Ran…ucci Ran…ucci…sento odor di censor…ucci

La Rai ha rimosso Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report, il più noto programma televisivo di giornalismo d’inchiesta in Italia, trasmesso da Rai 3. Ranucci ci lavorava come autore dal 2006 e lo conduceva dal 2017, dopo che per vent’anni lo aveva condotto la giornalista Milena Gabanelli. Il programma tornerà in tv dal prossimo 8 novembre, e la Rai ha fatto sapere che a condurlo saranno Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi giornalisti investigativi. Per ora la Rai non ha dato motivazioni ufficiali per la rimozione, ma si sa che hanno a che fare con quanto emerso nelle indagini sull’attentato contro lo stesso Ranucci, compiuto a ottobre del 2025 e organizzato da Valter Lavitola, imprenditore coinvolto in diversi scandali della politica italiana degli ultimi vent’anni e molto amico di Ranucci (che non è indagato). Ranucci e la dirigenza della Rai hanno poi un rapporto conflittuale che va avanti da tempo, a prescindere dall’attentato. (ilpost.it)

Tanto tuonò che piovve! Dietro la sciocca, ingenua e pompata vicenda Ranucci-Lavitola covava la volontà di normalizzazione alla Rai: finalmente è partito l’editto bulgaro di Meloni, che si è liberata di un giornalista scomodo, colpendone peraltro uno per educarne cento.

Quando si fa scomodamente il mestiere di giornalista d’inchiesta, bisogna essere molto attenti a non scivolare sulle maxi bucce di banana: Ranucci non lo è stato, in un certo senso si è tirato addosso la scomunica entrando in rapporto con personaggi a dir poco equivoci e invadenti.

Non so se a Ranucci sia stata cucinata una torta al veleno o se la torta l’abbia cucinata con le sue improvvide mani. Fatto sta che, davanti a certa pubblica opinione, è passato dalla parte del torto. Il governo non aspettava altro. Dal punto di vista giudiziario la vicenda avrà sicuramente un seguito, ma sul piano politico si è chiusa con una vittoria governativa a furor di…minculpop. Ranucci ha illustri predecessori collocabili nel tempo berlusconiano: questo non lo ricompenserà e non lo consolerà, ma lo inserirà comunque nella storia passata e recente.

La Rai sta diventando sempre più la sponda mediatica del centro-destra (battendo Mediaset due a zero) anche in vista delle prossime elezioni politiche. Se il buongiorno si vede dal mattino…

Le armi della destra e la sinistra senza armi

Il sì al piano Safe, con prestiti per 8,9 miliardi su aerei, unità navali e carri, insieme al 13esimo pacchetto di forniture a Kiev, sono il segnale che una stagione è finita nel nostro Paese e se ne sta aprendo un’altra. La sintonia con la Germania, che ha avviato una riconversione dell’industria in chiave militare (“Avvenire” – Francesco Palmas)

Si stanno sovrapponendo due gravi ed epocali provvedimenti governativi, che portano l’Italia su un terreno sostanzialmente anti-costituzionale ed anti-storico: la guerra camuffata da esigenza difensiva è diventata il filo conduttore della nostra politica e della nostra economia.  Si stanno effettuando scelte che segneranno la vita degli italiani per parecchio tempo: i soldi pubblici vanno prioritariamente alle armi, i rapporti internazionali sono basati sulle armi, l’economia produce armi per il bene di tutti. Sarà molto difficile tornare indietro.

Gli italiani non se ne rendono conto e, se capiscono, sono rassegnati perché così va il mondo.

In questi giorni è scoppiata una pretestuosa polemica su alcune dichiarazione rilasciate da Stefano Bonaccini, europarlamentare del PD e personaggio politico di lungo corso a sinistra: “Quello alla Le Pen, quello in Italia a Meloni e prima a Salvini e ora, forse, a Vannacci, è un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città, chi sta peggio economicamente”.

Credo che sociologicamente parlando Bonaccini abbia ragione: la gente ormai purtroppo vota a casaccio, a prescindere dai valori, dalle proposte politiche e perfino dal proprio portafoglio. Il voto a Trump ne è eloquente e clamoroso esempio. Ma anche in Italia non si scherza.

Quali sono le motivazioni fondamentali del voto a destra? La remigrazione, la resicurezza, il rebenessere. Tre illusioni belle e buone. Come si starebbe bene senza gli immigrati! Come si vivrebbe bene senza delinquenza! Come si starebbe tranquilli senza sacrifici economici!

Se si studiano i tre campi si scopre che è tutto un inganno: il problema migratorio è eticamente e politicamente imprescindibile; il problema della sicurezza è ben più largo e complesso della mera battaglia urbana contro i delinquenti (che, guarda caso, vengono identificati negli immigrati irregolari); il benessere economico non esiste senza equa redistribuzione dei redditi e senza giustizia sociale.

Giorgia Meloni non si deve risentire: le cose stanno così e lei sta sopravvivendo, combattendo contro i continui mulini a vento propinati alla pubblica opinione: un giorno la magistratura, un giorno la stampa, un giorno l’Europa, un giorno la sinistra.

C’è poi il macigno che grava sulla testa della gente da cui sono partito: la guerra, il massimo della insicurezza, della ingiustizia e della precarietà, che viene sbandierata come “di necessità virtù”.

La sinistra non sbaglia nell’analisi, come ha fatto abbastanza lucidamente Bonaccini, ma è carente nel proporre alternative strategiche, facili da spiegare e da capire, ricorrendo ai valori fondamentali del vivere civile, ma concretizzando il tutto a livello di convenienza non ultima quella del portafoglio.

Vogliamo spiegare alla gente che ci stiamo suicidando con le armi, finanziate dal debito nazionale ed europeo, prodotte dall’industria bellica che garantisce occupazione, finalizzate a difendere uno stato permanente di guerra in cui siamo destinati a sguazzare?!

L’immagine che ritrae sorridenti Guido Crosetto e Mykhailo Fedorov, un venerdì sera a Roma, ha un evidente merito: quello di fare finalmente chiarezza sulla strategia del governo in materia di riarmo. Da una parte c’è il nostro ministro della Difesa, dall’altra il “mago” ucraino della guerra moderna, un personaggio che ha già avuto incarichi di governo con Volodymyr Zelensky e che da due giorni è ufficialmente consulente del governo italiano. Questa fotografia parla più di molti rumors, indiscrezioni e documenti segreti e cancella qualsiasi opacità, a questo punto, sulle priorità industriali dei prossimi anni: l’Italia ha imboccato con decisione la via dell’investimento in tecnologia e formazione militare. Il dovere della trasparenza era ed è necessario e lo hanno confermato le dichiarazioni a margine dei due protagonisti dell’incontro. Ora però è altrettanto urgente fare un discorso di verità al Paese, che vada al di là di un incontro ufficiale e delle photo opportunity. Siamo sicuri che sia la direzione giusta, quella intrapresa? Si sono fatti i conti con un’opinione pubblica che appare stanca rispetto ai conflitti in corso e che è attraversata ancora, in misura significativa, da spinte e desideri di pace e di pacificazione, nonché da forti sentimenti antimilitaristi? (“Avvenire” – Diego Motta)

La guerra dovrebbe fare paura e invece sta diventando un argomento di sciocca e patetica conversazione. Colpa anche della sinistra che, a livello italiano ed europeo, non riesce ad alzare la propria voce, temendo di essere troppo di sinistra e troppo pacifista per essere capita e scelta dagli elettori.

 

 

 

Macellai in libera concorrenza

Altro che «macellaio dei Balcani»: per Belgrado il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, deceduto il 27 agosto fa nel carcere dell’Aja, merita funerali di Stato. Almeno, a sentire le dichiarazioni rilasciate dal ministro serbo della Giustizia Nenad Vujic, che non ha mancato, naturalmente, di provocare reazioni anzitutto in Europa, accrescendo i timori di un’ulteriore deriva della Serbia, Paese candidato all’adesione all’Ue. «È certo – ha dichiarato il ministro alla radio locale K1 – che il generale Mladic riceverà tutti gli onori militari e di Stato cui ha diritto». Adesso, ha aggiunto, «noi siamo pronti a recarci all’Aja non appena sapremo quali saranno le prossime tappe, nel pieno rispetto di tutti i desideri della famiglia del generale Mladic». Sarà questa «a decidere il luogo» della sepoltura. Il ministro ha inoltre annunciato una lettera al Meccanismo residuale dell’Aja (che ha preso il posto del disciolto Tpi) per chiedere che «non solo venga accertata la causa della sua morte, ma anche se Mladic abbia ricevuto cure adeguate». Belgrado lamenta in effetti che all’ex generale, in stato terminale, non sia stato concesso di passare i suoi ultimi giorni in Serbia. (“Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

Ratko Mladic  fu arrestato il 26 maggio 2011 a Lazarevo, in Serbia: la sua cattura era considerata una delle condizioni affinché la Serbia potesse candidarsi a diventare membro dell’UE. Accusato di aver commesso crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, il 31 maggio 2011, dopo 16 anni di latitanza, Mladic fu estradato all’Aja e processato nel centro di detenzione che ospita gli accusati del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY). Il processo, iniziato il 12 maggio 2012, si concluse il 22 novembre 2017 con la condanna all’ergastolo. La condanna fu confermata anche in appello l’8 giugno 2021, con un inasprimento ed estensione delle motivazioni sull’uso del genocidio.

Sgombro subito il campo dalle questioni di carattere umanitario sollevate dal governo di Belgrado: la mancanza di cure adeguate e il diniego a morire in patria. Non so se queste accuse riguardanti il trattamento carcerario riservato a Mladic siano provate, ma comunque sono del parere che l’essere curato e il morire dignitosamente debbano essere diritti concessi anche al peggiore dei criminali.

Sul piano della giustizia internazionale sorge immediatamente un problema: in giro per il mondo, a livello di governanti e capi di Stato, non ci sono soltanto mammolette, ma fior di criminali sostanzialmente responsabili di genocidi, nel mirino del Tribunale penale internazionale o addirittura già oggetto di provvedimenti che dovrebbero portare alla loro cattura.

Il 21 novembre 2024 la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato d’arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nel conflitto a Gaza.

Le accuse principali riguardano crimini di guerra, vale a dire uso della fame come metodo di guerra, attacchi intenzionali contro la popolazione civile e privazione di beni essenziali, e crimini contro l’umanità, cioè omicidio, persecuzione e atti disumani.

Il governo israeliano ha respinto le accuse con fermezza, definendo i mandati illegittimi, politicizzati e privi di giurisdizione, poiché Israele non fa parte dello Statuto di Roma. I Paesi membri della CPI hanno l’obbligo formale di eseguire il mandato di arresto se Netanyahu entra nel loro territorio, limitando fortemente i suoi spostamenti all’estero.

Tutti ignorano i suddetti obblighi e in molti si rifugiano addirittura nella insulsa diatriba se a Gaza ci sia o meno in atto un genocidio: se non è zuppa (genocidio) è pan bagnato (sterminio di una popolazione civile).

L’aspetto che mi interessa maggiormente riguarda l’atteggiamento e il comportamento dell’Unione Europea.

Molto preoccupata l’Europa. «La Commissione Europea – ha detto una portavoce – ritiene che qualsiasi glorificazione dei criminali di guerra sia in contraddizione con i valori europei più fondamentali e non abbia posto nell’Ue o nei paesi candidati all’adesione». 

Non ho idea di quale impatto possa avere questa sorta di subdolo revisionismo storico sull’adesione della Serbia alla Unione europea. Una cosa è certa: la UE non ha bisogno di nuovi partner incoerenti e inaffidabili, ha già anche troppi membri irrequieti e inquieti che la stiracchiano da ogni parte e la portano continuamente fuori strada.

La riflessione più di fondo è tuttavia la seguente: va benissimo la fermezza sui crimini di Mladic, ma il silenzio su quelli di Netanyahu grida vendetta al cospetto di Dio. Non solo, ma nessun provvedimento europeo è stato adottato per condannare e sanzionare il comportamento del governo israeliano ogni giorno sempre più censurabile e inaccettabile.

Evidentemente Netanyahu ha molti demoni a suo favore nell’inferno mondiale ed europeo, che gli consentono di spadroneggiare in modo criminale in tutto il medio oriente.

Lasciamo perdere il nostro Paese che non ha detto una vera parola di condanna e non ha adottato alcun provvedimento nei confronti di Israele, ritenendo che debba essere l’Unione europea a dettare la linea. Questo sì che vuol dire essere europeisti…

E le vere e proprie torture perpetrate nei CPR (centri di permanenza per il rimpatrio) a danno degli immigrati? E i lager camuffati da centri per immigrati all’estero che rappresentano il fiore all’occhiello dell’Italia da applicare anche alle giacche dei partner europei? Questa sì che è accoglienza esemplare verso i disperati in fuga.

Chiudo con una domanda molto provocatoria: è più criminale ammazzare i bambini nella loro patria o lasciarli morire in mare? è più criminale costringere milioni di palestinesi e libanesi a sloggiare dalle loro terre o ributtare i migranti nelle loro terre da cui sono scappati per disperazione?

Purtroppo non c’è autorità internazionale che possa provare a giudicare questi comportamenti, il diritto internazionale non esiste più, ognuno può fare ciò che vuole. Le ong non rompessero i coglioni…

Forse oggi anche Mladic, tutto sommato, se la caverebbe a buon prezzo, sarebbe in buona compagnia….

Il sesso degli angeli di sinistra

Conte anti-woke…una furbata per attaccare la Schlein …il camaleonte, non avendo una sua ideologia cavalca di volta in volta il tema che gli serve…aiutato dal suo esperto in comunicazione… (messaggio del mio amico Pino)

Il centro-sinistra non ha bisogno di queste pericolose polemichette da quattro soldi per definire la propria identità culturale, politica e programmatica.

Si dimentica, anche in settori della sinistra, che “woke” è espressione gergale coniata dagli afroamericani per segnalare la necessità di “vigilare” contro ogni forma di discriminazione, manifesta o camuffata. Se viene meno questa attenzione, allora si apre la strada a chi intende mettere in discussione, ad esempio in nome di un distorto principio della sicurezza nazionale, o in difesa di una presunta identità costruita a tavolino, i fondamenti del sistema internazionale, i diritti civili, la molteplicità delle prospettive, e tutto ciò che John Rawls definiva «il fatto del pluralismo ragionevole». Si confondono, ad esempio, gli eccessi del politicamente corretto con il linguaggio non-offensivo, per il rispetto che si deve ad ogni essere umano. Non a caso, proprio la costante propensione ad offendere e ad umiliare gli altri, specie i più deboli, compresi interi stati, caratterizza il discorso trumpiano e la grammatica sgrammatica dell’ultradestra populista e nazionalista.

Se si seguisse questa linea di ragionamento – che a me pare un inaccettabile ripiegamento – allora dovremmo caratterizzare come irrimediabilmente “woke” l’articolo 3 della nostra Costituzione, che stabilisce l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E la stessa Costituzione impone alla Repubblica politiche che in America vanno sotto il nome di affirmative actions, cioè misure proattive di equiparazione, consistenti nel rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Sarebbe strutturalmente “woke” anche l’articolo 11, che con il ripudio della guerra finirebbe per caratterizzare l’Italia – per i nuovi alfieri della restaurazione politico-semantica – come un paese irenista e imbelle, un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. Insomma, il furibondo accanimento contro la categoria indefinita di wokismo non è che il grimaldello per scardinare le conquiste della civile convivenza, dal contesto nazionale a quello internazionale, e farci ripiombare sotto l’arbitrio degli energumeni, sia domestici che globali. In definitiva, è perciò molto meglio restare “woke”, in senso letterale, cioè rimanere vigilanti. (“Avvenire” – Pasquale Ferrara)

La sinistra ha storicamente la tendenza ad inasprire le diversità al fine di marcarle in chiave più elettorale che culturale: certe divergenze sono state salutari e chiarificatrici. Non è il caso da una parte della polemica anti-woke e dall’altra della polemica filo-riformista. Si prescinde dai contenuti woke e riformisti per trasformarli in ragioni polemicamente e strumentalmente divisive.

Gran brutto vizio quello della sinistra che si divide per il gusto di dividersi, finendo per creare una confusione in cui spillare qualche consenso a proprio favore spesso personale. C’è tempo per la discussione seria e costruttiva anche se ci può essere talora spazio per la polemica mai fine a se stessa o, ancor peggio, fine a inutili e dannosi personalismi.

Confondere la cultura woke con l’ubriacatura LGBT così come piegare il riformismo a mera moderazione pragmatica e centrista sono operazioni scorrette e controproducenti. Dividersi sulla strategia pacifista non ha molto senso, ma può avere anche un senso. Menare il can per l’aia, prendendo le lucciole di Giuseppe Conte e Pina Picierno come lanterne in vista delle elezioni primarie e secondarie, è cosa ridicola prima e più che inaccettabile. Di queste vuote diatribe non se ne può più anche perché sullo sfondo passano le immagini delle distruzioni belliche, dei naufragi migratori, dei bambini che muoiono sotto le bombe e in mare e dei bambini sopravvissuti che giocano coi topi.

 

Guerra e pace, irrazionalità a confronto

Il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta è alla sua ventesima missione in territorio ucraino dall’inizio della grande invasione, saremo in centotrenta ad Odessa fino al ventotto agosto, per incontrare la società civile ucraina e gli amministratori locali, per discutere con loro del nostro futuro comune, di corpi civili di pace e di sicurezza europea.

Che sia l’Ucraina o il Mediterraneo, ciò che conta in chi parte è la decisione di essere parte della realtà, essere operativi dove ci sono le ingiustizie, schierandosi con i propri corpi. L’alternativa è sotto gli occhi di tutti: essere auto-relegati al ruolo di “homines videntes”, come scriveva Giovanni Sartori, quella schiera di benpensanti che confondono il mondo reale con il mondo che vedono, e che oggi hanno imparato a dividerlo in pollici alti e pollici versi, facce grugnite, cuoricini e facce tristi, senza abitarlo per davvero. Partire per l’Ucraina non significa fermare la guerra ci dicono, e quindi è un’azione inutile. È vero, lo sappiamo, ma forse bisogna ribadire che la pace non è solo un affare utile, è anche un affare d’amore, e non si costruisce la pace solo con la razionalità di gesti ponderati, di chi sa esattamente come vincere una guerra, ma anche con lo slancio di chi, anche all’improvviso, sceglie semplicemente di non arrendersi. Come Spinelli, Colorni e Rossi che hanno scritto un manifesto sulle cartine delle sigarette mentre erano ridotti al confino su Ventotene, come la decisione di Rosa Parks che quel giorno non volle cedere il suo posto sull’autobus; come le gesta intrepide di chi superava con sotterfugi il Muro di Berlino, come la rabbia di Tarek, venditore di gelsomini a Tunisi, che non sopportò più le angherie delle guardie e diede vita alla primavera araba, mettendo fuoco al suo carretto. E noi come loro partiamo principalmente per amore o per rabbia, non per calcolo.

Questa volta andiamo ad Odessa perché abbiamo seguito qualcosa che è simile al richiamo di una sirena: la bellezza della città. Tra i tanti nomi che abbiamo imparato a conoscere, per via di questa guerra che li ha resi famosi alle nostre orecchie, come Lviv, Kiev, Kharkiv, Mykolaiv, Cherniv, il suono di “Odessa” ci restituisce immediatamente il senso di una città-mito ed esotica che al tempo stesso ci è familiare come i racconti di Omero alle scuole superiori, ed oggi di nuovo attuale per via di Nolan. (“Avvenire” – Angelo Moretti, Portavoce del Mean, Movimento europeo di azione nonviolenta)

Mi ritrovo perfettamente nel discorso e nell’impegno basati sulla irrazionalità della pace, capisco che occorre partire di lì per smuovere coscienze e promuovere azioni positive in favore della pace. Non mi associo a chi si nasconde dietro il dito dell’inutilità per legittimare la inevitabile logica della guerra.

Tuttavia mi chiedo: e la politica dove sta di casa? Viaggia sul binario unico del vis pacem para bellum e non c’è verso di farla deragliare. Dal momento che credo nella politica soffro doppiamente: per le brutture della guerra e per la rassegnata e motivata (?) impotenza dei governanti. Paradossalmente non so se siano più da compiangere le vittime della guerra o coloro che la preparano in vista di una irraggiungibile pace ridotta a mero scopo pretestuoso.

Mi ribello alle razionali motivazioni di supporto alla irrazionalità della, o meglio dire, delle guerre. C’è però un ragionamento da sbattere in faccia ai guerrafondai. Non si sono accorti che nel mondo attuale le guerre non si possono vincere, ma si perdono nell’infinito scontro tra i forti e i deboli che qualcuno rende forti. Nessun debole è talmente debole da soccombere definitivamente e nessun forte è talmente forte da vincere ogni resistenza. Un tempo si dichiaravano le guerre avendo come scopo trattati di pace dettati dal vincitore; oggi la guerra è fine a se stessa, si autoalimenta, si perpetua, è la base sistematica della vita dell’umanità.

Va bene così? A giudicare dall’accanimento con cui si portano avanti le guerre in Ucraina, in Iran e in Palestina sembra proprio di sì. La diplomazia è ridotta a gioco dell’oca. Anche chi ha (quasi ) tutto da perdere (vedi Europa) in questo scenario bellico globale e infinito preferisce insinuarsi ed accanirsi sulle briciole che cadono dal tavolo dei potenti fingendo di schierarsi dalla parte dei deboli.

C’è una differenza fondamentale tra Cina ed Europa. La prima ha pragmaticamente tutto da guadagnare nel teatro bellico internazionale; la seconda ha tutto da perdere anche perché è divisa e senza bussola ideologica e politica.

E allora, a maggior ragione, non resta che l’irrazionalità della pace a tutti i costi. C’è stato nella storia del secolo scorso un italiano che è riuscito nell’intento di coniugare i disarmati e disarmenti viaggi della pace con la testarda diplomazia del dialogo coi potenti. Mi riferisco a Giorgio La Pira che sapeva darsi due spinte: una basata sulla preghiera a Dio, l’altra basata sulla buona volontà degli uomini impegnati politicamente nelle comunità sparse in tutto il mondo. Una sfida tutta da rivalutare e riprendere con pazienza pari ad impazienza.

 

I mestieranti europei e i volenterosi vaticani

«Questa guerra deve finire», il prima possibile, «più a lungo durerà, più difficile sarà raggiungere una soluzione adeguata. Ogni giorno i combattimenti generano nuove vittime ostacolando ulteriormente una riconciliazione futura». Con tono fermo e pacato, Paul Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, ha portato nel cuore di Mosca l’incessante appello per la pace di papa Leone XIV. All’esordio della missione in Russia – dove mancava dal novembre 2021, prima del conflitto con l’Ucraina –, il “ministro degli Esteri” del Vaticano ha incontrato l’omologo Sergeij Lavrov per affrontare – come precisato dalla segreteria di Stato via social – «temi di comune interesse e questioni di attualità internazionale». Al termine, i due diplomatici hanno voluto presentare insieme le proprie dichiarazioni alla stampa. «La posizione della Santa Sede è chiara – ha sottolineato l’arcivescovo Gallagher davanti ai giornalisti che non sono stati autorizzati a fare domande –. Le ostilità non possono essere risolte con mezzi militari. È essenziale creare le condizioni per un processo politico e diplomatico e avviare negoziati autentici con il sostegno della comunità internazionale». Da qui l’invito alle parti «a mostrare apertura e buona volontà affinché questo dialogo possa diventare realtà al più presto». In quest’ottica, «il Vaticano continua ad offrire la propria piattaforma di dialogo e buoni uffici», ha affermato il segretario per i rapporti con gli Stati che, il mese scorso, è stato a Kiev dove si è riunito con il presidente Volodimir Zelensky. Pur riconoscendo «divergenze sostanziali» con Mosca, Gallagher ha parlato di un «clima costruttivo» nel corso del colloquio e ha evidenziato alcuni «punti di convergenza» in particolare sulla necessità di mantenere aperti i canali di comunicazione e di collaborare sulle questioni umanitarie, dal ritorno dei bambini ucraini agli scambi di prigionieri. Aspetti su cui proseguirà il lavoro del cardinale Matteo Zuppi, inviato di pace vaticano, che dovrebbe recarsi a Mosca entro settembre, dopo i precedenti viaggi del 2023 e 2024. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi, Giovanni Maria Del Re)

Dagli ambienti ecclesiastici è appena arrivata una lezione sulla pace che mi piace intendere rivolta soprattutto alla sinistra (arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi) ed ecco affacciarsi sulla scena internazionale una vera e propria lezione di diplomazia (arcivescovo Paul Gallagher, Ministro degli esteri del Vaticano) che ritengo possa essere rivolta soprattutto all’Europa.

Come sarebbe bello se la politica guardasse ai vertici della Chiesa cattolica non con imbarazzata e formale adesione, ma con umile e forte crisi di coscienza. Perché l’Europa conosce soltanto il linguaggio delle armi e non prova a parlare quello della diplomazia? Perché non si tenta l’impossibile pur di scuotere l’imbalsamata situazione bellica internazionale, facendo capire ai contendenti che, tra l’altro, le guerre non si possono più vincere ma trascinare all’infinito? Perché i volenterosi europei portano soltanto armi e munizioni e non consigli utili per trattative di pace? Perché l’Europa, anziché mettere sul piatto della bilancia la spada e le sanzioni, non mette in palio aiuti umanitari e investimenti per il progresso economico dei Paesi in guerra a condizione che ricerchino seriamente accordi di pace?

Si tratta di sogni? Meglio regalare sogni che armi! Il Papa e i Vescovi vengono considerati come mestieranti della pace e quindi guardati e ascoltati con scetticismo e sussiego. Ad ognuno il suo mestiere: alla Chiesa quello di facilitatore di pace, alla politica quello di preparatore di guerre. Meno male che c’è la voce insistente della Chiesa, (il Papa con i suoi inviti alla pace disarmata e disarmante e i Vescovi con i loro interventi etici, religiosi e diplomatici), perché diversamente sarebbe un coro unanime, pur con diverse tonalità, di promozione bellica.

Fede, speranza, carità e…burocrazia

Prima puntata: Il disordine secondo il Vangelo

Massimo Biancalani, parroco noto per il suo impegno nell’accoglienza delle persone migranti, è stato definitivamente rimosso dalle parrocchie di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e San Niccolò a Ramini, a Pistoia, dove prestava servizio dal 2015. La rimozione era stata disposta nel luglio dell’anno scorso dall’allora vescovo di Pistoia e Pescia, Fausto Tardelli, che gli aveva proposto un nuovo incarico negli uffici della diocesi. La decisione era seguita allo sgombero da parte della polizia di alcuni migranti ospitati nei locali della parrocchia di Vicofaro. Biancalani aveva presentato ricorso al Dicastero per il Clero (la struttura del Vaticano che si occupa delle questioni che riguardano i sacerdoti) ma è stato respinto. Secondo il Fatto Quotidiano, che ha potuto vedere il documento con cui il Dicastero ha motivato la sua decisione, la rimozione è stata confermata perché Biancalani avrebbe trascurato i suoi impegni come parroco per concentrarsi sull’accoglienza delle persone migranti. Come previsto dal diritto canonico, il parroco ha ora sessanta giorni di tempo per presentare un ulteriore ricorso. Nell’estate del 2024 il Vaticano aveva già proposto a Biancalani un trasferimento all’Ufficio missionario diocesano di Pistoia, incarico che il sacerdote aveva rifiutato. Successivamente gli era stata revocata la rappresentanza legale della parrocchia di Vicofaro. Biancalani aveva impugnato anche quel provvedimento, ma senza successo. (ilpost.it)

 

Seconda puntata: L’ordine secondo la Santa Sede

Tornare a stare insieme, affidare la comunità a un nuovo parroco e rimettere al centro la parrocchia. A Vicofaro, nella parrocchia che è stata per anni centro di accoglienza di migranti con don Massimo Biancalani, si apre una pagina nuova. E il primo gesto scelto dal vescovo di Pistoia, Augusto Mascagna, è stato quello più semplice e più essenziale: celebrare la Messa nella chiesa di Santa Maria Maggiore, stare in mezzo alla comunità e indicare un nuovo inizio. A poche ore dal rigetto da parte della Santa Sede del ricorso di don Biancalani che si opponeva al suo trasferimento stabilito dal predecessore, Fausto Tardelli, il vescovo ha comunicato ai fedeli il nuovo assetto di Vicofaro, invitando anzitutto a ritrovare un ordine e una serenità che negli ultimi anni sono stati messi a dura prova. Dal prossimo 23 agosto la cura pastorale sarà affidata a monsignor Patrizio Fabbri, come amministratore parrocchiale, affiancato da don Roberto Breschi, cancelliere vescovile, come coadiutore. Una scelta che la diocesi presenta con un’unica priorità: quella di tornare alla vita ordinaria di una comunità, ossia la celebrazione dei sacramenti, l’accompagnamento delle persone, le relazioni, la vita pastorale. (“Avvenire” – Tommaso Piccoli)

 

È pur vero che le vicende bisogna viverle dall’interno e non sull’onda degli echi mediatici, ma ci puzza tanto di restaurazione: non è facile soccorrere i poveri senza incorrere nei rigori delle leggi civili ed ecclesiastiche. C’è un famoso detto parmigiano che recita: “A fär dal bén aj äzon as resta fotù…”.

Lo Stato italiano è rigoroso sul rispetto delle regole igienico-sanitarie che sarebbero state violate nell’accoglienza ai migranti della parrocchia di Santa Maria Maggiore a Vicofaro (Pistoia), mentre sorvola sulle vergognose condizioni di vita dei migranti collocati nei centri di accoglienza(?) in Italia e all’estero.

I vescovi giustamente si scandalizzano per il respingimento dei migranti, sollecitano l’impegno dello Stato e delle comunità nell’accoglienza e poi, sul più bello, adottano provvedimenti punitivi nei confronti di sacerdoti che, magari con eccessivo zelo caritatevole, accolgono i migranti nei locali parrocchiali, creando qualche scompiglio e mettendo a soqquadro il quieto vivere della comunità cristiana.

La Chiesa, così come il mondo, è bella perché è varia…

Prescindendo dagli aspetti di merito della suddetta vicenda, anche dal punto di vista del metodo i fatti lasciano molto a desiderare: i rapporti impostati e risolti in modo burocratico (promoveatur ut amoveatur) o addirittura, ancor peggio, con provvedimenti disciplinari e relative rimozioni punitive (chi disturba vada fuori dall’aula o dietro la lavagna). Non mi sembra uno stile evangelico.

Mia sorella Lucia, nella sua implacabile schiettezza, non sopportava i grilloparlanteschi atteggiamenti della gerarchia cattolica nelle sue varie espressioni centrali e periferiche, volti ad esprimere forti e generiche critiche ai politici, con cui peraltro non era affatto tenera. Rinviava però al mittente parecchi rilievi: “Sarebbe molto meglio che si guardassero loro, che ne fanno di tutti i colori, anziché scandalizzarsi delle malefatte delle persone impegnate in politica”.

«Per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna» (Papa Francesco, udienza ai sacerdoti del movimento di Schönstatt).

«È meglio una Chiesa incidentata, perché perlomeno è in uscita, piuttosto che malata» (Papa Francesco).

E allora, come si sarebbe comportato papa Francesco nella vicenda di don Biancalani? Azzardo un virtuale pronostico: avrebbe dialogato molto, giudicato poco e condiviso tutto.

 

 

 

 

Un’immaginaria arca nel diluvio

Sullo sfondo della vicenda Ranucci-Report permane lo stallo sulla governance della Rai, ancora senza un presidente effettivo dopo lo scontro in commissione di Vigilanza, auto-azzerata con le dimissioni di massa a inizio luglio e non ancora ricomposta. Ma al di là dell’intoppo politico (la mancata nomina di Simona Agnes), sul sistema di informazione pubblico pesa un incompiuto ancor più inquietante che, salvo interventi dell’ultima ora, porterà dritto a una procedura di infrazione. Si parla del regolamento europeo sulla libertà dei media (European Media Freedom Act , Emfa), in vigore già da un anno. Che non è una direttiva e quindi non ha bisogno di essere recepito per via parlamentare ed è fondato su quattro semplici pilastri: indipendenza dal potere politico, procedure di nomina dei vertici trasparenti e aperte, finanziamenti stabili e prevedibili, rispetto dell’indipendenza editoriale e del pluralismo. Un testo incompatibile con l’attuale sistema di governance. (“Avvenire” – Matteo Marcelli, Giuseppe Muolo)

Continuiamo pure a guardare il dito e a trascurare la luna. Pina Picierno, insopportabile spretata carrierista voltagabbana, che squalifica la categoria delle donne impegnate in politica, non si è lasciata sfuggire l’occasione di buttarsi a capofitto nella vicenda Ranucci-Lavitola, trovando in essa il modo di sfogare la propria smania di protagonismo e di distinguersi a tutti i costi dal partito democratico, da cui è sbrigativamente uscita senza mollare l’osso delle cariche europee ricoperte grazie a questo partito e alla sinistra.

«Sono – dice la parlamentare di Renew – una femminista, ho partecipato al grido di “sorella, io ti credo”, ho contestato e combattuto apertamente ogni atteggiamento patriarcale e sessista in ogni ambito e, per le stesse ragioni, non posso non chiedere conto, pubblicamente e alla Rai, dei comportamenti sessisti e deontologicamente inaccettabili di Ranucci».

Adesso Ranucci è diventato un bersaglio facile, il pianista su cui si può tranquillamente sparare, mettendo conseguentemente la Rai al riparo. Come mai Pina Picierno si preoccupa tanto del presunto sessismo di questo giornalista e si dimentica che la Rai è in odore di procedura di infrazione a livello europeo, lei che del parlamento europeo è vice-presidente.

La polemica nel PD e nel centro-sinistra sta diventando insopportabile: Pina Picierno scopre la propria vocazione femminista, Giuseppe Conte scopre la propria identità culturale nell’anti-woke, in parecchi si dichiarano più antipacifisti che riformisti, molti spaccano il capello in quattro per difendere l’ucrainismo dal putinismo, etc. etc. Se andiamo avanti così mi toccherà, alle eventuali prossime elezioni primarie, di votare per Elly Schlein, cosa che non ho fatto in precedenza (me la stanno facendo diventare sopportabile: il male minore…).

Intanto la Rai continua imperterrita a vivere nella illegittimità, nella irrilevanza culturale e nel pantano politico, facendo tranquillamente il proprio mestiere di agit-prop di Giorgia Meloni e niente più.

A sinistra non si salva nessuno. Se fosse ancora vivo il mio indimenticabile amico Walter Torelli, dopo avermi confessato tutta la sua indignazione, mi direbbe con tanta convinzione davanti alle derive politiche dell’attuale sinistra: «Lé óra chi vagon a ca tùtti». Sì, caro Walter avresti ragione…

Lasciatemi vivere di ricordi e lavorare di fantasia. Se potessi avere potere decisionale riguardo al diluvio della politica italiana varerei un’arca in cui farei salire Graziano Delrio, Gianni Cuperlo, Tommaso Montanari e, laicamente parlando, i vescovi Corrado Lorefice e Giovanni Ricchiuti.  Non penso di dover spiegare le motivazioni etiche, culturali e politiche di una simile paradossale (?) proposta.

 

 

Meloni-Trump, assonanze strategiche e dissonanze tattiche

«A revolution of pride». Giorgia Meloni coglie l’occasione più ghiotta per ribadire a Donald Trump che il loro rapporto non potrà che peggiorare laddove il presidente Usa continuerà a trattare l’Italia e i suoi rappresentanti come submissive, sottomessi a Washington. Lo spiega in una lunga intervista concessa a Roger Cohen del New York Times, il quotidiano più ostile all’attuale amministrazione statunitense.

La premier non fatica a rappresentare il suo rapporto con il commander in chief come ormai deteriorato, nonostante le premesse lasciassero pensare una diversa evoluzione: «È evidente che, con Trump, pensavo che le cose sarebbero state più facili, vista la nostra convergenza sui temi dell’immigrazione e della cultura woke. Le cose, invece, sono andate diversamente». Come a dire che non c’è possibilità di recuperare il feeling di un tempo. Tanto più che il rinnovato rapporto con diversi leader Ue (ora che anche lei è entrata a far parte del club degli insultati dal presidente Usa) la sta spingendo sempre più verso la sponda europea dell’alleanza atlantica, segnando il progressivo abbandono del ruolo di interlocutrice privilegiata di Washington (lunedì, peraltro, parteciperà in videocollegamento a una riunione della coalizione dei Volenterosi sull’Ucraina). Perciò, nonostante Meloni continui a ritenere che «l’unità dell’Occidente sia qualcosa di molto importante» e che la strategia italiana non possa essere decisa «sulla base delle mie relazioni personali», è bene ricordare alla Casa Bianca che lei non accetterà mai «l’idea di un’Italia sottomessa, che si considera inferiore agli altri». E il suo obiettivo, rimarca, resta «la più grande rivoluzione che possa avvenire in questa nazione: una rivoluzione dell’orgoglio». Anche per questo, alla domanda su un suo possibile colloquio con Trump dopo l’estate, non si sbilancia: «Vedremo».

Ma non c’è solo il rapporto con il tycoon : Cohen chiede conto alla premier anche del suo passato e della sua opinione rispetto al fascismo. E la risposta è un classico dell’universo post-fascista istituzionalizzato: la storicizzazione del Ventennio. «Chiaramente, se oggi guardiamo a questa storia è una cosa – argomenta –. Se invece l’avessimo guardata trovandoci nel pieno di quegli eventi, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?». (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

Il grave di queste dichiarazioni consiste nella dichiarata convergenza con Trump sulla politica migratoria quale conseguenza della guerra ideologica contro la cultura woke.

La cultura woke (dal verbo inglese to wake, passato woke, che significa “sveglio”) indica un atteggiamento di intensa attenzione e vigilanza critica verso le ingiustizie sociali, in particolare il razzismo, le discriminazioni di genere, le disuguaglianze economiche e i diritti delle minoranze.

Ebbene – nonostante anche nella sinistra si sia scatenata una protagonistica e capziosa gara-tranello all’insegna del “dalli alla cultura woke” intesa come ristretto progressismo di genere – avversare e combattere questa cultura è qualcosa di anacronistico, reazionario e inaccettabile: l’effetto è poi anche la chiusura verso i migranti in una visione ristretta di sostanziale “remigrazione”. Giorgia Meloni, prende spunto strumentalmente dalla polemica contro l’idea woke per battere pari con Trump sul peggio dell’anti-democrazia americana e cercare convergenze parallele sulla base degli euroscetticismi emergenti. Trumpismo ed europeismo convivono bene soltanto nella sua malata fantasia atlantista.

E poste queste insane premesse cosa poteva dire sul fascismo dal pulpito del nuovo fascismo? Attestarsi sulla storicizzazione del ventennio nel senso di neutralizzarne il ricordo per ricucinarlo in salsa trumpiana.

Non importa niente se la meta è comune e cambia l’atteggiamento durante il viaggio: si troveranno comunque gli aggiustamenti strada facendo. Si può convivere benissimo anche dormendo in stanze separate, ma nello stesso appartamento.

La lingua dell’intervista ha battuto sì dove duole il dente delle difficoltà tattiche nei rapporti con Trump, ma, otturato questo dente in qualche modo, resta il problema della dentatura strategicamente scombinata, che inevitabilmente porta a inversa masticazione e a cattiva digestione.

A cosa serve la rivoluzione dell’orgoglio? C’è veramente poco di cui essere orgogliosi in un’Italia che fa operazioni di piccolo cabotaggio elettorale in un mare tempestoso, finendo con l’aderire a politiche criminali di ingiustizie, di prepotenze e di guerre.

 

Pace di Cristo, pace dei politici di buona volontà

Il presidente di Pax Christi, arcivescovo Giovanni Ricchiuti, ha impartito una lectio magistralis, sul tema della pace, alla sinistra, inviando a Elly Schlein, segretaria del maggior partito della coalizione che sembra cercare l’ago del programma comune nel pagliaio dei personalismi e dei riformismi, una lettera da recepire con umiltà senza alcun timore di rinunciare alla laicità e alla concretezza della politica.

Dal momento che è stata integralmente pubblicata dal Quotidiano “Avvenire” ed è fortunatamente e gratuitamente accessibile, consiglio a tutti i miei pochi lettori di farne una meditazione vera e propria e inviterei tutti i politici impegnati, soprattutto quanti di essi che si rifanno alla sinistra, a considerarla, a scanso di equivoci, parte integrante del documento programmatico in vista delle prossime elezioni politiche.

Mi permetto di seguito di riportarne alcuni passaggi aggiungendo le mie povere e brevi riflessioni.

Per troppo tempo abbiamo considerato indiscutibile il detto latino si vis pacem, para bellum. Ma la storia ne ha mostrato il fallimento. Ogni Stato giustifica il proprio riarmo con quello degli altri e ogni aumento delle spese militari come risposta a una minaccia. Si genera così una spirale nella quale nessuno è davvero più sicuro. La deterrenza non elimina la paura: la organizza e la trasforma nel fondamento delle relazioni internazionali. Ritengo necessario che una coalizione democratica e progressista prenda le distanze dalle politiche di riarmo. Il riarmo dissemina sfiducia tra le nazioni e paura nelle società; sottrae risorse a sanità, scuola, lavoro, lotta alla povertà, ambiente e coesione sociale. Eppure sono queste le fondamenta della vera sicurezza di un popolo. Una società segnata da disuguaglianze e servizi pubblici indeboliti non diventa più sicura acquistando nuovi sistemi d’arma. Ho ragione di credere che buona parte dell’elettorato del nostro Paese si riconosca in questa convinzione.

Sono serviti quanti si intestardiscono, anche in buona fede, nel puntare alla sicurezza con le armi. Non c’è riarmo che tenga, non c’è motivo di sprecare risorse investendo, magari anche razionalmente, in moderni e sistematici armamenti bellici. Contro la pace la ragione bellica non vale!

Non intendo entrare nel dibattito sulle singole decisioni riguardanti la guerra in Ucraina. Quella tragedia, tuttavia, ci obbliga a interrogarci sul modo in cui intendiamo la legittima difesa. Non possiamo applicare categorie elaborate quando la capacità distruttiva delle armi era incomparabilmente minore. Ritengo moralmente ammissibile, nell’aiuto a una popolazione aggredita, ciò che sia rigorosamente finalizzato a proteggere le vite: sistemi di allerta e intercettazione, rifugi, protezione delle infrastrutture civili, sminamento, soccorso sanitario e umanitario. La difesa della vita non può coincidere con la capacità di togliere altre vite. Esiste invece un campo vastissimo nel quale la politica può giocare fino in fondo la partita della pace. Penso anzitutto al rafforzamento della diplomazia italiana ed europea, investendo in formazione, personale, mediazione e prevenzione dei conflitti, ma anche nei corpi civili di pace e negli interventi non armati. 

Sono serviti quanti continuano a sostenere l’assoluta necessità di difendere l’Ucraina in base a schemi e concetti superati: se l’Europa avesse cambiato decisamente registro da parecchio tempo, forse l’aggressione dell’Ucraina non sarebbe avvenuta. Non è mai troppo tardi per battere insistentemente e pesantemente sui tavoli internazionali i pugni della pace.

È altrettanto urgente rafforzare il multilateralismo. Le Nazioni Unite e gli organismi sovranazionali hanno limiti evidenti, ma la risposta non può essere il loro abbandono. Occorre promuoverne una riforma democratica, perché quando il diritto internazionale è subordinato alla convenienza delle potenze resta soltanto la legge del più forte. E la legge del più forte non genera ordine: prepara nuove guerre. La politica della pace richiede anche educazione alla nonviolenza, riconversione dell’industria militare, controllo del commercio delle armi, sostegno all’obiezione di coscienza, tutela dei difensori dei diritti umani e partecipazione delle società civili ai processi negoziali. Richiede soprattutto di sottrarsi alla falsa alternativa tra riarmo e resa. La nonviolenza non è passività. È organizzazione della resistenza, protezione delle popolazioni, disobbedienza alle ingiustizie, costruzione di alleanze, pressione diplomatica e capacità di interrompere le catene dell’odio senza riprodurne la violenza.

Sono serviti quanti ritengono la pace una chimera e il pacifismo un esercizio retorico. La vera concretezza della politica consiste nel cercare vie alternative e nonviolente e non nella rassegnazione ai meccanismi bellici e agli sporchi interessi dell’industria bellica e dei guerrafondai che la sostengono persino in nome della pace. Vera e propria blasfemia!

Cinquant’anni dopo la lettera di monsignor Bettazzi a Berlinguer, il dialogo tra la Chiesa e una grande forza della sinistra italiana può ripartire da qui: non dalla ricerca di privilegi, ma dalla responsabilità condivisa verso l’umanità e le generazioni future. Se vogliamo la pace, dobbiamo preparare la pace: con la politica, la diplomazia, il diritto, la giustizia e la nonviolenza.

L’accattivante richiamo allo storico e coraggioso dialogo fra la Chiesa e la sinistra sgombra il campo occupato da chi intende il cattolicesimo come un pilatesco modo di rimanere indifferenti davanti alla politica, che invece è la forma più alta di carità, come sostenevano papa Pio XI che nel 1927 coniò questa espressione rivolgendosi ai dirigenti della Fuci e papa Paolo VI che  la riprese e la diffuse ampiamente nel corso del suo impegno e magistero, legandola indissolubilmente al concetto di bene comune e come la testimoniò Giorgio La Pira, un politico in inebriante odore di santità.