Politica, dalla sfiducia può nascere slancio

«Siamo il Movimento 17 Ottobre. Non abbiamo un presidente, un segretario, un portavoce da invitare in tv, una sede da perquisire o una tessera da vendere. Siamo giovani che hanno deciso di smettere di aspettare». Non siamo una sigla. Siamo un processo: un movimento non strutturato nato per prendere iniziativa e far avanzare la coscienza politica collettiva dei giovani in Italia. Prima di chiederci cosa chiedere, vogliamo capire insieme perché ci è stato tolto tutto, chi ce l’ha tolto e come riprendercelo.

Questa scelta è politica e non un’assenza di politica. Le ragioni sono tre. Non ci fidiamo delle istituzioni e di questo governo. Non ci fidiamo delle strutture politiche classiche. Perché partiti e sindacati istituzionali sono parte dello Stato che contestiamo, e li trattiamo di conseguenza. Quelli extraistituzionali, a partire dalle realtà di movimento che da decenni cercano di lucrare sulle lotte e di monopolizzarle, per noi non sono all’altezza della causa». «Ci tuteliamo dalla repressione e dei fascisti». «Un movimento con un capo ha un bersaglio. Un movimento con un indirizzo ha un’irruzione. Un movimento con un elenco di iscritti ha un fascicolo. Noi non offriamo bersagli.

Abbiamo studiato chi prima di noi ha fatto tremare il potere senza lasciargli un volto da colpire: l’Egitto del 2011, dove una piazza senza leader ha messo in crisi un regime trentennale; la Tunisia, dove tutto è cominciato; Hong Kong 2019 e il suo «be water», organizzarsi in modo decentrato, adattivo, imprendibile; il Sudan, con i comitati di resistenza di quartiere; Algeria e Libano, dove le piazze hanno rifiutato di farsi rappresentare dai vecchi equilibri; il Cile del 2019, esploso dal basso; gli Indignados e Occupy, con le assemblee permanenti; gli studenti serbi, con i loro plenum orizzontali; la Gen Z in Marocco, coordinata senza capi attraverso canali digitali. Ognuna di queste esperienze ha avuto i suoi limiti e le sue sconfitte, e proprio per questo le abbiamo studiate: per imparare da ciò che ha funzionato e da ciò che è stato schiacciato.

Non ci basta che la piazza sia solo protesta. La protesta da sola si consuma. Vogliamo che ogni momento di piazza sia anche discussione, dibattito, crescita politica. Che si formi una dialettica viva, spontanea e forte, dal basso, tra persone diverse che si ascoltano, si scontrano sulle idee e si trasformano a vicenda. Intendiamo prendere in mano il nostro futuro. Non lasciarlo nelle mani di questi cleptocrati che lo hanno ipotecato, venduto e svuotato prima ancora che potessimo viverlo. Non vogliamo un posto al tavolo di chi ci ha tolto la sedia: vogliamo costruire un altro tavolo, tutti insieme, dal basso».

Il Movimento 17 Ottobre prende il nome dalla data di sabato 17 ottobre 2026, il giorno in cui è iniziata una grande manifestazione nazionale contro il carovita in diverse città italiane.

La protesta originaria era stata promossa dalla rete nazionale “Italia in piazza”. Tuttavia, a seguito degli scontri, delle tensioni e delle successive proteste spontanee nei giorni seguenti, alcuni membri fuoriusciti hanno deciso di staccarsi dalla rete principale, giudicata troppo moderata e centralizzata.

Questo gruppo di giovani ha quindi fondato il Movimento 17 Ottobre, battezzandolo con la data simbolo che ha dato il via alla loro mobilitazione permanente. Il movimento si organizza in modo decentralizzato e autonomo principalmente attraverso canali Telegram e pagine Instagram.

Ho letto con grande interesse il comunicato con cui i giovani del movimento 17 ottobre si sono presentati alla ribalta protestataria per fare chiarezza nell’allarmistico clima opportunisticamente creato [la miglior(?) difesa del potere è sempre l’attacco a chi contesta] e che ho sinteticamente, ma letteralmente soprariportato in grassetto.

Il quadro delle scelte non è l’antipolitica, ma l’ansia politica derivante dalla sfiducia nelle istituzioni, nei partiti, nei sindacati, nei movimenti anarchici e antagonisti, senza offrire bersagli alla repressione fascista.

Importante è l’internazionalismo storico dell’anti-potere, che diventa fonte, lezione ed ispirazione teorica e sperimentale.

Forte è l’anelito democratico che va oltre la protesta per farne una spinta dal basso alla formazione politica e alla costruzione di un futuro alternativo.

La condanna della violenza è implicita: nel rifiuto del movimentismo fine a se stesso e nell’impegno a superare la protesta meramente negativa.

Ritengo ci sia molto da riflettere su questa giovanile e fin troppo matura provocazione. Guai a volerla osteggiare o strumentalizzare. Bisogna lasciare che si esprima in tutta la sua potenzialità. Finalmente qualcosa di notevole si è mosso nella nostra società: un sessantotto riveduto e corretto? Molto meno sul piano culturale e generazionale, molto di più sul piano socio-politico. Ci sarà chi si lascerà umilmente contestare e interrogare?  Ci sarà chi avrà la pazienza di dialogare dal basso senza insopportabile paternalismo e senza storico sussiego? Non so cosa succederà nelle università, nelle piazze, nei social. Sono quasi sicuro che, come capita per certe medicine, all’inizio non si avrà alcun effetto elettorale a breve (anzi!), ci vorrà il suo tempo, ma qualcosa si verificherà e qualcosa cambierà. Sono dispiaciuto di essere vecchio al punto da non poter vedere gli eventuali effetti a medio e lungo termine. Mi accontento di fare discretamente un tifo speranzoso e in questo senso mi permetto, bonariamente ma convintamente, di suggerire tre piste di approfondimento culturale: Europa, pace e Costituzione.

La politica, che registra giustificata diffidenza verso istituzioni, partiti e sindacati, non trova sbocco e ripresa nella Costituzione italiana?   Il futuro sottratto ai cleptocrati non trova collocazione geopolitica nella vera Europa, quella dei pionieri, tradita dai governanti e retta dai burocrati? Sull’altro tavolo alternativo a cui sedersi non c’è al centro quale sorgente e foce il tema della pace?

 

La società assediata e il sesso della politica

I concetti di Sagunto e del sesso degli angeli si collegano in italiano attraverso l’uso di due famose espressioni idiomatiche utilizzate per descrivere l’atto di perdere tempo in discussioni inutili e teoriche mentre incombe un pericolo imminente o grave.

Spesso i due riferimenti storici vengono fusi in un’unica riflessione o citazione letteraria e giornalistica per rafforzare il concetto di cecità di fronte alle urgenze reali.

La prima espressione fa riferimento all’assedio della città spagnola di Sagunto da parte del generale cartaginese Annibale nel 219 a.C., evento che scatenò la seconda guerra punica. Lo storico romano Tito Livio, nelle sue Storie, scrisse la celebre frase:

“Dum ea Romani parant consultantque, iam Saguntum summa vi oppugnabatur”
(Mentre i Romani si attardano in preparativi e consultazioni, già Sagunto era espugnata con grandissima violenza).

Il modo di dire viene usato quando ci si perde in cavilli burocratici o discussioni politiche mentre una situazione critica sta precipitando.

La seconda espressione ha un’origine tradizionalmente legata al periodo bizantino. Si racconta che nel 1453, mentre le truppe ottomane di Maometto II stavano assediando e infine espugnando Costantinopoli (ponendo fine all’Impero Romano d’Oriente), i teologi della città fossero riuniti in un concilio per dibattere animatamente di questioni dogmatiche del tutto astratte, tra cui, appunto, la natura teologica o il sesso degli angeli.

Da qui deriva il significato di ignorare i problemi concreti per dare importanza a questioni del tutto marginali.

 

Mi è venuto spontaneo riandare con la mente a queste emblematiche storie davanti alle reazioni a dir poco ostruzionistiche rispetto al clima di protesta ai limiti della rivolta che si è scatenato in Italia (il discorso vale anche per tutta l’Europa).

Da una parte la destra farneticante e repressiva che si limita a criminalizzare le proteste, bollandole globalmente come espressioni violente da combattere senza se e senza ma, a prescindere dal merito delle rivendicazioni delle piazze.

Dall’altra parte una sinistra che continua imperterrita a guardarsi l’ombelico, perdendosi in stucchevoli dispute tardo-ideologiche e dividendosi tra riformisti e radicali, tra populisti e leaderisti, tra programmisti e primaristi, tra moderati ed estremisti, tra campolarghisti e puristi, tra Pd e M5S, tra centro-sinistra e sinistra-centro, e via di questo inconcludente passo.

E tutto ciò mentre si fa caldissima, (dis)articolata e preoccupante la protesta sociale, che rischia di rimanere senza interlocutori e quindi di avvitarsi su se stessa o peggio ancora di diventare ostaggio di movimenti violenti, pur nelle sue comprensibili premesse e nelle sue sacrosante intenzioni.

A chi possono guardare, seppure in modo critico, le piazze in rivolta? Alle istituzioni democratiche che brillano per la loro distanza rispetto alle istanze della società?  Ad una destra che le esorcizza? Ad una sinistra che finge formalmente di rispettarle, ma che le ignora sostanzialmente? Ad un sindacato corporativo e confusionario che non riesce a rappresentarle nonostante i rispettabili, auspicabili ed isolati tentativi di Maurizio Landini?

Parlando di sindacati devo ricordare il mio impegno politico, storicamente fatto di sfide coraggiose al limite del paradosso, regolarmente perse in casa: militavo infatti nella Democrazia cristiana aderendo all’ala progressista, per la precisione alla corrente di matrice sindacal-aclista. Una gara dura anche se, per certi versi, affascinante. Ero segretario di sezione e durante un dibattito congressuale mi permisi di sostenere l’idea del disarmo della polizia nei conflitti di lavoro: era un periodo caldo a livello di protesta e contestazione studentesca e operaia. La mia provocatoria proposta, che peraltro faceva riferimento ad un disegno di legge, presentato in Parlamento da un esponente della sinistra D.C. (se non erro l’onorevole Foschi) e mai approvato, fece andare su tutte le furie alcuni iscritti, in particolare uno che gridò: “I canòn a la polisìa”. Fu la mia caporetto, da quel momento ebbi vita dura e in poco tempo mi spodestarono democraticamente (?) da segretario.

Torno ai giorni nostri.

 «Sono pronta a guidare questa comunità come candidata alla presidenza del consiglio, con o senza le primarie». Elly Schlein lancia la corsa a Palazzo Chigi dall’assemblea nazionale del Pd che con 578 sì, e l’astensione dei riformisti, la designa unica candidata alle primarie prorogandone il mandato da segretaria. La leader dem si dice comunque anche disponibile «ad un programma per allargare l’alleanza»

(…)

«Manca un miglio, noi siamo pronti anche da subito a sederci con le altre forze progressiste. Anche questa settimana abbiamo scritto una risoluzione con 21 punti di politica economica e sociale condivisa. Ma bisogna essere tutti, non da soli, serve tutta l’alleanza progressista che governa nelle regioni. Bisogna allargare, non restringere». E poi, ai riformisti: «Siamo gente che si vuole bene anche quando litiga, anche se a volte ci guardano strano da fuori, si aspettano che scorra il sangue». (“Avvenire” – Redazione romana)

Potranno le piazze in rivolta riconoscersi nei 21 punti di politica economica e sociale ventilati da Elly Schlein? Potranno vedere nella sua candidatura un punto di riferimento seppure problematico? Potranno trovare in questa armata Brancaleone del centro-sinistra un interlocutore a livello di dialogo? Ho molti e seri dubbi al riguardo. Sapranno accontentarsi del male minore di Elly Schlein rispetto al disastro maggiore di Giorgia Meloni? È molto probabile che le convergenze tra piazza e politica restino assai più parallele di quelle genialmente prospettate da Aldo Moro.

 

Il lupo doroteo e l’agnello protestatario

Il discorso della violenza nelle manifestazioni e nelle proteste di piazza è vecchio come il cucco. Da sempre fa da paravento alle responsabilità dei governanti, che lasciano intatti i problemi fino all’esasperazione della gente e fino al punto in cui dilaga la protesta, che purtroppo spesso diventa occasione per sfoghi di soggetti violenti spesso ben lontani dal sentimento di chi protesta.

«Manifestare è un diritto, ma mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è», ha dichiarato la premier Giorgia Meloni, chiedendo alle opposizioni di condannare le violenze senza ambiguità e convocando per oggi un vertice a Palazzo Chigi sull’ordine pubblico. 

Non c’era bisogno che Giorgia Meloni riconoscesse che manifestare è un diritto; forse lo ha fatto perché nel suo sussidiario politico questo sacrosanto diritto non è contemplato. Quanto al vertice sull’ordine pubblico era meglio se nei quattro anni di governo avesse convocato qualche vertice sugli enormi problemi del nostro Paese. La provocatoria richiesta alle opposizioni di condannare le violenze puzza di strumentale lontano un miglio: serve a criminalizzare le proteste e a screditare le opposizioni e niente più. Queste sono le solite cavolate ideologiche che non meritano risposta.

I benpensanti di turno si scandalizzano, i media di regime mostrano le pietre, ma si guardano bene dal considerare le vere motivazioni del malcontento sociale e non considerano le silenziose pietre scagliate giornalmente dai governanti contro chi si trova ad affrontare problemi enormi.

Chi protesta finisce sempre per avere torto: è la favola del lupo e dell’agnello. La favola racconta di un lupo e di un agnello che si abbeverano allo stesso torrente. Il lupo accusa l’agnello di sporcare l’acqua che lui sta bevendo, anche se si trovava più in alto dell’agnello, e, fallito questo stratagemma, di aver detto male di lui, appreso che l’agnello al tempo dei fatti non era ancora nato, il lupo conclude che dovesse essere stato il montone suo padre, e lanciatosi sull’agnello lo uccide e lo mangia.

Chi protesta sporca il quieto vivere anche se sta in basso nella società a subire ingiustizie e, se osa giustificarsi, viene comunque colpevolizzato perché appartiene a una famiglia in cui ci sono dei violenti e, se tenta di distinguersi da chi usa violenza, viene “mangiato” dai media che lo sputtanano sbrigativamente davanti alla pubblica opinione.

Mi spiace, ma non mi unisco al coro dei benpensanti: la violenza non mi entra nemmeno nell’anticamera del cervello, sono portato cristianamente a porgere l’altra guancia, ma non mi sento di pretendere un simile atteggiamento remissivo a chi ha la faccia gonfia per i pugni ricevuti, voglio capire il contesto in cui si verificano gli atti violenti, voglio verificare se si poteva toglierne a monte i motivi, voglio dialogare con chi protesta, voglio approfondire il tema della violenza per individuarne le cause profonde, voglio continuare a pensare convintamente che la protesta è il sale della democrazia, voglio compiacermi del fatto che tanta gente ha finalmente ritenuto giusto scendere in piazza per esprimere le proprie rivendicazioni. Solo dopo aver fatto tutti questi passaggi analitici posso arrivare a individuare e condannare i violenti, che da sempre, spesso in mala fede, si immischiano nelle giuste proteste per rovinarle.

È troppo comodo partire dal fondo, da quel che fa rumore. I detentori del potere non si illudano di risolvere i problemi approcciandoli nella logica della mera difesa dell’ordine pubblico. È lo schema politico delle dittature e delle finte democrazie: la indistinta criminalizzazione di quanti osano disturbare.

Quando mia madre educatamente osava rifiutare gli omaggi col solito manierato “non si disturbi”, mio padre, da provocatore nato, la correggeva immediatamente: “No, no, ch’al s’disturba pur”.  Non dobbiamo avere paura di disturbare e di essere disturbati, ne abbiamo il sacrosanto diritto/dovere, anche se qualcuno ci vorrà far passare da maleducati o da indulgenti verso i violenti.

 

 

Anche le bugie di Trump hanno le gambe corte

Cresce all’interno del partito repubblicano la rivolta contro l’intesa di Donald Trump con Vladimir Putin per importare diesel russo. Almeno otto senatori del Gop hanno espresso pubblicamente contrarietà, e una dozzina — sei repubblicani e sei democratici — ha firmato una lettera aperta chiedendo al presidente di cancellare l’accordo. Tra i firmatari figurano nomi di peso dello schieramento conservatore come Mitch McConnell, John Cornyn, Susan Collins, Lisa Murkowski, Thom Tillis, tutti d’accordo che l’accordo «è un regalo al nostro avversario e un tradimento dei nostri alleati».

Non è una fronda senza precedenti all’interno del Gop di Trump. Pochi mesi fa quattro deputati repubblicani e quattro senatori avevano votato per limitare i poteri di guerra del presidente sull’Iran, e il senatore Bill Cassidy aveva bollato come «sbagliato» il decreto sui vaccini del ministro alla Sanità. La novità è che a protestare non è più il solito drappello di dissidenti, ma i pilastri del partito, a cominciare da McConnell, già capogruppo repubblicano al Senato. Inoltre sull’Iran la spinta veniva da parlamentari opposti al principio di un impegno Usa in conflitti all’estero, mentre stavolta a muoversi sono i falchi anti-russi, che accusano Trump di tradire la linea dura che il Gop ha sempre tenuto verso Mosca. Critiche in questo senso si sono levate anche dal mondo Maga: Laura Loomer, influente voce di destra, ha attaccato l’intesa su X, sostenendo che finanzia la Russia e aiuta l’Iran.

Dietro le dichiarazioni ufficiali, i commenti dell’universo conversatore sono ancora più taglienti. «L’accordo non ha senso — confida un ex collaboratore repubblicano del Senato —. Non abbasserà i prezzi prima del voto e ricorda agli elettori che Trump non ha chiuso la guerra in Ucraina come aveva promesso». Ma la Casa Bianca tira dritto: l’intesa, ha assicurato ieri un portavoce, «aiuterà agricoltori, camionisti e famiglie». (“Avvenire” – Elena Molinari, New York)

Basteranno queste prese di distanza a svegliare l’opinione pubblica americana? Basterà il pur anacronistico ma sempre utilizzabile manicheismo anti-comunista e quindi anti-russo a trasformare Trump da salvatore a traditore della patria? Basterà scoprire l’altarino dell’inganno elettorale energetico a trasformare Trump da profeta del benessere a bugiardo patentato? Basteranno le critiche politiche trasversali a scuotere dal torpore gli elettori americani?

Non sono in grado di valutarlo così come non sono in grado di prevedere gli effetti di un eventuale sconfitta elettorale di Trump nella consultazione di midterm 2026. Temo che gli americani, ammesso e non concesso che abbiano voglia di liberarsi di Trump, dovranno faticare molto: più la politica lo accuserà e più lui cavalcherà l’antipolitica fino ai limiti del colpo di stato. Si sta creando una fitta rete di amicizie all’estero, dalle merende con Putin ai pranzi con Netanyahu, sta devitalizzando l’Europa, sta puntando a un leggero ma importante flirt con la Cina, sta rifondando l’ordine e il diritto internazionali basandoli sulla legge del più forte, sta usando le guerre e le paci come pedine sullo scacchiere internazionale.

Il suo delicatissimo punto di forza (?) è però il feeling con il tecno-capitalismo e i suoi infidi titani che gli presenteranno un conto sempre più salato e insaldabile. Ha quindi un viscido amico economico inaffidabile a cui va aggiunto un garbato ma potentissimo nemico etico: il Vaticano di papa Leone XIV. Su questi due fronti Donald Trump ha sbagliato i suoi piani e non so se riuscita a correggerli.

Insolentire il papa e minacciare gli oligarchi non credo che gli gioverà. E poi, tutto ha un limite ed è ciò che i tiranni di ogni tempo non hanno capito. Anche le bugie mediatiche hanno le gambe corte, le “magate” mostrano la corda, dagli amici bisogna guardarsi, i nemici sono dietro l’angolo e la democrazia, come diceva Chuchill, è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora, autocrazia trumpiana compresa.

La forza del dialogo disarmato e disarmante

Ci sono due modi per impostare i rapporti fra la tragica realtà della guerra e la serena prospettiva della pace.

 

Vediamo l’approccio di Donald Trump: opportunismo, tatticismo, convenienze economiche, minacce, ricatti.

 

L’annuncio del presidente Donald Trump è arrivato a 25 giorni esatti dalle attesissime elezioni di metà mandato del 3 novembre: «La Russia fornirà immediatamente oltre 300mila tonnellate di gasolio al mercato americano e a quello globale, altre 500mila nel mese di novembre e un milione di tonnellate subito dopo», ha scritto venerdì sera su Truth. Ufficializzata dopo una telefonata con Vladimir Putin (che Trump ha pure ringraziato), la svolta è stata dettata dall’urgenza di far scendere il costo medio della benzina, schizzato verso l’alto con la guerra in Iran. Il presidente ha sottolineato: «Sommando queste forniture russe al petrolio proveniente dallo Stretto di Hormuz, di cui abbiamo il controllo totale, i prezzi del gasolio scenderanno per gli americani e per tutto il mondo, in misura record e rapidamente». Propaganda elettorale a spese dell’Ucraina. «Zelensky la smetta di attaccare le raffinerie russe – ha tuonato Trump all’indomani –. È tempo di un nuovo presidente a Kiev». (“Avvenire” – Angela Napoletano)

 

«La connessione si interrompe proprio mentre i droni sono in volo», lamenta il soldato che con un solo display manovrava fino a quattro velivoli intercettori. Per Kiev significa perdere la possibilità di colpire le forze russe e abbattere gli ordigni diretti sulle città. Le restrizioni ai servizi satellitari di SpaceX aprono un nuovo fronte nella crisi con Washington, mentre i bombardamenti di Mosca lasciano senza elettricità circa 600mila persone. E Zelensky annuncia di voler tornare a colpire le raffinerie russe, dopo che Trump ha annunciato un accordo per consentire l’esportazione del diesel russo. (“Avvenire” – Nello Scavo)

 

 

E vediamo l’approccio di papa Leone XIV: appelli, urgenze umanitarie, dialogo, pragmatismo soccorritore.

 

Durante l’Angelus di domenica 11 ottobre 2026, Papa Leone XIV ha lanciato un nuovo e accorato appello per la pace tra Ucraina e Russia, chiedendo la fine degli attacchi contro i civili e le infrastrutture e ricordando l’impatto della guerra sul commercio globale di cereali. (ANSA.it)

 

Il collegamento telefonico è fra il decimo piano del policlinico “Gemelli” di Roma e il Cremlino. Il Papa, da una parte; il presidente russo Vladimir Putin, dall’altra. Conversazione per parlare della guerra in Ucraina, partendo dalle urgenze umanitarie, ossia da quella “via” che sta a cuore alla Chiesa per aprire spiragli di dialogo partendo delle popolazioni colpite da un conflitto e che ha fatto della Santa Sede un interlocutore affidabile sia per Mosca, sia per Kiev. Al centro della telefonata – spiega la Sala Stampa vaticana – la «grave situazione umanitaria» che si sta consumando in una località lungo la linea del fronte in Ucraina: quella di Oleshky, la città della regione di Kherson sulla riva del fiume Dnepr occupata dai russi dove gli abitanti sono allo stremo, imprigionati sotto i bombardamenti, senza più cibo e acqua. «Viva preoccupazione» viene espressa da Leone XIV che chiede «una tregua per consentire l’arrivo di aiuti alimentari e sanitari e l’evacuazione volontaria e sicura della popolazione civile». (“Avvenire” – Giacomo Gambassi)

 

Il dialogo, che trasforma il nemico in controparte, è irrinunciabile, ma deve essere portato avanti nella chiarezza e senza ipocrisie e opportunismi.

La diplomazia è la strada maestra, ma deve mettere al primo posto l’aiuto alle popolazioni stremate e non subdole, minacciose e precarie alleanze che si trasformano in ricatti.

L’amico Pino mi scrive: “Mi rimane sempre dentro il pensiero che Putin non voglia assolutamente negoziare. Chi lo può convincere con Trump dalla sua parte? Un altro inverno di guerra sarebbe un massacro per il popolo ucraino. Gli unici che potrebbero far sedere Putin ad un tavolo sarebbero i cinesi, ma non hanno interesse a farlo e aspettano…cosa li potrebbe convincere, cosa dare in cambio per convincerli? Intatto la stronzetta furbetta se ne cava fuori lasciando a Francesi, Tedeschi e Inglesi la patata bollente di un eventuale negoziato dell’Europa con Putin… Che bel panorama di egoismo mondiale!!! Se gli Usa dovessero togliere l’appoggio dell’intelligence all’Ucraina, sarebbe disfatta totale…e quel diavolo di Elon Musk che butta benzina sul fuoco contro l’Ucraina…

L’unica risposta a questi drammatici dubbi la sta dando il Vaticano: non vedo altro. La politica si esercita a diplomatizzare le urgenze umanitarie, a “ipocritizzare” la diplomazia, a dialogare col coltello sotto il tavolo. L’immediata migliore resistenza alla guerra consiste nello scambio dei prigionieri, nei corridoi umanitari, nel soccorso a chi sta morendo. La prospettica impostazione della pace consiste nel “testardo” dialogo a tutto campo e nella “debolezza” della diplomazia come arma di deterrenza e di fuga da un rischioso pragmatismo bellico.

Oltre rivolgere a papa Leone XIV gli auguri di pronta guarigione sarebbe opportuno che i responsabili delle nazioni si sforzassero di ascoltarlo e di imitarlo, togliendolo da un inarrivabile olimpo per trasferirlo sulla nuda terra. Che differenza c’è fra gli insensati attacchi politici di Trump a papa Leone e gli applausi della Ue (Meloni in prime fila) al pontefice stesso? Nessuna!

 

 

 

 

 

 

 

Un governo ad horas

Il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, chiede «al governo una urgente convocazione ad horas delle associazioni d’autotrasporto, altrimenti dovremo ricorrere alla valutazione di un fermo nazionale e si bloccherà il Paese». «La situazione è molto preoccupante perché l’eccesso di prezzo che sta subendo l’autotrasporto ha generato una situazione di alta tensione fra le imprese di trasporto che è sfociata in proteste spontanee in alcune aree del Paese, proteste che si stanno allargando in queste ore perché abbiamo notizia che altri trasportatori di altre aree, soprattutto del Mezzogiorno d’Italia, si stanno organizzando per fare blocchi stradali», spiega Russo, sottolineando che sono «proteste spontanee, non governate e non proclamate dalle associazioni di categoria, il che rende il quadro ancora più inquietante perché significa che ci si sta muovendo nell’ambito della disperazione degli imprenditori».

Russo ha ricordato che c’è stato «un aumento di più di 50 centesimi al litro» dall’inizio della guerra a oggi, per cui «si porti avanti l’accordo» che è stato siglato col governo a maggio scorso. «Il governo renda disponibile delle risorse che sono state stanziate proprio per il caro carburante ma che ancora non sono arrivate, che mantenga fede all’impegno di prevedere ulteriori stanziamenti di risorse qualora il caro gasolio avesse continuato ad avere queste dinamiche di prezzo. Queste dinamiche di prezzo, purtroppo, ci sono e quindi il governo deve intervenire con ulteriori stanziamenti», conclude Russo.

Tuttavia il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha convocato per martedì 27 ottobre, alle ore 16, presso la sede centrale del dicastero a Porta Pia, un incontro con le rappresentanze del settore dell’autotrasporto. All’incontro, comunica il Mit, saranno invitati a partecipare anche rappresentanti della presidenza del Consiglio dei ministri, del ministero dell’Economia e delle Finanze e del ministero delle Imprese e del Made in Italy. (“Avvenire” – Maurizio Carucci)

Una convocazione ad horas è una chiamata urgente per una riunione o un atto da svolgere nel giro di pochissime ore, senza rispettare i consueti termini di preavviso previsti dai regolamenti. La richiesta di Conftrasporto formulata il 15 ottobre 2026 aveva questa caratteristica di urgenza. Ebbene il governo ha risposto convocando una riunione per il 27 ottobre 2026. Passeranno 288 ore!

Non voglio infierire, ma mi sembra (quasi) una presa in giro per la categoria degli autotrasportatori e per quelle agricole e mercantili ad essa collegate per l’occasione e per i consumatori: sono a rischio infatti non solo le consegne di carburante ai distributori, ma anche le consegna dei prodotti agricoli, alimentari, etc. etc.

Capisco l’imbarazzo del governo anche se era prevedibile questa emergenza. Stando alle dichiarazioni del presidente di Conftrasporti non solo sarebbero necessarie ulteriori risorse a sostegno delle imprese, ma addirittura non sarebbero nemmeno arrivate a destinazione quelle già stanziate.

Capisco come l’andamento dei prezzi energetici esca in buona parte dalle volontà e possibilità del governo italiano, non so se la situazione italiana sia simile a quella degli altri Paesi europei e non solo europei: il casino energetico è uno dei tanti capolavori di Trump, ma anche la Ue ha le sue responsabilità e l’Italia pure.

Che stupisce però è la melina propagandistica della premier a suon di riforma elettorale, di passerelle interne ed internazionali, di penose “scorribande pirlamentari”, di europeismo d’accatto, di furbastre giravolte tra estremismi (vox) e centrismi (cdu), di trumpismo a corrente alternata, di terrore vannaccistico, di rincorsa ai record del menga e roba del genere.

Per quanto concerne la crisi energetica in senso stretto il governo si è limitato al ballo delle accise. La solita scusa della mancanza di fondi al riguardo tiene fino a mezzogiorno: un tempo per finanziare certi provvedimenti si faceva ricorso all’aumento del prezzo della benzina, oggi il discorso si è invertito e per evitare l’aumento del prezzo della benzina bisogna trovare adeguate e serie fonti di finanza pubblica.

Il governo pensa che i problemi reali della gente possano aspettare? Fino a quando?! Fino alle prossime elezioni? Non prima di maggio perché devono maturare i diritti pensionistici di parecchi parlamentari di primo pelo. Nel frattempo cosa succede? Un problematico aggiustamento dei conti pubblici e un tirare a campare.

Fossi il presidente della Repubblica non oserei a sciogliere le Camere ed indire immediatamente elezioni politiche, nominando nel frattempo un nuovo governo di amministrazione ordinaria. Meglio una buona e corretta amministrazione ordinaria di una cattiva e scorretta amministrazione di straordinaria propaganda elettorale. Forse è ora che la politica, dal momento che non è in grado nel modo più assoluto di volare alto, stia coi piedi per terra e si limiti ad evitare ulteriori casini, affrontando quelli già in essere.

 

I centristi tifosi dell’Ucraina

L’applauso nella piaga. Non un dito, ma entrambe le mani. E clap, clap, clap. «Brava Giorgia sull’Ucraina». «È stata molto dura con Putin». Ed ecco che, poco dopo le 9, la premier porta a casa il colpaccio di giornata, perché quegli applausi arrivano da Calenda, Renzi, Casini, Scalfarotto, Sensi, Rojc, Verini, Zampa, Delrio. Senatori di Azione, tutta Italia Viva e riformisti del Pd.

Succede nell’Aula di Palazzo Madama e rimbalza fino a sera, quando la premier nella replica a Montecitorio, tra cori di «brava» e standing ovation della destra, sigilla la strategia studiata per buttare sale sulle ferite degli avversari. Alla buvette della Camera un meloniano dei piani alti maligna con i giornalisti: «Pensavamo che il centrosinistra avrebbe firmato con noi la seconda risoluzione di maggioranza e invece no, nel M5S devono aver capito che Putin gli avrebbe tirato le orecchie». Colpi (molto) bassi, tra un caffè e una pizzetta.

Poteva anche bastare l’archibugio della risoluzione bis, congegnato a Palazzo Chigi per spaccare con l’aratro di governo la terra del Campo largo. E invece no. La Meloni elettorale, che ieri per la prima volta sfoggiava grandi occhiali da vista, si scaglia contro il cinquestelle Ricciardi: «Non siamo liberi di sostenere lo stop degli attacchi russi alle strutture energetiche ucraine? Allora vi prego, non mi fate la morale sulla difesa dell’interesse italiano». E al dem Provenzano: «Non deve dirlo a me “noi siamo al fianco dell’Ucraina”, temo che debba dirlo da quelle parti…». Dove l’indice presidenziale, lo capiscono tutti, è puntato verso il banco di Giuseppe Conte. (“Corriere della Sera” – Monica Guerzoni)

Rifiuto categoricamente questa sciocca diatriba sull’Ucraina. Da dramma internazionale sta diventando una bega tra partiti e persino all’interno del Pd. La questione non riguarda la scelta se aiutare o meno l’Ucraina, se condannare o meno l’invasione russa che continua attaccando le strutture energetiche, ma il come sostenere il popolo ucraino nella sua battaglia per l’autonomia.

Anziché usare l’applausometro sarebbe opportuno verificare se esistano seri spazi di trattativa diplomatica (non quelli insulsi e provocatori creati da Trump) e se gli aiuti debbano fossilizzarsi a livello bellico o non debbano puntare alla ricostruzione del Paese ed al suo ritorno ad un’era di pace.

Mi permetto di accennare ad alcuni punti su cui discutere, peraltro sul tavolo internazionale da quel dì. La Crimea è veramente intoccabile o può essere considerata un territorio da cedere alla Russia in un contesto di rinuncia ad una mera logica di guerra a tutti i costi. Le popolazioni del Donbas, la cui vocazione russofona è nota, non potrebbero scegliere da chi essere governate In tutto o in parte, con un referendum controllato dall’Onu o da Paesi neutrali? La Nato non potrebbe rinunciare ad assorbire l’Ucraina configurando per essa una posizione di non allineamento, dal momento che l’allargamento dell’alleanza atlantica potrebbe rappresentare una minaccia per la Russia? I rapporti tra Ue e Ucraina non sarebbe opportuno che si limitassero a patti di aiuto e collaborazione a prescindere da un’adesione vera e propria alla Ue? Non si potrebbero riformulare e rilanciare patti di non belligeranza tra Nato e Ue da una parte e Russia dall’altra, spostando magari l’ago della bilancia a livello di accordi commerciali di reciproco interesse?

Strade difficili da percorrere, ma imprescindibili se si vuole uscire da una logica di perpetua belligeranza: continuare meramente ad armare l’Ucraina e riarmare la Nato e i Paesi europei vuol dire vocarsi e prepararsi ad un futuro di guerra continua.

Non potrebbe essere questo il compromesso ai livelli più alti fra le diverse opzioni del cosiddetto campo largo? Soprattutto si dovrebbe smettere di strumentalizzare l’Ucraina per lanciare un’improbabile ed inspiegabile area riformista o moderata come dir si voglia all’interno o a fianco del Pd, configurando un’armata Brancaleone centrista che, ogni giorno che passa, si fa sempre più articolata e sgangherata (ultimo per chi abbatte la sinistra il Più Uno – Uguali per Costituzione di Ruffini e Gabrielli).

Siamo addirittura agli applausi trasversali, alle strizzate d’occhio a Giorgia Meloni che non aspetta altro per continuare, come dice Galimberti, il suo europeismo a geometria variabile, per fingere di mollare Trump buttandosi sull’Europa che vuole lei, con il placet più o meno diretto, dei coglioni centristi. Ad Azione di Calenda, a Italia viva di Renzi, ai riformisti del Pd lancio un’invettiva: “uniti sì, ma contro la Meloni!”.

 

L’ombrello della coscienza

Lo spettro di uno scontro diretto con Mosca torna ad essere evocato in seno all’Alleanza Atlantica. L’occasione è il Warsaw Security Forum, e il messaggero è il comandante supremo, Alexus Grynkewich. “La Nato non cerca la guerra con nessuno, ma nessuno scambi il fatto che la Nato è un’alleanza difensiva come una debolezza”, ha avvertito il generale dell’Aeronautica americana. “Se qualcuno sarà così pazzo da attaccarci, combatteremo. In breve – ha aggiunto Grynkewich – faremo in modo che qualsiasi attacco contro un nostro alleato si riveli del tutto vano”. (ANSA.it)

Come diceva mio padre, “l’è al tón ca fa la muzica” e l’atteggiamento della Nato in questa fase così delicata nei rapporti internazionali non aiuta la distensione. È pur vero che siamo da tempo alla gara di chi fa la voce più grossa, ma mi chiedo: che bisogno c’era di questa peraltro scontata dichiarazione?

Che la Nato sia un’alleanza difensiva è scritto nei patti anche se nei fatti non è stato e non è proprio così. Che difendersi non sia un segno di debolezza è concetto etico universalmente accettato anche se dipende da fin dove arriva la difesa: esiste la guerra difensiva? Ho molti dubbi. Ci sono tanti modi per difendersi al di là della guerra. Alla fine mostrare i muscoli non è dimostrazione di forza ma di debolezza.

Evocare la pazzia dell’ipotetico nemico rischia di essere un invito ad uscire allo scoperto per farne emergere le peggiori intenzioni: una sorta di istigazione a guerreggiare. Che la Nato parli con la voce di un generale dell’aeronautica americana la dice lunga: fare la guerra è il mestiere dei militari, cercare la pace dovrebbe essere quello dei politici.

Se devo essere sincero, nonostante le bruttissime arie che tirano e forse proprio per questo, non mi sento affatto sicuro sotto l’ombrello della Nato.

Il 15 giugno 1976 il Corriere della Sera pubblicò una celebre intervista di Giampaolo Pansa al segretario del Partito Comunista Italiano (PCI) Enrico Berlinguer, il quale affermò che l’Italia e lo stesso PCI si sarebbero sentiti più sicuri restando sotto la protezione (l’ombrello) dell’Alleanza Atlantica, dichiarando: «Mi sento più sicuro stando di qua». Non so se Berlinguer oggi ripeterebbe quella frase.

Il mondo è cambiato: la guerra fredda è diventata caldissima. Gli Usa hanno perso ogni appeal democratico, la Russia ha tutti i difetti dell’Unione Sovietica senza averne i pochissimi pregi, l’Europa è snobbata e irrisa da Trump e conta meno di niente, la Cina è retta dal “maoismo capitalista”.

E io dovrei sentirmi al sicuro in questa gabbia di matti? L’unico ombrello a portata di cuore è quello papale: non mi copre la testa, ma almeno mi tranquillizza la coscienza. E non è poca cosa…

 

 

I cattolici non sono del mondo, ma nel mondo per contestarlo

Sono molte, anche se tutte da scoprire e analizzare, le analogie fra le proteste dilaganti in Francia e in Spagna sui temi della scuola e della casa – che si allargano inevitabilmente ad altre problematiche sociali e che trovano cause ed effetti nel bellicismo imperante, che, al di là degli inaccettabili aspetti etici, assorbe col riarmo colossali risorse distraendole dalle finalità sociali – e l’epocale contestazione del sessantotto.

Mi sono chiesto provocatoriamente perché il mondo giovanile cattolico, stando alle prime evidenze, non sia parte integrante di questi movimenti di contestazione. Occorre al riguardo andare indietro nella storia e riprendere, seppure sinteticamente, i legami esistenti tra il vasto movimento di contestazione politica, sociale e culturale sviluppatosi a livello globale intorno all’anno 1968 e i fermenti esistenti nel mondo cattolico di quel periodo.

Il rapporto tra i cattolici e il Sessantotto è stato complesso, plurale e segnato da una forte spinta al rinnovamento a ridosso della conclusione del Concilio Vaticano II (dicembre 1965). Non è esistito un unico “Sessantotto cattolico”, ma un intreccio profondo tra la contestazione generale e l’impegno di credenti e associazioni.

I nodi principali dell’esperienza cattolica nel ’68

  • L’avanguardia giovanile: In molti contesti europei e italiani, i movimenti giovanili e studenteschi cattolici (provenienti dall’associazionismo e dalle università cattoliche) hanno anticipato o affiancato la protesta, animati da un desiderio di autenticità e da tensioni antiborghesi.
  • L’occupazione dell’Università Cattolica: Un momento simbolo in Italia avvenne il 14 novembre 1968, quando gli studenti occuparono l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano per protestare contro l’aumento delle tasse universitarie.
  • Il dissenso cattolico: Una parte del mondo cattolico diede vita a esperienze di “dissenso”, criticando l’autoritarismo della Chiesa istituzionale ma cercando al tempo stesso una “rivolta dello spirito” e un’utopia di giustizia sociale diversa sia dal capitalismo sia dal comunismo sovietico.
  • La nascita di nuove comunità: Gli anni del post-Concilio e del ’68 videro la nascita o lo sviluppo di numerose realtà associative e comunitarie ancora oggi attive, come la Comunità di Sant’Egidio, Comunione e Liberazione, la Comunità Papa Giovanni XXIII, la Comunità di Capodarco e la Comunità di Bose.
  • Il rapporto con i vertici ecclesiastici: La Chiesa ufficiale — guidata da Paolo VI — visse una fase di acuta crisi ma anche di profondo ripensamento, confrontandosi con la contestazione sia interna (preti ribelli, gruppi di base) sia esterna.]
  • Preti operai: sono sacerdoti cattolici che scelgono di svolgere un lavoro manuale in fabbrica o nei cantieri per condividere la vita, la fatica e le lotte della classe lavoratrice. Il legame tra i preti operai e il Sessantotto in Italia rappresenta uno degli incroci più intensi tra il rinnovamento religioso e la contestazione sociale del Novecento. Sebbene il fenomeno dei preti in fabbrica fosse nato in Francia nel secondo dopoguerra, è con l’esplosione dei movimenti studenteschi e operai della fine degli anni Sessanta che questa esperienza assume in Italia una forte valenza politica e profetica.

(dalla funzione di Ricerca Google che usa l’intelligenza artificiale generativa per creare riassunti automatici)

I motivi di questa discrasia catto-storica tra il sessantotto e i giorni nostri possono essere individuati in due ragioni fondamentali: l’evoluzione della Chiesa e l’involuzione dei cattolici.

La Chiesa, mentre nella sua dimensione strutturale (leggi curia romana e gerarchia a livello centrale) è rimasta piuttosto ferma e abbarbicata ai principi, a livello comunitario ha fatto passi da gigante anche grazie alla spinta propulsiva impressa dai Papi: basti pensare, facendo riferimento agli ultimi papati – che per la verità hanno ripreso le geniali aperture di Giovanni XXIII e le sofferte intuizioni di Paolo VI  – all’apertura al mondo di Giovanni Paolo II, agli squarci culturali e teologici di Benedetto XVI e soprattutto al bagno sociale di Francesco.

«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. Io sono vecchio e malato e dipendo dall’aiuto degli altri: le persone buone intorno a me mi fanno sentire l’amore. Questo amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l’amore vince la stanchezza. Dio è amore. Io ho ancora una domanda per te: che cosa puoi fare tu per la Chiesa?» (Cardinale Carlo Maria Martini, appello prima della morte).

Rispetto alla impietosa ma benefica analisi del cardinal Martini, qualcosa si è mosso al punto che la Chiesa è diventata riferimento imprescindibile per gli aneliti alla pace e per le lotte finalizzate alla giustizia e non è più oggetto di contestazione globale nonostante gli scandali sessuali della pedofilia e finanziari del Vaticano. Quindi la Chiesa, a torto o ragione, non è più nel mirino della protesta.

A fronte di questa evoluzione ecclesiale si è verificato lo strano fenomeno del ripiegamento dei cattolici sulle proprie, pur significative e fruttuose, esperienze di preghiera, di volontariato e di impegno nel movimento pacifista, ai margini di una forte e necessaria sensibilità politica: i cattolici sono cioè orientati a seguire loro percorsi senza integrarsi negli scenari mondiali quasi con la paura di venirne contaminati. Manca cioè nei cattolici l’animus politico: ci si sta dimenticando come la politica sia la forma più alta di carità.

Nelle scuole, nelle università, nei comitati di quartiere, nei sindacati e, a maggior ragione nei partiti, si nota l’assenza dei cattolici organizzati e del loro specifico contributo. La paura dell’integralismo da una parte e il pericolo della fagocitazione dall’altra, hanno isolato i cattolici e privato la società di un enorme patrimonio ideale.

Non so se l’attuale pressante e provocatoria esplosione di protesta, che probabilmente si allargherà in senso geografico e sociale potrà risvegliare anche nei cattolici il senso di essere testimoni nel mondo e nelle sue ansie di giustizia e pace pur rimanendo estranei alle logiche mondane.

 

 

 

La brezza socialdemocratica

La Spagna viene considerata uno degli ultimi baluardi progressisti in Europa. Come cambieranno gli equilibri europei, se la sinistra perderà?
La questione è centrale. Le elezioni spagnole riguarderanno molto anche l’Europa perché contribuiranno a determinare l’orientamento politico futuro del blocco comunitario. L’ipotesi di una sostituzione del governo Sanchez con uno di destra farebbe uscire dallo scenario quello che è forse l’ultimo rappresentante dei governi socialdemocratici europei (a parte la Danimarca). Questo rafforzerebbe una tendenza già presente: la sostituzione alla guida dell’Unione della tradizionale alleanza tra cristianodemocratici, socialdemocratici e liberali con una nuova alleanza tra le destre tradizionali e i nuovi partiti delle destre radicali. I nuovi equilibri si chiariranno anche alla luce di altre due elezioni: in Italia e in Francia. (“Avvenire” – Chiara Vitali- Intervista al professor Oriol Bartomeus, politologo all’Università Autonoma di Barcellona)

Speriamo che Pedro Sanchez non sia l’ultimo dei Mohicani, ma il primo suscitatore, pur con tutti i limiti e difetti, di una certa rinascita della socialdemocrazia europea. In lui vedo in nuce due caratteristiche fondamentali: l’autonomia rispetto agli Usa e alla Nato e la sensibilità verso i problemi sociali. Su queste basi la sinistra europea potrebbe risvegliarsi e rilanciare un nuovo welfare e una nuova Unione Europea. Dovesse cadere anche l’avamposto spagnolo sarebbero seri guai. Ho molta meno fiducia nelle forze di sinistra francesi ed italiane, che potrebbero tuttavia trovare linfa vitale nell’esperienza politica spagnola.

Rimane aperto il discorso del legame con le istanze popolari, che stanno assumendo una portata clamorosa ed emblematica sia in Spagna che in Francia. Riuscirà Sanchez ha instaurare un seppur minimo collegamento con la piazza contestatrice? Sarà una gara durissima, ma indispensabile, senza la quale la politica di sinistra continuerà a respirare con un solo polmone, vale a dire quello dell’establishment. Occorre coraggio, umiltà e pazienza per riscoprire fondamenta culturali e ricostruire legami sociali, lasciandosi contestare al fine di recuperare la credibilità in gran parte perduta.

Sanchez ha provato ad alzare la testa a livello internazionale prendendo le distanze dal bellicismo occidentale, ha provato a rispondere, seppure frettolosamente, alle istanze della gente: non è bastato per rimanere al governo. Forse è meglio una crisi responsabile piuttosto che una permanenza irresponsabile. La gente capirà?

In Italia il governo di centro-destra punta al consolidamento del primato della sua durata, è in profonda crisi a tutti i livelli e in tutti i sensi, ma resiste, anche perché la gente non trova risposte politiche alternative e non ha nemmeno il coraggio di scendere in piazza.

Il vento a livello mondiale ed europeo spinge a destra, bisogna andare contro vento: non è facile, ma necessario… Speriamo che all’urlo del vento impetuoso della reazione possa almeno rispondere il sussurro della brezza leggera della socialdemocrazia e che la gente sappia riconoscere dove sta la difficile spes del miglioramento contro la facile spem dell’immutabilità.