Il presidente di Pax Christi, arcivescovo Giovanni Ricchiuti, ha impartito una lectio magistralis, sul tema della pace, alla sinistra, inviando a Elly Schlein, segretaria del maggior partito della coalizione che sembra cercare l’ago del programma comune nel pagliaio dei personalismi e dei riformismi, una lettera da recepire con umiltà senza alcun timore di rinunciare alla laicità e alla concretezza della politica.
Dal momento che è stata integralmente pubblicata dal Quotidiano “Avvenire” ed è fortunatamente e gratuitamente accessibile, consiglio a tutti i miei pochi lettori di farne una meditazione vera e propria e inviterei tutti i politici impegnati, soprattutto quanti di essi che si rifanno alla sinistra, a considerarla, a scanso di equivoci, parte integrante del documento programmatico in vista delle prossime elezioni politiche.
Mi permetto di seguito di riportarne alcuni passaggi aggiungendo le mie povere e brevi riflessioni.
Per troppo tempo abbiamo considerato indiscutibile il detto latino si vis pacem, para bellum. Ma la storia ne ha mostrato il fallimento. Ogni Stato giustifica il proprio riarmo con quello degli altri e ogni aumento delle spese militari come risposta a una minaccia. Si genera così una spirale nella quale nessuno è davvero più sicuro. La deterrenza non elimina la paura: la organizza e la trasforma nel fondamento delle relazioni internazionali. Ritengo necessario che una coalizione democratica e progressista prenda le distanze dalle politiche di riarmo. Il riarmo dissemina sfiducia tra le nazioni e paura nelle società; sottrae risorse a sanità, scuola, lavoro, lotta alla povertà, ambiente e coesione sociale. Eppure sono queste le fondamenta della vera sicurezza di un popolo. Una società segnata da disuguaglianze e servizi pubblici indeboliti non diventa più sicura acquistando nuovi sistemi d’arma. Ho ragione di credere che buona parte dell’elettorato del nostro Paese si riconosca in questa convinzione.
Sono serviti quanti si intestardiscono, anche in buona fede, nel puntare alla sicurezza con le armi. Non c’è riarmo che tenga, non c’è motivo di sprecare risorse investendo, magari anche razionalmente, in moderni e sistematici armamenti bellici. Contro la pace la ragione bellica non vale!
Non intendo entrare nel dibattito sulle singole decisioni riguardanti la guerra in Ucraina. Quella tragedia, tuttavia, ci obbliga a interrogarci sul modo in cui intendiamo la legittima difesa. Non possiamo applicare categorie elaborate quando la capacità distruttiva delle armi era incomparabilmente minore. Ritengo moralmente ammissibile, nell’aiuto a una popolazione aggredita, ciò che sia rigorosamente finalizzato a proteggere le vite: sistemi di allerta e intercettazione, rifugi, protezione delle infrastrutture civili, sminamento, soccorso sanitario e umanitario. La difesa della vita non può coincidere con la capacità di togliere altre vite. Esiste invece un campo vastissimo nel quale la politica può giocare fino in fondo la partita della pace. Penso anzitutto al rafforzamento della diplomazia italiana ed europea, investendo in formazione, personale, mediazione e prevenzione dei conflitti, ma anche nei corpi civili di pace e negli interventi non armati.
Sono serviti quanti continuano a sostenere l’assoluta necessità di difendere l’Ucraina in base a schemi e concetti superati: se l’Europa avesse cambiato decisamente registro da parecchio tempo, forse l’aggressione dell’Ucraina non sarebbe avvenuta. Non è mai troppo tardi per battere insistentemente e pesantemente sui tavoli internazionali i pugni della pace.
È altrettanto urgente rafforzare il multilateralismo. Le Nazioni Unite e gli organismi sovranazionali hanno limiti evidenti, ma la risposta non può essere il loro abbandono. Occorre promuoverne una riforma democratica, perché quando il diritto internazionale è subordinato alla convenienza delle potenze resta soltanto la legge del più forte. E la legge del più forte non genera ordine: prepara nuove guerre. La politica della pace richiede anche educazione alla nonviolenza, riconversione dell’industria militare, controllo del commercio delle armi, sostegno all’obiezione di coscienza, tutela dei difensori dei diritti umani e partecipazione delle società civili ai processi negoziali. Richiede soprattutto di sottrarsi alla falsa alternativa tra riarmo e resa. La nonviolenza non è passività. È organizzazione della resistenza, protezione delle popolazioni, disobbedienza alle ingiustizie, costruzione di alleanze, pressione diplomatica e capacità di interrompere le catene dell’odio senza riprodurne la violenza.
Sono serviti quanti ritengono la pace una chimera e il pacifismo un esercizio retorico. La vera concretezza della politica consiste nel cercare vie alternative e nonviolente e non nella rassegnazione ai meccanismi bellici e agli sporchi interessi dell’industria bellica e dei guerrafondai che la sostengono persino in nome della pace. Vera e propria blasfemia!
Cinquant’anni dopo la lettera di monsignor Bettazzi a Berlinguer, il dialogo tra la Chiesa e una grande forza della sinistra italiana può ripartire da qui: non dalla ricerca di privilegi, ma dalla responsabilità condivisa verso l’umanità e le generazioni future. Se vogliamo la pace, dobbiamo preparare la pace: con la politica, la diplomazia, il diritto, la giustizia e la nonviolenza.
L’accattivante richiamo allo storico e coraggioso dialogo fra la Chiesa e la sinistra sgombra il campo occupato da chi intende il cattolicesimo come un pilatesco modo di rimanere indifferenti davanti alla politica, che invece è la forma più alta di carità, come sostenevano papa Pio XI che nel 1927 coniò questa espressione rivolgendosi ai dirigenti della Fuci e papa Paolo VI che la riprese e la diffuse ampiamente nel corso del suo impegno e magistero, legandola indissolubilmente al concetto di bene comune e come la testimoniò Giorgio La Pira, un politico in inebriante odore di santità.
