Unione di convenienze e tatticismi nazionali

La resistenza dell’Europa all’America di Trump è più netta di quanto sembri. Come avvenne per l’Ucraina, la guerra scatenata in Iran ha avuto l’effetto di ricompattare il Vecchio continente. Con maggior lentezza e con più distinguo, certamente, ma più passano i giorni più cresce la consapevolezza, da questa parte dell’Atlantico, delle crescenti difficoltà della Casa Bianca nella gestione del dossier mediorientale. «La risposta agli Usa è stata improntata alla linea della fermezza» sottolinea Nicoletta Pirozzi, responsabile Unione Europea per l’Istituto affari internazionali, lo Iai. «Al no immediato del premier spagnolo Pedro Sanchez, si sono via via allineati i leader degli altri Paesi, da Friedrich Merz alla stessa Giorgia Meloni. Con toni diversi, certamente, ma all’insegna di un’uniformità complessiva di vedute che non si vedeva dai tempi dell’aggressione russa a Kiev. Di certo, questa sintonia non si era vista con Gaza, quando le opinioni pubbliche nazionali avevano protestato per il massacro dei palestinesi, anche per via dei silenzi dei diversi governi».

All’inizio del conflitto, l’Ue era considerata l’assente ingiustificata nello scenario della regione. A cosa si deve questo cambiamento di posizione?

Per prima cosa, direi al tipo di attacco, del tutto unilaterale, deciso da Stati Uniti e Israele. È stata un’offensiva avviata senza alcun coinvolgimento dei Paesi alleati. Poi va considerata la questione politico-strategica: non c’è alcuna chiarezza sugli obiettivi dell’operazione militare, soprattutto da parte americana. Questo i Ventisette lo vedono e il rischio di venir trascinati in un conflitto lungo e dagli esiti incerti preoccupa tutti. In terzo luogo, l’Europa risente delle ricadute dirette di questa incertezza globale, dalla sicurezza degli approvvigionamenti energetici legati alla chiusura dello Stretto di Hormuz fino ai possibili effetti di lungo periodo sui flussi migratori. (“Avvenire” intervista a Nicoletta Pirozzi, responsabile Unione Europea per l’Istituto affari internazionali)

L’unione europea ha fatto un passo avanti sulla via dell’unità spinta dalla schizofrenia bellica e diplomatica di Donald Trump più che dalla condivisione di valori e principi. Non esiste infatti un netto ripudio della guerra in quanto tale e la conseguente subordinazione a questo irrinunciabile principio delle alleanze a livello interno e internazionale.

Quali sono infatti i motivi che unificano (?) gli europei? La unilateralità dell’attacco all’Iran (orgoglio), la mancanza di chiarezza negli obiettivi di tale attacco (sussiego), le conseguenze economiche a livello energetico, commerciale e generale (portafoglio), la paura di ondate nei flussi migratori (nazionalismo).

Dei morti, dei massacri, delle violenze non frega niente a nessuno. Ne volete la prova? L’attacco a Gaza non creò proteste unitarie in Europa, perché non aveva ripercussioni economiche: il massacro dei palestinesi, che prosegue tuttora, non metteva in crisi le nostre economie e quindi non si è andati oltre timidi auspici ed inviti.

L’Unione europea è tenuta insieme da interessi comuni (?), il resto non esiste proprio. Si dirà: meglio così che niente. D’accordo, ma gli interessi non bastano a motivare serie politiche di pace, anche perché nemmeno a questo livello esiste assoluta unità di intenti e di posizioni.

L’Italia poi è la spudorata dimostrazione della pochezza politica alternativa alla guerra. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato “non condanno né condivido” riguardo all’attacco USA contro l’Iran nel marzo 2026, sottolineando di non avere elementi sufficienti per prendere una posizione netta. La premier ha difeso questa scelta, affermando che la sicurezza nazionale è la priorità e che non si tratta di vigliaccheria, ma di valutazioni complesse.

Semplicemente vergognoso! Cosa volete che cambi, siamo alla codardia! Nel voto al referendum c’è anche una protesta contro il governo per la sua ambiguità internazionale? I sondaggi dicono di sì.

La compattezza europea, peraltro non senza qualche sporca divergenza, in merito all’aggressione dell’Ucraina è dovuta al fatto che si tratta di una guerra alle porte di casa e quindi…Ma anche in questo caso manca un discorso ed un impegno alla ricerca di equilibri di pace, che non parta dalla ridicola paura della Russia e dal riarmo a tutto spiano, ma da una visione pacifica e dalla ripresa di una seria azione diplomatica.

Saro spietato verso il governo italiano, sarò scettico verso la volontà e l’adeguatezza unitarie dei partner europei, sarò intransigente verso i cosiddetti alleati, sarò radicale nella mia visione pacifista ed anticapitalista, ma la vedo e la penso così. Non riesce ad accettare il bicchiere vuoto spacciato per mezzo pieno.

Dalle botteghe oscure a quelle luminose

Cosa la preoccupa?

«Cito Gramsci: “Quando il vecchio mondo muore e quello nuovo tarda ad affacciarsi, in quel chiaroscuro possono nascere mostri”».

Si spieghi meglio.

«In Ucraina va avanti una guerra settecentesca combattuta coi droni; a Gaza e in Cisgiordania si vede l’abominio dell’umanità; a Natale 117 disgraziati morivano in mare; Trump produce una escalation in Nigeria. Tutto questo produce la sensazione di una traiettoria sbandata e induce nella gente rassegnazione e fatalismo anche nei confronti della politica italiana. Nel 2026, vogliono trovare sei o sette leader europei il coraggio di farsi avanti o vogliamo finire sudditi?».

Può essere Giorgia Meloni una protagonista di questo riscatto europeo?

«Ma se difende l’unanimità e non riesce nemmeno a dire qualcosa a Salvini che si schiera con Trump sulla questione del visto negato a Breton, cosa ci possiamo aspettare?».

Bersani, però perché il governo e Meloni continuano a essere così alti nei sondaggi se ci sono tanti problemi?

«C’è un elemento ideologico, che dilaga ovunque, chiamiamolo sovranismo o come vogliamo: ciascuno per sé e da sé. E poi c’è un elemento di incertezza: in un mondo così in subbuglio, tutti i governi tendono a stabilizzarsi. Ma io vedo delle crepe, e penso che una potenziale alternativa sia in crescita e aspetti solo un progetto credibile».

(Intervista a Pier Luigi Bersani ante referendum – “La Stampa” – Francesca Schianchi)

La situazione viene descritta in modo realisticamente impietoso, ma in fondo al tunnel c’è una tremula luce progettuale. La luce sarebbe il risveglio europeo, il suo tremore i leader europei. Non li vedo e, se li vedo, non mi sembrano alla coraggiosa altezza del compito. La luce sarebbe un’alternativa italiana di sinistra, ma guardandomi attorno non vedo protagonisti credibili fra gli attuali “capoccia”.

La visione bersaniana, pur nella sua lucidità, è troppo politicista e verticista e poco socialista (sic!) e partecipativa. La spinta all’europeismo di ritorno è consegnata ai capi-mastro (architetti non ne esistono), l’alternativa italiana è fossilizzata sui partiti attuali (l’un contro l’altro disarmati).

Occorrono alcune ventate che spazzino via il “vecchio con i suoi mostri” e lascino intravedere il “nuovo” con le sue speranze.

Volendo rimanere a Gramsci, il suo realismo è una concezione pragmatica e storicistica della politica e della filosofia, che si oppone al fatalismo marxista e si concretizza nel “pessimismo della ragione, ottimismo della volontà”: analizzare realisticamente le condizioni materiali (il pessimismo), ma agire con la volontà di trasformarle (l’ottimismo).

La volontà deve essere supportata da valori ed idealità da contrapporre all’egoismo imperante: è questo il meccanismo di sblocco.

Durante le animate ed approfondite discussioni con alcuni carissimi ed indimenticabili amici, uomini di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta si constatava come alla politica stesse sfuggendo l’anima, come se ne stessero andando i valori e rischiasse di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restasse che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti.

La profonda delusione nei confronti del partito democratico è questa: il tradimento della mission ideale, che ha costretto molti ad entrare senza convinzione nelle squallide botteghe di sinistra o a digiunare amaramente.

Assiduo ospite di talk televisivi, impegnato in prima linea in tutte le recenti campagne elettorali. Da ultimo quella referendaria, tra sale e piazze sempre affollate. Ora anche ‘federatore’ del campo progressista. A suggerire il nuovo ‘ruolo’ per Pierluigi Bersani è stata Rosy Bindi. Nessun riferimento esplicito all’ex segretario del Pd, ma un identikit che lascia pochi dubbi quello tracciato da Bindi. Un ‘facilitatore’, di cui parla anche oggi in un’intervista, che possa mettere pace tra Elly SchIein e Giuseppe Conte e che eviti il rischio di primarie che finiscano per dividere, più che unire. “Il problema -osserva Bindi- è che Conte e Schlein non si riconoscono e non si legittimano tra di loro”.

 

E il diretto interessato che ne pensa? Bersani non intende entrare nella faccenda. Ma chi ha parlato in queste ore con l’ex-segretario dem, apprende l’Adnkronos, riferisce così il suo pensiero: “Dare una mano da volontario lo sto facendo e lo farò”. Anche come ‘federatore’? “Incarichi non ne voglio!”, la risposta netta di Bersani ai suoi interlocutori. (Adnkronos post referendum)

Non possono essere i Bersani, pur con tutta la considerazione e la stima che meritano, i protagonisti di questo auspicabile ricupero valoriale ed ideale, non possono essere gli attuali preposti alle concorrenziali bottegucce ad offrire una mercanzia nuova ed invitante. Chi allora?

Forse non resta altro che sbandierare i principi costituzionali sperando che da essi possa rinascere un clima democratico ed antifascista: visto che il patto tra cattolici democratici ed ex comunisti, da cui (non) è nato il PD, non ha funzionato, occorre fare un passo indietro, tornare allo spirito dei Costituenti e ripartire di lì. Analogo discorso vale per l’Europa. Senza fretta, costi quel che costi.

Torno al mio caro amico Walter Torelli, comunista tutto d’un pezzo. Di fronte alla penosa classe politica della sinistra, non temeva di sentenziare così parecchio tempo fa: “I gan d’andär a ca tùtti!”. In clima di ritrovato compromesso storico aggiungo: “È l’ora che pia la squilla fedel…”.

 

 

 

Le primarie o le primine

Bisogna tuttavia chiedersi cosa possono queste primarie senza una condivisione, almeno a grandi linee, delle politiche che l’Italia dovrebbe adottare sulla guerra in Medio Oriente, sulla guerra in Ucraina, sulla difesa comune, sul rilancio dell’Europa e le scelte dei volenterosi. Potrebbero somigliare a un duello rusticano tra aspiranti leader. Nella migliore delle ipotesi – quella in cui chi perdesse non scapperebbe via – appariranno un espediente per contarsi. E poi spartirsi, in caso di vittoria, nomine e ministeri. In più sposteranno probabilmente l’attenzione dall’opinione pubblica dai guai delle destre alle liti tra democratici, riformisti, sinistre e progressisti.

Ma soprattutto si correrà il rischio che un tale walzer di politica politicante finisca col frustrare, persino col tradire, il ritorno al voto e all’impegno politico dei più giovani. Che è stata forse la novità più positiva e importante del referendum. Finora infatti nessuna mobilitazione di partito era riuscita a coinvolgerli. Ed è difficile immaginare che corrano ai gazebo per sostenere Schlein, Conte o viceversa. Invece i giovani hanno manifestato, e davvero in tanti, per difendere Gaza e denunciare le politiche coloniali e spietate di Israele. Al referendum hanno preferito lo spirito costituente del 1948 a quello ri-costituente, che si voleva modernizzatore, di Nordio e Meloni. Si è dato il paradosso, ha commentato Bersani, che “una Costituzione scritta dai bisnonni, sia stata salvata dai nipoti”.

Forse tornerebbero protagonisti, se messi di fronte a scelte chiare sulla guerra e il diritto internazionale, sulla difesa comune e la politica estera dell’Europa, le politiche per il welfare, sanità, scuola, investimenti in ricerca, sull’alternativa se rilanciare o ridurre la spesa per innovazione ed energie rinnovabili. Scelte che possono far battere il cuore della democrazia. (MicroMega – Corradino Mineo)

Adesso viene il bello. Al referendum ha vinto la politica e questa vittoria impone alla sinistra di tornare a fare politica. Finora si è detto che prima della scelta dei leader vengono i programmi: lo si è detto salvo cadere immediatamente nelle logiche del leaderismo senza leader. Adesso è giunta l’ora di smetterla di fare finta che i programmi siano importanti.

Faccio al riguardo un salto nel mio remoto passato politico. Nel frattempo sono diventato vecchio, ma ho mantenuto il piglio giovanile nel rapportarmi alla vita politica: ecco perché guardo con preoccupato entusiasmo al dopo-referendum. La sinistra più che di primarie ha bisogno di primine, vale a dire del coraggio di far frequentare la politica ai giovani, favorendo così la loro influenza sulle scelte programmatiche partecipate e sui conseguenti e condivisi assetti dirigenziali.

Siamo alla fine degli anni sessanta o inizio anni settanta (non ricordo con precisione, ma poco importa). Io sono allora molto giovane, più o meno un ventenne, ed ho l’opportunità, offertami forse fin troppo precocemente (è una costante della mia vita non solo politica), di essere componente del Comitato Provinciale della Democrazia Cristiana, della Direzione e della Giunta provinciali con l’incarico al “programma sociale”. Elaboro un corposo documento programmatico, dopo aver consultato tutti gli esponenti democristiani impegnati nel sociale, i rappresentanti delle diverse realtà operanti nel campo della formazione professionale, della sanità, dell’assistenza etc, dopo aver raccolto dati, elementi e suggerimenti.

Arriva il giorno in cui con preoccupazione ed apprensione (dati inamovibili  del mio carattere) illustro in direzione, se ben ricordo leggo addirittura, il lungo documento elaborato, che viene accolto con una certa freddezza, se non addirittura con noncuranza, dovuta certamente, oltre che alla pochezza dei contenuti (ma come si può giudicare un programma prima di averlo almeno ascoltato), ad una certa qual paradossale refrattarietà congenita di questi organismi verso le problematiche sociali (non è giudizio qualunquistico ma esperienza diretta) e alla mia giovane età (scattava ovviamente l’impulso che diceva: ma cos’ha da insegnarci questo sbarbatello, oltretutto in tono critico – altro elemento inossidabile del mio carattere ). Del consesso faceva parte l’onorevole Buzzi, forse l’unico che seguiva con vera attenzione ed autentico interesse la mia esposizione e mi guardava con espressione mista di ammirazione, fiducia e compiacimento: un autentico toccasana per me, allora piuttosto timido, emozionato come non mai.

Durante la discussione vengono espressi i giudizi, che vanno dallo scetticismo quasi offensivo (è un bel documento, ma da attaccare al chiodo – lascio alla facile immaginazione indovinare l’utilizzo conseguente) all’interesse di facciata o di maniera, all’entusiastico giudizio espresso dall’onorevole Buzzi (per lui il fatto che un giovane ventenne avesse presentato un programma sociale al massimo organo dirigente della D.C. parmense e che tale programma, pur nella sua ovvia limitatezza, contenesse indicazioni, stimoli, provocazioni, suggerimenti e proposte interessanti, era motivo di grande e visibile soddisfazione).

Al termine della riunione Carlo Buzzi mi esprime, con calore ed amicizia, la sua ammirazione e penso non sia difficile comprendere quale potesse essere il mio stato d’animo nel raccogliere un giudizio positivo da un parlamentare del mio partito. A tutti nei corridoi della sede manifesta grande soddisfazione, riporta il successo ottenuto dal programma e mi copre di sinceri elogi.

Quale insegnamento “Buzziano” trarre da questo piccolo ma eloquente episodio: l’attenzione ai problemi sociali, la fiducia nei giovani, l’idea di partito aperto in cui un ventenne ha qualcosa da dire anche ad un deputato, la statura del leader che riesce con semplicità e sincerità a motivare le persone, la genialità dell’educatore che riconosce i meriti dell’allievo, il politico che non teme la critica ma la coglie con interesse, la consapevolezza che un partito si snatura se perde il contatto con i problemi sociali e se si allontana dalle forti idealità, ingenuamente ma significativamente portate avanti dai giovani. (da “Ero buzziano, anzi, lo sono ancora!” – ricordo del senatore Carlo Buzzi- vedi nella sezione articoli &ricordi/agenda dei ricordi di questo sito)

 

 

 

 

La crisi di governo c’è e si vede

L’ipotesi di un rimpasto di governo è sempre meno remota. A maggior ragione dopo l’esplosione dell’affaire che coinvolge Matteo Piantedosi e Claudia Conte, giornalista, scrittrice e attrice. Nonostante fonti di governo abbiano cercato di minimizzare la portata del caso, provando a relegarla al rango di mero “gossip”, le dichiarazioni della conduttrice tv su una presunta relazione con il ministro dell’Interno potrebbe creare problemi al governo, vista la mole di incarichi ed eventi istituzionali e pubblici che hanno visto impegnata Conte negli ultimi temi. Anche se Piantedosi ieri avrebbe rassicurato la premier Meloni su questo fronte. Il tema, così come per il caso Sangiuliano-Boccia, non sono le vicende private e sentimentali, ma il rischio di conflitti d’interesse. (fanpage.it)

Premetto di non provare alcun gusto a sfruculiare nelle vicende sentimentali di alcuno, men che meno dei ministri e dei personaggi politici. Non sono un moralista in campo sessuale e non ritengo giusto mescolare la vita privata con quella pubblica. Non voglio certo imporre la cintura di castità ai ministri della Repubblica italiana.

Tuttavia c’è una piccola (?) questione da sollevare. La Nostra Costituzione all’articolo 54 prevede che i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere specifico di adempierle con “disciplina ed onore”.

Non è una questione di immagine da difendere, ma di scorrettezze da prevenire ed evitare: quando una persona, investita di incarichi pubblici, è coinvolta in vicende private di carattere trasgressivo si espone immediatamente al rischio del conflitto di interessi e/o del condizionamento o addirittura del ricatto.

Il discorso vale a maggior ragione per chi rimane impigliato in vicende affaristicamente maleodoranti e per chi vive in odore di presunto reato.

Chi si viene a trovare in queste delicate situazioni deve quindi avere il buongusto prima che il coraggio di rinunciare all’incarico per ripiegare completamente e totalmente nel privato.

Non è ammessa minimizzazione anche perché questi tentativi portano maggiore confusione ed aggravano ulteriormente le questioni.

Capisco come Giorgia Meloni cominci ad avere fastidio e a provare rabbia per i continui casi di malcostume ministeriale che caratterizzano il suo governo (uno più grave e insopportabile dell’altro): non basta innervosirsi, prendere le distanze, evitare il gossip, se non addirittura imprecare alle intromissioni giudiziarie e invocare garanzie fino alla conclusione giudiziaria delle vicende.

I casi purtroppo risalgono all’aver combinato una squadra di governo inadeguata da tutti i punti di vista e allora i casi sono tre: o si ha il coraggio di affondare il bisturi senza tentennamenti qualora si ritenga che il malato possa riprendersi dopo le operazioni chirurgiche (rimpasti) con tanto di verifica parlamentare e previo opportuno coinvolgimento del Capo dello Stato, o diversamente bisogna azzerare l’intero governo per costituirne uno nuovo qualora la situazione politico-parlamentare lo consenta nei numeri e nei contenuti o addirittura risulta necessario chiedere al Presidente della Repubblica di prendere in considerazione lo scioglimento del Parlamento e l’indizione di elezioni politiche anticipate (la decisione spetta a lui).

Non sono un fanatico tifoso delle urne a tutti i costi, ma piuttosto che tenere tutto a bagnomaria, meglio rimetterlo a giudizio diretto dei cittadini: come mai il centro-destra, così sollecito nel richiedere le elezioni durante il governo Draghi, oggi sembra scansare questa eventualità? La domanda è retorica!

Il giochino del vittimismo portato avanti dalla premier nei confronti della magistratura e dei giornalisti non tiene soprattutto dopo che il voto referendario ha richiamato la politica al rigoroso rispetto della Costituzione, facendo venire meno l’alibi del consenso popolare dietro cui nascondere errori ed omissioni.

Anche il rabbioso e tardivo rigore lasciato trapelare dalla premier per il futuro non basta a rassicurare e tranquillizzare i cittadini di fronte ad una situazione sempre più compromessa e scorretta. Forse quella di Piantedosi potrebbe essere la goccia minore che però rischia di far traboccare il vaso.

Credo che il presidente Mattarella sia seriamente preoccupato: infatti, proprio nel momento in cui sarebbe oltre modo necessario un governo autorevole e credibile e come tale capace di affrontare una contingenza drammatica da tuti i punti di vista, si verifica uno stato di crisi di governo strisciante più che mai intollerabile.

Il governo gioca a scegliere fra tirare a campare e tirare le cuoia; la maggioranza parlamentare gioca a tenere duro preoccupata dell’eventualità dello scioglimento parlamentare che manderebbe tutti a casa con scarse probabilità di ritorno; i partiti di governo cercano disperatamente equilibri di sopravvivenza varando una legge elettorale porcellona; le opposizioni pensano in modo più rissoso che costruttivo alla leadership che non si può improvvisare, alla candidatura a premier da proporre agli elettori tra primarie, secondarie e terziarie; i giovani scalpitano; la guerra impazza;  l’economia affonda.

Tutto rinviato al 09 aprile prossimo quando Giorgia Meloni andrà in Parlamento a raccontare che Gesù Cristo è morto dal freddo ai piedi.

A proposito, auguri di Buona Pasqua!

I piedi clericali e i piedi secolari

Si terrà nella Basilica lateranense, giovedì alle 17.30, la Messa in Coena Domini, durante la quale Leone XIV laverà i piedi a 11 sacerdoti della diocesi di Roma ordinati dallo stesso Prevost nella basilica di San Pietro il 31 maggio dello scorso anno, nella festa della Visitazione della Beata Vergine Maria, e al direttore spirituale del Pontificio Seminario Romano Maggiore, don Renzo Chiesa.

La Messa che apre solennemente il Triduo pasquale torna dunque a essere celebrata nella Cattedrale del vescovo di Roma, ripristinando la consuetudine precedente alla scelta di papa Francesco di officiare il rito in luoghi simbolo della sofferenza e di particolare rilievo sociale, quali istituti penitenziari e centri di accoglienza per i migranti. Gli undici sacerdoti del clero romano, i primi sui quali l’anno scorso Prevost ha imposto le mani ventitré giorni dopo l’elezione al soglio di Pietro, oggi svolgono il loro ministero come vicari in altrettante parrocchie dal centro alla periferia della Capitale.

La scelta di questi sacerdoti non è casuale. Come spiega il vescovo Michele Di Tolve, ausiliare della diocesi di Roma e rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore, «è parso un bel segno proporre al Pontefice che i primi undici sacerdoti di Roma da lui ordinati tornino davanti al Vescovo di Roma dopo un anno, dopo aver percorso le strade, incontrato le famiglie e le comunità della Capitale come presbiteri, per essere confermati nella fede. Tornano da Papa Leone che lava loro i piedi per sottolineare che questa è la via da seguire, proprio come ci ha insegnato Gesù, il quale nell’Ultima Cena con questo gesto ha mostrato concretamente che il vero potere è il servizio, ponendosi come servo e lasciando un esempio da seguire».

Assieme agli undici, come detto, ci sarà don Renzo Chiesa, anch’egli presbitero del clero romano, direttore spirituale del Seminario maggiore. Da qualche anno sta affrontando importanti problemi di salute. «Un sacerdote che con fede sta portando una croce nel corpo, offerta per la Chiesa di Roma – osserva Di Tolve –. Con la sua testimonianza insegna cosa significa riporre la propria vita nelle mani di Cristo in ogni momento». Tornare a celebrare la Messa in Coena Domini nella Basilica di San Giovanni in Laterano vuol dire ricordare che «qui è la Cattedra di Pietro – conclude il vescovo –. Questo ci ricorda che la Chiesa di Roma presiede alla carità. Inoltre, è proprio qui che per la prima volta i cristiani celebrarono liberamente l’Eucaristia: un segno di vicinanza per tutti i cristiani ancora oggi perseguitati nel mondo». (“Avvenire” – Roberta Pumpo)

C’è poco da dire, papa Prevost non si lascia mai scappare l’occasione per fare, in modo elegante e rassicurante, retromarcia rispetto agli indirizzi pastorali di papa Bergoglio. Per dirla, facendo riferimento all’immagine cara a papa Francesco, si passa dall’ospedale da campo alla clinica della religione.

Esistono due modi diversi di fare Chiesa: chiuderla nel proprio recinto facendone un pur autentico esempio di stile caritativo oppure aprirla al mondo per condividerne le povertà e le sofferenze. Una lavanda dei piedi chic vs una lavanda dei piedi inelegante.

Mi sovviene una simpatica precisazione del grande Giberto Govi, che in una sua bellissima commedia dimostrò la grande differenza esistente fra essere vicini a qualcosa e l’esservi dentro: un conto è abitare vicino alle carceri, un conto è viverci dentro da recluso.

Mi si dirà che il Giovedì Santo non è l’occasione per imbastire polemiche sull’impostazione ecclesiale: infatti non sto facendo una polemica, sto solo prendendo atto di un indirizzo pastorale rivolto più ad intra che ad extra. Può darsi che sia giusto, per prendere la rincorsa, fare qualche passo indietro come fanno gli atleti. Mi permetto di avere qualche perplessità.

Durante una campagna elettorale in cui si contrapponevano Berlusconi e Prodi, Roberto Benigni, con la sua impareggiabile verve ironica, disse nel pieno di una trasmissione televisiva della Rai, fregandosene altamente della par-condicio: «Io non sono di parte, ma Berlusconi non mi piace…». Non ho l’autorevolezza del grande Benigni, ma provo ad imitarlo: «Seguo il corso prevostiano della Chiesa cattolica con attenzione e senza alcuna prevenzione, ma devo ammettere che non mi piace…».

In cauda irreverentem et ingratum venenum.

«La Chiesa dello IOR, delle banche, dei privilegi, degli scandali nei sacri palazzi, dei catering luculliani in onore dei neo-santi, delle ricchezze, delle mega-residenze di lusso, lasci il posto alla Chiesa “del grembiule”, alla Chiesa dei martiri come le suore missionarie in Yemen massacrate mentre servivano i poveri e si abiliti a lavare i piedi di coloro che sono esclusi da ogni sistema di sicurezza e che sono emarginati da tutti i banchetti della vita» (Comunità di Santa Cristina).

La Ue tra il lassismo nordioniano e il celodurismo salviniano

Un colpo al cerchio…

La tegola piove da Bruxelles e offre un’altra sponda alle opposizioni, che pure non mancano di argomenti dopo la batosta referendaria rimediata dal Governo e la raffica di dimissioni che ne è seguita. Si tratta del voto dell’Eurocamera sulla nuova direttiva anticorruzione, che stabilisce a livello comunitario le fattispecie da qualificare nell’ambito come reati, tra le quali c’è anche «l’esercizio illecito di funzioni pubbliche», del tutto simile all’abuso d’ufficio abrogato dall’esecutivo nel 2024. (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

…e uno alla botte…

Nel dettaglio, la bozza di regolamento approvata oggi dall’Europarlamento parte dall’obbligo di cooperare con le autorità per chi riceve una decisione di rimpatrio. Per chi non dovesse collaborare si aumentano fino a 24 mesi (rispetto agli attuali 18) i termini di detenzione, che vengono estesi ai minori, compresi quelli non accompagnati. In caso di emergenza si prevedono deroghe su alcune garanzie, ad esempio limitando il controllo della misura da parte dei giudici, e disposizioni più severe valgono per i migranti ritenuti un pericolo per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico. Quanto ai “return hub”, cioè i centri di rimpatrio da collocare al di fuori dell’Ue sulla base di accordi o intese (dei singoli Stati o dell’Ue stessa) con i Paesi terzi, i migranti potranno esservi trasferiti anche in assenza di ogni legame con quella realtà. Al loro interno potranno andare pure famiglie con bambini. Ancora, se non avviene la partenza volontaria, scatta automaticamente l’espulsione forzata, e si prevede la possibilità che gli Stati fissino divieti di ingresso anche permanenti ed escludano il patrocinio gratuito per chi fa ricorso. (“Avvenire” – Corrado Garrone)

Sembra fatta apposta questa concomitanza di atteggiamenti europei per mettere, da una parte, in imbarazzo il governo italiano sulla lotta alla corruzione e, dall’altra parte, fargli un assist sulla politica migratoria. Ue-Italia=uno a uno.

Se è vero che nei governanti italiani prevale l’euroscetticismo sovranista, è altrettanto vero che in Europa domina il cerchiobottismo sociale: alla fine tutti trovano un motivo per stare nella Ue mentre la Ue non combina un cavolo.

Appena il tempo per registrare un colpo contro il lassismo nordioniano ed ecco che arriva immediatamente un colpo a favore del celodurismo salviniano. Morale della favola: non aspettiamoci dalla Ue un aiutino per mandare a casa questa accozzaglia di incompetenti reazionari che ci sta guidando, dovremo farcela da soli. Per mandare a casa Berlusconi nel 2011 furono decisivi, seppure indirettamente, Merkel, Sarkozy e Obama; oggi queste sponde non le abbiamo.

Trump è culo e camicia con Giorgia Meloni; Metzola e Von der Leyen hanno siglato una sorta di patto femminile con la nostra premier; gli Italiani sembra che si siano svegliati. Staremo a vedere…

I Caifa, i Pilato, gli Erode, i Khan, le Parietti etc. etc.

“Purtroppo Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male trionferà sul bene”: firmato, Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano ha pronunciato queste parole ieri durante una conferenza stampa sulla guerra in Iran, rivendicando la citazione dello storico Will Durant. Parole diventate virali su internet, considerate offensive per i cristiani da molti internauti.

Su X la clip ha superato 20 milioni di visualizzazioni. Su YouTube i video con il paragone tra Gesù e Gengis Khan hanno già incassato migliaia di click. Anche per questo oggi con un post su X Netanyahu ha precisato di “non aver denigrato Gesù Cristo” e che “non voleva offendere nessuno”. Ecco il passaggio incriminato: “C’è chi vuole essere ingenuo e non vedere il mondo in cui viviamo. In questo mondo non basta essere morali. Non basta essere giusti. Non basta avere ragione. Uno dei più grandi scrittori del XX secolo, lo storico Will Durant, scrisse che la storia dimostra che, purtroppo, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male può sopraffare il bene. L’aggressione può prevalere sulla moderazione. Non abbiamo scelta. Se guardate il mondo di oggi, bisogna essere ciechi per non vedere che le democrazie guidate dagli Stati Uniti devono riaffermare la loro volontà di difendersi e contrastare i loro nemici in tempo”. (“Il Fatto Quotidiano” – Redazione Esteri)

Credo che l’esternazione, a dir poco stupida, di Benjamin Netanyahu possa essere considerata una sorta di lapsus freudiano: si sente e, tutto sommato incarna un Gengis Khan. La clip è stata oltre tutto divulgata in concomitanza con un fatto gravissimo.

Non accadeva da secoli che al Santo Sepolcro non potessero giungere i capi delle chiese cristiane. Questa mattina la polizia israeliana ha bloccato il patriarca di Gerusalemme e il Custode di Terra Santa quando stavano raggiungendo la Basilica nel cuore della CIttà Vecchia. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa e padre Francesco Ielpo stavano attraversando a piedi le vie che conducono al luogo sacro. Non era in corso nessuna processione né altre manifestazioni religiose esterne, quando un gruppo di agenti li ha fermati e ha respinto ogni tentativo di dialogo e mediazione. Una lunga nota congiunta del Patriarcato e della Custodia ricostruisce i fatti, esprimendo preoccupazione e rammarico davanti ai miliardi di cristiano che da tutto il mondo seguono i riti della Settimana Santa:  «Questa mattina, la polizia israeliana ha impedito al Patriarca latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Capo della Chiesa cattolica in Terra Santa, insieme al Custode di Terra Santa, il Reverendissimo padre Francesco Ielpo, Ofm, Custode ufficiale della Chiesa del Santo Sepolcro, di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, mentre si recavano a celebrare la Messa della Domenica delle Palme».

I due sono stati fermati lungo il percorso, mentre procedevano «in forma privata e senza alcuna caratteristica di processione o atto cerimoniale». Sono stati costretti a tornare indietro, impedendo di avvicinarsi alla Basilica. «Di conseguenza, e per la prima volta da secoli, ai capi della Chiesa è stato impedito di celebrare la Messa della Domenica delle Palme nella Chiesa del Santo Sepolcro», si legge. (“Avvenire” – Nello Scavo, inviato a Beirut)

Siamo arrivati a questo punto: la logica bellica prevale su qualsiasi altra intenzione anche su quelle di carattere religioso. A nulla valgono le lacrime di coccodrillo del presidente israeliano Herzog; e che dire delle ciniche parole burocratiche del primo ministro Benjamin Netanyahu: «Non c’era alcun intento malevolo, ma solo preoccupazione per la sua sicurezza (quella di Pizzaballa, ndr) e quella del suo gruppo», e della penosa versione della polizia: «Città Vecchia e luoghi sacri costituiscono un’area complessa che non consente l’accesso a grandi veicoli di emergenza e di soccorso, il che mette a dura le capacità di risposta e rappresenta un rischio reale per la vita umana in caso di incidenti con un numero elevato di vittime»; non parliamo del sussiegoso rimbrotto dell’ambasciatore di Washington: «La  decisione è difficile da comprendere o giustificare. Negare al Patriarca latino Cardinale Pierbattista Pizzaballa e ad altri tre sacerdoti l’accesso alla Chiesa per impartire la benedizione la Domenica delle Palme è un’ingerenza eccessiva. Le linee guida del Comando del Fronte Interno limitano gli assembramenti a 50 persone o meno, pertanto i quattro rappresentanti della Chiesa cattolica erano ben al di sotto di tale limite»; poco più di aria fritta sono i rimproveri e i richiami giunti a Tel Aviv da tutto il mondo, a cominciare dall’Italia che ha convocato l’ambasciatore israeliano alla Farnesina per volontà del ministro degli Esteri Antonio Tajani; persino la diplomatica reazione della Chiesa Cattolica, preoccupata solo di difendere la libertà di culto e di trovare un compromesso onorevole al riguardo, mi ha profondamente sorpreso e deluso: non è infatti mera questione di culto, ma ben più saliente e coinvolgente questione di guerra e di pace.

Questo triste emblematico evento mi indurrebbe a taglienti considerazioni evangeliche: mi astengo per carità interreligiosa. Preferisco richiamare un episodio che la dice lunga sulla umana presunzione rispetto alla divina umiltà.

Alla triste vigilia della guerra del Golfo, vale a dire agli inizi del 1991, durante una trasmissione sportiva in televisione, la conduttrice Alba Parietti, bellissima donna e a quel tempo incantatrice di calciodipendenti, a commento di una notizia flash sulle trattative per evitare in extremis la guerra, notizia che riportava la richiesta di aiuto a Dio da parte dell’allora segretario generale dell’Onu, ormai deluso e scoraggiato dalle umane diplomazie incrociate, con atteggiamento a metà tra lo scettico e lo sprezzante, ha sciorinato, in tono aggressivo, questa battuta: “Se Dio c’è, è il momento di dimostrarlo”.

Certamente il Padre Eterno non ha bisogno di vedere accreditato il proprio ruolo da affascinanti donne di successo, da deprecabili uomini di potere, da personaggi ambigui e vomitevoli, la cui presunzione peraltro può arrivare fino al punto di lanciare un ultimatum a Dio richiamandolo alle proprie responsabilità. Povera Alba, povero Netanyahu, povero Trump e poveri tutti noi, che forse (?) ci meritiamo le guerre nonostante il nostro falso sentimento religioso, che si sfarina come neve al sole e si ritorce contro di noi.

Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: ‘Cadete su di noi!’, e alle colline: ‘Copriteci!’. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?». (Luca 23,27-31)

 

Tornano di moda i giovani loggionisti della prepolitica

Il movimento “No Kings” lotta contro chi vuole pieni poteri…

Migliaia di manifestazioni in tutti i 50 Stati americani, e in decine di città nel mondo, hanno segnato sabato la più grande giornata di protesta del movimento “No Kings”, una mobilitazione senza precedenti contro il presidente Donald Trump e la sua “deriva autoritaria”.

Si tratta della terza serie di cortei di massa contro il presidente repubblicano e la partecipazione non fa che crescere. Ieri erano stati organizzati oltre 3mila eventi, durante i quali milioni di persone hanno attraversato grandi metropoli e piccoli centri negli Stati Uniti, ma anche in Europa, fino all’Asia. Negli Usa, a muovere la protesta è una galassia di sigle, associazioni e gruppi di base che si riconoscono sotto un’unica parola d’ordine: nessun “re”, nessun potere personale può porsi al di sopra delle istituzioni democratiche. (“Avvenire” – Elena Molinari, New York)

Negli Usa e non solo…

L’appuntamento era alle 14. Il punto di ritrovo piazza della Repubblica. Che comincia a riempirsi già da prima con bandiere della pace e della Palestina. Davanti alla basilica di Santa Maria degli Angeli viene posizionato un “missile” ricoperto di fiori e di prime pagine che ricordano le guerre in Medio Oriente e le conseguenze sui civili. L’allerta a Roma è massima. La città viene blindata per il corteo del movimento No Kings Italia, organizzato nell’ambito della mobilitazione globale “Together-Contro i re e le loro guerre”. Oltre alla Capitale, i manifestanti si riuniscono anche negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in molti altri Paesi europei.

Il corteo fila via liscio fin dall’inizio. Arrivano in migliaia. I promotori a un certo punto gridano «Siamo in 300 mila». Fonti delle forze dell’ordine parlano invece di circa 25mila persone. Comunque molto di più di quelle che ci si aspettava. Tra di loro, ci sono anche Bonelli e Fratoianni di Avs, Ilaria Salis e Maurizio Landini. Ma non c’è nemmeno un momento di tensione. Tutti camminano pacificamente.

Fanno discutere fin da subito, poi, le foto a testa in giù della premier Giorgia Meloni, del ministro della Giustizia Carlo Nordio e del presidente del Senato Ignazio La Russa che sono state esposte in piazza dell’Esquilino, accanto a una ghigliottina in legno. «Uno spettacolo indegno» per Augusta Montaruli di FdI.

La presidente del Consiglio, insieme a Trump, Netanyahu e anche Putin, è uno dei “bersagli” dei manifestanti. Che partono chiedendo le sue dimissioni. Un leitmotiv che si ripete per tutto il pomeriggio. Alla testa del corteo, un lungo striscione recita: «Per un mondo libero da guerre». A tenerlo stretto decine di giovani. Sono loro che conducono il pomeriggio. Da un camion si passano il microfono e aizzano la folla. La gioia per il risultato del referendum è ancora fresca. «Dopo la grande vittoria alle urne ora è il momento di dare uno stop reale alla svolta autoritaria di questo Paese», scandisce Pietro Clementelli, mentre dietro di lui il fiume di persone continua a scorrere. L’obiettivo è arrivare fino a Porta San Giovanni. Poi però i piani cambiano. «Non ci fermiamo», gridano, sovrastando anche la musica che risuona dagli amplificatori. Quando il sole sta per iniziare a tramontare, il corteo, scortato dalle forze dell’ordine, invade la Tangenziale Est e la blocca. Prima di imboccarla, fanno partire “Bella Ciao”. La nuova destinazione è piazzale del Verano. Da lì, la folla comincia a defluire. Le ultime persone prendono la via di casa quando il buio è sceso definitivamente sulla Capitale. (“Avvenire” – Giuseppe Muolo, Roma)

Queste manifestazioni hanno alcune caratteristiche su cui riflettere. Sono sparse in tutto il mondo a significare che di globale non c’è solo la guerra ma anche la protesta.  Hanno ad oggetto molti temi e problemi comunque riconducibili ad una presa di coscienza dei rischi che sta correndo la democrazia in tutto il mondo. Non hanno leader, capi-popolo, personaggi di riferimento: ciò vuol dire spontaneità collocata giustamente in ambito non anti ma prepolitico e soprattutto un po’ anti ma decisamente prepartitico.  Non sono violente anche se la tentazione è sempre dietro l’angolo e fortunatamente scaricano la tensione in contesti scenografici più goliardici che realistici.

Il rischio principale è che si tratti di una moda passeggera come tante se ne sono viste. Non credo, perché nasce spontaneamente ben lungi da qualsiasi condizionamento consumistico e mediatico, perché il malessere da cui parte è molto profondo (il clima di guerra esistente a tutti i livelli) e l’obiettivo è molto alto (pace e democrazia).

I rischi semmai vengono dall’esterno, vale a dire dal potere che gufa contro e/o tenta di squalificare la protesta prendendo a riferimento episodi marginali di intolleranza.

Siamo solo agli inizi di un’onda sociale che non so dove potrà portare, certamente ritengo sia un’onda benefica.

Il loggione di Parma ogni tanto ruggiva: il famoso e simpatico critico musicale Rodolfo Celletti ammetteva di godere, sotto sotto, allorquando i parmigiani spazzolavano qualche mostro sacro del bel canto. Però aggiungeva: «Ho la sensazione che a voi parmigiani piacciano un po’ troppo gli acuti sparati alla viva il parroco…». L’attuale protesta si propone di spazzolare i mostri sacri della politica. Sono in perfetta assonanza politica con Rodolfo Celletti, godo, la discontinuità mi dà una certa speranza, ma nello stesso tempo mi inquieta il nuovismo protagonistico ed improvvisato.

Starà alla cultura e alla società più che alla politica recepire le istanze, farle diventare, a livello valoriale, patrimonio allargato anche se non annacquato, tradurle, senza fretta ma senza pigrizia, in battaglie politiche concrete e stringenti.

Quante volte mi sono chiesto se avessimo finalmente toccato il fondo della deriva anti-democratica. Finora non ho intravisto questo fondo. Vuoi vedere che me lo stanno mostrando i giovani con la loro spinta a risalire coraggiosamente da esso!?

 

 

 

Il rifugio anti bombe migratorie

Sui migranti, più del resoconto finale sull’esito della riunione tra 16 Stati membri, ha valore il tono della lettera firmata da Giorgia Meloni e Mette Frederiksen e inviata alla Commissione, resa pubblica per larghi stralci durante la giornata dalla stampa internazionale, soprattutto dalla testata tedesca Faz. In sostanza, Italia e Danimarca spingono perché vengano chiuse le frontiere esterne dell’Ue in caso di una nuova crisi migratoria legata al conflitto. Nella lettera congiunta alla Commissione, Meloni e Frederiksen hanno chiesto di «esaminare meccanismi che possano fungere da freno d’emergenza e attivarsi come caso di forza maggiore in caso di flussi migratori su larga scala verso l’Unione». Meloni e Frederiksen hanno spiegato, anche durante la riunione bruxellese, di non poter rischiare una ripetizione della crisi dei rifugiati del 2015/16. Per Italia e Danimarca è necessario impiegare tutti gli strumenti a disposizione per ridurre questo rischio, dagli aiuti umanitari alle persone colpite alla protezione delle frontiere. «Ciò significa rafforzare ulteriormente le nostre frontiere, in modo che tutti gli Stati membri siano adeguatamente attrezzati per garantire che l’Ue abbia il pieno controllo delle proprie frontiere esterne», si legge nella lettera. Si fa riferimento anche all’approccio adottato dalla Grecia nei confronti della Turchia all’inizio del 2020 e dalla Polonia nei confronti della Bielorussia dalla fine del 2021: potrebbero essere i modelli per la chiusura delle frontiere esterne. Un “modello” che prevede anche il respingimento senza esaminare le richieste di asilo. Si tratta di una soluzione estrema cui negli ultimi mesi ha accennato anche la Commissione Europea, ma solo nel caso di attacchi ibridi in cui le migrazioni vengono utilizzate come un’arma. Dal punto di vista concreto, nelle conclusioni del Consiglio Europeo confluisce la parte relativa al rischio di una situazione simile a quella del 2015, rischio che l’Unione dichiara di voler scongiurare e prevenire. Un passaggio che Meloni rivendica nel veloce confronto notturno con la stampa. (“Avvenire” – Marco Iasevoli, inviato a Bruxelles)

Quando un mio simpatico zio invitava qualche persona a casa sua, tra il serio e il faceto, era solito dire: «S’at vol gnir a catärom, sta a ca tòvva…». In fin dei conti è l’atteggiamento paradossale che adottiamo davanti al problema migratorio. Ci commuoviamo di fronte alle stragi in mare dei migranti, ma poi ripieghiamo frettolosamente sul criterio “dell’accoglienza respingente”, non osiamo andare fino in fondo: l’Europa, le istituzioni italiane, le persone singole, le famiglie, le comunità civili e religiose se ne “sbattono le balle”.

La cosa è ancor più clamorosa a margine della guerra in Iran: tutti i protagonisti si riempiono la bocca di aiuti agli iraniani al fine di abbattere il regime che li opprime, poi degli iraniani non importa niente a nessuno, ci si preoccupa delle ripercussioni economiche e commerciali, delle difficoltà nell’approvvigionamento energetico, degli equilibri geopolitici e, sotto-sotto, anche e soprattutto delle conseguenze a livello di flussi migratori. Milioni di persone stanno scappando da questa più che mai assurda guerra e da qualche parte dovranno pure rifugiarsi. Negli Usa non ci possono andare per motivi geografici e per la stretta imposta da Trump, in Israele sarebbero trattati come i cani in chiesa, resta l’Europa come destinazione agibile.

Ebbene in Europa abbiamo già dato e stiamo tuttora dando, ragion per cui i libanesi e quanti fuggono dai Paesi mediorientali, messi a soqquadro da Trump, Netanyahu e compagnia stonando, sarà bene che stiano a casa loro a morire sotto le bombe israeliane e statunitensi.

Capisco benissimo che diversamente rischierebbe di piovere sul bagnato, ma allora alle conseguenze di certi subbugli bellici bisognerebbe pensare prima di provocarli, occorrerebbe evitare gli interventismi pseudo-democratici che durano fino a mezzogiorno, sarebbe opportuno preoccuparsi prima di tutto di far cessare le ostilità per bloccare le emorragie a monte senza illudersi di poterle bloccare a valle.

Il ragionamento, a dir poco contradditorio, di Giorgia Meloni sembra essere il seguente: non possiamo rinunciare al rapporto “privilegiato” di alleanza con gli Usa anche se sono guidati da un pazzo scatenato; non possiamo mettere in discussione l’alleanza con Israele a pena di essere considerati antisemiti e/o antisionisti; dobbiamo barcamenarci viaggiando sul filo del rasoio tra presa di distanza e collaborazionismo, tra basi militari e diplomazia; ci dobbiamo sforzare di essere europeisti  solo quel pochettino che basta  per rimanere coinvolti a livello di Ue senza irritare e disgustare Donald Trump;  dobbiamo preoccuparci dei popoli che soffrono a causa di questa dissennata guerra purché se ne stiano buoni nelle loro case dopo che noi con le nostre omertà abbiamo contribuito indirettamente a distruggergliele.

Vediamo quali sono le diverse tattiche in campo: il bullo americano non vuol impantanarsi dopo essersi lanciato nel pantano; il bullo israeliano vuole prolungare la guerra fino a fortificare il suo predominio nella zona; l’Europa per problemi economici e migratori ha interesse che la guerra finisca presto, così anche ii Paesi produttori di petrolio bombardati da Teheran; Putin ha tutto da guadagnare perché la sua guerra sta passando inosservata, perché il suo compare ladro di notte ruba con lui e di giorno finge di litigare, perché l’economia mondiale finisce col battere cassa a Mosca; la Cina sta a guardare…  Alla fine, elettorati permettendo, a rimetterci sarà il bullo paranoico americano candidato al Nobel…e speriamo anche la sua maggiore alleata europea, la bulla e buffa furbetta di casa nostra…speriamo…

In questo periodo Netanyahu è silente, lascia parlare il bullo americano…intanto lui fa i fatti…invade il Libano, bombarda…Trump sta evidenziando tutta la sua incompetenza…mentre la furbetta di casa nostra, consapevole dei propri limiti e delle proprie paure, fa l’unica cosa che sa fare bene: video e interviste compiacenti. E tenersi buono Trump e le due mediocri donnette europee mezze destroidi: Metzola-Mestola- Mensola e Van der Kazzen…. Finirà questa storia? Per il momento no! C’è già pronta la via di fuga dialettica: il ripiegamento sul blocco agli immigrati, esca da infilare nell’amo a cui gli italiani non mancheranno di abboccare. Mentre impazza la guerra, è bene pensare alle bombe migratorie…

 

 

Trump a colazione, Netanyahu a pranzo, vomito a cena

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato un duro attacco al presidente israeliano Isaac Herzog, definendolo «un bugiardo, debole e patetico» per non aver concesso la grazia al premier israeliano Benjamin Netanyahu, attualmente sotto processo per corruzione, frode e abuso d’ufficio. Intervistato dall’emittente israeliana Channel 14, Trump non ha usato giri di parole. Secondo il presidente americano, Herzog avrebbe inizialmente dato il proprio assenso a un provvedimento di clemenza per Netanyahu, per poi fare marcia indietro. «È una persona debole e un uomo patetico per non averlo fatto. Non è un leader», ha incalzato Trump. «Bibi dovrebbe potersi concentrare esclusivamente sulla guerra, non su queste sciocchezze giudiziarie», ha aggiunto. Per il leader della Casa Bianca, l’intera vicenda giudiziaria che coinvolge il premier israeliano non è altro che un processo «politico e ingiustificato».

L’attacco televisivo è solo l’apice di una pressione che dura da mesi. Già nel novembre 2025, Trump aveva inviato una lettera a Herzog chiedendo la grazia per Netanyahu. Nel documento, il tycoon descriveva il premier israeliano come un «primo ministro di guerra formidabile e decisivo», sottolineando l’importanza del suo ruolo per l’allargamento degli Accordi di Abramo e per la pace in Medio Oriente. Una richiesta che Trump aveva già anticipato di persona durante la sua visita in Israele nell’ottobre precedente, in coincidenza con l’accordo di cessate il fuoco con Hamas.  (open.online)

Questa mattina ho letto la succitata notizia: ne sono rimasto colpito, perché ho avuto la sensazione di vivere in un mondo tremendamente distante dalla mia mentalità valoriale ed etica: mi sento sempre più un pesce fuor d’acqua, un corpo estraneo rispetto ad una geopolitica completamente assurda regolata da uomini assurdi.

E cosa volete che siano i reati di corruzione, frode e abuso d’ufficio rispetto a quanto è avvenuto e sta avvenendo a Gaza e nel Libano. La Corte Penale Internazionale ritiene che ci sia in atto un vero e proprio genocidio da parte del governo israeliano e io dovrei sentire il presidente Usa che tesse gli elogi di Netanyahu definendolo un «primo ministro di guerra formidabile e decisivo». E io dovrei accettare che il governo italiano non faccia una piega di fronte a quello che sta avvenendo, nascondendosi dietro la foglia di fico del regime iraniano. E io dovrei sopportare che i Paesi europei giochino a nascondino con Trump e Netanyahu, spaccando il capello in quattro per barcamenarsi e soprattutto per riaprire lo stretto di Hormuz (se su questo altare muoiono migliaia di vittime chissenefrega), accettando la logica della pace dei sepolcri.

All’ora di pranzo ho visto, su “Rai 3 – Quante storie”, le testimonianze di chi opera in prima linea sul piano umanitario per alleviare le sofferenze dei palestinesi: immagini agghiaccianti. Gli israeliani bombardano a ragion veduta persino questi soccorritori e le loro strutture, alcuni di essi vengono addirittura arrestati. Questa è una sorta di shoah a parti invertite: le vittime che si trasformano in carnefici e tutti tacciono.

Alla domanda su cosa si possa fare, questi veri e propri missionari hanno risposto con tanta umiltà di provare almeno a togliere dal dimenticatoio questa situazione, a mettere di fronte alle proprie responsabilità i governi italiano ed europei.

All’ora di cena leggo quanto segue.

È, appunto, un’ulteriore prova del fatto che non si tratta tanto di quanto Israele fa o non fa, ma di odio verso gli ebrei in quanto tali. Nel momento in cui si invoca la distruzione di Israele, si supera una linea rossa fondamentale. Vorrei aggiungere un punto: c’è chi sostiene che la guerra in corso contro l’Iran sia stata “scelta” da Israele. Ebbene, niente è più lontano dalla realtà: Israele non aveva scelta. Per anni ho pensato che le dichiarazioni del regime iraniano sulla distruzione dello Stato ebraico fossero soprattutto uno strumento di pressione e provocazione; col tempo è apparso chiaro che si trattava di un disegno operativo molto preciso. Oggi è evidente ciò che Teheran stava costruendo, attraverso i suoi proxy nella regione, dal 7 ottobre alla dimensione nucleare. In questo contesto, l’azione preventiva è stata ritenuta necessaria. E considero significativo il fatto che gli Stati Uniti abbiano agito insieme a Israele. Non posso evitare di chiedermi come sarebbe cambiata la storia se nel 1939 i leader mondiali avessero avuto il coraggio e la lungimiranza di fermare Hitler prima che fosse lui ad attaccare. Forse l’Olocausto non ci sarebbe stato e le città europee non sarebbero state devastate dalla guerra. E oggi non esisterebbe Yad Vashem. Invece deve esistere. C’è. E custodisce, e trasmette, la memoria di sei milioni di ebrei sterminati nella Shoah. (dalla intervista rilasciata ad “Avvenire” da Dani Dayan, il presidente di Yad Vashem, l’Istituzione israeliana per la memoria dell’Olocausto, fondata nel 1953 con legge della Knesset, che ha sede a Gerusalemme, che è stato ricevuto in Udienza privata da papa Leone).

Sono in netto dissenso rispetto alle dichiarazioni di questo illustre personaggio investito di un nobilissimo ruolo e sono assai contrariato dal fatto che sia stato ricevuto dal Papa senza che Leone XIV sottolineasse la profonda dissonanza tra la tesi della guerra necessaria e lungimirante verso l’Iran e il dettato evangelico che non ammette vendette né preventive né successive tanto più se assumono il carattere di vero e proprio crimine genocidario verso intere popolazioni civili.

È ora di finirla col celebrare la shoah ripetendola pari-pari a danno di altre popolazioni: non c’è argomentazione che possa motivare un simile inaccettabile e disgustoso comportamento da parte del governo e dello Stato israeliani, accompagnati nella migliore delle ipotesi da omertosi silenzi, ma anche e soprattutto da velleitarie architetture geopolitiche, da spregiudicate alleanze internazionali e finanche da paradossali giustificazioni di carattere religioso.

Con la scusa dell’antisemitismo si vuole mettere la sordina alle sacrosante condanne e proteste contro l’eccidio di Gaza, contro l’aggressione all’Iran, contro l’invasione del Libano anticipate e corroborate da continue violazioni delle decisioni dell’Onu riguardo all’occupazione illegittima dei territori palestinesi.

Il silenzio politico e religioso finisce col fare un regalo all’antisemitismo che cavalca la situazione: chi vuole veramente coltivare la memoria dell’Olocausto non può esimersi dal marcare un netto dissenso rispetto a quanto sta avvenendo in medio-oriente con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti e che perpetueranno odi e divisioni irrimediabili nello spazio e nel tempo.

Chiedo scusa ma mi sto sentendo una merda e come vorrei e potrei riuscire a lanciarmi contro chi mi sta sgovernando fino a questo punto? Non è possibile continuare a vivere così. Non lo posso accettare. Temo di dover finire col giustificare Hamas ed Hezbollah. Prima che sia troppo tardi i popoli statunitense, israeliano ed europeo facciano qualcosa, almeno protestino, esprimano il loro netto dissenso. Io nel mio piccolo lo sto facendo, ma, come si suole dire, una noce in un sacco fa poco rumore.

Davanti a Dio pagheremo caro, pagheremo tutto! (lo dico io visto che persino il papa fa fatica a dirlo a chi di dovere.