I giovani indotti al ribellismo

Leggendo commenti più o meno profondi sugli eventi riconducibili alla protesta giovanile violenta e sforzandomi di riflettere al di fuori degli schemi sono arrivato a pormi una delicatissima domanda: “Perché, nonostante tutto, non mi sento di condannare fino in fondo le follie dei centri sociali e non mi scandalizzo di fronte ad episodi di protesta violenta?”.

Forse qualcuno si scandalizzerà del fatto che io non mi scandalizzi, forse qualcuno mi relegherà fra i deliranti nostalgici delle rivoluzioni impossibili, forse qualcuno farà un ardito collegamento con la inquietante e famigerata posizione culturale del “né con lo Stato né con le BR”: uno slogan politico e una posizione culturale emersa in Italia durante gli anni di piombo, in particolare durante il sequestro Moro (1978), adottata da frange della sinistra extraparlamentare come Lotta Continua e da alcuni intellettuali. Significava rifiutare sia la violenza terroristica delle Brigate Rosse, sia la gestione dello Stato, spesso criticato per la gestione delle stragi e la “strategia della tensione”.

Non credo esista nessuna analogia fra centri sociali e brigate rosse, mentre invece vedo parecchie analogie per quanto riguarda lo Stato o, per meglio dire il governo, che sta adottando una certa qual strategia della tensione per rintuzzare le proteste e per consolidare il proprio potere fondato sul nulla.

Cosa si prospetta ad un giovane che voglia reagire con forza alla deriva socio-culturale cavalcata dalla destra e accettata penosamente dalla sinistra? Non sussistendo spazi partecipativi a livello partitico e sindacale, rimangono due strade a livello di volontariato: quella appunto dei centri sociali laddove alberga il cosiddetto antagonismo e quella che chiamerei dei centri solidali laddove si inserisce la spinta altruista.

Nei centri sociali si sfoga la protesta e la ribellione al sistema spesso sconfinante in manifestazioni violente mentre nei centri solidali si colloca l’impegno della carità o comunque della risposta non violenta. Il potere politico non ascolta, non dialoga, non incontra né gli uni né gli altri.

Come afferma il cardinale e vescovo di Torino Repole occorrerebbe «sanare prima di punire» invece si pensa solo a punire, a reprimere, a condannare, ad emarginare.

Per Repole c’è l’obbligo di «denunciare con forza chi ha scatenato la guerriglia» ma contemporaneamente si deve «affrontare le radici delle sofferenze del nostro tempo». Ed è significativo, tra l’altro, che il centro sociale di Askatasuna sia a pochi passi in linea d’aria da centri di solidarietà come il Sermig e il Cottolengo. Esempi di quanto proprio Torino, come ancora Repole ricorda, abbia «sempre saputo chinarsi per curare le ferite prima di punire». Curare, e magari anche prevenire. Cose non facili in una città in cui relativamente in poco tempo si può passare dal lustro del centro storico, dove s’è fatta l’Italia, a periferie che paiono cristallizzate in problemi urbanistici e sociali senza tempo. (“Avvenire” – Andrea Zaghi, Torino)

La politica si è storicamente sempre distinta per la sua incapacità ad interpretare il disagio giovanile: successe nel sessantotto con tutte le conseguenze che ne seguirono, sta succedendo ancor oggi e le conseguenze non tarderanno a farsi sentire: le violenze di questi giorni sono probabilmente soltanto un preludio.

Nonostante tutto mi sforzo però di dare un significato positivo a queste sconclusionate ribellioni: sono le uniche voci critiche emergenti da una società appiattita e incapace di ogni e qualsiasi reazione. Se non ci fossero i centri sociali a gridare la protesta, vigerebbe a trecentosessanta gradi la congiura del silenzio. Certo sarebbe auspicabile che la protesta riuscisse ad incanalarsi non nel grillismo o nel leghismo e nemmeno nel sardinismo, ma nel movimentismo socio-politico di protesta non violenta e di proposta ed impegno solidali.

La politica invece reagisce in senso negativo non riuscendo ad andare oltre la mera condanna della violenza, la repressione delle manifestazioni, lo scioglimento dei centri sociali, la criminalizzazione delle proteste.

Il corteo convocato sabato a Torino in solidarietà al centro sociale Askatasuna era «una resa dei conti con lo Stato democratico». Lo ha dichiarato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un’informativa alla Camera dei Deputati.

Temo che abbia ragione al contrario rispetto al senso delle sue parole. Sono i manifestanti che chiedono conto allo Stato, magari in modo brutale, del basso livello di democrazia raggiunto e il governo risponde attaccando, generalizzando e difendendo l’indifendibile, vale a dire un assetto democratico sempre più precario e traballante. Quanta incolmabile differenza con la sensibilità di Aldo Moro che aveva il coraggio di interrogarsi sui motivi che potevano stare dietro all’atteggiamento di un giovane che impugnava una P38. Capire prima di condannare, dialogare prima di criminalizzare, educare prima di punire, ammettere limiti e difetti prima di esorcizzare la protesta.

Se il 10% di cittadini rinuncia a curarsi per l’indisponibilità della sanità pubblica verso coloro che non hanno mezzi per arrangiarsi con la sanità privata, vorrà pur dire che qualcosa nel sistema non va. Non credo sia colpa dei centri sociali, delle loro intemperanze e finanche delle loro violenze. Molto più violento è lo Stato che non garantisce l’assistenza sanitaria ai cittadini, soprattutto a quelli che aggiungono alla gravità della malattia la scarsità dei loro redditi. Doppia violenza: retribuzioni e pensioni insufficienti, servizi sanitari inadeguati!!!

È molto pericoloso chiudere la democrazia in una sorta di bunker impenetrabile per le proteste, perché queste si radicalizzano e si vanno a sfogare nel generico disfattismo e nella gratuita violenza. I giovani devono fare la loro parte: mentre i bulli al governo auspicano proteste violente da ammortizzare con la paura, i giovani dovrebbero rispondere con la protesta pacifica ma senza sconti.

Ricette non ve ne sono ma indicazioni sì. Cristina Prandi, rettrice dell’Università al centro della vicenda in questi giorni, a poche ore dagli scontri ha scritto sul sito dell’ateneo: «Ci sono momenti in cui si volta pagina. Noi lo abbiamo fatto partendo dal rifiuto della violenza, dalla costruzione di strategie di dialogo e confronto, dal presidio di spazi di democrazia e di socialità liberi e sicuri». Mentre l’arcivescovo parlando di violenza e sofferenza dice: «Fermeremo la violenza, ma non si dovrà nascondere questa sofferenza e chi lavora per il dialogo». (ancora “Avvenire” – Andrea Zaghi, Torino)

Fin dall’inizio dell’esperienza governativa di destra ho pensato che l’unico campo largo in grado di metterla in grosse difficoltà fosse quello costituito dalla protesta degli studenti e dei centri sociali. Il governo dimostra di averne paura. Mentre Elly Schlein fa il solletico a Giorgia Meloni, i giovani fanno sul serio e non riusciranno a farli tacere. È sempre stato così nel caso di regimi autoritari. In Italia ci stiamo andando dentro quasi senza accorgercene. I giovani hanno le antenne, percepiscono il pericolo e lo sfidano, commettendo magari errori anche clamorosi. Se devo scegliere, preferisco le pagliuzze giovanili alle travi governative.

 

Li Vannacci tua

La regia di Bannon, la festa di Renzi e il nuovo partito: cosa c’è dietro l’addio di Vannacci alla Lega. Il modello è l’Afd tedesca. Con l’obiettivo di diventare l’apostolo del trumpismo in Italia e in Europa. Meloni è preoccupata. «Un assist per il Campo Largo. La sinistra unita può vincere le prossime elezioni». La regia di Bannon e l’esultanza di Renzi. E il nuovo partito sul modello dell’Afd tedesca. Roberto Vannacci lascia la Lega dopo il classico tira-e-molla della politica italiana e punta su un Futuro Nazionale che presto finirà sub judice. Ma quanto vale alle urne il generale in pensione? «500 mila voti suoi? Ne ha presi tanti perché lo abbiamo sostenuto noi. Da solo ne varrà 80 mila», pronostica Matteo Salvini, mentre il leader di Italia Viva dice che la percentuale di voti «è sicuramente più alta di quello che vogliono far credere da Palazzo Chigi. È la prima grana politica nella legislatura per Giorgia Meloni. Ed è un assist al Campo Largo. Se la sinistra sta insieme alle prossime elezioni vince». (Open – Alessandro D’Amato)

Tanto tuonò che piovve! Vannacci è uscito dalla Lega…e chissenefrega (ci sta anche la rima). Forse però qualcosa significa. La Lega ha perso una sua ragion d’essere, vale a dire quella di rubare voti nazionalisti e sovranisti a FdI. Ora Lega e FdI si trovano nella situazione inversa, vale a dire quella di rischiare un furto di voti ad opera dei vannacciani, più belli e più fascisti che pria.

Qualcuno ci sta vedendo qualche concreta prospettiva tattica: l’indebolimento a destra del precario asse Meloni-Salvini, che in qualche modo dovrebbe rassegnarsi a fare i conti al centro e rimetterebbe altresì in gioco il centro-sinistra rafforzato al centro. Sembrano discorsi di geometria politica. Questo fantomatico centro sarebbe sulla sinistra presidiato da Matteo Renzi mentre sulla destra potrebbe contare su Carlo Calenda in combutta più con Letizia Moratti che con Antonio Tajani e soprattutto con la ingombrante benedizione di Mediaset.

La competizione politica assai polarizzata sullo scontro Meloni-Schlein (le due galline del pollaio) si sposterebbe verso il centro dello schieramento basandosi sulla sfida tra Renzi e Calenda (i due capponi di Renzo).

Roberto Vannacci non avrebbe mai più pensato di creare un simile terremoto politico. Quanti voti riuscirà a raggranellare? Probabilmente molti più di quanti presuntuosamente pensino Giorgia Meloni e Matteo Renzi. C’è una fascia di elettorato fascista che vuol venire finalmente allo scoperto e non si farà sfuggire l’occasione.

Quando Salvini decise di inglobare Vannacci aveva in mente proprio il disegno di dare visibilità all’elettorato di estrema destra fascio-nazional-sovranista: il gioco non gli è riuscito, gli si è rotto in mano. Adesso dovrà tornare alla Canossa degli Zaia a mani nude. La Lega dovrà tornare a fare politica, ma non sarà facile a meno che non abbia intenzione di giocare a tutto decentramento regionale e a tutto campo politico: un ulteriore bel grattacapo per Giorgia Meloni. Salvini ha in Vannacci un concorrente ideologicamente agguerrito nel collegamento con l’estremismo antieuropeo; Meloni un rompiscatole senza remore europeiste nei rapporti col trumpismo.

Un altro sintomo di come sia caduta in basso la politica: nelle fogne fasciste! E dalle fogne tende a risalire alle fonti dei giochetti pseudo-democratici.

Tra neofascisti ci si intende

Ho rivisto in questi giorni un documentario sulle Aquile randagie, il movimento scoutistico di resistenza al fascismo a cui aderì mio zio Ennio sacerdote. Ho fatto spontaneamente alcune riflessioni che riporto sinteticamente.

– L’attuale clima politico negli Usa ricorda quello del nascente fascismo: lo scrivono molti osservatori ed è la tristissima e inquietante verità. Gli Usa di Trump ricordano l’Italia dopo la marcia su Roma, scrive Paolo Borgna su “Avvenire”. Il predominio della forza sulla regola di diritto (il sopruso un tempo esercitato ma negato e coperto da finzioni) oggi è prepotentemente esercitato senza veli, proclamato e rivendicato. Le analogie con il primo Gabinetto Mussolini: la milizia privata del presidente, la violenta repressione della protesta, l’inganno sociale vale a dire una strategia crudele e classista, che gioca sulle divisioni tra i più deboli.

– Gli Stati Uniti sono ad un passo dalla guerra civile: speriamo che l’impegno non violento dei cattolici possa scongiurare questo pericolo, in quanto sappia proporsi come vera resistenza disarmata che si distingue appunto dalla guerra civile.  Fu così per le Aquile randagie nel primo periodo dell’insorgente fascismo: la ribellione senza violenza, la resistenza attiva disarmata. Qualcuno sostiene che gli scout nella loro opposizione al regime fascista, che li mise fuori legge, furono profeti del pacifismo.

– Negli Usa sembra che siano i cattolici a reagire al trumpismo: se ci pensavano prima era meglio, ma chi ci dice che coloro che scendono in piazza oggi abbiano votato Trump. E poi le ribellioni sono ispirate e guidate dalle minoranze attive non dalle maggioranze passive… Scrive il mio amico Pino: “Ci siamo…i cattolici fanno la loro parte…il bullo pensava ad una protesta violenta…non è così caro bullo psicopatico…protesta pacifica ma senza sconti, mentre, politicamente parlando, i democratici americani sono molto timidi!!!”.

– Riscopro ogni giorno di più la grandezza di mio zio Ennio sacerdote, che si impegnò rischiando la vita, prima di tutto educando i giovani (credeva nei giovani!), insegnando loro cos’è la libertà e come la si conquista e la si difende da cattolici, appoggiando i partigiani attivamente ma senza l’uso delle armi, salvando vite umane (ebrei e oppositori del regime, ma persino i nemici con lo scambio dei prigionieri), coniugando impegno religioso e civile, mettendo in campo quel coraggio che purtroppo mancava all’alto clero dell’epoca, collocandosi nel filone lombardo dei sacerdoti (da don Gnocchi a don Minzoni, da don Ghetti a don Barbareschi) che seppero testimoniare la verità fino in fondo.

– Spero che la gerarchia cattolica americana non si faccia intortare e sappia reagire all’inganno pseudo-valoriale e rifiuti ogni e qualsiasi piatto di lenticchie, che non si faccia consigliare dagli esponenti cattolici del trumpismo guidati dal vice-presidente Vance e abbia il coraggio di decidere in proprio col Vangelo alla mano, senza tartufesche diplomazie e senza integralismi settari. Non c’è solo il problema dell’aborto, ma l’esigenza è quella di soccorrere tutte le debolezze, le povertà e le indigenze materiali e spirituali.

«Non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso. Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi». Così ha detto il Papa nel passaggio centrale del discorso rivolto stamattina ai partecipanti al convegno “One Humanity, One Planet”. «Madre Teresa di Calcutta, santa degli ultimi e premio Nobel per la pace – ha continuato Leone XIV – affermava a riguardo che “il più grande distruttore della pace è l’aborto” (cfr. Discorso al National Prayer Breakfast, 3 febbraio 1994). La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale». (“Avvenire” – Tommaso Piccoli)

– Osservando il coraggio con cui gli scout delle Aquile randagie affrontarono bastonature e persecuzioni ho pensato a tutti coloro che nel periodo fascista soffrirono sulla loro pelle l’opposizione al regime, da Giacomo Matteotti a tutti i resistenti.  Piero Calamandrei si rivolse con queste parole agli studenti a Milano nel 1955: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione”.

– Non vorrei che il neofascismo di marca trumpiana adottasse nel nostro Paese la sottomarca meloniana. E allora, fin che siamo in tempo, vedano i cattolici di aprire gli occhi e di opporsi alla strisciante deriva italiana. Ci sono parecchi indizi abbastanza chiari, dalle forzature istituzionali a quelle repressive, dalla criminalizzazione degli immigrati al delirio della remigrazione. Siccome, secondo la famosa citazione di Agatha Christie, “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”, stiamo attenti perché sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole voltare pagina, non capendo che, come direbbe mio padre, “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “. Non vorrei chi ci finissimo dentro addirittura con la sponda/spinta americana: sarebbe un’autentica e storica beffa.

 

Il fermo preventivo vittimizza i violenti

Fermo preventivo di 12 ore per persone sospettate di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento di una manifestazione, potenziamento del divieto di accesso ai centri urbani, possibilità di procedere alle perquisizioni sul posto anche in occasione di manifestazioni in luogo pubblico.

Sono queste le principali novità allo studio dell’esecutivo, che vuole la stretta dopo i disordini registrati a Torino sabato in occasione del corteo di Askatasuna, che ha visto alcuni uomini delle forze dell’ordine aggrediti dai manifestanti. L’obiettivo lo ha dichiarato domenica la stessa premier Giorgia Meloni, dopo aver fatto visita agli agenti feriti a Torino: «Faremo quello che serve per ripristinare le regole in questa nazione». La presidente del Consiglio ha deciso di aprire la settimana a Palazzo Chigi con un vertice di governo, «per parlare delle minacce all’ordine pubblico di questi giorni e per valutare le nuove norme del decreto sicurezza».

Dalla riunione dovrebbe uscire un pacchetto di misure destinate a entrare in un decreto legge da portare in Consiglio dei ministri mercoledì pomeriggio. Il vicepremier leghista Matteo Salvini è sicuro che sarà così e confida che sarà un intervento corposo, con la tutela che evita agli agenti l’iscrizione automatica nel registro degli indagati e il fermo preventivo per i manifestanti sospetti prima dei cortei, che «può arrivare anche a 48 ore». L’attualità sta portando dunque l’esecutivo ad accelerare sul pacchetto sicurezza, che da settimane è allo studio, con interlocuzioni fra Palazzo Chigi e Quirinale su una serie di norme.

In particolare il fermo preventivo è considerata una misura «fondamentale» dagli addetti ai lavori per consentire lo svolgimento pacifico delle manifestazioni. Salvini avrebbe anche insistito sulla proposta di obbligare gli organizzatori dei cortei a depositare una cauzione a copertura di eventuali danni. (“Avvenire” – Giulio Isola)

Legiferare con urgenza sull’onda emotiva degli avvenimenti non è mai cosa buona e giusta. Figuriamoci quando si tratta di problemi riguardanti la compatibilità tra difesa dell’ordine pubblico e rispetto dei diritti fondamentali quali libertà di manifestare le proprie idee. Ci sono dei limiti invalicabili previsti dalla Costituzione, esistono dei principi fondamentali per vivere in una società democratica: in questo quadro vanno visti i disordini e le eventuali violenze durante le manifestazioni di protesta. Per essere chiaro dirò che non è accettabile scoraggiare o soffocare la protesta per evitare possibili violente intemperanze: bisogna saper combattere le violenze senza pregiudicare il sacrosanto diritto di protestare. Non sono ammesse scorciatoie.

Ancora giovanissimo ero segretario di sezione della DC e durante un dibattito congressuale mi permisi di sostenere l’idea del disarmo della polizia nei conflitti di lavoro: era un periodo caldo a livello di protesta e contestazione studentesca e operaia. La mia provocatoria proposta, che peraltro faceva riferimento ad un disegno di legge, presentato in Parlamento da un esponente della sinistra D.C. (se non erro l’onorevole Foschi) e mai approvato, fece andare su tutte le furie alcuni iscritti, in particolare uno che gridò: “I canòn a la polisìa”. Fu la mia caporetto, da quel momento ebbi vita dura e in poco tempo mi spodestarono democraticamente (?) da segretario.

Ho ripreso questo episodio per significare come non sia giusto scadere in un clima poliziesco e legiferare con l’accetta. Mio padre mi spiegava come il consenso alle apparizioni del Duce fosse regolarmente favorito ed accompagnato preventivamente dal fermo e dall’arresto degli oppositori al fine di evitare prima del nascere ogni protesta.

Le misure preannunciate dal governo vanno nel senso della distrazione di massa rispetto ai veri enormi problemi sociali, della criminalizzazione di quanti protestano considerati tutti quali potenziali omicidi di poliziotti. Stiamo creando un clima allarmistico, che a breve può dare anche l’impressione di essere propedeutico al mantenimento dell’ordine, ma che a medio e lungo termine porta a maggiore, conflittuale e deleterio disordine.

Quanta demagogia e quanta voglia di cavalcare le emozioni…per fare cosa? Per spillare voti sull’onda della paura. Verso chi? Verso gli immigrati, i ladri, gli sfascia-vetrine, i manifestanti violenti, chiunque osi dissentire dall’andazzo di regime. Più che la incolumità dei poliziotti ai governanti attuali interessa l’integrità delle urne piene di voti provenienti magari da chi ha paura dei furti e delle piazze e non si accorge che i veri furti e le vere piazzate vengono da chi gli sta direttamente o indirettamente falcidiando lo stipendio o la pensione. Buon sopore salviniano a tutti!

  1. B. politico. L’improvviso e provocatorio appello alle opposizioni, dopo averle bollate come amiche del giaguaro, per concordare in qualche modo un atteggiamento unitario, appare come una furbesca mossa tattica finalizzata da una parte a coprire il flop istituzionale insito nel varo di misure giuridicamente scombinate nonché il flop politico derivante da provvedimenti di marca reazionaria, dall’altra parte ad imbarazzare e comunque a squalificare la sinistra (se sta al gioco perderà ulteriormente identità e voti sull’altare del moderatismo, se non ci sta verrà bollata come barricadiera ed estremista).

 

 

Le illusioni ‘cacca e piscia’

La narrazione che va purtroppo per la maggiore mette in positiva correlazione la prepotenza trumpiana con i risultati a cui sembra portare: la tregua a Gaza, il cessate il fuoco per il freddo in Ucraina, la liberazione dei prigionieri politici in Venezuela, le proteste contro il regime iraniano. Si fa strada un perfido ragionamento di questo tipo: la prepotenza paga, per ottenere qualcosa bisogna minacciare, ricattare, intervenire duramente, al limite anche usare la violenza, instaurare un clima di paura e di scontro.

Innanzitutto sul piano concreto i risultati di cui sopra appaiono oltre modo illusori, propagandistici e meramente precari. A Gaza si continua a morire (500 palestinesi dopo la tregua), in Ucraina tra qualche giorno si riprenderà a morire, in Venezuela la democrazia è lungi dal tornare a vigere (se bastasse l’arresto di Maduro…), in Iran il regime sta massacrando i ribelli mentre Trump, dopo essersi eretto a loro incitante difensore, sta temporeggiando (intervengo o non intervengo), preoccupato più del conseguente cataclisma petrolifero che della libertà delle donne iraniane.

Ammettiamo pure che, per dirla con un detto parmigiano, putost che nient è mej putost, ma non vedo quale sia il filo strategico rispetto a queste bullistiche tattichette se non quello di perseguire e consolidare una spartizione del mondo in base alla legge del più forte.

E allora l’Ucraina diventa il tavolo su cui giocare a dadi con Putin, la Palestina diventa il terreno su cui scherzare con Netanyahu, il Venezuela un diversivo per l’accaparramento delle fonti energetiche, l’Iran il demonio su cui scaricare tutte le colpe e con cui mettere in crisi le sempre più ingombranti mire cinesi.

Se questa è una politica interessante da assecondare e rispettare…

Ricordo i rari colloqui tra i miei genitori in materia politica: tra mio padre antifascista a livello culturale prima e più che a livello politico e mia madre, donna pragmatica, generosa all’inverosimile, tollerante con tutti. «Al Duce, diceva mia madre con una certa simpatica superficialità, l’à fat anca dil cozi giusti…». «Lasemma stär, rispondeva mio padre dall’alto del suo antifascismo, quand la pianta l’é maläda in-t-il ravizi a ghé pòch da fär…». Poi si lasciava andare a sintetizzare la parabola storica di Benito Mussolini, usando questa colorita immagine: «L’ à pisè cóntra vént…».

Aspetto con ansia lo spirare di questo vento della verità. Quanto tempo e quanti morti occorreranno per scoprire le pisciate di Trump? Per ora siamo alle prese con le cagate mediatiche di supporto e con le omertose scorregge politiche (quelle italiane sono per me le più insopportabili).

La società corrotta “spuzza” disse con grande incisività maccheronica papa Francesco. Mi permetto di parafrasarlo: la strategia di Trump “spuzza”.  La puzza è grande, ma non tutti la percepiscono. I deodoranti sono potenti, ma prima o poi la fogna verrà allo scoperto… e le illusioni finiranno.

 

 

 

Stabilità, crescita, ricchezza e…povertà

La manovra italiana e soprattutto l’andamento della spesa pubblica (criterio-chiave del Patto di stabilità riformato) va nella giusta direzione, l’Italia sta facendo quanto richiestole dalle raccomandazioni Ue. È una promozione a pieni voti quella contenuta nell’opinione della Commissione Europea sulla bozza di legge di bilancio di Roma, nel quadro del pacchetto d’autunno del semestre europeo. Confermando la concreta possibilità che a giugno Bruxelles proponga la chiusura della procedura per deficit eccessivo. (da “Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

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La promozione del rating dell’Italia da parte dell’agenzia Moody’s, che ha alzato il giudizio sul debito sovrano da Baa3 a Baa2 con outlook stabile, rappresenta una notizia che non si registrava da ventitré anni e che segna un passaggio simbolico e politico di grande rilievo. L’agenzia americana, storicamente la più severa nei confronti del nostro Paese, ha riconosciuto quella che definisce una traiettoria coerente di stabilità politica, disciplina di bilancio e attuazione delle riforme, con particolare riferimento all’utilizzo del Pnrr e alla prospettiva di investimenti pubblici sostenuti nel triennio 2026-2028, superiori al 3,5% del Pil. (da “La nuova Bussola Quotidiana – Ruben Razzante)

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Il Belpaese incassa anche la promozione di S&P: il rating è confermato a BBB+ e le prospettive riviste al rialzo da ‘stabili’ a ‘positive’ “La traiettoria di maggiore credibilità verso l’Italia non conosce soste. Il lavoro paga”, ha detto il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti salutando la decisione di S&P. (ansa.it)

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Cresce povertà assoluta in Italia, allarme Caritas: +43,4% di indigenti in 10 anni. Aumenta ancora la povertà assoluta. Le persone che vivono in condizioni di indigenza rappresentano ormai il 9,8% degli italiani, cioè 5,7 milioni di cittadini, suddivisi in 2,2 milioni di nuclei familiari. Così certificano gli ultimi dati Istat sul tema, evidenziando un aumento esponenziale negli ultimi 10 anni: le famiglie in povertà assoluta sono aumentate del 43,3%. (da SkyTG24)

Noi viviamo in due diverse realtà, una virtuale fatta di numeri e una effettiva fatta di condizioni di vita. Non vanno d’accordo. A chiudere il paradossale cerchio è il fatto che il consenso ai governanti si forma sulla base della realtà virtuale narrata a livello mediatico. La democrazia è imprigionata in questo gioco dell’assurdo.

Un tempo si votava guardando il proprio portafoglio oppure ascoltando la voce del cuore: il portafoglio portava a destra, il cuore a sinistra. Oggi la stragrande maggioranza non vota più forse perché nel subconscio non accetta questa bolla entro cui siamo chiamati a respirare: una democrazia asfittica, non solo senza valori da rispettare, ma addirittura senza interessi da difendere.

Gli analisti favorevoli sostengono che l’attuale governo può essere promosso in quanto capace di creare stabilità politica ed economica; gli analisti contrari lo bocciano in quanto incapace di promuovere crescita economica e di creare nuova ricchezza. Ma anche la crescita non basta: c’è crescita e crescita! La ricchezza non si ridistribuisce automaticamente, tende ad andare dove già esiste ricchezza, creando ulteriori sperequazioni: bisogna rivedere i meccanismi di accumulo (perequazione salariale) e di ripartizione della ricchezza (perequazione fiscale). Questa dovrebbe essere la vocazione storica della sinistra riformista, invece essa propone dei pannicelli caldi e non riforme.

Perfino la Cina – il più grande laboratorio di crescita quantitativa della storia umana, la potenza che ha fondato più di ogni altra la propria legittimità politica sull’accumulo di riserve economiche – ha recentemente annunciato una svolta epocale, ad esito del Quarto Plenum che ha approvato il Quindicesimo Piano Quinquennale (2026-2030): la crescita economica non è più la priorità assoluta dello Stato; ora ciò che conta è il consolidamento della rilevanza strategica. Un messaggio che ha stupito l’Occidente, perché giunge dal Paese che ha trasformato l’espansione economica in religione civile e disciplina collettiva. Eppure, proprio (e finanche) la Cina ci indica ciò che nessuna retorica occidentale osa ammettere: le società che non ripensano il proprio modello di sviluppo e le proprie priorità, sono destinate a implodere. Ciò conferma che la crescita illimitata non è un destino ineluttabile, ma una narrativa ideologica da cui possiamo e dobbiamo affrancarci. «Chi crede che la crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle o un economista» ammoniva Kenneth Boulding. La crescita a tutti i costi, la crescita non buona, non rafforza le civiltà. Le distrugge. Di troppa crescita (e di crescita non buona) si muore. (da “Avvenire” – Francesco Cicione)

 

 

 

L’audience televisiva non combatte la criminalità

Non c’è rete tv che non abbia una trasmissione dedicata al crimine con particolare riguardo al femminicidio: è diventato un passatempo, un salotto giornalistico continuo, una sorta di maniacale e macabra passione mediatica che coinvolge il telespettatore inducendolo al morboso interesse.

Non c’è rispetto per le vittime di cui si indaga la vita senza alcun riguardo, i presunti colpevoli vengono immediatamente messi alla gogna, si auspica giustizia sommaria, si chiede giustizia proprio mentre si innescano processi mediatici a prescindere da ogni e qualsiasi regola giudiziaria.

I fenomeni criminali, tra cui il femminicidio è forse il più grave, meritano attenzione seria e analisi approfondite: il mezzo televisivo non è il più adatto al riguardo (almeno per come viene impostato e utilizzato). La spettacolarizzazione è dietro l’angolo e di certo non aiuta alla comprensione degli eventi.

Mi auguro che il suicidio dei genitori di un autore di femminicidio, verificatosi in questi giorni, non sia frutto dell’accanimento mediatico messo in atto senza scrupoli. L’orrore che si vorrebbe far uscire dalla porta rientra dalla finestra. Sembra che i pm ipotizzino il reato di istigazione al suicidio per la gogna mediatica subita dai due coniugi che ne hanno anche parlato nella lettera di addio lasciata all’altro figlio.

I dibattiti si sprecano e viaggiano sui binari della banalizzazione, della strumentalizzazione, del protagonismo e dell’opportunismo. Mentre a livello giornalistico si opera una stucchevole e triviale analisi dei fatti criminali, a livello politico si spacca il capello in quattro per render più o meno punibile e grave il reato di violenza sessuale. Si viaggia sul filo del rasoio tra “consenso libero e attuale” e “volontà contraria all’atto sessuale”, tra educazione sessuale a livello scolastico e il relativo placet famigliare. Su queste definizioni e questioni si crea contrapposizione politica. Purtroppo le soluzioni ai problemi criminali non stanno nei salotti televisivi e nemmeno nelle aule parlamentari. Il discorso è molto complesso e profondo.

Si dice che tutti devono fare la loro parte. Sono d’accordo, ma forse prima di fare la propria parte bisognerebbe conoscere bene il problema, altrimenti si fa solo confusione. Tutti dovrebbero fare un passo indietro, riflettere per evitare inutili scorciatoie e dannosi polveroni. Il diritto all’informazione è sacrosanto, quello alle chiacchiere da salotto ne è la fumettistica caricatura.

Non vorrei essere un giudice costretto ad applicare leggi poco chiare, approvate per tacitare le piazze e soddisfare i salotti. La politica che va per la maggiore tende a convincere la pubblica opinione che tutto si risolva con l’aggravamento delle pene; la gente si lascia convincere tanto per mettere a posto la propria incoscienza. I reati aumentano, ma almeno ne abbiamo parlato a vanvera e abbiamo legiferato giusto per coprire la nostra irresponsabilità!

Il rapporto Trump-Cattolici: più luna che miele

Donald Trump dovrà prima o poi fare i conti con gli umori e le idee dell’elettorato statunitense. Alla condivisibile speranza nella pragmatica resipiscenza dei ceti medi impoveriti aggiungerei anche un risveglio di coscienza religiosa da parte dell’elettorato trumpiano.

Per una parte della Chiesa statunitense non c’è più tempo per aspettare. E la chiave per reagire alla “politica estera” del presidente Trump arriva ancora da papa Leone XIV. Oggi «il ruolo morale del nostro Paese nel confrontarsi con il male nel mondo, nel sostenere il diritto alla vita e la dignità umana e nel promuovere la libertà religiosa – hanno denunciato i cardinali Blase Joseph Cupich, arcivescovo di Chicago, Robert McElroy, arcivescovo di Washington, e Joseph William Tobin, arcivescovo di Newark, in un “raro” comunicato congiunto diretto all’amministrazione Trump e pubblicato poche ore fa, – è oggetto di esame». I tre cardinali hanno deciso di prendere posizione per proporre insieme, senza lasciare adito a dubbi, «una visione morale della politica estera» degli Stati Uniti, in un anno, il 2026, iniziato da pochi mesi, che però ha già visto il Paese entrare in un «dibattito più profondo e lacerante, sulle basi morali dell’azione americana nel mondo, dalla fine della Guerra fredda».

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I tre cardinali delle metropoli americane hanno fatto un passo in avanti camminando sulla strada aperta da Prevost. «Come pastori e cittadini abbracciamo questa visione per la costruzione di una politica estera autenticamente morale per la nostra nazione», hanno dichiarato, e «cerchiamo di edificare una pace veramente giusta e duratura, quella pace che Gesù ha annunciato nel Vangelo». Per questo, hanno proseguito, «rinunciamo alla guerra come strumento di ristretti interessi nazionali e proclamiamo che l’azione militare deve essere considerata solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come uno strumento ordinario della politica nazionale». Quello che serve, dunque, è una «politica estera che rispetti e promuova il diritto alla vita umana, la libertà religiosa e la valorizzazione della dignità umana in tutto il mondo». (da “Avvenire” – Agnese Palmucci)

Il Vaticano starà fermo di fronte alle porcherie messe in atto dal presidente Usa? Papa Leone XIV saprà superare il condizionamento derivante dalla propria nazionalità per andare al merito di scelte politiche americane che c’entrano col Vangelo come i cavoli a merenda? Non credo che i cattolici americani, per bigotti e superficiali che siano, si lascino ingannare più di tanto. Non penso che Trump possa permettersi di chiedere quante divisioni ha il Papa.

Mia sorella Lucia era implacabilmente severa nei confronti dei cattolici nel loro approccio alla politica. Diffidava degli integralismi cattolici: quello di chi pensa di poter fare politica come si usa fare in sagrestia, bisbigliando calunnie e ostentando un insopportabile e stucchevole perbenismo; quello di chi ritiene di fare peccato scendendo a compromessi e negando quindi il senso stesso della politica per rifugiarsi nella difesa aprioristica, teorica per non dire astratta dei principi religiosi; quello di chi ritiene la politica qualcosa di demoniaco da esorcizzare, lavandosene le mani e finendo col lasciare campo ancor più libero a chi intende la politica come l’arte dei propri affari; quello di chi pensa di coniugare al meglio fede e politica confabulando con i preti, difendendo il potere della Chiesa e assicurandosi succulente fette di consenso elettorale.

I cattolici statunitensi e ancor prima il clero che li guida saranno succubi di certa mentalità opportunisticamente acritica o sapranno ragionare con la loro testa illuminata dal Vangelo?

Circa 100 religiosi arrestati all’aeroporto internazionale Minneapolis–St. Paul International Airport nel corso di una manifestazione contro la stretta sull’immigrazione dell’amministrazione di Donald Trump, secondo quanto riferito dagli organizzatori della protesta. L’azione si è svolta in Minnesota ed è stata promossa da leader religiosi e rappresentanti di diverse confessioni cristiane, che hanno scelto un luogo simbolico come l’aeroporto per denunciare le politiche migratorie federali e, in particolare, le operazioni di deportazione dei migranti detenuti. Secondo quanto dichiarato da Justin Lind-Ayres, tra gli organizzatori dell’iniziativa, i manifestanti ritenevano che alcuni aerei in partenza dallo scalo stessero trasportando migranti destinati alla deportazione. Proprio per questo hanno deciso di radunarsi all’interno e nelle aree adiacenti all’aeroporto, trasformando lo spazio in un luogo di preghiera e testimonianza pubblica. I religiosi – per la maggior parte pastori, sacerdoti e leader cristiani – si sono inginocchiati cantando inni e recitando il Padre Nostro, nonostante le temperature polari che colpiscono il Minnesota. (medianews24.it)

Nel Minnesota i cattolici tentano di rispondere alla deriva anti-immigrati comprendendo la paura dei migranti presi di mira e terrorizzati dalla polizia, solidarizzando e fraternizzando con essi, denunciando l’insostenibilità del clima instaurato con la violenza e facendo proposte politiche serie ed equilibrate: sono le facce dello stesso prisma evangelico.

Vediamo brillare la luce di Cristo nelle attività di quanti stanno aiutando i nostri fratelli e sorelle migranti, cattolici e non cattolici. Il mio staff lavora instancabilmente per informare i parrocchiani sui loro diritti e per incoraggiare iniziative parrocchiali volte a fornire cibo e pannolini alle famiglie bisognose, spesso in collaborazione con organizzazioni della comunità. Ogni giorno ricevo fotografie di parrocchiani che comprano e consegnano generi alimentari a famiglie troppo impaurite per uscire di casa, di vicini che accompagnano i bambini a scuola, di sacerdoti e diaconi che coordinano la distribuzione della Comunione o il sostegno spirituale a chi è confinato in casa o detenuto. La crisi ha anche moltiplicato le occasioni di incontro: ci sono parrocchiani che accompagnano i migranti in tribunale o alle visite mediche, altri che li aiutano con le necessità più elementari.

Qual è il ruolo dei vescovi del Minnesota di fronte a questa crisi?

Oltre a queste opere di misericordia, i vescovi delle sei diocesi del Minnesota, riuniti nella Minnesota Catholic Conference, stanno cercando di collaborare con i nostri rappresentanti governativi per alleviare l’attuale crisi e promuovere una riforma complessiva delle leggi sull’immigrazione. La Minnesota Catholic Conference sta esortando i fedeli a far sentire la propria voce nel processo politico. Solo lavorando insieme potremo risolvere il problema e ritrovare una vera calma.

Quali criteri ritiene essenziali per una riforma delle politiche migratorie?

Serve una soluzione globale e a lungo termine che consenta al Paese di proteggere i propri confini, ridurre al minimo la possibilità di traffici illeciti e regolamentare in modo ragionevole eventuali nuovi ingressi. È inoltre fondamentale garantire uno status legale a quanti si trovano nel Paese senza documenti ma che vivono qui da un certo numero di anni, possano dimostrare di aver messo radici, abbiano contribuito alle loro comunità e mostrino la volontà di rispettare le leggi. Servono infine percorsi che favoriscano la riunificazione familiare ed evitino le separazioni.

Come si accompagna pastoralmente una comunità attraversata da paure diverse e spesso contrapposte?

I sacerdoti di questa Arcidiocesi lo hanno fatto molto bene nell’ultimo decennio, e io cerco di imitarli nel loro zelo pastorale nell’accompagnare tutti. Da tempo cerchiamo di far sentire i nostri immigrati a casa, servendoli nelle loro lingue e rispettando la loro pietà e le loro tradizioni. Allo stesso tempo ricordiamo l’insegnamento cattolico sul diritto di uno Stato di proteggere i propri confini e sull’importanza del rispetto dell’autorità legittima, invitando anche a pregare per quanti hanno responsabilità nell’applicazione della legge. (intervista all’arcivescovo metropolita di Saint Paul e Minneapolis Bernard A. Hebda pubblicata da “Avvenire” – raccolta da Riccardo Benotti)

Evidentemente nella bagarre trumpiana qualcuno, a titolo personale e/o comunitario, si sta ponendo qualche domanda interessante e sta dando qualche risposta concreta e incoraggiante. Altri forse lo faranno. Potrebbe scaturirne una crisi se non la fine della assurda e paradossale luna di miele tra il trumpismo e il cattolicesimo.

 

 

La memoria del passato e l’amnesia del presente

Sono consapevole di avventurarmi su un terreno minato, ma mi corre l’obbligo, morale prima che politico, di sollevare due questioni rimaste un po’ tropo sullo sfondo delle celebrazioni della giornata della memoria: mi riferisco al tema delle responsabilità storiche del regime fascista e al silenzio sulle attuali responsabilità israeliane.

Sul primo punto il Presidente della Repubblica è da sempre lucidamente esaustivo: il regime fascista non è solo complice, ma sorgivo protagonista addirittura principale dal punto di vista culturale; non è caduto nell’incidente di percorso delle leggi razziali ma è stato criminale responsabile di una politica ventennale che ha portato l’Italia alla foce del disastro etico. Persino Giorgia Meloni, di fronte alla provocatoria chiarezza di Mattarella, ha dovuto pronunciare una condanna netta della “complicità del regime fascista” (meglio mardi che tai…).

Sul secondo punto, di una delicatezza e di una evidenza estreme, vale a dire sull’autentico olocausto di Gaza, non ho sentito coraggiose dichiarazioni di condanna: ha prevalso il timore di sporcare il martirio degli ebrei con quello dei palestinesi.

“Si può e si deve parlare di Gaza nel Giorno della memoria: si può parlare di Iran, Ucraina, Venezuela e tutto ciò che chiama in causa l’umanità, ma non si può usare Gaza contro il giorno della Memoria”. Lo ha detto la senatrice Liliana Segre durante la cerimonia al Quirinale, sottolineando che “non può succedere che diventi occasione di una vendetta contro le vittime di allora”. “Si può, si deve parlare di Gaza – ha ribadito Segre – di Iran, di Ucraina, di Venezuela e di Sudan, e di tutto ciò che offende la dignità e chiama in causa la nostra responsabilità di cittadini di un mondo globale. Il problema è un altro: non si può usare Gaza contro il Giorno della Memoria. Tentare di oscurare o alimentare o lasciar correre ossessivi tentativi di banalizzazione di distorsione e di inversione della Shoah, non si può accettare che diventi una vendetta sulle vittime di allora. Il Giorno della Memoria – ha aggiunto Segre – non è per gli ebrei. È principalmente per tutti gli altri. Serve per ricordare la nostra storia, quello che fece l’Italia fascista di allora, la Germania nazista e molti stati europei contro le razze considerate inferiori, contro i più deboli e i diversi. Contro l’umanità. Il Giorno della Memoria è per ricordare i carnefici, ma anche quelli che si opposero, e i giusti che tentarono a costo della vita di salvare i perseguitati”. (Il Fatto Quotidiano)

Posso essere perfettamente d’accordo, ma perché non ammettere espressamente le gravissime responsabilità del governo israeliano nella vicenda di Gaza e nei suoi precedenti storici, perché non avere il coraggio di dichiarare apertamente che è proprio il governo Netanyahu a sporcare paradossalmente il giorno della memoria e a suscitare indirettamente certi rigurgiti di antisemitismo.

Il giorno della memoria serve per ricordare i carnefici di ieri, ma anche per condannare i carnefici di oggi e tra questi mi permetto di annoverare i terroristi di Hamas ma anche il loro dirimpettaio Benjamin Netanyahu.

Scrittrice, poetessa e regista, Bruck è nata nel 1932 in Ungheria in una famiglia ebrea. Deportata ad Auschwitz quando aveva 13 anni e poi passata anche per Bergen-Belsen e Dachau, rifiuta ogni tentativo di assimilare la Shoah ad altri massacri, pur riconoscendone la tragicità. “Difendo ogni dolore, ma nulla è paragonabile a ciò che è stato fatto agli ebrei. Gli altri sono massacri – terribili – ma nulla è paragonabile a quello messo in atto dai nazisti. Non dobbiamo appiattire questa tragedia immensa in cui, ricordiamo, hanno bruciato un milione di bambini”.

Per la scrittrice, il genocidio nazista resta l’unico nella storia per metodo e volontà di annientamento totale. Di fronte al riemergere dell’antisemitismo in Europa e nel mondo, Bruck fa una distinzione netta, che non minimizza il presente ma rifiuta l’uso improprio della memoria come slogan. “Non ho paura che la storia si ripeta”, rimarca. Anche se possono esserci “nuove tragedie”, anche perché “l’uomo non cambia”. Ma “un’altra Shoah non ci sarà”. Lo sguardo di Bruck – sopravvissuta alla deportazione a soli 13 anni – si allarga poi all’attualità geopolitica. Durissimo il giudizio su Donald Trump e sulle sue ambizioni internazionali. “Donald Trump si comporta come se il mondo fosse suo, vuole occuparsi di Paesi che non lo riguardano. Credo non si renda conto di quello che dice, c’è qualcosa che non funziona nella sua testa. Vuole fare il re del mondo?”. Secondo Bruck, l’idea di un Trump ‘pacificatore’ è una contraddizione in termini. “Non credo possa portare la pace in Medioriente: è megalomane, quasi infantile. Vuole il Nobel, la Groenlandia, ora la pace. Giocattoli. Il suo Board of Peace? Un giocattolo”. (lapresse.it)

Ho smisurata stima e commossa ammirazione per Edith Bruck, ma non capisco questa macabra classifica dei genocidi: se da una parte c’è il rischio di confondere la Shoah nel putrido calderone di tutte le malefatte dell’uomo, dall’altra parte c’è il pericolo di benaltrizzare le stragi precedenti e successive. La Shoah ha sue caratteristiche e peculiarità da non dimenticare, ma non perdiamo di vista le porcherie prenaziste di Trump e Netanyahu. Apprezzo e condivido il durissimo giudizio su Donald Trump, ma non dimentichiamo il suo sodale Netanyahu. Perché tanta patriottica fatica nel condannare senza se e senza ma il governo israeliano? Posso capire che sia difficile, per chi porta cicatrici indelebili del passato, guardare alle drammatiche malattie del presente, ma non impossibile. In fin dei conti ci sono state proteste fiume nei confronti delle riforme costituzionali portate avanti da Netanyahu. Cosa pensano gli israeliani e in particolare i sopravvissuti alla Shoah e tutti gli esponenti del mondo culturale del massacro dei palestinesi? Chiedo scusa, ma vedo una qualche sussiegosa omertà che (mi) fa male.

 

 

 

La punta dell’Ice(berg)

Negli Usa cresce la rabbia contro l’Ice. Due ex presidenti chiamano i cittadini alla mobilitazione. Barack Obama e sua moglie Michelle Obama hanno rilasciato una dichiarazione il giorno dopo l’omicidio di Pretti, che hanno definito «una tragedia straziante» e «un campanello d’allarme per ogni americano, indipendentemente dal partito di appartenenza». Hanno aggiunto che «molti dei nostri valori fondamentali, come nazione, sono sempre più sotto attacco». «Da settimane le persone in tutto il paese sono indignate per le azioni dell’ICE e di altri agenti federali che agiscono impunemente, adottando tattiche che sembrano concepite per intimidire e mettere in pericolo i residenti». «Spetta a ciascuno di noi, in quanto cittadini, denunciare l’ingiustizia, proteggere le nostre libertà fondamentali e chiedere conto al nostro governo». Un altro ex presidente americano ha chiamato i cittadini all’azione, Bill Clinton. Quelle di Minneapolis sono state «scene orribili», ha detto. «Spetta a tutti noi che crediamo nella promessa della democrazia americana alzarci in piedi, parlare e dimostrare che la nostra nazione appartiene ancora a Noi, il Popolo». (“Avvenire” – Chiara Vitali)

Sarà perché nella mia vita professionale e politica ho sempre avuto un debole per gli ex-presidenti con i quali ho tessuto rapporti di grande intesa, sarà perché su di me esercitano un fascino quasi irresistibile i personaggi del passato, sarà perché del passato si è portati a ricordare più gli aspetti positivi di quelli negativi, sarà perché la nostalgia è per me un sentimento irrefrenabile, sarà per tutti questi motivi che ho tirato un respiro di sollievo leggendo gli appelli di Obama e Clinton alla mobilitazione democratica contro le minacce in essere negli Usa di cui le azioni dell’Ice forse rappresentano soltanto la punta dell’iceberg.

Era ora che si alzasse la voce di qualche autorevole e carismatico esponente politico statunitense per tentare di aprire ai cittadini gli occhi foderati di prosciutto trumpiano. Non basterà, ma sempre meglio di niente. Potranno i fatti di Minneapolis segnare uno spartiacque per la democrazia americana, il superamento del confine, la goccia che fa traboccare il vaso?

Già la creazione di una polizia speciale mette i brividi, se poi è finalizzata a combattere l’immigrazione (si dice clandestina, ma a quanto pare non sarebbe così… e poi non c’è clandestinità che possa giustificare simili operazioni di pulizia), il discorso si fa oltre modo inaccettabile, sconcertante e inquietante.

Emmanuel Mauleón, docente di Diritto costituzionale alla University of Minnesota, teme che la svolta sull’immigrazione di Donald Trump, con l’uso nelle strade di un’agenzia federale come l’Ice che appare opaca, aggressiva e difficile da sottoporre a responsabilità, stia creando un danno istituzionale profondo negli Stati Uniti. Tanto più dopo la morte di due attivisti, Rebecca Good e Alex Pretti, e la deportazione di alcuni bambini. (“Avvenire” – Elena Molinari)

Non sono in grado di misurare la capacità reattiva del popolo statunitense o almeno della parte più sensibile e responsabile. Temo che occorra ben altro rispetto alle malefatte dell’Ice per smuovere la situazione. Intanto accontentiamoci delle parole piuttosto accorate di Obama e Clinton. Le interpreto come un segnale che la democrazia negli Usa è ancora presente a livello di vertice e, stando alle manifestazioni di protesta, anche a livello di base.

«È accaduto a loro, può succedere a ciascuno di noi», dice un manifestante durante un raduno nella zona Sud di Minneapolis. È circondato da centinaia di altre persone: è domenica 25 gennaio, pomeriggio, e la folla è in strada in solidarietà con Alex Pretti, l’infermiere trentasettenne ucciso dall’Ice (Immigration and Customs Enforcement) sabato. Le proteste si sono moltiplicate per tutto il weekend. I cartelli che i manifestanti portano con sé dicono: «Lo avete ucciso». Nelle ultime ore famigliari e amici di Pretti hanno continuano a opporsi alla narrativa «diffamatoria» portata avanti dall’amministrazione americana che descrive l’uomo come un «aspirante assassino», accusato senza prove aver compiuto un atto di «terrorismo interno». (ancora “Avvenire” – Chiara Vitali) 

Per venire agli schizzi nel nostro Paese provenienti dal Minnesota, non mi preoccupa tanto l’annunciata presenza in Italia dell’Immigration and Customs Enforcement (l’ormai famigerato Ice) in occasione delle Olimpiadi di Milano-Cortina, che sta creando più di qualche imbarazzo al governo e al centrodestra e che non mancherà di scatenare manifestazioni di protesta in quanto, checché se ne dica, suonerebbe come una provocazione bella e buona. Mi allarma piuttosto l’italico tifo sotterraneo per il clima poliziesco anti-immigrazione alimentato da chi a livello politico italiano fa del muro contro gli immigrati il proprio cavallo di battaglia. Ancor più mi inquieta l’assonanza ideologica fra trumpismo e melonismo ben presente ed operante anche se faticosamente dissimulata.