Un Trump usa e getta e una democrazia da reinventare

Il tecnocapitalismo è un sistema economico e sociale in cui il centro della creazione di valore, del potere e dell’accumulazione di ricchezza non è più il tradizionale rapporto tra capitale e lavoro, ma il dominio dell’innovazione tecnologica e dei grandi colossi digitali. Il mercato è dominato da giganti della tecnologia (come Amazon, Google, Meta, SpaceX) che accentrano ricchezza e potere economico.

Il connubio tra Elon Musk e il concetto di tecnocapitalismo definisce una nuova era in cui il potere non si misura più soltanto in base al capitale finanziario tradizionale, ma attraverso il controllo monopolistico delle infrastrutture tecnologiche, digitali e dei flussi informativi.

Musk non è semplicemente un imprenditore di successo; rappresenta la figura del “tecnoligarca” o del “Leviatano contemporaneo”, capace di accentrare prerogative un tempo riservate esclusivamente agli Stati sovrani, esercitando un’influenza diretta sulla politica globale, sulla sicurezza interna e sulla democrazia.

Ebbene negli Usa si è insediato questo sistema economico e sociale: Trump ha fatto e sta facendo il paraninfo, le sue scorribande sono funzionali ad esso. Probabilmente il suo tonfo elettorale non è estraneo all’usa e getta di cui è vittima. Se Trump ha finito il suo corso, cosa succederà nei rapporti fra tecnocapitalismo e politica: il sistema democratico saprà riappropriarsi a livello istituzionale e politico del proprio ruolo?

Il cittadino americano è consapevole di essere una semplice pedina nelle mani di provetti giocatori di scacchi? Le istituzioni statunitensi, i partiti politici, finanche la legge elettorale sono adeguati a questa sfida epocale? La repubblica presidenziale così netta è un sistema chiuso che facilita enormemente lo strapotere capitalistico. I partiti politici così personalizzati e frammentati non rappresentano la società civile abbandonata a se stessa. Non esistono forze intermedie e tutto si risolve in un populismo fuorviante e deviante. Anche le religioni non svolgono alcun ruolo di indirizzo e contenimento del potere capitalistico.

Il tonfo elettorale di Trump e del suo partito e l’improvvisato trionfo dei democratici non sono frutto di una benché minima presa di coscienza di questa degenerazione sistemica del capitalismo. La partita sarebbe colossale, ma si limita a ritoccare gli equilibri di potere a prescindere dalle sue reali sedi.

Sei anni or sono la vittoria di Biden aveva illuso su una possibile riscossa valoriale post-primo-Trump: una occasione malamente sprecata. Adesso il discorso si è fatto ancor più difficile. L’Occidente democratico è in frantumi, la Russia continua il suo gioco, la Cina aspetta di entrare a pieno titolo nella stanza dei bottoni tecnocapitalisti. L’Europa, nonostante tutto, avrebbe la cultura, la storia, la forza produttiva per candidarsi a ripristinare un accettabile rapporto fra potere politico e potere economico, per sfruttare questo passaggio storico estremamente delicato, diventando interlocutrice di quanti negli Usa potrebbero cominciare a fare sul serio.

Invece molto probabilmente in Europa ci si dividerà tra chi si illuderà di una frettolosa, opportunistica e strumentale conversione europea di Trump a prezzo di bloccare l’indispensabile ulteriore integrazione della UE e chi penserà di scopiazzare i troppi difetti e i pochi pregi della riscossa democratica da cui abbiamo ben poco da imparare.

Si aspettava tanto che dalle elezioni di midterm arrivasse qualche pioggia democratica consistente da mettere a frutto ed invece si rischia che arrivino tuoni e lampi da cui difendersi.

 

Chi trumpa (non) paga e i cocci sono nostri

In un Paese democratico serio il clamoroso risultato elettorale di midterm come quello statunitense comporterebbe inevitabilmente le dimissioni del Presidente e l’avvio di una riforma costituzionale. Dal momento che gli Usa non sono un più un Paese democratico (se mai lo sono stato…) e tanto meno un Paese serio, le elezioni, dopo la tempesta nel bicchiere parlamentare, troveranno la quiete nel water della Casa Bianca.

Il voto contrario a Trump non è frutto di un positivo ravvedimento valoriale né di una profonda riscossa delle coscienze democratiche, né di una razionale inversione di tendenza politica, ma di una mera e brutale reazione del portafoglio contro la “trumpflazione”, di uno schizofrenico avvertimento popolare rivolto alla follia presidenziale e di una clamorosa evidenziazione dell’assurdità istituzionale di un sistema sull’orlo del precipizio.

La più prevedibile delle involuzioni che si scatenerà consisterà nel conseguente atto di autodistruzione punitiva del tipo “muoia Sansone con tutti i Filistei”, in cui chi perde accetta di affondare pur di trascinare con sé gli avversari, in cui si verifica una chiusura ostinata e vendicativa, priva di compromessi, dove prevale la logica del “tanto tuoni che piova” o del “muoia chiunque pur di vincere/distruggere l’altro”.

Donald Trump rispedirà al mittente il messaggio e proseguirà imperterrito nella sua strategia di starnazzamento antidemocratico dal punto di vista dei diritti, antigiuridico sul piano internazionale, antieuropeo per quanto riguarda le alleanze, antitutto e favorevole a tutto.

Il partito democratico si perderà nelle nebbie istituzionali, tra rappresentanti, senatori e governatori, e nella confusione politica, tra opportunistico moderatume e velleitario sinistrismo, pensando a preparare (?) la prossima disfatta alle elezioni presidenziali del 2028. Arriverà qualche piatto di lenticchie dalla gastronomia trumpiana e sarà difficile resistere alla tentazione di una insana convivenza.

La guerra continuerà ad essere il pezzo forte di Trump: quando si sentirà più debole spingerà questo tasto osceno, quando riterrà di essere forte lascerà trasparire qualche illusionistica boutade pacifica. Tutto sarà giocato tra compagni di merende…

La società statunitense sarà sempre meno società e sempre più accozzaglia egoistica e nazionalistica. Gli Usa saranno sempre meno un riferimento-rifugio per i democratici stranieri perseguitati in patria e sempre più un riferimento-pattumiera per gli antidemocratici sparsi nel mondo. Così a livello degli Stati e di chi li governa, così a livello delle persone (s)governate.

D’altra parte non si può nel giro di due anni sposare la folle politica trumpiana per poi divorziare da essa senza alcun doloroso mea culpa; non si può gettare nel cesso ovale la democrazia per poi sbrigativamente riprenderla e ripulirla come se niente fosse.

La democrazia ha le sue tappe che non possono essere bellamente bruciate: purtroppo gli statunitensi hanno rotto un po’ tutto, mandando in malora il loro pur contraddittorio patrimonio socio-culturale. Ora sarebbe tempo di raccogliere i cocci e di pagare i danni arrecati. I cocci sono però del mondo che troverà il modo di far pagare i danni ai poveri della terra.

 

 

Nell’oceano di male mancano le gocce di bene

La diplomazia annuncia la tregua, sul terreno continuano a suonare le sirene. Donald Trump domenica aveva promesso di fermare gli attacchi alle infrastrutture energetiche, ma nella notte e nella mattinata di lunedì la Russia ha colpito almeno sei obiettivi dell’energia in Ucraina, mentre la “pax trumpiana” viene smentita sia da Mosca che da Kiev. Volodymyr Zelensky assicura che le raffinerie russe negli ultimi giorni sono state risparmiate. Ma sull’ipotesi di cessate il fuoco ci sono già opposte interpretazioni. Per l’Ucraina deve proteggere centrali, impianti del gas e reti elettriche. Una sospensione limitata alle raffinerie metterebbe al riparo soprattutto Mosca. Per Mosca l’esatto contrario. L’annuncio americano di domenica, dopo l’intesa sul diesel tra Casa Bianca e Cremlino e di cui si attendono ancora i dettagli, ha sorpreso gli ucraini e gli alleati europei. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dice che i colloqui proseguono, ma respinge una sospensione generale dei combattimenti per sessanta giorni: la Russia, sostiene, vuole una pace duratura. Due mesi è il tempo chiesto da Zelensky per mettere in sicurezza le infrastrutture necessarie alle elezioni invocate da Trump che vorrebbe l’attuale vertice ucraino fuori dai giochi . «Se vuole cambiare il leader in Ucraina, deve sapere che solo il nostro popolo può farlo», risponde a Trump proprio Zelensky in un’intervista a Fox News: «Io sono pronto per le elezioni». Ma Mosca offre di fermarsi soltanto nel giorno del voto. (“Avvenire” – Nello Scavo)

Danni e beffe si susseguono sul teatro internazionale: ogni volta ci si chiede se sia stato toccato il fondo, ma purtroppo il pozzo dell’iniquità è senza fondo. Non riesco a capire se le brutte situazioni siano nuove rispetto al passato o se la solfa sia sempre, più o meno, la stessa. Gli Usa hanno da sempre spadroneggiato nel mondo, ma avevano il paravento dello spauracchio sovietico che legittimava tutto. Esisteva una parvenza di ordine e di diritto internazionale garantito (?) dalle istituzioni sovranazionali Ora il paravento è crollato e addirittura si è trasformato in un paradossale schermo pseudo-diplomatico basato spudoratamente sul criterio della forza. La Ue e i suoi componenti fanno da squallide comparse, la Cina fa da relativo guastafeste in cerca di piattoni di lenticchie.

La scena è irrimediabilmente desolante. La differenza rispetto al passato consiste nel fatto che attualmente le opinioni pubbliche non reagiscono, sono paralizzate dall’indifferenza e dal qualunquismo. Le prove elettorali che si profilano rischiano di essere irrilevanti. Anche le elezioni di midterm negli Usa, il cui esito merita qualche approfondimento, non sembrano costituire un’inversione di tendenza politica, ma una mera e brutale reazione del portafoglio rispetto al cuore della pseudo-ideologia trumpiana, uno schizofrenico avvertimento popolare e parlamentare rivolto alla follia presidenziale, una clamorosa evidenziazione dell’assurdità istituzionale di un sistema sull’orlo del precipizio, e comportare un prevedibile e conseguente atto di autodistruzione punitiva del tipo “muoia Sansone con tutti i Filistei”, in cui chi perde accetta di affondare pur di trascinare con sé gli avversari, in cui si verifica una  chiusura ostinata e vendicativa, priva di compromessi, dove prevale la logica del “tanto tuoni che piova” o del “muoia chiunque pur di vincere/distruggere l’altro”.

La sostanziale coscienza collettiva non si ribella nemmeno davanti al rischio atomico. Le generazioni giovanili sono prevalentemente pacifiste, ma si tratta di un pacifismo che non trova alcuna conseguenza nei rapporti internazionali. In poche parole non c’è resistenza degna di tale nome come ci fu per il nazifascismo e, per certi versi, per il comunismo.

Le piazze, tra una cantonata e l’altra, si schieravano, reagivano, gridavano, protestavano: oggi tutto tace. Parla il Papa. Tutti applaudono e nessuno si muove. I pro-pal vengono zittiti e immediatamente bollati come antisemiti. Coloro che osano protestare vengono squalificati come violenti provocatori. Anche le piazze europee, che sembrano rialzare il capo, lo fanno in una dimensione “casalinga” assai lontana da visioni pacifiche internazionali: meglio di niente…

Cosa dovrà succedere per smuovere le coscienze e gli animi? I bagni di sangue sono già in atto: più di così… Le guerre abbondano: sembra un’apocalisse.

Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno” (oppure: “…ma l’oceano senza quella goccia sarebbe più piccolo”) (madre Teresa di Calcutta).

Il problema è che non riusciamo nemmeno a irrigare il mondo “goccia a goccia”, lo lasciamo seccare. Fino a quando? Per ora danno fastidio anche le gocce…

«L’indifferenza è una malattia che va curata. Il nostro criterio è il Vangelo». Il messaggio del vescovo Enrico Trevisi sta scuotendo la città. «Rattrista molto», ha scritto, quanto sta accadendo sul fronte dell’accoglienza dei migranti e, in particolare, dei richiedenti asilo, costretti a tempi di attesa troppo lunghi: anche 85-90 giorni. Nel frattempo, denunciano le organizzazioni di volontariato, «rimangono invisibili». Sono almeno 130 e devono fare i conti con la precarietà della sopravvivenza. Di giorno si ritrovano intorno alla stazione di Trieste, in piazza Libertà, magari in attesa di un pasto caldo distribuito la sera dai volontari. Di notte cercano riparo in qualche angolo dei magazzini del Porto Vecchio ancora libero dal filo spinato, in un’area da decenni in attesa di recupero. Per motivi di sicurezza, la Questura ha stabilito che la distribuzione dei pasti sulle panchine di piazza Libertà, da parte di Linea d’Ombra e delle altre associazioni di volontariato provenienti anche da fuori regione, avvenga tra le 18 e le 20 e sia sospesa il sabato e la domenica. I volontari chiedevano invece di poter operare dalle 19 alle 22, tutte le sere. Da giorni, perciò, protestano: «La piazza è sotto sequestro. Ci è vietato di venire ad accogliere, a curare, a dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, a chiamare l’ambulanza o a portare in ospedale chi ne ha bisogno». (“Avvenire” – Francesco Dal Mas, Trieste)

 

 

Le sbornie elettorali che ci rendono alcolisti

Il populismo usa le consultazioni elettorali per dividere in blocchi contrapposti, fare dei parlamentari masse di manovra dei leader, esaltare il potere esecutivo umiliando quello legislativo.

Viene così azzerata la funzione principale delle elezioni: riattivare il circolo della fiducia che sostiene la democrazia. Anzitutto tra rappresentati e rappresentanti chiamati a esprimere la pluralità delle opinioni, delle necessità e delle aspirazioni, attraverso il confronto, eventualmente anche lo scontro, ma sempre con l’obiettivo ultimo di giungere a decisioni volte al bene comune e il più possibile condivise. Si chiama processo deliberativo ed è più importante che prendere decisioni rapide o, peggio, delegarle a uno solo che comanda su tutti e fa gli interessi esclusivamente di qualcuno. È fuorviante l’attenzione che concentriamo sui risultati delle elezioni, su chi ha vinto e chi ha perso: le elezioni non servono a eleggere Governi ma Parlamenti, contrariamente alle spinte in senso opposto delle leggi elettorali approvate in Italia negli ultimi anni, in particolare l’ultima, lo Stabilicum o Melonellum. Oltre che tra rappresentati e rappresentanti, le elezioni servono anche a riattivare la fiducia tra le diverse forze politiche, che devono cercare convergenze ed accordi per formare maggioranze (sempre temporanee) di governo. Sul rispetto e sulla fiducia tra diversi, infatti, si basa un’autentica comunità politica. Nessun mito di una comune discendenza di sangue, nessuna esaltazione di una comune identità etnica, culturale o nazionale, nessun uomo o donna forte al comando possono sostituire la fiducia, che implica sempre rischi ma apre alla creatività, rende possibili collaborazioni impensate e risolve problemi insolubili. (“Avvenire” – Agostino Giovagnoli)

Qualcuno sostiene che la democrazia non finisce con le elezioni, ma inizia il giorno dopo delle elezioni. Attualmente si tende invece a risolvere la democrazia nella populistica prova elettorale che riduce la politica a mera, episodica e referendaria contrapposizione, che toglie sostanzialmente il potere al rappresentato cittadino con l’illusione di farglielo esercitare in via diretta ma formale e manichea.

L’enfasi elettoralistica riduce l’esercizio democratico a tifo da stadio: in politica bisogna ragionare e non tifare.

È il riflesso di una società sempre più polarizzata e conflittuale, sui social e in piazza, dei cui problemi sociali, economici, culturali viene negata la complessità strutturale trasformandoli in combustibile per le contrapposizioni. Anche le elezioni – cardine di qualsiasi democrazia – sono sotto attacco. Non solo sotto quello diretto di chi non le vuole sic et simpliciter, ma anche sotto quello indiretto di chi le svuota o le snatura. Piegandole alla logica della polarizzazione anche con pesanti interferenze dall’alto – come quelle di Musk o Trump – o manipolazioni occulte da lontano – come quelle russe – sulle consultazioni europee. Dopo le recenti elezioni in Brasile si profila un conflitto assai aspro tra Lula e un Parlamento dove prevalgono i seguaci di un leader che dagli Stati Uniti annuncia una guerra senza limiti. In Serbia, la promettente vittoria degli studenti rischia di essere schiacciata dalle eredità del passato. In Israele, le spinte alla contrapposizione e la logica dei veti rendono incerta la possibilità di formare una maggioranza. Tra pochi giorni si terranno le elezioni di midterm negli Stati Uniti: se, come suggeriscono i sondaggi, prevarranno i democratici, si aprirà uno scontro durissimo con il presidente Trump. In tutti questi casi, sono in atto denunce di brogli e tentativi di invalidare le elezioni. (ancora “Avvenire” – Agostino Giovagnoli)

Stiamo sperando che le prove elettorali mettano in crisi un assetto internazionale inquietante, ma purtroppo i risultati elettorali vengono comunque strumentalizzati come appoggio al mantenimento dello status quo o esorcizzati e delegittimati al medesimo scopo.

La sconfitta di Netanyahu in Israele e quella di Bolsonaro in Brasile sono state metabolizzate e collocate sotto l’ombrello trumpiano: il primo piano non è per Lula che dovrà peraltro fare i conti con un parlamento ostile e per i partiti arabi in cerca di problematica ospitalità istituzionale.

Mi viene spontaneo ricordare la barzelletta del giorno dopo la vittoria elettorale del partito comunista italiano. Ad un osservatore straniero venne spiegato l’esito del voto sorvolando in elicottero il territorio nazionale. Gli furono mostrate fabbriche e luoghi di lavoro dove tanta gente si muoveva convulsamente: questi sono i vincitori delle elezioni! E i perdenti? Per mostrarglieli l’elicottero andò sui siti di vacanza più significativi e si vacanzieri sdraiati al sole. Questi sono i perdenti!

È oltre modo negativo che questo autentico ambaradan elettorale trovi la sua sede principale negli Usa, che rappresentavano il riferimento principale per l’impostazione democratica della società. Evidentemente ci siamo sbagliati di grosso e non possiamo scaricare le colpe su Donald Trump e sugli elettori americani. Non abbiamo la capacità e la volontà di reagire e di riconquistare gli spazi sempre più limitati per la partecipazione alla vita democratica.

La mediatizzazione della politica, il leaderismo imperante, la sempre maggiore ristrettezza di spazi per l’esercizio della democrazia, devitalizzano a monte le prove elettorali e le rendono riti tanto spettacolari quanto ininfluenti.

Le possibilità sono due: la fuga nel privato e nell’astensionismo, che assomiglia tanto al marito cornuto e mazziato che si rifugia sotto il letto matrimoniale oppure buttarsi nella mischia culturale, sociale e politica mettendo in discussione la vera pelle della democrazia. Nessuno ha ricette pronte al riguardo, si deve navigare a vista facendosi guidare dai valori e dagli interessi forti. Altro di più non vi saprei consigliare, sono un elettore della porta accanto che vi viene testardamente ad importunare…

Contro le spinte che deformano la democrazia, occorre una resistenza dal basso, diffusa e corale. Molto probabilmente, a volere ancora la democrazia è la maggioranza dei cittadini dei Paesi democratici. Di sicuro, siamo in tanti a volerla. Ma troppo spesso restiamo isolati e divisi, passivi e rassegnati. Contro la disumanizzazione della politica occorre, invece, una nuova resistenza sul piano morale e culturale, sociale e politico. Mentre anche alcuni valori morali vengono usati come armi per la contrapposizione, occorre diffondere quelli che ispirano la difesa della dignità umana e la convivenza democratica. C’è bisogno, inoltre, di una cultura della complessità, l’unica che permetta di capire problemi nuovi e affrontarli adeguatamente: una cultura, insomma, del bene comune. Sul piano sociale, la polarizzazione si contrasta difendendo i corpi intermedi. Infine, sul terreno politico si devono osare scelte chiare. In Germania, la Chiesa cattolica ha indicato esplicitamente che cosa è incompatibile con l’uomo e con il Vangelo nei principi e nei programmi delle diverse forze politiche, sottolineando in particolare ciò che è disumano e anticristiano nelle posizioni dell’AfD. È un esempio che fa riflettere anche i credenti di altri Paesi. (ancora “Avvenire” – Agostino Giovagnoli)

 

Uniti sì, ma contro la politica di Trump

La Conferenza episcopale degli Stati Uniti (Usccb) prende le distanze dall’incontro di preghiera tenutosi nello Studio Ovale della Casa Bianca giovedì 22 ottobre, in cui diversi vescovi statunitensi hanno chiesto a Dio di benedire il presidente Trump. Lo fa sapere il portavoce dei vescovi Chieko Noguchi, che rimarca: «Non si tratta di un’iniziativa organizzata dalla Usccb. Non è affiliata alla Conferenza». Nel video dell’incontro, postato su X dalla consigliera per le comunicazioni della Casa Bianca Margo Martine e su Twitter dall’account ufficiale dell’arcidiocesi di Denver, si vedono diversi presuli che tendono le mani, mentre il presidente Donald Trump siede con le mani giunte e il capo chino, seduto alla scrivania. Compare anche la direttrice per gli affari religiosi della Casa Bianca, Jenny Korn, che su Twitter ha scritto che l’incontro «non riguardava la politica». I timori suscitati, però, sono tanti, viste le distanze tra le posizioni del presidente Trump e i vescovi cattolici su politiche migratorie, deportazioni, interventi militari in Venezuela e Iran e, ultima in ordine di tempo, la decisione, poi ritirata, di trasmettere in diretta streaming la fucilazione di Nidal Hasan, autore della strage di Fort Hood.

Tra le tante occasioni che hanno rimarcato la posizione della Chiesa, anche le prese di distanza dalla guerra di Leone XIV, a seguito delle quali Trump lo ha criticato direttamente, accusandolo, tra le altre cose, di ritenere «giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare» e arrogandosi il merito della sua elezione. È proprio la guerra in Iran, assieme ai dazi imposti dal taycoon, secondo i sondaggi, ad aver fatto emergere «una preferenza a doppia cifra tra gli elettori a livello nazionale per i Democratici rispetto ai Repubblicani al Congresso», rilancia il sito d’informazione cattolico The Pillar. L’arcidiocesi di Denver, da parte sua, giustifica la presenza dell’arcivescovo, dicendolo impegnato in un dialogo con Trump «sulla sacralità della vita, dal concepimento alla morte naturale, e sulla dignità che Dio ha donato a ogni persona», invitando i fedeli «a pregare per la nostra nazione e i suoi leader» e facendo riferimento all’«esortazione di san Paolo a pregare per tutti coloro che detengono l’autorità (1 Timoteo 2,1-2)». Dietro all’organizzazione dell’incontro, ipotizza The Pillar, ci sarebbe Mario Enzler, responsabile dello sviluppo e consigliere senior presso l’Heritage Foundation, un think tank conservatore di Washington «che si ritiene abbia esercitato una notevole influenza sull’agenda della Casa Bianca di Trump». L’ex guardia svizzera, secondo quanto viene riferito, avrebbe passato settimane a invitare i vescovi, molti dei quali hanno rifiutato di essere presenti. (“Avvenire” – Irene Funghi)

Innanzitutto vorrei sapere cosa ne dice papa Leone XIV. Va benissimo l’unità all’interno della Chiesa, di cui il Papa ha fatto un obiettivo fondamentale del suo pontificato, ma direi che tutto ha un limite… Benedire Trump è un atto perfettamente in linea con le sacrileghe benedizioni alle armi, alle guerre e ai dittatori, che purtroppo la Chiesa nella sua storia non si è risparmiata. Quando vedo nei filmati d’epoca i vescovi italiani che appoggiavano pubblicamente Benito Mussolini, mi vengono letteralmente i brividi. Uguale reazione ho avuto di fronte a questi vescovi americani… Il Papa ha già detto parole coraggiose sulla politica trumpiana, aggiunga una esplicita e dura reprimenda verso i suoi colleghi statunitensi: a mio modesto avviso ci sarebbero gli estremi per una sospensione a divinis, che viene comminata a tanti sacerdoti per comportamenti meno gravi rispetto a questo scandalosa compromissione col potere e con la politica trumpiana.

Questa iniziativa episcopale appare come un’aperta sconfessione delle coraggiose posizioni pastorali prevostiane. Ancor più grave il fatto che questa blasfema preghiera benedicente venga giustificata col discorso del rispetto della vita (anti-abortismo etc. etc.), che funge da foglia di fico a copertura delle malefatte belliche, stragiste e genocidarie. Ancor più grave che si faccia riferimento alle esortazioni di san Paolo: una vera e propria eresia…

Faccio molta fatica da sempre a capire la società americana; il discorso vale anche per la Chiesa e per i cattolici americani. Mi pare ci siano grosse contraddizioni: troppo burocratica e tollerante infatti la presa di distanza della conferenza episcopale.

«Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare.  Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!».

Così dice Gesù. Se tanto mi dà tanto questi vescovi si dovrebbero mettere al collo una macina e gettarsi in mare, perché stanno dando grande scandalo. Spero che non se ne rendano conto fino in fondo, spero che il Papa lo faccia loro presente, spero che i cattolici statunitensi non si facciano fuorviare, spero che la pace trionfi nonostante Trump e i suoi vescovi politicamente schierati nel peggiore dei modi.

Dietro queste iniziative dell’episcopato più o meno ufficialmente rappresentativo ci sta una compromissione col potere politico. Non voglio la Chiesa relegata nelle sacrestie, ma nemmeno a braccetto con i signori della guerra.

«Vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli. Io vedo la chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia» (papa Francesco).

Ospedale da campo e non esercito di sussistenza!!!

«La linea di Cristo, come quella dei profeti, dello stesso Battista, non è stata apolitica, circoscritta cioè al solo piano etico-religioso, ma ha tentato di sconvolgere le situazioni sociali esistenti nel suo mondo. L’eguaglianza che Gesù ha predicato e praticato conteneva, in radice, il sovvertimento dell’ordine costituito: in esso non c’era posto per il tempio di Gerusalemme, ma neanche per la reggia di Erode o la corte imperiale di Roma» (Ortensio da Spinetoli)

Una Chiesa sovversiva, che sta dalla parte dei deboli e non va in soccorso dei forti!!!

Leone XIV ha votato per le elezioni Usa di midterm. È il primo Papa a farlo nella storia. Il Vaticano ha confermato che il Pontefice «ha esercitato il suo diritto di voto come cittadino degli Stati Uniti» approfittando della possibilità di votare in anticipo per posta. Negli Usa si voterà il 3 novembre. Ovviamente non è dato sapere a quale candidato il Papa abbia dato il suo voto, essendo la votazione segreta. Quello che si sa è che Leone XIV ha criticato aspramente la violenza delle politiche migratorie messe in campo dall’amministrazione del presidente Donald Trump, in particolare in riferimento all’utilizzo delle forze armate dell’Ice e al «trattamento disumano» dei migranti. In primavera Prevost aveva affermato che Dio respinge le preghiere di coloro che vogliono la guerra con «le mani sporche di sangue», e ha definito inaccettabile la minaccia di Trump di distruggere la civiltà iraniana. (“Avvenire” – Agnese Palmucci, Roma)

Per chi avrà votato papa Leone? L’importante è che abbia votato e che abbia ripetutamente preso le distanze dalla dissennata politica trumpiana. Se poi desse finalmente una bacchettata solenne, aperta e pubblica a certi suoi confratelli nell’episcopato americano sarebbe “veramente cosa buona e giusta, suo dovere e fonte di salvezza”, senza paura delle divisioni.

«Per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna» (Papa Francesco).

 

 

 

La sinistra silenziosa

Il motivo dominante delle proteste di piazza può essere sintetizzato nello slogan che va per la maggiore: “Meno armi e più cure”. Finora il nostro Paese ha dimostrato di saper ingoiare senza battere ciglio qualsiasi indirizzo politico, mugugnando nel privato, ma non avendo il coraggio di protestare in pubblico e scegliendo addirittura di astenersi dal voto. La si poteva definire come una protesta silenziosa.

Finalmente si è verificato uno scatto nella coscienza politica popolare con la manifestazione di una sana indignazione. Il tema dominante della protesta riguarda la guerra: la gente non accetta gli equilibri bellicisti e punta ad uno stop al riarmo col dirottamento delle relative risorse alla sanità e al welfare.

Su questo piano esiste una discrasia tra la piazza e la politica: la sinistra che dovrebbe avere la vocazione a interpretare e rappresentare queste istanze dimostra di non essere né carne né pesce, vale a dire di non avere la capacità politica di corrispondere alle rivendicazioni popolari tramite convincenti programmi di governo, ma ancor prima di non avere nemmeno la credibilità per affiancare le proteste. In poche parole una sinistra che non sa fare politica e non sa nemmeno andare in piazza.

Nella piazza che contesta Meloni, non sembra esserci fiducia su chi dovrebbe rappresentare un’alternativa di governo: “Il campo largo? Non ci rappresenta“, spiegano in tanti manifestanti. “Quando governava il Pd gli studenti che contestavano venivano manganellati allo stesso modo di oggi”, accusano gli studenti dei collettivi. Ma è soprattutto sul tema degli armamenti che i progressisti non raccolgono consensi tra chi sfila e sciopera. Al massimo, c’è chi aspetta da Pd, M5s e Avs e il fronte progressista fatti concreti: “La posizione contraria sul 5% del Pil sulle spese militari? Lo vedremo alla prova dei fatti“, spiega una manifestante, mentre mette dei fiori su un cannone di cartapesta, così come si diceva negli slogan degli anni Sessanta. (“Il Fatto Quotiiano” – Alberto Sofia)

Un tempo si diceva che la sinistra era capace di riempire le piazze ma non di riempire le urne, oggi le piazze si riempiono nonostante la sinistra e le urne non si riempiono anche e soprattutto per colpa della sinistra. Stop alle armi, stop alle ingiustizie, stop all’evasione fiscale, stop alla sanità dei ricchi e stop ai salari da fame.

Sul discorso delle armi la sinistra non riesce, soprattutto a livello europeo, a farsi sentire e ad uscire dal pretestuoso tunnel ucraino, impostando iniziative diplomatiche incisive e coraggiose nei rapporti internazionali.

Sul tema della sanità la sinistra soffre delle pecche emergenti dalle regioni in cui ha governato e governa e delle carenze provenienti dal passato durante il quale ha governato senza incidere veramente sull’assetto della sanità pubblica.

Analogo discorso può essere fatto sul welfare in generale e sull’altro tema che tocca nel vivo i cittadini, vale a dire la sicurezza.  Mentre la destra usa la demagogia della paura, la sinistra non è in grado di dimostrare nei fatti che la sicurezza non è soltanto una questione di ordine pubblico ma la premessa, la precondizione, il presupposto e la conseguenza delle politiche che puntano all’emancipazione degli sfruttati, degli emarginati, dei più deboli, alla liberazione da tutte le forme di oppressione (oggi potremmo aggiungere anche di manipolazione, che spesso è una forma di oppressione).

In mancanza di questi coraggiosi fronti di impegno alla sinistra rimane l’appiattimento sul leaderismo senza leader nell’illusione di creare il leader col ricorso alle elezioni primarie impostate come goffa imitazione dell’incostituzionale elezione (quasi) diretta del premier (è la sacrosanta tesi di Massimo D’Alema) nonché consegnarsi al vittimismo soffrendo la sindrome dei capponi di Renzo e perdersi nei meandri del moderatismo datato e del riformismo fragile.

Un tempo (vedi sessantotto e settantasette) i giovani contestavano alla politica un pragmatismo di mera conservazione adottando un piglio fortemente ideologizzato; oggi la politica si nasconde dietro deboli pseudo-ideologie di ritorno per fronteggiare la contestazione radical-pragmatica dei giovani.

Anche il discorso del rifiuto dei metodi violenti non può essere un blocco alla comprensione e alla condivisione dei motivi della protesta: la sinistra si deve distinguere anche in questo dall’impostazione perbenista e reazionaria della destra.

Se ai giovani e alla gente che protesta manca un riferimento a livello politico e se alla politica manca un riferimento ai giovani e alla gente che protesta, la democrazia si inceppa e rischia grosso. La politica chiedeva fino ad oggi un risveglio della gente, oggi è la gente risvegliata che chiede udienza alla politica. La sinistra o capisce questo o si consegna alla peggiore delle sconfitte.

 

La zuppa di Netanyahu e il pan bagnato di Eisenkot

È immaginabile un’alleanza dei partiti ebraici anti-Netanyahu con i partiti arabi? È praticabile cioè la via maestra che escluderebbe dal potere l’uomo, Netanyahu, che secondo molti ha favorito più o meno consapevolmente la tragedia del 7 ottobre 2023 e di sicuro è l’artefice principale del genocidio a Gaza e della pulizia etnica in pieno svolgimento in Cisgiordania? A oggi non lo è. A urne chiuse e dopo la diffusione dei primi exit poll questa ipotesi è stata esclusa da molti dei leader dell’attuale opposizione ebraica, a cominciare da Eisenkot. Del resto, con rare eccezioni, nella politica israeliana è sempre valsa tra le forze di tradizione sionista una rigida conventio ad excludendum verso i partiti arabi, visti come elementi estranei e tendenzialmente ostili allo Stato ebraico.

Anche nell’ultima campagna elettorale quasi tutti i partiti dell’opposizione ebraica hanno mantenuto questo “veto”. Solo Yair Golan, leader dei Democratici (la sinistra ex-laburista), ha lasciato aperta la porta a forme di collaborazione con i partiti arabi. Un passo concreto e importante verso una possibilità di incontro tra partiti ebraici progressisti e partiti arabi l’ha compiuto la United Arab List, che ha candidato ed eletto Yoav Segalovitz, figura di spicco della politica ebraico-israeliana. Già viceministro della sicurezza nazionale e già capo dell’intelligence della polizia israeliana, Segalovitz ha dichiarato alla vigilia delle elezioni: «Sono ebreo, sionista e corro nel partito degli arabi. Insieme cambieremo Israele. Solo col nostro appoggio Eisenkot potrà governare. Nella società gli arabi sono dappertutto, ora devono cadere le barriere politiche».

È improbabile che l’appello di Segalovitz trovi ascolto tra i capi del blocco ebraico anti-Netanyahu. Ma oggi l’improbabile è la sola vera speranza per chi crede in un futuro di convivenza tra ebrei e palestinesi in Israele e Palestina. E l’improbabile nella storia anche recente si è rivelato più di una volta la via non solo più promettente ma più realistica verso il futuro.

Come raccontano Edgar Morin e Mauro Ceruti nel loro libro La nostra Europa, era del tutto improbabile l’Europa comunitaria, sociale e pacificata che Spinelli, Colorni, Rossi e Hirschmann descrissero nel manifesto di Ventotene, scritto nel 1941 quando sembrava imminente la vittoria di Hitler nella Seconda guerra mondiale. Ed era improbabile, decisamente improbabile, nel Sudafrica dell’apartheid all’inizio degli anni Novanta che il capo del regime segregazionista Frederik de Klerk decidesse pressoché all’improvviso di liberare dal carcere il capo della maggioranza nera del paese Nelson Mandela che era in prigione dal 1964 per reati di “terrorismo”, e subito dopo di consegnargli democraticamente il potere.

Anche nella storia di Israele è capitato l’improbabile: negli stessi anni in cui il Sudafrica diventava una democrazia, sembrò a portata di mano la pace tra Israele e palestinesi grazie agli accordi di Oslo del 1994, accordi firmati da due leader – Rabin e Arafat – tutt’altro che pacifisti e nonviolenti ma semplicemente realisti, consapevoli che le guerre generalmente finiscono con accordi di pace tra nemici.

Il realismo dell’improbabile è la speranza da coltivare nell’odierno Israele. Perché la speranza si realizzi servirebbero leader capaci, come Mandela e De Clerk, di andare oltre sé stessi, la loro biografia, la loro consolidata diffidenza verso “il nemico”. Bisognerebbe che si formasse una coppia che oggi sembra impossibile, come tra Gadi Eisenkot ex-comandante in capo delle forze di difesa israeliane e Marwan Barghouti, il leader dei palestinesi di Cisgiordania, in carcere da oltre 20 anni come Mandela, come Mandela per reati di “terrorismo”.

L’alternativa a questo estremo improbabile è che nasca in forma più o meno allargata una coalizione di forze ebraico-israeliane con dentro sia Netanyahu sia qualcuno dei leader che fino a ieri lo additavano come il male di Israele: vorrebbe dire ancora massacri di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, vorrebbe dire Israele sempre più somigliante a uno Stato razzista e suprematista. Va coltivato l’improbabile, con ogni mezzo, da tutti coloro che a questa deriva non si rassegnano. (Roberto Della Seta – Israele e la necessità di coltivare l’improbabile –Micro Mega)

tando ai numeri emergenti dai risultati elettorali israeliani non dovrebbe cambiare niente nella politica governativa di questo Stato: anche in campagna elettorale non esistevano i presupposti per qualche importante mutamento negli equilibri. Netanyahu non è più autosufficiente in Parlamento, ma non si intravede un’alternativa praticabile: la coalizione dell’opposizione poteva e può essere sbrigativamente definita alla luce del famoso detto “se non è zuppa è pan bagnato”.

A questo punto i casi realistici sono due: governo di larghe intese (chi lo guiderà e quali saranno le intese…) o governo di minoranza (guidato da Netanyahu o Eisenkot? e con quale programma se non quello sostanzialmente continuista per arrivare magari a nuove elezioni da tenersi al buio bellico fitto…).

Dall’interessante situazione prospettica sopra riportata delineata da Roberto Della Seta emerge un quadro politico di “spes contra spem”, vale a dire un’evoluzione basata su una fede e una speranza incrollabili in un futuro migliore o in una soluzione accettabile, anche quando la realtà circostante, le avversità o la crisi fanno sembrare tutto perduto. Nell’uso moderno (ripreso da figure come Giorgio La Pira o Marco Pannella), significa anche “essere speranza” anziché limitarsi ad “avere” speranza, trasformando l’atteggiamento interiore in un impegno attivo.

Sono perfettamente d’accordo sul fatto che, se alla politica togliamo i sogni, resta la mera gestione più o meno razionale dell’esistente: nel caso israeliano, genocidi e pulizie etniche perpetrati in paradossale difesa di enfatizzati rischi di sopravvivenza.

Un cambio nella politica israeliana darebbe peraltro qualche respiro al ridimensionamento trumpiano e, perché no, anche a quello putiniano: sarebbe cioè un colpo agli equilibri internazionali basati sulla forza dei nervi tirati. Non è un caso che Trump abbia fatto un vero e proprio endorsement a favore di Netanyahu e abbia quindi lanciato un avvertimento allo Stato di Israele di questo tipo: voi siete fortissimi e siete in grado di condizionare la presidenza statunitense, ma tenete conto che la presidenza americana è capace di condizionare l’assetto mediorientale che sta a cuore a Israele.

Sapranno gli israeliani prescindere da questi diktat incrociati compromettibili sulla pelle dei palestinesi? Sapranno i partiti arabi portare la politica israeliana dai compromessi più bassi della guerra fratricida a quelli più alti della pace (im)possibile?

Non sono esperto della galassia arabo-israeliana, ma penso che effettivamente qualcosa di nuovo posa venire di lì e chissà… Speriamo che, per dirla con un famoso detto parmigiano, non si tratti della sperànsa di mälvestì ca fâga un bón invèron.

 

Il mio sdegno lo riservo tutto per Giorgia Meloni

Il 28 ottobre 2026 la Giudice per le indagini preliminari (Gip) di Milano, Tiziana Landoni, ha respinto la richiesta della Procura di convalidare il fermo e di applicare misure cautelari nei confronti di Youssef Siher, attivista e ricercatore accusato di aver fondato sui social il “Movimento 17 ottobre”, disponendo l’immediata liberazione del giovane dal carcere di San Vittore.

Secondo la decisione del tribunale, le accuse formulate dalla Procura – che ipotizzavano l’istigazione a delinquere aggravata da finalità terroristiche ed eversive – sono state ritenute prive di fondamento:

Nelle attività e nei messaggi social di Siher non sono stati riscontrati concreti elementi di incitamento alla violenza o pianificazione di attentati, bensì un tentativo di mobilitazione e “disobbedienza civile” contro le politiche del governo. La giudice ha rilevato altresì la totale mancanza dei presupposti di urgenza che avrebbero dovuto giustificare il fermo cautelare.

C’era da aspettarselo, appariva infatti evidente la forzatura giudiziaria, che creava, seppure indirettamente e involontariamente, l’occasione per la cavalcata governativa del pretestuoso ed ipocrita tentativo di squalificare sul nascere e indiscriminatamente le proteste in atto.

Un motivo in più per essere attenti ed intransigenti difensori dell’autonomia della magistratura e della divisione dei poteri a livello istituzionale. Resta la perplessità per la totale divergenza di opinioni fra pubblico ministero e giudice per le indagini preliminari. Così come non oso pensare che la Gip di Milano abbia voluto aiutare i protestatari, ma semmai solo difendere i loro diritti, non voglio nemmeno lontanamente immaginare che la procura milanese abbia voluto dare una mano al governo.  Mi rimane addosso comunque un certo pur prevedibile e forse un tantino malizioso stupore. Vuoi vedere che l’aria politica pesante al limite dell’intimidatorio, che regna nel Paese si ripercuote anche sulle procure della Repubblica?

Lo stupore aumenta se considero che la Presidente del Consiglio ha espresso profondo sdegno attraverso i propri canali social, definendo la scarcerazione una decisione “vergognosa” e “una mortificazione per le forze dell’ordine e per i cittadini”.

Io, da cittadino, non mi sento affatto mortificato, anzi! Mi sento invece schifato dalle reazioni di Giorgia Meloni e interrogato in modo inquietante sul suo operato sempre più ai limiti della democrazia formale e oltre quelli della democrazia sostanziale. Il tutto ancor più inaccettabile considerato il vomitevole e coccodrillesco (da una parte subdole critiche e dall’altra niente conflittualità fra politica e magistratura) controcanto del ministro Carlo Nordio con tanto di sviolinata alla procura ed esclusione (bontà sua…) di ispezioni sull’operato della Gip.

Non so se sia legittimo che i governanti si esprimano in questo modo sul comportamento di un giudice (definire una decisione vergognosa non è una semplice ed ammissibile critica); certamente non è serio e tanto meno opportuno. No ho idea se esistano gli estremi per un intervento ufficialmente censorio da parte del presidente della Repubblica, che fino a prova contraria presiede il Consiglio Superiore della Magistratura; sarebbe quanto meno opportuno un pressante invito alla correttezza istituzionale, ma siamo al punto che Mattarella dovrebbe quasi tutti i giorni rimproverare qualcosa al governo e quindi capisco che non ne possa più…

D’altra parte il leitmotiv del governo Meloni è quello di attaccare sempre chi osa essere in contrasto con i propri indirizzi: è così verso la stampa che infatti sta diventando sempre più di regime, è così con l’opposizione in Parlamento, che infatti si sta riducendo a pirlamento, è così coi sindacati, che infatti stanno progressivamente perdendo  la loro verve conflittuale e la loro forza d’urto e non costituiscono più la massa critica sociale tipica del sistema democratico, è così nei confronti delle Regioni ritenute un inutile orpello pseudo-costituzionale (salvo sventolare la bandierina delle autonomie rafforzate), è così verso chiunque abbia l’ardire di criticare e ancor più di protestare.

E allora ben venga che la gente scenda in piazza per togliersi il bavaglio e rimuovere la sordina, che invece purtroppo continua a funzionare.

Si pensi a quanta enfasi accusatoria hanno usato i media nei confronti dello sbrigativo “mostro” Youssef Siher, e quanta poco spazio hanno concesso alle motivazioni della sua scarcerazione, si pensi a quanta assurda par condicio mediatica è stata riservata alla decisione di un magistrato (competente) e alla reazione di una governante (incompetente), si pensi a quanta demagogica attenzione viene rivolta ai danni procurati dalle violenze di piazza rispetto al silenzio riservato alle rivendicazioni della piazza stessa e alle violenze subite da tanti cittadini ad opera di chi (s)governa, si pensi al fatto che tutti i santi giorni a tutte le ore del giorno protagonista televisiva assoluta è Giorgia Meloni (più in Rai che in Mediaset…).

La decisione della Gip milanese è stata citata solo per consentire a Giorgia Meloni di insolentire questa giudice che ha osato ragionare sotto l’influenza del codice penale e non sotto la pressione di quello che sta giorno dopo giorno rivelandosi come un vero e proprio regime.

Ricordo che mio padre, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi diceva: se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”. Tutto più o meno così ed è così, in forme e modi più moderni, ma forse ancor più imponenti e subdoli, anche oggi in Italia.

L’opportunismo non si addice alla questione ucraina

Matteo Salvini stringe i pugni e disegna la Sfida: «Se mi risceglierete come segretario porterò in Consiglio dei ministri una posizione chiara: non possiamo continuare a dare soldi e armi all’Ucraina».  La Lega apprezza. A cominciare da Luca Zaia: «Certo che sono d’accordo con Salvini… Sono obiettore di coscienza. Questa guerra si sta radicalizzando, rischia di diventare il nostro Afghanistan, siamo in guerra dal 24 febbraio 2022 quasi più anni della seconda guerra mondiale. Penso sia fondamentale che si arrivi a un armistizio e poi a un processo di pace. Questo lo può fare solo la diplomazia…». Il vicepremier si domanda, retoricamente, se le armi e i soldi a Kiev siano la via migliore per la pace. Non basta. Salvini auspica di investire sulla diplomazia, invita con garbo gli alleati «a ragionare», coltiva il dubbio e dà atto agli ucraini di essere un popolo. Oggi i possibili effetti della sortita sull’Ucraina non ci sono. Non c’è crisi di governo. Non c’è voto anticipato. C’è invece una riflessione che coinvolge il governo sugli aiuti a Kiev. Solo pochi giorni fa il ministro della Difesa Guido Crosetto precisava alla Bbc come «probabilmente entro la fine dell’anno» verrà stanziato un nuovo pacchetto d’aiuti. Ma niente è deciso e nulla è sicuro. Con lo spettro di Roberto Vannacci alle porte e con Donald Trump che ha già frenato, anche Meloni sta rimodulando lo slancio accanto all’Ucraina. Tanto che – al netto della Lega – non viene considerato scontato il via libera ad un nuovo decreto che autorizzi l’invio di aiuti per il 2027. La speranza è che le interlocuzioni per la pace funzionino, togliendo il tema dal tavolo della campagna elettorale ed evitando alla premier di fare i conti con inevitabili schermaglie nella coalizione. (“Avvenire” – Arturo Celletti)

Se Atene piange, sparta non ride. La questione ucraina è divisiva nel centro-destra, ma anche nel centro-sinistra. Che mi irrita non sono le divisioni: non c’è infatti da stupirsi per una divergenza di vedute su un tema così importante e delicato. Il fastidio è per l’opportunismo con cui viene affrontato: Salvini ne fa un’occasione populistica per rimanere in sella al suo partito; Conte ne fa una tattica per andare alle primarie e magari vincerle. Degli Ucraini non frega niente a nessuno: men che meno a Giorgia Meloni che recita la parte di europeista-interventista, mentre Elly Schlein non ha il coraggio di mandare a quel paese centristi e riformisti che si nascondono dietro il perbenismo filo-ucraino.

Ci sono temi per i quali non è ammesso l’equilibrismo politico interno e internazionale: uno di questi è la guerra. Non è un caso che la Costituzione usi al riguardo un termine fortissimo e imprescindibile: il ripudio. Se partiamo dalla Costituzione il reiterato invio di armi all’Ucraina si rivela per quello che è: un modo per abdicare all’impegno per la pace, un modo per rinunciare alla diplomazia, un modo per consolidare in senso manicheistico alleanze e schieramenti a livello internazionale, un modo per tacitare le coscienze facendo finta che gridino vendetta.

Se consultassimo seriamente l’opinione pubblica troveremmo molta saggezza: basta con le armi! È pur vero che la Costituzione non ammette referendum sulla guerra. Qualsiasi decisione formale dello Stato sulla partecipazione a conflitti, alleanze militari o invio di armi si articola attraverso trattati internazionali o leggi di bilancio, che non possono essere assoggettati a referendum.  Di conseguenza, la Corte Costituzionale boccia regolarmente i quesiti referendari che toccano indirettamente queste materie, considerandoli un tentativo di aggirare il dettato costituzionale. Tuttavia la politica dovrà pure ascoltare il comune sentimento della gente.

Non credo che nell’agire politico ci sia lo scopo del perseguimento del bene del popolo ucraino, ma, oltre evidenti tatticismi, la volontà di salvare la faccia e di galleggiare sul mare tempestoso degli equilibri internazionali.

 

 

L’interessante ma problematica internazionale della protesta

Non hanno un leader, non hanno un portavoce, non hanno nemmeno un vero programma. Ma da oggi hanno il potere: la Lista degli Studenti vince in Serbia e spedisce nei libri di storia i 14 anni del regimetto di Aleksandar Vucic e degli eredi di Mladic, dei massacri anni ’90, delle sbornie nazionalistiche. Prima ancora delle proiezioni elettorali, è Vucic ad ammetterlo: «Non abbiamo ancora i risultati definitivi — dice l’ex presidente —, ma sulla base d’un campione è chiaro che abbiamo perso queste elezioni. La Lista degli Studenti ha vinto: otterrà fra i 135 e i 140 seggi, mentre noi ne avremo 105». Le prime percentuali confermano: 52% all’opposizione, 39,3 a Vucic.

La storia serba volta pagina. La gioia di Belgrado esplode nella notte, con cortei d’auto e clacson, cori a cantare una vecchia canzone popolare, «Tri poljupca ohcu ja», voglio tre baci, che serviva a indicare il numero (tre) della lista sulla scheda ed è diventata l’inno della vittoria. Il risultato degli studenti, sorprendente ma non inatteso, è il più profondo cambiamento politico dalla cacciata di Slobodan Milosevic, 26 anni fa e dopo la guerra del Kosovo. Qualcosa di paragonabile alla fine dell’era Orbán in Ungheria. 

Una prima volta, per una marcia studentesca cominciata con due anni d’anticipo sugli altri movimenti di protesta europei: anche un modello, per i nuovi indignados spagnoli e francesi, tedeschi e albanesi. Senza rompere un vetro e senza sparare un petardo — e partendo due anni fa dalla rabbia per una tettoia crollata alla stazione ferroviaria di Novi Sad, 16 morti, cui seguì una serie di corruzioni e d’insabbiamenti, di media imbavagliati —, gli Studenti serbi si sono fatti di mese in mese partito politico. E nel più puro movimentismo, agitando il simbolo d’una mano insanguinata, bussando porta a porta in ogni villaggio, dopo due anni sono riusciti a cacciare il piccolo autocrate balcanico che da ragazzo faceva il portavoce delle pulizie etniche e per tre lustri ha fatto della Serbia un Paese a libertà limitate. I nuovi vincitori restano comunque un’incognita. 

Il loro capolista è un cardiologo, Ilija Srdanovic che ora esulta («abbiamo voltato la faccia a un tiranno, andiamo verso una Serbia migliore»), ma non è affatto sicuro che farà il premier. Sono vaghe le loro posizioni internazionali su Ue, Russia, Cina e pure sull’eterna questione del Kosovo. Sono generiche le loro promesse elettorali: più onestà, più libertà ai media, più soldi alle scuole, poco altro.

La vittoria degli Studenti s’è intuita nel pomeriggio, guardando l’affluenza. Mai visti tanti votanti. L’ultima volta era stata nel 2000, quando il 70 per cento s’era presentato alle urne con un’idea ben precisa: spedire a casa, e poi al Tribunale dell’Aia, Milosevic e il suo decennio di massacri balcanici. Il benservito all’erede di Slobo è arrivato con affluenze simili, oltre il 70 per cento. Sui social, per tutta la domenica sono rimbalzati video dal Canada all’Australia, coi serbi della diaspora in fila alle ambasciate per votare. Code ai confini della Croazia e del Kosovo. Perfino Vucic ha dovuto aspettare due ore, prima d’arrivare all’urna. Chiaro, il perché di tanta partecipazione: per la prima volta, sei milioni e mezzo di serbi hanno avuto l’occasione di chiudere i conti. E ne hanno approfittato. (Corriere della Sera)

Potrà essere un modello per gli studenti spagnoli, francesi, tedeschi e italiani? Resto in Italia e ammetto che mi è venuto spontaneo il parallelismo coi cinque stelle in versione prima maniera grillina. In Serbia però c’era qualcosa di peggio da spazzare via e questo paradossalmente aiuta; c’era un nemico preciso da combattere e battere; c’era una spinta storica al cambiamento. In Italia la democrazia è nonostante tutto più matura e ha purtroppo gli anticorpi controrivoluzionari, ha esponenti antidemocratici sparsi dappertutto, ha una storia cambiata dalla resistenza e dalla Costituzione ma comunque bisognosa di essere rinverdita e applicata.

A proposito della nostra Costituzione, Piero Calamandrei, in un celebre discorso agli studenti, disse: “La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”. L’immagine è tanto semplice quanto potente. Perché ci ricorda che il diritto positivo, da solo, non va molto lontano. Ha bisogno di forze sociali e politiche che lo sostengano, di soggetti che lo rendano reale, di conflitto democratico che lo difenda e lo faccia avanzare. (Cinzia Sciuto – MicroMega)

Il parallelismo con i recenti movimenti di protesta è piuttosto problematico e forse azzardato. In Serbia c’è più politicizzazione, in Italia c’è molto malcontento prepolitico, in Serbia hanno obiettivi precisi che sono sfociati nella presentazione di una lista alle elezioni, in Italia lo scontento è forte ma fuori dalle logiche politiche e istituzionali.

In Italia non si riesce a capire fino a qual punto le proteste potranno influire sul voto elettorale mentre in Serbia hanno determinato clamorosamente il risultato elettorale. Non ho idea se gli studenti serbi siano in grado di assumere fino in fondo responsabilità di governo: auguro loro di non rimanere vittime di esondazioni istituzionali. Gli Italiani che scendono in piazza sono in una fase di mobilitazione sociale peraltro assai complessa, ma ben lontani dal puntare alla conquista del potere tout court.

Comunque sia, meglio l’incerto del certo.

Di certo, previsioni alla mano, l’autunno da poco iniziato da caldo rischia di farsi rovente. Il malessere generato dal caro vita dovuto all’inflazione, la rabbia degli autotrasportatori e di altre categoria per i continui rincari dei carburanti, il ribollire del mondo studentesco finiscono per affiancarsi o perfino sommarsi, mescolandosi nel calderone generale delle proteste, che – fra quelle annunciate in questura, auto convocate sui social e perfino improvvisate – continuano ad aumentare di numero. Per averne un’idea, si può scorrere l’elenco di eventi, sit-in, occupazioni e cortei «segnalati da chi li organizza e da chi partecipa», costantemente aggiornato sulla home page di un sito web dal nome emblematico: mappadellarivolta.org . Il suo contatore indica sino a fine gennaio, «227 mobilitazioni in programma», fra cui «50 cortei, 24 presidi, 54 scioperi generali, 37 scioperi di categoria, 1 picchetto, 21 assemblee e 40 altre iniziative». Il sito, da quel che si legge, funziona come una sorta di bacheca, raccogliendo – avvertono le sue regole – «solo iniziative pubbliche e pacifiche, con una fonte (comunicato, locandina, calendario ufficiale)», niente dati personali (»chi organizza si indica con la sigla») e niente «inviti a bloccare, occupare o scontrarsi», tanto che blocchi e occupazioni possono essere inseriti solo «come avviso» su «possibili disagi» (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

La complessità del fenomeno italiano aggiunge interesse, ma anche dubbi e incertezze. Forse si sta creando una zeppa entro cui gli stessi protestatari rischiano di perdere la bussola. Sarà possibile trovare un denominatore comune fra protesta giovanile, mobilitazione dei sindacati di base e azioni messe in atto dai sindacati confederali? Una cosa è certa: il governo italiano sta già perdendo la bussola e non riesce a fronteggiare la situazione se non a livello poliziesco e repressivo. Un’occasione da non perdere…

La distanza irrimediabile tra piazza e Palazzo è una metafora molto utilizzata in questo contesto: la politica è vista come lontanissima e si tende a dubitare anche delle parole degli inquirenti, almeno quando adombrano strategie rivoluzionarie portate avanti su Instagram. L’incognita semmai, per chi è abituato a sussurrare alle masse, è proprio la mancanza di una regia complessiva, in grado di dare voce al malessere ma nello stesso tempo di arginarlo e guidarlo sui binari della legittima contrapposizione democratica. «Vuole sapere se siamo di fronte a mondi separati che non hanno un coordinamento tra loro? Le rispondo che sì, è vero – dice Cremaschi, un passato nella Cgil e un presente da animatore esperto di queste nuove agorà sociali -. Nello stesso tempo, però, in una fase storica in cui la questione sociale ha messo a nudo la pochezza della classe dirigente europea, devo anche dire che un portuale, un autotrasportatore, un contadino e uno studente oggi si possono capire molto più che in passato. Perché parlano lo stesso linguaggio». (“Avvenire – Diego Motta)