Congiurati di destra, guardoni di sinistra, convitati di centro

Alle penose, strumentali, fuorvianti e anticostituzionali discussioni sulla legge elettorale (ne uscirà probabilmente un vomitevole polpettone doroteo) preferisco la valutazione e l’analisi dei consensi ai partiti in base ai sondaggi (paradossalmente più obiettivi del responso delle urne).

Il centro-destra, o come sarebbe meglio dire il destra-centro, ha la spina nel fianco del partito di Roberto Vannacci: se riuscisse ad inglobarlo in qualche modo, avrebbe la vittoria (quasi) in pugno, in caso contrario rischierebbe grosso. Farlo rientrare nei ranghi potrebbe tuttavia avere ben due controindicazioni: una cospicua perdita di consensi al centro, che potrebbe rappresentare una sorta di vittoria di Pirro; uno sbilanciamento politico-programmatico tale da compromettere la collocazione a livello europeo e da comportare un isolamento nelle istituzioni UE.

Il centro-sinistra, o come sarebbe meglio dire il campo largo di centro-sinistra, ha il problema della leadership e della notevole differenziazione a livello programmatico: sui temi fondamentali non esiste concordanza di vedute.

Da una parte abbiamo il centro che rincorre la destra abbastanza convintamente, dall’altra abbiamo la sinistra che sopporta obtorto collo il centro il quale, a sua volta, vuol condizionare la sinistra. Sarebbe meglio dire: la politica che si allontana dalla democrazia con una destra che ne comporta la deriva, mentre la sinistra gioca a fare la guardona democratica che spera di cavarsela con le armate Brancaleone speculanti sugli imbarazzi estremistici del fronte opposto.

Vedrò di seguito di contrapporre le mie sferzanti analisi alle previsioni manovriere sulle mosse del centro, che, mentre a destra sta tirando gli ultimi, a sinistra tenta di galleggiare opportunisticamente. Mi farò provocare dalla fantapolitica de “Il Riformista” elaborata dalla Storia di Aldo Torchiaro.

La legge elettorale che il Parlamento si appresta a varare taglia le gambe alle liste minori. Quelle sotto l’1% saranno escluse. Quelle sotto il 3% verranno penalizzate. E per le liste più piccole è previsto un tetto: al di sotto di quella soglia, riceverà seggi soltanto la lista più votata. Il risultato è facilmente prevedibile: le liste dovranno mettersi insieme. Farne una sola, nazionale, e giocarsi le sei preferenze nei collegi. La frammentazione, questa volta, rischia di diventare un lusso che nessuno potrà più permettersi. Si rafforza così l’ipotesi di una lista unica dei moderati, dei riformisti e dei civici nel centrosinistra. Nel listone potrebbero confluire Casa Riformista-Italia Viva, il Progetto Civico di Alessandro Onorato, Più Europa — sia che alla guida resti Riccardo Magi, sia che prevalga Benedetto Della Vedova — il Psi di Enzo Maraio e, con ogni probabilità, anche Più Uno, il movimento guidato da Ernesto Maria Ruffini. Il progetto è ambizioso. Tanto che, negli interna corporis dei partiti coinvolti, sotto promessa di anonimato, circolano già stime comprese tra il 6 e il 7 per cento dei consensi. Dalla Sicilia, Ismaele La Vardera potrebbe conferire alla lista il proprio 12 per cento su scala regionale. Alessandro Onorato, intanto, è in crescita, anche sulle ali dei suggerimenti all’orecchio di Goffredo Bettini, incrollabile kingmaker della sinistra italiana.

Il rischio è che si presentino agli elettori, sempre più perplessi e astensionistici, forzose e confuse coalizioni imposte da una legge elettorale sbrigativamente e follemente orientata ad un pluralismo polarizzato. E questo autentico casino politico creerebbe stabilità e governabilità? Ma fatemi il piacere…

Ma, tra tanti galli, chi può fare il primus inter pares? Il rischio è di rivedere uno schema già noto: quello che portò al suicidio del Terzo polo. Molti protagonisti, molte ambizioni e una sola domanda destinata a far saltare il tavolo: chi comanda? L’idea renziana di individuare in una donna «l’uomo giusto» per capeggiare il progetto si sarebbe scontrata con l’indisponibilità di Silvia Salis, sindaca di Genova. Che, a quanto pare, interessata non è. Ecco allora emergere il nome di Gaetano Manfredi, l’apprezzato sindaco di Napoli, che gode di un consenso ampio anche fuori dalla propria città. Potrebbe essere lui il federatore, il nome in grado di unire, il portavoce dei moderati senza i quali — la constatazione di Lilli Gruber al Corriere è una sentenza di Cassazione — il centrosinistra è condannato a perdere? Alla commemorazione solenne per Emma Bonino, a Roma, i rappresentanti di quest’area si sono ritrovati per dare l’estremo saluto alla leader radicale scomparsa. E proprio lì, tra i presenti, il nome di Manfredi ha cominciato a circolare con insistenza. «Il nome che abbiamo indicato è quello di Gaetano Manfredi», conferma al Riformista uno dei massimi dirigenti del Partito socialista italiano. Da Più Europa, invece, non smentiscono che si stia lavorando in quella direzione.

Tutto basato sulle manovre al centro? Cosa ci capiranno gli elettori? I personalismi spazzano via i programmi, i leader vengono improvvisati, i piccoli partiti si prendono la rivincita, si vendicano della legge elettorale, la dribblano. La destra e la sinistra si troveranno al centro e là magari si daranno la mano.

A non saperne nulla, figuriamoci, è proprio Gaetano Manfredi. Dal suo staff fanno spallucce: «Gira il suo nome, ma è ancora presto», si limitano a dire. Per chi conosce i codici di questo alfabeto, la formula suona più affermativa che evasiva. Manfredi, già Ministro dell’Università nel governo Conte II, potrebbe unire i centristi nel centrosinistra grazie a un profilo difficilmente divisivo: uomo di cultura, ex rettore dell’Università Federico II di Napoli, esponente di estrazione civica e amministratore con una solida esperienza alle spalle.

Di lui si fidano Matteo Renzi e Giuseppe Conte, due leader che, a parte questo, non condividono praticamente nulla. La solidità, dunque, ci sarebbe tutta. Anche se l’incarico dovesse arrivargli a sua insaputa, Manfredi potrebbe portare a dama il rassemblement centrista. E spingere, anche negli altri schieramenti, moderati, riformisti ed europeisti a fare la stessa operazione: mettersi insieme, superare i personalismi e costruire una proposta unitaria. La legge elettorale, in fondo, sta facendo ciò che la politica non è mai riuscita a fare: obbligare i piccoli a diventare grandi. Resta da capire se, una volta riuniti, riusciranno anche a non ricominciare a litigare.

Non vedo alternative a quello che ho già definito casino, se non in un sistema elettorale proporzionale puro senza alcun sbarramento, che metta a nudo anche qualche residuo di idealità e valori in mezzo alla bagarre dialettica e rappresenti la politica com’è senza infingimenti e camuffamenti, lasciando alla Costituzione la bussola, al Parlamento l’ardua combinazione politica e di governo, al Presidente della Repubblica e alla Corte Costituzionale la garanzia del rispetto della democrazia.

Altro che premierato, altro che patti di coalizione scritti sulla sabbia, altro che preferenze col contagocce, altro che firme raggranellate alla rinfusa, altro che smanie populiste e velleità centriste, altro che leaderismo senza leader, altro che galli, galletti e galline, altro che derive referendarie, altro che liste bloccate, altro che premi di maggioranza, altro che presidenzialismo…

L’intransigenza dogmatica e la carità onnicomprensiva

Sarò un testardo e accanito difensore delle proprie idee, sarò un presuntuoso ignorante sulle questioni dottrinarie, sarò pregiudizialmente portato alla critica verso gli atteggiamenti della gerarchia cattolica, ma non riesco a capire la posizione della Chiesa sul tema del cosiddetto suicidio assistito.  Non sopporto il così poco costituzionale balletto legislativo fra regioni e parlamento, ma non accetto nemmeno il dogmatismo così poco evangelico.

«Non può sussistere un “diritto a morire”, ma piuttosto quello di essere sempre curati e assistiti, sempre accompagnati e mai lasciati soli». È chiara la posizione dei vescovi del Triveneto sul suicidio medicalmente assistito. Riuniti a Bibione, in provincia di Venezia, il 10 e 11 settembre, i presuli hanno approvato all’unanimità una dichiarazione comune sul fine vita, intervenendo direttamente nel dibattito aperto dalla scelta della Regione Veneto di approvare una legge che organizza il suicidio assistito attraverso le strutture del Servizio sanitario nazionale. (“Avvenire” – Tommaso Piccoli)

Posso essere d’accordo sul fatto che non si debba ritenere un diritto quello di ricorrere al suicidio, così come per il ricorso all’aborto e al divorzio. È giusto partire dai valori esistenziali che vengono prima dei diritti civili: la vita e la famiglia rappresentano questi irrinunciabili valori.

La contrarietà al suicidio assistito non equivale, precisano inoltre, alla richiesta di prolungare a ogni costo la vita. «La Chiesa, sempre attenta alle sofferenze umane dell’anima e del corpo, rigetta ogni forma di accanimento terapeutico, ascolta la voce dei poveri e dei fragili». L’invito è piuttosto a ripensare le questioni del fine vita «al di fuori di ogni prospettiva ideologica», affrontandole «con empatia e desiderio di sincero dialogo». (ancora “Avvenire” – Tommaso Piccoli)

Giustissimo evitare di incartarsi in prospettive ideologiche, ma c’è quindi una contraddizione: alla forzatura dei diritti non si può e non si deve rispondere con l’intransigenza dogmatica. In mezzo a questa contrapposizione manichea c’è chi soccombe alla sofferenza.

Se un soggetto in buona fede e con motivi plausibili non ce la fa più a vivere il proprio matrimonio, se una donna non si sente sinceramente in grado di affrontare una maternità, se una persona gravemente malata non riesce più a sopportare le sofferenze, quale deve essere l’atteggiamento della comunità sia di quella civile che di quella ecclesiale. Aiuto, comprensione, sostegno, ma anche rispetto per le situazioni senza via d’uscita: non si tratta di sbandierare diritti, ma di offrire attenzione per le scelte personali quali reazioni a stati di sofferenza umanamente non sopportabili.

Come posso condannare una coppia a vivere un inferno di incompatibilità famigliare, come posso obbligare una donna alla maternità, come posso inchiodare un malato ad un letto e/o a una macchina? Non posso! Certo devo dare tutta la concreta solidarietà, ma se questa non basta…

La comunità cristiana deve essere in prima linea per aiutare questi soggetti così come le strutture pubbliche devono essere mobilitate al riguardo, ma purtroppo a estremi mali estremi rimedi. Dobbiamo aver l’umiltà di affrontare le situazioni disperate anche con la condivisione delle soluzioni umanamente possibili.

Io non sono favorevole a divorzio, aborto e suicidio assistito, ma sono più che disponibile a valutare le situazioni di estremo disagio che possono portare a scegliere di utilizzare questi strumenti, che vanno predisposti e gestiti nel migliore dei modi.

Se una famiglia non si regge più, è assurdo volerla tenere unita con lo scotch del divieto a divorziare; se una donna, magari sola nella sua gravidanza, non se la sente di essere madre, è inumano costringerla ad essere una pessima madre o a ricorrere all’aborto clandestino; se una persona gravemente e inguaribilmente malata non riesce a sopportare il proprio stato di sofferenza, è paradossale obbligarla a vivere.

Io la penso così non alla leggera, ma in base a considerazioni umane, culturali, religiose e soprattutto evangeliche. La politica faccia la sua parte, la Chiesa pure: la funzione politica non termina con una o più leggi, ma consiste nell’attivazione di una complessa strumentazione psicologica, sociale, sanitaria ed assistenziale; la dimensione religiosa non consiste soltanto nella difesa di sacrosanti principi, ma soprattutto nella carità che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

I paraventi del centro moderato

L’osservato speciale è il partito dei Democratici Svedesi: formazione di destra radicale nata nel 1988 con radici in ambienti neo-nazisti, ha ormai ampi consensi nel Paese, grazie anche a un’opera di ripulitura della propria immagine avviata negli ultimi vent’anni. Quest’anno potrebbe ottenere alcuni incarichi di governo. Lo ha promesso lo stesso Kristersson: in caso di vittoria il suo partito, i Moderati, di centro-destra, punta a una coalizione con la destra radicale (oltre che con gli alleati attuali, i Democratici Cristiani e i Liberali): la formazione del governo sarebbe quindi congiunta. «Non c’è nulla di drammatico in questo – ha detto ai giornalisti il primo ministro uscente – È sotto gli occhi di tutti che collaboriamo con successo da quattro anni». Già alle elezioni del 2022 i Democratici Svedesi si erano aggiudicati il 20,5% delle preferenze degli elettori. Il loro peso politico li aveva resi necessari alla coalizione di centro-destra guidata proprio da Kristersson, che avevano supportato dall’esterno, senza incarichi di governo. Influenzandone però le politiche. (“Avvenire” – Chiara Vitali)

Per l’avanzata delle forze politiche di estrema destra esistono motivazioni storiche (la nostalgia per l’uomo forte), sociali (il disagio crescente), psicologiche (il senso di insicurezza), ma bisogna considerare anche un elemento squisitamente partitico, vale a dire la tendenza delle forze politiche del cosiddetto centro moderato ad appiattirsi pericolosamente sulle istanze programmatiche di destra se non addirittura ad allinearsi ai partiti di destra estrema con ignobili connubi parlamentari e/o governativi.

Siamo lontani mille miglia dall’impostazione morotea della Democrazia Cristiana, partito afascista e moderato ma non bloccato su politiche conservatrici e reazionarie, e dalla visione degasperiana del partito di centro che guarda a sinistra.

La cdu-csu in Germania ha perso i connotati della sua storica moderazione per indulgere a politiche sostanzialmente di destra e arrivando addirittura a trascinare la sinistra in snaturanti accozzaglie di puro potere. Succede anche nella Ue dove i gatti sono tutti bigi se pensiamo, ad esempio, al discorso della pace e dell’immigrazione.

In Italia c’è da tempo l’ansiosa ricerca di spazi partitici al centro dello schieramento politico: è nata un’infinità di partitini al riguardo, che vorrebbero presuntuosamente riprendere l’impostazione degasperiana e morotea senza averne la credibilità e la visione strategica.

Così facendo i partiti di centro, a volte oltre tutto di ispirazione cristiana (?), finiscono col tirare la volata alla destra, peraltro non condizionandola ma addirittura facendosi mortalmente condizionare. La gente non ci capisce dentro niente e, come dice Cacciari, preferisce l’originale alla copia.

Il vento di destra viene da lontano (trumpismo), si innerva nel corpo politico (anti)europeo (nazionalismo e sovranismo), soffia a favore della versione moderna del capitalismo tecnicistico (aerospazio e intelligenza artificiale) e bellicistico (riarmo, unilateralismo, abbattimento del diritto internazionale e delle sue istituzioni) e illude la gente con egoistiche e fasulle promesse securitarie e anti-immigrazione.

Dentro a questa sarabanda anti-democratica fanno sorridere gli artifici moderati e centristi, che diventano la foglia politica di fico rispetto al capitalismo che non solo ha i secoli contati, ma che cambia pelle per annientare sul nascere ogni velleitarismo liberal-conservatore. Guardiamo Merz e capiamo tutto…

L’unica possibilità di sopravvivenza democratica prima e di progresso sociale poi risiede in una ripresa decisa e forte della sinistra, che sappia partire dal tema della pace (sentito da tutti gli elettori) e da una gestione equilibrata ma solidale del fenomeno migratorio. Meno armi, più accoglienza e più attenzione a chi vive in difficoltà. Questa dovrebbe essere la piattaforma per la riscossa di sinistra o almeno per arginare il vento di destra. Lasciamo perdere le alchimie dei conservatori, che finiscono col conservare soltanto quel che serve alla destra e alla sua inesorabile avanzata.

 

 

L’incanto di destra e il disincanto di sinistra

Dopo AfD in Germania, toccherà a Futuro nazionale di Roberto Vannacci? Basta una domanda dell’inviata di 4 di Sera, su Rete 4, a far perdere le staffe a Massimo Cacciari. 

“Come mai il programma dell’estrema destra attecchisce così tanto in Europa?”, gli chiedono. E il filosofo risponde secco: “Ma non è il programma, ma smettetela con queste ideologie, non sono i programmi a prendere i voti. I voti vanno all’alleanza per la Germania, come in Italia sono dati un periodo per Grillo, un altro per Salvini, poi per la Meloni, perché la gente in Europa non ne può più, c’è un ceto medio impoverito, non c’è mobilità sociale, la democrazia è ascensore sociale e si è totalmente inceppata, non cresce il benessere, non crescono i servizi, una politica estera sciagurata che ci sanziona, costringendoci a pagare l’energia due volte, tre volte quella che sarebbe possibile pagare, una politica sciagurata”. 

“La gente protesta contro questa politica – prosegue Cacciari -, non è che siano diventati tutti fascisti o nazisti o di destra o di sinistra, non ne possono più, è un’Europa ormai in briciole, stanno sfasciando perfino Schengen. Ma vogliamo scherzare? Perfino l’Europa economica e di mercato sta crollando, cosa vuole che interessi alla gente dell’ideologia di Vannacci o dell’ideologia dell’AfD? Sono queste ragioni materiali che portano la gente a votare chi protesta. Di volta in volta protestano contro chi governa e questo è il grande rischio che corre anche la Meloni”. (“Libero”)

Quando la politica tocca argomenti piuttosto teorici, si sente immediatamente la presunta vox populi, riecheggiata da certa rispettabilissima intellighenzia culturale, che dice: a noi interessano le cose concrete, il caro-bollette, le liste d’attesa sanitarie, il costo della vita, etc. etc.

Sarà proprio così? Non ne sarei così sicuro dal momento che gli elettori si sono recentemente mobilitati nel considerare i contenuti della Costituzione e nel partecipare al referendum sulla riforma della giustizia. Evidentemente gli italiani (e anche i tedeschi) sanno benissimo che la soluzione dei problemi concreti non è indipendente dalle scelte politiche di fondo, che la soluzione delle “piccole cose” dipende dai “grandi valori” di riferimento.

Se è vero che le ideologie sono uscite dalla porta (salvo il loro improprio rientro dalla finestra), è auspicabile che rimangano vive le idealità: sì, perché una politica senza ideali e come una persona senza cuore.

Luciano Canfora, filologo classico, grecista, storico e saggista italiano, inquadra i fenomeni della destra radicale odierna all’interno di una dinamica storica in cui il fascismo e le spinte autoritarie non scompaiono, ma mutano, adattandosi alle paure sociali, alla disillusione verso i partiti tradizionali e alla crisi dell’uguaglianza economica.

Qualcuno sostiene che i rigurgiti nazifascisti in Germania come in Italia siano frutto di evasive politiche che, dimenticando i problemi, lascino rinascere le storiche tentazioni di affidarsi alle ricette anti-democratiche della destra. Sono solo in parte d’accordo: a un disegno reazionario si risponde con la concretezza progressista, ma anche e prima di tutto con l’ancoraggio ai valori della pace, della giustizia, dell’uguaglianza, della lotta alle povertà, coniugati con gli assetti delle relazioni nazionali, europee e mondiali.

Questo dovrebbe essere il compito della sinistra, che sembra aver smarrito il filo conduttore della sua funzione culturale, storica e politica. Il ritrovamento di quello che, strada facendo, sta diventando l’ago nel pagliaio, lo si può perseguire solo riscoprendo le due idealità che dovrebbero costituire le radici della sinistra: quella cattolica e quella socialista. La vena socialista si è risolta nel radicalismo di una visione democratica individualista; la vena cattolica si è appiattita sul liberalismo democratico. Due polmoni senza il cuore.

La celebrazione di elezioni primarie per la scelta di un leader così come la possibilità di esprimere preferenze nella scelta dei parlamentari, altro non sono che bombole di ossigeno per una democrazia che pensa di respirare senza polmoni e senza cuore. Certamente si può addirittura arrivare a respirare nel polmone d’acciaio del premierato e/o del presidenzialismo.

Occorre il coraggio di invertire la tendenza non partendo soltanto dai programmi, ma dai valori e dalle idealità, senza il timore di predicare nel deserto (chiamando nazismo e fascismo col loro nome anagraficamente aggiornato). Meglio predicare e indicare l’oasi valoriale che dare l’illusione di poter sopravvivere alla sete ricorrendo alle scorte di acqua sempre meno potabile.

 

Lo sciacallaggio della politica trumpiana

Il presidente statunitense Donald Trump ha promesso 5mila dollari a ogni cittadino adulto statunitense se il partito Repubblicano – cioè il suo partito – vincerà le elezioni di metà mandato del 3 novembre, riuscendo a mantenere la maggioranza alla Camera e al Senato. È stato il principale annuncio del discorso di Trump a Dallas, durante una convention dei Repubblicani organizzata in vista delle elezioni.

Trump ha detto che il pagamento in denaro si chiamerà «dividendo Trump» e lo ha paragonato ai dividendi che le società quotate in borsa danno ai loro azionisti. La misura costerebbe oltre mille miliardi di dollari: i maggiori media e commentatori statunitensi l’hanno accolta come una promessa irrealizzabile. Non è la prima volta che Trump promette elargizioni di soldi dirette ai cittadini, senza poi rispettarle. È un modo palese in cui il presidente cerca di influenzare il risultato del voto a suo favore, anche se lui l’ha presentato come una sorta di incentivo o di sussidio, che sarebbe pagato a tutti, non solo a chi vota per lui.

La popolarità di Trump negli Stati Uniti è molto bassa, soprattutto per gli effetti negativi sul costo della vita di alcune sue decisioni, a partire dalla guerra in Medio Oriente: la promessa di elargire 5mila dollari è un tentativo di invertire una tendenza negativa che secondo i sondaggi potrebbe dare ai Democratici il controllo della Camera, e forse anche del Senato.

Trump durante il discorso ha anche chiesto ai suoi sostenitori di votare «facendo finta che sia io il candidato», un appello che però potrebbe non funzionare come in passato. Alcuni candidati Repubblicani ritengono che la vicinanza a Trump sia invece controproducente per la loro campagna: vari senatori Repubblicani che stanno cercando di farsi rieleggere, tra cui Susan Collins del Maine e Dan Sullivan dell’Alaska, hanno scelto di non partecipare all’evento.  (“Ilpost.it”)

Il ragionamento, ammesso e non concesso che esista un filo di razionalità nella follia trumpiana, sembra essere questo: la politica è sporca (così i cittadini di tutto il mondo la vedono), tanto vale ammetterlo pubblicamente e farne addirittura un vanto o un impegno a condividere la sporcizia con gli elettori, dando loro l’illusione di trarne qualche concreto beneficio. Un modo per dialogare con la gente, accarezzandone il portafoglio, visto che spesso non riesce più a votare nemmeno secondo i propri interessi. Un bagno di realismo elettorale!

Qualche commentatore sostiene che la politica americana sia sempre la stessa e che Trump non faccia altro che rivelarne spudoratamente e clamorosamente i difetti: a volte la sincerità paga… Forse se Trump ha un incontenibile e cimurroso raffreddore gli altri governanti sparsi nel mondo hanno un tremendo mal di testa…

Il clientelismo è un male antico della politica, tanto vale prenderne atto e portarlo a galla facendone una sorta di occasione da sfruttare reciprocamente tra elettore ed eletto. A ben pensarci la politica di Trump ha questa impostazione di fondo, che finora ha fatto presa: il perbenismo ipocrita spinto persino a difendere i falsi valori religiosi, condito dal pragmatismo più brutale (la guerra serve, gli immigrati vanno buttati via, l’interesse nazionale è l’unico che conta, l’uomo è al servizio dell’economia, il papa non rompa i coglioni, etc. etc.).

In Trump possiamo vedere l’istituzionalizzazione dei difetti della politica a livello nazionale ed internazionale: il mondo va male, ebbene, aiutiamolo ad andare ancora peggio, portando a casa qualche beneficio. Siamo allo sciacallaggio della politica! Il clientelismo viene accompagnato da un vero e proprio culto della personalità: son io che vi fo’ scaltri!

Non so se Trump stia raschiando il barile dei suoi potenziali consensi, certamente sta portando all’eccesso la sua proposta politica, provocando un chiarimento: o con me (capace di tutto) o con gli altri (capaci di niente).

Cosa risponderanno gli americani? Temo siano coerenti nella loro stupidità e pensino comunque di mangiare la minestra bollente dal momento che l’hanno ritenuto tiepida se non addirittura fredda.

E noi europei?  Sorrideremo alle solite americanate e le sopporteremo come male necessario? Purtroppo i nostri governanti non sono molto diversi da Trump, guardateli e ve ne accorgerete. Probabilmente hanno il timore di fare la fine di Aldo Moro, non hanno il coraggio di ribellarsi, non vogliono pagarla cara. Gli americani, in una sbrigativa e parziale lettura della storia, ci hanno salvato dal nazifascismo, adesso hanno il diritto di insegnarci il nuovo nazifascismo riveduto e scorretto.

 

 

 

Le storie che minimizzano la storia

Dal primo insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, però, le riforme di impronta conservatrice premono dall’alto, imponendo di leggere l’11 settembre solo in chiave quasi solo celebrativa. Molti Stati le hanno già recepite. Una legge della Florida impone 45 minuti di lezione sul tema “11 settembre e patriottismo”. Il «Freedom Framework» della Louisiana introduce un tema simile in seconda elementare. Non solo. Da quando è tornato alla Casa Bianca per il secondo mandato, Trump ha rilanciato con ancora maggiore forza una linea di «educazione patriottica» contro l’«indottrinamento ideologico della sinistra», spingendo per un programma federale unico in questo senso. La narrazione dominante nei nuovi manuali e documentari dunque evidenzia l’attacco scioccante e senza precedenti, l’eroismo dei pompieri e dei soccorritori, il mondo stretto attorno agli Stati Uniti e onora le vittime, ma rischia di ridursi a una contrapposizione in bianco e nero, lasciando in ombra le radici storiche. Come il ruolo americano in Medio Oriente e in Afghanistan negli anni Ottanta, quando gli Usa armarono i mujahedin contro i sovietici e sostennero Saddam Hussein contro l’Iran, il modo in cui certe scelte contribuirono alla nascita di al-Qaeda e le decisioni controverse successive, come le prove – poi rivelatesi inesistenti – usate per giustificare l’invasione dell’Iraq nel 2003. Una versione troppo lineare, avvertono i ricercatori, può anche alimentare la retorica che dipinge tutti i musulmani come potenziali terroristi, ignorando le aggressioni xenofobe che subirono dopo gli attentati. (“Avvenire” – Elena Molinari, New York)

 

Il conservatore Joseph De Maistre diceva che “ogni nazione ha il governo che si merita”. Un’affermazione dura, ripresa anche da Churchill, che in sostanza sosteneva che la forma di governo di un Paese fosse lo specchio morale, culturale e spirituale del suo popolo, e non un semplice assetto istituzionale calato dall’alto. Una verità scomoda che, con le dovute distinzioni e proporzioni, viene in mente dopo la vittoria schiacciante dei neonazisti dell’AFD in Sassonia-Anhalt. Una vittoria che pone un interrogativo inquietante: come è possibile dopo la tragedia del nazismo e dell’olocausto che in Germania vinca un partito che nel suo programma propone l’isolamento nelle scuole dei bambini disabili? Come è possibile che tra i programmi culturali e politici di quel partito ci sia la rivalutazione del pensiero di Hitler e una lotta accanita contro “lo straniero”? (“Il Fatto Quotidiano” – Bruno Perini)

 

Il generale Roberto Vannacci – vice segretario della Lega ed europarlamentare – ha deciso di impartire una lezione di storia a chi, a suo dire, “l’ha studiata nei manuali del Pd”. Ha spiegato che la marcia su Roma “non fu un colpo di Stato ma poco più di una manifestazione di piazza”, che Mussolini “giunse al potere in maniera formalmente legale”, che “tutte le leggi del fascismo furono approvate dal Parlamento e promulgate dal Re, secondo le procedure previste dalla legge” e che “almeno fino alla metà degli anni Trenta, il fascismo esercitò il potere attraverso gli strumenti previsti dallo Statuto Albertino, cioè all’interno dell’ordinamento giuridico del Regno d’Italia”. Niente di nuovo, in verità: non è che il repertorio standard di chi vuole relegare gli elementi problematici del fascismo alla seconda parte del Ventennio, cercando di ridimensionare le responsabilità storiche. (“MicroMega” – Cinzia Sciuto).

 

È inutile nasconderlo: è in atto da sempre un sistematico tentativo di annacquare la storia e di coprirne gli errori e gli orrori. In questo periodo la cosa sta assumendo un carattere particolare e storicamente ripetitivo: quello di coltivare o lasciare crescere il malcontento socio-economico portandolo, direttamente o indirettamente, a maturazione disperata in derive antidemocratiche proposte dalla destra estrema. Per poi gridare allo scandalo…

 

“È un processo che va avanti da quasi un decennio e di cui non si è mai preso sul serio il pericolo. Se fai politiche di destra in tutti i Paesi europei, in quasi tutti i Paesi Ue, come fai a non far crescere un’opposizione di destra? Si è cercato di moderare le politiche di destra, ma alla fine la gente finisce per pensare che hanno ragione quelli di destra-destra. È discorso del c… quello secondo cui vince il moderato. È sempre meglio l’originale della mala copia. Se faccio politiche di destra, do ragione a chi fa politiche di destra e alla fine la spunta la proposta radicale rispetto al compromesso moderato”. Una dinamica che riguarda anche il centrosinistra. “Temo sia franato il terreno sotto i piedi. Non è una questione italiana, ma europea”. (Massimo Cacciari, filosofo)

 

Negli USA la cavalcata è guidata dal valchirio Trump, in Europa dalla scimmietta politica UE, in Italia dall’armata Brancamelone impreziosita dalle scorribande del generale ridicolo Vannacci.

A proposito di Europa: si fa dettare l’agenda dalla Gran Bretagna alla faccia della brexit, dal Canada alla faccia della Nato. Tutto il mal non vien per nuocere, ma povera Europa…

È guerra diplomatica aperta fra Israele e Regno Unito, Paese che con la cruciale dichiarazione Balfour del 1917 spianò la strada al progetto sionista. A innescarla è stata la svolta con cui il governo laburista di Londra, sotto la nuova leadership di Andy Burnham, ha annunciato sanzioni senza precedenti contro il commercio di prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, seguito a ruota dall’impegno a fare lo stesso sottoscritto da altri 11 Paesi: compresi il Canada, la Francia e vari Stati europei Ue ed extra Ue (Italia esclusa). (ansa.it)

L’11 settembre cos’è? Il terrorismo non si studia, si combatte con la guerra. Il nazifascismo è roba da polverose soffitte! Le vittime diventano carnefici. I carnefici sono più che rispettati. La storia delle idee e dei valori lascia spazio e tempo alla cronaca delle difficoltà economiche. La cronaca dei problemi diventa narrazione artificiosa dettata dalla paura. La politica è un divertimento innocuo per cittadini scemi.

L’ispirazione cristiana non consente di inspirare l’aria di destra

È più importante la rappresentanza o la stabilità? Il mondo cattolico si interroga sulla legge elettorale. Tre voci con sfumature diverse: le Acli ritengono che il testo possa aggravare la crisi democratica, l’Ac invita a un supplemento di dialogo, Mcl vede i benefici di governi meno precari. Rappresentanza o governabilità? Anche il mondo cattolico, attraverso i leader delle associazioni e dei movimenti, si interroga sul quesito che fa da sfondo al dibattito sulla nuova legge elettorale, che a settembre vivrà il suo test decisivo al Senato, quando la maggioranza farà un secondo tentativo per reintrodurre le preferenze e in qualche modo “riequilibrare” il testo, che oggi prevede un ampio premio di maggioranza, listini bloccati e indicazione del premier. (“Avvenire” pubblica i diversi pareri provenienti dal mondo cattolico)

Che l’associazionismo esca dal buco dell’irrilevanza in cui i cattolici si sono infilati per affrontare le problematiche politiche ed impegnarsi su di esse è cosa buona, giusta, equa e salutare. Un po’ meno ammirevole è il partire dal fondo, vale a dire dalla legge elettorale, impantanandosi in teoriche disquisizioni per verificare se nasce prima l’uovo della rappresentatività o la gallina della stabilità.

Mi aspetterei uno sforzo molto più invasivo e produttivo che affronti i problemi reali elaborando proposte concrete sui temi e sugli schieramenti fondamentali della politica. A tale scopo non credo che servano molto le passerelle onnicomprensive del pur interessante meeting di Rimini…

In estrema ed esagerata sintesi, il mondo cattolico, basandosi sulla sua ispirazione, è rassegnato a fare da qualunquistica gamba alla destra o è interessato a provocare un pur problematico ed arduo confronto a sinistra? Non vorrei che il timore di anacronistici collateralismi finisse col portare nella notte della politica dove tutti i gatti sono bigi.

Don Andrea Gallo diceva: «Non mi curo di certe sottigliezze dogmatiche perché mi importa solo una cosa: che Dio sia antifascista!».

Siamo convinti che Dio sia antifascista? Siamo altrettanto consapevoli che la politica di destra punti ad una riedizione riveduta e (s)corretta del fascismo camuffata magari da “Dio, patria e famiglia”? Un frate bigotto disse una volta che Gesù siede alla destra del Padre, quindi… Guardiamo a cosa sta succedendo in Germania/Sassonia. Non so cosa stiano votando i cattolici da quelle parti. Temo che stiano sbandando: già votare per la CDU/CSU era piuttosto discutibile, figuriamoci votare per Alternative für Deutschland, un partito politico tedesco di estrema destra, considerato un partito nazionalista tedesco, nazional-conservatore, euroscettico e anti-immigrazione.

«L’AfD è palesemente di orientamento nazionalista ed etno-nazionalista. Per questa ideologia non c’è posto né dentro né fuori dai luoghi di culto, né nel cristianesimo, né nell’ebraismo, né nell’islam». Il presidente della Conferenza episcopale tedesca, il vescovo Heiner Wilmer si è soffermato sul risultato elettorale in Sassonia-Anhalt. Il presidente dei vescovi tedeschi si è detto inizialmente senza parole: «Tuttavia, sono determinato nel mio agire futuro». Il presidente della Conferenza episcopale tedesca è intervenuto davanti a circa 600 ospiti del mondo politico, ecclesiale e civile in occasione del ricevimento annuale di San Michele a Berlino. Wilmer ha prima di tutto sottolineato: «Ci opponiamo quando la paura viene contrapposta alla solidarietà. Ci opponiamo quando le persone vengono messe le une contro le altre. Ci opponiamo quando le istituzioni democratiche vengono indebolite». Non si tratta, ha precisato, di politica di partito: «Il nostro metro di riferimento non è né la politica di partito né l’ideologia, bensì il Vangelo e l’inalienabile dignità di ogni essere umano che ne deriva. E sì, in questo senso possiamo e dobbiamo anche, talvolta, andare controcorrente». (“Avvenire” – Vincenzo Savognano, Berlino)

I cattolici di tutte le latitudini vogliono provare a lasciarsi mettere in discussione dalle provocatorie premesse evangeliche, senza puzza sotto il naso (mia sorella li chiamava “cattolici di merda”), rimboccandosi le maniche senza paura di schierarsi criticamente dalla parte dei poveri e di chi bene o male dovrebbe difenderli, evitando il rischio di essere progressisti sul piano della carità cristiana (solidarietà) e conservatori o addirittura reazionari sul piano delle scelte politiche (sicurezza a tutti i costi)?

 

 

Gli orrori della destra e gli errori della sinistra

Ci sono donne che si mettono in viaggio convinte che il peggio, a loro, non accadrà, che le storie raccontate da altre connazionali non le riguardino, e che valga la pena correre il rischio perché forse, dopotutto, non andrà così male. Poi c’è chi parte per l’Europa completamente ignara del pericolo, esponendosi a uno choc ancora più devastante. Se la rotta del Mediterraneo centrale è da tempo conosciuta come una delle più letali, esiste però, secondo uno studio appena pubblicato dal Danish Institute for International Studies (Diis) di Copenaghen, un ulteriore, terribile aspetto spesso trascurato che la caratterizza. È la presenza “sistematica e normalizzata” della violenza sessuale durante tutto il tragitto, caratteristica determinante e “quasi inevitabile” dell’esperienza migratoria. «Sebbene la diffusione del fenomeno sia ben nota, la questione non è stata ancora considerata una priorità politica, gli interventi umanitari rimangono limitati e i responsabili delle violenze non sono ancora assicurati alla giustizia», scrivono le ricercatrici nel report “The hidden crisis”, la crisi nascosta. Secondo le loro stime, tra il 50% e il 90% delle donne in viaggio sulla rotta del Mediterraneo centrale subisce violenza sessuale. Non capita solo in Libia, ma anche in Niger, Sudan, Mali, Algeria e Tunisia. 

In generale, tra chi commette abusi sessuali figurano al primo posto i trafficanti (il 45% del totale, per uno studio del 2020 citato dal Diis), poi forze di sicurezza e guardie di frontiera (al 19%), gruppi criminali (11%), ma anche individui appartenenti alle comunità di migranti (10%) o umanitarie. La violenza ha forme molteplici, dallo stupro, anche di gruppo, alla tortura sessuale, all’obbligo di assistere ad abusi, al sesso forzato nei rapimenti per estorsione.

A colpire, per i tristi dettagli forniti, è il capitolo dello studio dedicato alle strategie adottate dalle migranti per ridurre i rischi e le conseguenze delle violenze. Fino al caso estremo di chi, riconoscendo gli abusi come una possibilità concreta, ricorre alla contraccezione prima di partire per evitare gravidanze, «una delle paure più grandi di molte donne» in transito, come spiega un operatore. Uno dei metodi contraccettivi usati è l’iniezione ormonale di progestinico, ma si ricorre anche a «bevande a base di erbe» o a pillole anticoncezionali. Tra le strategie per evitare le violenze, si tenta di spostarsi in gruppo, stringere relazioni a scopo di protezione, ma anche nascondere il proprio aspetto, con le donne cattoliche che in alcuni casi indossano l’hijab per fingersi musulmane, perché queste ultime sembrerebbero meno esposte al rischio. Oppure c’è chi si veste da uomo, o finge di essere incinta.

Viene citato anche l’uso di pillole per provocare sanguinamenti vaginali, per dare l’impressione di avere le mestruazioni e allontanare gli aggressori. Se, però, si finisce per subire una violenza, occorrerà affrontare, oltre al dolore fisico e psicologico, anche lo stigma, le lacune severe nelle risposte umanitarie e giuridiche, la paura di essere arrestate o espulse nel caso si denunci, e le ritorsioni da parte degli aggressori, anche solo per essersi recate in ospedale. (“Avvenire” –Francesca Ghirardelli)

Della serie gli orrori non finiscono mai, uno tira l’altro. Più (subdola) remigrazione di così… Ebbene, la disperazione di queste persone è tale da mettere in conto di affrontare trattamenti inumani per fuggire a situazioni inumane: un paradosso che butta il mondo all’inferno. Stiamo attenti perché ci andiamo a finire tutti, dalla bolgia terrena saremo scaraventati in quella ultra-terrena.

La politica oltre che ridicola si rivela delinquenziale. Chi vota per una chiusura più o meno drastica verso i disperati ne risponderà davanti alla propria coscienza. Chi propone tout court il respingimento e/o il rimpatrio se ne assume la responsabilità davanti a Dio e agli uomini. Chi parla di gestione del fenomeno migratorio e non fa nulla per affrontarlo seriamente e concretamente è forse addirittura peggiore di chi lo vuole esorcizzare.

La sinistra non è in grado di impostare un discorso fattivo sul problema della pace e dei migranti, due facce peraltro della stessa medaglia. Qualcuno pensa che la sinistra, per riconquistare consensi e voti, dovrebbe fare il verso alla destra e, più o meno, è quello che si sta verificando.

Mia sorella sosteneva che chi ritiene che i politici siano tutti uguali finisce inevitabilmente per votare a destra: è un discorso logico. Tra chi propone che il mondo debba essere lasciato a se stesso e chi dice a parole di volerlo cambiare salvo non muovere un dito al riguardo, la scelta è (quasi) obbligata.

La destra fa il suo mestiere e lo fa benissimo!

Dopo la storica vittoria appena conquistata in Sassonia-Anhalt, dove l’AfD ha sfiorato il 44% dei voti, il programma del partito offre una chiara indicazione della Germania che vorrebbe costruire. Dalla scuola alla politica energetica, dall’immigrazione ai rapporti con Mosca, il progetto ridisegna in senso nazionalista alcune delle coordinate su cui si è costruita la Repubblica federale nel dopoguerra: più Prussia e meno memoria del nazismo, stop alla transizione energetica e ritorno al gas russo, stretta radicale su asilo e integrazione. (“Avvenire” – Redazione Esteri)

La sinistra ha rinunciato da tempo a fare il suo mestiere!

Se ciò è accaduto e sta accadendo è innanzitutto perché il partito ha trovato davanti a sé un tappeto rosso, gentilmente stesole dalle “grandi coalizioni” tra destra (CDU-CSU) e “sinistra” (SPD e Verdi). Perché il problema non è tanto alzare un muro contro una specifica organizzazione politica, ma farlo contro le idee che incarna. Se invece quelle idee vengono addirittura incorporate nel proprio bagaglio, non ci si può poi stupire se sul mercato elettorale vinca l’originale e non la copia. Perché non arrivano voti a chi compra la merce ideologica dell’ultradestra (CDU ma anche SPD), ma a chi la vende (AfD per l’appunto). (“Il Fatto Quotidiano” – Giuliano Granato)

Mio padre a chi gli rimproverava certi strafalcioni linguistici rispondeva laconicamente: “Da tabar a tabach, basta fumär…”. Da destra a sinistra, basta bojjor in-t-al nostor bròd…

 

 

 

 

L’eurobullismo masochista

Papa Francesco ha usato l’espressione «l’abbaiare della NATO alle porte della Russia» in un’intervista al Corriere della Sera pubblicata il 3 maggio 2022. Il Papa rifletteva sulle possibili cause che avevano spinto Vladimir Putin a invadere l’Ucraina. Citando un capo di Stato incontrato prima del conflitto, paragonò l’espansione della NATO a Est a un “abbaiare” che poteva aver irritato o facilitato la reazione della Russia. Il Pontefice precisò che non si trattava di giustificare l’aggressione russa, ma di ammettere una complessità di fattori e di “imperialismi in conflitto”.

Riunione dei leader della Coalizione dei Volenterosi in concomitanza dell’anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina. Il premier britannico Andy Burnham formalizza a Kiev, nella prima visita ufficiale, l’autorizzazione a fornire i progetti riservati del missile a lungo raggio Storm Shadow. Londra in questo modo permetterà a Ucraina e Francia di avviare linee di assemblaggio del missile in territorio ucraino, da impiegare contro la Russia. Macron, in ottobre e novembre esercitazione dei Volenterosi. “Abbiamo preso una decisione e le esercitazioni su vasta scala che saranno condotte proprio dalla nostra coalizione nei mesi di ottobre e novembre dimostreranno la sua prontezza operativa e la sua capacità di agire una volta cessate le ostilità. E questo è molto importante”. Lo ha detto il presidente francese Emmanuel Macron nel collegamento con i Volenterosi. “È molto importante continuare a dare prova della nostra determinazione e della nostra prontezza in materia di garanzie di sicurezza”. (ansa.it)

Il Papa parlava nel 2022 di abbaiamento, oggi si potrebbe tranquillamente parlare di virtuale bullismo. Non mi interessa di essere più o meno etichettato come amico del giaguaro russo: non accetto il comportamento dell’Europa e della Nato appiattiti in una logica di guerra che peraltro fa il gioco della Russia.

Al di là della reale intenzione di Mosca di attuare un’escalation in Ucraina e colpire i Paesi Nato, lo stallo nei negoziati fa crescere timori e diffidenza tra la Russia e l’Alleanza. E alimenta la retorica muscolare. In questo senso, vanno inquadrate le minacce dirette di Maria Zakharova alla Gran Bretagna, scagliate proprio mentre il Cremlino liquidava come «allarmistiche» le speculazioni. Di fronte alla promessa della Gran Bretagna di fornire a Kiev tecnologia militare top secret, la portavoce del ministero degli Esteri russo ha ventilato la possibilità di una «risposta contro strutture del Regno Unito sia all’interno sia all’esterno dei confini ucraini». E ha aggiunto: «Qualsiasi contingente straniero ostacoli l’operazione speciale diventerà un obiettivo legittimo». Il riferimento sono le esercitazioni annunciate per l’autunno dalla Coalizione dei volenterosi lungo la frontiera con l’Ucraina. Un atto, per Mosca, che segna «un ulteriore coinvolgimento dei Paesi europei della Nato nel conflitto». (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Come volevasi dimostrare. In mezzo a questo casino Trump fa il furbo, il garante bilaterale, e l’Italia gioca a fare la volenterosa, ma solo un pochettino.

‘L’Italia è determinata a operare al fianco dei partner internazionali per favorire un percorso negoziale verso una pace giusta e duratura’, ha confermato la premier Meloni, partecipando in video-collegamento al vertice. ‘L’Ucraina sarà uno Stato indipendente per sempre, su questo non c’è dubbio: gli ucraini non saranno mai ciottoli per gli stivali dello zar’, ha detto Zelensky nel corso delle celebrazioni. L’Italia “non parteciperà” alle esercitazioni. Lo fanno sapere fonti di governo ricordando che si tratta di una scelta in linea con la posizione italiana, ribadita più volte nei mesi scorsi dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del “no a soldati italiani” a Kiev.(ansa.it)

E allora dal momento che non si sa più a che santo-governante votarsi tanto vale votarsi a chi di santi se ne intende, vale a dire il Vaticano, che oltre tutto la sa molto più lunga in campo diplomatico.

Il “ministro degli Esteri” di papa Leone XIV è determinato ad aprire spiragli di dialogo, per quanto minimi, nella convinzione che, nel tempo, possano diventare possibili canali negoziali fra le parti. Non c’è altra strada poiché – ha ribadito Gallagher al termine del faccia a faccia con l’omologo Sergeij Lavrov – «la soluzione alla guerra non è militare». L’attenzione alle questioni umanitarie – dal ritorno a casa dei bambini ucraini agli scambi di prigionieri –, allora, diventano la base per ricostruire i legami spezzati dal conflitto. L’arcivescovo britannico lo ha ribadito, in attesa del viaggio a Mosca del cardinale Matteo Zuppi, inviato di pace, in programma nelle prossime settimane. 

A mio avviso si sta venendo a creare una situazione in cui per affrontare seriamente i problemi ed avviarli a soluzione bisogna prescindere dalla politica istituzionalizzata e sperare nelle istituzioni ecclesiastiche.

A Venezia, per trovare una mediazione sul centro di culto islamico, è intervenuto il patriarca. Moraglia ha parlato di «questione delicata», a proposito del dibattito aperto tra il Comune e l’associazione musulmana sul progetto. Il neosindaco Venturini: non ci sono le condizioni. La comunità bengalese: pronti a scendere in piazza. La diocesi: si risponda all’esigenza di avere un luogo e si chieda il rispetto della cultura in cui si vive. Contro ogni forzatura, il via alla mediazione del Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia per il centro culturale islamico di Mestre. È dunque un appello a trovare le ragioni di una sintesi, nel pieno del dibattito, da parte del patriarca. «Siamo di fronte ad una questione delicata che tocca un aspetto fondamentale della vita della città e dei suoi abitanti. L’auspicio è che non vi siano forzature e che si instauri un dialogo costruttivo tra Comune, città e comunità islamica bengalese per riuscire a condividere punti comuni su cui convergere e se possibile lavorare insieme per rispondere all’esigenza di un luogo di culto conoscendo e rispettando le leggi, la storia e la cultura della realtà in cui si vive. È urgente accrescere la reciproca conoscenza e fiducia. E questo – ha concluso Moraglia – può avvenire attraverso un obiettivo e diffuso percorso di integrazione». (“Avvenire” – Francesco Dal Mas, Venezia)

Qualcuno ipotizzerà una mia senile conversione di carattere integralista, qualcun altro penserà che io sia plagiato dal quotidiano “Avvenire” a cui faccio continuo riferimento (è l’unico sito che consente una lettura totale dei suoi vari apprezzabili contenuti). Sarà ma non ci credo e non mi ci vedo. Sono molto critico verso la Chiesa e sono molto scettico verso le sue casse di risonanza. Però ‘l è mej stär in-t-i primm dan (è meglio cioè limitare i danni, ripiegando paradossalmente sul clericalismo pacifista e buonista piuttosto che vivere nel laicismo bellicista ed egoista).

Mio padre, quando adottava una qualsiasi decisione non si faceva condizionare dal freno minimalista, ma tendeva sempre al meglio, dicendo: «Bizoggna fogäros in-t-al mär grand».  Non c’è dubbio che il mare dello spirito interpretato a livello di sogno evangelico sia umanamente molto più grande di quello materiale basato sulla realtà disumana.

 

 

Troppa Afd santa Meloni

La destra ultranazionalista non è più un fantasma, bensì realtà. Un partito classificato dal Verfassungsschutz come di estrema destra ha vinto le elezioni. L’AfD in Sassonia-Anhalt è classificata dal 2023 dall’Ufficio regionale per la tutela della Costituzione come partito di estrema destra. L’attività del partito è ritenuta contraria ai “principi essenziali dell’ordinamento democratico liberale”, in particolare alla “garanzia della dignità umana sancita dalla Legge fondamentale”. L’AfD ha impugnato tale classificazione e il procedimento è attualmente sospeso. Se l’AfD dovesse andare al potere, sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica Federale tedesca che un partito classificato come di estrema destra possa governare un land.

Alle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, l’AfD sfonda ed è la prima forza politica, ottenendo un risultato record: il 43,8%, guadagnando oltre il 23% rispetto all’ultima tornata elettorale. Alle altre forze politiche restano solo le briciole. Per la Cdu è una catastrofe, la sconfitta più pesante nelle elezioni amministrative-regionali nella storia della Repubblica federale, così è stata descritta da autorevoli analisti e politologi. In soli quattro anni i cristiano-democratici hanno lasciato per strada il 19.9% delle preferenze, ottenendo un misero 17,2%. Intanto i liberali della Fdp sono fuori anche dal parlamento regionale di Magdeburgo, invece il Bsw è dentro. Oltre a questi, nel landtag di Magdeburgo sono rappresentati altri quattro partiti: i socialdemocratici della Spd si attestano al 9,3 per cento. I Verdi raggiungono l’8,9 per cento, registrando il miglior risultato del partito in un’elezione regionale in Sassonia-Anhalt. La Linke ottiene l’8,6 per cento, un risultato inferiore rispetto alla tornata elettorale precedente. La Fdp, con il 2,6 per cento, non riesce a superare la soglia di sbarramento del 5 per cento. Il Bsw, invece, alla sua prima partecipazione elettorale, riesce a entrare nel parlamento regionale ottenendo il 5,3 per cento. Di conseguenza, l’AfD ottiene 39 seggi nel landtag (parlamento regionale) e la Cdu 15; Spd, Verdi e Linke conquistano 8 seggi ciascuno, mentre il Bsw ne ottiene 5. L’affluenza alle urne è stata del 77,8 per cento (contro il 60,3 per cento del 2021), un dato record. Gli aventi diritto al voto erano poco meno di 1,7 milioni. (“Avvenire” – Vincenzo Savignano, Berlino)

Anziché unirmi al coro dei preoccupati per questa ondata di destra estrema, peraltro assai prevedibile, preferisco puntare l’attenzione sulla debacle del centro moderato, i cristiano-democratici della Cdu, alla faccia di quanti anche in Italia vagheggiano un ritorno della politica al centro per combinare cosa non è dato sapere. Evidentemente in Germania è andata in crisi la schematica impostazione che vuole gli elettori orientati a escludere gli estremismi di destra e sinistra per scegliere una politica insipida che tutto accetta ed ammette, ovattandone gli aspetti più problematici ed imbarazzanti: dalla guerra ai muri contro l’immigrazione, dal riarmo all’europeismo di pura facciata, dall’economicismo alla tradita ispirazione cristiana.

La sinistra è spezzettata e imprigionata nella diatriba tra riformismo e radicalismo: una componente, il Bsw, Bündnis Sahra Wagenknecht – Vernunft und Gerechtigkeit, partito politico tedesco, fondato l’8 gennaio 2024, costituito in gran parte da dissidenti del partito di sinistra Die Linke, è l’unica che in Sassonia sarebbe disponibile ad un accordo di governo con l’Afd: “Abbiamo dichiarato di voler dialogare con tutti i partiti; ciò include l’AfD”. Esisterebbero molti punti in comune: “Abbiamo diverse convergenze, soprattutto sulla questione russa: siamo contrari a sanzioni che stanno letteralmente rovinando la nostra economia”. Al pari dell’AfD, anche il Bsw auspica “energia a basso costo”, mentre sussistono invece divergenze sui temi dell’istruzione e dell’economia. Intravedo una sorta di accordo, seppure a livello regionale, simile a quello italiano tra Lega e M5S.

La ritrovata partecipazione al voto ha portato ad un voto sostanzialmente di protesta e di proposta nazisteggianti, mentre i partiti tradizionali stanno alla finestra bloccati da un accordo di puro potere tra cristiano democratici e socialdemocratici a livello europeo e nazionale. In Germania e in Europa stanno seppellendo le idealità fondamentali della politica, lasciando campo libero al più nostalgico dei qualunquismi.

In Italia la situazione non è molto diversa anche se non esistono formazioni politiche di centro degne di tal nome, la destra è al potere relativamente divisa e disturbata dalla fronda fascisteggiante Di Roberto Vannacci, la sinistra mantiene una sua litigiosa consistenza. Non ho idea di quali contraccolpi potrà avere a livello italiano la folle politica tedesca. A prescindere dagli schieramenti stanno facendo scuola la proposta riarmista, la visione minimalista dell’Europa, la dabbenaggine filo-trumpiana e l’ansia anti-putiniana.

Il vento populista torna a soffiare forte in Europa, stavolta venato da nostalgie naziste. E il trionfo dell’Afd in Sassonia-Anhalt, il più anziano e povero tra i Land tedeschi, complica le riflessioni in Italia di Giorgia Meloni e dei suoi alleati su tre nodi chiave: i rapporti con la Germania di Friedrich Merz e con l’Europa in generale, l’alleanza con Roberto Vannacci e la data del voto. (“Il Sole 24 ore” – Manuela Perrone)

In questo strano momento storico l’Italia, tutto sommato è messa meglio della Germania, anche se i tedeschi possono permettersi di fare cazzate assorbite da un’economia più forte e da una socialità più strutturata. Noi facciamo i furbi e abbiamo al governo la facitrice di furbizia che prima o poi ci porterà a sbattere.

La Germania ci sta suonando la sveglia? Forse siamo talmente intontiti da non sentirla e da preferire la stabilità dell’ozio all’instabilità dei vizi.