L’arma della diplomazia e la diplomazia delle armi

In questi ultimi giorni si sono verificati due fatti emblematici dell’andazzo internazionale in cui siamo coinvolti un po’ nostro malgrado un po’ col nostro colpevole tacito consenso.

L’ex ministro della Difesa ucraina, Mykhailo Fedorov, offrirà la sua consulenza al ministero della Difesa italiana. Lo ha annunciato il ministro della Difesa, Guido Crosetto.

 

La tensione fra Berlino e Mosca, palpabile da settimane, sfocia in quello che ormai è scontro aperto. La Germania ha adesso le prove che, dietro gli attacchi con i droni bomba di Lipsia, ci siano i russi. E il governo di Friedrich Merz ha annunciato una serie di misure di rappresaglia: la chiusura del consolato generale a Bonn dal 18 settembre, la risoluzione del contratto con la controversa Casa russa di Berlino (ritenuta un covo di spie) l’aumento della pressione sulla flotta ombra. La dura reazione di Ue e Nato a fianco dei tedeschi e contro la guerra ibrida di Mosca lascia intravedere una escalation senza precedenti. “Risponderemo”, promette Ursula von der Leyen, che lascia intravedere azioni senza precedenti. “I tentativi russi di intimidirci, di minare la nostra unità e volontà di sostenere l’Ucraina sono vani e falliranno”, le ha fatto eco il segretario generale dell’Alleanza Marc Rutte. Entrambe hanno telefonato a Merz per esprimere quella solidarietà che è arrivata anche dalle parole di Giorgia Meloni e Antonio Tajani: “In momenti come questo – ha detto la premier – è essenziale rimanere saldi, continuare a lavorare uniti e mantenere una postura credibile di deterrenza a difesa della sicurezza dei nostri cittadini”. (ansa.it)

Mi chiedo: è nata prima la nostra falsa psicosi russofobica, dietro cui stiamo legittimando una malcelata vocazione bellica, o la pretestuosa mania eurofobica dietro cui la Russia giustifica il suo anacronistico ma strisciante rigurgito di strategia imperialista. In parole povere: entrambe le parti vogliono5 la guerra a tutti i costi e cercano motivazioni per insistere follemente in questo disegno dove la deterrenza per la difesa si sposa con l’incoraggiamento all’attacco, dove l’aggressione si sposa col ripristino della legalità.

Una seconda domanda: l’opinione pubblica come vive questo clima bellico sempre più invadente e invasivo?  Si rende conto della situazione e la accetta come se fosse un giocare alla guerra o preferisce scrollarsi di dosso ogni responsabilità con un’alzata di spalle tra il rassegnato e il disinteressato? Mette sullo stesso piano pacifismo e bellicismo come se fossero due opzioni virtuali e retoriche a cui rispondere col pragmatismo dei Crosetto, dei Merz, dei Rutte, delle Meloni e delle Von der Leyen?

La convinzione di Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace e storico promotore della Perugia-Assisi, è netta e senza ipocrisie. «Siamo già in guerra e non lo vogliamo riconoscere». Gli anni delle mobilitazioni oceaniche contro i conflitti nei Balcani e in Iraq sono preistoria, ma adesso nella metamorfosi dell’opinione pubblica c’è un elemento in più, sottolineato proprio ieri dal sorprendente report settimanale di Swg: il sostegno all’invio di armi in Ucraina è risalito al 51%, livello mai toccato dall’aprile 2023, sette punti percentuali in più rispetto allo scorso febbraio.

Nel frattempo, la Russia viene considerata come la principale responsabile del proseguimento delle ostilità nella regione dal 42% dei cittadini. Dati non trascurabili, per un Paese nel quale la quota di simpatizzanti per Mosca, all’estrema destra come all’estrema sinistra, è significativa. «Siamo in quella parte del mondo che anziché aiutare Kiev a salvarsi, la sta aiutando a combattere – riprende Lotti -. Non mi si dica che in questo modo si finisce per giustificare il Cremlino o le dichiarazioni di Maria Zakharova. Abbiamo sempre denunciato quanto accade nell’ex Unione Sovietica, dove i pacifisti come noi vengono silenziati e ammazzati».

Mentre i governanti giocano alla guerra e la gente tace e acconsente, bisognerebbe avere almeno il coraggio di scandalizzarsi, di alzare la voce, di protestare, di ragionare, di insistere per ottenere un cambio di passo.

Indica un modello, il coordinatore del Tavolo della Pace, guardando all’Est Europa: è quello della diplomazia negoziale vaticana, presente settimana scorsa con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher nelle zone del conflitto. «Non lasciamo solo chi sta mediando, con pazienza e trasparenza. Solo così potremo uscire da questa guerra cognitiva, secondo cui l’unica cosa possibile da fare rimane rassegnarsi alla logica del riarmo a tutti i costi». (“Avvenire” – Diego Motta)

Sempre meglio “l’ipocrisia diplomatica”, che tenta l’impossibile, dell’ipocrisia bellica che sceglie il possibile. Mi piace fare riferimento a come interpretava la diplomazia, in senso popolare, dinamico e …religioso, Giorgio La Pira, che oserei definire il genio del dialogo quale antidoto della guerra e fondamento della pace: una diplomazia non contagiata dal virus geopolitico, non asettica o addirittura amorale, non servile e pronta a giustificare la guerra ma a prevenirla e risolverla nell’interesse di tutti, una diplomazia che oppone la forza mite dell’ascolto e del confronto alla forza crudele delle armi, non solo asservita al proprio Stato ma chiamata ad operare nell’interesse dell’intera umanità, impegnata nel campo delle relazioni disarmate alla ricerca non della guerra giusta ma della pace giusta (cfr. Pasquale Ferrara, già Direttore per gli Affari Politici e di Sicurezza del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale).

 

Sentite cosa ha dichiarato il nostro osceno ministro della guerra! (tra le paventate riforme costituzionali, quella del ritorno di fatto al ministero della guerra non è certo la più indolore…)

“Ho ricevuto la visita di Mykhailo Fedorov, già ministro della difesa ucraino e con una significativa esperienza nel campo dell’innovazione digitale applicata alla pubblica amministrazione e alla difesa. Occasione di approfondimento, in particolare, sul tema dei droni, dei sistemi unmanned e della difesa aerea, oltre a un confronto sull’evoluzione dell’ecosistema tecnologico. In uno scenario caratterizzato da trasformazioni repentine e senza precedenti, nel quale il cambiamento costituisce una costante, è imprescindibile ricercare opportunità di confronto e di scambio di esperienze. Per questo sono lieto che Mykhailo Fedorov abbia accettato di offrirmi la sua consulenza quale Advisor per l’Innovazione della Difesa”, ha spiegato Crosetto su X.

E sentite il parere del già citato coordinatore del Tavolo della Pace!

Lotti dice di non essersi scandalizzato più di tanto neppure per quella foto tra Guido Crosetto e Mikhailo Fedorov, che ha suggellato un’intesa strategica tra l’Italia e il “mago” ucraino dei droni e della guerra moderna. «Il ministro sa come si vendono le armi, perché agisce nella logica della guerra. È quella la sua cornice, lo è sempre stata». È più colpito dalla «censura che riguarda innanzitutto noi, che ha riguardato durante il suo pontificato papa Francesco. L’intero sistema dei media sta azzerando ogni spazio di proposta alternativa alla prosecuzione del conflitto».

E abbiate la pazienza di sentire anche il mio parere!

Io mi scandalizzo. Il ministro Crosetto ha giurato sulla Costituzione, che all’articolo 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Non dovrebbe allora, almeno politicamente, rispondere di attentato alla Costituzione stessa (confondendo guerra e pace, difesa e offesa), consistente nell’avvalersi di esperti in materia bellica piuttosto che di esperti in diplomazia volta alla pace? Il Parlamento non dovrebbe presentare una mozione di sfiducia verso il ministro? Il presidente della Repubblica non dovrebbe consigliargli di rassegnare le dimissioni? Nell’attuale compagine ministeriale è senza dubbio il più garbato, dignitoso e preparato, ma, come si suole dire, la sta facendo fuori dal buco in una materia dalla delicatezza estrema.

La calda lama della profezia e il freddo manico della normalizzazione

La morte di Enzo Bianchi – personaggio che, come tutti i più coraggiosi testimoni del Vangelo, è stato oggetto di critiche e di censure rimaste a mezz’aria, ma che ne hanno comunque disturbato il messaggio profetico – ha indotto a strumentalizzarne il ricordo, ipotizzando, in una sorta di strisciante e subdolo tentativo, la riconciliazione forzosa post mortem, che puzza tanto di ammissione di colpa e di rientro normalizzatore dalle diversità, che dovrebbero rappresentare la ricchezza e non la vergogna della comunità ecclesiale.

Proprio nelle ultime settimane si era però aperto un cammino verso una riconciliazione visibile. Ad annunciarlo è stata la stessa Comunità di Bose nel post su Facebook con cui ha comunicato la morte del suo fondatore. In occasione della festa della Trasfigurazione Bianchi aveva scritto al priore Sabino Chialà, confidandogli la consapevolezza di essere ormai vicino alla fine: «È venuto davvero il tempo di sciogliere le vele». Da qui la richiesta di trovare una strada per incontrarsi e potere «morire in pace e riconciliazione». Chialà aveva risposto accogliendo «con gioia» quel desiderio e proponendo di immaginare insieme un incontro con i fratelli e le sorelle. Il successivo ricovero in ospedale aveva impedito che il passo si compisse. Bose affida ora quel desiderio «alle mani di Dio, che solo conosce il cuore di ciascuno». (“Avvenire” – Matteo Liut)

Più o meno la stessa imbarazzante situazione si era creata ai funerali di don Luciano Scaccaglia – un profetico pretaccio parmense in continuo odore di eresia –  durante i quali era partito il maldestro tentativo di scimmiottare la parabola del figliol prodigo e/o del padre misericordioso.

Il vescovo provava ad estrarre il coniglio dal cilindro con qualche citazione delle omelie di don Scaccaglia, quelle ovviamente più ortodosse e più allineate (meglio di niente!), ma i cuori non si scaldavano. Nessun accenno autocritico da parte del vescovo e del clero: avevano nel passato sistematicamente emarginato, se non osteggiato il confratello esagerato e politicizzato. Addirittura è emerso dalle parole del vescovo che, forse in punto di morte o comunque durante la sua penosa malattia, don Scaccaglia si sia voluto confessare dal vescovo stesso ed il vescovo abbia chiesto a don Scaccaglia la benedizione. Penso e spero che tutti abbiano interpretato questa discutibilissima esternazione vescovile nel senso di un ritrovato clima di condivisione fraterna, ma in filigrana resta la brutta sensazione che si voglia dare l’idea di questo prete che alla fine ammette e confessa i suoi errori nei confronti del diretto superiore gerarchico e della magnanimità di quest’ultimo ad assolverlo dalle sue colpe per avere esagerato. (“La voce di Parma” – Ennio Mora)

A prescindere dal rispetto (almeno quello…) dovuto ai contenuti delle proposte di questi scomodi cristiani, emerge uno stile, inaccettabile dal punto di vista ecclesiale, volto in loro vita a emarginarli colpevolizzandoli in modo poco trasparente e in loro morte a ovattare se non a nascondere i contrasti con la gerarchia in “un revisionistico vogliamoci bene” assai poco evangelico. Unità non è conformismo!

«Per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna» (Papa Francesco, udienza ai sacerdoti del movimento di Schönstatt)

 

 

 

Le luci europee…di posizione

I più autorevoli esperti in campo geopolitico terminano le loro pur spietate analisi accendendo un faro di speranza sull’Unione europea, l’unico soggetto capace, per storia, cultura e forza economico-sociale, di promuovere un ordine internazionale basato su democrazia, multilateralismo e convivenza pacifica.

Ebbene, la luce europea si sta comunque rivelando piuttosto fioca e addirittura parecchi Paesi aderenti formalmente all’Unione si stanno dando molto da fare dall’interno, se non per spegnerla, per renderla debole e assai poco illuminante. Il quadro è piuttosto inquietante e desolante.

A proposito di luci ricordo come mio padre usasse spesso un provocatorio e virtuale episodio per rende l’idea del buio imperante: in una notte disperatamente nebbiosa gli automobilisti si affidarono a due lucine visibili in lontananza per uscire dallo sconforto del raggiungimento di una meta impossibile; alla fine del viaggio si accorsero che avevano seguito un carro da morto che li stava portando al cimitero.

Sta qui la minaccia principale al progetto europeo che le prossime elezioni parlamentari e presidenziali in alcuni Paesi chiave dell’Unione potrebbero rendere concreta. I partiti sovranisti stanno dentro l’Europa – lo stesso Roberto Vannacci si è fatto eleggere deputato a Strasburgo con 500mila preferenze – e difficilmente vorranno seguire le orme del nazionalismo indipendentista alla Nigel Farage, che ha portato alla Brexit. Ciò che accomuna il Rassemblement National, Alternative für Deutschland, Vox, Diritto e Giustizia e in parte Fratelli d’Italia (con alcune altre formazioni in Polonia e in Italia) è la volontà di indebolire la dimensione sovranazionale della Ue piuttosto che di abbandonarla. La destra tedesca fa in parte eccezione, perché non esclude l’uscita dall’attuale Unione a favore di una nuova confederazione. I nazionalismi più o meno moderati che in patria fanno leva sul sentimento identitario della propria comunità culturale, religiosa e linguistica hanno un atteggiamento doppio verso l’Unione. Sono coerentemente contrari a istituzioni federali verso cui spostare sovranità dai governi degli Stati membri, restano tuttavia interessati ai benefici dello spazio comune che vengono dal libero scambio, dai fondi strutturali e da iniziative come il Next Generation EU. Per paradosso, si accontentano proprio di un’Europa grettamente economicista, quella che criticano per alimentare le insoddisfazioni interne del proprio elettorato e guadagnare consensi. (“Avvenire” – Andrea Lavazza)

Proprio nei Paesi fondatori, Francia, Germania e Italia, si sta brigando per ridimensionare mortalmente il sogno europeo. Se non ci credono i fondatori, figuriamoci i parvenu dell’Est… Se il disegno è chiaro nelle arrembanti forze politiche di destra francesi e tedesche, per l’Italia è molto più furbescamente ma ancor più pericolosamente camuffato ed equivoco.

Il letale pragmatismo, che assomiglia sempre più a bieco egoismo nazionale, rende passive ed ininfluenti le popolazioni: l’aria che tira è quella di destra, una destra nazionalista, sovranista ed anti-europeista. In un simile quadro, favorito indubbiamente dall’andazzo trumpiano, dal bellicismo strisciante e da un penoso livello delle élite governative, le prospettive non sono rosee.

In cosa sperare? In un ravvedimento inoperoso della società americana, in un improvviso risveglio pacifista delle giovani generazioni, in un rimbalzo culturale dopo aver toccato il fondo?

La sinistra dovrebbe farsi carico di questo rinascimento europeo, ma non ne ha il coraggio, la spinta ideale e la capacità politico-programmatica. Non si capisce se stia governando al ribasso in disonorevoli compromessi con le forze conservatrici o se si stia trasformando in un’opposizione di comodo.

Tutto sommato in Italia rimane qualche barlume di riscossa seppure inficiata da ridicoli personalismi, da penose faziosità e da rigurgiti (anti)riformisti. Forse l’Italia, per tanti motivi, rimane il Paese più europeista degli anti-europeisti. Meglio di niente…

In questo ultimo periodo, il mio amico Pino, prodigo di amare ma interessanti riflessioni, chiude le sue missive con un ritornello che recita così: “E la sinistra? Primarie sì primarie no…siamo sempre lì…”.

 

Ran…ucci Ran…ucci…sento odor di censor…ucci

La Rai ha rimosso Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report, il più noto programma televisivo di giornalismo d’inchiesta in Italia, trasmesso da Rai 3. Ranucci ci lavorava come autore dal 2006 e lo conduceva dal 2017, dopo che per vent’anni lo aveva condotto la giornalista Milena Gabanelli. Il programma tornerà in tv dal prossimo 8 novembre, e la Rai ha fatto sapere che a condurlo saranno Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi giornalisti investigativi. Per ora la Rai non ha dato motivazioni ufficiali per la rimozione, ma si sa che hanno a che fare con quanto emerso nelle indagini sull’attentato contro lo stesso Ranucci, compiuto a ottobre del 2025 e organizzato da Valter Lavitola, imprenditore coinvolto in diversi scandali della politica italiana degli ultimi vent’anni e molto amico di Ranucci (che non è indagato). Ranucci e la dirigenza della Rai hanno poi un rapporto conflittuale che va avanti da tempo, a prescindere dall’attentato. (ilpost.it)

Tanto tuonò che piovve! Dietro la sciocca, ingenua e pompata vicenda Ranucci-Lavitola covava la volontà di normalizzazione alla Rai: finalmente è partito l’editto bulgaro di Meloni, che si è liberata di un giornalista scomodo, colpendone peraltro uno per educarne cento.

Quando si fa scomodamente il mestiere di giornalista d’inchiesta, bisogna essere molto attenti a non scivolare sulle maxi bucce di banana: Ranucci non lo è stato, in un certo senso si è tirato addosso la scomunica entrando in rapporto con personaggi a dir poco equivoci e invadenti.

Non so se a Ranucci sia stata cucinata una torta al veleno o se la torta l’abbia cucinata con le sue improvvide mani. Fatto sta che, davanti a certa pubblica opinione, è passato dalla parte del torto. Il governo non aspettava altro. Dal punto di vista giudiziario la vicenda avrà sicuramente un seguito, ma sul piano politico si è chiusa con una vittoria governativa a furor di…minculpop. Ranucci ha illustri predecessori collocabili nel tempo berlusconiano: questo non lo ricompenserà e non lo consolerà, ma lo inserirà comunque nella storia passata e recente.

La Rai sta diventando sempre più la sponda mediatica del centro-destra (battendo Mediaset due a zero) anche in vista delle prossime elezioni politiche. Se il buongiorno si vede dal mattino…

Le armi della destra e la sinistra senza armi

Il sì al piano Safe, con prestiti per 8,9 miliardi su aerei, unità navali e carri, insieme al 13esimo pacchetto di forniture a Kiev, sono il segnale che una stagione è finita nel nostro Paese e se ne sta aprendo un’altra. La sintonia con la Germania, che ha avviato una riconversione dell’industria in chiave militare (“Avvenire” – Francesco Palmas)

Si stanno sovrapponendo due gravi ed epocali provvedimenti governativi, che portano l’Italia su un terreno sostanzialmente anti-costituzionale ed anti-storico: la guerra camuffata da esigenza difensiva è diventata il filo conduttore della nostra politica e della nostra economia.  Si stanno effettuando scelte che segneranno la vita degli italiani per parecchio tempo: i soldi pubblici vanno prioritariamente alle armi, i rapporti internazionali sono basati sulle armi, l’economia produce armi per il bene di tutti. Sarà molto difficile tornare indietro.

Gli italiani non se ne rendono conto e, se capiscono, sono rassegnati perché così va il mondo.

In questi giorni è scoppiata una pretestuosa polemica su alcune dichiarazione rilasciate da Stefano Bonaccini, europarlamentare del PD e personaggio politico di lungo corso a sinistra: “Quello alla Le Pen, quello in Italia a Meloni e prima a Salvini e ora, forse, a Vannacci, è un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città, chi sta peggio economicamente”.

Credo che sociologicamente parlando Bonaccini abbia ragione: la gente ormai purtroppo vota a casaccio, a prescindere dai valori, dalle proposte politiche e perfino dal proprio portafoglio. Il voto a Trump ne è eloquente e clamoroso esempio. Ma anche in Italia non si scherza.

Quali sono le motivazioni fondamentali del voto a destra? La remigrazione, la resicurezza, il rebenessere. Tre illusioni belle e buone. Come si starebbe bene senza gli immigrati! Come si vivrebbe bene senza delinquenza! Come si starebbe tranquilli senza sacrifici economici!

Se si studiano i tre campi si scopre che è tutto un inganno: il problema migratorio è eticamente e politicamente imprescindibile; il problema della sicurezza è ben più largo e complesso della mera battaglia urbana contro i delinquenti (che, guarda caso, vengono identificati negli immigrati irregolari); il benessere economico non esiste senza equa redistribuzione dei redditi e senza giustizia sociale.

Giorgia Meloni non si deve risentire: le cose stanno così e lei sta sopravvivendo, combattendo contro i continui mulini a vento propinati alla pubblica opinione: un giorno la magistratura, un giorno la stampa, un giorno l’Europa, un giorno la sinistra.

C’è poi il macigno che grava sulla testa della gente da cui sono partito: la guerra, il massimo della insicurezza, della ingiustizia e della precarietà, che viene sbandierata come “di necessità virtù”.

La sinistra non sbaglia nell’analisi, come ha fatto abbastanza lucidamente Bonaccini, ma è carente nel proporre alternative strategiche, facili da spiegare e da capire, ricorrendo ai valori fondamentali del vivere civile, ma concretizzando il tutto a livello di convenienza non ultima quella del portafoglio.

Vogliamo spiegare alla gente che ci stiamo suicidando con le armi, finanziate dal debito nazionale ed europeo, prodotte dall’industria bellica che garantisce occupazione, finalizzate a difendere uno stato permanente di guerra in cui siamo destinati a sguazzare?!

L’immagine che ritrae sorridenti Guido Crosetto e Mykhailo Fedorov, un venerdì sera a Roma, ha un evidente merito: quello di fare finalmente chiarezza sulla strategia del governo in materia di riarmo. Da una parte c’è il nostro ministro della Difesa, dall’altra il “mago” ucraino della guerra moderna, un personaggio che ha già avuto incarichi di governo con Volodymyr Zelensky e che da due giorni è ufficialmente consulente del governo italiano. Questa fotografia parla più di molti rumors, indiscrezioni e documenti segreti e cancella qualsiasi opacità, a questo punto, sulle priorità industriali dei prossimi anni: l’Italia ha imboccato con decisione la via dell’investimento in tecnologia e formazione militare. Il dovere della trasparenza era ed è necessario e lo hanno confermato le dichiarazioni a margine dei due protagonisti dell’incontro. Ora però è altrettanto urgente fare un discorso di verità al Paese, che vada al di là di un incontro ufficiale e delle photo opportunity. Siamo sicuri che sia la direzione giusta, quella intrapresa? Si sono fatti i conti con un’opinione pubblica che appare stanca rispetto ai conflitti in corso e che è attraversata ancora, in misura significativa, da spinte e desideri di pace e di pacificazione, nonché da forti sentimenti antimilitaristi? (“Avvenire” – Diego Motta)

La guerra dovrebbe fare paura e invece sta diventando un argomento di sciocca e patetica conversazione. Colpa anche della sinistra che, a livello italiano ed europeo, non riesce ad alzare la propria voce, temendo di essere troppo di sinistra e troppo pacifista per essere capita e scelta dagli elettori.

 

 

 

Macellai in libera concorrenza

Altro che «macellaio dei Balcani»: per Belgrado il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, deceduto il 27 agosto fa nel carcere dell’Aja, merita funerali di Stato. Almeno, a sentire le dichiarazioni rilasciate dal ministro serbo della Giustizia Nenad Vujic, che non ha mancato, naturalmente, di provocare reazioni anzitutto in Europa, accrescendo i timori di un’ulteriore deriva della Serbia, Paese candidato all’adesione all’Ue. «È certo – ha dichiarato il ministro alla radio locale K1 – che il generale Mladic riceverà tutti gli onori militari e di Stato cui ha diritto». Adesso, ha aggiunto, «noi siamo pronti a recarci all’Aja non appena sapremo quali saranno le prossime tappe, nel pieno rispetto di tutti i desideri della famiglia del generale Mladic». Sarà questa «a decidere il luogo» della sepoltura. Il ministro ha inoltre annunciato una lettera al Meccanismo residuale dell’Aja (che ha preso il posto del disciolto Tpi) per chiedere che «non solo venga accertata la causa della sua morte, ma anche se Mladic abbia ricevuto cure adeguate». Belgrado lamenta in effetti che all’ex generale, in stato terminale, non sia stato concesso di passare i suoi ultimi giorni in Serbia. (“Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

Ratko Mladic  fu arrestato il 26 maggio 2011 a Lazarevo, in Serbia: la sua cattura era considerata una delle condizioni affinché la Serbia potesse candidarsi a diventare membro dell’UE. Accusato di aver commesso crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, il 31 maggio 2011, dopo 16 anni di latitanza, Mladic fu estradato all’Aja e processato nel centro di detenzione che ospita gli accusati del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY). Il processo, iniziato il 12 maggio 2012, si concluse il 22 novembre 2017 con la condanna all’ergastolo. La condanna fu confermata anche in appello l’8 giugno 2021, con un inasprimento ed estensione delle motivazioni sull’uso del genocidio.

Sgombro subito il campo dalle questioni di carattere umanitario sollevate dal governo di Belgrado: la mancanza di cure adeguate e il diniego a morire in patria. Non so se queste accuse riguardanti il trattamento carcerario riservato a Mladic siano provate, ma comunque sono del parere che l’essere curato e il morire dignitosamente debbano essere diritti concessi anche al peggiore dei criminali.

Sul piano della giustizia internazionale sorge immediatamente un problema: in giro per il mondo, a livello di governanti e capi di Stato, non ci sono soltanto mammolette, ma fior di criminali sostanzialmente responsabili di genocidi, nel mirino del Tribunale penale internazionale o addirittura già oggetto di provvedimenti che dovrebbero portare alla loro cattura.

Il 21 novembre 2024 la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato d’arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nel conflitto a Gaza.

Le accuse principali riguardano crimini di guerra, vale a dire uso della fame come metodo di guerra, attacchi intenzionali contro la popolazione civile e privazione di beni essenziali, e crimini contro l’umanità, cioè omicidio, persecuzione e atti disumani.

Il governo israeliano ha respinto le accuse con fermezza, definendo i mandati illegittimi, politicizzati e privi di giurisdizione, poiché Israele non fa parte dello Statuto di Roma. I Paesi membri della CPI hanno l’obbligo formale di eseguire il mandato di arresto se Netanyahu entra nel loro territorio, limitando fortemente i suoi spostamenti all’estero.

Tutti ignorano i suddetti obblighi e in molti si rifugiano addirittura nella insulsa diatriba se a Gaza ci sia o meno in atto un genocidio: se non è zuppa (genocidio) è pan bagnato (sterminio di una popolazione civile).

L’aspetto che mi interessa maggiormente riguarda l’atteggiamento e il comportamento dell’Unione Europea.

Molto preoccupata l’Europa. «La Commissione Europea – ha detto una portavoce – ritiene che qualsiasi glorificazione dei criminali di guerra sia in contraddizione con i valori europei più fondamentali e non abbia posto nell’Ue o nei paesi candidati all’adesione». 

Non ho idea di quale impatto possa avere questa sorta di subdolo revisionismo storico sull’adesione della Serbia alla Unione europea. Una cosa è certa: la UE non ha bisogno di nuovi partner incoerenti e inaffidabili, ha già anche troppi membri irrequieti e inquieti che la stiracchiano da ogni parte e la portano continuamente fuori strada.

La riflessione più di fondo è tuttavia la seguente: va benissimo la fermezza sui crimini di Mladic, ma il silenzio su quelli di Netanyahu grida vendetta al cospetto di Dio. Non solo, ma nessun provvedimento europeo è stato adottato per condannare e sanzionare il comportamento del governo israeliano ogni giorno sempre più censurabile e inaccettabile.

Evidentemente Netanyahu ha molti demoni a suo favore nell’inferno mondiale ed europeo, che gli consentono di spadroneggiare in modo criminale in tutto il medio oriente.

Lasciamo perdere il nostro Paese che non ha detto una vera parola di condanna e non ha adottato alcun provvedimento nei confronti di Israele, ritenendo che debba essere l’Unione europea a dettare la linea. Questo sì che vuol dire essere europeisti…

E le vere e proprie torture perpetrate nei CPR (centri di permanenza per il rimpatrio) a danno degli immigrati? E i lager camuffati da centri per immigrati all’estero che rappresentano il fiore all’occhiello dell’Italia da applicare anche alle giacche dei partner europei? Questa sì che è accoglienza esemplare verso i disperati in fuga.

Chiudo con una domanda molto provocatoria: è più criminale ammazzare i bambini nella loro patria o lasciarli morire in mare? è più criminale costringere milioni di palestinesi e libanesi a sloggiare dalle loro terre o ributtare i migranti nelle loro terre da cui sono scappati per disperazione?

Purtroppo non c’è autorità internazionale che possa provare a giudicare questi comportamenti, il diritto internazionale non esiste più, ognuno può fare ciò che vuole. Le ong non rompessero i coglioni…

Forse oggi anche Mladic, tutto sommato, se la caverebbe a buon prezzo, sarebbe in buona compagnia….

Il sesso degli angeli di sinistra

Conte anti-woke…una furbata per attaccare la Schlein …il camaleonte, non avendo una sua ideologia cavalca di volta in volta il tema che gli serve…aiutato dal suo esperto in comunicazione… (messaggio del mio amico Pino)

Il centro-sinistra non ha bisogno di queste pericolose polemichette da quattro soldi per definire la propria identità culturale, politica e programmatica.

Si dimentica, anche in settori della sinistra, che “woke” è espressione gergale coniata dagli afroamericani per segnalare la necessità di “vigilare” contro ogni forma di discriminazione, manifesta o camuffata. Se viene meno questa attenzione, allora si apre la strada a chi intende mettere in discussione, ad esempio in nome di un distorto principio della sicurezza nazionale, o in difesa di una presunta identità costruita a tavolino, i fondamenti del sistema internazionale, i diritti civili, la molteplicità delle prospettive, e tutto ciò che John Rawls definiva «il fatto del pluralismo ragionevole». Si confondono, ad esempio, gli eccessi del politicamente corretto con il linguaggio non-offensivo, per il rispetto che si deve ad ogni essere umano. Non a caso, proprio la costante propensione ad offendere e ad umiliare gli altri, specie i più deboli, compresi interi stati, caratterizza il discorso trumpiano e la grammatica sgrammatica dell’ultradestra populista e nazionalista.

Se si seguisse questa linea di ragionamento – che a me pare un inaccettabile ripiegamento – allora dovremmo caratterizzare come irrimediabilmente “woke” l’articolo 3 della nostra Costituzione, che stabilisce l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E la stessa Costituzione impone alla Repubblica politiche che in America vanno sotto il nome di affirmative actions, cioè misure proattive di equiparazione, consistenti nel rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Sarebbe strutturalmente “woke” anche l’articolo 11, che con il ripudio della guerra finirebbe per caratterizzare l’Italia – per i nuovi alfieri della restaurazione politico-semantica – come un paese irenista e imbelle, un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. Insomma, il furibondo accanimento contro la categoria indefinita di wokismo non è che il grimaldello per scardinare le conquiste della civile convivenza, dal contesto nazionale a quello internazionale, e farci ripiombare sotto l’arbitrio degli energumeni, sia domestici che globali. In definitiva, è perciò molto meglio restare “woke”, in senso letterale, cioè rimanere vigilanti. (“Avvenire” – Pasquale Ferrara)

La sinistra ha storicamente la tendenza ad inasprire le diversità al fine di marcarle in chiave più elettorale che culturale: certe divergenze sono state salutari e chiarificatrici. Non è il caso da una parte della polemica anti-woke e dall’altra della polemica filo-riformista. Si prescinde dai contenuti woke e riformisti per trasformarli in ragioni polemicamente e strumentalmente divisive.

Gran brutto vizio quello della sinistra che si divide per il gusto di dividersi, finendo per creare una confusione in cui spillare qualche consenso a proprio favore spesso personale. C’è tempo per la discussione seria e costruttiva anche se ci può essere talora spazio per la polemica mai fine a se stessa o, ancor peggio, fine a inutili e dannosi personalismi.

Confondere la cultura woke con l’ubriacatura LGBT così come piegare il riformismo a mera moderazione pragmatica e centrista sono operazioni scorrette e controproducenti. Dividersi sulla strategia pacifista non ha molto senso, ma può avere anche un senso. Menare il can per l’aia, prendendo le lucciole di Giuseppe Conte e Pina Picierno come lanterne in vista delle elezioni primarie e secondarie, è cosa ridicola prima e più che inaccettabile. Di queste vuote diatribe non se ne può più anche perché sullo sfondo passano le immagini delle distruzioni belliche, dei naufragi migratori, dei bambini che muoiono sotto le bombe e in mare e dei bambini sopravvissuti che giocano coi topi.

 

Guerra e pace, irrazionalità a confronto

Il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta è alla sua ventesima missione in territorio ucraino dall’inizio della grande invasione, saremo in centotrenta ad Odessa fino al ventotto agosto, per incontrare la società civile ucraina e gli amministratori locali, per discutere con loro del nostro futuro comune, di corpi civili di pace e di sicurezza europea.

Che sia l’Ucraina o il Mediterraneo, ciò che conta in chi parte è la decisione di essere parte della realtà, essere operativi dove ci sono le ingiustizie, schierandosi con i propri corpi. L’alternativa è sotto gli occhi di tutti: essere auto-relegati al ruolo di “homines videntes”, come scriveva Giovanni Sartori, quella schiera di benpensanti che confondono il mondo reale con il mondo che vedono, e che oggi hanno imparato a dividerlo in pollici alti e pollici versi, facce grugnite, cuoricini e facce tristi, senza abitarlo per davvero. Partire per l’Ucraina non significa fermare la guerra ci dicono, e quindi è un’azione inutile. È vero, lo sappiamo, ma forse bisogna ribadire che la pace non è solo un affare utile, è anche un affare d’amore, e non si costruisce la pace solo con la razionalità di gesti ponderati, di chi sa esattamente come vincere una guerra, ma anche con lo slancio di chi, anche all’improvviso, sceglie semplicemente di non arrendersi. Come Spinelli, Colorni e Rossi che hanno scritto un manifesto sulle cartine delle sigarette mentre erano ridotti al confino su Ventotene, come la decisione di Rosa Parks che quel giorno non volle cedere il suo posto sull’autobus; come le gesta intrepide di chi superava con sotterfugi il Muro di Berlino, come la rabbia di Tarek, venditore di gelsomini a Tunisi, che non sopportò più le angherie delle guardie e diede vita alla primavera araba, mettendo fuoco al suo carretto. E noi come loro partiamo principalmente per amore o per rabbia, non per calcolo.

Questa volta andiamo ad Odessa perché abbiamo seguito qualcosa che è simile al richiamo di una sirena: la bellezza della città. Tra i tanti nomi che abbiamo imparato a conoscere, per via di questa guerra che li ha resi famosi alle nostre orecchie, come Lviv, Kiev, Kharkiv, Mykolaiv, Cherniv, il suono di “Odessa” ci restituisce immediatamente il senso di una città-mito ed esotica che al tempo stesso ci è familiare come i racconti di Omero alle scuole superiori, ed oggi di nuovo attuale per via di Nolan. (“Avvenire” – Angelo Moretti, Portavoce del Mean, Movimento europeo di azione nonviolenta)

Mi ritrovo perfettamente nel discorso e nell’impegno basati sulla irrazionalità della pace, capisco che occorre partire di lì per smuovere coscienze e promuovere azioni positive in favore della pace. Non mi associo a chi si nasconde dietro il dito dell’inutilità per legittimare la inevitabile logica della guerra.

Tuttavia mi chiedo: e la politica dove sta di casa? Viaggia sul binario unico del vis pacem para bellum e non c’è verso di farla deragliare. Dal momento che credo nella politica soffro doppiamente: per le brutture della guerra e per la rassegnata e motivata (?) impotenza dei governanti. Paradossalmente non so se siano più da compiangere le vittime della guerra o coloro che la preparano in vista di una irraggiungibile pace ridotta a mero scopo pretestuoso.

Mi ribello alle razionali motivazioni di supporto alla irrazionalità della, o meglio dire, delle guerre. C’è però un ragionamento da sbattere in faccia ai guerrafondai. Non si sono accorti che nel mondo attuale le guerre non si possono vincere, ma si perdono nell’infinito scontro tra i forti e i deboli che qualcuno rende forti. Nessun debole è talmente debole da soccombere definitivamente e nessun forte è talmente forte da vincere ogni resistenza. Un tempo si dichiaravano le guerre avendo come scopo trattati di pace dettati dal vincitore; oggi la guerra è fine a se stessa, si autoalimenta, si perpetua, è la base sistematica della vita dell’umanità.

Va bene così? A giudicare dall’accanimento con cui si portano avanti le guerre in Ucraina, in Iran e in Palestina sembra proprio di sì. La diplomazia è ridotta a gioco dell’oca. Anche chi ha (quasi ) tutto da perdere (vedi Europa) in questo scenario bellico globale e infinito preferisce insinuarsi ed accanirsi sulle briciole che cadono dal tavolo dei potenti fingendo di schierarsi dalla parte dei deboli.

C’è una differenza fondamentale tra Cina ed Europa. La prima ha pragmaticamente tutto da guadagnare nel teatro bellico internazionale; la seconda ha tutto da perdere anche perché è divisa e senza bussola ideologica e politica.

E allora, a maggior ragione, non resta che l’irrazionalità della pace a tutti i costi. C’è stato nella storia del secolo scorso un italiano che è riuscito nell’intento di coniugare i disarmati e disarmenti viaggi della pace con la testarda diplomazia del dialogo coi potenti. Mi riferisco a Giorgio La Pira che sapeva darsi due spinte: una basata sulla preghiera a Dio, l’altra basata sulla buona volontà degli uomini impegnati politicamente nelle comunità sparse in tutto il mondo. Una sfida tutta da rivalutare e riprendere con pazienza pari ad impazienza.

 

I mestieranti europei e i volenterosi vaticani

«Questa guerra deve finire», il prima possibile, «più a lungo durerà, più difficile sarà raggiungere una soluzione adeguata. Ogni giorno i combattimenti generano nuove vittime ostacolando ulteriormente una riconciliazione futura». Con tono fermo e pacato, Paul Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, ha portato nel cuore di Mosca l’incessante appello per la pace di papa Leone XIV. All’esordio della missione in Russia – dove mancava dal novembre 2021, prima del conflitto con l’Ucraina –, il “ministro degli Esteri” del Vaticano ha incontrato l’omologo Sergeij Lavrov per affrontare – come precisato dalla segreteria di Stato via social – «temi di comune interesse e questioni di attualità internazionale». Al termine, i due diplomatici hanno voluto presentare insieme le proprie dichiarazioni alla stampa. «La posizione della Santa Sede è chiara – ha sottolineato l’arcivescovo Gallagher davanti ai giornalisti che non sono stati autorizzati a fare domande –. Le ostilità non possono essere risolte con mezzi militari. È essenziale creare le condizioni per un processo politico e diplomatico e avviare negoziati autentici con il sostegno della comunità internazionale». Da qui l’invito alle parti «a mostrare apertura e buona volontà affinché questo dialogo possa diventare realtà al più presto». In quest’ottica, «il Vaticano continua ad offrire la propria piattaforma di dialogo e buoni uffici», ha affermato il segretario per i rapporti con gli Stati che, il mese scorso, è stato a Kiev dove si è riunito con il presidente Volodimir Zelensky. Pur riconoscendo «divergenze sostanziali» con Mosca, Gallagher ha parlato di un «clima costruttivo» nel corso del colloquio e ha evidenziato alcuni «punti di convergenza» in particolare sulla necessità di mantenere aperti i canali di comunicazione e di collaborare sulle questioni umanitarie, dal ritorno dei bambini ucraini agli scambi di prigionieri. Aspetti su cui proseguirà il lavoro del cardinale Matteo Zuppi, inviato di pace vaticano, che dovrebbe recarsi a Mosca entro settembre, dopo i precedenti viaggi del 2023 e 2024. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi, Giovanni Maria Del Re)

Dagli ambienti ecclesiastici è appena arrivata una lezione sulla pace che mi piace intendere rivolta soprattutto alla sinistra (arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi) ed ecco affacciarsi sulla scena internazionale una vera e propria lezione di diplomazia (arcivescovo Paul Gallagher, Ministro degli esteri del Vaticano) che ritengo possa essere rivolta soprattutto all’Europa.

Come sarebbe bello se la politica guardasse ai vertici della Chiesa cattolica non con imbarazzata e formale adesione, ma con umile e forte crisi di coscienza. Perché l’Europa conosce soltanto il linguaggio delle armi e non prova a parlare quello della diplomazia? Perché non si tenta l’impossibile pur di scuotere l’imbalsamata situazione bellica internazionale, facendo capire ai contendenti che, tra l’altro, le guerre non si possono più vincere ma trascinare all’infinito? Perché i volenterosi europei portano soltanto armi e munizioni e non consigli utili per trattative di pace? Perché l’Europa, anziché mettere sul piatto della bilancia la spada e le sanzioni, non mette in palio aiuti umanitari e investimenti per il progresso economico dei Paesi in guerra a condizione che ricerchino seriamente accordi di pace?

Si tratta di sogni? Meglio regalare sogni che armi! Il Papa e i Vescovi vengono considerati come mestieranti della pace e quindi guardati e ascoltati con scetticismo e sussiego. Ad ognuno il suo mestiere: alla Chiesa quello di facilitatore di pace, alla politica quello di preparatore di guerre. Meno male che c’è la voce insistente della Chiesa, (il Papa con i suoi inviti alla pace disarmata e disarmante e i Vescovi con i loro interventi etici, religiosi e diplomatici), perché diversamente sarebbe un coro unanime, pur con diverse tonalità, di promozione bellica.

Fede, speranza, carità e…burocrazia

Prima puntata: Il disordine secondo il Vangelo

Massimo Biancalani, parroco noto per il suo impegno nell’accoglienza delle persone migranti, è stato definitivamente rimosso dalle parrocchie di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e San Niccolò a Ramini, a Pistoia, dove prestava servizio dal 2015. La rimozione era stata disposta nel luglio dell’anno scorso dall’allora vescovo di Pistoia e Pescia, Fausto Tardelli, che gli aveva proposto un nuovo incarico negli uffici della diocesi. La decisione era seguita allo sgombero da parte della polizia di alcuni migranti ospitati nei locali della parrocchia di Vicofaro. Biancalani aveva presentato ricorso al Dicastero per il Clero (la struttura del Vaticano che si occupa delle questioni che riguardano i sacerdoti) ma è stato respinto. Secondo il Fatto Quotidiano, che ha potuto vedere il documento con cui il Dicastero ha motivato la sua decisione, la rimozione è stata confermata perché Biancalani avrebbe trascurato i suoi impegni come parroco per concentrarsi sull’accoglienza delle persone migranti. Come previsto dal diritto canonico, il parroco ha ora sessanta giorni di tempo per presentare un ulteriore ricorso. Nell’estate del 2024 il Vaticano aveva già proposto a Biancalani un trasferimento all’Ufficio missionario diocesano di Pistoia, incarico che il sacerdote aveva rifiutato. Successivamente gli era stata revocata la rappresentanza legale della parrocchia di Vicofaro. Biancalani aveva impugnato anche quel provvedimento, ma senza successo. (ilpost.it)

 

Seconda puntata: L’ordine secondo la Santa Sede

Tornare a stare insieme, affidare la comunità a un nuovo parroco e rimettere al centro la parrocchia. A Vicofaro, nella parrocchia che è stata per anni centro di accoglienza di migranti con don Massimo Biancalani, si apre una pagina nuova. E il primo gesto scelto dal vescovo di Pistoia, Augusto Mascagna, è stato quello più semplice e più essenziale: celebrare la Messa nella chiesa di Santa Maria Maggiore, stare in mezzo alla comunità e indicare un nuovo inizio. A poche ore dal rigetto da parte della Santa Sede del ricorso di don Biancalani che si opponeva al suo trasferimento stabilito dal predecessore, Fausto Tardelli, il vescovo ha comunicato ai fedeli il nuovo assetto di Vicofaro, invitando anzitutto a ritrovare un ordine e una serenità che negli ultimi anni sono stati messi a dura prova. Dal prossimo 23 agosto la cura pastorale sarà affidata a monsignor Patrizio Fabbri, come amministratore parrocchiale, affiancato da don Roberto Breschi, cancelliere vescovile, come coadiutore. Una scelta che la diocesi presenta con un’unica priorità: quella di tornare alla vita ordinaria di una comunità, ossia la celebrazione dei sacramenti, l’accompagnamento delle persone, le relazioni, la vita pastorale. (“Avvenire” – Tommaso Piccoli)

 

È pur vero che le vicende bisogna viverle dall’interno e non sull’onda degli echi mediatici, ma ci puzza tanto di restaurazione: non è facile soccorrere i poveri senza incorrere nei rigori delle leggi civili ed ecclesiastiche. C’è un famoso detto parmigiano che recita: “A fär dal bén aj äzon as resta fotù…”.

Lo Stato italiano è rigoroso sul rispetto delle regole igienico-sanitarie che sarebbero state violate nell’accoglienza ai migranti della parrocchia di Santa Maria Maggiore a Vicofaro (Pistoia), mentre sorvola sulle vergognose condizioni di vita dei migranti collocati nei centri di accoglienza(?) in Italia e all’estero.

I vescovi giustamente si scandalizzano per il respingimento dei migranti, sollecitano l’impegno dello Stato e delle comunità nell’accoglienza e poi, sul più bello, adottano provvedimenti punitivi nei confronti di sacerdoti che, magari con eccessivo zelo caritatevole, accolgono i migranti nei locali parrocchiali, creando qualche scompiglio e mettendo a soqquadro il quieto vivere della comunità cristiana.

La Chiesa, così come il mondo, è bella perché è varia…

Prescindendo dagli aspetti di merito della suddetta vicenda, anche dal punto di vista del metodo i fatti lasciano molto a desiderare: i rapporti impostati e risolti in modo burocratico (promoveatur ut amoveatur) o addirittura, ancor peggio, con provvedimenti disciplinari e relative rimozioni punitive (chi disturba vada fuori dall’aula o dietro la lavagna). Non mi sembra uno stile evangelico.

Mia sorella Lucia, nella sua implacabile schiettezza, non sopportava i grilloparlanteschi atteggiamenti della gerarchia cattolica nelle sue varie espressioni centrali e periferiche, volti ad esprimere forti e generiche critiche ai politici, con cui peraltro non era affatto tenera. Rinviava però al mittente parecchi rilievi: “Sarebbe molto meglio che si guardassero loro, che ne fanno di tutti i colori, anziché scandalizzarsi delle malefatte delle persone impegnate in politica”.

«Per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna» (Papa Francesco, udienza ai sacerdoti del movimento di Schönstatt).

«È meglio una Chiesa incidentata, perché perlomeno è in uscita, piuttosto che malata» (Papa Francesco).

E allora, come si sarebbe comportato papa Francesco nella vicenda di don Biancalani? Azzardo un virtuale pronostico: avrebbe dialogato molto, giudicato poco e condiviso tutto.