Il certificato di sana e robusta Costituzione

Colpo di scena. L’Ufficio del referendum della Corte di Cassazione ha ammesso il quesito referendario sulla separazione delle carriere presentato dal cosiddetto “Comitato dei 15 volenterosi”. A dare la notizia per prima è stata Conchita Sannino su Repubblica.

Gli ermellini quindi hanno ritenuto valido quello che elenca tutti gli articoli della Costituzione che verrebbero modificati qualora passasse anche nelle urne la riforma Nordio e sul quale erano state raccolte le 500 mila firme depositate il 28 gennaio a Piazza Cavour. Il testo è il seguente: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025, con la quale vengono modificati gli artt. 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma 1 e 110 comma 1 della Costituzione?».

Il quesito invece approvato il 18 novembre dalla Cassazione, dopo l’ammissione della richiesta referendaria dei partiti di maggioranza e minoranza, era il seguente: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?». Eppure era stato proprio il Tar lo scorso 28 gennaio, nel respingere il ricorso dei 15 volenterosi, a decretare che «il testo del quesito non è nella disponibilità dei promotori ma è direttamente fissato dalla legge. In questo senso, del resto, si è anche espresso l’Ufficio centrale per il referendum costituito presso la Corte di Cassazione» con l’ordinanza del 20 ottobre 2016. Ora che succede? (“Il dubbio” – Valentina Stella)

La storia in un modo o nell’altro si è sempre finora incaricata di difendere la Costituzione: si sono succeduti tentativi di riforma che hanno fatto regolarmente flop: la Costituzione non si tocca e chi la tocca muore!

Amo definirla come il più alto compromesso raggiungibile, oserei dire la perfetta sintesi fra i diversi pensieri in ambito democratico: cambiarla diventa quasi impossibile… Penso che questa sorte avversa capiterà anche al governo di centro-destra che la vorrebbe cambiare con l’introduzione del premierato (FdI), con il decentramento regionale rafforzato (Lega), con la riforma della giustizia (eredi berlusconiani).

Il premierato sta andando in cavalleria anche e soprattutto per merito della tenuta popolare, tacita ma fortissima, del presidente Mattarella, la velleitaria spinta al regionalismo sta implodendo sotto i colpi del nazionalismo, la separazione delle carriere dei magistrati sta diventando il baluardo governativo rispetto al fallimento totale di un subdolo cambio di regime.

Chi tenta quindi di togliere significato politico al referendum sulla giustizia mente sapendo di mentire.  Qualsiasi riforma costituzionale proveniente da un clima politico di parte è destinata a fallire a prescindere dai suoi contenuti.

La versione riveduta e corretta del quesito referendario può sembrare a prima vista pleonastica, mentre ha invece un grosso significato. Si mette in bella evidenza come sia in gioco la Carta Costituzionale con i suoi equilibri istituzionali e i suoi fondamenti democratici: è un castello meravigliosamente impostato e toccarne i punti fondamentali vuol dire farlo miseramente crollare. Sarebbe come voler restaurare la Gioconda di Leonardo Vinci cambiandone l’espressione enigmatica del volto.

Per cambiare seriamente la Costituzione è indispensabile ricreare pregiudizialmente il clima etico-politico in cui si è formata e ritrovare l’intelligenza e la lungimiranza di chi l’ha scritta: manovra a dir poco impossibile per i giorni nostri.

Non è con un colpo di mano di Giorgia Meloni e Carlo Nordio che si può riscrivere impunemente la storia. Diventa pertanto stucchevole discutere dei pro e dei contro rispetto alla peraltro confusa e pasticciata separazione delle carriere dei magistrati. Ci possono essere motivi a favore così come motivi contro, ma il discorso riguarda il complessivo metodo e merito del riformare la Costituzione.

Il “no” è quindi scritto non tanto in risposta al quesito, ma nella storia attuale della democrazia del nostro Paese in netto contrasto con quella ideata, pensata, elaborata e avviata dai padri costituenti. In questo delicato referendum c’è in ballo ben più di un prurito antigiustizialista o di una difesa dell’assetto giudiziario, c’è in filigrana il dettato costituzionale e la presuntuosa smania di cambiarlo che grida vendetta al cospetto di Dio e degli uomini.

Il governo intende sbrigare la pratica nel più breve tempo possibile, mantenendo prepotentemente intatti i tempi dell’andata alle urne, giocando sull’ignoranza storico-culturale dei cittadini, che invece sapranno (almeno lo spero vivamente) direttamente o indirettamente portare allo scoperto il gioco antidemocratico che sottende alla pericolosa riformetta in questione.

Se non sarà così, prepariamoci ad una sorta di subdola catastrofe democratica, al tacito inizio della fine del nostro sistema, all’inquietante innesco di un nuovo regime, che potrebbe assomigliare tanto a quello fascista. Gli italiani hanno una enorme responsabilità sulle loro deboli spalle.

Il dibattito politico in corso non li porta ad andare al sodo della questione, ma li circuisce e li fuorvia. Bene hanno fatto i “volenterosi” ha riportate in primo piano la Costituzione e quindi ad indurre gli elettori a prendere in considerazione il significato profondo di questa consultazione elettorale.

Ricordiamoci bene che chi di attacco alla Costituzione ferisce, di difesa della Costituzione perisce.

 

L’orgoglio europeo sepolto è in Trump

Secondo Defense One, «mentre la NSS resa pubblica chiede la fine di una “Nato in continua espansione”, la versione completa entra più nei dettagli di come l’amministrazione Trump vorrebbe “Rendere l’Europa Grande di Nuovo”, pur invitando i membri europei dell’Alleanza a svezzarsi dal sostegno militare americano. Partendo dal presupposto che l’Europa stia affrontando una “cancellazione della sua civiltà” a causa delle politiche sull’immigrazione e della “censura della libertà di parola”, la NSS propone di concentrare le relazioni degli Usa con i paesi europei su alcune nazioni con amministrazioni e movimenti affini — presumibilmente di destra». Qui interviene il disegno che riguarderebbe Roma, in un gruppo di Visegrad allargato: «Austria, Ungheria, Italia e Polonia sono elencati come paesi con cui gli Usa dovrebbero “collaborare di più con l’obiettivo di allontanarli dall’[Ue]. E dovremmo sostenere partiti, movimenti e figure intellettuali e culturali che cercano la sovranità e la conservazione/ripristino dei modi di vita tradizionali europei pur rimanendo filo-americani”». (“La Repubblica” – Paolo Mastrolilli)

Non era ancora stato eletto presidente, era soltanto un aspirante candidato alle presidenziali americane nell’ormai lontano 2016 e in Scozia, durante la campagna elettorale referendaria sulla Brexit, proferì le seguenti parole: «Vedo un reale parallelo fra il voto per Brexit e la mia campagna negli Stati Uniti». Come riferiva Pietro Del Re, inviato di Repubblica, nel pub di John Muir a Edimburgo, quando Trump apparve in tv, tutti i clienti avvicinarono allo schermo. Poi tutti assieme cominciarono a urlargli insulti di ogni genere, il cui meno offensivo era senz’altro “pig”, vale a dire “porco”. La porcilaia si è storicamente allargata, consolidata e approfondita, l’Italia ci sta finendo dentro e rischia di non uscirne più.

Niente di nuovo quindi, il disegno trumpiano è noto da tempo e si sta delineando e concretizzando: dividere l’Europa per evitare che possa assumere la dimensione e la strategia di superpotenza tale da disturbare la spartizione del mondo fra Usa e Russia con la Cina a fare da terzo incomodo.

L’Italia purtroppo, a causa della meloniana scellerata strategia autoconservativa, sta cadendo nella trappola di una sorta di rapporto privilegiato con gli Usa quale testa di ponte verso la parte populista e nazionalista dell’Europa: anziché fare astutamente (?) da ponte tra UE e Usa, Giorgia Meloni sta portando il nostro Paese a fare meschinamente da testa di ponte nei confronti dell’Europa più reazionaria e trumputiniana.

Siamo finiti in questa rete e uscirne sarà un serio problema: infatti, anche qualora si volesse correggere la rotta rientrando nei ranghi virtuosi/volonterosi della UE, quale credibilità e affidabilità potremmo mai avere. Il futuro dell’Italia soffre quindi di una duplice perniciosa incertezza: quella europea del ritrovato spirito unitario e quella del reinserimento italiano nel processo di eventuale auspicabile resipiscenza.

L’assetto geopolitico che si sta profilando porta con sé l’inquietante rimescolamento delle tradizionali alleanze assieme all’auspicabile e recuperabile protagonismo dell’Europa. Non credo si possa tergiversare ulteriormente anche se il processo di ripresa della riunificazione dei Paesi europei è tutt’altro che scontato e positivamente avviato. Di necessità virtù, anche se per l’Europa non è certamente facile recuperare il protagonismo che le dovrebbe spettare per storia, cultura, dimensione, forza economica, progresso sociale, etc.

Temo si possa innescare un processo meramente guidato dagli interessi economici pilotati dall’industria pesante bellica (vedi riarmo a tutto spiano) e dalla necessità di una pseudo unità difensiva militare contro il lupo russo. Oltre che illusorio sarebbe deleterio.

E poi dove potrebbe essere il leaderismo europeo capace di questo storico indispensabile rilancio? Alla storica triade De Gasperi-Adenauer-Schumann corrisponderebbe un ben altra triade, vale a dire Merz-Macron-Starmer: il primo affaccendato nel ripescaggio di una economia nazionale in forte difficoltà, il secondo impegnato in una patetica riedizione della grandeur, il terzo intento a recitare la parte del maddaleno pentito. E un successore di De Gasperi? Passiamo alla domanda di riserva…

E allora? Tutto da rifare. Credo che Trump abbia valutato attentamente anche queste debolezze europee e intenda sfruttarle. Non resta che rimboccarsi le maniche con sano realismo, ma con altrettanto convinto idealismo.

Presi singolarmente, la maggior parte dei paesi dell’UE non si configurano nemmeno come medie potenze, capaci di navigare questo nuovo ordine formando coalizioni, portando al tavolo ciascuno risorse specifiche, che si tratti di materie prime, nicchie tecnologiche o geografia strategica.

Collettivamente, tuttavia, abbiamo qualcosa di ben più grande: scala, ricchezza, cultura politica e 75 anni di costruzione delle istituzioni di un progetto comune.

Tra tutti quelli che in questo momento si trovano schiacciati tra Stati Uniti e Cina, gli europei sono gli unici ad avere la possibilità di diventare essi stessi una potenza autentica.

Quindi dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare un’unica potenza?

Sia chiaro: mettere insieme più paesi piccoli non produce automaticamente un blocco potente. Questa è la logica della confederazione, la logica che l’Europa segue ancora nella difesa, nella politica estera, nelle questioni fiscali.

Questo modello non produce potere. Un gruppo di stati che si coordina rimane un gruppo di stati: ciascuno con un diritto di veto, ciascuno con i suoi propri calcoli, ciascuno – uno dopo l’altro – esposto al rischio di essere isolato.

Il potere presuppone che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione. (dall’intervento di Mario Draghi all’Università di Lovanio in occasione del conferimento della laurea honoris causa)

Oltre tutto bisogna disinnescare l’ossimorica bomba del trattato di pace in Ucraina: saranno gli Ucraini a pagare l’ulteriore prezzo della disputa euroamericana? Come uscire dalla guerra? Non certo consegnando a Putin le chiavi per occupare le stanze che gli interessano, ma nemmeno puntando tutto sulle armi a getto continuo e infinito. L’Europa, se lascia fare il lavoro diplomatico (?) a Trump, condanna il mondo ad un assetto spregiudicato fatto di patti oscuri e di amicizie precarie, se intende essere protagonista in uno scenario prospettico di pace, deve smetterla di suonare le trombe del riarmo fine a se stesso, passando finalmente e unitariamente alle campane dell’orgoglio, della fermezza e del dialogo.

Il sistema dei diritti, il mondo dei rovesci e l’impegno dei cattolici

La democrazia nel mondo ha fatto un salto indietro fino al 1985 grazie soprattutto a Donald Trump.  Secondo il rapporto mondiale di Human Rights Watch, riferito all’anno scorso e diramato ieri, è bastato un anno di presidenza del tycoon per riportare indietro di 40 anni le lancette del sistema globale dei diritti umani. Un record. «Il 2025 – sostiene il rapporto – può essere visto come un anno di svolta. In soli 12 mesi, l’amministrazione Trump ha portato avanti un vasto assalto ai pilastri chiave della democrazia statunitense e dell’ordine globale basato sulle regole». Un attacco a 360 gradi, che va dalle politiche anti migranti negli Usa alla chiusura di Usaid, l’ente di cooperazione, decimando così gli aiuti ai campi profughi Onu come agli ospedali missionari africani, colpendo soprattutto donne, anziani e bambini. Il tutto accompagnato da una politica estera filo autocratica. Secondo l’autorevole Ong- che ha sede a New York con ricercatori in oltre 100 Stati – Trump e la sua amministrazione hanno condotto una “pressione incessante” sul diritto internazionale umanitario, già minato da Cina e Russia, ritirando gli Usa dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e pianificando di lasciare 66 organizzazioni e programmi internazionali, tra cui i forum chiave per i negoziati sul clima. Insomma, Human Rights Watch certifica che siamo in quella che gli esperti definiscono “recessione democratica”. (“Avvenire” – Paolo Lambruschi)

Semplicemente impressionante! Noi reagiamo nascondendoci dietro la retorica olimpionica (persino Mattarella ne è rimasto coinvolto diventandone protagonista), ci preoccupiamo della nostra impossibile sicurezza a suon di pacchetti dono (regali meloniani) e corriamo dietro alle mosse di Vannacci (in mancanza di cavalli trotta il peggiore degli asini). Non sono tre esempi buttati lì per caso, sono la sintesi del nostro nulla etico, sociale e politico di fronte alla conclamata deriva anti-democratica che ci sta investendo.

Ci interroghiamo sul come rimanere alleati di chi ci vuole distruggere, facciamo i salti mortali per salvare l’insalvabile, non ci accorgiamo che ci sta venendo meno la terra sotto i piedi.

Quante volte esclamiamo che il mondo è cambiato per giustificare le nostre scelte e i nostri comportamenti opportunistici se non omertosi o addirittura complici.

Apriamo gli occhi, svegliamoci, rendiamoci conto. Stiamo facendo di tutto per meritarci Donald Trump a livello internazionale e Giorgia Meloni a livello nazionale: le due facce della stessa medaglia con cui stanno comprando la nostra ignavia.

Un tempo si scendeva in piazza per protestare, oggi si fa di tutto per squalificare ed evitare le proteste; un tempo si discuteva arrivando persino ad accapigliarsi, oggi si tace e si alzano le spalle; un tempo si guardava alla politica come interlocutore obbligato, oggi la si esorcizza accuratamente; un tempo si guardava con ansia e con atteggiamento critico a quanto succedeva nel mondo, oggi ci si rassegna alle guerre e finanche ai genocidi e alla prospettiva di un’apocalisse nucleare; un tempo si cercava disperatamente la verità, oggi la si trova nelle narrazioni mediatiche; un tempo si contestava un po’ tutto, oggi si accetta tutto a scatola chiusa.

Un tempo ai cortei di protesta si gridava “viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung”, oggi si pensa “viva Trump, viva Putin, viva Xi Jinping” e non ditemi che in fin dei conti è la stessa cosa; un tempo si urlava “fascisti carogne tornate nelle fogne”, oggi mentre in America si sta facendo strada un nuovo fascismo, in Italia è sempre lo stesso fascismo che tiene banco; un tempo si ragionava di patto costituzionale, oggi ci si mette la Costituzione sotto i piedi; un tempo si puntava al compromesso storico tra le principali forze democratiche e progressiste del Paese, oggi si punta al compromesso anti-storico tra le forze conservatrici e reazionarie (e vincono quelle reazionarie); un tempo si facevano scelte politiche in base ai valori, ai principi, all’allargamento e alla strenua difesa dei diritti, oggi non si bada nemmeno più agli interessi legittimi, ma si punta a quelli inconfessabili.

Mia madre, di fronte alle enormi contraddizioni della vita sociale, si poneva una domanda retorica: “Podral andär bén al mónd?”.

Tutti i giorni si presenta qualcosa di paradossalmente contrario ad un minimo di etica e allora mi sovviene di mia madre con il suo provocatorio quesito.

Lei però non si limitava alla lamentela, ma reagiva tuffandosi in una sorta di dono totale agli altri.

A margine di un interessante dibattito alla presentazione del libro di Aldo Schiavone “Occidente senza pensiero” (con l’autore del libro ne discutevano il politico e giurista Giuliano Amato, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e la politologa Nathalie Tocci) il caro amico Pino mi ha lucidamente esposta una sua conclusione scevra da ogni tentazione integralista: davanti allo smarrimento e all’impotenza generale, persino dell’intellighenzia della sinistra più seria, occorre concludere che forse ci rimane solo la progettualità della sinistra cattolica. Ma il cattolicesimo non è solo un pensiero, è uno stile di vita evangelico, è un riferimento alla persona di Gesù Cristo. Quindi prima viene la testimonianza di vita e poi semmai la sua configurazione a livello di pensiero filosofico e politico. Lo avevano ben capito Giorgio La Pira e i politici cattolici di un tempo. Lo aveva ben capito papa Paolo Vi che ribadiva come la politica fosse la più alta forma di carità cristiana. Lo aveva capito anche mia madre nella sua semplicità…

 

 

 

I giovani indotti al ribellismo

Leggendo commenti più o meno profondi sugli eventi riconducibili alla protesta giovanile violenta e sforzandomi di riflettere al di fuori degli schemi sono arrivato a pormi una delicatissima domanda: “Perché, nonostante tutto, non mi sento di condannare fino in fondo le follie dei centri sociali e non mi scandalizzo di fronte ad episodi di protesta violenta?”.

Forse qualcuno si scandalizzerà del fatto che io non mi scandalizzi, forse qualcuno mi relegherà fra i deliranti nostalgici delle rivoluzioni impossibili, forse qualcuno farà un ardito collegamento con la inquietante e famigerata posizione culturale del “né con lo Stato né con le BR”: uno slogan politico e una posizione culturale emersa in Italia durante gli anni di piombo, in particolare durante il sequestro Moro (1978), adottata da frange della sinistra extraparlamentare come Lotta Continua e da alcuni intellettuali. Significava rifiutare sia la violenza terroristica delle Brigate Rosse, sia la gestione dello Stato, spesso criticato per la gestione delle stragi e la “strategia della tensione”.

Non credo esista nessuna analogia fra centri sociali e brigate rosse, mentre invece vedo parecchie analogie per quanto riguarda lo Stato o, per meglio dire il governo, che sta adottando una certa qual strategia della tensione per rintuzzare le proteste e per consolidare il proprio potere fondato sul nulla.

Cosa si prospetta ad un giovane che voglia reagire con forza alla deriva socio-culturale cavalcata dalla destra e accettata penosamente dalla sinistra? Non sussistendo spazi partecipativi a livello partitico e sindacale, rimangono due strade a livello di volontariato: quella appunto dei centri sociali laddove alberga il cosiddetto antagonismo e quella che chiamerei dei centri solidali laddove si inserisce la spinta altruista.

Nei centri sociali si sfoga la protesta e la ribellione al sistema spesso sconfinante in manifestazioni violente mentre nei centri solidali si colloca l’impegno della carità o comunque della risposta non violenta. Il potere politico non ascolta, non dialoga, non incontra né gli uni né gli altri.

Come afferma il cardinale e vescovo di Torino Repole occorrerebbe «sanare prima di punire» invece si pensa solo a punire, a reprimere, a condannare, ad emarginare.

Per Repole c’è l’obbligo di «denunciare con forza chi ha scatenato la guerriglia» ma contemporaneamente si deve «affrontare le radici delle sofferenze del nostro tempo». Ed è significativo, tra l’altro, che il centro sociale di Askatasuna sia a pochi passi in linea d’aria da centri di solidarietà come il Sermig e il Cottolengo. Esempi di quanto proprio Torino, come ancora Repole ricorda, abbia «sempre saputo chinarsi per curare le ferite prima di punire». Curare, e magari anche prevenire. Cose non facili in una città in cui relativamente in poco tempo si può passare dal lustro del centro storico, dove s’è fatta l’Italia, a periferie che paiono cristallizzate in problemi urbanistici e sociali senza tempo. (“Avvenire” – Andrea Zaghi, Torino)

La politica si è storicamente sempre distinta per la sua incapacità ad interpretare il disagio giovanile: successe nel sessantotto con tutte le conseguenze che ne seguirono, sta succedendo ancor oggi e le conseguenze non tarderanno a farsi sentire: le violenze di questi giorni sono probabilmente soltanto un preludio.

Nonostante tutto mi sforzo però di dare un significato positivo a queste sconclusionate ribellioni: sono le uniche voci critiche emergenti da una società appiattita e incapace di ogni e qualsiasi reazione. Se non ci fossero i centri sociali a gridare la protesta, vigerebbe a trecentosessanta gradi la congiura del silenzio. Certo sarebbe auspicabile che la protesta riuscisse ad incanalarsi non nel grillismo o nel leghismo e nemmeno nel sardinismo, ma nel movimentismo socio-politico di protesta non violenta e di proposta ed impegno solidali.

La politica invece reagisce in senso negativo non riuscendo ad andare oltre la mera condanna della violenza, la repressione delle manifestazioni, lo scioglimento dei centri sociali, la criminalizzazione delle proteste.

Il corteo convocato sabato a Torino in solidarietà al centro sociale Askatasuna era «una resa dei conti con lo Stato democratico». Lo ha dichiarato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un’informativa alla Camera dei Deputati.

Temo che abbia ragione al contrario rispetto al senso delle sue parole. Sono i manifestanti che chiedono conto allo Stato, magari in modo brutale, del basso livello di democrazia raggiunto e il governo risponde attaccando, generalizzando e difendendo l’indifendibile, vale a dire un assetto democratico sempre più precario e traballante. Quanta incolmabile differenza con la sensibilità di Aldo Moro che aveva il coraggio di interrogarsi sui motivi che potevano stare dietro all’atteggiamento di un giovane che impugnava una P38. Capire prima di condannare, dialogare prima di criminalizzare, educare prima di punire, ammettere limiti e difetti prima di esorcizzare la protesta.

Se il 10% di cittadini rinuncia a curarsi per l’indisponibilità della sanità pubblica verso coloro che non hanno mezzi per arrangiarsi con la sanità privata, vorrà pur dire che qualcosa nel sistema non va. Non credo sia colpa dei centri sociali, delle loro intemperanze e finanche delle loro violenze. Molto più violento è lo Stato che non garantisce l’assistenza sanitaria ai cittadini, soprattutto a quelli che aggiungono alla gravità della malattia la scarsità dei loro redditi. Doppia violenza: retribuzioni e pensioni insufficienti, servizi sanitari inadeguati!!!

È molto pericoloso chiudere la democrazia in una sorta di bunker impenetrabile per le proteste, perché queste si radicalizzano e si vanno a sfogare nel generico disfattismo e nella gratuita violenza. I giovani devono fare la loro parte: mentre i bulli al governo auspicano proteste violente da ammortizzare con la paura, i giovani dovrebbero rispondere con la protesta pacifica ma senza sconti.

Ricette non ve ne sono ma indicazioni sì. Cristina Prandi, rettrice dell’Università al centro della vicenda in questi giorni, a poche ore dagli scontri ha scritto sul sito dell’ateneo: «Ci sono momenti in cui si volta pagina. Noi lo abbiamo fatto partendo dal rifiuto della violenza, dalla costruzione di strategie di dialogo e confronto, dal presidio di spazi di democrazia e di socialità liberi e sicuri». Mentre l’arcivescovo parlando di violenza e sofferenza dice: «Fermeremo la violenza, ma non si dovrà nascondere questa sofferenza e chi lavora per il dialogo». (ancora “Avvenire” – Andrea Zaghi, Torino)

Fin dall’inizio dell’esperienza governativa di destra ho pensato che l’unico campo largo in grado di metterla in grosse difficoltà fosse quello costituito dalla protesta degli studenti e dei centri sociali. Il governo dimostra di averne paura. Mentre Elly Schlein fa il solletico a Giorgia Meloni, i giovani fanno sul serio e non riusciranno a farli tacere. È sempre stato così nel caso di regimi autoritari. In Italia ci stiamo andando dentro quasi senza accorgercene. I giovani hanno le antenne, percepiscono il pericolo e lo sfidano, commettendo magari errori anche clamorosi. Se devo scegliere, preferisco le pagliuzze giovanili alle travi governative.

 

Li Vannacci tua

La regia di Bannon, la festa di Renzi e il nuovo partito: cosa c’è dietro l’addio di Vannacci alla Lega. Il modello è l’Afd tedesca. Con l’obiettivo di diventare l’apostolo del trumpismo in Italia e in Europa. Meloni è preoccupata. «Un assist per il Campo Largo. La sinistra unita può vincere le prossime elezioni». La regia di Bannon e l’esultanza di Renzi. E il nuovo partito sul modello dell’Afd tedesca. Roberto Vannacci lascia la Lega dopo il classico tira-e-molla della politica italiana e punta su un Futuro Nazionale che presto finirà sub judice. Ma quanto vale alle urne il generale in pensione? «500 mila voti suoi? Ne ha presi tanti perché lo abbiamo sostenuto noi. Da solo ne varrà 80 mila», pronostica Matteo Salvini, mentre il leader di Italia Viva dice che la percentuale di voti «è sicuramente più alta di quello che vogliono far credere da Palazzo Chigi. È la prima grana politica nella legislatura per Giorgia Meloni. Ed è un assist al Campo Largo. Se la sinistra sta insieme alle prossime elezioni vince». (Open – Alessandro D’Amato)

Tanto tuonò che piovve! Vannacci è uscito dalla Lega…e chissenefrega (ci sta anche la rima). Forse però qualcosa significa. La Lega ha perso una sua ragion d’essere, vale a dire quella di rubare voti nazionalisti e sovranisti a FdI. Ora Lega e FdI si trovano nella situazione inversa, vale a dire quella di rischiare un furto di voti ad opera dei vannacciani, più belli e più fascisti che pria.

Qualcuno ci sta vedendo qualche concreta prospettiva tattica: l’indebolimento a destra del precario asse Meloni-Salvini, che in qualche modo dovrebbe rassegnarsi a fare i conti al centro e rimetterebbe altresì in gioco il centro-sinistra rafforzato al centro. Sembrano discorsi di geometria politica. Questo fantomatico centro sarebbe sulla sinistra presidiato da Matteo Renzi mentre sulla destra potrebbe contare su Carlo Calenda in combutta più con Letizia Moratti che con Antonio Tajani e soprattutto con la ingombrante benedizione di Mediaset.

La competizione politica assai polarizzata sullo scontro Meloni-Schlein (le due galline del pollaio) si sposterebbe verso il centro dello schieramento basandosi sulla sfida tra Renzi e Calenda (i due capponi di Renzo).

Roberto Vannacci non avrebbe mai più pensato di creare un simile terremoto politico. Quanti voti riuscirà a raggranellare? Probabilmente molti più di quanti presuntuosamente pensino Giorgia Meloni e Matteo Renzi. C’è una fascia di elettorato fascista che vuol venire finalmente allo scoperto e non si farà sfuggire l’occasione.

Quando Salvini decise di inglobare Vannacci aveva in mente proprio il disegno di dare visibilità all’elettorato di estrema destra fascio-nazional-sovranista: il gioco non gli è riuscito, gli si è rotto in mano. Adesso dovrà tornare alla Canossa degli Zaia a mani nude. La Lega dovrà tornare a fare politica, ma non sarà facile a meno che non abbia intenzione di giocare a tutto decentramento regionale e a tutto campo politico: un ulteriore bel grattacapo per Giorgia Meloni. Salvini ha in Vannacci un concorrente ideologicamente agguerrito nel collegamento con l’estremismo antieuropeo; Meloni un rompiscatole senza remore europeiste nei rapporti col trumpismo.

Un altro sintomo di come sia caduta in basso la politica: nelle fogne fasciste! E dalle fogne tende a risalire alle fonti dei giochetti pseudo-democratici.

Tra neofascisti ci si intende

Ho rivisto in questi giorni un documentario sulle Aquile randagie, il movimento scoutistico di resistenza al fascismo a cui aderì mio zio Ennio sacerdote. Ho fatto spontaneamente alcune riflessioni che riporto sinteticamente.

– L’attuale clima politico negli Usa ricorda quello del nascente fascismo: lo scrivono molti osservatori ed è la tristissima e inquietante verità. Gli Usa di Trump ricordano l’Italia dopo la marcia su Roma, scrive Paolo Borgna su “Avvenire”. Il predominio della forza sulla regola di diritto (il sopruso un tempo esercitato ma negato e coperto da finzioni) oggi è prepotentemente esercitato senza veli, proclamato e rivendicato. Le analogie con il primo Gabinetto Mussolini: la milizia privata del presidente, la violenta repressione della protesta, l’inganno sociale vale a dire una strategia crudele e classista, che gioca sulle divisioni tra i più deboli.

– Gli Stati Uniti sono ad un passo dalla guerra civile: speriamo che l’impegno non violento dei cattolici possa scongiurare questo pericolo, in quanto sappia proporsi come vera resistenza disarmata che si distingue appunto dalla guerra civile.  Fu così per le Aquile randagie nel primo periodo dell’insorgente fascismo: la ribellione senza violenza, la resistenza attiva disarmata. Qualcuno sostiene che gli scout nella loro opposizione al regime fascista, che li mise fuori legge, furono profeti del pacifismo.

– Negli Usa sembra che siano i cattolici a reagire al trumpismo: se ci pensavano prima era meglio, ma chi ci dice che coloro che scendono in piazza oggi abbiano votato Trump. E poi le ribellioni sono ispirate e guidate dalle minoranze attive non dalle maggioranze passive… Scrive il mio amico Pino: “Ci siamo…i cattolici fanno la loro parte…il bullo pensava ad una protesta violenta…non è così caro bullo psicopatico…protesta pacifica ma senza sconti, mentre, politicamente parlando, i democratici americani sono molto timidi!!!”.

– Riscopro ogni giorno di più la grandezza di mio zio Ennio sacerdote, che si impegnò rischiando la vita, prima di tutto educando i giovani (credeva nei giovani!), insegnando loro cos’è la libertà e come la si conquista e la si difende da cattolici, appoggiando i partigiani attivamente ma senza l’uso delle armi, salvando vite umane (ebrei e oppositori del regime, ma persino i nemici con lo scambio dei prigionieri), coniugando impegno religioso e civile, mettendo in campo quel coraggio che purtroppo mancava all’alto clero dell’epoca, collocandosi nel filone lombardo dei sacerdoti (da don Gnocchi a don Minzoni, da don Ghetti a don Barbareschi) che seppero testimoniare la verità fino in fondo.

– Spero che la gerarchia cattolica americana non si faccia intortare e sappia reagire all’inganno pseudo-valoriale e rifiuti ogni e qualsiasi piatto di lenticchie, che non si faccia consigliare dagli esponenti cattolici del trumpismo guidati dal vice-presidente Vance e abbia il coraggio di decidere in proprio col Vangelo alla mano, senza tartufesche diplomazie e senza integralismi settari. Non c’è solo il problema dell’aborto, ma l’esigenza è quella di soccorrere tutte le debolezze, le povertà e le indigenze materiali e spirituali.

«Non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso. Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi». Così ha detto il Papa nel passaggio centrale del discorso rivolto stamattina ai partecipanti al convegno “One Humanity, One Planet”. «Madre Teresa di Calcutta, santa degli ultimi e premio Nobel per la pace – ha continuato Leone XIV – affermava a riguardo che “il più grande distruttore della pace è l’aborto” (cfr. Discorso al National Prayer Breakfast, 3 febbraio 1994). La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale». (“Avvenire” – Tommaso Piccoli)

– Osservando il coraggio con cui gli scout delle Aquile randagie affrontarono bastonature e persecuzioni ho pensato a tutti coloro che nel periodo fascista soffrirono sulla loro pelle l’opposizione al regime, da Giacomo Matteotti a tutti i resistenti.  Piero Calamandrei si rivolse con queste parole agli studenti a Milano nel 1955: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione”.

– Non vorrei che il neofascismo di marca trumpiana adottasse nel nostro Paese la sottomarca meloniana. E allora, fin che siamo in tempo, vedano i cattolici di aprire gli occhi e di opporsi alla strisciante deriva italiana. Ci sono parecchi indizi abbastanza chiari, dalle forzature istituzionali a quelle repressive, dalla criminalizzazione degli immigrati al delirio della remigrazione. Siccome, secondo la famosa citazione di Agatha Christie, “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”, stiamo attenti perché sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole voltare pagina, non capendo che, come direbbe mio padre, “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “. Non vorrei chi ci finissimo dentro addirittura con la sponda/spinta americana: sarebbe un’autentica e storica beffa.

 

Il fermo preventivo vittimizza i violenti

Fermo preventivo di 12 ore per persone sospettate di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento di una manifestazione, potenziamento del divieto di accesso ai centri urbani, possibilità di procedere alle perquisizioni sul posto anche in occasione di manifestazioni in luogo pubblico.

Sono queste le principali novità allo studio dell’esecutivo, che vuole la stretta dopo i disordini registrati a Torino sabato in occasione del corteo di Askatasuna, che ha visto alcuni uomini delle forze dell’ordine aggrediti dai manifestanti. L’obiettivo lo ha dichiarato domenica la stessa premier Giorgia Meloni, dopo aver fatto visita agli agenti feriti a Torino: «Faremo quello che serve per ripristinare le regole in questa nazione». La presidente del Consiglio ha deciso di aprire la settimana a Palazzo Chigi con un vertice di governo, «per parlare delle minacce all’ordine pubblico di questi giorni e per valutare le nuove norme del decreto sicurezza».

Dalla riunione dovrebbe uscire un pacchetto di misure destinate a entrare in un decreto legge da portare in Consiglio dei ministri mercoledì pomeriggio. Il vicepremier leghista Matteo Salvini è sicuro che sarà così e confida che sarà un intervento corposo, con la tutela che evita agli agenti l’iscrizione automatica nel registro degli indagati e il fermo preventivo per i manifestanti sospetti prima dei cortei, che «può arrivare anche a 48 ore». L’attualità sta portando dunque l’esecutivo ad accelerare sul pacchetto sicurezza, che da settimane è allo studio, con interlocuzioni fra Palazzo Chigi e Quirinale su una serie di norme.

In particolare il fermo preventivo è considerata una misura «fondamentale» dagli addetti ai lavori per consentire lo svolgimento pacifico delle manifestazioni. Salvini avrebbe anche insistito sulla proposta di obbligare gli organizzatori dei cortei a depositare una cauzione a copertura di eventuali danni. (“Avvenire” – Giulio Isola)

Legiferare con urgenza sull’onda emotiva degli avvenimenti non è mai cosa buona e giusta. Figuriamoci quando si tratta di problemi riguardanti la compatibilità tra difesa dell’ordine pubblico e rispetto dei diritti fondamentali quali libertà di manifestare le proprie idee. Ci sono dei limiti invalicabili previsti dalla Costituzione, esistono dei principi fondamentali per vivere in una società democratica: in questo quadro vanno visti i disordini e le eventuali violenze durante le manifestazioni di protesta. Per essere chiaro dirò che non è accettabile scoraggiare o soffocare la protesta per evitare possibili violente intemperanze: bisogna saper combattere le violenze senza pregiudicare il sacrosanto diritto di protestare. Non sono ammesse scorciatoie.

Ancora giovanissimo ero segretario di sezione della DC e durante un dibattito congressuale mi permisi di sostenere l’idea del disarmo della polizia nei conflitti di lavoro: era un periodo caldo a livello di protesta e contestazione studentesca e operaia. La mia provocatoria proposta, che peraltro faceva riferimento ad un disegno di legge, presentato in Parlamento da un esponente della sinistra D.C. (se non erro l’onorevole Foschi) e mai approvato, fece andare su tutte le furie alcuni iscritti, in particolare uno che gridò: “I canòn a la polisìa”. Fu la mia caporetto, da quel momento ebbi vita dura e in poco tempo mi spodestarono democraticamente (?) da segretario.

Ho ripreso questo episodio per significare come non sia giusto scadere in un clima poliziesco e legiferare con l’accetta. Mio padre mi spiegava come il consenso alle apparizioni del Duce fosse regolarmente favorito ed accompagnato preventivamente dal fermo e dall’arresto degli oppositori al fine di evitare prima del nascere ogni protesta.

Le misure preannunciate dal governo vanno nel senso della distrazione di massa rispetto ai veri enormi problemi sociali, della criminalizzazione di quanti protestano considerati tutti quali potenziali omicidi di poliziotti. Stiamo creando un clima allarmistico, che a breve può dare anche l’impressione di essere propedeutico al mantenimento dell’ordine, ma che a medio e lungo termine porta a maggiore, conflittuale e deleterio disordine.

Quanta demagogia e quanta voglia di cavalcare le emozioni…per fare cosa? Per spillare voti sull’onda della paura. Verso chi? Verso gli immigrati, i ladri, gli sfascia-vetrine, i manifestanti violenti, chiunque osi dissentire dall’andazzo di regime. Più che la incolumità dei poliziotti ai governanti attuali interessa l’integrità delle urne piene di voti provenienti magari da chi ha paura dei furti e delle piazze e non si accorge che i veri furti e le vere piazzate vengono da chi gli sta direttamente o indirettamente falcidiando lo stipendio o la pensione. Buon sopore salviniano a tutti!

  1. B. politico. L’improvviso e provocatorio appello alle opposizioni, dopo averle bollate come amiche del giaguaro, per concordare in qualche modo un atteggiamento unitario, appare come una furbesca mossa tattica finalizzata da una parte a coprire il flop istituzionale insito nel varo di misure giuridicamente scombinate nonché il flop politico derivante da provvedimenti di marca reazionaria, dall’altra parte ad imbarazzare e comunque a squalificare la sinistra (se sta al gioco perderà ulteriormente identità e voti sull’altare del moderatismo, se non ci sta verrà bollata come barricadiera ed estremista).

 

 

Le illusioni ‘cacca e piscia’

La narrazione che va purtroppo per la maggiore mette in positiva correlazione la prepotenza trumpiana con i risultati a cui sembra portare: la tregua a Gaza, il cessate il fuoco per il freddo in Ucraina, la liberazione dei prigionieri politici in Venezuela, le proteste contro il regime iraniano. Si fa strada un perfido ragionamento di questo tipo: la prepotenza paga, per ottenere qualcosa bisogna minacciare, ricattare, intervenire duramente, al limite anche usare la violenza, instaurare un clima di paura e di scontro.

Innanzitutto sul piano concreto i risultati di cui sopra appaiono oltre modo illusori, propagandistici e meramente precari. A Gaza si continua a morire (500 palestinesi dopo la tregua), in Ucraina tra qualche giorno si riprenderà a morire, in Venezuela la democrazia è lungi dal tornare a vigere (se bastasse l’arresto di Maduro…), in Iran il regime sta massacrando i ribelli mentre Trump, dopo essersi eretto a loro incitante difensore, sta temporeggiando (intervengo o non intervengo), preoccupato più del conseguente cataclisma petrolifero che della libertà delle donne iraniane.

Ammettiamo pure che, per dirla con un detto parmigiano, putost che nient è mej putost, ma non vedo quale sia il filo strategico rispetto a queste bullistiche tattichette se non quello di perseguire e consolidare una spartizione del mondo in base alla legge del più forte.

E allora l’Ucraina diventa il tavolo su cui giocare a dadi con Putin, la Palestina diventa il terreno su cui scherzare con Netanyahu, il Venezuela un diversivo per l’accaparramento delle fonti energetiche, l’Iran il demonio su cui scaricare tutte le colpe e con cui mettere in crisi le sempre più ingombranti mire cinesi.

Se questa è una politica interessante da assecondare e rispettare…

Ricordo i rari colloqui tra i miei genitori in materia politica: tra mio padre antifascista a livello culturale prima e più che a livello politico e mia madre, donna pragmatica, generosa all’inverosimile, tollerante con tutti. «Al Duce, diceva mia madre con una certa simpatica superficialità, l’à fat anca dil cozi giusti…». «Lasemma stär, rispondeva mio padre dall’alto del suo antifascismo, quand la pianta l’é maläda in-t-il ravizi a ghé pòch da fär…». Poi si lasciava andare a sintetizzare la parabola storica di Benito Mussolini, usando questa colorita immagine: «L’ à pisè cóntra vént…».

Aspetto con ansia lo spirare di questo vento della verità. Quanto tempo e quanti morti occorreranno per scoprire le pisciate di Trump? Per ora siamo alle prese con le cagate mediatiche di supporto e con le omertose scorregge politiche (quelle italiane sono per me le più insopportabili).

La società corrotta “spuzza” disse con grande incisività maccheronica papa Francesco. Mi permetto di parafrasarlo: la strategia di Trump “spuzza”.  La puzza è grande, ma non tutti la percepiscono. I deodoranti sono potenti, ma prima o poi la fogna verrà allo scoperto… e le illusioni finiranno.

 

 

 

Stabilità, crescita, ricchezza e…povertà

La manovra italiana e soprattutto l’andamento della spesa pubblica (criterio-chiave del Patto di stabilità riformato) va nella giusta direzione, l’Italia sta facendo quanto richiestole dalle raccomandazioni Ue. È una promozione a pieni voti quella contenuta nell’opinione della Commissione Europea sulla bozza di legge di bilancio di Roma, nel quadro del pacchetto d’autunno del semestre europeo. Confermando la concreta possibilità che a giugno Bruxelles proponga la chiusura della procedura per deficit eccessivo. (da “Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

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La promozione del rating dell’Italia da parte dell’agenzia Moody’s, che ha alzato il giudizio sul debito sovrano da Baa3 a Baa2 con outlook stabile, rappresenta una notizia che non si registrava da ventitré anni e che segna un passaggio simbolico e politico di grande rilievo. L’agenzia americana, storicamente la più severa nei confronti del nostro Paese, ha riconosciuto quella che definisce una traiettoria coerente di stabilità politica, disciplina di bilancio e attuazione delle riforme, con particolare riferimento all’utilizzo del Pnrr e alla prospettiva di investimenti pubblici sostenuti nel triennio 2026-2028, superiori al 3,5% del Pil. (da “La nuova Bussola Quotidiana – Ruben Razzante)

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Il Belpaese incassa anche la promozione di S&P: il rating è confermato a BBB+ e le prospettive riviste al rialzo da ‘stabili’ a ‘positive’ “La traiettoria di maggiore credibilità verso l’Italia non conosce soste. Il lavoro paga”, ha detto il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti salutando la decisione di S&P. (ansa.it)

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Cresce povertà assoluta in Italia, allarme Caritas: +43,4% di indigenti in 10 anni. Aumenta ancora la povertà assoluta. Le persone che vivono in condizioni di indigenza rappresentano ormai il 9,8% degli italiani, cioè 5,7 milioni di cittadini, suddivisi in 2,2 milioni di nuclei familiari. Così certificano gli ultimi dati Istat sul tema, evidenziando un aumento esponenziale negli ultimi 10 anni: le famiglie in povertà assoluta sono aumentate del 43,3%. (da SkyTG24)

Noi viviamo in due diverse realtà, una virtuale fatta di numeri e una effettiva fatta di condizioni di vita. Non vanno d’accordo. A chiudere il paradossale cerchio è il fatto che il consenso ai governanti si forma sulla base della realtà virtuale narrata a livello mediatico. La democrazia è imprigionata in questo gioco dell’assurdo.

Un tempo si votava guardando il proprio portafoglio oppure ascoltando la voce del cuore: il portafoglio portava a destra, il cuore a sinistra. Oggi la stragrande maggioranza non vota più forse perché nel subconscio non accetta questa bolla entro cui siamo chiamati a respirare: una democrazia asfittica, non solo senza valori da rispettare, ma addirittura senza interessi da difendere.

Gli analisti favorevoli sostengono che l’attuale governo può essere promosso in quanto capace di creare stabilità politica ed economica; gli analisti contrari lo bocciano in quanto incapace di promuovere crescita economica e di creare nuova ricchezza. Ma anche la crescita non basta: c’è crescita e crescita! La ricchezza non si ridistribuisce automaticamente, tende ad andare dove già esiste ricchezza, creando ulteriori sperequazioni: bisogna rivedere i meccanismi di accumulo (perequazione salariale) e di ripartizione della ricchezza (perequazione fiscale). Questa dovrebbe essere la vocazione storica della sinistra riformista, invece essa propone dei pannicelli caldi e non riforme.

Perfino la Cina – il più grande laboratorio di crescita quantitativa della storia umana, la potenza che ha fondato più di ogni altra la propria legittimità politica sull’accumulo di riserve economiche – ha recentemente annunciato una svolta epocale, ad esito del Quarto Plenum che ha approvato il Quindicesimo Piano Quinquennale (2026-2030): la crescita economica non è più la priorità assoluta dello Stato; ora ciò che conta è il consolidamento della rilevanza strategica. Un messaggio che ha stupito l’Occidente, perché giunge dal Paese che ha trasformato l’espansione economica in religione civile e disciplina collettiva. Eppure, proprio (e finanche) la Cina ci indica ciò che nessuna retorica occidentale osa ammettere: le società che non ripensano il proprio modello di sviluppo e le proprie priorità, sono destinate a implodere. Ciò conferma che la crescita illimitata non è un destino ineluttabile, ma una narrativa ideologica da cui possiamo e dobbiamo affrancarci. «Chi crede che la crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle o un economista» ammoniva Kenneth Boulding. La crescita a tutti i costi, la crescita non buona, non rafforza le civiltà. Le distrugge. Di troppa crescita (e di crescita non buona) si muore. (da “Avvenire” – Francesco Cicione)

 

 

 

L’audience televisiva non combatte la criminalità

Non c’è rete tv che non abbia una trasmissione dedicata al crimine con particolare riguardo al femminicidio: è diventato un passatempo, un salotto giornalistico continuo, una sorta di maniacale e macabra passione mediatica che coinvolge il telespettatore inducendolo al morboso interesse.

Non c’è rispetto per le vittime di cui si indaga la vita senza alcun riguardo, i presunti colpevoli vengono immediatamente messi alla gogna, si auspica giustizia sommaria, si chiede giustizia proprio mentre si innescano processi mediatici a prescindere da ogni e qualsiasi regola giudiziaria.

I fenomeni criminali, tra cui il femminicidio è forse il più grave, meritano attenzione seria e analisi approfondite: il mezzo televisivo non è il più adatto al riguardo (almeno per come viene impostato e utilizzato). La spettacolarizzazione è dietro l’angolo e di certo non aiuta alla comprensione degli eventi.

Mi auguro che il suicidio dei genitori di un autore di femminicidio, verificatosi in questi giorni, non sia frutto dell’accanimento mediatico messo in atto senza scrupoli. L’orrore che si vorrebbe far uscire dalla porta rientra dalla finestra. Sembra che i pm ipotizzino il reato di istigazione al suicidio per la gogna mediatica subita dai due coniugi che ne hanno anche parlato nella lettera di addio lasciata all’altro figlio.

I dibattiti si sprecano e viaggiano sui binari della banalizzazione, della strumentalizzazione, del protagonismo e dell’opportunismo. Mentre a livello giornalistico si opera una stucchevole e triviale analisi dei fatti criminali, a livello politico si spacca il capello in quattro per render più o meno punibile e grave il reato di violenza sessuale. Si viaggia sul filo del rasoio tra “consenso libero e attuale” e “volontà contraria all’atto sessuale”, tra educazione sessuale a livello scolastico e il relativo placet famigliare. Su queste definizioni e questioni si crea contrapposizione politica. Purtroppo le soluzioni ai problemi criminali non stanno nei salotti televisivi e nemmeno nelle aule parlamentari. Il discorso è molto complesso e profondo.

Si dice che tutti devono fare la loro parte. Sono d’accordo, ma forse prima di fare la propria parte bisognerebbe conoscere bene il problema, altrimenti si fa solo confusione. Tutti dovrebbero fare un passo indietro, riflettere per evitare inutili scorciatoie e dannosi polveroni. Il diritto all’informazione è sacrosanto, quello alle chiacchiere da salotto ne è la fumettistica caricatura.

Non vorrei essere un giudice costretto ad applicare leggi poco chiare, approvate per tacitare le piazze e soddisfare i salotti. La politica che va per la maggiore tende a convincere la pubblica opinione che tutto si risolva con l’aggravamento delle pene; la gente si lascia convincere tanto per mettere a posto la propria incoscienza. I reati aumentano, ma almeno ne abbiamo parlato a vanvera e abbiamo legiferato giusto per coprire la nostra irresponsabilità!