Anche per Trump e Netanyahu verrà un giorno…

Fino a nuova notifica, le 37 organizzazioni umanitarie internazionali che si sono rifiutate di conformarsi alle nuove regole israeliane di registrazione potranno continuare a operare a Gaza e in Cisgiordania oltre il 1° marzo, data prevista dalle autorità di Tel Aviv per l’interruzione delle attività e la partenza del personale straniero dai Territori palestinesi e da Israele. A stabilirlo è l’ingiunzione ad interim emessa ieri dalla Corte Suprema israeliana, giunta in risposta alla petizione inoltrata da 17 Ong che richiedevano all’alto tribunale un’ingiunzione provvisoria capace di sospendere l’implementazione del nuovo regolamento promosso nel marzo 2025 dal governo.

(…)

«Oggi l’Alta Corte di Giustizia ha concesso ai residenti di Gaza e della Cisgiordania un po’ di respiro. Le organizzazioni umanitarie, che lavorano giorno e notte per alleviare, anche solo in parte, la devastazione che Israele infligge quotidianamente nei territori sotto la sua occupazione, non saranno tenute, per il momento, ad andarsene. La svolta arriverà quando Israele riconoscerà i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale, permetterà alle organizzazioni di operare e di fornire assistenza, come fanno nel resto del mondo, e smetterà di trattarle come nemiche». Hanno accolto così la sentenza della Corte Alva Kolan e Yotam Ben Hillel, gli avvocati israeliani che hanno curato la petizione delle 17 organizzazioni. (“Avvenire” – Luca Foschi)

 

La Corte Suprema ha stabilito che Donald Trump non poteva imporre i dazi invocando poteri d’emergenza senza il via libera del Congresso, segnando un limite formale al potere dell’esecutivo. Ma, come scrive Roberto Seghetti, la sentenza non incide sull’impianto della politica commerciale né arresta la trasformazione degli equilibri istituzionali. 

Sulla medesima questione, Elisabetta Grande scrive che se è vero che la Corte richiama il rispetto della separazione dei poteri, la decisione interviene su un terreno cruciale per la strategia fiscale e politica dell’amministrazione e non impedisce al presidente di percorrere altre strade normative per mantenere invariato il gettito tariffario. Due sono allora gli interrogativi che si pongono: il primo è se la Corte Suprema intenda cambiare rotta e ristabilire la separazione dei poteri, il secondo se Trump sia disposto a sottomettersi alle decisioni della Corte Suprema. (MicroMega)

 

L’episcopato statunitense ha chiesto alla Corte Suprema di bocciare il decreto di Trump che abolisce lo Ius soli. «Immorale la norma contro la cittadinanza, sarebbe una punizione oltraggiosa contro i minori». Negli ultimi mesi si sono intensificate le prese di posizione critiche delle diocesi sul giro di vite anti-migranti: è in gioco l’identità stessa degli States. (“Avvenire” – Elena Molinari)

 

Il diritto internazionale ha battuto due colpi e l’episcopato statunitense ha ripreso a fare il proprio mestiere.

È pur vero che due importanti pronunciamenti giudiziari non mutano il quadro politico negli Usa e in Israele, ma comunque mettono un argine allo strapotere dei guerrafondai. Qualcuno sta dicendo a Trump e Netanyahu che non possono pensare di fare tutto ciò che vogliono, fregandosene altamente delle leggi.

È pur vero che a stretto rigore Trump può rispondere con un’alzata di spalle ai richiami moralizzatori della gerarchia cattolica, dimenticando persino di aver ottenuto una caterva di voti dal mondo cattolico, ma comunque il risveglio delle coscienze a qualcosa porterà, se è vero, come è vero, che l’ingiustizia istituzionalizzata richiede un cambio delle strutture, ma soprattutto una nuova presa di coscienza da parte degli uomini.

Boccate d’ossigeno per un mondo che fatica a respirare: se riprendono a funzionare i due polmoni, vale a dire le istituzioni a salvaguardia della democrazia e il Vangelo a salvaguardia della giustizia, si può sperare in un mondo diverso.

Gli uomini devono imparare a fare affidamento sulle proprie forze, a dominare il mondo con la propria intelligenza e col proprio lavoro, ma fino ad un certo punto. Chi governa il mondo lo sta facendo fino a superare questo punto, comportandosi come se i principi etici fossero un optional e soprattutto come se Dio non ci fosse. Bisognerà ricordarglielo?!

 

A stretto giro di bombe è arrivata la risposta: Dio è mio e me lo gestisco io. La teocrazia islamica iraniana attaccata dalla teocrazia laico-religiosa di Trump e Netanyahu.

Fra i tanti argomenti critici sollevati in ordine all’aggressione israelo-palestinese ai danni dell’Iran, camuffata nella prevalente narrazione con vergognose motivazioni etiche (quante sciocchezze ho letto ed ascoltato!), scelgo quello che mi sembra più emblematicamente in controtendenza: dopo il rapido intervento del giugno scorso Trump aveva assicurato che l’arsenale nucleare iraniano era stato distrutto, oggi impariamo che questo arsenale è talmente vivo e vegeto da richiedere un’aggressione ulteriore. I casi sono due: o si mentiva in giugno o si mente oggi. Anzi c’è un terzo caso: si mente sempre! L’ordine internazionale è spudoratamente distrutto: i rapporti mondiali si basano sulla menzogna. La raccontano così bene, che in molti ci credono o se ne stanno zitti e fingono di crederci. Siamo entrati nella globalizzazione della menzogna.

Qualcuno in preda al delirio filoamericano e filoisraeliano si sente finalmente liberato dal male: un sacrilegio!  In democrazia, grazie a Dio, sono ammessi anche i sacrilegi. Avessero il coraggio di andare a dire queste puttanate davanti ai pasdaran. Questi imbecilli che aprioristicamente leccano il culo a Trump, mi stanno paradossalmente rendendo “simpatici” i fanatici iraniani: sono infatti più inaccettabili, odiosi e deleteri i port-coton nostrani o i baciapile islamici? Una bella gara, non c’è che dire! Oltre tutto questi cretini, più trumpiani di trump, ho il timore che inopinatamente ci trascinino nel gorgo del terrorismo di risulta e di sponda.

 

 

 

Con la guerra la libertà si allontana

Israele e Stati Uniti hanno lanciato un “attacco preventivo” contro l’Iran questa mattina. Colonne di fumo nero sono state avvistate nel cielo di Teheran in altre città del Paese. Sirene d’allarme hanno risuonato in varie città israeliane e le autorità hanno dichiarato lo stato di emergenza nazionale. Il ministro della Difesa israeliano Katz avverte: ‘si prevede una possibile ritorsione con missili e droni da parte dell’Iran’. Trump sul social Truth: “Distruggeremo i loro missili, l’Iran non avrà il nucleare’. La Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei non si trova a Teheran ma sarebbe stato trasferito in un luogo segreto. (ANSA)

I g’an tanta vôja ‘d far n’ätra guéra ch’in stan pu in-t-la péla: così direbbe mio padre. Unna scuza l’as cata sempor. L’Iran non deve avere il nucleare: con la bomba atomica in mano agli ayatollah il mondo non sarebbe sicuro. Ammesso e non concesso che l’Iran sia effettivamente dotato di arsenali atomici (come non ricordare la manfrina di Powell all’Onu contro l’Iraq di Saddam Hussein), il bello è che io non mi sento sicuro nemmeno al pensiero che Usa e Israele siano dotati di armi nucleari. Su questa materia non mi fido di nessuno. Allora…

Trump agli iraniani: “La libertà è vicina. Prendetevi il governo, sarà l’unica occasione per generazioni”. Il presidente in un video su Truth annuncia l’attacco militare per “eliminare il regime”. Un appello agli iraniani a liberarsi del tiranno. Un messaggio alle milizie ad arrendersi in cambio dell’amnistia. Un’ammissione agli americani: “Potremmo subire perdite, accade spesso in guerra”. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annuncia con un videomessaggio su Truth l’avvio di un attacco militare contro la Repubblica islamica dell’Iran, rivendicando la necessità di un intervento diretto per neutralizzare quello che definisce un pericolo imminente per la sicurezza americana e dei suoi alleati. Si rivolge al popolo iraniano dicendo che non appena sarà finita l’operazione militare, sarà per loro il momento di prendere il controllo del governo, se non lo faranno ora potrebbe non esserci un’altra occasione per generazioni. (Huffpost)

Gli iraniani in lotta per cambiare regime hanno tutta la mia solidarietà. È pur vero che quando uno è disperato si attacca a chiunque gli faccia balenare qualche speranza, ma non so se gli iraniani possano fidarsi dell’accoppiata Trump- Netanyahu: non sarebbe la prima volta che nella storia cadono dalla padella alla brace. Al solo sentire il nome di Reza Pahlavi, figlio di tanto padre, mi si accappona la pelle. Cerchino di trovare in loro stessi la forza e il coraggio di andare verso un regime democratico e si preparino comunque a pagare altissimi prezzi ai “liberatori”.

Non credo proprio che Usa e Israele regaleranno la libertà al popolo iraniano: quel po’ che gli consentiranno glielo faranno pagare a carissimo prezzo. Il problema è che non sanno da che parte voltarsi. “Dagli amici mi guardi Dio, che dai nemici mi guardo io” è un noto proverbio italiano che suggerisce come dai nemici ci si possa difendere da soli, mentre dai falsi amici è necessaria una protezione superiore. L’ulteriore problema è che il loro Dio (che rispetto) si presenta sotto le mentite spoglie degli ayatollah (che non rispetto) e allora il gatto si morde la coda…

E cosa penseranno di questa guerra i cittadini statunitensi e israeliani? Vivono in due stati democratici (?) e hanno i governanti che si meritano? Il discorso sarebbe lunghissimo, lo rimando alle prossime puntate belliche.

Il presidente di Israele Isaac Herzog (una colomba vezzeggiata dal Quirinale e dal Vaticano) si è congratulato per l’attacco portato all’Iran (bravi, bene, bis!); il ministro degli esteri italiano Antonio Tajani si preoccupa soltanto di tenere indenni dalle conseguenze belliche gli italiani abitanti nell’area; i dirigenti Ue non vanno oltre una misera preoccupazione. Ormai alla guerra abbiamo fatto l’abitudine…e poi c’è Sanremo che ci rasserena…

 

 

 

 

La ciliegina elettorale sulla torta anti-costituzionale

Una notte di mediazioni. Poi l’accordo quasi chiuso. La maggioranza trova insomma la quadra sulla nuova legge elettorale e il testo che già qualcuno ha iniziato a ribattezzare “Stabilicum” (l’obiettivo dichiarato è garantire stabilità) è ora oggetto delle ultime limature tecniche e di un ultimo passaggio coi leader, e sarà depositato nelle prossime ore. L’impianto generale è quello noto: superamento dei collegi uninominali del Rosatellum in favore di un sistema proporzionale con premio di maggioranza (70 seggi alla Camera, 35 al Senato) alla coalizione che supera il 40%. Poi nome del candidato premier sul programma (e non sulla scheda), e una soglia di sbarramento al 3%. Ultimo nodo è quello delle preferenze: è forte il pressing di Fratelli d’Italia, ma ancora più forte il muro alzato dalla Lega. E allora alla fine le preferenze non dovrebbero esserci. Ci sarà (anzi già c’è) un inevitabile scontro politico tra maggioranza e opposizioni. Il Pd alza subito la voce. «All’opposizione non è stata fatta alcuna proposta, non c’è stato alcun confronto e non abbiamo visto alcun testo. Sembra che nella ridefinizione di una legge fondamentale come quella elettorale siano intenzionati ad agire come hanno fatto sulla riforma della giustizia: unilateralmente e con arroganza politica. La Costituzione, così come le regole che strutturano la democrazia, non sono nella disponibilità di alcuna maggioranza e nessuno dovrebbe pretendere di riscriverle unilateralmente», sbotta il capogruppo Dem nella commissione Affari Costituzionali del Senato Andrea Giorgis. Lo scontro politico appare insomma inevitabile. E intanto si accavallano dettagli ancora tutti da capire. Nel testo, raccontano fonti parlamentari del centrodestra, ci sarebbe anche l’ipotesi di fare ricorso al ballottaggio ma solo in un caso di scuola, definito “residuale”, cioè qualora la prima e la seconda coalizione dovessero ottenere tra il 35 e il 40% dei voti. (“Avvenire” – Arturo Celletti)

La prima domanda che mi viene spontanea è: perché la Costituzione italiana lascia alla legge ordinaria la fissazione dei criteri elettorali? Non ho una risposta, ma due considerazioni da porre.

Le elezioni, fatti salvi i principi democratici fissati dalla Costituzione, si svolgono secondo criteri flessibili, che possono cambiare a seconda dell’evoluzione socio-politica e per meglio rispondere alle esigenze istituzionali dello Stato.

I criteri elettorali possono però finire con l’essere materia di partitismo imperfetto e/o di tentativi di inquinare i rapporti politici fra cittadini e Stato e/o di ricerca di equilibri di mero potere.

Solo il sistema elettorale proporzionale puro con l’espressione delle preferenze garantisce di essere lo specchio del sistema democratico rappresentativo e parlamentare: tutti gli altri meccanismi finiscono col piegare la volontà popolare alle esigenze di governabilità, stabilità e continuità (valori relativi), che dovrebbero comunque trovare un muro invalicabile nella rappresentanza popolare (valore assoluto), rinviando ad un Parlamento veramente e profondamente rappresentativo la ricerca delle maggioranze e dei relativi accordi di governo.

La politica si dovrebbe fare in Parlamento, alla luce del sole e nel rispetto della volontà popolare: tutti gli altri sistemi elettorali, più o meno, rappresentano delle scorciatoie che sottraggono potere al popolo con l’illusione di dargli più potere (vale per i premi di maggioranza, per le soglie di sbarramento, per la designazione diretta del premier e per tutti i simili escamotage), incoraggiano l’astensionismo proponendo all’elettorato minestre liofilizzate e disgustose e finiscono magari col consegnare il governo del Paese a una maggioranza virtuale/minoranza reale.

La fiducia dell’elettorato non si conquista riducendo la politica a referendum una tantum fra Tizio e Caio, fra i partiti o le coalizioni x e j. Come previsto dalla nostra Costituzione il cittadino non vota un governo e ancor meno un premier o un presidente, ma i suoi rappresentanti in Parlamento, scegliendo fra le liste proposte dai partiti politici ed esprimendo preferenze all’interno di esse.

Mai come nell’attuale clima politico uscirebbero leggi elettorali-pateracchio introdotte sul rettilineo finale della legislatura. Ogni volta che si cambia legge, si peggiora il rapporto fra cittadini e istituzioni e di conseguenza aumenta l’astensionismo: l’elettore si convince con gli argomenti programmatici e non si cattura con le combinazioni elettorali.  L’elettore ingenuo ha l’illusione di scegliere, l’elettore più attento capisce di essere turlupinato e si astiene.

Nel nostro Paese è in atto un surrettizio tentativo di revisione anti-democratica della Costituzione: i problemi si risolvono con l’allargamento dei reati e con l’inasprimento delle pene; i rapporti internazionali si impostano in base agli egoismi nazionali; il progresso sociale si persegue mantenendo lo staus quo; l’Italia è un Regno fondato sulla difesa dell’ordine pubblico. La ciliegina sulla torta sarebbe costituita da una legge elettorale di parte che vezzeggi il popolo bue e costringa chi non vuol passare da asino a starsene a casa. Ne uscirà un Parlamento imperfetto, sostituito da “Porta a Porta”, vale a dire la Terza Camera perfetta condotta da Bruno Vespa, il leccaculo perfetto.

 

 

Chiacchiere sull’Ucraina, ricetta originale due milioni di morti

Il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina è stato celebrato nel paradosso: a distanza di quattro anni, dopo la carneficina e le distruzioni conseguenti, anziché parlare seriamente e finalmente di prospettive di pace, si litiga in sede Ue sugli aiuti militari da fornire all’Ucraina e in sede italiana il litigio si fa doppio o addirittura triplo.

Alla divergenza di vedute tra i Paesi europei si aggiunge a livello italiano il litigio fra i partiti di governo: è il caso di dire tre partiti e ben quattro posizioni, vale a dire una Meloni ondivaga ed opportunisticamente navigante fra i bollenti spiriti leghisti e il moderatume forzista, con la recentissima aggiunta della spina nel fianco vannacciana e con la cambiale in bianco firmata a Donald Trump dalle cui mendaci labbra ci si ostina a pendere. A Orban la Meloni aggiunge Vannacci, al santo padre Salvini aggiunge Trump il più assurdo e paradossale uomo di pace.

Nessuno, anche nelle opposizioni, che abbia il coraggio di elaborare uno straccio di proposta di pace, preferendo continuare a fornire armi a getto continuo e senza alcuna trasparenza e a rimettersi pedissequamente al “genio” pacificatore di Trump. La situazione è difficile e complessa, ma proprio per questo meriterebbe ben altro coraggio e ben altra fantasia.

La parte del pacifista la gioca Roberto Vannacci in libera uscita: un paradosso tira l’altro. Destra e sinistra si confondono in un bellicismo di maniera, in una via bellica alla democrazia o, se si vuole, in una necessità democratica della guerra. Possibile che non si intraveda una luce in fondo al tunnel? Mi sovviene al riguardo una macabra barzelletta che racconta di un automobilista che in mezzo alla nebbia totale si mette in coda ad una lucina per poi accorgersi alla prima schiarita che proveniva da un carro funebre diretto al cimitero.

L’evento “L’Ucraina e la difesa dell’Europa” nella sala di Esperienza Europa – David Sassoli ha raccolto le reazioni a caldo degli europarlamentari italiani a Bruxelles, a seguito della plenaria straordinaria dedicata ai quattro anni dall’invasione della Russia in Ucraina. Tra la richiesta di negoziati immediati per fermare il conflitto e la convinzione che la deterrenza militare sia l’unico strumento per garantire la sicurezza e la libertà dell’Europa, i pareri si scontrano. (EURO-FOCUS)

I negoziati impattano contro la folle diatriba su chi abbia vinto o perso; la deterrenza militare è un divertimento affatto innocuo per cittadini scemi. Dopo due milioni di morti siamo ancora lì a discutere se venga prima la guerra o la pace. Tutti invocano il multilateralismo internazionale, io mi accontento di auspicare la follia del pacifismo unilateralmente e bruscamente diplomatico: in un mondo di matti, scelgo quello che sembra esserlo di più, vale a dire quello che sempre e comunque rifiuta la logica della guerra o cerca almeno ostinatamente di uscirne.

Al riguardo non so quale successo avrà l’iniziativa in arrivo dalla Germania, della quale ho letto con molto interesse e con ammirazione per il sano realismo associato al senso di responsabilità ed alla lungimiranza geopolitica. Finalmente qualcuno che mette esperienza e competenza a servizio della causa della pace. Non conosco la provenienza partitica di questi personaggi, non mi interessa, colgo nel loro pensiero un desiderio di smuovere le acque del pantano, che mi apre il cuore alla speranza. Spero di non rimanere deluso, semmai avrò almeno colto un segno in controtendenza: con le arie che tirano non è poco!

Tra i promotori c’è Michael von der Schulenburg, per oltre trent’anni diplomatico delle Nazioni Unite in scenari di crisi e oggi deputato al Parlamento europeo, dove si occupa di politica estera e sicurezza. Con lui hanno firmato la proposta l’ex generale Harald Kujat, ex capo di Stato Maggiore della Bundeswehr e presidente del Comitato militare della Nato, lo storico Peter Brandt (figlio del cancelliere fautore della distensione con la Ddr), il politologo Hajo Funke e Horst Teltschik, già consigliere per gli affari esteri e la sicurezza del cancelliere Helmut Kohl.

Von der Schulenburg, perché sostenete che l’Ue deve cambiare linguaggio?

Nel quarto anniversario della guerra in Ucraina, il Parlamento europeo ha presentato una risoluzione carica di odio e di richieste completamente irrealistiche. Noi crediamo che, se l’Europa vorrà mai negoziare, o vorrà far parte di futuri negoziati, dovrà convincersi che l’unico modo per salvare l’Ucraina e porre fine alla guerra passa attraverso la diplomazia. Ma finché i politici occidentali crederanno di poter mettere in ginocchio la Russia prolungando la guerra a tempo indeterminato, i negoziati non saranno possibili. Questa convinzione è anche pericolosa, perché dopo il ritiro degli Stati Uniti, i membri europei della Nato non hanno né le risorse finanziarie né quelle militari per mantenere tale linea. Dobbiamo evitare a tutti i costi che le forze armate ucraine crollino, perché ciò causerebbe inevitabilmente anche il crollo politico di Kiev.

Ritenete realistica la richiesta di Bruxelles di un ritiro totale delle truppe russe prima dell’avvio dei negoziati?

È assolutamente inverosimile. Non accadrà, né ora né in futuro. Per il semplice motivo che non siamo in grado di cambiare le sorti della guerra in Ucraina sul piano militare. Dobbiamo accettare il fatto che certi territori sono stati occupati e che gran parte della popolazione di queste aree non vuole più far parte dell’Ucraina. Come accadde anni fa in Kosovo, dove molta gente non voleva più far parte della Serbia.

Quindi cosa proponete per questi territori?

Il congelamento della linea del fronte nelle regioni di Zaporizhzhia e Kherson e la rinuncia da parte di Mosca di parte dei territori che attualmente occupa. In cambio, Kiev dovrebbe riconoscere l’indipendenza di Donetsk e Luhansk, con un ritiro reciproco delle forze armate e una fase di amministrazione fiduciaria sotto l’egida Onu. Entro cento giorni dovrebbe poi tenersi un referendum sulla secessione delle due regioni, sotto osservazione internazionale. Con l’impegno di entrambe le parti a rispettarne e recepirne l’esito.

Pensate che la neutralità dell’Ucraina sia l’unica soluzione praticabile?

Sì. Un’Ucraina neutrale potrebbe ristabilire le sue relazioni con la Russia, con l’Asia centrale, con la Cina, ma anche con l’Ue. Kiev non può diventare parte di un’alleanza militare, così come non sarebbe possibile per Cuba, il Messico o il Venezuela far parte di un’alleanza ostile agli Stati Uniti.

Quali garanzie di sicurezza renderebbero credibile tale soluzione?

Dobbiamo garantire innanzitutto la sopravvivenza dell’Ucraina come stato sovrano indipendente e poi gettare le basi di un ordine paneuropeo che tenga conto degli interessi di sicurezza di entrambe le parti. Abbiamo una grande responsabilità nei confronti dell’Ucraina, che oggi è distrutta. E dobbiamo garantire un futuro agli ucraini.

(intervista a cura di Riccardo Michelucci, pubblicata dal quotidiano “Avvenire”)

 

Un Santo zio per protettore

76° ANNIVERSARIO

26/02/1950 – 26/02/2026

“Aveva il senso della gioia: i suoi occhi splendidi e traspa­renti, la sua risata piena, il suo protendersi su tutto ciò che era bello e buono, l’afferrare la vita, il godere questa vita, come dono di Dio, come riflesso della chiamata di Dio.  Egli era un ottimista. Per questo era prete. Aveva il senso degli altri, nella sua generosità non misurava niente, non calcolava niente, non si è mai chiuso a doman­dare se questo era di vantaggio o di perdita: ha dato.  Ma con un gesto che non pesava, con un senso di bontà serena e semplice che concretizzava immediatamente il ponte comunitario” (don Andrea Ghetti)

Don Ennio Bonati

 

sacerdote

 

vissuto per un periodo relativamente breve, solo 35 anni, stroncato da una terribile malattia. Era una punta di diamante del clero parmense. Poi si è ammalato ed è iniziato il suo calvario. La sua morte ha lasciato un vuoto grande: profeta nella sua scomodità, dotato di personalità dolce ma forte, presbitero di grande fede ma portato all’impegno civile, amante dei giovani (fondatore a Parma del movimento scoutistico nel dopoguerra), spirito libero ma legato profondamente al suo vescovo, esperto in teologia ma disposto a sporcarsi le mani nella condivisione e nella solidarietà, indipendente nelle sue scelte ma affettivamente molto legato alla sua famiglia di origine di cui è stato il punto di riferimento, uomo gioioso ma capace di accettare eroicamente la croce (una tremenda malattia che lo ha distrutto ancora in giovane età).

Con delicata ma forte commozione, pensando alla storia di una famiglia forse più unica che rara, impegnato perché la memoria non vada dispersa e rimanga una traccia della breve e intensa esistenza dello zio sacerdote, invito, quanti lo vorranno, a ricordarlo pregando con lui ed affidandosi alla sua protezione.

Nell’occasione consiglio di rileggere il libro “Don Ennio Bonati, sacerdote, scout, teologo”, contenente una viva, documentata e testimoniata biografia di un sacerdote attuale nel suo totale servizio alla Chiesa e alla società.

Ennio Mora

Parma, 26 febbraio 2026

 

 

 

 

 

 

Il cinturrino di castità per la polizia

Sul caso-Rogoredo il Governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vicepremier Matteo Salvini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’intero stato maggiore di FdI, Lega e Forza Italia sono costretti, in queste ore, alla capriola più vistosa dell’intera legislatura. Non solo erano stati solerti, poco dopo l’uccisione di Mansouri, nel prendere le difese del poliziotto che aveva sparato – il cui nome ora è noto, Carmelo Cinturrino -. Ma avevano tirato fuori nel giro di mezza giornata l’intero armamentario prêt-à-porter che ben si prestava all’occasione: da un lato l’invocazione dello scudo penale per gli agenti, tema molto caldo a fine gennaio mentre si stava definendo il nuovo pacchetto sicurezza, dall’altro l’accusa alla magistratura di aprire fascicoli contro chi la legge la difende, argomento che calzava bene con la campagna in vista del referendum del 22-23 marzo.

Quanto è emerso negli ultimi giorni, proprio attraverso l’indagine della procura, ha evidenziato il grossolano e frettoloso errore di valutazione dell’esecutivo e della maggioranza. Sino a rendere asfissiante il pressing sulla stessa Meloni e su Salvini, i due che più si erano spesi nel “cavalcare” il caso (la premier, non per una mera coincidenza, a inizio Olimpiadi, ha voluto visitare proprio gli uomini in divisa al lavoro presso la stazione di Rogoredo). La richiesta alla premier e al suo vice leghista, avanzata prima timidamente e poi con maggiore determinazione dalle opposizioni, è quella di dire apertamente di essersi sbagliato, insomma di “scusarsi” per quanto detto dopo la morte di Mansouri.

(…)

Il punto più critico, però, non è tanto lo scontro sullo scudo penale o sui fascicoli che le procure devono aprire formalmente per avviare un’inchiesta e provare ad arrivare a una verità. Il punto è la ‘brutta figura’ che fa una politica che straparla a caldo di fatti di cronaca pensando di ricavarne vantaggi elettorali, trasformando poi tutto in video emozionali, card, meme, battute caustiche, indicazione del bersaglio sociale e quanto di più semplicistico e cinico richiedono i social media. Un malcostume diffuso. Stavolta ci è caduto mani e piedi il Governo. Altre volte le opposizioni. Ma la lezione va imparata. Altrimenti si arriverà a un punto in cui saranno indistinguibili le parole di un politico, di una persona che abita i partiti e le istituzioni, da un qualsiasi influencer che lucra sulle visualizzazioni. Una lezione tutto sommato semplice: aspettare prima di pronunciarsi, capire prima di arrivare a una conclusione, fidarsi di chi su un fatto pubblico deve svolgere il proprio lavoro. C’è un costo da pagare, certo. Bisogna mettere da parte gli slogan, i messaggi di pancia, le scorciatoie mentali con cui ormai si vuole sostituire la nobile arte della persuasione. Ma doversi pentire di aver detto cose risultate completamente sbagliate è molto peggio. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

La polizia, con i suoi poteri, le sue funzioni, i suoi eccessi e le sue disgrazie, è sempre stata un punto dolente nel dibattito politico: chi ne ha sempre fatto il pregiudiziale panegirico e chi la viscerale censura.

Il mio impegno politico era storicamente fatto di sfide coraggiose al limite del paradosso, regolarmente perse in casa: militavo infatti nella Democrazia cristiana aderendo all’ala progressista, per la precisione alla corrente di matrice sindacal-aclista. Una gara dura anche se, per certi versi, affascinante. Ero segretario di sezione e durante un dibattito congressuale mi permisi di sostenere l’idea del disarmo della polizia nei conflitti di lavoro: era un periodo caldo a livello di protesta e contestazione studentesca e operaia. La mia provocatoria proposta, che peraltro faceva riferimento ad un disegno di legge, presentato in Parlamento da un esponente della sinistra D.C. (se non erro l’onorevole Foschi) e mai approvato, fece andare su tutte le furie alcuni iscritti, in particolare uno che gridò: “I canòn a la polisìa”. Fu la mia caporetto, da quel momento ebbi vita dura e in poco tempo mi spodestarono democraticamente (?) da segretario.

Oggi il discorso si è fatto ancor più manicheo: per la destra al potere la polizia ha sempre ragione, la magistratura ha sempre torto. La polizia si ringalluzzisce e si crede inattaccabile, la magistratura si vittimizza e si sente costantemente nel mirino. Bellissimo clima, che si vorrebbe addirittura istituzionalizzare!

Senonché la guerra ha trovato la sua Rogoredo: i poliziotti talvolta sbagliano di grosso e i giudici devono raccattarne e punirne le cacche più o meno puzzolenti.

Adesso si passa da un’estremità all’altra: Cinturrino, prima ancora di venire regolarmente processato, è diventato la mela marcia ante litteram che deve pagare per tutti e i magistrati non sono più insopportabili piantagrane, ma devono andare fino in fondo nell’accertare e punire le responsabilità.

Attualmente la coerenza non è più una virtù, ma una insopportabile pretesa della sinistra. Parto dall’alto. Come si può impostare un dialogo serio con un personaggio inaffidabile come Donald Trump? Cosa ci può essere di serio nell’assetto mondiale che si va delineando? Solo i ricatti reciproci! I dazi non son forse tali?! E il presidente statunitense non è uno specialista nel cambiare opinione in continuazione (lui sì che è furbo!). Stia attenta la premier italiana perché, se i rapporti con la Ue dovessero precipitare e/o Trump dovesse implodere, finirà per essere tutta colpa sua. Ma lei se la caverà perché è furba ed è, anche lei, una specialista nel capovolgere le frittate, dando sempre le colpe a chi osa criticarla. È sempre tutta responsabilità dei governi precedenti! E le sue contraddizioni clamorose? “Solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”.

Proprio questa mattina alla fermata del bus ho colto il ragionamento di una giovane donna che faceva risalire i nostri guai sociali alle debolezze della giustizia, prendendo spunto dalla giovane mamma di Traversetolo a cui sono stati concessi gli arresti domiciliari in attesa di giudizio. Giustizialismo indiscutibile per i poveri e garantismo strisciante per i ricchi e i potenti. Mi sono chiesto cosa voterà al referendum sulla giustizia: a prova di sbrigativa briscola dovrebbe fare la croce su un “no” grande come una casa per dare più potere ai giudici, invece voterà “sì” perché Giorgia Meloni in materia di (in)giustizia se ne intende.

Da qualche giorno, dopo essere precipitato nello sconforto, sono portato a buttarla in ridere: il teatro dei burattini. Strana e incredibile politica in cui tutto è paradossalmente possibile. In dialetto parmigiano, quando una persona assume atteggiamenti sfrontatamente in contraddizione col suo normale comportamento, viene immediatamente apostrofata con una espressione colorita: “avérgh un bècch äd fér”. Gilberto Govi, in dialetto genovese, li chiamava “marionéti”. 

 

Papa Leone, le denunce aspettando i ruggiti

Dall’inizio del suo Pontificato Leone XIV non ha mai smesso di denunciare pubblicamente le violenze sui migranti negli Stati Uniti e di muoversi sottotraccia attraverso i canali della diplomazia vaticana. Dai cardinali ai vescovi, fino alle comunità parrocchiali, Prevost sta riuscendo a smuovere gran parte della Chiesa cattolica americana in difesa della dignità umana, al fianco degli uomini e delle donne ricercati dall’Ice.

Dopo lo storico comunicato congiunto dei vescovi Usa, che definiva le politiche migratorie trumpiane vere «deportazioni di massa», alcuni giorni fa tre cardinali hanno dichiarato pubblicamente che l’unica direzione possibile è quella indicata dal primo Papa dagli Stati Uniti. Prevost non può farcela da solo, ma sta facendo quello che solo un Papa può fare. (da LeoPop il podcast di “Avvenire”)

Avevo, e in parte ho ancora, il timore che l’elezione a papa di Prevost fosse una mossa politica filoamericana per andare incontro alle “strane” esigenze dei cattolici statunitensi e per trovare un modus vivendi con l’altrettanto strana presidenza di Trump. Se anche la Chiesa cattolica scende a compromessi col mondo al punto da accettarne obtorto collo le imperanti logiche dell’egoismo e della forza, siamo veramente perduti.

Colgo con sollievo la stringata ma efficace analisi di cui sopra, anche se mi sembra un po’ troppo semplicisticamente elogiativa (ci sono state sul piano politico mosse e parole equivoche che non mi sono affatto piaciute…). Forse pretendo troppo?!

C’erano due possibilità in ordine all’incipit del papato prevostiano: l’abile appiattimento verso il mondo trumpiano oppure il coraggioso messaggio in controtendenza. Sembra che prevalga il secondo approccio.

Il piano di allestire 20 grandi centri con 92.600 posti letto entro il 30 novembre solleva le preoccupazioni della Conferenza episcopale americana: «Ricordano i campi di internamento della Seconda Guerra Mondiale. Profonde preoccupazioni per un piano senza precedenti nella storia recente degli Stati Uniti, che interroga la coscienza del Paese. Il presidente del Comitato per le migrazioni della Conferenza episcopale americana ha lanciato, sul sito ufficiale dei vescovi Usa, un allarme durissimo contro il progetto dell’Amministrazione Trump di espandere massicciamente la detenzione degli immigrati attraverso la creazione di grandi strutture, veri e propri “magazzini” capaci di internare migliaia di persone. «Il pensiero di tenere migliaia di famiglie in enormi capannoni dovrebbe mettere alla prova la coscienza di ogni americano — ha detto il vescovo Brendan Cahill di Victoria, in Texas —. Qualunque sia il loro status migratorio, queste persone sono esseri umani creati a immagine e somiglianza di Dio. Siamo davanti a un punto di svolta morale per il nostro Paese». Secondo documenti interni del dipartimento per la Sicurezza Interna, l’Immigration and Customs Enforcement (Ice) punta ad acquistare almeno 20 magazzini in tutto il Paese per creare 92.600 posti letto entro il 30 novembre. Almeno otto strutture, già individuate o acquisite in Stati come Georgia, Texas, Pennsylvania e Maryland, sarebbero dei “mega-centri” in grado di detenere tra le 7mila e le 10mila persone ciascuno. Altri siti sono allo studio in Missouri, New Jersey, New Hampshire, North Carolina, Tennessee e Utah. (“Avvenire” – Elena Molinari, New York)

Non si tratta di aperte sfide alla “papa Francesco”, ma di netti incoraggianti distinguo, che sembrano avere un importante seguito nella gerarchia cattolica Usa. Speriamo che lo Spirito Santo con il suo soffio di verità giunga in tempo e distolga il Vaticano dalle tentazioni della morbida diplomazia per spingerlo all’aperto pronunciamento del “sì-sì, no-no”.

Ci sono altri fronti su cui attendo, con ansia mista a preoccupazione, il pontificato di papa Leone: quello interno alla Chiesa, alle sue strutture, ai suoi indirizzi pastorali, alle sue aperture. Non mi accontento degli appelli all’unità.

Diceva papa Francesco: «Per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna».

 

 

Solo i ricordi mi fanno sperare

Vittima del terrorismo eppure convinto che la democrazia avesse nella Carta costituzionale gli strumenti per debellarlo, nel ricordo di Mattarella: «Ha fortemente operato perché fosse l’ordinamento democratico a sconfiggere la minaccia del terrorismo, senza cedimenti a misure straordinarie, facendo leva sui principi costituzionali che reggono la funzione giurisdizionale», dice il capo dello Stato. Un esempio da seguire, «il cui impegno era ispirato al servizio e alla responsabilità», e a lui è stata dedicata la sede del Csm, oggi al centro della contesa referendaria. Così, Pinelli nel rimarcare che «troppo spesso nelle istituzioni ci si trincera dietro le responsabilità altrui, evitando di interrogarsi sulle proprie, e sui propri comportamenti, senza far tesoro dell’insegnamento dei padri costituenti».

L’uomo della scelta religiosa, lo ricorda da successore al vertice di Ac, Giuseppe Notarstefano. Tema poi ripreso da Rosy Bindi. Un intervento, quello dell’ex ministra della Sanità, sottolineato, alla fine, da un interminabile applauso. Un «martire laico» lo definisce, citando il cardinale Martini, «perché è morto non in odio al Vangelo, ma per il suo impegno per la Città dell’uomo», che però proprio dal Vangelo trasse le sue intime ragioni. Lo chiama «il mio professore», era con lui, al momento dell’agguato. Spiega la scelta religiosa come il superamento del collateralismo politico della Dc, ma non certo come un disimpegno dal perseguimento del bene comune. La sua biografia lo testimonia, visto che nel 1976 fu eletto, fra l’altro, consigliere comunale a Roma. «Non voleva che il Vangelo diventasse uno strumento di potere, ma che restasse un insegnamento da cui far scaturire una responsabilità personale, senza coinvolgere la Chiesa, che deve potersi rivolgere a tutti, non solo a quelli che votano un partito», dice Bindi. Ma l’uomo della scelta religiosa fu anche un politico, e un politico democristiano: «Si riconosceva nel riformismo di De Gasperi. Anche se fu Aldo Moro il suo riferimento maggiore», collega docente alla Sapienza e morto come lui per mano brigatista, come altri due docenti dell’ateneo, Ezio Tarantelli e Massimo d’Antona. E questo ha ispirato la riflessione del costituzionalista Stefano Ceccanti: «Quando passiamo per il corridoio di Scienze politiche al piano terra con le aule intitolate a Bachelet, Moro e D’Antona, quando passiamo sotto la lapide al piano rialzato – dove Bachelet fu ucciso, ndr – siamo provocati a ragionare sul nostro ruolo educativo, che dalle loro vicende tragiche trae alimento». E, a proposito di insegnamenti da tenere a mente, va sottolineato il clima di stima e rispetto – nello spirito auspicato da Mattarella – fra Ceccanti fautore del Sì, e Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No. Fair play istituzionale sottolineato alla fine persino da una foto insieme, col sorriso. (“Avvenire” – Angelo Picariello)

A commento della eloquente celebrazione del centenario della nascita di Vittorio Bachelet, il giurista ucciso dalle Brigate rosse nel 1980 all’università La Sapienza, non trovo di meglio che riportare di seguito la mia impertinente risposta ad un giovane e caro amico che mi ha gentilmente invitato a partecipare agli eventi parmensi in vista del referendum sulla riforma della giustizia. Nel ricordo di Bachelet ritrovo tutte le motivazioni del mio impegno politico di molto tempo fa e della nostalgica ritrosia del giorno d’oggi. Anche in politica si può vivere di ricordi, senza per questo sentirsi fuori dal tempo, anzi!

“Caro Filippo,

ti ringrazio, ma declino l’invito.

Preferisco formarmi un’idea a livello personale.

La mia partecipazione ai dibattiti è da tempo strachiusa.

Qualsiasi occasione di politica attiva non fa più per me: la passione politica resta nella mia nostalgica mentalità con ben altri protagonisti e scenari.

Leggo, scrivo, mi confronto con qualche singolo amico.

Se guardo l’assetto mondiale mi smarrisco, se guardo al governo italiano sono preso da una crisi di vomito, se guardo alla sinistra (?) m’incazzo…

Andrò a votare “no” per il significato politico che ha questo referendum e per il clima di attentato alla Costituzione in cui si colloca.

Il fascismo è dietro l’angolo!

Se mi segui sul sito, sai come la penso…

Sarò presuntuoso e aristocratico, ma preferisco dare la mia testimonianza lontano dalla bagarre.

Pensa che alla tua età avevo già fatto – sull’onda di una sensibilità proveniente dal contesto socio culturale in cui nacqui e crebbi, dall’educazione famigliare ricevuta, dalla militanza nel mondo cattolico vissuta e dagli insegnamenti di mia sorella assorbiti – un’esperienza ventennale di impegno a livello partitico e politico e mi ero già allontanato allorquando si era istaurato l’accordo di potere del cosiddetto CAF (Craxi-Andreotti-Forlani), che portò l’Italia alla triste fine della cosiddetta prima repubblica (al riguardo fui facile profeta…).

Cominciai a quattordici anni, troppo presto, e alla tua età ero già stanco e logoro: capirai oggi…

Per fortuna mi impegnai in un ambito professionale che mi consentì di vivere importanti esperienze sociali e culturali a livello del movimento cooperativo.

Termino qui il revival che penso non ti interessi più di tanto: hai cose migliori a cui badare…

Grazie dell’attenzione e dell’amicizia.”

Oggi come oggi posso accettare soltanto di partecipare alla virtuale iniziativa proposta da Piero Calamandrei agli studenti a Milano nel 1955: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione”. Aggiungo i luoghi dove sono caduti i martiri della nostra Costituzione come Moro e Bachelet. Un pellegrinaggio da sbattere in faccia a chi sta facendo strame della Carta costituzionale.

In cauda admirabilis et contumax venenum: “È più facile perdonare il delirante e pseudo-rivoluzionario sogno brigatista della odierna lucida e perfida veglia anticostituzionale”.

 

 

I rutti della premier

Sono consapevole che non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in undici anni.

Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura. Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare – particolarmente da parte delle altre istituzioni – nei confronti di questa istituzione.

Istituzione non esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario.

In questa sede, che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica – più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio come Presidente della Repubblica – avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole.

In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza.

Nell’interesse della Repubblica.

(intervento del presidente Mattarella alla seduta del Consiglio Superiore della Magistratura)

Era ora, anche se gli interventi del presidente Mattarella sono sempre troppo felpati e in punta di forchetta: ai rutti governativi risponde infatti con educazione e rispetto. Ha ragione, ma…

Ero un ragazzino alquanto trasgressivo rispetto al galateo: durante i pasti succedeva spesso che mi lasciassi andare a sonori rutti per sottolineare la bontà delle pietanze, ma soprattutto per evidenziare il mio menefreghismo rispetto alle norme di buona educazione.

Una volta, mia madre, stanca di questo andazzo, mi fece una lunga ed articolata ramanzina, al termine della quale non trovai di meglio che rispondere con un ancor più sonoro rutto. Mia madre si limitò a scuotere sconsolatamente il capo, mio padre invece reagì chiedendo provocatoriamente a mia madre: “T’nin sit miga acòrta c’al te tôs pr al cul?”. Alla dolcezza di mia madre mancava la fermezza educativa di mio padre.

I reiterati rutti istituzionali di Giorgia Meloni e c. sono effettivamente una presa per il culo riguardo alla Costituzione: non credo che vengano colti nella loro gravità dai cittadini intontiti da un dibattito politico assurdo nei modi e nei contenuti.

Mia madre avrebbe dovuto darmi un ceffone, per fortuna mio padre intervenne con parole molto eloquenti (una sorta di ceffone virtuale). Sergio Mattarella mantiene un atteggiamento a metà strada: forse si rivolge a nuora (Meloni) perché suocera (i cittadini) intenda. Basterà? A giudicare dalle reazioni comportamentali della premier e dei suoi sodali si direbbe di no o, quanto meno ed ancor peggio, si direbbe che ella risponda agli inviti di Mattarella con atteggiamenti ondivaghi ed equivoci, un giorno con moderazione, un altro giorno con veemenza.

C’è poco da dire, siamo all’osteria istituzionale e c’è spazio per i rutti: Giorgia Meloni se ne fotte altamente delle parole e degli inviti del Capo dello Stato.

A questo punto direi a Mattarella per incoraggiarne una posizione più decisa e incisiva: “Siòr president s’nel miga acòrt che la Meloni l’al tos pr al cul?”.

Migranti, la domanda di lavoro c’è, l’offerta pure, ma…

Il sistema di ingresso delle persone migranti in Italia per lavoro arranca dietro alla burocrazia dei click day, all’emissione dei visti e al rigetto delle pratiche per nulla osta. Il risultato è l’aumento dell’immigrazione irregolare e l’esposizione delle persone appena entrate nel Paese a truffe, sfruttamento e caporalato. Lo sintetizza qualche numero: a quasi due anni di distanza dal click day del 2024, a fronte di 146.850 ingressi programmati, risultano effettivamente richiesti 24.858 permessi di soggiorno. Vale a dire che, su cento posti di lavoro mancanti alle aziende italiane e altrettanti lavoratori migranti reclamati, solo 17 riescono effettivamente a entrare nel Paese e a ottenere un visto regolare. Nel 2025 i numeri sono perfino più bassi: sulle 181.450 quote fissate dal decreto flussi sono 14.349 i permessi di soggiorno richiesti, ovvero il 7,9%. A pubblicare i dati – ottenuti tramite accessi agli atti al ministero del Lavoro, dell’Interno e degli Affari esteri – è il IV rapporto della campagna Ero Straniero sugli esiti della procedura d’ingresso per lavoro della programmazione flussi triennale 2023-25. Che giunge a una conclusione netta: «Il sistema dei click-day – scrivono gli autori del report – è strutturalmente inefficace». (“Avvenire” – Andrea Ceredani)

Quante volte mi sono sentito ripetere da parenti e amici il seguente ritornello: “Io non sono contro gli immigrati che lavorano, non sopporto gli immigrati che delinquono e vivono di espedienti”. Il discorso che apparentemente non fa una grinza, anche se sconta un retro-pensiero piuttosto malizioso, parte dal presupposto che chi giunge in Italia lo faccia con l’intento di approfittare della situazione. La realtà non è questa! Il lavoro ci sarebbe, i migranti che vorrebbero lavorare pure, ma domanda e offerta di lavoro non si incontrano per intoppi e lungaggini burocratiche, per chiusure verso certe nazioni di provenienza, per indubbi vantaggi mafiosi nello sfruttamento di mano d’opera migratoria, per un’aria di demagogica ostilità verso i migranti, per incapacità a gestire un fenomeno complesso ma inevitabile.

Anziché mettere mano ai meccanismi di accoglienza che non funzionano si preferisce nascondersi dietro la chiusura dei mari, dei porti, delle navi, dietro le pratiche burocratiche, i respimgimemti, i rimpatri, le narrazioni ostili, le facili generalizzazioni, le criminalizzazioni razziste.

D’altra parte è sempre stato così: chi non trova lavoro ha sempre torto, è un fannullone, è un potenziale ladro, è visto con sospetto. Il lavoro è un diritto, anche per i migranti. Prima di partire con le squalifiche offriamoglielo a condizioni eque e regolari. Quanta gente è contro i migranti salvo sfruttarli in modo vergognoso e trattarli in modo altrettanto inaccettabile.

Il dibattito (?) politico sul tema è bloccato su “migranti sì, migranti no”. Lasciamo chi cavalca il no ai suoi pregiudizi razzisti. Da chi si pronuncia per il sì, la sinistra, pretendo però qualcosa di molto più concreto e fattivo: la capacità di gestire i flussi e di accogliere i migranti offrendo loro non un tozzo di pane, ma una possibilità di integrazione che parta dalle occasioni e  condizioni di lavoro. Difficile, ma possibile e soprattutto necessario.