quante volte mi sono sentito porre l’obiezione relativa al nazifascismo: non si poteva evitare la guerra per sconfiggerlo! Si doveva e si poteva prevenirlo a livello sociale, politico e diplomatico. Invece si pensò di contenerlo con accordi di potere pazzeschi. Quando finalmente ci si svegliò, era troppo tardi. La Resistenza ha il pedigree in ordine, è credibile in quanto partì a monte come lotta politica e civile contro il regime per poi diventare vera e propria guerra di liberazione. Potrà forse essere una lettura storica piuttosto semplicistica, ma credo che corrisponda alla realtà.

Il discorso si ripropone di fronte al nuovo Stalin/Hitler, che invade l’Ucraina e minaccia l’Europa tutta: molti sostengono, anche a sinistra, che non si possa lasciar fare, rinunciare ad aiutare militarmente l’Ucraina e puntare ad un riarmo difensivo per l’Europa.

Mi chiedo: prima che avvenisse l’invasione è stato fatto tutto il possibile per evitarla? Dopo che è avvenuta è stato fatto tutto il possibile per aprire un fronte diplomatico veramente incidente e consistente? È realistica una incombente minaccia bellica russa sull’Europa o è il modo per rimanere in una sistemica e opportunistica logica di guerra?

Altra obiezione è quella della doppia morale, dei due pesi e due misure: contrari all’azione bellica israeliana contro la Palestina e balbettanti di fronte all’aggressione russa all’Ucraina. I due pesi e le due misure per la verità li sta usando soprattutto il governo italiano molto attivo in favore dell’Ucraina e molto latitante sul fronte israelo-palestinese. Non escludo che possa esistere una certa faziosità pacifista: i macellai sono comunque da rifiutare sdegnosamente e le due guerre in questione sono da aborrire nelle coscienze, nelle piazze e nel fare politica.

Temo che il “se vuoi la pace, prepara la guerra” dei romani, stia diventando il “se vuoi difendere il sistema, rassegnati alla guerra” degli europei (per non parlare degli Usa…).

Ho recentemente ascoltato uno stupendo commento alla famosa e apparentemente paradossale regola evangelica del “porgere l’altra guancia”: non è un’assurda virtù, ma un’assoluta necessità. Tutta la storia dell’uomo lo dimostra. Gesù impone a Pietro di rimettere la spada nel fodero, ma non per questo rinuncia alle proprie convinzioni: durante il processo farsa intentato contro di lui, alla guardia del Sommo Sacerdote che lo schiaffeggia, chiede spiegazioni in modo stringente.

Una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: “Così rispondi al sommo sacerdote?” (Gv 18,22). Questa guardia ritiene irrispettose le parole di Gesù che, diversamente da lui, non accoglie passivamente ciò che gli viene chiesto ma ha il coraggio di interrogare e di rinviare l’altro a ciò che già sa, o può sapere.

Questa è una vecchia storia che purtroppo vediamo tutti i giorni ripetersi: ciascuno esercita violenza sull’altro che ritiene in posizione subalterna o quanto meno svantaggiata, ciascuno si sente grande umiliando l’altro, ciascuno nasconde dietro una maschera di straordinaria lealtà all’autorità il suo piccolo io frustrato, che ha bisogno del leader da difendere per sentirsi consistente esercitando violenza sugli altri.

Ma Gesù spezza, come aveva fatto lungo tutta la sua vita, questa catena di violenza e prepotenza e lo fa usando la domanda come un appello alla responsabilità, alla sensatezza di ciò che diciamo e facciamo: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23). (monasterodibose.it)

Non so se l’essere di sinistra imponga l’essere contrari alla guerra, ad ogni e qualsiasi guerra (per quanto mi riguarda credo proprio di sì!), so che l’essere cristiani, Vangelo alla mano, non consente la guerra se non quella contro l’ingiustizia, la povertà e le discriminazioni di ogni tipo. Qualcuno andrà sicuramente a spulciare nei documenti del Magistero Pontificio e in quelli conciliari per sottilizzare sulle cosiddette guerre difensive (una sorta di ossimoro). Ma fatemi il piacere…

Papa Francesco diceva: «Parlare sempre dei poveri non è comunismo, è la bandiera del Vangelo». Mi permetto di parafrasarlo aggiungendo: «Essere sempre e comunque contro la guerra non è (solo) pacifismo, è cristianesimo».

 

 

 

Migranti carne da ricatto

I Paesi poveri che non cooperano sul fronte dei rimpatri dei propri connazionali potranno vedersi revocate le agevolazioni commerciali Ue. Si tratta di uno dei punti cruciali dell’intesa raggiunta lunedì sera tra il Parlamento Europeo e il Consiglio Ue (che rappresenta gli Stati membri), le due istituzioni legiferanti dell’Unione Europea, per una riforma delle norme sul Sistema generalizzato Ue sulle preferenze sui dazi (Gsp). E cioè le agevolazioni commerciali (dazi zero o fortemente ridotti) per 65 Paesi in via di sviluppo più vulnerabili (per un totale di circa due miliardi di persone). Soprattutto le capitali insistevano per introdurre il criterio della cooperazione sul fronte della riammissione in patria tra quelli già presenti come condizioni per la concessione del Gsp (e cioè rispetto dei diritti umani e dell’ambiente, delle convenzioni internazionali e altro).

Sullo sfondo, la difficoltà degli Stati Ue ad eseguire i decreti di espulsioni: al momento in media nell’Ue solo il 20% dei rimpatri viene effettuato, la causa è soprattutto (ma non solo) il rifiuto di vari Paesi di origine di riprendersi i propri cittadini emigrati irregolarmente in Stati Ue. «Abbiamo chiarito – ha spiegato, per la presidenza di turno Ue, il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen – che questi vantaggi commerciali devono esser legati al rispetto dei diritti umani, buon governo, protezione ambientale e, per la prima volta, la cooperazione sul rimpatrio dei propri cittadini illegalmente nell’Ue”. Un nuovo tassello, si potrebbe dire, della sempre più avanzata costruzione della “Fortezza Europa” che è sempre più la priorità di Bruxelles e della maggior parte delle capitali. (“Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

Mi sembra un vero e proprio ricatto. Se può avere un senso subordinare gli aiuti e le agevolazioni per i Paesi sotto-sviluppati al rispetto dei diritti umani e delle regole democratiche, condizionarli al rimpatrio degli emigrati non è accettabile dal punto di vista umanitario e controproducente dal punto di vista politico.

Gli emigrati, per clandestini che siano, vengono considerati carne da ricatto, merce di scambio: che colpa hanno loro se nei Paesi di origine non riescono a vivere e forse neanche a sopravvivere? Che senso ha rispedirli brutalmente al mittente ributtandoli nella mischia di fame, guerre, torture, etc. etc.? Che responsabilità hanno se i regimi dei loro Paesi sono più o meno dittatoriali e non rispettano le regole minime nel trattamento dei cittadini? Il problema dei rapporti internazionali e delle migrazioni viene scaricato sulla pelle delle (già)vittime!

Sul piano politico l’indirizzo europeo mi sembra più trumpiano che mai: non lasciamoci trascinare in questa deriva del più forte che detta le regole a suo piacimento. Cosa ne potrà sortire? Un’ Europa chiusa in se stessa e sempre più a rischio immigrazione clandestina e i Paesi sottosviluppati sempre più a rischio dittatura. La politica si fa in positivo e non con le minacce e i fieri accenti.

Sull’argomento c’è stato contrasto tra Parlamento europeo e Consiglio UE: evidentemente qualche parlamentare di Strasburgo si è posto qualche problema. Gradirei sapere come si sono orientati i deputati europei di sinistra: si sono piegati alla realpolitik di Bruxelles? Hanno almeno tenuto accesa la fiaccola europea dei fondatori dell’Unione che si rivolteranno sempre più nelle loro tombe?

A livello europeo così come dei singoli Stati membro non esiste una politica seria a livello migratorio: questa ultima velleitaria impuntatura ne è la riprova. In fin dei conti stanno vincendo i Salvini e i Vannacci tra i sorrisi Durban’s della Von der Leyen e le facce feroci di Orban. E chi difende i diritti dei migranti, peste lo colga!

 

 

I sogni nel cassetto europeo

È ufficiale: Donald Trump non crede più alla Nato, intende disimpegnarsi dall’Europa (che considera un continente in declino) e vuole concentrare le risorse Usa sulle Americhe.  La nuova National security strategy pubblicata dalla Casa Bianca contiene un messaggio scomodo per la Ue: nel momento in cui la guerra preme ai suoi confini, la garanzia americana non è più scontata. Nel documento, che traccia le linee guida della politica americana interna ed estera, emerge infatti con chiarezza che Washington non intende più «reggere da sola l’ordine mondiale» e che sposterà il baricentro della propria presenza militare e politica sull’emisfero occidentale, mettendo il resto del pianeta in secondo piano. Dietro questa svolta c’è un giudizio severo sul futuro dell’Europa, descritta a rischio di «cancellazione di civilizzazione» e di perdita di identità entro vent’anni, per colpa di politiche migratorie, denatalità, burocrazie sovranazionali e «censura della libertà di parola». Gli Stati Uniti spiegano di cercare invece una «stabilità strategica» con Mosca con toni che si avvicinano alle narrative russe e mettono in ombra la principale minaccia militare che l’Europa percepisce mentre subisce incursioni con droni sul proprio spazio di sicurezza. (“Avvenire” – Elena Molinari)

(…)

“Non parlerei di un incrinatura dei rapporti fra Stati Uniti ed Europa, penso che quello che c’è scritto nel documento strategico” degli Usa, “al di là dei giudizi sulla politica europea, alcuni dei quali condivido, come quelli sull’immigrazione che stiamo correggendo, penso che dica con toni assertivi qualcosa che nel dibattito fra Usa e Europa va vanti da molto tempo. E parla di quello che alcuni di noi hanno avuto il coraggio di definire, molto tempo fa, un percorso storico inevitabile” ha detto Meloni, commentando le affermazioni di Donald Trump sulla politica autodistruttiva dell’Europa. (intervista con Enrico Mentana al TgLa7)

I casi sono due: o Donald Trump oltre ad essere un delinquente è anche un deficiente (eventualità piuttosto realistica) oppure costituisce veramente un’enorme mina vagante su cui rischiamo di saltare in aria.   Le due ipotesi si possono anche combinare fra di loro.

Proseguo con le ipotesi: non so se Giorgia Meloni ci sia o ci faccia, se sia opportunisticamente infatuata di Trump (oltre che di se stessa) oppure stia portando (in)coscientemente il nostro Paese in un’autentica deriva europea ed internazionale. Le suddette ipotesi possono anche andare perfettamente d’accordo.

Al pensiero che questi personaggi, volenti o nolenti, possano fare la storia, mi vengono i brividi. Sta tornando a galla, in modo peraltro dilettantesco, ma quindi ancor più pericoloso, la volontà di potenza spartitoria tra Usa e Russia con terzo incomodo la Cina, supportata dall’ignobile connubio fra ideologia cattolica americana e ideologia ortodossa russa.

In questo quadro inquietante non trova posto l’Europa, non tanto per la strategia ricattatoria e marginalizzante di Trump, ma per la crisi di valori di riferimento, per la perdita di identità storico-politica, per il pressapochismo sostanzialmente nazionalista dei Paesi membri della UE, per la dispersione del proprio patrimonio culturale, politico, economico e sociale. Al riguardo il presidente Usa prende atto e favorisce compiaciuto questo suicidio europeo, traendone buoni auspici per le proprie scelte di campo.

Possibile che i governanti dei Paesi europei e i responsabili della Ue non se ne rendano conto? Stanno giocando al tanto peggio tanto meglio? Stanno pensando alle prossime elezioni anziché alle future generazioni? Stanno difendendo lo status quo entro cui vivacchiare? Ritengono che sia meglio l’odierno uovo di Trump della gallina da nutrire e allevare nel tempo con impegno e fatica?

E pensare che in molti pensavano che Giorgia Meloni sarebbe stata sepolta da risate europee e mondiali (ero uno di quelli, lo ammetto). Invece è così bassa la qualità della politica internazionale (al limite dell’inconsistenza) da sopportarla e finanche supportarla. L’inconsistenza meloniana lucra dall’inconsistenza degli altri.

Mio padre si fidava del prossimo con una giusta punta di scetticismo e di ironia. A chi gli forniva un “passaggio” in automobile era solito chiedere: “Sit bon ad guidär”. Naturalmente l’autista in questione rispondeva quasi risentito: “Mo scherzot?!”  E mio padre smorzava sul nascere l’ovvia rimostranza aggiungendo: “Al fag parchè se pò suceda quel, at pos dir dal bagolon”.

Davanti alla triste realtà di chi non sa guidare e si spaccia per provetto autista, non si può che reagire viaggiando sulle proprie gambe, per meglio dire non si può che aggrapparsi alla propria coscienza ed ai sogni per farli diventare realtà.  I sogni danno fastidio e fanno paura: si pensi alla vergognosa polemica contro gli estensori del manifesto di Ventotene. E allora, a maggior ragione, sforziamoci di sognare in grande. Il mondo, nonostante Trump, Putin, Meloni etc. etc. si salverà, la storia la fa qualcun altro che la sa molto più lunga di loro…

 

Parma la trilussiana

Parma conquista la top ten nella classifica sulla qualità della vita del Sole 24 Ore. La nostra città si piazza al decimo posto con un balzo in avanti di ben sedici posizioni rispetto al 2024. “Una classifica che ci soddisfa per la forte crescita di posizioni – sottolinea il sindaco di Parma Michele Guerra- grazie a dei dati su parametri in netto miglioramento. Esce a poche settimane da un’altra rilevazione nazionale che ci poneva alla settima posizione. Significa che la città, il territorio provinciale e un sistema intero che queste classifiche fotografano, sono in buona salute e ben gestite». (Parmatoday)

E se la smettessimo una buona volta con queste graduatorie del cavolo e andassimo a guardare come vive la gente in realtà… A Parma siamo specialisti nel guardarci l’ombelico, viviamo in una sorta di benessere virtuale, di fronte ai problemi siamo bravissimi a girare lo sguardo, a chi chiede aiuto rispondiamo con il certificato di buona condotta.

Il sindaco Guerra si è perfettamente inserito in questo andazzo, gli ha persino dato una parvenza culturale: non l’ho votato e sono soddisfatto della mia scelta. Anche per lui i sondaggi sono molto buoni.

Cosa si può dire? Evviva Trilussa con il suo pollo. Forse i polli siamo noi che crediamo agli asini che volano. Evviva Parma città delle belle statistiche, noi siamo le colonne della virtualità!

Le città italiane hanno molti soprannomi, spesso basati su storia, cultura o caratteristiche fisiche. Tra i più noti ci sono Roma “Città Eterna” e “Caput Mundi”, Venezia “La Serenissima”, Genova “La Superba”, e Bologna “La Dotta”, “La Grassa” e “La Rossa”. Altri esempi includono Firenze “Culla del Rinascimento” e Milano “La Meneghina”. Aggiungiamoci anche Parma, definendola “La trilussiana”.



Così è (anche se non vi pare)

Rasmussen, ex segretario generale Nato: “La pace è lontana, Putin vuole vincere sul campo”. L’ex numero uno dell’Alleanza atlantica: “Serve più pressione su Mosca con gli aiuti militari a Kiev”. (dal quotidiano “La Stampa”)

(…)

Intanto, sul versante politico statunitense, Donald Trump sostiene che la loro impressione sia quella di un Vladimir Putin “desideroso di porre fine alla guerra”, una lettura che contrasta con la chiusura mostrata da Mosca nei colloqui. L’Unione Europea ha reagito alle ultime minacce dello “zar” bloccando completamente l’import di gas russo, anche se resta l’incognita del veto di Viktor Orban. La Nato, che si prepara a uno scenario di mancato accordo, alza il livello di allerta: “Mosca appare sempre più sconsiderata. Si va avanti con armi e sanzioni”. (fanpage.it)

Sono un grande ammiratore di Luigi Pirandello: il suo “così è (se vi pare)” si attaglia perfettamente alla situazione pseudo-diplomatica in essere riguardo alla guerra tra Russia e Ucraina.

I diplomatici in pensione, che forse vedono le cose con maggior distacco, danno una versione drammatica della situazione vocata alla guerra senza soluzione di continuità, fino all’ultimo respiro.

Donald Trump tende invece ad incantare il mondo, basandosi “sull’ogni simile ama il suo simile” e spargendo fiducia in una Russia sotto-sotto orientata a chiudere la guerra.

L’Unione Europea, per convinzione o per convenienza, si attesta sul “si vis pacem para bellum”, continuando a fornire aiuti militari all’Ucraina, ma soprattutto rimpinguando i propri arsenali e allertando i propri eserciti.

La Nato resta fedele alla sua missione di “abbaiare”.  Papa Francesco aveva usato la metafora dell'”abbaiare della Nato” per esprimere la sua preoccupazione che l’espansione della Nato verso la Russia potesse aver contribuito a scatenare il conflitto in Ucraina. In un’intervista al Corriere della sera, aveva affermato che “forse l’ira facilitata dall’abbaiare della Nato alla porta della Russia ha indotto Putin a reagire male”. Non aveva giustificato l’aggressione russa, ma aveva cercato di interpretare il conflitto in una chiave storica e geopolitica, parlando di “imperialismi in conflitto”. Questa interpretazione ha un fondo di verità anche oggi!?

E la Cina? L’oggetto misterioso nel quale mi riduco a sperare (sperànsa di mälvestì ca fâga un bón invèron). I cinesi forse interpretano attualmente la realpolitik nel modo più razionale ed attendibile.

La guerra in Ucraina fa felice la Cina: perché ora Mosca dipende da Pechino. Ruoli ribaltati rispetto al passato: ora è Mosca a dipendere da Pechino e ad acquistare armi e mezzi militari. (dal quotidiano “La Stampa)

Non è più da escludere che nel dialogo tra Donald Trump e Vladimir Putin si inserisca anche la Cina. Rimandate le tariffe, i rapporti con Washington sono più distesi, e “l’amicizia senza limiti” con la Russia rende Pechino un interlocutore privilegiato nel difficile raggiungimento di una tregua con l’Ucraina. (da “Il Fatto Quotidiano)

Fare sintesi è un problema improbo: ognuno ha una sua verità e la pace se ne va. Paradossalmente le residue speranze sarebbero affidate alle reciproche fanfaronate di Trump e Putin. L’unica entità in grado di elaborare una strategia di pace dovrebbe essere l’Europa, che invece oscilla tra l’appiattimento sulla schizofrenia trumpiana, le strizzate d’occhio all’invadenza putiniana e lo sfruttamento delle convenienze economiche che la guerra propone. Non resta che guardare col fiato sospeso alle empatiche intenzioni di Xí Jìnpíng…

La guerra russo-ucraina, come del resto tutte le guerre, dimostra la propria insensatezza etica, ma tende ad autoalimentarsi per forza d’inerzia diplomatica e politica: una guerra che poteva essere prevenuta e scongiurata per tempo e che via via è diventata imprescindibile e infinita.

L’ex-segretario di Stato statunitense Kissinger, pur nella sua lucida e perfida realpolitik, dimostrava che si poteva evitare questo conflitto; l’ex segretario generale della Nato Rasmussen sostiene che, una volta iniziata, questa guerra chi l’ha iniziata la vuole consumare fino in fondo.

La diplomazia rischia di essere la sistematica elaborazione dell’ovvio politico; la politica rischia di perpetuare il sistematico mantenimento degli assetti di potere; le genti rischiano di essere sacrificate sugli altari politico-diplomatici. Io, nonostante tutto, rischio di logorarmi nel mio testardo e irrinunciabile pacifismo.

Per rimanere laicamente con Luigi Pirandello, indosso il berretto a sonagli e resto fedele alla frase chiave: “Io me la voglio portare sana, libera – sgombra”. Questo si riferisce all’ intenzione di preservare la mia reputazione e il mio onore di fronte alle conseguenze di una strisciante guerra mondiale.

Volendo guardare in alto e facendomi forza col pensiero di Giorgio La Pira, non mi resta che togliermi il berretto di cui sopra e, a capo scoperto, pregare. La politica è la più grande espressione di carità cristiana. La preghiera è il più forte baluardo contro la violenza umana.

 

Papocchio 3.0 L’impertinente speranza nell’antipapa Leone

Durante la visita di papa Leone XIV al Quirinale mi sono molto commosso ripensando alla sobrietà cerimoniale osservata da papa Francesco in simili occasioni: tutto cambiato, tutto riportato alla tradizionale stucchevole pompa. Qualcuno mi critica perché continuo ad insistere su questa discontinuità tra i due papi. Sì, lo faccio perché mi sento defraudato di un patrimonio di semplicità e povertà di stile, acquisito durante il papato bergogliano: sono un figlio che ha l’impressione di assistere allo scialacquamento dell’eredità paterna. Il mio cuore batte così anche se il cervello mi consiglia di aspettare con pazienza i contenuti dottrinali che si prospettano molto interessanti e quelli pastorali ancora tutti da scoprire, non fermandomi ai gesti ed agli atteggiamenti iniziali.

Ho provato quindi in questi giorni a mettere da parte il bicchiere mezzo vuoto della mia verve ipercritica rispetto al papato di Leone XIV per guardare al bicchiere mezzo pieno di un pontificato che potrebbe segnare, nel bene e nel male, l’inizio della fine del papismo.

È indubbio come da Giovanni Paolo II in poi l’identità cattolica si sia espressa quasi esclusivamente nell’azione pastorale del papa: chi dice Chiesa dice papa e viceversa.

Io, ad esempio tanto per rendere l’idea, ho una originale opinione riguardo all’atteggiamento dei papi verso la Curia e gli intrighi vaticani: Paolo VI soffriva, si macerava e poi si arrendeva all’impossibilità del cambiamento; Giovanni Paolo I somatizzò il dramma al punto da morirne in pochi giorni; Giovanni Paolo II se ne fregò altamente, andò per la sua strada, si illuse di cavare anche un po’ di sangue dalle rape; Benedetto XVI ci rimase dentro alla grande e gettò opportunamente la spugna; papa Francesco ha scelto coraggiosamente di brandire e usare, oserei dire esclusivamente, l’arma evangelica facendo scoppiare le contraddizione nelle coscienze.

Quando constato come tanti papi siano diventati o stiano diventando Santi, mi viene qualche dubbio. Pur con tutto il rispetto, temo che nell’aldilà troveremo parecchie novità, riguardo alla nostra vita e a quella della Chiesa.

La mia consolatoria e un tantino maliziosa speranza è che il papato di Leone XIV sia talmente poco carismatico e profetico, ma così umile e disponibile, da innescare un meccanismo di relativizzazione papale a vantaggio di una forte attenzione e di un concreto coinvolgimento di tutte le esperienze comunitarie in atto, talvolta assai nascostamente, nella Chiesa.

In questa nuova logica, finalmente conciliare e sinodale, ci troveremmo a fare i conti con una rischiosa ma benefica vivacità di idee e proposte incarnate in diverse esperienze di vita cristiana, che si allargherebbero oltre la sempre più ristretta cerchia clericale.

E, per dirla tutta, nemmeno molti uomini di Chiesa riescono a far brillare la bellezza di Dio. Più che testimoni, spesso sembrano burocrati del sacro, funzionari di un’agenzia extraterrestre che promette viaggi premio in un altro mondo. (da una recente omelia di don Umberto Cocconi)

Forse verrebbe superata la ormai sterile parrocchialità a favore del fecondo impegno nel sociale; forse cadrebbe il dramma della crisi delle vocazioni religiose per puntare sul rimescolamento delle vocazioni e delle ordinazioni; forse il ruolo della donna verrebbe veramente riconosciuto e valorizzato; forse il sesso entrerebbe positivamente nella condizione esistenziale di tutti i cattolici; forse diventerebbe normalità quanto testimoniato dal cardinal Martini così come ricordato nel terzo anniversario della sua morte.

«Tre anni or sono moriva il card. Carlo Maria Martini, grande studioso della Bibbia, pastore e profeta. Sulle orme di Gesù, partendo dalla giustizia quale conseguenza della fede, era aperto alle persone, non facendosi mai imprigionare dagli e negli schemi,  con una grande attenzione ai non credenti, ai poveri, ai malati, agli indigenti, agli stranieri, agli omosessuali, alle coppie di fatto, ai divorziati risposati, ai detenuti, financo ai terroristi; affrontava serenamente il dialogo con le altre religioni, si poneva, a cuore aperto, davanti alle problematiche sessuali, alla bioetica, all’eutanasia, all’aborto, all’accanimento terapeutico, all’uso del preservativo, al sacerdozio femminile, al celibato sacerdotale. Sempre pronto all’incontro con gli “altri”, con tutti» (Luciano Scaccaglia ricorda il Cardinale Carlo Maria Martini)

Finirebbe una buona volta il clericalismo di preti e laici: ricordiamoci che Gesù non era un prete…

Mi illudo (?) cioè che possa terminare la visione unilaterale e verticistica del “papacentrismo”: la Chiesa Cattolica è una comunità ed al suo interno esistono carismi (servizi) fra i quali c’è anche quello del Vescovo di Roma. A tutti i livelli, la Chiesa deve esprimere, all’interno e all’esterno, la piena e totale adesione allo stile evangelico, liberato dalle incrostazioni della tradizione e dai lacci dell’esercizio del potere. Quindi la procedura delle scelte deve essere rivista sostanzialmente e formalmente in un bagno di partecipazione e condivisione coinvolgente: bisognerebbe partire dall’assoluto primato della dimensione  pastorale rispetto a quella istituzionale; al centro dello stile ecclesiale si dovrebbe porre la collegialità episcopale; la vita dell’istituzione e la stessa pastorale andrebbero sclericalizzate, liberate dall’affarismo, ridotte all’essenziale in senso economico ed organizzativo e subordinate alle esigenze evangeliche; occorrerebbe puntare al forte coinvolgimento del laicato ed alla imprescindibile valorizzazione della presenza femminile.

Al di là dei limiti legati alla persona del papa sottratto alla (s)comoda infallibilità, bisogna prendere coscienza della fragilità cronica di una Chiesa incapace di leggere i segni dei tempi e di andare incontro ai problemi dell’uomo, della donna, della società, del mondo. Il fatto strano non è l’autocoscienza della fatica di un papa, ma il vero dramma è una Chiesa capace solo di succhiare il latte dalle mammelle più o meno floride del successore di Pietro, che aspetta sempre il “la papale” per suonare e cantare qualsiasi motivo musicale,  che si piange addosso, che si guarda l’ombelico, che arranca rispetto alle sfide del mondo contemporaneo, che si rifugia nello sterile dogmatismo e nel penoso rigorismo, che si limita a rammaricarsi della scarsità degli operai nella vigna e della propria appassita capacità all’impegno evangelico, che vive spesso di campanilismo ecclesiale o di retrograda contrapposizione alla modernità, che non rispetta la laicità dello Stato, che si compromette col potere, che difende ipocritamente la vita con i principi irrinunciabili senza condividere i drammi delle persone.

Occorre finalmente un colpo di reni evangelico raccogliendo le provocazioni del Concilio Vaticano II e sviluppando la debole ma vitale testimonianza di papa Francesco e magari approfittando degli spazi concessi da un discreto e delicato papa Leone: la collegialità vissuta come partecipazione di tutti, la centralità del Popolo di Dio, l’apertura al ruolo della donna nella pastorale e nei sacramenti, una visione nuova e gioiosa della sessualità nel rispetto delle tendenze personali e intime e, soprattutto, una Chiesa povera, trasparente a livello economico, esperta in comprensione, quella di Gesù, e non in condanne e anatemi.

La forte presa di coscienza ed il coraggio del dialogo interno ed esterno in stile comunitario saranno il miglior viatico per promuovere un rinnovamento di metodo e di merito. La Chiesa ha bisogno di cambiare. Non basta pregare e tacere. Credere e obbedire al papa. Ogni cristiano ed ogni comunità deve portare il proprio contributo critico alla vita della Chiesa. All’attesa si devono accompagnare la riflessione, la provocazione, la protesta, la proposta, l’impegno, la testimonianza, la condivisione.

 

 

 

 

Papocchio 2.0 = Prevost-Meloni

Gian Guido Vecchi (Corriere della Sera): Sono ore di grande tensione tra la Nato e la Russia, si parla di guerra ibrida, prospettive di cyber attacchi e cose del genere. Lei vede il rischio di una escalation, di un conflitto portato avanti con nuovi mezzi come denunciato dai vertici Nato? E, in questo clima, ci può essere una trattativa per una pace giusta senza l’Europa che è stata in questi mesi sistematicamente esclusa dalla presidenza americana?

Papa Leone XIV: Questo è un tema evidentemente importante per la pace nel mondo, però la Santa Sede non ha una partecipazione diretta perché non siamo membri della Nato e di tutti i dialoghi finora. Anche se tante volte abbiamo chiesto il cessate il fuoco, dialogo e non guerra. E una guerra con tanti aspetti adesso, anche con l’aumento delle armi, tutta la produzione che c’è, cyber attacchi, l’energia. Ora che arriva l’inverno c’è un problema serio lì. È evidente che, da una parte, il presidente degli Stati Uniti pensa di poter promuovere un piano di pace che vorrebbe fare e che, almeno in un primo momento, è senza Europa. Però la presenza dell’Europa importante e quella prima proposta è stata modificata anche per quello che l’Europa stava dicendo. Specificamente penso che il ruolo dell’Italia potrebbe essere molto importante. Culturalmente e storicamente, la capacità che ha l’Italia di essere intermediaria in mezzo a un conflitto che esiste fra diverse parti. Anche Ucraina, Russia, Stati Uniti… In questo senso io potrei suggerire che la Santa Sede possa incoraggiare questo tipo di mediazione e si cerchi e cerchiamo insieme una soluzione che veramente potrebbe offrire pace, una giusta pace, in questo caso in Ucraina. (dalla conferenza stampa di Papa Leone XIV durante il volo di ritorno dal Libano verso Roma)

Dopo la sviolinata a Erdogan, ecco l’assist al governo italiano. Mi chiedo: non si è accorto il Papa che l’Italia a livello internazionale è molto fumo e poco arrosto, che non ha né il coraggio, né la capacità, né la credibilità per intromettersi seriamente nelle trattative di pace?

Sarò prevenuto e sospettoso (chiedo scusa per la mia sgarbata impertinenza e per la scarsa deferenza), ma continuo a intravedere mosse diplomatiche piuttosto avventate e alquanto discutibili di Papa Leone XIV. Questa volta gli consiglierei, prima di parlare, di confrontarsi riservatamente con Sergio Mattarella. È lui l’unico interlocutore serio ed attendibile a livello italiano e, oserei dire, anche a livello europeo.

Non sono sicuro di avere capito bene. Se ho capito male, chiedo umilmente scusa: resta comunque in me la sensazione di pericolosa improvvisazione. Il Papa pensa che la Santa Sede e l’Italia possano cercare insieme soluzioni di pace per l’Ucraina? Santità, guardi che la politica è come la musica: bisogna capirla! E con chi vorrebbe concordarla questa azione? Col ministro Tajani? Ma mi faccia il piacere… Con la premier Meloni? È in tutt’altre tattiche impegnata, vale a dire a leccare i piedi a Trump (mi sono contenuto…)!

Ripeto: prima di parlare a vanvera ascolti i consigli del nostro Presidente della Repubblica e poi magari conti fino a dieci. Il consiglio vale a maggior ragione se intendeva ipotizzare un’azione concordata tra Santa Sede ed Europa. Sempre più difficile, come dicono in ambienti circensi.

E il suo Segretario di Stato cosa ne dice? Forse ne capisce un po’ di più. Se non ha fiducia in lui, lo sostituisca, ma tenga fede al buon proposito di agire con un gioco di squadra, almeno con i cardinali, che l’hanno eletta o che comunque hanno le mani in pasta. Faccia quattro chiacchiere magari con il cardinale Zuppi, che sta dimostrando di avere, oltre una importante esperienza acquisita sul campo, una notevole preparazione diplomatica e idee chiare e concrete sul ruolo umanitario e non politico della Santa Sede.