Nei centri di accoglienza italiani i migranti che hanno subito torture restano senza cure. Percorsi frammentati, carenze nella mediazione culturale e una presa in carico sanitaria spesso insufficiente: un report fotografa le gravi criticità nell’attuazione del diritto alla riabilitazione previsto dalla Convenzione Onu. (“Avvenire” – Francesca Ghirardelli)
Dalla moda ai rider, dai cantieri nautici ai campi di insalata, passando per le grandi opere. Ovunque ci sono lavoratori stranieri ci si imbatte nel dramma dello sfruttamento. Li chiamano i nuovi schiavi, ma non è una questione di etichette. Conta che “nel 2026”, come ha sottolineato un povero operaio che stava costruendo il consolato Usa di Milano, ci sia un fenomeno vergognoso per cui tanti esseri umani sono costretti a lavorare “per meno di due euro all’ora”, spesso in condizioni di precaria (se non assente) sicurezza, magari obbligati a vivere in alloggi fatiscenti e sovraffollati, gli unici che si possono permettere. Chi si ribella rischia minacce e botte, oppure finisce coinvolto suo malgrado in cruenti regolamenti di conti tra caporali. Accadde tra Bergamo e Brescia una decina d’anni fa, con bande di indiani a fronteggiarsi per il controllo della manodopera in agricoltura. Un Far west che guadagna terreno non solo a Sud ma anche nel laborioso Nord, senza risparmiare alcun settore. I dati dell’Osservatorio Placido Rizzotto lo confermano: nell’ultimo anno si è passati da 834 vicende di sfruttamento a 1.249: quasi il 50% in più. Il 30% dei casi avviene nelle regioni settentrionali, con la Lombardia che detiene il triste primato di abusi (36), seguita a ruota da Veneto (27) e Piemonte (25). (“Avvenire” – Marco Birolini)
«Lo dico con forza: basta con il silenzio sporco delle convenienze. Basta con quella zona grigia che vede, sa e lascia fare. Basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia. Basta con l’idea disumana che alcune vite valgano meno perché straniere, povere, migranti, braccianti, senza famiglia accanto, senza protezioni sociali, senza un volto riconosciuto dalla comunità». Un appello per le coscienze di tutti alzato dal vescovo di Cassano all’Jonio e vice presidente della Conferenza episcopale italiana, Francesco Savino, per i quattro afghani bruciati vivi lunedì in un’area di servizio lungo la Statale 106 ionica, ad Amendolara, nell’alto Jonio cosentino. Uccisi da due pakistani 32enni che erano arrivati sul luogo del dramma sulla stessa vettura delle vittime. Poi è scoppiata la lite, pare provocata dalla richiesta dei lavoratori d’un contratto regolare per la raccolta delle fragole che invece, almeno sulla carta, effettuavano per 350 euro al mese. Almeno cinque dovevano lasciarla ai caporali per raggiungere e tornare dal luogo di fatica. Solo uno è riuscito a scappare, dopo essere riuscito a sfondare il finestrino posteriore del mini van. Ha lesioni sulle mani, il volto e altre parti del corpo. Ma s’è salvato. «Ho visto l’orrore, sono vivo per miracolo» ha detto l’uomo intervistato dal Tgr Calabria, aggiungendo che «i soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no». Il superstite ha poi spiegato, in un italiano incerto, che «c’è grande mafia del Pakistan». (“Avvenire” – Domenico Marino, Cosenza)
L’accostamento di queste realtà disumane dimostra, al di là di ogni discorso di carattere etico, che la politica migratoria del governo italiano è allo sbando, dalla prima accoglienza fino all’eventuale integrazione.
Da una parte i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), immaginati al fine di sopperire alla mancanza di posti nelle strutture ordinarie di accoglienza o nei servizi predisposti dagli enti locali, in caso di arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti. Ad oggi costituiscono la modalità ordinaria di accoglienza. Tali strutture sono individuate dalle prefetture, in convenzione con cooperative, associazioni e strutture alberghiere, secondo le procedure di affidamento dei contratti pubblici, sentito l’ente locale nel cui territorio la struttura è situata. La permanenza dovrebbe essere limitata al tempo strettamente necessario al trasferimento del richiedente nelle strutture di seconda accoglienza.
Ebbene in questi centri non viene nemmeno salvaguardata la salute fisica di chi ha subito torture. Una sorta di seconda tortura, quella dell’indifferenza e della mancanza di un minimo di assistenza sanitaria degna di questo nome.
Dall’altra parte chi lavora nell’ambito di una paradossale integrazione fatta di sfruttamento e di lavoro nero che a volte arriva fino alla morte per eliminazione diretta. Si dice che gli immigrati devono essere i benvenuti se sono disposti a lavorare: in molti casi non offriamo loro un lavoro, ma una sorta di schiavitù da cui sono fuggiti ed a cui ritornano.
Quindi, o li lasciamo morire in mare o li ributtiamo nei lager libici o li ricoveriamo in centri a dir poco inaccoglienti o li facciamo lavorare in condizioni inaccettabili. Questa è la filiera negativa che seguiamo in troppi casi. Più remigrazione di così…
Mi chiedo se questa possa essere la politica di un Paese civile di fronte ad un problema enorme nelle sue proporzioni e implicazioni di ogni genere. E ci stupiamo di Vannacci e dei consensi che incontra con il suo cavallo di battaglia della remigrazione? Lui almeno ha il coraggio di essere razzista e, in un certo senso, di dichiararlo e di programmarlo, gli altri si distinguono solo per salvare la faccia, ma la sostanza non è molto diversa.
