Le bombe nel bicchiere

Ho fatto mettere quella bomba perché Ranucci era in pericolo, era minacciato. Una bomba per il suo bene, per fargli alzare i livelli di protezione”. Valter Lavitola parla per oltre cinque ore davanti al gip di Roma e ammette di essere lui il mandante dell’attentato al conduttore di Report, nell’ottobre dello scorso anno. Un interrogatorio di garanzia in cui l’imprenditore offre una versione con molti aspetti ancora da chiarire e sui quali la procura farà i necessari approfondimenti. (ansa.it)

Non ho seguito la vicenda giudicandola una mera tempesta nel bicchiere dentro il quale c’è da una parte la volontà di sputtanare un giornalista scomodo e con lui tutto il giornalismo d’inchiesta che rompe i coglioni al regime e dall’altra parte una sorta di fastidioso protagonismo che non si riesce a capire se architettato o subito. Il tutto preparato e cotto nella solita pentola maleodorante degli attacchi, più faccendieri che pericolosi, alla vita democratica del Paese.

«Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza». Lo scrive Sigfrido Ranucci su Facebook in un post dal titolo “La voce che spaventa”. «Muoiono tutti nello stesso modo – prosegue il giornalista -, non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto un attimo prima degli altri il disegno di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta». (unionusarda.it)

Non ho capito cosa intenda Ranucci: forse sarebbe meglio che spiegasse il suo pensiero, evitando di creare ulteriore confusione e di provocare ulteriori strumentalizzazioni. Tutto sommato, sarebbe meglio farsi spiegare la vicenda dai taxisti romani, che la sanno lunga sui segreti della vita politica.

Vedo in controluce due vittimismi che si scontrano o addirittura che si sostengono a vicenda: quello coordinato e continuativo del governo allo sbando e quello di una stampa autoreferenziale che si monta la testa e rischia di mordersi la coda. Stregoneria politica di un apprendista o disegno politico di visionari male assortiti? L’unico ad averlo capito sembra Matteo Salvini, che punta alla sospensione tout court di Ranucci dalla Rai: forse teme future inchieste sui retroscena del ponte sullo stretto di Vannacci? A pensar male…

 

 

 

La sinfonia dell’ipocrisia

«Il Nobel per la pace ai bambini palestinesi»: salgono a migliaia le adesioni della società civile. Docenti, professionisti, sindaci e parlamentari, da Schlein a Bersani, ma anche tanta gente comune. Critica la Comunità ebraica milanese. Oltre 3.000 adesione in poche ore alla mail petizione.gaza@avvenire.it: cittadini comuni, sindaci, professori di scuola e di università, professionisti, sacerdoti e suore. L’iniziativa di Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia a Napoli, “Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza” ha avuto vasta risonanza anche nel mondo della politica. Si contano le adesioni della segretaria del Pd Elly Schlein, che chiede di «non far cadere il silenzio su Gaza e sulla situazione drammatica dei minori», e tra gli altri di Peppe Provenzano, Pier Luigi Bersani, Ilenia Malavasi, Silvia Costa, degli europarlamentari Sandro Ruotolo e Matteo Ricci, che osserva: «È un gesto simbolico, ma serve a rompere il silenzio assordante che si è creato intorno alla questione palestinese». Sottoscrive anche Roberta Mori, coordinatrice nazionale delle donne democratiche. Ancora, si registra il “sì” degli ex ministri Livia Turco e Andrea Orlando, e di sindaci come Dario Veneroni (Vimodrone). Critico sull’iniziativa, invece, il presidente della Comunità Ebraica di Milano, Walker Meghnagi: «Anche io piango per i bambini palestinesi vittime di questo terribile confitto. Ma tracciare una linea di demarcazione sulla sofferenza dei più piccoli è pericoloso. Un’iniziativa come questa cancella i bambini ebrei, anch’essi travolti da una guerra non certo voluta da Israele. È un’apartheid morale». (“Avvenire” – Antonella Mariani)

 

 

Una delle immagini che la Apple ha scelto per pubblicizzare i suoi smartphones mostra in primo piano un bambino piccolo che ne tiene in mano uno, sorridendo. Le sue mani sono sporche di pappa e il messaggio che accompagna tale immagine è: «Tutto ok, è iPhone». La campagna è internazionale e lo slogan originale in inglese suona così: «Relax, It is iPhone». Nelle intenzioni del pubblicitario, l’immagine avrebbe dovuto servire a far comprendere che nessuno può danneggiare un iPhone, nemmeno un quasi neonato maldestro con le mani sporche di pappa. L’emozione che il pubblicitario intendeva evocare era “compassione”: non verso il bambino, ma verso lo strumento digitale. Il pubblicitario avrebbe voluto dire con la sua immagine al suo “spettatore tipo”: «Lo so che temi che quel bambino con quelle mani sporche di pappa danneggi lo strumento tanto prezioso, magari facendolo pure cadere a terra». La preoccupazione dello spettatore avrebbe dovuto essere sollecitata dal rischio di danno e caduta dello smartphone, con le rilevanti conseguenze economiche da sostenere per la sua riparazione o sostituzione. Invece è accaduta una cosa strana, perché un mondo vastissimo, composto di genitori, educatori, ma anche tanti adulti comuni, vedendo quell’immagine si è sentita provocata, offesa, sfidata. Perché non ha provato compassione per lo smartphone, ma per il bambino che lo tiene tra le mani. Tanto che in Italia in questi giorni questa immagine pubblicitaria si sta rivelando un clamoroso autogol per l’azienda che l’ha promossa. (“Avvenire” – Alberto Pellai, medico psicoterapeuta, Dipartimento scienze biomediche per la salute dell’Università studi di Milano)

 

Sui bambini si scatenano le contraddizioni della nostra società: dopo essere massacrati con la guerra e con tutte le ingiustizie di questo mondo vengono utilizzati, in un crescendo rossiniano di ipocrisia, per sensibilizzare la gente sui problemi drammatici del mondo stesso con tanto di disquisizioni etico-politiche (un escamotage in buona fede più per mettere a tacere le coscienze anziché scuoterle e interrogarle), vengono messi su una sorta di graticola consumistica dalle organizzazioni umanitarie impegnate in loro soccorso (per strappare beneficenze abbastanza fini a se stesse con iniziative dal discutibile bilancio costi-benefici) e persino vergognosamente strumentalizzati tout court a profani fini pubblicitari (la pubblicità è l’anima della società).

Tutti cani che si mordono la coda: situazioni che si ripetono senza fine e rappresentano un cerchio chiuso, un problema che crea se stesso. Non si arriva mai a una soluzione.

La più nitida e spietata delle fotografie l’ha scattata papa Francesco: «Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia».

La frase “I giochi dei bambini non sono giochi, e bisogna considerarli come le loro azioni più serie” è una celebre citazione del filosofo Michel de Montaigne. Esprime un concetto fondamentale: per l’infanzia il gioco non è un passatempo vuoto, ma il modo principale per capire il mondo, elaborare le emozioni e crescere. Ebbene, come ha raccontato il cardinale Pizzaballa, nella striscia di Gaza i bambini giocano coi topi provenienti dalla spazzatura in cui sono costretti a sopravvivere.

Forse sarebbe meglio tacere e riflettere, perché ogni tentativo di denuncia rischia di diventare demagogico, ogni “buona azione” rischia di essere una presa in giro, ogni medaglia etica ha il suo rovescio amorale, ogni iniziativa umanitaria rischia di perdersi nel mare dell’ipocrisia, ogni sguardo critico diventa sterile esercizio sentimentaloide.

Ognuno nel suo piccolo faccia fino in fondo il proprio dovere a tutti i livelli, senza voler strafare perché si peggiorerebbe la situazione. «Quello che facciamo non è che una goccia nell’oceano. Ma se questa goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe qualcosa». Questa è la celebre frase di Madre Teresa di Calcutta.

Ricordo che mio padre, con la sua solita e sarcastica verve critica, di fronte agli insistenti messaggi sulla morte di un bambino per fame ad ogni nostro respiro, si chiedeva: «E mi alóra co’ dovrissja fär? Lasär lì ‘d tirär al fiè?». Lo diceva non tanto per mettere a tacere la sua coscienza, ma per mettere fine ai pietismi etici e politici di maniera, che non servono a nulla e vanno molto di moda.

Attenti a quelle due

Giorgia Meloni e Mette Frederiksen, insieme per mandare un “messaggio congiunto all’Europa” e dire no a “un’immigrazione incontrollata”. Nel vivo della crisi diplomatica con la Spagna, e punta dagli annunci della Germania circa la volontà di espellere in Italia i migranti che hanno avuto come primo accesso in Europa le coste del Belpaese, l’asso di Giorgia Meloni è una lettera firmata insieme alla premier socialista danese, Mette Frederiksen. Sintesi della missiva: all’Ue serve la linea dura, senza la minima riserva sui «centri di rimpatrio in Paesi terzi», misura che non piace, in Europa, al progressista Sanchéz e al liberale Macron.

Meloni con la leader socialista danese dice «no» a una «immigrazione incontrollata». Diverse per formazione politica, le due si dichiarano unite «dal desiderio di difendere l’Europa» dagli «impatti negativi» di flussi fuori controllo. Puntando tutto, appunto, sui «centri di rimpatrio in Paesi terzi», che pure lo stesso Ppe caldeggia.

Non è solo una questione «di sicurezza dei cittadini», argomentano le uniche due donne premier in Ue. Ne va anche di quel «patrimonio culturale cristiano» di cui si dicono «orgogliose», che va «protetto» da chi invece può «cercare di imporci modelli di vita che non condividiamo». In più, sottolineano, «il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo col rispetto dei valori europei», che si tratti di «migranti illegali» o anche dei «milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente nelle nostre Nazioni e in tutta Europa».

Le leader di Italia e Danimarca azionano tutte le leve della retorica anti-clandestini, dall’aumento «della criminalità» alla «crescente pressione sui servizi pubblici» fino alla «erosione della fiducia dei cittadini», senza risparmiarsi di sottolineare quanto sia «grave» quando persone «prive del diritto di rimanere» in territorio europeo commettono «crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali». (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Queste due signore dimostrano che essere donna impegnata in politica non vuol dire essere diversa dagli uomini, che essere di destra o di sinistra è diventato un fatto incidentale e insignificante, che difendere l’Europa cattolica non vuol dire essere in linea con la Chiesa ed i suoi insegnamenti, che i governanti a livello europeo, come diceva mia sorella, sono tutti fascisti, che la narrazione anti-immigrati è condivisa e insistentemente propalata, che dietro la facciata della difesa dei valori dell’Europa, si nasconde, come ha recentemente affermato Corrado Lorefice, vescovo di Palermo, la crisi profonda della sua civiltà il rinnegamento  di se stessa in quanto patria del diritto e del riconoscimento di ogni donna e di ogni uomo in quanto appartenenti a una comune umanità, a una fraternità universale che ci supera.

I casi sono due: o sono affetto da sclerosi politica galoppante al punto da non capire le dinamiche della società europea oppure esiste una totale mancanza di respiro ideale che mi turba e mi colloca la di fuori della triste realtà.

Comunque sia, faccio molta fatica a vedere un po’ di luce: mi resta soltanto quella dello Spirito Santo, che non è cosa da poco e, tanto per restare alla B. V. Maria Assunta al cielo, quella della preghiera profetica: “I superbi siano dispersi nei pensieri del loro cuore; i potenti siano rovesciati dai troni e finalmente innalzati gli umili; siano ricolmati di beni gli affamati; i pacifici siano riconosciuti come figli di Dio e i miti possano ricevere in dono la terra”.

Il fango boomerang di Bignami

Mi sento in dovere di tornare a botta calda sulla miserevole e demenziale performance del capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami: ha gettato fango sulla memoria del presidente Oscar Luigi Scalfaro coinvolgendo persino la sua orgogliosa e qualificante appartenenza all’Azione Cattolica. Questo fango me lo sono sentito addosso e lo voglio rispedire immediatamente al mittente. La mia formazione religiosa e politica si basa proprio sull’Azione Cattolica in cui mi onoro di avere militato (da fiamma bianca ad aspirante, da pre-ju a juniores, da seniores a etc. etc.) e proprio dall’Azione Cattolica ha preso spinta il mio impegno in politica: credere in Dio, obbedire al Vangelo, combattere per la libertà e la democrazia. Una sintesi educativa molto diversa da quella a cui probabilmente si rifà lo smemorato Fratello d’Italia.

Il mio puntuale amico Pino mi ha plasticamente così “messaggiato”: «Complimenti al Cretinetti Bignami: una bella pestata che ha suscitato una dura reazione dell’Azione Cattolica…e toccare l’A.C. vuol dire toccare la gerarchia (leggi tutta la Chiesa) …bravo, bravo, Galeazzo …continua così…».

Oltre tutto Scalfaro era un centrista (ce ne vorrebbero oggi di centristi così…) all’interno della Democrazia Cristiana: io, nel mio piccolo, aderivo alla corrente della sinistra sindacal-aclista fondata da Giulio Pastore il cui figlio era un sacerdote, don Pierfranco Pastore, assistente nazionale del movimento aspiranti dell’A.C. Questo per dimostrare quale zeppa di cazzate storiche, etiche e politiche abbia messo assieme questo disonorevole Bignami a cui consiglierei almeno la lettura di qualche “bignami”, vale a dire di piccoli libri di scuola che riassumono in modo breve e semplice tutte le cose importanti delle materie in cui si è andato goffamente e scioccamente a misurare.

Quando ascoltavo gli interventi di Scalfaro non ancora presidente della Repubblica mi stupivo dell’onestà e della vivacità intellettuali con cui riusciva a coniugare fede e politica.  Da presidente della Camera e da capo dello Stato mantenne viva tutta la sua coraggiosa e coerente testimonianza di cattolico prestato alle istituzioni della Repubblica. I meloniani dovrebbero soltanto pulirsi la bocca e poi avere il buongusto di tacere: stanno raggiungendo la vetta della loro povertà etica, intellettuale, morale e politica. Servirà per delineare una sorta di contrappasso politico-elettorale? Magari Bignami si rifà alla celebre frase “nel bene o nel male, l’importante è che se ne parli” (spesso legata al pensiero di Oscar Wilde o a icone come Salvador Dalì), che riassume la teoria secondo cui la visibilità batte sempre l’oscurità. Ecco perché bisogna reagire e riportare a visibilità un passato fulgido che ha il potere di oscurare il presente tenebroso.

C’è un’immagine di 27 anni fa che coi fatti risponde al fango gettato dal capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, sulla memoria del presidente Oscar Luigi Scalfaro. È il 21 marzo 1999, siamo a Corleone in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie promossa dall’associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti. Sul palco ci sono Scalfaro, il presidente della Camera, Luciano Violante, e il vicepresidente del Consiglio e futuro capo dello Stato, Sergio Mattarella.

Per Scalfaro non è la prima partecipazione all’importante iniziativa di Libera. Nel 1996 era in piazza del Campidoglio a Roma per la prima edizione, ma questa di Corleone ha un diverso valore, anche perché è la prima presenza di un presidente della Repubblica nel luogo simbolo del potere di “cosa nostra”. «Mi disse – ha più volte raccontato don Luigi Ciotti – che il suo staff era contrario, non per il valore della visita, ma per i problemi di sicurezza. Ma mi disse che fece di tutto per essere presente perché non voleva lasciarci soli». Ci mise la faccia Scalfaro, ma anche le parole che pronunciò su quel palco. Parole importanti, che ben rispondono alle insinuazioni dell’onorevole Bignami. Ed è importante leggerle tutte:«Ci sono le associazioni, ci sei tu don Ciotti. È importante che ci sia tu. Io sono qui perché mi hai chiamato. Mi ha detto “devi venire”. Eccomi! Perché penso che il capo dello Stato debba obbedienza ai cittadini che si impegnano in ogni modo per la salute del nostro popolo. Sono qui per questo. Sono qui per dirti “grazie” davanti a tutti. Per questa iniziativa. Qui c’è una marea di folla, venuta da ogni parte».

Quelle immagini e quelle parole don Luigi le porta sempre con sé nel cellulare, a ricordo di un rapporto strettissimo con Scalfaro che anche dopo il settennato partecipò a molte iniziative di Libera. Sempre con la stessa convinzione. «Il Vangelo e la Costituzione erano i suoi due grandi riferimenti», è un altro dei ricordi di don Luigi, aggiungendo: «Una persona di grande umanità, un cattolico che si interrogava, sapeva tradurre la spiritualità del Vangelo in etica civile». Scalfaro, ha scritto il collega Marco Iasevoli, ha più volte affermato, anche durante il mandato quirinalizio, «che la sua formazione cattolica e i suoi trascorsi in Ac sono stati fondamentali per l’educazione alla libertà». Anche contro le mafie.

Probabilmente l’onorevole Bignami non conosce la storia dell’Azione cattolica che è anche storia di martiri antimafia. Proponiamo un ripasso. Francesco Ferlaino, magistrato di Corte d’appello a Catanzaro, venne ucciso a Lamezia Terme il 3 luglio 1975. Era presidente diocesano di Ac. Marcello Torre, sindaco di Pagani, fu assassinato l’11 settembre 1980 su ordine di Raffaele Cutolo. Militante fin da ragazzo in Ac, della quale fu anche dirigente. Rosario Livatino, giudice ad Agrigento, ucciso il 21 settembre 1990, e beatificato il 9 maggio 2021, aveva aderito all’Ac fin dal liceo, frequentando poi l’associazione del suo paese Canicattì. Don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio, ucciso il 15 settembre 1993, era cresciuto spiritualmente in Ac della quale fu assistente e educatore. Tutti martiri che proprio nella formazione e nel cammino associativo avevano appreso come saldare Cielo e Terra. Certo non frequentando ristoratori condannati per mafia.

La memoria è una cosa molto seria e va esercitata con verità. Non per accaparrare consenso e voti. L’antimafia ha solo il colore della libertà, darle un colore politico, oltretutto falsando i fatti, serve solo alle mafie. (“Avvenire” – Antonio Maria Mira)

 

L’Italia non è Fidanza…ta con La Russa

Commemorando Marcinelle, il presidente Mattarella ha detto fra l’altro: «siamo invitati a riflettere sul prezzo umano che venne pagato e ad agire, affinché simili sciagure non abbiano a ripetersi e la gestione dei flussi migratori obbedisca a criteri di rispetto della dignità delle persone». Quest’ultimo passaggio offre una chiave di lettura oggettivamente diversa da quella offerta, negli ultimi giorni, da Giorgia Meloni, dal Governo e da FdI, che hanno puntato molto sulla commemorazione di Marcinelle non solo per ricordare il ruolo storico di Tremaglia nell’istituire la memoria della tragedia, ma anche per ribadire la propria politica di contrasto all’immigrazione “irregolare”.

Ma non è finita qui.

Poi scatta la polemica. A causarla, la scelta di alcuni sindacalisti con bandana rossa di girarsi di spalle mentre prende la parola Ignazio La Russa. Il primo a segnalarlo è il meloniano più influente a Bruxelles, Carlo Fidanza. La premier coglie l’assist al balzo e scrive sui social: «Voltare le spalle durante la commemorazione di Marcinelle è un gesto grave e vergognoso». Meloni punta il dito contro «alcuni rappresentanti della Cgil» che si sarebbero voltati mentre La Russa leggeva il messaggio di Mattarella. Il segretario Maurizio Landini non ci sta e da Marcinelle replica: «Un certo signor Fidanza ha preso un colpo di sole. Perché la Cgil non si gira mai dall’altra parte, tantomeno nel rispetto del presidente della Repubblica. Trovo singolare che il nostro presidente del Consiglio trovi il tempo di commentare delle bugie». A chiarire i fatti i diretti protagonisti, che non sono della Cgil. «Siamo stati noi», dicono i rappresentanti del sindacato belga Fgtb-Charleroi rivendicando il gesto. «L’Italia – scrive il sindacato belga sui social – è rappresentata da Ignazio La Russa, cofondatore di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, che ha più volte espresso indulgenza nei confronti dell’eredità del fascismo di Mussolini. Molti minatori italiani del Bois du Cazier erano fuggiti dal regime o si erano uniti alla resistenza antifascista». (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Sono d’accordo col Presidente della Repubblica, ma mi sento in dovere di solidarizzare anche con i sindacalisti belgi, che hanno avuto il coraggio di dire apertamente quello che molti pensano e non dicono in base alla balla del fascismo che non esiste più e per riguardo al politicamente corretto, finendo per considerare bigi tutti i gatti.

Sergio Mattarella ha detto, col suo usuale linguaggio felpato, adottato anche per carità di patria, sostanzialmente le stesse cose dette dai sindacalisti belgi. Mi chiedo: è meglio evitare la polemica per non fare il gioco del falso perbenismo della destra oppure è meglio dire le cose come stanno indipendentemente dall’opportunismo politico-elettorale.

Ricordo come un po’ di tempo fa durante il programma “otto e mezzo” su La 7 il filosofo Massimo Cacciari in polemica col giornalista Andrea Scanzi abbia sostenuto: “Il fascismo è storia finita, il pericolo non è più questo. Basta con questa balla! Basta con questo discorso!”. Scanzi ha ribattuto efficacemente: “Non me ne frega niente se quello che dico porta voti o no alla Meloni; se uno prende il 40% dei voti facendo una gara di rutti, non per questo mi astengo dal polemizzare per paura che arrivi al 45% dei voti”.

I sindacalisti belgi con il loro provocatorio atteggiamento hanno fatto il gioco di Meloni e La Russa, prontissimi, come sempre, ad autovittimizzarsi? Non me ne frega niente! La verità è che siamo rappresentati a livello istituzionale e governati da personaggi che hanno molto a che fare col fascismo di ieri e di oggi. Dirlo è sacrosanto e doveroso è, partendo da questa verità storica, costruire alternative, lasciando perdere i sofismi del centrismo, del riformismo, del moderatismo e chi più ne ha più ne metta.

In Europa si parla il “trumpese”

Certo quello tra Sánchez e Meloni è diventato un tormentone redditizio per la sinistra e la destra europea, italiana e spagnola. Ma c’è un momento in cui i vantaggi lucrati dalla polemica quotidiana iniziano a diventare stucchevoli e irragionevoli. Spagna e Italia sono Nazioni in prima linea nel far fronte ai flussi migratori, ed entrambe hanno un bisogno disperato di più Europa. Ma le due leadership hanno deliberatamente deciso di acuire le divisioni dentro l’Unione anziché sanarle. L’Italia mettendo in piedi una impropria, cinica ed esagerata “sospensione di Schengen” che, lo dicono le stesse autorità italiane, si sta realizzando attraverso una blanda, simbolica e formale (per non dire inutile) azione di controllo. Più scenografia e slogan che realtà. La Spagna sancheziana a sua volta non sembra aver alcun interesse ad alleggerire la tensione: la decisione di iniziare controlli simmetrici alle frontiere nei confronti di voli e navi provenienti dall’Italia dimostra che il gioco di specchi piace e serve anche a Madrid. Il punto è che non serve all’Europa e serve invece a tutti i nemici dell’Europa, che gongolano. Ed è questo il punto che dovrebbe convincere i due leader a far rientrare la crisi degli ultimi giorni, a rinunciare anche al prevedibile rimpallo sul “chi ha iniziato prima” (l’accusa che Sanchez muoverà a Meloni) e su chi ha agito per ritorsione anziché per elementi oggettivi (è quanto dirà Roma a Madrid). Le due cancellerie riprendano piuttosto il lavoro comune. Non solo sui migranti, tema che tra l’altro è stato oggetto di una riunione europea appena pochi giorni fa – riunione già ridotta a barzelletta da questa ennesima lite intergovernativa -. Italia e Spagna hanno interessi convergenti sul bilancio europeo, sul debito comune, sul pilastro sociale dell’Unione. Meloni ha giocato la sua carta sovranista, Sánchez la sua carta progressista. Ognuno ne ha ricavato o pensa di averne ricavato qualcosa. Ora torni la responsabilità e giochino insieme la carta europea: la corda che stanno tirando rischia di spezzare la fragile tela dell’Unione. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Sarò un fazioso anti-italiano, sarò un pregiudiziale simpatizzante filo-spagnolo, sarò un inguaribile antipatizzante meloniano, ma faccio come Roberto Benigni. Durante una campagna elettorale in cui si contrapponevano Berlusconi e Prodi, con la sua impareggiabile verve ironica, disse nel pieno di una trasmissione televisiva della Rai, fregandosene altamente della par-condicio: «Io non sono di parte, ma Berlusconi non mi piace…».  Non ho l’autorevolezza del grande Benigni, ma provo ad imitarlo: «Io faccio l’europeo in barile, non mi schiero, ma Giorgia Meloni non mi piace…anche perché mi ricorda tanto l’approccio internazionale di…».

Mio padre, quando gli capitava di ascoltare qualche notizia riguardante provocazioni fra nazioni, incidenti diplomatici, contrasti internazionali, era solito commentare: “S’ag fis  Mussolini, al faris n’a guera subita. Al cominciaris subit a bombardar”.  Ci sono tanti modi per fare la guerra…

Non c’è dubbio che a fare la prima mossa ostile sia stato il governo italiano con una insensata sospensione degli accordi di Schengen: non si può gettare benzina sul fuoco per poi pretendere che gli altri lo spengano.

Fatto sta che l’Italia non perde occasione per disfare la tela europea nella notte delle drammatiche emergenze internazionali: ha la vocazione di schierarsi sempre dalla parte sbagliata. Un tempo si schierava omertosamente col vincitore, oggi contro chi ragiona e parla in “europese”, preferendo comunque e nonostante tutto il “trumpese”.

Sanchez ha avuto l’ardire di prendere posizione contro Trump in ordine alla sua bellica e antieuropea politica internazionale e non vorrei che Giorgia Meloni innescando questo folle scontro con Sanchez, intendesse fare un favore a Trump (il nemico del mio nemico Sanchez è mio amico) oltre che a Vannacci (il nemico del mio amico Salvini è mio amico).

Spero che Sanchez faccia prevalere la ragionevolezza e ci allunghi una mano. Sì, perché, oltre ai marocchini, in mare ci siamo finiti anche noi e non riusciamo a sbarcare sulle coste della vera Ue.

 

 

Una sinistra “affettuosa”

Più progressisti, ma divisi: così i Dem americani provano a ripartire. Dalle urne delle primarie sono usciti vincenti candidati socialisti, ambientalisti, populisti. Premiata l’attenzione ai temi sociali ed esteri. È questo il collante della nuova sinistra, che ha sostituito il linguaggio identitario degli ultimi decenni con una politica fatta di prezzi, asili nido, assistenza sanitaria, salari e bollette. I nuovi candidati parlano di tassare i grandi patrimoni, ampliare i servizi pubblici, ridurre la spesa militare e spostare risorse verso scuole, famiglie e infrastrutture. (“Avvenire” – Elena Molinari – New York)

Dai democratici Usa sembra arrivare un invito a spingere sull’acceleratore del progressismo a costo di perdere per strada qualche zavorra di moderatismo. Non conosco le dinamiche socio-politiche degli Stati Uniti, ma ritengo che sia opportuno riflettere su questo indirizzo applicabile anche alla sinistra italiana.

Matteo Renzi sostiene che in Italia e nel mondo esistono strutturalmente due sinistre distinte e inconciliabili per idee su economia, energia e politica estera. È il concetto delle due sinistre. Secondo la visione espressa da Matteo Renzi, la divisione riflette visioni culturali e programmatiche profonde: una sinistra riformista, liberale, moderata e atlantista (ispirata al riformismo europeo e ai democratici americani moderati); una sinistra più radicale, movimentista o populista (segnata da posizioni diverse su giustizia, esteri ed economia). L’argomento viene usato per rimarcare l’eterogeneità dell’alternativa di governo e la distanza su nodi cruciali come la politica internazionale.

Non so se si tratti della scoperta dell’acqua calda, anche se a volte serve capire da dove viene l’acqua calda. La sinistra italiana è da una parte dilaniata dalla corsa, a volte strumentale, verso il radicalismo ideologico: chi lo punta in senso pacifista (il no alle armi all’Ucraina), chi lo porta sul terreno dei diritti civili (soprattutto in riferimento al mondo LGBT); dall’altra parte è tormentata e stiracchiata dalle sirene centro-moderate. Su tutto prevalgono interessi squisitamente elettorali in cerca della combinazione giusta per battere la destra o magari solo per conquistare il potere.

Credo che in questo momento storico i cittadini-elettori non siano molto interessati alle questioni identitarie, ma alle soluzioni concrete dei problemi. La destra sta trascinando il Paese verso un terreno di scontro sul tema della sicurezza tout court, impostandolo come totem ideologico e non come sintesi sociale.

La sinistra farebbe un gravissimo errore a rincorrere gli umori populisticamente alimentati dalle cronache, virando su un riformismo all’acqua di rose prospettato da un centro più perbenista che moderato, più opportunista che propositivo. Sembra che ci sia più paura di perdere i voti che impegno a conquistarli.

Non è il momento degli equilibrismi, ma delle scelte coraggiose. La nostra Costituzione, che sembra stare a cuore agli elettori italiani, non è un esercizio di equilibrismo, ma un esempio di compromesso ai livelli più alti. Si parta di lì per costruire accordi tra le due sinistre, non per occultare le differenze, ma semmai per valorizzarle, evitando gli errori delle passate fusioni a freddo, per rivitalizzare le ispirazioni ideali e per offrire ai cittadini un’alternativa di governo credibile e concreta.

Norberto Bobbio ha definito l’identità della sinistra attraverso il valore fondamentale dell’eguaglianza. Nel suo famoso saggio Destra e sinistra del 1994, sosteneva che la sinistra si distingue per la volontà di ridurre le disuguaglianze tra gli uomini, a differenza della destra che le ritiene naturali o ineliminabili. Gli esponenti della sinistra provino almeno ad esercitarsi su questo canovaccio, tentino convintamente di tradurre il valore dell’uguaglianza in scelte politiche a livello nazionale ed internazionale.

Spero che la mia non sia soltanto una mozione degli affetti, un’espressione della retorica classica che significa l’arte di commuovere, toccare il cuore o suscitare sentimenti profondi (come pietà, rabbia o simpatia) in un pubblico o in un giudice. Vista così mi va comunque bene…

 

Giù le mani dai presidenti della Repubblica passati, presenti e futuri

Il Ventaglio del capo dello Stato Sergio Mattarella è servito a mandare messaggi ai partiti che si sentono già in campagna elettorale. Uno dei messaggi riguarda la necessità di prendere consapevolezza che un pezzo di violenza sociale nasce dal linguaggio della politica, dalla mancanza di dialogo, dalla contrapposizione violenta e volgare tra “leader”; rendersi conto, come classe dirigente, che in alcuni casi si è tra i motivi scatenanti di quanto accade nelle piazze e nelle strade, e dunque risulta ipocrita porsi successivamente come restauratori dell’ordine. (“Avvenire”)

Volete una eloquente folle risposta? Eccola!

Nell’ambito della battaglia politica alla Camera sulle chat dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove con il presunto prestanome del clan Senese Mauro Caroccia, il capogruppo di FdI Galezzo Bignami ha infangato la memoria del presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, morto più di 14 anni fa. Di fronte a opposizioni che con vigore chiedevano a FdI e Giorgia Meloni di “non citare più Borsellino” alla luce del voto negativo dell’Aula sulla consegna delle chat ai magistrati, Bignami si è lanciato in una ricostruzione storica che mirava a denigrare la figura di Scalfaro durante gli anni degli attentati mafiosi. Bignami cita Scalfaro più volte, in un crescendo di tensioni, dicendo che “fu eletto al Quirinale dalla sinistra” e che poi “liberò 300 mafiosi”. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Volete autorevoli smentite alle farneticanti ricostruzioni storiche operate, al limite del reato di vilipendio, (articolo 278 del Codice Penale italiano: “Chiunque offende l’onore o il prestigio del Capo dello Stato è punito con la reclusione da uno a cinque anni”) dal capogruppo alla Camera di FdI Galezzo Bignami? Eccole sintetizzate dal succitato quotidiano “Avvenire”.

L’attacco a un presidente emerito democristiano, proveniente dalle fila dell’Azione Cattolica, di cui portava il distintivo, fa emergere accanto all’indignazione dei leader del centrosinistra anche un sentimento quasi di sgomento dei cattolici democratici. In serata arriva una nota di Ernesto Preziosi, già parlamentare e presidente di Argomenti 2000, testimone diretto della stagione di Scalfaro al Quirinale: “Le affermazioni del capogruppo alla Camera di FdI nella loro infondatezza non suonano solo ingiuste nei confronti di un uomo che ha servito con onore le istituzioni, ma rappresentano, ancora una volta, un esempio di cattiva politica propria di chi non ha argomenti”.

Volete un mio personalissimo commento? Si attacca scompostamente Scalfaro per nascondere l’insofferenza verso Mattarella, l’unico vero attuale baluardo alla deriva politico-istituzionale della destra al potere in Italia e non solo in Italia. Si punta a gettare manciate di fango sulla presidenza della Repubblica presente e passata, per preparare quella futura riveduta e scorretta dal punto di vista costituzionale e interpretata in modo fazioso dagli improvvisati esponenti della terza Repubblica in via di preparazione.

C’è anche tutta la malcelata paura verso la Chiesa cattolica, che costituisce il vero pungolo etico contro lo status quo socio-politico: meglio esorcizzare la presenza di cattolici autentici a livello delle massime istituzioni per brandire populistici e blasfemi rosari.

La vera partita politica non è l’elezione del nuovo Parlamento, ma quella del futuro capo dello Stato. Una volta messe le mani sulla presidenza della Repubblica, sarà un gioco da ragazzi dare compimento al disegno reazionario politico-istituzionale della destra. Lo capisce il centro-sinistra? Ho qualche dubbio…

Visto che i veri antidoti democratici italiani sono Sergio Mattarella e i vescovi (a partire dal Papa) e visto che vengono indirettamente trascinati nell’agone politico dalle fobie della destra, perché la sinistra non prova umilmente a farsi ispirare da questi autorevoli personaggi. Facciano paradossalmente scrivere il programma dal Papa e da Mattarella e forse troveranno finalmente la quadra…

 

 

Si vis democratiam, para consilium

Il punto programmatico più divisivo all’interno del campo più o meno largo del centro-sinistra è costituito dalla politica internazionale: da una parte una visione ancorata sostanzialmente allo schema “si vis pacem, para bellum” aggiornato con l’aumento delle spese militari seppure finalizzato ad un’azione concertata e rigorosamente difensiva; dall’altra parte la prioritaria considerazione della diplomazia come arma di deterrenza e di fuga da un rischioso pragmatismo bellico.

La questione sta purtroppo diventando solo occasione di polemica metodologica (vedi elezioni primarie giocate su questo punto dolente) o di sbarramento pseudo-riformista a livello programmatico (il centro che si coalizza e configura come ala realista contro certa sinistra sognatrice e populista).

È indubbio che al riguardo esistano diverse sensibilità che peraltro dal discorso “riarmo sì riarmo no” si allargano alla politica migratoria sintetizzabile nello scontro tra una visione etico-aperturista ed una politico-pragmatista.

Il centro-sinistra deve assolutamente trovare seppure faticosamente una sintesi accettabile fra queste opinioni non nascondendole nelle polemichette equilibriste, ma mettendole proficuamente a confronto in modo trasparente e costruttivo. L’ispirazione costituzionale e cristiana potrebbero essere di grande aiuto: di fronte a discorsi articolati e chiari la gente capirebbe e apprezzerebbe chi non fa della demagogia ma della buona democrazia.

L’Europa unita sarebbe il miglior viatico per l’elaborazione di una politica di pace e di giustizia tra i popoli: l’esercito unitario potrebbe essere la quadratura del cerchio delle armi? il neo-atlantismo critico potrebbe essere la risposta alla disastrosa invadenza israelo-americana? la prospettiva dei “due popoli-due Stati” potrebbe essere il canovaccio fondamentale per puntare alla pace in medio-oriente? un’accoglienza concordata, programmata e gestita potrebbe essere lo schema per una politica migratoria razionalmente aperta?

Spunti di riflessione personale! È inutile incartarsi nella contrapposizione fra etica e politica che dovrebbero essere le due facce della stessa medaglia. Se è vero che l’Ucraina (che forse sta diventando sempre più un falso problema…) ha diritto di difendersi e che è imprescindibile il dovere di aiutarla (come?), altrettanto pertinente mi sembra la domanda sul “fino a quando continuare a fornirle armi”? Se Conte fa le sue sparate strumentali, non per questo Schlein deve balbettare per tenere unita la baracca, brandendo un programma di là da venire, mentre i cosiddetti centristi rincorrono i moderati foderando loro gli occhi col velleitario prosciutto del riformismo.

L’etica non basta perché non esiste più

C’è chi pensa che ogni problema si risolva con uno slogan. Da una parte c’è chi dice: «Nessun limite, venite tutti», come se bastasse evocare un principio morale; dall’altra chi, come Trump, Meloni, Afd in Germania, utilizza la crisi in corso per provare a fare campagna elettorale in patria. Entrambi vendono illusioni. Servono umanità, realismo, cooperazione europea e capacità di governare i fenomeni, non di cavalcarli. (dall’intervista di Matteo Renzi rilasciata ad “Avvenire”)

I venditori di illusioni abbondano, però alla politica non possiamo togliere la possibilità di volare alto, di sognare in grande, di sperare in un mondo diverso. Ecco perché la pur accattivante idea degli opposti populismi in materia migratoria non mi convince affatto. Non si possono mettere sullo stesso piano il vescovo di Palermo, Corrado Lorefice, e Matteo Salvini. Sulle parole del primo si costruisce una politica degna di tale nome, sulle parole del secondo non si difendono i confini ma il proprio egoismo e si butta a mare la politica.

Attenzione a non togliere alla politica il polmone ideale, pensando di poter respirare soltanto con quello del pragmatismo. Non basta l’etica? Il problema e che non esiste più l’etica! Alla teoria degli opposti populismi abbinerei purtroppo quella degli opposti pragmatismi: da una parte chi vuol chiudere le frontiere illudendosi di difendere il proprio benessere; dall’altra parte chi le vuol aprire, ma solo un pochettino…finendo per fare la parte del poliziotto buono funzionale a quello cattivo.

Per un problema di enorme portata, come quello migratorio, strutturale e non solo emergenziale, difficilissimo, perché mette in discussione tutto il nostro vivere a livello nazionale ed internazionale, non ci possono essere soluzioni facili e drastiche: chi lo pensa o è in mala fede o vuol ingannare tutti, sfruttando i peggiori sentimenti che albergano nell’animo delle persone.

L’altra sera mi è capitato di assistere allo sfogo di un migrante a Ceuta: piangeva e spiegava di avere tentato l’approdo verso la Spagna per curare il suo tumore. Ho pensato subito: davanti a Dio pagheremo carissime le nostre indifferenze, ne risponderemo e non ci potremo giustificare scaricando le colpe su Salvini, Vannacci, Meloni e compagnia stonando, ma nemmeno sostenendo di aver fatto il politicamente possibile (troppo poco!).

Non dimentichiamo che la politica è la forma più alta di carità se si fa appunto guidare dalla carità e non mette alla carità il freno inibitore della politica. Tutti discutono e nessuno fa niente. Anche la sinistra, devo ammetterlo, fa pochissimo, parla di equilibri, di leadership, di alleanze, di elezioni. Presenti agli elettori, senza paura di aprire il cuore, un coraggioso biglietto da visita fatto di qualche misura concreta a favore dei migranti, lasciando perdere, per l’amor di Dio, la comoda e fuorviante discriminazione fra migranti regolari e clandestini. Se c’è clandestinità è quella della politica, sballottata a sinistra fra riformismo, moderazione e centrismo. Smettiamola con queste stucchevoli disquisizioni teoriche.

«Una religione che non si occupi anche della fame, delle topaie dove vivono i poveri, dei veleni che avvelenano la terra, l’acqua e l’aria, è sterile come la polvere» (Martin Luther King). Vale per la religione, figuriamoci se non vale per la politica.

Quanto agli investimenti in difesa: dire no a finanziamenti europei a condizioni vantaggiose è un errore oggi sul Safe, come era un errore ieri sul Mes per la sanità. La vera domanda è come utilizzare quelle risorse. Devono servire a innovazione, ricerca, tecnologia e industria della difesa europea. Internet nasce anche dagli investimenti nella difesa: investire bene significa rafforzare sicurezza e competitività. (ancora dall’intervista di Matteo Renzi rilasciata ad “Avvenire”)

Siamo sempre ed ancora sul piano dell’etica che deve fare i conti con certe esigenze. Anche le armi possono servire. Siamo sicuri? Se continuiamo su questo piano non ne usciamo vivi. Nel centro-sinistra rischia di essere una questione dirimente: non so se dispiacermene per gli effetti divisivi o se compiacermene per la conseguente chiarezza da operare sul punto.

Il dettato evangelico del porgere l’altra guancia non è soltanto una virtù eroica, ma è anche una necessità per vivere in pace. Diversamente continuiamo pure a disquisire sulle armi e sul loro uso: faremo politica. Quale politica? Quella senza etica! E fino a quando?

«Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (Papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari).