Uniti sì, ma contro la politica di Trump

La Conferenza episcopale degli Stati Uniti (Usccb) prende le distanze dall’incontro di preghiera tenutosi nello Studio Ovale della Casa Bianca giovedì 22 ottobre, in cui diversi vescovi statunitensi hanno chiesto a Dio di benedire il presidente Trump. Lo fa sapere il portavoce dei vescovi Chieko Noguchi, che rimarca: «Non si tratta di un’iniziativa organizzata dalla Usccb. Non è affiliata alla Conferenza». Nel video dell’incontro, postato su X dalla consigliera per le comunicazioni della Casa Bianca Margo Martine e su Twitter dall’account ufficiale dell’arcidiocesi di Denver, si vedono diversi presuli che tendono le mani, mentre il presidente Donald Trump siede con le mani giunte e il capo chino, seduto alla scrivania. Compare anche la direttrice per gli affari religiosi della Casa Bianca, Jenny Korn, che su Twitter ha scritto che l’incontro «non riguardava la politica». I timori suscitati, però, sono tanti, viste le distanze tra le posizioni del presidente Trump e i vescovi cattolici su politiche migratorie, deportazioni, interventi militari in Venezuela e Iran e, ultima in ordine di tempo, la decisione, poi ritirata, di trasmettere in diretta streaming la fucilazione di Nidal Hasan, autore della strage di Fort Hood.

Tra le tante occasioni che hanno rimarcato la posizione della Chiesa, anche le prese di distanza dalla guerra di Leone XIV, a seguito delle quali Trump lo ha criticato direttamente, accusandolo, tra le altre cose, di ritenere «giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare» e arrogandosi il merito della sua elezione. È proprio la guerra in Iran, assieme ai dazi imposti dal taycoon, secondo i sondaggi, ad aver fatto emergere «una preferenza a doppia cifra tra gli elettori a livello nazionale per i Democratici rispetto ai Repubblicani al Congresso», rilancia il sito d’informazione cattolico The Pillar. L’arcidiocesi di Denver, da parte sua, giustifica la presenza dell’arcivescovo, dicendolo impegnato in un dialogo con Trump «sulla sacralità della vita, dal concepimento alla morte naturale, e sulla dignità che Dio ha donato a ogni persona», invitando i fedeli «a pregare per la nostra nazione e i suoi leader» e facendo riferimento all’«esortazione di san Paolo a pregare per tutti coloro che detengono l’autorità (1 Timoteo 2,1-2)». Dietro all’organizzazione dell’incontro, ipotizza The Pillar, ci sarebbe Mario Enzler, responsabile dello sviluppo e consigliere senior presso l’Heritage Foundation, un think tank conservatore di Washington «che si ritiene abbia esercitato una notevole influenza sull’agenda della Casa Bianca di Trump». L’ex guardia svizzera, secondo quanto viene riferito, avrebbe passato settimane a invitare i vescovi, molti dei quali hanno rifiutato di essere presenti. (“Avvenire” – Irene Funghi)

Innanzitutto vorrei sapere cosa ne dice papa Leone XIV. Va benissimo l’unità all’interno della Chiesa, di cui il Papa ha fatto un obiettivo fondamentale del suo pontificato, ma direi che tutto ha un limite… Benedire Trump è un atto perfettamente in linea con le sacrileghe benedizioni alle armi, alle guerre e ai dittatori, che purtroppo la Chiesa nella sua storia non si è risparmiata. Quando vedo nei filmati d’epoca i vescovi italiani che appoggiavano pubblicamente Benito Mussolini, mi vengono letteralmente i brividi. Uguale reazione ho avuto di fronte a questi vescovi americani… Il Papa ha già detto parole coraggiose sulla politica trumpiana, aggiunga una esplicita e dura reprimenda verso i suoi colleghi statunitensi: a mio modesto avviso ci sarebbero gli estremi per una sospensione a divinis, che viene comminata a tanti sacerdoti per comportamenti meno gravi rispetto a questo scandalosa compromissione col potere e con la politica trumpiana.

Questa iniziativa episcopale appare come un’aperta sconfessione delle coraggiose posizioni pastorali prevostiane. Ancor più grave il fatto che questa blasfema preghiera benedicente venga giustificata col discorso del rispetto della vita (anti-abortismo etc. etc.), che funge da foglia di fico a copertura delle malefatte belliche, stragiste e genocidarie. Ancor più grave che si faccia riferimento alle esortazioni di san Paolo: una vera e propria eresia…

Faccio molta fatica da sempre a capire la società americana; il discorso vale anche per la Chiesa e per i cattolici americani. Mi pare ci siano grosse contraddizioni: troppo burocratica e tollerante infatti la presa di distanza della conferenza episcopale.

«Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare.  Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!».

Così dice Gesù. Se tanto mi dà tanto questi vescovi si dovrebbero mettere al collo una macina e gettarsi in mare, perché stanno dando grande scandalo. Spero che non se ne rendano conto fino in fondo, spero che il Papa lo faccia loro presente, spero che i cattolici statunitensi non si facciano fuorviare, spero che la pace trionfi nonostante Trump e i suoi vescovi politicamente schierati nel peggiore dei modi.

Dietro queste iniziative dell’episcopato più o meno ufficialmente rappresentativo ci sta una compromissione col potere politico. Non voglio la Chiesa relegata nelle sacrestie, ma nemmeno a braccetto con i signori della guerra.

«Vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli. Io vedo la chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia» (papa Francesco).

Ospedale da campo e non esercito di sussistenza!!!

«La linea di Cristo, come quella dei profeti, dello stesso Battista, non è stata apolitica, circoscritta cioè al solo piano etico-religioso, ma ha tentato di sconvolgere le situazioni sociali esistenti nel suo mondo. L’eguaglianza che Gesù ha predicato e praticato conteneva, in radice, il sovvertimento dell’ordine costituito: in esso non c’era posto per il tempio di Gerusalemme, ma neanche per la reggia di Erode o la corte imperiale di Roma» (Ortensio da Spinetoli)

Una Chiesa sovversiva, che sta dalla parte dei deboli e non va in soccorso dei forti!!!

Leone XIV ha votato per le elezioni Usa di midterm. È il primo Papa a farlo nella storia. Il Vaticano ha confermato che il Pontefice «ha esercitato il suo diritto di voto come cittadino degli Stati Uniti» approfittando della possibilità di votare in anticipo per posta. Negli Usa si voterà il 3 novembre. Ovviamente non è dato sapere a quale candidato il Papa abbia dato il suo voto, essendo la votazione segreta. Quello che si sa è che Leone XIV ha criticato aspramente la violenza delle politiche migratorie messe in campo dall’amministrazione del presidente Donald Trump, in particolare in riferimento all’utilizzo delle forze armate dell’Ice e al «trattamento disumano» dei migranti. In primavera Prevost aveva affermato che Dio respinge le preghiere di coloro che vogliono la guerra con «le mani sporche di sangue», e ha definito inaccettabile la minaccia di Trump di distruggere la civiltà iraniana. (“Avvenire” – Agnese Palmucci, Roma)

Per chi avrà votato papa Leone? L’importante è che abbia votato e che abbia ripetutamente preso le distanze dalla dissennata politica trumpiana. Se poi desse finalmente una bacchettata solenne, aperta e pubblica a certi suoi confratelli nell’episcopato americano sarebbe “veramente cosa buona e giusta, suo dovere e fonte di salvezza”, senza paura delle divisioni.

«Per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna» (Papa Francesco).

 

 

 

La sinistra silenziosa

Il motivo dominante delle proteste di piazza può essere sintetizzato nello slogan che va per la maggiore: “Meno armi e più cure”. Finora il nostro Paese ha dimostrato di saper ingoiare senza battere ciglio qualsiasi indirizzo politico, mugugnando nel privato, ma non avendo il coraggio di protestare in pubblico e scegliendo addirittura di astenersi dal voto. La si poteva definire come una protesta silenziosa.

Finalmente si è verificato uno scatto nella coscienza politica popolare con la manifestazione di una sana indignazione. Il tema dominante della protesta riguarda la guerra: la gente non accetta gli equilibri bellicisti e punta ad uno stop al riarmo col dirottamento delle relative risorse alla sanità e al welfare.

Su questo piano esiste una discrasia tra la piazza e la politica: la sinistra che dovrebbe avere la vocazione a interpretare e rappresentare queste istanze dimostra di non essere né carne né pesce, vale a dire di non avere la capacità politica di corrispondere alle rivendicazioni popolari tramite convincenti programmi di governo, ma ancor prima di non avere nemmeno la credibilità per affiancare le proteste. In poche parole una sinistra che non sa fare politica e non sa nemmeno andare in piazza.

Nella piazza che contesta Meloni, non sembra esserci fiducia su chi dovrebbe rappresentare un’alternativa di governo: “Il campo largo? Non ci rappresenta“, spiegano in tanti manifestanti. “Quando governava il Pd gli studenti che contestavano venivano manganellati allo stesso modo di oggi”, accusano gli studenti dei collettivi. Ma è soprattutto sul tema degli armamenti che i progressisti non raccolgono consensi tra chi sfila e sciopera. Al massimo, c’è chi aspetta da Pd, M5s e Avs e il fronte progressista fatti concreti: “La posizione contraria sul 5% del Pil sulle spese militari? Lo vedremo alla prova dei fatti“, spiega una manifestante, mentre mette dei fiori su un cannone di cartapesta, così come si diceva negli slogan degli anni Sessanta. (“Il Fatto Quotiiano” – Alberto Sofia)

Un tempo si diceva che la sinistra era capace di riempire le piazze ma non di riempire le urne, oggi le piazze si riempiono nonostante la sinistra e le urne non si riempiono anche e soprattutto per colpa della sinistra. Stop alle armi, stop alle ingiustizie, stop all’evasione fiscale, stop alla sanità dei ricchi e stop ai salari da fame.

Sul discorso delle armi la sinistra non riesce, soprattutto a livello europeo, a farsi sentire e ad uscire dal pretestuoso tunnel ucraino, impostando iniziative diplomatiche incisive e coraggiose nei rapporti internazionali.

Sul tema della sanità la sinistra soffre delle pecche emergenti dalle regioni in cui ha governato e governa e delle carenze provenienti dal passato durante il quale ha governato senza incidere veramente sull’assetto della sanità pubblica.

Analogo discorso può essere fatto sul welfare in generale e sull’altro tema che tocca nel vivo i cittadini, vale a dire la sicurezza.  Mentre la destra usa la demagogia della paura, la sinistra non è in grado di dimostrare nei fatti che la sicurezza non è soltanto una questione di ordine pubblico ma la premessa, la precondizione, il presupposto e la conseguenza delle politiche che puntano all’emancipazione degli sfruttati, degli emarginati, dei più deboli, alla liberazione da tutte le forme di oppressione (oggi potremmo aggiungere anche di manipolazione, che spesso è una forma di oppressione).

In mancanza di questi coraggiosi fronti di impegno alla sinistra rimane l’appiattimento sul leaderismo senza leader nell’illusione di creare il leader col ricorso alle elezioni primarie impostate come goffa imitazione dell’incostituzionale elezione (quasi) diretta del premier (è la sacrosanta tesi di Massimo D’Alema) nonché consegnarsi al vittimismo soffrendo la sindrome dei capponi di Renzo e perdersi nei meandri del moderatismo datato e del riformismo fragile.

Un tempo (vedi sessantotto e settantasette) i giovani contestavano alla politica un pragmatismo di mera conservazione adottando un piglio fortemente ideologizzato; oggi la politica si nasconde dietro deboli pseudo-ideologie di ritorno per fronteggiare la contestazione radical-pragmatica dei giovani.

Anche il discorso del rifiuto dei metodi violenti non può essere un blocco alla comprensione e alla condivisione dei motivi della protesta: la sinistra si deve distinguere anche in questo dall’impostazione perbenista e reazionaria della destra.

Se ai giovani e alla gente che protesta manca un riferimento a livello politico e se alla politica manca un riferimento ai giovani e alla gente che protesta, la democrazia si inceppa e rischia grosso. La politica chiedeva fino ad oggi un risveglio della gente, oggi è la gente risvegliata che chiede udienza alla politica. La sinistra o capisce questo o si consegna alla peggiore delle sconfitte.

 

La zuppa di Netanyahu e il pan bagnato di Eisenkot

È immaginabile un’alleanza dei partiti ebraici anti-Netanyahu con i partiti arabi? È praticabile cioè la via maestra che escluderebbe dal potere l’uomo, Netanyahu, che secondo molti ha favorito più o meno consapevolmente la tragedia del 7 ottobre 2023 e di sicuro è l’artefice principale del genocidio a Gaza e della pulizia etnica in pieno svolgimento in Cisgiordania? A oggi non lo è. A urne chiuse e dopo la diffusione dei primi exit poll questa ipotesi è stata esclusa da molti dei leader dell’attuale opposizione ebraica, a cominciare da Eisenkot. Del resto, con rare eccezioni, nella politica israeliana è sempre valsa tra le forze di tradizione sionista una rigida conventio ad excludendum verso i partiti arabi, visti come elementi estranei e tendenzialmente ostili allo Stato ebraico.

Anche nell’ultima campagna elettorale quasi tutti i partiti dell’opposizione ebraica hanno mantenuto questo “veto”. Solo Yair Golan, leader dei Democratici (la sinistra ex-laburista), ha lasciato aperta la porta a forme di collaborazione con i partiti arabi. Un passo concreto e importante verso una possibilità di incontro tra partiti ebraici progressisti e partiti arabi l’ha compiuto la United Arab List, che ha candidato ed eletto Yoav Segalovitz, figura di spicco della politica ebraico-israeliana. Già viceministro della sicurezza nazionale e già capo dell’intelligence della polizia israeliana, Segalovitz ha dichiarato alla vigilia delle elezioni: «Sono ebreo, sionista e corro nel partito degli arabi. Insieme cambieremo Israele. Solo col nostro appoggio Eisenkot potrà governare. Nella società gli arabi sono dappertutto, ora devono cadere le barriere politiche».

È improbabile che l’appello di Segalovitz trovi ascolto tra i capi del blocco ebraico anti-Netanyahu. Ma oggi l’improbabile è la sola vera speranza per chi crede in un futuro di convivenza tra ebrei e palestinesi in Israele e Palestina. E l’improbabile nella storia anche recente si è rivelato più di una volta la via non solo più promettente ma più realistica verso il futuro.

Come raccontano Edgar Morin e Mauro Ceruti nel loro libro La nostra Europa, era del tutto improbabile l’Europa comunitaria, sociale e pacificata che Spinelli, Colorni, Rossi e Hirschmann descrissero nel manifesto di Ventotene, scritto nel 1941 quando sembrava imminente la vittoria di Hitler nella Seconda guerra mondiale. Ed era improbabile, decisamente improbabile, nel Sudafrica dell’apartheid all’inizio degli anni Novanta che il capo del regime segregazionista Frederik de Klerk decidesse pressoché all’improvviso di liberare dal carcere il capo della maggioranza nera del paese Nelson Mandela che era in prigione dal 1964 per reati di “terrorismo”, e subito dopo di consegnargli democraticamente il potere.

Anche nella storia di Israele è capitato l’improbabile: negli stessi anni in cui il Sudafrica diventava una democrazia, sembrò a portata di mano la pace tra Israele e palestinesi grazie agli accordi di Oslo del 1994, accordi firmati da due leader – Rabin e Arafat – tutt’altro che pacifisti e nonviolenti ma semplicemente realisti, consapevoli che le guerre generalmente finiscono con accordi di pace tra nemici.

Il realismo dell’improbabile è la speranza da coltivare nell’odierno Israele. Perché la speranza si realizzi servirebbero leader capaci, come Mandela e De Clerk, di andare oltre sé stessi, la loro biografia, la loro consolidata diffidenza verso “il nemico”. Bisognerebbe che si formasse una coppia che oggi sembra impossibile, come tra Gadi Eisenkot ex-comandante in capo delle forze di difesa israeliane e Marwan Barghouti, il leader dei palestinesi di Cisgiordania, in carcere da oltre 20 anni come Mandela, come Mandela per reati di “terrorismo”.

L’alternativa a questo estremo improbabile è che nasca in forma più o meno allargata una coalizione di forze ebraico-israeliane con dentro sia Netanyahu sia qualcuno dei leader che fino a ieri lo additavano come il male di Israele: vorrebbe dire ancora massacri di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, vorrebbe dire Israele sempre più somigliante a uno Stato razzista e suprematista. Va coltivato l’improbabile, con ogni mezzo, da tutti coloro che a questa deriva non si rassegnano. (Roberto Della Seta – Israele e la necessità di coltivare l’improbabile –Micro Mega)

tando ai numeri emergenti dai risultati elettorali israeliani non dovrebbe cambiare niente nella politica governativa di questo Stato: anche in campagna elettorale non esistevano i presupposti per qualche importante mutamento negli equilibri. Netanyahu non è più autosufficiente in Parlamento, ma non si intravede un’alternativa praticabile: la coalizione dell’opposizione poteva e può essere sbrigativamente definita alla luce del famoso detto “se non è zuppa è pan bagnato”.

A questo punto i casi realistici sono due: governo di larghe intese (chi lo guiderà e quali saranno le intese…) o governo di minoranza (guidato da Netanyahu o Eisenkot? e con quale programma se non quello sostanzialmente continuista per arrivare magari a nuove elezioni da tenersi al buio bellico fitto…).

Dall’interessante situazione prospettica sopra riportata delineata da Roberto Della Seta emerge un quadro politico di “spes contra spem”, vale a dire un’evoluzione basata su una fede e una speranza incrollabili in un futuro migliore o in una soluzione accettabile, anche quando la realtà circostante, le avversità o la crisi fanno sembrare tutto perduto. Nell’uso moderno (ripreso da figure come Giorgio La Pira o Marco Pannella), significa anche “essere speranza” anziché limitarsi ad “avere” speranza, trasformando l’atteggiamento interiore in un impegno attivo.

Sono perfettamente d’accordo sul fatto che, se alla politica togliamo i sogni, resta la mera gestione più o meno razionale dell’esistente: nel caso israeliano, genocidi e pulizie etniche perpetrati in paradossale difesa di enfatizzati rischi di sopravvivenza.

Un cambio nella politica israeliana darebbe peraltro qualche respiro al ridimensionamento trumpiano e, perché no, anche a quello putiniano: sarebbe cioè un colpo agli equilibri internazionali basati sulla forza dei nervi tirati. Non è un caso che Trump abbia fatto un vero e proprio endorsement a favore di Netanyahu e abbia quindi lanciato un avvertimento allo Stato di Israele di questo tipo: voi siete fortissimi e siete in grado di condizionare la presidenza statunitense, ma tenete conto che la presidenza americana è capace di condizionare l’assetto mediorientale che sta a cuore a Israele.

Sapranno gli israeliani prescindere da questi diktat incrociati compromettibili sulla pelle dei palestinesi? Sapranno i partiti arabi portare la politica israeliana dai compromessi più bassi della guerra fratricida a quelli più alti della pace (im)possibile?

Non sono esperto della galassia arabo-israeliana, ma penso che effettivamente qualcosa di nuovo posa venire di lì e chissà… Speriamo che, per dirla con un famoso detto parmigiano, non si tratti della sperànsa di mälvestì ca fâga un bón invèron.

 

Il mio sdegno lo riservo tutto per Giorgia Meloni

Il 28 ottobre 2026 la Giudice per le indagini preliminari (Gip) di Milano, Tiziana Landoni, ha respinto la richiesta della Procura di convalidare il fermo e di applicare misure cautelari nei confronti di Youssef Siher, attivista e ricercatore accusato di aver fondato sui social il “Movimento 17 ottobre”, disponendo l’immediata liberazione del giovane dal carcere di San Vittore.

Secondo la decisione del tribunale, le accuse formulate dalla Procura – che ipotizzavano l’istigazione a delinquere aggravata da finalità terroristiche ed eversive – sono state ritenute prive di fondamento:

Nelle attività e nei messaggi social di Siher non sono stati riscontrati concreti elementi di incitamento alla violenza o pianificazione di attentati, bensì un tentativo di mobilitazione e “disobbedienza civile” contro le politiche del governo. La giudice ha rilevato altresì la totale mancanza dei presupposti di urgenza che avrebbero dovuto giustificare il fermo cautelare.

C’era da aspettarselo, appariva infatti evidente la forzatura giudiziaria, che creava, seppure indirettamente e involontariamente, l’occasione per la cavalcata governativa del pretestuoso ed ipocrita tentativo di squalificare sul nascere e indiscriminatamente le proteste in atto.

Un motivo in più per essere attenti ed intransigenti difensori dell’autonomia della magistratura e della divisione dei poteri a livello istituzionale. Resta la perplessità per la totale divergenza di opinioni fra pubblico ministero e giudice per le indagini preliminari. Così come non oso pensare che la Gip di Milano abbia voluto aiutare i protestatari, ma semmai solo difendere i loro diritti, non voglio nemmeno lontanamente immaginare che la procura milanese abbia voluto dare una mano al governo.  Mi rimane addosso comunque un certo pur prevedibile e forse un tantino malizioso stupore. Vuoi vedere che l’aria politica pesante al limite dell’intimidatorio, che regna nel Paese si ripercuote anche sulle procure della Repubblica?

Lo stupore aumenta se considero che la Presidente del Consiglio ha espresso profondo sdegno attraverso i propri canali social, definendo la scarcerazione una decisione “vergognosa” e “una mortificazione per le forze dell’ordine e per i cittadini”.

Io, da cittadino, non mi sento affatto mortificato, anzi! Mi sento invece schifato dalle reazioni di Giorgia Meloni e interrogato in modo inquietante sul suo operato sempre più ai limiti della democrazia formale e oltre quelli della democrazia sostanziale. Il tutto ancor più inaccettabile considerato il vomitevole e coccodrillesco (da una parte subdole critiche e dall’altra niente conflittualità fra politica e magistratura) controcanto del ministro Carlo Nordio con tanto di sviolinata alla procura ed esclusione (bontà sua…) di ispezioni sull’operato della Gip.

Non so se sia legittimo che i governanti si esprimano in questo modo sul comportamento di un giudice (definire una decisione vergognosa non è una semplice ed ammissibile critica); certamente non è serio e tanto meno opportuno. No ho idea se esistano gli estremi per un intervento ufficialmente censorio da parte del presidente della Repubblica, che fino a prova contraria presiede il Consiglio Superiore della Magistratura; sarebbe quanto meno opportuno un pressante invito alla correttezza istituzionale, ma siamo al punto che Mattarella dovrebbe quasi tutti i giorni rimproverare qualcosa al governo e quindi capisco che non ne possa più…

D’altra parte il leitmotiv del governo Meloni è quello di attaccare sempre chi osa essere in contrasto con i propri indirizzi: è così verso la stampa che infatti sta diventando sempre più di regime, è così con l’opposizione in Parlamento, che infatti si sta riducendo a pirlamento, è così coi sindacati, che infatti stanno progressivamente perdendo  la loro verve conflittuale e la loro forza d’urto e non costituiscono più la massa critica sociale tipica del sistema democratico, è così nei confronti delle Regioni ritenute un inutile orpello pseudo-costituzionale (salvo sventolare la bandierina delle autonomie rafforzate), è così verso chiunque abbia l’ardire di criticare e ancor più di protestare.

E allora ben venga che la gente scenda in piazza per togliersi il bavaglio e rimuovere la sordina, che invece purtroppo continua a funzionare.

Si pensi a quanta enfasi accusatoria hanno usato i media nei confronti dello sbrigativo “mostro” Youssef Siher, e quanta poco spazio hanno concesso alle motivazioni della sua scarcerazione, si pensi a quanta assurda par condicio mediatica è stata riservata alla decisione di un magistrato (competente) e alla reazione di una governante (incompetente), si pensi a quanta demagogica attenzione viene rivolta ai danni procurati dalle violenze di piazza rispetto al silenzio riservato alle rivendicazioni della piazza stessa e alle violenze subite da tanti cittadini ad opera di chi (s)governa, si pensi al fatto che tutti i santi giorni a tutte le ore del giorno protagonista televisiva assoluta è Giorgia Meloni (più in Rai che in Mediaset…).

La decisione della Gip milanese è stata citata solo per consentire a Giorgia Meloni di insolentire questa giudice che ha osato ragionare sotto l’influenza del codice penale e non sotto la pressione di quello che sta giorno dopo giorno rivelandosi come un vero e proprio regime.

Ricordo che mio padre, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi diceva: se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”. Tutto più o meno così ed è così, in forme e modi più moderni, ma forse ancor più imponenti e subdoli, anche oggi in Italia.

L’opportunismo non si addice alla questione ucraina

Matteo Salvini stringe i pugni e disegna la Sfida: «Se mi risceglierete come segretario porterò in Consiglio dei ministri una posizione chiara: non possiamo continuare a dare soldi e armi all’Ucraina».  La Lega apprezza. A cominciare da Luca Zaia: «Certo che sono d’accordo con Salvini… Sono obiettore di coscienza. Questa guerra si sta radicalizzando, rischia di diventare il nostro Afghanistan, siamo in guerra dal 24 febbraio 2022 quasi più anni della seconda guerra mondiale. Penso sia fondamentale che si arrivi a un armistizio e poi a un processo di pace. Questo lo può fare solo la diplomazia…». Il vicepremier si domanda, retoricamente, se le armi e i soldi a Kiev siano la via migliore per la pace. Non basta. Salvini auspica di investire sulla diplomazia, invita con garbo gli alleati «a ragionare», coltiva il dubbio e dà atto agli ucraini di essere un popolo. Oggi i possibili effetti della sortita sull’Ucraina non ci sono. Non c’è crisi di governo. Non c’è voto anticipato. C’è invece una riflessione che coinvolge il governo sugli aiuti a Kiev. Solo pochi giorni fa il ministro della Difesa Guido Crosetto precisava alla Bbc come «probabilmente entro la fine dell’anno» verrà stanziato un nuovo pacchetto d’aiuti. Ma niente è deciso e nulla è sicuro. Con lo spettro di Roberto Vannacci alle porte e con Donald Trump che ha già frenato, anche Meloni sta rimodulando lo slancio accanto all’Ucraina. Tanto che – al netto della Lega – non viene considerato scontato il via libera ad un nuovo decreto che autorizzi l’invio di aiuti per il 2027. La speranza è che le interlocuzioni per la pace funzionino, togliendo il tema dal tavolo della campagna elettorale ed evitando alla premier di fare i conti con inevitabili schermaglie nella coalizione. (“Avvenire” – Arturo Celletti)

Se Atene piange, sparta non ride. La questione ucraina è divisiva nel centro-destra, ma anche nel centro-sinistra. Che mi irrita non sono le divisioni: non c’è infatti da stupirsi per una divergenza di vedute su un tema così importante e delicato. Il fastidio è per l’opportunismo con cui viene affrontato: Salvini ne fa un’occasione populistica per rimanere in sella al suo partito; Conte ne fa una tattica per andare alle primarie e magari vincerle. Degli Ucraini non frega niente a nessuno: men che meno a Giorgia Meloni che recita la parte di europeista-interventista, mentre Elly Schlein non ha il coraggio di mandare a quel paese centristi e riformisti che si nascondono dietro il perbenismo filo-ucraino.

Ci sono temi per i quali non è ammesso l’equilibrismo politico interno e internazionale: uno di questi è la guerra. Non è un caso che la Costituzione usi al riguardo un termine fortissimo e imprescindibile: il ripudio. Se partiamo dalla Costituzione il reiterato invio di armi all’Ucraina si rivela per quello che è: un modo per abdicare all’impegno per la pace, un modo per rinunciare alla diplomazia, un modo per consolidare in senso manicheistico alleanze e schieramenti a livello internazionale, un modo per tacitare le coscienze facendo finta che gridino vendetta.

Se consultassimo seriamente l’opinione pubblica troveremmo molta saggezza: basta con le armi! È pur vero che la Costituzione non ammette referendum sulla guerra. Qualsiasi decisione formale dello Stato sulla partecipazione a conflitti, alleanze militari o invio di armi si articola attraverso trattati internazionali o leggi di bilancio, che non possono essere assoggettati a referendum.  Di conseguenza, la Corte Costituzionale boccia regolarmente i quesiti referendari che toccano indirettamente queste materie, considerandoli un tentativo di aggirare il dettato costituzionale. Tuttavia la politica dovrà pure ascoltare il comune sentimento della gente.

Non credo che nell’agire politico ci sia lo scopo del perseguimento del bene del popolo ucraino, ma, oltre evidenti tatticismi, la volontà di salvare la faccia e di galleggiare sul mare tempestoso degli equilibri internazionali.

 

 

L’interessante ma problematica internazionale della protesta

Non hanno un leader, non hanno un portavoce, non hanno nemmeno un vero programma. Ma da oggi hanno il potere: la Lista degli Studenti vince in Serbia e spedisce nei libri di storia i 14 anni del regimetto di Aleksandar Vucic e degli eredi di Mladic, dei massacri anni ’90, delle sbornie nazionalistiche. Prima ancora delle proiezioni elettorali, è Vucic ad ammetterlo: «Non abbiamo ancora i risultati definitivi — dice l’ex presidente —, ma sulla base d’un campione è chiaro che abbiamo perso queste elezioni. La Lista degli Studenti ha vinto: otterrà fra i 135 e i 140 seggi, mentre noi ne avremo 105». Le prime percentuali confermano: 52% all’opposizione, 39,3 a Vucic.

La storia serba volta pagina. La gioia di Belgrado esplode nella notte, con cortei d’auto e clacson, cori a cantare una vecchia canzone popolare, «Tri poljupca ohcu ja», voglio tre baci, che serviva a indicare il numero (tre) della lista sulla scheda ed è diventata l’inno della vittoria. Il risultato degli studenti, sorprendente ma non inatteso, è il più profondo cambiamento politico dalla cacciata di Slobodan Milosevic, 26 anni fa e dopo la guerra del Kosovo. Qualcosa di paragonabile alla fine dell’era Orbán in Ungheria. 

Una prima volta, per una marcia studentesca cominciata con due anni d’anticipo sugli altri movimenti di protesta europei: anche un modello, per i nuovi indignados spagnoli e francesi, tedeschi e albanesi. Senza rompere un vetro e senza sparare un petardo — e partendo due anni fa dalla rabbia per una tettoia crollata alla stazione ferroviaria di Novi Sad, 16 morti, cui seguì una serie di corruzioni e d’insabbiamenti, di media imbavagliati —, gli Studenti serbi si sono fatti di mese in mese partito politico. E nel più puro movimentismo, agitando il simbolo d’una mano insanguinata, bussando porta a porta in ogni villaggio, dopo due anni sono riusciti a cacciare il piccolo autocrate balcanico che da ragazzo faceva il portavoce delle pulizie etniche e per tre lustri ha fatto della Serbia un Paese a libertà limitate. I nuovi vincitori restano comunque un’incognita. 

Il loro capolista è un cardiologo, Ilija Srdanovic che ora esulta («abbiamo voltato la faccia a un tiranno, andiamo verso una Serbia migliore»), ma non è affatto sicuro che farà il premier. Sono vaghe le loro posizioni internazionali su Ue, Russia, Cina e pure sull’eterna questione del Kosovo. Sono generiche le loro promesse elettorali: più onestà, più libertà ai media, più soldi alle scuole, poco altro.

La vittoria degli Studenti s’è intuita nel pomeriggio, guardando l’affluenza. Mai visti tanti votanti. L’ultima volta era stata nel 2000, quando il 70 per cento s’era presentato alle urne con un’idea ben precisa: spedire a casa, e poi al Tribunale dell’Aia, Milosevic e il suo decennio di massacri balcanici. Il benservito all’erede di Slobo è arrivato con affluenze simili, oltre il 70 per cento. Sui social, per tutta la domenica sono rimbalzati video dal Canada all’Australia, coi serbi della diaspora in fila alle ambasciate per votare. Code ai confini della Croazia e del Kosovo. Perfino Vucic ha dovuto aspettare due ore, prima d’arrivare all’urna. Chiaro, il perché di tanta partecipazione: per la prima volta, sei milioni e mezzo di serbi hanno avuto l’occasione di chiudere i conti. E ne hanno approfittato. (Corriere della Sera)

Potrà essere un modello per gli studenti spagnoli, francesi, tedeschi e italiani? Resto in Italia e ammetto che mi è venuto spontaneo il parallelismo coi cinque stelle in versione prima maniera grillina. In Serbia però c’era qualcosa di peggio da spazzare via e questo paradossalmente aiuta; c’era un nemico preciso da combattere e battere; c’era una spinta storica al cambiamento. In Italia la democrazia è nonostante tutto più matura e ha purtroppo gli anticorpi controrivoluzionari, ha esponenti antidemocratici sparsi dappertutto, ha una storia cambiata dalla resistenza e dalla Costituzione ma comunque bisognosa di essere rinverdita e applicata.

A proposito della nostra Costituzione, Piero Calamandrei, in un celebre discorso agli studenti, disse: “La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”. L’immagine è tanto semplice quanto potente. Perché ci ricorda che il diritto positivo, da solo, non va molto lontano. Ha bisogno di forze sociali e politiche che lo sostengano, di soggetti che lo rendano reale, di conflitto democratico che lo difenda e lo faccia avanzare. (Cinzia Sciuto – MicroMega)

Il parallelismo con i recenti movimenti di protesta è piuttosto problematico e forse azzardato. In Serbia c’è più politicizzazione, in Italia c’è molto malcontento prepolitico, in Serbia hanno obiettivi precisi che sono sfociati nella presentazione di una lista alle elezioni, in Italia lo scontento è forte ma fuori dalle logiche politiche e istituzionali.

In Italia non si riesce a capire fino a qual punto le proteste potranno influire sul voto elettorale mentre in Serbia hanno determinato clamorosamente il risultato elettorale. Non ho idea se gli studenti serbi siano in grado di assumere fino in fondo responsabilità di governo: auguro loro di non rimanere vittime di esondazioni istituzionali. Gli Italiani che scendono in piazza sono in una fase di mobilitazione sociale peraltro assai complessa, ma ben lontani dal puntare alla conquista del potere tout court.

Comunque sia, meglio l’incerto del certo.

Di certo, previsioni alla mano, l’autunno da poco iniziato da caldo rischia di farsi rovente. Il malessere generato dal caro vita dovuto all’inflazione, la rabbia degli autotrasportatori e di altre categoria per i continui rincari dei carburanti, il ribollire del mondo studentesco finiscono per affiancarsi o perfino sommarsi, mescolandosi nel calderone generale delle proteste, che – fra quelle annunciate in questura, auto convocate sui social e perfino improvvisate – continuano ad aumentare di numero. Per averne un’idea, si può scorrere l’elenco di eventi, sit-in, occupazioni e cortei «segnalati da chi li organizza e da chi partecipa», costantemente aggiornato sulla home page di un sito web dal nome emblematico: mappadellarivolta.org . Il suo contatore indica sino a fine gennaio, «227 mobilitazioni in programma», fra cui «50 cortei, 24 presidi, 54 scioperi generali, 37 scioperi di categoria, 1 picchetto, 21 assemblee e 40 altre iniziative». Il sito, da quel che si legge, funziona come una sorta di bacheca, raccogliendo – avvertono le sue regole – «solo iniziative pubbliche e pacifiche, con una fonte (comunicato, locandina, calendario ufficiale)», niente dati personali (»chi organizza si indica con la sigla») e niente «inviti a bloccare, occupare o scontrarsi», tanto che blocchi e occupazioni possono essere inseriti solo «come avviso» su «possibili disagi» (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

La complessità del fenomeno italiano aggiunge interesse, ma anche dubbi e incertezze. Forse si sta creando una zeppa entro cui gli stessi protestatari rischiano di perdere la bussola. Sarà possibile trovare un denominatore comune fra protesta giovanile, mobilitazione dei sindacati di base e azioni messe in atto dai sindacati confederali? Una cosa è certa: il governo italiano sta già perdendo la bussola e non riesce a fronteggiare la situazione se non a livello poliziesco e repressivo. Un’occasione da non perdere…

La distanza irrimediabile tra piazza e Palazzo è una metafora molto utilizzata in questo contesto: la politica è vista come lontanissima e si tende a dubitare anche delle parole degli inquirenti, almeno quando adombrano strategie rivoluzionarie portate avanti su Instagram. L’incognita semmai, per chi è abituato a sussurrare alle masse, è proprio la mancanza di una regia complessiva, in grado di dare voce al malessere ma nello stesso tempo di arginarlo e guidarlo sui binari della legittima contrapposizione democratica. «Vuole sapere se siamo di fronte a mondi separati che non hanno un coordinamento tra loro? Le rispondo che sì, è vero – dice Cremaschi, un passato nella Cgil e un presente da animatore esperto di queste nuove agorà sociali -. Nello stesso tempo, però, in una fase storica in cui la questione sociale ha messo a nudo la pochezza della classe dirigente europea, devo anche dire che un portuale, un autotrasportatore, un contadino e uno studente oggi si possono capire molto più che in passato. Perché parlano lo stesso linguaggio». (“Avvenire – Diego Motta)

 

Trovato (forse) il mostro, squalificata (ipocritamente) la protesta

È stato fermato su disposizione della Procura di Milano, Youssef Siher, il ricercatore 30enne italiano di seconda generazione ritenuto la ‘mente’ del Movimento 17 ottobre legato agli scontri avvenuti nel centro del capoluogo lombardo lo scorso weekend. Le ipotesi sono istigazione a delinquere, terrorismo e l’articolo 420 bis del nuovo decreto legge, ovvero violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. La moglie risulta indagata a piede libero per gli stessi reati. Al 30enne è stato contestato oltre all’istigazione a commettere reati attraverso i social (avrebbe fatto apologia di uno o più reati) e alla “violenza organizzata” prevista dal decreto sicurezza appena entrato in vigore, anche il terrorismo in base all’articolo 270 bis, comma 1, che stabilisce che “chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico è punito con la reclusione da sette a quindici anni”. (Ansa.it)

Mancava il mostro da sbattere in prima pagina per mettere in discussione la serietà delle fastidiose proteste in atto: eccolo!  Anche ammesso e non concesso che la sfilza di reati appioppati a Youssef Siher sia provata, nulla toglie alle ragioni di migliaia di persone, giovani ma non solo, che stanno protestando nelle piazze italiane.

È a sera, unendo i puntini di una giornata lunghissima, che si comprende meglio la partita politica che si è giocata nelle piazze. Il profilo di Youssef Siher è perfetto per capire come e dove si muoverà il Governo nei prossimi giorni e in vista delle prossime manifestazioni: l’affondo preventivo e repressivo sarà verso la galassia pro-Pal vicina a posizioni «islamiste», indiziata di costituire la regia occulta dell’intera mobilitazione giovanile; l’affondo politico sarà al contempo verso quelle che saranno definite le «contiguità» di una certa sinistra. Una strategia che va di pari passo con la rivendicazione della linea dura, alla luce di un bilancio giornaliero meno pesante di quanto temuto. Solo nei seguiti giudiziari dei fermi, però, si andrà a misurare l’efficacia del nuovo decreto-sicurezza, e su questo punto l’Anm ieri ha già fatto capire quale musica suonerà: le nuove norme del governo, ha detto l’associazione dei magistrati, sono «miopi». (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

I pro-pal sono amici dei terroristi islamici, la protesta giovanile è più o meno al sevizio dell’islamismo, una certa sinistra (quale?) è contigua a questa baraonda piazzaiola, la linea dura e repressiva del governo è quel che ci vuole, tutto va ben madama la Meloni…

I media vergognosamente asserviti al potere fanno disinformazione totale: i giovani sono soltanto degli sfasciavetrine, dietro le proteste ci stanno disegni criminali, meno male che il governo mostra i muscoli e quindi ci possiamo sentire tranquilli.

Un’istituzione che presume sistematicamente la malafede rischia di rendere la diffidenza una risposta ragionevole. Una che riconosce responsabilità e autonomia può invece favorirne l’esercizio. È un processo lento, spesso invisibile, nel quale le regole e le disposizioni morali si trasformano reciprocamente. Per questo la qualità della convivenza dipende anche dal modo in cui scegliamo di governarla. Parlare di sicurezza, soprattutto quando ci sono di mezzo giovani e giovanissimi, non può farsi senza parlare di scuola, disuguaglianze e integrazione. Occorre chiedersi perché chi incontra lo Stato, spesso incontra il controllore e quasi mai una promessa mantenuta, nessuno che accoglie o riconosce. Il disagio ignorato alimenta la protesta, la protesta violenta invoca repressione, la repressione può approfondire la distanza da quelle stesse istituzioni che dovrebbero provare a colmarla. Non è un destino. È un rischio alimentato da politiche miopi. (“Avvenire” – Vittorio Pelligra)

Non voglio santificare tutti coloro che protestano, mi compiaccio che finalmente tante persone stiano trovando il coraggio di denunciare ingiustizie, malgoverno e malapolitica, vorrei capire a fondo le loro ragioni, auspico che la politica possa aprirsi al dialogo con i partecipanti alle proteste di piazza, respingo eticamente, culturalmente e politicamente gli intenti repressivi dell’attuale governo, non condivido affatto gli sfoghi violenti ma non accetto il nascondere dietro di essi le responsabilità di chi ha responsabilità di governo, critico aspramente la sinistra perché non ha saputo e non sa interpretare e rappresentare le emergenti istanze rivendicazioniste e non vuole affrontare positivamente il giovanile malessere sociale.

Mi rifaccio ancora a quanto affermato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Accanto alle necessarie scelte congiunturali occorre sviluppare «strategie adeguate nel farsi carico dello spaesamento dei giovani e del loro timore di asservimento o di emarginazione. Il punto è che la società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione. Perché si tratta di «una grande questione sociale», di una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze del Paese. In modo tale che le preoccupazioni del presente si specchino nell’impegno a progettare il futuro».

 

 

 

 

 

 

Il midterm della democrazia tra piazze e urne

«Ci sentiamo sicuri. Almeno fino a quando la destra resterà al potere», aggiunge Yossi. Daniel annuisce: «Sono indeciso tra Likud o Otzma Yehudit. Non ci sono alternative. La sinistra ci consegnerebbe nelle mani dei palestinesi». «Nessun altro è forte abbastanza», aggiunge Daniel. La forza – percepita – è la base dell’appeal dell’attuale premier. «È leader da così tanti anni che una parte della popolazione lo vede come indispensabile, l’unico in grado di difendere Israele», spiega Anshel Pfeffer, autore della nota biografia “Bibi: the turbulent life and times of Benjamin Netanyahu”, pubblicata da Basic Books e ancora non tradotta in italiano. Una narrazione capace di resistere al palese fallimento della sicurezza il 7 ottobre. E alle recenti inchieste che hanno rivelato gli allarmi ignorati da parte del governo. «I sostenitori le considerano un’invenzione della sinistra. Netanyahu è maestro nella propaganda. Ha fatto di tutto per convincere l’opinione pubblica di avere fatto un buon lavoro, rendendo Israele la grande potenza del Medio Oriente – sottolinea Pfeffer –. E tanti gli credono». (“Avvenire” – Lucia Capuzzi, inviata a Sderot)

Riporto questo emblematico estratto della situazione politico-elettorale israeliana per evidenziare come la democrazia a livello mondiale sia indubbiamente in crisi e come, con ogni triste probabilità, non basteranno le prove elettorali sparse nel mondo a toglierla dall’incubo in cui è infilata.

Elezioni in Israele, elezioni di midterm negli Usa, elezioni in Spagna, elezioni in Francia, elezioni in Italia. Una tornata che potrebbe diventare un vero e proprio tornado di destra più o meno estrema. Sì, perché l’aria che tira sembra prospettare addirittura una sorta di extrema ratio consistente nell’alternativa fra destra conservatrice, destra nazionalista e destra estrema o nel loro ignobile connubio.

È così in Israele, ma è così anche, tutto sommato, negli Usa dove i trumpiani malvestiti sperano che faccia un buon inverno, è così in Europa dove non si va al di là delle speranze che la destra non sia poi così estrema da regalarci neofascismo e neonazismo riveduti e corretti. In estrema sintesi la democrazia sta viaggiando sul filo del rasoio.

È inquietante doverlo ammettere, ma almeno in Europa ci possiamo attaccare alle dilaganti proteste di piazze che non credono più alle promesse della politica: la Francia sembra essere in prima linea, ma anche Spagna e persino Italia stanno arrivando al dunque. Da una parte questo clima evidenzia drammaticamente la debolezza istituzionale della democrazia, dall’altra dimostra che la gente dimostra ancora una certa reattività, che rischia di debordare nella violenza per fare paradossalmente il gioco di chi condanna l’esasperato disordine sociale solo per devitalizzare pregiudizialmente e indistintamente le proteste.

Si potrà instaurare un legame fra piazza ed elezioni? Potrà la piazza scuotere la politica in senso democratico? Si formerà un cortocircuito fra protesta e voto? Sempre meglio i rischi che si stanno correndo in Europa del piattume israeliano e statunitense. La protesta infatti ha anche una valenza pacifista, che non trova spazio alcuno nel resto del mondo dove la sicurezza è consegnata pedissequamente alla guerra.

Per capire bene come il Governo e la maggioranza hanno vissuto il sabato dei cortei, bisogna mettere al centro la dichiarazione del ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha prestato i militari per la gestione dell’ordine pubblico: «I miei complimenti al collega Piantedosi e alla Polizia per aver individuato l’ideatore del movimento 17 ottobre. Non un emarginato ma una persona molto introdotta e che aveva avuto molte più occasioni di lavoro e collaborazioni di gran parte dei suoi coetanei. Da quotidiani ad enti pubblici, ha frequentato il gotha dell’intelleghentia italiana. E si sono visti i risultati». Anche il presidente del Senato Ignazio La Russa si complimenta con Piantedosi, e anche nelle sue parole abbondano indizi su dove la maggioranza vuole portare la discussione: «Solo ai delinquenti e a qualche sessantottino in ritardo danno fastidio i nostri uomini in divisa». Ancora più chiaro un uomo della seconda fila di FdI, Sandro Sisler, vicepresidente della commissione Giustizia al Senato: per lui partendo da Siher bisogna procedere verso «la galassia dei collettivi antagonisti, i centri sociali e gruppi di giovani violenti, i cosiddetti maranza, che potrebbero essere strumentalizzati come vere e proprie milizie di piazza». (“Avvenire” – Marco Iasevoli) 

E allora aggiungo (in grassetto per evidenziarne la provocatoria sofferenza e a costo di mettere a dura prova la pazienza dei miei pochi ma buonissimi lettori) qualche ulteriore pensiero relativamente alle proteste di piazza di cui tanto si (s)parla, soprattutto a quelle dei giovani.

Ho sempre pensato che sarebbero stati i giovani a sconquassare i vomitevoli equilibri politici nazionali ed internazionali: se non loro chi?

È più violenta l’ingiustizia perpetrata da chi ci governa (e da chi finge di fare opposizione) o la protesta di chi si ribella ad uno status quo inaccettabile sotto tutti i punti di vista?

È più violenta la generalizzazione reazionaria e squalificante imbastita dal potere verso i protestatari o la sfiducia motivata dei protestatari verso chi esercita il potere direttamente o indirettamente a suon di guerre?

Essere contro la violenza significa capire, come scrive Paolo Borrometi su “Avvenire”, che dietro le vetrine rotte c’è il grido di una generazione senza futuro, che in questa stagione dovremmo avere il coraggio di non fermarci alla cronaca dei disordini, ma capire che al centro ci sono aspettative deluse, mobilità sociale bloccata e bisogno di prospettive concrete, che molti giovani lottano per avere una speranza.

Essere contro la violenza vuol dire individuarla innanzitutto nelle ingiustizie patite da tanta gente e denunciarla apertamente.

Essere contro la violenza vuol dire rimuovere le cause che creano disagio, sofferenza, emarginazione, sfiducia e disperazione.

Solo dopo aver fatto questo coraggioso esame di coscienza ed essersi messi in credibile atteggiamento di cambiamento e di riforma nei contenuti della politica si potrà avviare un discorso critico sul metodo della protesta non per reprimerla, ma per ricondurla alle regole della democrazia (Costituzione, Europa, Pace).

Aldo Moro, prima di condannare e combattere i giovani che sparavano a vanvera con la P38, voleva capire il perché di questo comportamento. Portava i suoi giovani studenti di diritto penale in visita alle carceri per verificare se venisse rispettato il dettato costituzionale del recupero e della rieducazione del condannato. La figlia di Aldo Moro ha aperto una pista di dialogo con gli ex-brigatisti rossi…

Il discorso è ancora e sempre lo stesso: prima di condannare bisogna sforzarsi di capire, di fare ammenda, di dialogare, di educare, di fare politica vera. Solo così si combatte veramente la violenza, non con vuote e strumentali parole, non con 500 militari dislocati in piazza a Milano, ma semmai con 500 progetti educativi rivolti ai giovani e alle loro famiglie in difficoltà (vedi Daniele Novara su “Avvenire”).

La politica non è mera difesa dell’ordine pubblico, non è garantire sicurezza personale con l’insicurezza sociale, non è accontentarsi di reprimere gettando discredito indistintamente su quanti protestano.

Posso dirla grossa? Perché Elly Schlein, anzichè fare i conti con Conte, anziché scrivere programmi con i riformatori del menga e i centristi dei miei stivali, anziché candidarsi a tutti i costi e al buio, non prova ad aprire un dialogo alla pari con i giovani che stanno cercando di dare una strategia alla loro protesta? Certo che ci vuole coraggio! Ma la mia è soltanto una boutade provocatoria alla sinistra, che dovrebbe aprire veramente il campo alla società che si sta ribellando. 

Mi permetto di accendere un lumicino di speranza proveniente dal nostro Paese.  C’è un dato particolare e incoraggiante. A Roma l’atmosfera è stata differente ma massiccia. Si è tenuto il grande corteo nazionale “La via maestra”, promosso dalla Cgil insieme a numerose associazioni della società civile. I manifestanti hanno sfilato pacificamente per le vie della capitale per contestare le politiche economiche e sociali del governo. La Cgil, per bocca del suo segretario Maurizio Landini, ha indetto uno sciopero generale per il prossimo mese di novembre.

Qualcuno ritiene che non sia proprio il momento per indire scioperi generali, pensando che si finisca per buttare benzina sul fuoco o quanto meno per soffiare sul fuoco delle proteste di piazza.

Ritengo invece che possa essere questo un tentativo di legare piazza, società civile e politica. Le cosiddette forze sociali intermedie possono rappresentare e interpretare la protesta, dandole una valenza politica contestatrice ma non violenta, incanalandola su tematiche precise che la tolgano dall’indistinta e confusa rivendicazione, dalla tentazione del giocare allo sfascio istituzionale e politico.

La nostra Costituzione (bisogna sempre farle riferimento) assegna un compito fondamentale ai partiti e ai sindacati, cioè alle forze politiche che dovrebbero garantire la democraticità delle istituzioni e alle forze sociali che dovrebbero radicare il senso politico-democratico nella società civile. La storia insegna che allorquando il clima politico si fa precario e i problemi impazzano si crea spazio per l’opera delle forze sociali, a volta addirittura per la loro supplenza politica, a garanzia del sistema democratico che è fatto di equilibrio tra istituzioni e società.

Il corto circuito educativo provoca la folgorazione dei giovani

Dalla prof accoltellata da un alunno a Roma all’aggressione di un docente sventata in una scuola di Lamezia Terme, nelle più insospettabili aule italiane gli insegnanti sembrano essersi trasformati in un bersaglio. A centrarlo con violenze fisiche ma anche minacce, insulti e prese in giro, però, non sempre sono ragazzini. Spesso a sparare più o meno metaforicamente a zero contro i professori sono uomini e donne adulte. Mamme certe che il figlio abbia avuto un voto troppo basso e insultano l’insegnante, papà convinti che i docenti non siano abbastanza competenti e che scrivono mail aggressive ai presidi, famiglie che contestano una nota alzando la voce durante le assemblee di classe o giudicano inadeguato il modo in cui viene svolto il programma e lo scrivono indignati sui social. I “genitori bulli” sono disposti anche ad alzare il tiro, tanto che di fronte a una presunta ingiustizia ai danni del proprio figlio c’è persino chi arriva ad alzare le mani sull’insegnante ritenuto colpevole. (“Avvenire” – Ilaria Beretta)

Siamo ben lontani dalla regola che mio padre si è sempre imposto: “Mo vót che mi digga quél a un profesór, par poch ch’al nin sapia al nin sarà sempor pu che mi”. Gli insegnanti sono uomini come gli altri, soggetti a sbagliare, con i loro difetti che, a volte, possono anche portarli a commettere gravi ingiustizie. Un tempo avevano sempre e comunque ragione, il loro giudizio non si discuteva e i genitori ne prendevano atto. Oggi si è capovolto il discorso: gli insegnanti hanno sempre torto e i genitori si schierano pregiudizialmente dalla parte degli alunni, creando un cortocircuito pericolosissimo a livello educativo. I giovani infatti, già portati a non accettare i rimproveri dei loro insegnanti, si sentono spalleggiati e quindi ancor più refrattari rispetto alla disciplina scolastica.

Ricordo di aver involontariamente ascoltato, su un bus che portava a scuola alcune ragazzine, il concitato dialogo fra due di esse: parlavano di una loro insegnante, a loro dire piuttosto bisbetica, e una delle due riportava quanto detto al riguardo dalla propria madre: «Sai perché la tua insegnante ti sta addosso con i suoi continui rimproveri? Perché lei è brutta e tu sei molto carina! Tutto è frutto dell’invidia…». Risatine compiaciute.

Può darsi benissimo che l’insegnante fosse bruttina. La ragazza sinceramente non la ricordo. Il personaggio veramente “brutto” era però la scandalosa genitrice: mi chiedo cosa avesse nel proprio cervello per arrivare a simili insinuazioni. Siamo alla pura follia. Anche ammettendo che il comportamento della professoressa fosse veramente improntato all’invidia e alla rivalsa, mai e poi mai una madre dovrebbe sputtanare in tal modo un’insegnante di fronte alla propria figlia. Semmai chieda un incontro, apra un dialogo, anche serrato, ma dire scemenze del genere…

Le istituzioni preposte all’educazione dei giovani, famiglia e scuola, se entrano in conflitto combinano disastri irreparabili. La verità non sta entro i labili confini della potestà genitoriale così come non si esaurisce nell’autorevolezza e nel carisma dell’insegnante, ma si costruisce nella collaborazione e nel dialogo. Diversamente il giovane è lasciato in balia degli impulsi che possono sfociare nella reazione violenta verso i genitori e/o verso gli insegnanti.

La primaria responsabilità educativa è delle famiglie. Mia sorella, acuta ed appassionata osservatrice dei problemi sociali, nonché politicamente impegnata a cercare, umilmente ma “testardamente”, di affrontarli, di fronte ai comportamenti strani, drammatici al limite della tragedia, degli adolescenti era solita porsi un inquietante e provocatorio interrogativo: «Dove sono i genitori di questi ragazzi? Possibile che non si accorgano mai del vulcano che ribolle sotto la imperturbabile crosta della loro vita famigliare?». Di fronte ai clamorosi fatti di devianza minorile, andava subito alla fonte, vale a dire ai genitori ed alle famiglie: dove sono, si chiedeva, cosa fanno, possibile che non si accorgano di niente? Aveva perfettamente ragione. Capisco che esercitare il “mestiere” di genitori non sia facile ed agevole: di qui a fregarsene altamente…

Se non ripristiniamo il virtuoso circuito famiglia-scuola possiamo mettere al ministero dell’istruzione anche san Giovanni Bosco, ma non caveremo un ragno dal buco. Ho tirato in ballo un Santo (e che Santo…) per riferirmi anche al ruolo importantissimo svolto nel passato dalle istituzioni religiose impegnate nell’educazione dei giovani: gli oratori, le varie associazioni cattoliche, etc. etc. Su questo terreno è rimasto ben poco. I giovani sono abbandonati a loro stessi e la trasgressione diventa il loro stile di vita. La spinta a trasgredire non è sempre negativa, ma, se non è accompagnata da riferimenti valoriali, sbocca, oserei dire automaticamente, nella violenza fine a se stessa.

Non è il caso di drammatizzare, ma se non c’è più la famiglia nemmeno da contestare, se non c’è più la scuola da marinare, ancor peggio se scuola e famiglia litigano fra di loro, se anche la religione non aiuta e non sostiene, non so dove si possa andare a finire.   Un giovane può essere autodidatta, difficilmente potrà essere “autoeducatore”. Sì, perché l’istruzione butta dentro nel cervello elementi cognitivi, mentre l’educazione tira fuori dall’animo elementi umani. E in questo contesto così difficile e problematico qual è il compito dei pubblici poteri? Favorire l’educazione, garantire l’espressione e la creatività dei giovani, accoglierne le istanze di cambiamento, puntare al recupero ed al reinserimento dei soggetti devianti.

Quello che dico è semplice: invece di 500 militari, mettiamo in campo 500 progetti educativi. Partiamo dal sostegno pedagogico ai genitori dei ragazzi coinvolti, perché è anche nella difficoltà degli adulti a esercitare il proprio ruolo educativo che dobbiamo cercare una chiave di lettura di quanto è accaduto. Parlo della fatica di accompagnare la crescita degli adolescenti, stabilendo limiti legittimi e aiutandoli a conquistare gradualmente la propria libertà. Non possiamo continuare a insistere soltanto sul versante psichiatrico e della medicalizzazione. Gli interventi sanitari sono necessari quando servono, ma non possono sostituire il lavoro educativo. (“Avvenire” – Daniele Novara)

La tendenza dell’attuale governo e della maggioranza politica che lo sostiene è quella di assolutizzare e isolare il problema della sicurezza, criminalizzare i comportamenti trasgressivi dei giovani tramite introduzione di nuovi reati e inasprimento delle pene, di reprimere, prima ancora che nascano, le contestazioni e le manifestazioni col potenziamento delle forze dell’ordine e la loro licenza di intervenire sbrigativamente e pesantemente, di anestetizzare il movimento giovanile utilizzando guinzagli e museruole.

Il problema della società attuale è che fatica ad accettare quanto sia diventato complesso relazionarsi con le nuove generazioni. È una difficoltà che non possiamo liquidare con una risposta esclusivamente repressiva. La crisi della genitorialità e la difficoltà di sostenere la crescita dei figli meritano attenzione, risorse e interventi concreti, non giudizi sommari. Dobbiamo recuperare i ragazzi, non condannarli. Questo è l’obiettivo che dovrebbe darsi ogni società che voglia definirsi democratica, assumendosi la responsabilità di ciò che è accaduto ma nello stesso tempo offrendo ai minorenni la possibilità di capire, cambiare e costruire un futuro diverso. La sicurezza è necessaria. Ma non c’è sicurezza duratura senza educazione, senza adulti capaci di esercitare la propria responsabilità e senza una comunità che investa concretamente nella crescita delle nuove generazioni. È da qui che dobbiamo ripartire. (ancora “Avvenire” – Daniele Novara)

Molto meglio i vescovoni dei ministroni

«Non desideriamo i Cpr né a Castel Volturno, né altrove» perché «non li riteniamo rispettosi della dignità delle persone migranti», mentre «sicurezza e dignità devono andare necessariamente insieme, sempre! Altrimenti rischiamo di smarrire la bussola del diritto e della civiltà». Lo scrive in una nota l’arcivescovo di Capua e vescovo di Caserta, monsignor Pietro Lagnese, annunciando la sua partecipazione sabato 24 ottobre a Castel Volturno alla manifestazione nazionale contro i Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio), uno dei quali il governo lo vuole realizzare proprio nella città costiera casertana, spendendo 43 milioni di euro per 120 posti.

Con Lagnese ci saranno altri vescovi, come don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, Angelo Spinillo, vescovo di Aversa, Michele Autuoro, vescovo di Benevento, Giuseppe Mazzafaro, vescovo di Cerreto Sannita, Giacomo Cirulli, vescovo di Teano. Lagnese, che fin da aprile ha denunciato le scelte del Governo, sostenuto dai vescovi campani e di altri territori, ribadisce che «le nostre Chiese hanno espresso con chiarezza la propria preoccupazione, ponendo al centro la dignità di ogni persona, in particolare di quella migrante, e il rispetto dei diritti, nell’orizzonte della Dottrina sociale della Chiesa, ribadita più volte da Papa Francesco e oggi, con altrettanta fermezza e decisione, da Papa Leone XIV». Dunque, aggiunge, se «garantire la sicurezza e la legalità è certamente un dovere fondamentale e irrinunciabile delle istituzioni» tuttavia, «una sicurezza autentica e duratura non si costruisce diffondendo la paura, cedendo alla tentazione di cercare capri espiatori o dimenticando le sofferenze di chi fugge da povertà estrema, guerre, persecuzioni e ingiustizie». Migranti che, denuncia il vescovo, «sono persone che hanno diritto a essere perciò trattate con rispetto e chiedono di poter diventare parte attiva delle società che le accolgono: è questo il pensiero della Chiesa».

Per questo i vescovi continuano a «guardare con seria e motivata preoccupazione all’ipotesi di realizzare dei Cpr». In particolare Castel Volturno, la “piccola Africa” dove vivono migliaia di immigrati, «non ha bisogno di strutture restrittive e contenitive che rischiano di assimilare la condizione di vulnerabilità alla criminalità e di produrre ulteriore degrado sociale e morale». Ha invece bisogno di «veri percorsi di integrazione, di misure incisive per contrastare lo sfruttamento lavorativo e la piaga del caporalato, di servizi sociosanitari adeguati e di un’alleanza educativa e civile tra istituzioni, associazioni, realtà ecclesiali e cittadini». (“Avvenire” – Antonio Maria Mira)

E allora? Il governo Meloni farà un altro decreto sicurezza per arginare la contestazione portata avanti dai cattolici e loro pastori nei confronti dell’andazzo pseudo-securitario adottato dal governo stesso? Sarà bollato come invadenza clericale questo coraggioso atteggiamento ecclesiale? Se gli italiani non trovano spunti e riferimenti nella sinistra politica, chissà che non si scuotano davanti agli autorevoli e motivati interventi di alcuni esponenti della gerarchia cattolica. Ritorneranno i tempi del rapporto tra Umberto Bossi (fondatore e storico leader della Lega Nord) e la gerarchia della Chiesa cattolica, caratterizzato da forti tensioni, polemiche e ripetuti scontri politici? I temi dello scontro erano:

  • Politica sull’immigrazione: Il motivo di maggiore attrito è stato il tema dell’accoglienza dei migranti. Bossi ha spesso criticato duramente le posizioni della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e dei vescovi, definendole “parole con poco senso” o polemizzando contro aperture ritenute eccessive (come quelle dell’allora arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, a cui Bossi rivolse frasi polemiche).
  • La legge Bossi-Fini: Già nei primi anni Duemila, i vertici della Chiesa espressero forti perplessità e critiche sulle normative in materia di immigrazione e sicurezza promosse dal governo e legate al suo nome (come la legge Bossi-Fini).
  • L’8 per mille e le “minacce” politiche: Nei momenti di maggiore scontro, Bossi ha ciclicamente polemizzato contro i “vescovoni”, arrivando a ventilare l’ipotesi di mettere in discussione o tagliare l’8 per mille alla Chiesa cattolica.
  • Dichiarazioni provocatorie: In varie occasioni pubbliche (ad esempio a Montecitorio), Bossi ha replicato alle critiche del mondo cattolico e dei giornali d’area invitando i vescovi a “fare qualche messa in più” piuttosto che intervenire nel dibattito politico.

Siamo ancora lì. E pensare che Umberto Bossi era certamente da preferire agli attuali insipidi quanto arroganti esponenti del centro-destra: guai a toccarli, sono come lumache, vanno benissimo ai lumacosi perbenisti italiani. Ritorno al «no ai Cpr, sì all’integrazione» e alla partecipazione dei vescovi della regione campana alla manifestazione nazionale contro i Centri di permanenza per il rimpatrio in quanto non rispettosi della dignità delle persone migranti.

Proprio per questo, conclude il vescovo, la partecipazione e «il sostegno convinto mio e delle nostre comunità ecclesiali a quella manifestazione non nascono da interessi politici, né tantomeno da un’appartenenza ideologica o da logiche di parte. Il nostro unico intento è parlare a nome del Vangelo, per riaffermare e difendere l’inviolabile dignità di ogni persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio». E rispondendo alle non poche critiche ricevute, replica che «la Chiesa non fa politica di parte né persegue visioni di schieramento, ma non può restare in silenzio quando in gioco vi è il valore della vita, della giustizia sociale e del rispetto dei diritti fondamentali dei più deboli». L’arcivescovo auspica che la mobilitazione «possa diventare un’occasione di dialogo e fraternità, invitando tutti i partecipanti a rispettare le regole e la pluralità delle posizioni, senza violenze, contrapposizioni o conflitti». Dunque sabato «diciamo sì alla vita, sì all’amicizia, sì alla solidarietà, sì all’accoglienza e alla fraternità, sì alla pace! Testimoniamo insieme che siamo “Fratelli tutti”, costruendo ponti di incontro e di concordia, mai muri di esclusione e di discriminazione». (ancora “Avvenire” – Antonio Maria Mira)