Un po’ di Lauro, un po’ di Trump

Quali sono “i casi straordinari di necessità e urgenza”, previsti dalla Costituzione all’articolo 77, che giustificano l’adozione di un decreto legge sul bollo auto, quello varato mercoledì dal Governo? Il provvedimento prevede per il 2027 l’esenzione dalla tassa di circolazione per le autovetture fino a 80 kW e per tutti i motocicli, con il limite di un solo veicolo per contribuente. È difficile non leggere soprattutto in chiave di comunicazione politica la scelta di anticipare proprio ora l’intervento. Il 2027 sarà l’anno delle elezioni e il Governo si trova oggi a fronteggiare il problema del caro carburanti, mentre il beneficio del taglio delle accise viene progressivamente ridotto. Nello stesso decreto, dunque, finiscono insieme il sempre più lieve sollievo alla pompa di benzina e quello, futuro, sul bollo auto. Qui, però, non vogliamo perderci in uno sterile dibattito se la tassa di circolazione dell’auto sia un’imposta giusta o sbagliata. Certo, a milioni di automobilisti farà sicuramente piacere non doverla più pagare, almeno per le utilitarie. La vera domanda da porsi è un’altra: quali sono, oggi, le necessità sociali che meritano la corsia dell’urgenza e una dotazione consistente di fondi?

Perché l’Italia ne ha alcune davanti agli occhi da anni: l’assistenza agli anziani non autosufficienti e la condizione dei familiari caregiver di persone con disabilità. Il paradosso è che di queste necessità ci accorgiamo davvero quasi solo quando esplodono nelle forme più drammatiche: una donna che uccide la madre malata di Alzheimer, una coppia che precipita nella disperazione davanti alla disabilità gravissima della figlia. Solo allora la parola «urgenza» torna nel dibattito pubblico. Certo, «liberare gli italiani da una tassa odiata» è una formula assai più semplice e accattivante di «rafforzare l’assistenza alla non autosufficienza». Lo slogan è molto più efficace. Il compito della politica, però, non dovrebbe essere soltanto quello di scegliere ciò che è più facile da comunicare o fa maggior presa sugli elettori. Ma riconoscere ciò che, nella vita concreta delle persone, non può più essere rinviato. E allora le vere domande per la legge di Bilancio diventano: quali necessità considereremo davvero urgenti? E quanto siamo disposti a investirci?
L’auspicio è che lo sguardo del Governo si alzi un po’ più in alto delle pompe di benzina. Per vedere fin dentro le case, dove ogni giorno milioni di famiglie si prendono cura dei loro anziani e dei figli con bisogni complessi. Perché non siano più lasciate sole. (“Avvenire” – Francesco Riccardi)

La qualità di una democrazia non si giudica soltanto nel giorno del voto, ma da come il potere viene gestito e dai diritti garantiti nei giorni successivi alle elezioni. Non so chi lo abbia affermato, ma il discorso non fa una grinza e può essere allargato anche ai pochi giorni prima del voto.

Se un governo spera di conquistare consensi varando in extremis provvedimenti propagandistici come l’eliminazione della tassa di circolazione degli autoveicoli vuol dire che ammette di essere alla frutta. È questa la riforma fiscale? Non azzardo pronostici, ma la reazione dell’elettore medio dovrebbe essere estremamente negativa: non ci vuole molto a capire di essere presi in giro.

Evidentemente la premier reagisce alle difficoltà rispondendo alla demagogia vannacciana con quella meloniana. Siamo solo agli inizi della campagna elettorale, anzi non vi siamo ancora nemmeno entrati, e, se la giornata si giudica dal mattino, prepariamoci al peggio. D’altra parte tutta la politica del centro-destra è stata improntata alla comunicazione: se togliamo quella non ci resta niente. È il caso di dire: sotto il vestito (della propaganda) niente.

La campagna elettorale di Achille Lauro (noto come “il Comandante”), armatore e leader monarchico candidato a sindaco di Napoli negli anni ’50, consisteva nel regalare una scarpa sinistra prima del voto e promettere quella destra solo a elezione avvenuta.

Donald Trump promette 5.000 dollari a ogni adulto statunitense se i repubblicani riusciranno a mantenere il controllo di Camera e Senato alle elezioni di metà mandato di novembre. Il presidente ha lanciato la proposta durante una convention repubblicana a Dallas, in Texas, dove ha cercato di rilanciare la sua base in vista del voto.

Ebbene la logica è sempre la stessa: quella di Giorgia Meloni è riveduta e ammodernata rispetto a quella pittoresca di Lauro, più sobria e realistica di quella trumpiana.

Auspico che il centro-sinistra, non potendo basare la propria campagna elettorale su marchette governative, non ripieghi sul fumo delle passerelle primarie, dimenticando la sostanza dei bisogni primari, secondari e terziari dei cittadini.

 

 

La sobrietà non è un optional

Già dalla scelta dei paramenti, indossati per presentarsi al mondo dalla Loggia di San Pietro, era evidente a tutti che Leone XIV stesse lanciando da subito un messaggio di discontinuità con il suo predecessore: il ritorno della croce d’oro (con stola, mozzetta e rocchetto) in contrasto con il minimalismo e la croce d’argento di Francesco. L’argentino Bergoglio, che voleva “una Chiesa povera per i poveri”, era molto preoccupato dai conti della Santa Sede, tanto da chiedere numerosi “sacrifici” a chi in Vaticano guadagnava di più. La cancellazione del taglio degli stipendi dei cardinali, adottato da Papa Francesco in piena emergenza Covid, è solo l’ultima mossa dello statunitense Prevost. Un Pontefice che oggi sarebbe anche più sereno grazie ai segnali di ritorno del sostegno dei ricchi donatori americani, che potrebbero dare un grosso contributo.

La richiesta di sacrifici in Vaticano è stata un punto centrale del pontificato di Francesco. Nel marzo del 2023 decise che tutti dovevano pagare l’affitto dei loro appartamenti. Per cardinali, capi-dicastero, presidenti, segretari, sottosegretari, dirigenti ed equiparati niente più abitazioni gratis o “a condizioni di particolare favore”. Francesco, venne comunicato, “ha manifestato la necessità che tutti facciano un sacrificio straordinario per destinare maggiori risorse alla missione della Santa Sede, anche incrementando i ricavi della gestione del patrimonio immobiliare”. E non finisce qui. Nell’ottobre del 2024 il Papa dispone nuovi tagli mettendo di nuovo mano alla busta paga delle porpore che lavorano in Curia. Venne “sospesa l’erogazione della ‘Gratifica per la Segreteria‘ e della ‘Indennità di Ufficio’ fino a quel momento riconosciute tra gli emolumenti mensili”. Voci che si aggiravano intorno a 500 euro ciascuna.

L’approccio di Papa Prevost è, invece, diametralmente opposto. Appena eletto, per tenersi buona la curia, ripristina l’elargizione in busta paga della gratifica di 500 euro (soppressa da Bergoglio per destinare l’intera cifra ai poveri). E oggi, nel giorno del suo compleanno, è lui a fare un regalo ai porporati: i loro stipendi risaliranno del 10%. Dietro a queste mosse, oltre al tentativo di migliorare il clima dentro le mura vaticane, vi potrebbe essere anche una minore preoccupazione di Leone XIV sullo stato dei conti. Già nel 2024, con i tagli di Francesco, si era registrata una significativa riduzione del disavanzo, ma il deficit strutturale è ancora consistente.

La serenità del primo Papa statunitense potrebbe derivare, secondo quanto trapela, proprio dal ritorno dei donatori americani. Gli stessi che non vedevano di buon occhio il suo predecessore, ritenuto troppo riformatore ed esageratamente critico con il capitalismo. L’apporto (probabilmente non proprio disinteressato) della ricca Chiesa statunitense, delle organizzazioni e dei singoli donatori è ritenuto una possibile salvezza per i bilanci vaticani. Sono numerosi i segnali di un riavvicinamento tra Leone XIV e i grandi benefattori statunitensi: la Papal Foundation ha annunciato 25 nuove famiglie di donatori e oltre 15 milioni di dollari per 144 progetti, mentre nel 2026 il Papa ha intensificato gli incontri con grandi finanziatori americani. (“Il Fatto Quotidiano”)

Con la lunga citazione di cui sopra non intendo fare della demagogia e dell’allarmismo ecclesiali, ma non posso fare a meno di ricordare il seguente passo evangelico: “In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche” (Marco 6,8-9).

Mi sembra che lo stile del discepolo dovrebbe essere se non proprio quello della povertà assoluta almeno quello della sobrietà e gli indirizzi di papa Francesco andavano, peraltro molto ragionevolmente e moderatamente, in questa direzione. Non capisco quindi questa virata prevostiana: mi sembra una discreta buccia di banana su cui papa Leone è diplomaticamente scivolato a fin di bene (la buona armonia nella Curia e nella burocrazia vaticane), ma con discutibilissimo piglio pastorale (la sobrietà come optional) e in evidente contrasto con l’indirizzo impresso dal suo predecessore (Chiesa povera fino ad un certo punto…).

Non sfuggirà a papa Prevost come gli occhi critici di credenti e non credenti colgano con molta attenzione le contraddizioni tra il dire e il fare della Chiesa soprattutto ai vertici della sua gerarchia. Attenti quindi a non scandalizzare…

Non so se la finanza vaticana abbia o meno delle aspettative nei confronti della finanza americana: sarebbe un retroscena vergognoso rispetto alle sacrosante prese di distanza tra papa Leone e Donald Trump. Attenti ai piatti di lenticchie che rovinerebbero tutto… I problemi finanziari del Vaticano sono da sempre un punto scandalosamente debole: è vero che la Chiesa non vive d’aria e d’amore, ma nemmeno di porcherie speculative. Anche volendo prescindere dalle vergognose e clamorose punte finanziarie dell’iceberg vaticano, c’è di base uno stile evangelico da rispettare che viene prima di ogni preoccupazione economica ed amministrativa.

«La tentazione è quella di ridurre la carità ad organizzazione, che ci vuole, ma bisogna sempre partire dalla misericordia. Noi non siamo funzionari e l’altro è un cuore, un fratello e una sorella, non un utente. Ridurre la carità all’operatività non va bene, perché diventiamo sterili» (Matteo Zuppi, vescovo di Bologna e presidente della Cei)

 

 

Battaglie di coscienza

Sono rimasto molto turbato dall’indagine della magistratura a cui vengono sottoposti parecchi medici per avere negato l’idoneità al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) di decine di persone migranti su cui pendeva un decreto di espulsione. I medici, cioè, secondo l’ipotesi, avrebbero agito almeno da maggio 2024 in una sorta di “rete anti-Cpr” che firmava certificati incompleti, o addirittura arbitrari, per attestare la non idoneità al rimpatrio. E ostacolarlo. Uno di questi medici è persino indagato con l’ipotesi di associazione a delinquere. Mi faccio guidare di seguito dalla obiettiva e approfondita cronaca di Andrea Ceredani su “Avvenire”.

Di fronte a un decreto di espulsione, i camici bianchi sono sempre chiamati a rilevare la presenza di due prerequisiti necessari al trattenimento: eventuali vulnerabilità psichiatriche e possibili patologie infettive, che potrebbero acuirsi dentro ai centri per il rimpatrio. Solo in Toscana – nelle province di Firenze, Prato e Pistoia – nel 2025 circa il 30% di queste visite ha emesso un verdetto netto: non idoneità al trasferimento. Ma, secondo un documento redatto dalla Simm (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni) nel giugno dello scorso anno, tutti i Cpr in realtà sono luoghi «patogeni per le persone migranti» che «mettono a rischio la salute e la vita delle persone che vi vengono detenute». È sulla base di questa premessa che molti medici rilasciano i certificati di non idoneità. Una posizione sostenuta nel gennaio del 2025 anche dall’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità), che in una nota ha spiegato che «la detenzione amministrativa delle persone migranti è una causa diretta di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi».

Se ho ben capito i termini della questione, a mio personale e sommario giudizio ci troviamo di fronte a un caso di obiezione di coscienza: da una parte abbiamo una legislazione rigidamente orientata al rimpatrio degli immigrati, privi degli esagerati requisiti richiesti per essere accolti, anche a costo di comprometterne la salute fisica e psichica; dall’altra parte abbiamo i medici che in parecchi casi  attestano l’esistenza di contro indicazioni di carattere sanitario all’adozione dei provvedimenti di rimpatrio e ricovero nei Cpr. C’è alla base di tutto la considerazione che comunque questi Centri non siano idonei ad ospitare i migranti in condizioni compatibili con la loro salute.

Alcuni professionisti, in corteo davanti alla Questura di Bologna, hanno ribattuto che l’opposizione di molti medici al trattenimento nei Cpr, considerati «contesti di degrado igienico-sanitario», è nota da tempo: i dottori perquisiti non sono «parte di un’associazione a delinquere» – dice Vanessa Guidi, dottoressa della Ong Mediterranea Saving Humans presente al presidio -, ma «hanno solo in coscienza seguito il codice deontologico evitando che delle persone venissero rinchiuse nei Cpr, luoghi patogeni per la salute fisica e mentale».

Il corto circuito umanitario e igienico-sanitario che si è venuto a creare ha trovato, immediatamente e sbrigativamente, riscontro meramente burocratico e disciplinarmente aggressivo a livello governativo.

Il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha subito invocato la «radiazione dall’albo»: «Quanto sta emergendo è molto grave – ha scritto su X –. Se riconosciuti colpevoli, radiazione dall’albo dei medici e pagamento dei danni, di tasca propria, per le mancate espulsioni di tutti i clandestini che avrebbero protetto». La Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), in risposta, ha chiesto a «chi ricopre responsabilità istituzionali» di «rispettare i medici che ogni giorno, con competenza e dedizione, si prendono cura delle persone senza discriminazioni e spesso in condizioni difficili». «I medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza – continua il presidente Filippo Anelli – ma professionisti della cura, il cui mandato fondamentale è tutelare la salute e la dignità di ogni persona».

Forse sarebbe il caso che i componenti del governo, i parlamentari che lo sostengono e quelli che non si oppongono a sufficienza ad esso andassero in visita in questi centri di degrado igienico-sanitario: probabilmente ne uscirebbero con qualche crisi di coscienza.

Lo stato di salute di una democrazia si misura dalle condizioni delle sue carceri, poiché il modo in cui una società tratta i suoi membri più marginali e privati della libertà rivela il reale rispetto dei diritti umani e costituzionali. Questa celebre riflessione – spesso associata al pensiero di grandi osservatori come Alexis de Tocqueville – evidenzia come il sistema penitenziario non sia un mondo separato, ma lo specchio della civiltà giuridica e morale di un intero Paese. Il discorso vale a maggior ragione per le condizioni dei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr): in essi oltre tutto vengono inseriti soggetti che hanno commesso solo il “reato” della fuga da condizioni di vita disumane e si trovano paradossalmente e beffardamente ributtati in analoghe situazioni, cadendo dalla padella dei loro Paesi di origine nella brace dei Paesi che non trovano di meglio che respingerli brutalmente.

La Costituzione italiana tutela i migranti e ogni essere umano attraverso i principi fondamentali di uguaglianza e riconoscimento dei diritti inviolabili, indipendentemente dalla cittadinanza. Siamo lontani mille miglia da questa impostazione basilare, addirittura mettiamo sotto indagine chi osa ricordarcelo opponendosi deontologicamente a leggi e procedure inaccettabili.

È inutile nasconderlo: l’Italia sta calpestando la sua cultura e la sua civiltà basate sul rispetto dei diritti umani. Dovremmo vergognarci e avere il coraggio di fischiare il tenore italiano anche se qualcuno ci inviterà a protestare il soprano europeo.

Infine, sulla migrazione, la numero uno dell’esecutivo Ue ha tenuto ben alti i bastioni della Fortezza Europa. E, con le immagini del maxi-afflusso di persone a Ceuta questa estate (su cui ancora battagliano popolari e socialisti, già in clima di campagna elettorale in vista del voto spagnolo del prossimo anno), von der Leyen ha insistito sulla volontà di potenziare Frontex, la guardia costiera e di frontiera dell’Ue, «per accelerare i rimpatri», da una parte, e, dall’altra, di continuare a stringere accordi con i Paesi di origine e transito. Ma c’è anche la promessa di nuova stretta: servirà a «dotare l’Europa dei mezzi per proteggere le proprie frontiere in ogni momento. Soprattutto negli scenari in cui i movimenti di massa vengono organizzati e strumentalizzati». (“Avvenire” – Gabriele Rosana, Strasburgo)

Dopo tutto ammetto di non sentirmi né italiano né europeo. Potrei chiedere la cittadinanza allo Stato Vaticano, anche se sui diritti umani non mi trovo in perfetta sintonia nemmeno col Papa (vedi suicidio assistito). Forse è il caso di chiudermi entro i confini della mia coscienza: non mi sento a posto nemmeno lì…

Congiurati di destra, guardoni di sinistra, convitati di centro

Alle penose, strumentali, fuorvianti e anticostituzionali discussioni sulla legge elettorale (ne uscirà probabilmente un vomitevole polpettone doroteo) preferisco la valutazione e l’analisi dei consensi ai partiti in base ai sondaggi (paradossalmente più obiettivi del responso delle urne).

Il centro-destra, o come sarebbe meglio dire il destra-centro, ha la spina nel fianco del partito di Roberto Vannacci: se riuscisse ad inglobarlo in qualche modo, avrebbe la vittoria (quasi) in pugno, in caso contrario rischierebbe grosso. Farlo rientrare nei ranghi potrebbe tuttavia avere ben due controindicazioni: una cospicua perdita di consensi al centro, che potrebbe rappresentare una sorta di vittoria di Pirro; uno sbilanciamento politico-programmatico tale da compromettere la collocazione a livello europeo e da comportare un isolamento nelle istituzioni UE.

Il centro-sinistra, o come sarebbe meglio dire il campo largo di centro-sinistra, ha il problema della leadership e della notevole differenziazione a livello programmatico: sui temi fondamentali non esiste concordanza di vedute.

Da una parte abbiamo il centro che rincorre la destra abbastanza convintamente, dall’altra abbiamo la sinistra che sopporta obtorto collo il centro il quale, a sua volta, vuol condizionare la sinistra. Sarebbe meglio dire: la politica che si allontana dalla democrazia con una destra che ne comporta la deriva, mentre la sinistra gioca a fare la guardona democratica che spera di cavarsela con le armate Brancaleone speculanti sugli imbarazzi estremistici del fronte opposto.

Vedrò di seguito di contrapporre le mie sferzanti analisi alle previsioni manovriere sulle mosse del centro, che, mentre a destra sta tirando gli ultimi, a sinistra tenta di galleggiare opportunisticamente. Mi farò provocare dalla fantapolitica de “Il Riformista” elaborata dalla Storia di Aldo Torchiaro.

La legge elettorale che il Parlamento si appresta a varare taglia le gambe alle liste minori. Quelle sotto l’1% saranno escluse. Quelle sotto il 3% verranno penalizzate. E per le liste più piccole è previsto un tetto: al di sotto di quella soglia, riceverà seggi soltanto la lista più votata. Il risultato è facilmente prevedibile: le liste dovranno mettersi insieme. Farne una sola, nazionale, e giocarsi le sei preferenze nei collegi. La frammentazione, questa volta, rischia di diventare un lusso che nessuno potrà più permettersi. Si rafforza così l’ipotesi di una lista unica dei moderati, dei riformisti e dei civici nel centrosinistra. Nel listone potrebbero confluire Casa Riformista-Italia Viva, il Progetto Civico di Alessandro Onorato, Più Europa — sia che alla guida resti Riccardo Magi, sia che prevalga Benedetto Della Vedova — il Psi di Enzo Maraio e, con ogni probabilità, anche Più Uno, il movimento guidato da Ernesto Maria Ruffini. Il progetto è ambizioso. Tanto che, negli interna corporis dei partiti coinvolti, sotto promessa di anonimato, circolano già stime comprese tra il 6 e il 7 per cento dei consensi. Dalla Sicilia, Ismaele La Vardera potrebbe conferire alla lista il proprio 12 per cento su scala regionale. Alessandro Onorato, intanto, è in crescita, anche sulle ali dei suggerimenti all’orecchio di Goffredo Bettini, incrollabile kingmaker della sinistra italiana.

Il rischio è che si presentino agli elettori, sempre più perplessi e astensionistici, forzose e confuse coalizioni imposte da una legge elettorale sbrigativamente e follemente orientata ad un pluralismo polarizzato. E questo autentico casino politico creerebbe stabilità e governabilità? Ma fatemi il piacere…

Ma, tra tanti galli, chi può fare il primus inter pares? Il rischio è di rivedere uno schema già noto: quello che portò al suicidio del Terzo polo. Molti protagonisti, molte ambizioni e una sola domanda destinata a far saltare il tavolo: chi comanda? L’idea renziana di individuare in una donna «l’uomo giusto» per capeggiare il progetto si sarebbe scontrata con l’indisponibilità di Silvia Salis, sindaca di Genova. Che, a quanto pare, interessata non è. Ecco allora emergere il nome di Gaetano Manfredi, l’apprezzato sindaco di Napoli, che gode di un consenso ampio anche fuori dalla propria città. Potrebbe essere lui il federatore, il nome in grado di unire, il portavoce dei moderati senza i quali — la constatazione di Lilli Gruber al Corriere è una sentenza di Cassazione — il centrosinistra è condannato a perdere? Alla commemorazione solenne per Emma Bonino, a Roma, i rappresentanti di quest’area si sono ritrovati per dare l’estremo saluto alla leader radicale scomparsa. E proprio lì, tra i presenti, il nome di Manfredi ha cominciato a circolare con insistenza. «Il nome che abbiamo indicato è quello di Gaetano Manfredi», conferma al Riformista uno dei massimi dirigenti del Partito socialista italiano. Da Più Europa, invece, non smentiscono che si stia lavorando in quella direzione.

Tutto basato sulle manovre al centro? Cosa ci capiranno gli elettori? I personalismi spazzano via i programmi, i leader vengono improvvisati, i piccoli partiti si prendono la rivincita, si vendicano della legge elettorale, la dribblano. La destra e la sinistra si troveranno al centro e là magari si daranno la mano.

A non saperne nulla, figuriamoci, è proprio Gaetano Manfredi. Dal suo staff fanno spallucce: «Gira il suo nome, ma è ancora presto», si limitano a dire. Per chi conosce i codici di questo alfabeto, la formula suona più affermativa che evasiva. Manfredi, già Ministro dell’Università nel governo Conte II, potrebbe unire i centristi nel centrosinistra grazie a un profilo difficilmente divisivo: uomo di cultura, ex rettore dell’Università Federico II di Napoli, esponente di estrazione civica e amministratore con una solida esperienza alle spalle.

Di lui si fidano Matteo Renzi e Giuseppe Conte, due leader che, a parte questo, non condividono praticamente nulla. La solidità, dunque, ci sarebbe tutta. Anche se l’incarico dovesse arrivargli a sua insaputa, Manfredi potrebbe portare a dama il rassemblement centrista. E spingere, anche negli altri schieramenti, moderati, riformisti ed europeisti a fare la stessa operazione: mettersi insieme, superare i personalismi e costruire una proposta unitaria. La legge elettorale, in fondo, sta facendo ciò che la politica non è mai riuscita a fare: obbligare i piccoli a diventare grandi. Resta da capire se, una volta riuniti, riusciranno anche a non ricominciare a litigare.

Non vedo alternative a quello che ho già definito casino, se non in un sistema elettorale proporzionale puro senza alcun sbarramento, che metta a nudo anche qualche residuo di idealità e valori in mezzo alla bagarre dialettica e rappresenti la politica com’è senza infingimenti e camuffamenti, lasciando alla Costituzione la bussola, al Parlamento l’ardua combinazione politica e di governo, al Presidente della Repubblica e alla Corte Costituzionale la garanzia del rispetto della democrazia.

Altro che premierato, altro che patti di coalizione scritti sulla sabbia, altro che preferenze col contagocce, altro che firme raggranellate alla rinfusa, altro che smanie populiste e velleità centriste, altro che leaderismo senza leader, altro che galli, galletti e galline, altro che derive referendarie, altro che liste bloccate, altro che premi di maggioranza, altro che presidenzialismo…

L’intransigenza dogmatica e la carità onnicomprensiva

Sarò un testardo e accanito difensore delle proprie idee, sarò un presuntuoso ignorante sulle questioni dottrinarie, sarò pregiudizialmente portato alla critica verso gli atteggiamenti della gerarchia cattolica, ma non riesco a capire la posizione della Chiesa sul tema del cosiddetto suicidio assistito.  Non sopporto il così poco costituzionale balletto legislativo fra regioni e parlamento, ma non accetto nemmeno il dogmatismo così poco evangelico.

«Non può sussistere un “diritto a morire”, ma piuttosto quello di essere sempre curati e assistiti, sempre accompagnati e mai lasciati soli». È chiara la posizione dei vescovi del Triveneto sul suicidio medicalmente assistito. Riuniti a Bibione, in provincia di Venezia, il 10 e 11 settembre, i presuli hanno approvato all’unanimità una dichiarazione comune sul fine vita, intervenendo direttamente nel dibattito aperto dalla scelta della Regione Veneto di approvare una legge che organizza il suicidio assistito attraverso le strutture del Servizio sanitario nazionale. (“Avvenire” – Tommaso Piccoli)

Posso essere d’accordo sul fatto che non si debba ritenere un diritto quello di ricorrere al suicidio, così come per il ricorso all’aborto e al divorzio. È giusto partire dai valori esistenziali che vengono prima dei diritti civili: la vita e la famiglia rappresentano questi irrinunciabili valori.

La contrarietà al suicidio assistito non equivale, precisano inoltre, alla richiesta di prolungare a ogni costo la vita. «La Chiesa, sempre attenta alle sofferenze umane dell’anima e del corpo, rigetta ogni forma di accanimento terapeutico, ascolta la voce dei poveri e dei fragili». L’invito è piuttosto a ripensare le questioni del fine vita «al di fuori di ogni prospettiva ideologica», affrontandole «con empatia e desiderio di sincero dialogo». (ancora “Avvenire” – Tommaso Piccoli)

Giustissimo evitare di incartarsi in prospettive ideologiche, ma c’è quindi una contraddizione: alla forzatura dei diritti non si può e non si deve rispondere con l’intransigenza dogmatica. In mezzo a questa contrapposizione manichea c’è chi soccombe alla sofferenza.

Se un soggetto in buona fede e con motivi plausibili non ce la fa più a vivere il proprio matrimonio, se una donna non si sente sinceramente in grado di affrontare una maternità, se una persona gravemente malata non riesce più a sopportare le sofferenze, quale deve essere l’atteggiamento della comunità sia di quella civile che di quella ecclesiale. Aiuto, comprensione, sostegno, ma anche rispetto per le situazioni senza via d’uscita: non si tratta di sbandierare diritti, ma di offrire attenzione per le scelte personali quali reazioni a stati di sofferenza umanamente non sopportabili.

Come posso condannare una coppia a vivere un inferno di incompatibilità famigliare, come posso obbligare una donna alla maternità, come posso inchiodare un malato ad un letto e/o a una macchina? Non posso! Certo devo dare tutta la concreta solidarietà, ma se questa non basta…

La comunità cristiana deve essere in prima linea per aiutare questi soggetti così come le strutture pubbliche devono essere mobilitate al riguardo, ma purtroppo a estremi mali estremi rimedi. Dobbiamo aver l’umiltà di affrontare le situazioni disperate anche con la condivisione delle soluzioni umanamente possibili.

Io non sono favorevole a divorzio, aborto e suicidio assistito, ma sono più che disponibile a valutare le situazioni di estremo disagio che possono portare a scegliere di utilizzare questi strumenti, che vanno predisposti e gestiti nel migliore dei modi.

Se una famiglia non si regge più, è assurdo volerla tenere unita con lo scotch del divieto a divorziare; se una donna, magari sola nella sua gravidanza, non se la sente di essere madre, è inumano costringerla ad essere una pessima madre o a ricorrere all’aborto clandestino; se una persona gravemente e inguaribilmente malata non riesce a sopportare il proprio stato di sofferenza, è paradossale obbligarla a vivere.

Io la penso così non alla leggera, ma in base a considerazioni umane, culturali, religiose e soprattutto evangeliche. La politica faccia la sua parte, la Chiesa pure: la funzione politica non termina con una o più leggi, ma consiste nell’attivazione di una complessa strumentazione psicologica, sociale, sanitaria ed assistenziale; la dimensione religiosa non consiste soltanto nella difesa di sacrosanti principi, ma soprattutto nella carità che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

I paraventi del centro moderato

L’osservato speciale è il partito dei Democratici Svedesi: formazione di destra radicale nata nel 1988 con radici in ambienti neo-nazisti, ha ormai ampi consensi nel Paese, grazie anche a un’opera di ripulitura della propria immagine avviata negli ultimi vent’anni. Quest’anno potrebbe ottenere alcuni incarichi di governo. Lo ha promesso lo stesso Kristersson: in caso di vittoria il suo partito, i Moderati, di centro-destra, punta a una coalizione con la destra radicale (oltre che con gli alleati attuali, i Democratici Cristiani e i Liberali): la formazione del governo sarebbe quindi congiunta. «Non c’è nulla di drammatico in questo – ha detto ai giornalisti il primo ministro uscente – È sotto gli occhi di tutti che collaboriamo con successo da quattro anni». Già alle elezioni del 2022 i Democratici Svedesi si erano aggiudicati il 20,5% delle preferenze degli elettori. Il loro peso politico li aveva resi necessari alla coalizione di centro-destra guidata proprio da Kristersson, che avevano supportato dall’esterno, senza incarichi di governo. Influenzandone però le politiche. (“Avvenire” – Chiara Vitali)

Per l’avanzata delle forze politiche di estrema destra esistono motivazioni storiche (la nostalgia per l’uomo forte), sociali (il disagio crescente), psicologiche (il senso di insicurezza), ma bisogna considerare anche un elemento squisitamente partitico, vale a dire la tendenza delle forze politiche del cosiddetto centro moderato ad appiattirsi pericolosamente sulle istanze programmatiche di destra se non addirittura ad allinearsi ai partiti di destra estrema con ignobili connubi parlamentari e/o governativi.

Siamo lontani mille miglia dall’impostazione morotea della Democrazia Cristiana, partito afascista e moderato ma non bloccato su politiche conservatrici e reazionarie, e dalla visione degasperiana del partito di centro che guarda a sinistra.

La cdu-csu in Germania ha perso i connotati della sua storica moderazione per indulgere a politiche sostanzialmente di destra e arrivando addirittura a trascinare la sinistra in snaturanti accozzaglie di puro potere. Succede anche nella Ue dove i gatti sono tutti bigi se pensiamo, ad esempio, al discorso della pace e dell’immigrazione.

In Italia c’è da tempo l’ansiosa ricerca di spazi partitici al centro dello schieramento politico: è nata un’infinità di partitini al riguardo, che vorrebbero presuntuosamente riprendere l’impostazione degasperiana e morotea senza averne la credibilità e la visione strategica.

Così facendo i partiti di centro, a volte oltre tutto di ispirazione cristiana (?), finiscono col tirare la volata alla destra, peraltro non condizionandola ma addirittura facendosi mortalmente condizionare. La gente non ci capisce dentro niente e, come dice Cacciari, preferisce l’originale alla copia.

Il vento di destra viene da lontano (trumpismo), si innerva nel corpo politico (anti)europeo (nazionalismo e sovranismo), soffia a favore della versione moderna del capitalismo tecnicistico (aerospazio e intelligenza artificiale) e bellicistico (riarmo, unilateralismo, abbattimento del diritto internazionale e delle sue istituzioni) e illude la gente con egoistiche e fasulle promesse securitarie e anti-immigrazione.

Dentro a questa sarabanda anti-democratica fanno sorridere gli artifici moderati e centristi, che diventano la foglia politica di fico rispetto al capitalismo che non solo ha i secoli contati, ma che cambia pelle per annientare sul nascere ogni velleitarismo liberal-conservatore. Guardiamo Merz e capiamo tutto…

L’unica possibilità di sopravvivenza democratica prima e di progresso sociale poi risiede in una ripresa decisa e forte della sinistra, che sappia partire dal tema della pace (sentito da tutti gli elettori) e da una gestione equilibrata ma solidale del fenomeno migratorio. Meno armi, più accoglienza e più attenzione a chi vive in difficoltà. Questa dovrebbe essere la piattaforma per la riscossa di sinistra o almeno per arginare il vento di destra. Lasciamo perdere le alchimie dei conservatori, che finiscono col conservare soltanto quel che serve alla destra e alla sua inesorabile avanzata.

 

 

L’incanto di destra e il disincanto di sinistra

Dopo AfD in Germania, toccherà a Futuro nazionale di Roberto Vannacci? Basta una domanda dell’inviata di 4 di Sera, su Rete 4, a far perdere le staffe a Massimo Cacciari. 

“Come mai il programma dell’estrema destra attecchisce così tanto in Europa?”, gli chiedono. E il filosofo risponde secco: “Ma non è il programma, ma smettetela con queste ideologie, non sono i programmi a prendere i voti. I voti vanno all’alleanza per la Germania, come in Italia sono dati un periodo per Grillo, un altro per Salvini, poi per la Meloni, perché la gente in Europa non ne può più, c’è un ceto medio impoverito, non c’è mobilità sociale, la democrazia è ascensore sociale e si è totalmente inceppata, non cresce il benessere, non crescono i servizi, una politica estera sciagurata che ci sanziona, costringendoci a pagare l’energia due volte, tre volte quella che sarebbe possibile pagare, una politica sciagurata”. 

“La gente protesta contro questa politica – prosegue Cacciari -, non è che siano diventati tutti fascisti o nazisti o di destra o di sinistra, non ne possono più, è un’Europa ormai in briciole, stanno sfasciando perfino Schengen. Ma vogliamo scherzare? Perfino l’Europa economica e di mercato sta crollando, cosa vuole che interessi alla gente dell’ideologia di Vannacci o dell’ideologia dell’AfD? Sono queste ragioni materiali che portano la gente a votare chi protesta. Di volta in volta protestano contro chi governa e questo è il grande rischio che corre anche la Meloni”. (“Libero”)

Quando la politica tocca argomenti piuttosto teorici, si sente immediatamente la presunta vox populi, riecheggiata da certa rispettabilissima intellighenzia culturale, che dice: a noi interessano le cose concrete, il caro-bollette, le liste d’attesa sanitarie, il costo della vita, etc. etc.

Sarà proprio così? Non ne sarei così sicuro dal momento che gli elettori si sono recentemente mobilitati nel considerare i contenuti della Costituzione e nel partecipare al referendum sulla riforma della giustizia. Evidentemente gli italiani (e anche i tedeschi) sanno benissimo che la soluzione dei problemi concreti non è indipendente dalle scelte politiche di fondo, che la soluzione delle “piccole cose” dipende dai “grandi valori” di riferimento.

Se è vero che le ideologie sono uscite dalla porta (salvo il loro improprio rientro dalla finestra), è auspicabile che rimangano vive le idealità: sì, perché una politica senza ideali e come una persona senza cuore.

Luciano Canfora, filologo classico, grecista, storico e saggista italiano, inquadra i fenomeni della destra radicale odierna all’interno di una dinamica storica in cui il fascismo e le spinte autoritarie non scompaiono, ma mutano, adattandosi alle paure sociali, alla disillusione verso i partiti tradizionali e alla crisi dell’uguaglianza economica.

Qualcuno sostiene che i rigurgiti nazifascisti in Germania come in Italia siano frutto di evasive politiche che, dimenticando i problemi, lascino rinascere le storiche tentazioni di affidarsi alle ricette anti-democratiche della destra. Sono solo in parte d’accordo: a un disegno reazionario si risponde con la concretezza progressista, ma anche e prima di tutto con l’ancoraggio ai valori della pace, della giustizia, dell’uguaglianza, della lotta alle povertà, coniugati con gli assetti delle relazioni nazionali, europee e mondiali.

Questo dovrebbe essere il compito della sinistra, che sembra aver smarrito il filo conduttore della sua funzione culturale, storica e politica. Il ritrovamento di quello che, strada facendo, sta diventando l’ago nel pagliaio, lo si può perseguire solo riscoprendo le due idealità che dovrebbero costituire le radici della sinistra: quella cattolica e quella socialista. La vena socialista si è risolta nel radicalismo di una visione democratica individualista; la vena cattolica si è appiattita sul liberalismo democratico. Due polmoni senza il cuore.

La celebrazione di elezioni primarie per la scelta di un leader così come la possibilità di esprimere preferenze nella scelta dei parlamentari, altro non sono che bombole di ossigeno per una democrazia che pensa di respirare senza polmoni e senza cuore. Certamente si può addirittura arrivare a respirare nel polmone d’acciaio del premierato e/o del presidenzialismo.

Occorre il coraggio di invertire la tendenza non partendo soltanto dai programmi, ma dai valori e dalle idealità, senza il timore di predicare nel deserto (chiamando nazismo e fascismo col loro nome anagraficamente aggiornato). Meglio predicare e indicare l’oasi valoriale che dare l’illusione di poter sopravvivere alla sete ricorrendo alle scorte di acqua sempre meno potabile.

 

Lo sciacallaggio della politica trumpiana

Il presidente statunitense Donald Trump ha promesso 5mila dollari a ogni cittadino adulto statunitense se il partito Repubblicano – cioè il suo partito – vincerà le elezioni di metà mandato del 3 novembre, riuscendo a mantenere la maggioranza alla Camera e al Senato. È stato il principale annuncio del discorso di Trump a Dallas, durante una convention dei Repubblicani organizzata in vista delle elezioni.

Trump ha detto che il pagamento in denaro si chiamerà «dividendo Trump» e lo ha paragonato ai dividendi che le società quotate in borsa danno ai loro azionisti. La misura costerebbe oltre mille miliardi di dollari: i maggiori media e commentatori statunitensi l’hanno accolta come una promessa irrealizzabile. Non è la prima volta che Trump promette elargizioni di soldi dirette ai cittadini, senza poi rispettarle. È un modo palese in cui il presidente cerca di influenzare il risultato del voto a suo favore, anche se lui l’ha presentato come una sorta di incentivo o di sussidio, che sarebbe pagato a tutti, non solo a chi vota per lui.

La popolarità di Trump negli Stati Uniti è molto bassa, soprattutto per gli effetti negativi sul costo della vita di alcune sue decisioni, a partire dalla guerra in Medio Oriente: la promessa di elargire 5mila dollari è un tentativo di invertire una tendenza negativa che secondo i sondaggi potrebbe dare ai Democratici il controllo della Camera, e forse anche del Senato.

Trump durante il discorso ha anche chiesto ai suoi sostenitori di votare «facendo finta che sia io il candidato», un appello che però potrebbe non funzionare come in passato. Alcuni candidati Repubblicani ritengono che la vicinanza a Trump sia invece controproducente per la loro campagna: vari senatori Repubblicani che stanno cercando di farsi rieleggere, tra cui Susan Collins del Maine e Dan Sullivan dell’Alaska, hanno scelto di non partecipare all’evento.  (“Ilpost.it”)

Il ragionamento, ammesso e non concesso che esista un filo di razionalità nella follia trumpiana, sembra essere questo: la politica è sporca (così i cittadini di tutto il mondo la vedono), tanto vale ammetterlo pubblicamente e farne addirittura un vanto o un impegno a condividere la sporcizia con gli elettori, dando loro l’illusione di trarne qualche concreto beneficio. Un modo per dialogare con la gente, accarezzandone il portafoglio, visto che spesso non riesce più a votare nemmeno secondo i propri interessi. Un bagno di realismo elettorale!

Qualche commentatore sostiene che la politica americana sia sempre la stessa e che Trump non faccia altro che rivelarne spudoratamente e clamorosamente i difetti: a volte la sincerità paga… Forse se Trump ha un incontenibile e cimurroso raffreddore gli altri governanti sparsi nel mondo hanno un tremendo mal di testa…

Il clientelismo è un male antico della politica, tanto vale prenderne atto e portarlo a galla facendone una sorta di occasione da sfruttare reciprocamente tra elettore ed eletto. A ben pensarci la politica di Trump ha questa impostazione di fondo, che finora ha fatto presa: il perbenismo ipocrita spinto persino a difendere i falsi valori religiosi, condito dal pragmatismo più brutale (la guerra serve, gli immigrati vanno buttati via, l’interesse nazionale è l’unico che conta, l’uomo è al servizio dell’economia, il papa non rompa i coglioni, etc. etc.).

In Trump possiamo vedere l’istituzionalizzazione dei difetti della politica a livello nazionale ed internazionale: il mondo va male, ebbene, aiutiamolo ad andare ancora peggio, portando a casa qualche beneficio. Siamo allo sciacallaggio della politica! Il clientelismo viene accompagnato da un vero e proprio culto della personalità: son io che vi fo’ scaltri!

Non so se Trump stia raschiando il barile dei suoi potenziali consensi, certamente sta portando all’eccesso la sua proposta politica, provocando un chiarimento: o con me (capace di tutto) o con gli altri (capaci di niente).

Cosa risponderanno gli americani? Temo siano coerenti nella loro stupidità e pensino comunque di mangiare la minestra bollente dal momento che l’hanno ritenuto tiepida se non addirittura fredda.

E noi europei?  Sorrideremo alle solite americanate e le sopporteremo come male necessario? Purtroppo i nostri governanti non sono molto diversi da Trump, guardateli e ve ne accorgerete. Probabilmente hanno il timore di fare la fine di Aldo Moro, non hanno il coraggio di ribellarsi, non vogliono pagarla cara. Gli americani, in una sbrigativa e parziale lettura della storia, ci hanno salvato dal nazifascismo, adesso hanno il diritto di insegnarci il nuovo nazifascismo riveduto e scorretto.

 

 

 

Le storie che minimizzano la storia

Dal primo insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, però, le riforme di impronta conservatrice premono dall’alto, imponendo di leggere l’11 settembre solo in chiave quasi solo celebrativa. Molti Stati le hanno già recepite. Una legge della Florida impone 45 minuti di lezione sul tema “11 settembre e patriottismo”. Il «Freedom Framework» della Louisiana introduce un tema simile in seconda elementare. Non solo. Da quando è tornato alla Casa Bianca per il secondo mandato, Trump ha rilanciato con ancora maggiore forza una linea di «educazione patriottica» contro l’«indottrinamento ideologico della sinistra», spingendo per un programma federale unico in questo senso. La narrazione dominante nei nuovi manuali e documentari dunque evidenzia l’attacco scioccante e senza precedenti, l’eroismo dei pompieri e dei soccorritori, il mondo stretto attorno agli Stati Uniti e onora le vittime, ma rischia di ridursi a una contrapposizione in bianco e nero, lasciando in ombra le radici storiche. Come il ruolo americano in Medio Oriente e in Afghanistan negli anni Ottanta, quando gli Usa armarono i mujahedin contro i sovietici e sostennero Saddam Hussein contro l’Iran, il modo in cui certe scelte contribuirono alla nascita di al-Qaeda e le decisioni controverse successive, come le prove – poi rivelatesi inesistenti – usate per giustificare l’invasione dell’Iraq nel 2003. Una versione troppo lineare, avvertono i ricercatori, può anche alimentare la retorica che dipinge tutti i musulmani come potenziali terroristi, ignorando le aggressioni xenofobe che subirono dopo gli attentati. (“Avvenire” – Elena Molinari, New York)

 

Il conservatore Joseph De Maistre diceva che “ogni nazione ha il governo che si merita”. Un’affermazione dura, ripresa anche da Churchill, che in sostanza sosteneva che la forma di governo di un Paese fosse lo specchio morale, culturale e spirituale del suo popolo, e non un semplice assetto istituzionale calato dall’alto. Una verità scomoda che, con le dovute distinzioni e proporzioni, viene in mente dopo la vittoria schiacciante dei neonazisti dell’AFD in Sassonia-Anhalt. Una vittoria che pone un interrogativo inquietante: come è possibile dopo la tragedia del nazismo e dell’olocausto che in Germania vinca un partito che nel suo programma propone l’isolamento nelle scuole dei bambini disabili? Come è possibile che tra i programmi culturali e politici di quel partito ci sia la rivalutazione del pensiero di Hitler e una lotta accanita contro “lo straniero”? (“Il Fatto Quotidiano” – Bruno Perini)

 

Il generale Roberto Vannacci – vice segretario della Lega ed europarlamentare – ha deciso di impartire una lezione di storia a chi, a suo dire, “l’ha studiata nei manuali del Pd”. Ha spiegato che la marcia su Roma “non fu un colpo di Stato ma poco più di una manifestazione di piazza”, che Mussolini “giunse al potere in maniera formalmente legale”, che “tutte le leggi del fascismo furono approvate dal Parlamento e promulgate dal Re, secondo le procedure previste dalla legge” e che “almeno fino alla metà degli anni Trenta, il fascismo esercitò il potere attraverso gli strumenti previsti dallo Statuto Albertino, cioè all’interno dell’ordinamento giuridico del Regno d’Italia”. Niente di nuovo, in verità: non è che il repertorio standard di chi vuole relegare gli elementi problematici del fascismo alla seconda parte del Ventennio, cercando di ridimensionare le responsabilità storiche. (“MicroMega” – Cinzia Sciuto).

 

È inutile nasconderlo: è in atto da sempre un sistematico tentativo di annacquare la storia e di coprirne gli errori e gli orrori. In questo periodo la cosa sta assumendo un carattere particolare e storicamente ripetitivo: quello di coltivare o lasciare crescere il malcontento socio-economico portandolo, direttamente o indirettamente, a maturazione disperata in derive antidemocratiche proposte dalla destra estrema. Per poi gridare allo scandalo…

 

“È un processo che va avanti da quasi un decennio e di cui non si è mai preso sul serio il pericolo. Se fai politiche di destra in tutti i Paesi europei, in quasi tutti i Paesi Ue, come fai a non far crescere un’opposizione di destra? Si è cercato di moderare le politiche di destra, ma alla fine la gente finisce per pensare che hanno ragione quelli di destra-destra. È discorso del c… quello secondo cui vince il moderato. È sempre meglio l’originale della mala copia. Se faccio politiche di destra, do ragione a chi fa politiche di destra e alla fine la spunta la proposta radicale rispetto al compromesso moderato”. Una dinamica che riguarda anche il centrosinistra. “Temo sia franato il terreno sotto i piedi. Non è una questione italiana, ma europea”. (Massimo Cacciari, filosofo)

 

Negli USA la cavalcata è guidata dal valchirio Trump, in Europa dalla scimmietta politica UE, in Italia dall’armata Brancamelone impreziosita dalle scorribande del generale ridicolo Vannacci.

A proposito di Europa: si fa dettare l’agenda dalla Gran Bretagna alla faccia della brexit, dal Canada alla faccia della Nato. Tutto il mal non vien per nuocere, ma povera Europa…

È guerra diplomatica aperta fra Israele e Regno Unito, Paese che con la cruciale dichiarazione Balfour del 1917 spianò la strada al progetto sionista. A innescarla è stata la svolta con cui il governo laburista di Londra, sotto la nuova leadership di Andy Burnham, ha annunciato sanzioni senza precedenti contro il commercio di prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, seguito a ruota dall’impegno a fare lo stesso sottoscritto da altri 11 Paesi: compresi il Canada, la Francia e vari Stati europei Ue ed extra Ue (Italia esclusa). (ansa.it)

L’11 settembre cos’è? Il terrorismo non si studia, si combatte con la guerra. Il nazifascismo è roba da polverose soffitte! Le vittime diventano carnefici. I carnefici sono più che rispettati. La storia delle idee e dei valori lascia spazio e tempo alla cronaca delle difficoltà economiche. La cronaca dei problemi diventa narrazione artificiosa dettata dalla paura. La politica è un divertimento innocuo per cittadini scemi.

L’ispirazione cristiana non consente di inspirare l’aria di destra

È più importante la rappresentanza o la stabilità? Il mondo cattolico si interroga sulla legge elettorale. Tre voci con sfumature diverse: le Acli ritengono che il testo possa aggravare la crisi democratica, l’Ac invita a un supplemento di dialogo, Mcl vede i benefici di governi meno precari. Rappresentanza o governabilità? Anche il mondo cattolico, attraverso i leader delle associazioni e dei movimenti, si interroga sul quesito che fa da sfondo al dibattito sulla nuova legge elettorale, che a settembre vivrà il suo test decisivo al Senato, quando la maggioranza farà un secondo tentativo per reintrodurre le preferenze e in qualche modo “riequilibrare” il testo, che oggi prevede un ampio premio di maggioranza, listini bloccati e indicazione del premier. (“Avvenire” pubblica i diversi pareri provenienti dal mondo cattolico)

Che l’associazionismo esca dal buco dell’irrilevanza in cui i cattolici si sono infilati per affrontare le problematiche politiche ed impegnarsi su di esse è cosa buona, giusta, equa e salutare. Un po’ meno ammirevole è il partire dal fondo, vale a dire dalla legge elettorale, impantanandosi in teoriche disquisizioni per verificare se nasce prima l’uovo della rappresentatività o la gallina della stabilità.

Mi aspetterei uno sforzo molto più invasivo e produttivo che affronti i problemi reali elaborando proposte concrete sui temi e sugli schieramenti fondamentali della politica. A tale scopo non credo che servano molto le passerelle onnicomprensive del pur interessante meeting di Rimini…

In estrema ed esagerata sintesi, il mondo cattolico, basandosi sulla sua ispirazione, è rassegnato a fare da qualunquistica gamba alla destra o è interessato a provocare un pur problematico ed arduo confronto a sinistra? Non vorrei che il timore di anacronistici collateralismi finisse col portare nella notte della politica dove tutti i gatti sono bigi.

Don Andrea Gallo diceva: «Non mi curo di certe sottigliezze dogmatiche perché mi importa solo una cosa: che Dio sia antifascista!».

Siamo convinti che Dio sia antifascista? Siamo altrettanto consapevoli che la politica di destra punti ad una riedizione riveduta e (s)corretta del fascismo camuffata magari da “Dio, patria e famiglia”? Un frate bigotto disse una volta che Gesù siede alla destra del Padre, quindi… Guardiamo a cosa sta succedendo in Germania/Sassonia. Non so cosa stiano votando i cattolici da quelle parti. Temo che stiano sbandando: già votare per la CDU/CSU era piuttosto discutibile, figuriamoci votare per Alternative für Deutschland, un partito politico tedesco di estrema destra, considerato un partito nazionalista tedesco, nazional-conservatore, euroscettico e anti-immigrazione.

«L’AfD è palesemente di orientamento nazionalista ed etno-nazionalista. Per questa ideologia non c’è posto né dentro né fuori dai luoghi di culto, né nel cristianesimo, né nell’ebraismo, né nell’islam». Il presidente della Conferenza episcopale tedesca, il vescovo Heiner Wilmer si è soffermato sul risultato elettorale in Sassonia-Anhalt. Il presidente dei vescovi tedeschi si è detto inizialmente senza parole: «Tuttavia, sono determinato nel mio agire futuro». Il presidente della Conferenza episcopale tedesca è intervenuto davanti a circa 600 ospiti del mondo politico, ecclesiale e civile in occasione del ricevimento annuale di San Michele a Berlino. Wilmer ha prima di tutto sottolineato: «Ci opponiamo quando la paura viene contrapposta alla solidarietà. Ci opponiamo quando le persone vengono messe le une contro le altre. Ci opponiamo quando le istituzioni democratiche vengono indebolite». Non si tratta, ha precisato, di politica di partito: «Il nostro metro di riferimento non è né la politica di partito né l’ideologia, bensì il Vangelo e l’inalienabile dignità di ogni essere umano che ne deriva. E sì, in questo senso possiamo e dobbiamo anche, talvolta, andare controcorrente». (“Avvenire” – Vincenzo Savognano, Berlino)

I cattolici di tutte le latitudini vogliono provare a lasciarsi mettere in discussione dalle provocatorie premesse evangeliche, senza puzza sotto il naso (mia sorella li chiamava “cattolici di merda”), rimboccandosi le maniche senza paura di schierarsi criticamente dalla parte dei poveri e di chi bene o male dovrebbe difenderli, evitando il rischio di essere progressisti sul piano della carità cristiana (solidarietà) e conservatori o addirittura reazionari sul piano delle scelte politiche (sicurezza a tutti i costi)?