Una donna con le palle che fa accapponare la pelle

Si parla di Quirinale e il presidente torna sulle presunte ambizioni della premier: «Allo stato, non ci pensa nemmeno. Ma se un giorno ci pensasse sarebbe un grande vantaggio per gli italiani, dopo un grande presidente come Mattarella una grande presidente come Meloni». Gli italiani gradirebbero? «Sarebbe gradita a tutto il centrodestra e a gran parte degli elettori di centrosinistra», azzarda La Russa. (“Corriere della Sera

Ritorno sulla eventuale prospettiva di una Presidenza della Repubblica targata Meloni, chiarendo pregiudizialmente che un simile disegno potrebbe avere una sua relativa immediatezza, ma anche una più lunga e forse più probabile scansione di tempi: un salto della quaglia meloniana ravvicinato da Chigi a Quirinale oppure una scalata graduale con tappe intermedie, vale a dire un amico (circolano nomi a tale riguardo) a tenere calda la seggiola fino al momento in cui sarà matura, dal punto di vista politico e legislativo, la piena presidenzializzazione-intronizzazione meloniana. Queste prospettive sono realistiche e soprattutto sono percorribili?

Cacciari risponde alle dichiarazioni del presidente del Senato Ignazio La Russa, secondo cui Giorgia Meloni al Quirinale sarebbe “una fortuna”. “Non lo so, ma la cosa non mi scandalizza minimamente – osserva l’ex sindaco di Venezia – Sotto certi aspetti Meloni presidente della Repubblica mi sembrerebbe la conclusione logica della deriva della politica italiana nel corso degli ultimi decenni”. E spiega: “La nostra politica si è retta all’interno dell’alleanza costituzionale, cioè il quadro includeva i partiti che avevano sostenuto e fatto la Costituzione. La Meloni viene da una storia completamente diversa, ma questa storia oggi ha guadagnato via via posti di potere sempre più importanti, fino alla presidenza del Consiglio”.
Cacciari conclude amaramente: “Quella storia italiana passata, con buona pace di tanti miei colleghi, è finita: è del tutto logico che gli eredi di coloro che erano contro la Costituzione diventino presidenti della Repubblica”. (“Il Fatto Quotidiano”)

Se è vero che l’alleanza costituzionale ha retto la politica, dal momento che la Costituzione rimane la base della nostra repubblica democratica, non sarei così rinunciatario, anche perché il dettato costituzionale, direttamente o indirettamente, costituisce un riferimento imprescindibile a livello popolare (ultimo referendum docet). La battaglia è aperta e va riempita di contenuti: la Costituzione non può più essere una sorta di conventio ad excludendum, ma deve continuare ad essere un discrimine politico ben preciso ed irrinunciabile per chi ne è il primo garante in nome del popolo italiano.

Ricordiamo la celebre frase di Vittorio Foa in risposta da un ex fascista (Giorgio Pisanò) che parlava di “patria e concordia”: “Se aveste vinto voi, io sarei ancora in galera. Invece abbiamo vinto noi, e tu sei senatore”. Questa è la differenza capitale tra la democrazia antifascista e la dittatura. Diverso è il discorso se andiamo da un semplice senatore al Presidente del Senato: una forzatura, purtroppo già in atto, veramente disgustosa, provocatoria ed irritante. Figuriamoci per la carica di Capo dello Stato…roba da far accapponare la pelle!

Passo a Edith Bruck, scrittrice, poetessa e traduttrice sopravvissuta alla shoah: scappata dall’Ungheria, settant’anni fa, ha trovato rifugio in Italia ed è rimasta a viverci. Ecco cosa diceva all’indomani delle elezioni politiche del 2022: “Mi chiedo continuamente perché il fascismo non si riesca ad estirpare. È l’unica grande ideologia rimasta in piedi: il socialismo e il comunismo sono morti, il fascismo è stato sopito, domato, ma mai estirpato: ha mantenuto le sue radici, che sono assai profonde, e adesso ha anche dei lunghi rami.  Quando vado nelle scuole, mi rendo conto che i ragazzi conoscono poco la storia, anche se ne sono affamati e sono sensibili a quello che viene loro raccontato. Ma poi penso al fatto che la scuola viene soltanto dopo la famiglia e le famiglie mi sembrano tutte divise, impoverite dall’assenza dei nonni, i depositari del passato, quelli che possono raccontare la storia e con i quali si impara la relazione con chi è fragile. In generale, gli anziani sono esclusi, dimenticati, e questo incrudelisce la società intera. Le persone, specie nei momenti in cui c’è una crisi economica molto forte, si affidano a chi sbatte i pugni e grida. Tutti i dittatori gridano. Letta non grida, e infatti non arriva. Giorgia Meloni sì, e anche spesso. Già comincio a notare che molti giornalisti nei suoi confronti si sono ammorbiditi. La prima premier donna: questo non è un bene in sé. Anzi, spesso, nei posti di vertice, le donne diventano peggiori degli uomini: tendono a volerli superare, e fanno peggio di loro, sono ancora più spietate. Meloni è circondata da uomini di un certo tipo, lavora in una struttura di un certo tipo. È amata da chi le dice cose terribili come che “ha le palle”. Cioè: vali perché sei come un uomo. Ha vinto perché l’Occidente sta facendo un passo indietro di quasi un secolo; perché nessuno si occupa di formare una coscienza civile, di dare alle persone gli strumenti per capire quello che succede: in un talk show qualsiasi, c’è mai qualcuno che ha un interesse diverso dall’attaccare l’avversario per prendere applausi? E allora, a un elettorato confuso e male informato, è stato possibile vendere qualsiasi promessa e qualsiasi ideologia”.

E così finisce nella pattumiera anche la prospettiva di una Meloni prima donna al Quirinale. Bocciata come esponente politica estranea all’alleanza costituzionale, bocciata come spina euroscettica nella carne viva dell’europeismo, bocciata come filo-occidentalista di maniera in un mondo alla deriva bellica, bocciata come donna “con le palle”, rappresentante di un mondo femminile che punta alla parità di difetti con gli uomini.

E un simile personaggio lo possiamo ipotizzare e accettare quale futuro presidente della Repubblica o quale “preparatore atletico” del prossimo presidente della Repubblica? Ribadisco che mi si sta accapponando la pelle!

P.S. Mi sembra che dalla Spagna sia arrivata una perfetta fotografia emblematica di Giorgia Meloni in relazione alla crisi migratoria di Ceuta, al suo vergognoso stop agli accordi di Schengen e alla figuraccia rimediata. Evidentemente da lontano si giudica meglio. Da vicino si può arrivare a credere che gli asini volino e possano arrivare fino al Quirinale. Sono perfettamente d’accordo con Pedro Sanchez e lo ringrazio anche perché la verità di Europa deve prevalere sulla carità di patria.

Il primo ministro ricorda che la Spagna ha sostenuto altri paesi europei in precedenti crisi migratorie e fa riferimento all’accoglienza dei migranti giunti nell’Europa orientale attraverso la Bielorussia nel 2021 e sull’isola italiana di Lampedusa nel 2023. Il primo ministro punta il dito contro chi ha proposto l’esclusione temporanea della Spagna dall’area Schengen. A suo avviso, tale posizione deriva da “pregiudizi, notizie false, ignoranza o interessi politici” ed è ritenuta da Madrid contraria al diritto europeo, al diritto umanitario, ai principi di solidarietà dell’Ue e agli “interessi sul lungo periodo dell’Europa e al più elementare buon senso”. (adnkronos)

 

 

Una subdola dichiarazione di guerra alla Spagna

Non è solo una nuova ondata migratoria. È una crisi che riporta al centro la fragilità della frontiera più esposta d’Europa, quella di Ceuta, enclave spagnola in territorio africano, a pochi chilometri dal Marocco. In poche ore migliaia di persone hanno tentato di attraversare il confine, prima affrontando il mare a nuoto, poi riversandosi verso la barriera che separa l’Africa dall’Unione Europea. Uomini, donne con bambini in braccio, ragazzi e perfino persone con disabilità hanno raggiunto la città autonoma spagnola, cambiandone il volto in una sola giornata. Alcuni non ce l’hanno fatta: sarebbero almeno 11 i morti tra le onde. E le forze di sicurezza marocchine non hanno quasi tentato di fermare il flusso, mentre dall’altra parte della frontiera la Guardia Civil ha moltiplicato gli interventi con motovedette, droni e sistemi di sorveglianza. Le immagini dei giovani fradici che raggiungono la riva e delle colonne di persone lungo chilometri sulle colline attorno a Ceuta hanno riportato alla memoria la crisi del maggio 2021, quando oltre 8mila migranti attraversarono il confine in appena 48 ore, provocando una grave emergenza umanitaria e una crisi diplomatica tra Madrid e Rabat. (“Avvenire” – Chiara Vitali)

La questione migratoria diventa sempre più impellente, mettendo in luce situazioni emergenziali drammatiche. È di turno la Spagna e il governo italiano cosa fa? Si chiama fuori con un vergognoso “arrangiatevi”, con un vomitevole atto di egoismo anti-europeo, nascosto dietro la sospensione dell’accordo di Schengen che stabilisce la libera circolazione delle persone senza controlli alle frontiere interne, l’uso di regole comuni per i visti e una forte unione tra le forze di polizia. La giudico una vera e propria operazione di sciacallaggio politico a livello internazionale. Roba da far impallidire il peggior Mussolini possibile e immaginabile. Mi vergogno di essere italiano, chiedo scusa agli spagnoli oltre che naturalmente ai migranti disperati, chiedo perdono a quanti hanno creduto e voluto un’Europa unita. Possibile che di fronte alla catastrofe umanitaria di Ceuta non si possa fare altro che chiedere il ripristino di muri e frontiere!? L’occasione si sta rivelando propizia per regolare con la Spagna il conto anti-trumpiano, per rinsaldare le fila governative sulla pelle dei migranti e per lisciare il pelo ai vannaccisti dilaganti. Tutti per Meloni, Vannacci per tutti.

Il Governo ha impellenza di intervenire. Si attende solo un gancio. Lo offre il commissario Ue agli Affari interni, Magnus Brunner, con la sua prima dichiarazione: «La protezione delle frontiere esterne dell’Unione – dice – è una parte cruciale dei nostri sforzi per combattere la migrazione illegale. Siamo in contatto con le autorità competenti riguardo alla situazione in evoluzione a Ceuta». Pochi minuti dopo, fonti vicine al Governo italiano fanno sapere che si sta seriamente valutando la sospensione del Trattato di libera circolazione di Schengen con la Spagna. Qualche giro di lancetta e interviene direttamente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: «Le immagini che arrivano sono impressionanti – dice sui social – e dimostrano, ancora una volta, che l’immigrazione clandestina fuori controllo rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza dei confini europei». Poi aggiunge, confermando l’ipotesi di una possibile sospensione dell’accordo di Schengen con la Spagna: «Mi sono confrontata con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. L’Italia non resterà a guardare. Stiamo convocando gli organismi preposti, e all’esito di queste riunioni siamo pronti a intervenire anche con strumenti straordinari per difendere i confini e la sicurezza dei cittadini, come la sospensione dello spazio Schengen con la Spagna». E conclude: «Sull’immigrazione clandestina non arretreremo di un millimetro: difendere i confini, fermare i trafficanti di esseri umani e garantire rimpatri efficaci continuerà a essere la linea di questo Governo». (”Avvenire” – Marco Iasevoli)

Chi ci potrà difendere da questa deriva pseudo-razzista, nazionalista e populista? Attualmente solo il combinato disposto fra papa Leone e presidente Mattarella. Non è poco, ma non basta. Sinistra, se ci sei, batti un colpo! Visto peraltro che il cattivismo della destra non porta da nessuna parte, proviamo col tanto vituperato buonismo della sinistra…

Lei poc’anzi ha ricordato le parole con cui, riguardo all’epocale e globale fenomeno delle migrazioni, Leone XIV ha richiamato le coscienze di chi, nel mondo, riveste responsabilità istituzionali. Personalmente ritengo indiscutibile – e condivido appieno – la considerazione del Pontefice della insuperabile necessità di accantonare la logica dell’emergenza – del tutto improduttiva, come risulta ormai senza ombra di dubbio – e di impegnarsi in interventi di strategia di governo del fenomeno. Strategia possibile e sostenibile. L’unica in grado di evitare l’altrimenti inevitabile destino alternativo: quello di subirne conseguenze disordinate e di cercare – vanamente – di tacitare le coscienze di fronte a quanto avviene. (Dall’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della cerimonia della consegna del ventaglio da parte dell’Associazione Stampa Parlamentare)

E noi ai profeti preferiamo i funzionari, i burocrati, i propalatori di cavolate solo perché non sanno un cazzo, ma lo dicono bene… Non sappiamo essere ribelli… «Quella ribellione che rifiuta il conformismo e la sconfitta, una speranza che si chiama anche dignità, una patria senza nazionalità, un arcobaleno che è anche un ponte, il mormorio del cuore, la ribelle irriverenza che si prende gioco di frontiere, dogane e guerre!» (Gustavo Esteva, intellettuale messicano).

 

 

Alla ricerca del Grillo perduto

Dopo un lungo silenzio, il fondatore di M5S torna a bacchettare i rappresentanti della sua “creatura”. «Il Movimento 5 Stelle ha perso la sua identità e, soprattutto, quella “diversità” che lo aveva reso unico. Era nato per cambiare la politica, ma poi la politica ha cambiato il Movimento. Doveva ascoltare i cittadini e ha cominciato ad ascoltare i sondaggi. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone». Lo scrive Beppe Grillo sui social in messaggi che rimandano a un lungo post sul suo blog dal titolo “Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni”, tornando a occuparsi – in modo fortemente critico – del Movimento che, ricorda, «era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo». (“Avvenire” – Maurizio Carucci)

Grillo ha perfettamente ragione, ma ha decisamente torto. Se la situazione del M5S è quella da lui plasticamente descritta, di chi è la prima e fondamentale responsabilità, se non del fondatore, che evidentemente non aveva curato a sufficienza le fondamenta.

La smania di occupare il potere ha immediatamente e irrimediabilmente compromesso l’azione del movimento, al quale andava riconosciuto il merito di interpretare e rappresentare la voglia, generica ma genuina, di rinnovamento della politica: l’accordo di governo con la Lega ha rovinato tutto ciò che di buono avrebbe potuto sortire dal precipitoso ma significativo successo elettorale.

Una forza politica non si improvvisa, deve avere una storia, una cultura, un radicamento sociale: non può vivere della rendita antagonista rispetto al sistema partitico. Qualcuno sosteneva a ragione che dietro Grillo non ci fosse niente ed è lo stesso Grillo ad ammetterlo indirettamente. Una classe dirigente improvvisata ed impreparata non poteva che scopiazzare il peggio della politica. In questo senso qualche responsabilità è da imputare alla sinistra preoccupata presuntuosamente di squalificare sul nascere il M5S anziché provare, meglio dire provocare, umilmente un qualche tipo di dialogo e di collaborazione, se non a livello di governo almeno sul piano dei contenuti da portare avanti. Si è invece venuta a creare una concorrenza sleale da entrambe le parti, che continua a caratterizzare i rapporti a sinistra.

Grillo è un abilissimo affabulatore, ma non è un leader: la situazione non poteva che sfuggirgli di mano. Il M5S senza Grillo non è niente, nonostante l’opportunistica presa di potere da parte di Giuseppe Conte. La smetta quindi di piangere sul latte prodotto abilmente dalla sua fantasiosa vacca e versato malamente dalla sua inadeguata fattoria: non si illuda di risuscitare la sua creatura magari per interposta persona (leggi la straripante e  grilloparlantesca verve di Alessandro Di Battista).

Stranamente il M5S ha trovato una sua statica (?) consistenza elettorale ed una sua ragion d’essere: una sorta di sinistra (?) senza storia alla ricerca del Grillo perduto. La vis polemica non gli manca, ma sotto il vestito (quasi) niente. Attenzione però a non regalare questo gruzzolo di voti all’astensionismo (o magari addirittura a Roberto Vannacci), così come a non regalare una leadership a chi ha soltanto una certa qual abilità dialettica come Giuseppe Conte, l’assorbente contro le inesorabili fuoruscite di grillini a babbo morto.

«Noi senza identità? Con tutte le battaglie che stiamo facendo, spesso contro tutti? Beh, lui aveva detto che Draghi era un grillino. Fate un po’ voi», dice l’ex premier come figliol prodigo in risposta alle sferzanti bacchettate del padre poco misericordioso. Come volevasi dimostrare…

Che dire infatti di Giuseppe Conte? Devo ammettere di averlo inizialmente sottovalutato e successivamente snobbato. Ora che il suo profilo emerge con maggiore evidenza, confesso di nutrire perplessità tendenti al disinteresse. Mia sorella, per certi versi più netta di me nei giudizi, direbbe, usando una gustosa espressione dialettale: “niént pighè in t’na cärta” oppure “da lu a niént da sén’na…”.

 

 

La protesta teologale

In questi giorni confesso di essermi lasciato andare ad una riflessione amara e scivolosa: se aspettiamo che il campo più o meno largo del centro-sinistra mandi a casa il regime Meloni…la signora Cocomeri può stare tranquilla per i prossimi quarant’anni…fa in tempo a fare altri giri a palazzo Chigi in attesa di scalare tranquillamente il Quirinale come prima donna o meglio come primadonna della storia o meglio della commedia italiana.

Ho sprigionato questi pensieri osservando le proteste popolari ai confini della insurrezione, che diventano, come succede per tutti i regimi che si rispettano, l’alibi per la strumentale autodifesa ed il mantenimento dello status quo.

La politica non riesce a cogliere, rappresentare e interpretare le sacrosante proteste, che soffrono del senso di impotenza e spesso sfociano nella stucchevole e autocelebrativa guerriglia. Colpa naturalmente della sinistra che non prende le distanze e consente il ricorso alla violenza? No, colpa della sinistra che prende troppo le distanze dai problemi fondamentali del nostro tempo e non riesce a formulare uno straccio di proposta sui temi caldi oggetto della protesta.

Chi protesta (i no-tav, i collettivi, gli studenti e chi più ne ha più ne dovrebbe mettere…) si rende conto della sterile consistenza della propria azione e tende a farne una guerra di principio che rifiuta la inconcludente o addirittura inesistente mediazione politica.

Ecco perché non riesco a scandalizzarmi per le proteste in bilico fra non violenza e violenza. Mi scandalizzo di un governo che sta sotterrando la Costituzione, che sta instaurando uno strisciante regime di democratura, che sta facendo la seconda repubblica fondata sull’egoismo individuale e collettivo.

Mi scandalizzo di una sinistra presuntuosamente autoreferenziale che non va mai al sodo per paura di perdere il “centro” della scena. Se la destra instaura un regime e la sinistra lascia fare, cosa rimane della politica, cosa deve fare la popolazione più reattiva e “indisciplinata”.

La protesta non violenta proprio per il fatto di non essere violenta dovrebbe mettere le premesse per il cambiamento etico e culturale prima e più che politico e sociale. Temo si tratti di un atto di fede vieppiù (quasi) impossibile, di un atto di speranza troppo cocciuta, di un atto di carità verso chi non la merita. Eppure si tratta delle tre virtù teologali…

 

 

Sono in arrivo fiori dall’Iran

Le cronache riguardanti gli attentati terroristici di matrice islamica mettono quasi sempre in evidenza come gli esecutori materiali siano noti alle autorità e come dovrebbero essere controllati trattandosi di soggetti pericolosi.

Solo per miracolo l’azione terroristica del ventunenne tedesco di origini libanesi Abdul Ballout, ucciso poi dalla polizia domenica sera, non ha avuto un bilancio ancora più drammatico. Il ragazzo nel 2025 aveva cercato di unirsi allo Stato islamico, prima in Mauritania, poi in Siria, per poi essere espulso dal Libano (in quanto cittadino tedesco, ironicamente). Arrestato al rientro a Berlino, è stato condannato per preparazione di atto terroristico ma, in attuazione del diritto minorile (che in Germania si applica di fatto fino ai 21 anni), con una pena detentiva di soli 22 mesi e poi rilasciato con la condizionale, con l’obbligo di sottoporsi a un percorso di deradicalizzazione. (da “Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

Tutti si chiedono come le autorità competenti abbiano potuto perderlo di vista dopo averlo trattato con i guanti. Adesso scatterà, a macchia d’olio, la strumentale, illusoria e generalizzata richiesta del pugno di ferro da adottare contro i migranti quali potenziali portatori del virus terroristico.

Il sano realismo dovrebbe portare innanzitutto a prendere atto di come l’antiterrorismo non funzioni: non solo si cerca l’ago nel pagliaio, ma dopo averlo trovato lo si trascura, appuntandolo al bavero della giacca dell’efficientismo di facciata. Quindi dopo il danno scatta la beffa della caccia alle streghe: il pretesto per la stretta all’immigrazione, per la criminalizzazione dei migranti, per il fantomatico inasprimento delle leggi, per l’inumano trattamento giudiziario dei soggetti a rischio e per la licenza di ucciderli. Tutto inutile e strumentale bagaglio demagogico.

A nessuno viene alla mente che il terrorismo islamico ha radici molto complesse ed articolate che affondano nei secolari rapporti internazionali fatti di colonialismo, di sfruttamento e di razzismo? A nessuno viene il dubbio che le guerre acuiscono e ed incardinano i fenomeni terroristici? Nessuno ha presente che la irrisolta questione palestinese, con le conseguenti interminabili scie di sangue, ha e avrà ripercussioni anche a livello terroristico?

Ma stiamo ai giorni nostri: nessuno ricorda che l’Iran ha tre armi di difesa che sta regolarmente utilizzando: l’attacco verso il mondo arabo filo-occidentale, lo sconquasso nei rapporti commerciali e il terrorismo più o meno organizzato e strutturato.

Le vittime dei per ora cani sciolti del terrorismo islamico devono ringraziare anche e soprattutto Trump, Netanyahu e c. Cosa pensavamo che l’Iran mandasse fiori ai Paesi occidentali? Le follie trumpiane ed israeliane ci regalano, oltre le crisi energetiche e i dazi commerciali, la recrudescenza degli attentati terroristici. Non ci voleva molto a prevederlo.

Tutti coloro che ritenevano la vittoria elettorale di Trump un affare americano, davanti al quale alzare le spalle, sono serviti: il menù si sta completando e, per quanto riguarda il piatto terroristico, siamo solo agli assaggini.

I fantasmi genovesi si aggirano in quel di Bologna

Quindi mai giustificare l’odio, l’aggressività, il pregiudizio. A riguardo della vicenda bolognese ho apprezzato l’impegno del ministro Matteo Piantedosi: «Non sarà un nuovo caso Cucchi», ha detto. Un impegno per la verità e la giustizia, per confermare la fiducia nelle istituzioni, antidoto alla rabbia e alla vendetta “fai da te”. Come peraltro ha chiesto con coraggio la nipote di Fakir. Chiedere giustizia, ovviamente, non vuol dire condanna – la presunzione di innocenza c’è fino a prova contraria per tutti – ma accertamento dei fatti e giudizio equo sulle responsabilità. E questo processo richiede tempo e studio. Affrettare delle conclusioni in un senso o nell’altro, il processo alle intenzioni, è pericoloso per tutti ed enfatizza la già marcata polarizzazione che invece di aiutare la verità serve solo per affermare la propria! Le violenze sono sempre inaccettabili e da condannare senza nessuna ambiguità o falsa comprensione. (dall’intervista del cardinale Matteo Zuppi al quotidiano “Avvenire”)

Attenzione a non fidarsi delle parole di un ministro che ha dimostrato coi fatti insensibilità, incapacità e faziosità. Sinceramente non capisco il rilascio di questa fiduciosa cambiale in bianco: ingenuità? diplomazia? quieto vivere? equidistanza da governo centrale e sindaco di Bologna? tardiva pasoliniana poesia di preferenziale simpatia verso i poliziotti poveri?

La verità ha tempi lunghi? Purtroppo ha tempi infiniti e nel frattempo soccombono i deboli in attesa che la verità (non) venga a galla. Il caso Cucchi lo dimostra. La verità è anche un processo in divenire. L’episodio della morte di Fakir si inserisce in un contesto temporale molto critico e poco rassicurante.

Quarant’anni fa, fra i giuristi, si iniziò a definire «panpenalismo» l’aumento eccessivo di sanzioni per qualsiasi comportamento scorretto. Ora, serviranno anni per valutare appieno la reale efficacia di tutti i pacchetti sicurezza finora varati. Ma non c’è dubbio che la superfetazione sia già imponente: c’è chi ha calcolato come durante il Governo Meloni siano stati già introdotti almeno 57 nuovi reati (da quello per rave all’omicidio nautico) e 60 aggravanti, oltre a un aumento complessivo delle pene per 500 anni di carcere. Quanta applicazione hanno finora trovato? E se dovessero trovarla, mettiamo per l’imputabilità dei minori, cosa accadrebbe alle presenze nelle carceri minorili, in un universo penitenziario sull’orlo del collasso? E c’è infine il nodo della libertà, evocato da Mencken: quanta intendiamo barattarne, noi cittadini medi, a fronte delle promesse di una maggior tranquillità? Domande che restano aperte, mentre il battage pre-elettorale in nome della fuggevole dea Sicurezza va avanti.  (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Non si può pretendere quindi pazienza infinita. Bisogna reagire ad un andazzo inaccettabile, che sta rovinando la nostra già debole democrazia. Fin dove può spingersi la protesta di piazza? Bella domanda! Il limite è la difesa dello Stato? Anche quando si capisce che va contro lo stato di diritto? L’operato della polizia non è un totem! La polizia, come tutte le entità pubbliche e private, risente dell’aria politica che tira.

In questi giorni si sono ricordati i cosiddetti fatti di Genova. Dal 19 al 21 luglio 2001 Genova ospitò il vertice del G8, l’incontro tra i governi delle otto nazioni più industrializzate. In quei giorni, oltre 200.000 persone arrivarono in città per partecipare a iniziative e manifestazioni contro la globalizzazione economica, in larga parte pacifiche.

Il G8 di Genova è però ricordato soprattutto per le gravi violazioni dei diritti umani avvenute durante quei giorni: le violenze in strada contro persone manifestanti e giornaliste, l’irruzione notturna alla scuola Diaz, i maltrattamenti e le torture nella caserma di Bolzaneto, la morte di Carlo Giuliani.

A 25 anni da quei fatti, Genova 2001 resta una pagina centrale della storia italiana recente. Non riguarda solo la memoria di chi era presente: riguarda il diritto di manifestare, l’uso della forza indiscriminata da parte delle forze di polizia, l’accertamento delle responsabilità e le garanzie perché violazioni simili non si ripetano.

«Una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente».

Così Amnesty International descrisse, un anno dopo, quanto accaduto durante il G8 di Genova per evidenziare l’ampiezza e gravità delle violazioni dei diritti civili e politici e denunciare come non si fosse trattato di singoli e isolati eccessi, ma di pratiche di polizia e di gestione dell’ordine pubblico con precise responsabilità in tutta la catena di comando.

Ho la netta impressione che il tempo si sia fermato a quei tristissimi giorni. Durante il G8 di Genova del 2001, la presenza di Gianfranco Fini — all’epoca vicepresidente del Consiglio — in Questura e la sua presunta permanenza nella sala operativa hanno generato molte polemiche e dibattiti politici, sebbene lo stesso Fini abbia sempre respinto ogni accusa di coinvolgimento operativo. Numerosi critici e resoconti politici hanno puntato il dito sulla sua presenza in quei luoghi nevralgici durante i giorni degli scontri e delle violenze (come i fatti della scuola Diaz e Bolzaneto). Fini ha tuttavia ribadito che la magistratura non lo ha mai ritenuto indagato o convocato con accuse formali, sostenendo che le forze dell’ordine persero il controllo ma che non vi fu alcun “ordine politico” di tipo illecito dietro la gestione dell’ordine pubblico.

Non è questione di interventi diretti o meno, è l’aria che tira a condizionare la gestione dell’ordine pubblico. La situazione è oggi molto simile a quella del 2001. C’è ben di peggio rispetto a Fini e c’è addirittura un Vannacci in più…

Dopo di che, violenza chiama violenza…Ricordiamoci però che la violenza di Stato o promossa e favorita dallo Stato rappresenta l’inquinamento delle acque da parte di chi dà la colpa principale a chi magari si sente autorizzato ad inquinarle ulteriormente.

 

La pace nei sepolcri dei Fakir

Quando mio padre commentava la morte di una persona di cui non si riusciva a trovare la causa e per la quale non si individuava nemmeno l’esecutore materiale dell’eventuale delitto, concludeva sarcasticamente: «As védda che quälcdòn al gà preghè un cólp…».

Temo che possa succedere per la morte di Abderrahim Fakir: si fa un gran parlare di questo fatto, sulla sacrosanta ricerca della verità aleggia la pregiudiziale difesa dell’operato della polizia, nell’altrettanto sacrosanta protesta per un clima repressivo di caccia alle streghe si inserisce lo sfogo violento contro la violenza del potere, nello scontro politico si insinua la propaganda securitaria fine a se stessa, nella battaglia civile si teme che possa nascondersi la tentazione anarchica.

Un uomo vivo entra nell’inquadratura e pochi minuti dopo è morto. Si chiamava Abderrahim Fakir. È accaduto a Bologna, nel quartiere Pilastro: Fakir era a terra, ammanettato, immobilizzato da due agenti, mentre un altro uomo gli teneva ferme le gambe. Intorno, secondo le immagini diffuse, c’erano operatori sanitari. Un video non è mai tutta la verità. Non racconta ciò che è avvenuto prima, non stabilisce da solo la causa della morte, non sostituisce l’autopsia, le testimonianze, le comunicazioni radio, le riprese delle bodycam. Ma nemmeno è niente. Quel video mostra un uomo che chiede aiuto. E mostra che, poco dopo, quell’uomo non è più vivo. (MicroMega – Iacopo Benevieri)

Prima ancora di capire come è morto Fakir, mi chiedo il perché la polizia entri a gamba così tesa in situazioni che dovrebbero essere affrontate con molta più calma. Non era il caso di chiedere l’intervento degli assistenti sanitari prima di immobilizzare quello “strano” soggetto? Non era meglio tenere sotto controllo la situazione con un certo distacco per verificare il perché dell’eventuale emergenza a livello di ordine pubblico? Non ci sono stati precipitazione e protagonismo associati a scarsa professionalità di tutti gli intervenuti?

Ecco perché non basterà l’autopsia a fugare dubbi, ecco perché la verità non verrà mai a galla, ecco perché prevarrà il retro-pensiero di non delegittimare la polizia, ecco perché la difesa del quieto vivere varrà la morte di un Fakir qualsiasi e prevarrà sulla difesa delle persone border line. La verità galleggia nell’aria repressiva che tira a livello legislativo, politico, sociale e culturale.

La “maranzizzazione” dei minori

Mia sorella, acuta ed appassionata osservatrice dei problemi sociali, nonché politicamente impegnata a cercare, umilmente ma “testardamente”, di affrontarli, di fronte ai comportamenti strani, drammatici al limite della tragedia, degli adolescenti era solita porsi un inquietante e provocatorio interrogativo: «Dove sono i genitori di questi ragazzi? Possibile che non si accorgano mai del vulcano che ribolle sotto la imperturbabile crosta della loro vita famigliare?». Di fronte ai clamorosi fatti di devianza minorile, andava subito alla fonte, vale a dire ai genitori ed alle famiglie: dove sono, si chiedeva, cosa fanno, possibile che non si accorgano di niente? Aveva perfettamente ragione.

Il governo adotta tutt’altro stile per l’analisi e la soluzione dei problemi della devianza minorile, parte dalla fine, dalla punizione, in poche parole dalla galera rendendola più agibile. Serve a deresponsabilizzare un po’ tutti e ad illudere che gli straripamenti dei fiumi si possano bloccare a valle, come direbbe mio padre, “con j èrzon äd cärta suganta”. E allora ecco spuntare l’idea di rendere penalmente responsabili i minori dai 14 ai 18 anni invertendo l’onere della prova quanto alla capacità di intendere o di volere. Posso essere schietto? Una cazzata demenziale dal punto di vista giuridico, l’ormai solito attacco alla Costituzione, una vera e propria pericolosissima baggianata culturale. Cedo la parola ad un autorevole personaggio e mi taccio.

Da giovedì sera, quando il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge sulla giustizia minorile, Claudio Cottatellucci ha letto e riletto il testo parola per parola. Poi è ripartito daccapo, Costituzione e giurisprudenza alla mano. Il presidente dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia, d’altronde, non è abituato a fermarsi né agli annunci politici né alle critiche per presa posizione. La conclusione a cui è arrivato alla fine, in ogni caso, è molto severa: la riforma, insieme agli altri interventi degli ultimi anni – dal decreto Caivano alla proposta di legge Fascina che punta ad abbassare a 13 anni l’età dell’imputabilità ferma alla Camera – mette mano ai principi fondanti della giustizia minorile italiana e, secondo lui, apre interrogativi che riguardano gli stessi architravi costituzionali del sistema. «Non riesco a vedere quale problema concreto risolva» dice. «Mi è invece molto chiara la logica culturale che la ispira».

(…)

Questa norma rischia di produrre un’eterogenesi dei fini. L’osservazione della personalità non serve soltanto ad accertare l’imputabilità: serve, quando la responsabilità penale viene riconosciuta, a costruire una pena conforme all’articolo 27 della Costituzione, cioè realmente rieducativa. Per capire come recuperare un ragazzo bisogna prima conoscerlo. Da qui nasce la messa alla prova, che è il vero cardine del processo penale minorile. La logica che invece vedo affermarsi è diversa: un’assimilazione culturale del minorenne al maggiorenne, con una concezione della pena sempre più standardizzata e retributiva. Conta il reato, non la persona. Ma così si depotenzia proprio quella funzione di recupero che è il fondamento della giustizia minorile. C’è poi un altro aspetto che mi colpisce: questa riforma è stata continuamente associata agli episodi di cronaca che hanno per protagonisti i cosiddetti “maranza”. Ma io continuo a chiedermi: che cosa c’entra? Forse che l’osservazione della personalità diventa meno importante quando il ragazzo non è cittadino italiano? Qui non stiamo parlando di diritti del cittadino, ma di diritti della persona. L’articolo 2 della Costituzione non conosce confini fondati sulla cittadinanza. Per questo trovo molto pericolose scorciatoie che finiscono per segmentare il diritto su base etnica. Il messaggio di fondo è che la giustizia minorile sarebbe troppo indulgente e che punire di più significherebbe avere meno reati. Ma è una rappresentazione che i fatti smentiscono. Responsabilizzare un ragazzo non significa punirlo automaticamente: significa conoscerlo e costruire un percorso che lo porti a comprendere davvero il disvalore di ciò che ha fatto. È questo il cuore della giustizia minorile. Ed è proprio questo che, dal decreto Caivano in avanti, vedo progressivamente messo in discussione. (Intervista rilasciata ad “Avvenire”)

 

 

Partiti, partitini, partitoni e partitacci

Il futuro del movimento Futuro Nazionale (guidato dal Generale Roberto Vannacci) in Calabria sta attraversando una fase di forte turbolenza interna e riorganizzazione. Sebbene la regione avesse registrato un’alta percentuale di adesioni, recenti nomine imposte ai vertici hanno provocato le dimissioni in blocco di centinaia di tesserati. A luglio 2026, oltre 600 iscritti appartenenti ai comitati di Lamezia Terme hanno abbandonato il partito. La rivolta ha coinvolto anche i numerosi comitati attivi nel cosentino.

Fuga di tesserati o polemica montata ad arte per denigrare Futuro Nazionale? Non ho idea… Mio padre rideva ironicamente delle ipotetiche fughe tra amanti, con i due che scappano e cominciano a litigare scendendo le scale: della serie la famiglia ed il matrimonio sono una cosa seria. Si potrebbe dire la stessa cosa della politica. È vero che i partiti spuntano come funghi mediatici, ma a tutto c’è un limite anche perché ne esistono di avvelenati. “Futuro nazionale” pesca nel torbido della sopravvissuta mentalità fascista, nella serpeggiante protesta qualunquistica di destra, nel malcontento in cerca di ascolto, però, dal momento che le balle stanno in poco posto (anche quelle di Vannacci), emergono immediatamente contraddizioni che potrebbero sgonfiare il fenomeno di cui tanto si parla.

L’armamentario vannacciano è quello squisitamente fascista, ma non credo che il generale in pensione abbia la capacità di usare la nostalgia per riassettare la destra italiana, di rappresentare l’ago della bilancia truccata; tuttalpiù lo vedo come improvvisato cercatore nel pagliaio reazionario dell’ago che punge l’establishment meloniano dopo aver punto quello leghista. Forse Futuro Nazionale dice quel che Fratelli d’Italia pensa e non può dire. Forse Vannacci sta costringendo Salvini a gareggiare con la concorrenza sleale e Forza Italia a ingoiare rospi molto difficili da digerire con un minimo di dignità. Un’operazione verità a destra di cui si può, tutto sommato, essere grati ad un generale in pensione totalmente disinibito.

Il panorama partitico italiano è caratterizzato a destra dalla spasmodica ricerca di un’identità storica che copra l’incapacità cronica a governare; a sinistra dalla impellente necessità di trovare una problematica convivenza per rimettere in discussione la partita di governo; al centro dalla illusione di insinuarsi per accattivarsi le simpatie dei cosiddetti moderati del nulla.

In questo bailamme ci sta di tutto e di più. Le partite di calcio si vincono a centro campo, quelle della politica?

Chi è il centrocampista? Coll che primma al la fa e po’ al la pìsta… Il centro della politica è praticato da parecchi pistapòci. Ad ogni giorno basta il suo…

I gol chi li segna? Chi tira in porta! Mio padre era un ammiratore quasi maniacale dei giocatori portati al tiro a rete, dagli attaccanti pretendeva il tiro da quasi tutte le posizioni (in effetti si tratta dello spunto finale e più spettacolare del gioco; un’azione di gioco senza tiro porta, amava dire, è come una romanza d’opera lirica senza acuto, lascia il tempo che trova). Ebbene i goleador non esistono o meglio esistono solo i leader, coloro che vorrebbero tirare in porta senza nemmeno vederla.

A destra vogliono vincere a tavolino (vedi legge elettorale), a sinistra hanno la presunzione di vincere per manifesta inferiorità dell’avversario (come nel baseball), al centro ritengono che la politica sia l’arte della melina.

Per tornare a Roberto Vannacci: vuol strafare, vuol giocare in tutti i ruoli, vuol fare una sua squadra partendo dalla tifoseria che farà presto a stancarsi di lui, vuol dare fastidio ad amici ed avversari, vuol essere protagonista a tutti i costi. Quando e come finirà? Per me è finito prima ancora di cominciare! La destra non fa per me, al centro ho già dato, dalla sinistra mi aspetterei quel certo non so che…

 

 

 

La bisteccheria parlamentare

La Giunta delle autorizzazioni a procedere della Camera nega ai magistrati l’accesso alle chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e Andrea Caroccia, il ristoratore condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver agevolato il clan camorristico dei Senese. E subito si infiamma la giornata di Camera e Senato, scatenando la bagarre in Aula a Palazzo Madama.

Con i cinque stelle che occupano i banchi del governo e le proteste del resto delle opposizioni. Il prossimo appuntamento della vicenda ‘Bisteccheria d’Italia’ è fissato il 30 luglio, quando la richiesta dovrà essere votata dall’Aula di Montecitorio. E già centrodestra e centrosinistra promettono scintille. Il parere della Giunta sulla richiesta della Procura di Roma per il sequestro era atteso da settimane.

Quando in mattinata arriva la notizia del voto contrario deciso dalla maggioranza, le opposizioni muovono compatte per contestare la decisione. Protagonista delle proteste è il Movimento 5 Stelle che porta lo scontro direttamente dentro l’Aula del Senato, occupando i banchi del governo e tenendo in mano dei cartelli con sopra scritto ‘fuori le chat’. Diverse le scaramucce soprattutto tra i 5 stelle e i senatori di Fdi. (ansa.it)

Pietro Senaldi, condirettore del quotidiano “Libero”, partecipando alla trasmissione “In onda” su La7, non è andato per il sottile ed ha giustificato la negazione ai magistrati, da parte della Camera, all’accesso alle chat di cui sopra, richiamando al riguardo il dettato costituzionale e ridicolizzando le proteste del M5S, che da una parte vorrebbe intestare le liste elettorali della sinistra alla difesa della Costituzione e dall’altra parte non accetterebbe il garantismo della Costituzione stessa ripiegando su un giustizialismo sbrigativo e superficiale. A dir poco curiosa appare la provocatoria tesi di questo giornalista.

Secondo l’art. 68 della Costituzione, per sottoporre un parlamentare a limitazioni della libertà personale (arresto, perquisizione personale/domiciliare, intercettazioni) è richiesta l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Ciò per tutelare i membri del Parlamento da azioni giudiziarie pretestuose e per evitare indebite ingerenze nel funzionamento di organi costituzionali.

Nel caso in questione non si vedono e non si intravedono azioni pretestuose e ingerenze della magistratura, ma soltanto la volontà di indagare sui rapporti tra mafia ed affari in cui è finito più o meno consapevolmente Andrea Delmastro. La Costituzione offre al Parlamento un opportuno strumento di difesa che però andrebbe usato con discernimento, con rispetto per la verità e per la trasparenza nei comportamenti dei componenti delle Camere.

Non nascondiamoci quindi dietro il dito della Costituzione per giustificare atteggiamenti di oltranzistica e faziosa difesa della politica. Troppo equivoca la posizione di Delmastro per essere pregiudizialmente blindata. Da decenni è in atto lo scontro tra la politica riconducibile al cosiddetto centro-destra di origine berlusconiana e la magistratura; nemmeno il recente referendum è riuscito a riportare la quiete dopo la tempesta. A tangentopoli, che segnò la fine della prima repubblica, quella cattiva fondata sugli affari che aveva scacciato quella buona fondata sulla Costituzione, è succeduto il deserto dei tartari vale a dire la sistematica guerra difensiva di una certa politica contro il nemico immaginario togato.

Il governo aveva reagito alla recente bruciante sconfitta nella battaglia referendaria facendo dimettere Daniela Santanché e Adrea Delmastro: ora il secondo rispunta dalla finestra più bello e più difeso che pria. Una indegna pantomima con la quale la Costituzione c’entra come i cavoli a merenda. La guerra continua…

Luca Telese, conduttore della trasmissione “In onda”, ha definito ironicamente come geniale la tesi di Pietro Senaldi. All’avvocato difensore è lecito accampare tutte le scusanti, l’ambasciatore non porta pena: con la non trascurabile precisazione che il condirettore di un organo di informazione indipendente non dovrebbe essere avvocato di un partito politico né tanto meno ambasciatore di un governo. Senonché i pulpiti e le prediche si sovrappongono e si intersecano: la politica si snatura mediatizzandosi sempre più e i media si sputtanano in modo sempre più scandaloso.