È stato fermato su disposizione della Procura di Milano, Youssef Siher, il ricercatore 30enne italiano di seconda generazione ritenuto la ‘mente’ del Movimento 17 ottobre legato agli scontri avvenuti nel centro del capoluogo lombardo lo scorso weekend. Le ipotesi sono istigazione a delinquere, terrorismo e l’articolo 420 bis del nuovo decreto legge, ovvero violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. La moglie risulta indagata a piede libero per gli stessi reati. Al 30enne è stato contestato oltre all’istigazione a commettere reati attraverso i social (avrebbe fatto apologia di uno o più reati) e alla “violenza organizzata” prevista dal decreto sicurezza appena entrato in vigore, anche il terrorismo in base all’articolo 270 bis, comma 1, che stabilisce che “chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico è punito con la reclusione da sette a quindici anni”. (Ansa.it)
Mancava il mostro da sbattere in prima pagina per mettere in discussione la serietà delle fastidiose proteste in atto: eccolo! Anche ammesso e non concesso che la sfilza di reati appioppati a Youssef Siher sia provata, nulla toglie alle ragioni di migliaia di persone, giovani ma non solo, che stanno protestando nelle piazze italiane.
È a sera, unendo i puntini di una giornata lunghissima, che si comprende meglio la partita politica che si è giocata nelle piazze. Il profilo di Youssef Siher è perfetto per capire come e dove si muoverà il Governo nei prossimi giorni e in vista delle prossime manifestazioni: l’affondo preventivo e repressivo sarà verso la galassia pro-Pal vicina a posizioni «islamiste», indiziata di costituire la regia occulta dell’intera mobilitazione giovanile; l’affondo politico sarà al contempo verso quelle che saranno definite le «contiguità» di una certa sinistra. Una strategia che va di pari passo con la rivendicazione della linea dura, alla luce di un bilancio giornaliero meno pesante di quanto temuto. Solo nei seguiti giudiziari dei fermi, però, si andrà a misurare l’efficacia del nuovo decreto-sicurezza, e su questo punto l’Anm ieri ha già fatto capire quale musica suonerà: le nuove norme del governo, ha detto l’associazione dei magistrati, sono «miopi». (“Avvenire” – Marco Iasevoli)
I pro-pal sono amici dei terroristi islamici, la protesta giovanile è più o meno al sevizio dell’islamismo, una certa sinistra (quale?) è contigua a questa baraonda piazzaiola, la linea dura e repressiva del governo è quel che ci vuole, tutto va ben madama la Meloni…
I media vergognosamente asserviti al potere fanno disinformazione totale: i giovani sono soltanto degli sfasciavetrine, dietro le proteste ci stanno disegni criminali, meno male che il governo mostra i muscoli e quindi ci possiamo sentire tranquilli.
Un’istituzione che presume sistematicamente la malafede rischia di rendere la diffidenza una risposta ragionevole. Una che riconosce responsabilità e autonomia può invece favorirne l’esercizio. È un processo lento, spesso invisibile, nel quale le regole e le disposizioni morali si trasformano reciprocamente. Per questo la qualità della convivenza dipende anche dal modo in cui scegliamo di governarla. Parlare di sicurezza, soprattutto quando ci sono di mezzo giovani e giovanissimi, non può farsi senza parlare di scuola, disuguaglianze e integrazione. Occorre chiedersi perché chi incontra lo Stato, spesso incontra il controllore e quasi mai una promessa mantenuta, nessuno che accoglie o riconosce. Il disagio ignorato alimenta la protesta, la protesta violenta invoca repressione, la repressione può approfondire la distanza da quelle stesse istituzioni che dovrebbero provare a colmarla. Non è un destino. È un rischio alimentato da politiche miopi. (“Avvenire” – Vittorio Pelligra)
Non voglio santificare tutti coloro che protestano, mi compiaccio che finalmente tante persone stiano trovando il coraggio di denunciare ingiustizie, malgoverno e malapolitica, vorrei capire a fondo le loro ragioni, auspico che la politica possa aprirsi al dialogo con i partecipanti alle proteste di piazza, respingo eticamente, culturalmente e politicamente gli intenti repressivi dell’attuale governo, non condivido affatto gli sfoghi violenti ma non accetto il nascondere dietro di essi le responsabilità di chi ha responsabilità di governo, critico aspramente la sinistra perché non ha saputo e non sa interpretare e rappresentare le emergenti istanze rivendicazioniste e non vuole affrontare positivamente il giovanile malessere sociale.
Mi rifaccio ancora a quanto affermato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Accanto alle necessarie scelte congiunturali occorre sviluppare «strategie adeguate nel farsi carico dello spaesamento dei giovani e del loro timore di asservimento o di emarginazione. Il punto è che la società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione. Perché si tratta di «una grande questione sociale», di una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze del Paese. In modo tale che le preoccupazioni del presente si specchino nell’impegno a progettare il futuro».
