La Casa nera, la Chiesa bianca, gli americani grigi

«Se dipendesse dal Papa, l’Iran avrebbe l’arma nucleare e a lui starebbe bene». Per questa ragione, «penso che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone». L’accusa non è nuova: dall’inizio dell’escalation retorica nei confronti di Leone XIV del 12 aprile, Donald Trump ha più volte ripetuto che il Pontefice sarebbe favorevole all’atomica degli ayatollah. Una “fake news” neppure troppo elaborata: la Santa Sede condanna in modo inequivocabile non solo l’impiego ma anche il possesso delle testate da parte di qualunque Stato. “Fratelli tutti” definisce «sfida» e «imperativo morale e umanitario» la totale eliminazione di queste ultime. Emblematica, in questo senso, la risposta di Leone XIV all’ennesima bordata arrivata dalla Casa Bianca. «Se qualcuno vuole criticarmi perché annuncio il Vangelo, che lo faccia con la verità. La Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari, quindi lì non c’è nessun dubbio», ha detto all’uscita di Castel Gandolfo. Il Papa ha sottolineato che «la missione della Chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace». E ha concluso: «Spero semplicemente essere ascoltato per il valore della parola di Dio». (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Non presto alcuna attenzione alle reiterate e stucchevoli sparate trumpiane, non mi curo delle prospettive diplomatiche nei rapporti tra Casa Bianca e Vaticano, mi auguro che papa Leone non si lasci trascinare in un’assurda e fuorviante polemica fra Stato e Chiesa. Il parametro prevostiano è infatti il Vangelo e, volendo stare al comportamento di Gesù nei confronti del potere, sintetizzabile emblematicamente nel rapporto con Ponzio Pilato e c., si possono individuare tre stadi: la dichiarazione della verità, il rifiuto del dialogo compromissorio, il silenzio totale che segna la netta separazione.

Leone XIV è al primo stadio: sta ribadendo con forza i principi evangelici irrinunciabilmente riconducibili al tema della pace (guerra ingiusta, ingiustizia come causa-effetto della guerra, rifiuto radicale delle armi, etc. etc.). Alle parole però dovrebbero seguire i fatti, vale a dire i gesti, i viaggi e le scelte (povertà, solidarietà, misericordia, etc. etc.). Alle scelte comportamentali riguardanti la Chiesa-comunità, dovrebbero seguire le riforme riguardanti la Chiesa-istituzione (dalla pletorica curia vaticana alla liturgia imbalsamata, dalla insopportabile impostazione gerarchica alla strenua e retrograda difesa della tradizione).

Il secondo stadio è dietro l’angolo: gli attacchi e i contrattacchi possono preludere a pasticci di convivenza e convenienza e allora…rovinato tutto! Va bene il dialogo, mancherebbe altro, purché non diventi un osceno balletto sulla pelle dei più deboli.

Bisogna tenere duro, la ragion di Stato e la ragion di Chiesa non si possono e non si devono incontrare. Chi attacca e chi difende papa Leone ha fini di carattere politico, ragion per cui il Papa non deve lasciarsi trascinare nella querelle, fatta di sguaiate critiche e di pelose difese.

Ed eccoci al terzo stadio: l’eloquente, assordante, spiazzante e dialogante (sic!) silenzio, quello di Gesù davanti ad Erode oltre che alla presenza di Pilato. Conversando con amici ho manifestato l’impressione che papa Leone abbia (quasi) preso gusto nel confliggere verbalmente con Trump, anche perché effettivamente e dialetticamente Trump ne sta uscendo distrutto. L’unica salvezza per il presidente statunitense sta nel tener viva una paradossale polemica, sperando che alla lunga la triste realtà superi la fiduciosa speranza, che, nonostante tutto, la forza della politica possa prevalere sulla debolezza della fede (qualsiasi fede!).

Sarà necessario non (s)cadere nella trappola. Il bello per papa Leone deve ancora venire: oltre ed in parallelo al silenzio verso i potenti di turno più o meno sgarbati che siano, lo aspetto al varco dei segni (e dei sogni…), delle scelte (concrete), delle riforme (invasive e divisive) di cui sopra.

Prima dell’elezione di Leone XIV, il Papa era per molti americani una figura lontana, rispettata ma remota. Ora è qualcuno che conosce il baseball, che è cresciuto nel Midwest, che parla con l’accento e le cadenze di casa. Gli americani lo sentono vicino in modo viscerale. Lo vedono come uno di loro. E questo ha aperto porte che erano chiuse da tempo: le conversioni sono in aumento, le chiese stanno registrando nuovi fedeli, giovani che non si erano mai avvicinati alla fede. Nella mia arcidiocesi di Washington stiamo vivendo un momento straordinario in questo senso. (dall’intervista dell’arcivescovo di Washington McElroy rilasciata al quotidiano “Avvenire” – Elisa Molinari)

Sono assai lontano dai facili entusiasmi dell’episcopato americano reduce da pesanti contrapposizioni con papa Francesco. Mi dovrebbero spiegare perché fossero così irrequieti e indisciplinati verso il precedente pontefice e così improvvisamente ben disposti verso quello attuale. Una questione di nazionalità? Penso che esistessero motivi ben più consistenti: probabilmente nei cattolici statunitensi c’è molta religiosità opportunistica e poca fede basilare (d’altra parte questa è la loro folcloristica pantomima culturale…).

Forse c’è voluto Trump per ricompattare la Chiesa americana e riconciliarla col Vaticano? Mi auguro che sia stato innescato qualcosa di più profondo e interessante: la volubilità del (non) popolo statunitense è veramente incredibile. Non avevo visto male del tutto: dietro la scelta di Prevost c’era un filo di americanismo, che magari sta sfuggendo di mano a chi lo aveva immaginato dal punto di vista più politico che ecclesiale e che mi auguro possa diventare una spina nel fianco più ecclesiale che politica.

Dopo il primo soffocante scetticismo seguente alla partenza del nuovo pontificato – legato al dubbio che si trattasse ad intra di melassa unitaria con cui nascondere una soft-restaurazione post-francescana e, ad extra, di un rischioso recupero di peso e di ruolo geopolitico – è arrivata la boccata d’ossigeno anti-trumpiana, che ha per lo meno fugato le perplessità verso una impostazione pastorale del quieto vivere. Ora aspetto la polpa che dovrebbe venire dopo le pur sacrosante e coraggiose dichiarazioni di principio.

La parata civile

È venuto il tempo, quindi, che la festa della Repubblica democratica fondata sul lavoro sia celebrata, senza divisioni, con una modalità alternativa a quella della consueta parata militare che prevede l’esposizione delle armi. Coerentemente con ciò che storicamente ha significato il 2 giugno: la data in cui il popolo italiano – i cittadini e le cittadine – hanno messo da parte la violenza e col voto democratico hanno deciso quale doveva essere il loro futuro istituzionale. Vogliamo proporre che la Festa della Repubblica sia una festa di popolo che veda in prima fila la rappresentanza delle scuole e degli ospedali, delle lavoratrici e dei lavoratori, del mondo del volontariato e della cooperazione internazionale che apre lo sguardo solidale sul mondo, assieme a tutti coloro che svolgono, con o senza divisa, il servizio di difesa della Patria in coerenza con la ricerca di quell’ordine internazionale garantito dall’Onu. In un mondo che sembra assuefatto dell’inevitabilità della guerra l’Italia, con Roma città eterna, può offrire un segnale di speranza per l’umanità intera. (Dall’appello della società civile su “Avvenire” – Luigino Bruni, docente universitario di Economia, Livia Cadei, docente universitaria di Pedagogia, Carlo Cefaloni, giornalista)

Quante volte avevo pensato che fosse opportuno smetterla con la militarizzazione della festa delle Repubblica. Finalmente un autorevole appello in tal senso.

Durante la mia adolescenza ho avuto l’opportunità di imparare a pensare e a vivere sulla scorta di preziosi consigli civici da parte dei miei insegnanti. Oggi mi viene spontaneo ricordarne uno: il professor Flavio D’Angelo, che non amava la retorica e il patriottismo di maniera. Si chiedeva sarcasticamente: “Perché la gloriosa Marina? Non sono forse gloriosi anche gli insegnanti che fanno il loro dovere? E che dire degli operai che lavorano alla catena di montaggio? E di tutti coloro che fanno silenziosamente il proprio dovere?”.

Aggiungiamoci pure l’ostentazione a dir poco inopportuna delle armi e il discorso è completo.

Mio padre aveva fatto il servizio militare con spirito molto utilitaristico ed un po’ goliardico (per mangiare perché a casa sua si faceva fatica), cercando di evitare il più possibile tutto ciò che aveva a che fare con le armi (esercitazioni, guardie, tiri etc…) a costo di scegliere la “carriera” da attendente, valorizzando i rapporti umani con i commilitoni e con i superiori, mettendo a frutto le sue doti di comicità e simpatia, rispettando e pretendendo rispetto aldilà del signorsì  o del signornò. Raccontava molti succosi aneddoti soprattutto relativamente ai rapporti con il tenente cui prestava servizio. Aveva vissuto quel periodo come una parentesi nella sua vita e come tale l’aveva accettato, seppure con una certa fatica. Mio padre era estraneo alla mentalità militare, ne rifiutava la rigida disciplina, era allergico a tutte le divise, non sopportava le sfilate, le parate etc., era visceralmente contrario ai conflitti armati.

Se le armi vengono prodotte, commercializzate e finanche esposte in parata, è giocoforza che prima o poi vengano utilizzate.

Torno ancora una volta alla saggezza di mio padre. Nella sua semplicità, quando osservava l’enorme quantità di armi prodotta, rimaneva sconfortato e concludeva per un inevitabile inasprirsi dei conflitti al fine di poter smaltire queste scorte diversamente invendute ed inutilizzate. «S’in fan miga dil guéri, co’ nin fani ‘d tutti chi ilj ärmi lì?» si chiedeva desolatamente.

Non so se il Presidente della Repubblica accoglierà l’invito: purtroppo un suo illustre predecessore (Carlo Azeglio Ciampi se non erro) ripristinò (seppure in buona fede) la parata militare in via dei Fori Imperiali. Il contesto storico è cambiato, occorrono segni (anche piccoli) di aprioristica pace. Sarebbe molto significativo che Mattarella operasse questa provocazione: sono convinto che molti italiani apprezzerebbero. Qualcuno magari si scandalizzerebbe, pazienza…

 

 

 

 

 

 

Il patto di staticità

Patto di Stabilità e Crescita (PSC) è un insieme di regole europee (nato nel 1997) che vincola gli Stati membri dell’UE a mantenere finanze pubbliche sane, coordinando le politiche di bilancio per sostenere l’Eurozona. Impone, tra le altre cose, limiti al disavanzo pubblico (sotto il \(3\%\) del PIL) e al debito pubblico (sotto il \(60\%\) del PIL), garantendo la stabilità economica.

La filosofia di fondo non mi convince: lo scopo della politica economica europea dovrebbe essere lo sviluppo socio-economico con particolare attenzione alla sua equa distribuzione e al riequilibrio reddituale dei territori. Puntare alla combinazione ottimale fra indici e parametri, che peraltro non misurano l’effettivo stato di benessere della società, significa vocarsi ad una (pre)visione burocratica ed asfittica che pone la UE come controllore e non come protagonista dello sviluppo.

“Il Patto di stabilità non può continuare a essere la foglia di fico per nascondere la mancanza di volontà e capacità politica dei 27 di diventare una vera federazione, gli Stati Uniti d’Europa”. Per Brunetta l’Europa deve essere “capace di adottare politiche che consentano di adattarsi ai cambiamenti in atto e di varare le politiche per il futuro”. Nel momento contingente, ha sottolineato, “occorre giocare d’anticipo contro la possibile grave recessione che incombe, e non aspettare che questa arrivi per poi agire, perché a quel punto sarebbe tardi. Poi, se la crisi si risolverà rapidamente e quelle misure diverranno inutili, saremo tutti molto soddisfatti”.

Renato Brunetta, in qualità di presidente del CNEL, ha criticato il nuovo Patto di Stabilità europeo, definendolo inefficace e rischioso per la crescita, ha invocato una risposta europea unita alle crisi e sostiene che le regole attuali siano pro-cicliche, ovvero dannose durante le recessioni, e invoca flessibilità e investimenti.

Brunetta considera il Patto di stabilità spesso una “foglia di fico” per nascondere la mancanza di una vera politica europea e di investimenti comuni. Sottolinea la necessità di risposte europee unitarie, specialmente di fronte a crisi come quella energetica. Sostiene che le nuove regole, se troppo rigide, rischiano di soffocare la crescita in un contesto economico fragile. Invoca una maggiore flessibilità per permettere agli Stati membri di investire, specialmente su riforme e crescita. Propone il metodo Next Generation EU come modello di governance sostenibile.

Leggendo questa analisi, abbastanza convincente e condivisibile, del presidente del Cnel, mi sono chiesto come mai la sinistra a livello europeo resti appiattita sullo status quo e non abbia il coraggio di smuovere le acque che rischiano di diventare stagnanti.

Non sento mai né un sussulto valoriale ed ideale, né una provocazione politica, né una coraggiosa proposta programmatica che osi prescindere dal perbenismo tecnocratico imperante. Così facendo si lascia paradossalmente campo libero all’euroscetticismo che cavalca il malcontento verso il cerbero istituzionale europeo.

L’Europa non può limitarsi a essere il luogo delle regole. Deve tornare a essere il luogo delle scelte. Bisogna costruire strumenti comuni per affrontare sfide che nessuno Stato può sostenere da solo. Dobbiamo indirizzare le nostre economie verso una crescita che redistribuisce e non che si limita ad accumulare. Per l’Italia questo significa investire sul lavoro stabile, qualificato, capace di creare valore, non come costo da comprimere, ma come fondamento della Repubblica. Rafforzare il sistema educativo e formativo. Semplificare e facilitare le attività economiche, perché la produttività non si impone per decreto, ma si costruisce nel tempo. Rendere il fisco più equo e semplice, perché senza fiducia non esiste sviluppo duraturo. Per uscire dall’emergenza servono idee che abbiano orizzonti di legislatura. Non possiamo limitarci a gestire i vincoli. Dobbiamo contribuire a riscriverli, dentro una visione europea che tenga insieme stabilità e crescita, rigore e giustizia. Perché senza questa sintesi, il rischio è quello di una lenta erosione: dei conti pubblici, certo, ma prima ancora della coesione sociale. I numeri, alla fine, non mentono. Ma possono essere letti in modi diversi. Possono essere usati per rassicurare o per capire. Per giustificare l’esistente o per cambiarlo. Sta alla politica scegliere. (“Avvenire” – Ernesto Maria Ruffini)

Ho tanta nostalgia per l’europeismo del ministro Marcora che osava battere i pugni sui tavoli europei, mettendo in primo piano non tanto e non solo la sanità dei bilanci dei Paesi europei, ma quella delle aziende agricole che difendono il loro reddito, ma anche l’occupazione e i territori da punto divista della salvaguardia reddituale, sociale ed ambientale.

Purtroppo gli schemi politici tradizionali, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando mia sorella andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del trumpismo, del populismo e del sovranismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.

Forse la UE si sta meramente auto-conservando al proprio interno e a livello internazionale, probabilmente costretta a cercare il male minore, vale a dire consegnandosi alle politiche di chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi.

 

 

 

Quando i penultimatum arrivano a scadenza…

Un sordo rumore di sciabole si indovina in questi giorni a Washington fra i corridoi del potere. Le sensibili antenne della Casa Bianca lo hanno già colto e soprattutto lo ha avvertito il presidente, approssimandosi il 28 aprile, data entro la quale fra promesse, profezie e ultimatum la guerra con l’Iran dovrebbe forzatamente concludersi. Ciò che ancora separa Donald Trump da una satrapia di tipo assiro-babilonese è il Congresso, baluardo di quella che fu una democrazia parlamentare e che ora sta per giocare la propria carta costituzionale.

L’incaglio nel quale The Donald rischia di andare a sbattere è il War Powers Act, una legge federale che limita la facoltà del presidente di impegnare le forze armate senza un’autorizzazione del Congresso, obbligandolo a informarlo entro 48 ore dal dispiegamento delle truppe e limitando la loro permanenza a 60 giorni (estensibili ad altri 30 per il ritiro) senza l’esplicita approvazione di Capitol Hill. Era stata la guerra del Vietnam a indurre nel 1973 le due Camere a varare un provvedimento che impedisse – com’era accaduto sotto la presidenza Nixon – l’indiscriminato allargamento del conflitto.

Non tutti i presidenti l’hanno rispettato. Nel 2011 Barack Obama aveva oltrepassato la soglia dei due mesi nel conflitto libico, sostenendo che non c’erano soldati americani sul campo. Bill Clinton aveva fatto considerazioni analoghe nella guerra del Balcani. Sono in molti a ritenere che Trump forzerà in ogni caso le disposizioni del Congresso, prolungando se occorrerà le ostilità con l’Iran. Ma è la sua popolarità ad esserne costantemente erosa: solo il 24% degli americani approva l’avventura del Golfo e la guerra condotta in partnership con Israele, tanto da aver fatto precipitare il consenso di Trump al di sotto del peggior livello raggiunto da Joe Biden.

Sullo sfondo ci sono le elezioni di medio termine di novembre, dove più che la politica estera per gli americani conteranno l’inflazione, i salari e il costo della vita. E soprattutto quel prezzo della benzina arrivato alla soglia fatidica dei 4 dollari al gallone, in crescita del 30% rispetto a due mesi fa (con lo speaker iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf che profetizza: «Rimpiangerete quei 5 dollari al gallone…»). Difficile per Trump riportarne il prezzo sotto i due dollari. E ancor più difficile sormontare quel rauco brusio che si leva anche dalle file repubblicane e dalla vasta e potente lobby dell’industria che nel Grand Old Party a trazione-Trump ripone sempre meno fiducia.

Ora attorno al cerchio magico del presidente si allarga un buco nero. Attorno al quale l’opposizione sta affilando le armi. È di ieri la notizia che i democratici della Camera hanno presentato cinque articoli di impeachment contro il segretario alla Difesa Pete Hegseth, accusandolo tra l’altro di abuso di potere e crimini di guerra. Provvedimento donchisciottesco e del tutto simbolico, in quanto la richiesta verrà bloccata dalla maggioranza repubblicana, ma indicativo di una corsa a ostacoli nella quale si percepisce l’affanno del presidente Trump. (“Avvenire” – Giorgio Ferrari)

La democrazia è diventata da tempo “mediocrazia”: al consenso basato sul voto elettorale e rappresentato a livello istituzionale si è sostituito il consenso ottenuto in via mediatica ed esercitato a scatola chiusa. Il consenso non è più concesso sulla scorta di valori e principi, ma sulla base di interessi più creati che carpiti.

Stiamo andando oltre rispetto a questo già simulacro democratico: siamo arrivati alla “teatrocrazia” laddove non valgono più nemmeno gli interessi, ma soltanto la percezione di una recita più o meno accattivante, che prescinde non solo dalle sedi istituzionali, ma persino dai sondaggi di gradimento, per accontentarsi delle emozioni del momento.

Trump sta facendo tutto questo sciagurato percorso. Primo passaggio: eletto in chiave mediatica se ne può fregare altamente del voto elettorale e delle istituzioni e può esercitare il potere senza freni. I valori sono i suoi: prendere o lasciare! Le regole parlamentari sono un optional se non addirittura un inciampo burocratico da bypassare.

Secondo passaggio: se i consensi misurati a livello di sondaggi calano vertiginosamente ai minimi (33%), se si dimettono ministri, se altre teste sono in bilico, se spunta un certo risveglio valoriale (immigrazione), se imperversa lo scandalo del caso Epstein, se si registra un rigurgito di ragionamenti economici (prezzo della benzina, problemi di lavoro, etc.), entra in scena la recita a soggetto senza copione e senza applausi, ma incontrovertibilmente autoreferenziale (bisogna vincere a tutti i costi…). Ed ecco che Trump gioca sugli annunci bellici: la guerra con l’Iran è sostanzialmente finita (non è vero, ma così viene dribblato il mancato consenso parlamentare…) ed ecco il rilancio puntato sulla storica spina nel fianco degli Usa, vale a dire Cuba.

Con l’approssimarsi del voto di midterm, il leader repubblicano ha deciso, così. di giocare la “carta Avana”. Lo ha fatto in un luogo strategico. Ha scelto la cena privata al Forum club di Palm Beach la notte del primo maggio – l’alba in Italia –, nel cuore della Florida anticastrista, per annunciare la «presa di Cuba». «Al ritorno dal Medio Oriente, forse potremmo chiedere alla portaerei Lincoln di fare una tappa nel Paese. Appena la vedranno a cento metri di distanza dalla costa, si arrenderanno», ha detto, con un certo compiacimento. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Terzo passaggio: se qualcosa comincia a scricchiolare a livello istituzionale, se qualche sassolino entra nelle scarpe dei cittadini, se le complicazioni diventano ragguardevoli, ecco spuntare la strategia dei penultimatum volta a portare all’infinito le verifiche, tenendo tutti col fiato sospeso. Ogni ostacolo viene rimosso e si ricomincia tutto daccapo in una sorta di gioco dell’oca trumpiano.

In questo bailamme antidemocratico un Papa ha osato alzare il ditino ed obiettare sventolando il valore dei valori (la Pace), minando cioè alla radice il castello trumpiano. Non valgono i voti che si possono comprare, non contano i sondaggi che si possono truccare, non contano gli interessi che si possono conquistare, non contano gli applausi che si possono cliccare, le bombe che si possono sganciare. Vale la verità! E Trump non può che incazzarsi e chiedere cos’è la verità. La risposta lui non ce l’ha. Il Papa sì. E allora dal gioco dell’oca si può passare ad un gioco ben più eticamente e politicamente invasivo.

 

Un solo popolo, un solo Stato, un solo governo, un solo premier

«Un atto di ecocidio». Questa è la conclusione di una ricerca che esamina nei dettagli il bilancio ambientale degli attacchi israeliani in Libano. La documentazione è stata raccolta in un rapporto di 106 pagine presentato nei giorni scorsi a Beirut dalla ministra dell’Ambiente libanese Tamara el-Zein. «La portata e l’intenzionalità dei danni di Israele alle foreste, ai terreni agricoli, agli ecosistemi marini, alle risorse idriche e alla qualità atmosferica» scrive Zein nella prefazione del rapporto, «costituiscono ciò che deve essere riconosciuto come un atto di ecocidio, con conseguenze che vanno ben oltre la distruzione immediata». (“Avvenire” – Camille Eid)

 

Penso a Israele oggi: la sua difesa sarà sempre più orfana, visto che sul Paese si stende l’ombra terribile di Benjamin Netanyahu. Eppure chi generalizza e fa l’operazione “Israele uguale Netanyahu” sbaglia e finisce per riproporre sentimenti antiebraici pericolosi. (Davida Assael, filosofo di origine ebraica, intervistato da “Avvenire”)

 

Non so se sto facendo una forzatura socio-culturale, ma di fronte a genocidio ed ecocidio perpetrati da Israele occorrerà pure prendere le distanze a tutti i livelli, altrimenti il clima di odio e di vendetta si allargherà a tutte le società in cui ci sia la presenza di israeliani.

Non è giusto operare l’automatica sovrapposizione Israele-Netanyahu, ma in assenza di un minimo di resistenza, interna ed esterna, ad un sistema da tempo avviato a trasformarsi in vero e proprio regime, la suddetta uguaglianza diventa (quasi) inevitabile e si applica allo Stato, ma si allarga anche al popolo.

Mi chiedo: Israele è non è un Paese democratico? Chi ha posto e mantiene al potere Netanyahu? Perché la popolazione non reagisce, non protesta, non scende in piazza, non si ribella in qualche modo a questa deriva? Perché il mondo culturale riferibile alla storia e alla tradizione israeliane non si dissocia apertamente e convintamente, salvo poche eccezioni? Perché gli israeliani che vivono in altri Paesi non chiariscono la loro posizione avversa alla politica dello Stato di Israele? Perché non si fa chiarezza e ci si nasconde dietro le oggettive difficoltà di convivenza con arabi e palestinesi, accettando uno status di belligeranza continuo e sempre più incancrenito? Perché la diplomazia a livello italiano, europeo ed internazionale sembra rassegnata e tollera l’invadenza israeliana quasi come un male necessario? Perché siamo arrivati al punto in cui il presidente statunitense sembra prendere ordini dal premier israeliano in una gara oscena al più imperialista degli imperialisti? Perché si tollera che questi due signori con l’alibi della difesa dei loro Stati mettano a soqquadro il mono intero?

Se non si risponde a queste domande con forti prese di posizione, si alimenta indirettamente un clima di odio antisemita e viceversa. Ho ascoltato in questi giorni da illustri studiosi di geopolitica la supponente giubilazione della prospettiva di “due popoli- due stati”. La soluzione “due popoli, due stati” è una proposta diplomatica internazionale volta a risolvere il conflitto israeliano-palestinese, prevedendo la creazione di uno Stato di Palestina indipendente accanto allo Stato di Israele. Nonostante sia sostenuta da molti paesi come via per la pace, la sua realizzazione è complessa, ostacolata dall’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e dalle profonde divisioni interne.

Bene, e allora cosa facciamo, andiamo avanti così come se niente fosse? Poi piangiamo sul latte versato, sulle assurde violenze anti e filo-israeliane nelle nostre piazze e nelle nostre strade. Poi ci scandalizziamo per i rigurgiti di antisemitismo. Non si può nemmeno dire che si predichi bene e si razzoli male. Si sussurra qualche retorica parolina di pace in mezzo alle assordanti grida di guerra e alle deflagranti bombe genocidarie ed ecocidarie.

Meloni penultimo atto

Su Giorgia Meloni ed il suo governo si sta scatenando una sorta di “conventio ad turbandum”: ogni giorno scoppia una grana, dalla grazia a Nicole Minetti alla rivoluzione alla Biennale di Venezia, dal galeotto emendamento al decreto sicurezza alle scorribande sentimentali del ministro Piantedosi, dalle intemperanze politiche del ministro Salvini alle interferenze del governo israeliano, dalle offese della Russia alle minacce di Trump, dalla sconfitta di Orban ai ricatti vannacciani, dalla sconfitta mal digerita del referendum costituzionale al peso internazionale che si sta sempre più alleggerendo, dalla fine della luna di miele con Trump al calo dell’indice di gradimento.

Si respira un’aria di grave imbarazzo a livello istituzionale, di evidente conflittualità a livello governativo, di crescente delusione a livello popolare, di grossa difficoltà a livello economico, di pericoloso isolamento a livello internazionale.

Stanno venendo meno, uno dopo l’altro, i già deboli presupposti dell’azione del governo meloniano: il gancio atlantico, il destreggiamento europeo, la demagogia dell’ordine e della sicurezza, il prototipo di donna sola al governo.

I nodi oltre tutto stanno venendo al pettine in un clima di precipitoso e per certi versi inaspettato redde rationem. È bastata una timidissima quanto inevitabile presa di distanza per rompere il filo con Trump ed esaurire, prima ancora della partenza, il ruolo di mediatrice fra Usa e Ue; è bastato il tonfo elettorale di Orban per prosciugare l’acqua nel barile europeo dove Meloni faceva la pescivendola; è bastata una megalomane sconfitta referendaria per incrinare i rapporti con l’elettorato e per scatenare il putiferio all’interno della compagine governativa e della maggioranza parlamentare che la sostiene.

Tutto ciò a dimostrazione che per governare bisogna innanzitutto esserne capaci, che per districarsi in un mondo come quello attuale occorre notevole abilità diplomatica, che per avere il consenso non bastano le balle che stano in poco posto.

Non dovrebbe essere molto difficile assestare la spallata decisiva a questo governo traballante su tutti i fronti: nessuno tuttavia ha questa forza e nemmeno questa volontà al di là delle polemichette quotidiane.

Si ha la sensazione che Giorgia Meloni non abbia il coraggio di mettere seriamente mano alla situazione della compagine governativa, capisce che toccare anche solo un ulteriore pezzo può far crollare tutto il castello e allora si sta trascinando più per forza d’inerzia che per convinzione, più per ostinato orgoglio che per fattiva volontà, più per paura del peggio che per speranza nel futuro, più per tirare a campare da pecora che per vivere da leonessa, più per contribuire in qualche modo a determinare il prossimo presidente della Repubblica che per confermare l’attuale governo in rapido ed inarrestabile declino.

L’opposizione probabilmente vuole guadagnare tempo, giocare un po’ al tanto peggio tanto meglio, prepararsi senza fretta alla battaglia elettorale a cui sa di non essere pronta per mancanza di idee e di personale, assillata dal rischio di perdere la battaglia, ben più fondamentale ed epocale, della futura presidenza della Repubblica.

Come suggerisce acutamente il mio interlocutore privilegiato, l’amico Pino che ha la pazienza di seguire le mie elucubrazioni politiche, la Mussolina, dal momento che il clima politico si fa sempre più infuocato, ha capito che Mattarella non è Vittorio Emanuele III…, mentre la sinistra non vuole recitare la parte di Badoglio…In conclusione forse nessuno, sia a destra che a sinistra, vuole vincere le elezioni (una grana governare in grossa crisi…), tanto che non si parla più di riforma elettorale: un bel pareggio e poi ci penserà san Mattarella…

 

 

 

La guerra è una malefica scelta, la pace è una benefica necessità

La questione va posta diversamente da uno schierarsi, a priori, pro o contro la dottrina sulla “iustum bellum”. Secondo il Catechismo, il ricorso alle armi, per essere considerato una legittima difesa, deve rispettare, contemporaneamente, quattro condizioni. La prima: «che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo». Non si parla, dunque, di una guerra preventiva bensì di un’aggressione reale, che abbia già provocato danni gravi. In questa fattispecie rientra l’Ucraina, molto difficile farvi rientrare l’attacco all’Iran. La seconda condizione: «che tutti gli altri mezzi per porvi fine (all’aggressione) si siano rivelati impraticabili o inefficaci». Trump e Netanyahu sostengono di aver provato inutilmente la via del negoziato per convincere l’Iran a rinunciare al presunto programma nucleare per fini militari. È davvero così? Non lo sappiamo con certezza. Terzo criterio: «che ci siano fondate condizioni di successo». Altro che astrattezza del pacifismo cattolico: qui c’è un realismo estremo. Anche di fronte ad un ingiusto aggressore, ha senso mandare i propri giovani a morire se il fallimento è praticamente certo? Domanda tremenda, anche per i governanti ucraini. Quarta condizione: «che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione». I morti in Iran sono alcune migliaia, tra loro le 163 bambine della scuola colpita da un missile americano. In Libano ci sono oltre 1,2 milioni di sfollati interni su meno di 6 milioni di abitanti. Per non parlare del «disordine» internazionale provocato dal blocco di Hormuz. Nemmeno il quarto criterio è, dunque, soddisfatto. (“Avvenire” – Lucio Brunelli)

Ho sempre ritenuto che fosse ozioso e anti-evangelico il solo porre il problema se una guerra possa essere giusta. Ancor più oggi in quanto la guerra non si combatte più fra gli eserciti, ma tra eserciti e popoli, diventa automaticamente una strage di civili per tutti i paesi coinvolti, mette in campo armi sofisticate e si svolge a livello tecnologico come programmata azione di annientamento totale dell’avversario. Trump, quando in riferimento alla guerra in Iran, ha parlato di distruzione di una civiltà, ha scoperto cinicamente e delinquenzialmente le intenzioni. Il discorso vale anche per il popolo palestinese, per i libanesi e per gli ucraini.

Penso quindi che appellarsi alla guerra giusta sia un escamotage etico per alzare cortine fumogene intorno alle inaccettabili realtà belliche e alla mentalità che le prende in seria (?) considerazione.

Tuttavia persino i sacri testi teologici, riconducibili a Sant’Agostino e San Tommaso, alla fine dei conti pongono tali e tante condizioni da rendere sempre e comunque ingiuste le guerre, salvo eccezioni che al presente non riesco sinceramente ad individuare concretamente e ad ipotizzare teoricamente.

Papa Leone in un certo senso ha sfondato una porta aperta e, avendo scelto giustamente ed opportunamente di non tacere, si è messo di traverso facendo né più n meno che il proprio “mestiere”.  Siccome però, come noto, la verità offende, è vittima di attacchi proditoriamente assurdi.

L’aspetto più sorprendente che emerge dall’esame dei sacri testi riguarda l’Ucraina: questa guerra difensiva, pur essendo la risposta ad un’aggressione, non è giusta in quanto priva di fondate possibilità di successo e la morte degli ucraini mandati a combattere non ha senso in quanto fine a se stessa o meglio rientrante in una logica inevitabilmente a perdere.

In poche parole ritorna dalla finestra quel Vangelo che si tenta di far uscire dalla porta: il porgere l’altra guancia, che sembra paradossalmente indicare un astratto e passivo pacifismo, non è una virtù, ma una necessità. Aveva perfettamente ragione papa Francesco quando nelle sue emblematiche azioni di pace coinvolgeva ucraini e russi, quando non operava distinzioni tra le vittime, quando affermava che la guerra è sempre e comunque una sconfitta.

E, posso dirla grossa, non avevano tutti i torti i manifestanti del 25 aprile, che, in modo seppur scomposto e finanche violento, non ammettevano indulgenza alcuna verso gli Usa, verso Israele e verso l’Ucraina, rifiutando per quest’ultima realtà l’azzardato parallelismo con la resistenza al nazifascismo.

Si vis pacem para bellum è pertanto una locuzione insensata ed immorale, oserei dire amorale. Altre sono le armi per costruire la pace: il dialogo, la diplomazia, il confronto, la discussione, etc. In una sola parola, la politica che previene i conflitti o, nella peggiore delle ipotesi, li devitalizza, spostandoli sui binari morti del male minore.

 

L’uomo senz’anima provoca e subisce la catastrofe

Posso essere stanco della sbornia catastrofista che ci viene proposta da illustri ed affascinanti uomini di cultura con le loro dotte e profonde analisi geopolitiche e storiche sul tempo paradossale che stiamo vivendo?

I motivi che si intrecciano riguardano lo sfacelo mondiale da cui non ci sarebbe via di scampo e da cui nasce una totale mancanza di speranza per l’uomo: Dio non viene nemmeno preso in considerazione.

Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano e martire della resistenza nazista suggeriva sommessamente: “I cristiani devono vivere come se Dio non esistesse, gli atei, al contrario, come se Dio esistesse”. Intendeva togliere i cristiani dalla fiducia passiva, con il naso all’insù, in un Dio tuttofare che toglie le castagne dal fuoco e allontanare gli atei dalla presunzione che la storia dipenda solo ed esclusivamente dagli uomini.

Durante una puntata de “La torre di Babele”, trasmissione televisiva de La7, dedicata al tema “Finimondo – istruzioni per un confuso presente”, Umberto Galimberti, psicologo, saggista e psicoanalista italiano, nonché giornalista de la Repubblica, nel contesto di un ragionamento sullo sfarinamento di tutte le forme di convivenza, dovuto agli interessi individuali che vengono prima di quelli comunitari, ha fatto risalire questa deriva valoriale anche ad uno degli aspetti negativi del cristianesimo, che avrebbe privilegiato il primato dell’anima che è un fattore individuale rispetto alla comunità che viene dopo.

Mi ha sinceramente stupito un simile pressapochismo che rasenta la fregnaccia laicista e che fa il paio con le fregnacce integraliste sciorinate da Trump e dai suoi sostenitori appartenenti alle varie religioni: per l’attuale presidente statunitense ai miracoli che si auto-accredita bisogna aggiungere quello dell’unità dei cristiani basata sulle sue idiozie.

Non so da dove Galimberti abbia ricavato questa interpretazione del cristianesimo, certamente non l’ha potuta trarre dal Vangelo, che fa della carità fraterna la conditio sine qua non per una vita di autentica fede. Quanto alla storia della Chiesa-comunità basterebbe la vita di san Francesco d’Assisi per smentire e far arrossire certe frettolose analisi pseudo-illuministe.

A questo scivolone culturale se ne aggiunge un secondo riguardante la speranza che coccolerebbe il cuore e non risolverebbe niente. E senza speranza cosa si risolve? Forse sarebbe il caso che Umberto Galimberti seguisse il consiglio di Bonhoeffer e provasse a ragionare come se Dio esistesse.

Leggo e ascolto con molto interesse l’analisi sugli inquietanti scenari politici a livello internazionale, ma tento di ribellarmi al pessimismo ed allo scetticismo delle Cassandre dei giorni nostri. Cassandra visse le sue vicende durante la guerra di Troia ed è nota per essere stata una profetessa ma, e per quanto le sue profezie fossero veritiere, ebbe il destino di non essere mai creduta. Io voglio credere, anche se non a scatola chiusa, agli analisti che profetizzano un futuro drammatico, ma vorrei che mi lasciassero almeno intravedere qualche via d’uscita per l’impegno individuale e collettivo., che mi consentissero uno spiraglio di speranza in un futuro di pace, un po’ per celia e un po’ per non morir.

Da una parte abbiamo i governanti che agiscono per forza d’inerzia che li porta inevitabilmente a fare la guerra o a rassegnarsi ad essa: qualcuno arriva a considerarla persino giusta con il catechismo alla mano. Dall’altra parte le Cassandre che profetizzano, più che realisticamente, disastri a tutto spiano. In mezzo i poveri mortali come il sottoscritto, che non si vuole rassegnare al peggio e che cerca coraggiosamente esempi, insegnamenti, esperimenti e incitamenti alla pace ed ai valori ad essa propedeutici.  In tal senso sono convinto che il Vangelo possa rappresentare la bussola imprescindibile e che valga la pena di usarla seppure con umiltà e senza presunzione alcuna.

Una graziosa puzza di bruciato

La delicata questione della grazia concessa a Nicole Minetti sollecita alcune riflessioni alla luce dell’invito venuto da Mattarella a fare ognuno il suo mestiere in leale collaborazione istituzionale. Evidentemente il capo dello Stato, chiedendo un supplemento di indagine a chi ne ha i poteri, ha messo seriamente in dubbio che le indagini precedenti siano state fatte in modo puntuale ed esauriente.

Chi vorrebbe mettere la sordina alla stampa è servito, perché lo stesso presidente della Repubblica non ha ritenuto pregiudizialmente destituiti di fondamento e privi di carisma legale gli elementi introdotti dal “Fatto Quotidiano”.

In questa vicenda, comunque vada a finire, hanno fatto tutti il loro mestiere? Mi sembra che solo il giornale a cui fa riferimento Mattarella lo abbia fatto. Non lo ha fatto né il ministro della giustizia né i magistrati competenti, che purtroppo rischiano di dover ammettere, come minimo, di aver agito con molta fretta di lavarsene le mani, poca prudenza nel verificare la situazione, troppa superficialità nel trattare una questione delicata nella sua particolarità ed emblematica nella sua valenza giuridica.

Il ministro della Giustizia cosa ci sta a fare se sbriga le pratiche con atteggiamento burocratico come un qualsiasi passacarte? I magistrati non si rendono conto di avere a che fare con la vita delle persone e quindi di dover prestare il massimo della cura e delle attenzioni nelle procedure loro affidate?

La presidenza della Repubblica che emana il provvedimento di grazia, anche se non ha strumenti di indagine diretta, non dovrebbe avere la sensibilità e il “fiuto” di accorgersi se qualcosa non quadra senza aspettare l’imbeccata di un giornale quotidiano?

Non mi si venga a dire che mancano gli strumenti: abbiamo una burocrazia infinita con eserciti di funzionari dislocati a tutti i livelli…

Da questa vicenda escono male un po’ tutti: il ministro in primis e con lui la presidente del Consiglio che gli concede (e non è la prima volta…) acritica ed opportunistica copertura, i magistrati piuttosto sguscianti e poco solerti, persino il capo dello Stato che ha avuto un sussulto di interventismo (cosa che peraltro è costretto a fare continuamente per fare diga a chi vuol spadroneggiare istituzionalmente), che però sarebbe stato più apprezzabile se concretizzato tempestivamente e non a grazia già concessa.

Esce male anche Nicole Minetti: nella migliore delle conclusioni – qualora cioè venissero confermati i suoi requisiti per l’ottenimento della grazia –  sarebbe stata comunque messa impropriamente nel tritacarne mediatico e compromessa in un tira e molla giudiziario sul suo effettivo ravvedimento operoso; nella peggiore delle ipotesi vedrebbe smascherato un suo goffo e vergognoso tentativo di (r)aggirare la giustizia proprio nel momento in cui essa tende la mano ad un condannato che si ravvede e vive nel bisogno.

Il re fantoccio e la regina in pectore

“Nei secoli trascorsi dalla nostra indipendenza, gli americani non hanno avuto amici più stretti dei britannici”, ha sottolineato il 79enne in un passaggio del suo discorso che sembra voler appianare le recenti tensioni con il governo di Londra sulla guerra contro l’Iran. “È un grandissimo onore avere qui i reali”, ha aggiunto. Dopo circa cinque minuti di allocuzione ufficiale davanti a re Carlo e la regina Camilla, Trump ha però deviato e ha raccontato un aneddoto sulla madre Mary Anne MacLeod, scozzese. “Amava la regina, ogni volta che compariva stava incollata alla tv”, ha detto il presidente. E poi rivolgendosi al sovrano. “E quando vedeva il principe diceva: ‘Com’è carino!’ Aveva una cotta per Carlo”, ha aggiunto il magnate girandosi verso il sovrano che ha risposto con un sorriso. (swissinfo.ch)

Non so se sperare che il viaggio di Re Carlo negli Usa sia stato concordato col governo britannico o che la mossa reale sia estemporanea. Nel primo caso infatti staremmo assistendo ad un esempio di comportamento diplomatico schizofrenico, nel secondo sarebbe andata in scena una presa trumpiana per i fondelli al re d’Inghilterra. Se Trump è matto, forse gli inglesi lo stanno superando.

Se cercavamo una prova ulteriore dell’anacronismo dell’istituto della monarchia, eccoci serviti. Se avevamo bisogno di un’ulteriore prova del ginepraio internazionale in cui stiamo vivendo, ecco fatto. Giorgia Meloni ha fatto con ben poca dignità un passo indietro, re Carlo ne ha fatto senza dignità uno avanti in netta controtendenza rispetto al suo governo. Se fossi Starmer non saprei che pesci pigliare. Probabilmente stanno tutti giocando un gioco diverso l’uno dall’altro: in fin dei conti con Trump nessuno vuole affondare veramente i colpi.

Coi fanciulli e co’ dementi spesso giova il simular (Rigoletto – atto terzo), anche se ormai non si capisce più chi siano i dementi e coloro che simulano. Meno male che la Gran Bretagna è fuori dall’Unione Europea e quindi ci viene risparmiata una figura di merda.

Quanto alla monarchia meglio buttarla un po’ in ridere con qualche simpatico ricordo di vita famigliare. In casa mia si arrivava infatti anche a parlare del referendum Monarchia-Repubblica nell’immediato dopoguerra. Chiedevo conto ai miei genitori del loro comportamento. Entrambi non nascondevano il loro voto: mia madre aveva votato monarchia, mio padre repubblica. Nel 1946 vivevano insieme da dodici anni, ma ognuno, giustamente, manteneva le proprie idee politiche e le esprimeva liberamente. Mia madre così giustificava la sua difesa dell’istituto monarchico: «Insòmma, mi al re agh vräva bén!». Non un granché come motivazione politico-istituzionale, ma mio padre non aveva nulla da eccepire. Taceva. Io non mi accontentavo e, da provocatore nato, chiedevo: «E tu papa? Cos’hai votato?». Rispondeva senza girarci attorno: «J’ ò votè Repubblica!». Allora mia madre controbatteva che comunque l’opzione repubblicana vinse con l’aiuto di brogli elettorali. A quel punto mio padre si chiudeva in un eloquente silenzio e aggiungeva solo: «Sì, a gh’é ànca al cäz, ma…». Mia sorella invece girava il coltello nella piaga e rivolta polemicamente a mia madre diceva: «Il re, bella roba! Ci ha regalato il duce per vent’anni, poi, sul più bello, se l’è data a gambe. E tu hai votato per il mantenimento di questa dinastia?». Papà allora capiva che la moglie stava andando in difficoltà, gli lanciava la ciambella di salvataggio e chiudeva i discorsi con un: «J éron témp difìcil, an e s’ säva niént, adésa l’é tutt facil…». E magari aggiungeva un aneddoto ad hoc. Nella sua compagnia esisteva un amico dotato di una testa grossa. Per deriderlo bonariamente gli chiedevano: «Se ti a t’ fiss al re, pr’i frànboll con la tò tésta agh’ vriss un fój da giornäl…».

Forse alla Meloni, per salvare il salvabile, converrebbe fare sessantuno varando una riforma costituzionale in senso monarchico: lei diventerebbe una Regina da tappezzeria o una premier plenipotenziaria con un re fantoccio, ricucirebbe con Trump che nel frattempo sarà diventato Imperatore, Carlo Nordio rimarrà ministro della giustizia a vita e gli Italiani magari troverebbero divertendo la versione tragicomica della politica.