Meloni ha balle fresche, Macron ha palle rotte

Gli Stati Uniti si stanno “progressivamente allontanando” da alcuni alleati storici e “si svincolano dalle regole internazionali”. A 5 giorni dall’attacco al Venezuela, a 24 ore dal sequestro di due petroliere della fotta ombra russa e mentre l’amministrazione Trump continua a ripetere al mondo di voler prendere possesso della Groenlandia, il presidente francese Emmanuel Macron fa sentire con forza la propria voce in occasione del tradizionale discorso di inizio anno davanti al corpo diplomatico al palazzo dell’Eliseo. Un intervento che assume il valore di presa di posizione sul nuovo equilibrio globale e un appello agli altri paesi dell’Unione europea.

In un momento di tensioni crescenti tra Stati Uniti, Cina e altri attori globali le dinamiche internazionali stanno entrando in una fase pericolosa, segnata da una crescente logica di forza e da una crisi evidente del multilateralismo, è il sottotesto dell’intero discorso. Nelle relazioni diplomatiche contemporanee è sempre più presente una forma di “aggressione neocoloniale” e “le istituzioni del multilateralismo funzionano sempre meno efficacemente”, ha deplorato Macron, avvertendo che il mondo sembra avviarsi verso “un sistema di grandi potenze con una reale tentazione di spartirsi il pianeta”.

 “Noi rifiutiamo il nuovo colonialismo e il nuovo imperialismo, ma rifiutiamo anche la vassallizzazione e il disfattismo”, ha detto il presidente francese, rivendicando i risultati ottenuti dalla Francia e dall’Europa negli ultimi anni. “Ciò che siamo riusciti a fare va nella direzione giusta: più autonomia strategica, meno dipendenza rispetto agli Stati Uniti come rispetto alla Cina”, ha aggiunto, indicando l’autonomia europea come risposta alla competizione tra grandi potenze.

Macron ha poi denunciato apertamente quella che ha definito la “legge del più forte”. Nel suo discorso agli ambasciatori, il presidente ha evocato immagini forti: “È il più grande disordine, la legge del più forte, e ogni giorno la gente si chiede se la Groenlandia sarà invasa, se il Canada sarà minacciato di diventare il 51° Stato degli Stati Uniti o se Taiwan sarà ulteriormente circondata”. Un passaggio che sottolinea il clima di incertezza globale e la percezione di un mondo “sempre più disfunzionale”, in cui Stati Uniti e Cina, secondo Macron, mostrano “una reale tentazione di dividersi il mondo tra loro”. (“Il Fatto Quotidiano” – Redazione Esteri)

 

Era ora che qualcuno a livello europeo si facesse sentire. La Francia si è storicamente sempre distinta in senso autonomistico rispetto agli Usa: non ho mai capito se questa posizione fosse e sia frutto di mero orgoglio nazionale tattico o di una strategica visione dei rapporti internazionali. La Francia ha inoltre un ingombrante passato remoto coloniale e anche il passato recente e il presente non sono certamente esemplari sul piano del rispetto del diritto internazionale.

In questo momento serve tuttavia battere un colpo anche se chi lo fa sconta i suoi peccati a livello internazionale e una notevole debolezza all’interno del proprio Paese. Può essere Macron attore protagonista di un rilancio europeo sullo scacchiere mondiale? Ho seri dubbi, ma le sue dichiarazioni sono condivisibili e tutto sommato coraggiose.

Nel momento in cui la Gran Bretagna ribadisce la propria indefessa posizione di subalternità rispetto agli Stati Uniti, nel momento in cui al Germania pensa soprattutto a rilanciare la propria economia, nel momento in cui l’Italia dimostra tutta la sua opportunistica vicinanza a Donald Trump, le dichiarazioni di Macron rappresentano un caldo invito ad essere europei e a prendere l’iniziativa prima che sia troppo tardi.

Anche nei rapporti con l’Ucraina si sta muovendo qualcosa ad opera dei cosiddetti “volenterosi”, ma soprattutto per iniziativa della Francia che sembra avere preso in mano il pallino.

A Parigi, l’ultima riunione della coalizione dei Volenterosi è parsa oggi pure il banco di prova di una specie di “exit game” planetario. La missione? Uscire dal labirinto gelido in cui la comunità internazionale, anche dopo le ultime “gesta” della Casa Bianca, teme di smarrire la capacità di risolvere le crisi con il diritto e la diplomazia. Di stampo atlantico, nonostante tutto, l’esito centrale della riunione, raggiunto sulle garanzie politico-militari per Kiev dopo un’eventuale tregua con Mosca: «I partner della coalizione e gli Stati Uniti svolgeranno un ruolo fondamentale, in stretto coordinamento, nel fornire queste garanzie di sicurezza».

Da parte loro, i Volenterosi si daranno per mandato pure la «rigenerazione delle forze armate ucraine». Ma l’obiettivo principale sarà fornire «misure di rassicurazione in aria, in mare, sulla terraferma». Riguardo alla leadership della forza, è stato chiarito nero su bianco che «questi elementi saranno guidati dall’Europa», nonostante la coalizione conti pure Paesi d’altri continenti, come Canada, Giappone, Australia. Nel complesso, i Volenterosi si dicono decisi ad offrire «garanzie politicamente e giuridicamente vincolanti» di salvaguardia dell’Ucraina.

La marcia in più giungerà comunque dall’altra sponda dell’Atlantico, grazie a «un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, guidato dagli Stati Uniti con la partecipazione internazionale». Ciò implicherà «l’uso di capacità militari, supporto d’intelligence e logistico, iniziative diplomatiche e l’adozione di ulteriori sanzioni». In virtù di ciò, Parigi ha potuto affermare che sono stati compiuti «progressi decisivi», all’insegna di una «convergenza operativa» di un asse che da Washington giunge a Kiev, passando per l’Unione Europea pronta a ritagliarsi un ruolo di perno e anche di ponte diplomatico. Quella siglata oggi è solo una dichiarazione d’intenti. Proiettata, beninteso, verso lo scenario ancora ipotetico di una tregua sul fronte russo-ucraino. Ma ben al di là della Ville Lumière, era il segnale minimo atteso da ogni promotore del diritto internazionale, sullo sfondo delle crepe che per altri versi rischiano di allargarsi pure all’interno del campo occidentale.  (“Avvenire” – Daniele Zappalà – Parigi)

 

Nei rapporti con l’Ucraina però casca l’asino ed emergono le contraddizioni e le incongruenze anche e soprattutto da parte italiana.

Un tempo il nostro Paese si distingueva per lo stare dalla parte del vincitore, oggi si distingue per una sorta di “vi aiutiamo ad armarvi, ma poi partite voi”.

La frase “Meloni sì alla logistica no agli uomini sul campo” riassume la posizione del governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, riguardo al sostegno all’Ucraina: l’Italia continuerà a fornire supporto logistico, addestramento e risorse, ma esclude categoricamente l’invio di truppe italiane “sul campo” (boots on the ground), mantenendo una linea di non coinvolgimento diretto nel conflitto armato.

Pieno sostegno a Kiev, ma ancora e sempre senza l’invio di militari italiani sul terreno. La premier Giorgia Meloni tiene il punto all’incontro dei Volenterosi di Parigi, al termine del quale si fa strada il progetto di “forza multinazionale” a difesa dell’Ucraina, spinto soprattutto da Francia e Regno Unito. Ma nel frattempo appoggia le ragioni della Groenlandia, oggetto dei piani statunitensi.

Partiamo dall’Ucraina: il vertice in terra francese era «dedicato all’affinamento delle garanzie di sicurezza ispirate all’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica», spiega Palazzo Chigi in una nota. Il riferimento è all’ormai nota parte del trattato in cui si prevede che se uno Stato della Nato viene attaccato, gli altri lo difendono. Palazzo Chigi conferma «la necessità di mantenere alta la pressione collettiva sulla Russia». Ma agli altri leader Meloni ribadisce «l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno».E in questo senso l’esecutivo accoglie con soddisfazione «la volontarietà della partecipazione» alla missione sovranazionale. Un domani, magari nella cornice Onu, si vedrà, sempre nel «rispetto delle procedure costituzionali». La premier arriva al vertice dei Volenterosi con un ritardo di un’ora – causa deviazione a Milano per incontrare i feriti di Crans-Montana – ma la sua presenza è già un segnale. In passato, infatti, aveva preferito non presentarsi: «Si parlava di invio di truppe e noi siamo contrari» disse ad esempio l’anno scorso per giustificare l’assenza a Tirana, provocando l’ira di Emmanuel Macron («la discussione era per un cessate il fuoco»). (“Avvenire” – Gianluca Carini – Roma)

 

In un certo senso il discorso è simile a quello dell’invio di armi difensive e non offensive, discorso che viene fatto per giustificare l’appoggio militare all’Ucraina.

Io non ti do soldati, ma insegno l’arte della guerra ai tuoi soldati; io non ti do armi valide per attaccare il nemico, ma armi atte a difenderti.

Io la chiamo ipocrisia, voi non so…

Trump non dovrebbe combattere i totalitarismi con la forza delle armi, però ha fatto bene ad intervenire in Venezuela (Antonio Tajani regge la coda alla Meloni sfoggiando un trumpismo d’accatto: l’intervento degli Usa è stato legittimo).

O si ha il coraggio di essere sempre e comunque contrari ad interventi direttamente o indirettamente legati ad una logica bellica, puntando solo ed esclusivamente sulla forza dissuasiva del dialogo e della diplomazia, altrimenti non si può essere in guerra, ma solo un pochettino, e va benissimo se la fanno gli altri: questa non è diplomazia, questa è ipocrisia.

Disarmiamoci e scendiamo in piazza

«Siamo con chi resiste, con chi non si piega, con chi rischia tutto per i diritti e per la democrazia» ha sottolineato ieri la Rete italiana pace e disarmo, già protagonista di diverse iniziative dal Medio Oriente all’Ucraina. «Il futuro dell’Iran appartiene al suo popolo. Scendiamo in piazza in ogni città, mobilitiamoci per fermare il massacro e per richiedere l’immediata liberazione di tutti i prigionieri politici». Molto netta è anche la posizione delle Acli. «Non è possibile assistere ad un simile massacro a cielo aperto senza chiedersi concretamente che cosa possa fare la comunità internazionale per porvi fine» sottolinea l’associazione». Nel frattempo, la Cisl ha organizzato per il 23 gennaio una fiaccolata con presidio davanti all’ambasciata dell’Iran in Italia. «Bisogna sostenere la lotta di chi, al costo della propria vita, invoca la svolta democratica» ha spiegato la segretaria generale del sindacato, Daniela Fumarola.

L’azione non può non accompagnarsi alla riflessione, su quanto sta accadendo, e questo per il mondo cattolico in particolare vuol dire cogliere l’occasione per ridare centralità all’Europa, oggi vilipesa e derisa, come possibile casa futura dei i popoli oppressi. Lo dice bene Angelo Moretti, portavoce del Mean, il Movimento europeo di azione non violenta. «Paradossalmente, il momento può essere adesso. Tra un’America il cui presidente si erge in modo arrogante a garante di un’unica moralità, la sua, e una Cina dove la repressione dei diritti prosegue, il Vecchio continente ha l’opportunità di mostrarsi con la schiena dritta, non più esitante o balbettante». Moretti ha in mente le missioni di pace che hanno portato amministratori, politici e volontari in Ucraina in questi quattro anni di guerra. «Chi subisce una qualsiasi forma di esilio, in patria e fuori, deve trovare asilo e ospitalità nei nostri Stati, che considerano la democrazia e la libertà valori indiscutibili». «È evidente che in questo momento c’è bisogno di più Europa – gli fa eco il vicepresidente nazionale di Azione Cattolica, Paolo Seghedoni -. La piazza in questo senso è uno strumento importante, perché senza di essa tante istanze resterebbero sulla carta. Chi ci va, poi, deve aprirsi in un dialogo ostinato con chi non la pensa come lui, anche per evitare il rischio di strumentalizzazioni». (“Avvenire” – Diego Motta)

Di fronte a questi sacrosanti appelli al protagonismo delle piazze mi sento politicamente ringiovanito. Fin da adolescente, quando succedeva qualche fatto importante a livello interno o internazionale, sentivo l’impulso irrefrenabile a scendere in piazza per protestare e manifestare. Non mi chiedevo se poteva servire, lo davo per scontato. Non stavo troppo a sottilizzare su chi partecipasse alla manifestazione: c’era comunque un idem sentire democratico che superava le divisioni ideologiche e partitiche.

Esprimo quindi grande soddisfazione e totale adesione alle iniziative di cui sopra, che, fra l’altro, combinano perfettamente la democratica sensibilità e solidarietà con la configurazione di un corrispondente quadro politico internazionale. Non si tratta di sbraitare scompostamente, ma di protestare convintamente, non si tratta di rispondere alla violenza con la violenza, ma di proporre una concreta e credibile via democratica nella vita dei popoli, non si tratta soltanto di mettere a posto la coscienza, ma di “sognare” un mondo diverso.

Penso sia la migliore risposta a chi intende disegnare gli equilibri mondiali sulla pelle dei popoli, a chi ritiene che la forza e l’arroganza dei potenti possa trovare un compromesso sulle spalle di chi soffre per la mancanza di libertà e democrazia.

Madre Teresa di Calcutta diceva: “Ogni cosa che facciamo è come una goccia nell’oceano, ma se non la facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno”.

Mi permetto di parafrasarla dicendo: “Ogni sincero anelito alla democrazia è una goccia nel mare della politica, ma se non lo esprimessimo pubblicamente la politica avrebbe una goccia in meno”. E in questo mare continuerebbero a sguazzare impunemente i nemici della giustizia e della libertà.

 

 

 

 

I poveri, questi sconosciuti

Per “colpa” della povertà l’ultima edizione del prestigioso premio Miglior Sindaco del Mondo non verrà portata a conclusione e il riconoscimento non sarà assegnato, cosa mai accaduta in oltre vent’anni della manifestazione diventata ormai uno degli appuntamenti più importanti per dare visibilità alle amministrazioni locali. A colpire è la motivazione, che lascia perplessi ma è un chiaro barometro della società in cui viviamo. Nelle ultime edizioni il premio aveva un tema conduttore in base al quale valutare l’operato dei sindaci, dalla questione di genere all’integrazione dei migranti. Per l’edizione 2025, con premiazione quest’anno, protagonista era la lotta alla povertà, ma l’argomento deve essere sembrato di poco appeal perché la risposta da parte degli utenti è stata così bassa da aver raccolto una rosa di candidati troppo esigua per poter essere una base sufficiente di votazione. (“Avvenire” – Simona Verrazzo)

I casi sono due: o la povertà è talmente limitata da non essere percepita dalla gente oppure sono i sindaci a non percepirla e/o a nasconderla sotto il tappeto del falso ed egoistico benessere imperante. I poveri ci sono eccome, ma vengono ignorati o emarginati o addirittura colpevolizzati dai cittadini benpensanti e dagli amministratori comunali malgovernanti.

Parma ha appena celebrato la festa del suo patrono e, come al solito, è stata l’occasione per fare un punto della situazione e per premiare i cittadini che si sono distinti per i loro meriti. Mi sono scrupolosamente estraniato da queste stucchevoli ritualità civiche: sapevo infatti che anche a Parma non si avrebbe avuto il coraggio di mettere il dito nelle numerose piaghe sintetizzabili proprio nella povertà dei tanti cittadini che soffrono per vari motivi.

Parma si distingue non tanto per il suo diffuso benessere sempre più raccolto nella sempre meno numerosa parte dei benestanti, ma per la capacità di truccare la situazione sotto una sindacale valanga di chiacchiere e sotto una narrazione mediatica di comodo, fatta apposta per non disturbare il manovratore.

Parma, se non erro, è una città italiana con un alto numero di associazioni di volontariato in rapporto al numero degli abitanti: se è un dato qualificante dal punto di vista sociale, temo però che rappresenti il modo di scaricare i problemi dal pubblico al privato, dalla insensibilità di chi amministra alla coscienza di chi è amministrato.

La politica spesso si riempie la bocca di elogi nei confronti del volontariato, a volte invece trova addirittura  da ridire su di esso: da un pubblico amministratore incapace di affrontare le difficoltà, non sono graditi gli elogi e sono tantomeno accettabili le critiche verso coloro che si stanno comunque impegnando. Ci sarebbe solo da dire grazie e tacere.  Allo stesso insulso modo è trattato oggi chi osa sostenere l’imperativo umanitario dell’aiuto agli immigrati, Chiesa in primis: viene invitato a portarseli a casa propria e, se ce li porta, viene magari accusato di farlo per interesse economico, lucrando sulle sovvenzioni pubbliche.

Al riguardo mi sovviene una curiosa esperienza fatta durante la mia vita professionale. Andai a rappresentare le cooperative parmensi (quelle sociali in particolare) aderenti all’associazione in cui prestavo il mio servizio. Dove? In Prefettura! A Parma si intende. Era stata convocata una riunione dei rappresentanti delle forze economiche e sociali in occasione dell’emergenza creatasi in Italia, ed anche a Parma, per la fuga in massa degli Albanesi dal loro Stato in piena bagarre post-comunista. Eravamo alla fine degli anni ottanta, se non erro. Era un afoso pomeriggio estivo: arrivai senza giacca e cravatta e con un po’ di ritardo (fatto strano ed eccezionale per la mia quasi maniacale puntualità) alla riunione che si teneva in un’ampia sala della prefettura, ricca di stucchi ed affreschi. L’incontro si svolgeva attorno ad un grande e lungo tavolo. Non era in funzione l’impianto microfonico e quindi non si capiva nulla. Il collega a cui ero seduto vicino, ad un certo punto mi chiese perché tutti parlassero a così bassa voce. Me la cavai con una stupida battuta: «Probabilmente, bisbigliai, non si può parlare ad alta voce per il pericolo che gli stucchi possano deteriorarsi in conseguenza delle onde sonore?!». Chi riuscì a sentirmi mi guardò scandalizzato: ero arrivato in ritardo, senza giacca e cravatta ed ora osavo fare lo spiritoso in Prefettura? Il dibattito si trascinò stancamente e francamente non ricordo granché dei contenuti: se gli Albanesi arrivati a Parma si fossero aspettati qualcosa di concreto da quell’incontro… Ad un certo punto il Prefetto (non ricordo il nome) fece un attacco nei confronti delle associazioni di volontariato e del privato-sociale in genere, sostenendo che, a suo giudizio, l’impegno non era all’altezza della situazione emergenziale. Non seppi tacere, non sopportai un simile “becco di ferro”. Non ricordo le testuali parole, ma dissi sostanzialmente: «Da uno Stato incapace di affrontare le difficoltà, non sono accettabili critiche a coloro che si stanno comunque impegnando. C’era solo da dire grazie e tacere…». Non ebbi molte solidarietà. Mettersi contro il Prefetto non è tatticamente il massimo dell’opportunismo, ma …

Anche le istituzioni ecclesiali, dal Vaticano alle parrocchie, in materia di aiuto ai bisognosi non sono dei fulmini di solidarietà, spesso si nascondono dietro la Caritas quale ente delegato al “lavoro sporco” di occuparsi dei poveri cristi. Mi torna alla mente come don Raffaele Dagnino, uno storico prete della nostra città, a chi gli offriva danaro per i poveri qualificandoli con l’aggettivo possessivo “suoi” (di don Dagnino appunto), rispondesse stizzito e con genuino spirito evangelico: «Bada che i poveri sono anche “tuoi” e quindi consegna loro il tuo aiuto direttamente, guardandoli negli occhi!». Sono cambiate le situazioni, ma non è cambiato l’atteggiamento di chi vuole sgravarsi la coscienza a basso costo.

Esiste purtroppo anche il rischio di fare del volontariato un mestiere, di imprigionare anche la carità nei lacci della spersonalizzante routine. Non accuse, ma preoccupazioni. Quando vedo a livello Caritas affiorare comportamenti freddi e distaccati, schemi organizzativi piuttosto burocratici, procedure poco accoglienti e molto anonime, mi ricordo di un episodio riconducibile al caro indimenticabile amico Don Luciano Scaccaglia. Poco prima che iniziasse una messa domenicale entrò in chiesa un immigrato accolto nella comunità di S. Cristina, con passo malfermo e zoppicante in quanto portatore di handicap in aggiunta alla sua già difficile situazione esistenziale: era reduce dall’aver bevuto un caffè al bar. Un operatore Caritas, occasionalmente presente alla scena, rimproverò con una certa violenza il poveraccio reo di avere trascurato i viveri della casa di accoglienza per spendere danaro al bar. Don Scaccaglia non intervenne. Mi si accostò e disse: «Sarà della Caritas, ma questa non è Caritas…questo poveretto va al bar perché tenta disperatamente di sentirsi uguale agli altri…noi andiamo al bar e perché lui non ci deve andare…oltretutto è un modo per socializzare ed integrarsi con noi…». Il cuore prima dell’ostacolo!

Chissà perché mi viene spontaneo fare il parallelo con quanto affermava, col suo linguaggio incisivo e colorito, l’indimenticabile Mario Tommasini in materia di sessualità e di rapporti sentimentali nei portatori di handicap. A chi dimostrava incertezze e titubanze al riguardo si rivolgeva, provocatoriamente e sgarbatamente, così: «A vot fär sesso ti e basta… a ghèt dirìtt d’inamorärot ti e basta…parchè lor no?…m’al vót spiegär?!…».

A proposito di personaggi altamente positivi nei rapporti con la povertà aggiungo le frasi di due autentici profeti politici.

Don Lorenzo Milani: «Fai strada ai poveri, senza farti strada».

Giorgio La Pira. Ecco come si espresse nel 1955 alla segreteria nazionale della DC: «Fino a quando mi lasciate a questo posto, mi opporrò con energia massima a tutti i soprusi dei ricchi e dei potenti. Non lascerò senza difesa la parte debole della città: chiusura di fabbriche, licenziamenti e sfratti troveranno in me una diga non facilmente abbattibile… Il pane (e quindi il lavoro) è sacro. La casa è sacra. Non si tocca impunemente né l’uno né l’altra! Questo non è marxismo: è Vangelo! Quando gli Italiani poveri saranno persuasi di essere finalmente difesi in questi due punti, la libertà sarà sempre assicurata al nostro Paese».

I grandi sono fatti così, ma purtroppo di fatti così la mamma non ne fa più, si è rotta la macchinetta e la sensibilità non funziona più.

 

 

 

Non so se conviene… Ma vai da Trump!

Faccio molta fatica a districarmi nei due emergenti gineprai internazionali, quello Venezuelano e quello Iraniano, su cui peraltro incombe la longa e infida manus di Donald Trump.

Ho cercato di farmi illuminare da due personaggi molto autorevoli (almeno sulla carta), vale a dire María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel per la Pace, e Mohammad-Reza Djalili, per anni docente di Scienze politiche e diplomatiche all’Institut de hautes études internationales di Ginevra, nonché autore di vari libri sul suo Paese d’origine, tra cui Géopolitique de l’Iran.

Mentre la prima spinge, il secondo frena.

Esattamente dieci giorni fa, dopo una serie di raid Usa su Caracas in cui è morta un’ottantina di persone, l’ormai ex leader Nicolás Maduro è stato catturato e portato di forza a New York per rispondere, insieme alla moglie Cilia Flores, di una serie di imputazioni per narcoterrorismo. L’azione sembrava finalizzata a defenestrare il chavismo, bersaglio principale, negli ultimi mesi, del presidente Donald Trump. La candidata più ovvia per guidare il “nuovo corso” appariva Machado, alleata dell’Amministrazione e amica personale del segretario di Stato, Marco Rubio. Dopo ore di incertezza, però, le parole del capo della Casa Bianca hanno ribaltato il quadro. «Alla donna gentile» ma priva «del rispetto del popolo» – così, con il suo solito stile, The Donald ha definito l’attivista, senza nemmeno nominarla –, gli Stati Uniti hanno preferito l’ex vice di Maduro, Delcy Rodríguez, designata presidente ad interim. È quest’ultima, da una settimana, a gestire la nuova fase di «collaborazione» con Washington, incentrata sul controllo da parte del vicino del Nord del petrolio nazionale. Machado è stata, almeno per ora, relegata in panchina. Ruolo che la “Lady di ferro del dissenso”, come la chiamano, non è disposta ad accettare. Per questo ha fatto buon viso a cattivo gioco e ha, ripetutamente, ribadito la propria fiducia in Trump, a cui si è anche offerta di a cedere il Nobel. Simbolicamente, poiché il Comitato di Oslo ha precisato che il Premio non è trasferibile. Potrebbe consegnarglielo già domani quando si recherà alla Casa Bianca per vedere il presidente Usa. Lo ha annunciato lo stesso Trump su Truth e, nelle stesse ore, l’Amministrazione ha anche aperto a una riunione con la rivale Rodríguez. In questo scenario cangiante, i venezuelani attendono, ancora storditi, di comprendere cosa accadrà nel prossimo futuro. Il rischio escalation è alto. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Machado è troppo schierata per essere operatrice di vera pace, troppo amica degli americani per essere credibile agli occhi dei venezuelani, troppo impegnata politicamente per svolgere un ruolo di intermediaria nella inquietante crisi venezuelana. Stupisce che papa Leone XIV faccia il tifo per lei: Prevost parla molto bene, ma quando dalle parole passa ai gesti politici non ne azzecca una (urge la nomina di un segretario di Stato vaticano con i cosiddetti). Per chi, come il sottoscritto, nutriva maliziosi dubbi filo-americani sulla nomina di papa Leone, viene spontaneo dedurre dall’asse Prevost-Machado un timido (?) tentativo di interloquire con Donald Trump. Non voglio demonizzare il presidente statunitense, ma faccio molta fatica a pensare che il Padre Eterno riesca a scrivere dritto sulle righe storte trumpiane. Ho la netta impressione che, se i venezuelani si aspettano di uscire dal tunnel sotto la guida di questo problematico connubio vatican-machadiano, rischiano di cadere dalla padella maduriana alla brace trumpiana.

Passo al ginepraio iraniano.

Mohammad-Reza Djalili afferma: «Un intervento straniero militare sarebbe controproducente, soprattutto se dovesse prolungarsi nel tempo. Il rischio di un intervento americano, o israelo-americano, sarebbe poco apprezzato in Iran. A meno che non avvenga in maniera ultrarapida e minimalista con l’obiettivo di fiaccare le difese del regime, magari colpendo centri nevralgici oppure attraverso l’eliminazione di alcune personalità al vertice. Mai però avventurarsi in conflitti di più lunga durata che rischiano di provocare un elevato numero di vittime. So che Trump terrà nelle prossime ore un briefing per esporre le diverse opzioni, ma vorrei ricordare che l’Iran non è il Venezuela e Teheran non si trova sul mare». (dall’intervista rilasciata ad “Avvenire” – Camille Eid)

Apprezzo la prudenza di questo illustre personaggio. Diffido di Donald Trump ancor più se lo vedo in combutta con Netanyahu. Non vorrei essere nei panni degli iraniani: da una parte l’oppressione del fanatismo islamico, dall’altra parte la prospettiva di un colonialismo magari di lusso, ma sempre colonialismo rimane.

In entrambi i gineprai di cui sopra il problema di fondo è la mancanza di un gruppo dirigente alternativo rispetto agli attuali regimi: la transizione democratica non è possibile portarla avanti dall’esterno anche dimenticando gli sporchi interessi economici che la condizionano e la rovinano in partenza.

Se nutro seri dubbi sulla capacità politico-democratica di María Corina Machado, figuriamoci se posso aver fiducia di un ambiguo principe Reza Pahlavi in versione Lazzaro. E allora? Affidarsi all’estemporanea verve di Trump è una tentazione tremenda. Lasciare le cose come stanno è sbagliato. Intromettersi o restarne fuori? La Machado ha pensato bene di appoggiarsi al Vaticano, sempre meglio uno sprovveduto Roberto Prevost di un tartufesco Marco Rubio. Mohammad-Reza Djalili ritiene opportuno fare un po’ di melina socio-culturale in attesa che si chiarisca il fronte anti-pasdaran. Trump sta buttando dei sassi negli stagni per poter pescare nel torbido. Prima che l’acqua diventi se non potabile almeno balneabile ci vorrà del tempo…forse ci vorranno dei morti, come sta già succedendo (12.000 morti nelle proteste in Iran). Non si può mettere a soqquadro il mondo senza un filo logico se non quello di avere meri e forse anche precari tornaconti economici. Sarebbe d’obbligo fermare questo delinquente professionista nonché politico dilettante allo sbaraglio.

D’altra parte, udite-udite cosa sta succedendo a Gaza: “Il cessate il fuoco è iniziato a inizio ottobre 2025, ma da allora oltre 100 bambini sono stati uccisi a Gaza, circa uno al giorno, e centinaia sono rimasti feriti. Numeri che “parlano” solo degli incidenti per i quali sono disponibili dettagli sufficienti per essere registrati, quindi si stima che il numero effettivo di bambini palestinesi uccisi sia più alto. La denuncia arriva dall’Unicef attraverso il suo portavoce James Elder”.

Ed è soltanto una tregua, chissà cosa succederà in caso di pace. Trump: il perseguimento della pace non è il suo forte. Dimenticavo…è sempre e comunque tutto colpa di Hamas. Venezuela, Iran e Groenlandia sono avvisati. Il mondo è in pericolo: ci toccherà rimpiangere Maduro e Khameney. E per la Groenlandia cosa farà la Ue? Ci penserà Tajani, lui sì che se ne intende…

 

 

 

 

 

 

Parma piena di sepolcri imbiancati

Chiedo scusa, ma intendo celebrare di seguito la festa di sant’Ilario, patrono della città di Parma, a modo mio. Mi sento parmigiano fin nel midollo delle ossa, sono nato e vissuto in Oltretorrente, amo Parma, ma progressivamente questo sentimento si è trasformato in amore-odio. Non mi sento più a mio agio in questa città così ricca di lussuosa prassi consumistica e così povera di sensibilità socio-politica in aperta contraddizione col suo passato glorioso. Il mio impegno a livello professionale e politico è finito per raggiunti limiti di età, mi resta la critica a livello civile. Guai a chi me la tocca!

Anche a Parma va in onda la fuorviante cantilena della cosiddetta sicurezza. I parmigiani “chiedono più sicurezza”, chi amministra la città enfatizza il “grande lavoro delle forze dell’ordine” soprattutto quello della polizia locale con “gli agenti più vicini alla gente nelle piazze e nei mercati rionali”. I virgolettati sono i titoli della narrazione gazzettiera del quotidiano locale.

Non mi unisco al coro, anzi mi distinguo nettamente da esso per cantare un altro ritornello. Parma viaggia su due binari: quello “fanfarone” di una pseudo-cultura dell’inconcludenza sparsa a piene mani tra convegni, progetti ed eventi; quello “svagato” del sistematico abbandono delle periferie territoriali e sociali.

La sicurezza viene dall’assetto civico e sociale e non, pur con tutto il rispetto possibile, dalle forze dell’ordine. Se aumentano povertà, emarginazione e discriminazione vuol dire che siamo fuori strada, che vogliamo arginare gli straripamenti della Parma con la carta assorbente di poliziotti e vigili. Se non si interviene a monte, a valle si potrà soltanto fare l’inventario dei danni. Questo è il circuito chiuso dell’ipocrisia che a Parma fa rima anche con massoneria…

Il sindaco Guerra e il vescovo Solmi si tengono ben lontani dal segnalare il problema: la denuncia della realtà malata è la indispensabile premessa per ogni cura efficace. Non voglio esagerare, ma il sindaco mette in campo la polizia locale accarezzando i cittadini con fantomatici presidi e il vescovo schiera la Caritas diocesana inaugurando la lavanderia dei poveri. Due approcci alla parmigiana, analoghi e volti a fare un po’ di fumo senza preoccuparsi dell’arrosto.

A proposito di fumo, “Parma è la città italiana che registra il maggiore aumento di residenti in 10 anni: dal 2024 al 2024 il tasso di crescita è stato del 4,9%, corrispondente ad oltre 8mila abitanti (nel 2024 eravamo circa 199mila). Lo stabilisce il rapporto Censis. Soddisfatto il sindaco Guerra: «Parma ha mantenuto la sua attrattività. È una città in cui si riesce a vivere a misura di persona». (Gazzetta di Parma)

I cittadini si sfogano nell’allarmismo criminalità e gli amministratori rispondono che la città non è fuori controllo. Sbagliano entrambi perché non hanno il coraggio di cogliere la verità e di affrontarla partendo dai problemi sociali: casa, lavoro, immigrazione, educazione, etc. etc.

L’80% dei parmigiani chiede più sicurezza e il 56% chiede più eventi. Di eventi ce ne sono anche troppi per una città che ama parlarsi addosso e guardarsi allo specchio; per la sicurezza bisogna ritornare daccapo e andare alla radice del malessere sociale.

In cauda venenum. Parma, Parma…città un tempo gloriosa e ricca di fermenti (i Farnese, Maria Luigia, il Correggio, il Parmigianino, il Teatro e la musica, i Borbone, Bodoni, Padre Lino, le barricate del 1922, Arturo Toscanini, occupazione della Cattedrale, Mario Tommasini, etc. etc.), sale alle cronache e alla ribalta nazionale per i clamorosi equivoci della statistica e per lo sbraitare di quattro stronzetti del sottobosco meloniano, che peraltro non vanno sottovalutati perché sono lo specchio di una città decaduta.

 

 

 

 

La furbetta della politichina

Nessuna critica o accusa di «appiattimento» smuoverà Giorgia Meloni da una certezza granitica: non c’è alcun modo di rapportarsi a Donald Trump efficace quanto quello che ha scelto lei. Con il tycoon, ma senza lasciarsi sfilare dall’Europa. Mostrando di comprendere le ragioni di fondo del presidente Usa al netto dei «modi assertivi», ma provando a contemperarle con un’azione paziente, non emotiva. Un “trumpismo cauto” che regge l’urto degli eventi. Che presenta sì un prezzo da pagare – la conferenza stampa si è aperta con il riconoscimento di fatto del governo venezuelano di Delcy Rodriguez, secondo la linea di Washington -, ma che consente anche di conservare dei margini negoziali con l’amministrazione Usa. Sull’Ucraina. E anche, secondo Meloni, sulla Groenlandia. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Fin qui l’incipit di un benevolo e descrittivo commento di un bravo giornalista alla recente tradizionale conferenza stampa di Giorgia Meloni.

Dopo aver reso omaggio a tutti coloro che nella cosiddetta Prima Repubblica, da De Gasperi in avanti, riuscirono a coniugare fedeltà alle alleanze internazionali con autonoma capacità di critica e di proposta, dopo avere rilevato come il morbido messaggio augurale alla nazione di Sergio Mattarella, seppure ispirato ad alte ed equilibrate finalità più istituzionali che politiche, abbia fornito un involontario assist alla “pescivendola in barile”, preferisco andare al sodo delle mie sconsolate e spietate considerazioni.

«Giorgia Meloni», era scritto in alto. E poi: «Un comportamento 1 supponente, 2 prepotente, 3 arrogante, 4 offensivo, 5 ridicolo. Nessuna disponibilità ai cambiamenti. È una con cui non si può andare d’accordo».

Così recitava l’appunto di Silvio Berlusconi in ordine all’atteggiamento politico (e non solo) di Giorgia Meloni. Me ne sono ricordato ascoltando e rileggendo (per dovere di obiettività) i contenuti della conferenza stampa di fine anno della premier.

Più che di un “botta e risposta” si è trattato di un “carezza e risposta”, tanto erano leggere e accondiscendenti le domande formulate dai giornalisti, i quali, complice l’impossibilità di replica, hanno fatto da mera cornice all’evento mediatico.

Questo timido e pavido atteggiamento della stampa la dice lunga sulla carenza di vero dibattito politico, che finisce col favorire da una parte chi gestisce il potere e dall’altra per scoraggiare a priori chi vorrebbe criticare e si vede costretto ad una sorta di letale rassegnazione culminante nel non voto oppure a proteste culminanti nella violenza.

Ai sacrosanti aggettivi berlusconiani mi sentirei di aggiungere “ipocrita” se tale è chi parla o agisce, fingendo virtù, buone qualità, buoni sentimenti che non ha, ostentando falsa devozione o amicizia, o dissimulando le proprie qualità negative, i proprî sentimenti di avversione e di malanimo, sia abitualmente per carattere, sia in particolari circostanze, e sempre al fine di apparire diverso dalla realtà.

Non c’è stato argomento di rilievo su cui Giorgia Meloni abbia detto la verità soprattutto per quanto riguarda i rapporti con Donald Trump, con la Ue, col Presidente della Repubblica, con la Magistratura e con i partner di governo. Sembrava la vignetta del politico che si barcamena dicendo tutto e il suo contrario.

Non vale nemmeno la pena di entrare nel merito delle questioni, perché si cadrebbe nel giochino pirandelliano del così è se vi pare. La politica con Giorgia Meloni (peraltro purtroppo non solo con lei) è caduta molto in basso: non esiste più in quanto sostituita da una narrazione costruita nel laboratorio mediatico. Qui sta il pericolo. Quando la politica va in vacanza scattano i peggiori tradimenti democratici. E pensare che il momento politico non consentirebbe queste assurde divagazioni e richiederebbe tanta serietà e convinzione; c’è in giro un senso di smarrimento estremamente pericoloso a cui fare fronte con decisione e non da sottovalutare elargendo balle che stanno in pochissimo posto.

Se questa è furbizia…io preferisco definirla ipocrisia; se questa è abilità politica…io preferisco chiamarla colossale gag anti-democratica. Questione di punti di vista.

L’ira…n contro Khamenei e contro Trump

Il clero sciita sente la pressione come non era accaduto neanche in passato, quando Teheran poteva contare su una serie di alleati regionali. Ora l’Iran che fu di Khomeini è pressoché isolato, con la Siria passata di mano, gli Hezbollah libanesi non più in forze, gli Houthi nello Yemen ancora in sella ma indeboliti e troppo lontani da Teheran, e Hamas alle prese con una difficile e non scontata sopravvivenza. Resta solo Mosca che a stento potrà assicurare una fuga a Khamenei e ai suoi fedelissimi se i pasdaran perdessero definitivamente il controllo del Paese. Una prospettiva che i manifestanti hanno calcolato facendo leva anche sui malumori interni all’apparato di sicurezza.

A ieri si contavano oltre 270 località in tumulto, più di quanto non fosse accaduto in passato. E se anche le folle di manifestanti non vengano considerate “oceaniche” dalle autorità, la diffusione della rivolta ha impensierito la leadership a tal punto da spegnere l’accesso a internet, impedendo le comunicazioni con l’esterno.

Le proteste sono iniziate alla fine del mese scorso con i negozianti e i commercianti del bazar di Teheran che manifestavano contro l’inflazione al 42%, ma si sono presto estese alle università e alle città di provincia, con scontri tra giovani e forze di sicurezza.

La guida suprema Ali Khamenei ha preannunciato una repressione brutale. I manifestanti stanno «distruggendo le loro strade per compiacere il presidente di un altro Paese» ha avvertito, «perché ha detto che sarebbe venuto in loro aiuto». Il riferimento è a Donald Trump, che ha minacciato un intervento americano in Iran qualora le autorità uccidessero i contestatori. Nel suo discorso pieno di fervore Khamenei si è rivolto al presidente Usa. «Trump dovrebbe sapere che i tiranni come il Faraone, Nimrod, Reza Shah e Mohammad Reza (l’ultimo scià di Persia, ndr) sono stati abbattuti al culmine della loro arroganza. Anche lui sarà abbattuto», ha detto accusando il tycoon di avere «le mani sporche del sangue degli iraniani», alludendo alla guerra dei 12 giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025.

Negli ultimi giorni sono circolate notizie non confermate riguardo cargo militari russi atterrati a Teheran. In un’intervista rilasciata giovedì a Fox News, Donald Trump ha sostenuto che Khamenei stia preparando la fuga, sulle orme del dittatore siriano Assad scappato in Russia. «Sta cercando un posto dove andare. La situazione sta peggiorando», ha aggiunto il tycoon.

Nel Paese gli scontri si vanno moltiplicando e la Bbc – che ha un canale in lingua farsi – parla di contestazioni senza precedenti negli ultimi tre anni. Il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha promesso che le conseguenze saranno «massime e senza alcuna clemenza». Parole che in un Paese nel quale si fa largo usa della pena capitale, suonano come una condanna a morte.

Un video condiviso sui social prima che venisse chiuso l’accesso a Internet – sebbene nei mesi scorsi siano entrati in Iran numerosi kit satellitari per superare la censura e collegarsi attraverso il network “Starlink” di Elon Musk – mostra diversi edifici pubblici in fiamme lungo un tratto di strada di Isfahan, nell’Iran centrale. Le responsabilità sono state attribuite all’organizzazione dei “Mujahedin del Popolo”, una fazione dell’opposizione con sede all’estero e conosciuta anche come “Mko”. I video verificati da “Reuters” e girati a Teheran mostrano centinaia di persone in marcia. Si sente gridare «Morte a Khamenei!». Alcuni gruppi inneggiano al ritorno dello scià. Reza Pahlavi, figlio esiliato del defunto scià, ha chiesto di «scendere in piazza». Tuttavia, l’entità del sostegno per la monarchia e per l’Mko non è maggioritario come farebbero sembrare diversi resoconti in Europa.

Trump sembrava intenzionato a incontrare Pahlavi nei prossimi giorni, ma ieri ha dichiarato di «non essere certo che sostenerlo sia appropriato». (“Avvenire” – Nello Scavo)

Vedo con apprensivo favore le proteste di una parte considerevole del popolo iraniano contro il regime degli ayatollah. Riservo però altrettanta dubbiosa considerazione per la dottrina pseudo-democratica trumpiana della sovranità limitata. Mi ricorda molto quella dell’interferenza sovietica nei paesi comunisti principalmente nota come Dottrina Brežnev (o “sovranità limitata”), introdotta da Leonid Brežnev nel 1968, che affermava il diritto dell’URSS di intervenire militarmente negli affari interni degli stati del blocco orientale se il socialismo fosse stato minacciato, giustificando invasioni come quella in Cecoslovacchia (1968) per mantenere l’uniformità ideologica e politica del blocco comunista.

Qualcuno sostiene che la democrazia non si esporta con le invasioni belliche: giustissimo, addirittura aggiungerei che Trump non vuole esportare la democrazia e, anche ammesso e non concesso che lo volesse, di quale democrazia si tratterebbe. Trump vuole fare i propri affari (che peraltro non coincidono con quelli del suo Paese e men che meno dell’Occidente) allargando la sfera di influenza politica ed economica degli Usa. Nel caso dell’Iran c’è sotto anche la manona israeliana…

Mi auguro che le parole di Khamenei possano avere una portata profetica.  «Trump dovrebbe sapere che i tiranni come il Faraone, Nimrod, Reza Shah e Mohammad Reza (l’ultimo scià di Persia, ndr) sono stati abbattuti al culmine della loro arroganza. Anche lui sarà abbattuto», ha detto accusando il tycoon di avere «le mani sporche del sangue degli iraniani», alludendo alla guerra dei 12 giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025.

Quale credibilità può avere Trump nei confronti dei rivoltosi iraniani? Non sarebbe la prima volta che l’Iran cade dalla padella alla brace. Sarò franco: non credo ad un processo di allargamento democratico nel mondo pilotato da un delinquente patentato, da un tycoon che intende costruire un sempre più vasto impero economico.

Mia madre in uno dei suoi simpatici strafalcioni definiva gli ayatollah con un termine dialettale “j’a catol là” (li trovi là…): era un’involontaria squalifica per questi tirannici governanti in nome di una religione interpretata a loro uso e consumo. Non ho idea come definirebbe Trump. Forse le verrebbe in aiuto mio padre con una forbita combinazione inglese-italiano: “tramp il vagabondo”.

Detto questo, gli iraniani hanno tutto il diritto-dovere di combattere la loro battaglia democratica, ma non so cosa si possa fare per aiutarli seriamente e sinceramente nelle loro sacrosante rivendicazioni. Anche su questo piano sarebbe fondamentale il ruolo dell’Europa che riuscisse a distogliere l’Iran dalla morsa Usa-Russia, così come in tutto il discorso mediorientale. Invece come europei siamo schiacciati sotto il peso degli Usa e di Israele.

Inoltre non so se ci sia chiarezza politica e religiosa nella rivolta che sembra prendere corpo. Qualcuno potrebbe dirmi che varrebbe comunque la pena di abbattere il regime degli ayatollah: peggio di così infatti non si potrebbe andare… Rispondo che la democrazia è una cosa seria che non si sposa al ragionamento del tanto peggio tanto meglio. Qui il discorso si fa infatti ancora più delicato e riguarda il rispetto per la storia e la cultura di un popolo e il fatto che la democrazia non può essere calata dall’alto, che non è una velleitaria conquista una tantum, ma che deve incarnarsi nel tessuto culturale, sociale e civile del popolo in un processo continuo e progressivo.

 

 

 

 

Tanti pesi, diverse misure

La speranza è un fiore delicato, con petali fragili in grado di aprirsi a volte solo nel silenzio. E il fiore della liberazione dalle carceri venezuelane è appena sbocciato per l’imprenditore Luigi Gasperin, mentre si attendono conferme ufficiali per altri due detenuti, Mario Burlò e Biagio Pilieri. Solo le prossime ore diranno se ciò accadrà pure per il cooperante Alberto Trentini e per altri nomi inclusi nella lista di 28 connazionali trattenuti per ragioni “politiche” dal regime di Caracas. Lo lasciano intendere fonti qualificate delle istituzioni italiane interpellate da Avvenire.

In Italia, la grancassa mediatica parte alle sei di sera, quando il New York Times e poi le agenzie iniziano a diffondere l’annuncio delle autorità venezuelane di voler liberare nelle ore seguenti «un numero importante» di prigionieri politici, fra cui diversi cittadini stranieri. A dichiararlo è il presidente del Parlamento venezuelano, Jorge Rodriguez, precisando tuttavia che i dettagli sull’identità e il numero delle persone liberate verranno comunicati in un secondo momento. Il presidente dell’Assemblea nazionale fa sapere che la decisione di scarcerare i prigionieri politici è «un gesto unilaterale per rafforzare la nostra incrollabile volontà di consolidare la pace nella Repubblica e la convivenza pacifica tra tutti». Una mano tesa alle richieste di Maria Corina Machado e delle forze di opposizione?

Nelle prigioni venezuelane si trova un numero molto alto di detenuti con presunte accuse di natura “politica”. Lo scorso anno sarebbero state oltre 1.600, poi diverse “scarcerazioni” collettive ne hanno sfoltito il numero. Fino a ieri alcune fonti, fra le Ong in difesa di diritti umani, ne contavano 902, fra cui 85 cittadini stranieri. Altre Ong, come Foro Penal, invece al 5 gennaio ne stimavano 806, senza precisare le nazionalità. Gli italiani detenuti nelle prigioni venezuelane – in base a quanto verificato e pubblicato mercoledì in esclusiva da Avvenire – sono in tutto 46. Di questi,18 sono accusati di crimini comuni mentre i restanti 28 sono stati arrestati dalle forze di sicurezza venezuelane sulla base di presunti reati “politici” o di accuse non precisate. (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Lo sciopero della fame in carcere di Heba Muraisi è ormai più lungo di quello di Bobby Sands, che nel 1981 morì dopo 66 giorni consecutivi di digiuno in una cella di Long Kesh, alle porte di Belfast. Ieri la 31enne Muraisi, rinchiusa nella prigione di New Hall insieme ad altri attivisti di Palestine Action, ha superato quel tragico limite e le sue condizioni sono ormai disperate. Rispetto al dramma irlandese di 45 anni fa il contesto e le motivazioni sono diverse, ma la forma di lotta nonviolenta resta la stessa: un digiuno portato fino alle estreme conseguenze per denunciare ciò che i detenuti considerano un’ingiustizia. Il rifiuto totale del cibo è iniziato il 2 novembre scorso e ha coinvolto otto attivisti, tutti detenuti in custodia cautelare in attesa di giudizio per presunti atti di sabotaggio contro siti dell’industria militare israeliana, in particolare la compagnia Elbit Systems. Dopo queste incursioni il gruppo, che pratica disobbedienza civile e azioni dirette di disturbo, è stato etichettato come organizzazione terroristica. La protesta carceraria punta a denunciare la durata della detenzione preventiva, le restrizioni nei contatti con l’esterno, le limitazioni alla corrispondenza e, appunto, la classificazione dell’organizzazione come «terroristica» da parte del governo britannico.

La vicenda ha suscitato manifestazioni di solidarietà in diverse città britanniche ed europee, con appelli alla protezione della vita dei detenuti e a interventi urgenti da parte del governo. Si tratta del più grande sciopero della fame coordinato in carcere nell’ultimo mezzo secolo nel Regno Unito, dai tempi delle proteste carcerarie n Irlanda del Nord della primavera-estate del 1981, quando Bobby Sands e altri nove prigionieri repubblicani morirono in rapida successione dopo settimane di digiuno. Oggi, come allora, il carcere diventa il luogo simbolico in cui la protesta politica si misura con il limite estremo della sopravvivenza fisica. (“Avvenire” – Riccardo Michelucci)

Scoppia la rabbia e dilaga la protesta di piazza in America dopo che un agente dell’Ice ha ucciso una donna sparandole mentre tentava di sfuggire in auto ai poliziotti in una manifestazione pro-immigrati a Minneapolis, a soli quattro isolati da dove cinque anni fa venne ucciso George Floyd.

All’indomani delle manifestazioni nella città del Minnesota e a New York, altri cortei sono previsti in varie città americane.

A Minneapolis ci sono già stati i primi tafferugli, con lanci di lacrimogeni e gas urticanti contro la folla vicino al Bishop Henry Whipple, l’edificio governativo federale a Fort Snelling. Le scuole sono state chiuse per motivi di sicurezza, mentre l’Fbi ha già scippato l’inchiesta alle autorità statali.

Il Paese intanto torna a dividersi, con Donald Trump e il suo governo a difendere l’agente scaricando ogni colpa sulla vittima, mentre i dem e le autorità locali ribaltano le accuse puntando il dito anche contro l’incendiaria repressione contro i migranti. 

Si tratta del secondo incidente mortale da quando il tycoon ha lanciato le retate nelle principali città americane, tutte a guida dem, inviando la Guardia Nazionale e gli uomini dell’Ice, l’agenzia di oltre 20 mila persone preposta all’immigrazione. A settembre un agente aveva ucciso un immigrato irregolare a Chicago accusato di aver tentato di resistere al fermo guidando la propria auto contro il poliziotto. Ma le cronache sono piene di episodi controversi, abusi, maltrattamenti dell’Ice nella sua spietata caccia all’immigrato. 

 Renee Good, 37 anni, poetessa e madre di tre figli, è l’ultima vittima di un clima sempre più incandescente. Come mostrano diversi video shock, è stata colpita a bruciapelo mentre cercava di allontanarsi dagli agenti che si affollavano attorno al suo Suv, che secondo loro stava bloccando il passaggio in mezzo alla strada.

I filmati mostrano un agente Ice mascherato tentare di aprire la portiera dell’auto della donna prima che un altro agente, anche lui mascherato, sparasse tre volte contro la vettura. Il veicolo è poi uscito di controllo e si è schiantato contro auto ferme. Il corpo insanguinato della donna è stato visto accasciato nel Suv incidentato.

Un uomo che si è identificato come medico ha tentato di raggiungere la vittima, ma gli agenti gli hanno negato l’accesso mentre la folla gridava contro di loro. Il poliziotto che ha sparato è stato trasportato in ospedale con ferite lievi ed è stato successivamente dimesso.

Trump ha dettato subito la linea, sostenendo che l’agente ha agito “per autodifesa” contro una donna che “lo ha investito”. “Si è comportata in modo orribile”, ha detto al Nyt, accusando la “sinistra radicale” di “minacciare, aggredire e prendere di mira quotidianamente i nostri agenti delle forze dell’ordine e dell’Ice”. (Ansa.it)

 

Tre notizie, tre fatti apparentemente lontani, ma molto vicini nella loro inquietante contraddittorietà: l’opportunistica reazione democratica venezuelana ad un atto illegale internazionale; il carcere usato in democrazia per silenziare le proteste scomode; l’ordine poliziesco sbandierato per coprire il disordine politico.

Il blitz trumpiano in Venezuela ha paradossalmente innescato un rigurgito di umanità e libertà. Mentre si aprono le porte delle prigioni di un Paese autoritario come il Venezuela, restano chiuse quelle di un Paese democratico come la Gran Bretagna, che non dimostra alcuna comprensione e pietà per detenuti incarcerati per presunti atti illegali di protesta contro Israele e la sua politica anti-palestinese, sbrigativamente etichettati come terroristi.

E che dire del comportamento a dir poco disinvolto della polizia degli Usa, il Paese democratico per eccellenza, che indubbiamente risente del clima politico di insofferenza verso gli immigrati, rinfocolato dalle misure restrittive, repressive per non dire persecutorie e razziste introdotte da Donald Trump. Chi vuole esportare la democrazia non sa e non vuole impostarla e viverla nel proprio Paese.

Maduro viene processato dall’autorità giudiziaria statunitense mentre Netanyahu sfugge all’autorità della Corte Penale Internazionale. Il primo è accusato di associazione a delinquere per l’importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi e associazione a delinquere per il possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi; nei confronti del secondo è stato emesso un mandato d’arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Tutto sommato bisogna concludere come la democrazia sia considerata un’opinione e la giustizia uno strumento nelle mani di chi detiene il potere politico. Alla democrazia si sostituisce beffardamente la legge del più forte, che esercita la giustizia a proprio uso e consumo.

Maduro, Netanyahu, Trump, Putin, Xi Jinping: facce del regime-prisma antidemocratico vigente nel mondo, che sta a guardare e fa il tifo per l’uno o l’altro a seconda dei momenti e dei gusti.

 

 

 

 

 

 

Ti invado, anzi ti compro

Contrordine. Niente invasione o operazione militare (per ora). Meglio aprire il portafoglio e ricorrere ai dollari. Resta il punto fermo: la Groenlandia è una “priorità per la sicurezza nazionale” a stelle e strisce. A ricacciare indietro l’opzione militare e a spingere in avanti la possibilità di un’acquisizione della regione artica è stato il segretario di Stato Marco Rubio con alti funzionari dell’amministrazione Trump, secondo quanto ha riferito il Wall Street Journal. Rubio ha chiarito ai parlamentari Usa che le minacce dell’amministrazione contro la Groenlandia non preannunciano un’invasione imminente e che l’obiettivo è quello di acquistare l’isola dalla Danimarca.

 Quali sono dunque i contorni di una possibile futura azione Usa? Difficile cogliere la reale intenzione dell’Amministrazione Trump, accompagnata da dichiarazioni e prese di posizioni ondivaghe. Ieri la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, ha gelato gli alleati europei che, dopo la timida reazione dell’Unione Europea, si erano stretti intorno all’isola danese. “Donald Trump e il suo team stanno discutendo diverse opzione per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’utilizzo delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo”, ha sentenziato.

Poche ore prima i principali leader europei, da Macron a Meloni, da Merz a Starmer, avevano preso posizione respingendo le mire degli Stati Uniti nel timore che, dopo il Venezuela, Donald Trump decida di usare la forza anche per prendere il paese artico. “Il Regno di Danimarca, compresa la Groenlandia, fa parte della Nato. La sicurezza nell’Artico deve quindi essere garantita collettivamente, in collaborazione con gli alleati della Nato, compresi gli Stati Uniti”, hanno scritto i leader europei. Da registrare il successivo smarcamento di Londra: il presidente americano è un alleato affidabile, “non una minaccia per l’Europa”, ha recitato un portavoce del premier britannico Keir Starmer. Usa e Regno Unito sono i due “più stretti alleati” al mondo da decenni, ha chiosato. (“Avvenire” – Luca Miele)

È più accettabile un’invasione o un’acquisizione? L’invasione è un fatto violento e unilaterale che tuttavia si presta almeno ad essere arginato pena lo scatenamento di una guerra; l’acquisizione è un fatto contrattuale che presuppone una contropartita, ma che colloca i rapporti internazionali in una logica mercatale che passa, a dir poco, sulla testa della popolazione costretta a cambiare “padrone”. In fin dei conti sono due logiche non troppo diverse e ugualmente e vergognosamente inaccettabili. Discorsi simili non si dovrebbero nemmeno accennare e invece stanno diventando la regola: i governanti sembrano convinti o rassegnati. Convinto nella sua incredibile arroganza è Donald Trump; rassegnati nel loro ipocrita opportunismo i capi di governo europei.

C’è addirittura chi è doppiamente ipocrita: il premier britannico! C’era da aspettarselo, la Gran Bretagna non riesce a liberarsi minimamente del cordone ombelicale pseudo-democratico che la lega agli Usa: quando gli americani hanno il raffreddore agli inglesi duole il capo e viceversa. Se qualcuno, come il sottoscritto, pensava timidamente ad una reazione orgogliosa dell’Europa a fronte dell’aggressività trumpiana, è servito. La dichiarazione inglese di inossidabile e pregiudiziale alleanza con gli Usa tarpa le ali sul nascere a qualsiasi velleità di nuova strategia europea e fa indubbiamente gioco al cerchiobottismo dell’Italia meloniana. Negli ultimi tempi sembrava che la nuova dirigenza laburista potesse riavvicinare in qualche modo la Gran Bretagna al solco europeo dopo lo strappo della Brexit: è arrivata una doccia gelata. Trump può stare sereno, può continuare tranquillamente a prendere in giro gli europei: avrà uno Starmer fedele a prova di Groenlandia e una Meloni pronta a volteggiargli intorno.

 

Il nuovo assetto mondiale non è ancora maduro

Per la Cina e i Brics ci sono tre cose da imparare dal caso Maduro. La prima lezione riguarda la sicurezza non garantita da Pechino a un alleato come il Venezuela. La seconda è il danno reputazionale subito sul versante degli affari. In terzo luogo, c’è il precedente rappresentato dall’azione unilaterale contro uno Stato sovrano: in questo caso, il blitz Usa sarebbe una base per giustificare un analogo attacco contro Taiwan. (“Avvenire” – Luca Miele)

Nel nuovo (dis)ordine mondiale la Cina costituisce l’incognita di rilievo, un elemento che potrebbe far saltare il banco su cui si stanno accordando, piò o meno esplicitamente, Trump, Putin e Netanyahu. Il presidente americano si sta esercitando nell’azzeramento di fatto di tutte le entità multilaterali: una (quasi) definitiva spallata all’Onu, un’arrogante irrisione verso la Corte Penale Internazionale, un drastico superamento dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), nota in inglese come WTO (World Trade Organization), un notevole ridimensionamento dalla Nato, un subdolo smembramento della Ue.

E la Cina? Rischia di arrivare a tavola apparecchiata e di doversi accontentare (si fa per dire) di avere mano piuttosto libera su Taiwan. Sarebbe invece in bilico il legame con l’America Latina, che rischia di essere risucchiata nella storica sfera di influenza statunitense; verrebbe inoltre rimessa in discussione la strategia economica con la perdita di essenziali sbocchi commerciali. La Cina ha bisogno di mercati esteri consistenti per i suoi prodotti e gli Usa le farebbero sleale concorrenza in diverse parti del mondo, soprattutto in quelle attualmente rientranti nella sfera di influenza geopolitica cinese.

Gli Stati Uniti si occuperebbero dell’America Latina, Israele del mondo arabo (Iran in testa), Putin dell’Europa orientale (Ucraina e non solo). La Cina dovrebbe ripiegare su quanto resta da cannibalizzare, mentre la Ue si vedrebbe costretta a ripiegare su se stessa.

A meno che…la Cina e l’Europa sfoderino tutta la loro forza demografica, economica, culturale e militare e non scendano in campo con una strana alleanza tattica, che potrebbe diventare piuttosto imbarazzante.

E l’Italia? Destinata a fare la serva sciocca di Trump e magari la ruota di scorta di una macchina europea guidata da Francia, Germania e Gran Bretagna.

Scenari paradossalmente realistici, vomitevolmente cinici e totalmente verticisti. Le rispettive opinioni pubbliche rimarranno a guardare, come purtroppo stanno già facendo? Avranno uno scatto di orgoglio pseudo-democratico?

La Russia ha il controllo totale e pesante della popolazione: riesce ad ammortizzare i 500 mila morti della guerra in Ucraina, sfruttando i poveri diavoli delle campagne e i disperati candidati a fare i mercenari, elargendo pensioni agli invalidi e alle famiglie dei superstiti, stringendo la tenaglia sui media e sui social. Possibile che la cultura russa digerisca Putin senza battere ciglio?

Israele contiene le opposizioni politiche e culturali facendo leva sulla religione, sull’odio anti-arabo, sul potere castale rabbinico, sull’influenza economica incontenibile a livello mondiale. Possibile che la democrazia israeliana sia così debole da subire la sostanziale (anti)politica basata sulle bombe e sull’annientamento dei nemici?

Gli Usa di Trump incantano la popolazione con il nazionalismo ed il patriottismo economico e ideologico: contro gli immigrati, contro l’aborto, contro i diversi, contro l’ondata liberal della (in)civiltà sessuale, soli e forti contro tutti. Una popolazione senza cultura si lascia facilmente fagocitare. Fino a quando?

La popolazione europea dovrebbe avere gli anticorpi, ma non è immunizzata rispetto ai virus che la destra inocula anche con l’aiuto del virologo statunitense. Non sarà facile ripensare il quadro delle alleanze e difendere la Ue nel bailamme internazionale.

La Cina rimane un mistero. I cinesi sono politicamente schiacciati ed economicamente assai meno sfruttati rispetto ad un recente passato. Sono in linea con i governanti? L’antiamericanismo potrebbe funzionare. Il resto alle prossime puntate.

Quanto agli italiani, si illudono di essere un’isola nel mare tempestoso. Lo scompiglio però potrebbe anche costringerli a rivedere l’indifferenza. Se a nulla varrà Elly Schlein, a qualcosa potrebbe valere il terremoto Trump. La speranza è l’ultima a morire.

E le coscienze? E il cristianesimo? E il senso religioso della vita e della storia? Come diceva il grande, purtroppo poco conosciuto, Giorgio La Pira, il “vento” che guida la storia è lo Spirito di Dio. Qualcuno può darsi che se ne ricordi e si scuota, ascoltando magari le impegnative parole di papa Leone XIV: «Il Giubileo ci ha richiamato alla giustizia fondata sulla gratuità: esso ha originariamente in sé stesso l’appello a riorganizzare la convivenza, a ridistribuire la terra e le risorse, a restituire “ciò che si ha” e “ciò che si è” ai sogni di Dio, più grandi dei nostri. Carissimi, la speranza che annunciamo dev’essere coi piedi per terra: viene dal cielo, ma per generare, quaggiù, una storia nuova. Nei doni dei Magi, allora, vediamo ciò che ognuno di noi può mettere in comune, può non tenere più per sé ma condividere, perché Gesù cresca in mezzo a noi. Cresca il suo Regno, si realizzino in noi le sue parole, gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle, al posto delle diseguaglianze ci sia equità, invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace. Tessitori di speranza, incamminiamoci verso il futuro per un’altra strada».