Una pistola per i pistola

Un bel filmetto giallo della serie “L’ispettore Derrick” si intitolava “L’assassino manda fiori”.

Ebbene Erdogan, premier turco, che, giustamente sul piano etico anche se un po’ avventatamente dal punto di vista diplomatico, Mario Draghi aveva definito a suo tempo un “dittatore”, creando parecchia tensione tra i due Paesi, alleati ed entrambi membri della NATO, non manda fiori ma revolver…

Nella citata occasione Draghi aveva detto che «con questi dittatori, chiamiamoli per quello che sono» bisogna trovare un equilibrio tra la franchezza del dissenso e la necessità di cooperazione: e in effetti è proprio ciò che è successo anche al recente vertice di Ankara.

Alla fine del vertice Nato, dedicato soprattutto al rafforzamento della difesa comune e all’impegno degli alleati ad aumentare le spese militari, il souvenir che nessuno si aspettava è diventato uno dei dettagli più discussi dell’intero summit. Recep Tayyip Erdogan ha infatti consegnato a ciascun capo di Stato e di governo un revolver personalizzato con il nome del destinatario, custodito in un elegante cofanetto rosso insieme a sei proiettili, a una dedica e perfino a un documento che ne autorizzava l’esportazione fuori dalla Turchia.

Già la scelta di farsi ospitare e coordinare da questo personaggio la dice lunga, poi è arrivato il dono emblematico…

Il più bello riguarda infatti le vergognose reazioni degli omaggiati a metà tra l’imbarazzo diplomatico(?), l’omertà politica, la complicità internazionale (Trump disse di partecipare al summit solo in omaggio all’ospitante Erdogan), l’indifferenza burocratica e il pragmatismo geo-politico.

 A rendere pubblica la vicenda è stato il primo ministro britannico Keir Starmer durante il volo di ritorno verso Londra. È stato lui a raccontare ai giornalisti il contenuto dell’insolito omaggio, spiegando di aver deciso di lasciare la pistola in Turchia perché introdurla nel Regno Unito sarebbe stato contrario alla normativa britannica. Con lui hanno fatto la stessa scelta anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier olandese Rob Jetten.

Per altri leader, invece, il problema si è posto solo una volta atterrati. Il premier belga Bart De Wever, secondo quanto riferito dal suo staff, non aveva nemmeno aperto il cofanetto durante il viaggio di ritorno. Scoperta la natura del regalo, ha immediatamente consegnato l’arma alla polizia aeroportuale perché venisse custodita in sicurezza seguendo le procedure previste. Lo stesso team ha dovuto gestire anche i doni destinati alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Von der Leyen ha ringraziato Erdogan per il gesto, ma ha già fatto sapere che il revolver sarà reso inutilizzabile e successivamente donato a un museo militare. Il premier canadese Mark Carney ha invece scelto una soluzione intermedia: ha portato con sé la pistola, lasciando però in Turchia le sei munizioni. Anche Pedro Sánchez ha riportato in Spagna l’arma, che è stata immediatamente consegnata alla Guardia Civil. Sarà disattivata, inventariata e conservata come oggetto di rappresentanza.

In Italia il revolver destinato a Giorgia Meloni è stato preso in carico dal personale della sicurezza della Presidenza del Consiglio. Una volta rientrato a Roma è stato denunciato, registrato e protocollato come bene dello Stato, secondo le procedure previste per tutti i doni ricevuti dal presidente del Consiglio. Le regole, introdotte nel 2007, impediscono infatti che i regali istituzionali diventino proprietà personale: vengono catalogati, custoditi e possono successivamente essere esposti o destinati ad altre finalità pubbliche.

L’intenzione di Erdogan appare piuttosto evidente. Il revolver – secondo diverse ricostruzioni un raro modello Gumusay 357 Magnum prodotto negli anni Novanta dall’azienda statale turca MKE – rappresenta un omaggio alla crescente industria bellica nazionale, uno dei settori su cui Ankara ha costruito negli ultimi anni una parte significativa della propria proiezione internazionale. La vicenda, tuttavia, ha suscitato più di un imbarazzo. Non soltanto per le complicazioni di sicurezza e di protocollo che hanno costretto gli staff dei leader a consultazioni improvvise, ma anche per il valore simbolico dell’oggetto. Angelo Bonelli, per Alleanza Verdi e Sinistra, ha parlato di «un’immagine plastica di una Nato che dice di garantire la pace e intanto distribuisce armi da fuoco come gadget tra capi di Stato», criticando inoltre la scelta del governo italiano di non rendere pubblica la vicenda. Al di là della polemica politica, resta un dato difficilmente contestabile: in un’Alleanza nata per garantire la sicurezza collettiva, e in un vertice dedicato a discutere di deterrenza, riarmo e nuovi equilibri geopolitici, il simbolo scelto per rappresentare l’amicizia tra i leader è stato un revolver inciso con il loro nome. Un gesto probabilmente pensato come vetrina dell’industria strategica turca, ma che finisce per raccontare, forse meglio di molti comunicati ufficiali, quanto il linguaggio delle armi sia ormai penetrato persino nella diplomazia dei doni. (“Avvenire” – Redazione)

A questo punto mia madre si chiederebbe: “Podral andär bén al mónd?». La risposta è nei fatti e nelle armi che costituiscono il leitmotiv della nostra cacofonica sinfonia politica.

 

 

L’esercito europeo delle coscienze democratiche

Tre vicende diverse, un problema che torna. Anzitutto quella di Marine Le Pen, condannata anche in appello per lo scandalo degli assistenti parlamentari fittizi (ma eleggibile alla Presidenza della Repubblica nel 2027: ieri sera ha annunciato la sua candidatura). Poi il Parlamento europeo che ha votato la procedura di verifica del rispetto dei valori dell’Ue da parte del partito Europa delle nazioni sovrane (Esn) cui aderiscono i tedeschi di Afd e Roberto Vannacci. E in Germania, una voluminosa documentazione raccolta dalla Gesellschaft für Freiheitsrechte ha avviato una mobilitazione della società civile e dei gruppi parlamentari per chiedere alla Corte Costituzionale di classificare Afd come partito incostituzionale. Tutte e tre le vicende riguardano la possibilità che formazioni di estrema destra assumano responsabilità politiche e istituzionali a livello nazionale o dell’Unione Europea. Al fondo un’unica domanda: come fermare l’avanzata dell’estrema destra in Europa?

(…)

Oggi ci si chiede se, sul piano giuridico, è giusto e se, su quello politico, è opportuno impedire per legge il dilagare dell’estrema destra. Ma entrambe le questioni rimandano a una scelta morale che segnerà la nostra generazione e quelle future. Sul piano giuridico deve prevalere la “filosofia” oggi incarnata dai guru della Silicon Valley come Peter Thiel e Alexander Karp, sostanzialmente condivisa da Trump e dai suoi collaboratori? Secondo questa” filosofia”, la libertà dei singoli – di fatto solo quelli che hanno enormi poteri economici, tecnologici o politici – non deve avere limiti e tutto per loro è lecito: tagliare improvvisamente i fondi per gli aiuti umanitari da cui dipende la vita di milioni di individui nel mondo; impoverire migliaia e migliaia di persone per arricchire smisuratamente pochi; deportare in improbabili “Paesi terzi” tantissimi donne e uomini che hanno la sola colpa di sfuggire dalla guerra, dalla persecuzione o dalla fame ecc. Oppure si deve riconoscere che questa libertà sfrenata non è legittima e che lo sono ancora meno le sue conseguenze? Ciò significa rivalutare invece un’altra idea di libertà, quella che nel corso della storia occidentale è stata temperata e raffinata dal rispetto della dignità inalienabile di ogni essere umano, dal principio di eguaglianza, dalle pratiche della democrazia ecc. Questa alternativa si concretizza oggi anche nella questione di un antifascismo anzitutto morale ma poi anche politico e giuridico: come mostra l’inquietudine suscitata dall’avanzata dell’estrema destra in Europa: apparentemente antica e superata, tale questione è in realtà attuale e urgente. (“Avvenire” – Agostino Giovagnoli)

Finalmente un ragionamento e una conclusione compiuti per un problema sottovalutato da chi relega il fascismo tra le cianfrusaglie storiche del passato (la destra meloniana), da chi presuntuosamente e aristocraticamente considera il neofascismo un nostalgico fenomeno da baraccone (Massimo Cacciari), da chi, affetto da benaltrismo cronico, confonde radici e fronde delle male-piante (modernisti a tutto tondo).

Le malattie serie vanno combattute su due fronti: la scelta di un sano regime di vita e l’adozione di drastiche regole igienico-sanitarie. Se non si ha il coraggio morale di attualizzare eticamente l’antifascismo con il rifiuto categorico della filosofia della libertà assoluta concessa a che detiene il potere, si finisce col prendere di mira gli effetti (l’avanzata delle destre estreme) a prescindere dalle cause (l’humus socio-culturale dell’egoismo condotto a sistema).

Non pensiamo di metterci a posto la coscienza con il rispetto formale di costituzioni e trattati, con la messa fuori legge di formazioni politiche di ispirazione nazi-fascista: certo, tutto serve, ma non basta.

Come diceva mio padre bisogna avere il coraggio d’andär zo ‘na man ‘d vanga, vale a dire di affondare i colpi nel tessuto culturale e morale. Marine Le Pen, Roberto Vannacci e i nazifascisti tedeschi sono punte dell’iceberg. Innanzitutto bisogna riconoscere che lo sono due volte: punte delle punte… La Le Pen non è punta dell’iceberg della destra francese in cerca di legittimazione totale? Vannacci non è la punta dell’iceberg della destra italiana già sbrigativamente ed elettoralmente legittimata a sgovernare? L’Afd non è la punta dell’iceberg della destra tedesca che sta sfasciando il partitismo perfetto della Germania? C’è chi sta facendo il lavoro sporco per approntare quello ancor più pericoloso in quanto subdolamente finalizzato alle cosiddette democrature.

Occorre un grosso lavorio per arrivare ai veri iceberg della politica europea che stanno compromettendo la stessa Unione. De Gasperi, Schuman e Adenauer hanno fatto l’Europa, a noi spetta il compito di fare gli europei, sgombrando il campo dalle macerie culturali e politiche del neo-fascismo e del neo-nazismo riciclabili nel nazionalismo e nel sovranismo, con l’allestimento di un cantiere globale in cui funge schizofrenicamente da architetto Donald Trump.

Se devo essere sincero ho poca speranza nella moralizzazione dell’Occidente. Mi rifugio nell’illusione dell’implosione cantieristica delle destre e dei loro supponenti progettisti: “Méstor mi e méstor vu e la zana d’indò vala su?”, direbbe mia nonna (erano due ingegneri che si scambiavano complimenti ma che si erano dimenticati l’uscio nella porcilaia).

 

 

 

 

 

C’è solo libertà di leccaculismo

«Trump minaccia di conquistare la Groenlandia, oltre che gli stessi alleati Nato di iniziare guerre commerciali. Come fa a stare lì seduto accanto a lui senza dire nulla?». È la domanda, senza giri di parole, che un giornalista danese ha fatto al segretario della Nato Mark Rutte alla conferenza stampa del vertice Nato di Ankara. Il riferimento è a un’altra conferenza stampa tenuta da Trump e Rutte sempre a margine del summit. «Cose che non sembrano appartenere al vecchio Mark Rutte», osserva il giornalista, prima di rincarare la dose: «Tutto questo ha qualche effetto sul suo rispetto per se stesso?».

Durante la conferenza stampa congiunta a margine del summit di Ankara, il presidente statunitense ha rivolto dure critiche agli alleati della Nato, mentre Mark Rutte – seduto accanto a lui – è rimasto per lo più in silenzio. In apertura dell’incontro, Trump si è detto «molto arrabbiato con i Paesi Nato per ciò che hanno fatto con la Groenlandia, perché non hanno voluto aiutarci contro il principale Stato che finanzia il terrorismo (Iran) e perché noi paghiamo davvero troppo, miliardi e miliardi di dollari in più del dovuto, è ingiusto». Trump sostiene da tempo che gli Stati Uniti contribuiscano più di tutti gli altri membri e continua a chiedere che ciascun Paese destini il 5% del proprio Pil alle spese per la Nato. Tra i governi più criticati c’è quello spagnolo, che il presidente attaccata anche sul piano commerciale, arrivando ad affermare che non farebbe affari con la Spagna e invitando provocatoriamente a interrompere «ogni rapporto commerciale con la Spagna, per favore, comprese le visite».

Per tutta la durata delle dichiarazioni del presidente americano, il segretario generale della Nato non è intervenuto. Le poche volte in cui ha preso la parola lo ha fatto per elogiare Trump, sostenendo che molti dei risultati raggiunti «non sarebbero stati possibili» senza di lui. Addirittura all’affermazione di Trump secondo cui la Groenlandia «è un grande problema per gli Usa e che avrebbero dovuto tenersela dopo la seconda guerra mondiale», Rutte sembra quasi annuire per dare ragione alle affermazioni del presidente. (Open.online – Olga Colombano)

Finalmente qualcuno che ha un po’ di coraggio e attacca apertamente Mark Rutte, l’amico del giaguaro. Il Segretario Generale della NATO viene nominato dai governi dei Paesi membri, che raggiungono un accordo unanime in seno al Consiglio del Nord Atlantico (il principale organo politico decisionale dell’Alleanza). La nomina richiede quindi il consenso unanime di tutti gli Stati alleati. La carica ha una durata di 4 anni ed è rinnovabile.

Mark Rutte è un politico olandese, Ministro-presidente dei Paesi Bassi dal 14 ottobre 2010 al 2 luglio 2024. È il leader del VVD (Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia), un partito olandese di orientamento liberale e conservatore.

Vorrei tanto sapere cosa pensano di lui i membri europei della Nato nonché i massimi dirigenti della Ue. Recentemente ha lanciato un autentico siluro contro il governo italiano, sostenendo che abbia consentito l’utilizzo delle basi Nato per la guerra all’Iran. La questione è rimasta aperta: non si è capito se per carità di Patria, per carità di Rutte o per carità di Nato.

Brutalmente parlando trattasi di un esimio leccaculo di Tump. In effetti la Nato non esiste più: è uno dei tanti organismi multilaterali spazzati via dalla strategia trumpiana.

Qualora il popolo Usa si decidesse a mandare a casa l’attuale presidente, tutti questi squallidi personaggi di mero supporto come e dove si ricollocherebbero? Lasciatemi l’illusione di un futuro redde rationem, anche se sono sicuro che troveranno un posto dove riciclarsi.

In attesa di tempi migliori rivolgo i miei più sentiti complimenti al coraggioso giornalista Rasmus Rauneborg, che lavora per l’agenzia di stampa danese Ritzau: ha osato dire apertamente e direttamente quel che molti pensano, ma vigliaccamente tacciono o lasciano solo intendere. Subirà delle ritorsioni? Molto probabilmente sì: come minimo non farà carriera… Evviva la libertà di stampa.

 

È la voglia di pace, stupidi!

Ecco la cornice in cui si svolge il summit turco: è la cornice della guerra inevitabile, che porta altra guerra e trasforma tutto in opzione bellica. Sennonché nel nostro Paese le conseguenze di questa riorganizzazione all’insegna del “warfare State” sono sempre state smentite con decisione: nessuna modifica in chiave militare, nessun cambiamento, solo un adeguamento ai vincoli imposti da Nato e Ue. È ancora valido questo discorso o dietro alla retorica si stanno profilando scelte di altro tipo? Cosa vuol dire, ad esempio, sostenere che le spese per la difesa sono «il prezzo della libertà», come ha detto recentemente la presidente del Consiglio? Forse si intende che le democrazie occidentali, compresa la nostra, sono sotto schiaffo e che esistono minacce reali alla nostra sovranità. Così si giustificherebbero investimenti in cybersicurezza, in prevenzione di attacchi terroristici, in difesa delle infrastrutture critiche.

Finora si è rimasti sul terreno delle schermaglie, con una triangolazione tra presidenza del Consiglio, ministero della Difesa e dicastero dell’Economia che non ha contribuito a chiarire la situazione, anzi. Sul piatto ci sono decine di miliardi di risorse da mettere nei prossimi anni, che inevitabilmente (nonostante le rassicurazioni di rito) andrebbero sottratte ad altre voci di spesa, più urgenti per il cittadino, dalla sanità all’economia, fino alla scuola. Al netto delle deroghe sul Patto di Stabilità che verranno verosimilmente concesse dall’Europa, è necessario capire che impatto ci sarà sulle nostre scelte di politica industriale e sui bilanci delle famiglie. L’ambiguità strategica mostrata su questo tema ha una ragione, ovviamente: l’opinione pubblica italiana è fortemente contraria al riarmo e a scenari che vedano l’Italia coinvolta in operazioni belliche. Si è capito poco rispetto alle controverse parole del presidente della Nato, Mark Rutte, relative all’uso delle basi logistiche militari del nostro Paese da parte degli Stati Uniti, durante la guerra in Iran. C’è stato o no un coinvolgimento? E di che tipo? Nel frattempo, la campagna “Un’altra difesa è possibile”, proposta dalla Rete italiana pace e disarmo insieme alla Conferenza nazionale enti del servizio civile e Sbilanciamoci! ha raccolto migliaia di firme in pochi giorni per la proposta di legge di iniziativa popolare che chiede l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile non armata e non violenta.
Sullo sfondo c’è anche la riforma dello strumento militare, presentata attraverso due disegni di legge dal governo lo scorso mese di giugno, che porterà a un aumento delle unità operative tra forze armate, sanità militare e carabinieri. Anche questo è un aspetto su cui è necessario almeno aprire un confronto pubblico, per capire quale direzione sta prendendo il Paese. (“Avvenire” – Diego Motta)

I rapporti internazionali sono diventati esclusivo terreno per esercitazioni gossippare. È pur vero che le idee camminano sulle gambe degli uomini e delle donne, ma ormai l’attenzione è rivolta esclusivamente alle gambe dei presunti leader.

Prendiamo la querelle dell’amore litigarello fra Trump e Meloni: non è né bello né interessante, anzi è a dir poco sconfortante. Troppo grandi e inconfessabili gli interessi in gioco, meglio ripiegare sulle schermaglie personali.

Qualcuno mi dirà: è la diplomazia, stupido! Nossignori quella che va continuamente in scena non è diplomazia, ma una commedia al limite della farsa.

Il discorso di fondo è verificare se la guerra debba essere il male minore o il bene maggiore: tutto lascia intendere che si giri attorno all’opzione bellica quale filosofia portante e che ai potenti della terra non resti che il compito di imbellettarla se non addirittura giustificarla.

Fino a qualche tempo fa, quando osservavo gli incontri al vertice con le relative strette di mano, mi illudevo ingenuamente che potessero rappresentare un antidoto seppur debole contro il pericolo della guerra sempre in agguato. Oggi non vedo più alcun salotto diplomatico, ma soltanto una cucina bellica permanente.

La gente non è d’accordo, ma sta a guardare, è anestetizzata, non azzarda proteste di piazza, scuote il capo, ma alza le spalle. Anche questo fa parte della commedia con un pubblico che non applaude, ma assiste passivamente. Almeno così appare…Nelle coscienze non sono in grado di leggere e poi c’è una pubblica opinione che non fa rumore, ma opera sotto traccia. Non resta che sperare…

Se devo essere sincero dei balletti dell’aspirante regina del centro-destra europeo non me ne frega niente, guardo piuttosto alle iniziative della società civile: prima o poi la politica, se vuole riprendere ruolo, dovrà ricominciare di lì, ascoltando parole di pace che salgono dal basso e non solo parole, ma anche fatti per chi li vuol vedere.

 

La Fifa dei servi sciocchi

Sul caso Balogun, vale a dire la decisione della FIFA di sospendere la squalifica dell’attaccante statunitense, consentendogli di giocare gli ottavi di finale, una scelta arrivata dopo che Donald Trump ha rivelato di aver chiesto personalmente a Gianni Infantino di intervenire, Elsa Fornero, partecipando alla trasmissione televisiva “In onda” su La 7, ha commentato così: «Trump è forte anche perché è circondato da servi sciocchi, e Infantino ne è un esempio».

Un mio carissimo amico, affetto da schizofrenia, incontrando un altro comune amico gli confidò la sua situazione psichica. Questi sdrammatizzò con grande intelligenza il problema rispondendo: “Siamo tutti un po’ schizofrenici…”.

Siamo tutti un po’ servi sciocchi di Trump. Non lo è forse Mark Rutte, Segretario generale della Nato? Non lo è forse Giorgia Meloni, che, come spesso succede, è stata retrocessa in serie B nel triste campionato dei leccaculo?

La sudditanza politica nei confronti degli Usa è sempre esistita. A tutto però dovrebbe esserci un limite. Bisognerebbe essere uomini e non sudditi o quanto meno essere sudditi mantenendo un po’ di dignità. La dignità è una gran cosa! Si può essere poveri, ma signori…

Il popolo americano saprà farlo? Se non lo fanno gli americani, sarà difficile che lo facciano gli Infantino e i Rutte di turno…

 

Di vertice in vertice senza alcuna base

Donald Trump torna ad attaccare Giorgia Meloni a colpi di meme: l’ultimo, pubblicato sul social network Truth, mostra la premier italiana in una posa adorante nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca. La scritta a corredo: “Restraining order needed”, ovvero “Urge un ordine restrittivo”, come a rappresentare Meloni nelle vesti di una stalker. Pur esprimendo “sconcerto”, Palazzo Chigi ha scelto di non replicare.

La provocazione di Trump, che di fatto sfiducia Meloni, è arrivata proprio alla vigilia del vertice Nato di Ankara, durante il quale i capi di Stato e di governo dei Paesi aderenti dovranno decidere in che termini far proseguire l’alleanza occidentale.

Da mesi Trump si lamenta dei partner, accusandoli di lassismo e di poca collaborazione sia per quanto riguarda la mancata volontà di partecipare direttamente alle azioni militari, ed anche con riferimento agli stanziamenti economici volti a sostenere la Nato.

Solo pochi giorni prima, da Trump era arrivata un’altra bordata all’Italia e altri Paesi Nato, , accusati di non volersi fare carico delle spese necessarie. In sintesi, sempre via social, Trump aveva ricordato come gli Usa paghino 999 miliardi alla Nato mentre l’Italia solo 48,8.

Nella notte fra il 5 e il 6 luglio è arrivata la replica di Palazzo Chigi. Al netto dello “sconcerto” espresso per l’ennesima provocazione, la premier ha scelto di non rispondere per le rime.

“Non reagiremo a questa provocazione”, è stata la prima reazione a caldo, riportata dal Corriere della Sera. Nella notte il ministro degli Esteri Antonio Tajani e Meloni si sono sentiti per concordare la strategia: ignorare il nuovo attacco trumpiano. Eventuali sviluppi potrebbero giungere successivamente.

Quale sia la strategia di Donald Trump l’ha spiegato Daniele Compatangelo, l’inviato di La7 a Washington, autore della telefonata-scoop nella quale il presidente Usa ha accusato Meloni di elemosinare una foto insieme.

Compatangelo ha spiegato che la strategia trumpiana è tanto semplice quanto brutale: cannoneggiare quotidianamente gli alleati occidentali per costringerli a cedere alla sua volontà, ovvero permettere un maggiore utilizzo delle basi Nato, partecipare in via diretta alle azioni belliche Usa e aumentare la spesa militare.

Trump è rimasto turbato dal “tradimento” di Meloni, che non ha voluto partecipare direttamente alla guerra in Iran. Da allora è in corso una escalation di provocazioni.

Ma è possibile che dietro alla strategia trumpiana ci sia anche dell’altro: nel giro di pochissime ore, l’ultimo meme che riguarda Meloni è stato letteralmente sommerso da una quantità di altri contenuti social, fra i quali almeno una ventina fra pubblicità e contenuti sponsorizzati.

Trump sa che ad ogni meme particolarmente aggressivo segue un picco di traffico su Truth, social network di sua proprietà. Oltre, naturalmente, a un picco di interazioni. Non è escluso che dietro a questi attacchi ci sia anche un interesse puramente economico: la monetizzazione dei clic. (virgilio.it – Mauro Di Gregorio)

Non penso che dietro questi attacchi di Trump a Giorgia Meloni ci sia soltanto una manifestazione di bullismo antifemminista: troppo insistenti e mirati per essere un divertissement internazionale; troppo politicamente contestualizzabili per rientrare nella psicologica sindrome rancorosa del beneficiato; troppo motivati per costituire una mera farsesca vendetta personale.

C’è dell’altro? Probabilmente sì! Azzardo alcune piste ipotetiche: Trump considera l’Italia il ventre molle europeo e quindi sparla alla nuora perché le suocere intendano; Trump vuole costringere, volenti o nolenti, l’Italia e la sua smidollata premier a rientrare pienamente nei ranghi filo-americani e filo-atlantisti; Trump vuole esemplificare cosa possa succedere a chi fa la furba con lui (punirne una per educarne cento…).

Sul piano dell’eco mediatica interna al nostro Paese, il presidente sta facendo un piacere a Giorgia Meloni, offrendole su un piatto d’argento la ghiotta occasione di fare la vittima e quindi di conquistare inopinate simpatie in un momento di grosse difficoltà.  Ma quanto potrà durare?

Se lo scontro dovesse comportare l’isolamento italiano con tanto di conclamato fallimento della politica meloniana, fatta di atlantismo spinto e di europeismo di maniera, con tutte le conseguenze socio-economiche del caso, la simpatia non tarderebbe a diventare insofferenza e fastidio.

Agli amici d’oltreoceano non piace la subdola e strumentale arrendevolezza, ai partner europei non piace la fregoliana e marionettistica partecipazione alla già debole unità. Alla fine dell’opera Giorgia Meloni chiederà allo specchio delle sue brame chi sia la più bella del reame e ascolterà risposte a base di pernacchie trumpiane e di risatine franco-tedesche.  Non le rimarrà che spillare qualche indispensabile ma non sufficiente voto a Roberto Vannacci, che magari nel frattempo sarà diventato la nuova quinta colonna trumpiana in Europa e la vera spina politica nel fianco delle istituzioni europee. Vale più la sincera follia vannacciana della insopportabile ragionevolezza meloniana.

Se devo essere proprio sincero, non mi scandalizzo, come finge di fare Carlo Calenda in cerca di un piatto elettorale di lenticchie, ma penso che tutto il mal trumpiano non venga per nuocere alla benefica caduta del tavolino del centro-destra a cui, nonostante la studiata nonchalance, verrebbe a mancare una gamba portante.

 

Armiamoci e…facciamo guerra ai poveri

«La corsa agli armamenti non se oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti» (papa Francesco nella sua Esortazione “Evangelii Gaudium) risolve né risolverà mai. Essa serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come

Fi fa un gran parlare, in sede politica nazionale ed internazionale, dell’impegno a portare la spesa militare italiana al 5% del PIL, che comporterebbe un esborso aggiuntivo stimato fino a 400-700 miliardi di euro in dieci anni. Questo obiettivo è stato discusso in ambito NATO, sollevando accesi dibattiti politici e preoccupazioni per possibili tagli a sanità, scuola e pensioni.

Raggiungere la soglia del 5% del PIL si traduce in decine di miliardi di euro aggiuntivi ogni anno per la difesa. Di questi, circa il 3,5% sarebbe destinato all’acquisto di armamenti e mezzi, mentre la quota restante coprirebbe infrastrutture e altri asset.

Le principali associazioni pacifiste, tra cui la Rete Pace e Disarmo, e diverse forze politiche hanno espresso netta contrarietà. Il timore è che cifre così imponenti possano sottrarre risorse cruciali al welfare, ai servizi sociali e alla transizione ecologica.

Le forze politiche che appoggiano il governo di centro-destra, ma purtroppo anche quelle di opposizione, non hanno il coraggio di affrontare il problema di petto, ma ci girano attorno, affrontandone solo gli aspetti finanziari.

Faccio un banale esempio per rendere l’idea. In una famiglia si decide di investire grandi risorse per dotare la propria abitazione di strutture atte a trasformarla in un vero e proprio impenetrabile bunker: come trovare queste risorse? Non esiste alternativa: o si rinuncia a questi velleitari progetti faraonici o si prevede di abbassare il livello di vita famigliare rinunciando a spese non solo voluttuarie ma anche necessarie. Il pierino di turno pensa di risolvere il problema andando a prestito da amici, conoscenti e soggetti terzi e diluendo le spese in più anni, dimenticando che i prestiti vanno rimborsati e su di essi si pagano gli interessi.

L’Italia, in un vergognoso rimpallo di responsabilità fra governo e parlamento, si sta comportando più o meno così: spera nella buona stella di entrate fiscali in aumento, che la UE dia il permesso di sforare i bilanci e offra fondi a buone condizioni, che la Nato si accontenti di un piano pluriennale di spese militari.

E i sacrifici? Di quelli parleremo prossimamente, possibilmente dopo le elezioni politiche. Adesso preoccupiamoci di ripristinare a suon di impegni militari il filo con l’amministrazione Trump (qualche scambio di carinerie al vertice), poi strapperemo qualche concessione alla Ue (confidando che se Roma piange, Bonn, Parigi, etc. non ridono), poi qualcuno pagherà…

Quindi Chi Paga il Conto Finale? La risposta è chiara: i cittadini italiani ed i pensionati.

Non si tratta solo di nuove tasse dirette, ma di un trasferimento implicito di risorse dai servizi essenziali che garantiscono il benessere e il futuro della collettività verso il settore della difesa.

Le famiglie si troveranno a fronteggiare: meno servizi pubblici, una sanità più debole, scuole meno attrezzate e un sistema pensionistico insufficiente.

Avremmo una maggiore pressione fiscale: Diretta (se si aumentano le tasse) o indiretta (se i servizi peggiorano e si è costretti a ricorrere al privato).

Un aumento delle disuguaglianze crescenti. Chi può permettersi di integrare i servizi pubblici con quelli privati sarà avvantaggiato, mentre le fasce più deboli della popolazione saranno penalizzate.

La stessa agenzia S&P ha lanciato l’allarme, avvertendo che un fragoroso aumento della spesa militare in Europa rischia un “boomerang politico” se i governi non sapranno mediare tra sicurezza e coesione sociale.

Un mancato consenso popolare e i tagli a sanità, istruzione e welfare possono aprire spazi per l’ascesa di populismi e malcontento. Il rischio è che l’Italia, e l’Europa in generale, sacrifichino il futuro del proprio welfare per una corsa agli armamenti che, secondo molti, lungi dall’avvicinare automaticamente la pace e la sicurezza, rischia di avere effetti ben diversi da quelli presentati.

Un riarmo massiccio da parte di un paese può essere percepito come una minaccia da altri Stati, innescando una corsa agli armamenti e aumentando la probabilità di conflitti, anziché dissuaderli. La “sicurezza” intesa solo come capacità militare può portare a una percezione di insicurezza reciproca.

Un’enorme spesa militare favorisce l’industria della difesa e i suoi lobbisti, che potrebbero avere un’influenza sproporzionata sulle decisioni politiche, orientando le scelte verso ulteriori investimenti in armamenti, anche quando non strettamente necessari per la sicurezza.

Porterebbe il Paese ad una percezione di “Stato di guerra” anziché “Stato sociale”: Spostare una quota così ampia del PIL verso la difesa può alterare la percezione delle priorità nazionali, suggerendo una mentalità orientata al conflitto anziché al progresso civile e alla cooperazione internazionale.

La vera sicurezza include non solo la difesa militare, ma anche la sicurezza economica, alimentare, sanitaria, climatica e sociale. Un focus eccessivo sulla spesa militare può portare a trascurare queste dimensioni fondamentali della sicurezza, rendendo la società più vulnerabile

Un aumento così marcato può veicolare l’idea che i problemi complessi abbiano soluzioni militari, sottovalutando l’importanza della diplomazia, della prevenzione dei conflitti, dello sviluppo e della cooperazione multilaterale come strumenti per la pace e la stabilità.

In sintesi, la decisione di aumentare la spesa militare al 5% del PIL, viene presentata come una necessità geopolitica di sicurezza, in realtà implicherebbe un profondo riordino delle priorità nazionali. Senza una crescita economica straordinaria e sostenuta, il finanziamento di tali ambizioni militari ricadrebbe in modo significativo sulle spalle dei cittadini, riducendo la qualità e la disponibilità di servizi pubblici fondamentali e mettendo a rischio il modello di stato sociale costruito nel dopoguerra. (Ferdinando Colleoni, Segretario Spi Cgil di Mantova)

Possibile che la sinistra, a livello italiano ed europeo non riesca a interpretare e rappresentare una valida alternativa al bellicismo imperante, alla narrazione politica fuorviante, al destino egoistico e guerrafondaio che ci attanaglia?

La riscossa della sinistra deve necessariamente partire dalla contestazione della difesa comune intesa come riarmo, dell’assetto europeo e atlantico visto come variabile indipendente dalla politica, della democrazia vissuta come incidentale orpello alla globalizzazione della guerra.

«Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune». (papa Leone XIV) 

La commissione di vigilanza sulla spazzatura Rai

Per verificare lo stato di salute della Rai basta accendere il televisore per venire automaticamente sballottati fra spazzatura culturale e propaganda politica. Lo stallo emergente dalla Commissione di Vigilanza, impantanata nel mancato assenso alla nomina del presidente proposto dalla Rai stessa, non ne è che la riprova.

Esistono due punti di riferimento per uscirne. Da una parte il regolamento Ue, l’European media freedom act, in vigore già da un anno, che non è una direttiva e quindi non ha bisogno di essere recepita per via parlamentare ed è fondato su quattro semplici pilastri: indipendenza dal potere politico, procedure di nomina dei vertici trasparenti e aperte, finanziamenti stabili e prevedibili, rispetto dell’indipendenza editoriale e del pluralismo.

Dall’altra parte la legge, che impone una maggioranza di due terzi per la ratifica del presidente Rai designato dai consiglieri, ma senza che il quorum scenda nel caso di più fumate nere: una sorta di strettoia, che dovrebbe garantire un minimo di imparzialità.

In mezzo la polemica politica: il centrosinistra che accusa la maggioranza di voler usare la Rai come arma elettorale e il centrodestra che insiste sul discorso dell’egemonia culturale della sinistra che non vuole accettare la fine del monopolio avuto finora.

Credo che la Rai stia toccando il fondo. La sua storia è fatta indubbiamente di speculazione politica, ma la sua attuale realtà di informazione è fatta di mera passerella partitica, tanto per nascondere formalmente la cassa di risonanza coordinata e continuativa del governo. In materia di obiettività nell’informazione la Rai è addirittura peggio di Mediaset (è tutto dire…).

Quanto all’egemonia culturale, magari esistesse quella di sinistra, invece sguazziamo nella spazzatura culturale bipartisan per la quale la Rai non è seconda a Mediaset (ed anche qui è tutto dire…).

Certo non sarebbe un presidente nominato in stile consociativo a cambiare l’andazzo, ma servirebbe almeno a salvare la faccia anche in vista della ormai strisciante competizione elettorale.

Quanto alla direttiva europea di cui sopra, penso che purtroppo avrà l’effetto di una grida manzoniana. E poi, come si permette la Ue di darci una lezione? Noi i panni sporchi televisivi e radiofonici siamo capaci di lavarceli in casa o meglio siamo capaci di conviverci e di ridurre il gioco democratico a competizione sportiva in cui si nuota nello “sporco”.

 

Conte non vuol pagare la mossa delle dimissioni

Per Giuseppe Conte, la direzione che ha preso la commissione d’indagine sul Covid ha più a che fare con le elezioni del 2027 che con l’accertamento di quanto accaduto. Perciò ieri l’ex premier ha inviato una lettera ai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, in cui chiede di essere sentito dall’organismo presieduto dal meloniano Marco Lisei. Il leader del M5s è pronto anche a dimettersi dalla Commissione, di cui è membro, con la garanzia però di essere reintegrato una volta resa la sua testimonianza. Conte infatti vuole partecipare attivamente alla relazione di minoranza della commissione, convinto ormai che la relazione di maggioranza rappresenterà un atto d’accusa a fini elettorali. «Non posso rimanere oltre ostaggio di una campagna denigratoria che, prima ancora che indirizzata a colpire la mia persona e il mio operato, svilisce le istituzioni parlamentari piegandole agli interessi di parte di coloro che, già durante l’emergenza pandemica, hanno dimostrato di avere a cuore la più becera e sterile propaganda piuttosto che l’interesse degli italiani», scrive Conte nella lettera a Fontana e La Russa. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Mi dispiace ma non esistono le dimissioni a termine, non è possibile dimettersi solo un pochettino, non si può fare un uso distorto delle dimissioni per rispondere magari ad un uso strumentale delle indagini. I casi sono due: o Giuseppe Conte ritiene che non esistano motivi seri alla base della discussione sul suo comportamento di Capo del Governo ai tempi del Covid e allora rimanga al suo posto all’interno della Commissione parlamentare d’indagine, oppure ritiene opportuno poter rispondere personalmente del suo operato all’interno della Commissione stessa e allora si dimetta punto e stop.

Quando è il momento bisogna saper fare un passo indietro, non fare sostanzialmente finta di dimettersi per poi tornare al proprio posto dopo avere testimoniato da indagato. Non è giustificabile un balletto pseudo-dimissionario per salvare la capra della propria onorabilità personale e i cavoli della partecipazione alla querelle politica.

Giuseppe Conte non ne sta uscendo bene anche perché non è ammesso tergiversare oltre tutto per chi proviene, bene o male, dalla storia di un movimento che ha fatto della correttezza politica un punto irrinunciabile: le accuse contro di lui non mi sembrano risibili, anche se risentono sicuramente del clima elettorale e sono di conseguenza strumentalizzate, ma, quando in molti spingono per abbattere la porta e andare a vedere cosa c’è al di là, l’unica giusta e opportuna mossa è quella di aprire improvvisamente la porta stessa per far cadere malamente i curiosi, lasciandoli magari con un palmo di naso.

Il mio non è un discorso di merito, ma di procedura e soprattutto di stile; dimettersi non è un’ammissione di colpa, ma un gesto di trasparenza riguardo ai fatti, di deferenza rispetto alla verità e di ossequio al mai troppo ricordato imperativo costituzionale “i cittadini che ricevono funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.

Il niente teologico e pastorale piegato in carta pseudo-liturgica

La Fraternità, fondata da monsignor Marcel Lefebvre nel 1970, contesta da sempre l’impianto teologico e pastorale del Concilio Vaticano II, in particolare il dialogo ecumenico e interreligioso, la libertà religiosa e la riforma liturgica. Da parte sua, la Santa Sede, pur mantenendo negli anni diversi tentativi di dialogo, ha sempre indicato nella comunione con il successore di Pietro il criterio decisivo per ogni possibile piena riconciliazione. Ma ciò che davvero crea un solco difficilmente sanabile, in realtà, è la visione ecclesiologica lefebvriana, da cui deriva un approccio al mondo di sostanziale contrapposizione: è emerso chiaramente nell’omelia di oggi, nella quale Pagliarani ha usato l’immagine del leone che non arretra, che non si piega agli inganni del mondo, e della spada, per descrivere il tipo di atteggiamento che i nuovi vescovi dovranno avere nel loro ministero. Parole forti, contenute anche nella recente “Professione di fede cattolica” pubblicata dalla Fraternità. «I vostri nemici non vi affronteranno frontalmente», ha avvisato il superiore, che poi ha deprecato la visione, oggi troppo diffusa a suo parere, della “perfezione dell’uomo”, di questo “uomo magnifico”, una visione che genera un pericoloso antropocentrismo e porta a negare Dio. Un approccio agli antipodi rispetto a quello del Vaticano II, che non nega la centralità e la verità di Cristo, fondamento della vita della Chiesa, ma che cerca i segni della presenza di Dio ovunque essi si manifestino anche al di là dei confini visibili della comunità dei credenti.

Tornando all’ordinazione di stamattina, il precedente più diretto resta quello del 1988. Allora Lefebvre consacrò quattro vescovi senza il mandato di Giovanni Paolo II, provocando la dichiarazione della scomunica per lui, per il vescovo co-consacrante Antônio de Castro Mayer e per i quattro nuovi vescovi. Nel 2009 Benedetto XVI revocò la scomunica ai vescovi ancora in vita, in un gesto pensato per favorire il cammino verso la piena comunione, ma senza sanare automaticamente la posizione canonica della Fraternità. Ora, con la consacrazione dei quattro nuovi vescovi, la distanza torna ad allargarsi. La Santa Sede non ha ancora pubblicato un eventuale atto formale successivo alla celebrazione, ma il quadro canonico era stato definito in anticipo dal Dicastero per la dottrina della fede e ribadito dal Papa nel suo appello finale. Resta sullo sfondo la preoccupazione per i fedeli legati alla Fraternità, ai quali Leone XIV ha rivolto parole di riconoscimento per l’attaccamento alla vita liturgica e alla formazione sacerdotale, ma anche un monito chiaro: nessuna difesa della Tradizione può giustificare la rottura della comunione. (“Avvenire” – Matteo Liut)

Più il tempo passa e più devo ammettere di non aver capito i veri motivi di questa pantomima scismatica: le motivazioni addotte mi sembrano infatti inconsistenti e pretestuose. A Marcel Lefebvre e soci passati e presenti si è data e si sta dando troppa importanza. Tuttalpiù ci si dovrebbe chiedere il perché 720 sacerdoti, circa 700 chiese, e quasi mezzo milione di fedeli in tutto il mondo aderiscano a questo delirante movimento. Reazione a troppo modernismo? Semmai cattiva abitudine a troppa dottrina e poco Vangelo!

Nel libro degli Atti degli Apostoli, Gamaliele, autorevole maestro ebreo del I secolo appartenente alla corrente dei farisei, noto dottore della Legge e membro del Sinedrio, pronuncia un saggio discorso per fermare l’esecuzione di Pietro e degli altri apostoli arrestati. Suggerisce di lasciarli andare, argomentando che se la loro predicazione fosse stata solo un’opera umana si sarebbe dissolta da sola, mentre se proveniva da Dio, opporvisi sarebbe stato inutile e pericoloso. Il suo consiglio convinse il Sinedrio a liberarli (Atti 5,34-39).

Mi sembra l’atteggiamento giusto da adottare nei confronti del lefebvriani: se saran rose fioriranno…Lasciamo perdere scomuniche e robe del genere, perché in un certo senso significa mettersi sullo stesso piano, vittimizzare gli esponenti di questa Fraternità, che oserei definire teologicamente inesistente, pastoralmente negativa e forzatamente motivata dal rispetto rigoroso della Tradizione.

Per Papa Francesco la Tradizione era un elemento vitale e in continua evoluzione, non un pezzo da museo. Il Pontefice la definiva come la “garanzia del futuro”, opponendosi fermamente all’indietrismo – ovvero il rifugiarsi passivamente nel passato – e promuovendo invece una fedeltà creativa al Vangelo.

Alla nascita del movimento tradizionalista ricordo di averlo bollato immediatamente parafrasando uno slogan pubblicitario: “quel pizzico di fascismo in più…”. Ero in cerca di motivazioni da affibbiare a quella ondata reazionaria. La trovai subito e un po’ maliziosamente nell’acquiescenza religiosa alla politica, nel legare l’asino sacro al padrone profano. Mi accorgo, come di seguito, di essere in buona compagnia critica.

Le chiarificazioni dottrinali apportate nei dialoghi intercorsi sono state considerate nulle o insufficienti. Non è però questa la motivazione plausibile dello scisma: com’è sempre avvenuto nella storia della Chiesa le divisioni riflettono ambizioni personali, non prive di presunzione e arroganza, e hanno per lo più un carattere politico e non religioso. Porto a riprova di questo una testimonianza diretta, risalente ad alcuni anni fa: ero a Parigi per un soggiorno di studi e di ricerca, e mi ero recato una domenica, dopo aver celebrato l’eucaristia con la comunità religiosa che mi ospitava, alla Chiesa di Saint Nicolas du Chardonnet per rendermi conto di persona della liturgia là celebrata dai tradizionalisti legati a Lefebvre. La celebrazione si svolgeva in latino e tanti erano i presenti, specialmente giovani. Il Vangelo fu letto in francese e l’omelia tenuta in quella lingua. Il passo evangelico riportava le parole di Gesù: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 33).  La riflessione proposta dal celebrante fu questa: «Cercare la giustizia significa dare a ciascuno il suo, cioè rispettare l’ordine costituito. Chi rispetta l’ordine costituito e mantiene lo status quo consegnatoci dalla Tradizione riceverà in aggiunta tutti i doni del Signore». La conclusione fu accolta da un generale silenzio-assenso e la celebrazione proseguì come se fosse stata riaffermata la verità più evidente del mondo. Mi fu chiaro, allora, come alla base del movimento tradizionalista vi fosse una motivazione politica, più che religiosa o spirituale. (“Avvenire” – Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto)

La netta rinnovata contrapposizione di questi ansiosi aspiranti scismatici rispetto all’azione del papato, ad esempio, può essere messa provocatoriamente in connessione con il recente dibattito culturale e politico seguito alla proposta della rivista “L’Espresso” di candidare papa Leone al Premio Nobel per la Pace. Luciana Castellina, storica dirigente della sinistra italiana, ha espresso il proprio sostegno a questa candidatura. In un contesto in cui la politica internazionale è segnata da forti tensioni, la Castellina ha difeso l’idea, sottolineando come un’onorificenza papale per la pace avrebbe senso. Chi sta dalla parte dei poveri e delle vittime della guerra, c’è poco da fare, non piace a un certo cattolicesimo “di merda”, si chiami Trump, Vance, Lefebvre o Vattelapesca.

La messa in latino? Ma fatemi piacere…è una scusa bella e buona… E se la celebrino e se la cantino! Non perdiamo tempo con le cazzate lefebvriane. Il Vangelo è una cosa troppo seria per essere discussa con questi ridicoli ma purtroppo iconici scismatici. Ma per carità niente scomuniche, niente cazzate di ritorno. Anche perché, se ci mettiamo su questo piano, non ne usciamo vivi. E poi che la diatriba con i lefebvriani non diventi un modo per distrarre la Chiesa cattolica dai veri problemi in cui deve essere immersa; potrebbe finire col provocare paradossalmente un moto istintivo di simpatia per la Fraternità Sacerdotale San Pio X.