La destra diserta l’aula nel giorno in cui la Camera commemora Giacomo Matteotti. E non è un bel vedere. Specie all’indomani delle rivelazioni sulle chat antisemite di un gruppo di militanti trentini di FdI. Un combinato disposto che non sfugge alle opposizioni, che ovviamente ne approfittano. L’istantanea postata dal dem Arturo Scotto durante la cerimonia di Montecitorio è inequivocabile. Le presenze sul lato destro dell’emiciclo si contano su una mano. Mentre il dem Andrea Casu, tra i sospesi per la vicenda dell’occupazione della sala stampa di Montecitorio contro la conferenza di Casapound sulla remigrazione, rivendica: «Squalificato per antifascismo nel giorno in cui la Camera dedica una targa a Giacomo Matteotti». (“Avvenire” – Matteo Marcelli)
«Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante, il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto»: lo scrive sui social la premier Meloni, sottolineando la continuità con lo storico segretario del Msi, continuità esibita dalla stessa fiamma tricolore orgogliosamente conservata nel simbolo di Fratelli d’Italia. «Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana – prosegue il post – e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione». La replica del dem Andrea Orlando: «Meloni rivendica la continuità con il percorso politico di Almirante, iniziato con la redazione della rivista “La difesa della razza”, passando per i repubblichini di Salò, fucilando partigiani, intrecciandosi poi con la stagione delle trame nere e dell’estremismo neofascista. Un bel percorso davvero!». (“Il Manifesto”)
Cinquanta anni fa Peteano campeggiava sulle prime pagine di tutti i giornali italiani. Cinquant’anni fa, il 31 maggio 1972, una telefonata anonima segnala ai carabinieri di Gorizia la presenza a Peteano di una Fiat 500 abbandonata nel bosco. Il parabrezza è segnato da alcuni fori di proiettile. All’apertura del cofano esplode una bomba, che uccide tre dei carabinieri che la stavano controllando e ferisce gravemente un quarto. Per anni le indagini ignorarono i veri colpevoli, focalizzandosi su una varietà di indiziati e imputati che nulla avevano a che fare con il crimine. Le responsabilità dei veri autori dell’attentato divenne chiara molto più tardi. Il colpevole di quella che fu chiamata la “strage di Peteano” è Vincenzo Vinciguerra, condannato all’ergastolo. Di tutte le stragi fasciste, questa è la più singolare per la presenza di un reo confesso: Vincenzo Vinciguerra di Ordine Nuovo. La sua “assunzione di responsabilità” arriva solo nel 1984, dopo una serie di inutili indagini. Successivamente si scoprì che alti ufficiali dell’Arma (ma la polizia non fu da meno) protessero i neofascisti che avevano ucciso tre loro commilitoni. Anche il segretario del Msi, Giorgio Almirante, fu rinviato a giudizio per favoreggiamento e sfuggì al processo solo grazie a un’amnistia. (Trentino Cultura)
Niente di nuovo sotto il sole (?) della destra italiana. Purtroppo non è questione che riguardi soltanto, come qualche illustre intellettuale sostiene, le nostalgie di qualche anacronistico gruppo, ma, come arrivava a dire mia sorella Lucia nel suo spietato realismo nel giudicare gli italiani, un permanente e imbarazzante diffuso sentimento di attaccamento a un triste passato: una mastodontica magagna di troppi italiani rimasti visceralmente ancorati al fascismo.
E allora la politica tenta di dare udienza e rappresentanza a questo inconfessabile retro-pensiero: Giorgia Meloni è investita di questa vergognosa mission e la svolge tra eloquenti silenzi (vedi assenza dei suoi parlamentari alla commemorazione di Giacomo Matteotti) e inevitabili memoriali (vedi panegirico di Giorgio Almirante, la cui memoria le è servita persino ad annacquare spudoratamente e vergognosamente il ricordo di Enrico Berlinguer). Mentre la Meloni viaggia furbescamente sul filo del rasoio delle memorie, c’è nel suo partito chi non si tiene e spara cazzate filofasciste a tutta canna (vedi Ignazio La Russa dall’alto ruolo istituzionale che ricopre) e chi può vantare un albero genealogico, politicamente anche se non giudiziariamente, assai equivoco in materia di terrorismo nero, stragismo ed eversione (vedi Isabella Rauti sottosegretario alla difesa).
Un tempo, quando l’antifascismo era imperante, non sarebbe stato immaginabile e accettabile che Senato e Governo fossero presieduti o composto da personaggi con un pedigree assai disordinato in materia. Oggi gli italiani non fanno una piega, anzi in molti alzano le spalle e votano… L’antifascismo si è annacquato, Matteotti può essere ricordato per modo di dire e Almirante può essere riabilitato alla grande.
Naturalmente questi attuali atteggiamenti e comportamenti politici, nascosti dietro il dito di un antifascismo all’italiana, vale a dire molto leggero che non ha fatto fino in fondo i conti con la storia, emergono nettamente allorquando le contingenze politiche lo richiedono: in questa fase Giorgia Meloni ha bisogno di lucidare la propria equivoca identità per far fronte all’incalzante cavalcata neofascista di Roberto Vannacci col suo Futuro Nazionale. E non si limita a sfogliare l’album di famiglia, ma rispolvera il proprio nazionalismo in salsa anti-europea: “La principale enorme fragilità che ci riguarda da vicino è l’attuale configurazione dell’Unione europea, un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato la competitività, la crescita strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici. L’Europa è stata inarrestabile nella capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune ma miope quando si trattava di far sentire la propria voce nella vita globale”.
L’imbarazzante revanscismo vannacciano potrebbe creare qualche serio fastidio elettorale a tutta la coalizione di centro-destra, ma potrebbe anche costituire una sorta di comoda pattumiera in cui gettare i rifiuti neofascisti provenienti dal passato e dal presente. Vannacci funzionerebbe cioè da fogna a cielo aperto, che raccoglie gli scarichi provenienti dalla destra meloniana e dalla lega salviniana, ripulite soltanto dagli inestetismi della pelle, mentre sotto la pelle rimangono le magagne.
Non si tratta però solo di schermaglie e di esercizi dialettici in funzione elettorale, ma di posizioni politiche che trovano puntuale riscontro nell’azione di governo a livello interno ed internazionale: Giorgia Meloni ha flirtato con Trump e con Orban, trasferisce cioè in ambito mondiale ed europeo le sue opzioni sostanzialmente neofasciste oltre che naturalmente e follemente errate e deliranti. Gioca sulle paure degli italiani così come fece per vent’anni Benito Mussolini. Posso proporre un compito a casa per i miei pochi ma buoni lettori? Se si esaminano tutti i provvedimenti del governo Meloni vi si trova un filo di più o meno moderna ispirazione neofascista e nazionalista. Provare per credere!
Perché Fratelli d’Italia non perde consensi e voti nonostante le malefatte politiche e governative? Perché interpreta l’approccio di pancia alla politica di molti italiani. In questa deleteria combinazione socio-politica si collocano perfettamente le distrazioni anti-matteottiane, le sviolinate almirantiane e, in un certo senso, cosa ancor più grave, il re-europeismo con tanto di remigrazione a fianco.
