Benedizione, eh no, sugli omosessuali non si può

«La Santa Sede ha chiarito» ai vescovi tedeschi che «non siamo d’accordo con la benedizione formalizzata di coppie omosessuali». Lo ha detto il Papa nella conferenza stampa in volo da Malabo a Roma. Ma «l’unità o la divisione della Chiesa non dovrebbe ruotare attorno a questioni sessuali» perché «credo che ci siano questioni molto più grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà». Prevost ha ribadito che la Chiesa accoglie tutti: «Quando il sacerdote benedice alla fine di una messa, quando il Papa benedice alla fine di una grande celebrazione come quella di oggi, la benedizione è per tutti».

Anche il Papa si può purtroppo perdere in un bicchiere d’acqua. In questa dichiarazione si coglie un mix di chiusura e di apertura decisamente contraddittorio. Nel momento in cui ho letto la notizia, peraltro risaputa, della contrarietà del Papa alla benedizione delle coppie omosessuali, mi sono chiesto: con tutti i gravissimi problemi che sta coraggiosamente affrontando, cade sulla solita buccia di banana del sesso? Lui stesso in un certo senso lo ha ammesso e allora perché tanta insistenza su una questione non certo marginale (soprattutto per gli omosessuali), ma comunque di non grande rilevanza e che dipende proprio da questioni più grandi entro le quali dovrebbe trovare una risposta conseguenziale.

Se parlo infatti di giustizia, di uguaglianza, di libertà, come faccio a misconoscere i diritti degli omosessuali a vivere a pieno titolo nella comunione ecclesiale: non parlo del sacramento del matrimonio, ma almeno di una benedizione che suoni come positiva e benigna accoglienza.

“Chi sono io per giudicare un omosessuale che cerca di vivere seriamente la sua condizione?” (Papa Francesco).

Continuo a sostenere che gli omosessuali non vadano discriminati, ma accompagnati pastoralmente. La domanda è: se una persona è in quelle condizioni, e ha buone intenzioni, cerca Dio, chi siamo noi per giudicare? Credo che la Chiesa debba chiedere scusa ai gay per come sono stati trattati, ai poveri, alle donne stuprate. Perdono perché abbiamo benedetto tante armi. Perdono, Signore. Questa è una parola che dimentichiamo tanto» (papa Francesco durante la conferenza stampa al rientro dal viaggio in Armenia il 26 giugno 2016).

E allora come la mettiamo?

«Non è male che due omosessuali abbiano una certa stabilità di rapporto e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili» (Cardinale Carlo Maria Martini).

E allora lo Stato può favorire queste convivenze e la Chiesa invece si volta dall’altra parte?

«In riferimento alle unioni di fatto, etero od omosessuali, si dovrebbero evitare affermazioni quali “stato oggettivo di errore”. La vita quotidiana nella sua concretezza insegna che vi sono unioni ben poco tradizionali di esseri umani nelle quali l’armonia, il rispetto, l’amore sono visibili da tutti, e viceversa unioni con tanto di sacramento cattolico nelle quali la vita è un inferno. Siamo quindi davvero sicuri che la dottrina cattolica tradizionale sulla famiglia sia coerente con l’affermazione tanto cara a papa Francesco secondo cui “il nome di Dio è misericordia”? Io ovviamente mi posso sbagliare, ma mi sento di poter affermare che Dio non pensa la famiglia, meno che mai quella del codice di diritto canonico. Pensa piuttosto la relazione armoniosa alla quale chiama tutti gli essere umani, perché il senso dello stare al mondo è esattamente la relazione armoniosa, che si esplica in diversi modi e che trova il suo compimento nell’amore… Che cosa vuol dire che “il nome di Dio è misericordia” per chi nasce omosessuale?  È difficile dirlo quando ci si trova al cospetto della richiesta di riconoscimento della piena dignità da parte di chi per secoli ha dovuto reprimere la propria identità. Qui la misericordia la si può esercitare solo modificando la propria visione del mondo, ovvero infrangendo il tabù della dottrina. Ma è qui che si misura la verità evangelica, qui si vede se vale di più il sabato o l’uomo» (Vito Mancuso, teologo).

E poi non tutti nella Chiesa la pensano allo stesso modo, anche di questo pluralismo si dovrebbe avere maggiore rispetto.

Se da un lato esiste l’atteggiamento (f)rigido di parte della gerarchia cattolica al limite dell’omofobia, esistono anche i preti di frontiera come don Alessandro Santoro, parroco alle Piagge nella periferia di Firenze. Dice cose importanti, interessanti e coraggiose: «Provo una tristezza profonda nel vedere che nel momento in cui una persona racconta se stessa, non si è capaci di dimostrargli amore, sostegno, cura. La Chiesa parla spesso di accoglienza, ma poi reagisce al contrario e si chiude in se stessa. L’accoglienza per omosessuali e transessuali è parziale, non avviene mai in modo pieno. Se guardiamo bene la Scrittura non troviamo mai una condanna dell’omosessualità, piuttosto si parla di amore e l’amore si può vivere ed esprimere in diversi modi. L’amore omosessuale ha bisogno di essere liberato. Come prete mi sono posto da tempo in una situazione di obiezione di coscienza rispetto alla Chiesa che non mi permette di vivere in piena comunione ecclesiale con gay e transessuali e per fedeltà al Vangelo».

Non c’è niente da fare: per la Chiesa cattolica il sesso rimane un tabù. Oppure si vuol concedere un contentino ai tradizionalisti, mettendo gli omosessuali nel tritacarne della georeligione (no ai cardinali tedeschi sì ai cardinali americani e finanche africani) e/o della rigoreligione (no alla guerra, no agli omosessuali)? Ebbene, si pensi come nei secoli sia stata accettata e anche tutt’ora si pratichi la benedizione delle armi. Si comincia ad avere il coraggio di denunciare apertamente le malefatte dei potenti e di condannare la produzione, il commercio e l’uso delle armi. Non si ammette la benedizione delle coppie omosessuali, non si ha la disponibilità ad accoglierle finendo col relegarle in una sorta di ghetto/limbo religioso. Cattolici? Sì, ma solo un pochettino, fino alle soglie della camera da letto…

 

 

 

 

 

 

L’aiutino razzista alla faccia di Enrico Mattei

La norma, inserita nell’ultimo decreto sicurezza (art. 30 bis), che prevede un compenso di 615 euro all’avvocato che convinca il migrante assistito a rimpatriare è stata bloccata dal presidente Mattarella. È un’ottima notizia, che conferma l’importanza del ruolo di garanzia del Capo dello Stato. Ugualmente ottima è la notizia che, immediatamente e unanimemente, tutti gli organismi dell’avvocatura e il sindacato dei magistrati hanno denunciato che questa norma non solo lede il diritto di difesa (art. 24 della Costituzione) ma stravolge e umilia il ruolo dell’avvocato. E anche questa è una conferma: che la “cultura della giurisdizione” accomuna magistrati e difensori. La filosofia di questo nuovo provvedimento legislativo è in linea con quella dei tanti “decreti sicurezza” che l’hanno preceduto: una miscellanea di norme, sostanziali e procedurali che, di fronte a reali problemi sociali, rispondono introducendo nuovi reati ed elevando in modo estremo le sanzioni. La norma manifesto di questa filosofia fu, nel 2025, l’introduzione (all’art. 415 bis del Codice penale) del reato di resistenza passiva in carcere (sottolineo: meramente passiva). (“Avvenire” – Paolo Borgna)

Alcune brevi osservazioni a margine di questa paradossale vicenda legislativa. La prima riguarda l’incompetenza patentata di chi ci sta governando: norme assurde varate demagogicamente per le quali non si ha nemmeno il coraggio di ammettere l’errore e dalle quali non si ha il buongusto di retrocedere dignitosamente, preferendo mantenerle, approvarle e contestualmente modificarle.

La seconda osservazione per registrare la risposta al quesito che mi ponevo qualche giorno fa: la destra, questa destra, non ha nessuna intenzione di uscire dalla deriva estremista, populista e reazionaria che la contraddistingue, né sul piano ideologico né su quello tattico. L’immigrazione è il suo cavallo di battaglia nel senso appunto della remigrazione, vale a dire della illusoria e inumana lotta contro i migranti considerati disturbatori del nostro egoistico quieto vivere.

La terza osservazione inerisce il ruolo del Capo dello Stato: meno male che la Costituzione gli assegna importanti compiti di garanzia e meno male che Sergio Mattarella li svolge con puntualità e imparzialità. Una ulteriore dimostrazione della inaffidabilità della riforma costituzionale del cosiddetto premierato. Se guardiamo al come la premier ha risolto l’inghippo legislativo in questione, c’è da inorridire, altro che premierato…

La quarta osservazione la prendo da Pietro Mattei, nipote ed erede di Enrico Mattei, il fondatore dell’Eni, morto nel 1962 in un incidente aereo, il quale ha diffidato Palazzo Chigi per aver usato il cognome di suo zio nel piano per il continente africano. Finalmente ha scritto quel che io modestamente ho pensato da tempo sull’abuso governativo del nome di Enrico Mattei, che non ha proprio nulla da spartire con gli attuali nostri governanti. L’erede dell’imprenditore si scaglia contro le ultime scelte dell’esecutivo sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. «Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo – sostiene -. E secondo alcune tesi potrebbe essere stato ucciso proprio per questo». E rincara la dose contro la presidente del Consiglio: «Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a questo?». Nella lettera di diffida, l’operato della premier è definito «in totale antitesi» con le gesta di Mattei, e l’uso del suo nome «finalizzato a scopi di propaganda» che rischiano di «distorcere» figura ed eredità politica del fondatore. Invece di perseguire «la sovranità energetica nazionale» il Governo mostra «una marcata subordinazione agli interessi degli Usa», è la posizione di Pietro. Che poi traccia anche una linea rossa sulle politiche migratorie. Nella diffida, sottolinea che suo zio «selezionava i giovani locali, li formava nelle scuole dell’Eni e li rimandava nei loro Paesi». Un approccio «lontano dall’attuale utilizzo del tema migratorio per fini politici». Anche per questo, promette: «Faremo causa, civile e penale». (“Avvenire” – Giuseppe Muolo)

La osservazione finale è piuttosto pesante: è inutile che Giorgia Meloni si rifaccia il trucco nei confronti di Donald Trump per poi riprenderne sostanzialmente una linea politica fondamentale, quella appunto sull’immigrazione che, peraltro, ha scatenato una sacrosanta opposizione negli Usa. In Italia non saprei dire.

Mia sorella, spietatamente sincera nei suoi giudizi politici, considerava gli italiani tutto sommato “ancora fascisti”. La cosa rimane vergognosamente imbarazzante, anche perché piuttosto reale. Bastano le sirene di una inqualificabile destra per riportare a galla queste scorie, vale a dire gli atteggiamenti sostanzialmente razzisti anche se camuffati da difesa della sicurezza nazionale, come appunto quello della criminalizzazione degli immigrati a cui, gira e rigira, si deve ricondurre il vergognoso impasse legislativo dell’aiutino al rimpatrio.

 

Il Vangelo supera i confini della geopolitica e della georeligione

Le mie riflessioni sul caso Trump-Leone XIV proseguono, una tira l’altra e a volte sono, o quanto meno, sembrano, addirittura, contrastanti.

Ha molto stupito ed è sembrata ridicola l’affermazione trumpiana di “blasfemo padrinaggio” rispetto al papato prevostiano: “L’ho fatto eleggere io!”. In verità non sono rimasto stupito e non ho per niente sorriso di fronte a questa smargiassata.

Il conclave sfociato nell’elezione di Leone XIV, volenti o nolenti, aveva fatto sorgere, non solo in me, il dubbio che avesse operato una “nomina geopolitica”, volta a far convivere al meglio il Vaticano con lo strapotere Usa malauguratamente impersonificato da Trump oppure una “nomina georeligiosa”, volta a tenere unita la baracca ecclesiale cattolica piuttosto divisa a livello vaticano, a livello intercontinentale e a livello statunitense oppure un mix fra le due strategie.

Questo dubbio può essere stato cavalcato da Donald Trump, al quale non è parso vero, da megalomane qual è, provare a brigare di conseguenza: di qui a dichiararsi grande elettore di papa Prevost la strada è lunga, ma il presidente americano è capace di accorciare le distanze.

Senonché lo Spirito Santo è avvezzo a capovolgere le logiche conclaviane, la storia lo insegna: papa Giovanni XXIII era stato eletto come innocuo pontefice di transizione, mentre il suo papato ha segnato nientepopodimeno che la svolta conciliare; papa Giovanni Paolo I era stato nominato anche lui come pontefice italiano in grado di riportare la Chiesa sotto le grinfie curiali dopo che Paolo VI aveva volato molto più alto, lungo e largo, ma si ribellò e fu portato nel seno di Abramo; non ci sarebbe da stupirsi che i signori cardinali avessero fatto un pensierino poco evangelico e molto strategico addosso a papa Leone XIV, pensando magari di prendere con una fava il piccione geopolitico e quello georeligioso, ma forse avevano fatto i conti senza l’oste e lo Spirito Santo ci ha messo del suo.

Mi viene spontaneo ricordare al proposito una gustosa barzelletta. Dicono piacesse molto a papa Giovanni Paolo II.

“Dio Padre osserva, con attenzione venata da una punta di scetticismo, l’attivismo dei cardinali di Santa Romana Chiesa, ma non riesce a capire fino in fondo lo scopo della loro missione. Con qualche preoccupazione decide di interpellare Dio Figlio in quanto, essendosi recato in terra, dovrebbe avere maggiore dimestichezza con questi importanti personaggi a capo della Chiesa da Lui fondata. Dio Figlio però non fornisce risposte plausibili, sa che sono vestiti con tonache di colore rosso porpora a significare l’impegno alla fedeltà fino a spargere il proprio sangue, constata la loro erudizione teologica, la loro capacità diplomatica, la loro abilità dialettica, ma il tutto non risulta troppo convincente e soprattutto rispondente alle indicazioni date ai discepoli prima di salire al cielo.  Anche Dio Figlio non è convinto e quindi, di comune accordo, decidono di acquisire il parere autorevole di Dio Spirito Santo, Lui che ha proprio il compito di sovrintendere alla Chiesa.  Di fronte alla domanda precisa anche la Terza Persona dimostra di non avere le idee chiare, di stare un po’ troppo sulle sue ed allora il Padre insiste esigendo elementi precisi di valutazione, minacciando un intervento diretto piuttosto brusco e doloroso. A quel punto lo Spirito Santo si vede costretto a dire la verità ed afferma: «Se devo essere sincero, anch’io non ho capito fino in fondo cosa facciano questi signori cardinali, sono in tanti, ostentano studio, predica e preghiera. Pregano soprattutto me affinché vada in loro soccorso quando devono prendere decisioni importanti. Io li ascolto, mi precipito, ma immancabilmente, quando arrivo col mio parere, devo curiosamente constatare che hanno già deciso tutto!»”.

Forse lo Spirito Santo per l’ennesima volta ha buttato all’aria i piani vaticani e ha irritato parecchio Donald Trump non foss’altro per il fatto che il tycoon era arrivato a prospettare, tra il serio e il faceto, una trasformazione della Trinità in Tetrade (o Quaternità). Il papa americano diventa così il nemico evangelico degli Usa di Trump, scombinando le carte cattoliche statunitensi e tirando dalla sua parte una fetta importante della gerarchia che aveva costituito la spina nel fianco di papa Francesco. Forse per la base cattolica occorrerà un supplemento di interventismo dello Spirito Santo: ho seri dubbi infatti che i cattolici elettori decisivi di Trump si ravvedano così in fretta e si lascino impressionare dai pronunciamenti prevostiani: il Vangelo c’era anche prima delle elezioni americane…e speriamo che la destra religiosa Usa la smetta con le sue ridicolaggini…

Da “frontman”, nel mondo patinato degli attori di Hollywood, dell’opposizione a Donald Trump, il 4 volte candidato al premio Oscar Mark Ruffalo non fa notizia certo per le critiche al discusso presidente Usa. Se fosse davvero Hulk (il ruolo che per primo lo ha reso celebre), ben volentieri toglierebbe ogni potere all’inquilino della Casa Bianca. Ma questa star di modeste origini italiane (calabresi di Girifalco da parte di padre, imbianchino) è una persona semplice, dai modi spontanei. E colpisce di più per la difesa, appassionata, che fa di un altro suo connazionale: papa Prevost: «È un uomo sincero nella fedeltà ai principi di Cristo e ai suoi insegnamenti. Ha dimostrato gran coraggio nel difendere questi principi sulla scena mondiale, di fronte alla violenza di queste guerre ingiuste. E gli attacchi che sta subendo dalla destra religiosa Usa, che si definisce cattolica, sono ridicoli. Attaccano il Vicario di Cristo leggendo la Bibbia e cercano di impartirgli lezioni di teologia, è qualcosa difficile da credere. Anche se vorrei che la Chiesa aprisse di più sui diritti riproduttivi, come ha fatto per il cambiamento climatico». (“Avvenire” – Eugenio Fatigante)

Una riflessione ulteriore, collegata peraltro a quelle sopra formulate, riguarda le minacce se non addirittura i possibili ricatti finanziari trumpiani verso il Vaticano, che non naviga in buone acque economiche, e verso il mondo cattolico statunitense bastonabile in tutte le sue iniziative sociali e solidaristiche. Questi ricatti, accompagnati dai ventilati pericoli scissionistici a livello di cattolicità nonché dall’apertura di eventuali armadi con tanto di scheletri di compromissione passata col potere statunitense, potrebbero sortire qualche effetto frenante sull’improvvisa accelerazione prevostiana. Lo sterco del diavolo, nonostante la puzza che emana, riesce spesso a tentare la Chiesa: saprà papa Leone resistere a questa tentazione e rispondere eventualmente: “Desidero una Chiesa povera a servizio dei poveri e non dei potenti”?

Dopo l’entusiasmo evangelico di cui mi sento partecipe, ci sta anche il realismo ancor più evangelico al fine di evitare che il tutto si risolva in una sorta di melassa apologetica. Gesù quando fiutava questo pericolo fuggiva, si nascondeva, pregava in silenzio. Mi auguro che papa Leone XIV sappia continuare nella sua contestazione evangelica verso l’ipocrisia dello “strampotere” americano, della patriottica ed imperialistica aggressività russa, del violento e spietato vittimismo israeliano, del falso e ambiguo attendismo cinese etc. nonché verso la “subalternità” degli uomini di precaria volontà, accompagnata dal comodo e deresponsabilizzante tifo dei cattolici in vena di riscossa religiosa e dei laici in vena di riscossa politica.

La mia paura è che possa subentrare nel Papa la fuorviante ed assorbente vena diplomatica: il ritorno alla diplomazia infatti è una delle sue proposte che però non deve tarpare le ali della denuncia. A ognuno il suo “mestiere”: un conto infatti sono i richiami, i segni e le testimonianze evangeliche del Papa, altro discorso le disponibilità e capacità diplomatiche del Vaticano. Per l’amor di Dio non facciamo confusione ed evitiamo, come detto, la melassa apologetica così come il buonismo diplomatico.

Le offese parallele…asimmetriche

Il famoso conduttore televisivo Vladimir Soloviev, insignito dell’Ordine d’Onore russo da Vladimir Putin, ha formulato pesanti e violenti insulti contro il capo del governo italiano. Con un’escalation di rara durezza e volgarità, il conduttore vicino alle posizioni del Cremlino, nel corso di una puntata del programma Polnyj Kontakt si è espresso in italiano con parole bollate come «vergognose» da tutta la politica italiana, definendo la premier «una fascista, bestia naturale, idiota patentata, una cattiva donnuccia» e addirittura arrivando ad apostrofarla come «PuttaMeloni». (“Corriere della Sera” – Marco Galluzzo)

 

Nell’ottobre 2022, durante le trattative per la formazione del governo, Silvio Berlusconi venne fotografato al Senato con un appunto (“pizzino”) in cui definiva Giorgia Meloni “supponente, prepotente, arrogante e offensiva”. Il foglietto includeva la frase “non si può andare d’accordo” con lei, a causa della sua indisponibilità al cambiamento.

 

C’è molta differenza tra gli epiteti lanciati da Soloviev e i giudizi scritti e posti in bella mostra da Berlusconi? Nella forma sì: il conduttore televisivo russo è stato certamente molto più volgare e offensivo. Nella sostanza no: le due fotografie non sono sovrapponibili, ma si nota benissimo che si riferiscono alla stessa persona. Oltre tutto mentre le offese russe provengono da un “nemico”, quelle di Berlusconi provenivano da un “amico”. Nel primo caso ne è nato un incidente diplomatico con tanto di convocazione dell’ambasciatore in Italia; nel secondo caso citato nacque soltanto uno spiacevole scontro tra il leader in declino e una sua recalcitrante epigona in ascesa.

Vediamo di seguito le reazioni dell’interessata nei due casi.

Meloni ha risposto agli insulti di Soloviev con un post su X: “Per sua natura, un solerte propagandista di regime non può impartire lezioni né di coerenza né di libertà. Ma non saranno certo queste caricature a farci cambiare strada. Noi, diversamente da altri, non abbiamo fili, non abbiamo padroni e non prendiamo ordini. La nostra bussola resta una sola: l’interesse dell’Italia. E continueremo a seguirla con orgoglio, con buona pace dei propagandisti di ogni latitudine”. (Adnkronos)

                                                                                        

A rispondere a Berlusconi è la stessa Meloni: “Mi pare che tra quegli appunti mancasse un punto e cioè ‘non ricattabile'”, ha detto uscendo dalla Camera.

 

Non sembrano confermare le analogie tra i due fatti? Tutta la mia umana solidarietà a Giorgia Meloni in quanto persona e ancor più in quanto donna. Non dimentichiamo però che il clima politico è spesso caratterizzato da dinamiche conflittuali, definite come “politica dei veleni” o scontro a colpi bassi. Questo scenario include inchieste giudiziarie, attacchi personali, campagne elettorali aspre e accuse reciproche, che spesso degenerano in violenza verbale.

Quindi le pesanti accuse rivolte a Meloni, pur nella loro inaccettabile trivialità, ci possono stare e non mi scandalizzano più di tanto. Lei stessa a volte non va per il sottile con i suoi interlocutori.

E poi anche i mittenti delle due invettive sono analoghi: non era forse Berlusconi amico di Putin? Tutto torna alla (quasi) perfezione…

Un papato in perdita evangelica

Da una parte la sensazione (?) che papa Francesco sia stato precipitosamente dimenticato dalla (sua) gente, dall’altra parte il rischio che venga storicizzato dai soloni di turno prima del tempo e fuorviato rispetto alla sua portata evangelico-pastorale.

Ho provato a seguire il suo ricordo andato in onda su La 7 a cura di Ezio Mauro: un polpettone farraginoso e superficiale che non ha minimamente colto, seppure in senso critico, lo spirito sostanziale del papato francescano. Mi terrò quindi a debita distanza da tutte le inevitabili pseudo-celebrazioni.

Molto meglio aprire il mio cuore per farne uscire tutte le emozionanti riflessioni che Francesco ha sollecitato nella mia coscienza. Sì, perché lui ha parlato alle coscienze di tutti in base al Vangelo. Non è riuscito a riformare la Chiesa-istituzione (anche se ci ha ripetutamente provato), ha rivitalizzato la Chiesa-comunità (la sinodalità contrapposta alla curialità), è riuscito soprattutto a mettersi in sintonia con le persone al di là e al di fuori delle strutture: è “un”, oserei dire “il” modo evangelico di fare Chiesa.

La gente non lo ha dimenticato e speriamo che lo abbia metabolizzato. Faccio un delicato esempio riguardante le mie convinzioni personali. Il mio atteggiamento sul tema dell’aborto è sempre stato “possibilista”, e lo è tuttora, ma papa Francesco mi ha messo più volte in crisi, perché, pur adottando la misura misericordiosa, ha tenuto un atteggiamento intransigente in linea di principio considerando lo spropositato abuso del mezzo per ottenere lo scopo di evitare “impossibili” gravidanze.

È stato il papa delle piccole grandi-cose fuori dai dogmi, dei segni-segnali fuori dalla diplomazia, dei ruspanti “ma io vi dico” fuori dalla tradizione, delle provocazioni profetiche fuori dagli equilibrismi, delle umane aspettative fuori dagli schemi socio-politici.

«Quanto alla Chiesa, Francesco sta indicando la strada. La Chiesa “in uscita”, povera per i poveri, purificata dal potere e dallo sfarzo, è quella che sogno da una vita, a cui sono fiero di appartenere» (don Luigi Ciotti, fondatore e presidente del gruppo Abele e di Libera).

Talora non ero perfettamente d’accordo con le sue uscite estemporanee, sono sicuro che non pretendeva che io lo fossi: gli bastava toccarmi il cuore e la coscienza, il resto lo fa Dio.

Quante volte ho pensato: papa Francesco incarna il nuovo, ma, se non riesce a tradurlo a livello strutturale, rischia di andare tutto perduto…Il seminatore della parabola evangelica non si preoccupa di finalizzare il seme, ma lo sparge dappertutto, tocca al terreno recepirlo. Papa Francesco ha seminato molto, forse avrebbe potuto dissodare e concimare il terreno: si è preoccupato più di lanciare il seme…

La sua logica era la Chiesa ospedale da campo, che si butta nella mischia, che si sporca le mani, che va incontro ai poveri, che può finanche commettere errori, ma non si tiene in disparte. È impossibile tirare un bilancio del papato di Francesco: la sua azienda era in perdita, la perdita della vita per il Vangelo è un enorme guadagno…

 

 

 

 

 

La pace è cattolica, laica, religiosa e politica

A margine della disputa fra papa Leone e Donald Trump ho sentito sollevare due critiche sottili anche se piuttosto pretestuose: la rivendicazione della laicità della politica e la sottolineatura dell’incoerenza della cattolicità nei confronti dei pronunciamenti papali.

Sono da sempre un convinto assertore della laicità della politica, che però non significa necessariamente sganciamento di essa dall’etica e dai principi cristiani. Il tema della pace risolve questo apparente contrasto tra politica e religione. La pace infatti è ad un tempo principio etico-religioso irrinunciabile e scelta politica precisa ed auspicabile.

Bisogna essere chiari e non assecondare il pensiero strisciante che la guerra sia la soluzione ai problemi. Mi sembra che la politica, nel mondo e in Italia, non abbia ancora preso una decisione in modo netto. Si continua a tergiversare. La pace non è un “buon sentimento” o un valore ingenuo da bambini sognatori, ma una scelta politica precisa, spesso la più faticosa da percorrere. Come sottolinea il professor Tommaso Greco nel suo ultimo libro, la pace è il punto di partenza e va custodita, non “difesa”, perché parlare di difesa spesso serve solo a giustificare l’aggressione preventiva. Oggi la politica sembra aver perso la pazienza di cui necessita la diplomazia, preferendo la logica dei social e della “notizia bomba” ogni cinque minuti. (dall’intervista a Manfredonia, presidente delle Acli, rilasciata al quotidiano “Avvenire”)

Quanto alla coerenza negli atteggiamenti dei cattolici verso gli insegnamenti dei papi (esempio: sulla pace sì e sul divorzio no; sull’immigrazione sì e sull’aborto no etc. etc.), non mi sembra che il discorso abbia serio spessore. La coscienza individuale non deve necessariamente ed acriticamente aderire agli indirizzi della gerarchia cattolica. L’aborto, tanto per essere concreto, ha diverso impatto nei due livelli, quello religioso e quello politico: si può essere contrari all’aborto a livello di scelta individuale di vita e favorevoli alla sua introduzione e regolamentazione dal punto di vista civile. La pace è un altro discorso, così come l’accoglienza agli immigrati, temi irrinunciabili in quanto di diretta rilevanza evangelica e imprescindibili da ogni e qualsiasi deroga civile.

Capisco come certo laicismo si sia sentito toccato nel vivo dalle nette proposizioni di Leone XIV, che sono andate a sbattere contro la geopolitica che tenta disperatamente di difendersi nella sua totale inaccettabilità.

Ho votato sì al divorzio, sono d’accordo sulla previsione legislativa dell’aborto così come del suicidio assistito e di altri temi e non mi sento affatto fuori dalla Chiesa. Mi sento invece fuori dalla politica nel suo bellicismo, nei suoi razzismi più o meno camuffati, nei suoi egoismi più o meno sbandierati.

Era ora che la Chiesa assumesse posizioni così nette sul tema della pace. Non facciamo pertanto i furbi introducendo disquisizioni giuridiche e tentando di alleggerire la portata di questi appelli introducendo discorsi che c’entrano come i cavoli a merenda anche se provengono da fior di docenti di storia del diritto.

Così come a volte sento odore di compromesso politico in certi comportamenti clericali, sento odore di anticlericalismo gratuito in certe reazioni laiciste. Ci sono milioni di persone che soffrono, muoiono, emigrano, e noi ci mettiamo a discutere se sia accettabile che il Papa, Vangelo alla mano, faccia il suo mestiere? Ma fatemi il piacere…

Ad ogni reazione corrisponde un’azione contraria

In senso generico il termine reazione indica, nel linguaggio politico, ogni comportamento collettivo che, opponendosi a un determinato processo evolutivo in atto nella società, tenta di far regredire la società medesima a stadi che questa evoluzione aveva oltrepassato. In senso più ristretto e corrente reazionari sono detti quei comportamenti intesi a invertire la tendenza in atto nelle società moderne verso una democratizzazione del potere politico e un maggior livellamento di classe e di status, cioè, quello che è comunemente detto il progresso sociale. (Dizionario di politica – Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino)

In questa teorica fattispecie si inserisce perfettamente la “remigrazione”. Remigrare è un verbo che significa “ritornare nel luogo d’origine” dopo una precedente migrazione. Sebbene storicamente neutrale, il sostantivo derivato remigrazione è oggi spesso usato come eufemismo politico per indicare l’espulsione forzata o il rimpatrio di massa di persone con un background migratorio.

Le destre populiste europee, uscite ammaccate dal voto in Ungheria e oggi più lontane dallo scomodo Trump, sono alla perenne ricerca di nuovi cavalli di battaglia. Ne hanno bisogno come l’aria, perché di slogan, avversari e semplificazioni si nutre chi è vicino a queste forze politiche. La remigrazione può rappresentare l’ultima sfida lanciata nel cuore del Vecchio continente. L’approdo nella piazza di Milano è avvenuto sotto vecchi slogan come “padroni a casa nostra” e le tradizionali rivendicazioni anti-Ue, eppure rappresenta un messaggio che in Italia dalla Lega di Matteo Salvini arriva al resto della maggioranza, in particolare a chi guarda al fronte che da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci arriva a CasaPound, cui si deve la raccolta di firme e la mobilitazione sul trasferimento forzoso dei migranti negli ultimi anni. La stessa presenza in piazza di leader come il francese Jordan Bardella e l’olandese Geert Wilders esprime il bisogno di trovare sponde fuori confine, garantite in particolare dal gruppo europarlamentare dei Patrioti per l’Europa. «Remigrazione e lotta all’islamismo affiorano come possibili snodi unificanti per le destre nazionaliste e populiste» osserva Mattia Zulianello, che è professore associato di scienza politica all’Università di Trieste e da tempo studia i movimenti sovranisti radicali. Negli ultimi cinque anni, abbiamo assistito già allo sdoganamento di certi temi, basti pensare all’idea della fortezza Europa, a dimostrazione che non esiste più alcun tabù a destra. (“Avvenire” – Diego Motta)

Sembra che a questo vento reazionario pongano una barriera le “seconde generazioni” di destra per le quali la remigrazione è «roba da Medioevo». Decine di persone con background migratorio, guidate da Forza Italia, hanno manifestato contro le idee dei Patrioti europei: «Basta con lo spauracchio dell’uomo nero». Come non compiacersene sperando che non si tratti di un gioco delle parti e che finalmente la ragionevolezza dell’etica faccia premio sulla insensatezza di certa politica.

Il messaggio di dissenso non lascia spazio a interpretazioni: «Una componente politica purtroppo dà voce solo alla narrazione delle mele marce, che ci ha stancati. Ma esiste anche un’Italia delle seconde generazioni, fatta di persone che si sono integrate e lavorano». Quel che stupisce è che a mettere nel mirino quella parte di Governo che ieri ha partecipato (e contribuito a organizzare) il raduno dei Patrioti europei in piazza Duomo a Milano, Lega in testa, sono alcuni esponenti della stessa maggioranza. A parlare è Amir Atrous, responsabile del dipartimento Immigrazione di Forza Italia Milano, che insieme a un altro centinaio di persone – perlopiù forzisti –, a poche ore dall’apertura del “palco della remigrazione”, ieri ha organizzato la contromanifestazione “Con coraggio – L’Italia che vuole essere raccontata”, presso l’Arco della Pace. L’obiettivo? «Dare voce e riconoscere i cittadini italiani di origine straniera». «La remigrazione è una politica medievale – commenta Atrous ad Avvenire –. Siamo stanchi di queste politiche, perché non risolvono i problemi dei cittadini». E ancora: «Tutte le forze di Governo facciano le leggi. Che senso ha andare in piazza Duomo a manifestare? Contro chi?». (“Avvenire” – Andrea Ceredani)

Sarà il tentativo trasformistico della destra italiana di affrancarsi dalla deriva estremistica europea e mondiale? Un provocatorio assist alla tardiva e tuttavia improvvisata e imbarazzante resipiscenza meloniana? Una goffa e populistica riverniciatura tardo-berlusconiana in salsa mediaset? Una piazzaiola resa dei conti in casa forzista con tanto di smarcamento dall’inettitudine tajaniana? Si sta muovendo qualcosa a destra per rincorrere il nuovo emergente dal dopo-referendum italiano, dal dopo Orban europeo e dal dopo Trump mondiale?

La partita migratoria è certamente rivelatrice e divisiva. I pronunciamenti papali stanno creando scompiglio: la morale, brandita dal duo Salvini-Vannacci e non solo, è politica checché ne dicano Trump e Vance. Cosa ne pensano gli italiani? Finché si tratta di essere contrari alla guerra, tutto è relativamente facile. Quando si tratta di accogliere e integrare i migranti, le faccende si complicano. Non è un caso che Trump negli Usa sia partito proprio da questo contagioso egoismo: sembra che gli americani comincino a porsi qualche “domandina dicifilottina”. Non ho capito se stiano aprendo il portafoglio e verifichino che i soldi stanno calando oppure se comincino ad aprire il cuore vedendo come la cattiveria discriminatoria non porti da nessuna parte.

 

La spada non entra nel fodero

«Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (Papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari)

 

Durante la veglia di preghiera dell’11 ottobre 2025 Leone XIV aveva detto: «La pace è disarmata e disarmante. Non è deterrenza, ma fratellanza, non è ultimatum, ma dialogo. Non verrà come frutto di vittorie sul nemico, ma come risultato di semine di giustizia e di coraggioso perdono. Metti via la spada è parola rivolta ai potenti del mondo, a coloro che guidano le sorti dei popoli: abbiate l’audacia del disarmo!».

Perché e come abbiamo raggiunto questa escalation nell’arco di pochi anni? Si può ancora invertire la rotta? E con quali strumenti? Ma, soprattutto, una volta riarmati al massimo delle capacità industriali e strategiche, quale sarà il prossimo passo? Il dialogo funzionerà meglio o, al contrario, tutti si sentiranno invincibili, pronti a combattere? Insomma, si può davvero pensare che essere armati sia una garanzia per la pace? Forse, più che dai manuali di strategia, ancora una volta un aiuto viene dalla letteratura. Ne «Il deserto dei Tartari» Dino Buzzati racconta un esercito che passa la vita ad aspettare un nemico, costruendo la propria identità sulla minaccia e sulla preparazione alla guerra. Quando finalmente il nemico arriva, è ormai troppo tardi per dare un senso a quell’attesa. La Fortezza Bastiani diventa così la metafora di un mondo che si arma per sentirsi sicuro e finisce per vivere solo in funzione della guerra. La domanda che resta è la stessa di oggi: prepararsi al conflitto serve davvero a evitarlo, o lo rende semplicemente più probabile? (“Vatican news” – Guglielmo Gallone)

Ragionando così sembra di sfogliare il libro dei sogni, anche se porgere l’altra guancia non è una virtù ma una necessità. Vediamo di seguito uno dei perché.

Il Fondo monetario internazionale, nel suo World Economic Outlook, analizza le conseguenze economiche e sociali dei conflitti e dell’aumento della spesa in difesa.

La spesa per la difesa può offrire un supporto temporaneo alla domanda, ma a lungo andare i suoi costi – in termini di debito, inflazione e riduzione degli investimenti sociali – pongono rischi significativi per la stabilità macroeconomica globale. Questa volta a dirlo e dimostrarlo con un rapporto non sono attivisti e pacifisti, ma il Fondo monetario internazionale nel suo World Economic Outlook.

Armi o welfare? È questo in sostanza il dilemma economico attuale per i vari Paesi che emerge dall’analisi. Perché a pagare il conto della crescita della spesa in difesa sono principalmente il debito pubblico, lo sviluppo sociale e quindi – aggiungiamo – le generazioni future. (“Avvenire” – Elisa Campisi)

Penso di avere circoscritto il tema delle armi tramite un benefico connubio tra etica ed economia: non è vero che l’industria delle armi crei sviluppo economico e tanto meno benessere sociale, ma un meccanismo socio-economico destinato a implodere.

A questo punto vengo alla politica che a parole si schiera per la pace e il disarmo, ma subito dopo comincia a valutare le esigenze condizionanti della difesa per arrivare a giustificare il riarmo e finire nel tritacarne della guerra (a cosa servono le armi se non a fare la guerra!).

Cosa sta facendo il governo italiano nella situazione bellica dell’Ucraina?

Il quadro che emerge è quello di un governo che, su più fronti simultanei, lavora per aggirare i meccanismi di controllo che la Legge 185/90 aveva costruito: modifica la legge in senso meno trasparente, firma accordi di coproduzione militare senza informare adeguatamente l’opinione pubblica, consente o favorisce la presenza di aziende italiane nella filiera dei droni ucraini.

Gli italiani hanno appreso di essere inseriti in una lista di potenziali bersagli militari russi dal sito del Ministero della Difesa di Mosca, non da un comunicato del governo italiano, non da un dibattito parlamentare, non da una dichiarazione dei ministri competenti.

Mosca ha già qualificato questa situazione come “cobelligeranza”. Il governo italiano non ha smentito, non ha chiarito, non ha convocato un’audizione parlamentare sulle quattro aziende citate.

Ha invece abbracciato Zelensky e firmato un Drone Deal. La distanza tra ciò che viene dichiarato “sostegno alla pace”, “difesa dei valori europei” e ciò che viene fatto: finanziamento pubblico a produttori di motori per droni tattici, modifica delle norme di trasparenza sulle esportazioni militari, accordi di coproduzione con un Paese in guerra, è la misura esatta del doppio standard con cui l’Italia gestisce la propria partecipazione a questo conflitto che i russi stanno vincendo. (“FarodiRoma” – Fortunato Depero e Vladimir Volcic)

Allargo l’orizzonte all’Europa. L’Unione europea si nasconde dietro il dito della difesa comune. In realtà sta vivendo una fase di rapido riarmo, con piani per incrementare le spese militari, inclusa una proposta di 800 miliardi di euro per il periodo fino al 2030, guidata dalla necessità di rafforzare la difesa comune di fronte alla minaccia russa. Questo piano, noto come ReArm Europe o Readiness 2030, mira a una maggiore autonomia strategica. Io la chiamo ipocrisia: c’è sempre un motivo per fare la guerra, basta volerlo…

E la sinistra come si comporta a livello nazionale ed europeo? La posizione della sinistra italiana ed europea sulle armi è generalmente critica, focalizzandosi sul disarmo, la riduzione delle spese militari e la diplomazia per risolvere i conflitti. Tuttavia, emergono posizioni sfaccettate sull’invio di armi in teatri di guerra (es. Ucraina), con alcune componenti (come Verdi-Sinistra) nettamente contrarie, mentre altre adottano posizioni più prudenti o europeiste. In mezzo ad una sinfonia sostanzialmente bellica, si odono suoni di pace che vengono coperti e rischiano addirittura di fare da alibi per una politica complessivamente e vigliaccamente bellicista travestita da (in)sano pragmatismo.

«Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (Papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari)

 

 

 

 

 

Italia a bagnomaria sopra la pentola meloniana oppure…

Dal pantano maleodorante della politica bellica internazionale arrivano anche nel nostro Paese schizzi di fango da cui dobbiamo ripulirci.

Lo schizzo più grosso e imbarazzante riguarda per la verità l’Europa unita e la sua costruzione messa in difficolta dalla tattica statunitense del poliziotto buone e cattivo. Mentre Trump usa le minacce e i ricatti, il suo (in)fido vice Vance si intromette per tirare la volata alle destre in Ungheria e in tutti gli altri Paesi europei portando avanti un disegno di democratura globale.

Per quanto riguarda più specificamente l’Italia siamo sull’orlo del disastro economico e politico: la premier fa finta di niente, ma la realtà è questa. Carlo De Benedetti, intervistato a otto e mezzo su La 7, sostiene che Giorgia Meloni e il suo governo saranno spazzati via anche perché il risultato del referendum ha capovolto la situazione dei consensi: la minoranza che ha dato un curioso mandato al centro-destra si è rivelata oltre modo striminzita mentre si è fatta avanti una maggioranza che chiede il cambiamento.

Purtroppo la classe politica italiana è attualmente quella che è: la maggioranza parlamentare si barcamena fra uno scandaletto e l’altro, ma soprattutto fra una inadeguatezza e l’altra nonché fra una irresponsabilità e l’altra; l’opposizione, con una certa presuntuosa miopia, pensa alle primarie per rilanciarsi, rischiando di impantanarsi nei contrasti che la contraddistinguono.

Ricordiamoci che, come sostiene Marco Cappato, le elezioni primarie, senza base e valore istituzionali e senza legittimazione elettorale, lasciano il tempo che trovano, creando solo equivoci, divisioni e personalismi.

Ecco allora affacciarsi l’ipotesi ventilata da De Benedetti di una sorta di governo di unità nazionale adeguato alle emergenze interne ed internazionali, pronto a far fronte alla catastrofe o comunque alle difficoltà estreme che sono dietro l’angolo. Siamo infatti in una contingenza simile a quella del Covid e sarebbe opportuno che il pallino andasse istituzionalmente in mano al Capo dello Stato per la formazione di una nuova compagine governativa che interrompa la manfrina politica sempre più vergognosa (Zagrebelski la definisce “teatrocrazia”).

Non ci siamo molto lontani: Mattarella avrebbe il duro e ingrato compito di scegliere chi possa evitarci la deriva lacrime e sangue e guidarci alla rispettabilità e alla serietà dell’assetto politico-economico del Paese. Chi ha voluto a tutti i costi interrompere bruscamente la precedente esperienza governativa di simile indirizzo sarebbe doppiamente servito e umiliato.

Rimpasto no, Meloni bis no, crisi di governo no, traccheggiamento di un anno e mezzo col Paese tenuto a bagnomaria no, elezioni politiche anticipate no, riforma della legge elettorale no, giochicchiare in attesa del 2029 per eleggere il nuovo presidente della Repubblica a colpi di maggioranza no, ricambio immediato della classe di governo preparato con le elezioni primarie no, allora?

Prendiamo atto del buio incombente e rimettiamoci al Presidente della Repubblica, visto che ce l’abbiamo e guai a chi ce lo tocca. Diversamente dovremo ingoiare molti rospi a tutti i livelli ed in tutti i sensi: gli italiani hanno lo stomaco buono, ma non so fino a che punto. Sarà meglio provvedere…

Piantedosi così carino così freddino

Fermo di 45 giorni per la nave di soccorso Aurora della Ong Sea Watch disposto dalle autorità italiane che contestano all’equipaggio di non avere comunicato con le milizie libiche. Il provvedimento, piuttosto duro, si aggiunge a quello che interessa anche la Sea-Watch 5, della stessa organizzazione. Nei giorni scorsi era stato comunicato il provvedimento, di cui ora è stata resa nota anche la durata. Aurora aveva salvato 44 migranti, bloccati per cinque giorni su una piattaforma petrolifera abbandonata, e li aveva condotti a Lampedusa.

«Nonostante l’altissimo tasso di violenza contro le persone in fuga e contro le organizzazioni non governative, le milizie libiche continuano a ricevere sostegno politico e materiale da parte del Governo italiano e riconoscimento da parte degli Stati membri dell’Unione europea. L’impunità equivale di fatto a incoraggiare ulteriore violenza. L’Unione europea dovrebbe porre fine a ogni forma di cooperazione e l’Italia dovrebbe stracciare l’accordo Italia-Libia».

 «Fermo di 45 giorni per l’Aurora Sar, sbarcata ad Agrigento. L’imbarcazione, battente bandiera tedesca e parte della flotta di Sea Watch, ancora una volta non ha rispettato gli obblighi previsti per le operazioni di salvataggio in mare. Un’altra grave violazione del diritto internazionale che impone di coordinarsi con le competenti autorità statali. Le leggi si rispettano» si legge in un post sui social del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. (“Avvenire” – Daniela Fassini)

Una domanda al ministro Piantedosi. Chi non rispetta il diritto internazionale? Un’imbarcazione che presta soccorso ai migranti o le unità libiche che da anni intercettano in mare le persone in fuga, spesso con l’uso di violenza estrema, e le riportano forzatamente in Libia, dove sono detenute e subiscono abusi?

Mi sembra che il ministro degli Interni abbia un concetto molto burocratico e poco umano del diritto internazionale. È vergognoso che l’Italia continui a collaborare con le milizie libiche in base ad accordi assolutamente inaccettabili. Se è vero che inizialmente la stipula dell’accordo Italia-Libia è stato un gravissimo errore umano e politico della sinistra al governo (Marco Minniti), è altrettanto vero che la perseveranza in materia dell’attuale governo è diabolica.

Continuiamo imperterriti a nascondere i migranti sotto il tappeto libico. D’altra parte non abbiamo forse rimpatriato Almasri, a capo delle operazioni delle Forze speciali di deterrenza presso la prigione allestita nell’aeroporto militare di Mitiga, considerato come il principale centro di detenzione dell’area di Tripoli. E ciò in barba al diritto internazionale, vale a dire ad un mandato d’arresto con l’accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Ebbene, se devo essere sincero, non mi scandalizzo delle eventuali scappatelle amorose del ministro Piantedosi (come ben si sa il governo è forte, ma la carne è debole), mi si rivoltano le budella al pensiero di come vengono trattati i migranti anche per l’omertoso perbenismo del ministro stesso. Non si dovrebbe dimettere tanto per le affettuosità verso Claudia Conte, ma per l’insensibilità verso i migranti in balia delle onde del mare e/o detenuti nei lager libici.