Chiacchiere sull’Ucraina, ricetta originale due milioni di morti

Il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina è stato celebrato nel paradosso: a distanza di quattro anni, dopo la carneficina e le distruzioni conseguenti, anziché parlare seriamente e finalmente di prospettive di pace, si litiga in sede Ue sugli aiuti militari da fornire all’Ucraina e in sede italiana il litigio si fa doppio o addirittura triplo.

Alla divergenza di vedute tra i Paesi europei si aggiunge a livello italiano il litigio fra i partiti di governo: è il caso di dire tre partiti e ben quattro posizioni, vale a dire una Meloni ondivaga ed opportunisticamente navigante fra i bollenti spiriti leghisti e il moderatume forzista, con la recentissima aggiunta della spina nel fianco vannacciana e con la cambiale in bianco firmata a Donald Trump dalle cui mendaci labbra ci si ostina a pendere. A Orban la Meloni aggiunge Vannacci, al santo padre Salvini aggiunge Trump il più assurdo e paradossale uomo di pace.

Nessuno, anche nelle opposizioni, che abbia il coraggio di elaborare uno straccio di proposta di pace, preferendo continuare a fornire armi a getto continuo e senza alcuna trasparenza e a rimettersi pedissequamente al “genio” pacificatore di Trump. La situazione è difficile e complessa, ma proprio per questo meriterebbe ben altro coraggio e ben altra fantasia.

La parte del pacifista la gioca Roberto Vannacci in libera uscita: un paradosso tira l’altro. Destra e sinistra si confondono in un bellicismo di maniera, in una via bellica alla democrazia o, se si vuole, in una necessità democratica della guerra. Possibile che non si intraveda una luce in fondo al tunnel? Mi sovviene al riguardo una macabra barzelletta che racconta di un automobilista che in mezzo alla nebbia totale si mette in coda ad una lucina per poi accorgersi alla prima schiarita che proveniva da un carro funebre diretto al cimitero.

L’evento “L’Ucraina e la difesa dell’Europa” nella sala di Esperienza Europa – David Sassoli ha raccolto le reazioni a caldo degli europarlamentari italiani a Bruxelles, a seguito della plenaria straordinaria dedicata ai quattro anni dall’invasione della Russia in Ucraina. Tra la richiesta di negoziati immediati per fermare il conflitto e la convinzione che la deterrenza militare sia l’unico strumento per garantire la sicurezza e la libertà dell’Europa, i pareri si scontrano. (EURO-FOCUS)

I negoziati impattano contro la folle diatriba su chi abbia vinto o perso; la deterrenza militare è un divertimento affatto innocuo per cittadini scemi. Dopo due milioni di morti siamo ancora lì a discutere se venga prima la guerra o la pace. Tutti invocano il multilateralismo internazionale, io mi accontento di auspicare la follia del pacifismo unilateralmente e bruscamente diplomatico: in un mondo di matti, scelgo quello che sembra esserlo di più, vale a dire quello che sempre e comunque rifiuta la logica della guerra o cerca almeno ostinatamente di uscirne.

Al riguardo non so quale successo avrà l’iniziativa in arrivo dalla Germania, della quale ho letto con molto interesse e con ammirazione per il sano realismo associato al senso di responsabilità ed alla lungimiranza geopolitica. Finalmente qualcuno che mette esperienza e competenza a servizio della causa della pace. Non conosco la provenienza partitica di questi personaggi, non mi interessa, colgo nel loro pensiero un desiderio di smuovere le acque del pantano, che mi apre il cuore alla speranza. Spero di non rimanere deluso, semmai avrò almeno colto un segno in controtendenza: con le arie che tirano non è poco!

Tra i promotori c’è Michael von der Schulenburg, per oltre trent’anni diplomatico delle Nazioni Unite in scenari di crisi e oggi deputato al Parlamento europeo, dove si occupa di politica estera e sicurezza. Con lui hanno firmato la proposta l’ex generale Harald Kujat, ex capo di Stato Maggiore della Bundeswehr e presidente del Comitato militare della Nato, lo storico Peter Brandt (figlio del cancelliere fautore della distensione con la Ddr), il politologo Hajo Funke e Horst Teltschik, già consigliere per gli affari esteri e la sicurezza del cancelliere Helmut Kohl.

Von der Schulenburg, perché sostenete che l’Ue deve cambiare linguaggio?

Nel quarto anniversario della guerra in Ucraina, il Parlamento europeo ha presentato una risoluzione carica di odio e di richieste completamente irrealistiche. Noi crediamo che, se l’Europa vorrà mai negoziare, o vorrà far parte di futuri negoziati, dovrà convincersi che l’unico modo per salvare l’Ucraina e porre fine alla guerra passa attraverso la diplomazia. Ma finché i politici occidentali crederanno di poter mettere in ginocchio la Russia prolungando la guerra a tempo indeterminato, i negoziati non saranno possibili. Questa convinzione è anche pericolosa, perché dopo il ritiro degli Stati Uniti, i membri europei della Nato non hanno né le risorse finanziarie né quelle militari per mantenere tale linea. Dobbiamo evitare a tutti i costi che le forze armate ucraine crollino, perché ciò causerebbe inevitabilmente anche il crollo politico di Kiev.

Ritenete realistica la richiesta di Bruxelles di un ritiro totale delle truppe russe prima dell’avvio dei negoziati?

È assolutamente inverosimile. Non accadrà, né ora né in futuro. Per il semplice motivo che non siamo in grado di cambiare le sorti della guerra in Ucraina sul piano militare. Dobbiamo accettare il fatto che certi territori sono stati occupati e che gran parte della popolazione di queste aree non vuole più far parte dell’Ucraina. Come accadde anni fa in Kosovo, dove molta gente non voleva più far parte della Serbia.

Quindi cosa proponete per questi territori?

Il congelamento della linea del fronte nelle regioni di Zaporizhzhia e Kherson e la rinuncia da parte di Mosca di parte dei territori che attualmente occupa. In cambio, Kiev dovrebbe riconoscere l’indipendenza di Donetsk e Luhansk, con un ritiro reciproco delle forze armate e una fase di amministrazione fiduciaria sotto l’egida Onu. Entro cento giorni dovrebbe poi tenersi un referendum sulla secessione delle due regioni, sotto osservazione internazionale. Con l’impegno di entrambe le parti a rispettarne e recepirne l’esito.

Pensate che la neutralità dell’Ucraina sia l’unica soluzione praticabile?

Sì. Un’Ucraina neutrale potrebbe ristabilire le sue relazioni con la Russia, con l’Asia centrale, con la Cina, ma anche con l’Ue. Kiev non può diventare parte di un’alleanza militare, così come non sarebbe possibile per Cuba, il Messico o il Venezuela far parte di un’alleanza ostile agli Stati Uniti.

Quali garanzie di sicurezza renderebbero credibile tale soluzione?

Dobbiamo garantire innanzitutto la sopravvivenza dell’Ucraina come stato sovrano indipendente e poi gettare le basi di un ordine paneuropeo che tenga conto degli interessi di sicurezza di entrambe le parti. Abbiamo una grande responsabilità nei confronti dell’Ucraina, che oggi è distrutta. E dobbiamo garantire un futuro agli ucraini.

(intervista a cura di Riccardo Michelucci, pubblicata dal quotidiano “Avvenire”)

 

Un Santo zio per protettore

76° ANNIVERSARIO

26/02/1950 – 26/02/2026

“Aveva il senso della gioia: i suoi occhi splendidi e traspa­renti, la sua risata piena, il suo protendersi su tutto ciò che era bello e buono, l’afferrare la vita, il godere questa vita, come dono di Dio, come riflesso della chiamata di Dio.  Egli era un ottimista. Per questo era prete. Aveva il senso degli altri, nella sua generosità non misurava niente, non calcolava niente, non si è mai chiuso a doman­dare se questo era di vantaggio o di perdita: ha dato.  Ma con un gesto che non pesava, con un senso di bontà serena e semplice che concretizzava immediatamente il ponte comunitario” (don Andrea Ghetti)

Don Ennio Bonati

 

sacerdote

 

vissuto per un periodo relativamente breve, solo 35 anni, stroncato da una terribile malattia. Era una punta di diamante del clero parmense. Poi si è ammalato ed è iniziato il suo calvario. La sua morte ha lasciato un vuoto grande: profeta nella sua scomodità, dotato di personalità dolce ma forte, presbitero di grande fede ma portato all’impegno civile, amante dei giovani (fondatore a Parma del movimento scoutistico nel dopoguerra), spirito libero ma legato profondamente al suo vescovo, esperto in teologia ma disposto a sporcarsi le mani nella condivisione e nella solidarietà, indipendente nelle sue scelte ma affettivamente molto legato alla sua famiglia di origine di cui è stato il punto di riferimento, uomo gioioso ma capace di accettare eroicamente la croce (una tremenda malattia che lo ha distrutto ancora in giovane età).

Con delicata ma forte commozione, pensando alla storia di una famiglia forse più unica che rara, impegnato perché la memoria non vada dispersa e rimanga una traccia della breve e intensa esistenza dello zio sacerdote, invito, quanti lo vorranno, a ricordarlo pregando con lui ed affidandosi alla sua protezione.

Nell’occasione consiglio di rileggere il libro “Don Ennio Bonati, sacerdote, scout, teologo”, contenente una viva, documentata e testimoniata biografia di un sacerdote attuale nel suo totale servizio alla Chiesa e alla società.

Ennio Mora

Parma, 26 febbraio 2026

 

 

 

 

 

 

Il cinturrino di castità per la polizia

Sul caso-Rogoredo il Governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vicepremier Matteo Salvini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’intero stato maggiore di FdI, Lega e Forza Italia sono costretti, in queste ore, alla capriola più vistosa dell’intera legislatura. Non solo erano stati solerti, poco dopo l’uccisione di Mansouri, nel prendere le difese del poliziotto che aveva sparato – il cui nome ora è noto, Carmelo Cinturrino -. Ma avevano tirato fuori nel giro di mezza giornata l’intero armamentario prêt-à-porter che ben si prestava all’occasione: da un lato l’invocazione dello scudo penale per gli agenti, tema molto caldo a fine gennaio mentre si stava definendo il nuovo pacchetto sicurezza, dall’altro l’accusa alla magistratura di aprire fascicoli contro chi la legge la difende, argomento che calzava bene con la campagna in vista del referendum del 22-23 marzo.

Quanto è emerso negli ultimi giorni, proprio attraverso l’indagine della procura, ha evidenziato il grossolano e frettoloso errore di valutazione dell’esecutivo e della maggioranza. Sino a rendere asfissiante il pressing sulla stessa Meloni e su Salvini, i due che più si erano spesi nel “cavalcare” il caso (la premier, non per una mera coincidenza, a inizio Olimpiadi, ha voluto visitare proprio gli uomini in divisa al lavoro presso la stazione di Rogoredo). La richiesta alla premier e al suo vice leghista, avanzata prima timidamente e poi con maggiore determinazione dalle opposizioni, è quella di dire apertamente di essersi sbagliato, insomma di “scusarsi” per quanto detto dopo la morte di Mansouri.

(…)

Il punto più critico, però, non è tanto lo scontro sullo scudo penale o sui fascicoli che le procure devono aprire formalmente per avviare un’inchiesta e provare ad arrivare a una verità. Il punto è la ‘brutta figura’ che fa una politica che straparla a caldo di fatti di cronaca pensando di ricavarne vantaggi elettorali, trasformando poi tutto in video emozionali, card, meme, battute caustiche, indicazione del bersaglio sociale e quanto di più semplicistico e cinico richiedono i social media. Un malcostume diffuso. Stavolta ci è caduto mani e piedi il Governo. Altre volte le opposizioni. Ma la lezione va imparata. Altrimenti si arriverà a un punto in cui saranno indistinguibili le parole di un politico, di una persona che abita i partiti e le istituzioni, da un qualsiasi influencer che lucra sulle visualizzazioni. Una lezione tutto sommato semplice: aspettare prima di pronunciarsi, capire prima di arrivare a una conclusione, fidarsi di chi su un fatto pubblico deve svolgere il proprio lavoro. C’è un costo da pagare, certo. Bisogna mettere da parte gli slogan, i messaggi di pancia, le scorciatoie mentali con cui ormai si vuole sostituire la nobile arte della persuasione. Ma doversi pentire di aver detto cose risultate completamente sbagliate è molto peggio. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

La polizia, con i suoi poteri, le sue funzioni, i suoi eccessi e le sue disgrazie, è sempre stata un punto dolente nel dibattito politico: chi ne ha sempre fatto il pregiudiziale panegirico e chi la viscerale censura.

Il mio impegno politico era storicamente fatto di sfide coraggiose al limite del paradosso, regolarmente perse in casa: militavo infatti nella Democrazia cristiana aderendo all’ala progressista, per la precisione alla corrente di matrice sindacal-aclista. Una gara dura anche se, per certi versi, affascinante. Ero segretario di sezione e durante un dibattito congressuale mi permisi di sostenere l’idea del disarmo della polizia nei conflitti di lavoro: era un periodo caldo a livello di protesta e contestazione studentesca e operaia. La mia provocatoria proposta, che peraltro faceva riferimento ad un disegno di legge, presentato in Parlamento da un esponente della sinistra D.C. (se non erro l’onorevole Foschi) e mai approvato, fece andare su tutte le furie alcuni iscritti, in particolare uno che gridò: “I canòn a la polisìa”. Fu la mia caporetto, da quel momento ebbi vita dura e in poco tempo mi spodestarono democraticamente (?) da segretario.

Oggi il discorso si è fatto ancor più manicheo: per la destra al potere la polizia ha sempre ragione, la magistratura ha sempre torto. La polizia si ringalluzzisce e si crede inattaccabile, la magistratura si vittimizza e si sente costantemente nel mirino. Bellissimo clima, che si vorrebbe addirittura istituzionalizzare!

Senonché la guerra ha trovato la sua Rogoredo: i poliziotti talvolta sbagliano di grosso e i giudici devono raccattarne e punirne le cacche più o meno puzzolenti.

Adesso si passa da un’estremità all’altra: Cinturrino, prima ancora di venire regolarmente processato, è diventato la mela marcia ante litteram che deve pagare per tutti e i magistrati non sono più insopportabili piantagrane, ma devono andare fino in fondo nell’accertare e punire le responsabilità.

Attualmente la coerenza non è più una virtù, ma una insopportabile pretesa della sinistra. Parto dall’alto. Come si può impostare un dialogo serio con un personaggio inaffidabile come Donald Trump? Cosa ci può essere di serio nell’assetto mondiale che si va delineando? Solo i ricatti reciproci! I dazi non son forse tali?! E il presidente statunitense non è uno specialista nel cambiare opinione in continuazione (lui sì che è furbo!). Stia attenta la premier italiana perché, se i rapporti con la Ue dovessero precipitare e/o Trump dovesse implodere, finirà per essere tutta colpa sua. Ma lei se la caverà perché è furba ed è, anche lei, una specialista nel capovolgere le frittate, dando sempre le colpe a chi osa criticarla. È sempre tutta responsabilità dei governi precedenti! E le sue contraddizioni clamorose? “Solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”.

Proprio questa mattina alla fermata del bus ho colto il ragionamento di una giovane donna che faceva risalire i nostri guai sociali alle debolezze della giustizia, prendendo spunto dalla giovane mamma di Traversetolo a cui sono stati concessi gli arresti domiciliari in attesa di giudizio. Giustizialismo indiscutibile per i poveri e garantismo strisciante per i ricchi e i potenti. Mi sono chiesto cosa voterà al referendum sulla giustizia: a prova di sbrigativa briscola dovrebbe fare la croce su un “no” grande come una casa per dare più potere ai giudici, invece voterà “sì” perché Giorgia Meloni in materia di (in)giustizia se ne intende.

Da qualche giorno, dopo essere precipitato nello sconforto, sono portato a buttarla in ridere: il teatro dei burattini. Strana e incredibile politica in cui tutto è paradossalmente possibile. In dialetto parmigiano, quando una persona assume atteggiamenti sfrontatamente in contraddizione col suo normale comportamento, viene immediatamente apostrofata con una espressione colorita: “avérgh un bècch äd fér”. Gilberto Govi, in dialetto genovese, li chiamava “marionéti”. 

 

Papa Leone, le denunce aspettando i ruggiti

Dall’inizio del suo Pontificato Leone XIV non ha mai smesso di denunciare pubblicamente le violenze sui migranti negli Stati Uniti e di muoversi sottotraccia attraverso i canali della diplomazia vaticana. Dai cardinali ai vescovi, fino alle comunità parrocchiali, Prevost sta riuscendo a smuovere gran parte della Chiesa cattolica americana in difesa della dignità umana, al fianco degli uomini e delle donne ricercati dall’Ice.

Dopo lo storico comunicato congiunto dei vescovi Usa, che definiva le politiche migratorie trumpiane vere «deportazioni di massa», alcuni giorni fa tre cardinali hanno dichiarato pubblicamente che l’unica direzione possibile è quella indicata dal primo Papa dagli Stati Uniti. Prevost non può farcela da solo, ma sta facendo quello che solo un Papa può fare. (da LeoPop il podcast di “Avvenire”)

Avevo, e in parte ho ancora, il timore che l’elezione a papa di Prevost fosse una mossa politica filoamericana per andare incontro alle “strane” esigenze dei cattolici statunitensi e per trovare un modus vivendi con l’altrettanto strana presidenza di Trump. Se anche la Chiesa cattolica scende a compromessi col mondo al punto da accettarne obtorto collo le imperanti logiche dell’egoismo e della forza, siamo veramente perduti.

Colgo con sollievo la stringata ma efficace analisi di cui sopra, anche se mi sembra un po’ troppo semplicisticamente elogiativa (ci sono state sul piano politico mosse e parole equivoche che non mi sono affatto piaciute…). Forse pretendo troppo?!

C’erano due possibilità in ordine all’incipit del papato prevostiano: l’abile appiattimento verso il mondo trumpiano oppure il coraggioso messaggio in controtendenza. Sembra che prevalga il secondo approccio.

Il piano di allestire 20 grandi centri con 92.600 posti letto entro il 30 novembre solleva le preoccupazioni della Conferenza episcopale americana: «Ricordano i campi di internamento della Seconda Guerra Mondiale. Profonde preoccupazioni per un piano senza precedenti nella storia recente degli Stati Uniti, che interroga la coscienza del Paese. Il presidente del Comitato per le migrazioni della Conferenza episcopale americana ha lanciato, sul sito ufficiale dei vescovi Usa, un allarme durissimo contro il progetto dell’Amministrazione Trump di espandere massicciamente la detenzione degli immigrati attraverso la creazione di grandi strutture, veri e propri “magazzini” capaci di internare migliaia di persone. «Il pensiero di tenere migliaia di famiglie in enormi capannoni dovrebbe mettere alla prova la coscienza di ogni americano — ha detto il vescovo Brendan Cahill di Victoria, in Texas —. Qualunque sia il loro status migratorio, queste persone sono esseri umani creati a immagine e somiglianza di Dio. Siamo davanti a un punto di svolta morale per il nostro Paese». Secondo documenti interni del dipartimento per la Sicurezza Interna, l’Immigration and Customs Enforcement (Ice) punta ad acquistare almeno 20 magazzini in tutto il Paese per creare 92.600 posti letto entro il 30 novembre. Almeno otto strutture, già individuate o acquisite in Stati come Georgia, Texas, Pennsylvania e Maryland, sarebbero dei “mega-centri” in grado di detenere tra le 7mila e le 10mila persone ciascuno. Altri siti sono allo studio in Missouri, New Jersey, New Hampshire, North Carolina, Tennessee e Utah. (“Avvenire” – Elena Molinari, New York)

Non si tratta di aperte sfide alla “papa Francesco”, ma di netti incoraggianti distinguo, che sembrano avere un importante seguito nella gerarchia cattolica Usa. Speriamo che lo Spirito Santo con il suo soffio di verità giunga in tempo e distolga il Vaticano dalle tentazioni della morbida diplomazia per spingerlo all’aperto pronunciamento del “sì-sì, no-no”.

Ci sono altri fronti su cui attendo, con ansia mista a preoccupazione, il pontificato di papa Leone: quello interno alla Chiesa, alle sue strutture, ai suoi indirizzi pastorali, alle sue aperture. Non mi accontento degli appelli all’unità.

Diceva papa Francesco: «Per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna».

 

 

Solo i ricordi mi fanno sperare

Vittima del terrorismo eppure convinto che la democrazia avesse nella Carta costituzionale gli strumenti per debellarlo, nel ricordo di Mattarella: «Ha fortemente operato perché fosse l’ordinamento democratico a sconfiggere la minaccia del terrorismo, senza cedimenti a misure straordinarie, facendo leva sui principi costituzionali che reggono la funzione giurisdizionale», dice il capo dello Stato. Un esempio da seguire, «il cui impegno era ispirato al servizio e alla responsabilità», e a lui è stata dedicata la sede del Csm, oggi al centro della contesa referendaria. Così, Pinelli nel rimarcare che «troppo spesso nelle istituzioni ci si trincera dietro le responsabilità altrui, evitando di interrogarsi sulle proprie, e sui propri comportamenti, senza far tesoro dell’insegnamento dei padri costituenti».

L’uomo della scelta religiosa, lo ricorda da successore al vertice di Ac, Giuseppe Notarstefano. Tema poi ripreso da Rosy Bindi. Un intervento, quello dell’ex ministra della Sanità, sottolineato, alla fine, da un interminabile applauso. Un «martire laico» lo definisce, citando il cardinale Martini, «perché è morto non in odio al Vangelo, ma per il suo impegno per la Città dell’uomo», che però proprio dal Vangelo trasse le sue intime ragioni. Lo chiama «il mio professore», era con lui, al momento dell’agguato. Spiega la scelta religiosa come il superamento del collateralismo politico della Dc, ma non certo come un disimpegno dal perseguimento del bene comune. La sua biografia lo testimonia, visto che nel 1976 fu eletto, fra l’altro, consigliere comunale a Roma. «Non voleva che il Vangelo diventasse uno strumento di potere, ma che restasse un insegnamento da cui far scaturire una responsabilità personale, senza coinvolgere la Chiesa, che deve potersi rivolgere a tutti, non solo a quelli che votano un partito», dice Bindi. Ma l’uomo della scelta religiosa fu anche un politico, e un politico democristiano: «Si riconosceva nel riformismo di De Gasperi. Anche se fu Aldo Moro il suo riferimento maggiore», collega docente alla Sapienza e morto come lui per mano brigatista, come altri due docenti dell’ateneo, Ezio Tarantelli e Massimo d’Antona. E questo ha ispirato la riflessione del costituzionalista Stefano Ceccanti: «Quando passiamo per il corridoio di Scienze politiche al piano terra con le aule intitolate a Bachelet, Moro e D’Antona, quando passiamo sotto la lapide al piano rialzato – dove Bachelet fu ucciso, ndr – siamo provocati a ragionare sul nostro ruolo educativo, che dalle loro vicende tragiche trae alimento». E, a proposito di insegnamenti da tenere a mente, va sottolineato il clima di stima e rispetto – nello spirito auspicato da Mattarella – fra Ceccanti fautore del Sì, e Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No. Fair play istituzionale sottolineato alla fine persino da una foto insieme, col sorriso. (“Avvenire” – Angelo Picariello)

A commento della eloquente celebrazione del centenario della nascita di Vittorio Bachelet, il giurista ucciso dalle Brigate rosse nel 1980 all’università La Sapienza, non trovo di meglio che riportare di seguito la mia impertinente risposta ad un giovane e caro amico che mi ha gentilmente invitato a partecipare agli eventi parmensi in vista del referendum sulla riforma della giustizia. Nel ricordo di Bachelet ritrovo tutte le motivazioni del mio impegno politico di molto tempo fa e della nostalgica ritrosia del giorno d’oggi. Anche in politica si può vivere di ricordi, senza per questo sentirsi fuori dal tempo, anzi!

“Caro Filippo,

ti ringrazio, ma declino l’invito.

Preferisco formarmi un’idea a livello personale.

La mia partecipazione ai dibattiti è da tempo strachiusa.

Qualsiasi occasione di politica attiva non fa più per me: la passione politica resta nella mia nostalgica mentalità con ben altri protagonisti e scenari.

Leggo, scrivo, mi confronto con qualche singolo amico.

Se guardo l’assetto mondiale mi smarrisco, se guardo al governo italiano sono preso da una crisi di vomito, se guardo alla sinistra (?) m’incazzo…

Andrò a votare “no” per il significato politico che ha questo referendum e per il clima di attentato alla Costituzione in cui si colloca.

Il fascismo è dietro l’angolo!

Se mi segui sul sito, sai come la penso…

Sarò presuntuoso e aristocratico, ma preferisco dare la mia testimonianza lontano dalla bagarre.

Pensa che alla tua età avevo già fatto – sull’onda di una sensibilità proveniente dal contesto socio culturale in cui nacqui e crebbi, dall’educazione famigliare ricevuta, dalla militanza nel mondo cattolico vissuta e dagli insegnamenti di mia sorella assorbiti – un’esperienza ventennale di impegno a livello partitico e politico e mi ero già allontanato allorquando si era istaurato l’accordo di potere del cosiddetto CAF (Craxi-Andreotti-Forlani), che portò l’Italia alla triste fine della cosiddetta prima repubblica (al riguardo fui facile profeta…).

Cominciai a quattordici anni, troppo presto, e alla tua età ero già stanco e logoro: capirai oggi…

Per fortuna mi impegnai in un ambito professionale che mi consentì di vivere importanti esperienze sociali e culturali a livello del movimento cooperativo.

Termino qui il revival che penso non ti interessi più di tanto: hai cose migliori a cui badare…

Grazie dell’attenzione e dell’amicizia.”

Oggi come oggi posso accettare soltanto di partecipare alla virtuale iniziativa proposta da Piero Calamandrei agli studenti a Milano nel 1955: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione”. Aggiungo i luoghi dove sono caduti i martiri della nostra Costituzione come Moro e Bachelet. Un pellegrinaggio da sbattere in faccia a chi sta facendo strame della Carta costituzionale.

In cauda admirabilis et contumax venenum: “È più facile perdonare il delirante e pseudo-rivoluzionario sogno brigatista della odierna lucida e perfida veglia anticostituzionale”.

 

 

I rutti della premier

Sono consapevole che non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in undici anni.

Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura. Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare – particolarmente da parte delle altre istituzioni – nei confronti di questa istituzione.

Istituzione non esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario.

In questa sede, che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica – più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio come Presidente della Repubblica – avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole.

In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza.

Nell’interesse della Repubblica.

(intervento del presidente Mattarella alla seduta del Consiglio Superiore della Magistratura)

Era ora, anche se gli interventi del presidente Mattarella sono sempre troppo felpati e in punta di forchetta: ai rutti governativi risponde infatti con educazione e rispetto. Ha ragione, ma…

Ero un ragazzino alquanto trasgressivo rispetto al galateo: durante i pasti succedeva spesso che mi lasciassi andare a sonori rutti per sottolineare la bontà delle pietanze, ma soprattutto per evidenziare il mio menefreghismo rispetto alle norme di buona educazione.

Una volta, mia madre, stanca di questo andazzo, mi fece una lunga ed articolata ramanzina, al termine della quale non trovai di meglio che rispondere con un ancor più sonoro rutto. Mia madre si limitò a scuotere sconsolatamente il capo, mio padre invece reagì chiedendo provocatoriamente a mia madre: “T’nin sit miga acòrta c’al te tôs pr al cul?”. Alla dolcezza di mia madre mancava la fermezza educativa di mio padre.

I reiterati rutti istituzionali di Giorgia Meloni e c. sono effettivamente una presa per il culo riguardo alla Costituzione: non credo che vengano colti nella loro gravità dai cittadini intontiti da un dibattito politico assurdo nei modi e nei contenuti.

Mia madre avrebbe dovuto darmi un ceffone, per fortuna mio padre intervenne con parole molto eloquenti (una sorta di ceffone virtuale). Sergio Mattarella mantiene un atteggiamento a metà strada: forse si rivolge a nuora (Meloni) perché suocera (i cittadini) intenda. Basterà? A giudicare dalle reazioni comportamentali della premier e dei suoi sodali si direbbe di no o, quanto meno ed ancor peggio, si direbbe che ella risponda agli inviti di Mattarella con atteggiamenti ondivaghi ed equivoci, un giorno con moderazione, un altro giorno con veemenza.

C’è poco da dire, siamo all’osteria istituzionale e c’è spazio per i rutti: Giorgia Meloni se ne fotte altamente delle parole e degli inviti del Capo dello Stato.

A questo punto direi a Mattarella per incoraggiarne una posizione più decisa e incisiva: “Siòr president s’nel miga acòrt che la Meloni l’al tos pr al cul?”.

Migranti, la domanda di lavoro c’è, l’offerta pure, ma…

Il sistema di ingresso delle persone migranti in Italia per lavoro arranca dietro alla burocrazia dei click day, all’emissione dei visti e al rigetto delle pratiche per nulla osta. Il risultato è l’aumento dell’immigrazione irregolare e l’esposizione delle persone appena entrate nel Paese a truffe, sfruttamento e caporalato. Lo sintetizza qualche numero: a quasi due anni di distanza dal click day del 2024, a fronte di 146.850 ingressi programmati, risultano effettivamente richiesti 24.858 permessi di soggiorno. Vale a dire che, su cento posti di lavoro mancanti alle aziende italiane e altrettanti lavoratori migranti reclamati, solo 17 riescono effettivamente a entrare nel Paese e a ottenere un visto regolare. Nel 2025 i numeri sono perfino più bassi: sulle 181.450 quote fissate dal decreto flussi sono 14.349 i permessi di soggiorno richiesti, ovvero il 7,9%. A pubblicare i dati – ottenuti tramite accessi agli atti al ministero del Lavoro, dell’Interno e degli Affari esteri – è il IV rapporto della campagna Ero Straniero sugli esiti della procedura d’ingresso per lavoro della programmazione flussi triennale 2023-25. Che giunge a una conclusione netta: «Il sistema dei click-day – scrivono gli autori del report – è strutturalmente inefficace». (“Avvenire” – Andrea Ceredani)

Quante volte mi sono sentito ripetere da parenti e amici il seguente ritornello: “Io non sono contro gli immigrati che lavorano, non sopporto gli immigrati che delinquono e vivono di espedienti”. Il discorso che apparentemente non fa una grinza, anche se sconta un retro-pensiero piuttosto malizioso, parte dal presupposto che chi giunge in Italia lo faccia con l’intento di approfittare della situazione. La realtà non è questa! Il lavoro ci sarebbe, i migranti che vorrebbero lavorare pure, ma domanda e offerta di lavoro non si incontrano per intoppi e lungaggini burocratiche, per chiusure verso certe nazioni di provenienza, per indubbi vantaggi mafiosi nello sfruttamento di mano d’opera migratoria, per un’aria di demagogica ostilità verso i migranti, per incapacità a gestire un fenomeno complesso ma inevitabile.

Anziché mettere mano ai meccanismi di accoglienza che non funzionano si preferisce nascondersi dietro la chiusura dei mari, dei porti, delle navi, dietro le pratiche burocratiche, i respimgimemti, i rimpatri, le narrazioni ostili, le facili generalizzazioni, le criminalizzazioni razziste.

D’altra parte è sempre stato così: chi non trova lavoro ha sempre torto, è un fannullone, è un potenziale ladro, è visto con sospetto. Il lavoro è un diritto, anche per i migranti. Prima di partire con le squalifiche offriamoglielo a condizioni eque e regolari. Quanta gente è contro i migranti salvo sfruttarli in modo vergognoso e trattarli in modo altrettanto inaccettabile.

Il dibattito (?) politico sul tema è bloccato su “migranti sì, migranti no”. Lasciamo chi cavalca il no ai suoi pregiudizi razzisti. Da chi si pronuncia per il sì, la sinistra, pretendo però qualcosa di molto più concreto e fattivo: la capacità di gestire i flussi e di accogliere i migranti offrendo loro non un tozzo di pane, ma una possibilità di integrazione che parta dalle occasioni e  condizioni di lavoro. Difficile, ma possibile e soprattutto necessario.

Svegliamoci, siamo invasi da un regime di destra

La Costituzione sotto attacco, la magistratura nell’occhio del ciclone, le istituzioni democratiche alla mercé di un governo sostanzialmente fascista, una politica estera sciagurata che ci consegna alla logica del più bieco egoismo tradotto in perfetta autocrazia interna ed internazionale col vocabolario del nazionalismo, del populismo e del sovranismo declinati dai moderni asset del potere finanziario, un’influenza mediatica dominante che propone sistematicamente lucciole per lanterne, il consenso ottenuto in una logica referendaria tipica dei regimi populisti ed autoritari, la pregiudiziale criminalizzazione di ogni e qualsiasi protesta, la rottura di tutti i processi e comportamenti  progressisti, uno strisciante qualunquismo perfettamente funzionale ad una svolta reazionaria.

Non intendo fare dello stucchevole allarmismo e tanto meno del facilone storicismo, ma semmai impegnarmi culturalmente in una profonda e coscienziosa assunzione di responsabilità.

Mi sto convincendo sempre più che la destra italiana al potere ci stia portando ad un vero e proprio regime e che l’unica speranza di riscatto sia legata alle ristrette minoranze dell’antiregime e all’implosione della politica estera.

Sarà dura e sarà lunga, ma ne verremo a capo. Non occorre avere fretta nel costruire un’alternativa elettorale e parlamentare: purtroppo non ce ne sono i presupposti! Bisogna puntare a e partire da una resistenza attiva nella circolazione delle idee, nelle iniziative culturali, nelle testimonianze e nelle lotte sociali, che abbiano come presupposto e scopo fondamentale la difesa della Costituzione a cui aggrapparsi come fa un bambino con la gonna della mamma. Tenere vivo lo spirito e la norma costituzionali consente di arginare il peggio verso cui stiamo andando.

A proposito di peggio, l’attuale destra (s)governante è vista da molti elettori come il “meno peggio”: vorrei sapere cosa mai possa essere il “più peggio”. È pur vero che al peggio non c’è mai un limite, ma direi che siamo a buon punto…

La seconda triste prospettiva, che pur sempre costituisce una drammatica via di riscatto, consiste nella scellerata politica estera abbracciata dal governo: l’equilibrio mondiale che si sta instaurando è destinato ad implodere disastrosamente e con ogni probabilità l’Italia rimarrà sotto queste macerie. Si ripeterà cioè la parabola discendente del fascismo dal quale dovremo uscire con le scarpe rotte e le pezze al sedere più in senso etico-culturale-sociale che economico.

Ci saranno delle tappe intermedie? Non ne sono affatto sicuro. Non saprei collocarle nel tempo e nello spazio. Per voler rimanere attaccato al presente, il no al referendum sulla giustizia potrà essere un colpo assestato al regime? Provarci è doveroso, ma senza aspettarsi miracolose conseguenze. E a livello europeo come la mettiamo? Ci potrà essere un’euroresistenza? Tutto da scoprire: le alleanze potranno essere cercate e trovate anche a questo imprescindibile livello.

Non è un cammino da sognatori, ma una prassi da combattenti: anche le più piccole battaglie diventano importanti se inquadrate nella resistenza al regime.

E allora alla fine chi avrà resistito potrà uscire alla luce del sole con la Costituzione in mano: sarà un giorno meraviglioso, una sorta di novello 25 aprile. Si porrà però un serio problema: ci sarà una nuova classe dirigente che prenda in mano la situazione? Se la resistenza sarà stata attiva e costruttiva sì. Probabilmente dell’attuale armata Brancaleone della sinistra resterà poco o niente.

 

Maga Maghella, Maga Magà il futuro italiano rovinerà

La premier Meloni ha fatto sapere che l’Italia interverrà al Board of peace , la cui prima riunione si terrà a Washington il 19 febbraio, con l’ambigua formula della partecipazione “da osservatore”: senza rivestire, quindi, un ruolo attivo.

Si tratta di un vero e proprio “barbatrucco”. Peraltro, per diretta ammissione della premier, “è una buona soluzione rispetto al problema che chiaramente abbiamo della compatibilità anche costituzionale con l’adesione al Board of Peace”. Tradotto: se abbiamo un problema con la Costituzione, aggiriamola (che, in tempi di campagna referendaria, è un formidabile autogol).

Il riferimento è all’art. 11 Cost., che afferma che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Il dubbio che il Board of peace non risponda a questi requisiti è più che fondato, perché, secondo il punto 10 del Piano di pace di Trump, “questo organismo gestirà i finanziamenti per la ricostruzione di Gaza”; i Padri Costituenti, invece, mentre scrivevano l’art. 11, non avevano affatto in mente un comitato di affari, ma un’organizzazione internazionale che promuovesse la pace (tipo l’Onu). (“Il Fatto Quotidiano” – Roberto Celante)

Senza essere un costituzionalista mi pongo due questioni.

Prima: nella scelta del governo non c’è una violazione sostanziale della Costituzione che viene apertamente aggirata? Cosa andiamo a osservare? Non si tratta di un escamotage inventato dall’ignobile connubio Trump-Meloni per tenere in gioco l’Italia a livello di strategia politica americana? Non è forse un modo per aggirare anche i trattati europei tenendo i piedi in due paia di scarpe?

Seconda: il Presidente della Repubblica non dovrebbe intervenire quale garante del rispetto della Costituzione, come del resto ha già fatto in prima battuta? Qui il galateo istituzionale va a farsi friggere! Bisogna dire apertamente che l’atteggiamento del governo non è in linea con la Carta Costituzionale e chi, meglio di Mattarella, lo può affermare.

Il Parlamento si è duramente spaccato sull’argomento, sono volate parole grosse

Tanto per cominciare, come puntualizza, Davide Faraone, andare a Washington in qualità di «guardoni» non garantisce a Roma un ruolo da protagonista. E poi, attacca Riccardo Ricciardi del M5S, accettare l’invito di Trump significa «delegittimare tutti gli organismi internazionali» e portare il disegno della destra internazionale «da Minneapolis a Gaza». Per Elly Schlein l’esecutivo è divenuto il «cavallo di Troia» del presidente americano in Europa, con l’obiettivo di «frenare il salto in avanti di integrazione necessaria alla sopravvivenza dell’Unione» e l’aggravante di voler «aggirare la Costituzione». Riccardo Magi di Più Europa è il più caustico, quando accusa il Governo di «scodinzolare davanti a Trump». (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

L’adesione al Patto Atlantico fu a suo tempo una decisione sofferta e contrastata. Giusta più per necessità che per virtù. Ciò non impedì la nascita del neoatlantismo, un orientamento della politica estera italiana, sviluppatosi nella seconda metà degli anni ’50, che manteneva la fedeltà alla NATO (atlantismo) ma cercava una maggiore autonomia, puntando a un ruolo attivo nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Promosso da settori della Democrazia Cristiana (Fanfani, La Pira, Gronchi) e sostenuto da Enrico Mattei, mirava a superare il colonialismo europeo, dialogando con i paesi arabi e emergenti.

Oggi stiamo assistendo alla subdola adesione a un disegno che potremmo definire antiatlantismo – altro che neo-atlantismo…- che si accoda supinamente allo spadroneggiamento trumpiano.

La situazione è dunque questa: un Governo che viola sostanzialmente la Costituzione, un Parlamento spaccato, una politica estera nel segno dell’equivoca discontinuità, un’Italia che la “maghella” vuol rendere di nuovo grande (ci aveva già provato Mussolini a rendere grande l’italietta…abbiamo visto come è andata a finire…), un governo che, guard(on)ando Trump, si va a mettere insieme ai governi peggiori del pianeta, una sinistra che prova a farsi sentire ma non ci riesce, la gente che non ha alcuna intenzione di scendere in piazza, un Presidente della Repubblica che fa quel che può ma che forse dovrebbe fare qualcosa di più.

Pensierino atrocemente dubbioso della notte politica: tra le tante porcate del governo (referendum dell’ingiustizia, adesione al board of hospice per i palestinesi accompagnati a una dolce morte, mancanza di attenzione ad una sanità ridotta a pezzi, etc.), se ci fosse un minimo di proposta politica da sinistra, gli italiani manderebbero a casa questa destra, sempre più destra e maldestra, con un calcio in culo?

 

 

 

 

 

Il referendum non è un processo alla Magistratura

La bagarre che sta montando intorno al referendum sulla giustizia ha un pregio e molti difetti. Da una parte infatti si sta dissolvendo la nebbia dello scetticismo sul tema, preludio all’astensionismo e ad un risultato falsato. In mezzo alla burrasca referendaria che si è scatenata la gente forse comincia a capire che il gioco è politico e rilevante per i destini della democrazia in quanto va a toccare gli equilibri istituzionali costruiti esemplarmente dalla Costituzione.

Dall’altra parte il governo e la maggioranza parlamentare stanno alzando i toni dimostrando insofferenza e addirittura ostilità preconcetta verso l’associazione nazionale magistrati, costretta a difendersi ansiosamente dai colpi sotto la cintura con il rischio di (s)cadere in un clima di scontro in cui gli italiani possono finire col perdere la bussola.

Il governo comprende che la partita si sta facendo incandescente ed ha paura di perderla con tutte le conseguenze politiche del caso. Il ministro Nordio, oltre che esporre la compagine ministeriale a brutte figure sul piano dialettico, sta facendo la parte del mastino che abbaia per paura, pronto ad azzannare chiunque passi nei dintorni della sua riforma (?). È possibile che continuamente, magari con una studiata eco a livello dei telegiornali Rai, a turno un ministro o la stessa Presidente del Consiglio si permettano di censurare sentenze e pronunciamenti dei giudici: campagna elettorale della più bassa specie e triviali violazioni alla Costituzione laddove prevede la divisione dei poteri e l’autonomia della Magistratura.

La consultazione potrebbe funzionare come una sorta di elezione di mid term da cui l’attuale governo uscirebbe comunque indebolito e schiavo di un folle redde rationem istituzionale: in caso di vittoria del “sì” con l’inizio di una vera e propria guerra che pregiudicherebbe ogni e qualsiasi intento, più o meno scoperto, di controllo e di influenza sulla magistratura; in caso di prevalenza del “no” con la clamorosa bocciatura di un tentativo di avviare subdolamente un nuovo assetto di sistema anti-costituzionale, che lascerebbe un segno politico indelebile di inaffidabilità del centro-destra, stretto fra inaccettabili e deleteri opportunismi internazionali e inquietanti volontà autocratiche.

Dal canto suo la Magistratura però non dovrebbe prestarsi allo scontro, limitandosi alla difesa dei principi costituzionali all’interno dei quali è chiamata a svolgere autonomamente la propria funzione: rispondere alle provocazioni e farsi trascinare nel bailamme politico è estremamente pericoloso. Bisogna, dopo aver esposto positivamente, chiaramente e schiettamente il proprio motivato parere, nutrire fiducia nella capacità di giudizio degli elettori.

Il presidente della Repubblica, anche nella sua funzione di presidente del CSM, avrebbe, a mio giudizio, il delicatissimo compito di riportare il dibattito referendario alla sostanza del quesito ed al suo significato costituzionale. Speriamo che, finito il festival di Sanremo e terminate le Olimpiadi invernali, abbia il tempo di aiutare i cittadini a votare consapevolmente. Gliene saremmo oltre modo grati.