Vedi Vannacci per non morire fascista

Ancora più netto il presidente provinciale dell’Anpi di Milano, Primo Minelli, sempre a margine delle commemorazioni per l’eccidio nazifascista di Piazzale Loreto. “Vannacci è un fascista e come tale il mio giudizio è già in questa parola. Quando sento parlare di rastrellamenti penso che mio papà che è stato partigiano, si rivolta nella tomba. Noi pensavamo di non sentire più parole drammatiche come la remigrazione che vuole dire deportazione, sentire la parola guerra, purtroppo ci stiamo abituando, questa è la cosa drammatica, non possiamo accettare l’indifferenza di fronte a questi fenomeni”, dice Minelli. (msn.com – Lapresse Italy)

Alle sacrosante preoccupazioni democratiche di chi osserva con ansia e stupore il dilagante successo del futurismo nazionalista di Roberto Vannacci mi permetto di accostare la mia paradossale e cinica visione di questo fenomeno nient’affatto strano e imprevedibile.

Nelle mie riflessioni parto dal dito che mia sorella metteva nella piaga del corpo socio-politico italiano. Pur dando atto a mia sorella di essere spietatamente realista nel giudicare gli italiani “ancora fascisti”, la cosa rimane vergognosamente imbarazzante, anche perché, tutto sommato, aveva ragione. La risposta plausibile a tanti problemi l’ho trovata, pensate un po’, nella sua impietosa analisi delle magagne del popolo italiano: siamo rimasti fascisti con tutto quel che segue. Sosteneva che gli italiani sono ancora affascinati dall’ «uomo forte». Lei lo diceva con la sua solita schiettezza e in modo poco aulico ed elegante, ma molto efficace: «Gli italiani sono rimasti fascisti».

Perché siamo rimasti al palo “demodé” nonostante il bagno rigenerante resistenziale e l’abito costituzionale nuovo di zecca? I motivi sono parecchi. Innanzitutto non c’è stato modo e tempo per elaborare il lutto: il voltagabbanismo ha purtroppo messo una pietra sul passato di troppi italiani, evitando di fare i conti con la caduta del fascismo; il precipitoso opportunismo democratico ha voltato pagina con una intempestiva amnistia che ha finito per salvare il bambino assieme all’acqua sporca; la radicata presenza della mentalità e delle procedure fasciste nella burocrazia e nelle pubbliche amministrazioni ha creato una scia di regime che non si è ancora del tutto dissolta.

Aggiungiamoci in negativo la diffidenza verso lo stato democratico dovuta a mafia, corruzione, burocrazia ed evasione fiscale e in positivo la capacità delle due forze democratiche fondamentali, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, di assorbire elettoralmente e politicamente i rigurgiti fascisti dell’anticomunismo, del clericalismo e del corporativismo, trasformati genialmente in difesa della democrazia, in ispirazione cristiana e in lotta di classe operaia e contadina a suon di sindacalismo e di cooperazione.

Il neofascismo in Italia però non è sparito, si è trasformato in un movimento carsico, si è solo smarrito in attesa di tempi peggiori. Mentre in Francia e in Germania, laddove i conti col fascismo e col nazismo si sono fatti in modo assai più incisivo ed invasivo, il neo-nazifascismo (qualcuno, se vuole, lo chiami pure estremismo di destra) si manifesta apertamente e può essere combattuto a viso aperto, in Italia si è subdolamente e progressivamente insinuato nei confusi gangli politici del partitismo, della massoneria, dell’eversione nera, dell’ordine, del “Dio-Patria-Famiglia”, del perbenismo securitario, della difesa dei confini nazionale, etc. etc. in un polpettone ingannevole, ma avvolgente e coinvolgente.

L’insorgenza del vannaccismo disturba i manovratori della destra cosiddetta democratica perché non solo le toglie preziosi e decisivi consensi, ma soprattutto perché scopre gli altaroni e grida “Giorgia Meloni è nuda e fascista”. Roberto Vannacci sta alla polmonite come Giorgia Meloni sta all’asma polmonare.

Il vannaccismo potrà durare anche l’espace d’un matin, ma avrà comunque svolto il suo compito di portare alla luce e scoprire il neofascismo più o meno nascosto nella moderna società, scuotendo gli animi reazionari e nostalgici e smuovendo quelli progressisti. Finalmente un po’ di chiarezza e di risveglio democratico.

Ecco perché non mi fa paura (semmai solo un po’ di ribrezzo) Roberto Vannacci; ecco perché non sono stupito (semmai solo un po’ incuriosito) dai sondaggi che lo danno in ascesa libera; ecco perché preferisco le sincere smargiassate vannacciane alle subdole proposte meloniane; ecco perché è meglio stimolare gli anticorpi contro il risorgente virus ideologizzato piuttosto che curare coi pannicelli caldi una malattia anti-democratica spacciata per terapia necessaria alla sopravvivenza del popolo italiano.

Alla fine mi viene il tragico sospetto di sbagliare tutto, di confondere la realtà con le mie personali opinioni, di voler salvare il salvabile a tutti i costi, guardando con occhio troppo malevole all’Italia e con occhio troppo benevolo ai Paesi europei che hanno vissuto nazismo e fascismo, di spaccare il cappello in quattro per difendermi dal fascismo vecchio e nuovo.

Sono partito da mia sorella Lucia e ritorno provocatoriamente ad essa, anche perché mi ha fatto da battistrada e da esempio sul sentiero impervio dell’impegno politico lontano da ogni compromesso col potere e da spinta alla partecipazione convinta ma sempre critica alla vita sociale e politica. Lasciava perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del trumpismo, del populismo, del sovranismo, del melonismo e finanche del vannaccismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.  Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi.

Termino con tre stimolanti aforismi, non del tutto pertinenti ma sempre utili, realistici al limite dello sconfortante, ma che possono comunque contribuire a capire in senso critico persino il vannaccismo quale frutto malato di una democrazia malata: la mela dolce di Giorgia è comunque peggio della pera marcia di Roberto.

Winston Churchill disse che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre provate prima.

La frase “ogni popolo ha il governo che si merita” è un famoso proverbio attribuito al filosofo e diplomatico francese Joseph de Maistre, che lo scrisse in una lettera del 1811.

Peggio della sinistra c’è solo la destra: la frase mi è stata recentemente ricordata senza risalirne all’autore.

Auguri e figli antifascisti!

 

Il governo trilussian-pirandelliano

Un tasso di occupazione così alto in Italia non si vedeva dal 2004, ben prima della crisi iniziata con il fallimento della banca Lehman Brothers e delle numerose altre crisi che l’hanno succeduta. Ad aprile 2026 gli occupati sono cresciuti di 123mila unità rispetto a marzo e di 269mila su aprile 2025, per un totale di 24milioni 337mila lavoratori. Lo rileva l’Istat, che registra un tasso al 63,1%. In parallelo, è diminuito il numero degli inattivi ed è ai minimi dal 2004 anche la disoccupazione, che scende al 5,1%, così come quella giovanile che cala al 16,9%. «Un dato molto importante, che conferma un record storico. Non c’erano mai state così tante persone al lavoro nella nostra Nazione», esulta sui social la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Più lavoro dunque per uomini e donne, dipendenti e autonomi, in diverse classi d’età a eccezione di quelle più giovani. (“Avvenire” – Elisa Campisi)

È questo il record che fa esultare Meloni e che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe coprire e compensare una miriade di altri indicatori di una situazione di grave difficoltà socio-economica per il nostro Paese.

Nei ragionamenti del governo ci sono due contraddizioni di fondo. Le cose che vanno male dipendono dalla situazione di crisi internazionale, quelle che vanno bene sono da ascrivere a merito dell’attuale governo.

Penso che tutti conoscano la gag dell’avvocato a colloquio col suo cliente: esaminano gli aspetti di una causa piuttosto complessa. Qui, dice l’avvocato, tutto bene, vinco io; qui rischiamo e perdiamo. Al che il cliente chiede: ma perché quando si vince, vince lei e, quando si perde, perdiamo insieme.

La seconda contraddizione è simile alla prima: le cose che vanno male dipendono dai governi precedenti, magari soprattutto da quelli di segno politico diverso, mentre per quelle che vanno bene il merito è tutto dell’attuale governo.

Il dato confortante sull’occupazione funziona un po’ come il tasso di colesterolo nel sangue (una questione di vita o di morte…): se va bene il colesterolo, va tutto bene anche se il paziente ha magati tumori sparsi in tutto il corpo. L’importante è il colesterolo, tutto il resto…

Lungi da me sottovalutare il problema occupazionale, ma i trionfalismi mi sembrano fuori luogo: ho provato ad addentrarmi nel labirinto dei dati sull’occupazione e confesso di essermi perso, le loro parzialità e contraddittorietà sono tali da mettere in discussione il dato aggregato apparentemente molto soddisfacente. Basterebbe vedere come il tasso di occupazione cali vistosamente per le giovani generazioni con le conseguenti fughe all’estero, disagi economici scaricati sulle famiglie di origine, i drammi psicologici, l’impossibilità a programmare il futuro a livello esistenziale, etc. etc. E così anche se guardiamo alla distribuzione del lavoro a livello territoriale. E così anche e soprattutto se approfondiamo il discorso a livello retributivo: si lavora, ma spesso il lavoro è sotto pagato, il che non è di secondaria importanza.

“Ancora una volta l’Italia fa meglio delle previsioni”. Con questo tono trionfante Giorgia Meloni ha commentato gli ultimi dati dell’Istat sulla crescita del Pil in Italia, nel periodo aprile-giugno di quest’anno. Le stime dell’Istituto di statistica sono state leggermente più alte del previsto, perché nel secondo trimestre dell’anno il Pil è salito dell’1% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Questo ha fatto aumentare anche la “variazione acquisita” (cioè quanto è già cresciuto il Pil dall’inizio dell’anno, rispetto a tutto il 2025): lo 0,8%, mentre prima era allo 0,6%.

Nel messaggio di Meloni sui social, peraltro, ci sono due imprecisioni o forzature. La prima è dove la presidente del Consiglio afferma: “Gli analisti stimavano una crescita tendenziale del PIL dello 0,7%. I dati diffusi oggi dall’ISTAT certificano invece una crescita dell’1,0%”. Non è proprio così: i due numeri che ha citato non sono paragonabili. La previsione dello 0,7% riguardava la crescita del Pil in tutto il 2026. Quell’1%, invece, riguarda solamente il periodo aprile-giugno.

In più, la premier non ha perso l’occasione per attaccare chi “tifava per il rallentamento dell’Italia”, criticando: “Continuate pure a sottovalutarci”. Ma va ricordato che la previsione dello 0,7% non veniva proprio da ‘nemici’ dell’Italia, che la volevano “sottovalutare” per fare un dispetto al governo. Anzi, era una previsione fatta proprio dal governo. Ad aprile, nel Documento di finanza pubblica, l’esecutivo aveva messo nero su bianco la stima per il 2026: 0,7%. E aveva inserito anche quelle per gli anni successivi: 0,8% nel 2027, poi 0,9% nel 2028. Insomma, anche per i prossimi anni, di qualunque colore sia il governo, ci sarà probabilmente poco da festeggiare. (Fanpage.it)

Concludendo, se le cose vanno così bene, come mai allora emergono dati drammatici a livello del ricorso alla sanità pubblica: la gente smette di curarsi perché non ha le risorse sufficienti.

D’altra parte la storia si ripete in materia di sicurezza, partendo da un concetto molto parziale e per certi veri fuorviante: le cose vanno bene se nessuno mi rompe i cosiddetti ed ho la possibilità di voltarmi dall’altra parte rispetto ai problemi della società.

Il Viminale: Italia tra i luoghi più sicuri al mondo. Ma la percezione dei cittadini è diversa. Il ministro dell’Interno Piantedosi presenta il Dossier sicurezza di Ferragosto: giù omicidi, furti e femminicidi. Ingressi via mare in calo del 52%, rimpatri +34%, esaminate più domande di protezione. Eppure più di una famiglia su quattro non si sente serena nel posto dove vive. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

In tutta onestà non mi sento di dare tutte le colpe possibili e immaginabili all’attuale governo, di condannarlo su tutti i fronti, ma nemmeno di assolverlo con formula economico-occupazionale-securitaria. Probabilmente il virtuale processo si dovrebbe concludere per insufficienza di interventi nel tessuto complessivo del Paese, nel sociale, nelle questioni internazionali: non si sta facendo niente, si lascia che il mondo vada per la sua strada, ci si barcamena, si galleggia sui problemi.  E quando si interviene lo si fa spesso a sproposito, tanto per dare illusioni, solo per garantirsi superficialmente il consenso, per usare lo spauracchio dei reati scritti sulla carta, per apparire sul pezzo, per puntare all’equità spartendo i costi e i benefici alla Trilussa, fornendo ai cittadini una visione della realtà da interpretare in modo pirandelliano.

Meloni, speriamo che se la cavi. Gli italiani si arrangino.

 

 

 

 

Maria bussa a cuori, noi rispondiamo picche

Il drappellone del prossimo Palio, svelato il 10 agosto, ha scatenato polemiche e dibattito: l’artista rumena Teodora Axente ha raffigurato la Vergine con un volto dai tratti androgini in un’opera che il cardinale Augusto Paolo Lojudice, vescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, ha definito «molto cupa». «Lo svelamento del Drappellone ha presentato dei tratti, soprattutto sul volto della Madonna, i quali hanno toccato la sensibilità di parecchi senesi, che non hanno ritrovato in esso i canoni stilistici e devozionali della Madonna Assunta in Cielo», commenta ad Avvenire il cardinale. 

Il termine androgino (dal greco anḗr/andros che significa uomo e gynḗ che significa donna) indica una persona, un aspetto o uno stile che unisce o fonde insieme caratteristiche maschili e femminili. Riferito all’estetica o all’aspetto esteriore, descrive un look o dei tratti somatici ambigui e non tradizionali.

Naturalmente è partito un dibattito tra le ragioni di chi si è sentito toccato nella propria sensibilità devozionale e quelle di chi difende la libera e motivata espressione artistica, tra chi giudica inopportuna questa provocazione e chi la giustifica in base ad argomentazioni storico-religiose: una polemica garbata, ma piuttosto oziosa.

Preferisco andare al sodo a modo mio. Lasciamoci turbare dalle oscenità deturpanti del volto di Maria (regina della pace) consistenti nelle guerre, dagli sfregi a Maria (conforto dei migranti) consistenti nelle politiche di respingimento e di remigrazione, dalla profanazione di Maria (consolatrice degli afflitti) istituzionalizzata in un mondo dominato dall’egoismo e dall’ingiustizia, dalla dissacrazione di Maria (salute degli infermi) operata nella priorità delle spese belliche rispetto agli stanziamenti per la salute, dalle offese a Maria (aiuto dei cristiani) conseguenti all’indifferenza con cui  chi si dichiara cristiano guarda alle sofferenze del prossimo, dalla furia iconoclasta verso (Maria Assunta in cielo) allorché la speranza non alimenta i nostri sforzi e la carità non illumina la nostra vita quotidiana.

I deboli, gli umili, gli affamati, i pacifici, i miti soccombono ai superbi, ai potenti, ai ricchi, ai guerrafondai: questa è la vera profanazione del volto di Maria, che è stata assunta in cielo e che noi facciamo finta di pregare affinché ci aiuti dall’alto, mentre la insidiamo dal basso con le nostre demoniache scelte di vita.

Le bombe nel bicchiere

Ho fatto mettere quella bomba perché Ranucci era in pericolo, era minacciato. Una bomba per il suo bene, per fargli alzare i livelli di protezione”. Valter Lavitola parla per oltre cinque ore davanti al gip di Roma e ammette di essere lui il mandante dell’attentato al conduttore di Report, nell’ottobre dello scorso anno. Un interrogatorio di garanzia in cui l’imprenditore offre una versione con molti aspetti ancora da chiarire e sui quali la procura farà i necessari approfondimenti. (ansa.it)

Non ho seguito la vicenda giudicandola una mera tempesta nel bicchiere dentro il quale c’è da una parte la volontà di sputtanare un giornalista scomodo e con lui tutto il giornalismo d’inchiesta che rompe i coglioni al regime e dall’altra parte una sorta di fastidioso protagonismo che non si riesce a capire se architettato o subito. Il tutto preparato e cotto nella solita pentola maleodorante degli attacchi, più faccendieri che pericolosi, alla vita democratica del Paese.

«Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza». Lo scrive Sigfrido Ranucci su Facebook in un post dal titolo “La voce che spaventa”. «Muoiono tutti nello stesso modo – prosegue il giornalista -, non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto un attimo prima degli altri il disegno di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta». (unionusarda.it)

Non ho capito cosa intenda Ranucci: forse sarebbe meglio che spiegasse il suo pensiero, evitando di creare ulteriore confusione e di provocare ulteriori strumentalizzazioni. Tutto sommato, sarebbe meglio farsi spiegare la vicenda dai taxisti romani, che la sanno lunga sui segreti della vita politica.

Vedo in controluce due vittimismi che si scontrano o addirittura che si sostengono a vicenda: quello coordinato e continuativo del governo allo sbando e quello di una stampa autoreferenziale che si monta la testa e rischia di mordersi la coda. Stregoneria politica di un apprendista o disegno politico di visionari male assortiti? L’unico ad averlo capito sembra Matteo Salvini, che punta alla sospensione tout court di Ranucci dalla Rai: forse teme future inchieste sui retroscena del ponte sullo stretto di Vannacci? A pensar male…

 

 

 

La sinfonia dell’ipocrisia

«Il Nobel per la pace ai bambini palestinesi»: salgono a migliaia le adesioni della società civile. Docenti, professionisti, sindaci e parlamentari, da Schlein a Bersani, ma anche tanta gente comune. Critica la Comunità ebraica milanese. Oltre 3.000 adesione in poche ore alla mail petizione.gaza@avvenire.it: cittadini comuni, sindaci, professori di scuola e di università, professionisti, sacerdoti e suore. L’iniziativa di Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia a Napoli, “Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza” ha avuto vasta risonanza anche nel mondo della politica. Si contano le adesioni della segretaria del Pd Elly Schlein, che chiede di «non far cadere il silenzio su Gaza e sulla situazione drammatica dei minori», e tra gli altri di Peppe Provenzano, Pier Luigi Bersani, Ilenia Malavasi, Silvia Costa, degli europarlamentari Sandro Ruotolo e Matteo Ricci, che osserva: «È un gesto simbolico, ma serve a rompere il silenzio assordante che si è creato intorno alla questione palestinese». Sottoscrive anche Roberta Mori, coordinatrice nazionale delle donne democratiche. Ancora, si registra il “sì” degli ex ministri Livia Turco e Andrea Orlando, e di sindaci come Dario Veneroni (Vimodrone). Critico sull’iniziativa, invece, il presidente della Comunità Ebraica di Milano, Walker Meghnagi: «Anche io piango per i bambini palestinesi vittime di questo terribile confitto. Ma tracciare una linea di demarcazione sulla sofferenza dei più piccoli è pericoloso. Un’iniziativa come questa cancella i bambini ebrei, anch’essi travolti da una guerra non certo voluta da Israele. È un’apartheid morale». (“Avvenire” – Antonella Mariani)

 

 

Una delle immagini che la Apple ha scelto per pubblicizzare i suoi smartphones mostra in primo piano un bambino piccolo che ne tiene in mano uno, sorridendo. Le sue mani sono sporche di pappa e il messaggio che accompagna tale immagine è: «Tutto ok, è iPhone». La campagna è internazionale e lo slogan originale in inglese suona così: «Relax, It is iPhone». Nelle intenzioni del pubblicitario, l’immagine avrebbe dovuto servire a far comprendere che nessuno può danneggiare un iPhone, nemmeno un quasi neonato maldestro con le mani sporche di pappa. L’emozione che il pubblicitario intendeva evocare era “compassione”: non verso il bambino, ma verso lo strumento digitale. Il pubblicitario avrebbe voluto dire con la sua immagine al suo “spettatore tipo”: «Lo so che temi che quel bambino con quelle mani sporche di pappa danneggi lo strumento tanto prezioso, magari facendolo pure cadere a terra». La preoccupazione dello spettatore avrebbe dovuto essere sollecitata dal rischio di danno e caduta dello smartphone, con le rilevanti conseguenze economiche da sostenere per la sua riparazione o sostituzione. Invece è accaduta una cosa strana, perché un mondo vastissimo, composto di genitori, educatori, ma anche tanti adulti comuni, vedendo quell’immagine si è sentita provocata, offesa, sfidata. Perché non ha provato compassione per lo smartphone, ma per il bambino che lo tiene tra le mani. Tanto che in Italia in questi giorni questa immagine pubblicitaria si sta rivelando un clamoroso autogol per l’azienda che l’ha promossa. (“Avvenire” – Alberto Pellai, medico psicoterapeuta, Dipartimento scienze biomediche per la salute dell’Università studi di Milano)

 

Sui bambini si scatenano le contraddizioni della nostra società: dopo essere massacrati con la guerra e con tutte le ingiustizie di questo mondo vengono utilizzati, in un crescendo rossiniano di ipocrisia, per sensibilizzare la gente sui problemi drammatici del mondo stesso con tanto di disquisizioni etico-politiche (un escamotage in buona fede più per mettere a tacere le coscienze anziché scuoterle e interrogarle), vengono messi su una sorta di graticola consumistica dalle organizzazioni umanitarie impegnate in loro soccorso (per strappare beneficenze abbastanza fini a se stesse con iniziative dal discutibile bilancio costi-benefici) e persino vergognosamente strumentalizzati tout court a profani fini pubblicitari (la pubblicità è l’anima della società).

Tutti cani che si mordono la coda: situazioni che si ripetono senza fine e rappresentano un cerchio chiuso, un problema che crea se stesso. Non si arriva mai a una soluzione.

La più nitida e spietata delle fotografie l’ha scattata papa Francesco: «Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia».

La frase “I giochi dei bambini non sono giochi, e bisogna considerarli come le loro azioni più serie” è una celebre citazione del filosofo Michel de Montaigne. Esprime un concetto fondamentale: per l’infanzia il gioco non è un passatempo vuoto, ma il modo principale per capire il mondo, elaborare le emozioni e crescere. Ebbene, come ha raccontato il cardinale Pizzaballa, nella striscia di Gaza i bambini giocano coi topi provenienti dalla spazzatura in cui sono costretti a sopravvivere.

Forse sarebbe meglio tacere e riflettere, perché ogni tentativo di denuncia rischia di diventare demagogico, ogni “buona azione” rischia di essere una presa in giro, ogni medaglia etica ha il suo rovescio amorale, ogni iniziativa umanitaria rischia di perdersi nel mare dell’ipocrisia, ogni sguardo critico diventa sterile esercizio sentimentaloide.

Ognuno nel suo piccolo faccia fino in fondo il proprio dovere a tutti i livelli, senza voler strafare perché si peggiorerebbe la situazione. «Quello che facciamo non è che una goccia nell’oceano. Ma se questa goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe qualcosa». Questa è la celebre frase di Madre Teresa di Calcutta.

Ricordo che mio padre, con la sua solita e sarcastica verve critica, di fronte agli insistenti messaggi sulla morte di un bambino per fame ad ogni nostro respiro, si chiedeva: «E mi alóra co’ dovrissja fär? Lasär lì ‘d tirär al fiè?». Lo diceva non tanto per mettere a tacere la sua coscienza, ma per mettere fine ai pietismi etici e politici di maniera, che non servono a nulla e vanno molto di moda.

Attenti a quelle due

Giorgia Meloni e Mette Frederiksen, insieme per mandare un “messaggio congiunto all’Europa” e dire no a “un’immigrazione incontrollata”. Nel vivo della crisi diplomatica con la Spagna, e punta dagli annunci della Germania circa la volontà di espellere in Italia i migranti che hanno avuto come primo accesso in Europa le coste del Belpaese, l’asso di Giorgia Meloni è una lettera firmata insieme alla premier socialista danese, Mette Frederiksen. Sintesi della missiva: all’Ue serve la linea dura, senza la minima riserva sui «centri di rimpatrio in Paesi terzi», misura che non piace, in Europa, al progressista Sanchéz e al liberale Macron.

Meloni con la leader socialista danese dice «no» a una «immigrazione incontrollata». Diverse per formazione politica, le due si dichiarano unite «dal desiderio di difendere l’Europa» dagli «impatti negativi» di flussi fuori controllo. Puntando tutto, appunto, sui «centri di rimpatrio in Paesi terzi», che pure lo stesso Ppe caldeggia.

Non è solo una questione «di sicurezza dei cittadini», argomentano le uniche due donne premier in Ue. Ne va anche di quel «patrimonio culturale cristiano» di cui si dicono «orgogliose», che va «protetto» da chi invece può «cercare di imporci modelli di vita che non condividiamo». In più, sottolineano, «il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo col rispetto dei valori europei», che si tratti di «migranti illegali» o anche dei «milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente nelle nostre Nazioni e in tutta Europa».

Le leader di Italia e Danimarca azionano tutte le leve della retorica anti-clandestini, dall’aumento «della criminalità» alla «crescente pressione sui servizi pubblici» fino alla «erosione della fiducia dei cittadini», senza risparmiarsi di sottolineare quanto sia «grave» quando persone «prive del diritto di rimanere» in territorio europeo commettono «crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali». (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Queste due signore dimostrano che essere donna impegnata in politica non vuol dire essere diversa dagli uomini, che essere di destra o di sinistra è diventato un fatto incidentale e insignificante, che difendere l’Europa cattolica non vuol dire essere in linea con la Chiesa ed i suoi insegnamenti, che i governanti a livello europeo, come diceva mia sorella, sono tutti fascisti, che la narrazione anti-immigrati è condivisa e insistentemente propalata, che dietro la facciata della difesa dei valori dell’Europa, si nasconde, come ha recentemente affermato Corrado Lorefice, vescovo di Palermo, la crisi profonda della sua civiltà il rinnegamento  di se stessa in quanto patria del diritto e del riconoscimento di ogni donna e di ogni uomo in quanto appartenenti a una comune umanità, a una fraternità universale che ci supera.

I casi sono due: o sono affetto da sclerosi politica galoppante al punto da non capire le dinamiche della società europea oppure esiste una totale mancanza di respiro ideale che mi turba e mi colloca la di fuori della triste realtà.

Comunque sia, faccio molta fatica a vedere un po’ di luce: mi resta soltanto quella dello Spirito Santo, che non è cosa da poco e, tanto per restare alla B. V. Maria Assunta al cielo, quella della preghiera profetica: “I superbi siano dispersi nei pensieri del loro cuore; i potenti siano rovesciati dai troni e finalmente innalzati gli umili; siano ricolmati di beni gli affamati; i pacifici siano riconosciuti come figli di Dio e i miti possano ricevere in dono la terra”.

Il fango boomerang di Bignami

Mi sento in dovere di tornare a botta calda sulla miserevole e demenziale performance del capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami: ha gettato fango sulla memoria del presidente Oscar Luigi Scalfaro coinvolgendo persino la sua orgogliosa e qualificante appartenenza all’Azione Cattolica. Questo fango me lo sono sentito addosso e lo voglio rispedire immediatamente al mittente. La mia formazione religiosa e politica si basa proprio sull’Azione Cattolica in cui mi onoro di avere militato (da fiamma bianca ad aspirante, da pre-ju a juniores, da seniores a etc. etc.) e proprio dall’Azione Cattolica ha preso spinta il mio impegno in politica: credere in Dio, obbedire al Vangelo, combattere per la libertà e la democrazia. Una sintesi educativa molto diversa da quella a cui probabilmente si rifà lo smemorato Fratello d’Italia.

Il mio puntuale amico Pino mi ha plasticamente così “messaggiato”: «Complimenti al Cretinetti Bignami: una bella pestata che ha suscitato una dura reazione dell’Azione Cattolica…e toccare l’A.C. vuol dire toccare la gerarchia (leggi tutta la Chiesa) …bravo, bravo, Galeazzo …continua così…».

Oltre tutto Scalfaro era un centrista (ce ne vorrebbero oggi di centristi così…) all’interno della Democrazia Cristiana: io, nel mio piccolo, aderivo alla corrente della sinistra sindacal-aclista fondata da Giulio Pastore il cui figlio era un sacerdote, don Pierfranco Pastore, assistente nazionale del movimento aspiranti dell’A.C. Questo per dimostrare quale zeppa di cazzate storiche, etiche e politiche abbia messo assieme questo disonorevole Bignami a cui consiglierei almeno la lettura di qualche “bignami”, vale a dire di piccoli libri di scuola che riassumono in modo breve e semplice tutte le cose importanti delle materie in cui si è andato goffamente e scioccamente a misurare.

Quando ascoltavo gli interventi di Scalfaro non ancora presidente della Repubblica mi stupivo dell’onestà e della vivacità intellettuali con cui riusciva a coniugare fede e politica.  Da presidente della Camera e da capo dello Stato mantenne viva tutta la sua coraggiosa e coerente testimonianza di cattolico prestato alle istituzioni della Repubblica. I meloniani dovrebbero soltanto pulirsi la bocca e poi avere il buongusto di tacere: stanno raggiungendo la vetta della loro povertà etica, intellettuale, morale e politica. Servirà per delineare una sorta di contrappasso politico-elettorale? Magari Bignami si rifà alla celebre frase “nel bene o nel male, l’importante è che se ne parli” (spesso legata al pensiero di Oscar Wilde o a icone come Salvador Dalì), che riassume la teoria secondo cui la visibilità batte sempre l’oscurità. Ecco perché bisogna reagire e riportare a visibilità un passato fulgido che ha il potere di oscurare il presente tenebroso.

C’è un’immagine di 27 anni fa che coi fatti risponde al fango gettato dal capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, sulla memoria del presidente Oscar Luigi Scalfaro. È il 21 marzo 1999, siamo a Corleone in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie promossa dall’associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti. Sul palco ci sono Scalfaro, il presidente della Camera, Luciano Violante, e il vicepresidente del Consiglio e futuro capo dello Stato, Sergio Mattarella.

Per Scalfaro non è la prima partecipazione all’importante iniziativa di Libera. Nel 1996 era in piazza del Campidoglio a Roma per la prima edizione, ma questa di Corleone ha un diverso valore, anche perché è la prima presenza di un presidente della Repubblica nel luogo simbolo del potere di “cosa nostra”. «Mi disse – ha più volte raccontato don Luigi Ciotti – che il suo staff era contrario, non per il valore della visita, ma per i problemi di sicurezza. Ma mi disse che fece di tutto per essere presente perché non voleva lasciarci soli». Ci mise la faccia Scalfaro, ma anche le parole che pronunciò su quel palco. Parole importanti, che ben rispondono alle insinuazioni dell’onorevole Bignami. Ed è importante leggerle tutte:«Ci sono le associazioni, ci sei tu don Ciotti. È importante che ci sia tu. Io sono qui perché mi hai chiamato. Mi ha detto “devi venire”. Eccomi! Perché penso che il capo dello Stato debba obbedienza ai cittadini che si impegnano in ogni modo per la salute del nostro popolo. Sono qui per questo. Sono qui per dirti “grazie” davanti a tutti. Per questa iniziativa. Qui c’è una marea di folla, venuta da ogni parte».

Quelle immagini e quelle parole don Luigi le porta sempre con sé nel cellulare, a ricordo di un rapporto strettissimo con Scalfaro che anche dopo il settennato partecipò a molte iniziative di Libera. Sempre con la stessa convinzione. «Il Vangelo e la Costituzione erano i suoi due grandi riferimenti», è un altro dei ricordi di don Luigi, aggiungendo: «Una persona di grande umanità, un cattolico che si interrogava, sapeva tradurre la spiritualità del Vangelo in etica civile». Scalfaro, ha scritto il collega Marco Iasevoli, ha più volte affermato, anche durante il mandato quirinalizio, «che la sua formazione cattolica e i suoi trascorsi in Ac sono stati fondamentali per l’educazione alla libertà». Anche contro le mafie.

Probabilmente l’onorevole Bignami non conosce la storia dell’Azione cattolica che è anche storia di martiri antimafia. Proponiamo un ripasso. Francesco Ferlaino, magistrato di Corte d’appello a Catanzaro, venne ucciso a Lamezia Terme il 3 luglio 1975. Era presidente diocesano di Ac. Marcello Torre, sindaco di Pagani, fu assassinato l’11 settembre 1980 su ordine di Raffaele Cutolo. Militante fin da ragazzo in Ac, della quale fu anche dirigente. Rosario Livatino, giudice ad Agrigento, ucciso il 21 settembre 1990, e beatificato il 9 maggio 2021, aveva aderito all’Ac fin dal liceo, frequentando poi l’associazione del suo paese Canicattì. Don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio, ucciso il 15 settembre 1993, era cresciuto spiritualmente in Ac della quale fu assistente e educatore. Tutti martiri che proprio nella formazione e nel cammino associativo avevano appreso come saldare Cielo e Terra. Certo non frequentando ristoratori condannati per mafia.

La memoria è una cosa molto seria e va esercitata con verità. Non per accaparrare consenso e voti. L’antimafia ha solo il colore della libertà, darle un colore politico, oltretutto falsando i fatti, serve solo alle mafie. (“Avvenire” – Antonio Maria Mira)

 

L’Italia non è Fidanza…ta con La Russa

Commemorando Marcinelle, il presidente Mattarella ha detto fra l’altro: «siamo invitati a riflettere sul prezzo umano che venne pagato e ad agire, affinché simili sciagure non abbiano a ripetersi e la gestione dei flussi migratori obbedisca a criteri di rispetto della dignità delle persone». Quest’ultimo passaggio offre una chiave di lettura oggettivamente diversa da quella offerta, negli ultimi giorni, da Giorgia Meloni, dal Governo e da FdI, che hanno puntato molto sulla commemorazione di Marcinelle non solo per ricordare il ruolo storico di Tremaglia nell’istituire la memoria della tragedia, ma anche per ribadire la propria politica di contrasto all’immigrazione “irregolare”.

Ma non è finita qui.

Poi scatta la polemica. A causarla, la scelta di alcuni sindacalisti con bandana rossa di girarsi di spalle mentre prende la parola Ignazio La Russa. Il primo a segnalarlo è il meloniano più influente a Bruxelles, Carlo Fidanza. La premier coglie l’assist al balzo e scrive sui social: «Voltare le spalle durante la commemorazione di Marcinelle è un gesto grave e vergognoso». Meloni punta il dito contro «alcuni rappresentanti della Cgil» che si sarebbero voltati mentre La Russa leggeva il messaggio di Mattarella. Il segretario Maurizio Landini non ci sta e da Marcinelle replica: «Un certo signor Fidanza ha preso un colpo di sole. Perché la Cgil non si gira mai dall’altra parte, tantomeno nel rispetto del presidente della Repubblica. Trovo singolare che il nostro presidente del Consiglio trovi il tempo di commentare delle bugie». A chiarire i fatti i diretti protagonisti, che non sono della Cgil. «Siamo stati noi», dicono i rappresentanti del sindacato belga Fgtb-Charleroi rivendicando il gesto. «L’Italia – scrive il sindacato belga sui social – è rappresentata da Ignazio La Russa, cofondatore di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, che ha più volte espresso indulgenza nei confronti dell’eredità del fascismo di Mussolini. Molti minatori italiani del Bois du Cazier erano fuggiti dal regime o si erano uniti alla resistenza antifascista». (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Sono d’accordo col Presidente della Repubblica, ma mi sento in dovere di solidarizzare anche con i sindacalisti belgi, che hanno avuto il coraggio di dire apertamente quello che molti pensano e non dicono in base alla balla del fascismo che non esiste più e per riguardo al politicamente corretto, finendo per considerare bigi tutti i gatti.

Sergio Mattarella ha detto, col suo usuale linguaggio felpato, adottato anche per carità di patria, sostanzialmente le stesse cose dette dai sindacalisti belgi. Mi chiedo: è meglio evitare la polemica per non fare il gioco del falso perbenismo della destra oppure è meglio dire le cose come stanno indipendentemente dall’opportunismo politico-elettorale.

Ricordo come un po’ di tempo fa durante il programma “otto e mezzo” su La 7 il filosofo Massimo Cacciari in polemica col giornalista Andrea Scanzi abbia sostenuto: “Il fascismo è storia finita, il pericolo non è più questo. Basta con questa balla! Basta con questo discorso!”. Scanzi ha ribattuto efficacemente: “Non me ne frega niente se quello che dico porta voti o no alla Meloni; se uno prende il 40% dei voti facendo una gara di rutti, non per questo mi astengo dal polemizzare per paura che arrivi al 45% dei voti”.

I sindacalisti belgi con il loro provocatorio atteggiamento hanno fatto il gioco di Meloni e La Russa, prontissimi, come sempre, ad autovittimizzarsi? Non me ne frega niente! La verità è che siamo rappresentati a livello istituzionale e governati da personaggi che hanno molto a che fare col fascismo di ieri e di oggi. Dirlo è sacrosanto e doveroso è, partendo da questa verità storica, costruire alternative, lasciando perdere i sofismi del centrismo, del riformismo, del moderatismo e chi più ne ha più ne metta.

In Europa si parla il “trumpese”

Certo quello tra Sánchez e Meloni è diventato un tormentone redditizio per la sinistra e la destra europea, italiana e spagnola. Ma c’è un momento in cui i vantaggi lucrati dalla polemica quotidiana iniziano a diventare stucchevoli e irragionevoli. Spagna e Italia sono Nazioni in prima linea nel far fronte ai flussi migratori, ed entrambe hanno un bisogno disperato di più Europa. Ma le due leadership hanno deliberatamente deciso di acuire le divisioni dentro l’Unione anziché sanarle. L’Italia mettendo in piedi una impropria, cinica ed esagerata “sospensione di Schengen” che, lo dicono le stesse autorità italiane, si sta realizzando attraverso una blanda, simbolica e formale (per non dire inutile) azione di controllo. Più scenografia e slogan che realtà. La Spagna sancheziana a sua volta non sembra aver alcun interesse ad alleggerire la tensione: la decisione di iniziare controlli simmetrici alle frontiere nei confronti di voli e navi provenienti dall’Italia dimostra che il gioco di specchi piace e serve anche a Madrid. Il punto è che non serve all’Europa e serve invece a tutti i nemici dell’Europa, che gongolano. Ed è questo il punto che dovrebbe convincere i due leader a far rientrare la crisi degli ultimi giorni, a rinunciare anche al prevedibile rimpallo sul “chi ha iniziato prima” (l’accusa che Sanchez muoverà a Meloni) e su chi ha agito per ritorsione anziché per elementi oggettivi (è quanto dirà Roma a Madrid). Le due cancellerie riprendano piuttosto il lavoro comune. Non solo sui migranti, tema che tra l’altro è stato oggetto di una riunione europea appena pochi giorni fa – riunione già ridotta a barzelletta da questa ennesima lite intergovernativa -. Italia e Spagna hanno interessi convergenti sul bilancio europeo, sul debito comune, sul pilastro sociale dell’Unione. Meloni ha giocato la sua carta sovranista, Sánchez la sua carta progressista. Ognuno ne ha ricavato o pensa di averne ricavato qualcosa. Ora torni la responsabilità e giochino insieme la carta europea: la corda che stanno tirando rischia di spezzare la fragile tela dell’Unione. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Sarò un fazioso anti-italiano, sarò un pregiudiziale simpatizzante filo-spagnolo, sarò un inguaribile antipatizzante meloniano, ma faccio come Roberto Benigni. Durante una campagna elettorale in cui si contrapponevano Berlusconi e Prodi, con la sua impareggiabile verve ironica, disse nel pieno di una trasmissione televisiva della Rai, fregandosene altamente della par-condicio: «Io non sono di parte, ma Berlusconi non mi piace…».  Non ho l’autorevolezza del grande Benigni, ma provo ad imitarlo: «Io faccio l’europeo in barile, non mi schiero, ma Giorgia Meloni non mi piace…anche perché mi ricorda tanto l’approccio internazionale di…».

Mio padre, quando gli capitava di ascoltare qualche notizia riguardante provocazioni fra nazioni, incidenti diplomatici, contrasti internazionali, era solito commentare: “S’ag fis  Mussolini, al faris n’a guera subita. Al cominciaris subit a bombardar”.  Ci sono tanti modi per fare la guerra…

Non c’è dubbio che a fare la prima mossa ostile sia stato il governo italiano con una insensata sospensione degli accordi di Schengen: non si può gettare benzina sul fuoco per poi pretendere che gli altri lo spengano.

Fatto sta che l’Italia non perde occasione per disfare la tela europea nella notte delle drammatiche emergenze internazionali: ha la vocazione di schierarsi sempre dalla parte sbagliata. Un tempo si schierava omertosamente col vincitore, oggi contro chi ragiona e parla in “europese”, preferendo comunque e nonostante tutto il “trumpese”.

Sanchez ha avuto l’ardire di prendere posizione contro Trump in ordine alla sua bellica e antieuropea politica internazionale e non vorrei che Giorgia Meloni innescando questo folle scontro con Sanchez, intendesse fare un favore a Trump (il nemico del mio nemico Sanchez è mio amico) oltre che a Vannacci (il nemico del mio amico Salvini è mio amico).

Spero che Sanchez faccia prevalere la ragionevolezza e ci allunghi una mano. Sì, perché, oltre ai marocchini, in mare ci siamo finiti anche noi e non riusciamo a sbarcare sulle coste della vera Ue.

 

 

Una sinistra “affettuosa”

Più progressisti, ma divisi: così i Dem americani provano a ripartire. Dalle urne delle primarie sono usciti vincenti candidati socialisti, ambientalisti, populisti. Premiata l’attenzione ai temi sociali ed esteri. È questo il collante della nuova sinistra, che ha sostituito il linguaggio identitario degli ultimi decenni con una politica fatta di prezzi, asili nido, assistenza sanitaria, salari e bollette. I nuovi candidati parlano di tassare i grandi patrimoni, ampliare i servizi pubblici, ridurre la spesa militare e spostare risorse verso scuole, famiglie e infrastrutture. (“Avvenire” – Elena Molinari – New York)

Dai democratici Usa sembra arrivare un invito a spingere sull’acceleratore del progressismo a costo di perdere per strada qualche zavorra di moderatismo. Non conosco le dinamiche socio-politiche degli Stati Uniti, ma ritengo che sia opportuno riflettere su questo indirizzo applicabile anche alla sinistra italiana.

Matteo Renzi sostiene che in Italia e nel mondo esistono strutturalmente due sinistre distinte e inconciliabili per idee su economia, energia e politica estera. È il concetto delle due sinistre. Secondo la visione espressa da Matteo Renzi, la divisione riflette visioni culturali e programmatiche profonde: una sinistra riformista, liberale, moderata e atlantista (ispirata al riformismo europeo e ai democratici americani moderati); una sinistra più radicale, movimentista o populista (segnata da posizioni diverse su giustizia, esteri ed economia). L’argomento viene usato per rimarcare l’eterogeneità dell’alternativa di governo e la distanza su nodi cruciali come la politica internazionale.

Non so se si tratti della scoperta dell’acqua calda, anche se a volte serve capire da dove viene l’acqua calda. La sinistra italiana è da una parte dilaniata dalla corsa, a volte strumentale, verso il radicalismo ideologico: chi lo punta in senso pacifista (il no alle armi all’Ucraina), chi lo porta sul terreno dei diritti civili (soprattutto in riferimento al mondo LGBT); dall’altra parte è tormentata e stiracchiata dalle sirene centro-moderate. Su tutto prevalgono interessi squisitamente elettorali in cerca della combinazione giusta per battere la destra o magari solo per conquistare il potere.

Credo che in questo momento storico i cittadini-elettori non siano molto interessati alle questioni identitarie, ma alle soluzioni concrete dei problemi. La destra sta trascinando il Paese verso un terreno di scontro sul tema della sicurezza tout court, impostandolo come totem ideologico e non come sintesi sociale.

La sinistra farebbe un gravissimo errore a rincorrere gli umori populisticamente alimentati dalle cronache, virando su un riformismo all’acqua di rose prospettato da un centro più perbenista che moderato, più opportunista che propositivo. Sembra che ci sia più paura di perdere i voti che impegno a conquistarli.

Non è il momento degli equilibrismi, ma delle scelte coraggiose. La nostra Costituzione, che sembra stare a cuore agli elettori italiani, non è un esercizio di equilibrismo, ma un esempio di compromesso ai livelli più alti. Si parta di lì per costruire accordi tra le due sinistre, non per occultare le differenze, ma semmai per valorizzarle, evitando gli errori delle passate fusioni a freddo, per rivitalizzare le ispirazioni ideali e per offrire ai cittadini un’alternativa di governo credibile e concreta.

Norberto Bobbio ha definito l’identità della sinistra attraverso il valore fondamentale dell’eguaglianza. Nel suo famoso saggio Destra e sinistra del 1994, sosteneva che la sinistra si distingue per la volontà di ridurre le disuguaglianze tra gli uomini, a differenza della destra che le ritiene naturali o ineliminabili. Gli esponenti della sinistra provino almeno ad esercitarsi su questo canovaccio, tentino convintamente di tradurre il valore dell’uguaglianza in scelte politiche a livello nazionale ed internazionale.

Spero che la mia non sia soltanto una mozione degli affetti, un’espressione della retorica classica che significa l’arte di commuovere, toccare il cuore o suscitare sentimenti profondi (come pietà, rabbia o simpatia) in un pubblico o in un giudice. Vista così mi va comunque bene…