La punta dell’Ice(berg)

Negli Usa cresce la rabbia contro l’Ice. Due ex presidenti chiamano i cittadini alla mobilitazione. Barack Obama e sua moglie Michelle Obama hanno rilasciato una dichiarazione il giorno dopo l’omicidio di Pretti, che hanno definito «una tragedia straziante» e «un campanello d’allarme per ogni americano, indipendentemente dal partito di appartenenza». Hanno aggiunto che «molti dei nostri valori fondamentali, come nazione, sono sempre più sotto attacco». «Da settimane le persone in tutto il paese sono indignate per le azioni dell’ICE e di altri agenti federali che agiscono impunemente, adottando tattiche che sembrano concepite per intimidire e mettere in pericolo i residenti». «Spetta a ciascuno di noi, in quanto cittadini, denunciare l’ingiustizia, proteggere le nostre libertà fondamentali e chiedere conto al nostro governo». Un altro ex presidente americano ha chiamato i cittadini all’azione, Bill Clinton. Quelle di Minneapolis sono state «scene orribili», ha detto. «Spetta a tutti noi che crediamo nella promessa della democrazia americana alzarci in piedi, parlare e dimostrare che la nostra nazione appartiene ancora a Noi, il Popolo». (“Avvenire” – Chiara Vitali)

Sarà perché nella mia vita professionale e politica ho sempre avuto un debole per gli ex-presidenti con i quali ho tessuto rapporti di grande intesa, sarà perché su di me esercitano un fascino quasi irresistibile i personaggi del passato, sarà perché del passato si è portati a ricordare più gli aspetti positivi di quelli negativi, sarà perché la nostalgia è per me un sentimento irrefrenabile, sarà per tutti questi motivi che ho tirato un respiro di sollievo leggendo gli appelli di Obama e Clinton alla mobilitazione democratica contro le minacce in essere negli Usa di cui le azioni dell’Ice forse rappresentano soltanto la punta dell’iceberg.

Era ora che si alzasse la voce di qualche autorevole e carismatico esponente politico statunitense per tentare di aprire ai cittadini gli occhi foderati di prosciutto trumpiano. Non basterà, ma sempre meglio di niente. Potranno i fatti di Minneapolis segnare uno spartiacque per la democrazia americana, il superamento del confine, la goccia che fa traboccare il vaso?

Già la creazione di una polizia speciale mette i brividi, se poi è finalizzata a combattere l’immigrazione (si dice clandestina, ma a quanto pare non sarebbe così… e poi non c’è clandestinità che possa giustificare simili operazioni di pulizia), il discorso si fa oltre modo inaccettabile, sconcertante e inquietante.

Emmanuel Mauleón, docente di Diritto costituzionale alla University of Minnesota, teme che la svolta sull’immigrazione di Donald Trump, con l’uso nelle strade di un’agenzia federale come l’Ice che appare opaca, aggressiva e difficile da sottoporre a responsabilità, stia creando un danno istituzionale profondo negli Stati Uniti. Tanto più dopo la morte di due attivisti, Rebecca Good e Alex Pretti, e la deportazione di alcuni bambini. (“Avvenire” – Elena Molinari)

Non sono in grado di misurare la capacità reattiva del popolo statunitense o almeno della parte più sensibile e responsabile. Temo che occorra ben altro rispetto alle malefatte dell’Ice per smuovere la situazione. Intanto accontentiamoci delle parole piuttosto accorate di Obama e Clinton. Le interpreto come un segnale che la democrazia negli Usa è ancora presente a livello di vertice e, stando alle manifestazioni di protesta, anche a livello di base.

«È accaduto a loro, può succedere a ciascuno di noi», dice un manifestante durante un raduno nella zona Sud di Minneapolis. È circondato da centinaia di altre persone: è domenica 25 gennaio, pomeriggio, e la folla è in strada in solidarietà con Alex Pretti, l’infermiere trentasettenne ucciso dall’Ice (Immigration and Customs Enforcement) sabato. Le proteste si sono moltiplicate per tutto il weekend. I cartelli che i manifestanti portano con sé dicono: «Lo avete ucciso». Nelle ultime ore famigliari e amici di Pretti hanno continuano a opporsi alla narrativa «diffamatoria» portata avanti dall’amministrazione americana che descrive l’uomo come un «aspirante assassino», accusato senza prove aver compiuto un atto di «terrorismo interno». (ancora “Avvenire” – Chiara Vitali) 

Per venire agli schizzi nel nostro Paese provenienti dal Minnesota, non mi preoccupa tanto l’annunciata presenza in Italia dell’Immigration and Customs Enforcement (l’ormai famigerato Ice) in occasione delle Olimpiadi di Milano-Cortina, che sta creando più di qualche imbarazzo al governo e al centrodestra e che non mancherà di scatenare manifestazioni di protesta in quanto, checché se ne dica, suonerebbe come una provocazione bella e buona. Mi allarma piuttosto l’italico tifo sotterraneo per il clima poliziesco anti-immigrazione alimentato da chi a livello politico italiano fa del muro contro gli immigrati il proprio cavallo di battaglia. Ancor più mi inquieta l’assonanza ideologica fra trumpismo e melonismo ben presente ed operante anche se faticosamente dissimulata.  

Gli aggiustamenti capitalistici e i pentitismi popolari

Guardando allo stravolgimento in atto nelle relazioni internazionali, che non tarderà a fare sentire i suoi effetti sul nostro portafoglio oltre che sulle nostre coscienze, alla faccia di chi crede nella sostanziale ininfluenza della svolta trumpiana sulle nostre inossidabili esistenze, viene spontaneo chiedersi quello che Diego Motta, giornalista di “Avvenire” ha chiesto al sociologo Stefano Zamagni.

Esiste un limite a tutto questo?

Il limite sta nell’efficacia di questa strategia: di solito funziona nel breve periodo e non nel medio-lungo termine. I primi ad essere preoccupati per questo piano imperialista sono proprio i colossi tecnologici: hanno bisogno di un mercato mondiale dove vendere i propri prodotti, non di un mondo segnato da barriere e tariffe commerciali. Saranno loro a reagire per primi, insieme al ceto medio americano che si è impoverito, nelle prossime elezioni di mid term.

A questo siamo ridotti, a sperare nella reazione dei colossi tecnologici e degli americani pentiti. È umiliante, ma probabile. Dopo di che purtroppo finirà solo un ciclo e se ne aprirà un altro, magari ancor peggiore. Se il mondo dipende dagli umori dei capitalisti e dalle distrazioni dei popoli, vuol proprio dire che siamo messi molto male.

Sul primo punto bisogna rassegnarsi al fatto che il capitalismo ha i secoli contati, come sostiene Giorgio Ruffolo, e quindi occorre mettersi il cuore in pace e accontentarsi degli aggiustamenti che la politica può apportare alle inevitabili conseguenti ingiustizie.

Sul secondo punto invece la responsabilità dovrebbe riguardare i cittadini, incapaci persino di guardare il proprio portafoglio. Perché succede questo paradosso del masochismo delle popolazioni all’interno di sistemi almeno formalmente democratici? Perché il capitalismo non si accontenta di condizionare pesantemente le classi politiche, ma condiziona mediaticamente anche la loro selezione e la loro scelta. Si viene a creare una sorta di tenaglia da cui non si esce.

Per tornare agli Usa, quanto tempo occorrerà agli americani per smascherare l’inganno di cui sono rimasti vittime? Molta colpa deve essere fatta risalire alla sinistra incapace di proporre alternative concrete? Questa è la narrazione piuttosto prezzolata di chi vuol indurre tutti alla dotta e qualunquistica rassegnazione. Mia sorella sosteneva che chi colpevolizza destra e sinistra finisce sempre per votare a destra.

Resta comunque il problema della democrazia che sta diventando sempre più formale e sempre meno sostanziale ed è un gatto che si morde la coda: o non vado a votare o voto a destra; o mi metto a posto la coscienza e mi astengo o mi illudo di stare più sicuro e tranquillo con un governo di destra.

Senza voler fare i catastrofisti diventa sempre più possibile la drammatica ipotesi di un’autentica guerra civile negli Usa in alternativa ad un pacifico sussulto popolare. Speriamo nella possibilità di un risveglio della coscienza democratica che porti a mettere in discussione il consenso e il voto anche se il clima si sta surriscaldando rapidamente: come lascia intendere una bella vignetta del Corriere della Sera, basta un cellulare carico per scatenare la (il)legittima difesa della polizia speciale statunitense preposta al controllo (?) dell’immigrazione (Ice). E poi nella società democratica al di là del folklore delle campagne elettorali fantasmagoriche, esistono spazi di attiva partecipazione e di concreto sbocco del dissenso? Una democrazia debole e distratta come quella americana fa molta fatica a reagire ai concentrici attacchi tendenti a distruggerla.

Il discorso della sicurezza peraltro fa sempre da detonatore a tutte le manovre autoritarie: in questi giorni la destra italiana al governo copre la sua incapacità ad affrontare i casini internazionali ripiegando su quelli nazionali che fanno colpo sulla pubblica opinione: il nuovo pacchetto della cosiddetta sicurezza suona come specchietto per le allodole o addirittura come raggiro per gli allocchi.

L’associazione Antigone ha commentato la bozza del provvedimento. “Le due proposte”, scrivono, “si muovono nella stessa direzione: trasformare il diritto penale e amministrativo in uno strumento di gestione del consenso e dell’ordine pubblico, mettendo insieme categorie eterogenee – persone migranti, minorenni, attivisti, autori di reati comuni – come se fossero un unico problema di sicurezza”. Nel disegno di legge emerge un marcato inasprimento delle pene, “con un evidente stravolgimento del principio di proporzionalità”. Per alcuni reati contro il patrimonio, come il furto in abitazione, si arriva a prevedere pene fino a dieci anni di reclusione, “equiparabili a quelle previste per delitti di ben altra gravità”.

Sempre nel disegno di legge trovano spazio disposizioni rivolte alle persone migranti, “tra cui l’ipotesi di blocco navale temporaneo deciso dall’esecutivo, senza un adeguato controllo giurisdizionale. Una misura che solleva gravi profili di illegittimità costituzionale e di contrasto con il diritto internazionale del mare”. Particolarmente “preoccupante” è l’impostazione riservata ai minorenni, trattati esclusivamente come un problema di ordine pubblico. “Le norme sulla cosiddetta prevenzione della violenza giovanile si fondano quasi unicamente su strumenti di polizia, estendibili fino a ragazzi di dodici anni, cancellando qualsiasi approccio educativo, sociale e preventivo”, continua Antigone.

Un capitolo centrale del pacchetto riguarda la limitazione della libertà di protesta. Sono previste perquisizioni straordinarie e fermi di polizia fino a dodici ore, senza controllo dell’autorità giudiziaria, solo per il fatto di essere una persona sospettata di costituire pericolo. “Misure che superano per gravità anche le normative emergenziali adottate negli anni settanta e che colpiscono direttamente il diritto costituzionale di manifestare”, continua l’organizzazione.

Infine, le nuove norme contribuiscono a delineare una figura di agente di polizia “sostanzialmente sottratto al controllo della magistratura. In particolare, si prevede una limitazione dell’azione del pubblico ministero nei casi di uso delle armi in servizio o di presunta legittima difesa. Una scelta che mette in discussione l’obbligatorietà dell’azione penale e altera l’equilibrio tra poteri dello stato”. (Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale)

Intendiamoci bene, i problemi di sicurezza e ordine pubblico esistono, ma non sono tali da giustificare l’abuso del pugno di ferro e da distrarre l’attenzione dai ben maggiori problemi di carattere interno e internazionale. Vallo a spiegare alla gente… Torna il ragionamento di cui sopra: la sinistra non è in grado di affrontare il problema sicurezza e allora tanto vale votare a destra. E la democrazia va a puttane!

Le ragione accidentali e i torti occidentali

Donald Trump continua imperterrito a “smerdare” i Paesi europei in quanto potenziali ostacoli alla sua strategia di onnipotenza. Dopo avere a suo tempo sostenuto la Brexit (bisogna ricordarselo) insiste nell’inserire un tarlo nella Ue e nella Nato al fine di spadroneggiare sul mondo (teme soprattutto eventuali amici europei del giaguaro cinese).

Lo fa accusando gli ex alleati di scarso impegno economico e militare verso l’alleanza atlantica: ultima la boutade sulla guerra in Afghanistan che ha fatto incazzare persino la nostra premier, che dovrebbe avere il buongusto di tacere (finge di reagire sulle smargiassate geopolitiche e tace sulle sporcaccionate etico-politiche nel Minnesota: e pensare che le ideologie dovevano essere finite…).

Giorgia Meloni ha dunque aggiunto la sua voce a un lungo coro di indignazione. E la sua presa di posizione arriva dopo ore in cui si è dibattuto sulla sua postura verso Washington, in particolare sulla posizione ondivaga rispetto al “Board of peace” proposto da Trump. Come noto, la premier ha ufficializzato che Roma non può firmare per vincoli costituzionali, ma dichiarando interesse per la proposta e chiedendo direttamente al tycoon di cambiare lo Statuto del nuovo organismo, di modo da renderlo compatibile con le Carte dei Paesi europei, le quali non prevedono l’adesione da subalterni in entità sovranazionali. Con la dichiarazione sull’Afghanistan, Meloni ha dunque voluto ribadire, soprattutto rispetto alle voci critiche, la propria autonomia da Trump, a prescindere dalle affinità ideologiche. Un altro passo in una strategia, lenta e non priva di contraddizioni, che la premier sta perseguendo da quando il presidente Usa ha aperto il dossier Groenlandia. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Temo che il presidente Usa abbia ragione, ma perché ha torto. Questo ossimoro dipende dal fatto che gli Usa hanno sempre preteso, ora più che mai, di decidere la strategia e le tattiche occidentali, pretendendo totale obbedienza: dal momento che l’obbedienza non è una virtù soprattutto in democrazia, i Paesi europei hanno partecipato con scarsa convinzione e con discutibile impegno sempre con la riserva mentale che a vincere sarebbero stati comunque gli Stati Uniti.

I Paesi europei, Italia compresa, a parole l’hanno sempre data su agli Usa, anche e soprattutto a livello bellico, salvo poi impegnarsi nei fatti fino a mezzogiorno: Trump scopre l’acqua calda per chi ha paura perfino dell’acqua fredda.

Dietro il paravento della Nato gli Usa hanno portato avanti operazioni sporche ed inaccettabili: gli alleati abbozzavano, facevano finta di non capire, non osavano esprimere aperto dissenso, subivano e tacevano. Adesso Trump dice una mezza verità, quella che gli conviene e gli Stati membri della Nato si incazzano. Anche loro hanno ragione perché hanno torto.

Credo che la titubanza con cui i Pasi europei si oppongono a Trump dipenda probabilmente anche dagli scheletri negli armadi della Nato (e della Cia): se venissero aperti fino in fondo, si salverebbe solo chi potrebbe, vale a dire nessuno… o meglio, forse l’unico che potrebbe salvarsi sarebbe Aldo Moro, infatti gli hanno fatto fare per tempo la brutta fine che ben sappiamo.

Europa, resilienza e perseveranza, altrimenti…

La strada è lunga, l’Europa deve agire in fretta per la propria indipendenza e sovranità. Lo scossone groenlandese potrebbe facilitare un’accelerazione dei vari progetti ora in preparazione o già in via di realizzazione, dalla difesa europea alla sburocratizzazione, alla creazione di “gigafactory”, o al “Buy European” nei settori strategici, o ancora la diversificazione dei partner commerciali e dei fornitori di energia e materie prime (l’accordo commerciale con il Mercosur è firmato, anche se con l’intoppo dell’Europarlamento, il 27 dovrebbe arrivare la prima sigla di quello con l’India).

Il ritardo sull’intelligenza artificiale sugli Usa è enorme, ma, ricorda Der Spiegel, lo era anche quello sui jet di linea negli anni Settanta. Oggi il consorzio europeo Airbus dà filo da torcere a Boeing. E poi l’Europa ha potenti leve nei confronti degli Usa. Ad esempio, sul fronte dei servizi digitali: l’Europa acquista dai big Usa il 68% del proprio software. Senza il Vecchio Continente, la BigTech americana andrebbe al fallimento. Altro strumento micidiale: i titoli di Stato Usa. Secondo la grande banca d’affari Usa Citi, tra aprile e novembre 2025 sono stati acquistati per l’80% da investitori in Europa. Una vendita in grande stile sarebbe devastante per gli Stati Uniti, non a caso Trump ha minacciato «conseguenze» se ciò avverrà. Il che non ha impedito, intanto, a fondi pensione in Svezia e Danimarca di vendere tutti i Treasuries in loro possesso. O, ancora, l’Ue potrebbe decidere di effettuare i pagamenti con i Paesi terzi in euro anziché in dollari, facendo collassare il biglietto verde. In altre parole: l’Europa ha i numeri per essere una grande potenza da rispettare. Deve solo volerlo. (“Avvenire” – Giovanni Maria Del Re, Bruxelles)

L’Europa, Giorgia Meloni in primis, deve smetterla di barcamenarsi tra Bruxelles e Washington per decidere una linea propria che da una parte rispolveri la spinta ideale all’unità e dall’altra tenga conto dei profondi cambiamenti intervenuti nella situazione internazionale e nelle relative alleanze nonché delle potenzialità europee da mettere in campo.

«Pochi anni prima che morisse, gli chiesi: tutti parlano di pace in Europa, ma perché lo fanno se poi pensano a costruire un esercito per dichiararsi guerra? Lui divenne molto serio e rispose: non è così come dicono. L’esercito serve per non farsi attaccare e per evitare che ci sia un altro conflitto. Dovrà essere una forza di difesa comune, con costi da condividere. Poi serviranno un’economia comune e un unico ministro degli Esteri». Correva l’anno 1951, tre anni prima della morte dello statista democristiano. (intervista di “Avvenire al nipote di Alcide De Gasperi)

L’Europa se procede in ordine sparso è “becca e bastonata”. Smettiamola di pendere dalle sozze labbra di Donald Trump e procediamo per la nostra strada. C’è però pregiudizialmente un punto da chiarire: esiste in Europa chi è ideologicamente d’accordo con Trump e fa quindi fatica a prescindere da lui? Certamente sì. Tra costoro ci sono almeno due forze politiche del governo italiano. L’euroscetticismo in Italia e non solo in Italia è al governo, negli Stati più decisivi in chiave europea assume contorni di vero e proprio antieuropeismo nelle opposizioni di estrema destra.

Fin qui il discorso ideologico, poi viene quello politico: i partiti sedicenti europeisti non sono troppo convinti e convincenti. A volte si ha la sensazione che nell’Europa nessuno ci creda fino in fondo…

Allora tutto diventa difficile e velleitario. Occorrerebbe un salto di qualità nel senso di porre gli interessi europei al di sopra di quelli delle botteghe nazionali e partitiche: le attuali classi dirigenti non hanno questo coraggio e questa capacità.

L’Europa è debole perché è divisa istituzionalmente ed equivoca politicamente. In qualsiasi famiglia, se arrivano forti attacchi dall’esterno, ci si difende serrando le fila, mettendo in campo tutte le chance e assegnando la guida a chi ha carisma e capacità. Diversamente la famiglia rischia di andare a catafascio se qualcuno strizza l’occhio agli esterni e guarda ai propri interessi particolari.

Ho la sensazione che, tutto sommato, nell’Europa Unita ci credano più i popoli dei loro governanti: mentre i secondi tendono a balbettare di fronte agli attacchi esterni provenienti da Trump, per i primi ho l’impressione che stia scattando se non lo spirito unitario almeno quello dell’orgoglio e della difesa dell’autonomia e dell’indipendenza. Il ragionamento della gente sembra essere questo: abbiamo tanti limiti, difetti e problemi, ma nessuno deve permettersi di introdursi subdolamente in casa nostra per specularci sopra.

Sarebbe quindi il momento di cavalcare questa istintiva reazione popolare per proporre un modello di Europa più sociale e più giusto, nell’interesse del nostro continente e di tutto il mondo.

 

 

La colpa di essere bambini

L’Ice adesso usa i bambini come esca per arrestare gli immigrati a Minneapolis. Un bambino di 5 anni, Liam, e altri tre di meno di dieci, sono stati detenuti dagli agenti federali dell’immigrazione durante una retata. La denuncia delle autorità scolastiche del Minnesota. Le versioni dell’Amministrazione Trump e delle autorità scolastiche del Minnesota divergono, ma un fatto è accertato. Un bambino di cinque anni, e altri tre di meno di dieci, sono stati detenuti dagli agenti federali dell’immigrazione nell’area di Minneapolis. Mentre la stretta degli arresti e delle deportazioni di massa portati a termine dall’Ice si allarga ad altri Stati, e continua ad alimentare polemiche sulle modalità operative dell’agenzia, il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha smentito che gli agenti abbiano «arrestato» il bimbo, Liam Conejo Ramos, alla periferia della metropoli del Minnesota. Secondo loro il minore sarebbe stato «abbandonato» durante un’operazione mirata a fermare il padre, Adrian Alexander Conejo Arias, cittadino ecuadoriano senza documenti, e che l’uomo sarebbe fuggito a piedi lasciando il figlio solo nel veicolo.

Il caso è però diventato rapidamente uno dei simboli delle tensioni locali. Il distretto scolastico di Columbia Heights, dove il piccolo frequenta il kindergarten, ha infatti denunciato che almeno quattro bambini sarebbero stati coinvolti in fermi o trattenimenti da parte degli agenti federali, accusando Ice di aver usato il piccolo Liam come esca. «Hanno chiesto a Liam di bussare alla porta di casa per verificare se all’interno ci fossero altre persone – ha detto la soprintendente Zena Stenvik – e poi l’hanno detenuto. Perché trattenere un bambino di cinque anni?». In risposta, il vicepresidente JD Vance si è recato a Minneapolis per mostrare il suo sostegno agli agenti federali impegnati nell’operazione, contestata da settimane, soprattutto dopo l’uccisione di Renee Good, cittadina americana di 37 anni e madre di tre figli, colpita a morte da un agente dell’Ice il 7 gennaio. Vance ha partecipato a un incontro con leader locali e membri della comunità dedicato al tema del “ripristino della legge e dell’ordine” e a una maggiore cooperazione con il governo federale. (da “Avvenire” – Elena Molinari –New York)

Notizia a dir poco inquietante. Ammesso e non concesso che il fine sia giusto (la lotta senza quartiere all’immigrazione clandestina ritenuta fonte di delinquenza), è tale da giustificare i mezzi (detenzione di bambini usati come esca)? La domanda mi sembrerebbe retorica anche se oggi nulla lo è più. Il vice-presidente Usa ci sta mettendo la faccia schierandosi aprioristicamente con la polizia speciale che di speciale ha soltanto la spregiudicatezza ed il cinismo del metodo di lavoro. Cosa volete che sia…

Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore: benvenuti a Gaza Riviera. Il piano visionato da “Avvenire” prevede di inabissare i detriti per ottenere un nuovo litorale (il doppio di Rimini). Tra le rovine anche armi e corpi. E fondi per allontanare 400mila gazawi (Nello Scavo -inviato a Ramallah)

E la chiamano pace! La pace dei sepolcri! Da tempo il mare è diventato la tomba dei migranti, diventerà anche quella dei gazawi, bambini compresi, tanto ormai sono morti…

Uno dei punti critici del pacchetto (oltre alle misure su manifestazioni, perquisizioni e fermi di polizia per 12 ore) riguarda una ventilata stretta sui minori stranieri non accompagnati, che la Lega caldeggia. «Oggi rimangono fino a 21 anni – incalza Salvini – e spesso hanno 21 anni come li ho io. Prevedere che chi commette un reato smetta di essere assistito a carico degli italiani, è una norma di buon senso». A chi gli chiede se sui contenuti possano giungere perplessità del Quirinale, il vicepremier ribatte: «I testi non ci sono ancora, come si fa a storcere il naso? Non riesco a prevederlo». Non è prevista alcuna super polizia dell’immigrazione come l’americana “Ice”, aggiunge. (da “Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

“Excusatio non petita accusatio manifesta” è un proverbio latino medievale che significa “scusa non richiesta, accusa manifesta”, traducibile in italiano come “chi si scusa si accusa”. Suggerisce che chi si affanna a giustificare il proprio comportamento senza essere stato accusato tradisce una colpevolezza o qualcosa da nascondere, anche se in realtà potrebbe essere innocente.

Il minimo comune denominatore di questa perbenistica deriva securitaria è il cinismo, che arriva direttamente o indirettamente ad una sorta di delirio. Sono sconcertanti l’indifferenza e la brutalità con cui vengono, uccisi, lasciati morire, usati, strumentalizzati, tormentati e sepolti i bambini e i minori. Non ci può essere alcuna giustificazione plausibile.

Che il trumpismo stia facendo scuola è innegabile. La politica italiana fa una certa fatica a stigmatizzarne i principi e i comportamenti. Il consenso che il tycoon per antonomasia ottiene in patria e all’estero, gira e rigira, trova la sua ragione nella capacità di politicizzare i peggiori istinti dell’animo umano. Trump sdogana le coscienze: tutto si può comprare, tutto è lecito, tutto è destinato a miglior causa. Quale causa? Lasciamo perdere…

Un tempo si diceva che, se gli Usa hanno il raffreddore, la Gran Bretagna ha il mal di testa e viceversa. Oggi possiamo trasformare questa nota battuta di carattere geopolitico in una emblematica proporzione etico-matematica: l’Ice sta a Trump come la super-polizia italiana sta a Salvini.

L’Occidente democratico è ridotto così…qui, Zelensky permettendo, se non fuggo, abbraccio Putin, col suo bravo imperialismo, duro e piantato lì come un piolo.

 

 

 

I toni di Trump o la musica di Carney

“Un toc ‘d pan e ‘na bastonäda”: era la mirabile sintesi che una donna faceva in negativo del comportamento dei suoi parenti, i quali l’avevano soccorsa (?) nei momenti difficili della sua vita salvo fargliela pagare in termini di umiliazione morale. Questa cinica filosofia dell’aiuto si attaglia perfettamente al pensiero e al comportamento di Donald Trump adottato nei confronti dell’universo mondo.

Credo che a livello personale subire il continuo rinfacciamento degli aiuti ricevuti in passato, la minaccia di non riceverne più in futuro, il ricatto messo alla base dei rapporti siano il peggior modo di convivere: meglio rinchiudersi nella propria situazione di difficoltà anche estrema piuttosto che adattarsi ad una simile prospettiva di malessere relazionale.

L’Europa ha tutti i difetti di questo mondo, ma essere trattata a pesci in faccia da un ignorante, presuntuoso, violento alleato non è minimamente accettabile. I casi sono due: o si accetta obtorto collo la spada di Trump sul capo oppure si reagisce lavorando sodo per ottenere autonomia e indipendenza.

Ho sentito dire che tutto il mal non vien per nuocere, nel senso che gli attacchi trumpiani dovrebbero scuotere i Paesi europei e consigliare loro un orgoglioso scatto verso l’unità e il riscatto dalla dipendenza americana. Non sarà facile, ma non vedo alternativa. Sopportare il clima instaurato da Trump non è possibile. Costerà molti sacrifici, ma è meglio mangiare un pezzo di pane in casa propria che gustare il companatico in casa di chi ti tratta da cane.

Si dirà che questi ragionamenti sono dettati dalle emozioni del momento e non da razionali analisi politiche: sono stanco di una politica che calpesta i sentimenti. Marco Travaglio sostiene che gli Usa si siano sempre mossi in questa logica e che la differenza consista soltanto nel fatto che Trump dice fuori dai denti quel che i suoi predecessori pensavano e sotto-sotto comunque imponevano. Può essere in parte vero. Ciò non toglie che tutto ha un limite…

Quando a mio padre rimproveravano di essere esageratamente permaloso di fronte a certe frasi, era solito affermare convintamente: «L’ è al tón ch’a fà la muzica…». Intendeva rinviare ogni valutazione all’espressione e al modo di porgere: quello appunto che finisce col portare alla musica. E la musica si è fatta inascoltabile, insopportabile e pericolosa.

Sta saltando tutto: i valori non contano nulla, i principi sono fatti apposta per essere calpestati, nemmeno gli interessi vengono rispettati. Allora bisogna ripartire da zero, dai sentimenti, dalle emozioni, dai brividi, dai tremori. Bisogna cioè farsi coraggio e ricominciare da capo.

Non mi illudo, ma ho colto con grande piacere le parole del premier canadese: Europa e Canada sono i bersagli preferiti e principali dell’offensiva statunitense. Mi trovo perfettamente d’accordo con lui. Era ora che qualcuno cercasse di alzare il capo, di farsi coraggio e di fare coraggio. Come minimo sta cercando di ripartire dagli interessi: meglio di niente…. Carney sta traducendo le sacrosante emozioni in sfida politica ed economica: una bella sfida nella sfida!

Non è stato il solito discorso diplomatico. L’intervento di Mark Carney, primo ministro del Canada, al World Economic Forum ha segnato quello che molti osservatori definiscono un punto di non ritorno per la politica estera occidentale. Parlando a una platea gremita, Carney ha ricevuto una rara standing ovation dai leader globali per aver dichiarato senza mezzi termini la “fine dell’ordine internazionale basato sulle regole” e l’inizio di una “realtà brutale” per le medie potenze.

Il cuore del discorso, che ha rimbalzato freneticamente su X e sulle testate di tutto il mondo, è stato un appello alle “medie potenze” affinché si uniscano per non essere schiacciate dalla rivalità tra grandi superpotenze (un riferimento implicito ma chiarissimo agli Stati Uniti di Donald Trump e alla Cina).

La frase che è diventata immediatamente virale sui social media riassume perfettamente il nuovo approccio pragmatico canadese: “Le medie potenze devono agire insieme, perché se non siamo al tavolo, siamo nel menù”.

Carney ha avvertito che l’integrazione economica, un tempo vista come garanzia di pace, viene ora usata come “arma” attraverso dazi e coercizione finanziaria. “La nostalgia non è una strategia”, e ha invitato l’Europa e gli altri alleati a costruire una “autonomia strategica”.

L’attenzione in Europa è stata altissima, con le principali testate che hanno letto nelle parole di Carney un manifesto per la sopravvivenza dell’Europa stessa. In Francia, Le Monde ha collegato direttamente le parole di Carney al clima di tensione transatlantica, notando come il discorso abbia fatto eco all’intervento del Presidente Macron, il quale ha ribadito di preferire “il rispetto ai bulli”. Nel Regno Unito, e va ricordato che Carney è stato per anni governatore della Bank of England, la Bbc ha posto l’accento sulla franchezza di Carney nel dichiarare che “il vecchio ordine non tornerà”, un messaggio che ha risuonato forte a Londra, dove le conseguenze del post-Brexit si intrecciano con la necessità di nuove alleanze. Negli Stati Uniti, il New York Times ha parlato di un Canada che “mostra i muscoli” (Canada Flexes), descrivendo il discorso come un netto “rimprovero al primato statunitense” e la presa d’atto della fine della Pax Americana.

Sui social network, l’hashtag #Davos2026 è stato dominato dagli estratti video di Carney. Molti utenti e analisti su X hanno definito l’intervento come “uno dei discorsi più consequenziali di un leader globale negli ultimi anni”. Il dettaglio più commentato è stata la reazione della sala. È raro che un discorso politico a Davos riceva una standing ovation così calorosa, un segnale interpretato dagli utenti come un tacito consenso dell’élite globale verso la necessità di un’alternativa all’unilateralismo americano. Su Reddit, in particolare nel thread di r/IRstudies (Studi sulle Relazioni Internazionali), il discorso è stato definito “eccezionale” per la sua chiarezza strategica, con molti utenti che hanno apprezzato il rifiuto di Carney di usare la solita retorica diplomatica vuota.

Il discorso di Mark Carney ha cristallizzato un sentimento diffuso ma spesso taciuto nelle cancellerie europee: la consapevolezza che l’era della protezione automatica americana è finita. Come ha notato la Cbc canadese, questo intervento pone il Canada (e potenzialmente l’Europa) non più come spettatore, ma come architetto di una “terza via” tra i blocchi di potere. (redazione adnkronos)

 

 

I massimi sistemi e le minime strategie

L’Occidente moderno è stato ed è ancora un sistema-mondo. È stato Immanuel Wallerstein a chiamarlo così: un sistema-mondo occidentale che non abbraccia tutto il mondo ma che crea un suo mondo. Un sistema basato sull’individuo e sulla sua interiorità (intesa anzitutto in senso religioso e morale), sull’economia capitalista, su una rete politico-istituzionale a maglie larghe – quella degli Stati nazionali – e su una proiezione verso il resto del pianeta (colonialismo). Sorretto da un umanesimo cristiano, è stato capace di straordinaria innovazione tecnologica, di sviluppo economico sconosciuto alle epoche precedenti e di una raffinata creatività politico-istituzionale (sovranità popolare, Stato di diritto, democrazia, regolamentazione dei rapporti internazionali ecc.). (“Avvenire” – Agostino Giovagnoli)

Mentre il discorso si è drammaticamente spostato sui massimi sistemi e la loro profonda revisione, la politica rimane testardamente attaccata alle minime strategie di aggiustamento.

Al senso religioso e morale si è sostituita l’istituzionalizzazione dell’egoismo.

Trump sta semplicemente applicando su scala globale una vecchia regola di comportamento: tutto è moralmente lecito, a patto che le azioni condotte aumentino l’utilità generale o particolare. È il principio dell’utilitarismo, una teoria contro cui la Chiesa ha da sempre lottato. È l’esatto contrario della matrice cattolica, che ha favorito l’etica delle virtù e ha generato l’economia civile. In pratica: si legittima il perseguimento del proprio interesse come via maestra per ottenere un supposto bene collettivo. Non a caso, Trump non parla di trattati e di regole. Dice «mi conviene». Mi conviene prendermi la Groenlandia, mi conviene ricostruire Gaza e l’Ucraina… Per questo, pensa a comprare e a conquistare. È l’egoismo eretto a politica, che però esercita un fascino ancora più perverso nel momento in cui, come dice Jurgen Habermas, le democrazie occidentali hanno eroso il loro fondamento morale. (Stefano Zamagni – intervista ad “Avvenire”)

All’economia capitalista si sono sovrapposte impressionanti concentrazioni di potere tecnologico-finanziario che dettano le regole al sistema politico-istituzionale inadeguato a fronteggiarle.

Il colonialismo è stato sostituito dal subdolo sfruttamento dei Paesi sottosviluppati, che nel loro schizofrenico percorso di crescita diventano mine vaganti, pietre d’inciampo e fattori di subbuglio negli equilibri politico-economici internazionali, lasciando inalterate le loro debolezze sociali scaricate soltanto con le valvole di sfogo della migrazione.

Il sistema capitalista si è evoluto, ma ha portato ad una iniqua distribuzione della ricchezza nei singoli Paesi e tra i diversi Paesi. Quello del sistema capitalista era ed è il punto dolente del mondo Occidentale: viene accettato così com’è, supinamente e alla lunga è la causa scatenante di tanti se non di tutti i mali.

Il sistema istituzionale scricchiola fra autarchie, democrature, unilateralismi, estremismi, nazionalismi e sovranismi.

Di fronte a questo autentico cataclisma la politica dimostra tutta la sua inconsistenza: apre l’ombrellino della mediazione sotto il diluvio della crisi sistemica.

Ma che cosa sanno i politici europei del sistema-mondo occidentale? In Occidente la politica ha divorziato dalla cultura, compresa quella storica, e fatica ad avere una visione adeguata degli sconvolgimenti in atto (anche se ci sono eccezioni: piaccia o no, Macron è una di queste). Il problema riguarda anche l’Italia che non ha ancora metabolizzato l’urgenza di un’Europa ferma e compatta davanti alle minacce trumpiane. (ancora Agostino Giovagnoli)

Lasciamo stare la pochezza, per non dire la nullità del governo italiano e della premier che si illude di tenere a bada le mire trumpiane con le mossette e le carinerie del suo penoso repertorio. Non vale nemmeno la pena di addentrarsi nello scontro nostrano tra linea morbida del tirare a campare e linea dura del tirare le cuoia. A questo punto, invertendo la nota tesi andreottiana, ritengo comunque meglio rischiare di tirare orgogliosamente le cuoia piuttosto che ridursi a mangiare le briciole che cadono dalla tavola trumpiana.

Molto più grave è però il sostanziale immobilismo europeo, bloccato sulla guerra dei dazi e sul “sesso” europeo da contrapporre a quello statunitense.

Se l’Europa vuole restare un sistema-mondo c’è bisogna di più difesa comune e di più coordinamento per l’innovazione, come ha ripetuto Mario Draghi ricevendo il premio Carlomagno. Vanno cercati intese con altre aree del mondo, come mostra l’accordo Mercosur e come insegna quello tra Canada e Cina ecc. Insomma, gli europei possono salvare il sistema-mondo occidentale, adattandolo a un mondo che si è fatto più largo, più popolato e più complesso. (ancora Agostino Giovagnoli)

Occorrerebbe un coraggioso slancio valoriale per togliere il tutto dalle secche degli aggiustamenti di potere e rilanciarlo nel mare della politica vera. Di fronte al perseguimento di minimi equilibri tattici si ha un senso di scoramento: o ci si alza dalla palude o si rimane comunque impantanati.

L’Europa si è seduta sugli allori, ma ha davanti a sé una grande occasione. Bruxelles sta finalmente reagendo, al netto della variante di Viktor Orbàn che si è detto pronto a farsi suddito di Trump. Istituzioni come le Nazioni Unite e il Fondo monetario sono chiamate a riscrivere completamente i loro statuti, come chiede da decenni la società civile. Bisogna rilanciare quanto disse in modo profetico Paolo VI nella “Popolorum Progressio”: lo sviluppo è il nuovo nome della pace. Prepariamo la pace, non la guerra, facciamo nostra la lezione di Jacques Maritain. Tocca alla Chiesa e al mondo cattolico mobilitarsi e risvegliare le coscienze. Ci aspetta una grande sfida culturale contro gli autoritarismi. (ancora Stefano Zamagni)

Si vis bellum para arma

Nel 2026 le società del settore difesa quotate sono pronte a registrare «solidi aumenti di fatturato e profitti», grazie all’evasione di «ordini arretrati record, in aumento di circa il 10% rispetto alla fine del 2024»: questa non è una visione ma la fotografia scattata dagli analisti di Bloomberg Intelligence sul settore alla luce della crisi Venezuelana e dei conflitti in corso.

Sono gli effetti delle tensioni geopolitiche e delle attuali politiche di riarmo. In particolare, il settore delle armi ha messo a segno dei significativi rialzi in Borsa. Secondo gli analisti di Morgan Stanley, l’azione militare degli Stati Uniti potrebbe «rafforzare la necessità per l’Europa di assumersi in futuro maggiori responsabilità per la propria sicurezza e autonomia strategica». Le principali società del settore quotate in Europa (Rheinmetall, Saab, Leonardo e Bae), secondo l’analisi di Bloomberg Intelligence, potranno addirittura superare i loro omologhi statunitensi grazie agli ordini per la difesa terrestre, aerei da combattimento e difesa aerea nell’ambito del tentativo dell’Europa di «ricostruire le proprie capacità interne in un ciclo di investimenti pluriennale, data la minaccia russa e il riorientamento degli Stati Uniti verso l’Asia-Pacifico e l’America Latina».

Nel dettaglio, solamente sul fronte dei blindati, secondo gli analisti, la spesa europea potrebbe lievitare di oltre 70 miliardi di dollari. Grazie alle stime sulle vendite per i prossimi anni le società europee sono destinate a «colmare il divario con quelle americane». I principali gruppi della difesa, inoltre, dopo aver subito una depressione dei tassi di crescita nel periodo 2021-2024, l’anno scorso hanno superato gli indici di mercato e ora sono pronte a beneficiare di una «domanda robusta che persisterà per tutto il decennio». Gli analisti, vedono dunque sul settore azionario un ampio margine di «apprezzamento e un ciclo rialzista strutturale, con crescita prevista anche nel caso di riduzione dei conflitti». (“Avvenire” – Elisa Campisi)

 

«Chi parla della pace spesso non è attendibile, perché il proliferare degli armamenti conduce in senso contrario. Sarebbe un’assurda contraddizione parlare di pace, negoziare la pace e, al tempo stesso, promuovere o permettere il commercio delle armi» (Papa Francesco ai diplomatici, 15 maggio 2014).

 

«Perché armi mortali sono vendute a coloro che pianificano di infliggere indicibili sofferenze a individui e intere società? Purtroppo la risposta, come tutti sappiamo, è semplicemente per denaro: denaro che è intriso di sangue, spesso del sangue innocente. Davanti a questo vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il problema e fermare il commercio di armi» (Papa Francesco, discorso all’Assemblea plenaria del Congresso degli Stati Uniti d’America).

 

«Lancio un appello a tutti quelli che usano ingiustamente le armi di questo mondo: deponete questi strumenti di morte. Armatevi piuttosto della giustizia, dell’amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace» (Papa Francesco, viaggio in Centrafrica).

 

«Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (Papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari).

 

«La corsa agli armamenti non risolve né risolverà mai. Essa serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come se oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti» (papa Francesco nella sua Esortazione “Evangelii Gaudium).

 

Non si potrà dire che papa Francesco non sia stato chiaro sulla totale incompatibilità evangelica del ricorso alle armi. Il “si vis pacem para bellum” è radicalmente contestato nella sua irrazionalità prima che nella sua immoralità. O si ha il coraggio di uscire dalla logica perversa delle armi o si finisce vittime della guerra a tutto spiano.

 

Il bilancio del ministero della Difesa per il 2026 è di circa 32 miliardi e 300 milioni di euro, con una crescita netta di 1,1 miliardi, il 3,5%, rispetto alle previsioni di spesa per il 2025. E nel triennio il maggior onere per il bilancio dello Stato è di oltre 3,5 miliardi. Per capire la spesa militare “pura”, si sottraggono però alcune voci come quelle relativi al lavoro dei Carabinieri sul territorio, e se ne aggiungono altre “esterne”. In particolare, fanno riflettere i numeri che provengono dal dicastero delle Imprese e del Made in Italy. Gli interventi in materia di difesa nazionale del ministero retto da Adolfo Urso valgono poco meno di 9,2 miliardi di euro, come dettagliato anche da Il Sole 24 Ore. In sostanza, un impegno economico paragonabile a quello profuso per tutto il resto dell’industria “non bellica”. Il “togli e metti” in ogni caso fa salire la spesa militare diretta per il 2026 – è ancora Milex a fare la sintesi – a 34 miliardi di euro, nuovo record storico.

Come detto però è solo l’inizio. Nel Documento programmatico di finanza pubblica l’Italia assume l’impegno, nel triennio 2026-2028, ad aumentare le spese per Difesa dal 2% al 2,5% del Pil, nell’ambito del percorso verso il 3,5% (più 1,5% in sicurezza) concordato con la Nato con scadenza 2035. Roma ha inoltre chiesto l’accesso ai prestiti Safe dell’Unione Europea per un totale di quasi 15 miliardi di euro. Ma sul riarmo le carte il Governo le girerà definitivamente solo tra qualche mese, quando diventerà ufficiale l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. Da quel momento l’esecutivo potrà chiedere anche l’accesso alla clausola di salvaguardia europea, che consente di spendere in difesa sino all’1,5% del Pil (in quattro anni) in deroga al Patto di stabilità. Corrispondono a 33 miliardi di euro. (da “Avvenire” – Marco Iasevoli)

 

Mio Padre, nella sua semplicità, quando osservava l’enorme quantità di armi prodotta, rimaneva sconfortato e concludeva per un inevitabile inasprirsi dei conflitti al fine di poter smaltire queste scorte diversamente invendute ed inutilizzate. «S’in fan miga dil guéri, co’ nin fani ‘d tutti chi ilj ärmi lì?» si chiedeva desolatamente.

 

La micro-anti-diplomazia del cittadino

Veniamo quindi a tre modelli schematici che possono riassumere le attuali prospettive geopolitiche, rimesse in gioco negli ultimi anni. In primo luogo, almeno per l’Europa, c’è ancora l’idea di un ordine liberale, con l’attenzione ai diritti umani e il ruolo delle istituzioni sovranazionali, come le Nazioni Unite, per cercare di garantire attraverso pressioni legittime una dialettica interna che non degeneri nella violenza. Viene poi la concezione del confronto tra potenze, nel quale prevale l’interesse ad allargare le proprie zone di influenza e a utilizzare la logica della deterrenza e della forza militare. Le dichiarazioni di Donald Trump che lasciano intravedere un intervento armato vanno in questa direzione. Infine, la visione di un assetto post-occidentale (per esempio come descritto dallo studioso Amitav Acharya) propone una pluralità di centri di governance, di modelli di legittimità politica e di fonti normative. Ciò include le posizioni di Cina e Russia che difendono la sovranità di Teheran e la non interferenza nei suoi affari da parte di altri Stati, anche se Mosca pare più incline a salvaguardare un forte partner nel settore degli armamenti, assai rilevante per la guerra d’invasione in Ucraina, che a tutelare principi generali.

(…)

Bombardare il quartier generale potrebbe essere l’avvio della soluzione? Magari per riportare in patria il figlio dello Scià, come vorrebbero alcune frange dell’opposizione. L’opzione bellica pare un azzardo spericolato, che potrebbe costare altre carneficine. Di fronte all’ingiustizia e all’impotenza, rimane tuttavia per molti la tentazione di ritenerla un tentativo da compiere. Nel mondo multipolare di oggi, serve soprattutto la capacità di mediazione e una lungimirante determinazione che i dimostranti a Teheran accoglierebbero, si presume, con più soddisfazione del cinismo di Russia e Cina e dei potenziali missili americani. (“Avvenire” – Andrea Lavazza)

Faccio molta fatica ad arrendermi alla cinica diplomazia multilaterale, che, devo ammetterlo, è tuttavia sempre meglio del cinico e sbrigativo interventismo unilaterale.  L’approccio che mi viene spontaneo per la crisi iraniana e per tutte le situazioni conflittuali internazionali è quello del testardo dialogo, anche se sembra ridicolo dialogare con i pasdaran iraniani. La mediazione è altra cosa che rischia di occultare gli interessi legittimi sotto la coltre degli interessi economici e di potenza.

Finora la coesistenza era resa possibile dagli equilibri fra le superpotenze nucleari con gli organismi internazionali a fare da copertura agli accordi taciti e alle intenzioni inconfessabili. È saltato tutto! Le superpotenze sono aumentate nel numero e nell’aggressività, la tattica del fatto compiuto prevale sulla strategia degli accordi più o meno trasparenti, le leadership si sono sempre più personalizzate ed indebolite, le opinioni pubbliche sono fagocitate dalle narrazioni mediatiche.

E se la soluzione dei problemi non fosse macro ma micro cioè se dipendesse molto dalle scelte personali più che da quelle nazionali ed internazionali? Mi propongo un quesito esistenziale davanti ad un mondo che rischia sempre più di andare in malora: cosa posso fare io per dare un seppur piccolo contributo positivo?

Certamente occorre denunciare le ingiustizie da cui nascono i conflitti, le contraddizioni, le guerre e le persecuzioni, anche scendendo in piazza e solidarizzando con chi lotta a costo della vita. Direbbe il filosofo Immanuel Kant che abbiamo un dovere di farlo più per noi, se vogliamo rimanere all’altezza dello status di individui morali, che per le persone sparse nel mondo, che vorremmo e dovremmo aiutare.

Poi bisognerebbe operare nel nostro piccolo scelte politiche coerenti a livello nazionale e locale: interessarsi e partecipare alla politica, evitando di chiuderci nel fatalismo che è l’anticamera dell’egoismo.

Poi è necessario adottare stili di vita personale, famigliare, professionale in linea con i valori che vogliamo testimoniare.

Poi, se credenti, urge esprimere convintamente e innanzitutto fiducia e speranza in Dio, pregandolo perché venga in nostro soccorso, non con interventi miracolosi, ma tramite l’illuminazione e il sostegno del nostro agire da cristiani autentici.

Sarebbe già tanto! Proviamoci…

 

Dalla penombra al buio pesto

In 365 giorni il tycoon, al suo secondo mandato alla Casa Bianca, ha modificato, forse definitivamente, la percezione comune sul ruolo degli Usa nel mondo. Decreti a raffica, minacce ai Paesi sovrani, uso della forza dentro e fuori il Paese: ecco un primo bilancio. Un anno di svolte brusche e inversioni di rotta che hanno spiazzato l’opinione pubblica americana e internazionale e messo in difficoltà i partner storici degli Stati Uniti. A dodici mesi dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump non è solo la rapidità dei cambiamenti imposti dal presidente a colpire, ma anche la loro direzione, che segna una rottura con gli ultimi decenni di politica americana. Lo dimostrano soprattutto le immagini che fanno da sfondo a questo anno di tariffe e licenziamenti di massa di dipendenti federali, di decreti firmati a raffica e di minacce a Paesi sovrani: video di città militarizzate, prima dalla Guardia nazionale e poi dagli agenti dell’Ice, uomini armati e mascherati su blindati per le strade, episodi di violenza indiscriminata e promesse del capo della Casa Bianca di ricorrere a strumenti eccezionali per “ristabilire l’ordine”. Sono eventi che gli alleati degli Stati Uniti e una parte crescente degli americani faticano a riconciliare con l’idea di una democrazia occidentale stabile. Le trasformazioni, però, hanno una fragilità strutturale: gran parte delle decisioni è stata imposta con ordini esecutivi che un futuro presidente potrebbe revocare in tempi rapidi. (“Avvenire” – Elena Molinari)

A volte mi viene un dubbio atroce: Trump ha cambiato veramente la politica statunitense o l’ha soltanto adattata ai tempi, facendo emergere brutalmente gli indirizzi costantemente adottati dagli Usa a livello interno ed internazionale? Forse prima veniva usata la carota mentre ora viene snudato il bastone? Forse Trump ha il “coraggio” di dichiarare apertamente le intenzioni inconfessabili del passato?

Non sono mai stato un filo-americano, non ho mai capito la società di questo grande Paese, ho sempre visto con scetticismo e fastidio l’eco del loro stile di vita nel nostro modo di vivere, non sono mai riuscito a cogliere un filo storico-culturale positivo al di là di qualche stentoreo acuto kennediano e delle battaglie americane per i diritti dei neri.

Ad un certo punto abbiamo imparato talmente bene la loro lezione da invertire la tendenza: siamo stati noi europei e italiani in particolare a dettare il compito agli americani: si pensi al berlusconismo che in un certo senso fa da copione al trumpismo. Il giochino è impazzito, lo strano caso del Dottor Henry Jekyll e del suo alter ego, Mister Edward Hyde è diventato realtà: divertiamoci ad assegnare le parti…

Abbiamo avuto troppa accondiscendenza nei confronti della politica statunitense: ci conveniva dire sempre di sì, avevamo paura del comunismo, l’ombrello della Nato ci faceva molto comodo. Non ci siamo accorti che chi tentava minimamente di uscire da questa tenaglia (è il caso di Aldo Moro) faceva una gran brutta fine. C’è voluto il suo tempo, c’è voluto Trump per farci capire che i rapporti politici a livello internazionale sono molto più complessi di quanto pensassimo. Non vedevamo che dietro tanti regimi autoritari sparsi nel mondo c’era la longa manus statunitense? Non vedevamo che gli americani facevano i loro porci comodi in giro per il mondo? Non vedevamo che gli aiuti che ci venivano indubbiamente concessi avevano un prezzo da pagare nel tempo e nello spazio?

Forse è venuto il momento di aprire gli occhi, sperando che non sia troppo tardi. Non sarà facile infatti invertire certe tendenze all’appiattimento filo-americano, dovremo cambiare mentalità, dovremo fare sacrifici, dovremo ridisegnare le mappe delle alleanze a geometria variabile, dovremo capire che l’ombrello della Nato va sostituito con quello europeo se non vogliamo annegare sotto il diluvio trumpiano, sperando magari che i primi a svegliarsi dal sonno siano gli americani stessi col rischio di ricominciare da capo la manfrina che ci sta divorando.

Quando nel dopoguerra si discuteva l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico, nella democrazia cristiana c’era chi come De Gasperi era convintamente favorevole (facendo magari anche un po’ di necessità virtù) e c’era chi, come Giuseppe Dossetti nutriva idealmente diverse perplessità pensando al cosiddetto neo-atlantismo (una versione più leggera ed autonomistica del patto stesso). Vinse la linea degasperiana; Dossetti se ne uscì dal partito e dalla politica anche per quel motivo: capì infatti che il pragmatismo vincente sulle idealità non faceva per lui e si dedicò a ben altre scelte di vita.

Ho sentito recentemente affermare come la storia abbia dato ragione a De Gasperi. Ne siamo proprio convinti? Non si trattava in alternativa di aderire al blocco comunista, ma semmai di coniugare la sincerità delle alleanze con il diritto/dovere dell’autonomia.

Le attuali rivelazioni sul ruolo degli Usa mi pare che mettano qualche dubbio e gettino una secchiata di acqua gelida sulle scelte di allora. Mi si dirà che occorre contestualizzare. Sono d’accordo. Ma occorrerebbe anche profetizzare, cioè guardare più avanti che si può…