Il mio sdegno lo riservo tutto per Giorgia Meloni

Il 28 ottobre 2026 la Giudice per le indagini preliminari (Gip) di Milano, Tiziana Landoni, ha respinto la richiesta della Procura di convalidare il fermo e di applicare misure cautelari nei confronti di Youssef Siher, attivista e ricercatore accusato di aver fondato sui social il “Movimento 17 ottobre”, disponendo l’immediata liberazione del giovane dal carcere di San Vittore.

Secondo la decisione del tribunale, le accuse formulate dalla Procura – che ipotizzavano l’istigazione a delinquere aggravata da finalità terroristiche ed eversive – sono state ritenute prive di fondamento:

Nelle attività e nei messaggi social di Siher non sono stati riscontrati concreti elementi di incitamento alla violenza o pianificazione di attentati, bensì un tentativo di mobilitazione e “disobbedienza civile” contro le politiche del governo. La giudice ha rilevato altresì la totale mancanza dei presupposti di urgenza che avrebbero dovuto giustificare il fermo cautelare.

C’era da aspettarselo, appariva infatti evidente la forzatura giudiziaria, che creava, seppure indirettamente e involontariamente, l’occasione per la cavalcata governativa del pretestuoso ed ipocrita tentativo di squalificare sul nascere e indiscriminatamente le proteste in atto.

Un motivo in più per essere attenti ed intransigenti difensori dell’autonomia della magistratura e della divisione dei poteri a livello istituzionale. Resta la perplessità per la totale divergenza di opinioni fra pubblico ministero e giudice per le indagini preliminari. Così come non oso pensare che la Gip di Milano abbia voluto aiutare i protestatari, ma semmai solo difendere i loro diritti, non voglio nemmeno lontanamente immaginare che la procura milanese abbia voluto dare una mano al governo.  Mi rimane addosso comunque un certo pur prevedibile e forse un tantino malizioso stupore. Vuoi vedere che l’aria politica pesante al limite dell’intimidatorio, che regna nel Paese si ripercuote anche sulle procure della Repubblica?

Lo stupore aumenta se considero che la Presidente del Consiglio ha espresso profondo sdegno attraverso i propri canali social, definendo la scarcerazione una decisione “vergognosa” e “una mortificazione per le forze dell’ordine e per i cittadini”.

Io, da cittadino, non mi sento affatto mortificato, anzi! Mi sento invece schifato dalle reazioni di Giorgia Meloni e interrogato in modo inquietante sul suo operato sempre più ai limiti della democrazia formale e oltre quelli della democrazia sostanziale. Il tutto ancor più inaccettabile considerato il vomitevole e coccodrillesco (da una parte subdole critiche e dall’altra niente conflittualità fra politica e magistratura) controcanto del ministro Carlo Nordio con tanto di sviolinata alla procura ed esclusione (bontà sua…) di ispezioni sull’operato della Gip.

Non so se sia legittimo che i governanti si esprimano in questo modo sul comportamento di un giudice (definire una decisione vergognosa non è una semplice ed ammissibile critica); certamente non è serio e tanto meno opportuno. No ho idea se esistano gli estremi per un intervento ufficialmente censorio da parte del presidente della Repubblica, che fino a prova contraria presiede il Consiglio Superiore della Magistratura; sarebbe quanto meno opportuno un pressante invito alla correttezza istituzionale, ma siamo al punto che Mattarella dovrebbe quasi tutti i giorni rimproverare qualcosa al governo e quindi capisco che non ne possa più…

D’altra parte il leitmotiv del governo Meloni è quello di attaccare sempre chi osa essere in contrasto con i propri indirizzi: è così verso la stampa che infatti sta diventando sempre più di regime, è così con l’opposizione in Parlamento, che infatti si sta riducendo a pirlamento, è così coi sindacati, che infatti stanno progressivamente perdendo  la loro verve conflittuale e la loro forza d’urto e non costituiscono più la massa critica sociale tipica del sistema democratico, è così nei confronti delle Regioni ritenute un inutile orpello pseudo-costituzionale (salvo sventolare la bandierina delle autonomie rafforzate), è così verso chiunque abbia l’ardire di criticare e ancor più di protestare.

E allora ben venga che la gente scenda in piazza per togliersi il bavaglio e rimuovere la sordina, che invece purtroppo continua a funzionare.

Si pensi a quanta enfasi accusatoria hanno usato i media nei confronti dello sbrigativo “mostro” Youssef Siher, e quanta poco spazio hanno concesso alle motivazioni della sua scarcerazione, si pensi a quanta assurda par condicio mediatica è stata riservata alla decisione di un magistrato (competente) e alla reazione di una governante (incompetente), si pensi a quanta demagogica attenzione viene rivolta ai danni procurati dalle violenze di piazza rispetto al silenzio riservato alle rivendicazioni della piazza stessa e alle violenze subite da tanti cittadini ad opera di chi (s)governa, si pensi al fatto che tutti i santi giorni a tutte le ore del giorno protagonista televisiva assoluta è Giorgia Meloni (più in Rai che in Mediaset…).

La decisione della Gip milanese è stata citata solo per consentire a Giorgia Meloni di insolentire questa giudice che ha osato ragionare sotto l’influenza del codice penale e non sotto la pressione di quello che sta giorno dopo giorno rivelandosi come un vero e proprio regime.

Ricordo che mio padre, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi diceva: se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”. Tutto più o meno così ed è così, in forme e modi più moderni, ma forse ancor più imponenti e subdoli, anche oggi in Italia.

L’opportunismo non si addice alla questione ucraina

Matteo Salvini stringe i pugni e disegna la Sfida: «Se mi risceglierete come segretario porterò in Consiglio dei ministri una posizione chiara: non possiamo continuare a dare soldi e armi all’Ucraina».  La Lega apprezza. A cominciare da Luca Zaia: «Certo che sono d’accordo con Salvini… Sono obiettore di coscienza. Questa guerra si sta radicalizzando, rischia di diventare il nostro Afghanistan, siamo in guerra dal 24 febbraio 2022 quasi più anni della seconda guerra mondiale. Penso sia fondamentale che si arrivi a un armistizio e poi a un processo di pace. Questo lo può fare solo la diplomazia…». Il vicepremier si domanda, retoricamente, se le armi e i soldi a Kiev siano la via migliore per la pace. Non basta. Salvini auspica di investire sulla diplomazia, invita con garbo gli alleati «a ragionare», coltiva il dubbio e dà atto agli ucraini di essere un popolo. Oggi i possibili effetti della sortita sull’Ucraina non ci sono. Non c’è crisi di governo. Non c’è voto anticipato. C’è invece una riflessione che coinvolge il governo sugli aiuti a Kiev. Solo pochi giorni fa il ministro della Difesa Guido Crosetto precisava alla Bbc come «probabilmente entro la fine dell’anno» verrà stanziato un nuovo pacchetto d’aiuti. Ma niente è deciso e nulla è sicuro. Con lo spettro di Roberto Vannacci alle porte e con Donald Trump che ha già frenato, anche Meloni sta rimodulando lo slancio accanto all’Ucraina. Tanto che – al netto della Lega – non viene considerato scontato il via libera ad un nuovo decreto che autorizzi l’invio di aiuti per il 2027. La speranza è che le interlocuzioni per la pace funzionino, togliendo il tema dal tavolo della campagna elettorale ed evitando alla premier di fare i conti con inevitabili schermaglie nella coalizione. (“Avvenire” – Arturo Celletti)

Se Atene piange, sparta non ride. La questione ucraina è divisiva nel centro-destra, ma anche nel centro-sinistra. Che mi irrita non sono le divisioni: non c’è infatti da stupirsi per una divergenza di vedute su un tema così importante e delicato. Il fastidio è per l’opportunismo con cui viene affrontato: Salvini ne fa un’occasione populistica per rimanere in sella al suo partito; Conte ne fa una tattica per andare alle primarie e magari vincerle. Degli Ucraini non frega niente a nessuno: men che meno a Giorgia Meloni che recita la parte di europeista-interventista, mentre Elly Schlein non ha il coraggio di mandare a quel paese centristi e riformisti che si nascondono dietro il perbenismo filo-ucraino.

Ci sono temi per i quali non è ammesso l’equilibrismo politico interno e internazionale: uno di questi è la guerra. Non è un caso che la Costituzione usi al riguardo un termine fortissimo e imprescindibile: il ripudio. Se partiamo dalla Costituzione il reiterato invio di armi all’Ucraina si rivela per quello che è: un modo per abdicare all’impegno per la pace, un modo per rinunciare alla diplomazia, un modo per consolidare in senso manicheistico alleanze e schieramenti a livello internazionale, un modo per tacitare le coscienze facendo finta che gridino vendetta.

Se consultassimo seriamente l’opinione pubblica troveremmo molta saggezza: basta con le armi! È pur vero che la Costituzione non ammette referendum sulla guerra. Qualsiasi decisione formale dello Stato sulla partecipazione a conflitti, alleanze militari o invio di armi si articola attraverso trattati internazionali o leggi di bilancio, che non possono essere assoggettati a referendum.  Di conseguenza, la Corte Costituzionale boccia regolarmente i quesiti referendari che toccano indirettamente queste materie, considerandoli un tentativo di aggirare il dettato costituzionale. Tuttavia la politica dovrà pure ascoltare il comune sentimento della gente.

Non credo che nell’agire politico ci sia lo scopo del perseguimento del bene del popolo ucraino, ma, oltre evidenti tatticismi, la volontà di salvare la faccia e di galleggiare sul mare tempestoso degli equilibri internazionali.

 

 

L’interessante ma problematica internazionale della protesta

Non hanno un leader, non hanno un portavoce, non hanno nemmeno un vero programma. Ma da oggi hanno il potere: la Lista degli Studenti vince in Serbia e spedisce nei libri di storia i 14 anni del regimetto di Aleksandar Vucic e degli eredi di Mladic, dei massacri anni ’90, delle sbornie nazionalistiche. Prima ancora delle proiezioni elettorali, è Vucic ad ammetterlo: «Non abbiamo ancora i risultati definitivi — dice l’ex presidente —, ma sulla base d’un campione è chiaro che abbiamo perso queste elezioni. La Lista degli Studenti ha vinto: otterrà fra i 135 e i 140 seggi, mentre noi ne avremo 105». Le prime percentuali confermano: 52% all’opposizione, 39,3 a Vucic.

La storia serba volta pagina. La gioia di Belgrado esplode nella notte, con cortei d’auto e clacson, cori a cantare una vecchia canzone popolare, «Tri poljupca ohcu ja», voglio tre baci, che serviva a indicare il numero (tre) della lista sulla scheda ed è diventata l’inno della vittoria. Il risultato degli studenti, sorprendente ma non inatteso, è il più profondo cambiamento politico dalla cacciata di Slobodan Milosevic, 26 anni fa e dopo la guerra del Kosovo. Qualcosa di paragonabile alla fine dell’era Orbán in Ungheria. 

Una prima volta, per una marcia studentesca cominciata con due anni d’anticipo sugli altri movimenti di protesta europei: anche un modello, per i nuovi indignados spagnoli e francesi, tedeschi e albanesi. Senza rompere un vetro e senza sparare un petardo — e partendo due anni fa dalla rabbia per una tettoia crollata alla stazione ferroviaria di Novi Sad, 16 morti, cui seguì una serie di corruzioni e d’insabbiamenti, di media imbavagliati —, gli Studenti serbi si sono fatti di mese in mese partito politico. E nel più puro movimentismo, agitando il simbolo d’una mano insanguinata, bussando porta a porta in ogni villaggio, dopo due anni sono riusciti a cacciare il piccolo autocrate balcanico che da ragazzo faceva il portavoce delle pulizie etniche e per tre lustri ha fatto della Serbia un Paese a libertà limitate. I nuovi vincitori restano comunque un’incognita. 

Il loro capolista è un cardiologo, Ilija Srdanovic che ora esulta («abbiamo voltato la faccia a un tiranno, andiamo verso una Serbia migliore»), ma non è affatto sicuro che farà il premier. Sono vaghe le loro posizioni internazionali su Ue, Russia, Cina e pure sull’eterna questione del Kosovo. Sono generiche le loro promesse elettorali: più onestà, più libertà ai media, più soldi alle scuole, poco altro.

La vittoria degli Studenti s’è intuita nel pomeriggio, guardando l’affluenza. Mai visti tanti votanti. L’ultima volta era stata nel 2000, quando il 70 per cento s’era presentato alle urne con un’idea ben precisa: spedire a casa, e poi al Tribunale dell’Aia, Milosevic e il suo decennio di massacri balcanici. Il benservito all’erede di Slobo è arrivato con affluenze simili, oltre il 70 per cento. Sui social, per tutta la domenica sono rimbalzati video dal Canada all’Australia, coi serbi della diaspora in fila alle ambasciate per votare. Code ai confini della Croazia e del Kosovo. Perfino Vucic ha dovuto aspettare due ore, prima d’arrivare all’urna. Chiaro, il perché di tanta partecipazione: per la prima volta, sei milioni e mezzo di serbi hanno avuto l’occasione di chiudere i conti. E ne hanno approfittato. (Corriere della Sera)

Potrà essere un modello per gli studenti spagnoli, francesi, tedeschi e italiani? Resto in Italia e ammetto che mi è venuto spontaneo il parallelismo coi cinque stelle in versione prima maniera grillina. In Serbia però c’era qualcosa di peggio da spazzare via e questo paradossalmente aiuta; c’era un nemico preciso da combattere e battere; c’era una spinta storica al cambiamento. In Italia la democrazia è nonostante tutto più matura e ha purtroppo gli anticorpi controrivoluzionari, ha esponenti antidemocratici sparsi dappertutto, ha una storia cambiata dalla resistenza e dalla Costituzione ma comunque bisognosa di essere rinverdita e applicata.

A proposito della nostra Costituzione, Piero Calamandrei, in un celebre discorso agli studenti, disse: “La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”. L’immagine è tanto semplice quanto potente. Perché ci ricorda che il diritto positivo, da solo, non va molto lontano. Ha bisogno di forze sociali e politiche che lo sostengano, di soggetti che lo rendano reale, di conflitto democratico che lo difenda e lo faccia avanzare. (Cinzia Sciuto – MicroMega)

Il parallelismo con i recenti movimenti di protesta è piuttosto problematico e forse azzardato. In Serbia c’è più politicizzazione, in Italia c’è molto malcontento prepolitico, in Serbia hanno obiettivi precisi che sono sfociati nella presentazione di una lista alle elezioni, in Italia lo scontento è forte ma fuori dalle logiche politiche e istituzionali.

In Italia non si riesce a capire fino a qual punto le proteste potranno influire sul voto elettorale mentre in Serbia hanno determinato clamorosamente il risultato elettorale. Non ho idea se gli studenti serbi siano in grado di assumere fino in fondo responsabilità di governo: auguro loro di non rimanere vittime di esondazioni istituzionali. Gli Italiani che scendono in piazza sono in una fase di mobilitazione sociale peraltro assai complessa, ma ben lontani dal puntare alla conquista del potere tout court.

Comunque sia, meglio l’incerto del certo.

Di certo, previsioni alla mano, l’autunno da poco iniziato da caldo rischia di farsi rovente. Il malessere generato dal caro vita dovuto all’inflazione, la rabbia degli autotrasportatori e di altre categoria per i continui rincari dei carburanti, il ribollire del mondo studentesco finiscono per affiancarsi o perfino sommarsi, mescolandosi nel calderone generale delle proteste, che – fra quelle annunciate in questura, auto convocate sui social e perfino improvvisate – continuano ad aumentare di numero. Per averne un’idea, si può scorrere l’elenco di eventi, sit-in, occupazioni e cortei «segnalati da chi li organizza e da chi partecipa», costantemente aggiornato sulla home page di un sito web dal nome emblematico: mappadellarivolta.org . Il suo contatore indica sino a fine gennaio, «227 mobilitazioni in programma», fra cui «50 cortei, 24 presidi, 54 scioperi generali, 37 scioperi di categoria, 1 picchetto, 21 assemblee e 40 altre iniziative». Il sito, da quel che si legge, funziona come una sorta di bacheca, raccogliendo – avvertono le sue regole – «solo iniziative pubbliche e pacifiche, con una fonte (comunicato, locandina, calendario ufficiale)», niente dati personali (»chi organizza si indica con la sigla») e niente «inviti a bloccare, occupare o scontrarsi», tanto che blocchi e occupazioni possono essere inseriti solo «come avviso» su «possibili disagi» (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

La complessità del fenomeno italiano aggiunge interesse, ma anche dubbi e incertezze. Forse si sta creando una zeppa entro cui gli stessi protestatari rischiano di perdere la bussola. Sarà possibile trovare un denominatore comune fra protesta giovanile, mobilitazione dei sindacati di base e azioni messe in atto dai sindacati confederali? Una cosa è certa: il governo italiano sta già perdendo la bussola e non riesce a fronteggiare la situazione se non a livello poliziesco e repressivo. Un’occasione da non perdere…

La distanza irrimediabile tra piazza e Palazzo è una metafora molto utilizzata in questo contesto: la politica è vista come lontanissima e si tende a dubitare anche delle parole degli inquirenti, almeno quando adombrano strategie rivoluzionarie portate avanti su Instagram. L’incognita semmai, per chi è abituato a sussurrare alle masse, è proprio la mancanza di una regia complessiva, in grado di dare voce al malessere ma nello stesso tempo di arginarlo e guidarlo sui binari della legittima contrapposizione democratica. «Vuole sapere se siamo di fronte a mondi separati che non hanno un coordinamento tra loro? Le rispondo che sì, è vero – dice Cremaschi, un passato nella Cgil e un presente da animatore esperto di queste nuove agorà sociali -. Nello stesso tempo, però, in una fase storica in cui la questione sociale ha messo a nudo la pochezza della classe dirigente europea, devo anche dire che un portuale, un autotrasportatore, un contadino e uno studente oggi si possono capire molto più che in passato. Perché parlano lo stesso linguaggio». (“Avvenire – Diego Motta)

 

Trovato (forse) il mostro, squalificata (ipocritamente) la protesta

È stato fermato su disposizione della Procura di Milano, Youssef Siher, il ricercatore 30enne italiano di seconda generazione ritenuto la ‘mente’ del Movimento 17 ottobre legato agli scontri avvenuti nel centro del capoluogo lombardo lo scorso weekend. Le ipotesi sono istigazione a delinquere, terrorismo e l’articolo 420 bis del nuovo decreto legge, ovvero violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. La moglie risulta indagata a piede libero per gli stessi reati. Al 30enne è stato contestato oltre all’istigazione a commettere reati attraverso i social (avrebbe fatto apologia di uno o più reati) e alla “violenza organizzata” prevista dal decreto sicurezza appena entrato in vigore, anche il terrorismo in base all’articolo 270 bis, comma 1, che stabilisce che “chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico è punito con la reclusione da sette a quindici anni”. (Ansa.it)

Mancava il mostro da sbattere in prima pagina per mettere in discussione la serietà delle fastidiose proteste in atto: eccolo!  Anche ammesso e non concesso che la sfilza di reati appioppati a Youssef Siher sia provata, nulla toglie alle ragioni di migliaia di persone, giovani ma non solo, che stanno protestando nelle piazze italiane.

È a sera, unendo i puntini di una giornata lunghissima, che si comprende meglio la partita politica che si è giocata nelle piazze. Il profilo di Youssef Siher è perfetto per capire come e dove si muoverà il Governo nei prossimi giorni e in vista delle prossime manifestazioni: l’affondo preventivo e repressivo sarà verso la galassia pro-Pal vicina a posizioni «islamiste», indiziata di costituire la regia occulta dell’intera mobilitazione giovanile; l’affondo politico sarà al contempo verso quelle che saranno definite le «contiguità» di una certa sinistra. Una strategia che va di pari passo con la rivendicazione della linea dura, alla luce di un bilancio giornaliero meno pesante di quanto temuto. Solo nei seguiti giudiziari dei fermi, però, si andrà a misurare l’efficacia del nuovo decreto-sicurezza, e su questo punto l’Anm ieri ha già fatto capire quale musica suonerà: le nuove norme del governo, ha detto l’associazione dei magistrati, sono «miopi». (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

I pro-pal sono amici dei terroristi islamici, la protesta giovanile è più o meno al sevizio dell’islamismo, una certa sinistra (quale?) è contigua a questa baraonda piazzaiola, la linea dura e repressiva del governo è quel che ci vuole, tutto va ben madama la Meloni…

I media vergognosamente asserviti al potere fanno disinformazione totale: i giovani sono soltanto degli sfasciavetrine, dietro le proteste ci stanno disegni criminali, meno male che il governo mostra i muscoli e quindi ci possiamo sentire tranquilli.

Un’istituzione che presume sistematicamente la malafede rischia di rendere la diffidenza una risposta ragionevole. Una che riconosce responsabilità e autonomia può invece favorirne l’esercizio. È un processo lento, spesso invisibile, nel quale le regole e le disposizioni morali si trasformano reciprocamente. Per questo la qualità della convivenza dipende anche dal modo in cui scegliamo di governarla. Parlare di sicurezza, soprattutto quando ci sono di mezzo giovani e giovanissimi, non può farsi senza parlare di scuola, disuguaglianze e integrazione. Occorre chiedersi perché chi incontra lo Stato, spesso incontra il controllore e quasi mai una promessa mantenuta, nessuno che accoglie o riconosce. Il disagio ignorato alimenta la protesta, la protesta violenta invoca repressione, la repressione può approfondire la distanza da quelle stesse istituzioni che dovrebbero provare a colmarla. Non è un destino. È un rischio alimentato da politiche miopi. (“Avvenire” – Vittorio Pelligra)

Non voglio santificare tutti coloro che protestano, mi compiaccio che finalmente tante persone stiano trovando il coraggio di denunciare ingiustizie, malgoverno e malapolitica, vorrei capire a fondo le loro ragioni, auspico che la politica possa aprirsi al dialogo con i partecipanti alle proteste di piazza, respingo eticamente, culturalmente e politicamente gli intenti repressivi dell’attuale governo, non condivido affatto gli sfoghi violenti ma non accetto il nascondere dietro di essi le responsabilità di chi ha responsabilità di governo, critico aspramente la sinistra perché non ha saputo e non sa interpretare e rappresentare le emergenti istanze rivendicazioniste e non vuole affrontare positivamente il giovanile malessere sociale.

Mi rifaccio ancora a quanto affermato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Accanto alle necessarie scelte congiunturali occorre sviluppare «strategie adeguate nel farsi carico dello spaesamento dei giovani e del loro timore di asservimento o di emarginazione. Il punto è che la società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione. Perché si tratta di «una grande questione sociale», di una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze del Paese. In modo tale che le preoccupazioni del presente si specchino nell’impegno a progettare il futuro».

 

 

 

 

 

 

Il midterm della democrazia tra piazze e urne

«Ci sentiamo sicuri. Almeno fino a quando la destra resterà al potere», aggiunge Yossi. Daniel annuisce: «Sono indeciso tra Likud o Otzma Yehudit. Non ci sono alternative. La sinistra ci consegnerebbe nelle mani dei palestinesi». «Nessun altro è forte abbastanza», aggiunge Daniel. La forza – percepita – è la base dell’appeal dell’attuale premier. «È leader da così tanti anni che una parte della popolazione lo vede come indispensabile, l’unico in grado di difendere Israele», spiega Anshel Pfeffer, autore della nota biografia “Bibi: the turbulent life and times of Benjamin Netanyahu”, pubblicata da Basic Books e ancora non tradotta in italiano. Una narrazione capace di resistere al palese fallimento della sicurezza il 7 ottobre. E alle recenti inchieste che hanno rivelato gli allarmi ignorati da parte del governo. «I sostenitori le considerano un’invenzione della sinistra. Netanyahu è maestro nella propaganda. Ha fatto di tutto per convincere l’opinione pubblica di avere fatto un buon lavoro, rendendo Israele la grande potenza del Medio Oriente – sottolinea Pfeffer –. E tanti gli credono». (“Avvenire” – Lucia Capuzzi, inviata a Sderot)

Riporto questo emblematico estratto della situazione politico-elettorale israeliana per evidenziare come la democrazia a livello mondiale sia indubbiamente in crisi e come, con ogni triste probabilità, non basteranno le prove elettorali sparse nel mondo a toglierla dall’incubo in cui è infilata.

Elezioni in Israele, elezioni di midterm negli Usa, elezioni in Spagna, elezioni in Francia, elezioni in Italia. Una tornata che potrebbe diventare un vero e proprio tornado di destra più o meno estrema. Sì, perché l’aria che tira sembra prospettare addirittura una sorta di extrema ratio consistente nell’alternativa fra destra conservatrice, destra nazionalista e destra estrema o nel loro ignobile connubio.

È così in Israele, ma è così anche, tutto sommato, negli Usa dove i trumpiani malvestiti sperano che faccia un buon inverno, è così in Europa dove non si va al di là delle speranze che la destra non sia poi così estrema da regalarci neofascismo e neonazismo riveduti e corretti. In estrema sintesi la democrazia sta viaggiando sul filo del rasoio.

È inquietante doverlo ammettere, ma almeno in Europa ci possiamo attaccare alle dilaganti proteste di piazze che non credono più alle promesse della politica: la Francia sembra essere in prima linea, ma anche Spagna e persino Italia stanno arrivando al dunque. Da una parte questo clima evidenzia drammaticamente la debolezza istituzionale della democrazia, dall’altra dimostra che la gente dimostra ancora una certa reattività, che rischia di debordare nella violenza per fare paradossalmente il gioco di chi condanna l’esasperato disordine sociale solo per devitalizzare pregiudizialmente e indistintamente le proteste.

Si potrà instaurare un legame fra piazza ed elezioni? Potrà la piazza scuotere la politica in senso democratico? Si formerà un cortocircuito fra protesta e voto? Sempre meglio i rischi che si stanno correndo in Europa del piattume israeliano e statunitense. La protesta infatti ha anche una valenza pacifista, che non trova spazio alcuno nel resto del mondo dove la sicurezza è consegnata pedissequamente alla guerra.

Per capire bene come il Governo e la maggioranza hanno vissuto il sabato dei cortei, bisogna mettere al centro la dichiarazione del ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha prestato i militari per la gestione dell’ordine pubblico: «I miei complimenti al collega Piantedosi e alla Polizia per aver individuato l’ideatore del movimento 17 ottobre. Non un emarginato ma una persona molto introdotta e che aveva avuto molte più occasioni di lavoro e collaborazioni di gran parte dei suoi coetanei. Da quotidiani ad enti pubblici, ha frequentato il gotha dell’intelleghentia italiana. E si sono visti i risultati». Anche il presidente del Senato Ignazio La Russa si complimenta con Piantedosi, e anche nelle sue parole abbondano indizi su dove la maggioranza vuole portare la discussione: «Solo ai delinquenti e a qualche sessantottino in ritardo danno fastidio i nostri uomini in divisa». Ancora più chiaro un uomo della seconda fila di FdI, Sandro Sisler, vicepresidente della commissione Giustizia al Senato: per lui partendo da Siher bisogna procedere verso «la galassia dei collettivi antagonisti, i centri sociali e gruppi di giovani violenti, i cosiddetti maranza, che potrebbero essere strumentalizzati come vere e proprie milizie di piazza». (“Avvenire” – Marco Iasevoli) 

E allora aggiungo (in grassetto per evidenziarne la provocatoria sofferenza e a costo di mettere a dura prova la pazienza dei miei pochi ma buonissimi lettori) qualche ulteriore pensiero relativamente alle proteste di piazza di cui tanto si (s)parla, soprattutto a quelle dei giovani.

Ho sempre pensato che sarebbero stati i giovani a sconquassare i vomitevoli equilibri politici nazionali ed internazionali: se non loro chi?

È più violenta l’ingiustizia perpetrata da chi ci governa (e da chi finge di fare opposizione) o la protesta di chi si ribella ad uno status quo inaccettabile sotto tutti i punti di vista?

È più violenta la generalizzazione reazionaria e squalificante imbastita dal potere verso i protestatari o la sfiducia motivata dei protestatari verso chi esercita il potere direttamente o indirettamente a suon di guerre?

Essere contro la violenza significa capire, come scrive Paolo Borrometi su “Avvenire”, che dietro le vetrine rotte c’è il grido di una generazione senza futuro, che in questa stagione dovremmo avere il coraggio di non fermarci alla cronaca dei disordini, ma capire che al centro ci sono aspettative deluse, mobilità sociale bloccata e bisogno di prospettive concrete, che molti giovani lottano per avere una speranza.

Essere contro la violenza vuol dire individuarla innanzitutto nelle ingiustizie patite da tanta gente e denunciarla apertamente.

Essere contro la violenza vuol dire rimuovere le cause che creano disagio, sofferenza, emarginazione, sfiducia e disperazione.

Solo dopo aver fatto questo coraggioso esame di coscienza ed essersi messi in credibile atteggiamento di cambiamento e di riforma nei contenuti della politica si potrà avviare un discorso critico sul metodo della protesta non per reprimerla, ma per ricondurla alle regole della democrazia (Costituzione, Europa, Pace).

Aldo Moro, prima di condannare e combattere i giovani che sparavano a vanvera con la P38, voleva capire il perché di questo comportamento. Portava i suoi giovani studenti di diritto penale in visita alle carceri per verificare se venisse rispettato il dettato costituzionale del recupero e della rieducazione del condannato. La figlia di Aldo Moro ha aperto una pista di dialogo con gli ex-brigatisti rossi…

Il discorso è ancora e sempre lo stesso: prima di condannare bisogna sforzarsi di capire, di fare ammenda, di dialogare, di educare, di fare politica vera. Solo così si combatte veramente la violenza, non con vuote e strumentali parole, non con 500 militari dislocati in piazza a Milano, ma semmai con 500 progetti educativi rivolti ai giovani e alle loro famiglie in difficoltà (vedi Daniele Novara su “Avvenire”).

La politica non è mera difesa dell’ordine pubblico, non è garantire sicurezza personale con l’insicurezza sociale, non è accontentarsi di reprimere gettando discredito indistintamente su quanti protestano.

Posso dirla grossa? Perché Elly Schlein, anzichè fare i conti con Conte, anziché scrivere programmi con i riformatori del menga e i centristi dei miei stivali, anziché candidarsi a tutti i costi e al buio, non prova ad aprire un dialogo alla pari con i giovani che stanno cercando di dare una strategia alla loro protesta? Certo che ci vuole coraggio! Ma la mia è soltanto una boutade provocatoria alla sinistra, che dovrebbe aprire veramente il campo alla società che si sta ribellando. 

Mi permetto di accendere un lumicino di speranza proveniente dal nostro Paese.  C’è un dato particolare e incoraggiante. A Roma l’atmosfera è stata differente ma massiccia. Si è tenuto il grande corteo nazionale “La via maestra”, promosso dalla Cgil insieme a numerose associazioni della società civile. I manifestanti hanno sfilato pacificamente per le vie della capitale per contestare le politiche economiche e sociali del governo. La Cgil, per bocca del suo segretario Maurizio Landini, ha indetto uno sciopero generale per il prossimo mese di novembre.

Qualcuno ritiene che non sia proprio il momento per indire scioperi generali, pensando che si finisca per buttare benzina sul fuoco o quanto meno per soffiare sul fuoco delle proteste di piazza.

Ritengo invece che possa essere questo un tentativo di legare piazza, società civile e politica. Le cosiddette forze sociali intermedie possono rappresentare e interpretare la protesta, dandole una valenza politica contestatrice ma non violenta, incanalandola su tematiche precise che la tolgano dall’indistinta e confusa rivendicazione, dalla tentazione del giocare allo sfascio istituzionale e politico.

La nostra Costituzione (bisogna sempre farle riferimento) assegna un compito fondamentale ai partiti e ai sindacati, cioè alle forze politiche che dovrebbero garantire la democraticità delle istituzioni e alle forze sociali che dovrebbero radicare il senso politico-democratico nella società civile. La storia insegna che allorquando il clima politico si fa precario e i problemi impazzano si crea spazio per l’opera delle forze sociali, a volta addirittura per la loro supplenza politica, a garanzia del sistema democratico che è fatto di equilibrio tra istituzioni e società.

Il corto circuito educativo provoca la folgorazione dei giovani

Dalla prof accoltellata da un alunno a Roma all’aggressione di un docente sventata in una scuola di Lamezia Terme, nelle più insospettabili aule italiane gli insegnanti sembrano essersi trasformati in un bersaglio. A centrarlo con violenze fisiche ma anche minacce, insulti e prese in giro, però, non sempre sono ragazzini. Spesso a sparare più o meno metaforicamente a zero contro i professori sono uomini e donne adulte. Mamme certe che il figlio abbia avuto un voto troppo basso e insultano l’insegnante, papà convinti che i docenti non siano abbastanza competenti e che scrivono mail aggressive ai presidi, famiglie che contestano una nota alzando la voce durante le assemblee di classe o giudicano inadeguato il modo in cui viene svolto il programma e lo scrivono indignati sui social. I “genitori bulli” sono disposti anche ad alzare il tiro, tanto che di fronte a una presunta ingiustizia ai danni del proprio figlio c’è persino chi arriva ad alzare le mani sull’insegnante ritenuto colpevole. (“Avvenire” – Ilaria Beretta)

Siamo ben lontani dalla regola che mio padre si è sempre imposto: “Mo vót che mi digga quél a un profesór, par poch ch’al nin sapia al nin sarà sempor pu che mi”. Gli insegnanti sono uomini come gli altri, soggetti a sbagliare, con i loro difetti che, a volte, possono anche portarli a commettere gravi ingiustizie. Un tempo avevano sempre e comunque ragione, il loro giudizio non si discuteva e i genitori ne prendevano atto. Oggi si è capovolto il discorso: gli insegnanti hanno sempre torto e i genitori si schierano pregiudizialmente dalla parte degli alunni, creando un cortocircuito pericolosissimo a livello educativo. I giovani infatti, già portati a non accettare i rimproveri dei loro insegnanti, si sentono spalleggiati e quindi ancor più refrattari rispetto alla disciplina scolastica.

Ricordo di aver involontariamente ascoltato, su un bus che portava a scuola alcune ragazzine, il concitato dialogo fra due di esse: parlavano di una loro insegnante, a loro dire piuttosto bisbetica, e una delle due riportava quanto detto al riguardo dalla propria madre: «Sai perché la tua insegnante ti sta addosso con i suoi continui rimproveri? Perché lei è brutta e tu sei molto carina! Tutto è frutto dell’invidia…». Risatine compiaciute.

Può darsi benissimo che l’insegnante fosse bruttina. La ragazza sinceramente non la ricordo. Il personaggio veramente “brutto” era però la scandalosa genitrice: mi chiedo cosa avesse nel proprio cervello per arrivare a simili insinuazioni. Siamo alla pura follia. Anche ammettendo che il comportamento della professoressa fosse veramente improntato all’invidia e alla rivalsa, mai e poi mai una madre dovrebbe sputtanare in tal modo un’insegnante di fronte alla propria figlia. Semmai chieda un incontro, apra un dialogo, anche serrato, ma dire scemenze del genere…

Le istituzioni preposte all’educazione dei giovani, famiglia e scuola, se entrano in conflitto combinano disastri irreparabili. La verità non sta entro i labili confini della potestà genitoriale così come non si esaurisce nell’autorevolezza e nel carisma dell’insegnante, ma si costruisce nella collaborazione e nel dialogo. Diversamente il giovane è lasciato in balia degli impulsi che possono sfociare nella reazione violenta verso i genitori e/o verso gli insegnanti.

La primaria responsabilità educativa è delle famiglie. Mia sorella, acuta ed appassionata osservatrice dei problemi sociali, nonché politicamente impegnata a cercare, umilmente ma “testardamente”, di affrontarli, di fronte ai comportamenti strani, drammatici al limite della tragedia, degli adolescenti era solita porsi un inquietante e provocatorio interrogativo: «Dove sono i genitori di questi ragazzi? Possibile che non si accorgano mai del vulcano che ribolle sotto la imperturbabile crosta della loro vita famigliare?». Di fronte ai clamorosi fatti di devianza minorile, andava subito alla fonte, vale a dire ai genitori ed alle famiglie: dove sono, si chiedeva, cosa fanno, possibile che non si accorgano di niente? Aveva perfettamente ragione. Capisco che esercitare il “mestiere” di genitori non sia facile ed agevole: di qui a fregarsene altamente…

Se non ripristiniamo il virtuoso circuito famiglia-scuola possiamo mettere al ministero dell’istruzione anche san Giovanni Bosco, ma non caveremo un ragno dal buco. Ho tirato in ballo un Santo (e che Santo…) per riferirmi anche al ruolo importantissimo svolto nel passato dalle istituzioni religiose impegnate nell’educazione dei giovani: gli oratori, le varie associazioni cattoliche, etc. etc. Su questo terreno è rimasto ben poco. I giovani sono abbandonati a loro stessi e la trasgressione diventa il loro stile di vita. La spinta a trasgredire non è sempre negativa, ma, se non è accompagnata da riferimenti valoriali, sbocca, oserei dire automaticamente, nella violenza fine a se stessa.

Non è il caso di drammatizzare, ma se non c’è più la famiglia nemmeno da contestare, se non c’è più la scuola da marinare, ancor peggio se scuola e famiglia litigano fra di loro, se anche la religione non aiuta e non sostiene, non so dove si possa andare a finire.   Un giovane può essere autodidatta, difficilmente potrà essere “autoeducatore”. Sì, perché l’istruzione butta dentro nel cervello elementi cognitivi, mentre l’educazione tira fuori dall’animo elementi umani. E in questo contesto così difficile e problematico qual è il compito dei pubblici poteri? Favorire l’educazione, garantire l’espressione e la creatività dei giovani, accoglierne le istanze di cambiamento, puntare al recupero ed al reinserimento dei soggetti devianti.

Quello che dico è semplice: invece di 500 militari, mettiamo in campo 500 progetti educativi. Partiamo dal sostegno pedagogico ai genitori dei ragazzi coinvolti, perché è anche nella difficoltà degli adulti a esercitare il proprio ruolo educativo che dobbiamo cercare una chiave di lettura di quanto è accaduto. Parlo della fatica di accompagnare la crescita degli adolescenti, stabilendo limiti legittimi e aiutandoli a conquistare gradualmente la propria libertà. Non possiamo continuare a insistere soltanto sul versante psichiatrico e della medicalizzazione. Gli interventi sanitari sono necessari quando servono, ma non possono sostituire il lavoro educativo. (“Avvenire” – Daniele Novara)

La tendenza dell’attuale governo e della maggioranza politica che lo sostiene è quella di assolutizzare e isolare il problema della sicurezza, criminalizzare i comportamenti trasgressivi dei giovani tramite introduzione di nuovi reati e inasprimento delle pene, di reprimere, prima ancora che nascano, le contestazioni e le manifestazioni col potenziamento delle forze dell’ordine e la loro licenza di intervenire sbrigativamente e pesantemente, di anestetizzare il movimento giovanile utilizzando guinzagli e museruole.

Il problema della società attuale è che fatica ad accettare quanto sia diventato complesso relazionarsi con le nuove generazioni. È una difficoltà che non possiamo liquidare con una risposta esclusivamente repressiva. La crisi della genitorialità e la difficoltà di sostenere la crescita dei figli meritano attenzione, risorse e interventi concreti, non giudizi sommari. Dobbiamo recuperare i ragazzi, non condannarli. Questo è l’obiettivo che dovrebbe darsi ogni società che voglia definirsi democratica, assumendosi la responsabilità di ciò che è accaduto ma nello stesso tempo offrendo ai minorenni la possibilità di capire, cambiare e costruire un futuro diverso. La sicurezza è necessaria. Ma non c’è sicurezza duratura senza educazione, senza adulti capaci di esercitare la propria responsabilità e senza una comunità che investa concretamente nella crescita delle nuove generazioni. È da qui che dobbiamo ripartire. (ancora “Avvenire” – Daniele Novara)

Molto meglio i vescovoni dei ministroni

«Non desideriamo i Cpr né a Castel Volturno, né altrove» perché «non li riteniamo rispettosi della dignità delle persone migranti», mentre «sicurezza e dignità devono andare necessariamente insieme, sempre! Altrimenti rischiamo di smarrire la bussola del diritto e della civiltà». Lo scrive in una nota l’arcivescovo di Capua e vescovo di Caserta, monsignor Pietro Lagnese, annunciando la sua partecipazione sabato 24 ottobre a Castel Volturno alla manifestazione nazionale contro i Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio), uno dei quali il governo lo vuole realizzare proprio nella città costiera casertana, spendendo 43 milioni di euro per 120 posti.

Con Lagnese ci saranno altri vescovi, come don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, Angelo Spinillo, vescovo di Aversa, Michele Autuoro, vescovo di Benevento, Giuseppe Mazzafaro, vescovo di Cerreto Sannita, Giacomo Cirulli, vescovo di Teano. Lagnese, che fin da aprile ha denunciato le scelte del Governo, sostenuto dai vescovi campani e di altri territori, ribadisce che «le nostre Chiese hanno espresso con chiarezza la propria preoccupazione, ponendo al centro la dignità di ogni persona, in particolare di quella migrante, e il rispetto dei diritti, nell’orizzonte della Dottrina sociale della Chiesa, ribadita più volte da Papa Francesco e oggi, con altrettanta fermezza e decisione, da Papa Leone XIV». Dunque, aggiunge, se «garantire la sicurezza e la legalità è certamente un dovere fondamentale e irrinunciabile delle istituzioni» tuttavia, «una sicurezza autentica e duratura non si costruisce diffondendo la paura, cedendo alla tentazione di cercare capri espiatori o dimenticando le sofferenze di chi fugge da povertà estrema, guerre, persecuzioni e ingiustizie». Migranti che, denuncia il vescovo, «sono persone che hanno diritto a essere perciò trattate con rispetto e chiedono di poter diventare parte attiva delle società che le accolgono: è questo il pensiero della Chiesa».

Per questo i vescovi continuano a «guardare con seria e motivata preoccupazione all’ipotesi di realizzare dei Cpr». In particolare Castel Volturno, la “piccola Africa” dove vivono migliaia di immigrati, «non ha bisogno di strutture restrittive e contenitive che rischiano di assimilare la condizione di vulnerabilità alla criminalità e di produrre ulteriore degrado sociale e morale». Ha invece bisogno di «veri percorsi di integrazione, di misure incisive per contrastare lo sfruttamento lavorativo e la piaga del caporalato, di servizi sociosanitari adeguati e di un’alleanza educativa e civile tra istituzioni, associazioni, realtà ecclesiali e cittadini». (“Avvenire” – Antonio Maria Mira)

E allora? Il governo Meloni farà un altro decreto sicurezza per arginare la contestazione portata avanti dai cattolici e loro pastori nei confronti dell’andazzo pseudo-securitario adottato dal governo stesso? Sarà bollato come invadenza clericale questo coraggioso atteggiamento ecclesiale? Se gli italiani non trovano spunti e riferimenti nella sinistra politica, chissà che non si scuotano davanti agli autorevoli e motivati interventi di alcuni esponenti della gerarchia cattolica. Ritorneranno i tempi del rapporto tra Umberto Bossi (fondatore e storico leader della Lega Nord) e la gerarchia della Chiesa cattolica, caratterizzato da forti tensioni, polemiche e ripetuti scontri politici? I temi dello scontro erano:

  • Politica sull’immigrazione: Il motivo di maggiore attrito è stato il tema dell’accoglienza dei migranti. Bossi ha spesso criticato duramente le posizioni della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e dei vescovi, definendole “parole con poco senso” o polemizzando contro aperture ritenute eccessive (come quelle dell’allora arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, a cui Bossi rivolse frasi polemiche).
  • La legge Bossi-Fini: Già nei primi anni Duemila, i vertici della Chiesa espressero forti perplessità e critiche sulle normative in materia di immigrazione e sicurezza promosse dal governo e legate al suo nome (come la legge Bossi-Fini).
  • L’8 per mille e le “minacce” politiche: Nei momenti di maggiore scontro, Bossi ha ciclicamente polemizzato contro i “vescovoni”, arrivando a ventilare l’ipotesi di mettere in discussione o tagliare l’8 per mille alla Chiesa cattolica.
  • Dichiarazioni provocatorie: In varie occasioni pubbliche (ad esempio a Montecitorio), Bossi ha replicato alle critiche del mondo cattolico e dei giornali d’area invitando i vescovi a “fare qualche messa in più” piuttosto che intervenire nel dibattito politico.

Siamo ancora lì. E pensare che Umberto Bossi era certamente da preferire agli attuali insipidi quanto arroganti esponenti del centro-destra: guai a toccarli, sono come lumache, vanno benissimo ai lumacosi perbenisti italiani. Ritorno al «no ai Cpr, sì all’integrazione» e alla partecipazione dei vescovi della regione campana alla manifestazione nazionale contro i Centri di permanenza per il rimpatrio in quanto non rispettosi della dignità delle persone migranti.

Proprio per questo, conclude il vescovo, la partecipazione e «il sostegno convinto mio e delle nostre comunità ecclesiali a quella manifestazione non nascono da interessi politici, né tantomeno da un’appartenenza ideologica o da logiche di parte. Il nostro unico intento è parlare a nome del Vangelo, per riaffermare e difendere l’inviolabile dignità di ogni persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio». E rispondendo alle non poche critiche ricevute, replica che «la Chiesa non fa politica di parte né persegue visioni di schieramento, ma non può restare in silenzio quando in gioco vi è il valore della vita, della giustizia sociale e del rispetto dei diritti fondamentali dei più deboli». L’arcivescovo auspica che la mobilitazione «possa diventare un’occasione di dialogo e fraternità, invitando tutti i partecipanti a rispettare le regole e la pluralità delle posizioni, senza violenze, contrapposizioni o conflitti». Dunque sabato «diciamo sì alla vita, sì all’amicizia, sì alla solidarietà, sì all’accoglienza e alla fraternità, sì alla pace! Testimoniamo insieme che siamo “Fratelli tutti”, costruendo ponti di incontro e di concordia, mai muri di esclusione e di discriminazione». (ancora “Avvenire” – Antonio Maria Mira)

 

Il vuoto del manganello e il pieno del mattarello

Matteo Piantedosi vola a Milano per dare consistenza operativa all’ennesimo decreto sicurezza del Governo, ma è il capo dello Stato Sergio Mattarella a tracciarne implicitamente i limiti, invocando una «visione ampia» e mettendo in guardia su tutto ciò che quel provvedimento non può cogliere: il «malessere dei giovani», soprattutto, e il loro «senso di insicurezza per il futuro».

Il discorso del presidente della Repubblica durante la cerimonia di consegna delle onorificenze ai Cavalieri del Lavoro riprende da dove si era chiuso il suo intervento di lunedì all’assemblea delle Province italiane, quando aveva chiesto di procedere a «un’analisi approfondita» di quanto avvenuto a Milano. Dunque, «accanto alle necessarie scelte congiunturali», avverte Mattarella, ora occorre sviluppare «strategie adeguate» nel farsi carico dello spaesamento dei giovani e del loro «timore di asservimento o di emarginazione». Il punto è che la società «non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione». Perché si tratta di «una grande questione sociale», di «una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze» del Paese. In modo tale che «le preoccupazioni del presente» si specchino «nell’impegno a progettare il futuro».

Naturalmente al capo dello Stato non sfuggono le cause di questo sentimento, tra le quali c’è il «grave peso» che un «bilancio negativo delle migrazioni giovanili» ha sul Paese. Così come un quadro internazionale preoccupante, fatto di «insensate guerre di aggressione, delegittimazione del diritto internazionale, barriere protezionistiche». Parole non molto diverse da quelle dell’ex presidente della Bce ed ex premier, Mario Draghi, convinto che parte delle cause delle rivolte risieda «nel blocco delle aspettative: i giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti», dice in un’intervista a Bloomberg.

Quando una pentola bolle e tende a debordare ci sono due modi per affrontare la questione: ci si può limitare a dare una schiumata per evitare che il contenuto strabordi oppure affidarsi al noto proverbio che dice “una pentola guardata non bolle mai”.

Il governo, come sta succedendo fin dal suo insediamento, intende affrontare il profondo malessere dei giovani con misure repressive che, oltre tutto, non sortiscono alcun effetto sostanziale, ma servono soltanto a rassicurare i benpensanti.

Il presidente Mattarella suggerisce, col suo solito garbo, un approccio assai diverso, che potremmo definire di attenzione e di impegno: una faticosa strada in salita e non un falsopiano depistante ed irritante. È significativo che l’idealismo di Mattarella concordi con il pragmatismo di Draghi: in fin dei conti si tratta di fare politica. Alle aspettative dei giovani, che tendono a diventare sfiducia e persino protesta violenta, non si può rispondere con un riveduto e corretto manganello, con un decreto che puzza di vannaccismo per non dire di …, con un goffo tentativo di marginalizzare i giovani chiudendoli in un recinto di scalmanati.

Purtroppo al di là delle ottime intenzioni e indicazioni di Mattarella, l’attuale politica non è in grado di fornire risposte fatte di prospettive adeguate. Sapranno i giovani, come ho già scritto, confidare nel profilo costituzionale della politica garantito dal Capo dello Stato, scorgere qualche spiraglio alternativo in occasione delle prossime elezioni, puntare alla prospettiva europea che, in qualche misura, li vede concretamente già protagonisti, impegnarsi nella lotta delle lotte, quella per la pace senza la quale tutto è perduto?

Hanno certamente bisogno di ben più di un aiutino: devono ritrovare la fiducia nella democrazia e in se stessi nonostante il contesto sia a loro in tutto e per tutto contrario. Alzi la mano chi li può aiutare!

 

Politica, dalla sfiducia può nascere slancio

«Siamo il Movimento 17 Ottobre. Non abbiamo un presidente, un segretario, un portavoce da invitare in tv, una sede da perquisire o una tessera da vendere. Siamo giovani che hanno deciso di smettere di aspettare». Non siamo una sigla. Siamo un processo: un movimento non strutturato nato per prendere iniziativa e far avanzare la coscienza politica collettiva dei giovani in Italia. Prima di chiederci cosa chiedere, vogliamo capire insieme perché ci è stato tolto tutto, chi ce l’ha tolto e come riprendercelo.

Questa scelta è politica e non un’assenza di politica. Le ragioni sono tre. Non ci fidiamo delle istituzioni e di questo governo. Non ci fidiamo delle strutture politiche classiche. Perché partiti e sindacati istituzionali sono parte dello Stato che contestiamo, e li trattiamo di conseguenza. Quelli extraistituzionali, a partire dalle realtà di movimento che da decenni cercano di lucrare sulle lotte e di monopolizzarle, per noi non sono all’altezza della causa». «Ci tuteliamo dalla repressione e dei fascisti». «Un movimento con un capo ha un bersaglio. Un movimento con un indirizzo ha un’irruzione. Un movimento con un elenco di iscritti ha un fascicolo. Noi non offriamo bersagli.

Abbiamo studiato chi prima di noi ha fatto tremare il potere senza lasciargli un volto da colpire: l’Egitto del 2011, dove una piazza senza leader ha messo in crisi un regime trentennale; la Tunisia, dove tutto è cominciato; Hong Kong 2019 e il suo «be water», organizzarsi in modo decentrato, adattivo, imprendibile; il Sudan, con i comitati di resistenza di quartiere; Algeria e Libano, dove le piazze hanno rifiutato di farsi rappresentare dai vecchi equilibri; il Cile del 2019, esploso dal basso; gli Indignados e Occupy, con le assemblee permanenti; gli studenti serbi, con i loro plenum orizzontali; la Gen Z in Marocco, coordinata senza capi attraverso canali digitali. Ognuna di queste esperienze ha avuto i suoi limiti e le sue sconfitte, e proprio per questo le abbiamo studiate: per imparare da ciò che ha funzionato e da ciò che è stato schiacciato.

Non ci basta che la piazza sia solo protesta. La protesta da sola si consuma. Vogliamo che ogni momento di piazza sia anche discussione, dibattito, crescita politica. Che si formi una dialettica viva, spontanea e forte, dal basso, tra persone diverse che si ascoltano, si scontrano sulle idee e si trasformano a vicenda. Intendiamo prendere in mano il nostro futuro. Non lasciarlo nelle mani di questi cleptocrati che lo hanno ipotecato, venduto e svuotato prima ancora che potessimo viverlo. Non vogliamo un posto al tavolo di chi ci ha tolto la sedia: vogliamo costruire un altro tavolo, tutti insieme, dal basso».

Il Movimento 17 Ottobre prende il nome dalla data di sabato 17 ottobre 2026, il giorno in cui è iniziata una grande manifestazione nazionale contro il carovita in diverse città italiane.

La protesta originaria era stata promossa dalla rete nazionale “Italia in piazza”. Tuttavia, a seguito degli scontri, delle tensioni e delle successive proteste spontanee nei giorni seguenti, alcuni membri fuoriusciti hanno deciso di staccarsi dalla rete principale, giudicata troppo moderata e centralizzata.

Questo gruppo di giovani ha quindi fondato il Movimento 17 Ottobre, battezzandolo con la data simbolo che ha dato il via alla loro mobilitazione permanente. Il movimento si organizza in modo decentralizzato e autonomo principalmente attraverso canali Telegram e pagine Instagram.

Ho letto con grande interesse il comunicato con cui i giovani del movimento 17 ottobre si sono presentati alla ribalta protestataria per fare chiarezza nell’allarmistico clima opportunisticamente creato [la miglior(?) difesa del potere è sempre l’attacco a chi contesta] e che ho sinteticamente, ma letteralmente soprariportato in grassetto.

Il quadro delle scelte non è l’antipolitica, ma l’ansia politica derivante dalla sfiducia nelle istituzioni, nei partiti, nei sindacati, nei movimenti anarchici e antagonisti, senza offrire bersagli alla repressione fascista.

Importante è l’internazionalismo storico dell’anti-potere, che diventa fonte, lezione ed ispirazione teorica e sperimentale.

Forte è l’anelito democratico che va oltre la protesta per farne una spinta dal basso alla formazione politica e alla costruzione di un futuro alternativo.

La condanna della violenza è implicita: nel rifiuto del movimentismo fine a se stesso e nell’impegno a superare la protesta meramente negativa.

Ritengo ci sia molto da riflettere su questa giovanile e fin troppo matura provocazione. Guai a volerla osteggiare o strumentalizzare. Bisogna lasciare che si esprima in tutta la sua potenzialità. Finalmente qualcosa di notevole si è mosso nella nostra società: un sessantotto riveduto e corretto? Molto meno sul piano culturale e generazionale, molto di più sul piano socio-politico. Ci sarà chi si lascerà umilmente contestare e interrogare?  Ci sarà chi avrà la pazienza di dialogare dal basso senza insopportabile paternalismo e senza storico sussiego? Non so cosa succederà nelle università, nelle piazze, nei social. Sono quasi sicuro che, come capita per certe medicine, all’inizio non si avrà alcun effetto elettorale a breve (anzi!), ci vorrà il suo tempo, ma qualcosa si verificherà e qualcosa cambierà. Sono dispiaciuto di essere vecchio al punto da non poter vedere gli eventuali effetti a medio e lungo termine. Mi accontento di fare discretamente un tifo speranzoso e in questo senso mi permetto, bonariamente ma convintamente, di suggerire tre piste di approfondimento culturale: Europa, pace e Costituzione.

La politica, che registra giustificata diffidenza verso istituzioni, partiti e sindacati, non trova sbocco e ripresa nella Costituzione italiana?   Il futuro sottratto ai cleptocrati non trova collocazione geopolitica nella vera Europa, quella dei pionieri, tradita dai governanti e retta dai burocrati? Sull’altro tavolo alternativo a cui sedersi non c’è al centro quale sorgente e foce il tema della pace?

 

La società assediata e il sesso della politica

I concetti di Sagunto e del sesso degli angeli si collegano in italiano attraverso l’uso di due famose espressioni idiomatiche utilizzate per descrivere l’atto di perdere tempo in discussioni inutili e teoriche mentre incombe un pericolo imminente o grave.

Spesso i due riferimenti storici vengono fusi in un’unica riflessione o citazione letteraria e giornalistica per rafforzare il concetto di cecità di fronte alle urgenze reali.

La prima espressione fa riferimento all’assedio della città spagnola di Sagunto da parte del generale cartaginese Annibale nel 219 a.C., evento che scatenò la seconda guerra punica. Lo storico romano Tito Livio, nelle sue Storie, scrisse la celebre frase:

“Dum ea Romani parant consultantque, iam Saguntum summa vi oppugnabatur”
(Mentre i Romani si attardano in preparativi e consultazioni, già Sagunto era espugnata con grandissima violenza).

Il modo di dire viene usato quando ci si perde in cavilli burocratici o discussioni politiche mentre una situazione critica sta precipitando.

La seconda espressione ha un’origine tradizionalmente legata al periodo bizantino. Si racconta che nel 1453, mentre le truppe ottomane di Maometto II stavano assediando e infine espugnando Costantinopoli (ponendo fine all’Impero Romano d’Oriente), i teologi della città fossero riuniti in un concilio per dibattere animatamente di questioni dogmatiche del tutto astratte, tra cui, appunto, la natura teologica o il sesso degli angeli.

Da qui deriva il significato di ignorare i problemi concreti per dare importanza a questioni del tutto marginali.

 

Mi è venuto spontaneo riandare con la mente a queste emblematiche storie davanti alle reazioni a dir poco ostruzionistiche rispetto al clima di protesta ai limiti della rivolta che si è scatenato in Italia (il discorso vale anche per tutta l’Europa).

Da una parte la destra farneticante e repressiva che si limita a criminalizzare le proteste, bollandole globalmente come espressioni violente da combattere senza se e senza ma, a prescindere dal merito delle rivendicazioni delle piazze.

Dall’altra parte una sinistra che continua imperterrita a guardarsi l’ombelico, perdendosi in stucchevoli dispute tardo-ideologiche e dividendosi tra riformisti e radicali, tra populisti e leaderisti, tra programmisti e primaristi, tra moderati ed estremisti, tra campolarghisti e puristi, tra Pd e M5S, tra centro-sinistra e sinistra-centro, e via di questo inconcludente passo.

E tutto ciò mentre si fa caldissima, (dis)articolata e preoccupante la protesta sociale, che rischia di rimanere senza interlocutori e quindi di avvitarsi su se stessa o peggio ancora di diventare ostaggio di movimenti violenti, pur nelle sue comprensibili premesse e nelle sue sacrosante intenzioni.

A chi possono guardare, seppure in modo critico, le piazze in rivolta? Alle istituzioni democratiche che brillano per la loro distanza rispetto alle istanze della società?  Ad una destra che le esorcizza? Ad una sinistra che finge formalmente di rispettarle, ma che le ignora sostanzialmente? Ad un sindacato corporativo e confusionario che non riesce a rappresentarle nonostante i rispettabili, auspicabili ed isolati tentativi di Maurizio Landini?

Parlando di sindacati devo ricordare il mio impegno politico, storicamente fatto di sfide coraggiose al limite del paradosso, regolarmente perse in casa: militavo infatti nella Democrazia cristiana aderendo all’ala progressista, per la precisione alla corrente di matrice sindacal-aclista. Una gara dura anche se, per certi versi, affascinante. Ero segretario di sezione e durante un dibattito congressuale mi permisi di sostenere l’idea del disarmo della polizia nei conflitti di lavoro: era un periodo caldo a livello di protesta e contestazione studentesca e operaia. La mia provocatoria proposta, che peraltro faceva riferimento ad un disegno di legge, presentato in Parlamento da un esponente della sinistra D.C. (se non erro l’onorevole Foschi) e mai approvato, fece andare su tutte le furie alcuni iscritti, in particolare uno che gridò: “I canòn a la polisìa”. Fu la mia caporetto, da quel momento ebbi vita dura e in poco tempo mi spodestarono democraticamente (?) da segretario.

Torno ai giorni nostri.

 «Sono pronta a guidare questa comunità come candidata alla presidenza del consiglio, con o senza le primarie». Elly Schlein lancia la corsa a Palazzo Chigi dall’assemblea nazionale del Pd che con 578 sì, e l’astensione dei riformisti, la designa unica candidata alle primarie prorogandone il mandato da segretaria. La leader dem si dice comunque anche disponibile «ad un programma per allargare l’alleanza»

(…)

«Manca un miglio, noi siamo pronti anche da subito a sederci con le altre forze progressiste. Anche questa settimana abbiamo scritto una risoluzione con 21 punti di politica economica e sociale condivisa. Ma bisogna essere tutti, non da soli, serve tutta l’alleanza progressista che governa nelle regioni. Bisogna allargare, non restringere». E poi, ai riformisti: «Siamo gente che si vuole bene anche quando litiga, anche se a volte ci guardano strano da fuori, si aspettano che scorra il sangue». (“Avvenire” – Redazione romana)

Potranno le piazze in rivolta riconoscersi nei 21 punti di politica economica e sociale ventilati da Elly Schlein? Potranno vedere nella sua candidatura un punto di riferimento seppure problematico? Potranno trovare in questa armata Brancaleone del centro-sinistra un interlocutore a livello di dialogo? Ho molti e seri dubbi al riguardo. Sapranno accontentarsi del male minore di Elly Schlein rispetto al disastro maggiore di Giorgia Meloni? È molto probabile che le convergenze tra piazza e politica restino assai più parallele di quelle genialmente prospettate da Aldo Moro.