Il niente teologico e pastorale piegato in carta pseudo-liturgica

La Fraternità, fondata da monsignor Marcel Lefebvre nel 1970, contesta da sempre l’impianto teologico e pastorale del Concilio Vaticano II, in particolare il dialogo ecumenico e interreligioso, la libertà religiosa e la riforma liturgica. Da parte sua, la Santa Sede, pur mantenendo negli anni diversi tentativi di dialogo, ha sempre indicato nella comunione con il successore di Pietro il criterio decisivo per ogni possibile piena riconciliazione. Ma ciò che davvero crea un solco difficilmente sanabile, in realtà, è la visione ecclesiologica lefebvriana, da cui deriva un approccio al mondo di sostanziale contrapposizione: è emerso chiaramente nell’omelia di oggi, nella quale Pagliarani ha usato l’immagine del leone che non arretra, che non si piega agli inganni del mondo, e della spada, per descrivere il tipo di atteggiamento che i nuovi vescovi dovranno avere nel loro ministero. Parole forti, contenute anche nella recente “Professione di fede cattolica” pubblicata dalla Fraternità. «I vostri nemici non vi affronteranno frontalmente», ha avvisato il superiore, che poi ha deprecato la visione, oggi troppo diffusa a suo parere, della “perfezione dell’uomo”, di questo “uomo magnifico”, una visione che genera un pericoloso antropocentrismo e porta a negare Dio. Un approccio agli antipodi rispetto a quello del Vaticano II, che non nega la centralità e la verità di Cristo, fondamento della vita della Chiesa, ma che cerca i segni della presenza di Dio ovunque essi si manifestino anche al di là dei confini visibili della comunità dei credenti.

Tornando all’ordinazione di stamattina, il precedente più diretto resta quello del 1988. Allora Lefebvre consacrò quattro vescovi senza il mandato di Giovanni Paolo II, provocando la dichiarazione della scomunica per lui, per il vescovo co-consacrante Antônio de Castro Mayer e per i quattro nuovi vescovi. Nel 2009 Benedetto XVI revocò la scomunica ai vescovi ancora in vita, in un gesto pensato per favorire il cammino verso la piena comunione, ma senza sanare automaticamente la posizione canonica della Fraternità. Ora, con la consacrazione dei quattro nuovi vescovi, la distanza torna ad allargarsi. La Santa Sede non ha ancora pubblicato un eventuale atto formale successivo alla celebrazione, ma il quadro canonico era stato definito in anticipo dal Dicastero per la dottrina della fede e ribadito dal Papa nel suo appello finale. Resta sullo sfondo la preoccupazione per i fedeli legati alla Fraternità, ai quali Leone XIV ha rivolto parole di riconoscimento per l’attaccamento alla vita liturgica e alla formazione sacerdotale, ma anche un monito chiaro: nessuna difesa della Tradizione può giustificare la rottura della comunione. (“Avvenire” – Matteo Liut)

Più il tempo passa e più devo ammettere di non aver capito i veri motivi di questa pantomima scismatica: le motivazioni addotte mi sembrano infatti inconsistenti e pretestuose. A Marcel Lefebvre e soci passati e presenti si è data e si sta dando troppa importanza. Tuttalpiù ci si dovrebbe chiedere il perché 720 sacerdoti, circa 700 chiese, e quasi mezzo milione di fedeli in tutto il mondo aderiscano a questo delirante movimento. Reazione a troppo modernismo? Semmai cattiva abitudine a troppa dottrina e poco Vangelo!

Nel libro degli Atti degli Apostoli, Gamaliele, autorevole maestro ebreo del I secolo appartenente alla corrente dei farisei, noto dottore della Legge e membro del Sinedrio, pronuncia un saggio discorso per fermare l’esecuzione di Pietro e degli altri apostoli arrestati. Suggerisce di lasciarli andare, argomentando che se la loro predicazione fosse stata solo un’opera umana si sarebbe dissolta da sola, mentre se proveniva da Dio, opporvisi sarebbe stato inutile e pericoloso. Il suo consiglio convinse il Sinedrio a liberarli (Atti 5,34-39).

Mi sembra l’atteggiamento giusto da adottare nei confronti del lefebvriani: se saran rose fioriranno…Lasciamo perdere scomuniche e robe del genere, perché in un certo senso significa mettersi sullo stesso piano, vittimizzare gli esponenti di questa Fraternità, che oserei definire teologicamente inesistente, pastoralmente negativa e forzatamente motivata dal rispetto rigoroso della Tradizione.

Per Papa Francesco la Tradizione era un elemento vitale e in continua evoluzione, non un pezzo da museo. Il Pontefice la definiva come la “garanzia del futuro”, opponendosi fermamente all’indietrismo – ovvero il rifugiarsi passivamente nel passato – e promuovendo invece una fedeltà creativa al Vangelo.

Alla nascita del movimento tradizionalista ricordo di averlo bollato immediatamente parafrasando uno slogan pubblicitario: “quel pizzico di fascismo in più…”. Ero in cerca di motivazioni da affibbiare a quella ondata reazionaria. La trovai subito e un po’ maliziosamente nell’acquiescenza religiosa alla politica, nel legare l’asino sacro al padrone profano. Mi accorgo, come di seguito, di essere in buona compagnia critica.

Le chiarificazioni dottrinali apportate nei dialoghi intercorsi sono state considerate nulle o insufficienti. Non è però questa la motivazione plausibile dello scisma: com’è sempre avvenuto nella storia della Chiesa le divisioni riflettono ambizioni personali, non prive di presunzione e arroganza, e hanno per lo più un carattere politico e non religioso. Porto a riprova di questo una testimonianza diretta, risalente ad alcuni anni fa: ero a Parigi per un soggiorno di studi e di ricerca, e mi ero recato una domenica, dopo aver celebrato l’eucaristia con la comunità religiosa che mi ospitava, alla Chiesa di Saint Nicolas du Chardonnet per rendermi conto di persona della liturgia là celebrata dai tradizionalisti legati a Lefebvre. La celebrazione si svolgeva in latino e tanti erano i presenti, specialmente giovani. Il Vangelo fu letto in francese e l’omelia tenuta in quella lingua. Il passo evangelico riportava le parole di Gesù: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 33).  La riflessione proposta dal celebrante fu questa: «Cercare la giustizia significa dare a ciascuno il suo, cioè rispettare l’ordine costituito. Chi rispetta l’ordine costituito e mantiene lo status quo consegnatoci dalla Tradizione riceverà in aggiunta tutti i doni del Signore». La conclusione fu accolta da un generale silenzio-assenso e la celebrazione proseguì come se fosse stata riaffermata la verità più evidente del mondo. Mi fu chiaro, allora, come alla base del movimento tradizionalista vi fosse una motivazione politica, più che religiosa o spirituale. (“Avvenire” – Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto)

La netta rinnovata contrapposizione di questi ansiosi aspiranti scismatici rispetto all’azione del papato, ad esempio, può essere messa provocatoriamente in connessione con il recente dibattito culturale e politico seguito alla proposta della rivista “L’Espresso” di candidare papa Leone al Premio Nobel per la Pace. Luciana Castellina, storica dirigente della sinistra italiana, ha espresso il proprio sostegno a questa candidatura. In un contesto in cui la politica internazionale è segnata da forti tensioni, la Castellina ha difeso l’idea, sottolineando come un’onorificenza papale per la pace avrebbe senso. Chi sta dalla parte dei poveri e delle vittime della guerra, c’è poco da fare, non piace a un certo cattolicesimo “di merda”, si chiami Trump, Vance, Lefebvre o Vattelapesca.

La messa in latino? Ma fatemi piacere…è una scusa bella e buona… E se la celebrino e se la cantino! Non perdiamo tempo con le cazzate lefebvriane. Il Vangelo è una cosa troppo seria per essere discussa con questi ridicoli ma purtroppo iconici scismatici. Ma per carità niente scomuniche, niente cazzate di ritorno. Anche perché, se ci mettiamo su questo piano, non ne usciamo vivi. E poi che la diatriba con i lefebvriani non diventi un modo per distrarre la Chiesa cattolica dai veri problemi in cui deve essere immersa; potrebbe finire col provocare paradossalmente un moto istintivo di simpatia per la Fraternità Sacerdotale San Pio X.

La mondiale rivierizzazione trumpiana

Gli uomini all’Avana di Trump e la dittatura della Coca Cola: tutti i piani Usa per “Riviera Cuba”. La cooperazione non sembra, però, sufficiente per Washington. Quale contropartita può davvero offrire l’isola prima delle riserve petrolifere da record del Venezuela? L’oro di Cuba, in realtà, è sé stessa. La sua bellezza e prossimità alle coste statunitensi la rendono «una meta chiave per i turisti Usa. Molte aziende sarebbero interessate a investire in un business che si profila multimilionario in caso di distensione», sottolinea Torres. Vi è, poi, l’enorme potenziale immobiliare dell’isola. «Il recupero dei palazzi storici, delle infrastrutture, della rete di telecomunicazione offre opportunità di affari interessanti», precisa l’economista. “Riviera Cuba” è un bottino ghiotto a cui Trump si interessa – senza successo – da molto prima di essere eletto. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Dopo i pazzeschi progetti rivieraschi su Gaza, eccoci a Cuba in una sorta di rivierizzazione trumpiana del mondo intero. La logica è questa, anche i recenti colloqui in Cina confermano una strategia americana volta alla giubilazione dell’occidente democratico trasformato in occidente vacanziero. Ognuno si faccia i cavoli suoi, salvo non disturbare la colonizzazione-villeggiatura da parte degli Usa. La politica internazionale ridotta ad affarismo turistico-alberghiero.

L’Europa si tolga dalla testa di essere difesa dagli Usa, si arrangi in proprio. Persino Taiwan deve sapersi regolare: il capo della Casa Bianca l’ha messa in guardia esplicitamente da qualsiasi mossa indipendentista.

 «Potrei farlo. Potrei non farlo». Donald Trump lascia Pechino alimentando il timore che molti a Washington e a Taipei avevano alla vigilia del vertice con Xi Jinping: che Taiwan possa essere entrata nel grande negoziato tra Stati Uniti e Cina. Il presidente americano, parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One durante il rientro, ha evitato di offrire rassicurazioni sulla linea americana verso l’isola autogovernata, il dossier più esplosivo del confronto con Pechino. Alla domanda se gli Stati Uniti interverrebbero in caso di attacco cinese, Trump è rimasto vago: «Non voglio dirlo. Non lo dirò».  Poi ha aggiunto un dettaglio eloquente: «Xi mi ha fatto la stessa domanda». La risposta? «Non parlo di queste cose». Formalmente, Washington non ha cambiato posizione: non promette esplicitamente la difesa militare di Taiwan, senza però escluderla, per scoraggiare Pechino da un’aggressione. (“Avvenire” – Elena Molinari)

Laddove ci puzza di bruciato, l’idea è quella di sbaraccare i residenti coi loro problemi per farne stati vassalli tenuti a versare tributi in terre ricche di risorse naturali e minerali. Le guerre servono ad aprire un varco ai trattati di pace consistenti nella pacifica (?) colonizzazione del tempo liberato.

La geopolitica risulta totalmente spiazzata, costretta a riciclarsi in svagopolitica. Imperversa la demenza artificiale di Trump. Lo staff che cura la comunicazione del tycoon inciampa (volutamente) nell’immaginario pop. In un post pubblicato a marzo, sono stati mescolati filmati degli attacchi militari statunitensi contro l’Iran con clip tratte da film e serie TV famosi, nonché dal manga e dall’anime “Yu-Gi-Oh!”. Nello stesso mese, un altro post sui social media della Casa Bianca imitava lo stile grafico del gioco Pokémon Pokopia insieme alla frase “Make America Great Again”. Anche Pokémon Company International ha rilasciato una dichiarazione critica sui contenuti del post. (“Avvenire” – Luca Miele)

Giorgia Meloni dovrà andare a Canossa e, come ha opportunamente osservato il deputato del M5S, Francesco Silvestri, indossare le ginocchiere per genuflettersi più comodamente e, per fare pace con Trump, dovrà fingere di essere divertita della sua svagopolitica e magari mettergli a disposizione la Calabria in cambio del mantenimento delle truppe americane sul suolo italiano. Alcuni decenni fa la Calabria venne considerata terra di conquista lombarda a livello turistico: poi i milanesi si stancarono delle bellezze naturali associate ad imbarazzanti disfunzioni pubbliche e private. La mafia difese la Calabria e addirittura si spostò al nord come atto di ritorsione.

Gli americani dopo la liberazione fecero patti segreti con la mafia: forse che oggi ritorneranno ad incassare il pizzo turistico rovesciato? Forse che la politica internazionale sta diventando una mafia rivierasca globalizzata, concordata fra mafiosi più o meno patentati a livello di cupola Usa-Russia-Cina-Israele? Sto lavorando di fantasia a livello formale, ma sto analizzando la realtà a livello sostanziale.

Il grande Domenico Modugno piangendo al telefono ci chiederà: “L’estate andate a villeggiare all’hotel riviera, vi piace il mare?” E noi cosa risponderemo? “Oh sì tanto, lo sai che sappiamo nuotare? ma dicci come fai a conoscere l’hotel riviera, ci sei stato anche tu?”.

Un comunismo alla Graz mi starebbe benissimo

Forse in molte parti d’Europa è relegato negli archivi della storia. A Graz, trecentomila abitanti, seconda città della ricca Austria, è il numero uno con il 35,63% dei voti. Parliamo del Partito comunista austriaco (Kpö), vincitore delle comunali con la sindaca Elke Kahr (già eletta nel 2021) e questo in un Paese in cui l’avanzata dell’estrema destra dei liberalnazionali (Fpö) sembra irrefrenabile: 37,2% in un sondaggio pubblicato dall’agenzia stampa Apa lo scorso 18 giugno. Ironicamente, il land di cui Graz è capoluogo, la Stiria, è guidato da un governatore liberalnazionale, Mario Kunasek.

Il segreto di questo incredibile successo è semplicemente uno: la stessa Elke Kahr, amatissima in città anche da chi non la vota. Perché questa donna di 64 anni, entrata nella Kpö nel lontano 1983, a 21 anni, si è rivelata la sindaca “della gente”. La sua porta è sempre aperta, il suo numero di cellulare è sui manifesti, chiunque può chiamarla, chiunque può ottenere un appuntamento per parlare dei propri problemi. «Per me – ha detto in un’intervista al quotidiano di Vienna Der Standard – è importantissimo il rapporto diretto con la gente. Incontro tutti che sia un grande industriale e un’anziana che non riesce più a salire in casa perché l’ascensore è rotto». Due terzi del suo stipendio (si tiene in tutto 2.300 euro netti al mese) li versa in un fondo sociale Kpö. In vent’anni, dice, ci ha versato 1,3 milioni di euro. Un fondo per aiutare chi non ha soldi per saldare una bolletta, riparare una lavatrice, pagare un affitto. 

Kahr ha congelato le imposte per l’immondizia, attuato sconti per l’accesso alle piscine comunali delle famiglie, risanato o costruite ex novo case popolari con affitti agevolati, creato una grande cucina comunale che distribuisce 15.000 pasti ad asili, scuole, case per anziani. Una parte dei fondi li ha reperiti tagliando sovvenzioni ai partiti politici. Certo, non basta, la città ha accumulato debiti per due miliardi di euro. «Ma 1,6 miliardi di euro li abbiamo ereditati» ha detto alla Zib, il telegiornale della tv pubblica Orf dopo il voto. Del resto, ha aggiunto, «spese erano necessarie, per l’edilizia popolare e per l’infrastruttura pubblica. Sono priorità che resteranno». «La nostra visione – aveva già detto a Der Standard –  è che occorre far crescere il bene comune e i servizi pubblici d’interesse generale. E questo, certo, costa soldi, ma non possiamo cedere». E il comunismo? «Il nostro obiettivo – dice ancora nell’intervista – è una società che chiamiamo socialista da costruire dal basso con la democrazia». (“Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

Populismo? Forse sì, forse no. Se proprio vogliamo metterla su questo piano, dirò che al populismo di Roberto Vannacci preferisco di gran lunga quello di Elke Kahr. Perché? Nello stile della sindaca di Graz trovo una bella provocazione alla sinistra a livello politico ed amministrativo.

Come vorrei essere amministrato da una persona così! In essa ritrovo alcuni tratti del caro ed indimenticabile amico Mario Tommasini: se serve sfondare i bilanci, bisogna farlo senza paura…

Come vorrei avere un leader di sinistra con il coraggio di dire e fare cose di sinistra, semplici ma significative, non perfette ed esaurienti ma emblematiche, non ideologiche ma ideali, non teoriche ma concrete.

L’assessore comunale di Roma Alessandro Onorato (avete notato come è “figo” …), anziché rompere le balle alla sinistra con fantomatiche ricette centriste, prima di presentare il compito in classe sul riformismo, si eserciti nei compiti a casa o per meglio dire nelle case di chi ha i veri problemi.

La sindaca di Genova Silvia Salis (avete notato come è “figa” …), anziché sfogliare la margherita per decidere se scalare il centro o addirittura il centro-sinistra, dia prova di concreta attenzione ai problemi della gente sfigata più che agli equilibrismi di vertice.

La segretaria Elly Schlein, anziché salire sul relativo carro dei gay-pride, salga su quello assoluto dei poveri (dove ci sta il più ci sta anche il meno) in attesa di chi sappia unirli ed aiutarli.

Siamo arrivati ad un punto talmente critico per la politica da non riuscire a distinguere fra destra e sinistra, fra individualismo e solidarismo, fra demagogia e democrazia, fra populismo e popolarismo, fra conservatorismo e riformismo: i dibattiti al riguardo lasciano il tempo che trovano, le sottigliezze danno ai nervi. Andiamo al sodo. In fin dei conti Graz non è sulla Luna comunista né su Marte liberista, è vicino alla gente piena di problemi, che è stanca di chiacchiere e desidera patti chiari per costruire amicizie lunghe.

 

La dottrina palliativa e l’accanimento pseudo-evangelico

Il capitolo antropologico del discorso del Papa ai diplomatici non finisce qui, perché dopo la vita nascente il Santo Padre si è dedicato alla questione sempre più dibattuta nelle assemblee parlamentari di mezzo mondo (Italia inclusa) delle scelte di fine vita. Alla questione delle «persone anziane e sole, che talvolta faticano a trovare una ragione per continuare a vivere» Leone ha infatti esteso le «considerazioni» espresse sulla vita concepita, specificando che «è compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia». Parole che ricordano quelle della nota con la quale la Conferenza episcopale italiana nel febbraio 2025 intervenne nel dibattito sul cantiere di una nuova legge auspicando «interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza». I vescovi italiani sottolinearono in particolare che «la legge sulle cure palliative non ha trovato ancora completa attuazione: queste devono essere garantite a tutti, in modo efficace e uniforme in ogni Regione, perché rappresentano un modo concreto per alleviare la sofferenza e per assicurare dignità fino alla fine, oltre che un’espressione alta di amore per il prossimo». «Sulla vita – concluse la Cei – non ci possono essere polarizzazioni o giochi al ribasso. La dignità non finisce con la malattia o quando viene meno l’efficienza. Non si tratta di accanimento, ma di non smarrire l’umanità». “Avvenire” – Francesco Ognibene)

Ritengo giusta e doverosa l’insistenza con cui la Chiesa batte il chiodo sulla necessità di alleviare le sofferenze delle persone, facendo riferimento anche e soprattutto alle cure palliative per coloro che non hanno alcuna prospettiva di guarigione. Però non può essere questa l’unica strada possibile per accompagnare i soggetti disperati nella fase finale della loro vita.

Riguardo ai malati terminali don Andrea Gallo diceva: «Sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa».

Penso che non ci si debba imprigionare in una assurda posizione dogmaticamente intransigente: se una persona non se la sente più di vivere la sua sofferenza, diamole pure tutta la solidarietà possibile, forniamole le cure che gliela possano alleviare, stiamole vicino in tutto e per tutto, ma, se proprio non se la sente più di proseguire il cammino, perché non aiutarla a chiuderlo in modo assistito e dignitoso, senza traumi e discussioni inutili.

I principi sono fatti per l’uomo e non l’uomo per i principi. Le cure palliative non sono l’unica risposta possibile e plausibile: pratichiamole ma non facciamone un totem, vale a dire un simbolo sacro e una risposta unica e assoluta. Temo che mettendosi su questa strada la Chiesa finisca col somministrare una dottrina palliativa, forzando ed esasperando il discorso del rispetto per la vita, con l’aggiungere all’inaccettabile accanimento terapeutico il pesante fardello dell’accanimento pseudo-evangelico.

«Tre anni or sono moriva Carlo Maria Martini, grande studioso della Bibbia, pastore e profeta. Sulle orme di Gesù, partendo dalla giustizia quale conseguenza della fede, era aperto alle persone, non facendosi mai imprigionare dagli e negli schemi,  con una grande attenzione ai non credenti, ai poveri, ai malati, agli indigenti, agli stranieri, agli omosessuali, alle coppie di fatto, ai divorziati risposati, ai detenuti, financo ai terroristi; affrontava serenamente il dialogo con le altre religioni, si poneva, a cuore aperto, davanti alle problematiche sessuali, alla bioetica, all’eutanasia, all’aborto, all’accanimento terapeutico, all’uso del preservativo, al sacerdozio femminile, al celibato sacerdotale. Sempre pronto all’incontro con gli “altri”, con tutti» (Luciano Scaccaglia ricordava così il Cardinale Carlo Maria Martini).

Rifiuto sdegnosamente il socio-catastrofismo cattolico: biotestamento = anticamera dell’eutanasia; suicidio assistito = eutanasia camuffata; eutanasia = capriccio esistenziale. Non sarebbe opportuno lasciare questioni così delicate alla coscienza delle persone senza aggiungere alla sofferenza umana ulteriore tensione moralistica, senza generalizzazioni impossibili? C’è il Vangelo e lasciamo che le persone scelgano in base ad esso: la carità evangelica per chi soffre e per chi vuole aiutare chi soffre!

E non prendiamocela più di tanto con la farraginosità della legislazione italiana in questa delicata materia, perché è frutto anche dell’invadenza religiosa a livello politico. I principi non si difendono arroccandosi in difesa, ma affrontando le situazioni: in campo etico-religioso con lo strumento della carità, in campo civile con lo strumento di buone leggi, che partano dal sostanziale rispetto della persona in tutte le sue opzioni esistenziali. Non è forse questo il “compromesso costituzionale” da cui dovrebbero nascere tutte le leggi e tutti i regolamenti della nostra società? La persona viene prima delle leggi dello Stato e prima dei precetti della religione. Se vogliamo dogmatizzare a tutti i costi la fede trasformandola in religione, se intendiamo la politica come accoglimento acritico della religione, non ne usciamo vivi, o meglio, finiamo con l’imporre la vita a chi è costretto a viverla come una doloristica prigione e non come una gioiosa e aperta battaglia esistenziale.

 

 

 

I rutti di Rutte e le giaculatorie di Vance

I casi sono due: o Rutte, segretario generale della Nato, racconta delle balle o le balle le racconta il governo italiano.

Oggi sappiamo quello che abbiamo sospettato fin dal 28 febbraio scorso, quando Stati Uniti e Israele hanno scatenato una guerra illegale, fuori dal diritto e ogni convenzione internazionale contro l’Iran: il segretario generale della Nato Mark Rutte ha confermato l’utilizzo delle basi americane in Italia per la guerra contro l’Iran. Si tratta di circa 500 velivoli impegnati a vario titolo nell’operazione “Epic fury”. All’emittente filo trumpiana Fox news, Rutte ha inoltre sottolineato come gli Alleati, tra cui l’Italia, abbiano dato attuazione agli accordi bilaterali esistenti in materia di basi militari e sorvoli.

Del resto basterebbe una cartina geografica per capire come sarebbe stato impossibile da parte americana che ciò non avvenisse, essendo l’Italia da sempre un paese a sovranità limitata e controllata. Ma visto che la politica si basa sul consenso popolare, e al popolo non piace questa guerra, piuttosto di ammettere che le basi statunitensi in Italia sono state parte, seppur a livello logistico, di un conflitto, meglio smentire, anche si tratta di dichiarazioni del Capo dell’Alleanza atlantica di cui il nostro paese fa parte.

Così il nostro ministero della Difesa parla di messaggi fallaci da parte di Rutte, di voli tecnici non di aerei da combattimento, “L’Italia ha sempre operato nel pieno rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali, degli indirizzi Parlamentari e degli accordi che regolano la presenza e l’utilizzo delle basi alleate sul territorio nazionale, senza autorizzare né consentire attività al di fuori delle previsioni vigenti”, dice il ministero della Difesa. Infuria la polemica politica. Dove sta la verità? Fin dove si spinge la bugia? Meglio vederci chiaro. (“giornale radio.fm –  Daniele Bianchessi)

Forse però le balle le raccontano un po’ tutti: per farsi belli agli occhi intransigenti di Trump, per non deludere la gente, per dimostrare a Trump che sbaglia quando attacca gli alleati europei e l’Italia in particolare, per dimostrare che l’Italia è capace di partecipare alle guerre in modo corretto (d’ora in poi non si parlerà più di guerre giuste, come esclude papa Leone, ma di guerre corrette come dimostra il ministro Crosetto), per dare un colpo al cerchio trumpiano e uno alla botte meloniana, per dimostrare che la Nato esiste ancora nonostante tutto, per ammettere che l’Europa è infida ma solo un pochettino, per convincere Trump a non esagerare e a venire a più miti consigli, per ammettere che la Costituzione italiana è bella ma si riesce bellamente a dribblarla.

Su un calesse trainato da un asino viaggia un gruppo di suore con tanto di madre superiora. Ad un certo punto l’asino si blocca e non vuol più saperne di proseguire. Il “cocchiere” le prova tutte, ma sconsolato si rivolge alla badessa: «In questi casi l’esperienza mi dice che l’unico modo per sbloccare la situazione, costringendo l’asino a proseguire, è la bestemmia. Mi spiace, ma non c’è altra soluzione…». La suora dopo qualche ovvio tentennamento pronuncia la sua sentenza: «Se è davvero così, non resta altro da fare, ma mi raccomando la bestemmia gliela dica piano in un orecchio…».

La guerra si può fare anche sostenendo tecnicamente e logisticamente chi la fa: a me hanno insegnato che ruba anche chi tiene aperto il sacco. Il paradosso sta diventando quello di essere accusati di non averlo tenuto ben aperto, ma solo socchiuso: un inno internazionale all’ipocrisia senza diplomazia.

Se si farà un dibattito parlamentare per chiarire come stiano effettivamente le cose, si partirà arabi e si finirà turchi. Tutti avranno una loro parte di ragione, una versione più o meno plausibile da fornire. L’unica certezza è e sarà che la guerra è più forte della verità, anzi che la guerra si basa in tutto e per tutto sulle falsità. All’eruttazione di Rutte farà da contrappeso l’aerofagia dei nostri governanti.

Mi rimane un dubbio: perché Giorgia Meloni al G7 di Evian, invece di farsi compatire davanti al mondo intero non ha detto a Trump: “Presidente si faccia spiegare le cose da Rutte, lui la sa molto lunga, forse la sa più lunga di lei…”.  Probabilmente si sarebbe sentita rispondere: “Di Rutte non me ne può fregar di meno…con lei poi ho un conto aperto e prima o poi lo regolerò… c’è in atto una gara al miglior leccaculista e lei in questa strana classifica ha perso molte posizioni…”.

Non le resta che votarsi a Vance, un cattolico perbene che avrà sicuramente un occhio di riguardo per una cattolica “Dio, patria e famiglia”, la versione Maga italica. Senonché…

J.D. Vance, vice-presidente stutunitense, ha commentato il raid americano contro depositi di munizioni e droni iraniani in risposta all’attacco di Teheran contro una nave nello stretto di Hormuz. “L’Iran ha firmato un accordo di cessate il fuoco. Noi lo abbiamo rispettato. Se hanno obiezioni sulle modalità di attuazione del memorandum d’intesa, possono prendere il telefono e chiamare. Ma alla violenza risponderemo con la violenza”, ha scritto su X. (ansa.it)

Come recente convertito al cattolicesimo non c’è male… Non è lui che tiene caldo per Trump (al presente) e per se stesso (al futuro) l’elettorato cattolico?  Come volto perbenista (poliziotto buono) del movimento Maga è veramente un mago… Se devo essere sincero, preferisco Trump!

Giorgia Meloni si trova in mezzo alla tempesta ed è in cerca di qualche scialuppa di salvataggio: Rutte le sta dando una mano ad andare a fondo, Vance il mago non ammette una maga. Ci sta provando con Macron, ma non attacca. Le sta provando tutte: abiti sempre più fascinosi, una cosmesi sempre più marcata e ricercata. Prima o poi quella bolla mediatica in cui si è immersa scoppierà…

 

 

 

 

La prima giorgiagallina che canta ha fatto il vannacciuovo

Il volo degli stracci fra Trump e Meloni è da considerare come una lite da pollaio fra il gallo onnipotente e la gallina recalcitrante oppure, anche se su scala minore, una vera e propria kermesse diplomatica, dove la premier italiana, che ha finto finora di contare qualcosa, mostra inesorabilmente tutta la sua debolezza politica personale associata a quella nazionale consistente in condizionamenti di vario genere ai limiti del ricatto.

La situazione del governo italiano si sta oltre tutto surrealmente complicando: trattati come becchi da Trump e bastonati da Rutte, segretario generale della Nato (o viceversa), il quale sostiene che ci sia stato un sostegno europeo all’azione militare Usa contro l’Iran, con migliaia di voli partiti da basi europee in supporto alla missione Epic Fury. Per l’Italia si tratterebbe di 500 aerei Usa decollati dalle basi americane in Italia. Allora chi ha ragione? Trump che si lamenta dell’indifferenza italiana o Rutte che la trasforma in surrettizia partecipazione al conflitto? La posizione di Giorgia Meloni nel contesto internazionale sta diventando un autentico rompicapo pirandelliano: bacchettata pesantemente da Trump e osannata dall’ambasciatore Usa in Italia Tilman Fertitta in un’intervista rilasciata a Sky Tg24.

“Penso che il Primo Ministro Meloni abbia fatto un lavoro eccellente qui in Italia per quasi cinque anni. Ha portato l’Italia a diventare un leader mondiale e gode di grande rispetto. E penso che gli italiani siano molto intelligenti e continueranno a prendere le decisioni giuste nella loro leadership. Posso confermare che abbiamo un accordo bilaterale con l’Italia da decenni, in base al quale ci sosteniamo a vicenda, e ho sempre visto entrambe le parti rispettare i propri impegni. La relazione tra Italia e Stati Uniti è forte. È normale che due leader abbiano un piccolo disaccordo, ma per chi sono i due protagonisti diventa un grande disaccordo. Ma tutto si sistemerà”.

Comunque sia il rapporto con Trump si è guastato e qualcuno (vedi dibattiti a “otto e mezzo” su La 7) pensa che Trump abbia tempo e modo di fare pagare cara a Giorgia Meloni questa virata a livello internazionale (dalla difesa di papa Leone ai distinguo sulla guerra in Iran), intravedendo una vendetta a livello di “Sigonella bis” di craxiana memoria o addirittura di un “lei la pagherà cara” di kissingeriana memoria antimorotea.

Altri momenti storici, altra caratura politica dei personaggi: resta comunque la volontà degli Usa di punire i trasgressori di un certo ordine internazionale di assoluto gradimento americano. Se la trasgressione avviene ad opera di amichetti o amichette qualsiasi, la vendetta diventa un gioco da ragazzi.

Tempo fa scrissi che Trump non avrebbe esitato ad usare e gettare nella spazzatura Giorgia Meloni nel momento in cui non fosse rientrata più perfettamente nei suoi schizofrenici disegni. Qualcosa del genere sta succedendo: Giorgia Meloni gliene sta offrendo occasioni su un piatto d’argento, anche se sta disperatamente tentando di smarcarsi dalla letale morsa trumpiana. È tardi!

Gli Usa non hanno mai avuto scrupoli nel servirsi al riguardo di personaggi fantoccio: sarà il caso di Roberto Vannacci? Sarà lui a fare da testa di ponte per la tattica anti-italiana di Trump e della sua cricca. Un ex-militare, un personaggio di estrema destra, un antieuropeista, un razzista riveduto e scorretto: il pedigree sarebbe perfettamente in ordine per creare grossi problemi a Giorgia Meloni, alla quale non resterebbe altro che piangere sulla spalla di Sergio Mattarella e votarsi agli amici-nemici europei.

E chi avrebbe mai pensato che la Meloni potesse cadere dal quarto piano del neofascismo nostrano in combutta con quello trumpiano. Staremo a vedere le sue prossime mosse: si illuderà di ricucire lo strappo con Trump facendo il distinguo tra il rapporto Meloni-Trump e quello Italia-Usa? Non la ritengo capace di questa complessa e impegnativa strategia. Darà per persa la partita e si attaccherà alla sponda europea contando sul mal comune mezzo gaudio nella Ue? Tutto sommato non ha il cinismo indispensabile per simili giravolte internazionali.

Il berlusconismo trovò la sua tomba a livello internazionale: le risatine ironiche di Merkel e Sarkozy, le strizzate d’occhio fra Napolitano e Obama, la freddezza di fare un passo indietro al momento giusto. Non vedo possibili attuali analogie. L’Italia finirà in una casa-famiglia? Mattarella sarà probabilmente ancora al suo posto e starà a lui scegliere la casa-famiglia più adatta al nostro Paese, ma ci sarà comunque da soffrire. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

La lingua costituzionale batte dove il dente fascista duole

Durante la solenne cerimonia del 25 giugno 2026 alla Camera per gli 80 anni dell’Assemblea Costituente, i presidenti Fontana e La Russa hanno evitato riferimenti espliciti ad “antifascismo” e “Resistenza”, concentrandosi invece sui valori della Carta Costituzionale e sul ruolo unitario delle donne e dei padri fondatori. Le opposizioni (in particolare il Partito Democratico) hanno contestato la scelta di non pronunciare le parole “Resistenza” e “antifascismo”, sottolineando che l’intera Carta Costituzionale è nata dai valori della lotta partigiana.

Me l’aspettavo, ma non per questo ho alzato le spalle. Che due delle massime autorità dello Stato abbiano una sorta di allergia rispetto ai presupposti fondamentali, storici, etici, culturali e politici, della nostra Carta Costituzionale, come l’antifascismo e la Resistenza, è un fatto gravissimo, oserei dire inaudito. Vergogna!

Non ho potuto evitare di pensare all’ulteriore condizionamento psicologico vannacciano, che la destra sta subendo nei suoi esponenti di primissimo piano. Se mai fosse così, la cosa sarebbe ancora più grave, un autentico e reiterato insulto, un continuato vilipendio di fatto alla Costituzione.

Tutti diranno di lasciare perdere e di concentrarsi sulle parole più che appropriate di Sergio Mattarella, che svolge alla grande i suoi compiti anche in queste celebrazioni, dando ad esse un respiro esauriente e coinvolgente.

Siamo proprio sicuri che basti volare alto per non incespicare in basso? Nei giorni scorsi si è scatenata la polemica su una dichiarazione di antifascismo richiesta ai partecipanti ad un evento editoriale. Qualcuno si sente chiamato in causa e fa fatica a pronunciarsi fuori dai denti. Sì, perché la lingua batte dove il dente duole. Basta un buon dentista?  Mi hanno insegnato che a tenere in bocca i denti malati si rischia di diffondere l’infezione alla bocca intera.

“Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore.” Così il partigiano e senatore Vittorio Foa al senatore fascista Giorgio Pisano’. Vale a maggior ragione per Ignazio la Russa! Giorgia Meloni riesce a cavarsela un po’ meglio, ma la sostanza non cambia. A scoprire gli “altaroni” di tutti questi riciclati in un certo senso ci sta pensando Roberto Vannacci.

Un simpatico e schietto amico di mio padre, che non sopportava la falsità e l’opportunismo, quando alcuni personaggi ostentavano un opportunistico e comodo revisionismo, non si faceva pregare, li sbugiardava regolarmente sbattendo loro in faccia la scomoda verità: «Sta miga fär tant al furob, parché a t’ sér in-t-la milissia fascista con mi…». Forse il tanto vituperato Vannacci sta facendo una simile operazione verità. Forse, se fosse spuntato agli albori dell’attuale legislatura, non so se La Russa sarebbe diventato presidente del Senato…

 

Un Prevost a prova di Concistoro

Il dialogo con il Papa, il dibattito sulle grandi questioni di oggi: ecco come funzionerà il Concistoro straordinario.  Diffuso il programma dei lavori dei cardinali assieme a Leone XIV. Al centro le sfide del mondo attuale e l’attuazione del Sinodo. La partecipazione alla Messa per i santi Pietro e Paolo. Sarà un intenso momento di discernimento ecclesiale, scandito da preghiera, ascolto e confronto sulle grandi sfide del tempo presente. I cardinali, riuniti a Roma attorno al Papa Leone XIV, vivranno due giornate dense di lavori nell’Aula Paolo VI e nell’Aula Nuova del Sinodo, strutturate in quattro sessioni tematiche, oltre alle celebrazioni liturgiche e ai momenti di dialogo con il Pontefice.  (“Avvenire” – Matteo Liut)

Parto da una barzelletta che la dice lunga sull’enigmatico ruolo dei signori Cardinali (così li chiamava papa Benedetto XVI).

“Dio Padre osserva, con attenzione venata da una punta di scetticismo, l’attivismo dei cardinali di Santa Romana Chiesa, ma non riesce a capire fino in fondo lo scopo della loro missione. Con qualche preoccupazione decide di interpellare Dio Figlio in quanto, essendosi recato in terra, dovrebbe avere maggiore dimestichezza con questi importanti personaggi a capo della Chiesa da Lui fondata. Dio Figlio però non fornisce risposte plausibili, sa che sono vestiti con tonache di colore rosso porpora a significare l’impegno alla fedeltà fino a spargere il proprio sangue, constata la loro erudizione teologica, la loro capacità diplomatica, la loro abilità dialettica, ma il tutto non risulta troppo convincente e soprattutto rispondente alle indicazioni date ai discepoli prima di salire al cielo.  Anche Dio Figlio non è convinto e quindi, di comune accordo, decidono di acquisire il parere autorevole di Dio Spirito Santo, Lui che ha proprio il compito di sovrintendere alla Chiesa.  Di fronte alla domanda precisa anche la Terza Persona dimostra di non avere le idee chiare, di stare un po’ troppo sulle sue ed allora il Padre insiste esigendo elementi precisi di valutazione, minacciando un intervento diretto piuttosto brusco e doloroso. A quel punto lo Spirito Santo si vede costretto a dire la verità ed afferma: «Se devo essere sincero, anch’io non ho capito fino in fondo cosa facciano questi signori cardinali, sono in tanti, ostentano studio, predica e preghiera. Pregano soprattutto me affinché vada in loro soccorso quando devono prendere decisioni importanti. Io li ascolto, mi precipito, ma immancabilmente, quando arrivo col mio parere, devo curiosamente constatare che hanno già deciso tutto!»”.

Cos’è il Concistoro? Si tratta di un appuntamento particolare della vita della Chiesa: un momento in cui il Papa riunisce il Collegio cardinalizio per confrontarsi su questioni ritenute di speciale rilievo, con un formato che unisce preghiera, ascolto, confronto e sintesi.

Faccio fatica ad accettare i vescovi nominati sostanzialmente dall’alto della Curia romana a presiedere le comunità diocesane, figuriamoci i cardinali…

Papa Prevost, che è stato nominato da loro, li vuole coinvolgere e unificare al fine di superare le difficoltà intervenute a livello di gerarchia durante l’innovativo pontificato di Bergoglio. Non riconosco ai cardinali alcuna legittimazione evangelica e teologica e non capisco da dove venga il loro potere-servizio all’interno della Chiesa.

«Dove sono le persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala? Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove» (card. Carlo Maria Martini).

La mossa di Leone XIV è senza dubbio intelligente e mirante a bloccare sul nascere eventuali dissensi dottrinari e pastorali, purché non diventi una sorta di cappa burocratica sul suo pontificato, una prigione dogmatica frenante e condizionante. La Chiesa è gerarchica, ma non è una burocrazia…E poi attenzione a non pagare prezzi disgustosi all’unità come la recente lettera del Vaticano ai vescovi tedeschi in cui si sostiene che mai un’omelia liturgica possa essere tenuta da un laico. Non soffochiamo sul nascere la sacrosanta sete di novità e poi, come diceva papa Francesco, «per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna».

Attenzione anche a non ricadere nel dogmatismo assoluto in materia di suicidio assistito ed eutanasia: entrambe le pratiche sono considerate dal magistero papale come violazioni della sacralità e dell’inviolabilità della vita umana, dal concepimento fino alla sua morte naturale. Per pietà non ricadiamo nella rigidità ruiniana, che trovò il suo culmine nella negazione dei funerali religiosi al cristiano Piergiorgio Welby.

Il principio “prima le persone” è un tema centrale nel pontificato di Papa Leone XIV, che ha più volte ribadito come la cura, la dignità e l’ascolto degli individui debbano sempre avere la precedenza su schemi, burocrazia o logiche di potere. Ebbene non sono persone quelle che non riescono più a vivere dignitosamente oppresse da malattie inguaribili e da situazioni sanitarie irreversibili? Non meritano di avere il primato rispetto alle disquisizioni dogmatiche, che finiscono col “caricare gli uomini di pesi insopportabili senza toccare quei pesi nemmeno con un dito!” e che giustamente Indro Montanelli definiva “beghe di frati”?

Mia sorella, quando osservava le riunioni dei porporati a consulto al capezzale vaticano, sbottava e si lasciava andare sbrigativamente: “E se i signori cardinali, anziché spaccare in quattro il capello dottrinario, andassero a farsi il mazzo a servizio dei poveri…”.

Da sempre vedo con spirito critico questa sorta di doppio binario ecclesiale: quello struttural-curial-cardinalizio e quello episcopal-comunitario. Il papa deve destreggiarsi di conseguenza e quindi ho una mia originale idea riguardo all’atteggiamento papale verso la Curia e i cardinali con tanto di contorno di intrighi vaticani: Giovanni XXIII li sfidò gettando il cuore oltre l’ostacolo e affrontandoli nel campo aperto conciliare; Paolo VI soffriva, si macerava e poi si arrendeva all’impossibilità del cambiamento; Giovanni Paolo I somatizzò il dramma al punto da morirne in pochi giorni; Giovanni Paolo II se ne fregò altamente, andò per la sua strada, si illuse di cavare anche un po’ di sangue dalle rape (ne approfittò il cardinal Ruini per spadroneggiare…); Benedetto XVI ci rimase dentro alla grande e gettò opportunamente la spugna; papa Francesco puntò alle coscienze dei cristiani e degli uomini senza lasciarsi condizionare dalle strutture; per papa Leone è presto…

Quando constato come tanti papi siano diventati o stiano diventando Santi, mi viene qualche dubbio. Pur con tutto il rispetto, temo che nell’aldilà troveremo parecchie novità, riguardo alla nostra vita e a quella della Chiesa”.

Auguro buon lavoro ai signori cardinali, buona navigazione a papa Leone (lo vedo a suo agio nel bailamme mondiale, è presto per vederlo nei rapporti con le alte gerarchie vaticane e periferiche: forse sarà più facile affrontare Trump che i signori cardinali), comunque buon cammino evangelico ai cristiani.

Sì, che conta è il Vangelo!

Don Andrea Gallo, chiamato a rapporto in Vaticano per le sue posizioni assai spinte, si difese dicendo: “Io metto in pratica il Vangelo!”. Al che il porporato di turno rispose: “Se la metti su questo piano…”. “E su quale piano la dovrei mettere?” ribattè il pretaccio dei pretacci.

 

 

L’ago famigliare nel pagliaio sociale

Le sorelle ritrovate e la guerra degli adulti: cosa racconta davvero il caso di Sarah e Alisya. Il procuratore di Sulmona racconta i dettagli della vicenda: «Quando le abbiamo trovate non hanno fatto salti di gioia. È una storia di amore genitoriale malato». La fuga, il nascondiglio a Formia e le domande che tornano a dividere il Paese sul sistema di tutela dei minori.

La vicenda d’altronde si consuma in un momento storico in cui il sistema italiano di tutela dei minori, complice il caso della “famiglia nel bosco”, è nuovamente al centro di uno scontro politico e culturale. Da una parte chi vede nei tribunali minorili, nei servizi sociali e nelle comunità educative un apparato invasivo, capace di interferire eccessivamente nella vita delle famiglie; dall’altra chi ricorda che proprio a quelle strutture lo Stato affida il compito più difficile, proteggere bambini e adolescenti quando il contesto familiare diventa fonte di sofferenza anziché di tutela. Le sorelline scomparse e ritrovate rischiano così di essere arruolate nell’ennesima battaglia ideologica, nonostante l’appello lanciato dallo stesso procuratore di Sulmona: «Questa vicenda deve farci riflettere», ha detto, ricordando come sia raro arrivare alla compressione della responsabilità genitoriale non per abusi o violenze, ma come conseguenza di una separazione divenuta distruttiva. Una considerazione che sposta il fuoco della discussione oltre le polemiche sulle case famiglia e sulle decisioni dei tribunali, riportandolo al nodo più difficile da affrontare: che cosa succede, cioè, a un figlio quando il conflitto tra genitori diventa la cifra stessa della sua crescita? È l’interrogativo che attraversa migliaia di vicende familiari e giudiziarie nel nostro Paese e che mette alla prova un sistema di tutela dei minori gravato da carenze strutturali, riforme incomplete e risorse insufficienti. Ma che prima dello Stato, e dei suoi possibili interventi a tutela dei bambini, chiama in causa la responsabilità degli adulti. Non esiste provvedimento giudiziario, comunità educativa o percorso di sostegno capace di cancellare il peso degli anni trascorsi nel mezzo di una guerra familiare. Quella guerra, semplicemente, non dovrebbe mai cominciare. (“Avvenire” –Viviana Daloiso)

Solo per combinazione, non certo per stucchevole curiosità, ho avuto l’occasione di ascoltare in diretta qualche passaggio della conferenza stampa tenuta dal procuratore di Sulmona sull’inquietante vicenda del ritrovamento delle bambine dopo la loro strana sparizione.  Innanzitutto ho apprezzato la provocatoria severità tenuta per arginare l’invadenza mediatica, opportunamente ributtata oltre la transenna a significare che la giustizia non si fa a furor di telecamere. Poi la mancanza di ogni e qualsiasi trionfalismo per l’esito positivo delle ricerche, ma lo sforzo di evidenziare i contorni di un’umanità ferita e difficilmente risanabile a livello sociale.

Di fronte a simili vicende nessuno ha la ricetta da esibire, tutti dovrebbero avere l’obbligo di tacere e riflettere: le colpe sono tante, individuali, famigliari, sociali, in un contesto tutt’altro che virtuoso nei rapporti tra pubblico e privato.

Abbiamo trasferito le chiusure protettive e difensive della famiglia tradizionale in una sorta di anarchica, trasgressiva e deresponsabilizzante deriva egoistica camuffata con la liberazione dagli ossessivi schemi del passato. I figli sono diventati “incidenti di percorso” da evitare pregiudizialmente, da accettare superficialmente, da accantonare sbrigativamente, da strumentalizzare faziosamente o talora da eliminare subdolamente se non clamorosamente.

Devo ammettere che, allorquando succedono certi incresciosi fatti, sono portato a (ri) valutare l’insistente richiamo della Chiesa al discorso della famiglia quale centro dell’umana esistenza: a volte ammetto di avere qualche imbarazzata reazione, interpretandoli come anacronistici se non addirittura retrogradi appelli socio-culturali. Ebbene, non è così!

Alla famiglia nessuno può sostituirsi, tutti dovrebbero aiutarla, supportarla, favorirla, pur nella consapevolezza che nessuna politica e nessuna struttura sociale riescono a colmarne veramente e definitivamente le lacune e i vuoti, soprattutto a posteriori.

La famiglia non è un bunker inviolabile in cui rinchiudere l’educazione dei figli, che peraltro non sono proprietà dei genitori, ma dono per tutta la comunità; ben vengano tutte le iniziative, tutte le strutture e tutte le misure sostitutive nei casi di assoluta necessità, consapevoli però della loro relativa funzione sostitutiva.

Oltre tutto non è facile comprendere quando si debba passare dai pur indispensabili aiuti e supporti esterni ad interventi invasivi quali appunto l’affidamento dei bambini a strutture sociali alternative: gli operatori sociali e la magistratura dedicata hanno compiti delicatissimi e non vanno assolutamente messi in alcun comodo tritacarne critico o addirittura distruttivo.

È da rifiutare la leggerezza con cui si diventa genitori e quella con cui ci si illude di cessare di esserlo. In tal senso non c’è divorzio che tenga o affidamento che risolva le questioni.

Mi piace richiamare quanto detto dallo psicologo da un mio amico che attraversava un momento di difficoltà nei rapporti coi suoi figli: “I figli giudicano i genitori da due comportamenti molto precisi: da come si rapportano con il coniuge e da come affrontano il lavoro”.

Se il divorzio o comunque la separazione mettono fine a situazioni di crisi tra coniugi, non possono interrompere il filo sentimentale ed educativo che li lega ai figli, che altrimenti rischiano di pagarne incolpevolmente il prezzo.

E la società fa tutto il possibile per aiutare i genitori e soccorrere i figli prima, durante e dopo il matrimonio? Molto è stato fatto e molto rimane da fare. La psicologia, la sociologia e l’economia possono fornire strumenti e metodi di intervento preziosi. Gli operatori sociali vanno sburocratizzati e indirizzati al sodo delle questioni. Le strutture pubbliche e private devono essere potenziate e finalizzate al meglio. La politica deve operare le scelte non facendosi guidare dalle ideologie ma dallo spirito di servizio. La magistratura deve calibrare i suoi interventi a salvaguardia dei diritti delle persone e soprattutto dei minori.

Il gioco allo scaricabarile non può certamente partire dai genitori, né essere giocato dai soggetti competenti sulla pelle dei minori, magari con i media che soffiano sul fuoco delle polemiche e…ritorno da dove sono partito, vale a dire all’overdose mediatica, che sta trasformando la cronaca giudiziaria in salotti-circhi in cui tutti trovano un macabro divertimento, con acrobazie senza rete…e ci lasciano la pelle i soggetti deboli privi di protezione (sarebbe veramente ora di darci un taglio!). Non si tratta di diritto di cronaca, ma di libertà di offendere la dignità delle persone. Non c’è in ballo la libertà di stampa, ma quella di creare danni ai soggetti che capitano sotto le grinfie dei social.

 

Il matto in pista e i savi fuori pista

Se la trama dunque è ormai nota, la spiegazione del suo perché dipende da chi la legge. Per gli ammiratori del presidente Usa l’imprevedibilità è frutto di un calcolo e tenere tutti sul chi vive è una forma di potere che costringe l’interlocutore a concedere per primo, impedendo a chiunque di dare per scontato l’appoggio di Washington. È la “teoria del pazzo” applicata alla diplomazia: se nessuno sa che cosa farai, tutti devono trattarti con cautela. Per i critici, invece, dietro le giravolte non c’è una strategia ma un temperamento fatto di reazioni a caldo, suscettibilità personale e il bisogno di avere sempre l’ultima parola che trasforma la politica estera in una questione di umore.

Infatti non è infido soltanto l’insulto, è infida anche la lode. Il leader ricoperto di complimenti oggi può ritrovarsi bersaglio domani, e nessuno dei due poli offre terreno sicuro. Da qui la corsa, soprattutto tra gli europei, a corteggiare il presidente con cerimonie su misura – da cene di gala a visite a castelli – fino a comunicati che ne celebrano la leadership, nella speranza di fissare per qualche giorno un momento volatile. È una logica transazionale portata alle estreme conseguenze: conta ciò che puoi offrire adesso, non ciò che ti era stato garantito ieri.

Qualunque sia la spiegazione, i leader mondiali devono amministrare l’incertezza. Alcuni puntano sull’adulazione, altri sulla pazienza. Ma tutti sanno che un comunicato congiunto, una stretta di mano o un elogio caloroso non garantiscono nulla sul giorno dopo. (“Avvenire” – Elena Molinari)

In buona sostanza la domanda che va per la maggiore è questa: Donald Trump c’è o ci fa. Più passa il tempo e più mi chiedo se non sia meglio (pre) occuparsi di altro a prescindere dalle bizze più o meno studiate di questo paradossale personaggio.

Dal momento che la politica è l’arte del possibile, bisognerebbe tenere conto delle caratteristiche degli interlocutori, soprattutto di quelli più forti; ma la politica oltre che di interessi è fatta di idealità e quindi dovrebbe riuscire a prescindere dagli appetiti e dai pruriti dei potenti di turno.

In questa fase storica la politica non riesce nemmeno a tentare un compromesso ragionevole fra gli interessi nazionali (si dovrebbe chiamare multilateralismo), ma rimane in balia della forza che vale più della ragione e del diritto.

Ecco perché occorrerebbe avere la forza delle idee con cui combattere la forza-forza, mandare al diavolo Trump, chi lo adula e chi lo sopporta, superare il concetto statico di diplomazia e puntare ad una visione dinamica nei rapporti internazionali.

L’incertezza regna sovrana, ma va riempita con progetti ed azioni e non con le chiacchiere dei potenti veri o fasulli che siano. Possibile che l’Europa non riesca a tentare questo salto di qualità e si lasci imprigionare nello schema “Trump sì-Trump no”?

Gli atleti, quando affrontano certe gare, prima di lanciarsi in una corsa disperata, fanno qualche passo indietro alla ricerca della giusta concentrazione: dovrebbe valere anche per i politici europei. Facciano qualche passo indietro e vedano di rispolverare le idee di chi ha fondato l’Unione europea.

E così anche gli elettori italiani, europei e statunitensi. Questi ultimi anziché votare col culo (mi si perdoni la triviale franchezza) guardino alla loro storia, a chi li ha guidati in passato, a cosa è la politica e cosa significa democrazia attualmente vignettisticamente e tragicamente trasformata in democratura.

Il 17 gennaio 1961 Dwight Eisenhower, 34esimo presidente degli Stati Uniti d’America, compì l’atto pubblico conclusivo dei suoi due mandati che avevano coperto l’arco di otto anni di storia americana, dal 1953, quando aveva vinto le elezioni presidenziali contro Adlaj Stevenson, al 1961 quando passava le consegne a John F. Kennedy.

In quel discorso di commiato Eisenhower avrebbe potuto limitarsi al rendiconto protocollare di quanto avevano fatto le sue amministrazioni con il bilancio largamente positivo dei successi e degli insuccessi.

Ma scelse un altro taglio: parlò, lui presidente militare come lo era stato Grant, di industria militare e della influenza negativa sul meccanismo delle decisioni in democrazia. Parlava al popolo americano del domani (il nostro oggi) e precorreva i tempi. Guardava avanti anche se sapeva che le preoccupazioni contingenti dell’opinione pubblica erano ben altre. “Nel governo – disse – dobbiamo stare in guardia contro le richieste non giustificate dalla realtà del complesso industriale militare. Esiste e persisterà il pericolo della sua disastrosa influenza progressiva. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo la nostra democrazia. Solo il popolo allertato e informato potrà costringere ad una corretta interazione la gigantesca macchina da guerra militare…in modo che sicurezza e libertà possano prosperare insieme”. Questo discorso non è entrato nella galleria dei discorsi famosi dei presidenti americani. Questa dimenticanza appare ovvia. Ma è la banalità dell’ovvio che ci fa pensare. (“Il Fatto Quotidiano” – Giuseppe Borgioli)