Troppa Afd santa Meloni

La destra ultranazionalista non è più un fantasma, bensì realtà. Un partito classificato dal Verfassungsschutz come di estrema destra ha vinto le elezioni. L’AfD in Sassonia-Anhalt è classificata dal 2023 dall’Ufficio regionale per la tutela della Costituzione come partito di estrema destra. L’attività del partito è ritenuta contraria ai “principi essenziali dell’ordinamento democratico liberale”, in particolare alla “garanzia della dignità umana sancita dalla Legge fondamentale”. L’AfD ha impugnato tale classificazione e il procedimento è attualmente sospeso. Se l’AfD dovesse andare al potere, sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica Federale tedesca che un partito classificato come di estrema destra possa governare un land.

Alle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, l’AfD sfonda ed è la prima forza politica, ottenendo un risultato record: il 43,8%, guadagnando oltre il 23% rispetto all’ultima tornata elettorale. Alle altre forze politiche restano solo le briciole. Per la Cdu è una catastrofe, la sconfitta più pesante nelle elezioni amministrative-regionali nella storia della Repubblica federale, così è stata descritta da autorevoli analisti e politologi. In soli quattro anni i cristiano-democratici hanno lasciato per strada il 19.9% delle preferenze, ottenendo un misero 17,2%. Intanto i liberali della Fdp sono fuori anche dal parlamento regionale di Magdeburgo, invece il Bsw è dentro. Oltre a questi, nel landtag di Magdeburgo sono rappresentati altri quattro partiti: i socialdemocratici della Spd si attestano al 9,3 per cento. I Verdi raggiungono l’8,9 per cento, registrando il miglior risultato del partito in un’elezione regionale in Sassonia-Anhalt. La Linke ottiene l’8,6 per cento, un risultato inferiore rispetto alla tornata elettorale precedente. La Fdp, con il 2,6 per cento, non riesce a superare la soglia di sbarramento del 5 per cento. Il Bsw, invece, alla sua prima partecipazione elettorale, riesce a entrare nel parlamento regionale ottenendo il 5,3 per cento. Di conseguenza, l’AfD ottiene 39 seggi nel landtag (parlamento regionale) e la Cdu 15; Spd, Verdi e Linke conquistano 8 seggi ciascuno, mentre il Bsw ne ottiene 5. L’affluenza alle urne è stata del 77,8 per cento (contro il 60,3 per cento del 2021), un dato record. Gli aventi diritto al voto erano poco meno di 1,7 milioni. (“Avvenire” – Vincenzo Savignano, Berlino)

Anziché unirmi al coro dei preoccupati per questa ondata di destra estrema, peraltro assai prevedibile, preferisco puntare l’attenzione sulla debacle del centro moderato, i cristiano-democratici della Cdu, alla faccia di quanti anche in Italia vagheggiano un ritorno della politica al centro per combinare cosa non è dato sapere. Evidentemente in Germania è andata in crisi la schematica impostazione che vuole gli elettori orientati a escludere gli estremismi di destra e sinistra per scegliere una politica insipida che tutto accetta ed ammette, ovattandone gli aspetti più problematici ed imbarazzanti: dalla guerra ai muri contro l’immigrazione, dal riarmo all’europeismo di pura facciata, dall’economicismo alla tradita ispirazione cristiana.

La sinistra è spezzettata e imprigionata nella diatriba tra riformismo e radicalismo: una componente, il Bsw, Bündnis Sahra Wagenknecht – Vernunft und Gerechtigkeit, partito politico tedesco, fondato l’8 gennaio 2024, costituito in gran parte da dissidenti del partito di sinistra Die Linke, è l’unica che in Sassonia sarebbe disponibile ad un accordo di governo con l’Afd: “Abbiamo dichiarato di voler dialogare con tutti i partiti; ciò include l’AfD”. Esisterebbero molti punti in comune: “Abbiamo diverse convergenze, soprattutto sulla questione russa: siamo contrari a sanzioni che stanno letteralmente rovinando la nostra economia”. Al pari dell’AfD, anche il Bsw auspica “energia a basso costo”, mentre sussistono invece divergenze sui temi dell’istruzione e dell’economia. Intravedo una sorta di accordo, seppure a livello regionale, simile a quello italiano tra Lega e M5S.

La ritrovata partecipazione al voto ha portato ad un voto sostanzialmente di protesta e di proposta nazisteggianti, mentre i partiti tradizionali stanno alla finestra bloccati da un accordo di puro potere tra cristiano democratici e socialdemocratici a livello europeo e nazionale. In Germania e in Europa stanno seppellendo le idealità fondamentali della politica, lasciando campo libero al più nostalgico dei qualunquismi.

In Italia la situazione non è molto diversa anche se non esistono formazioni politiche di centro degne di tal nome, la destra è al potere relativamente divisa e disturbata dalla fronda fascisteggiante Di Roberto Vannacci, la sinistra mantiene una sua litigiosa consistenza. Non ho idea di quali contraccolpi potrà avere a livello italiano la folle politica tedesca. A prescindere dagli schieramenti stanno facendo scuola la proposta riarmista, la visione minimalista dell’Europa, la dabbenaggine filo-trumpiana e l’ansia anti-putiniana.

Il vento populista torna a soffiare forte in Europa, stavolta venato da nostalgie naziste. E il trionfo dell’Afd in Sassonia-Anhalt, il più anziano e povero tra i Land tedeschi, complica le riflessioni in Italia di Giorgia Meloni e dei suoi alleati su tre nodi chiave: i rapporti con la Germania di Friedrich Merz e con l’Europa in generale, l’alleanza con Roberto Vannacci e la data del voto. (“Il Sole 24 ore” – Manuela Perrone)

In questo strano momento storico l’Italia, tutto sommato è messa meglio della Germania, anche se i tedeschi possono permettersi di fare cazzate assorbite da un’economia più forte e da una socialità più strutturata. Noi facciamo i furbi e abbiamo al governo la facitrice di furbizia che prima o poi ci porterà a sbattere.

La Germania ci sta suonando la sveglia? Forse siamo talmente intontiti da non sentirla e da preferire la stabilità dell’ozio all’instabilità dei vizi.

 

L’allarmistico grido “a Putin a Putin”

La guerra ibrida di Mosca all’Europa non è una novità recente, anzi. C’è da sempre, anche da prima del conflitto in Ucraina. L’obiettivo è uno solo: seminare sfiducia nelle democrazie del Vecchio Continente, attraverso la diffusione di notizie e di dati falsi. Nel mirino della rete di sabotaggi ci sono innanzitutto le elezioni dei singoli Paesi.

Le tattiche di manipolazione dell’elettorato si sono affinate. Non si usano più solo gli appuntamenti elettorali per influenzare il comportamento al seggio, ma anche i grandi temi internazionali. Ne possiamo individuare soprattutto due, ma la scelta sta diventando progressivamente ampia. Il primo è caratterizzato dalla selezione dei dati economici, opportunamente manipolati per rendere una situazione di crisi ancora più delicata di quanto non sia in realtà. In questo momento, per esempio, sui social è molto attivo il dibattito sui prezzi della benzina, falsamente legato agli attacchi alle raffinerie russe e non alla crisi sullo Stretto di Hormuz che ha impattato in modo importante sulle quotazioni.

Il secondo è l’arma in questo momento più potente di tutte, ossia quella dei migranti. In Polonia, Ungheria, ma anche in Italia e in Germania, si sono diffuse narrazioni fallaci che vogliono i migranti portatori di malattie e un peso per il sistema sociale a scapito delle relative popolazioni. A queste corrispondono, soprattutto dalle forze politiche spiccatamente sovraniste, attacchi all’Unione Europea e a una politica sui migranti che svantaggerebbe i Paesi di primo approdo, fra cui l’Italia.

È lecito dunque pensare che l’intervento di Mosca nelle consultazioni elettorali sarà sempre più invasivo. Nel frattempo, l’Orso russo lavora ai fianchi, con gli altri modi in cui la guerra ibrida può esprimersi. Nei prossimi mesi, dobbiamo aspettarci nuovi attacchi alle infrastrutture civili, dove Mosca rinnegherà il suo intervento anche davanti all’evidenza come sta facendo ora. Nel mirino del Cremlino ci sono aeroporti, reti ferroviarie, centri logistici, cavi sottomarini, tutte infrastrutture che impattano in modo diretto sulla nostra quotidianità e il cui danneggiamento può suscitare un senso di insicurezza e angoscia. L’obiettivo è generare nella popolazione un senso di sfiducia nei confronti dell’Unione Europea. (“Avvenire” – Marta Ottaviani)

Mi vengono spontanee alcune brevi considerazioni che vanno ben al di là del clima di paura che si sta seminando verso la Russia per giustificare strumentalmente una miope e semplicistica politica di appoggio bellico incondizionato all’Ucraina e una dissennata politica di riarmo a livello dei Paesi europei trascinati dalla Nato e provocati da Trump.

Le interferenze delle superpotenze nella vita degli altri Stati sono sempre state la norma: vale anche per gli Usa, che a questo livello ne hanno fatte di tutti i colori (colpi di Stato a go-go, appoggio a dittature, sporche manovre militari, etc. etc.).

Queste interferenze diventano molto invasive laddove le istituzioni, le sensibilità e le convinzioni democratiche sono più deboli e attaccabili: anziché gridare al lupo esterno sarebbe meglio guardare alle faine interne. Il fenomeno Vannacci non preoccupa per i “fantacollegamenti” con la Russia, ma per il consenso che riscuote dagli italiani a dimostrazione della vulnerabilità culturale prima che politica della nostra società democratica.

I Paesi europei, tutto sommato, guardino ai nemici interni alla UE e prendano atto di essere molto più sotto scacco trumpiano che non sotto quello putiniano: d’altra parte Usa e Russia mai come in questo periodo vanno di comune subdolo accordo. Ragion per cui bisognerebbe serrare le fila e puntare a serie politiche federali e non strizzare l’occhio a Trump o a Putin, facendo peraltro, in ordine più o meno sparso, professioni di fede nazionalista e sovranista.

Forse sarebbe il caso anche di fare un pragmatico e addirittura cinico pensierino alla Cina, se non altro perché in grado di rompere le uova nel paniere trumputiniano e in quanto interessata a tessere rapporti economici interessanti con l’Europa.

Arrivo alla scoperta dell’acqua calda: che Putin abbia una visione e una vocazione spionistiche dei rapporti internazionali non deve sorprendere dal momento che mantiene intatta tutta la sua originale verve di capo del KGB sovietico. Forse a me però fanno più paura i servi segreti israeliani con tutto quel che segue nella politica guerrafondaia e genocidaria di questa potenza di cui continuiamo a dirci amici.

Per tutti questi motivi suonano come poco più di penosa esibizione pappagallesca le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani: “Non escludo che possano esserci tentativi da parte della Federazione Russa di interferire nella vita democratica dei paesi dell’Unione Europea, interferendo sulle libere elezioni democratiche che si svolgono nei nostri Paesi, cercando di condizionare con questa attività deprecabile la volontà popolare. Questo sarebbe veramente inaccettabile, si è già parlato in più di un’occasione, bisogna vigilare, bisogna impedire che ci siano queste azioni da parte di un Paese con il quale noi non siamo in guerra”. “Quindi – ha sottolineato – noi continueremo a vigilare, non è un caso che ci sia stata una riforma del ministero degli Esteri. Dal primo di gennaio c’è una direzione generale che si occupa della sicurezza, sia da un punto di vista politico sia da un punto di vista operativo, e non è un caso che ci sia una sala operativa che opera 24 ore su 24, proprio per respingere gli attacchi cibernetici, molti dei quali arrivano da hacker russi, contro le nostre sedi diplomatiche, contro il ministero”.

Antonio Tajani cerchi di fare il ministro e non il pesce nell’opportunistico barile dei rapporti internazionali e non il paraninfo della scompaginata alleanza di centro-destra e non il panciuto e sonnacchioso leader di “Debolezza Italia”. Poveretto!

 

 

 

Vannacci tra illegalità e protagonismo da operetta

Assieme ai sondaggi crescono le grane e su Roberto Vannacci piovono le prime tegole giudiziarie. La procura militare di Roma ha disposto “accertamenti preliminari” dopo un esposto del Sindacato dei militari per la presunta adesione di alcuni membri delle Forze Armate a Futuro nazionale. La stessa associazione che il 28 agosto aveva presentato anche un altro esposto, alla Procura capitolina ordinaria, per sollecitare verifiche sulla possibilità che il programma di FnV prefiguri il reato di ricostituzione del Partito nazionale fascista. Il tutto mentre l’ex generale prepara il debutto al Forum di Cernobbio e Giorgia Meloni segue Carlo Calenda, facendo filtrare che non sarà all’assise degli industriali sul lago di Como. Senza contare il duello a distanza ingaggiato da Vannacci con il Financial Times, “colpevole” di aver rilanciato le ipotesi di alcuni analisti sull’ex generale come «cavallo di Troia di Mosca in Italia». (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

La prima tentazione è quella di snobbare il fenomeno politico vannacciano, lasciandolo bollire nel suo disgustoso brodo e quindi di considerare esagerate e controproducenti le azioni giudiziarie contro i mulini a vento dell’attuale fascismo, che rischiano di distrarre l’attenzione dalla concretezza della battaglia contro il vero fascismo radicato nella cultura, nella società e nella politica. Un sussiegoso “laisser faire, laisser passer” nella certezza che quelle di Vannacci siano rose alla virtuale apparenza sondaggistica che però non fioriranno mai.

La storia insegna tuttavia che non bisogna mai sottovalutare i folli sommovimenti sociali e la loro carica esplosiva e che forse è meglio intervenire immediatamente e fermamente per spegnere l’incendio prima che possa essere appiccato.

Lo stesso berlusconismo (fatte le debite proporzioni) fu osservato con troppa ironica supponenza e sopportato nelle sue contraddizioni ai limiti della legalità, ritenendo che in parte si sarebbe auto-sgonfiato e in parte non avrebbe resistito alla battaglia democratica: ce lo abbiamo ancora fra i piedi riveduto e scorretto…

Non sarei quindi totalmente disinteressato alle contestazioni giudiziarie che vengono portate avanti: potrebbero essere un boomerang, ma potrebbero anche aprire non poche crepe nel vannaccismo.

Quanto alle manovre russe sponda Vannacci mi sembrano frutto di fantasia: non credo che Putin sia talmente ingenuo e incauto da immischiarsi nella vita politica italiana basandosi su Vannacci, vedendo di nascosto l’effetto che fa. Siamo allo spionaggio da operetta. Cerchiamo di essere seri. Non ridicolizziamo strumentalmente politica interna e politica estera in un polpettone fumettistico. Vannacci, pur essendo pericoloso e inquietante, non è una cosa seria: grave è soltanto il seguito che sembra ottenere. I rapporti con la Russia invece sono una cosa molto seria da non ridurre a schermaglie da servizi segreti di serie c.

L’ingannevole applausometro

Ad Amatrice non è accaduto quello che alcuni esponenti della maggioranza temevano, ossia che la premier Giorgia Meloni venisse fischiata come accaduto a Taranto durante la cerimonia dei Giochi del Mediterraneo a Taranto. Nella cittadina laziale completamente distrutta, dieci anni fa, dal terremoto del Centro Italia, la leader di Fratelli d’Italia è stata accolta da strette di mano, incoraggiamenti ed anche urla di giubilo. A scriverlo è Tommaso Ciriaco su Repubblica il quale spiega cosa è successo.

Innanzitutto c’è da dire che, a differenza di Taranto, Amatrice e in generale la provincia di Rieti sono molto favorevoli al Governo e a Fratelli d’Italia nello specifico. Il sindaco di Amatrice Giorgio Cortellesi è stato eletto con una civica tendenza Fratelli d’Italia. Ed è stato proprio lui a spiegare la ragione del clima fin troppo rilassato, che è finito per stonare con il tipo di manifestazione, e le contestazioni mancate. Ad alcuni cronisti il sindaco di Amatrice ha spiegato che prima dell’arrivo di Meloni “ho detto alle forze dell’ordine di fermare i contestatori perché sarebbe stata una mancanza di rispetto nei confronti delle vittime”. Cortellesi ha aggiunto: “A Palazzo Chigi erano preoccupati dai fischi di Taranto e ho mandato un report su criticità e contestazioni”. (Blitz Quotidiano”)

Un tempo il loggione di Parma ogni tanto ruggiva: il famoso e simpatico critico musicale Rodolfo Celletti ammetteva di godere, sotto sotto, allorquando i parmigiani spazzolavano qualche mostro sacro del bel canto. Però aggiungeva: «Ho la sensazione che a voi parmigiani piacciano un po’ troppo gli acuti sparati alla viva il parroco…».

Ebbene succede anche a me di godere quando la gente contesta i politici. Se poi si tratta di Giorgia Meloni, non so perché, ma il godimento aumenta nella misura in cui la premier cerca il superficiale consenso della gente, che, a volte, le si ritorce contro.

Gli applausi e i fischi della piazza non sono previsti dalla Costituzione come espressione della sovranità popolare, tuttavia possono rappresentare un sintomo di adesione o di insoddisfazione a seconda dei casi.

Piazze piene urne vuote disse acutamente Pietro Nenni all’indomani delle elezioni politiche italiane del 18 aprile 1948, vinte dalla Democrazia Cristiana a discapito del Fronte Popolare (alleanza tra PSI e PCI). La frase descrive la disillusione e il divario che a volte si creano tra la grande partecipazione emotiva, l’entusiasmo o la protesta visibile nelle manifestazioni di piazza e il reale riscontro dei voti al momento dello spoglio elettorale.

Perché per Giorgia Meloni fischi a Taranto ed applausi ad Amatrice? Il succitato pezzo ne dà una plausibile giustificazione. A Taranto c’era un clima incontrollabile, mentre ad Amatrice è stata applicata una certa preventiva sordina.

A giudicare dalle piazze però non si direbbe che Giorgia Meloni goda dell’imperturbabile consenso della gente. Forse per lei si capovolge l’espressione nenniana: piazze (quasi)vuote urne piene. I motivi sono tanti: dalla mediatizzazione sistematica del consenso alla scarsa partecipazione dei cittadini alla vita politica, dalla passiva insoddisfazione verso la politica in genere alla mancanza di senso critico che non riesce ad andare oltre un’alzata di spalle.

Attenzione perché c’è un’altra frase, “ogni nazione ha il governo che si merita”, di Joseph De Maistre, che ha una grande attualità. Filosofo, politici, diplomatico, scrittore magistrato e giurista sabaudo, il francese De Maistre è molto noto per essere tra i più noti pensatori reazionari del periodo post rivoluzionario francese. Il periodo storico attribuito a questa frase è circa il 1800, ma in realtà si potrebbe andare anche più indietro e risalire addirittura ad Aristotele, quindi ben 2500 anni fa, con il pensiero “ogni popolo ha i governanti che si merita”. Dall’Europa fino all’America, si trovano scritti anche di Winston Churchill su un concetto simile.

Fatto sta che Giorgia Meloni, pur governando piuttosto male (non è infatti tutt’oro quel che luccica: come osserva Vincenzo R. Spagnolo su “Avvenire”, la tenuta sociale del Paese è fragile; l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto dei salari; il perimetro del welfare è limitato, mentre ospedali e servizi sanitari soffrono di carenze croniche di personale), miete voti (almeno stando ai sondaggi, che tendono più a influenzare la gente che a registrarne gli umori e gli amori) e ha stabilito il record della stabilità-longevità dell’esecutivo (inni e canti vengono sciolti alla persistente navigazione meloniana, ma attenzione a quanto affermava Giulio Andreotti: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”).

Fino a quando? Per dirla con una triviale battuta dialettale: “Fin a la pròsima tiräda äd cadén’na…”.

 

L’arma della diplomazia e la diplomazia delle armi

In questi ultimi giorni si sono verificati due fatti emblematici dell’andazzo internazionale in cui siamo coinvolti un po’ nostro malgrado un po’ col nostro colpevole tacito consenso.

L’ex ministro della Difesa ucraina, Mykhailo Fedorov, offrirà la sua consulenza al ministero della Difesa italiana. Lo ha annunciato il ministro della Difesa, Guido Crosetto.

 

La tensione fra Berlino e Mosca, palpabile da settimane, sfocia in quello che ormai è scontro aperto. La Germania ha adesso le prove che, dietro gli attacchi con i droni bomba di Lipsia, ci siano i russi. E il governo di Friedrich Merz ha annunciato una serie di misure di rappresaglia: la chiusura del consolato generale a Bonn dal 18 settembre, la risoluzione del contratto con la controversa Casa russa di Berlino (ritenuta un covo di spie) l’aumento della pressione sulla flotta ombra. La dura reazione di Ue e Nato a fianco dei tedeschi e contro la guerra ibrida di Mosca lascia intravedere una escalation senza precedenti. “Risponderemo”, promette Ursula von der Leyen, che lascia intravedere azioni senza precedenti. “I tentativi russi di intimidirci, di minare la nostra unità e volontà di sostenere l’Ucraina sono vani e falliranno”, le ha fatto eco il segretario generale dell’Alleanza Marc Rutte. Entrambe hanno telefonato a Merz per esprimere quella solidarietà che è arrivata anche dalle parole di Giorgia Meloni e Antonio Tajani: “In momenti come questo – ha detto la premier – è essenziale rimanere saldi, continuare a lavorare uniti e mantenere una postura credibile di deterrenza a difesa della sicurezza dei nostri cittadini”. (ansa.it)

Mi chiedo: è nata prima la nostra falsa psicosi russofobica, dietro cui stiamo legittimando una malcelata vocazione bellica, o la pretestuosa mania eurofobica dietro cui la Russia giustifica il suo anacronistico ma strisciante rigurgito di strategia imperialista. In parole povere: entrambe le parti vogliono5 la guerra a tutti i costi e cercano motivazioni per insistere follemente in questo disegno dove la deterrenza per la difesa si sposa con l’incoraggiamento all’attacco, dove l’aggressione si sposa col ripristino della legalità.

Una seconda domanda: l’opinione pubblica come vive questo clima bellico sempre più invadente e invasivo?  Si rende conto della situazione e la accetta come se fosse un giocare alla guerra o preferisce scrollarsi di dosso ogni responsabilità con un’alzata di spalle tra il rassegnato e il disinteressato? Mette sullo stesso piano pacifismo e bellicismo come se fossero due opzioni virtuali e retoriche a cui rispondere col pragmatismo dei Crosetto, dei Merz, dei Rutte, delle Meloni e delle Von der Leyen?

La convinzione di Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace e storico promotore della Perugia-Assisi, è netta e senza ipocrisie. «Siamo già in guerra e non lo vogliamo riconoscere». Gli anni delle mobilitazioni oceaniche contro i conflitti nei Balcani e in Iraq sono preistoria, ma adesso nella metamorfosi dell’opinione pubblica c’è un elemento in più, sottolineato proprio ieri dal sorprendente report settimanale di Swg: il sostegno all’invio di armi in Ucraina è risalito al 51%, livello mai toccato dall’aprile 2023, sette punti percentuali in più rispetto allo scorso febbraio.

Nel frattempo, la Russia viene considerata come la principale responsabile del proseguimento delle ostilità nella regione dal 42% dei cittadini. Dati non trascurabili, per un Paese nel quale la quota di simpatizzanti per Mosca, all’estrema destra come all’estrema sinistra, è significativa. «Siamo in quella parte del mondo che anziché aiutare Kiev a salvarsi, la sta aiutando a combattere – riprende Lotti -. Non mi si dica che in questo modo si finisce per giustificare il Cremlino o le dichiarazioni di Maria Zakharova. Abbiamo sempre denunciato quanto accade nell’ex Unione Sovietica, dove i pacifisti come noi vengono silenziati e ammazzati».

Mentre i governanti giocano alla guerra e la gente tace e acconsente, bisognerebbe avere almeno il coraggio di scandalizzarsi, di alzare la voce, di protestare, di ragionare, di insistere per ottenere un cambio di passo.

Indica un modello, il coordinatore del Tavolo della Pace, guardando all’Est Europa: è quello della diplomazia negoziale vaticana, presente settimana scorsa con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher nelle zone del conflitto. «Non lasciamo solo chi sta mediando, con pazienza e trasparenza. Solo così potremo uscire da questa guerra cognitiva, secondo cui l’unica cosa possibile da fare rimane rassegnarsi alla logica del riarmo a tutti i costi». (“Avvenire” – Diego Motta)

Sempre meglio “l’ipocrisia diplomatica”, che tenta l’impossibile, dell’ipocrisia bellica che sceglie il possibile. Mi piace fare riferimento a come interpretava la diplomazia, in senso popolare, dinamico e …religioso, Giorgio La Pira, che oserei definire il genio del dialogo quale antidoto della guerra e fondamento della pace: una diplomazia non contagiata dal virus geopolitico, non asettica o addirittura amorale, non servile e pronta a giustificare la guerra ma a prevenirla e risolverla nell’interesse di tutti, una diplomazia che oppone la forza mite dell’ascolto e del confronto alla forza crudele delle armi, non solo asservita al proprio Stato ma chiamata ad operare nell’interesse dell’intera umanità, impegnata nel campo delle relazioni disarmate alla ricerca non della guerra giusta ma della pace giusta (cfr. Pasquale Ferrara, già Direttore per gli Affari Politici e di Sicurezza del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale).

 

Sentite cosa ha dichiarato il nostro osceno ministro della guerra! (tra le paventate riforme costituzionali, quella del ritorno di fatto al ministero della guerra non è certo la più indolore…)

“Ho ricevuto la visita di Mykhailo Fedorov, già ministro della difesa ucraino e con una significativa esperienza nel campo dell’innovazione digitale applicata alla pubblica amministrazione e alla difesa. Occasione di approfondimento, in particolare, sul tema dei droni, dei sistemi unmanned e della difesa aerea, oltre a un confronto sull’evoluzione dell’ecosistema tecnologico. In uno scenario caratterizzato da trasformazioni repentine e senza precedenti, nel quale il cambiamento costituisce una costante, è imprescindibile ricercare opportunità di confronto e di scambio di esperienze. Per questo sono lieto che Mykhailo Fedorov abbia accettato di offrirmi la sua consulenza quale Advisor per l’Innovazione della Difesa”, ha spiegato Crosetto su X.

E sentite il parere del già citato coordinatore del Tavolo della Pace!

Lotti dice di non essersi scandalizzato più di tanto neppure per quella foto tra Guido Crosetto e Mikhailo Fedorov, che ha suggellato un’intesa strategica tra l’Italia e il “mago” ucraino dei droni e della guerra moderna. «Il ministro sa come si vendono le armi, perché agisce nella logica della guerra. È quella la sua cornice, lo è sempre stata». È più colpito dalla «censura che riguarda innanzitutto noi, che ha riguardato durante il suo pontificato papa Francesco. L’intero sistema dei media sta azzerando ogni spazio di proposta alternativa alla prosecuzione del conflitto».

E abbiate la pazienza di sentire anche il mio parere!

Io mi scandalizzo. Il ministro Crosetto ha giurato sulla Costituzione, che all’articolo 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Non dovrebbe allora, almeno politicamente, rispondere di attentato alla Costituzione stessa (confondendo guerra e pace, difesa e offesa), consistente nell’avvalersi di esperti in materia bellica piuttosto che di esperti in diplomazia volta alla pace? Il Parlamento non dovrebbe presentare una mozione di sfiducia verso il ministro? Il presidente della Repubblica non dovrebbe consigliargli di rassegnare le dimissioni? Nell’attuale compagine ministeriale è senza dubbio il più garbato, dignitoso e preparato, ma, come si suole dire, la sta facendo fuori dal buco in una materia dalla delicatezza estrema.

La calda lama della profezia e il freddo manico della normalizzazione

La morte di Enzo Bianchi – personaggio che, come tutti i più coraggiosi testimoni del Vangelo, è stato oggetto di critiche e di censure rimaste a mezz’aria, ma che ne hanno comunque disturbato il messaggio profetico – ha indotto a strumentalizzarne il ricordo, ipotizzando, in una sorta di strisciante e subdolo tentativo, la riconciliazione forzosa post mortem, che puzza tanto di ammissione di colpa e di rientro normalizzatore dalle diversità, che dovrebbero rappresentare la ricchezza e non la vergogna della comunità ecclesiale.

Proprio nelle ultime settimane si era però aperto un cammino verso una riconciliazione visibile. Ad annunciarlo è stata la stessa Comunità di Bose nel post su Facebook con cui ha comunicato la morte del suo fondatore. In occasione della festa della Trasfigurazione Bianchi aveva scritto al priore Sabino Chialà, confidandogli la consapevolezza di essere ormai vicino alla fine: «È venuto davvero il tempo di sciogliere le vele». Da qui la richiesta di trovare una strada per incontrarsi e potere «morire in pace e riconciliazione». Chialà aveva risposto accogliendo «con gioia» quel desiderio e proponendo di immaginare insieme un incontro con i fratelli e le sorelle. Il successivo ricovero in ospedale aveva impedito che il passo si compisse. Bose affida ora quel desiderio «alle mani di Dio, che solo conosce il cuore di ciascuno». (“Avvenire” – Matteo Liut)

Più o meno la stessa imbarazzante situazione si era creata ai funerali di don Luciano Scaccaglia – un profetico pretaccio parmense in continuo odore di eresia –  durante i quali era partito il maldestro tentativo di scimmiottare la parabola del figliol prodigo e/o del padre misericordioso.

Il vescovo provava ad estrarre il coniglio dal cilindro con qualche citazione delle omelie di don Scaccaglia, quelle ovviamente più ortodosse e più allineate (meglio di niente!), ma i cuori non si scaldavano. Nessun accenno autocritico da parte del vescovo e del clero: avevano nel passato sistematicamente emarginato, se non osteggiato il confratello esagerato e politicizzato. Addirittura è emerso dalle parole del vescovo che, forse in punto di morte o comunque durante la sua penosa malattia, don Scaccaglia si sia voluto confessare dal vescovo stesso ed il vescovo abbia chiesto a don Scaccaglia la benedizione. Penso e spero che tutti abbiano interpretato questa discutibilissima esternazione vescovile nel senso di un ritrovato clima di condivisione fraterna, ma in filigrana resta la brutta sensazione che si voglia dare l’idea di questo prete che alla fine ammette e confessa i suoi errori nei confronti del diretto superiore gerarchico e della magnanimità di quest’ultimo ad assolverlo dalle sue colpe per avere esagerato. (“La voce di Parma” – Ennio Mora)

A prescindere dal rispetto (almeno quello…) dovuto ai contenuti delle proposte di questi scomodi cristiani, emerge uno stile, inaccettabile dal punto di vista ecclesiale, volto in loro vita a emarginarli colpevolizzandoli in modo poco trasparente e in loro morte a ovattare se non a nascondere i contrasti con la gerarchia in “un revisionistico vogliamoci bene” assai poco evangelico. Unità non è conformismo!

«Per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna» (Papa Francesco, udienza ai sacerdoti del movimento di Schönstatt)

 

 

 

Le luci europee…di posizione

I più autorevoli esperti in campo geopolitico terminano le loro pur spietate analisi accendendo un faro di speranza sull’Unione europea, l’unico soggetto capace, per storia, cultura e forza economico-sociale, di promuovere un ordine internazionale basato su democrazia, multilateralismo e convivenza pacifica.

Ebbene, la luce europea si sta comunque rivelando piuttosto fioca e addirittura parecchi Paesi aderenti formalmente all’Unione si stanno dando molto da fare dall’interno, se non per spegnerla, per renderla debole e assai poco illuminante. Il quadro è piuttosto inquietante e desolante.

A proposito di luci ricordo come mio padre usasse spesso un provocatorio e virtuale episodio per rende l’idea del buio imperante: in una notte disperatamente nebbiosa gli automobilisti si affidarono a due lucine visibili in lontananza per uscire dallo sconforto del raggiungimento di una meta impossibile; alla fine del viaggio si accorsero che avevano seguito un carro da morto che li stava portando al cimitero.

Sta qui la minaccia principale al progetto europeo che le prossime elezioni parlamentari e presidenziali in alcuni Paesi chiave dell’Unione potrebbero rendere concreta. I partiti sovranisti stanno dentro l’Europa – lo stesso Roberto Vannacci si è fatto eleggere deputato a Strasburgo con 500mila preferenze – e difficilmente vorranno seguire le orme del nazionalismo indipendentista alla Nigel Farage, che ha portato alla Brexit. Ciò che accomuna il Rassemblement National, Alternative für Deutschland, Vox, Diritto e Giustizia e in parte Fratelli d’Italia (con alcune altre formazioni in Polonia e in Italia) è la volontà di indebolire la dimensione sovranazionale della Ue piuttosto che di abbandonarla. La destra tedesca fa in parte eccezione, perché non esclude l’uscita dall’attuale Unione a favore di una nuova confederazione. I nazionalismi più o meno moderati che in patria fanno leva sul sentimento identitario della propria comunità culturale, religiosa e linguistica hanno un atteggiamento doppio verso l’Unione. Sono coerentemente contrari a istituzioni federali verso cui spostare sovranità dai governi degli Stati membri, restano tuttavia interessati ai benefici dello spazio comune che vengono dal libero scambio, dai fondi strutturali e da iniziative come il Next Generation EU. Per paradosso, si accontentano proprio di un’Europa grettamente economicista, quella che criticano per alimentare le insoddisfazioni interne del proprio elettorato e guadagnare consensi. (“Avvenire” – Andrea Lavazza)

Proprio nei Paesi fondatori, Francia, Germania e Italia, si sta brigando per ridimensionare mortalmente il sogno europeo. Se non ci credono i fondatori, figuriamoci i parvenu dell’Est… Se il disegno è chiaro nelle arrembanti forze politiche di destra francesi e tedesche, per l’Italia è molto più furbescamente ma ancor più pericolosamente camuffato ed equivoco.

Il letale pragmatismo, che assomiglia sempre più a bieco egoismo nazionale, rende passive ed ininfluenti le popolazioni: l’aria che tira è quella di destra, una destra nazionalista, sovranista ed anti-europeista. In un simile quadro, favorito indubbiamente dall’andazzo trumpiano, dal bellicismo strisciante e da un penoso livello delle élite governative, le prospettive non sono rosee.

In cosa sperare? In un ravvedimento inoperoso della società americana, in un improvviso risveglio pacifista delle giovani generazioni, in un rimbalzo culturale dopo aver toccato il fondo?

La sinistra dovrebbe farsi carico di questo rinascimento europeo, ma non ne ha il coraggio, la spinta ideale e la capacità politico-programmatica. Non si capisce se stia governando al ribasso in disonorevoli compromessi con le forze conservatrici o se si stia trasformando in un’opposizione di comodo.

Tutto sommato in Italia rimane qualche barlume di riscossa seppure inficiata da ridicoli personalismi, da penose faziosità e da rigurgiti (anti)riformisti. Forse l’Italia, per tanti motivi, rimane il Paese più europeista degli anti-europeisti. Meglio di niente…

In questo ultimo periodo, il mio amico Pino, prodigo di amare ma interessanti riflessioni, chiude le sue missive con un ritornello che recita così: “E la sinistra? Primarie sì primarie no…siamo sempre lì…”.

 

Ran…ucci Ran…ucci…sento odor di censor…ucci

La Rai ha rimosso Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report, il più noto programma televisivo di giornalismo d’inchiesta in Italia, trasmesso da Rai 3. Ranucci ci lavorava come autore dal 2006 e lo conduceva dal 2017, dopo che per vent’anni lo aveva condotto la giornalista Milena Gabanelli. Il programma tornerà in tv dal prossimo 8 novembre, e la Rai ha fatto sapere che a condurlo saranno Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi giornalisti investigativi. Per ora la Rai non ha dato motivazioni ufficiali per la rimozione, ma si sa che hanno a che fare con quanto emerso nelle indagini sull’attentato contro lo stesso Ranucci, compiuto a ottobre del 2025 e organizzato da Valter Lavitola, imprenditore coinvolto in diversi scandali della politica italiana degli ultimi vent’anni e molto amico di Ranucci (che non è indagato). Ranucci e la dirigenza della Rai hanno poi un rapporto conflittuale che va avanti da tempo, a prescindere dall’attentato. (ilpost.it)

Tanto tuonò che piovve! Dietro la sciocca, ingenua e pompata vicenda Ranucci-Lavitola covava la volontà di normalizzazione alla Rai: finalmente è partito l’editto bulgaro di Meloni, che si è liberata di un giornalista scomodo, colpendone peraltro uno per educarne cento.

Quando si fa scomodamente il mestiere di giornalista d’inchiesta, bisogna essere molto attenti a non scivolare sulle maxi bucce di banana: Ranucci non lo è stato, in un certo senso si è tirato addosso la scomunica entrando in rapporto con personaggi a dir poco equivoci e invadenti.

Non so se a Ranucci sia stata cucinata una torta al veleno o se la torta l’abbia cucinata con le sue improvvide mani. Fatto sta che, davanti a certa pubblica opinione, è passato dalla parte del torto. Il governo non aspettava altro. Dal punto di vista giudiziario la vicenda avrà sicuramente un seguito, ma sul piano politico si è chiusa con una vittoria governativa a furor di…minculpop. Ranucci ha illustri predecessori collocabili nel tempo berlusconiano: questo non lo ricompenserà e non lo consolerà, ma lo inserirà comunque nella storia passata e recente.

La Rai sta diventando sempre più la sponda mediatica del centro-destra (battendo Mediaset due a zero) anche in vista delle prossime elezioni politiche. Se il buongiorno si vede dal mattino…

Le armi della destra e la sinistra senza armi

Il sì al piano Safe, con prestiti per 8,9 miliardi su aerei, unità navali e carri, insieme al 13esimo pacchetto di forniture a Kiev, sono il segnale che una stagione è finita nel nostro Paese e se ne sta aprendo un’altra. La sintonia con la Germania, che ha avviato una riconversione dell’industria in chiave militare (“Avvenire” – Francesco Palmas)

Si stanno sovrapponendo due gravi ed epocali provvedimenti governativi, che portano l’Italia su un terreno sostanzialmente anti-costituzionale ed anti-storico: la guerra camuffata da esigenza difensiva è diventata il filo conduttore della nostra politica e della nostra economia.  Si stanno effettuando scelte che segneranno la vita degli italiani per parecchio tempo: i soldi pubblici vanno prioritariamente alle armi, i rapporti internazionali sono basati sulle armi, l’economia produce armi per il bene di tutti. Sarà molto difficile tornare indietro.

Gli italiani non se ne rendono conto e, se capiscono, sono rassegnati perché così va il mondo.

In questi giorni è scoppiata una pretestuosa polemica su alcune dichiarazione rilasciate da Stefano Bonaccini, europarlamentare del PD e personaggio politico di lungo corso a sinistra: “Quello alla Le Pen, quello in Italia a Meloni e prima a Salvini e ora, forse, a Vannacci, è un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città, chi sta peggio economicamente”.

Credo che sociologicamente parlando Bonaccini abbia ragione: la gente ormai purtroppo vota a casaccio, a prescindere dai valori, dalle proposte politiche e perfino dal proprio portafoglio. Il voto a Trump ne è eloquente e clamoroso esempio. Ma anche in Italia non si scherza.

Quali sono le motivazioni fondamentali del voto a destra? La remigrazione, la resicurezza, il rebenessere. Tre illusioni belle e buone. Come si starebbe bene senza gli immigrati! Come si vivrebbe bene senza delinquenza! Come si starebbe tranquilli senza sacrifici economici!

Se si studiano i tre campi si scopre che è tutto un inganno: il problema migratorio è eticamente e politicamente imprescindibile; il problema della sicurezza è ben più largo e complesso della mera battaglia urbana contro i delinquenti (che, guarda caso, vengono identificati negli immigrati irregolari); il benessere economico non esiste senza equa redistribuzione dei redditi e senza giustizia sociale.

Giorgia Meloni non si deve risentire: le cose stanno così e lei sta sopravvivendo, combattendo contro i continui mulini a vento propinati alla pubblica opinione: un giorno la magistratura, un giorno la stampa, un giorno l’Europa, un giorno la sinistra.

C’è poi il macigno che grava sulla testa della gente da cui sono partito: la guerra, il massimo della insicurezza, della ingiustizia e della precarietà, che viene sbandierata come “di necessità virtù”.

La sinistra non sbaglia nell’analisi, come ha fatto abbastanza lucidamente Bonaccini, ma è carente nel proporre alternative strategiche, facili da spiegare e da capire, ricorrendo ai valori fondamentali del vivere civile, ma concretizzando il tutto a livello di convenienza non ultima quella del portafoglio.

Vogliamo spiegare alla gente che ci stiamo suicidando con le armi, finanziate dal debito nazionale ed europeo, prodotte dall’industria bellica che garantisce occupazione, finalizzate a difendere uno stato permanente di guerra in cui siamo destinati a sguazzare?!

L’immagine che ritrae sorridenti Guido Crosetto e Mykhailo Fedorov, un venerdì sera a Roma, ha un evidente merito: quello di fare finalmente chiarezza sulla strategia del governo in materia di riarmo. Da una parte c’è il nostro ministro della Difesa, dall’altra il “mago” ucraino della guerra moderna, un personaggio che ha già avuto incarichi di governo con Volodymyr Zelensky e che da due giorni è ufficialmente consulente del governo italiano. Questa fotografia parla più di molti rumors, indiscrezioni e documenti segreti e cancella qualsiasi opacità, a questo punto, sulle priorità industriali dei prossimi anni: l’Italia ha imboccato con decisione la via dell’investimento in tecnologia e formazione militare. Il dovere della trasparenza era ed è necessario e lo hanno confermato le dichiarazioni a margine dei due protagonisti dell’incontro. Ora però è altrettanto urgente fare un discorso di verità al Paese, che vada al di là di un incontro ufficiale e delle photo opportunity. Siamo sicuri che sia la direzione giusta, quella intrapresa? Si sono fatti i conti con un’opinione pubblica che appare stanca rispetto ai conflitti in corso e che è attraversata ancora, in misura significativa, da spinte e desideri di pace e di pacificazione, nonché da forti sentimenti antimilitaristi? (“Avvenire” – Diego Motta)

La guerra dovrebbe fare paura e invece sta diventando un argomento di sciocca e patetica conversazione. Colpa anche della sinistra che, a livello italiano ed europeo, non riesce ad alzare la propria voce, temendo di essere troppo di sinistra e troppo pacifista per essere capita e scelta dagli elettori.

 

 

 

Macellai in libera concorrenza

Altro che «macellaio dei Balcani»: per Belgrado il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, deceduto il 27 agosto fa nel carcere dell’Aja, merita funerali di Stato. Almeno, a sentire le dichiarazioni rilasciate dal ministro serbo della Giustizia Nenad Vujic, che non ha mancato, naturalmente, di provocare reazioni anzitutto in Europa, accrescendo i timori di un’ulteriore deriva della Serbia, Paese candidato all’adesione all’Ue. «È certo – ha dichiarato il ministro alla radio locale K1 – che il generale Mladic riceverà tutti gli onori militari e di Stato cui ha diritto». Adesso, ha aggiunto, «noi siamo pronti a recarci all’Aja non appena sapremo quali saranno le prossime tappe, nel pieno rispetto di tutti i desideri della famiglia del generale Mladic». Sarà questa «a decidere il luogo» della sepoltura. Il ministro ha inoltre annunciato una lettera al Meccanismo residuale dell’Aja (che ha preso il posto del disciolto Tpi) per chiedere che «non solo venga accertata la causa della sua morte, ma anche se Mladic abbia ricevuto cure adeguate». Belgrado lamenta in effetti che all’ex generale, in stato terminale, non sia stato concesso di passare i suoi ultimi giorni in Serbia. (“Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

Ratko Mladic  fu arrestato il 26 maggio 2011 a Lazarevo, in Serbia: la sua cattura era considerata una delle condizioni affinché la Serbia potesse candidarsi a diventare membro dell’UE. Accusato di aver commesso crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, il 31 maggio 2011, dopo 16 anni di latitanza, Mladic fu estradato all’Aja e processato nel centro di detenzione che ospita gli accusati del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY). Il processo, iniziato il 12 maggio 2012, si concluse il 22 novembre 2017 con la condanna all’ergastolo. La condanna fu confermata anche in appello l’8 giugno 2021, con un inasprimento ed estensione delle motivazioni sull’uso del genocidio.

Sgombro subito il campo dalle questioni di carattere umanitario sollevate dal governo di Belgrado: la mancanza di cure adeguate e il diniego a morire in patria. Non so se queste accuse riguardanti il trattamento carcerario riservato a Mladic siano provate, ma comunque sono del parere che l’essere curato e il morire dignitosamente debbano essere diritti concessi anche al peggiore dei criminali.

Sul piano della giustizia internazionale sorge immediatamente un problema: in giro per il mondo, a livello di governanti e capi di Stato, non ci sono soltanto mammolette, ma fior di criminali sostanzialmente responsabili di genocidi, nel mirino del Tribunale penale internazionale o addirittura già oggetto di provvedimenti che dovrebbero portare alla loro cattura.

Il 21 novembre 2024 la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato d’arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nel conflitto a Gaza.

Le accuse principali riguardano crimini di guerra, vale a dire uso della fame come metodo di guerra, attacchi intenzionali contro la popolazione civile e privazione di beni essenziali, e crimini contro l’umanità, cioè omicidio, persecuzione e atti disumani.

Il governo israeliano ha respinto le accuse con fermezza, definendo i mandati illegittimi, politicizzati e privi di giurisdizione, poiché Israele non fa parte dello Statuto di Roma. I Paesi membri della CPI hanno l’obbligo formale di eseguire il mandato di arresto se Netanyahu entra nel loro territorio, limitando fortemente i suoi spostamenti all’estero.

Tutti ignorano i suddetti obblighi e in molti si rifugiano addirittura nella insulsa diatriba se a Gaza ci sia o meno in atto un genocidio: se non è zuppa (genocidio) è pan bagnato (sterminio di una popolazione civile).

L’aspetto che mi interessa maggiormente riguarda l’atteggiamento e il comportamento dell’Unione Europea.

Molto preoccupata l’Europa. «La Commissione Europea – ha detto una portavoce – ritiene che qualsiasi glorificazione dei criminali di guerra sia in contraddizione con i valori europei più fondamentali e non abbia posto nell’Ue o nei paesi candidati all’adesione». 

Non ho idea di quale impatto possa avere questa sorta di subdolo revisionismo storico sull’adesione della Serbia alla Unione europea. Una cosa è certa: la UE non ha bisogno di nuovi partner incoerenti e inaffidabili, ha già anche troppi membri irrequieti e inquieti che la stiracchiano da ogni parte e la portano continuamente fuori strada.

La riflessione più di fondo è tuttavia la seguente: va benissimo la fermezza sui crimini di Mladic, ma il silenzio su quelli di Netanyahu grida vendetta al cospetto di Dio. Non solo, ma nessun provvedimento europeo è stato adottato per condannare e sanzionare il comportamento del governo israeliano ogni giorno sempre più censurabile e inaccettabile.

Evidentemente Netanyahu ha molti demoni a suo favore nell’inferno mondiale ed europeo, che gli consentono di spadroneggiare in modo criminale in tutto il medio oriente.

Lasciamo perdere il nostro Paese che non ha detto una vera parola di condanna e non ha adottato alcun provvedimento nei confronti di Israele, ritenendo che debba essere l’Unione europea a dettare la linea. Questo sì che vuol dire essere europeisti…

E le vere e proprie torture perpetrate nei CPR (centri di permanenza per il rimpatrio) a danno degli immigrati? E i lager camuffati da centri per immigrati all’estero che rappresentano il fiore all’occhiello dell’Italia da applicare anche alle giacche dei partner europei? Questa sì che è accoglienza esemplare verso i disperati in fuga.

Chiudo con una domanda molto provocatoria: è più criminale ammazzare i bambini nella loro patria o lasciarli morire in mare? è più criminale costringere milioni di palestinesi e libanesi a sloggiare dalle loro terre o ributtare i migranti nelle loro terre da cui sono scappati per disperazione?

Purtroppo non c’è autorità internazionale che possa provare a giudicare questi comportamenti, il diritto internazionale non esiste più, ognuno può fare ciò che vuole. Le ong non rompessero i coglioni…

Forse oggi anche Mladic, tutto sommato, se la caverebbe a buon prezzo, sarebbe in buona compagnia….