Ad ogni reazione corrisponde un’azione contraria

In senso generico il termine reazione indica, nel linguaggio politico, ogni comportamento collettivo che, opponendosi a un determinato processo evolutivo in atto nella società, tenta di far regredire la società medesima a stadi che questa evoluzione aveva oltrepassato. In senso più ristretto e corrente reazionari sono detti quei comportamenti intesi a invertire la tendenza in atto nelle società moderne verso una democratizzazione del potere politico e un maggior livellamento di classe e di status, cioè, quello che è comunemente detto il progresso sociale. (Dizionario di politica – Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino)

In questa teorica fattispecie si inserisce perfettamente la “remigrazione”. Remigrare è un verbo che significa “ritornare nel luogo d’origine” dopo una precedente migrazione. Sebbene storicamente neutrale, il sostantivo derivato remigrazione è oggi spesso usato come eufemismo politico per indicare l’espulsione forzata o il rimpatrio di massa di persone con un background migratorio.

Le destre populiste europee, uscite ammaccate dal voto in Ungheria e oggi più lontane dallo scomodo Trump, sono alla perenne ricerca di nuovi cavalli di battaglia. Ne hanno bisogno come l’aria, perché di slogan, avversari e semplificazioni si nutre chi è vicino a queste forze politiche. La remigrazione può rappresentare l’ultima sfida lanciata nel cuore del Vecchio continente. L’approdo nella piazza di Milano è avvenuto sotto vecchi slogan come “padroni a casa nostra” e le tradizionali rivendicazioni anti-Ue, eppure rappresenta un messaggio che in Italia dalla Lega di Matteo Salvini arriva al resto della maggioranza, in particolare a chi guarda al fronte che da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci arriva a CasaPound, cui si deve la raccolta di firme e la mobilitazione sul trasferimento forzoso dei migranti negli ultimi anni. La stessa presenza in piazza di leader come il francese Jordan Bardella e l’olandese Geert Wilders esprime il bisogno di trovare sponde fuori confine, garantite in particolare dal gruppo europarlamentare dei Patrioti per l’Europa. «Remigrazione e lotta all’islamismo affiorano come possibili snodi unificanti per le destre nazionaliste e populiste» osserva Mattia Zulianello, che è professore associato di scienza politica all’Università di Trieste e da tempo studia i movimenti sovranisti radicali. Negli ultimi cinque anni, abbiamo assistito già allo sdoganamento di certi temi, basti pensare all’idea della fortezza Europa, a dimostrazione che non esiste più alcun tabù a destra. (“Avvenire” – Diego Motta)

Sembra che a questo vento reazionario pongano una barriera le “seconde generazioni” di destra per le quali la remigrazione è «roba da Medioevo». Decine di persone con background migratorio, guidate da Forza Italia, hanno manifestato contro le idee dei Patrioti europei: «Basta con lo spauracchio dell’uomo nero». Come non compiacersene sperando che non si tratti di un gioco delle parti e che finalmente la ragionevolezza dell’etica faccia premio sulla insensatezza di certa politica.

Il messaggio di dissenso non lascia spazio a interpretazioni: «Una componente politica purtroppo dà voce solo alla narrazione delle mele marce, che ci ha stancati. Ma esiste anche un’Italia delle seconde generazioni, fatta di persone che si sono integrate e lavorano». Quel che stupisce è che a mettere nel mirino quella parte di Governo che ieri ha partecipato (e contribuito a organizzare) il raduno dei Patrioti europei in piazza Duomo a Milano, Lega in testa, sono alcuni esponenti della stessa maggioranza. A parlare è Amir Atrous, responsabile del dipartimento Immigrazione di Forza Italia Milano, che insieme a un altro centinaio di persone – perlopiù forzisti –, a poche ore dall’apertura del “palco della remigrazione”, ieri ha organizzato la contromanifestazione “Con coraggio – L’Italia che vuole essere raccontata”, presso l’Arco della Pace. L’obiettivo? «Dare voce e riconoscere i cittadini italiani di origine straniera». «La remigrazione è una politica medievale – commenta Atrous ad Avvenire –. Siamo stanchi di queste politiche, perché non risolvono i problemi dei cittadini». E ancora: «Tutte le forze di Governo facciano le leggi. Che senso ha andare in piazza Duomo a manifestare? Contro chi?». (“Avvenire” – Andrea Ceredani)

Sarà il tentativo trasformistico della destra italiana di affrancarsi dalla deriva estremistica europea e mondiale? Un provocatorio assist alla tardiva e tuttavia improvvisata e imbarazzante resipiscenza meloniana? Una goffa e populistica riverniciatura tardo-berlusconiana in salsa mediaset? Una piazzaiola resa dei conti in casa forzista con tanto di smarcamento dall’inettitudine tajaniana? Si sta muovendo qualcosa a destra per rincorrere il nuovo emergente dal dopo-referendum italiano, dal dopo Orban europeo e dal dopo Trump mondiale?

La partita migratoria è certamente rivelatrice e divisiva. I pronunciamenti papali stanno creando scompiglio: la morale, brandita dal duo Salvini-Vannacci e non solo, è politica checché ne dicano Trump e Vance. Cosa ne pensano gli italiani? Finché si tratta di essere contrari alla guerra, tutto è relativamente facile. Quando si tratta di accogliere e integrare i migranti, le faccende si complicano. Non è un caso che Trump negli Usa sia partito proprio da questo contagioso egoismo: sembra che gli americani comincino a porsi qualche “domandina dicifilottina”. Non ho capito se stiano aprendo il portafoglio e verifichino che i soldi stanno calando oppure se comincino ad aprire il cuore vedendo come la cattiveria discriminatoria non porti da nessuna parte.

 

La spada non entra nel fodero

«Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (Papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari)

 

Durante la veglia di preghiera dell’11 ottobre 2025 Leone XIV aveva detto: «La pace è disarmata e disarmante. Non è deterrenza, ma fratellanza, non è ultimatum, ma dialogo. Non verrà come frutto di vittorie sul nemico, ma come risultato di semine di giustizia e di coraggioso perdono. Metti via la spada è parola rivolta ai potenti del mondo, a coloro che guidano le sorti dei popoli: abbiate l’audacia del disarmo!».

Perché e come abbiamo raggiunto questa escalation nell’arco di pochi anni? Si può ancora invertire la rotta? E con quali strumenti? Ma, soprattutto, una volta riarmati al massimo delle capacità industriali e strategiche, quale sarà il prossimo passo? Il dialogo funzionerà meglio o, al contrario, tutti si sentiranno invincibili, pronti a combattere? Insomma, si può davvero pensare che essere armati sia una garanzia per la pace? Forse, più che dai manuali di strategia, ancora una volta un aiuto viene dalla letteratura. Ne «Il deserto dei Tartari» Dino Buzzati racconta un esercito che passa la vita ad aspettare un nemico, costruendo la propria identità sulla minaccia e sulla preparazione alla guerra. Quando finalmente il nemico arriva, è ormai troppo tardi per dare un senso a quell’attesa. La Fortezza Bastiani diventa così la metafora di un mondo che si arma per sentirsi sicuro e finisce per vivere solo in funzione della guerra. La domanda che resta è la stessa di oggi: prepararsi al conflitto serve davvero a evitarlo, o lo rende semplicemente più probabile? (“Vatican news” – Guglielmo Gallone)

Ragionando così sembra di sfogliare il libro dei sogni, anche se porgere l’altra guancia non è una virtù ma una necessità. Vediamo di seguito uno dei perché.

Il Fondo monetario internazionale, nel suo World Economic Outlook, analizza le conseguenze economiche e sociali dei conflitti e dell’aumento della spesa in difesa.

La spesa per la difesa può offrire un supporto temporaneo alla domanda, ma a lungo andare i suoi costi – in termini di debito, inflazione e riduzione degli investimenti sociali – pongono rischi significativi per la stabilità macroeconomica globale. Questa volta a dirlo e dimostrarlo con un rapporto non sono attivisti e pacifisti, ma il Fondo monetario internazionale nel suo World Economic Outlook.

Armi o welfare? È questo in sostanza il dilemma economico attuale per i vari Paesi che emerge dall’analisi. Perché a pagare il conto della crescita della spesa in difesa sono principalmente il debito pubblico, lo sviluppo sociale e quindi – aggiungiamo – le generazioni future. (“Avvenire” – Elisa Campisi)

Penso di avere circoscritto il tema delle armi tramite un benefico connubio tra etica ed economia: non è vero che l’industria delle armi crei sviluppo economico e tanto meno benessere sociale, ma un meccanismo socio-economico destinato a implodere.

A questo punto vengo alla politica che a parole si schiera per la pace e il disarmo, ma subito dopo comincia a valutare le esigenze condizionanti della difesa per arrivare a giustificare il riarmo e finire nel tritacarne della guerra (a cosa servono le armi se non a fare la guerra!).

Cosa sta facendo il governo italiano nella situazione bellica dell’Ucraina?

Il quadro che emerge è quello di un governo che, su più fronti simultanei, lavora per aggirare i meccanismi di controllo che la Legge 185/90 aveva costruito: modifica la legge in senso meno trasparente, firma accordi di coproduzione militare senza informare adeguatamente l’opinione pubblica, consente o favorisce la presenza di aziende italiane nella filiera dei droni ucraini.

Gli italiani hanno appreso di essere inseriti in una lista di potenziali bersagli militari russi dal sito del Ministero della Difesa di Mosca, non da un comunicato del governo italiano, non da un dibattito parlamentare, non da una dichiarazione dei ministri competenti.

Mosca ha già qualificato questa situazione come “cobelligeranza”. Il governo italiano non ha smentito, non ha chiarito, non ha convocato un’audizione parlamentare sulle quattro aziende citate.

Ha invece abbracciato Zelensky e firmato un Drone Deal. La distanza tra ciò che viene dichiarato “sostegno alla pace”, “difesa dei valori europei” e ciò che viene fatto: finanziamento pubblico a produttori di motori per droni tattici, modifica delle norme di trasparenza sulle esportazioni militari, accordi di coproduzione con un Paese in guerra, è la misura esatta del doppio standard con cui l’Italia gestisce la propria partecipazione a questo conflitto che i russi stanno vincendo. (“FarodiRoma” – Fortunato Depero e Vladimir Volcic)

Allargo l’orizzonte all’Europa. L’Unione europea si nasconde dietro il dito della difesa comune. In realtà sta vivendo una fase di rapido riarmo, con piani per incrementare le spese militari, inclusa una proposta di 800 miliardi di euro per il periodo fino al 2030, guidata dalla necessità di rafforzare la difesa comune di fronte alla minaccia russa. Questo piano, noto come ReArm Europe o Readiness 2030, mira a una maggiore autonomia strategica. Io la chiamo ipocrisia: c’è sempre un motivo per fare la guerra, basta volerlo…

E la sinistra come si comporta a livello nazionale ed europeo? La posizione della sinistra italiana ed europea sulle armi è generalmente critica, focalizzandosi sul disarmo, la riduzione delle spese militari e la diplomazia per risolvere i conflitti. Tuttavia, emergono posizioni sfaccettate sull’invio di armi in teatri di guerra (es. Ucraina), con alcune componenti (come Verdi-Sinistra) nettamente contrarie, mentre altre adottano posizioni più prudenti o europeiste. In mezzo ad una sinfonia sostanzialmente bellica, si odono suoni di pace che vengono coperti e rischiano addirittura di fare da alibi per una politica complessivamente e vigliaccamente bellicista travestita da (in)sano pragmatismo.

«Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (Papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari)

 

 

 

 

 

Italia a bagnomaria sopra la pentola meloniana oppure…

Dal pantano maleodorante della politica bellica internazionale arrivano anche nel nostro Paese schizzi di fango da cui dobbiamo ripulirci.

Lo schizzo più grosso e imbarazzante riguarda per la verità l’Europa unita e la sua costruzione messa in difficolta dalla tattica statunitense del poliziotto buone e cattivo. Mentre Trump usa le minacce e i ricatti, il suo (in)fido vice Vance si intromette per tirare la volata alle destre in Ungheria e in tutti gli altri Paesi europei portando avanti un disegno di democratura globale.

Per quanto riguarda più specificamente l’Italia siamo sull’orlo del disastro economico e politico: la premier fa finta di niente, ma la realtà è questa. Carlo De Benedetti, intervistato a otto e mezzo su La 7, sostiene che Giorgia Meloni e il suo governo saranno spazzati via anche perché il risultato del referendum ha capovolto la situazione dei consensi: la minoranza che ha dato un curioso mandato al centro-destra si è rivelata oltre modo striminzita mentre si è fatta avanti una maggioranza che chiede il cambiamento.

Purtroppo la classe politica italiana è attualmente quella che è: la maggioranza parlamentare si barcamena fra uno scandaletto e l’altro, ma soprattutto fra una inadeguatezza e l’altra nonché fra una irresponsabilità e l’altra; l’opposizione, con una certa presuntuosa miopia, pensa alle primarie per rilanciarsi, rischiando di impantanarsi nei contrasti che la contraddistinguono.

Ricordiamoci che, come sostiene Marco Cappato, le elezioni primarie, senza base e valore istituzionali e senza legittimazione elettorale, lasciano il tempo che trovano, creando solo equivoci, divisioni e personalismi.

Ecco allora affacciarsi l’ipotesi ventilata da De Benedetti di una sorta di governo di unità nazionale adeguato alle emergenze interne ed internazionali, pronto a far fronte alla catastrofe o comunque alle difficoltà estreme che sono dietro l’angolo. Siamo infatti in una contingenza simile a quella del Covid e sarebbe opportuno che il pallino andasse istituzionalmente in mano al Capo dello Stato per la formazione di una nuova compagine governativa che interrompa la manfrina politica sempre più vergognosa (Zagrebelski la definisce “teatrocrazia”).

Non ci siamo molto lontani: Mattarella avrebbe il duro e ingrato compito di scegliere chi possa evitarci la deriva lacrime e sangue e guidarci alla rispettabilità e alla serietà dell’assetto politico-economico del Paese. Chi ha voluto a tutti i costi interrompere bruscamente la precedente esperienza governativa di simile indirizzo sarebbe doppiamente servito e umiliato.

Rimpasto no, Meloni bis no, crisi di governo no, traccheggiamento di un anno e mezzo col Paese tenuto a bagnomaria no, elezioni politiche anticipate no, riforma della legge elettorale no, giochicchiare in attesa del 2029 per eleggere il nuovo presidente della Repubblica a colpi di maggioranza no, ricambio immediato della classe di governo preparato con le elezioni primarie no, allora?

Prendiamo atto del buio incombente e rimettiamoci al Presidente della Repubblica, visto che ce l’abbiamo e guai a chi ce lo tocca. Diversamente dovremo ingoiare molti rospi a tutti i livelli ed in tutti i sensi: gli italiani hanno lo stomaco buono, ma non so fino a che punto. Sarà meglio provvedere…

Piantedosi così carino così freddino

Fermo di 45 giorni per la nave di soccorso Aurora della Ong Sea Watch disposto dalle autorità italiane che contestano all’equipaggio di non avere comunicato con le milizie libiche. Il provvedimento, piuttosto duro, si aggiunge a quello che interessa anche la Sea-Watch 5, della stessa organizzazione. Nei giorni scorsi era stato comunicato il provvedimento, di cui ora è stata resa nota anche la durata. Aurora aveva salvato 44 migranti, bloccati per cinque giorni su una piattaforma petrolifera abbandonata, e li aveva condotti a Lampedusa.

«Nonostante l’altissimo tasso di violenza contro le persone in fuga e contro le organizzazioni non governative, le milizie libiche continuano a ricevere sostegno politico e materiale da parte del Governo italiano e riconoscimento da parte degli Stati membri dell’Unione europea. L’impunità equivale di fatto a incoraggiare ulteriore violenza. L’Unione europea dovrebbe porre fine a ogni forma di cooperazione e l’Italia dovrebbe stracciare l’accordo Italia-Libia».

 «Fermo di 45 giorni per l’Aurora Sar, sbarcata ad Agrigento. L’imbarcazione, battente bandiera tedesca e parte della flotta di Sea Watch, ancora una volta non ha rispettato gli obblighi previsti per le operazioni di salvataggio in mare. Un’altra grave violazione del diritto internazionale che impone di coordinarsi con le competenti autorità statali. Le leggi si rispettano» si legge in un post sui social del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. (“Avvenire” – Daniela Fassini)

Una domanda al ministro Piantedosi. Chi non rispetta il diritto internazionale? Un’imbarcazione che presta soccorso ai migranti o le unità libiche che da anni intercettano in mare le persone in fuga, spesso con l’uso di violenza estrema, e le riportano forzatamente in Libia, dove sono detenute e subiscono abusi?

Mi sembra che il ministro degli Interni abbia un concetto molto burocratico e poco umano del diritto internazionale. È vergognoso che l’Italia continui a collaborare con le milizie libiche in base ad accordi assolutamente inaccettabili. Se è vero che inizialmente la stipula dell’accordo Italia-Libia è stato un gravissimo errore umano e politico della sinistra al governo (Marco Minniti), è altrettanto vero che la perseveranza in materia dell’attuale governo è diabolica.

Continuiamo imperterriti a nascondere i migranti sotto il tappeto libico. D’altra parte non abbiamo forse rimpatriato Almasri, a capo delle operazioni delle Forze speciali di deterrenza presso la prigione allestita nell’aeroporto militare di Mitiga, considerato come il principale centro di detenzione dell’area di Tripoli. E ciò in barba al diritto internazionale, vale a dire ad un mandato d’arresto con l’accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Ebbene, se devo essere sincero, non mi scandalizzo delle eventuali scappatelle amorose del ministro Piantedosi (come ben si sa il governo è forte, ma la carne è debole), mi si rivoltano le budella al pensiero di come vengono trattati i migranti anche per l’omertoso perbenismo del ministro stesso. Non si dovrebbe dimettere tanto per le affettuosità verso Claudia Conte, ma per l’insensibilità verso i migranti in balia delle onde del mare e/o detenuti nei lager libici.

 

Sinistra, se ci sei, batti qualche colpo

Il quadro politico nazionale (referendum), quello europeo (sconfitta di Orban), quello mondiale (interventi a gamba tesa di papa Leone) stanno cambiando e dovrebbero creare spazi di intervento alla sinistra politica.

In Italia giorno dopo giorno si registra una strisciante crisi del governo di centro destra nonostante i goffi tentativi di recupero della premier a livello di pulizia anti-corruzione (Del Mastro e Santanchè), di controllo sulla burocrazia ministeriale (Bartolozzi zarina di Nordio), di dominio partitico (su FdI e gli alleati) tramite una riforma elettorale di tipo maggioritario e di reinserimento nel gioco istituzionale (puntando al 2029 con l’obiettivo sull’elezione del futuro Capo dello Stato).

In Europa si è chiusa momentaneamente la strada nazional-sovranista a cui Meloni e Salvini erano legati, ma si è aperta quella meramente conservatrice su cui passeggeranno con un certo distacco rispetto alla vita delle istituzioni europee (basti considerare l’apertura di una querelle sulla revoca del patto di stabilità). L’euroscetticismo troverà nuovi campi e cavalli di battaglia.

A livello internazionale non so se stia creando più subbuglio papa Leone con le sue reiterate prese di posizione o la guerra con i suoi flagelli militari e pseudo-diplomatici. Fatto sta che il governo italiano cerca di riposizionarsi rispetto a Trump (che ha prontamente reagito retrocedendo la Meloni in serie c) e rispetto a Netanyahu lasciando scadere gli accordi militari con Israele (la reazione non si farà attendere…).

In questo quadro a dir poco imbarazzante per il governo di centro-destra italiano la sinistra si limita a sfondare la porta aperta della polemica, a guardarsi l’ombelico sperando che si cicatrizzi con le elezioni primarie, a cavalcare l’onda post-referendaria che non tarderà a smorzarsi se non alimentata a dovere.

La polemica non basta, a volte si ritorce addirittura contro i polemizzanti, irrita chi è già in atteggiamento critico e aspetta proposte alternative.

Le elezioni primarie non hanno alcun effetto taumaturgico, non coprono il vuoto della classe dirigente, non hanno valenza istituzionale, non hanno fondamento elettorale, sono puramente indicative e, se non adeguatamente preparate e formulate su linee politiche precise, rischiano di creare ulteriori divisioni fra le forze politiche e imbarazzi nei potenziali elettori.

Quanto all’onda post-referendaria essa si scarica sulla battigia costituzionale e attende la fine della “teatrocrazia” e una vera e propria rifondazione della politica. Gli elettori del referendum hanno fatto una   scommessa sulla tenuta costituzionale del Paese, l’hanno vinta  ed ora attendono di riscuotere la vincita in termini politici. Non vanno delusi, pena il ritorno all’astensionismo.

In questo momento storico credo che il punto di partenza debba essere la politica estera orientata alla ripresa del ruolo pacifico dell’Italia e dell’Europa. Si tratta peraltro di raccogliere il meraviglioso assist di papa Leone.

In cosa si differenzia la sinistra italiana rispetto all’andazzo bellicista che sembra essere inevitabile? Un mio simpatico zio, quando a tavola si condiva l’insalata, chiedeva se c’era stato messo il sale. Perché? Perché sosteneva di non vederne l’effetto in grigio. La sinistra si sente ma non si vede…Ha paura di essere troppo pacifista, di essere troppo anti-occidentale e poco filo-americana, di tradire certe alleanze che ormai stanno andando fuori tempo massimo, di esprimere critiche che potrebbero isolare il Paese (meglio soli che male accompagnati…).

La sinistra italiana è veramente europeista, esprime una rappresentanza in tal senso nel Parlamento europeo? Si confonde nel marasma? Riesce a portare avanti politiche di disarmo e non di riarmo, di equità e socialità o si accontenta della pedissequa difesa del rigore dei parametri contabili? Si impegna nel conferire all’Europa il ruolo adeguato nello scacchiere mondiale o accetta la politica del pesce in barile?

Torniamo in territorio italiano. La sinistra riesce a varare finalmente una riforma fiscale, riesce a riportare la sanità pubblica a servizio dei cittadini, riesce ad impostare una politica economica che non si accontenti di quadrare i conti pubblici?

In poche parole la sinistra è in grado di scaldare i cuori e di allargare i portafogli di chi soffre gravi difficoltà economiche. Un tempo si pensava che la sinistra dovesse governare per imporre sacrifici ai ricchi a favore dei poveri. Proviamoci, senza demagogia, ma con equità e buna volontà.

Non è facile, ma necessario misurarsi in queste sfide, altrimenti è perfettamente inutile inorridire di fronte al governo Meloni, alle guerre, ai genocidi, alle ingiustizie, ai rigurgiti fascisti e nazisti, al disordine internazionale.

 

L’Apocalisse di papa Leone XIV

Le reazioni politiche e culturali agli attuali fortissimi pronunciamenti papali sono state molto superficiali e hanno badato più ad osservare il riposizionamento della politica a livello internazionale e nazionale che a valutare la portata storica delle dichiarazioni di Leone XIV.

Tutti si sono precipitati a considerare la paradossale reazione trumpiana collocandola in una sorta di delirio, mentre in realtà si tratta di una lucida mossa difensiva rispetto allo scompiglio creato nella piccionaia dei rapporti fra cattolicità e politica e ancor più nel meccanismo di consenso religioso su cui si basa la presidenza Trump.

Il Papa infatti, opponendosi in modo così deciso a qualsiasi guerra, ha smantellato la retorica americana “Dio-guerra”, ha messo in grave e seria discussione l’adesione cattolica al progetto Maga, ha inserito un cuneo tra la presidenza statunitense e i cattolici che l’hanno appoggiata a livello elettorale e la stanno tuttora sostenendo a livello programmatico, ha fatto emergere le contraddizioni di questo sciagurato patto religione-politica.

Ma c’è molto di più, qualcosa di epocale che si affaccia sulla storia tramite la squisita e provocatoria convergenza della pastorale prevostiana col Vangelo, per certi versi sorprendente in quanto ha finalmente abbandonato i soliti ammortizzatori diplomatici. Leone XIV si pone in netto contrasto anche con la Chiesa ortodossa russa, che approva l’invasione dell’Ucraina con tanto di benedizione ai soldati…e si mette contro quella maggioranza di musulmani (non solo Isis) che hanno una concezione minimalista della pace e della vita umana…prende le distanze dall’ebraismo incollato all’Antico Testamento ed ai suoi testi dottrinari e storici…mette i puntini sulle “i” di quanti osano pregare su Trump…

Vangelo e Corano non sono la stessa cosa, Gesù e Maometto non la pensano allo stesso modo sulla pace e sulla guerra. L’antropologia dell’Islam è molto distante da quella cristiana. Muovere guerra in nome di Dio non è una forzatura esclusiva del Corano, ma una tentazione per tutte le religioni in tutti i periodi storici. Non è un caso che i facitori di guerra citino spudoratamente l’Antico Testamento, che Donald Trump lisci il pelo ai cattolici per fare guerra alla teocrazia iraniana, che Netanyahu nella sua deriva genocidaria possa contare sull’appoggio della casta religiosa ebraica.

Si tratta di una rivoluzione messa in moto da questo Papa…che sconquasso mondiale politico-religioso…la sua tenace fedeltà al Vangelo non ammette sconti…quanti nemici… Il buonismo dialogico fra le religioni deve essere rivisto nella chiarezza, abbandonando ogni e qualsiasi compromissione col potere. Povero Papa, che battaglia…lo Spirito Santo lo sostenga.

Putin per il momento tace: è più scaltro di Trump che straparla e insulta tutti tranne i suoi compari, Putin e Netanyahu. I maga-lomane sparsi in tutto il mondo sostengono con forza Trump. Il delinquente per eccellenza, Benjamin Netanyahu, è anche lui in allarme. I capi cinesi aspettano che dallo stretto di Hormuz oltre alle petroliere passino anche i cadaveri della geopolitica impazzita. Gli europei aspettano Godot.  Il governo italiano è diviso: ha il “magone” e oscilla tra l’omertoso bellicismo filo-trumpian-israeliano e il penoso bigottismo filo-vaticano in una tardiva, difficile, se non impossibile, pedalata all’indietro.

Senza esagerare siamo spettatori di uno scontro apocalittico fra bene e male, fra un umile papa, che, Vangelo alla mano, fa appello agli uomini di buona volontà, e il maligno, che si serve di uomini potenti (Trump, Netanyahu, Putin, etc.) per raggiungere i suoi scopi distruttivi. Sembra lo scontro fra Davide e Golia.

Ora partiranno le accuse volte a screditare il Vaticano nelle sue malefatte passate e presenti, ma il futuro, nonostante tutto, è dei costruttori di pace: papa Leone sta trovando il coraggio di guardare oltre…sembra quasi averci preso gusto…Giorgio La Pira in cielo applaude e con lui Gandhi, Luther King e tutti gli operatori di pace della storia.

 

N.B.: un grazie di cuore all’amico Pino Gennari, che mi ha ispirato queste profonde riflessioni.

 

 

Adesso in Europa bisogna spazzar via il moderatume

«Abbiamo liberato l’Ungheria!». Péter Magyar saluta così il suo straordinario trionfo, accolto dalla folla festante sulle note di «My way» di Frank Sinatra alla grande piazza Batthiány, sulle rive del Danubio dalla parte di Buda, con il neogotico Parlamento proprio di fronte dall’altra parte del fiume. Budapest è stata tutta la notte in festa, con caroselli di auto, gruppi di gente festante ovunque, concerti in piazza, sembrava quasi che l’Ungheria avesse vinto i Mondiali di calcio. Perché la gente non ne poteva davvero più del governo Orbán, segnato sempre più da corruzione, autoritarismo e occupazione dei media e delle istituzioni. E questo ha consegnato il grande trionfo a Tisza, il partito di Magyar, che ha ottenuto non solo il 53,6% dei voti contro il 37,8% di Fidesz, il partito di premier uscente, ma, cosa essenziale, ha ottenuto la maggioranza dei due terzi, con 138 seggi (contro i 55 di Fidesz), il che gli consentirà agevolmente anche modifiche costituzionali per revocare le riforme istituzionali in senso autoritario del governo Orbán, attuando quanto richiesto dall’Ue per poter avere accesso ai fondi bloccati. Un ruolo fondamentale ha giocato anche l’affluenza da record, la più grande di sempre: il 77,8%.

(…)

«Collaboreremo con spirito costruttivo» ha dichiarato la premier Giorgia Meloni. «Ringrazio il mio amico Viktor Orbán – ha aggiunto – per l’intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall’opposizione continuerà a servire la sua nazione». Adesso l’attesa è che Budapest finalmente sbloccherà il mega-prestito Ue da 90 miliardi all’Ucraina, di cui Kiev ha bisogno urgentissimo e consentirà l’apertura di capitoli negoziali con il Paese di Volodymyr Zelensky (il quale, pure lui, naturalmente si è congratulato) anche se ha annunciato un referendum sull’adesione di Kiev. In generale, l’attesa che la politica dei veti che inceppano l’Europa sia finita, anche se molti a Bruxelles non si aspettano che Magyar sarà un partner facile. Certo è che la sua vittoria è un duro colpo per i due grandi sponsor di Orbán: l’amministrazione Usa di Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin, che aveva nel premier uscente un forte alleato che ha ostacolato in ogni modo il sostegno a Kiev e le sanzioni a Mosca. Del resto, il compito che attende Magyar in patria è a dir poco erculeo: Orbán ha occupato tutti i gangli vitali delle istituzioni e dell’economia, con riforme costituzionali che hanno indebolito il sistema democratico della divisione dei poteri in nome di quella che ha definito «democrazia illiberale». Il tutto dividendo la società con campagne di odio. Far guarire il Paese sarà un lavoro lungo e difficile. E Magyar non potrà fallire, l’attenzione, e l’attesa, su di lui è enorme. (“Avvenire” –  Giovanni Maria Del Re, inviato a Budapest)

 

Vance se ne torna negli Usa con le pive nel sacco, le destre europee più o meno euroscettiche subiscono una bella batosta, i leader europei si entusiasmano (fin troppo), Giorgia Meloni mastica amaro e ringrazia Orban (di cosa?). La democratura globale può attendere.

L’Europa però ha vinto soltanto una piccola anche se importante battaglia, la guerra per l’Unione europea è ancora lunga e piena di difficoltà. Donald Trump ha perso uno dei suoi riferimenti tattici e Putin ha perso un subdolo alleato.

Non credo che Péter Magyar sia un campione di progressismo e di europeismo anche se di questi tempi bisogna accontentarsi. Chi vivrà vedrà. Penso che il buon futuro europeo non sia tanto dipendente dalla coesistenza pacifica dei nazionalismi, ma dalla trasversale spinta ad opera della politica di una sinistra che finalmente esca dal buco per sconfiggere il moderatume e la reazione. Mi preoccupa infatti molto il moderatume, la sua equivoca configurazione, la sua sete di potere, la sua vocazione pseudo-democratica. Potrebbe e dovrebbe essere il momento per l’esame finestra degli europeismi di maniera (quelli contenuti nel barile del Ppe).

Ci sono alcune partite aperte che mi inquietano: il riarmo camuffato da difesa comune, il ruolo di vaso di coccio pacificatore in un mondo di vasi di ferro bellicisti, la coniugazione dell’atlantismo riveduto e corretto. Il problema Ucraina, è inutile nasconderlo, complica e scombina ulteriormente questi discorsi.

Solo una classe dirigente adeguata può quadrare questi cerchi. Non la vedo! L’Italia al riguardo da Paese fondatore e trainante è diventata un peso morto. Che vergogna!

Per adottare certe decisioni fortunatamente non ci sarà più l’alibi Orban, ma non basterà. Qualcuno magari, anche nel nostro Paese, è già pronto a prenderne il posto: il filo di collegamento euro-trumputiniano è difficile da recidere e può essere addirittura rilanciato nella contestualizzazione del dopo Orban. Viene spontaneo il processo alle intenzioni: cavalcare in modo elegante l’euroscetticismo può rappresentare un espediente insensato italiano per rimanere a galla dopo la batosta referendaria e gli imbarazzi bellici filotrumpiani, per mantenere incollata con la mera saliva la maggioranza di governo, per continuare a tenere i piedi in molte paia di scarpe. A buon intenditor poche parole. A pensar male…

E Trump risponde: «Che cos’è la pace?»

Secondo Trump, poi, Prevost sarebbe stato «scelto dalla Chiesa esclusivamente perché americano», perché «si riteneva che quello fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Donald J.». Senza mancare di rivendicare il merito dell’elezione a Pontefice dell’allora prefetto del Dicastero per i vescovi. Leone XIV dovrebbe essergli «grato», perché, «come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa sconcertante», in quanto «non figurava in nessuna lista dei papabili», e se lui non fosse stato alla Casa Bianca, «Leone non sarebbe in Vaticano». 

Al di là dell’evidente delirio di onnipotenza messo in bella mostra dal presidente statunitense, al di là della sua estrema difficoltà a fronteggiare la denuncia proveniente dalla massima autorità in campo morale, al di là della puntuale ed ineccepibile replica papale, al di là delle ricompattanti reazioni a livello clericale ed ecclesiale, al di là dell’ormai inevitabile e ossigenante prospettiva della caduta del dio-trump, al di là dell’evangelica e pasquale posizione della Chiesa che lascia intravedere un puntuale intervento dello Spirito Santo, al di là dell’avveramento dell’agognata profezia  dei “potenti rovesciati dai troni”, al di là del senso religioso di liberazione dalla disumanità al potere, al di là del fatto che le parole del Papa si confermano pesanti come macigni estremamente ingombranti per la coscienza di tutti, rimane la soddisfazione per la rimozione di un equivoco sorto all’atto della nomina a papa di Prevost: era sorto il dubbio atroce di una scelta politica del quieto vivere, che evidentemente era una certezza per Trump.

Qualcosa c’era, almeno nella testa del tycoon: ora finalmente e speriamo definitivamente se la deve togliere dalla testa. Involontariamente Trump ha fatto chiarezza: la Chiesa è una creatura strana e sfuggente, che a volte si compromette coi potenti, ma ne rimane sostanzialmente slegata per merito di quello Spirito Santo che la protegge e la indirizza senza baccano ma con assoluta precisione.

Vivo un momento di grande sollievo nel vedere e nel sentire il Papa interprete autentico della volontà evangelica senza se e senza ma. È un cammino in salita che non si raggiunge facilmente ed abbisogna sempre di scrupolosa vigilanza. Adesso sformiamoci di voltare pagina e di liberarci sempre più di ogni e qualsiasi laccio o lacciuolo che ci tiene attaccati al potere. La buona politica è altra cosa, è carità. Le tentazioni non finiscono mai, ma le certezze evangeliche sono più forti.

 

Il macigno umanitario sulla via bellica degli inumani

Da una parte il presidente Trump e il suo ministro della Guerra Hegseth, impegnati in una nuova crociata contro gli “infedeli”, sicuri che il loro dio benedica la loro parte; dall’altra Papa Leone XIV, che li attacca, dottrina cristiana alla mano: Dio non è mai dalla parte di chi scatena guerre e uccide, né di chi usa la forza militare per imporre il proprio volere agli altri. Trump, che subito dopo essere stato ferito all’orecchio si definì “unto dal Signore”, ha classificato le critiche come attacchi personali. Papa Leone andava rimesso in riga. Così, suoi zelanti funzionari hanno pensato di “avvisare” il Vaticano convocando il nunzio apostolico negli Stati Uniti — un diplomatico di fatto — al Pentagono, la sede centrale del potere militare.

Il messaggio doveva arrivare subito, preciso e chiaro: siamo la potenza militare più forte del mondo, possiamo fare quello che vogliamo; quando decidiamo di intervenire voi dovete benedire e basta. Non hanno messo in conto che a Papa Leone XIV nessuno potrà mai far benedire una guerra “armi alla mano”. Lo scandalo è scoppiato e, subito dopo, funzionari altrettanto zelanti dell’amministrazione hanno cercato di silenziare, ridimensionare, scaricare sui giornalisti. Il Pentagono ha ridimensionato l’accaduto: per loro il confronto è stato “rispettoso”. Il nodo centrale è che, nel momento in cui Trump fonda tutto il suo potere sulla forza militare, non può avere contro il Papa, il rappresentante di un’autorità morale globale. In alcune cronache giornalistiche si fa riferimento anche alla minaccia di provocare una sorta di “scisma”, ossia di portare le comunità di “credenti in Trump” verso altra Chiesa. Una minaccia, però, caduta nel vuoto. Papa Leone XIV continua a denunciare chi ricorre alla “diplomazia della forza”, condannando guerre e raid e invitando addirittura i cittadini americani a fare pressione per la pace.

L’elenco delle azioni contestate è ormai lungo: interventi militari in Iran e Venezuela, minacce alla Groenlandia con guerra evocata, la stretta sui migranti con le deportazioni e i raid dell’ICE con vittime civili. Insomma, negli Stati Uniti la Chiesa cattolica appare nettamente all’opposizione rispetto al governo Trump. Dietro c’è anche lo scontro tra due fazioni cattoliche: una che fa capo al vicepresidente Vance, più isolazionista e meno interventista, che vorrebbe mantenere un buon rapporto con il Vaticano; e quella del “falco” Hegseth, il ministro della Guerra, che ogni volta che parla invoca la potenza distruttiva di dio a sostegno dei suoi “guerrieri” contro i ‘cani infedeli’. Al momento Vance appare isolato. Molto dipenderà dal risultato che riuscirà a ottenere nelle prossime ore nel negoziato diretto con l’Iran. Hegseth, invece, non vede l’ora che fallisca. D’ora in avanti, man mano che ci avvicineremo alle elezioni di metà mandato, lo scontro “di religione” diventerà sempre più acceso.

Da una parte i seguaci del cristianesimo “trumpiano” (nazionalismo cristiano), che vedono Dio come garante della nazione e della guerra, con una religione subordinata alla politica nazionale e una forte componente identitaria; dall’altra il cattolicesimo universale di Papa Leone XIV, non nazionale, con al centro la continua ricerca e difesa della pace e della dignità umana: autorità morale sopra gli Stati. Quello a cui stiamo assistendo — e che avrà ripercussioni anche da noi, prima o poi — è uno scontro sistemico, non un mero incidente diplomatico: una collisione tra due modelli di ordine mondiale. È un triplo conflitto geopolitico: USA contro Vaticano; interno agli USA tra due cristianesimi; su chi definisce cosa sia bene e giusto nel mondo. (DIrE, Agenzia di Stampa Nazionale – Nicola Perrone)

Il pezzo riportato, corredato da una simpatica vignetta con tanto di Trump abbigliato da papa, al di là di qualche probabile forzatura, mi sembra fotografi bene la situazione dei rapporti tra le esigenze della cristianità e quelle della strapotenza laica, che fanno sempre più fatica a trovare compromessi a livello diplomatico.

Forse fra i tanti tragici torti Trump ha un merito, quello di mettere a nudo le contraddizioni sue e degli altri, costringendo tutti a prendere decisamente posizione. Anche la diplomazia vaticana si trova in difficoltà a fronteggiare la follia trumpiana, che si intromette pericolosamente perfino nella situazione religiosa a livello nazionale e nei rapporti con la Santa Sede.

Meglio così!? La diplomazia vaticana trova un pregiudiziale limite nella prepotenza statunitense e si trova costretta a ripiegare (un ripiegamento, si fa per dire, a mio giudizio estremamente benefico) sull’aperta denuncia. La guerra intentata da Trump un po’ contro tutti sta diventando anche una guerra di religione? Potrebbe essere quella che mio padre definiva “la pisciata contro vento”. Chi troppo vuole nulla stringe! Il primo papa americano che mette in crisi chi “vuò fà l’americano”. Forse Trump e c. non avevano previsto l’inconveniente religioso o forse pensavano di averlo esorcizzato con il conclave post-francescano. Sembra che si siano sbagliati di molto.

Fin dai tempi di papa Francesco il Vaticano era diventato l’unico punto di riferimento teorico-culturale per una politica di pace e di giustizia; ora lo sta diventando concretamente sul piano politico-diplomatico? Una sfida (quasi) apocalittica in cui la diplomazia cattolica diventa aperta contestazione e la contestazione cattolica diventa la base del dialogo politico del sì-sì, no-no?

A volte serve toccare il fondo per risalire, fare qualche passo indietro per prendere la rincorsa: speriamo che non siano soltanto scaramucce etico-religiose che servono a segnare i rispettivi territori. La Chiesa infatti è molto più del Vaticano così come l’umanità e molto più dell’armata trumpiana (e israeliana…).

«La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale» (dal discorso di papa Leone XIV in occasione della preghiera del Santo Rosario per invocare il dono della pace).

Ottiene comunque il mio alto gradimento l’impegno papale volto all’apposizione di un formidabile macigno umanitario sulla strada degli inumani.

Le paroline forti negli occhi dei prepotenti

Una visita per rilanciare il multilateralismo, per ridare forza al diritto internazionale e attraverso esso, ad iniziative di pace eque e durature. Si chiude con una forte insistenza sul ruolo dell’Europa e della Nato, la visita di Sergio Mattarella nella Repubblica ceca. Il presidente della Repubblica, nei suoi incontri a Praga con i presidenti cechi di Camera e Senato, ha invitato a recuperare lo spirito del 2000 (quando ci fu l’ingresso dei paesi dell’Est Europa nella Nato e nell’Ue) facendo uso di «coraggio creativo». Più Europa quindi, ma non solo. «Il rapporto transatlantico deve rimanere saldo. La Nato è essenziale per garantire l’equilibrio del Sistema mondiale. Ed è utile a entrambe le sponde».

Europa che è stata tra i temi al centro della visita: «C’è un’esigenza che i Paesi europei dell’Unione siano uniti nelle posizioni e nelle iniziative. Per poter contribuire alla pace, offrire un contributo a risolvere problemi e conflitti così drammatici», ha ammonito Mattarella, fiducioso che, sia pur a fatica, si stia finalmente andando in questa direzione, auspicando «una concordia e una posizione comune. Si sta per molti aspetti costruendo in queste settimane e in questi giorni. Occorre che venga completato questo processo per avere una voce concorde tra i Paesi europei e poter così avanzare proposte autorevoli e credibili nell’ambito dello svolgimento di queste crisi drammatiche, che non riguardano soltanto i territori interessati, con i danni drammatici che vi sono per popolazioni e per territori, ma riguarda anche l’equilibrio mondiale, con le conseguenze che vi sono di turbamenti, disorientamenti e sconvolgimenti sotto vari aspetti», ha detto il presidente della Repubblica nella conferenza stampa dell’altra sera tenutasi dopo l’incontro con l’omologo della Repubblica Ceca Petr Pavel.

Ma Mattarella ha lanciato un monito importante anche sul ruolo delle corti internazionali, finite anch’esse sotto attacco. «È stato un vero salto di civiltà, quando sono state istituite – ha ricordato – per sanzionare le violazioni del diritto internazionale. È di estrema gravità che vengano aggredite. Dobbiamo evitare di tornare indietro nella storia dell’umanità quando le controversie si regolavano con la forza e non con il diritto. C’è un detto latino – ha concluso – che recita Amicus Plato sed magis amica veritas». (“Avvenire” – Angelo Picariello)

Verrebbe da dire: così si fa il ministro degli Esteri! Nei contenuti e nei toni ho ritrovato l’Italia: una lezione di cultura, storia e politica. Meno male che c’è Mattarella!  Dopo la deludente per non dire penosa performance di Giorgia Meloni in Parlamento, ci voleva proprio questo controcanto.

Il controcanto è una melodia secondaria in musica che si sovrappone o sottopone alla linea melodica principale, arricchendola. È utilizzato per creare armonia o contrasto, spesso intonato da un secondo cantante o strumento, e per estensione indica una posizione critica o contraria a un pensiero dominante.

Quello di Mattarella è tutto un altro cantare, checché ne scriva il già sopra citato Angelo Picariello il quale, forse in un eccesso di carità governativa, afferma riguardo alla visita del presidente della Repubblica a Praga: “Un clima atmosferico del tutto diverso, rispetto a Roma, ma in sostanziale sintonia con la linea che Giorgia Meloni e Guido Crosetto hanno espresso in Parlamento in relazione ai conflitti in corso, specialmente quello in Iran. Linea peraltro concordata in seno al Consiglio supremo di Difesa – che, sotto l’egida del Quirinale, riunisce i ministri interessati e i vertici della Difesa – dopo che più di qualche freddezza era trapelata dal Colle per l’adesione, sia pur con il ruolo di “osservatore”, del nostro governo, (rappresentato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani) al Board of peace, che in un colpo solo taglia fuori, dalle trattative di pace in Medio Oriente, la Nato, la Ue, e soprattutto l’Onu”.

Non si tratta di freddezza o di tepore, ma della differenza esistente fra il fare seriamente politica a livello internazionale e il barcamenarsi opportunisticamente nel mondo in tempesta. Nell’intervento del Capo dello Stato c’è quanto manca nell’azione dell’attuale governo: una fede incrollabile nella costruzione europea, un’adesione convinta, ma non a capo chino, all’alleanza atlantica, una difesa strenua e pregiudiziale verso il diritto internazionale e le istituzioni ad esso preposte.

Mi è stato necessario e sufficiente per recuperare un filo di speranza nella forza dei principi e valori democratici così barbaramente intaccati e così omertosamente indifesi. Per fortuna in questi giorni due personaggi hanno battuto i loro colpi. Mi riferisco a papa Leone (pur da me continuamente sollecitato) e a Sergio Mattarella (pur da me fin troppo agognato). Il primo ha reagito alle minacce di Trump, definendole moralmente inaccettabili e culturalmente spropositate. Il secondo, con evidente riferimento a Trump e a chi è con lui e per lui: “Platone è mio amico, ma la verità mi è più amica”. La ricerca della verità oggettiva al di sopra di legami personali, alleanze politiche, autorità di parte.

Aggiungiamoci pure che Donald Trump ha trovato finalmente chi (con l’autorevolezza della fede in Dio e della speranza negli uomini) ha il coraggio di dirgli e dargli paroline in un occhio (in pubblico e in privato) e che Giorgia Meloni ha trovato chi le suggerisce (con l’energia della saggezza e la maestria dell’esperienza) come si fa a rappresentare degnamente le istanze degli italiani.