Gli orrori della destra e gli errori della sinistra

Ci sono donne che si mettono in viaggio convinte che il peggio, a loro, non accadrà, che le storie raccontate da altre connazionali non le riguardino, e che valga la pena correre il rischio perché forse, dopotutto, non andrà così male. Poi c’è chi parte per l’Europa completamente ignara del pericolo, esponendosi a uno choc ancora più devastante. Se la rotta del Mediterraneo centrale è da tempo conosciuta come una delle più letali, esiste però, secondo uno studio appena pubblicato dal Danish Institute for International Studies (Diis) di Copenaghen, un ulteriore, terribile aspetto spesso trascurato che la caratterizza. È la presenza “sistematica e normalizzata” della violenza sessuale durante tutto il tragitto, caratteristica determinante e “quasi inevitabile” dell’esperienza migratoria. «Sebbene la diffusione del fenomeno sia ben nota, la questione non è stata ancora considerata una priorità politica, gli interventi umanitari rimangono limitati e i responsabili delle violenze non sono ancora assicurati alla giustizia», scrivono le ricercatrici nel report “The hidden crisis”, la crisi nascosta. Secondo le loro stime, tra il 50% e il 90% delle donne in viaggio sulla rotta del Mediterraneo centrale subisce violenza sessuale. Non capita solo in Libia, ma anche in Niger, Sudan, Mali, Algeria e Tunisia. 

In generale, tra chi commette abusi sessuali figurano al primo posto i trafficanti (il 45% del totale, per uno studio del 2020 citato dal Diis), poi forze di sicurezza e guardie di frontiera (al 19%), gruppi criminali (11%), ma anche individui appartenenti alle comunità di migranti (10%) o umanitarie. La violenza ha forme molteplici, dallo stupro, anche di gruppo, alla tortura sessuale, all’obbligo di assistere ad abusi, al sesso forzato nei rapimenti per estorsione.

A colpire, per i tristi dettagli forniti, è il capitolo dello studio dedicato alle strategie adottate dalle migranti per ridurre i rischi e le conseguenze delle violenze. Fino al caso estremo di chi, riconoscendo gli abusi come una possibilità concreta, ricorre alla contraccezione prima di partire per evitare gravidanze, «una delle paure più grandi di molte donne» in transito, come spiega un operatore. Uno dei metodi contraccettivi usati è l’iniezione ormonale di progestinico, ma si ricorre anche a «bevande a base di erbe» o a pillole anticoncezionali. Tra le strategie per evitare le violenze, si tenta di spostarsi in gruppo, stringere relazioni a scopo di protezione, ma anche nascondere il proprio aspetto, con le donne cattoliche che in alcuni casi indossano l’hijab per fingersi musulmane, perché queste ultime sembrerebbero meno esposte al rischio. Oppure c’è chi si veste da uomo, o finge di essere incinta.

Viene citato anche l’uso di pillole per provocare sanguinamenti vaginali, per dare l’impressione di avere le mestruazioni e allontanare gli aggressori. Se, però, si finisce per subire una violenza, occorrerà affrontare, oltre al dolore fisico e psicologico, anche lo stigma, le lacune severe nelle risposte umanitarie e giuridiche, la paura di essere arrestate o espulse nel caso si denunci, e le ritorsioni da parte degli aggressori, anche solo per essersi recate in ospedale. (“Avvenire” –Francesca Ghirardelli)

Della serie gli orrori non finiscono mai, uno tira l’altro. Più (subdola) remigrazione di così… Ebbene, la disperazione di queste persone è tale da mettere in conto di affrontare trattamenti inumani per fuggire a situazioni inumane: un paradosso che butta il mondo all’inferno. Stiamo attenti perché ci andiamo a finire tutti, dalla bolgia terrena saremo scaraventati in quella ultra-terrena.

La politica oltre che ridicola si rivela delinquenziale. Chi vota per una chiusura più o meno drastica verso i disperati ne risponderà davanti alla propria coscienza. Chi propone tout court il respingimento e/o il rimpatrio se ne assume la responsabilità davanti a Dio e agli uomini. Chi parla di gestione del fenomeno migratorio e non fa nulla per affrontarlo seriamente e concretamente è forse addirittura peggiore di chi lo vuole esorcizzare.

La sinistra non è in grado di impostare un discorso fattivo sul problema della pace e dei migranti, due facce peraltro della stessa medaglia. Qualcuno pensa che la sinistra, per riconquistare consensi e voti, dovrebbe fare il verso alla destra e, più o meno, è quello che si sta verificando.

Mia sorella sosteneva che chi ritiene che i politici siano tutti uguali finisce inevitabilmente per votare a destra: è un discorso logico. Tra chi propone che il mondo debba essere lasciato a se stesso e chi dice a parole di volerlo cambiare salvo non muovere un dito al riguardo, la scelta è (quasi) obbligata.

La destra fa il suo mestiere e lo fa benissimo!

Dopo la storica vittoria appena conquistata in Sassonia-Anhalt, dove l’AfD ha sfiorato il 44% dei voti, il programma del partito offre una chiara indicazione della Germania che vorrebbe costruire. Dalla scuola alla politica energetica, dall’immigrazione ai rapporti con Mosca, il progetto ridisegna in senso nazionalista alcune delle coordinate su cui si è costruita la Repubblica federale nel dopoguerra: più Prussia e meno memoria del nazismo, stop alla transizione energetica e ritorno al gas russo, stretta radicale su asilo e integrazione. (“Avvenire” – Redazione Esteri)

La sinistra ha rinunciato da tempo a fare il suo mestiere!

Se ciò è accaduto e sta accadendo è innanzitutto perché il partito ha trovato davanti a sé un tappeto rosso, gentilmente stesole dalle “grandi coalizioni” tra destra (CDU-CSU) e “sinistra” (SPD e Verdi). Perché il problema non è tanto alzare un muro contro una specifica organizzazione politica, ma farlo contro le idee che incarna. Se invece quelle idee vengono addirittura incorporate nel proprio bagaglio, non ci si può poi stupire se sul mercato elettorale vinca l’originale e non la copia. Perché non arrivano voti a chi compra la merce ideologica dell’ultradestra (CDU ma anche SPD), ma a chi la vende (AfD per l’appunto). (“Il Fatto Quotidiano” – Giuliano Granato)

Mio padre a chi gli rimproverava certi strafalcioni linguistici rispondeva laconicamente: “Da tabar a tabach, basta fumär…”. Da destra a sinistra, basta bojjor in-t-al nostor bròd…

 

 

 

 

L’eurobullismo masochista

Papa Francesco ha usato l’espressione «l’abbaiare della NATO alle porte della Russia» in un’intervista al Corriere della Sera pubblicata il 3 maggio 2022. Il Papa rifletteva sulle possibili cause che avevano spinto Vladimir Putin a invadere l’Ucraina. Citando un capo di Stato incontrato prima del conflitto, paragonò l’espansione della NATO a Est a un “abbaiare” che poteva aver irritato o facilitato la reazione della Russia. Il Pontefice precisò che non si trattava di giustificare l’aggressione russa, ma di ammettere una complessità di fattori e di “imperialismi in conflitto”.

Riunione dei leader della Coalizione dei Volenterosi in concomitanza dell’anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina. Il premier britannico Andy Burnham formalizza a Kiev, nella prima visita ufficiale, l’autorizzazione a fornire i progetti riservati del missile a lungo raggio Storm Shadow. Londra in questo modo permetterà a Ucraina e Francia di avviare linee di assemblaggio del missile in territorio ucraino, da impiegare contro la Russia. Macron, in ottobre e novembre esercitazione dei Volenterosi. “Abbiamo preso una decisione e le esercitazioni su vasta scala che saranno condotte proprio dalla nostra coalizione nei mesi di ottobre e novembre dimostreranno la sua prontezza operativa e la sua capacità di agire una volta cessate le ostilità. E questo è molto importante”. Lo ha detto il presidente francese Emmanuel Macron nel collegamento con i Volenterosi. “È molto importante continuare a dare prova della nostra determinazione e della nostra prontezza in materia di garanzie di sicurezza”. (ansa.it)

Il Papa parlava nel 2022 di abbaiamento, oggi si potrebbe tranquillamente parlare di virtuale bullismo. Non mi interessa di essere più o meno etichettato come amico del giaguaro russo: non accetto il comportamento dell’Europa e della Nato appiattiti in una logica di guerra che peraltro fa il gioco della Russia.

Al di là della reale intenzione di Mosca di attuare un’escalation in Ucraina e colpire i Paesi Nato, lo stallo nei negoziati fa crescere timori e diffidenza tra la Russia e l’Alleanza. E alimenta la retorica muscolare. In questo senso, vanno inquadrate le minacce dirette di Maria Zakharova alla Gran Bretagna, scagliate proprio mentre il Cremlino liquidava come «allarmistiche» le speculazioni. Di fronte alla promessa della Gran Bretagna di fornire a Kiev tecnologia militare top secret, la portavoce del ministero degli Esteri russo ha ventilato la possibilità di una «risposta contro strutture del Regno Unito sia all’interno sia all’esterno dei confini ucraini». E ha aggiunto: «Qualsiasi contingente straniero ostacoli l’operazione speciale diventerà un obiettivo legittimo». Il riferimento sono le esercitazioni annunciate per l’autunno dalla Coalizione dei volenterosi lungo la frontiera con l’Ucraina. Un atto, per Mosca, che segna «un ulteriore coinvolgimento dei Paesi europei della Nato nel conflitto». (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Come volevasi dimostrare. In mezzo a questo casino Trump fa il furbo, il garante bilaterale, e l’Italia gioca a fare la volenterosa, ma solo un pochettino.

‘L’Italia è determinata a operare al fianco dei partner internazionali per favorire un percorso negoziale verso una pace giusta e duratura’, ha confermato la premier Meloni, partecipando in video-collegamento al vertice. ‘L’Ucraina sarà uno Stato indipendente per sempre, su questo non c’è dubbio: gli ucraini non saranno mai ciottoli per gli stivali dello zar’, ha detto Zelensky nel corso delle celebrazioni. L’Italia “non parteciperà” alle esercitazioni. Lo fanno sapere fonti di governo ricordando che si tratta di una scelta in linea con la posizione italiana, ribadita più volte nei mesi scorsi dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del “no a soldati italiani” a Kiev.(ansa.it)

E allora dal momento che non si sa più a che santo-governante votarsi tanto vale votarsi a chi di santi se ne intende, vale a dire il Vaticano, che oltre tutto la sa molto più lunga in campo diplomatico.

Il “ministro degli Esteri” di papa Leone XIV è determinato ad aprire spiragli di dialogo, per quanto minimi, nella convinzione che, nel tempo, possano diventare possibili canali negoziali fra le parti. Non c’è altra strada poiché – ha ribadito Gallagher al termine del faccia a faccia con l’omologo Sergeij Lavrov – «la soluzione alla guerra non è militare». L’attenzione alle questioni umanitarie – dal ritorno a casa dei bambini ucraini agli scambi di prigionieri –, allora, diventano la base per ricostruire i legami spezzati dal conflitto. L’arcivescovo britannico lo ha ribadito, in attesa del viaggio a Mosca del cardinale Matteo Zuppi, inviato di pace, in programma nelle prossime settimane. 

A mio avviso si sta venendo a creare una situazione in cui per affrontare seriamente i problemi ed avviarli a soluzione bisogna prescindere dalla politica istituzionalizzata e sperare nelle istituzioni ecclesiastiche.

A Venezia, per trovare una mediazione sul centro di culto islamico, è intervenuto il patriarca. Moraglia ha parlato di «questione delicata», a proposito del dibattito aperto tra il Comune e l’associazione musulmana sul progetto. Il neosindaco Venturini: non ci sono le condizioni. La comunità bengalese: pronti a scendere in piazza. La diocesi: si risponda all’esigenza di avere un luogo e si chieda il rispetto della cultura in cui si vive. Contro ogni forzatura, il via alla mediazione del Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia per il centro culturale islamico di Mestre. È dunque un appello a trovare le ragioni di una sintesi, nel pieno del dibattito, da parte del patriarca. «Siamo di fronte ad una questione delicata che tocca un aspetto fondamentale della vita della città e dei suoi abitanti. L’auspicio è che non vi siano forzature e che si instauri un dialogo costruttivo tra Comune, città e comunità islamica bengalese per riuscire a condividere punti comuni su cui convergere e se possibile lavorare insieme per rispondere all’esigenza di un luogo di culto conoscendo e rispettando le leggi, la storia e la cultura della realtà in cui si vive. È urgente accrescere la reciproca conoscenza e fiducia. E questo – ha concluso Moraglia – può avvenire attraverso un obiettivo e diffuso percorso di integrazione». (“Avvenire” – Francesco Dal Mas, Venezia)

Qualcuno ipotizzerà una mia senile conversione di carattere integralista, qualcun altro penserà che io sia plagiato dal quotidiano “Avvenire” a cui faccio continuo riferimento (è l’unico sito che consente una lettura totale dei suoi vari apprezzabili contenuti). Sarà ma non ci credo e non mi ci vedo. Sono molto critico verso la Chiesa e sono molto scettico verso le sue casse di risonanza. Però ‘l è mej stär in-t-i primm dan (è meglio cioè limitare i danni, ripiegando paradossalmente sul clericalismo pacifista e buonista piuttosto che vivere nel laicismo bellicista ed egoista).

Mio padre, quando adottava una qualsiasi decisione non si faceva condizionare dal freno minimalista, ma tendeva sempre al meglio, dicendo: «Bizoggna fogäros in-t-al mär grand».  Non c’è dubbio che il mare dello spirito interpretato a livello di sogno evangelico sia umanamente molto più grande di quello materiale basato sulla realtà disumana.

 

 

Troppa Afd santa Meloni

La destra ultranazionalista non è più un fantasma, bensì realtà. Un partito classificato dal Verfassungsschutz come di estrema destra ha vinto le elezioni. L’AfD in Sassonia-Anhalt è classificata dal 2023 dall’Ufficio regionale per la tutela della Costituzione come partito di estrema destra. L’attività del partito è ritenuta contraria ai “principi essenziali dell’ordinamento democratico liberale”, in particolare alla “garanzia della dignità umana sancita dalla Legge fondamentale”. L’AfD ha impugnato tale classificazione e il procedimento è attualmente sospeso. Se l’AfD dovesse andare al potere, sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica Federale tedesca che un partito classificato come di estrema destra possa governare un land.

Alle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, l’AfD sfonda ed è la prima forza politica, ottenendo un risultato record: il 43,8%, guadagnando oltre il 23% rispetto all’ultima tornata elettorale. Alle altre forze politiche restano solo le briciole. Per la Cdu è una catastrofe, la sconfitta più pesante nelle elezioni amministrative-regionali nella storia della Repubblica federale, così è stata descritta da autorevoli analisti e politologi. In soli quattro anni i cristiano-democratici hanno lasciato per strada il 19.9% delle preferenze, ottenendo un misero 17,2%. Intanto i liberali della Fdp sono fuori anche dal parlamento regionale di Magdeburgo, invece il Bsw è dentro. Oltre a questi, nel landtag di Magdeburgo sono rappresentati altri quattro partiti: i socialdemocratici della Spd si attestano al 9,3 per cento. I Verdi raggiungono l’8,9 per cento, registrando il miglior risultato del partito in un’elezione regionale in Sassonia-Anhalt. La Linke ottiene l’8,6 per cento, un risultato inferiore rispetto alla tornata elettorale precedente. La Fdp, con il 2,6 per cento, non riesce a superare la soglia di sbarramento del 5 per cento. Il Bsw, invece, alla sua prima partecipazione elettorale, riesce a entrare nel parlamento regionale ottenendo il 5,3 per cento. Di conseguenza, l’AfD ottiene 39 seggi nel landtag (parlamento regionale) e la Cdu 15; Spd, Verdi e Linke conquistano 8 seggi ciascuno, mentre il Bsw ne ottiene 5. L’affluenza alle urne è stata del 77,8 per cento (contro il 60,3 per cento del 2021), un dato record. Gli aventi diritto al voto erano poco meno di 1,7 milioni. (“Avvenire” – Vincenzo Savignano, Berlino)

Anziché unirmi al coro dei preoccupati per questa ondata di destra estrema, peraltro assai prevedibile, preferisco puntare l’attenzione sulla debacle del centro moderato, i cristiano-democratici della Cdu, alla faccia di quanti anche in Italia vagheggiano un ritorno della politica al centro per combinare cosa non è dato sapere. Evidentemente in Germania è andata in crisi la schematica impostazione che vuole gli elettori orientati a escludere gli estremismi di destra e sinistra per scegliere una politica insipida che tutto accetta ed ammette, ovattandone gli aspetti più problematici ed imbarazzanti: dalla guerra ai muri contro l’immigrazione, dal riarmo all’europeismo di pura facciata, dall’economicismo alla tradita ispirazione cristiana.

La sinistra è spezzettata e imprigionata nella diatriba tra riformismo e radicalismo: una componente, il Bsw, Bündnis Sahra Wagenknecht – Vernunft und Gerechtigkeit, partito politico tedesco, fondato l’8 gennaio 2024, costituito in gran parte da dissidenti del partito di sinistra Die Linke, è l’unica che in Sassonia sarebbe disponibile ad un accordo di governo con l’Afd: “Abbiamo dichiarato di voler dialogare con tutti i partiti; ciò include l’AfD”. Esisterebbero molti punti in comune: “Abbiamo diverse convergenze, soprattutto sulla questione russa: siamo contrari a sanzioni che stanno letteralmente rovinando la nostra economia”. Al pari dell’AfD, anche il Bsw auspica “energia a basso costo”, mentre sussistono invece divergenze sui temi dell’istruzione e dell’economia. Intravedo una sorta di accordo, seppure a livello regionale, simile a quello italiano tra Lega e M5S.

La ritrovata partecipazione al voto ha portato ad un voto sostanzialmente di protesta e di proposta nazisteggianti, mentre i partiti tradizionali stanno alla finestra bloccati da un accordo di puro potere tra cristiano democratici e socialdemocratici a livello europeo e nazionale. In Germania e in Europa stanno seppellendo le idealità fondamentali della politica, lasciando campo libero al più nostalgico dei qualunquismi.

In Italia la situazione non è molto diversa anche se non esistono formazioni politiche di centro degne di tal nome, la destra è al potere relativamente divisa e disturbata dalla fronda fascisteggiante Di Roberto Vannacci, la sinistra mantiene una sua litigiosa consistenza. Non ho idea di quali contraccolpi potrà avere a livello italiano la folle politica tedesca. A prescindere dagli schieramenti stanno facendo scuola la proposta riarmista, la visione minimalista dell’Europa, la dabbenaggine filo-trumpiana e l’ansia anti-putiniana.

Il vento populista torna a soffiare forte in Europa, stavolta venato da nostalgie naziste. E il trionfo dell’Afd in Sassonia-Anhalt, il più anziano e povero tra i Land tedeschi, complica le riflessioni in Italia di Giorgia Meloni e dei suoi alleati su tre nodi chiave: i rapporti con la Germania di Friedrich Merz e con l’Europa in generale, l’alleanza con Roberto Vannacci e la data del voto. (“Il Sole 24 ore” – Manuela Perrone)

In questo strano momento storico l’Italia, tutto sommato è messa meglio della Germania, anche se i tedeschi possono permettersi di fare cazzate assorbite da un’economia più forte e da una socialità più strutturata. Noi facciamo i furbi e abbiamo al governo la facitrice di furbizia che prima o poi ci porterà a sbattere.

La Germania ci sta suonando la sveglia? Forse siamo talmente intontiti da non sentirla e da preferire la stabilità dell’ozio all’instabilità dei vizi.

 

L’allarmistico grido “a Putin a Putin”

La guerra ibrida di Mosca all’Europa non è una novità recente, anzi. C’è da sempre, anche da prima del conflitto in Ucraina. L’obiettivo è uno solo: seminare sfiducia nelle democrazie del Vecchio Continente, attraverso la diffusione di notizie e di dati falsi. Nel mirino della rete di sabotaggi ci sono innanzitutto le elezioni dei singoli Paesi.

Le tattiche di manipolazione dell’elettorato si sono affinate. Non si usano più solo gli appuntamenti elettorali per influenzare il comportamento al seggio, ma anche i grandi temi internazionali. Ne possiamo individuare soprattutto due, ma la scelta sta diventando progressivamente ampia. Il primo è caratterizzato dalla selezione dei dati economici, opportunamente manipolati per rendere una situazione di crisi ancora più delicata di quanto non sia in realtà. In questo momento, per esempio, sui social è molto attivo il dibattito sui prezzi della benzina, falsamente legato agli attacchi alle raffinerie russe e non alla crisi sullo Stretto di Hormuz che ha impattato in modo importante sulle quotazioni.

Il secondo è l’arma in questo momento più potente di tutte, ossia quella dei migranti. In Polonia, Ungheria, ma anche in Italia e in Germania, si sono diffuse narrazioni fallaci che vogliono i migranti portatori di malattie e un peso per il sistema sociale a scapito delle relative popolazioni. A queste corrispondono, soprattutto dalle forze politiche spiccatamente sovraniste, attacchi all’Unione Europea e a una politica sui migranti che svantaggerebbe i Paesi di primo approdo, fra cui l’Italia.

È lecito dunque pensare che l’intervento di Mosca nelle consultazioni elettorali sarà sempre più invasivo. Nel frattempo, l’Orso russo lavora ai fianchi, con gli altri modi in cui la guerra ibrida può esprimersi. Nei prossimi mesi, dobbiamo aspettarci nuovi attacchi alle infrastrutture civili, dove Mosca rinnegherà il suo intervento anche davanti all’evidenza come sta facendo ora. Nel mirino del Cremlino ci sono aeroporti, reti ferroviarie, centri logistici, cavi sottomarini, tutte infrastrutture che impattano in modo diretto sulla nostra quotidianità e il cui danneggiamento può suscitare un senso di insicurezza e angoscia. L’obiettivo è generare nella popolazione un senso di sfiducia nei confronti dell’Unione Europea. (“Avvenire” – Marta Ottaviani)

Mi vengono spontanee alcune brevi considerazioni che vanno ben al di là del clima di paura che si sta seminando verso la Russia per giustificare strumentalmente una miope e semplicistica politica di appoggio bellico incondizionato all’Ucraina e una dissennata politica di riarmo a livello dei Paesi europei trascinati dalla Nato e provocati da Trump.

Le interferenze delle superpotenze nella vita degli altri Stati sono sempre state la norma: vale anche per gli Usa, che a questo livello ne hanno fatte di tutti i colori (colpi di Stato a go-go, appoggio a dittature, sporche manovre militari, etc. etc.).

Queste interferenze diventano molto invasive laddove le istituzioni, le sensibilità e le convinzioni democratiche sono più deboli e attaccabili: anziché gridare al lupo esterno sarebbe meglio guardare alle faine interne. Il fenomeno Vannacci non preoccupa per i “fantacollegamenti” con la Russia, ma per il consenso che riscuote dagli italiani a dimostrazione della vulnerabilità culturale prima che politica della nostra società democratica.

I Paesi europei, tutto sommato, guardino ai nemici interni alla UE e prendano atto di essere molto più sotto scacco trumpiano che non sotto quello putiniano: d’altra parte Usa e Russia mai come in questo periodo vanno di comune subdolo accordo. Ragion per cui bisognerebbe serrare le fila e puntare a serie politiche federali e non strizzare l’occhio a Trump o a Putin, facendo peraltro, in ordine più o meno sparso, professioni di fede nazionalista e sovranista.

Forse sarebbe il caso anche di fare un pragmatico e addirittura cinico pensierino alla Cina, se non altro perché in grado di rompere le uova nel paniere trumputiniano e in quanto interessata a tessere rapporti economici interessanti con l’Europa.

Arrivo alla scoperta dell’acqua calda: che Putin abbia una visione e una vocazione spionistiche dei rapporti internazionali non deve sorprendere dal momento che mantiene intatta tutta la sua originale verve di capo del KGB sovietico. Forse a me però fanno più paura i servi segreti israeliani con tutto quel che segue nella politica guerrafondaia e genocidaria di questa potenza di cui continuiamo a dirci amici.

Per tutti questi motivi suonano come poco più di penosa esibizione pappagallesca le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani: “Non escludo che possano esserci tentativi da parte della Federazione Russa di interferire nella vita democratica dei paesi dell’Unione Europea, interferendo sulle libere elezioni democratiche che si svolgono nei nostri Paesi, cercando di condizionare con questa attività deprecabile la volontà popolare. Questo sarebbe veramente inaccettabile, si è già parlato in più di un’occasione, bisogna vigilare, bisogna impedire che ci siano queste azioni da parte di un Paese con il quale noi non siamo in guerra”. “Quindi – ha sottolineato – noi continueremo a vigilare, non è un caso che ci sia stata una riforma del ministero degli Esteri. Dal primo di gennaio c’è una direzione generale che si occupa della sicurezza, sia da un punto di vista politico sia da un punto di vista operativo, e non è un caso che ci sia una sala operativa che opera 24 ore su 24, proprio per respingere gli attacchi cibernetici, molti dei quali arrivano da hacker russi, contro le nostre sedi diplomatiche, contro il ministero”.

Antonio Tajani cerchi di fare il ministro e non il pesce nell’opportunistico barile dei rapporti internazionali e non il paraninfo della scompaginata alleanza di centro-destra e non il panciuto e sonnacchioso leader di “Debolezza Italia”. Poveretto!

 

 

 

Vannacci tra illegalità e protagonismo da operetta

Assieme ai sondaggi crescono le grane e su Roberto Vannacci piovono le prime tegole giudiziarie. La procura militare di Roma ha disposto “accertamenti preliminari” dopo un esposto del Sindacato dei militari per la presunta adesione di alcuni membri delle Forze Armate a Futuro nazionale. La stessa associazione che il 28 agosto aveva presentato anche un altro esposto, alla Procura capitolina ordinaria, per sollecitare verifiche sulla possibilità che il programma di FnV prefiguri il reato di ricostituzione del Partito nazionale fascista. Il tutto mentre l’ex generale prepara il debutto al Forum di Cernobbio e Giorgia Meloni segue Carlo Calenda, facendo filtrare che non sarà all’assise degli industriali sul lago di Como. Senza contare il duello a distanza ingaggiato da Vannacci con il Financial Times, “colpevole” di aver rilanciato le ipotesi di alcuni analisti sull’ex generale come «cavallo di Troia di Mosca in Italia». (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

La prima tentazione è quella di snobbare il fenomeno politico vannacciano, lasciandolo bollire nel suo disgustoso brodo e quindi di considerare esagerate e controproducenti le azioni giudiziarie contro i mulini a vento dell’attuale fascismo, che rischiano di distrarre l’attenzione dalla concretezza della battaglia contro il vero fascismo radicato nella cultura, nella società e nella politica. Un sussiegoso “laisser faire, laisser passer” nella certezza che quelle di Vannacci siano rose alla virtuale apparenza sondaggistica che però non fioriranno mai.

La storia insegna tuttavia che non bisogna mai sottovalutare i folli sommovimenti sociali e la loro carica esplosiva e che forse è meglio intervenire immediatamente e fermamente per spegnere l’incendio prima che possa essere appiccato.

Lo stesso berlusconismo (fatte le debite proporzioni) fu osservato con troppa ironica supponenza e sopportato nelle sue contraddizioni ai limiti della legalità, ritenendo che in parte si sarebbe auto-sgonfiato e in parte non avrebbe resistito alla battaglia democratica: ce lo abbiamo ancora fra i piedi riveduto e scorretto…

Non sarei quindi totalmente disinteressato alle contestazioni giudiziarie che vengono portate avanti: potrebbero essere un boomerang, ma potrebbero anche aprire non poche crepe nel vannaccismo.

Quanto alle manovre russe sponda Vannacci mi sembrano frutto di fantasia: non credo che Putin sia talmente ingenuo e incauto da immischiarsi nella vita politica italiana basandosi su Vannacci, vedendo di nascosto l’effetto che fa. Siamo allo spionaggio da operetta. Cerchiamo di essere seri. Non ridicolizziamo strumentalmente politica interna e politica estera in un polpettone fumettistico. Vannacci, pur essendo pericoloso e inquietante, non è una cosa seria: grave è soltanto il seguito che sembra ottenere. I rapporti con la Russia invece sono una cosa molto seria da non ridurre a schermaglie da servizi segreti di serie c.

L’ingannevole applausometro

Ad Amatrice non è accaduto quello che alcuni esponenti della maggioranza temevano, ossia che la premier Giorgia Meloni venisse fischiata come accaduto a Taranto durante la cerimonia dei Giochi del Mediterraneo a Taranto. Nella cittadina laziale completamente distrutta, dieci anni fa, dal terremoto del Centro Italia, la leader di Fratelli d’Italia è stata accolta da strette di mano, incoraggiamenti ed anche urla di giubilo. A scriverlo è Tommaso Ciriaco su Repubblica il quale spiega cosa è successo.

Innanzitutto c’è da dire che, a differenza di Taranto, Amatrice e in generale la provincia di Rieti sono molto favorevoli al Governo e a Fratelli d’Italia nello specifico. Il sindaco di Amatrice Giorgio Cortellesi è stato eletto con una civica tendenza Fratelli d’Italia. Ed è stato proprio lui a spiegare la ragione del clima fin troppo rilassato, che è finito per stonare con il tipo di manifestazione, e le contestazioni mancate. Ad alcuni cronisti il sindaco di Amatrice ha spiegato che prima dell’arrivo di Meloni “ho detto alle forze dell’ordine di fermare i contestatori perché sarebbe stata una mancanza di rispetto nei confronti delle vittime”. Cortellesi ha aggiunto: “A Palazzo Chigi erano preoccupati dai fischi di Taranto e ho mandato un report su criticità e contestazioni”. (Blitz Quotidiano”)

Un tempo il loggione di Parma ogni tanto ruggiva: il famoso e simpatico critico musicale Rodolfo Celletti ammetteva di godere, sotto sotto, allorquando i parmigiani spazzolavano qualche mostro sacro del bel canto. Però aggiungeva: «Ho la sensazione che a voi parmigiani piacciano un po’ troppo gli acuti sparati alla viva il parroco…».

Ebbene succede anche a me di godere quando la gente contesta i politici. Se poi si tratta di Giorgia Meloni, non so perché, ma il godimento aumenta nella misura in cui la premier cerca il superficiale consenso della gente, che, a volte, le si ritorce contro.

Gli applausi e i fischi della piazza non sono previsti dalla Costituzione come espressione della sovranità popolare, tuttavia possono rappresentare un sintomo di adesione o di insoddisfazione a seconda dei casi.

Piazze piene urne vuote disse acutamente Pietro Nenni all’indomani delle elezioni politiche italiane del 18 aprile 1948, vinte dalla Democrazia Cristiana a discapito del Fronte Popolare (alleanza tra PSI e PCI). La frase descrive la disillusione e il divario che a volte si creano tra la grande partecipazione emotiva, l’entusiasmo o la protesta visibile nelle manifestazioni di piazza e il reale riscontro dei voti al momento dello spoglio elettorale.

Perché per Giorgia Meloni fischi a Taranto ed applausi ad Amatrice? Il succitato pezzo ne dà una plausibile giustificazione. A Taranto c’era un clima incontrollabile, mentre ad Amatrice è stata applicata una certa preventiva sordina.

A giudicare dalle piazze però non si direbbe che Giorgia Meloni goda dell’imperturbabile consenso della gente. Forse per lei si capovolge l’espressione nenniana: piazze (quasi)vuote urne piene. I motivi sono tanti: dalla mediatizzazione sistematica del consenso alla scarsa partecipazione dei cittadini alla vita politica, dalla passiva insoddisfazione verso la politica in genere alla mancanza di senso critico che non riesce ad andare oltre un’alzata di spalle.

Attenzione perché c’è un’altra frase, “ogni nazione ha il governo che si merita”, di Joseph De Maistre, che ha una grande attualità. Filosofo, politici, diplomatico, scrittore magistrato e giurista sabaudo, il francese De Maistre è molto noto per essere tra i più noti pensatori reazionari del periodo post rivoluzionario francese. Il periodo storico attribuito a questa frase è circa il 1800, ma in realtà si potrebbe andare anche più indietro e risalire addirittura ad Aristotele, quindi ben 2500 anni fa, con il pensiero “ogni popolo ha i governanti che si merita”. Dall’Europa fino all’America, si trovano scritti anche di Winston Churchill su un concetto simile.

Fatto sta che Giorgia Meloni, pur governando piuttosto male (non è infatti tutt’oro quel che luccica: come osserva Vincenzo R. Spagnolo su “Avvenire”, la tenuta sociale del Paese è fragile; l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto dei salari; il perimetro del welfare è limitato, mentre ospedali e servizi sanitari soffrono di carenze croniche di personale), miete voti (almeno stando ai sondaggi, che tendono più a influenzare la gente che a registrarne gli umori e gli amori) e ha stabilito il record della stabilità-longevità dell’esecutivo (inni e canti vengono sciolti alla persistente navigazione meloniana, ma attenzione a quanto affermava Giulio Andreotti: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”).

Fino a quando? Per dirla con una triviale battuta dialettale: “Fin a la pròsima tiräda äd cadén’na…”.

 

L’arma della diplomazia e la diplomazia delle armi

In questi ultimi giorni si sono verificati due fatti emblematici dell’andazzo internazionale in cui siamo coinvolti un po’ nostro malgrado un po’ col nostro colpevole tacito consenso.

L’ex ministro della Difesa ucraina, Mykhailo Fedorov, offrirà la sua consulenza al ministero della Difesa italiana. Lo ha annunciato il ministro della Difesa, Guido Crosetto.

 

La tensione fra Berlino e Mosca, palpabile da settimane, sfocia in quello che ormai è scontro aperto. La Germania ha adesso le prove che, dietro gli attacchi con i droni bomba di Lipsia, ci siano i russi. E il governo di Friedrich Merz ha annunciato una serie di misure di rappresaglia: la chiusura del consolato generale a Bonn dal 18 settembre, la risoluzione del contratto con la controversa Casa russa di Berlino (ritenuta un covo di spie) l’aumento della pressione sulla flotta ombra. La dura reazione di Ue e Nato a fianco dei tedeschi e contro la guerra ibrida di Mosca lascia intravedere una escalation senza precedenti. “Risponderemo”, promette Ursula von der Leyen, che lascia intravedere azioni senza precedenti. “I tentativi russi di intimidirci, di minare la nostra unità e volontà di sostenere l’Ucraina sono vani e falliranno”, le ha fatto eco il segretario generale dell’Alleanza Marc Rutte. Entrambe hanno telefonato a Merz per esprimere quella solidarietà che è arrivata anche dalle parole di Giorgia Meloni e Antonio Tajani: “In momenti come questo – ha detto la premier – è essenziale rimanere saldi, continuare a lavorare uniti e mantenere una postura credibile di deterrenza a difesa della sicurezza dei nostri cittadini”. (ansa.it)

Mi chiedo: è nata prima la nostra falsa psicosi russofobica, dietro cui stiamo legittimando una malcelata vocazione bellica, o la pretestuosa mania eurofobica dietro cui la Russia giustifica il suo anacronistico ma strisciante rigurgito di strategia imperialista. In parole povere: entrambe le parti vogliono5 la guerra a tutti i costi e cercano motivazioni per insistere follemente in questo disegno dove la deterrenza per la difesa si sposa con l’incoraggiamento all’attacco, dove l’aggressione si sposa col ripristino della legalità.

Una seconda domanda: l’opinione pubblica come vive questo clima bellico sempre più invadente e invasivo?  Si rende conto della situazione e la accetta come se fosse un giocare alla guerra o preferisce scrollarsi di dosso ogni responsabilità con un’alzata di spalle tra il rassegnato e il disinteressato? Mette sullo stesso piano pacifismo e bellicismo come se fossero due opzioni virtuali e retoriche a cui rispondere col pragmatismo dei Crosetto, dei Merz, dei Rutte, delle Meloni e delle Von der Leyen?

La convinzione di Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace e storico promotore della Perugia-Assisi, è netta e senza ipocrisie. «Siamo già in guerra e non lo vogliamo riconoscere». Gli anni delle mobilitazioni oceaniche contro i conflitti nei Balcani e in Iraq sono preistoria, ma adesso nella metamorfosi dell’opinione pubblica c’è un elemento in più, sottolineato proprio ieri dal sorprendente report settimanale di Swg: il sostegno all’invio di armi in Ucraina è risalito al 51%, livello mai toccato dall’aprile 2023, sette punti percentuali in più rispetto allo scorso febbraio.

Nel frattempo, la Russia viene considerata come la principale responsabile del proseguimento delle ostilità nella regione dal 42% dei cittadini. Dati non trascurabili, per un Paese nel quale la quota di simpatizzanti per Mosca, all’estrema destra come all’estrema sinistra, è significativa. «Siamo in quella parte del mondo che anziché aiutare Kiev a salvarsi, la sta aiutando a combattere – riprende Lotti -. Non mi si dica che in questo modo si finisce per giustificare il Cremlino o le dichiarazioni di Maria Zakharova. Abbiamo sempre denunciato quanto accade nell’ex Unione Sovietica, dove i pacifisti come noi vengono silenziati e ammazzati».

Mentre i governanti giocano alla guerra e la gente tace e acconsente, bisognerebbe avere almeno il coraggio di scandalizzarsi, di alzare la voce, di protestare, di ragionare, di insistere per ottenere un cambio di passo.

Indica un modello, il coordinatore del Tavolo della Pace, guardando all’Est Europa: è quello della diplomazia negoziale vaticana, presente settimana scorsa con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher nelle zone del conflitto. «Non lasciamo solo chi sta mediando, con pazienza e trasparenza. Solo così potremo uscire da questa guerra cognitiva, secondo cui l’unica cosa possibile da fare rimane rassegnarsi alla logica del riarmo a tutti i costi». (“Avvenire” – Diego Motta)

Sempre meglio “l’ipocrisia diplomatica”, che tenta l’impossibile, dell’ipocrisia bellica che sceglie il possibile. Mi piace fare riferimento a come interpretava la diplomazia, in senso popolare, dinamico e …religioso, Giorgio La Pira, che oserei definire il genio del dialogo quale antidoto della guerra e fondamento della pace: una diplomazia non contagiata dal virus geopolitico, non asettica o addirittura amorale, non servile e pronta a giustificare la guerra ma a prevenirla e risolverla nell’interesse di tutti, una diplomazia che oppone la forza mite dell’ascolto e del confronto alla forza crudele delle armi, non solo asservita al proprio Stato ma chiamata ad operare nell’interesse dell’intera umanità, impegnata nel campo delle relazioni disarmate alla ricerca non della guerra giusta ma della pace giusta (cfr. Pasquale Ferrara, già Direttore per gli Affari Politici e di Sicurezza del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale).

 

Sentite cosa ha dichiarato il nostro osceno ministro della guerra! (tra le paventate riforme costituzionali, quella del ritorno di fatto al ministero della guerra non è certo la più indolore…)

“Ho ricevuto la visita di Mykhailo Fedorov, già ministro della difesa ucraino e con una significativa esperienza nel campo dell’innovazione digitale applicata alla pubblica amministrazione e alla difesa. Occasione di approfondimento, in particolare, sul tema dei droni, dei sistemi unmanned e della difesa aerea, oltre a un confronto sull’evoluzione dell’ecosistema tecnologico. In uno scenario caratterizzato da trasformazioni repentine e senza precedenti, nel quale il cambiamento costituisce una costante, è imprescindibile ricercare opportunità di confronto e di scambio di esperienze. Per questo sono lieto che Mykhailo Fedorov abbia accettato di offrirmi la sua consulenza quale Advisor per l’Innovazione della Difesa”, ha spiegato Crosetto su X.

E sentite il parere del già citato coordinatore del Tavolo della Pace!

Lotti dice di non essersi scandalizzato più di tanto neppure per quella foto tra Guido Crosetto e Mikhailo Fedorov, che ha suggellato un’intesa strategica tra l’Italia e il “mago” ucraino dei droni e della guerra moderna. «Il ministro sa come si vendono le armi, perché agisce nella logica della guerra. È quella la sua cornice, lo è sempre stata». È più colpito dalla «censura che riguarda innanzitutto noi, che ha riguardato durante il suo pontificato papa Francesco. L’intero sistema dei media sta azzerando ogni spazio di proposta alternativa alla prosecuzione del conflitto».

E abbiate la pazienza di sentire anche il mio parere!

Io mi scandalizzo. Il ministro Crosetto ha giurato sulla Costituzione, che all’articolo 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Non dovrebbe allora, almeno politicamente, rispondere di attentato alla Costituzione stessa (confondendo guerra e pace, difesa e offesa), consistente nell’avvalersi di esperti in materia bellica piuttosto che di esperti in diplomazia volta alla pace? Il Parlamento non dovrebbe presentare una mozione di sfiducia verso il ministro? Il presidente della Repubblica non dovrebbe consigliargli di rassegnare le dimissioni? Nell’attuale compagine ministeriale è senza dubbio il più garbato, dignitoso e preparato, ma, come si suole dire, la sta facendo fuori dal buco in una materia dalla delicatezza estrema.

La calda lama della profezia e il freddo manico della normalizzazione

La morte di Enzo Bianchi – personaggio che, come tutti i più coraggiosi testimoni del Vangelo, è stato oggetto di critiche e di censure rimaste a mezz’aria, ma che ne hanno comunque disturbato il messaggio profetico – ha indotto a strumentalizzarne il ricordo, ipotizzando, in una sorta di strisciante e subdolo tentativo, la riconciliazione forzosa post mortem, che puzza tanto di ammissione di colpa e di rientro normalizzatore dalle diversità, che dovrebbero rappresentare la ricchezza e non la vergogna della comunità ecclesiale.

Proprio nelle ultime settimane si era però aperto un cammino verso una riconciliazione visibile. Ad annunciarlo è stata la stessa Comunità di Bose nel post su Facebook con cui ha comunicato la morte del suo fondatore. In occasione della festa della Trasfigurazione Bianchi aveva scritto al priore Sabino Chialà, confidandogli la consapevolezza di essere ormai vicino alla fine: «È venuto davvero il tempo di sciogliere le vele». Da qui la richiesta di trovare una strada per incontrarsi e potere «morire in pace e riconciliazione». Chialà aveva risposto accogliendo «con gioia» quel desiderio e proponendo di immaginare insieme un incontro con i fratelli e le sorelle. Il successivo ricovero in ospedale aveva impedito che il passo si compisse. Bose affida ora quel desiderio «alle mani di Dio, che solo conosce il cuore di ciascuno». (“Avvenire” – Matteo Liut)

Più o meno la stessa imbarazzante situazione si era creata ai funerali di don Luciano Scaccaglia – un profetico pretaccio parmense in continuo odore di eresia –  durante i quali era partito il maldestro tentativo di scimmiottare la parabola del figliol prodigo e/o del padre misericordioso.

Il vescovo provava ad estrarre il coniglio dal cilindro con qualche citazione delle omelie di don Scaccaglia, quelle ovviamente più ortodosse e più allineate (meglio di niente!), ma i cuori non si scaldavano. Nessun accenno autocritico da parte del vescovo e del clero: avevano nel passato sistematicamente emarginato, se non osteggiato il confratello esagerato e politicizzato. Addirittura è emerso dalle parole del vescovo che, forse in punto di morte o comunque durante la sua penosa malattia, don Scaccaglia si sia voluto confessare dal vescovo stesso ed il vescovo abbia chiesto a don Scaccaglia la benedizione. Penso e spero che tutti abbiano interpretato questa discutibilissima esternazione vescovile nel senso di un ritrovato clima di condivisione fraterna, ma in filigrana resta la brutta sensazione che si voglia dare l’idea di questo prete che alla fine ammette e confessa i suoi errori nei confronti del diretto superiore gerarchico e della magnanimità di quest’ultimo ad assolverlo dalle sue colpe per avere esagerato. (“La voce di Parma” – Ennio Mora)

A prescindere dal rispetto (almeno quello…) dovuto ai contenuti delle proposte di questi scomodi cristiani, emerge uno stile, inaccettabile dal punto di vista ecclesiale, volto in loro vita a emarginarli colpevolizzandoli in modo poco trasparente e in loro morte a ovattare se non a nascondere i contrasti con la gerarchia in “un revisionistico vogliamoci bene” assai poco evangelico. Unità non è conformismo!

«Per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna» (Papa Francesco, udienza ai sacerdoti del movimento di Schönstatt)

 

 

 

Le luci europee…di posizione

I più autorevoli esperti in campo geopolitico terminano le loro pur spietate analisi accendendo un faro di speranza sull’Unione europea, l’unico soggetto capace, per storia, cultura e forza economico-sociale, di promuovere un ordine internazionale basato su democrazia, multilateralismo e convivenza pacifica.

Ebbene, la luce europea si sta comunque rivelando piuttosto fioca e addirittura parecchi Paesi aderenti formalmente all’Unione si stanno dando molto da fare dall’interno, se non per spegnerla, per renderla debole e assai poco illuminante. Il quadro è piuttosto inquietante e desolante.

A proposito di luci ricordo come mio padre usasse spesso un provocatorio e virtuale episodio per rende l’idea del buio imperante: in una notte disperatamente nebbiosa gli automobilisti si affidarono a due lucine visibili in lontananza per uscire dallo sconforto del raggiungimento di una meta impossibile; alla fine del viaggio si accorsero che avevano seguito un carro da morto che li stava portando al cimitero.

Sta qui la minaccia principale al progetto europeo che le prossime elezioni parlamentari e presidenziali in alcuni Paesi chiave dell’Unione potrebbero rendere concreta. I partiti sovranisti stanno dentro l’Europa – lo stesso Roberto Vannacci si è fatto eleggere deputato a Strasburgo con 500mila preferenze – e difficilmente vorranno seguire le orme del nazionalismo indipendentista alla Nigel Farage, che ha portato alla Brexit. Ciò che accomuna il Rassemblement National, Alternative für Deutschland, Vox, Diritto e Giustizia e in parte Fratelli d’Italia (con alcune altre formazioni in Polonia e in Italia) è la volontà di indebolire la dimensione sovranazionale della Ue piuttosto che di abbandonarla. La destra tedesca fa in parte eccezione, perché non esclude l’uscita dall’attuale Unione a favore di una nuova confederazione. I nazionalismi più o meno moderati che in patria fanno leva sul sentimento identitario della propria comunità culturale, religiosa e linguistica hanno un atteggiamento doppio verso l’Unione. Sono coerentemente contrari a istituzioni federali verso cui spostare sovranità dai governi degli Stati membri, restano tuttavia interessati ai benefici dello spazio comune che vengono dal libero scambio, dai fondi strutturali e da iniziative come il Next Generation EU. Per paradosso, si accontentano proprio di un’Europa grettamente economicista, quella che criticano per alimentare le insoddisfazioni interne del proprio elettorato e guadagnare consensi. (“Avvenire” – Andrea Lavazza)

Proprio nei Paesi fondatori, Francia, Germania e Italia, si sta brigando per ridimensionare mortalmente il sogno europeo. Se non ci credono i fondatori, figuriamoci i parvenu dell’Est… Se il disegno è chiaro nelle arrembanti forze politiche di destra francesi e tedesche, per l’Italia è molto più furbescamente ma ancor più pericolosamente camuffato ed equivoco.

Il letale pragmatismo, che assomiglia sempre più a bieco egoismo nazionale, rende passive ed ininfluenti le popolazioni: l’aria che tira è quella di destra, una destra nazionalista, sovranista ed anti-europeista. In un simile quadro, favorito indubbiamente dall’andazzo trumpiano, dal bellicismo strisciante e da un penoso livello delle élite governative, le prospettive non sono rosee.

In cosa sperare? In un ravvedimento inoperoso della società americana, in un improvviso risveglio pacifista delle giovani generazioni, in un rimbalzo culturale dopo aver toccato il fondo?

La sinistra dovrebbe farsi carico di questo rinascimento europeo, ma non ne ha il coraggio, la spinta ideale e la capacità politico-programmatica. Non si capisce se stia governando al ribasso in disonorevoli compromessi con le forze conservatrici o se si stia trasformando in un’opposizione di comodo.

Tutto sommato in Italia rimane qualche barlume di riscossa seppure inficiata da ridicoli personalismi, da penose faziosità e da rigurgiti (anti)riformisti. Forse l’Italia, per tanti motivi, rimane il Paese più europeista degli anti-europeisti. Meglio di niente…

In questo ultimo periodo, il mio amico Pino, prodigo di amare ma interessanti riflessioni, chiude le sue missive con un ritornello che recita così: “E la sinistra? Primarie sì primarie no…siamo sempre lì…”.

 

Ran…ucci Ran…ucci…sento odor di censor…ucci

La Rai ha rimosso Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report, il più noto programma televisivo di giornalismo d’inchiesta in Italia, trasmesso da Rai 3. Ranucci ci lavorava come autore dal 2006 e lo conduceva dal 2017, dopo che per vent’anni lo aveva condotto la giornalista Milena Gabanelli. Il programma tornerà in tv dal prossimo 8 novembre, e la Rai ha fatto sapere che a condurlo saranno Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi giornalisti investigativi. Per ora la Rai non ha dato motivazioni ufficiali per la rimozione, ma si sa che hanno a che fare con quanto emerso nelle indagini sull’attentato contro lo stesso Ranucci, compiuto a ottobre del 2025 e organizzato da Valter Lavitola, imprenditore coinvolto in diversi scandali della politica italiana degli ultimi vent’anni e molto amico di Ranucci (che non è indagato). Ranucci e la dirigenza della Rai hanno poi un rapporto conflittuale che va avanti da tempo, a prescindere dall’attentato. (ilpost.it)

Tanto tuonò che piovve! Dietro la sciocca, ingenua e pompata vicenda Ranucci-Lavitola covava la volontà di normalizzazione alla Rai: finalmente è partito l’editto bulgaro di Meloni, che si è liberata di un giornalista scomodo, colpendone peraltro uno per educarne cento.

Quando si fa scomodamente il mestiere di giornalista d’inchiesta, bisogna essere molto attenti a non scivolare sulle maxi bucce di banana: Ranucci non lo è stato, in un certo senso si è tirato addosso la scomunica entrando in rapporto con personaggi a dir poco equivoci e invadenti.

Non so se a Ranucci sia stata cucinata una torta al veleno o se la torta l’abbia cucinata con le sue improvvide mani. Fatto sta che, davanti a certa pubblica opinione, è passato dalla parte del torto. Il governo non aspettava altro. Dal punto di vista giudiziario la vicenda avrà sicuramente un seguito, ma sul piano politico si è chiusa con una vittoria governativa a furor di…minculpop. Ranucci ha illustri predecessori collocabili nel tempo berlusconiano: questo non lo ricompenserà e non lo consolerà, ma lo inserirà comunque nella storia passata e recente.

La Rai sta diventando sempre più la sponda mediatica del centro-destra (battendo Mediaset due a zero) anche in vista delle prossime elezioni politiche. Se il buongiorno si vede dal mattino…