Svegliamoci, siamo invasi da un regime di destra

La Costituzione sotto attacco, la magistratura nell’occhio del ciclone, le istituzioni democratiche alla mercé di un governo sostanzialmente fascista, una politica estera sciagurata che ci consegna alla logica del più bieco egoismo tradotto in perfetta autocrazia interna ed internazionale col vocabolario del nazionalismo, del populismo e del sovranismo declinati dai moderni asset del potere finanziario, un’influenza mediatica dominante che propone sistematicamente lucciole per lanterne, il consenso ottenuto in una logica referendaria tipica dei regimi populisti ed autoritari, la pregiudiziale criminalizzazione di ogni e qualsiasi protesta, la rottura di tutti i processi e comportamenti  progressisti, uno strisciante qualunquismo perfettamente funzionale ad una svolta reazionaria.

Non intendo fare dello stucchevole allarmismo e tanto meno del facilone storicismo, ma semmai impegnarmi culturalmente in una profonda e coscienziosa assunzione di responsabilità.

Mi sto convincendo sempre più che la destra italiana al potere ci stia portando ad un vero e proprio regime e che l’unica speranza di riscatto sia legata alle ristrette minoranze dell’antiregime e all’implosione della politica estera.

Sarà dura e sarà lunga, ma ne verremo a capo. Non occorre avere fretta nel costruire un’alternativa elettorale e parlamentare: purtroppo non ce ne sono i presupposti! Bisogna puntare a e partire da una resistenza attiva nella circolazione delle idee, nelle iniziative culturali, nelle testimonianze e nelle lotte sociali, che abbiano come presupposto e scopo fondamentale la difesa della Costituzione a cui aggrapparsi come fa un bambino con la gonna della mamma. Tenere vivo lo spirito e la norma costituzionali consente di arginare il peggio verso cui stiamo andando.

A proposito di peggio, l’attuale destra (s)governante è vista da molti elettori come il “meno peggio”: vorrei sapere cosa mai possa essere il “più peggio”. È pur vero che al peggio non c’è mai un limite, ma direi che siamo a buon punto…

La seconda triste prospettiva, che pur sempre costituisce una drammatica via di riscatto, consiste nella scellerata politica estera abbracciata dal governo: l’equilibrio mondiale che si sta instaurando è destinato ad implodere disastrosamente e con ogni probabilità l’Italia rimarrà sotto queste macerie. Si ripeterà cioè la parabola discendente del fascismo dal quale dovremo uscire con le scarpe rotte e le pezze al sedere più in senso etico-culturale-sociale che economico.

Ci saranno delle tappe intermedie? Non ne sono affatto sicuro. Non saprei collocarle nel tempo e nello spazio. Per voler rimanere attaccato al presente, il no al referendum sulla giustizia potrà essere un colpo assestato al regime? Provarci è doveroso, ma senza aspettarsi miracolose conseguenze. E a livello europeo come la mettiamo? Ci potrà essere un’euroresistenza? Tutto da scoprire: le alleanze potranno essere cercate e trovate anche a questo imprescindibile livello.

Non è un cammino da sognatori, ma una prassi da combattenti: anche le più piccole battaglie diventano importanti se inquadrate nella resistenza al regime.

E allora alla fine chi avrà resistito potrà uscire alla luce del sole con la Costituzione in mano: sarà un giorno meraviglioso, una sorta di novello 25 aprile. Si porrà però un serio problema: ci sarà una nuova classe dirigente che prenda in mano la situazione? Se la resistenza sarà stata attiva e costruttiva sì. Probabilmente dell’attuale armata Brancaleone della sinistra resterà poco o niente.

 

Maga Maghella, Maga Magà il futuro italiano rovinerà

La premier Meloni ha fatto sapere che l’Italia interverrà al Board of peace , la cui prima riunione si terrà a Washington il 19 febbraio, con l’ambigua formula della partecipazione “da osservatore”: senza rivestire, quindi, un ruolo attivo.

Si tratta di un vero e proprio “barbatrucco”. Peraltro, per diretta ammissione della premier, “è una buona soluzione rispetto al problema che chiaramente abbiamo della compatibilità anche costituzionale con l’adesione al Board of Peace”. Tradotto: se abbiamo un problema con la Costituzione, aggiriamola (che, in tempi di campagna referendaria, è un formidabile autogol).

Il riferimento è all’art. 11 Cost., che afferma che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Il dubbio che il Board of peace non risponda a questi requisiti è più che fondato, perché, secondo il punto 10 del Piano di pace di Trump, “questo organismo gestirà i finanziamenti per la ricostruzione di Gaza”; i Padri Costituenti, invece, mentre scrivevano l’art. 11, non avevano affatto in mente un comitato di affari, ma un’organizzazione internazionale che promuovesse la pace (tipo l’Onu). (“Il Fatto Quotidiano” – Roberto Celante)

Senza essere un costituzionalista mi pongo due questioni.

Prima: nella scelta del governo non c’è una violazione sostanziale della Costituzione che viene apertamente aggirata? Cosa andiamo a osservare? Non si tratta di un escamotage inventato dall’ignobile connubio Trump-Meloni per tenere in gioco l’Italia a livello di strategia politica americana? Non è forse un modo per aggirare anche i trattati europei tenendo i piedi in due paia di scarpe?

Seconda: il Presidente della Repubblica non dovrebbe intervenire quale garante del rispetto della Costituzione, come del resto ha già fatto in prima battuta? Qui il galateo istituzionale va a farsi friggere! Bisogna dire apertamente che l’atteggiamento del governo non è in linea con la Carta Costituzionale e chi, meglio di Mattarella, lo può affermare.

Il Parlamento si è duramente spaccato sull’argomento, sono volate parole grosse

Tanto per cominciare, come puntualizza, Davide Faraone, andare a Washington in qualità di «guardoni» non garantisce a Roma un ruolo da protagonista. E poi, attacca Riccardo Ricciardi del M5S, accettare l’invito di Trump significa «delegittimare tutti gli organismi internazionali» e portare il disegno della destra internazionale «da Minneapolis a Gaza». Per Elly Schlein l’esecutivo è divenuto il «cavallo di Troia» del presidente americano in Europa, con l’obiettivo di «frenare il salto in avanti di integrazione necessaria alla sopravvivenza dell’Unione» e l’aggravante di voler «aggirare la Costituzione». Riccardo Magi di Più Europa è il più caustico, quando accusa il Governo di «scodinzolare davanti a Trump». (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

L’adesione al Patto Atlantico fu a suo tempo una decisione sofferta e contrastata. Giusta più per necessità che per virtù. Ciò non impedì la nascita del neoatlantismo, un orientamento della politica estera italiana, sviluppatosi nella seconda metà degli anni ’50, che manteneva la fedeltà alla NATO (atlantismo) ma cercava una maggiore autonomia, puntando a un ruolo attivo nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Promosso da settori della Democrazia Cristiana (Fanfani, La Pira, Gronchi) e sostenuto da Enrico Mattei, mirava a superare il colonialismo europeo, dialogando con i paesi arabi e emergenti.

Oggi stiamo assistendo alla subdola adesione a un disegno che potremmo definire antiatlantismo – altro che neo-atlantismo…- che si accoda supinamente allo spadroneggiamento trumpiano.

La situazione è dunque questa: un Governo che viola sostanzialmente la Costituzione, un Parlamento spaccato, una politica estera nel segno dell’equivoca discontinuità, un’Italia che la “maghella” vuol rendere di nuovo grande (ci aveva già provato Mussolini a rendere grande l’italietta…abbiamo visto come è andata a finire…), un governo che, guard(on)ando Trump, si va a mettere insieme ai governi peggiori del pianeta, una sinistra che prova a farsi sentire ma non ci riesce, la gente che non ha alcuna intenzione di scendere in piazza, un Presidente della Repubblica che fa quel che può ma che forse dovrebbe fare qualcosa di più.

Pensierino atrocemente dubbioso della notte politica: tra le tante porcate del governo (referendum dell’ingiustizia, adesione al board of hospice per i palestinesi accompagnati a una dolce morte, mancanza di attenzione ad una sanità ridotta a pezzi, etc.), se ci fosse un minimo di proposta politica da sinistra, gli italiani manderebbero a casa questa destra, sempre più destra e maldestra, con un calcio in culo?

 

 

 

 

 

Il referendum non è un processo alla Magistratura

La bagarre che sta montando intorno al referendum sulla giustizia ha un pregio e molti difetti. Da una parte infatti si sta dissolvendo la nebbia dello scetticismo sul tema, preludio all’astensionismo e ad un risultato falsato. In mezzo alla burrasca referendaria che si è scatenata la gente forse comincia a capire che il gioco è politico e rilevante per i destini della democrazia in quanto va a toccare gli equilibri istituzionali costruiti esemplarmente dalla Costituzione.

Dall’altra parte il governo e la maggioranza parlamentare stanno alzando i toni dimostrando insofferenza e addirittura ostilità preconcetta verso l’associazione nazionale magistrati, costretta a difendersi ansiosamente dai colpi sotto la cintura con il rischio di (s)cadere in un clima di scontro in cui gli italiani possono finire col perdere la bussola.

Il governo comprende che la partita si sta facendo incandescente ed ha paura di perderla con tutte le conseguenze politiche del caso. Il ministro Nordio, oltre che esporre la compagine ministeriale a brutte figure sul piano dialettico, sta facendo la parte del mastino che abbaia per paura, pronto ad azzannare chiunque passi nei dintorni della sua riforma (?). È possibile che continuamente, magari con una studiata eco a livello dei telegiornali Rai, a turno un ministro o la stessa Presidente del Consiglio si permettano di censurare sentenze e pronunciamenti dei giudici: campagna elettorale della più bassa specie e triviali violazioni alla Costituzione laddove prevede la divisione dei poteri e l’autonomia della Magistratura.

La consultazione potrebbe funzionare come una sorta di elezione di mid term da cui l’attuale governo uscirebbe comunque indebolito e schiavo di un folle redde rationem istituzionale: in caso di vittoria del “sì” con l’inizio di una vera e propria guerra che pregiudicherebbe ogni e qualsiasi intento, più o meno scoperto, di controllo e di influenza sulla magistratura; in caso di prevalenza del “no” con la clamorosa bocciatura di un tentativo di avviare subdolamente un nuovo assetto di sistema anti-costituzionale, che lascerebbe un segno politico indelebile di inaffidabilità del centro-destra, stretto fra inaccettabili e deleteri opportunismi internazionali e inquietanti volontà autocratiche.

Dal canto suo la Magistratura però non dovrebbe prestarsi allo scontro, limitandosi alla difesa dei principi costituzionali all’interno dei quali è chiamata a svolgere autonomamente la propria funzione: rispondere alle provocazioni e farsi trascinare nel bailamme politico è estremamente pericoloso. Bisogna, dopo aver esposto positivamente, chiaramente e schiettamente il proprio motivato parere, nutrire fiducia nella capacità di giudizio degli elettori.

Il presidente della Repubblica, anche nella sua funzione di presidente del CSM, avrebbe, a mio giudizio, il delicatissimo compito di riportare il dibattito referendario alla sostanza del quesito ed al suo significato costituzionale. Speriamo che, finito il festival di Sanremo e terminate le Olimpiadi invernali, abbia il tempo di aiutare i cittadini a votare consapevolmente. Gliene saremmo oltre modo grati.

Milano – Cortina – Sanremo, per la povertà si cambia

Posso essere franco e sincero fino in fondo? Ci provo: l’insistente interventismo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella sulle Olimpiadi e sul festival di Sanremo mi ha irritato e innervosito. Capisco che giustamente il Capo dello Stato debba essere laddove sono il cuore e la mente dei cittadini, ma non per distrarre la pubblica opinione e la classe politica dagli enormi problemi della gente. Concedo a Mattarella la buona fede e la retta intenzione, ma non posso esimermi dal collocare provocatoriamente questi suoi insoliti ed esagerati interventi a metà strada fra l’ingenuità di un bambino e la nostalgia di un anziano.

Ammetto che Olimpiadi e Sanremo siano due eventi assai diversi, ma mi preme sottolinearne la comune lesione distrattiva rispetto ai problemi reali delle persone e l’equivoca valenza riguardo ai presupposti del vivere individuale e comunitario.

Lo sport e la musica sono in teoria fenomeni culturali estremamente positivi per la società in quanto puntano in senso positivo sui principi e sui valori. La storia purtroppo insegna che spesso sport e musica sono stati invece occasioni per distrarre le masse (panem et circenses…).

Non solo, ma addirittura lo sport è stato completamente snaturato ed è diventato un baraccone affaristico e così è anche per le olimpiadi. Il festival di Sanremo dal canto suo fa ormai parte integrante della Tv spazzatura.

Mentre la sanità cade a pezzi noi ci gloriamo enfaticamente di avere organizzato e celebrato le olimpiadi invernali. Mentre aumenta la povertà noi ci divertiamo sbracatamente col festival di Sanremo.

«Migliaia e migliaia di italiani in queste ore lavorano perché tutto funzioni durante le Olimpiadi. Tantissimi lo fanno da volontari, perché vogliono che la loro Nazione faccia bella figura, che sia ammirata e rispettata. Poi ci sono loro: i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano ’contro le Olimpiadi’, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo. Dopo che altri hanno tranciato i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire». Lo ha scritto sui social la premier Giorgia Meloni facendo riferimento agli scontri alla manifestazione di Milano contro le Olimpiadi.

Se questa non è demagogia … ma mi faccia il piacere. A demagogia rispondo con demagogia: cosa se ne fa delle Olimpiadi quel 10% di italiani che a causa delle insufficienze della sanità pubblica, non avendo un reddito che consente il ricorso a quella privata indirettamente foraggiata dai pubblici poteri, decide suo malgrado di rinunciare a curarsi?

Pensavo alla prima edizione” del Festival di Sanremo. “È molto cambiato da allora il festival. Allora avevo 10 anni, la ricordo bene, ricordo anche alcuni protagonisti di allora che non nomino per rimanere imparziale, anche tra i cantanti di allora, ma ricordo la voce inconfondibile, trascinante del presentatore di allora, Nunzio Filogamo. La voce perché come sapete si diffondeva soltanto attraverso la radio, e tutti si chiedevano: ‘Ma che volto avrà questa voce così trascinante del presentatore del festival?’. Ma ricordo soprattutto quanto il Festival registrasse, anche allora, un grande, un amplissimo coinvolgimento popolare nel nostro Paese. Coinvolgimento che è rimasto costante grazie alla Rai, che ha accompagnato anno per anno il festival, conducendolo nelle case degli italiani. È una storia importante, che ha sempre visto una quantità di ascolti e di coinvolgimento elevatissimi“. Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella incontrando al Quirinale i partecipanti della 76° edizione del Festival di Sanremo, accompagnati dal Conduttore e Direttore Artistico, Carlo Conti, e dalla Co-conduttrice Laura Pausini. Rappresenta un ambito significativo di rilievo dell’economia del nostro Paese – ha aggiunto il Capo dello Stato – quindi il Festival è un appuntamento la cui importanza travalica, anche l’apparenza che lo circonda, ma è di sostanza, importante nella vita del nostro Paese“. “Ogni anno è una scoperta straordinaria che tutti facciamo, quando il Festival va in onda. E quindi quello che fate è l’espressione della vostra capacità artistica, del vostro protagonismo di artisti, ma è anche un inserimento, un impegno, un contributo alla vita culturale del nostro Paese, alla società“, ha concluso Mattarella che ha poi rivolto ai cantanti “un in bocca al lupo collettivo, di assoluta imparzialità“.

Se questa non è demagogia … ma mi faccia il piacere. A demagogia rispondo con demagogia: cosa se ne fanno del festival di Sanremo – a prescindere dal discutibilissimo valore musicale della manifestazione canora con tutto il contorno di nani e ballerine e dal debordante edonistico spazio assegnato dalla Rai a questo evento-pantomima – i disoccupati e gli occupati precari e tutti coloro che vivono in povertà più o meno assoluta?

Mi spiace dover associare, solo per l’occasione, l’alto profilo di Sergio Mattarella al basso profilo di Giorgia Meloni in questa assurda gara al lisciamento del pelo agli italiani: l’uno resta comunque nell’artistico olimpo della politica, l’altra nei grossolani bassifondi del populismo.

Concludendo, un po’ più di sobrietà al mondo dello sport e a quello dello spettacolo non farebbe male. Un po’ meno di retorica e demagogia non guasterebbe all’aplomb delle massime cariche dello Stato.

 

 

La tiepida tessitura dei baritoni e gli acuti stentorei dei tenori

Gli Stati Uniti «non cercano di dividere, ma di rivitalizzare un’antica amicizia». Lo ha sottolineato il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, che ha vestito i panni della “colomba” nel suo intervento questa mattina alla Conferenza di Monaco, un anno dopo il discorso aggressivo del vicepresidente JD Vance. Rubio ha mostrato per la prima volta un volto dialogante da parte della Casa Bianca.

(…)

Quanto al tema dell’immigrazione, «non è una preoccupazione marginale dalle scarse conseguenze», perché nella visione della segreteria di Stato americana, essa sta «trasformando e destabilizzando le società in tutto l’Occidente» ed è necessario «ottenere il controllo dei nostri confini nazionali». Non si tratta di «xenofobia. Non è odio. È un atto fondamentale di sovranità nazionale, e non farlo non è solo un’abdicazione a uno dei nostri doveri più basilari nei confronti del nostro popolo. È una minaccia alle nostre società e alla sopravvivenza della nostra stessa civiltà» ha detto Rubio

Al termine dell’intervento, c’è stata una standing ovation per Rubio. Introducendo una nuova sessione dei lavori, il presidente del Msc Wolfgang Ischinger ha chiesto a Rubio se «abbia colto il sospiro di sollievo in quest’aula mentre ascoltavamo quello che interpreterei come un messaggio di rassicurazione, di partenariato». (“Avvenire” – Giulio Isola)

In effetti, detto in negativo, Rubio sembra aver fatto la parte del poliziotto buono oppure – se si vuole parafrasare la famosa gag – del baritono contestato dal loggione, il quale se la cavò brillantemente con un “sentirete il tenore…”. In questo caso sono arrivati gli applausi, ma cosa succederà quando imperverserà ulteriormente sulla scena mondiale il tenore Donald Trump?

Mi sono riferito sopra – forse un po’ faziosamente – a quanto il segretario di Stato Usa ha dichiarato sul tema dell’immigrazione: non è certo un’apertura etico-politica, la definirei piuttosto una scappatoia farisaica per la quale non vale la pena spendere scroscianti applausi proprio nel momento in cui la società americana sembra socchiudere finalmente gli occhi sulle autentiche porcherie razziste innescate da Trump. Come dichiara lucidamente Daniel Chon-Bendit (storico leader del Maggio francese ed ex eurodeputato verde) in una intervista alla Stampa, l’asino europeo più o meno filo-trumpiano casca quando si passa ai contenuti come appunto il discorso dell’immigrazione e della regolazione climatica.

Non c’è da illudersi né con le orgogliose parole europeiste di Merz (con la comprimaria Meloni a fare il controcanto), né con le timide e ammiccanti aperture di Rubio (con le drastiche chiusure trumpiane in filigrana): due baritoni che fanno melina in attesa degli acuti tenorili degli euroscettici e degli americani first.

Sembra la diplomazia ridotta a teatro dei burattini, ad un teatro lirico in cui i baritoni ricevono applausi, ma poi quando arrivano i tenori… Con un finto dialogo senza valori e idealità si va poco lontano. Se l’Europa non trova il filo federalista, come sostiene Mario Draghi, se gli Usa non ritrovano il coraggio kennediano di dichiararsi europei, non possiamo che pestare l’acqua nel mortaio diplomatico o, peggio ancora, rovesciare sciaguratamente, come sta facendo Giorgia Meloni, lo storico discorso del presidente Kennedy dichiarandoci tutti trumpiani.

La nostra premier si basa, come scrive Ezio Mauro su La Repubblica, sugli equilibrismi. Ha il piede in quattro scarpe: è legata tecnicamente a Ursula von der Leyen per necessità; affettivamente ai patrioti di Orban e Vox per affinità; saltuariamente ai volonterosi per opportunità; soprattutto ideologicamente a Trump per consanguineità. Dove si spezzerà la corda troppo lunga dell’equilibrista? Da che parte starà nella profonda frattura che si è aperta tra Europa e Usa? Le guerre culturali Maga saranno anche le nostre? La risposta mette in gioco la fisionomia della destra, ancora in definizione tra l’approdo conservatore, popolare e la radicalità estrema identitaria, ma in gioco c’è qualcosa di più, il destino dell’Italia che non può essere condannata a camminare troppo a lungo sul filo.

 

 

 

 

 

Avanti Trump! Indietro Merz!

«L’ordine internazionale finora concepito, per quanto imperfetto possa essere stato, non esiste più nella sua forma precedente», sono le parole con cui il cancelliere Friedrich Merz ha iniziato il suo discorso con cui ha fatto gli onori di casa. «Lasciatemi iniziare con la scomoda verità: tra l’Europa e gli Usa si è aperto un divario» ha detto rispondendo idealmente a quanto detto un anno fa dal vicepresidente J. D. Vance a Monaco. Aveva ragione. «Le battaglie Maga non sono le nostre battaglie», ha aggiunto. (da “Avvenire”)

Leggendo queste nette e sacrosante parole mi sono chiesto: “E ora la Meloni, che si è recentemente incontrata con Merz  a suon di pieno accordo, come se la mette?”. La risposta non ha tardato ad arrivare, la nostra premier non ha aspettato neppure la replica di Vance e/o di Rubio per non arrivare seconda e volendo dimostrare di essere più trumpiana dei collaboratori del presidente Usa: tanto per non sbagliare sta dalla parte di Trump senza se e senza ma e liquida l’Unione Europea come un fastidioso optional. La cultura Maga le va bene.

Detto in breve, la “dottrina MAGA” (Make America Great Again), associata a Donald Trump e al suo movimento, si basa su un approccio nazionalista e protezionista, riassumibile nella filosofia “America First”. Non si tratta solo di uno slogan, ma di un progetto politico che mira a ristrutturare l’economia, la politica estera e la società statunitense e di conseguenza a mettere in discussione tutti i rapporti internazionali.

A questo punto i casi sono due: o Merz sta solo giocando a fare l’europeista per segnare il territorio franco-tedesco oppure sta facendo sul serio e l’Italia di conseguenza si candida a fare la Penelope d’Europa in attesa che arrivi Trump.

“No, non condivido le critiche di Merz alla cultura Maga. Queste sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene, ma non è un tema di competenza dell’Unione europea, sono valutazioni dei partiti politici”. Lo ha dichiarato la premier Giorgia Meloni, ad Addis Abeba, parlando con i giornalisti che le chiedevano se condivide le riflessioni del cancelliere tedesco sulla cultura Maga. “Siamo stati invitati come Paese osservatore e secondo noi è una buona soluzione rispetto al problema che chiaramente abbiamo della compatibilità anche costituzionale con l’adesione al Board of Peace” ha proseguito Meloni a proposito della riunione del Board convocata da Donald Trump a Washington per giovedì prossimo. “Quindi penso che risponderemo positivamente a questo invito a partecipare come Paese osservatore, a quale livello lo dobbiamo ancora vedere, perché l’invito è arrivato ieri”, ha aggiunto la premier. Sempre sul ruolo dell’Italia all’interno del Board of Peace, Giorgia Meloni ha poi aggiunto che “dopo tutto il lavoro che il nostro Paese ha fatto, sta facendo e deve fare per la stabilizzazione del Medio Oriente, una presenza italiana ed europea è necessaria”. (HUFFPOST)

Un tempo si diceva che, se gli Usa avevano il raffreddore, alla Gran Bretagna doleva la testa e viceversa. Ora si può dire che, se Trump dice o fa una cazzata (e solo Dio sa quante ne stia dicendo e facendo), Meloni è pronta a difenderlo costi quel che costi. E Trump è pronto ad aiutarla a fare e dire equivalenti e corrispondenti cazzate (vedi adesione al Board of peace).

E l’Europa? Non esiste e, se esiste, non conta un cavolo…O come sono contento…O come sono contento del protagonismo meloniano!

 

L’inopportunismo del governo italiano

Il sovranismo è una posizione politica che rivendica la difesa o la riconquista della sovranità nazionale, ponendo l’interesse del proprio Stato al centro, spesso in contrapposizione alla globalizzazione e alle organizzazioni sovranazionali come l’Unione Europea. Sostiene l’autodeterminazione nazionale, la protezione dei confini e la supremazia delle decisioni interne rispetto a vincoli esterni.

 

Il patriottismo è l’impegno profuso in nome della patria, in genere uno Stato-nazione, ma anche una regione o una città. Si esprime ad esempio attraverso l’orgoglio per i progressi conseguiti o per la cultura sviluppata in patria ma anche col desiderio di conservarne il carattere e i costumi, l’identificazione con altri membri della nazione.

 

Un portavoce dell’Ice ha spiegato che gli agenti contribuiranno a sostenere le operazioni di sicurezza degli Stati Uniti durante i Giochi Olimpici, confermando la loro presenza in Italia. Il portavoce ha spiegato all’Afp che gli agenti dovranno “verificare e mitigare i rischi derivanti dalle organizzazioni criminali transnazionali”, fornendo “supporto” anche “alla nazione ospitante”, ovvero l’Italia. (LANOTIZIA)

 

Due carabinieri in servizio presso il Consolato generale d’Italia a Gerusalemme sono stati affrontati da un colono armato in Cisgiordania. Fonti del governo riferiscono all’Ansa che «i due carabinieri fermati illegalmente ieri da un colono israeliano in Cisgiordania sono stati fatti inginocchiare sotto il tiro di un fucile mitragliatore e ‘interrogati’ dal colono». Non un colono, ma un soldato riservista israeliano. A chiarirlo è stato l’Idf, l’esercito di Israele, in una dichiarazione rilasciata alla Rai di Gerusalemme dopo che l’episodio in Cisgiordania si è trasformato in un caso diplomatico. (OPEN)

 

Tutto è nato da un’intervista rilasciata a Fox News – sulla via del ritorno dal Forum di Davos – in cui, ancora una volta, ha umiliato gli alleati. Per Donald Trump, in Afghanistan – nella guerra avviata dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 – i militari dei Paesi Nato (Italia inclusa) sono rimasti sempre nelle retrovie. “Non abbiamo mai avuto bisogno di loro, non gli abbiamo neanche chiesto niente, dissero che avrebbero mandato dei militari in Afghanistan, l’hanno fatto, ma sono rimasti un po’ indietro, un po’ lontano dal fronte”, ha dichiarato. (Il Fatto Quotidiano)

 

C’è un presidente a vita con diritto di veto, una quota di ingresso di un miliardo di dollari e un mandato vago, ma che si estende ben oltre i confini della Striscia di Gaza: il Board of peace (Bop), presentato a Davos da Donald Trump assomiglia, di fatto, più ad un esclusivo club privato che a un organismo multilaterale tradizionale. Trump ha scelto la cornice del World Economic Forum (Wef) per firmarne la carta istitutiva definendolo “il perno” della sua strategia per “portare la pace nel mondo”. “Sono un esperto di immobiliare e per me la posizione è tutto, e ho pensato: guardate questa posizione sul mare, guardate questo splendido pezzo di proprietà, cosa potrebbe rappresentare per così tante persone. Sarà davvero, davvero fantastico. Le persone che vivono così male vivranno così bene”, ha detto Trump dopo che il genero Jared Kushner aveva mostrato mappe e diapositive di ‘New Gaza’ e ‘New Khan Younis’, che mostrano città futuristiche piene di grattacieli simili a Dubai e Doha. Il presidente americano ha rivendicato per sé la presidenza permanente del board, anche oltre la fine del suo mandato, e ha parlato di un organismo capace di “fare qualunque cosa”, operando “in congiunzione con le Nazioni Unite”. Una formulazione che ha alimentato perplessità diffuse tra gli alleati occidentali degli Stati Uniti, timorosi che possa rivelarsi un forum ‘anti-Onu’ modellato su equilibri politici favorevoli a Washington e non vincolato ai principi della Carta delle Nazioni Unite. (ISPI)

 

Donald Trump ha rinnovato l’interesse ad acquistare la Groenlandia nel 2026, considerandola una priorità di sicurezza nazionale per lo scudo missilistico “Golden Dome” e per l’accesso a risorse minerarie strategiche. L’isola, territorio autonomo danese, è vista come vitale per contenere Russia e Cina nell’Artico, con minacce di procedere anche in caso di rifiuto della Danimarca. La Groenlandia possiede risorse minerarie rilevanti, non eccezionali, non immediatamente utilizzabili ma è una finestra importante sull’Artico che il cambiamento climatico rende sempre più accessibile e appetibile. Lo scioglimento dei ghiacciai fa evaporare in quell’area un eccezionale, seppur limitato alla ricerca scientifica, spirito di collaborazione e cooperazione fra i popoli. Con il battage politico-mediatico alimentato da Donald Trump e la pretesa di inglobare, con le buone o le cattive, la Groenlandia negli Stati Uniti, si sta prepotentemente manifestando lo spirito coloniale ancora presente in tutti i paesi. Sul tema Groenlandia si verificherà anche la capacità, non ancora pienamente dimostrata, delle “democrazie” di rispettare le autonomie delle popolazioni comprese quelle indigene che da millenni vivono in quell’ambiente difficile. (HERALDO)

 

Di fronte a questi fatti (quasi) compiuti la premier Giorgia Meloni ed il suo governo non sono andati al di là di penosi equilibrismi parolai, si sono limitati ad imbarazzate dichiarazioni, a burocratiche prese di distanza, facendo effettivamente la figura di servi sciocchi come non mai.

Mi piace toccarli nel vivo delle loro deliranti ideologie. Dove è finito il tanto sbandierato patriottismo meloniano. Dov’è il sovranismo leghista? Dov’è il berlusconismo forzista? Se non fosse viva e vegeta la lungimiranza della nostra Costituzione e Mattarella non fosse stato tempestivo nel sventolarla sotto il naso del governo italiano, la Meloni non avrebbe resistito alla tentazione di aderire all’inqualificabile Board of peace.  Sì, perché la signora Cocomeri ha un problema: Donald Trump. Non so fino a quando riuscirà ad abbozzare, a barcamenarsi, a dire e disdire, a giocare al topo col gatto, a fare la pescivendola nel barile, ad essere europeista fino a mezzogiorno e atlantista da mezzogiorno in poi. Sulla politica estera non si può scherzare.

Ai due pur discutibilissimi “ismi” da cui sono partito, l’esecutivo a guida Meloni preferisce l’opportunismo: è il comportamento di chi per tornaconto personale sceglie di rinunciare ai propri principi e di accettare compromessi più o meno onorevoli. Per essere opportunisti bisogna però avere grande abilità di manovra e notevole cinismo nelle scelte: non mi sembrano caratteristiche del nostro assurdo gabinetto.

Il governo è molto in difficoltà anche perché Trump se ne frega altamente di Meloni, tanto sa che è costretta a stare con lui, pena l’uscita di scena. Forse sta saggiando la resistenza del governo italiano. Si chiederà fino a che punto questi burattini riuscirà a manovrarli.

Anche le timide proteste e/o gli atti formali sembrano più dettati dalla preoccupazione di non disturbare Usa e Israele che di tenere una linea almeno dignitosamente autonoma. Più passa il tempo e più Giorgia Meloni mi fa tenerezza, ormai non riesco nemmeno ad incazzarmi. Tutti i giorni Trump gliene combina una (ci si mette anche Netanyahu) e lei deve correre ai ripari, così oltre che le marachelle vannaccian-leghiste si trova ad arginare gli attacchi trumpiani.

Intendiamoci bene, il problema è geo-politicamente globale e va ben oltre il ristretto ambito governativo italiano, tuttavia il nostro Paese non è l’ultimo della pista ed ha un suo ruolo da giocare: la scelta del governo, un po’ per celia e un po’ per non morire, è quella di galleggiare sopra il mare di merda trumpiano. Ormai siamo al limite: ogni nuova mossa statunitense ci costringerà ad ingoiare cacca.

Lo strabismo divergente del riformista

C’è un’area riformista che sopravvive nel Partito democratico. Ci sono “partiti satellite”, che esercitano poco appeal nell’elettorato, che si muovono nel campo riformista. C’è una tensione riformista nel Paese che non trova rappresentanza politica e incarna una buona fetta di quanti, in numero sempre crescente, disertano le urne di elezione in elezione. E c’è un movimento dietro le quinte che cerca di sollecitare gli elettori che si allontanano dalla politica (finendo spesso per disdegnarla e perfino disprezzarla), che cerca un canale di dialogo per rimettere al centro i cittadini (tensione su cui punta da destra anche Forza Italia, con il suo tentativo di accordo con Azione di Carlo Calenda). Dire che qualcosa si muove, però, è ancora ottimistico. Perché tutto quello che prova a muoversi – e non è poco – si arena sugli spazi esigui di visibilità di un modo di interpretare la politica soffocato dalla polarizzazione dei partiti più grandi. (“Avvenire” – Roberta d’Angelo)

 

Giorgia Meloni osserva in silenzio le manovre che scuotono il centrodestra. Riflette sulle fibrillazioni nella Lega che crescono di intensità con l’ultima mossa del generale Vannacci che registra il marchio “Futuro nazionale” e prepara la sua corsa solitaria. Si informa sul dialogo sempre più forte tra Carlo Calenda e Forza Italia. A Palazzo Chigi anche gli uomini più vicini alla premier ragionano su un nuovo bipolarismo. Un centro più forte per rendere la Lega non decisiva? Una prima conferma arriva da Letizia Moratti, europarlamentare di Fi ma soprattutto figura ascoltata da Marina Berlusconi. «… Vogliamo aprirci a mondi che condividono i nostri valori: liberali, popolari, riformisti, garantisti, europeisti. Con Calenda c’è sintonia sui temi fondamentali: Europa, riforme, giustizia, industria. Non è un caso che sia stato invitato più volte, anche dai giovani di Forza Italia. Non si tratta di operazioni di palcoscenico, ma di un confronto politico reale». Ecco il piano di Marina Berlusconi: un nuovo bipolarismo con più centro e meno Lega. Gli ultimi segnali rafforzano la convinzione. Prima il “faccia a faccia” di Matteo Salvini con l’attivista (pregiudicato) dell’ultradestra britannica Robinson. Poi l’offensiva di Vannacci. Letizia Moratti dice quello che Marina Berlusconi pensa: «È innegabile che posizioni estremiste rendano difficile l’avvicinamento di forze liberali. Alcune figure, lo dico con rispetto, non aiutano a costruire un’area riformista ampia. Noi siamo alleati leali e rispettiamo il patto di governo. Ma la lealtà non significa rinunciare alla propria identità. Forza Italia ha un profilo diverso, e lo difende». (“Avvenire” – Arturo Celletti)

Con le allarmanti arie prefasciste e filo-autoritarie che tirano a livello internazionale, chiudersi nella cucina italiana per valutare la gastronomia politica nostrana è scelta di dubbio gusto e di rischiosa distrazione. Ma tant’è…

Ho cercato la definizione del termine “riformismo” nel Dizionario politico di Bobbio-Matteucci- Pasquino e non l’ho trovata: forse è significativo della vaghezza politica che sottende a questo “ismo” a cui tutti puntano proprio per il fatto che in esso ci sta tutto e il suo contrario.

Storicamente parlando, con riferimento alla sinistra, riformista era chi voleva raggiungere il cambiamento senza ricorrere alla rivoluzione: sinistra riformista in contrapposizione con quella rivoluzionaria.

Oggi tutti parlano di riforme, a sinistra e a destra (peraltro anche questi termini sono ormai difficili da definire) e sembra che più che ai contenuti si debba fare riferimento al metodo con cui perseguirle e attuarle. In questo senso il riformismo viene appunto svuotato di significato politico per diventare sinonimo di moderatismo e di centrismo.

Sono caratteristiche tipicamente democristiane, che, a mio giudizio, hanno fatto il loro tempo. Alcide De Gasperi le aveva praticate guardando a sinistra, Aldo Moro nella sua profetica lungimiranza le aveva superate ipotizzando la cosiddetta “terza fase” che avrebbe dovuto vedere un bipolarismo autenticamente democratico con un partito di sinistra (il Pci riveduto e corretto) e un partito di centro (la DC riveduta e corretta), che si sarebbero misurati proprio sulla loro capacità riformista, radicaleggiante o moderata a seconda dei temi, dei momenti e delle situazioni.

La terza fase morotea è stata interrotta brutalmente e non ha finora trovato il suo auspicabile compimento: siamo continuamente in mezzo al guado in spasmodica ricerca del bipolarismo che non arriva mai alla compiutezza e resta imperfetto con entrambi i poli in eterna fibrillazione alla ricerca di una vesta presentabile al sempre più esigente elettorato.

Se devo essere sincero non vedo nella gente questo desiderio di moderazione riformista, vedo piuttosto il disappunto per la mancanza di chiarezza ideale e di concretezza programmatica della classe politica, di conseguenza leggo in chiave autoreferenziale le manovre per stiracchiare verso il centro la destra e la sinistra. Non c’è spazio né elettorale né politico per un centro moderato a destra, laddove prevale la destra-destra e dove la competizione è tutta giocata su indirizzi populisti e/o nazionalisti; neanche a sinistra riesco a intravedere, se non tra gli equivoci del cosiddetto campo largo, un’area moderata non meglio precisata nei contenuti.

La destra è destinata ad essere presidiata da una formazione politica decisamente reazionaria, che soffre una diaspora destrorsa e si avvale del maquillage post-berlusconiano; la sinistra deve trovare nel PD la problematica sintesi tra diverse culture progressiste abbandonando la tentazione di un radicalismo fuorviante, che non è da confondere con la spinta valoriale.

Non c’è riforma elettorale che tenga e che possa riaprire i giochi e rimescolare pericolosamente le carte. Bisogna tornare al disegno moroteo senza Moro, vale a dire senza una classe dirigente che lo sappia attualizzare. Qui sta il problema!

Le giravolte di Renzi e Calenda mi danno il voltastomaco, i contrasti tra Salvini e Vannacci mi fanno ribrezzo, gli opportunismi di Marina Berlusconi e Letizia Moratti mi fanno sorridere tanto sono scopertamente tali. Sulle crescenti malefatte di Giorgia Meloni ho già dato…

Passando all’altra parte dello schieramento, le impennate di Pina Picerno e Lia Quartapelle sono penosi tentativi di sfilare il protagonismo ad Elly Schlein, l’impazienza del fin troppo paziente Graziano Del Rio mi sorprende, il velleitarismo dei sindaci Sala e Salis lo prenderò in considerazione quando li vedrò fare i sindaci come si deve, l’economicismo di Ernesto Maria Ruffini lo vorrei misurare a livello di lotta all’evasione fiscale, il perbenismo referendario di Stefano Ceccanti non mi convince affatto, l’irrequietezza dei sedicenti riformisti rischia di dare ossigeno alla difficile respirazione pentastellata.

Lascio la destra alla sua deriva culturale e politica. Soffro per i velleitari identitarismi della sinistra (del PD in particolare) alla quale non rimane altro che confrontarsi al proprio interno e con gli elettori sulle vere riforme che sono sotto gli occhi di tutti: dalla sanita alla scuola, dal fisco all’immigrazione, dalle nuove povertà all’ambiente, dal lavoro alla pace. Il di più viene dal maligno…

Quel pizzico di anarchia per tenere viva la democrazia

Non c’è giorno della mia vita in cui non emerga, con più o meno forte risonanza, un insegnamento lasciatomi in preziosa eredità da mio padre. Chi mi conosce e mi frequenta me ne può dare atto perché spesso il ricordo rimbalza sugli altri, direttamente o indirettamente, straripa a livello d’ambiente, ricade sui miei interlocutori che, loro malgrado, si trovano a fare i conti con la filosofia spicciola di un uomo d’altri tempi. Quasi sempre il messaggio mantiene intatta la sua attualità, la sua abbondante dose di ironica, per non dire graffiante, provocazione, in una gustosa miscela di anticonformismo, radicalismo, anarchia, trasgressione etc: il tutto insaporito da una spruzzata di autentica parmigianità, molto soft, poco ostentata ma sottilmente e gradevolmente percettibile.

È molto simpatica ed “anarchica” la battuta con cui fucilava l’autoritarismo dall’alto al basso e dal basso all’alto: “A un òmm, anca al pu bräv dal mónd, a t’ ghe mètt in testa un bonètt al dventa un stuppid”.

Mio padre, prima e più che in senso politico, era un antifascista in senso culturale ed etico: non accettava imposizioni, non sopportava il sopruso, non vendeva il cervello all’ammasso, ragionava con la sua testa, era uno scettico di natura, aveva forse inconsapevolmente qualche pulsione anarchica, detestava la violenza. Ce n’è abbastanza?

Da profondo conoscitore dei vizi della nostra società, anche di quelli piccoli che purtroppo preludono molto spesso a quelli grandi, con ostentato e quasi parodistico sarcasmo, buttava li certe spietate sentenze, che potrebbero far pensare a una punta di mentalità anarchica (non individualista): “In t’il lotarii a vensa sempor al fiol dl’organizator”. (dal libro “Mio padre” consultabile nella sezione “Libri” del presente sito)

Parto dall’educazione ricevuta per ammettere orgogliosamente come una venatura di anarchia sia presente nella mia mentalità. Ecco perché ho letto, con interesse e senza paura, della rivendicazione anarchica di «fuoco ai Giochi» e del fatto che Askatasuna intenda rilanciare la lotta e allargare il campo di battaglia: «Opposizione sociale al governo e contro le guerre», contro «la repressione del dissenso».

Dovrebbero essere i cavalli di battaglia della sinistra, che rimane invece abbarbicata ad una opposizione polemicamente sterile e politicamente debole: in mancanza di una strada per il dissenso politico-parlamentare, si aprono praterie per le lotte sociali.

Che i giochi olimpici, per come sono attualmente impostati e per come si è ridotto lo sport, altro non siano che una costosa e insulsa passerella per il sistema/regime e per le sue contraddizioni retoricamente mascherate, è cosa indiscutibile e quindi inaccettabile; che l’opposizione sociale al governo sia più che auspicabile è altrettanto indiscutibile; non parliamo di sacrosanta opposizione alle guerre e di rifiuto categorico della repressione in atto contro ogni robusta forma di dissenso.

Veniamo al metodo. Il rifiuto aprioristico della violenza dovrebbe essere categorico, ma purtroppo, quando manca la mediazione politica, è difficile incanalare correttamente le proteste che tendono a sfuggire di mano agli organizzatori. Non è giusto e opportuno esorcizzare le proteste al fine di evitare le violenze: è una tattica inutile anzi controproducente oltre che anti-democratica.

La sinistra non deve fiancheggiare le proteste, le deve sposare nei contenuti a livello di dialogo e di rappresentanza politica. Non si tratta di soffiare sul fuoco né di spegnerlo con accordi bipartisan, ma di cogliere dal calore proveniente dalle proteste le motivazioni di fondo per rispondere concretamente ad esse.

Per tentare questi approcci occorre grande sensibilità sociale e notevole capacità politica, qualità che mancano nella classe politica attuale. Non c’è però alternativa, pena lo spegnimento della democrazia assieme ai fuochi delle proteste sociali.

 

 

L’amaro stil vecchio e la premier angelicata

Mai un presidente americano era caduto così in basso come Donald Trump che ha postato un video apertamente razzista con gli Obama ritratti come scimmie in una giungla. La clip, che ha ricevuto migliaia di like, ha scatenato una bufera.  Con critiche bipartisan in patria e una dura condanna anche della Ue, secondo cui “razzismo, incitamento all’odio e contenuti illegali non hanno spazio online, non perché lo dice la Commissione, ma perché sono illegali nella vita reale”. La Casa Bianca ha tentato di difendere il post, riducendolo a un “video meme di internet che raffigura il presidente Trump come il Re della Giungla e i democratici come personaggi del Re Leone”. “Per favore, smettetela con questa finta indignazione e parlate di qualcosa che sia davvero importante per il pubblico americano”, ha reagito la portavoce Karoline Leavitt. Ma poche ore dopo il video, realizzato con l’IA, è stato rimosso e la colpa è stata scaricata su un membro dello staff che lo avrebbe pubblicato per errore. (ANSA.it)

 

Sta facendo discutere il restauro della parete dedicata a Umberto II nella Basilica di San Lorenzo in Lucina a Roma, dove uno degli angeli (o, più propriamente, una vittoria alata) che affiancano il busto del “re di maggio” ha assunto adesso i tratti somatici della presidente del consiglio Giorgia Meloni, o comunque è diventato molto somigliante alla prima ministra. L’episodio è stato svelato da Repubblica che stamattina apre la sua edizione digitale con questa notizia. In questi giorni, come riporta il quotidiano, la chiesa è interessata da alcuni lavori di restauro, condotti da professionisti: della parte dove è comparso il volto familiare a molti si è tuttavia occupato un sacrestano e decoratore, Bruno Valentinetti, che ha anche firmato su un cartiglio il suo intervento (“Instauratum et exornatum Bruno Valentinetti AD MMXXV”). “In parrocchia”, si legge sul Corriere, “viene descritto come un volontario presente quotidianamente al mattino. In rete emergono riferimenti ad altri lavori decorativi attribuiti a lui, compresa la stessa cappella già nel 2002, e collaborazioni in contesti extra-ecclesiali, come interventi presso la residenza di Macherio di Silvio Berlusconi. Risulta anche una sua candidatura politica, in passato, con La Destra – Fiamma Tricolore nel I Municipio di Roma”. L’artigiano, tuttavia, raggiunto da Repubblica, nega la somiglianza e smentisce la sua candidatura con La Destra nel 2013, dicendo di esser stato forse candidato con la destra a sua insaputa. (Finestre sull’arte)

Se non ci fosse da ridere, ci sarebbe da piangere. Personalmente non ci trovo niente da ridere e piango amaramente. Sono fatti sintomatici del come si svolga la proposta politica al fine di ottenere il consenso. Tutti i mezzi sono validi per screditare l’avversario e santificare il proprio leader.

Nell’atto primo della Tosca di Giacomo Puccini, il pittore Mario Cavaradossi dipinge un quadro raffigurante Maria Maddalena all’interno della chiesa di Sant’Andrea della Valle a Roma. Il quadro, ispirato alla Marchesa Attavanti, scatena la gelosia della sua amante, Floria Tosca, mentre Cavaradossi celebra la bellezza nell’aria “Recondita armonia “. Il sacrista si scandalizza e dice la famosa frase: “Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi…”.

Scherza con la Meloni, ma lascia stare gli angeli: così l’aggiornamento della gag operistica. Un infortunio pittorico o una bravata politica? Chissà chi lo sa? Lo smisurato ego di Giorgia Meloni potrebbe anche giustificare un penoso colpo propagandistico …la megalomania non ha limiti, quindi… Come angelo non ce la vedo molto, ma in politica tutto è possibile…

Donald Trump scherza invece con un suo ingombrante predecessore. Cattivo gusto, paura, arroganza, prepotenza e chi più ne ha più ne metta. Mi soffermerei un attimo sulla paura: ci vuole poco per avviare un movimento di protesta e Obama ne avrebbe il carisma. Meglio allora ridicolizzarlo per neutralizzarlo. Chissà che a forza di gaffe il presidente americano non si riveli a tutti per quello che è: alla prossima!