Aiuti militari, solo difensivi, anzi…civili

Pochi minuti per varare il decreto più divisivo per la maggioranza, lunghe ore per stendere il tradizionale comunicato finale di un Consiglio dei ministri con soli due punti all’ordine del giorno. Elementi che spiegano bene la giornata di imbarazzo e tensione vissuta dal Governo sul sostegno da dare all’Ucraina nel 2026. A rendere scivolosa una giornata che già si annunciava complicata, una bozza, diffusa dalle agenzie di stampa in mattinata, secondo cui il decreto-Ucraina non avrebbe avuto nella propria intestazione il riferimento agli aiuti «militari». La diffusione di quel testo sembra quasi una coppa alzata al cielo dalla Lega, da settimane in rotta con gli alleati per ridimensionare il sostegno bellico.

Un affronto forse troppo pesante per Palazzo Chigi, la Farnesina e la Difesa, le istituzioni più esposte nelle relazioni internazionali. E così, quasi come fosse una risposta alle “anticipazioni”, l’ufficio stampa del Governo diffonde l’ordine del giorno ufficiale del Consiglio dei ministri. E leggendolo il Carroccio passa dal trionfo alla mestizia. Vi si legge che il Cdm si apprestava a varare lo schema di decreto-legge intitolato, tanto per essere chiari, «disposizioni urgenti per la proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina, per il rinnovo dei permessi di soggiorno in possesso di cittadini ucraini, nonché per la sicurezza dei giornalisti freelance».

C’era un accordo per “demilitarizzare” il titolo del decreto? Per dare un segno esterno così forte, a prescindere poi da quanto contenuto nel decreto stesso? Il clima di fine anno consente tuttavia di rinviare eventuali rese dei conti in maggioranza all’anno nuovo. O meglio, a quando il decreto andrà in Parlamento per la conversione in legge. La Lega, infatti, alla fine fa prevalere la parte positiva: «C’è soddisfazione perché i suggerimenti della Lega sono stati recepiti e si è data priorità agli strumenti difensivi, logistici e sanitari per aiutare la popolazione civile ucraina, piuttosto che ad altro».

Ma il Carroccio dice “difensivi” anziché “civili”, il che fa capire che il provvedimento non si discosta molto da quello degli altri anni, che prevedeva forniture belliche difensive, appunto, e una sostanziosa parte di aiuti civili ed energetici, confermati e probabilmente rafforzati. E complice una riunione del Cipess necessaria per rifinanziare alcuni interventi per l’800esimo anniversario della morte di San Francesco, il comunicato del Cdm arriva solo a ora di cena. Le parole usate confermano il fragile equilibrio politico e lessicale: saranno forniti «mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari» con «priorità» per quelli «logistici, sanitari, ad uso civile e di protezione dagli attacchi aerei, missilistici, con droni e cibernetici». (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Insomma, gli aiuti all’Ucraina sono militari o civili, sono offensivi o difensivi? Così è come pare a chi legge il titolo (sic!) del decreto governativo per il rinnovo degli aiuti all’Ucraina.

La risposta la lasciamo cioè alla mamma di quella ragazza rimasta in stato interessante per un rapporto prematrimoniale: sì, mia figlia è incinta, ma solo un pochettino! Sì, gli aiuti all’Ucraina sono militari, ma solo un pochettino! O meglio, la risposta cambia a seconda degli opportunistici occhiali politici con cui si legge il decreto. Una questione di lana caprina: si discute del sesso del decreto mentre infuria la guerra.

“Mi piacciono gli italiani”, diceva Winston Churchill: “vanno alla guerra come se fosse una partita di calcio e vanno a una partita di calcio come se fosse la guerra”. Ce lo ricorda Marco Travaglio nel suo libro “Scemi di guerra”.

Le armi non possono che essere offensive e creare seri problemi di sopravvivenza ai civili. Si abbia almeno il coraggio di chiamare le cose col loro nome.

Per quanto mi riguarda nutro una sorta di idiosincrasia per le armi, non ho timore a definirmi un viscerale pacifista. Qualcuna dirà che sono un coniglio o un agnello. Meglio un agnello oggi che un lupo domani.

Pensate, se ho ben capito, lo stanziamento di fondi per celebrare l’anniversario della morte di San Francesco è stato l’occasione per varare una fornitura di armi…Un’autentica blasfemia!

Non c’è che dire…il miglior modo per celebrare la giornata mondiale della pace e per continuare imperterriti a deridere chi la intende perseguire ad ogni costo.

 

Il milanese epigono di Caifa

Continuano le polemiche sulla dichiarazione, pesantissima, di Walker Meghnagi, presidente della comunità ebraica di Milano, secondo cui agli ebrei “sparerebbero in strada” se ci fossero al Governo Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, rispettivamente segretari del Pd, del Movimento 5 Stelle, di Sinistra Italiana e di Europa Verde.

La frase esatta di Meghnagi, anzitutto: “Per fortuna c’è la presidente del consiglio Meloni e il resto della destra che ci difende. Altrimenti torneremmo al ‘38. Se al governo ci fossero Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, a noi ebrei sparerebbero in strada. Il Pd è pieno di antisemiti”. Parole che avevano scatenato (e continuano a scatenare) un putiferio. 

Lunedì 18 agosto, sul giornale online “Mosaico”, Meghnagi ha corretto il tiro: “La mia è stata una provocazione, ma la sinistra deve guardarsi dentro sul rapporto con gli ebrei e Israele”. Ma la frittata era fatta. Al presidente della comunità ebraica milanese, che tra l’altro è amico personale d’infanzia del presidente del Senato Ignazio La Russa, avevano replicato numerosissimi esponenti del Pd. (milanotoday.it del 18 agosto 2025)

Queste stupide dichiarazioni a distanza di quattro mesi mantengono intatta la loro presuntuosa idiozia: qualcuno le ha equivocamente ricordate in occasione dei recenti e folli attacchi di matrice islamica contro gli ebrei in Australia.

Gli undici morti israeliani uccisi dal fanatismo islamico sul piatto della bilancia politico-mediatica valgono quanto e forse ancor più dei morti della macelleria di Gaza che non accenna a placarsi nonostante la fantomatica tregua.

Benjamin Netanyahu emula il capo gallico Brenno, che nel 390 a.C., durante il sacco di Roma, aggiunse la propria spada sul piatto della bilancia per aumentare il peso dell’oro richiesto ai Romani come riscatto, esclamando la celebre frase: “Vae victis” (Guai ai vinti).

Tutta colpa di Hamas! Tutta colpa degli antisemiti! Tutta colpa di certa sinistra pacifista! Tutta colpa della storica avversione cattolica contro “i perfidi ebrei”! Andando avanti con questa narrazione arriviamo a un pelo dal ritenere che sia tutta colpa di Gesù!

Mio padre, quando non si riusciva a trovare il colpevole di una uccisione per l’ostruzionismo delle indagini dovuto magari alla influenza paralizzante dei poteri dominanti, concludeva con una delle sue solite sarcastiche battute: “As vedda ch’i gan preghè un cólp…”.

Per le migliaia di palestinesi che continuano a morire sotto le bombe e per la fame non c’è un colpevole: il governo israeliano lo ha fatto e lo sta facendo per legittima difesa; tutt’al più Netanyahu avrà imprecato contro i palestinesi facendo invocare su di essi la maledizione divina dalla casta rabbinica.

Pensate cosa è andato a pensare questa alta personalità dell’ebraismo milanese, facendo un parallelo tra lo storico antisemitismo dei nazisti e quello immaginario della sinistra italiana. Roba da spazzatura politico-religiosa. Questo signore fa un ragionamento molto simile a quello del suo illustre connazionale Caifa: “Meglio essere difesi dalla destra italiana pur con qualche simpatia fascista piuttosto che essere messi in discussione da certa sinistra che osa condannare il genocidio di Gaza”.

Sarò immediatamente catalogato come un antisemita: non lo sono, ma non mi interessa l’opinione di coloro che esercitano direttamente o indirettamente il potere in Israele. Ricordiamoci che Netanyahu si regge anche e soprattutto sul consenso dei detentori del potere religioso ebraico, che evidentemente leggono le scritture e i salmi con un approccio assai inquietante, vale a dire legittimando la vendetta e credendo in un Dio che ritiene nemici i palestinesi e muove contro di essi per difendere il suo popolo.

 

 


Detenuti in attesa di ravvedimento

Sul sagrato della Basilica di San Pietro un uomo si inginocchia davanti alla sua donna e le porge un astuccio con un bellissimo anello. Pronuncia parole che arrivano da una storia lunga e commovente: «Sono la tua croce da cinquant’anni, tu sei da sempre la mia resurrezione». Accanto a loro un gruppo di amici sorridono, applaudono, gridano «Viva gli sposi!». Una scena inconsueta e sorprendente accaduta pochi giorni fa, domenica 14 dicembre, al termine della Messa celebrata da papa Leone XIV per il Giubileo dei detenuti, al quale Patrizia e Raffaele – questi i nomi dei due protagonisti – avevano partecipato nella basilica di San Pietro. Lei, del tutto ignara del dono che avrebbe ricevuto, era arrivata da Napoli, lui da Milano con il permesso dal magistrato di sorveglianza, e si sono dati appuntamento in San Pietro. Da nove anni Raffaele è detenuto nel carcere di Opera dopo essere stato recluso in vari penitenziari: sulle spalle porta due condanne a trent’anni (di cui quaranta già espiati) e un passato costellato di reati consumati nella sua Napoli, dove era diventato celebre per l’abilità con cui penetrava nei caveaux delle banche e delle gioiellerie per portare a segno i suoi colpi.

Non c’è solo la “sorpresa dell’anello” che ha reso speciali le giornate romane di Raffaele: dopo avere ascoltato la sua testimonianza durante un incontro organizzato alla vigilia del Giubileo dai volontari di Incontro e Presenza, Antonio – un uomo rimasto vedovo da alcuni anni – ha deciso di regalargli la sua fede nuziale perché lo accompagni nel cammino. «La mia l’avevo persa in carcere – sorride Raffaele –: mi ha commosso quel dono inatteso, ricevuto da una persona che neppure conoscevo. (“Avvenire” – Giorgio Paolucci)

In questi giorni i piccoli fatti di cronaca si permettono di smontare i più frequenti pseudo-moralismi: è la volta del carcere considerato la sacrosanta vendetta contro i delinquenti anziché il modo costituzionale di recuperarli ad una vita normale.

Quante sciocchezze si sentono in giro. Sembra che tutto si possa risolvere col carcere duro, magari col carcere a vita se non addirittura con la pena di morte.

Nella mia famiglia l’argomento veniva affrontato con delicata ed ironica sensibilità, con un tocco materno di universale comprensione e con un pizzico paterno di sano realismo.

Mia madre, pur partendo dal sostanziale rigore con cui impartiva i suoi pragmatici ma “dogmatici” insegnamenti, perdonava molto, quasi tutto, era portata a giustificare chi delinqueva, commentando laconicamente: “J én dil tésti mati”. Qui mio padre, in un simpatico gioco delle parti, ricopriva il ruolo di intransigente accusatore: “J én miga mat, parchè primma äd där ‘na cortläda i guärdon se ‘l cortél al taja.  Sät chi è mat? Col che l’ätor di l’à magnè dez scatli äd lustor. Col l’é mat!”.

Di fronte all’episodio di cui sopra, mia madre direbbe: “A gheva ragion mi!”. Mio padre, commosso, ribatterebbe, alleggerendo la sua intransigenza alla parmigiana: “Sì, as vedda che lilù l’a digerì il scatli äd lustor…”.

 

 

 

La strana virtù della regolarità

«È un miracolo di Natale». Sono le parole pronunciate dal proprietario del portafogli smarrito e riconsegnato qualche ora dopo da un migrante. Il proprietario, quando i vigili lo hanno chiamato per dirgli che il portafogli era stato ritrovato e restituito, pieno di tutto il denaro, più di 500 euro in contanti, documenti e carte di credito, era incredulo. La storia arriva da Foggia, la sera di Santo Stefano.

Chi ha ritrovato il portafogli è un migrante 46enne di origini marocchine, regolare sul territorio. Si trovava nei pressi di un istituto di credito in pieno centro cittadino a Foggia, nella zona di corso Vittorio Emanuele, quando ha notato sul marciapiedi il borsellino contenente numerose banconote, una somma di oltre 500 euro, oltre a documenti e carte di credito.

Non ci ha pensato due volte e lo ha consegnato ad una pattuglia della polizia locale. Nel porgerlo, solo poche parole: «Ho trovato questo portafogli. Ve lo consegno perché lo possiate restituire al proprietario» hanno riferito i vigili, testimoni del gesto.

Grazie ai documenti contenuti nel portafogli, gli agenti sono risaliti all’identità del legittimo proprietario e lo hanno contattato per dargli la bella notizia. Tornerà a Foggia per ritirare il portafogli presso il comando della polizia locale. «Sembra una storia di Natale. Ma è tutto vero. Troviamo chi, pur non navigando nell’oro, non ci ha pensato su due volte e ha restituito quello che non era suo. Un bel gesto», è stato il commento del comandante della polizia locale di Foggia, Vincenzo Manzo.

«È un gesto semplice, ma potente – ha sottolineato il comitato “Difendiamo il quartiere ferrovia” -. Un gesto che ricorda a tutti una verità spesso dimenticata: l’onestà non ha colore, nazionalità o religione. Le persone perbene esistono ovunque e vanno riconosciute, rispettate e valorizzate. Chi si comporta così, chi rispetta le leggi e gli altri, è il benvenuto. Raccontare anche queste storie è importante. Perché la sicurezza si costruisce anche riconoscendo e difendendo i valori giusti». (“Avvenire” – Redazione)

E allora come la mettiamo col luogo comune e politico che identifica gli immigrati con i delinquenti che mettono a soqquadro la nostra sicurezza? I sostenitori di questa autentica cazzata razzista avranno sicuramente pronta la risposta: era un immigrato regolare, sono gli irregolari che ci disturbano e delinquono. Già, è vero, me ne ero dimenticato…

Se dovessimo eliminare tutti gli irregolari che occupano il territorio, forse rimarremmo in pochi. Pensiamo a tutti gli evasori fiscali e previdenziali, ai corrotti ed ai corruttori, agli esportatori di capitali all’estero, etc. etc.

La regolarità è un concetto relativo e fazioso. È più irregolare un immigrato clandestino che cerca di sopravvivere all’ingiustizia che lo perseguita o un italiano che naviga nell’oro e non paga le tasse creandosi magari l’alibi con il fatto che lo Stato aiuta e difende (?) i poveri diavoli?

 

Il Natale di Zelensky non è proprio quello di Gesù

Zelensky ha salutato gli ucraini alla vigilia di Natale, affermando che, “nonostante tutte le sofferenze che ha portate”, la Russia non è in grado di “occupare” ciò che più conta: l’unità dell’Ucraina.

Zelensky si è anche augurato la morte di Putin, senza chiamare esplicitamente il presidente russo per nome, definendola un “sogno condiviso” degli ucraini.

“Celebriamo il Natale in un momento difficile. Purtroppo, non tutti siamo a casa stasera. Purtroppo, non tutti hanno ancora una casa. E purtroppo, non tutti sono con noi stasera. Ma nonostante tutte le sofferenze portate dalla Russia, non è in grado di occupare o bombardare ciò che più conta. Questo è il nostro cuore ucraino, la nostra fiducia reciproca e la nostra unità”, ha detto Zelensky. “Oggi condividiamo tutti un sogno. Ed esprimiamo un desiderio, per tutti noi. ‘Che muoia’, ognuno di noi potrebbe pensare tra sé e sé. Ma quando ci rivolgiamo a Dio, ovviamente, chiediamo qualcosa di più grande. Chiediamo la pace per l’Ucraina. Lottiamo per essa. E preghiamo per essa. E la meritiamo”, ha detto Zelensky nel suo discorso per la vigilia. Nel suo discorso, Zelensky ha anche affermato che in questo momento gli ucraini pregano per tutti coloro che sono in prima linea: che tornino vivi. Per tutti coloro che sono prigionieri: che tornino a casa. Per tutti i nostri eroi caduti che hanno difeso l’Ucraina a costo della loro vita. Per tutti coloro che la Russia ha costretto all’occupazione e alla fuga. Per coloro che stanno lottando ma non hanno perso l’Ucraina dentro di sé, e quindi l’Ucraina non li perderà mai”. (ANSA.it)

La guerra è sporca! È talmente sporca da imbrattare anche il Natale. Il messaggio augurale di Zelensky porta in sé la patriottica sofferenza di un popolo e il nobile auspicio per una pace giusta. Peccato per quella grave stonatura dal sen fuggita: la morte non si augura a nessuno, nemmeno al più feroce dei nemici.

“Parole dal sen fuggite” si riferisce alla celebre frase di Pietro Metastasio: “Voce dal sen fuggita poi richiamar non vale; non si trattien lo strale quando dall’arco uscì”, che significa che una parola detta (o un’azione fatta) non può essere ritirata o annullata, proprio come una freccia scoccata da un arco non può tornare indietro, sottolineando l’importanza di pensare prima di parlare e agire. Il concetto è antico, ripreso da un proverbio latino di Orazio: «Nescit vox missa reverti» (la parola detta non sa tornare indietro).

Andiamo oltre l’umana saggezza col Natale in cui Gesù irrompe nel mondo. Non dimentichiamo, come dice Roberto Benigni, che ha fatto della sua vita un capolavoro d’amore. È riuscito ad amare come nessuno prima di lui. Ed è impressionante la grandezza, l’estensione di questo suo amore. Lo ha allargato, lo ha portato così avanti che di più non si può. Come se avesse detto: «Voglio vedere fin dove posso arrivare: di più, di più!». Fino ad amare lo straniero, lo sconosciuto, il diverso…fino ad amare il nemico! Ecco: «Ama il tuo nemico» è forse la frase più sconvolgente mai pronunciata sulla faccia della Terra. Forse è la parola più forte, più alta di tutto il pensiero umano, e per questo ci sembra irraggiungibile: se ne sta lassù, è troppo alta, non ce la facciamo. Però qualcuno l’ha detta, per sempre! 

E allora consiglio a Zelensky e al popolo ucraino di non augurarsi la morte di Putin, ma di pregare così: “Signore, fa’ che, per amor tuo, amiamo veramente i nemici”. E poi, parliamoci chiaro: dove portano l’odio e la vendetta? Non è forse la ricetta di Gesù l’unica efficace arma per la pace? Amare i nemici non è una paradossale virtù, ma addirittura una necessità…

Anche volendo volare negli artistici “bassifondi della diplomazia”, come ci si può sedere ad un tavolo di trattativa col nemico dopo avere augurato al suo capo la morte? Caso mai, se proprio non resistiamo all’impulso negativo, almeno non dichiariamolo pubblicamente, limitiamoci a pensarlo…

Gli auguri da rispedire al mittente

Resto molto perplesso in merito alla impostazione e finalizzazione delle preghiere dei fedeli formulate, peraltro in modo piuttosto artificioso ed affettato, durante le celebrazioni eucaristiche così come nel contesto della liturgia delle ore: un atteggiamento irresponsabilmente attendista e oserei dire fatalista, che ribalta sul Padre Eterno i nostri mali affinché siano da lui affrontati e guariti. Mi riferisco a guerre, ingiustizie, povertà, sofferenze varie.

Lo stesso discorso vale a maggior ragione a Natale: si aspetta da Gesù Bambino il miracolo della pace. È verissimo che si tratta di un dono di Dio, ma che richiede la nostra collaborazione attiva e fattiva.

Il Natale non è prima di tutto una festa, ma una decisione. Una scelta presa “nell’eternità” e valida ancora oggi. Dio vede il mondo così com’è – diviso, fragile, contraddittorio – e lo ama fino in fondo. Questo giorno santo ci pone una domanda semplice e radicale: noi, che decisione vogliamo prendere? Come Dio, siamo chiamati a guardare. Guardare attorno a noi e un po’ più in là della nostra cerchia abituale. Dove c’è pace e dove c’è guerra? Chi oggi piange e chi ride? Chi è solo, chi è malato, chi ha paura del futuro? Il Natale non chiede gesti eroici, ma scelte vere. Accogliere la decisione di Dio che ci salva e renderla visibile nella nostra vita: nelle priorità che cambiano, nelle relazioni che si ricuciono, nello sguardo che si fa più largo e più misericordioso. Dio viene a farci compagnia.
E noi, diventati fratelli e sorelle, decidiamo di portare il Natale là dove manca: a chi soffre, a chi è ferito dall’odio, a chi vive nel buio della guerra o della solitudine, ai più poveri, ai dimenticati. È così che partecipiamo alla missione di Cristo: una missione di pace, di comunione, di riconciliazione. A ciascuno, senza eccezione, il Signore continua a dire: «Io ti ho amato». E questa decisione non si esaurisce oggi. Rimane.  (Omelia natalizia di don Umberto Cocconi)

Il discorso vale per tutti i cristiani, ma a maggior ragione per i cristiani investiti di alte e gravi responsabilità politiche, che postano loro immagini vicini al presepe, si riempiono la bocca di begli auguri e scaricano sulla mangiatoia di Betlemme i problemi enormi di loro competenza. Una sorta di blasfemo “va’ avanti ti c’am scapä da rìddor”.

Prendo a caso (?) un augurio proveniente dalla classe politica. «In un mondo turbolento che si muove sempre più velocemente, il Natale ci offre un raro momento di pausa per respirare, rallentare e ricordare ciò che conta davvero». Inizia così il messaggio si Ursula von der Leyen, che rivolge un pensiero particolare «ai nostri amici in Ucraina». «Ci auguriamo che l’anno prossimo porti finalmente una pace giusta e duratura – aggiunge la presidente della Commissione europea – e un futuro sicuro e prospero nella nostra Unione».

Come se lei non avesse stringenti responsabilità e importanti funzioni… Vale naturalmente anche per tutte le sue colleghe e i suoi colleghi europei.

Mia sorella Lucia mi rammentava spesso come don Raffaele D’Agnino, suo confessore e direttore spirituale per diverso tempo, a chi gli offriva danaro per i poveri qualificandoli con l’aggettivo possessivo “suoi” (di don D’Agnino appunto), rispondesse stizzito e con genuino spirito evangelico: «Bada che i poveri sono anche “tuoi” e quindi l’aiuto glielo devi consegnare direttamente tu, guardandoli negli occhi!».

Penso che Gesù faccia lo stesso ragionamento e ci chieda di assumerci tutte le nostre responsabilità e di impegnarci per i senza casa, i senza lavoro, i senza patria, i senza pace.

Giorgio La Pira, che considero il prototipo del cristiano impegnato in politica, pregava molto e convintamente, ma poi si rimboccava le maniche, agiva e si faceva carico dei problemi della gente e si comportava da operatore di pace (la beatitudine ritagliata addosso ai politici).

 

 

 

Il presepe è bello perché è vario

Papa Leone XIV, ricevendo in udienza in Vaticano i circa mille figuranti del Presepe, ha detto: “Siate portatori di consolazione e di ispirazione per tutti. Il presepe è “l’usanza di raffigurare nei modi più diversi la Natività del Signore”, una rappresentazione “spesso con i tratti della propria cultura e con i paesaggi della propria terra” del “Mistero dell’Incarnazione”. Ciò lo rende “un segno importante: ci ricorda che siamo parte di una meravigliosa avventura di Salvezza in cui non siamo mai soli”. (da “Vatican news”)

 

Giorgia Meloni mercoledì ha pubblicato sui propri profili social un messaggio di auguri per Natale. La presidente del Consiglio l’ha girato accanto a un presepe, definito “simbolo di valori che meritano di essere custoditi e non messi da parte per moda o timore. Meloni ha ricordato come anni fa – nel 2017 – avesse invitato a fare “la rivoluzione del presepe”, cioè essenzialmente a fare il presepe anche se “nelle scuole dicono che non si può fare perché offende chi crede in un’altra cultura”. “Lo penso ancora”, dice la premier nel messaggio di quest’anno. (da “La Stampa”)

 

Ognuno intende il presepe a suo modo: sarebbe interessante chiedere un parere a san Francesco che lo ha inventato.

Non sono papa, non sono presidente del Consiglio, men che meno sono santo, però ho una mia idea: “Il presepe non è un museo identitario, ma una provocazione universale”.

 

La sicurezza subliminale e le tentazioni del ribellismo

A Torino, il centro sociale Askatasuna è stato sgomberato dalla polizia a metà dicembre 2025, scatenando forti reazioni, manifestazioni e scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, con lancio di oggetti e uso di idranti, a causa della sua posizione critica verso il governo e a supporto di varie cause sociali e politiche, come la Palestina e Alfredo Cospito. Il dibattito in Consiglio Comunale è acceso, con posizioni contrastanti tra la volontà di mantenere il dialogo e la condanna della violenza, mentre il Sindaco ha dichiarato cessato il patto di collaborazione, segnando una vittoria per la legalità secondo alcuni, e una radicalizzazione secondo altri. 

I centri sociali? Fannulloni sfascia-vetrine! I palazzoni-ghetto? Covi di drogati, delinquenti e approfittatori! Gli studenti che protestano? Sfaccendati comunisti! I lavoratori che scioperano? Quelli del venerdì!

Sono le proposte ideologiche della destra al potere: i messaggi subliminali inviati alla gente in cerca di sicurezza. Il malessere sociale è un’invenzione dei menagramo e quindi chi si ribella va represso senza pietà. I centri sociali vanno chiusi, i palazzoni sgomberati, gli studenti manganellati, i lavoratori compatiti e rimossi nelle loro rimostranze. Evviva la democrazia!

I problemi non vanno affrontati e tanto meno risolti, vanno nascosti ed esorcizzati, perché la gente ha diritto alla quiete ed alla tranquillità. Il dialogo con i manifestanti non s’ha da fare… La corda che lega il sacco? I condoni! Ultimo il con-dono natal-edilizio. Bastone per chi protesta, carota per chi evade…

Di fronte a questo stile di governo, con una opposizione politico-parlamentare che non offre spunti di rilievo, rimarrebbe in linea teorica poco più del ribellismo. Capisco quindi i giovani che lo praticano anche se non li condivido. Bisogna aggrapparsi alla nostra Costituzione, lì è il fondamento delle nostre battaglie democratiche.

Prendiamo ispirazione dalle parole di Piero Calamandrei, rivolte agli studenti a Milano nel 1955: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione”.

So benissimo che gli attuali governanti non hanno al riguardo il pedigree in ordine, ma non per questo dobbiamo scendere in piazza in modo scriteriato buttando la democrazia nella merda. Un cristiano se i preti sbagliano non rinnega la sua fede. Il discorso vale anche sul piano politico e civile.

Il malessere sociale non deve essere l’alibi per il ricorso alla violenza, altrimenti si contribuisce a creare l’equivoco della sicurezza e dell’ordine a prezzo del misconoscimento dei diritti dei soggetti più deboli e fragili, i cosiddetti nuovi poveri che si sono aggiunti ai poveri tradizionali i cui diritti sono purtroppo rimessi in discussione.

La sinistra dovrebbe avere e svolgere il compito di coniugare la sicurezza dei cittadini non con la repressione ma con il progresso sociale ed ha una grande responsabilità in tal senso, perché, se viene a mancare il suo punto di riferimento, chi protesta può finire nella trappola della violenza ed è allora che il gatto democratico si morde la coda.

Quando partecipavo a certe sacrosante manifestazioni unitarie in difesa del sistema democratico ed antifascista, mi imbattevo spesso in gruppi di estremisti che in coda al corteo agivano sul filo del rasoio della compatibilità democratica. Mi dicevo e dicevo loro: io sono di sinistra come e più di voi, ma cercate di capire che la violenza e il sopruso (anche se usati come risposta a certi attacchi violenti e reazionari) non sono espressioni democratiche. Battagliamo, dialoghiamo, confrontiamoci, protestiamo energicamente, ma senza ricadere nella trappola della violenza: vogliamo difendere la democrazia e rischiamo di rovinarla con le nostre mani!

 

Il bilancio in rosso…di vergogna

«Quest’aula ha dedicato più tempo a organizzare il concerto di Baglioni che non a dibattere della legge di Bilancio. E la colpa non è del Parlamento, la responsabilità è del Governo». Lo ha detto Matteo Renzi in Senato.

Mi sembra una battuta molto azzeccata che fotografa lo strapotere inconcludente dell’esecutivo e la conseguente inerzia del Parlamento: su quella che è annualmente la legge più importante nessun reale dibattito, ma soltanto una insopportabile passerella governativa.

Per quel poco che sono riuscito a comprendere mi sembra un coacervo di norme senza capo né coda, il nulla motivato dalla prudenza: sarebbe come se un automobilista per essere prudente rinunciasse ad usare la macchina tenendola ferma in garage o, meglio, limitandosi ad un giretto in centro città violando i divieti e causando incidenti a non finire.

Il governo Meloni non ha una linea politica, dà un colpo al cerchio e uno alla botte: punta a non disturbare nessuno e finisce col disturbare tutti, o, meglio, colpendo solo i deboli e facendo il solletico ai forti. L’opinione pubblica è distratta, è impossibilitata a farsi un’idea e quindi beve tutto senza battere ciglio.

Un bilancio è la sintesi degli atti gestionali del passato ed al contempo l’indicazione di quelli futuri: non è l’asettica sommatoria di dati, ma semmai un insieme di opinioni su cui imbastire un progetto di gestione.

Non comprendo il senso dell’operare di questo governo e sfido chiunque in buona fede a riuscirci. Far finta di governare è il miglior metodo per difendere gli interessi consolidati illudendo quanti hanno i propri fortemente dimenticati o compromessi. Non parlo di valori, sarebbe forse pretendere troppo, ma mi limito agli interessi. Che pena! La politica ridotta all’istituzionalizzazione del nulla, alle chiacchiere di una manica di incompetenti funzionali allo spirare di un vento di estrema destra che rischia di distruggere la nostra democrazia.

Sto esagerando? Può darsi. Ma più il tempo di questo governo passa e più mi convinco che i suoi bilanci, anche se formalmente a pareggio, non possono che essere in profondo rosso, non certo il rosso di una politica di sinistra, ma quello della vergogna di una pseudo-politica di estrema destra anti-democratica.

 

 

Il Papa è in voga finché non parla di pace

Spero che non vi sarete persi i grandi servizi di giornaloni e tg sul Papa che viene eletto da Vogue come uno dei “personaggi meglio vestiti del 2025” (per il dress code originale e innovativo), che visita a sorpresa il Senato per la mostra sulla Bibbia di Borso d’Este accolto da La Russa,  mentre se ne stanno in silenzio di fronte all’invettiva di Papa Leone XIV contro le classi dirigenti europee, vale a dire una dura critica recente (dicembre 2025) focalizzata sul riarmo bellico, l’uso della paura per manipolare le decisioni politiche e la blasfemia di giustificare la guerra con la fede, in un richiamo alla Pace nella Terra e alla necessità di visione strategica, criticando indirettamente leader come Ursula von der Leyen e sottolineando che l’Europa sta perdendo la sua anima morale e spirituale, preferendo la logica del conflitto. (Marco Travaglio – “Il Fatto Quotidiano”)

Mi ero perso il clamore mediatico sulla stupida scelta di Vogue: niente male, anzi meglio così. Mi ero invece perso i contenuti dell’invettiva di Papa Leone. Do atto a Marco Travaglio della sua incalzante obiettività e di avermi spinto a prendere in considerazione l’invettiva (se la vogliamo chiamare così) di Prevost.

Accolgo con immenso piacere le incisive parole del Papa e constato con crescente amarezza come i governanti facciano orecchie da mercante. Purtroppo anche a livello di pubblica opinione la guerra viene sempre più considerata come un male necessario, le coscienze non hanno la forza di ribellarsi, chi ha il coraggio di denunciare questo folle clima bellico viene considerato un sognatore.

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza.  «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico». 

Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale.  Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza. (Messaggio di Papa Leone XIV per la LIX giornata mondiale della pace)

Andiamo pure incontro alla catastrofe incartando le armi con la patinata e prestigiosa rivista “Vogue” e scambiandoci ipocritamente e scandalosamente “il segno della guerra”.