Armiamoci e…facciamo guerra ai poveri

«La corsa agli armamenti non se oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti» (papa Francesco nella sua Esortazione “Evangelii Gaudium) risolve né risolverà mai. Essa serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come

Fi fa un gran parlare, in sede politica nazionale ed internazionale, dell’impegno a portare la spesa militare italiana al 5% del PIL, che comporterebbe un esborso aggiuntivo stimato fino a 400-700 miliardi di euro in dieci anni. Questo obiettivo è stato discusso in ambito NATO, sollevando accesi dibattiti politici e preoccupazioni per possibili tagli a sanità, scuola e pensioni.

Raggiungere la soglia del 5% del PIL si traduce in decine di miliardi di euro aggiuntivi ogni anno per la difesa. Di questi, circa il 3,5% sarebbe destinato all’acquisto di armamenti e mezzi, mentre la quota restante coprirebbe infrastrutture e altri asset.

Le principali associazioni pacifiste, tra cui la Rete Pace e Disarmo, e diverse forze politiche hanno espresso netta contrarietà. Il timore è che cifre così imponenti possano sottrarre risorse cruciali al welfare, ai servizi sociali e alla transizione ecologica.

Le forze politiche che appoggiano il governo di centro-destra, ma purtroppo anche quelle di opposizione, non hanno il coraggio di affrontare il problema di petto, ma ci girano attorno, affrontandone solo gli aspetti finanziari.

Faccio un banale esempio per rendere l’idea. In una famiglia si decide di investire grandi risorse per dotare la propria abitazione di strutture atte a trasformarla in un vero e proprio impenetrabile bunker: come trovare queste risorse? Non esiste alternativa: o si rinuncia a questi velleitari progetti faraonici o si prevede di abbassare il livello di vita famigliare rinunciando a spese non solo voluttuarie ma anche necessarie. Il pierino di turno pensa di risolvere il problema andando a prestito da amici, conoscenti e soggetti terzi e diluendo le spese in più anni, dimenticando che i prestiti vanno rimborsati e su di essi si pagano gli interessi.

L’Italia, in un vergognoso rimpallo di responsabilità fra governo e parlamento, si sta comportando più o meno così: spera nella buona stella di entrate fiscali in aumento, che la UE dia il permesso di sforare i bilanci e offra fondi a buone condizioni, che la Nato si accontenti di un piano pluriennale di spese militari.

E i sacrifici? Di quelli parleremo prossimamente, possibilmente dopo le elezioni politiche. Adesso preoccupiamoci di ripristinare a suon di impegni militari il filo con l’amministrazione Trump (qualche scambio di carinerie al vertice), poi strapperemo qualche concessione alla Ue (confidando che se Roma piange, Bonn, Parigi, etc. non ridono), poi qualcuno pagherà…

Quindi Chi Paga il Conto Finale? La risposta è chiara: i cittadini italiani ed i pensionati.

Non si tratta solo di nuove tasse dirette, ma di un trasferimento implicito di risorse dai servizi essenziali che garantiscono il benessere e il futuro della collettività verso il settore della difesa.

Le famiglie si troveranno a fronteggiare: meno servizi pubblici, una sanità più debole, scuole meno attrezzate e un sistema pensionistico insufficiente.

Avremmo una maggiore pressione fiscale: Diretta (se si aumentano le tasse) o indiretta (se i servizi peggiorano e si è costretti a ricorrere al privato).

Un aumento delle disuguaglianze crescenti. Chi può permettersi di integrare i servizi pubblici con quelli privati sarà avvantaggiato, mentre le fasce più deboli della popolazione saranno penalizzate.

La stessa agenzia S&P ha lanciato l’allarme, avvertendo che un fragoroso aumento della spesa militare in Europa rischia un “boomerang politico” se i governi non sapranno mediare tra sicurezza e coesione sociale.

Un mancato consenso popolare e i tagli a sanità, istruzione e welfare possono aprire spazi per l’ascesa di populismi e malcontento. Il rischio è che l’Italia, e l’Europa in generale, sacrifichino il futuro del proprio welfare per una corsa agli armamenti che, secondo molti, lungi dall’avvicinare automaticamente la pace e la sicurezza, rischia di avere effetti ben diversi da quelli presentati.

Un riarmo massiccio da parte di un paese può essere percepito come una minaccia da altri Stati, innescando una corsa agli armamenti e aumentando la probabilità di conflitti, anziché dissuaderli. La “sicurezza” intesa solo come capacità militare può portare a una percezione di insicurezza reciproca.

Un’enorme spesa militare favorisce l’industria della difesa e i suoi lobbisti, che potrebbero avere un’influenza sproporzionata sulle decisioni politiche, orientando le scelte verso ulteriori investimenti in armamenti, anche quando non strettamente necessari per la sicurezza.

Porterebbe il Paese ad una percezione di “Stato di guerra” anziché “Stato sociale”: Spostare una quota così ampia del PIL verso la difesa può alterare la percezione delle priorità nazionali, suggerendo una mentalità orientata al conflitto anziché al progresso civile e alla cooperazione internazionale.

La vera sicurezza include non solo la difesa militare, ma anche la sicurezza economica, alimentare, sanitaria, climatica e sociale. Un focus eccessivo sulla spesa militare può portare a trascurare queste dimensioni fondamentali della sicurezza, rendendo la società più vulnerabile

Un aumento così marcato può veicolare l’idea che i problemi complessi abbiano soluzioni militari, sottovalutando l’importanza della diplomazia, della prevenzione dei conflitti, dello sviluppo e della cooperazione multilaterale come strumenti per la pace e la stabilità.

In sintesi, la decisione di aumentare la spesa militare al 5% del PIL, viene presentata come una necessità geopolitica di sicurezza, in realtà implicherebbe un profondo riordino delle priorità nazionali. Senza una crescita economica straordinaria e sostenuta, il finanziamento di tali ambizioni militari ricadrebbe in modo significativo sulle spalle dei cittadini, riducendo la qualità e la disponibilità di servizi pubblici fondamentali e mettendo a rischio il modello di stato sociale costruito nel dopoguerra. (Ferdinando Colleoni, Segretario Spi Cgil di Mantova)

Possibile che la sinistra, a livello italiano ed europeo non riesca a interpretare e rappresentare una valida alternativa al bellicismo imperante, alla narrazione politica fuorviante, al destino egoistico e guerrafondaio che ci attanaglia?

La riscossa della sinistra deve necessariamente partire dalla contestazione della difesa comune intesa come riarmo, dell’assetto europeo e atlantico visto come variabile indipendente dalla politica, della democrazia vissuta come incidentale orpello alla globalizzazione della guerra.

«Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune». (papa Leone XIV) 

La commissione di vigilanza sulla spazzatura Rai

Per verificare lo stato di salute della Rai basta accendere il televisore per venire automaticamente sballottati fra spazzatura culturale e propaganda politica. Lo stallo emergente dalla Commissione di Vigilanza, impantanata nel mancato assenso alla nomina del presidente proposto dalla Rai stessa, non ne è che la riprova.

Esistono due punti di riferimento per uscirne. Da una parte il regolamento Ue, l’European media freedom act, in vigore già da un anno, che non è una direttiva e quindi non ha bisogno di essere recepita per via parlamentare ed è fondato su quattro semplici pilastri: indipendenza dal potere politico, procedure di nomina dei vertici trasparenti e aperte, finanziamenti stabili e prevedibili, rispetto dell’indipendenza editoriale e del pluralismo.

Dall’altra parte la legge, che impone una maggioranza di due terzi per la ratifica del presidente Rai designato dai consiglieri, ma senza che il quorum scenda nel caso di più fumate nere: una sorta di strettoia, che dovrebbe garantire un minimo di imparzialità.

In mezzo la polemica politica: il centrosinistra che accusa la maggioranza di voler usare la Rai come arma elettorale e il centrodestra che insiste sul discorso dell’egemonia culturale della sinistra che non vuole accettare la fine del monopolio avuto finora.

Credo che la Rai stia toccando il fondo. La sua storia è fatta indubbiamente di speculazione politica, ma la sua attuale realtà di informazione è fatta di mera passerella partitica, tanto per nascondere formalmente la cassa di risonanza coordinata e continuativa del governo. In materia di obiettività nell’informazione la Rai è addirittura peggio di Mediaset (è tutto dire…).

Quanto all’egemonia culturale, magari esistesse quella di sinistra, invece sguazziamo nella spazzatura culturale bipartisan per la quale la Rai non è seconda a Mediaset (ed anche qui è tutto dire…).

Certo non sarebbe un presidente nominato in stile consociativo a cambiare l’andazzo, ma servirebbe almeno a salvare la faccia anche in vista della ormai strisciante competizione elettorale.

Quanto alla direttiva europea di cui sopra, penso che purtroppo avrà l’effetto di una grida manzoniana. E poi, come si permette la Ue di darci una lezione? Noi i panni sporchi televisivi e radiofonici siamo capaci di lavarceli in casa o meglio siamo capaci di conviverci e di ridurre il gioco democratico a competizione sportiva in cui si nuota nello “sporco”.

 

Conte non vuol pagare la mossa delle dimissioni

Per Giuseppe Conte, la direzione che ha preso la commissione d’indagine sul Covid ha più a che fare con le elezioni del 2027 che con l’accertamento di quanto accaduto. Perciò ieri l’ex premier ha inviato una lettera ai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, in cui chiede di essere sentito dall’organismo presieduto dal meloniano Marco Lisei. Il leader del M5s è pronto anche a dimettersi dalla Commissione, di cui è membro, con la garanzia però di essere reintegrato una volta resa la sua testimonianza. Conte infatti vuole partecipare attivamente alla relazione di minoranza della commissione, convinto ormai che la relazione di maggioranza rappresenterà un atto d’accusa a fini elettorali. «Non posso rimanere oltre ostaggio di una campagna denigratoria che, prima ancora che indirizzata a colpire la mia persona e il mio operato, svilisce le istituzioni parlamentari piegandole agli interessi di parte di coloro che, già durante l’emergenza pandemica, hanno dimostrato di avere a cuore la più becera e sterile propaganda piuttosto che l’interesse degli italiani», scrive Conte nella lettera a Fontana e La Russa. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Mi dispiace ma non esistono le dimissioni a termine, non è possibile dimettersi solo un pochettino, non si può fare un uso distorto delle dimissioni per rispondere magari ad un uso strumentale delle indagini. I casi sono due: o Giuseppe Conte ritiene che non esistano motivi seri alla base della discussione sul suo comportamento di Capo del Governo ai tempi del Covid e allora rimanga al suo posto all’interno della Commissione parlamentare d’indagine, oppure ritiene opportuno poter rispondere personalmente del suo operato all’interno della Commissione stessa e allora si dimetta punto e stop.

Quando è il momento bisogna saper fare un passo indietro, non fare sostanzialmente finta di dimettersi per poi tornare al proprio posto dopo avere testimoniato da indagato. Non è giustificabile un balletto pseudo-dimissionario per salvare la capra della propria onorabilità personale e i cavoli della partecipazione alla querelle politica.

Giuseppe Conte non ne sta uscendo bene anche perché non è ammesso tergiversare oltre tutto per chi proviene, bene o male, dalla storia di un movimento che ha fatto della correttezza politica un punto irrinunciabile: le accuse contro di lui non mi sembrano risibili, anche se risentono sicuramente del clima elettorale e sono di conseguenza strumentalizzate, ma, quando in molti spingono per abbattere la porta e andare a vedere cosa c’è al di là, l’unica giusta e opportuna mossa è quella di aprire improvvisamente la porta stessa per far cadere malamente i curiosi, lasciandoli magari con un palmo di naso.

Il mio non è un discorso di merito, ma di procedura e soprattutto di stile; dimettersi non è un’ammissione di colpa, ma un gesto di trasparenza riguardo ai fatti, di deferenza rispetto alla verità e di ossequio al mai troppo ricordato imperativo costituzionale “i cittadini che ricevono funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.

Il niente teologico e pastorale piegato in carta pseudo-liturgica

La Fraternità, fondata da monsignor Marcel Lefebvre nel 1970, contesta da sempre l’impianto teologico e pastorale del Concilio Vaticano II, in particolare il dialogo ecumenico e interreligioso, la libertà religiosa e la riforma liturgica. Da parte sua, la Santa Sede, pur mantenendo negli anni diversi tentativi di dialogo, ha sempre indicato nella comunione con il successore di Pietro il criterio decisivo per ogni possibile piena riconciliazione. Ma ciò che davvero crea un solco difficilmente sanabile, in realtà, è la visione ecclesiologica lefebvriana, da cui deriva un approccio al mondo di sostanziale contrapposizione: è emerso chiaramente nell’omelia di oggi, nella quale Pagliarani ha usato l’immagine del leone che non arretra, che non si piega agli inganni del mondo, e della spada, per descrivere il tipo di atteggiamento che i nuovi vescovi dovranno avere nel loro ministero. Parole forti, contenute anche nella recente “Professione di fede cattolica” pubblicata dalla Fraternità. «I vostri nemici non vi affronteranno frontalmente», ha avvisato il superiore, che poi ha deprecato la visione, oggi troppo diffusa a suo parere, della “perfezione dell’uomo”, di questo “uomo magnifico”, una visione che genera un pericoloso antropocentrismo e porta a negare Dio. Un approccio agli antipodi rispetto a quello del Vaticano II, che non nega la centralità e la verità di Cristo, fondamento della vita della Chiesa, ma che cerca i segni della presenza di Dio ovunque essi si manifestino anche al di là dei confini visibili della comunità dei credenti.

Tornando all’ordinazione di stamattina, il precedente più diretto resta quello del 1988. Allora Lefebvre consacrò quattro vescovi senza il mandato di Giovanni Paolo II, provocando la dichiarazione della scomunica per lui, per il vescovo co-consacrante Antônio de Castro Mayer e per i quattro nuovi vescovi. Nel 2009 Benedetto XVI revocò la scomunica ai vescovi ancora in vita, in un gesto pensato per favorire il cammino verso la piena comunione, ma senza sanare automaticamente la posizione canonica della Fraternità. Ora, con la consacrazione dei quattro nuovi vescovi, la distanza torna ad allargarsi. La Santa Sede non ha ancora pubblicato un eventuale atto formale successivo alla celebrazione, ma il quadro canonico era stato definito in anticipo dal Dicastero per la dottrina della fede e ribadito dal Papa nel suo appello finale. Resta sullo sfondo la preoccupazione per i fedeli legati alla Fraternità, ai quali Leone XIV ha rivolto parole di riconoscimento per l’attaccamento alla vita liturgica e alla formazione sacerdotale, ma anche un monito chiaro: nessuna difesa della Tradizione può giustificare la rottura della comunione. (“Avvenire” – Matteo Liut)

Più il tempo passa e più devo ammettere di non aver capito i veri motivi di questa pantomima scismatica: le motivazioni addotte mi sembrano infatti inconsistenti e pretestuose. A Marcel Lefebvre e soci passati e presenti si è data e si sta dando troppa importanza. Tuttalpiù ci si dovrebbe chiedere il perché 720 sacerdoti, circa 700 chiese, e quasi mezzo milione di fedeli in tutto il mondo aderiscano a questo delirante movimento. Reazione a troppo modernismo? Semmai cattiva abitudine a troppa dottrina e poco Vangelo!

Nel libro degli Atti degli Apostoli, Gamaliele, autorevole maestro ebreo del I secolo appartenente alla corrente dei farisei, noto dottore della Legge e membro del Sinedrio, pronuncia un saggio discorso per fermare l’esecuzione di Pietro e degli altri apostoli arrestati. Suggerisce di lasciarli andare, argomentando che se la loro predicazione fosse stata solo un’opera umana si sarebbe dissolta da sola, mentre se proveniva da Dio, opporvisi sarebbe stato inutile e pericoloso. Il suo consiglio convinse il Sinedrio a liberarli (Atti 5,34-39).

Mi sembra l’atteggiamento giusto da adottare nei confronti del lefebvriani: se saran rose fioriranno…Lasciamo perdere scomuniche e robe del genere, perché in un certo senso significa mettersi sullo stesso piano, vittimizzare gli esponenti di questa Fraternità, che oserei definire teologicamente inesistente, pastoralmente negativa e forzatamente motivata dal rispetto rigoroso della Tradizione.

Per Papa Francesco la Tradizione era un elemento vitale e in continua evoluzione, non un pezzo da museo. Il Pontefice la definiva come la “garanzia del futuro”, opponendosi fermamente all’indietrismo – ovvero il rifugiarsi passivamente nel passato – e promuovendo invece una fedeltà creativa al Vangelo.

Alla nascita del movimento tradizionalista ricordo di averlo bollato immediatamente parafrasando uno slogan pubblicitario: “quel pizzico di fascismo in più…”. Ero in cerca di motivazioni da affibbiare a quella ondata reazionaria. La trovai subito e un po’ maliziosamente nell’acquiescenza religiosa alla politica, nel legare l’asino sacro al padrone profano. Mi accorgo, come di seguito, di essere in buona compagnia critica.

Le chiarificazioni dottrinali apportate nei dialoghi intercorsi sono state considerate nulle o insufficienti. Non è però questa la motivazione plausibile dello scisma: com’è sempre avvenuto nella storia della Chiesa le divisioni riflettono ambizioni personali, non prive di presunzione e arroganza, e hanno per lo più un carattere politico e non religioso. Porto a riprova di questo una testimonianza diretta, risalente ad alcuni anni fa: ero a Parigi per un soggiorno di studi e di ricerca, e mi ero recato una domenica, dopo aver celebrato l’eucaristia con la comunità religiosa che mi ospitava, alla Chiesa di Saint Nicolas du Chardonnet per rendermi conto di persona della liturgia là celebrata dai tradizionalisti legati a Lefebvre. La celebrazione si svolgeva in latino e tanti erano i presenti, specialmente giovani. Il Vangelo fu letto in francese e l’omelia tenuta in quella lingua. Il passo evangelico riportava le parole di Gesù: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 33).  La riflessione proposta dal celebrante fu questa: «Cercare la giustizia significa dare a ciascuno il suo, cioè rispettare l’ordine costituito. Chi rispetta l’ordine costituito e mantiene lo status quo consegnatoci dalla Tradizione riceverà in aggiunta tutti i doni del Signore». La conclusione fu accolta da un generale silenzio-assenso e la celebrazione proseguì come se fosse stata riaffermata la verità più evidente del mondo. Mi fu chiaro, allora, come alla base del movimento tradizionalista vi fosse una motivazione politica, più che religiosa o spirituale. (“Avvenire” – Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto)

La netta rinnovata contrapposizione di questi ansiosi aspiranti scismatici rispetto all’azione del papato, ad esempio, può essere messa provocatoriamente in connessione con il recente dibattito culturale e politico seguito alla proposta della rivista “L’Espresso” di candidare papa Leone al Premio Nobel per la Pace. Luciana Castellina, storica dirigente della sinistra italiana, ha espresso il proprio sostegno a questa candidatura. In un contesto in cui la politica internazionale è segnata da forti tensioni, la Castellina ha difeso l’idea, sottolineando come un’onorificenza papale per la pace avrebbe senso. Chi sta dalla parte dei poveri e delle vittime della guerra, c’è poco da fare, non piace a un certo cattolicesimo “di merda”, si chiami Trump, Vance, Lefebvre o Vattelapesca.

La messa in latino? Ma fatemi piacere…è una scusa bella e buona… E se la celebrino e se la cantino! Non perdiamo tempo con le cazzate lefebvriane. Il Vangelo è una cosa troppo seria per essere discussa con questi ridicoli ma purtroppo iconici scismatici. Ma per carità niente scomuniche, niente cazzate di ritorno. Anche perché, se ci mettiamo su questo piano, non ne usciamo vivi. E poi che la diatriba con i lefebvriani non diventi un modo per distrarre la Chiesa cattolica dai veri problemi in cui deve essere immersa; potrebbe finire col provocare paradossalmente un moto istintivo di simpatia per la Fraternità Sacerdotale San Pio X.

La mondiale rivierizzazione trumpiana

Gli uomini all’Avana di Trump e la dittatura della Coca Cola: tutti i piani Usa per “Riviera Cuba”. La cooperazione non sembra, però, sufficiente per Washington. Quale contropartita può davvero offrire l’isola prima delle riserve petrolifere da record del Venezuela? L’oro di Cuba, in realtà, è sé stessa. La sua bellezza e prossimità alle coste statunitensi la rendono «una meta chiave per i turisti Usa. Molte aziende sarebbero interessate a investire in un business che si profila multimilionario in caso di distensione», sottolinea Torres. Vi è, poi, l’enorme potenziale immobiliare dell’isola. «Il recupero dei palazzi storici, delle infrastrutture, della rete di telecomunicazione offre opportunità di affari interessanti», precisa l’economista. “Riviera Cuba” è un bottino ghiotto a cui Trump si interessa – senza successo – da molto prima di essere eletto. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Dopo i pazzeschi progetti rivieraschi su Gaza, eccoci a Cuba in una sorta di rivierizzazione trumpiana del mondo intero. La logica è questa, anche i recenti colloqui in Cina confermano una strategia americana volta alla giubilazione dell’occidente democratico trasformato in occidente vacanziero. Ognuno si faccia i cavoli suoi, salvo non disturbare la colonizzazione-villeggiatura da parte degli Usa. La politica internazionale ridotta ad affarismo turistico-alberghiero.

L’Europa si tolga dalla testa di essere difesa dagli Usa, si arrangi in proprio. Persino Taiwan deve sapersi regolare: il capo della Casa Bianca l’ha messa in guardia esplicitamente da qualsiasi mossa indipendentista.

 «Potrei farlo. Potrei non farlo». Donald Trump lascia Pechino alimentando il timore che molti a Washington e a Taipei avevano alla vigilia del vertice con Xi Jinping: che Taiwan possa essere entrata nel grande negoziato tra Stati Uniti e Cina. Il presidente americano, parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One durante il rientro, ha evitato di offrire rassicurazioni sulla linea americana verso l’isola autogovernata, il dossier più esplosivo del confronto con Pechino. Alla domanda se gli Stati Uniti interverrebbero in caso di attacco cinese, Trump è rimasto vago: «Non voglio dirlo. Non lo dirò».  Poi ha aggiunto un dettaglio eloquente: «Xi mi ha fatto la stessa domanda». La risposta? «Non parlo di queste cose». Formalmente, Washington non ha cambiato posizione: non promette esplicitamente la difesa militare di Taiwan, senza però escluderla, per scoraggiare Pechino da un’aggressione. (“Avvenire” – Elena Molinari)

Laddove ci puzza di bruciato, l’idea è quella di sbaraccare i residenti coi loro problemi per farne stati vassalli tenuti a versare tributi in terre ricche di risorse naturali e minerali. Le guerre servono ad aprire un varco ai trattati di pace consistenti nella pacifica (?) colonizzazione del tempo liberato.

La geopolitica risulta totalmente spiazzata, costretta a riciclarsi in svagopolitica. Imperversa la demenza artificiale di Trump. Lo staff che cura la comunicazione del tycoon inciampa (volutamente) nell’immaginario pop. In un post pubblicato a marzo, sono stati mescolati filmati degli attacchi militari statunitensi contro l’Iran con clip tratte da film e serie TV famosi, nonché dal manga e dall’anime “Yu-Gi-Oh!”. Nello stesso mese, un altro post sui social media della Casa Bianca imitava lo stile grafico del gioco Pokémon Pokopia insieme alla frase “Make America Great Again”. Anche Pokémon Company International ha rilasciato una dichiarazione critica sui contenuti del post. (“Avvenire” – Luca Miele)

Giorgia Meloni dovrà andare a Canossa e, come ha opportunamente osservato il deputato del M5S, Francesco Silvestri, indossare le ginocchiere per genuflettersi più comodamente e, per fare pace con Trump, dovrà fingere di essere divertita della sua svagopolitica e magari mettergli a disposizione la Calabria in cambio del mantenimento delle truppe americane sul suolo italiano. Alcuni decenni fa la Calabria venne considerata terra di conquista lombarda a livello turistico: poi i milanesi si stancarono delle bellezze naturali associate ad imbarazzanti disfunzioni pubbliche e private. La mafia difese la Calabria e addirittura si spostò al nord come atto di ritorsione.

Gli americani dopo la liberazione fecero patti segreti con la mafia: forse che oggi ritorneranno ad incassare il pizzo turistico rovesciato? Forse che la politica internazionale sta diventando una mafia rivierasca globalizzata, concordata fra mafiosi più o meno patentati a livello di cupola Usa-Russia-Cina-Israele? Sto lavorando di fantasia a livello formale, ma sto analizzando la realtà a livello sostanziale.

Il grande Domenico Modugno piangendo al telefono ci chiederà: “L’estate andate a villeggiare all’hotel riviera, vi piace il mare?” E noi cosa risponderemo? “Oh sì tanto, lo sai che sappiamo nuotare? ma dicci come fai a conoscere l’hotel riviera, ci sei stato anche tu?”.

Un comunismo alla Graz mi starebbe benissimo

Forse in molte parti d’Europa è relegato negli archivi della storia. A Graz, trecentomila abitanti, seconda città della ricca Austria, è il numero uno con il 35,63% dei voti. Parliamo del Partito comunista austriaco (Kpö), vincitore delle comunali con la sindaca Elke Kahr (già eletta nel 2021) e questo in un Paese in cui l’avanzata dell’estrema destra dei liberalnazionali (Fpö) sembra irrefrenabile: 37,2% in un sondaggio pubblicato dall’agenzia stampa Apa lo scorso 18 giugno. Ironicamente, il land di cui Graz è capoluogo, la Stiria, è guidato da un governatore liberalnazionale, Mario Kunasek.

Il segreto di questo incredibile successo è semplicemente uno: la stessa Elke Kahr, amatissima in città anche da chi non la vota. Perché questa donna di 64 anni, entrata nella Kpö nel lontano 1983, a 21 anni, si è rivelata la sindaca “della gente”. La sua porta è sempre aperta, il suo numero di cellulare è sui manifesti, chiunque può chiamarla, chiunque può ottenere un appuntamento per parlare dei propri problemi. «Per me – ha detto in un’intervista al quotidiano di Vienna Der Standard – è importantissimo il rapporto diretto con la gente. Incontro tutti che sia un grande industriale e un’anziana che non riesce più a salire in casa perché l’ascensore è rotto». Due terzi del suo stipendio (si tiene in tutto 2.300 euro netti al mese) li versa in un fondo sociale Kpö. In vent’anni, dice, ci ha versato 1,3 milioni di euro. Un fondo per aiutare chi non ha soldi per saldare una bolletta, riparare una lavatrice, pagare un affitto. 

Kahr ha congelato le imposte per l’immondizia, attuato sconti per l’accesso alle piscine comunali delle famiglie, risanato o costruite ex novo case popolari con affitti agevolati, creato una grande cucina comunale che distribuisce 15.000 pasti ad asili, scuole, case per anziani. Una parte dei fondi li ha reperiti tagliando sovvenzioni ai partiti politici. Certo, non basta, la città ha accumulato debiti per due miliardi di euro. «Ma 1,6 miliardi di euro li abbiamo ereditati» ha detto alla Zib, il telegiornale della tv pubblica Orf dopo il voto. Del resto, ha aggiunto, «spese erano necessarie, per l’edilizia popolare e per l’infrastruttura pubblica. Sono priorità che resteranno». «La nostra visione – aveva già detto a Der Standard –  è che occorre far crescere il bene comune e i servizi pubblici d’interesse generale. E questo, certo, costa soldi, ma non possiamo cedere». E il comunismo? «Il nostro obiettivo – dice ancora nell’intervista – è una società che chiamiamo socialista da costruire dal basso con la democrazia». (“Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

Populismo? Forse sì, forse no. Se proprio vogliamo metterla su questo piano, dirò che al populismo di Roberto Vannacci preferisco di gran lunga quello di Elke Kahr. Perché? Nello stile della sindaca di Graz trovo una bella provocazione alla sinistra a livello politico ed amministrativo.

Come vorrei essere amministrato da una persona così! In essa ritrovo alcuni tratti del caro ed indimenticabile amico Mario Tommasini: se serve sfondare i bilanci, bisogna farlo senza paura…

Come vorrei avere un leader di sinistra con il coraggio di dire e fare cose di sinistra, semplici ma significative, non perfette ed esaurienti ma emblematiche, non ideologiche ma ideali, non teoriche ma concrete.

L’assessore comunale di Roma Alessandro Onorato (avete notato come è “figo” …), anziché rompere le balle alla sinistra con fantomatiche ricette centriste, prima di presentare il compito in classe sul riformismo, si eserciti nei compiti a casa o per meglio dire nelle case di chi ha i veri problemi.

La sindaca di Genova Silvia Salis (avete notato come è “figa” …), anziché sfogliare la margherita per decidere se scalare il centro o addirittura il centro-sinistra, dia prova di concreta attenzione ai problemi della gente sfigata più che agli equilibrismi di vertice.

La segretaria Elly Schlein, anziché salire sul relativo carro dei gay-pride, salga su quello assoluto dei poveri (dove ci sta il più ci sta anche il meno) in attesa di chi sappia unirli ed aiutarli.

Siamo arrivati ad un punto talmente critico per la politica da non riuscire a distinguere fra destra e sinistra, fra individualismo e solidarismo, fra demagogia e democrazia, fra populismo e popolarismo, fra conservatorismo e riformismo: i dibattiti al riguardo lasciano il tempo che trovano, le sottigliezze danno ai nervi. Andiamo al sodo. In fin dei conti Graz non è sulla Luna comunista né su Marte liberista, è vicino alla gente piena di problemi, che è stanca di chiacchiere e desidera patti chiari per costruire amicizie lunghe.

 

La dottrina palliativa e l’accanimento pseudo-evangelico

Il capitolo antropologico del discorso del Papa ai diplomatici non finisce qui, perché dopo la vita nascente il Santo Padre si è dedicato alla questione sempre più dibattuta nelle assemblee parlamentari di mezzo mondo (Italia inclusa) delle scelte di fine vita. Alla questione delle «persone anziane e sole, che talvolta faticano a trovare una ragione per continuare a vivere» Leone ha infatti esteso le «considerazioni» espresse sulla vita concepita, specificando che «è compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia». Parole che ricordano quelle della nota con la quale la Conferenza episcopale italiana nel febbraio 2025 intervenne nel dibattito sul cantiere di una nuova legge auspicando «interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza». I vescovi italiani sottolinearono in particolare che «la legge sulle cure palliative non ha trovato ancora completa attuazione: queste devono essere garantite a tutti, in modo efficace e uniforme in ogni Regione, perché rappresentano un modo concreto per alleviare la sofferenza e per assicurare dignità fino alla fine, oltre che un’espressione alta di amore per il prossimo». «Sulla vita – concluse la Cei – non ci possono essere polarizzazioni o giochi al ribasso. La dignità non finisce con la malattia o quando viene meno l’efficienza. Non si tratta di accanimento, ma di non smarrire l’umanità». “Avvenire” – Francesco Ognibene)

Ritengo giusta e doverosa l’insistenza con cui la Chiesa batte il chiodo sulla necessità di alleviare le sofferenze delle persone, facendo riferimento anche e soprattutto alle cure palliative per coloro che non hanno alcuna prospettiva di guarigione. Però non può essere questa l’unica strada possibile per accompagnare i soggetti disperati nella fase finale della loro vita.

Riguardo ai malati terminali don Andrea Gallo diceva: «Sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa».

Penso che non ci si debba imprigionare in una assurda posizione dogmaticamente intransigente: se una persona non se la sente più di vivere la sua sofferenza, diamole pure tutta la solidarietà possibile, forniamole le cure che gliela possano alleviare, stiamole vicino in tutto e per tutto, ma, se proprio non se la sente più di proseguire il cammino, perché non aiutarla a chiuderlo in modo assistito e dignitoso, senza traumi e discussioni inutili.

I principi sono fatti per l’uomo e non l’uomo per i principi. Le cure palliative non sono l’unica risposta possibile e plausibile: pratichiamole ma non facciamone un totem, vale a dire un simbolo sacro e una risposta unica e assoluta. Temo che mettendosi su questa strada la Chiesa finisca col somministrare una dottrina palliativa, forzando ed esasperando il discorso del rispetto per la vita, con l’aggiungere all’inaccettabile accanimento terapeutico il pesante fardello dell’accanimento pseudo-evangelico.

«Tre anni or sono moriva Carlo Maria Martini, grande studioso della Bibbia, pastore e profeta. Sulle orme di Gesù, partendo dalla giustizia quale conseguenza della fede, era aperto alle persone, non facendosi mai imprigionare dagli e negli schemi,  con una grande attenzione ai non credenti, ai poveri, ai malati, agli indigenti, agli stranieri, agli omosessuali, alle coppie di fatto, ai divorziati risposati, ai detenuti, financo ai terroristi; affrontava serenamente il dialogo con le altre religioni, si poneva, a cuore aperto, davanti alle problematiche sessuali, alla bioetica, all’eutanasia, all’aborto, all’accanimento terapeutico, all’uso del preservativo, al sacerdozio femminile, al celibato sacerdotale. Sempre pronto all’incontro con gli “altri”, con tutti» (Luciano Scaccaglia ricordava così il Cardinale Carlo Maria Martini).

Rifiuto sdegnosamente il socio-catastrofismo cattolico: biotestamento = anticamera dell’eutanasia; suicidio assistito = eutanasia camuffata; eutanasia = capriccio esistenziale. Non sarebbe opportuno lasciare questioni così delicate alla coscienza delle persone senza aggiungere alla sofferenza umana ulteriore tensione moralistica, senza generalizzazioni impossibili? C’è il Vangelo e lasciamo che le persone scelgano in base ad esso: la carità evangelica per chi soffre e per chi vuole aiutare chi soffre!

E non prendiamocela più di tanto con la farraginosità della legislazione italiana in questa delicata materia, perché è frutto anche dell’invadenza religiosa a livello politico. I principi non si difendono arroccandosi in difesa, ma affrontando le situazioni: in campo etico-religioso con lo strumento della carità, in campo civile con lo strumento di buone leggi, che partano dal sostanziale rispetto della persona in tutte le sue opzioni esistenziali. Non è forse questo il “compromesso costituzionale” da cui dovrebbero nascere tutte le leggi e tutti i regolamenti della nostra società? La persona viene prima delle leggi dello Stato e prima dei precetti della religione. Se vogliamo dogmatizzare a tutti i costi la fede trasformandola in religione, se intendiamo la politica come accoglimento acritico della religione, non ne usciamo vivi, o meglio, finiamo con l’imporre la vita a chi è costretto a viverla come una doloristica prigione e non come una gioiosa e aperta battaglia esistenziale.

 

 

 

I rutti di Rutte e le giaculatorie di Vance

I casi sono due: o Rutte, segretario generale della Nato, racconta delle balle o le balle le racconta il governo italiano.

Oggi sappiamo quello che abbiamo sospettato fin dal 28 febbraio scorso, quando Stati Uniti e Israele hanno scatenato una guerra illegale, fuori dal diritto e ogni convenzione internazionale contro l’Iran: il segretario generale della Nato Mark Rutte ha confermato l’utilizzo delle basi americane in Italia per la guerra contro l’Iran. Si tratta di circa 500 velivoli impegnati a vario titolo nell’operazione “Epic fury”. All’emittente filo trumpiana Fox news, Rutte ha inoltre sottolineato come gli Alleati, tra cui l’Italia, abbiano dato attuazione agli accordi bilaterali esistenti in materia di basi militari e sorvoli.

Del resto basterebbe una cartina geografica per capire come sarebbe stato impossibile da parte americana che ciò non avvenisse, essendo l’Italia da sempre un paese a sovranità limitata e controllata. Ma visto che la politica si basa sul consenso popolare, e al popolo non piace questa guerra, piuttosto di ammettere che le basi statunitensi in Italia sono state parte, seppur a livello logistico, di un conflitto, meglio smentire, anche si tratta di dichiarazioni del Capo dell’Alleanza atlantica di cui il nostro paese fa parte.

Così il nostro ministero della Difesa parla di messaggi fallaci da parte di Rutte, di voli tecnici non di aerei da combattimento, “L’Italia ha sempre operato nel pieno rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali, degli indirizzi Parlamentari e degli accordi che regolano la presenza e l’utilizzo delle basi alleate sul territorio nazionale, senza autorizzare né consentire attività al di fuori delle previsioni vigenti”, dice il ministero della Difesa. Infuria la polemica politica. Dove sta la verità? Fin dove si spinge la bugia? Meglio vederci chiaro. (“giornale radio.fm –  Daniele Bianchessi)

Forse però le balle le raccontano un po’ tutti: per farsi belli agli occhi intransigenti di Trump, per non deludere la gente, per dimostrare a Trump che sbaglia quando attacca gli alleati europei e l’Italia in particolare, per dimostrare che l’Italia è capace di partecipare alle guerre in modo corretto (d’ora in poi non si parlerà più di guerre giuste, come esclude papa Leone, ma di guerre corrette come dimostra il ministro Crosetto), per dare un colpo al cerchio trumpiano e uno alla botte meloniana, per dimostrare che la Nato esiste ancora nonostante tutto, per ammettere che l’Europa è infida ma solo un pochettino, per convincere Trump a non esagerare e a venire a più miti consigli, per ammettere che la Costituzione italiana è bella ma si riesce bellamente a dribblarla.

Su un calesse trainato da un asino viaggia un gruppo di suore con tanto di madre superiora. Ad un certo punto l’asino si blocca e non vuol più saperne di proseguire. Il “cocchiere” le prova tutte, ma sconsolato si rivolge alla badessa: «In questi casi l’esperienza mi dice che l’unico modo per sbloccare la situazione, costringendo l’asino a proseguire, è la bestemmia. Mi spiace, ma non c’è altra soluzione…». La suora dopo qualche ovvio tentennamento pronuncia la sua sentenza: «Se è davvero così, non resta altro da fare, ma mi raccomando la bestemmia gliela dica piano in un orecchio…».

La guerra si può fare anche sostenendo tecnicamente e logisticamente chi la fa: a me hanno insegnato che ruba anche chi tiene aperto il sacco. Il paradosso sta diventando quello di essere accusati di non averlo tenuto ben aperto, ma solo socchiuso: un inno internazionale all’ipocrisia senza diplomazia.

Se si farà un dibattito parlamentare per chiarire come stiano effettivamente le cose, si partirà arabi e si finirà turchi. Tutti avranno una loro parte di ragione, una versione più o meno plausibile da fornire. L’unica certezza è e sarà che la guerra è più forte della verità, anzi che la guerra si basa in tutto e per tutto sulle falsità. All’eruttazione di Rutte farà da contrappeso l’aerofagia dei nostri governanti.

Mi rimane un dubbio: perché Giorgia Meloni al G7 di Evian, invece di farsi compatire davanti al mondo intero non ha detto a Trump: “Presidente si faccia spiegare le cose da Rutte, lui la sa molto lunga, forse la sa più lunga di lei…”.  Probabilmente si sarebbe sentita rispondere: “Di Rutte non me ne può fregar di meno…con lei poi ho un conto aperto e prima o poi lo regolerò… c’è in atto una gara al miglior leccaculista e lei in questa strana classifica ha perso molte posizioni…”.

Non le resta che votarsi a Vance, un cattolico perbene che avrà sicuramente un occhio di riguardo per una cattolica “Dio, patria e famiglia”, la versione Maga italica. Senonché…

J.D. Vance, vice-presidente stutunitense, ha commentato il raid americano contro depositi di munizioni e droni iraniani in risposta all’attacco di Teheran contro una nave nello stretto di Hormuz. “L’Iran ha firmato un accordo di cessate il fuoco. Noi lo abbiamo rispettato. Se hanno obiezioni sulle modalità di attuazione del memorandum d’intesa, possono prendere il telefono e chiamare. Ma alla violenza risponderemo con la violenza”, ha scritto su X. (ansa.it)

Come recente convertito al cattolicesimo non c’è male… Non è lui che tiene caldo per Trump (al presente) e per se stesso (al futuro) l’elettorato cattolico?  Come volto perbenista (poliziotto buono) del movimento Maga è veramente un mago… Se devo essere sincero, preferisco Trump!

Giorgia Meloni si trova in mezzo alla tempesta ed è in cerca di qualche scialuppa di salvataggio: Rutte le sta dando una mano ad andare a fondo, Vance il mago non ammette una maga. Ci sta provando con Macron, ma non attacca. Le sta provando tutte: abiti sempre più fascinosi, una cosmesi sempre più marcata e ricercata. Prima o poi quella bolla mediatica in cui si è immersa scoppierà…

 

 

 

 

La prima giorgiagallina che canta ha fatto il vannacciuovo

Il volo degli stracci fra Trump e Meloni è da considerare come una lite da pollaio fra il gallo onnipotente e la gallina recalcitrante oppure, anche se su scala minore, una vera e propria kermesse diplomatica, dove la premier italiana, che ha finto finora di contare qualcosa, mostra inesorabilmente tutta la sua debolezza politica personale associata a quella nazionale consistente in condizionamenti di vario genere ai limiti del ricatto.

La situazione del governo italiano si sta oltre tutto surrealmente complicando: trattati come becchi da Trump e bastonati da Rutte, segretario generale della Nato (o viceversa), il quale sostiene che ci sia stato un sostegno europeo all’azione militare Usa contro l’Iran, con migliaia di voli partiti da basi europee in supporto alla missione Epic Fury. Per l’Italia si tratterebbe di 500 aerei Usa decollati dalle basi americane in Italia. Allora chi ha ragione? Trump che si lamenta dell’indifferenza italiana o Rutte che la trasforma in surrettizia partecipazione al conflitto? La posizione di Giorgia Meloni nel contesto internazionale sta diventando un autentico rompicapo pirandelliano: bacchettata pesantemente da Trump e osannata dall’ambasciatore Usa in Italia Tilman Fertitta in un’intervista rilasciata a Sky Tg24.

“Penso che il Primo Ministro Meloni abbia fatto un lavoro eccellente qui in Italia per quasi cinque anni. Ha portato l’Italia a diventare un leader mondiale e gode di grande rispetto. E penso che gli italiani siano molto intelligenti e continueranno a prendere le decisioni giuste nella loro leadership. Posso confermare che abbiamo un accordo bilaterale con l’Italia da decenni, in base al quale ci sosteniamo a vicenda, e ho sempre visto entrambe le parti rispettare i propri impegni. La relazione tra Italia e Stati Uniti è forte. È normale che due leader abbiano un piccolo disaccordo, ma per chi sono i due protagonisti diventa un grande disaccordo. Ma tutto si sistemerà”.

Comunque sia il rapporto con Trump si è guastato e qualcuno (vedi dibattiti a “otto e mezzo” su La 7) pensa che Trump abbia tempo e modo di fare pagare cara a Giorgia Meloni questa virata a livello internazionale (dalla difesa di papa Leone ai distinguo sulla guerra in Iran), intravedendo una vendetta a livello di “Sigonella bis” di craxiana memoria o addirittura di un “lei la pagherà cara” di kissingeriana memoria antimorotea.

Altri momenti storici, altra caratura politica dei personaggi: resta comunque la volontà degli Usa di punire i trasgressori di un certo ordine internazionale di assoluto gradimento americano. Se la trasgressione avviene ad opera di amichetti o amichette qualsiasi, la vendetta diventa un gioco da ragazzi.

Tempo fa scrissi che Trump non avrebbe esitato ad usare e gettare nella spazzatura Giorgia Meloni nel momento in cui non fosse rientrata più perfettamente nei suoi schizofrenici disegni. Qualcosa del genere sta succedendo: Giorgia Meloni gliene sta offrendo occasioni su un piatto d’argento, anche se sta disperatamente tentando di smarcarsi dalla letale morsa trumpiana. È tardi!

Gli Usa non hanno mai avuto scrupoli nel servirsi al riguardo di personaggi fantoccio: sarà il caso di Roberto Vannacci? Sarà lui a fare da testa di ponte per la tattica anti-italiana di Trump e della sua cricca. Un ex-militare, un personaggio di estrema destra, un antieuropeista, un razzista riveduto e scorretto: il pedigree sarebbe perfettamente in ordine per creare grossi problemi a Giorgia Meloni, alla quale non resterebbe altro che piangere sulla spalla di Sergio Mattarella e votarsi agli amici-nemici europei.

E chi avrebbe mai pensato che la Meloni potesse cadere dal quarto piano del neofascismo nostrano in combutta con quello trumpiano. Staremo a vedere le sue prossime mosse: si illuderà di ricucire lo strappo con Trump facendo il distinguo tra il rapporto Meloni-Trump e quello Italia-Usa? Non la ritengo capace di questa complessa e impegnativa strategia. Darà per persa la partita e si attaccherà alla sponda europea contando sul mal comune mezzo gaudio nella Ue? Tutto sommato non ha il cinismo indispensabile per simili giravolte internazionali.

Il berlusconismo trovò la sua tomba a livello internazionale: le risatine ironiche di Merkel e Sarkozy, le strizzate d’occhio fra Napolitano e Obama, la freddezza di fare un passo indietro al momento giusto. Non vedo possibili attuali analogie. L’Italia finirà in una casa-famiglia? Mattarella sarà probabilmente ancora al suo posto e starà a lui scegliere la casa-famiglia più adatta al nostro Paese, ma ci sarà comunque da soffrire. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

La lingua costituzionale batte dove il dente fascista duole

Durante la solenne cerimonia del 25 giugno 2026 alla Camera per gli 80 anni dell’Assemblea Costituente, i presidenti Fontana e La Russa hanno evitato riferimenti espliciti ad “antifascismo” e “Resistenza”, concentrandosi invece sui valori della Carta Costituzionale e sul ruolo unitario delle donne e dei padri fondatori. Le opposizioni (in particolare il Partito Democratico) hanno contestato la scelta di non pronunciare le parole “Resistenza” e “antifascismo”, sottolineando che l’intera Carta Costituzionale è nata dai valori della lotta partigiana.

Me l’aspettavo, ma non per questo ho alzato le spalle. Che due delle massime autorità dello Stato abbiano una sorta di allergia rispetto ai presupposti fondamentali, storici, etici, culturali e politici, della nostra Carta Costituzionale, come l’antifascismo e la Resistenza, è un fatto gravissimo, oserei dire inaudito. Vergogna!

Non ho potuto evitare di pensare all’ulteriore condizionamento psicologico vannacciano, che la destra sta subendo nei suoi esponenti di primissimo piano. Se mai fosse così, la cosa sarebbe ancora più grave, un autentico e reiterato insulto, un continuato vilipendio di fatto alla Costituzione.

Tutti diranno di lasciare perdere e di concentrarsi sulle parole più che appropriate di Sergio Mattarella, che svolge alla grande i suoi compiti anche in queste celebrazioni, dando ad esse un respiro esauriente e coinvolgente.

Siamo proprio sicuri che basti volare alto per non incespicare in basso? Nei giorni scorsi si è scatenata la polemica su una dichiarazione di antifascismo richiesta ai partecipanti ad un evento editoriale. Qualcuno si sente chiamato in causa e fa fatica a pronunciarsi fuori dai denti. Sì, perché la lingua batte dove il dente duole. Basta un buon dentista?  Mi hanno insegnato che a tenere in bocca i denti malati si rischia di diffondere l’infezione alla bocca intera.

“Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore.” Così il partigiano e senatore Vittorio Foa al senatore fascista Giorgio Pisano’. Vale a maggior ragione per Ignazio la Russa! Giorgia Meloni riesce a cavarsela un po’ meglio, ma la sostanza non cambia. A scoprire gli “altaroni” di tutti questi riciclati in un certo senso ci sta pensando Roberto Vannacci.

Un simpatico e schietto amico di mio padre, che non sopportava la falsità e l’opportunismo, quando alcuni personaggi ostentavano un opportunistico e comodo revisionismo, non si faceva pregare, li sbugiardava regolarmente sbattendo loro in faccia la scomoda verità: «Sta miga fär tant al furob, parché a t’ sér in-t-la milissia fascista con mi…». Forse il tanto vituperato Vannacci sta facendo una simile operazione verità. Forse, se fosse spuntato agli albori dell’attuale legislatura, non so se La Russa sarebbe diventato presidente del Senato…