La Russa e l’uva

“Io non ho mai denunciato un solo giornalista penalmente, adesso penalmente no, ma vorrei cominciare da oggi ad adire le vie giudiziarie in sede civile per esempio contro La 7”. Ignazio La Russa, presidente del Senato, annuncia l’intenzione di adire le vie legali. “A Di Martedì un signore ha detto, ‘i fratelli La Russa io li conosco bene, negli anni ’70 facevano i comizi e subito dopo scendevano a distribuire le bombe ai ragazzi’ io farò causa non a questo signore che non so neanche chi è, ma alla televisione, a La 7”, spiega La Russa, ospite di Dritto e rovescio, su Rete 4. L’esponente di Fratelli d’Italia risponde alle domande sulle critiche che gli vengono rivolte: “Le critiche nei miei confronti? Adesso ho scoperto che è perché hanno paura che faccio il Presidente della Repubblica, cosa che ho smentito, non me lo farebbero fare e non mi piacerebbe farlo”.  (Adnkronos)

Io non so se quanto affermato durante la trasmissione de La 7 risponda o meno al vero, so soltanto che dai pori della pelle di Ignazio La Russa trasuda il fascismo: la raccolta di busti del Duce ne è una piccola ma significativa prova, una sorta di lapsus freudiano a rovescio. D’altra parte, oltre che di cimeli fascisti, ha fatto e sta facendo la collezione di cazzata sparate sostanzialmente alla viva il Duce. Conta il suo passato che è stato ampiamente scandagliato e il suo presente che è sotto gli occhi e le orecchie di tutti.

Questo signore ricopre indegnamente la seconda carica dello Stato ed è inserito alla grande nei gangli del potere più o meno occulto. La colpa non è sua, ma di chi lo ha vergognosamente designato e votato. Quando lo vedo presenziare a certe manifestazioni di antifascismo mi si agghiaccia il sangue. Non so come faccia Sergio Mattarella a tenerlo al suo fianco in tante occasioni.

Un tempo, mi riferisco al primo periodo di vita della Repubblica, tutto ciò non sarebbe stato possibile. Ricordiamoci come la piazza liquidò Fernando Tambroni, un democristiano anomalo che divenne presidente del consiglio con i voti del movimento sociale: un fatto politicamente gravissimo, ma istituzionalmente meno grave di La Russa sul più alto scranno di Palazzo Madama e, in casi particolari, sostituto del capo dello Stato (Dio ce ne scampi e liberi…). Ci scapparono i morti a Reggio Emilia e Genova e Tambroni se ne andò a casa.

Mi sforzo di essere positivo e mi auguro che la presenza di La Russa ai massimi livelli istituzionali serva come monito a considerare che purtroppo la realtà storica del fascismo non ha terminato il suo corso e quindi occorre la massima vigilanza, perché, come diceva mio padre, “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär“.

Quanto alle probabilità che possa diventare presidente della Repubblica, sembra una tragicomica barzelletta. Lui stesso ripiega non tanto sulla barzelletta, ma sulla favola de “La volpe e l’uva”.

A “La 7” non saranno molto preoccupati della ventilata denuncia: molti nemici come La Russa, molto onore.

 

 

Veneziani gran signori sì, Meloni gran signora no

Insomma, aveva ragione la premier (e non soltanto lei, nella squadra di Governo) a dire che il risultato del referendum sulla riforma della giustizia non poteva essere interpretato come un verdetto politico sull’operato dell’esecutivo e della maggioranza che lo sostiene. A Venezia, per esempio, vinse il No con una percentuale perfino superiore alla media nazionale. Mentre a Reggio Calabria, in controtendenza con il resto della regione, prevalse il Sì, ma di strettissima misura. Segno che quando gli elettori devono decidere a chi affidare la realtà amministrativa più vicina, il Comune appunto, fanno scelte e ragionamenti diversi. (“Avvenire” – Danilo Paolini)

Questa è la prima considerazione che viene fatta all’indomani della tornata elettorale amministrativa. Sono d’accordo sul fatto che gli elettori a livello comunale facciano scelte basate su criteri diversi, vale a dire sulla congruità amministrativa dei candidati e non sui massimi sistemi della politica. Attenzione però, se non vale la semplicistica connessione tra referendum sulla Costituzione e voto amministrativo, non vale nemmeno quella tra voto amministrativo e giudizio sul governo. Forse i veneziani hanno preso per buono Simone Venturini ma non per questo hanno automaticamente assolto e approvato l’operato politico di chi lo ha proposto. Sarebbe comodo per qualsiasi premier in carica nascondersi dietro il pedigree di un candidato sindaco. Non sarei quindi così convinto che i veneziani e i calabresi abbiano firmato una cambiale in bianco a Giorgia Meloni superando le sue responsabilità e i conseguenti giudizi a suo carico.

Così come non capisco la frettolosa strumentalizzazione di questo voto a livello di futura legge elettorale.

Da non sottovalutare è la tentazione che a questo punto potrebbe presentarsi al centrodestra: quella di forzare la mano sulla riforma della legge elettorale, pensando (come per altro è già successo in passato anche a coalizioni di segno opposto) di poter elaborare un sistema che le assicuri la vittoria alle elezioni politiche del 2027. Tentazione da evitare. Intanto perché in genere non è andata bene a chi ha provato a farlo. E poi perché si rischia di fare pasticci, anche grandi, a livello costituzionale e di buon senso. L’esperienza insegna. L’Italia non è un Comune, alle politiche non si vota per eleggere un sindaco ma un Parlamento, perché fino a prova contraria restiamo una democrazia parlamentare. Il presidente del Consiglio lo sceglie il capo dello Stato, certo in base alle indicazioni uscite dalle urne. Ma il principio del “chi vince piglia tutto” non è un’opzione. Occorre conciliare rappresentanza e governabilità. Perciò, se riforma elettorale deve essere, le due principali coalizioni dovrebbero cercare seriamente il più ampio consenso possibile, abbandonando per una volta slogan e tatticismi. (ancora “Avvenire” – Danilo Paolini)

Mi sembra eccessivo vedere nei recentissimi risultati elettorali amministrativi una spinta a varare una legge elettorale iper-maggioritaria, una sorta di subliminale avallo al premierato in chiave meloniana. Semmai gli elettori hanno espresso la volontà di scegliere a ragion veduta e non a scatola chiusa. Attenzione pertanto a non trasformare un peraltro tiepido e relativo placet amministrativo in una spinta pseudo-costituzionale a intraprendere un subdolo cammino verso una repubblica presidenziale o comunque verso un Parlamento di scelti dall’alto su maggioranze precostituite e privi di legami conquistati a livello di base.  Non sono fra gli osannanti del sistema elettorale comunale, il discorso del sindaco d’Italia mi mette immediatamente qualche preoccupazione autoritaria, ragion per cui mi auguro di andare a votare per eleggere i miei rappresentanti in Parlamento e non per esprimere un voto plebiscitario di gradimento verso il futuro inquilino di Palazzo Chigi.

Il presidente buono e quello cattivo

Il duro discorso del presidente di Israele contro la violenza dei coloni. Isaac Herzog ha parlato di «brutalità» che non vanno tollerate, mentre Netanyahu e il suo governo le hanno sempre ignorate o minimizzate

Domenica il presidente israeliano Isaac Herzog ha tenuto un discorso insolitamente duro per condannare quello che ha definito un «terribile processo di brutalizzazione» della società israeliana, con particolare riferimento alle violenze compiute dai coloni contro i palestinesi in Cisgiordania e al trattamento dei prigionieri nelle carceri del paese. Il discorso di Herzog accompagnava la consegna del Jerusalem Unity Prize, un premio destinato a promuovere il rispetto reciproco, l’unità, la tolleranza e l’armonia sociale.

Herzog ha detto che in Israele c’è «un’ondata di terribile violenza portata avanti da una folla anarchica, con atti che contravvengono a ogni legalità, moralità o norma ebraica». Ha aggiunto che alcune parti della società israeliana non solo hanno normalizzato la violenza, ma «la celebrano e la rivendicano con orgoglio»: «Non dobbiamo tollerare la brutalità che viene dai margini della nostra società e che minaccia tutti noi».

Le funzioni del presidente israeliano sono perlopiù cerimoniali, e il suo peso politico è limitato. Negli ultimi tempi però i rapporti di Herzog con il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu, il più a destra nella storia del paese, sono diventati più problematici. Tra le altre cose, Netanyahu e i suoi alleati criticano Herzog perché non ha ancora concesso a Netanyahu la grazia che ha chiesto per un processo in cui è imputato per corruzione, in corso da anni.

Nel discorso Herzog ha fatto riferimenti diretti alle violenze dei coloni in Cisgiordania, sostenendo che le forze di sicurezza israeliane passino «la gran parte del loro tempo» a gestire la violenza degli estremisti ebrei. In realtà spesso l’esercito non fa nulla per evitare questo genere di violenze, si schiera in pressoché tutte le situazioni con i coloni e in molti casi partecipa direttamente agli attacchi contro i palestinesi. Il governo di Netanyahu ha sempre minimizzato il problema, definendolo per esempio una situazione creata «da gruppetti di ragazzini», e ha sostenuto la creazione di molte nuove colonie, ritenute illegali dal diritto internazionale.

Herzog ha anche parlato di «comportamenti umilianti e riprovevoli da parte di estremisti nei confronti dei cristiani e dei musulmani e dei loro simboli». È stato interpretato come un riferimento ai recenti episodi in cui soldati israeliani hanno distrutto crocifissi in Libano e all’attacco a una suora a Gerusalemme.

Un altro argomento del discorso è stato il trattamento delle persone detenute. Herzog ha ribadito che è «proibito maltrattarle»: «Siamo testimoni di atti barbarici commessi da una manciata di persone che ritengono che i detenuti, gli indagati o i sospettati non abbiano alcun diritto».

In questo caso il principale destinatario del messaggio era il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, il più estremista del governo israeliano. Mercoledì il suo video in cui camminava con fare ostile e sprezzante tra gli attivisti della Global Sumud Flotilla, legati e tenuti con la faccia a terra al porto di Ashdod in Israele, aveva provocato altissime critiche. Il ministero di Ben Gvir è anche responsabile delle carceri israeliane, dove ci sono denunce di abusi sistematici, privazioni e violenze a danno dei palestinesi.

Ben Gvir ha chiesto le dimissioni di Herzog, sostenendo che «chi definisce centinaia di migliaia di cittadini israeliani dei bruti non è adatto a ricoprire la carica» di presidente. (ilpost.it)

Dopo aver letto queste “coccodrillesche” dichiarazioni del presidente di Israele mi sono chiesto se all’interno della classe dirigente politico-istituzionale di un Paese come Israele sia possibile una tale diversità di vedute e di giudizi. Non conosco la Costituzione israeliana, ma Herzog si dovrebbe vergognare e dimettere. Non c’è alternativa.

L’atteggiamento di Herzog è un perfetto assist per chi continua a baloccarsi nel doppiopesismo a livello italiano ed europeo. Bisogna prendere abissali distanze dal governo israeliano senza se e senza ma. Posso capire l’illusoria attenzione diplomatica verso Herzog da parte del Vaticano e del presidente Mattarella, anche se la diplomazia è fatta di dialogo sincero e non di fumose speranze.

C’è chi dice: un conto è il governo un conto è lo Stato di Israele. Cosa significa? O il governo è illegittimo e antidemocratico o altrimenti chi vota e mantiene al potere Netanyahu e c.?

C’è chi afferma la propria equidistanza fra le parti e cioè fra un Israele in legittima difesa e una Palestina filo-terroristica: una eloquente manifestazione di manicheismo.

In qualsiasi Paese può esistere una certa dialettica fra i diversi rappresentanti istituzionali, ma a tutto c’è un limite. Anche perché Herzog si distingue soltanto dalle punte dell’iceberg del ministro Ben Gvir, delle carceri, dei comportamenti riprovevoli contro i simboli delle altre religioni e forse degli annosi atteggiamenti violenti dei coloni.  Meglio di niente, si dirà…Un argine allo strapotere di Netanyahu? Una prospettiva di cambiamento per le prossime elezioni? Un messaggio alle opposizioni e alle fette di società non allineate? Questi tatticismi lasciano il tempo che trovano: è ora di finirla. C’è in ballo la democrazia a livello mondiale e il modo per difenderla è smascherare gli intenti bellici devastanti di cui Israele è il protagonista principale.

E il genocidio (chiamatelo come volete!) contro la popolazione di Gaza e dintorni? E le chiare intenzioni imperialistiche in Medio-oriente? Non si può salvare capre e cavoli. Herzog si faccia un bell’esame di coscienza, prenda le distanze, si dimetta e poi se ne potrà parlare.

 

Il gioco dell’oca elettorale

Con Venezia e Reggio Calabria il centrodestra incassa al primo round la posta più alta dell’intera tornata amministrativa e rimanda al ballottaggio altre possibili vittorie di peso. Al campo largo (peraltro diviso) resta il successo più scontato e indigesto, quello di Vincenzo De Luca a Salerno. E le conferme di Prato e Pistoia, anche queste maturate al primo turno, consolano solo fino a un certo punto. A Messina esplode Sud chiama Nord di Cateno De Luca, con l’eclatante affermazione di Federico Basile. L’affluenza cala ancora e segna quasi cinque punti in meno rispetto alle comunali precedenti, dal 64,9% al 60,06%.

Siamo tornati indietro, alla casella di partenza, come nel gioco dell’oca. Sembrava che l’elettorato italiano si fosse risvegliato col referendum sulla giustizia, invece…Non so se questo test elettorale abbia un grande e attendibile significato, tuttavia una cosa è certa: il centro sinistra (o campo largo come dir si voglia) non attira l’attenzione degli elettori, mentre il centro-destra con i suoi media “trionfaleggia” più per lo scampato pericolo che per il ritrovato e forse insperato “successino”.

Fino a qualche tempo fa la sinistra riusciva a strappare consensi sfruttando una maggior dimestichezza a livello di amministrazioni locali, presentando cioè candidature decisamente più appetibili sul piano della competenza e dell’esperienza. Evidentemente non è più così! Ed è un fatto piuttosto grave.

Probabilmente non è stata capace di elaborare il successo referendario, non è riuscita a coniugare il rispetto valoriale per la Costituzione con il quotidiano politico delle scelte concrete e locali, ricadendo immediatamente in una logica politichese e politicante: primarie sì primarie no, Conte o Schlein, campo stretto o campo largo, leader o programmi, e via di questo caracollante passo. I giovani se ne sono tornati nelle loro tane a considerare che solo con una forte e radicale politica di pace si salva la democrazia. L’elettorato più socialmente debole è tornato all’astensione incattivita dagli andamenti economici molto preoccupanti. Gli italiani capiscono che le cose vanno male, ma non riescono a trovare la via politica di fuga.

Il centro destra non può nascondere i propri fallimenti nascondendosi dietro le urne amministrative: il suo non è consenso informato dei fatti, ma dissenso dirottato sul binario morto della scettica e giustificata astensione. Prima o poi pagherà il conto, anzi tutti lo pagheremo…

La sinistra (mi sono stancato di chiamarla centro sinistra) ha molto di che riflettere: non riesce ad intercettare lo smarrimento della gente davanti al clima di guerra imperante (non è né pacifista né bellicista e cosa è?): non è capace di garantire una concreta prospettiva di attenzione ai problemi del lavoro (non è né riformista né rivoluzionaria e cosa è?); non offre serie politiche sull’immigrazione (non è né securitaria né aperturista e cosa è?); non è capace di incarnare una vera e propria alternativa di governo (non è né polemica né programmatica e cosa è?).

Non basta ergersi a custodi della Costituzione, la quale si custodisce da sola, tanta è la sua modernità e fondatezza. Non basta indicare le travi nell’occhio di Giorgia Meloni e c., bisogna mostrare i propri occhi capaci di guardare alle prossime generazioni e non soltanto alle prossime elezioni.

La pattumiera fascista in mano ai minorenni

Incitamento all’odio razziale attraverso idee fasciste e omofobe. Simbologia nazista ed esaltazione della razza bianca. Ma anche l’incoraggiamento ad azioni violente contro migranti, musulmani, omosessuali e, in generale, la comunità Lgbtq+. Il tutto avveniva via chat coinvolgendo soggetti tutti minorenni. In 13 sono stati denunciati a vario titolo dalla Digos di Siena per propaganda di idee fondate sull’odio razziale, etnico; apologia del movimento fascista e nazista; detenzione e diffusione di materiale pedopornografico. Il quadro accusatorio è completato dalla detenzione illegale di armi. (“Avvenire” – Gianluca Scarnicci, Siena)

Ci sarà ancora chi sottovaluta questi episodi retrocedendoli a manifestazioni di mero ed innocuo folclore?! Spero proprio di no. Stiamo attenti, non si tratta di sfoghi adolescenziali o giovanili, ma di complessa adesione pseudo-culturale a dottrine estremamente pericolose oserei dire rovinose. Non credo si tratti di fatti sporadici ed isolati, ma di un andazzo dilagante.

Il mix emergente è decisamente inquietante: questi ragazzi non si fanno mancare proprio nulla dell’armamentario ideologico fascista. C’è un “brodo di cultura”, vale a dire un contesto sociale o culturale particolarmente fertile e stimolante, che favorisce la nascita e lo sviluppo di queste idee, di questi comportamenti e addirittura di questi movimenti. C’è un vento di destra estrema che spira nella nostra società e, come ben si sa, chi semina vento raccoglie tempesta.

L’Arcivescovo di Siena, Il cardinale Augusto Paolo Lojudice evidenzia come «di fronte ad una vicenda del genere non si può non rimanere profondamente colpiti sia per il fatto che stiamo parlando di ragazzi tutti minorenni, ma soprattutto per i reati che gli vengono contestati. Certamente è il segnale preoccupante di un disagio profondo che colpisce i giovani e che deve interrogare soprattutto noi adulti sui modelli proposti alle giovani generazioni».

«Ora non serve puntare il dito, ma occorre capire – aggiunge il Card. Lojudice – come evitare derive pericolose e come agire repentinamente affinché i nostri ragazzi non siano lasciati soli di fronte a false dottrine e soprattutto nel “mare magnum” dei social network».

«Lo diciamo da tempo – conclude il cardinale – occorre urgentemente un patto per la famiglia che coinvolga ogni attore: le istituzioni, la società civile e la Chiesa». (sempre da “Avvenire” di cui sopra)

Non sono un integralista cattolico, ma mi sembra che le risposte più precise e serie (nelle parole e nei fatti) provengano dalla Chiesa e forse la gente se ne sta rendendo conto. Non so se sia frutto dell’incipiente azione pastorale di papa Leone XIV: lui sta senza dubbio facendo la sua parte. Credo però che il discorso sia dovuto a motivazioni più profonde e meno contingenti.

Il quadro che emerge da un sondaggio SWG realizzato a metà maggio 2026 è quello di una comunità ecclesiale percepita come più capace di esprimere una visione del mondo distinta da quella dominante e di recuperare una forte identità. Cresce infatti la quota di chi riconosce nella Chiesa una proposta alternativa alla cultura prevalente, mentre diminuisce la percezione di un’istituzione in crisi o priva di identità. Anche sul fronte emotivo, rispetto al 2023 si rafforzano sentimenti come fiducia e gratitudine, mentre calano delusione e indifferenza. (“Avvenire” –Matteo Liut)

Nella storia italiana è già successo all’indomani degli scandali di Tangentopoli. Purtroppo però la lezione non è servita alla politica in genere che non è riuscita a rinnovarsi, nemmeno alla Chiesa che non ha saputo interpretare l’anelito popolare e alla gente che si è ritrovata in pieno reazionario riflusso o in pericoloso qualunquismo.

Vogliamo riprovarci? Partendo dal basso, dall’educazione giovanile, dal dialogo con le nuove generazioni, dai veri problemi emergenti dalla società in crisi. Il recente referendum costituzionale ha dato una scossa anche e soprattutto ad opera dei giovani. Non deludiamoli perché, come noto, i giovani sono radicali e, se non trovano risposte convincenti, si possono anche lasciar andare al più becero degli estremismi pseudo-ideologici. La destra è pronta! La sinistra dorme?

 

I chierichetti di Putin e i rabbinetti di Netanyahu

La vicenda scuote anche il mondo cattolico. In vista dell’assemblea generale della Cei al via lunedì, la rete internazionale “Preti contro il genocidio” (2.200 sacerdoti, 25 vescovi e due cardinali in 58 Paesi), ha scritto una lettera aperta per chiedere ai vescovi «una parola evangelica chiara sulla tragedia del popolo palestinese», in quanto «il nostro silenzio non è neutrale. Le ambiguità dei governi, delle istituzioni e talvolta anche delle comunità cristiane rischiano di diventare complicità». Da qui la missiva, inviata non «per contrapporci, ma per condividere una ferita. Non scriviamo per giudicare, ma perché il dolore di Gaza, della Cisgiordania, del Libano e di tutta la Terra Santa non ci lascia più dormire tranquilli». (“Avvenire” – Gianluca Carini)

Mentre la politica governante è silente o zeppa di parole di circostanza, il mondo cattolico ha il coraggio di interpellarsi prima di interpellare e di esigere parole evangeliche chiare dalla gerarchia sulla tragedia palestinese. Mi sembra l’atteggiamento giusto.

Per il Papa e il Vaticano la questione palestinese legata ai rapporti con Israele è estremamente delicata: al discorso globale della condanna della guerra sempre e comunque si aggiunge infatti il problema interreligioso. Se da una parte il Vaticano ha da tempo riconosciuto lo Stato palestinese con tutte le conseguenze a livello di diritto internazionale e di atteggiamenti diplomatici, dall’altra parte c’è la difficoltà nel rapportarsi all’ebraismo, che nelle sue componenti più fanatiche si schiera apertamente col governo Netanyahu e in quelle più moderate resta silente in un momento in cui il silenzio non è neutrale.

Il dialogo interreligioso non è un valore assoluto, deve essere impostato e portato avanti nella chiarezza e senza infingimenti. Così come papa Francesco ebbe il coraggio di definire il patriarca ortodosso Kirill come il chierichetto di Putin, papa Leone faccia un ulteriore passo avanti e prenda le distanze dalla Chiesa ebraica per quanto riguarda i rapporti col potere israeliano.

Quindi, prima di tutto assoluta chiarezza religiosa, poi denuncia del comportamento del potere israeliano sempre più inaccettabile da tutti i punti di vista e ancora condanna dell’omertoso atteggiamento dei governi europei nonché aperta e concreta condivisione delle ferite inferte al popolo palestinese.

Schiettezza evangelica a trecentosessanta gradi: non si tratta di tornare ai “perfidi ebrei” del Venerdì Santo, ma di invitarli a cambiare atteggiamento.

Il 12 marzo 2000, durante la prima domenica di Quaresima, Papa Giovanni Paolo II celebrò la storica Giornata del Perdono. Durante una solenne cerimonia in Piazza San Pietro per il Grande Giubileo, il Pontefice chiese pubblicamente scusa a Dio e all’umanità per i peccati e gli errori commessi dagli uomini di Chiesa nei secoli.

Non sarà il caso che anche gli Ebrei prendano una simile iniziativa? Almeno per gli errori commessi nei confronti del popolo palestinese? La virata avrebbe un effetto altamente positivo anche a livello dei rapporti fra gli Stati al fine di interrompere le carneficine in atto.

Quelli che…votano a destra perché Almirante sparlava bene

«Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante, il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto»: lo scrive sui social la premier Meloni, sottolineando la continuità con lo storico segretario del Msi, continuità esibita dalla stessa fiamma tricolore orgogliosamente conservata nel simbolo di Fratelli d’Italia. «Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana – prosegue il post – e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione». (“Il Manifesto”)

Le parole nostalgiche di Giorgia Meloni si commentano da sé: evidentemente le baruffe interne al centro-destra preoccupano la leader di Fratelli d’Italia, che teme di perdere consensi neofascisti in favore di Salvini e Vannacci; forse questa emorragia potrebbe essere più numericamente e politicamente significativa di quanto si possa immaginare e allora meglio sfogliare l’album di famiglia per mettere tutti col cuore in pace.

Non è questione di imminente o immanente pericolo di ritorno al fascismo, perché questo è conclamato nei fatti governativi, ma è sintomo di debolezza culturale e ideologica. Quindi, tutto sommato, dovrebbe essere un dato di verità positiva che apre spiragli di cambiamento. Se Meloni sente l’esigenza di sviolinare Almirante, forse vuol dire che è alla frutta? I casi sono due: o gli italiani sono rimasti fascisti nel fondo delle loro mentalità e allora si spiegherebbe il fatto che Giorgia Meloni accarezzi a loro il pelo, oppure è Giorgia Meloni ad essere fascista e, soprattutto nei momenti di difficoltà, non riesce a nasconderlo, ma anzi lo ammette (quasi) apertamente e strumentalmente.

Certo che, in un clima da colpo di Stato globale (più fascismo di così si muore…), fare le pulci alla nostra premier fa un po’ sorridere.

A differenza dei “catilinari”, cioè congiurati che tramano nell’ombra, gli esecutori del colpo di Stato mondiale in atto agiscono alla luce del sole, anzi proclamano l’avvento di un ordine nuovo (l’“età dell’oro” di Trump, mentre Israele si auto-proclama, con Netanyahu, “più forte che mai”). Creano eventi di massimo impatto, come vertici pomposi e plateali, lanciano proclami di pace eterna, formano consigli di amministrazione privatistici della pace e della guerra, diffondono messaggi pesanti come pietre o vani come bolle di sapone dalle piattaforme digitali planetarie, contraddistinte da un’enigmatica X o dalla denominazione orwelliana di “verità” (Truth).

Nei colpi di Stato tradizionali, tra le prime misure adottate dalle varie giunte che si impadroniscono del potere c’è la sospensione della Costituzione e di tutte le garanzie a tutela dei diritti individuali. Qualcosa di analogo sta accadendo in ambito internazionale, con la sospensione – sia pure non dichiarata, ma attuata di fatto – del diritto internazionale, specie quello umanitario. I nuovi poteri dominanti concentrano la loro attenzione sulla dimensione direttamente esecutiva, senza preoccuparsi minimamente di qualunque fonte di legittimazione – per non parlare della conformità all’etica – al di fuori della nuda potenza. L’azione, spesso violenta, non tollera confutazione. Come abbiamo visto per la Russia in Ucraina, per gli Stati Uniti in Venezuela, in Iran – e, chissà, prossimamente a Cuba –, per Israele a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, i nuovi demiurghi globali si arrogano la facoltà di decidere se, come e quando utilizzare lo strumento militare, cambiare regimi con la coercizione esterna, deporre governanti, catturare o eliminare Presidenti. (“Avvenire” – Pasquale Ferrara)

Il fascismo, nelle forme e nei contenuti riveduti e scorretti dilaganti a livello planetario, ce l’abbiamo alla grande intorno e dentro casa: ci manca purtroppo la volontà di resistere e il ripiegare addirittura su una sorta di adesione per interposta anche se anacronistica persona (leggi Almirante), ci mette in ulteriore sconforto.

Come tutti i colpi di Stato, anche quello in atto in campo internazionale dovrà fare i conti con la resistenza interna, con la fermezza della non violenza, con la pazienza strategica di chi non intende assistere impotente alla liquidazione della politica internazionale per far posto ad un suo pessimo e deleterio surrogato, vale a dire il dominio o condominio incontrastato gli Stati fuorilegge. Il mondo non è in liquidazione. (ancora da “Avvenire” – Pasquale Ferrara)

Forse, a proposito di neofascismo meloniano, è il caso di buttarla sull’amara ironia: è quello che sta facendo Italia Viva con la sua campagna pubblicitaria.

«Quando c’era lei…», legge di sfuggita il pendolare affaccendato passando davanti a un cartellone pubblicitario. Si ferma interdetto in mezzo alla stazione, suscitando le imprecazioni di qualcuno. Sudore freddo. Lentamente torna indietro e continua a leggere: «…i treni arrivavano in ritardo». Sospiro di sollievo. Non era un manifesto neofascista, ma soltanto una pubblicità di Italia Viva per il 2 per mille. Circola ormai da giorni sui social e nelle stazioni ferroviarie di Roma e Milano e riprende i toni e i caratteri della propaganda del Ventennio, nonché il celebre slogan dei nostalgici «quando c’era lui» (Mussolini). La frase si conclude però sempre con una nota negativa, un riferimento ai presunti fallimenti del Governo: quando c’era Meloni «si pagavano più tasse, i treni arrivavano in ritardo, i giovani scappavano all’estero, la benzina e la spesa costavano di più, l’Italia era meno sicura». Segue un’esortazione a versare il due per mille al partito di Matteo Renzi. E non finisce qui, il leader di Iv ha anche condiviso su YouTube un video in stile cinegiornale di regime, che ripropone le stesse modalità delle pubblicità, ma in bianco e nero: «Nella solenne stagione in cui il governo del presidente Meloni celebrava i fasti della prosperità annunciata – declama la voce fuori campo, imitando il tono di Guido Notari, celebre annunciatore dell’istituto Luce -, le famiglie italiane assistevano al magnifico spettacolo della vita quotidiana, divenuta impresa eroica. Dai forza alle idee giuste». (“Avvenire” – Chiara Di Benedetto)

La macelleria di destra è globale e sempre aperta

Nel pomeriggio del 20 luglio 2001, fui inviato dal Tg3 a commentare in diretta il grande corteo contro il G8 che si snodava per le strade di Genova. Ero all’epoca condirettore dell’Unità di Furio Colombo: in quelle ore moriva Carlo Giuliani, colpito dal carabiniere Placanica, e non era difficile prevedere che qualcosa di molto grave sarebbe ancora accaduto.

Criticai l’atteggiamento di chi guidava i poliziotti in assetto di guerra, con migliaia di persone pacifiche pressate e manganellate, come per un’assurda rivalsa dopo aver subito sotto gli occhi del mondo l’assalto dei misteriosi Black Bloc poi scomparsi nel nulla. Rientrato in redazione fui sommerso, tramite agenzie, da una raffica di insulti: il più mite ci definiva organo dei terroristi.

Ripenso a quei giorni, dopo la durissima condanna dell’Europa per i fatti della Diaz, per ricordare ai troppi smemorati in malafede cosa era l’Italia ai tempi della destra trionfante e arrogante. Una polizia con licenza di torturare e un’informazione di stampo cileno adibita a cassa di risonanza della menzogna golpista. E guai a chi non si adeguava. L’Unità non si adeguò, i suoi inviati raccontarono tutto e gli editoriali di Colombo furono, in quella notte della Repubblica, una delle poche luci di giornalismo civile. Alla macelleria messicana delle coscienze e della memoria neppure i genitori del ragazzo Giuliani, Haidi e Giuliano, si rassegnarono. Così come l’indimenticabile don Gallo, che sicuramente oggi potrebbe sventolare con orgoglio la sua bandiera della pace e della giustizia in terra. (Da ‘Stoccata e Fuga’, il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2015, Antonio Padellaro)

A costo di essere considerato fazioso, affermo che la destra è sempre quella, non è cambiata: cosa pretendere quindi di fronte alla (quasi) macelleria israeliana contro gli attivisti della Flottiglia? Chi protesta ha sempre torto e più ha ragione e più ha torto e quindi deve essere silenziato a tutti i costi con le buone o le cattive. Gli attuali nostri governanti non facciano quindi finta di scandalizzarsi.

Nel 2001, durante i fatti della scuola Diaz a Genova, ministro degli interni era Claudio Scajola di Forza Italia, oggi abbiamo il burocrate di ferro Matteo Piantedosi: se non è zuppa è pan bagnato…

Gianfranco Fini, all’epoca dei fatti del luglio 2001, ricopriva il ruolo istituzionale di Vicepresidente del Consiglio nel secondo governo Berlusconi. Durante l’irruzione della polizia nella scuola Diaz, Fini non ricoprì un ruolo di comando operativo, ma si trovava a Genova in qualità di esponente di governo di primo piano. Oggi abbiamo Antonio Tajani e Matteo Salvini come vice-presidenti del Consiglio: da correre a scappare…

Ebbene cosa volete che sia l’agghiacciante pestaggio ai flottigliesi da parte dei militari israeliani, guidati dal ministro per la sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir, con inaccettabili atti compiuti, prelevando gli attivisti in acque internazionali e sottoponendoli a vessazioni e umiliazioni, violando i più elementari diritti umani?

Roba normale! I nostri governanti in passato, e anche recentemente, ne hanno fatto o coperto di peggio. Emblematico l’imbarazzo di Letizia Moratti di fronte all’inettitudine governativa, la quale a “otto e mezzo” su La7 sembrava una penosa marziana capitata in terra (e Marina Berlusconi vuol cambiare musica sostituendola a Tajani?). Se gli israeliani devono fare i conti con questi squallidi personaggi, possono stare tranquilli e continuare indisturbati i loro genocidi.

E poi fino all’altro giorno Meloni, Salvini e c. non criticavano aspramente la Flottiglia considerandola più o meno un’accozzaglia di inutili rompicoglioni?

Di Netanyahu hanno tutti paura, ma forse in molti sono d’accordo con lui. È comodo reagire a babbo morto, comportarsi come quel marito che da sotto il letto faceva la voce grossa con la moglie.

 

 

 

 

Europei buoni a nulla, israeliani capaci di tutto

«Un trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele». Sono queste le parole scelte dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per commentare le immagini pubblicate su X dal ministro della Sicurezza israeliano, Itamar Ben-Gvir, che mostrano il trattamento riservato ai circa 430 attivisti della “Global Sumud Flottilla”, fra i quali 29 italiani, intercettati martedì in acque internazionali e condotti in stato di arresto nel porto israeliano di Ashdod. Fra gli italiani anche il deputato M5s Dario Carotenuto e un giornalista del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. Il video si muove fra il ponte della grande imbarcazione con cui gli attivisti sono stati trasportati e una vicina struttura della darsena, dove uomini e donne vengono costretti in file ordinate, in ginocchio, le mani legate dietro la schiena dalle fascette di “contenimento”. Una ragazza, colpevole di aver urlato “Palestina libera”, viene scaraventata a terra dalla manata di un uomo della sicurezza. Numerosi gli agenti armati di fucile. Sulla scena della prigione improvvisata appare il ministro Ben-Gvir che, bandiera israeliana in mano, si abbandona a trionfanti esternazioni: «Benvenuti in Israele, siamo i padroni di casa», «sono arrivati con tanto orgoglio, guardate come sono ridotti ora. Non eroi, niente di che, ma sostenitori del terrorismo. Chiedo a Netanyahu di consegnarmeli e di metterli nelle prigioni dei terroristi per molto tempo». E, rivolgendosi ai soldati: «Ottimo lavoro, così si fa, non lasciatevi turbare dalle loro urla». In un video successivo, attribuito al giornalista israeliano Moti Kastel (Channel 14), e pubblicato ancora una volta da Ben-Gvir, leader del partito estremista rappresentativo del sionismo messianico Otzma Yehudit (“Potenza ebraica”), agli attivisti viene fatto ascoltare con gli altoparlanti l’inno israeliano Hatikva. (“Avvenire” – Luca Foschi)

Ricordo, per l’ennesima volta, cosa diceva mia sorella sullo spinoso tema dei rapporti fra Israele e Palestina, sintetizzando spietatamente, al ritorno da un viaggio in Terra Santa, i rapporti fra le due popolazioni: “Gli Israeliani sono dei delinquenti, trattano i palestinesi da cani; i palestinesi non capiscono niente”. Gli uni accaparrano territori, opprimono i conterranei, hanno l’appoggio del mondo occidentale e in particolare degli Usa; gli altri non riescono ad avere un minimo di classe dirigente e di strategia politica, si affidano finanche ai terroristi, reagiscono alla violenza con la violenza, all’odio con l’odio e così si vocano alla distruzione”.

Il ricorso al terrorismo non si può giustificare, ma capire. Persino Andreotti nel suo cinismo politico internazionale ammetteva che anche noi benpensanti forse al posto dei palestinesi faremmo un pensierino al terrorismo per difenderci.

La prospettiva dei “due popoli – due stati” appare ragionevolmente la più equa, ma purtroppo risulta di problematica per non dire impossibile attuazione.

Come in un ormai logoro ritornello, dovrebbe essere l’Europa in combutta con l’Onu, ad avviare a soluzione questo rompicapo geopolitico. Una netta presa di distanza dal governo israeliano con sanzioni e rottura di rapporti commerciali, assieme ad iniziative diplomatiche serie e coraggiose dovrebbero costituire il contributo europeo alla soluzione di quello che è sempre stato il nocciolo della questione mediorientale.

Per fortuna il nostro Paese, almeno nel periodo della cosiddetta prima repubblica, aveva tenuto un atteggiamento della mano tesa verso i palestinesi a livello diplomatico e nel campo degli aiuti economico-finanziari. Ora non ci si capisce più niente… Forse occorrevano gli episodi di cui sopra, vale a dire tiramenti di corda al limite dello strappo, per suscitare indignazione etica e reazioni politiche. Dispiace che sia il nostro penoso orgoglio nazionale a reagire al vergognoso nazionalismo israeliano. Quello che non hanno potuto le migliaia di bambini di Gaza e del Libano lo possono i rigurgiti del sussiego italiano.

Per la verità, se le acque si muovono, è tutto merito degli attivisti della Flottiglia e della loro protesta fattiva e dinamica, in quanto almeno scoprono l’altarone: quando si afferma che le iniziative pacifiche e di concreta solidarietà sono inutili, si cade in una colpevole rassegnazione di fronte alla violenza del governo israeliano, di chi lo vota e lo sostiene in patria e di chi lo subisce a livello internazionale.

Certo che le pur sacrosante, doverose ma statiche proteste di base, colte o piazzaiole che siano, rischiano di lasciare il tempo che trovano in quanto non trovano interlocutori autorevoli di marca israeliana e/o palestinese e di scantonare talvolta nella violenza che aggiunge benzina al fuoco. Sono infatti rare le voci israeliane sincere nell’analisi e disponibili al dialogo; per quanto riguarda i palestinesi non esistono precisi e credibili riferimenti politici. Il tanto auspicato dopo-Arafat si è rivelato un disastro.

Mentre il governo israeliano appare fortissimo al punto da dettare l’agenda bellica agli Usa, in realtà soffre il ricatto dei coloni e dell’intransigente cupola della gerarchia religiosa in una società frammentata e complessa, che prima o poi potrebbe esplodere nelle sue contraddizioni.

I cristiani, presi in mezzo, testimoniano con la vita il loro coinvolgimento umano e religioso nelle atroci vicende di quelle terre. Mentre loro vengono toccati nel vivo della loro carne religiosa e umana, gli ebrei praticanti stanno a guardare (impossibile leggere nelle loro coscienze, ma li vedo taciturni e consenzienti), appoggiano vergognosamente Netanyahu o al massimo gridano al lupo dell’antisemitismo (che trova proprio in Netanyahu i suoi fenomenali assist).

Cosa farebbe oggi Giorgio La Pira? Adotterebbe il suo metodo: unità, dialogo, diritto. In un mondo disgregato all’inverosimile, dove ogni persona e ogni Stato punta al proprio interesse, dove la forza è il parametro della coesistenza, dove l’arbitrio sostituisce le regole condivise, avrebbe sicuramente il coraggio di buttare la verità “in faccia alle facce” sporche di Trump, Netanyahu, Putin e c. , avrebbe la pazienza di convocare a Firenze tutti gli uomini di governo e di cultura dotati di buona volontà per discutere dell’assetto mediorientale, avrebbe il coraggio di lanciare il suo sogno concreto di giustizia andando incontro ai bisogni dei palestinesi. Esattamente il contrario rispetto all’inerzia dei governanti italiani ed europei capaci soltanto di risentirsi a parole e di balbettare qualche misera stucchevole e politicante giaculatoria.

Ho richiamato La Pira perché è stato un personaggio storico capace di coniugare al meglio politica e religione, etica e governo, persone e istituzioni, pace e difesa dei deboli. E perché, in questo momento, solo la Chiesa cattolica è capace di andare controcorrente facendo azione di pace e, in mancanza della politica, di fare supplenza a livello diplomatico.

 

 

I frutti marci di un memorandum fitopatico

Il trafficante libico davanti alla Corte dell’Aja: sul banco degli imputati c’è anche l’Europa. Si chiama Khaled Mohamed Ali El Hishri, ma a Tripoli per tutti è “Al Buti”. Come il generale Almasri, ha spadroneggiato nelle carceri nordafricane, tra accuse di torture ai migranti e silenzi dei nostri governi. Il procedimento a suo carico è importante. Per le vittime, per il diritto internazionale e per il giornalismo.

Il punto non è solo Libia. È l’Europa, l’Italia, il Mediterraneo trasformato da “Mare Nostrum” in “mare di nessuno”, dove i diritti valgono finché non sono di intralcio. Sul banco degli imputati c’è la cooperazione con apparati libici presentati come argine ai trafficanti. Nell’aula del tribunale insieme a vittime e presunto colpevole ci sono domande a cui prima o poi bisognerà rispondere e che nessun governo ama ascoltare. Che cosa sapevamo? Che cosa abbiamo finanziato? A chi abbiamo affidato vite umane pur di non vederle arrivare sulle nostre coste? A quale prezzo? (“Avvenire” – Nello Scavo)

Questo evento giudiziario, che rischia di passare sotto silenzio per amore di patria, di Europa, di politica italiana di destra, ma purtroppo anche di sinistra, richiama un episodio di alcuni anni fa che la dice lunga sul coraggio e sulla coerenza di papa Francesco e sugli scheletri negli armadi dell’anti-politica migratoria dei governi e in particolare del Governo Gentiloni e del suo ministro degli Interni Marco Minniti, promotore del Memorandum Italia-Libia del 2 febbraio 2017. Una gran brutta macchia che è qui tuttora… e che nessuno ha l’ardire almeno di ammettere e magari di mandare via dopo averla maledetta (Macbeth di Giuseppe Verdi).

Il 27 febbraio 2022 il papa avrebbe dovuto partecipare all’”Incontro dei vescovi e dei sindaci del Mediterraneo” a Firenze, ma declinò a causa della presenza dell’ex ministro dem Marco Minniti.  . È quanto rivela il sito “vaticanista” Silere Non Possum sulla riunione a porte chiuse tra Bergoglio e i vescovi italiani, il 23 maggio nell’aula Paolo VI per l’apertura della 76° Assemblea Plenaria della Cei. Rispondendo a una domanda del vescovo di Pinerolo Derio Olivero, il papa avrebbe motivato la sua assenza al convegno fiorentino affermando di non essere partito su consiglio medico, per non forzare il suo ginocchio dolorante. Aggiungendo, però, che gli fu riferito che all’incontro sarebbero state presenti persone implicate nell’industria delle armi, tra cui Minniti, e che dunque “era meglio che il papa non partecipasse”. Il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, avrebbe però sostenuto che il papa fosse stato “informato male”, poiché “c’erano due convegni: quello dei vescovi e quello dei sindaci”, a cui i vescovi si sarebbero uniti “solo successivamente”. Secca la replica del papa: “No, tu puoi continuare a dire quello che vuoi, a me hanno detto che c’erano questi signori e ho visto i video di questi invitati, c’era anche Minniti. Poi mi hanno fatto vedere quando erano al ministero quali leggi hanno fatto, sono dei criminali di guerra. Ho visto anche i campi di concentramento in Libia dove tenevano questa gente che loro hanno respinto!”. (“Il Fatto Quotidiano” – Stefano Baudino – 02 giugno 2022)

 

Non voglio criminalizzare Marco Minniti, ma evidenziare come abbia sbagliato completamente la mira, scegliendo una strategia di collaborazione con la Libia diventata sbrigativa porta di uscita per aspiranti migranti, ma anche e soprattutto subdola porta d’entrata per crimini contro l’umanità. Ammetto, per onestà intellettuale, di avere prestato a suo tempo qualche pragmatica e illusoria attenzione a questa linea che poteva allora sembrare obbligata. È sempre molto pericoloso rinunciare all’idealismo dei principi per la concretezza dei problemi… La tragedia che ne è scaturita si è incaricata di confutare questa scelta a dir poco azzardata. E nessuno ammette questi storici errori e ha il buongusto di rimettere in discussione opzioni comunque errate. Siamo paradossalmente diventati al riguardo paradigmatici in ambito europeo: facciamo scuola, la scuola degli asini!

 

Il 21 febbraio 2022 sul sito di Redattore sociale è apparso un articolo nel quale si definiva “inopportuna e imbarazzante la presenza di Marco Minniti come membro del Comitato scientifico, nonché relatore, del convegno Incontro dei Vescovi e Sindaci del Mediterraneo”. Si trattava di una lettera aperta di protesta, firmata tra gli altri da Mediterranea Firenze, Comunità della Piagge, Associazione Progetto Accoglienza. Nel testo si legge: “Il motivo per cui la presenza di Minniti è giudicata inopportuna è il fatto che l’ex ministro dell’Interno del Governo Gentiloni è stato il promotore del Memorandum Italia-Libia del 2 febbraio 2017. Un Memorandum la cui applicazione da quel giorno ha consegnato ai lager libici circa 82.000 persone – tra uomini, donne e bambini – destinandoli alla detenzione arbitraria, alla tortura, a trattamenti crudeli, inumani e degradanti, agli stupri e alle violenze sessuali, ai lavori forzati e alle uccisioni. Ciò è potuto accadere semplicemente grazie alla sua firma sugli accordi di cooperazione finalizzati all’intercettamento dei migranti e dei rifugiati durante la traversata del Mar Mediterraneo”. Per i firmatari non era opportuna la presenza dell’ex ministro anche perché oggi è “il presidente della Fondazione ‘Med-Or’ – voluta e istituita da Leonardo spa, azienda leader nel campo degli armamenti”.

 

C’è un filo rosso-nero che lega il sacco della nostra politica migratoria che va appunto dal Memorandum Italia-Libia del 2017 alla vicenda Almasri e in base al quale si spiegano tante brutte cose, che coinvolgono i governi che si sono succeduti, la sinistra e la destra sostanzialmente uniformi, che (s)coprono vergognose responsabilità. Papa Francesco non era stato male informato, ma aveva capito bene la nostra politica a cui sembrava giustamente addirittura allergico.

Chissà che il processo ad Al Buti davanti alla Corte dell’Aia non costringa tanti soggetti a fare mea culpa e ad affrontare seriamente la politica migratoria. I cattolici in cerca di spazio politico alternativo a sinistra comincino il loro percorso partendo proprio dallo sgombrare il campo dagli storici abbagli e dalle oscene titubanze in materia migratoria e dai posizionamenti omertosi in politica estera alla ricerca della finta pace armata.