La tiepida tessitura dei baritoni e gli acuti stentorei dei tenori

Gli Stati Uniti «non cercano di dividere, ma di rivitalizzare un’antica amicizia». Lo ha sottolineato il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, che ha vestito i panni della “colomba” nel suo intervento questa mattina alla Conferenza di Monaco, un anno dopo il discorso aggressivo del vicepresidente JD Vance. Rubio ha mostrato per la prima volta un volto dialogante da parte della Casa Bianca.

(…)

Quanto al tema dell’immigrazione, «non è una preoccupazione marginale dalle scarse conseguenze», perché nella visione della segreteria di Stato americana, essa sta «trasformando e destabilizzando le società in tutto l’Occidente» ed è necessario «ottenere il controllo dei nostri confini nazionali». Non si tratta di «xenofobia. Non è odio. È un atto fondamentale di sovranità nazionale, e non farlo non è solo un’abdicazione a uno dei nostri doveri più basilari nei confronti del nostro popolo. È una minaccia alle nostre società e alla sopravvivenza della nostra stessa civiltà» ha detto Rubio

Al termine dell’intervento, c’è stata una standing ovation per Rubio. Introducendo una nuova sessione dei lavori, il presidente del Msc Wolfgang Ischinger ha chiesto a Rubio se «abbia colto il sospiro di sollievo in quest’aula mentre ascoltavamo quello che interpreterei come un messaggio di rassicurazione, di partenariato». (“Avvenire” – Giulio Isola)

In effetti, detto in negativo, Rubio sembra aver fatto la parte del poliziotto buono oppure – se si vuole parafrasare la famosa gag – del baritono contestato dal loggione, il quale se la cavò brillantemente con un “sentirete il tenore…”. In questo caso sono arrivati gli applausi, ma cosa succederà quando imperverserà ulteriormente sulla scena mondiale il tenore Donald Trump?

Mi sono riferito sopra – forse un po’ faziosamente – a quanto il segretario di Stato Usa ha dichiarato sul tema dell’immigrazione: non è certo un’apertura etico-politica, la definirei piuttosto una scappatoia farisaica per la quale non vale la pena spendere scroscianti applausi proprio nel momento in cui la società americana sembra socchiudere finalmente gli occhi sulle autentiche porcherie razziste innescate da Trump. Come dichiara lucidamente Daniel Chon-Bendit (storico leader del Maggio francese ed ex eurodeputato verde) in una intervista alla Stampa, l’asino europeo più o meno filo-trumpiano casca quando si passa ai contenuti come appunto il discorso dell’immigrazione e della regolazione climatica.

Non c’è da illudersi né con le orgogliose parole europeiste di Merz (con la comprimaria Meloni a fare il controcanto), né con le timide e ammiccanti aperture di Rubio (con le drastiche chiusure trumpiane in filigrana): due baritoni che fanno melina in attesa degli acuti tenorili degli euroscettici e degli americani first.

Sembra la diplomazia ridotta a teatro dei burattini, ad un teatro lirico in cui i baritoni ricevono applausi, ma poi quando arrivano i tenori… Con un finto dialogo senza valori e idealità si va poco lontano. Se l’Europa non trova il filo federalista, come sostiene Mario Draghi, se gli Usa non ritrovano il coraggio kennediano di dichiararsi europei, non possiamo che pestare l’acqua nel mortaio diplomatico o, peggio ancora, rovesciare sciaguratamente, come sta facendo Giorgia Meloni, lo storico discorso del presidente Kennedy dichiarandoci tutti trumpiani.

La nostra premier si basa, come scrive Ezio Mauro su La Repubblica, sugli equilibrismi. Ha il piede in quattro scarpe: è legata tecnicamente a Ursula von der Leyen per necessità; affettivamente ai patrioti di Orban e Vox per affinità; saltuariamente ai volonterosi per opportunità; soprattutto ideologicamente a Trump per consanguineità. Dove si spezzerà la corda troppo lunga dell’equilibrista? Da che parte starà nella profonda frattura che si è aperta tra Europa e Usa? Le guerre culturali Maga saranno anche le nostre? La risposta mette in gioco la fisionomia della destra, ancora in definizione tra l’approdo conservatore, popolare e la radicalità estrema identitaria, ma in gioco c’è qualcosa di più, il destino dell’Italia che non può essere condannata a camminare troppo a lungo sul filo.

 

 

 

 

 

Avanti Trump! Indietro Merz!

«L’ordine internazionale finora concepito, per quanto imperfetto possa essere stato, non esiste più nella sua forma precedente», sono le parole con cui il cancelliere Friedrich Merz ha iniziato il suo discorso con cui ha fatto gli onori di casa. «Lasciatemi iniziare con la scomoda verità: tra l’Europa e gli Usa si è aperto un divario» ha detto rispondendo idealmente a quanto detto un anno fa dal vicepresidente J. D. Vance a Monaco. Aveva ragione. «Le battaglie Maga non sono le nostre battaglie», ha aggiunto. (da “Avvenire”)

Leggendo queste nette e sacrosante parole mi sono chiesto: “E ora la Meloni, che si è recentemente incontrata con Merz  a suon di pieno accordo, come se la mette?”. La risposta non ha tardato ad arrivare, la nostra premier non ha aspettato neppure la replica di Vance e/o di Rubio per non arrivare seconda e volendo dimostrare di essere più trumpiana dei collaboratori del presidente Usa: tanto per non sbagliare sta dalla parte di Trump senza se e senza ma e liquida l’Unione Europea come un fastidioso optional. La cultura Maga le va bene.

Detto in breve, la “dottrina MAGA” (Make America Great Again), associata a Donald Trump e al suo movimento, si basa su un approccio nazionalista e protezionista, riassumibile nella filosofia “America First”. Non si tratta solo di uno slogan, ma di un progetto politico che mira a ristrutturare l’economia, la politica estera e la società statunitense e di conseguenza a mettere in discussione tutti i rapporti internazionali.

A questo punto i casi sono due: o Merz sta solo giocando a fare l’europeista per segnare il territorio franco-tedesco oppure sta facendo sul serio e l’Italia di conseguenza si candida a fare la Penelope d’Europa in attesa che arrivi Trump.

“No, non condivido le critiche di Merz alla cultura Maga. Queste sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene, ma non è un tema di competenza dell’Unione europea, sono valutazioni dei partiti politici”. Lo ha dichiarato la premier Giorgia Meloni, ad Addis Abeba, parlando con i giornalisti che le chiedevano se condivide le riflessioni del cancelliere tedesco sulla cultura Maga. “Siamo stati invitati come Paese osservatore e secondo noi è una buona soluzione rispetto al problema che chiaramente abbiamo della compatibilità anche costituzionale con l’adesione al Board of Peace” ha proseguito Meloni a proposito della riunione del Board convocata da Donald Trump a Washington per giovedì prossimo. “Quindi penso che risponderemo positivamente a questo invito a partecipare come Paese osservatore, a quale livello lo dobbiamo ancora vedere, perché l’invito è arrivato ieri”, ha aggiunto la premier. Sempre sul ruolo dell’Italia all’interno del Board of Peace, Giorgia Meloni ha poi aggiunto che “dopo tutto il lavoro che il nostro Paese ha fatto, sta facendo e deve fare per la stabilizzazione del Medio Oriente, una presenza italiana ed europea è necessaria”. (HUFFPOST)

Un tempo si diceva che, se gli Usa avevano il raffreddore, alla Gran Bretagna doleva la testa e viceversa. Ora si può dire che, se Trump dice o fa una cazzata (e solo Dio sa quante ne stia dicendo e facendo), Meloni è pronta a difenderlo costi quel che costi. E Trump è pronto ad aiutarla a fare e dire equivalenti e corrispondenti cazzate (vedi adesione al Board of peace).

E l’Europa? Non esiste e, se esiste, non conta un cavolo…O come sono contento…O come sono contento del protagonismo meloniano!

 

L’inopportunismo del governo italiano

Il sovranismo è una posizione politica che rivendica la difesa o la riconquista della sovranità nazionale, ponendo l’interesse del proprio Stato al centro, spesso in contrapposizione alla globalizzazione e alle organizzazioni sovranazionali come l’Unione Europea. Sostiene l’autodeterminazione nazionale, la protezione dei confini e la supremazia delle decisioni interne rispetto a vincoli esterni.

 

Il patriottismo è l’impegno profuso in nome della patria, in genere uno Stato-nazione, ma anche una regione o una città. Si esprime ad esempio attraverso l’orgoglio per i progressi conseguiti o per la cultura sviluppata in patria ma anche col desiderio di conservarne il carattere e i costumi, l’identificazione con altri membri della nazione.

 

Un portavoce dell’Ice ha spiegato che gli agenti contribuiranno a sostenere le operazioni di sicurezza degli Stati Uniti durante i Giochi Olimpici, confermando la loro presenza in Italia. Il portavoce ha spiegato all’Afp che gli agenti dovranno “verificare e mitigare i rischi derivanti dalle organizzazioni criminali transnazionali”, fornendo “supporto” anche “alla nazione ospitante”, ovvero l’Italia. (LANOTIZIA)

 

Due carabinieri in servizio presso il Consolato generale d’Italia a Gerusalemme sono stati affrontati da un colono armato in Cisgiordania. Fonti del governo riferiscono all’Ansa che «i due carabinieri fermati illegalmente ieri da un colono israeliano in Cisgiordania sono stati fatti inginocchiare sotto il tiro di un fucile mitragliatore e ‘interrogati’ dal colono». Non un colono, ma un soldato riservista israeliano. A chiarirlo è stato l’Idf, l’esercito di Israele, in una dichiarazione rilasciata alla Rai di Gerusalemme dopo che l’episodio in Cisgiordania si è trasformato in un caso diplomatico. (OPEN)

 

Tutto è nato da un’intervista rilasciata a Fox News – sulla via del ritorno dal Forum di Davos – in cui, ancora una volta, ha umiliato gli alleati. Per Donald Trump, in Afghanistan – nella guerra avviata dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 – i militari dei Paesi Nato (Italia inclusa) sono rimasti sempre nelle retrovie. “Non abbiamo mai avuto bisogno di loro, non gli abbiamo neanche chiesto niente, dissero che avrebbero mandato dei militari in Afghanistan, l’hanno fatto, ma sono rimasti un po’ indietro, un po’ lontano dal fronte”, ha dichiarato. (Il Fatto Quotidiano)

 

C’è un presidente a vita con diritto di veto, una quota di ingresso di un miliardo di dollari e un mandato vago, ma che si estende ben oltre i confini della Striscia di Gaza: il Board of peace (Bop), presentato a Davos da Donald Trump assomiglia, di fatto, più ad un esclusivo club privato che a un organismo multilaterale tradizionale. Trump ha scelto la cornice del World Economic Forum (Wef) per firmarne la carta istitutiva definendolo “il perno” della sua strategia per “portare la pace nel mondo”. “Sono un esperto di immobiliare e per me la posizione è tutto, e ho pensato: guardate questa posizione sul mare, guardate questo splendido pezzo di proprietà, cosa potrebbe rappresentare per così tante persone. Sarà davvero, davvero fantastico. Le persone che vivono così male vivranno così bene”, ha detto Trump dopo che il genero Jared Kushner aveva mostrato mappe e diapositive di ‘New Gaza’ e ‘New Khan Younis’, che mostrano città futuristiche piene di grattacieli simili a Dubai e Doha. Il presidente americano ha rivendicato per sé la presidenza permanente del board, anche oltre la fine del suo mandato, e ha parlato di un organismo capace di “fare qualunque cosa”, operando “in congiunzione con le Nazioni Unite”. Una formulazione che ha alimentato perplessità diffuse tra gli alleati occidentali degli Stati Uniti, timorosi che possa rivelarsi un forum ‘anti-Onu’ modellato su equilibri politici favorevoli a Washington e non vincolato ai principi della Carta delle Nazioni Unite. (ISPI)

 

Donald Trump ha rinnovato l’interesse ad acquistare la Groenlandia nel 2026, considerandola una priorità di sicurezza nazionale per lo scudo missilistico “Golden Dome” e per l’accesso a risorse minerarie strategiche. L’isola, territorio autonomo danese, è vista come vitale per contenere Russia e Cina nell’Artico, con minacce di procedere anche in caso di rifiuto della Danimarca. La Groenlandia possiede risorse minerarie rilevanti, non eccezionali, non immediatamente utilizzabili ma è una finestra importante sull’Artico che il cambiamento climatico rende sempre più accessibile e appetibile. Lo scioglimento dei ghiacciai fa evaporare in quell’area un eccezionale, seppur limitato alla ricerca scientifica, spirito di collaborazione e cooperazione fra i popoli. Con il battage politico-mediatico alimentato da Donald Trump e la pretesa di inglobare, con le buone o le cattive, la Groenlandia negli Stati Uniti, si sta prepotentemente manifestando lo spirito coloniale ancora presente in tutti i paesi. Sul tema Groenlandia si verificherà anche la capacità, non ancora pienamente dimostrata, delle “democrazie” di rispettare le autonomie delle popolazioni comprese quelle indigene che da millenni vivono in quell’ambiente difficile. (HERALDO)

 

Di fronte a questi fatti (quasi) compiuti la premier Giorgia Meloni ed il suo governo non sono andati al di là di penosi equilibrismi parolai, si sono limitati ad imbarazzate dichiarazioni, a burocratiche prese di distanza, facendo effettivamente la figura di servi sciocchi come non mai.

Mi piace toccarli nel vivo delle loro deliranti ideologie. Dove è finito il tanto sbandierato patriottismo meloniano. Dov’è il sovranismo leghista? Dov’è il berlusconismo forzista? Se non fosse viva e vegeta la lungimiranza della nostra Costituzione e Mattarella non fosse stato tempestivo nel sventolarla sotto il naso del governo italiano, la Meloni non avrebbe resistito alla tentazione di aderire all’inqualificabile Board of peace.  Sì, perché la signora Cocomeri ha un problema: Donald Trump. Non so fino a quando riuscirà ad abbozzare, a barcamenarsi, a dire e disdire, a giocare al topo col gatto, a fare la pescivendola nel barile, ad essere europeista fino a mezzogiorno e atlantista da mezzogiorno in poi. Sulla politica estera non si può scherzare.

Ai due pur discutibilissimi “ismi” da cui sono partito, l’esecutivo a guida Meloni preferisce l’opportunismo: è il comportamento di chi per tornaconto personale sceglie di rinunciare ai propri principi e di accettare compromessi più o meno onorevoli. Per essere opportunisti bisogna però avere grande abilità di manovra e notevole cinismo nelle scelte: non mi sembrano caratteristiche del nostro assurdo gabinetto.

Il governo è molto in difficoltà anche perché Trump se ne frega altamente di Meloni, tanto sa che è costretta a stare con lui, pena l’uscita di scena. Forse sta saggiando la resistenza del governo italiano. Si chiederà fino a che punto questi burattini riuscirà a manovrarli.

Anche le timide proteste e/o gli atti formali sembrano più dettati dalla preoccupazione di non disturbare Usa e Israele che di tenere una linea almeno dignitosamente autonoma. Più passa il tempo e più Giorgia Meloni mi fa tenerezza, ormai non riesco nemmeno ad incazzarmi. Tutti i giorni Trump gliene combina una (ci si mette anche Netanyahu) e lei deve correre ai ripari, così oltre che le marachelle vannaccian-leghiste si trova ad arginare gli attacchi trumpiani.

Intendiamoci bene, il problema è geo-politicamente globale e va ben oltre il ristretto ambito governativo italiano, tuttavia il nostro Paese non è l’ultimo della pista ed ha un suo ruolo da giocare: la scelta del governo, un po’ per celia e un po’ per non morire, è quella di galleggiare sopra il mare di merda trumpiano. Ormai siamo al limite: ogni nuova mossa statunitense ci costringerà ad ingoiare cacca.

Lo strabismo divergente del riformista

C’è un’area riformista che sopravvive nel Partito democratico. Ci sono “partiti satellite”, che esercitano poco appeal nell’elettorato, che si muovono nel campo riformista. C’è una tensione riformista nel Paese che non trova rappresentanza politica e incarna una buona fetta di quanti, in numero sempre crescente, disertano le urne di elezione in elezione. E c’è un movimento dietro le quinte che cerca di sollecitare gli elettori che si allontanano dalla politica (finendo spesso per disdegnarla e perfino disprezzarla), che cerca un canale di dialogo per rimettere al centro i cittadini (tensione su cui punta da destra anche Forza Italia, con il suo tentativo di accordo con Azione di Carlo Calenda). Dire che qualcosa si muove, però, è ancora ottimistico. Perché tutto quello che prova a muoversi – e non è poco – si arena sugli spazi esigui di visibilità di un modo di interpretare la politica soffocato dalla polarizzazione dei partiti più grandi. (“Avvenire” – Roberta d’Angelo)

 

Giorgia Meloni osserva in silenzio le manovre che scuotono il centrodestra. Riflette sulle fibrillazioni nella Lega che crescono di intensità con l’ultima mossa del generale Vannacci che registra il marchio “Futuro nazionale” e prepara la sua corsa solitaria. Si informa sul dialogo sempre più forte tra Carlo Calenda e Forza Italia. A Palazzo Chigi anche gli uomini più vicini alla premier ragionano su un nuovo bipolarismo. Un centro più forte per rendere la Lega non decisiva? Una prima conferma arriva da Letizia Moratti, europarlamentare di Fi ma soprattutto figura ascoltata da Marina Berlusconi. «… Vogliamo aprirci a mondi che condividono i nostri valori: liberali, popolari, riformisti, garantisti, europeisti. Con Calenda c’è sintonia sui temi fondamentali: Europa, riforme, giustizia, industria. Non è un caso che sia stato invitato più volte, anche dai giovani di Forza Italia. Non si tratta di operazioni di palcoscenico, ma di un confronto politico reale». Ecco il piano di Marina Berlusconi: un nuovo bipolarismo con più centro e meno Lega. Gli ultimi segnali rafforzano la convinzione. Prima il “faccia a faccia” di Matteo Salvini con l’attivista (pregiudicato) dell’ultradestra britannica Robinson. Poi l’offensiva di Vannacci. Letizia Moratti dice quello che Marina Berlusconi pensa: «È innegabile che posizioni estremiste rendano difficile l’avvicinamento di forze liberali. Alcune figure, lo dico con rispetto, non aiutano a costruire un’area riformista ampia. Noi siamo alleati leali e rispettiamo il patto di governo. Ma la lealtà non significa rinunciare alla propria identità. Forza Italia ha un profilo diverso, e lo difende». (“Avvenire” – Arturo Celletti)

Con le allarmanti arie prefasciste e filo-autoritarie che tirano a livello internazionale, chiudersi nella cucina italiana per valutare la gastronomia politica nostrana è scelta di dubbio gusto e di rischiosa distrazione. Ma tant’è…

Ho cercato la definizione del termine “riformismo” nel Dizionario politico di Bobbio-Matteucci- Pasquino e non l’ho trovata: forse è significativo della vaghezza politica che sottende a questo “ismo” a cui tutti puntano proprio per il fatto che in esso ci sta tutto e il suo contrario.

Storicamente parlando, con riferimento alla sinistra, riformista era chi voleva raggiungere il cambiamento senza ricorrere alla rivoluzione: sinistra riformista in contrapposizione con quella rivoluzionaria.

Oggi tutti parlano di riforme, a sinistra e a destra (peraltro anche questi termini sono ormai difficili da definire) e sembra che più che ai contenuti si debba fare riferimento al metodo con cui perseguirle e attuarle. In questo senso il riformismo viene appunto svuotato di significato politico per diventare sinonimo di moderatismo e di centrismo.

Sono caratteristiche tipicamente democristiane, che, a mio giudizio, hanno fatto il loro tempo. Alcide De Gasperi le aveva praticate guardando a sinistra, Aldo Moro nella sua profetica lungimiranza le aveva superate ipotizzando la cosiddetta “terza fase” che avrebbe dovuto vedere un bipolarismo autenticamente democratico con un partito di sinistra (il Pci riveduto e corretto) e un partito di centro (la DC riveduta e corretta), che si sarebbero misurati proprio sulla loro capacità riformista, radicaleggiante o moderata a seconda dei temi, dei momenti e delle situazioni.

La terza fase morotea è stata interrotta brutalmente e non ha finora trovato il suo auspicabile compimento: siamo continuamente in mezzo al guado in spasmodica ricerca del bipolarismo che non arriva mai alla compiutezza e resta imperfetto con entrambi i poli in eterna fibrillazione alla ricerca di una vesta presentabile al sempre più esigente elettorato.

Se devo essere sincero non vedo nella gente questo desiderio di moderazione riformista, vedo piuttosto il disappunto per la mancanza di chiarezza ideale e di concretezza programmatica della classe politica, di conseguenza leggo in chiave autoreferenziale le manovre per stiracchiare verso il centro la destra e la sinistra. Non c’è spazio né elettorale né politico per un centro moderato a destra, laddove prevale la destra-destra e dove la competizione è tutta giocata su indirizzi populisti e/o nazionalisti; neanche a sinistra riesco a intravedere, se non tra gli equivoci del cosiddetto campo largo, un’area moderata non meglio precisata nei contenuti.

La destra è destinata ad essere presidiata da una formazione politica decisamente reazionaria, che soffre una diaspora destrorsa e si avvale del maquillage post-berlusconiano; la sinistra deve trovare nel PD la problematica sintesi tra diverse culture progressiste abbandonando la tentazione di un radicalismo fuorviante, che non è da confondere con la spinta valoriale.

Non c’è riforma elettorale che tenga e che possa riaprire i giochi e rimescolare pericolosamente le carte. Bisogna tornare al disegno moroteo senza Moro, vale a dire senza una classe dirigente che lo sappia attualizzare. Qui sta il problema!

Le giravolte di Renzi e Calenda mi danno il voltastomaco, i contrasti tra Salvini e Vannacci mi fanno ribrezzo, gli opportunismi di Marina Berlusconi e Letizia Moratti mi fanno sorridere tanto sono scopertamente tali. Sulle crescenti malefatte di Giorgia Meloni ho già dato…

Passando all’altra parte dello schieramento, le impennate di Pina Picerno e Lia Quartapelle sono penosi tentativi di sfilare il protagonismo ad Elly Schlein, l’impazienza del fin troppo paziente Graziano Del Rio mi sorprende, il velleitarismo dei sindaci Sala e Salis lo prenderò in considerazione quando li vedrò fare i sindaci come si deve, l’economicismo di Ernesto Maria Ruffini lo vorrei misurare a livello di lotta all’evasione fiscale, il perbenismo referendario di Stefano Ceccanti non mi convince affatto, l’irrequietezza dei sedicenti riformisti rischia di dare ossigeno alla difficile respirazione pentastellata.

Lascio la destra alla sua deriva culturale e politica. Soffro per i velleitari identitarismi della sinistra (del PD in particolare) alla quale non rimane altro che confrontarsi al proprio interno e con gli elettori sulle vere riforme che sono sotto gli occhi di tutti: dalla sanita alla scuola, dal fisco all’immigrazione, dalle nuove povertà all’ambiente, dal lavoro alla pace. Il di più viene dal maligno…

Quel pizzico di anarchia per tenere viva la democrazia

Non c’è giorno della mia vita in cui non emerga, con più o meno forte risonanza, un insegnamento lasciatomi in preziosa eredità da mio padre. Chi mi conosce e mi frequenta me ne può dare atto perché spesso il ricordo rimbalza sugli altri, direttamente o indirettamente, straripa a livello d’ambiente, ricade sui miei interlocutori che, loro malgrado, si trovano a fare i conti con la filosofia spicciola di un uomo d’altri tempi. Quasi sempre il messaggio mantiene intatta la sua attualità, la sua abbondante dose di ironica, per non dire graffiante, provocazione, in una gustosa miscela di anticonformismo, radicalismo, anarchia, trasgressione etc: il tutto insaporito da una spruzzata di autentica parmigianità, molto soft, poco ostentata ma sottilmente e gradevolmente percettibile.

È molto simpatica ed “anarchica” la battuta con cui fucilava l’autoritarismo dall’alto al basso e dal basso all’alto: “A un òmm, anca al pu bräv dal mónd, a t’ ghe mètt in testa un bonètt al dventa un stuppid”.

Mio padre, prima e più che in senso politico, era un antifascista in senso culturale ed etico: non accettava imposizioni, non sopportava il sopruso, non vendeva il cervello all’ammasso, ragionava con la sua testa, era uno scettico di natura, aveva forse inconsapevolmente qualche pulsione anarchica, detestava la violenza. Ce n’è abbastanza?

Da profondo conoscitore dei vizi della nostra società, anche di quelli piccoli che purtroppo preludono molto spesso a quelli grandi, con ostentato e quasi parodistico sarcasmo, buttava li certe spietate sentenze, che potrebbero far pensare a una punta di mentalità anarchica (non individualista): “In t’il lotarii a vensa sempor al fiol dl’organizator”. (dal libro “Mio padre” consultabile nella sezione “Libri” del presente sito)

Parto dall’educazione ricevuta per ammettere orgogliosamente come una venatura di anarchia sia presente nella mia mentalità. Ecco perché ho letto, con interesse e senza paura, della rivendicazione anarchica di «fuoco ai Giochi» e del fatto che Askatasuna intenda rilanciare la lotta e allargare il campo di battaglia: «Opposizione sociale al governo e contro le guerre», contro «la repressione del dissenso».

Dovrebbero essere i cavalli di battaglia della sinistra, che rimane invece abbarbicata ad una opposizione polemicamente sterile e politicamente debole: in mancanza di una strada per il dissenso politico-parlamentare, si aprono praterie per le lotte sociali.

Che i giochi olimpici, per come sono attualmente impostati e per come si è ridotto lo sport, altro non siano che una costosa e insulsa passerella per il sistema/regime e per le sue contraddizioni retoricamente mascherate, è cosa indiscutibile e quindi inaccettabile; che l’opposizione sociale al governo sia più che auspicabile è altrettanto indiscutibile; non parliamo di sacrosanta opposizione alle guerre e di rifiuto categorico della repressione in atto contro ogni robusta forma di dissenso.

Veniamo al metodo. Il rifiuto aprioristico della violenza dovrebbe essere categorico, ma purtroppo, quando manca la mediazione politica, è difficile incanalare correttamente le proteste che tendono a sfuggire di mano agli organizzatori. Non è giusto e opportuno esorcizzare le proteste al fine di evitare le violenze: è una tattica inutile anzi controproducente oltre che anti-democratica.

La sinistra non deve fiancheggiare le proteste, le deve sposare nei contenuti a livello di dialogo e di rappresentanza politica. Non si tratta di soffiare sul fuoco né di spegnerlo con accordi bipartisan, ma di cogliere dal calore proveniente dalle proteste le motivazioni di fondo per rispondere concretamente ad esse.

Per tentare questi approcci occorre grande sensibilità sociale e notevole capacità politica, qualità che mancano nella classe politica attuale. Non c’è però alternativa, pena lo spegnimento della democrazia assieme ai fuochi delle proteste sociali.

 

 

L’amaro stil vecchio e la premier angelicata

Mai un presidente americano era caduto così in basso come Donald Trump che ha postato un video apertamente razzista con gli Obama ritratti come scimmie in una giungla. La clip, che ha ricevuto migliaia di like, ha scatenato una bufera.  Con critiche bipartisan in patria e una dura condanna anche della Ue, secondo cui “razzismo, incitamento all’odio e contenuti illegali non hanno spazio online, non perché lo dice la Commissione, ma perché sono illegali nella vita reale”. La Casa Bianca ha tentato di difendere il post, riducendolo a un “video meme di internet che raffigura il presidente Trump come il Re della Giungla e i democratici come personaggi del Re Leone”. “Per favore, smettetela con questa finta indignazione e parlate di qualcosa che sia davvero importante per il pubblico americano”, ha reagito la portavoce Karoline Leavitt. Ma poche ore dopo il video, realizzato con l’IA, è stato rimosso e la colpa è stata scaricata su un membro dello staff che lo avrebbe pubblicato per errore. (ANSA.it)

 

Sta facendo discutere il restauro della parete dedicata a Umberto II nella Basilica di San Lorenzo in Lucina a Roma, dove uno degli angeli (o, più propriamente, una vittoria alata) che affiancano il busto del “re di maggio” ha assunto adesso i tratti somatici della presidente del consiglio Giorgia Meloni, o comunque è diventato molto somigliante alla prima ministra. L’episodio è stato svelato da Repubblica che stamattina apre la sua edizione digitale con questa notizia. In questi giorni, come riporta il quotidiano, la chiesa è interessata da alcuni lavori di restauro, condotti da professionisti: della parte dove è comparso il volto familiare a molti si è tuttavia occupato un sacrestano e decoratore, Bruno Valentinetti, che ha anche firmato su un cartiglio il suo intervento (“Instauratum et exornatum Bruno Valentinetti AD MMXXV”). “In parrocchia”, si legge sul Corriere, “viene descritto come un volontario presente quotidianamente al mattino. In rete emergono riferimenti ad altri lavori decorativi attribuiti a lui, compresa la stessa cappella già nel 2002, e collaborazioni in contesti extra-ecclesiali, come interventi presso la residenza di Macherio di Silvio Berlusconi. Risulta anche una sua candidatura politica, in passato, con La Destra – Fiamma Tricolore nel I Municipio di Roma”. L’artigiano, tuttavia, raggiunto da Repubblica, nega la somiglianza e smentisce la sua candidatura con La Destra nel 2013, dicendo di esser stato forse candidato con la destra a sua insaputa. (Finestre sull’arte)

Se non ci fosse da ridere, ci sarebbe da piangere. Personalmente non ci trovo niente da ridere e piango amaramente. Sono fatti sintomatici del come si svolga la proposta politica al fine di ottenere il consenso. Tutti i mezzi sono validi per screditare l’avversario e santificare il proprio leader.

Nell’atto primo della Tosca di Giacomo Puccini, il pittore Mario Cavaradossi dipinge un quadro raffigurante Maria Maddalena all’interno della chiesa di Sant’Andrea della Valle a Roma. Il quadro, ispirato alla Marchesa Attavanti, scatena la gelosia della sua amante, Floria Tosca, mentre Cavaradossi celebra la bellezza nell’aria “Recondita armonia “. Il sacrista si scandalizza e dice la famosa frase: “Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi…”.

Scherza con la Meloni, ma lascia stare gli angeli: così l’aggiornamento della gag operistica. Un infortunio pittorico o una bravata politica? Chissà chi lo sa? Lo smisurato ego di Giorgia Meloni potrebbe anche giustificare un penoso colpo propagandistico …la megalomania non ha limiti, quindi… Come angelo non ce la vedo molto, ma in politica tutto è possibile…

Donald Trump scherza invece con un suo ingombrante predecessore. Cattivo gusto, paura, arroganza, prepotenza e chi più ne ha più ne metta. Mi soffermerei un attimo sulla paura: ci vuole poco per avviare un movimento di protesta e Obama ne avrebbe il carisma. Meglio allora ridicolizzarlo per neutralizzarlo. Chissà che a forza di gaffe il presidente americano non si riveli a tutti per quello che è: alla prossima!

 

 

 

Chi semina vendetta raccoglie violenza su violenza

Zoe uccisa a 17 anni per un “no”. «L’inimmaginabile è accaduto». La giovane di Nizza Monferrato è stata trovata senza vita in un canale. L’assassino 20enne ha cercato di dare la colpa a uno straniero, che ha rischiato il linciaggio. Zoe non c’è più e scoppia la voglia di farsi giustizia da soli. Perché subito dopo la scoperta della tragedia, un gruppo di persone, una trentina pare, si raduna davanti alla casa di un ragazzo che si ritiene colpevole con la voglia di «far subito giustizia» innestando violenza su violenza. Il linciaggio è evitato solo perché i carabinieri intervengono e verificano che l’ipotesi è infondata. (“Avvenire” -i Andrea Zaghi, Torino)

 

Non avrebbero retto alla valanga di dolore e di vergogna scaturita dal gesto del figlio Claudio Carlomagno ma anche alle accuse e gli insulti ricevuti nei giorni successivi sui social e alla pressione dei media. Sarebbero questi i motivi che hanno spinto Maria Messenio e Pasquale Carlomagno a decidere di farla finita insieme, impiccandosi nella loro casa di Anguillara. La procura ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio per indagare sul ruolo che hanno avuto i tanti messaggi che i due coniugi hanno ricevuto. Nella lettera lasciata ai figli, una parte destinata alla stampa con l’obiettivo di denunciare l’accaduto, Pasquale e Maria hanno espressamente parlato di gogna mediatica amplificata da televisione e social. (da Rai Play)

 

Violenza chiama violenza. Anziché fare sacrosanti esami di coscienza siamo portati a scaricare vergognosamente le colpe sugli altri, a cercare sbrigativamente un colpevole da mettere alla gogna o addirittura da ammazzare direttamente o indirettamente, un capro espiatorio su cui riversare le responsabilità di atroci delitti. Meglio ancora se questo presunto mostro è un ragazzo di origine africana con problemi psichiatrici e già conosciuto dai carabinieri per molestie. Il mostro perfetto col quale risolvere due problemi: quello della violenza contro le donne e quello degli immigrati criminali che vengono a disturbarci.

Coi linciaggi non ci fermiamo neppure di fronte ai genitori dei colpevoli: le colpe dei figli che cadono su quelle dei padri e delle madri. Così ingiustizia è fatta! Anziché comprendere il dramma di due coniugi alle prese con la folle devianza di un figlio, buttiamo addosso a loro una seconda croce sotto cui sprofondare.

Quanta cattiveria! Una catena di cattiverie! Alla cattiveria individuale risponde quella sociale. Alla cattiveria sociale risponde quella politica: non c’è forse in giro l’idea politica di fare pulizia criminalizzando chiunque esce dagli schemi.

Ma non bastano i primi successi azzurri ai Giochi invernali a fermare gli echi degli scontri di piazza – e le polemiche – che sono finiti “sulle televisioni di mezzo mondo”. Dopo averle viste anche sui canali americani, Giorgia Meloni affida ai social, a tarda notte, tutta la sua “indignazione”, un concetto che va ripetendo da giorni. Perché davanti a una vetrina internazionale così importante “gli sforzi di migliaia” di persone, spesso “volontari”, rischiano di essere “vanificati” da “bande di delinquenti” che si sono rivisti in azione “a Milano contro i Giochi” e pure a Bologna dove sono stati tranciati i cavi della ferrovia. “Nemici dell’Italia”, taglia corto la premier mentre per Guido Crosetto con certe decisioni, come quella di scarcerare “quei gentili ragazzi di Torino”, gli agenti “prima vengono presi a calci dai violenti e poi dallo stato”, ma quello “con la s minuscola”. (ANSA.it)

Chi protesta per la vergognosa pantomima olimpica è un delinquente al quale viene fatto carico sommariamente anche dei danni provocati alle ferrovie. Chi si rende colpevole di violenta aggressione verso i poliziotti non ha diritto alla scarcerazione di legge, deve crepare in carcere. A dire queste cose sono nientepopodimeno che la presidente del Consiglio e il ministro della difesa.

Dico subito che non mi sento affatto un delinquente dal momento che ho avuto un attacco di voltastomaco di fronte all’insopportabile ambaradan olimpionico, al carrozzone affaristico, che, rovinando lo sport, peraltro già rovinato, vuole accreditare una società viva e vegeta.

Per combattere la violenza non si deve fare ulteriore e generica violenza: siamo alla vendetta che è cosa molto diversa dalla giustizia. Il clima socio-politico è questo, in cui guazzano i violenti e i politici che per difendere il loro operato sparano condanne contro tutti.

Qualcuno dirà che sto forzando il discorso portandolo dai fatti di cronaca ai fatti della politica. Sarà perché io sono rimasto alla celebre frase “L’apoliticità non esiste. Tutto è politica”, attribuita allo scrittore tedesco Thomas Mann. Questa citazione sottolinea come ogni aspetto della vita umana e ogni scelta, sia di fatto un atto con implicazioni politiche, riflettendo una posizione sociale o valoriale. E ciò vale dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso.

 

 

 

Il certificato di sana e robusta Costituzione

Colpo di scena. L’Ufficio del referendum della Corte di Cassazione ha ammesso il quesito referendario sulla separazione delle carriere presentato dal cosiddetto “Comitato dei 15 volenterosi”. A dare la notizia per prima è stata Conchita Sannino su Repubblica.

Gli ermellini quindi hanno ritenuto valido quello che elenca tutti gli articoli della Costituzione che verrebbero modificati qualora passasse anche nelle urne la riforma Nordio e sul quale erano state raccolte le 500 mila firme depositate il 28 gennaio a Piazza Cavour. Il testo è il seguente: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025, con la quale vengono modificati gli artt. 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma 1 e 110 comma 1 della Costituzione?».

Il quesito invece approvato il 18 novembre dalla Cassazione, dopo l’ammissione della richiesta referendaria dei partiti di maggioranza e minoranza, era il seguente: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?». Eppure era stato proprio il Tar lo scorso 28 gennaio, nel respingere il ricorso dei 15 volenterosi, a decretare che «il testo del quesito non è nella disponibilità dei promotori ma è direttamente fissato dalla legge. In questo senso, del resto, si è anche espresso l’Ufficio centrale per il referendum costituito presso la Corte di Cassazione» con l’ordinanza del 20 ottobre 2016. Ora che succede? (“Il dubbio” – Valentina Stella)

La storia in un modo o nell’altro si è sempre finora incaricata di difendere la Costituzione: si sono succeduti tentativi di riforma che hanno fatto regolarmente flop: la Costituzione non si tocca e chi la tocca muore!

Amo definirla come il più alto compromesso raggiungibile, oserei dire la perfetta sintesi fra i diversi pensieri in ambito democratico: cambiarla diventa quasi impossibile… Penso che questa sorte avversa capiterà anche al governo di centro-destra che la vorrebbe cambiare con l’introduzione del premierato (FdI), con il decentramento regionale rafforzato (Lega), con la riforma della giustizia (eredi berlusconiani).

Il premierato sta andando in cavalleria anche e soprattutto per merito della tenuta popolare, tacita ma fortissima, del presidente Mattarella, la velleitaria spinta al regionalismo sta implodendo sotto i colpi del nazionalismo, la separazione delle carriere dei magistrati sta diventando il baluardo governativo rispetto al fallimento totale di un subdolo cambio di regime.

Chi tenta quindi di togliere significato politico al referendum sulla giustizia mente sapendo di mentire.  Qualsiasi riforma costituzionale proveniente da un clima politico di parte è destinata a fallire a prescindere dai suoi contenuti.

La versione riveduta e corretta del quesito referendario può sembrare a prima vista pleonastica, mentre ha invece un grosso significato. Si mette in bella evidenza come sia in gioco la Carta Costituzionale con i suoi equilibri istituzionali e i suoi fondamenti democratici: è un castello meravigliosamente impostato e toccarne i punti fondamentali vuol dire farlo miseramente crollare. Sarebbe come voler restaurare la Gioconda di Leonardo Vinci cambiandone l’espressione enigmatica del volto.

Per cambiare seriamente la Costituzione è indispensabile ricreare pregiudizialmente il clima etico-politico in cui si è formata e ritrovare l’intelligenza e la lungimiranza di chi l’ha scritta: manovra a dir poco impossibile per i giorni nostri.

Non è con un colpo di mano di Giorgia Meloni e Carlo Nordio che si può riscrivere impunemente la storia. Diventa pertanto stucchevole discutere dei pro e dei contro rispetto alla peraltro confusa e pasticciata separazione delle carriere dei magistrati. Ci possono essere motivi a favore così come motivi contro, ma il discorso riguarda il complessivo metodo e merito del riformare la Costituzione.

Il “no” è quindi scritto non tanto in risposta al quesito, ma nella storia attuale della democrazia del nostro Paese in netto contrasto con quella ideata, pensata, elaborata e avviata dai padri costituenti. In questo delicato referendum c’è in ballo ben più di un prurito antigiustizialista o di una difesa dell’assetto giudiziario, c’è in filigrana il dettato costituzionale e la presuntuosa smania di cambiarlo che grida vendetta al cospetto di Dio e degli uomini.

Il governo intende sbrigare la pratica nel più breve tempo possibile, mantenendo prepotentemente intatti i tempi dell’andata alle urne, giocando sull’ignoranza storico-culturale dei cittadini, che invece sapranno (almeno lo spero vivamente) direttamente o indirettamente portare allo scoperto il gioco antidemocratico che sottende alla pericolosa riformetta in questione.

Se non sarà così, prepariamoci ad una sorta di subdola catastrofe democratica, al tacito inizio della fine del nostro sistema, all’inquietante innesco di un nuovo regime, che potrebbe assomigliare tanto a quello fascista. Gli italiani hanno una enorme responsabilità sulle loro deboli spalle.

Il dibattito politico in corso non li porta ad andare al sodo della questione, ma li circuisce e li fuorvia. Bene hanno fatto i “volenterosi” ha riportate in primo piano la Costituzione e quindi ad indurre gli elettori a prendere in considerazione il significato profondo di questa consultazione elettorale.

Ricordiamoci bene che chi di attacco alla Costituzione ferisce, di difesa della Costituzione perisce.

 

L’orgoglio europeo sepolto è in Trump

Secondo Defense One, «mentre la NSS resa pubblica chiede la fine di una “Nato in continua espansione”, la versione completa entra più nei dettagli di come l’amministrazione Trump vorrebbe “Rendere l’Europa Grande di Nuovo”, pur invitando i membri europei dell’Alleanza a svezzarsi dal sostegno militare americano. Partendo dal presupposto che l’Europa stia affrontando una “cancellazione della sua civiltà” a causa delle politiche sull’immigrazione e della “censura della libertà di parola”, la NSS propone di concentrare le relazioni degli Usa con i paesi europei su alcune nazioni con amministrazioni e movimenti affini — presumibilmente di destra». Qui interviene il disegno che riguarderebbe Roma, in un gruppo di Visegrad allargato: «Austria, Ungheria, Italia e Polonia sono elencati come paesi con cui gli Usa dovrebbero “collaborare di più con l’obiettivo di allontanarli dall’[Ue]. E dovremmo sostenere partiti, movimenti e figure intellettuali e culturali che cercano la sovranità e la conservazione/ripristino dei modi di vita tradizionali europei pur rimanendo filo-americani”». (“La Repubblica” – Paolo Mastrolilli)

Non era ancora stato eletto presidente, era soltanto un aspirante candidato alle presidenziali americane nell’ormai lontano 2016 e in Scozia, durante la campagna elettorale referendaria sulla Brexit, proferì le seguenti parole: «Vedo un reale parallelo fra il voto per Brexit e la mia campagna negli Stati Uniti». Come riferiva Pietro Del Re, inviato di Repubblica, nel pub di John Muir a Edimburgo, quando Trump apparve in tv, tutti i clienti avvicinarono allo schermo. Poi tutti assieme cominciarono a urlargli insulti di ogni genere, il cui meno offensivo era senz’altro “pig”, vale a dire “porco”. La porcilaia si è storicamente allargata, consolidata e approfondita, l’Italia ci sta finendo dentro e rischia di non uscirne più.

Niente di nuovo quindi, il disegno trumpiano è noto da tempo e si sta delineando e concretizzando: dividere l’Europa per evitare che possa assumere la dimensione e la strategia di superpotenza tale da disturbare la spartizione del mondo fra Usa e Russia con la Cina a fare da terzo incomodo.

L’Italia purtroppo, a causa della meloniana scellerata strategia autoconservativa, sta cadendo nella trappola di una sorta di rapporto privilegiato con gli Usa quale testa di ponte verso la parte populista e nazionalista dell’Europa: anziché fare astutamente (?) da ponte tra UE e Usa, Giorgia Meloni sta portando il nostro Paese a fare meschinamente da testa di ponte nei confronti dell’Europa più reazionaria e trumputiniana.

Siamo finiti in questa rete e uscirne sarà un serio problema: infatti, anche qualora si volesse correggere la rotta rientrando nei ranghi virtuosi/volonterosi della UE, quale credibilità e affidabilità potremmo mai avere. Il futuro dell’Italia soffre quindi di una duplice perniciosa incertezza: quella europea del ritrovato spirito unitario e quella del reinserimento italiano nel processo di eventuale auspicabile resipiscenza.

L’assetto geopolitico che si sta profilando porta con sé l’inquietante rimescolamento delle tradizionali alleanze assieme all’auspicabile e recuperabile protagonismo dell’Europa. Non credo si possa tergiversare ulteriormente anche se il processo di ripresa della riunificazione dei Paesi europei è tutt’altro che scontato e positivamente avviato. Di necessità virtù, anche se per l’Europa non è certamente facile recuperare il protagonismo che le dovrebbe spettare per storia, cultura, dimensione, forza economica, progresso sociale, etc.

Temo si possa innescare un processo meramente guidato dagli interessi economici pilotati dall’industria pesante bellica (vedi riarmo a tutto spiano) e dalla necessità di una pseudo unità difensiva militare contro il lupo russo. Oltre che illusorio sarebbe deleterio.

E poi dove potrebbe essere il leaderismo europeo capace di questo storico indispensabile rilancio? Alla storica triade De Gasperi-Adenauer-Schumann corrisponderebbe un ben altra triade, vale a dire Merz-Macron-Starmer: il primo affaccendato nel ripescaggio di una economia nazionale in forte difficoltà, il secondo impegnato in una patetica riedizione della grandeur, il terzo intento a recitare la parte del maddaleno pentito. E un successore di De Gasperi? Passiamo alla domanda di riserva…

E allora? Tutto da rifare. Credo che Trump abbia valutato attentamente anche queste debolezze europee e intenda sfruttarle. Non resta che rimboccarsi le maniche con sano realismo, ma con altrettanto convinto idealismo.

Presi singolarmente, la maggior parte dei paesi dell’UE non si configurano nemmeno come medie potenze, capaci di navigare questo nuovo ordine formando coalizioni, portando al tavolo ciascuno risorse specifiche, che si tratti di materie prime, nicchie tecnologiche o geografia strategica.

Collettivamente, tuttavia, abbiamo qualcosa di ben più grande: scala, ricchezza, cultura politica e 75 anni di costruzione delle istituzioni di un progetto comune.

Tra tutti quelli che in questo momento si trovano schiacciati tra Stati Uniti e Cina, gli europei sono gli unici ad avere la possibilità di diventare essi stessi una potenza autentica.

Quindi dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare un’unica potenza?

Sia chiaro: mettere insieme più paesi piccoli non produce automaticamente un blocco potente. Questa è la logica della confederazione, la logica che l’Europa segue ancora nella difesa, nella politica estera, nelle questioni fiscali.

Questo modello non produce potere. Un gruppo di stati che si coordina rimane un gruppo di stati: ciascuno con un diritto di veto, ciascuno con i suoi propri calcoli, ciascuno – uno dopo l’altro – esposto al rischio di essere isolato.

Il potere presuppone che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione. (dall’intervento di Mario Draghi all’Università di Lovanio in occasione del conferimento della laurea honoris causa)

Oltre tutto bisogna disinnescare l’ossimorica bomba del trattato di pace in Ucraina: saranno gli Ucraini a pagare l’ulteriore prezzo della disputa euroamericana? Come uscire dalla guerra? Non certo consegnando a Putin le chiavi per occupare le stanze che gli interessano, ma nemmeno puntando tutto sulle armi a getto continuo e infinito. L’Europa, se lascia fare il lavoro diplomatico (?) a Trump, condanna il mondo ad un assetto spregiudicato fatto di patti oscuri e di amicizie precarie, se intende essere protagonista in uno scenario prospettico di pace, deve smetterla di suonare le trombe del riarmo fine a se stesso, passando finalmente e unitariamente alle campane dell’orgoglio, della fermezza e del dialogo.

Il sistema dei diritti, il mondo dei rovesci e l’impegno dei cattolici

La democrazia nel mondo ha fatto un salto indietro fino al 1985 grazie soprattutto a Donald Trump.  Secondo il rapporto mondiale di Human Rights Watch, riferito all’anno scorso e diramato ieri, è bastato un anno di presidenza del tycoon per riportare indietro di 40 anni le lancette del sistema globale dei diritti umani. Un record. «Il 2025 – sostiene il rapporto – può essere visto come un anno di svolta. In soli 12 mesi, l’amministrazione Trump ha portato avanti un vasto assalto ai pilastri chiave della democrazia statunitense e dell’ordine globale basato sulle regole». Un attacco a 360 gradi, che va dalle politiche anti migranti negli Usa alla chiusura di Usaid, l’ente di cooperazione, decimando così gli aiuti ai campi profughi Onu come agli ospedali missionari africani, colpendo soprattutto donne, anziani e bambini. Il tutto accompagnato da una politica estera filo autocratica. Secondo l’autorevole Ong- che ha sede a New York con ricercatori in oltre 100 Stati – Trump e la sua amministrazione hanno condotto una “pressione incessante” sul diritto internazionale umanitario, già minato da Cina e Russia, ritirando gli Usa dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e pianificando di lasciare 66 organizzazioni e programmi internazionali, tra cui i forum chiave per i negoziati sul clima. Insomma, Human Rights Watch certifica che siamo in quella che gli esperti definiscono “recessione democratica”. (“Avvenire” – Paolo Lambruschi)

Semplicemente impressionante! Noi reagiamo nascondendoci dietro la retorica olimpionica (persino Mattarella ne è rimasto coinvolto diventandone protagonista), ci preoccupiamo della nostra impossibile sicurezza a suon di pacchetti dono (regali meloniani) e corriamo dietro alle mosse di Vannacci (in mancanza di cavalli trotta il peggiore degli asini). Non sono tre esempi buttati lì per caso, sono la sintesi del nostro nulla etico, sociale e politico di fronte alla conclamata deriva anti-democratica che ci sta investendo.

Ci interroghiamo sul come rimanere alleati di chi ci vuole distruggere, facciamo i salti mortali per salvare l’insalvabile, non ci accorgiamo che ci sta venendo meno la terra sotto i piedi.

Quante volte esclamiamo che il mondo è cambiato per giustificare le nostre scelte e i nostri comportamenti opportunistici se non omertosi o addirittura complici.

Apriamo gli occhi, svegliamoci, rendiamoci conto. Stiamo facendo di tutto per meritarci Donald Trump a livello internazionale e Giorgia Meloni a livello nazionale: le due facce della stessa medaglia con cui stanno comprando la nostra ignavia.

Un tempo si scendeva in piazza per protestare, oggi si fa di tutto per squalificare ed evitare le proteste; un tempo si discuteva arrivando persino ad accapigliarsi, oggi si tace e si alzano le spalle; un tempo si guardava alla politica come interlocutore obbligato, oggi la si esorcizza accuratamente; un tempo si guardava con ansia e con atteggiamento critico a quanto succedeva nel mondo, oggi ci si rassegna alle guerre e finanche ai genocidi e alla prospettiva di un’apocalisse nucleare; un tempo si cercava disperatamente la verità, oggi la si trova nelle narrazioni mediatiche; un tempo si contestava un po’ tutto, oggi si accetta tutto a scatola chiusa.

Un tempo ai cortei di protesta si gridava “viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung”, oggi si pensa “viva Trump, viva Putin, viva Xi Jinping” e non ditemi che in fin dei conti è la stessa cosa; un tempo si urlava “fascisti carogne tornate nelle fogne”, oggi mentre in America si sta facendo strada un nuovo fascismo, in Italia è sempre lo stesso fascismo che tiene banco; un tempo si ragionava di patto costituzionale, oggi ci si mette la Costituzione sotto i piedi; un tempo si puntava al compromesso storico tra le principali forze democratiche e progressiste del Paese, oggi si punta al compromesso anti-storico tra le forze conservatrici e reazionarie (e vincono quelle reazionarie); un tempo si facevano scelte politiche in base ai valori, ai principi, all’allargamento e alla strenua difesa dei diritti, oggi non si bada nemmeno più agli interessi legittimi, ma si punta a quelli inconfessabili.

Mia madre, di fronte alle enormi contraddizioni della vita sociale, si poneva una domanda retorica: “Podral andär bén al mónd?”.

Tutti i giorni si presenta qualcosa di paradossalmente contrario ad un minimo di etica e allora mi sovviene di mia madre con il suo provocatorio quesito.

Lei però non si limitava alla lamentela, ma reagiva tuffandosi in una sorta di dono totale agli altri.

A margine di un interessante dibattito alla presentazione del libro di Aldo Schiavone “Occidente senza pensiero” (con l’autore del libro ne discutevano il politico e giurista Giuliano Amato, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e la politologa Nathalie Tocci) il caro amico Pino mi ha lucidamente esposta una sua conclusione scevra da ogni tentazione integralista: davanti allo smarrimento e all’impotenza generale, persino dell’intellighenzia della sinistra più seria, occorre concludere che forse ci rimane solo la progettualità della sinistra cattolica. Ma il cattolicesimo non è solo un pensiero, è uno stile di vita evangelico, è un riferimento alla persona di Gesù Cristo. Quindi prima viene la testimonianza di vita e poi semmai la sua configurazione a livello di pensiero filosofico e politico. Lo avevano ben capito Giorgio La Pira e i politici cattolici di un tempo. Lo aveva ben capito papa Paolo Vi che ribadiva come la politica fosse la più alta forma di carità cristiana. Lo aveva capito anche mia madre nella sua semplicità…