Fatta la legge evitiamo l’inganno

I ricorsi contro la legge elettorale sono già pronti. Lo “Stabilicum” (per le opposizioni “Melonellum”) sta per tagliare il traguardo. In circa 30 distretti si lavora già agli atti da presentare nei tribunali, con rilievi su preferenze, firme, equilibrio di genere. Ci sono i tempi tecnici per la pronuncia prima di un voto anticipato: la Consulta dovrebbe esprimersi a febbraio.

La legge elettorale deve ancora tagliare il traguardo e già si guarda oltre. Alla prossima tappa prima dell’applicazione dello Stabilicum che, inevitabilmente, diventa ora quella dei ricorsi alla Consulta per far dichiarare non costituzionale, in parte o in tutto, questa riforma tanto contestata.

Decisiva, a questo punto, diventa anche la tempistica: i giudici della Corte sono abituati a tempi medio-lunghi, eppure gli esperti della materia stavolta prevedono che potrebbe arrivare già a partire dal mese di febbraio l’eventuale pronuncia della Corte sui ricorsi annunciati.

Nel mirino sono in particolare 5 punti: le preferenze “a metà”, l’abnorme numero di firme (450mila) che di fatto blocca l’ingresso in Parlamento di nuovi partiti, il mancato equilibrio di genere, il premio di maggioranza e la creazione di fatto di un unico mega-collegio mondiale per il voto degli italiani all’estero.

L’obiettivo «è che la pronuncia della Corte arrivi nei tempi utili» per le prossime elezioni, anche nel caso in cui queste fossero anticipate alla fine alla primavera del 2027. I tempi tecnici ci sarebbero. A meno di improvvisi intoppi. In questo modo si eviterebbe il potenziale danno maggiore dello Stabilicum: cioè quello che la legge possa fare il suo debutto alle urne prima di essere dichiarata, eventualmente, incostituzionale. Sarebbe una beffa oltre al danno. (“Avvenire” – Eugenio Fatigante)

Se devo essere sincero non sono stato tanto interessato al dibattito parlamentare sulla vergognosa legge elettorale, ma alle speranze che venga dichiarata incostituzionale possibilmente prime della prossima consultazione popolare. Sì, perché ormai la frittata è fatta e l’unica possibilità è quella di buttarla nella pattumiera prima che venga mangiata e provochi una intossicazione elettorale.

Questa nuova porcata legislativa è sintomatica del clima politico vigente nel nostro Paese: non si riesce a prescindere dagli interessi delle botteghe partitiche, le regole democratiche si fanno e disfano a seconda delle convenienze della maggioranza, la volontà popolare viene indebolita e sacrificata opportunisticamente sull’altare del più forte.

L’espressione “San Giovanni fa vedere gli inganni” (più comunemente nota come “San Giovanni non vuole inganni”) è un famoso modo di dire italiano usato per smascherare una furbata, una bugia o una truffa. Spero tanto nella Santa Corte Costituzionale: meno male che esiste!

È una legge che sembra fatta apposta per invitare ulteriormente gli elettori a starsene a casa, un perfetto assist all’astensionismo e alla riduzione della partecipazione democratica a mera delega in bianco.

Le regole del gioco tendono a falsare i risultati del gioco: il come si è proceduto alla loro definizione fa rabbrividire. Il solo fatto che nella votazione di questo provvedimento abbia pesato la questione della fiducia al governo è un controsenso istituzionale, una prevaricazione rispetto al ruolo del Parlamento: si tratta dell’inarrestabile e progressiva mistificazione della volontà popolare.

Non è una legge italiana, ma una legge all’italiana!!!

La meloniana amnesia anterograda

Tre anni fa, il 7 ottobre 2023, gli attacchi terroristici di Hamas massacravano uomini, donne e bambini, aggredivano giovani riuniti per ascoltare musica, strappavano persone innocenti alle loro famiglie per trascinarle nella prigionia. Oggi ricordiamo le vittime di quella barbarie e rinnoviamo la nostra vicinanza ai loro cari, a chi ha subito l’orrore del sequestro e al popolo israeliano”. Lo afferma la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in una nota di Palazzo Chigi. “Il tempo trascorso – aggiunge – non attenua la gravità di quei crimini. Nessuna causa può giustificare il massacro deliberato di innocenti. Ricordarlo significa anche rinnovare l’impegno contro ogni forma di antisemitismo”. 

Nessuna causa può giustificare il massacro deliberato di innocenti: come non essere d’accordo, ma bisognerebbe avere il coraggio di dirlo anche per il massacro vendicativo di Israele contro i palestinesi, così come oltre impegnarsi contro l’antisemitismo, sentimento di odio, ostilità e discriminazione nei confronti delle persone ebree, occorrerebbe combattere  l’antipalestinismo che è una forma di ostilità, pregiudizio o discriminazione diretta contro i palestinesi, la loro cultura, la loro storia e i loro abitanti.

Per fortuna a riequilibrare e a rendere equa la posizione del nostro Paese ci ha pensato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella esprimendo una ben diversa posizione sui drammatici e tragici rapporti fra Israele e la Palestina. Riporto di seguito la sua nobile dichiarazione.

La data odierna segna la tragica ricorrenza dell’ignobile attacco perpetrato da Hamas contro numerosi civili israeliani. Molti giovani, anche di altre nazionalità, vilmente colpiti, tratti in ostaggio o privati della vita mentre si trovavano riuniti per un’occasione di festa. Altri brutalmente uccisi o rapiti nelle loro case, senza nessuna pietà per bambini e anziani. Gli atti di terrorismo non potranno mai essere giustificati né archiviati. Resteranno, per tutti i popoli, un doloroso monito affinché siano per sempre condannate e respinte con fermezza, in Medio Oriente e nel mondo intero, le piaghe barbare e incivili del terrorismo, dell’antisemitismo e di ogni forma di odio su base etnica e religiosa. Gli atti ripugnanti che, con estrema e disumana crudeltà, furono commessi il 7 ottobre 2023 hanno riaperto nella regione una drammatica fase di instabilità e violenze. Alle atroci sofferenze causate si aggiungono quelle che, ancor più da allora, gravano su moltitudini di palestinesi.
Le operazioni militari condotte dalle forze israeliane a Gaza hanno provocato una devastazione umana e materiale di intollerabile gravità. Allo stesso tempo è inaccettabile il processo di erosione di territori attribuiti all’Autorità Nazionale Palestinese.
La spirale di inaudita violenza va fermata, ricreando invece i presupposti, oggi profondamente compromessi, della convivenza tra israeliani e palestinesi nella prospettiva “Due Popoli, Due Stati”, per poter vivere pacificamente, fianco a fianco. In questa circostanza desidero rinnovare la vicinanza della Repubblica Italiana al popolo di Israele, alle famiglie delle vittime e a coloro che portano ancora le ferite di quella terribile giornata, auspicando che si rafforzi la determinazione di tutta la comunità internazionale a costruire condizioni durature perché vi sia pace e sicurezza per quelle terre e quei popoli martoriati.

 

 

Un bel protestar non fu mai scritto

Le proteste dei liceali francesi hanno assunto in pochi giorni una dimensione nazionale. Sono partite il 21 settembre da un liceo nella periferia parigina e hanno rapidamente coinvolto migliaia di istituti. Si è trattato di manifestazioni in larga parte pacifiche, ma in diversi luoghi sono sfociate in episodi di violenza urbana, con scontri, incendi e numerosi arresti. Una protesta può nascere da aspetti concreti e, una volta diventata nazionale, essere attraversata da conflitti politici più ampi. Un malessere diffuso preesistente rende possibile la rapidità della mobilitazione. I social network possono accelerarla, i partiti possono cercare di orientarla, il confronto con le forze dell’ordine può radicalizzarla. Ma questo non cambia e non deve oscurare i motivi da cui parte. La mobilitazione nasce da problemi molto concreti dell’esperienza scolastica: classi troppo numerose, insegnanti mancanti o non sostituiti, orari pesanti, edifici che necessitano di interventi, servizi insufficienti. Dietro queste richieste c’è però una domanda più profonda: poter stare bene nei luoghi nei quali si trascorre una parte decisiva della propria vita, con condizioni adeguate per apprendere e crescere. Per un adolescente, la scuola non è soltanto il luogo nel quale si acquisiscono conoscenze: è una delle principali infrastrutture attraverso cui si accede alla vita adulta. È anche uno degli strumenti fondamentali di riscatto sociale. (“Avvenire” – Alessandro Rosina)

 

La Spagna scende in piazza contro la crisi abitativa. Le chiavi delle case diventano il simbolo della protesta popolare: molti manifestanti le agitano tra le mani. Decine di migliaia di persone hanno manifestato sabato 3 ottobre in tutto il Paese – da Bilbao a Malaga, da Alicante a Palma de Maiorca, fino alle Canarie – per protestare per il diritto alla casa e chiedere uno sciopero generale. Stando al sindacato degli inquilini, nella capitale Madrid hanno manifestato circa 500mila persone, mentre il governo ha stimato una partecipazione di circa 70mila manifestanti. Ci sono stati scontri tra polizia e manifestanti a Valencia: cinque le persone arrestate, nove i poliziotti feriti. Venerdì 2 ottobre il Parlamento spagnolo ha bocciato i due decreti contro la crisi abitativa con cui il governo del primo ministro socialista Pedro Sanchez voleva rafforzare le protezioni per chi vive in affitto e limitare la speculazione immobiliare. I due decreti in questione erano stati inizialmente presentati dal governo per placare le proteste e l’indignazione popolare in tutta la Spagna dopo lo sfratto dalla sua casa di Madrid di una donna di 87 anni, Maricarmen Abascal, ma dovevano ancora essere confermati dal Parlamento. Il giorno dopo il “no” del Parlamento ai decreti del governo Sanchez sono riprese nel Paese le manifestazioni di protesta. (europa.today.it)

 

In questi giorni mi sono chiesto: come mai in Francia e in Spagna si scende in piazza per protestare su temi fondamentali come la scuola e la casa, mentre in Italia tutto tace pur con tutti gli enormi problemi che ha il nostro Paese? Un tempo bastava poco a innescare l’incendio, oggi le scintille non mancano, ma la piazza non si incendia.

Per restare ai motivi delle proteste francesi e spagnole, non è che in Italia la scuola vada bene e l’emergenza casa non riguardi anche gli italiani. Non mi si dica che l’attuale situazione socio-economica italiana è tranquilla e serena, che il governo gode di buona salute e che le opposizioni intercettano il malessere serpeggiante, che in un clima di astensionismo dilagante si aspetta la prossima scadenza elettorale per il redde rationem della politica rispetto ai problemi della gente e che i giovani non soffrono in un Paese che li maltratta in tutti i sensi possibili e immaginabili.

E allora? Posso solo dire che la mancanza di reattività sociale mi preoccupa e potrebbe costituire l’anticamera per l’instaurazione di una sorta di democratura all’italiana Da una parte abbiamo il tentativo di imbavagliare le istituzioni democratiche con una legge elettorale a dir poco schifosa, dall’altra parte le forze politiche (in cerca di estremismo a destra, moderazione a sinistra e onnicomprensivo centrismo di facciata) e sociali ( in cerca della credibilità perduta) che appresentano solo loro stesse, in mezzo la gente che subisce e tace, si pensi alla situazione della sanità pubblica (altro che scintilla!) che dovrebbe scatenare un autentico putiferio di protesta.

Pensate che quello che sta succedendo in Spagna sia replicabile altrove? Sì, si può riprodurre a livello internazionale. Anche se è passato in secondo piano di fronte allo sfratto di Maricarmen e ai decreti, la scorsa settimana a Madrid si è svolto un incontro internazionale per il diritto alla casa. C’erano collettivi anche dall’Italia. Quello che succede in Spagna sta già arrivando in altri Paesi. Si sta sviluppando una bellissima solidarietà internazionalista. Madrid sta facendo da traino e ogni Paese potrà accogliere queste rivendicazioni e adattarle al suo contesto. Tutto è appena iniziato. Non vogliamo che ci siano altre Maricarmen. (“Il Fatto Quotidiano – intervista di Marta Facchini a Miriam Bue, portavoce della Confederación de Sindicatos de Inquilinas)

Non voglio fare del movimentismo a tutti i costi, ma mi auguro che possa andare così: dall’urgenza e impellenza dei problemi concreti da affrontare ed avviare a soluzione possa scaturire una mobilitazione che da una parte smuova le coscienze (dei giovani in particolare) aiutandole ad arrivare anche al fulcro dei problemi, al problema dei problemi, alla causa-effetto dei problemi che è la guerra, invertendo il clima bellico che ci sta divorando, e dall’altra metta in crisi le paludi politiche nazionali ed europee. Sono convinto che non saranno le Schlein, i Conte, i Fratoianni e i Bonelli e tantomeno le Salis, le Picierno, gli Onorato e i Ruffini (chiedo scusa se ne sto dimenticando qualcuno/a…), ma la gente che ha il coraggio di scendere in piazza, ad accendere il fuoco sotto i culi di Giorgia Meloni e, perché no, di Ursula von der Leyen.

 

 

 

 

La sinistra disertrice

“Organizzeremo i disertori”. Il discorso di Virginia Libero, leader dei Giovani Democratici, rimbalza dal palco della Festa dell’Unità ai social e diventa un tema politico. Le posizioni espresse dalla 28enne accendono il dibattito per il messaggio che ruota soprattutto attorno al tema della guerra e della posizione dell’Italia in politica estera. In sostanza, uno degli argomenti centrali per il campo largo che – tra Pd e M5S – cerca una linea comune. “Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori”, dice Libero nell’intervento. “Perché per noi parlare di patria significa ripudiare la guerra, significa dare a tutti un salario dignitoso, garantire cure. Significa che nessuno nel nostro paese deve sentirsi solo, al punto da perdere ogni singola speranza. Per arrivare a tutto questo, ci servono scelte politiche coraggiose da fare. E la sinistra questo coraggio ce lo deve avere. (Redazione Adnkronos)

Era ora! A Virginia Libero va tutta la mia comprensione e solidarietà. Non si lasci condizionare dai moderati del cavolo, dai pragmatici del piffero, dai centristi dei miei stivali, dai correntomani impenitenti che se la vorranno accaparrare e nemmeno dai pacifisti di mero disturbo che la useranno tatticamente per cantare al PD un opportunistico “fatti più in là”. Temo poi che i giovani portatori di sacrosante istanze radicali possano pensare: “Uniti sì, ma contro il PD!”. Virginia Libero si potrebbe cioè trovare schiacciata tra la reazione del suo partito che tenderà a relegarla nell’asilo infantile della politica, quella dei campolarghisti che cercheranno di strumentalizzarla a danno del PD e quella delle giovani generazioni che la riterranno magari una quinta colonna della sinistra invischiata negli equilibri di potere.

È difficile portare avanti battaglie spregiudicate dall’interno del sistema dei partiti. Nella mia militanza politica mi ci sono duramente e ripetutamente impegnato e apparentemente non ce l’ho fatta. Questo non significa che non ci si debba provare, partendo dai grandi valori di cui la pace è sintesi e Virginia Libero lo ha capito perfettamente.

Mi rammarico di essere vecchio per non poter aderire ad azioni impegnative sul campo, anche se il pericolo del giovanilismo è sempre dietro l’angolo. Mi limito a valutare la questione con grande interesse e partecipazione socio-culturale.

Ho trovato i Punti Chiave del Caso esposti su internet, un po’ tropo schematicamente e semplicisticamente (Schlein contro il resto del PD), con particolare riferimento al pensiero critico di Massimo Cacciari, uomo fuori dalla mischia che però ama immischiarsi:

  • Il discorso di Virginia Libero: Dal palco della Festa dell’Unità (Reggio Emilia), la 28enne leader dei Giovani Dem ha espresso posizioni pacifiste contro il coinvolgimento in conflitti armati e l’aumento dei fondi per gli armamenti.
  • Le reazioni nel PD e nei media: L’uscita sui “disertori” ha spaccato il partito tra l’ala vicina a Elly Schlein e i riformisti critici (come Giorgio Gori), suscitando polemiche e ampie discussioni nei talk show.
  • L’analisi di Massimo Cacciari: Il filosofo è intervenuto più volte nel dibattito pubblico e televisivo analizzando la crisi e le divisioni della sinistra, commentando le posizioni sul riarmo europeo e il ruolo dei giovani dem in un contesto di forte polarizzazione mediatica e politica. Ha inserito le tensioni e le uscite della base giovanile e del centrosinistra nella più ampia crisi d’identità e di sintesi della sinistra italiana, spesso incapace di trovare una linea comune e coesa su temi cruciali come la geopolitica e la difesa.

Cacciari, intervistato da Luca Sommi su TV Nove, ha inserito la protesta di Virginia Libero nella necessità di una svolta radicale, fatta di verità e non di propaganda, nella politica di sinistra, che deve smettere di illudersi e illudere con una pura moderazione della destra, vocandosi a sconfitta perenne. Rivolto amichevolmente e incisivamente alla leader dei giovani democratici ha detto: “Sappi che lo Stato, ad un certo punto ti prende e ti manda a morire, quindi a maggior ragione hai ragione di incazzarti: guai a proseguire la politica estera che sta facendo l’Europa, perché ad un certo punto puoi arrivare a quel punto…e non c’è niente da fare e ti mandano a morire…”.

Temo che tutto e tutti rientrino nei ranghi, devitalizzando il dente pacifista su cui batte la lingua giovanile usando l’anestesia delle “armi difensive e democratiche”, sciogliendo inni e canti al dettato costituzionale salvo collocarlo in una sorta di pantheon delle buone intenzioni.

Resta valido comunque quanto affermava saggiamente mio padre. Ogni volta che sentiva notizie sullo scoppio di qualche focolaio di guerra reagiva auspicando una obiezione di coscienza totalizzante: «Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?».

 

Armiamoci e arrangiatevi

Riarmo ognun per sé: spese nazionali a 454 miliardi. E ancora latita il coordinamento fra gli Stati europei. Molta difesa ma per nulla, o quasi, comune. Nel 2025 la spesa militare aggregata degli Stati membri ha sfiorato i 418 miliardi di euro (417,623 per la precisione, di cui 134 in investimenti), pari al 2,2% del Pil dell’Unione. Un incremento del 22% rispetto al 2024, quando il totale delle spese aveva raggiunto i 343 miliardi. La proiezione per il 2026 è di 454 miliardi (il 2,4% del Pil), mentre entro il 2029 la spesa totale potrebbe arrivare a 547 miliardi. Per quanto riguarda l’Italia, la spesa complessiva è stata di 45 miliardi, pari al 2% del Pil, circa 770 euro pro capite. La Germania, tra gli Stati più solerti nella spesa in armamenti, è a quota 107 miliardi (1.279 euro pro capite). Si tratta di una crescita senza precedenti, agevolata dalle risorse dei fondi Safe (prestiti agevolati garantiti dall’Unione).

Tuttavia restano delle incognite. Tra queste, la principale è la frammentazione: gli acquisti congiunti rappresentano solo il 24% degli investimenti totali e la quota è distribuita in modo disomogeneo tra Stati membri e aree di capacità. Con il rischio di sviluppare capacità che evolvono secondo traiettorie diverse, anziché costruire progressivamente un sistema europeo più integrato. Senza contare che l’aumento della spesa non si sta ancora traducendo proporzionalmente in capacità operativa.  

Ovviamente il tema mette in moto la polemica politica, con il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che tira le somme: «L’aumento delle spese militari non determina più sicurezza, ma va a discapito dei necessari investimenti in salari, sanità, istruzione, nuove politiche industriali ed occupazionali e mette in discussione, in Italia e in Europa, la tenuta del nostro modello sociale». Parole simili a quelle dell’eurodeputato M5S Gaetano Pedullà, che cita direttamente il rapporto: «Il boom delle spese per il riarmo, così come confermato dall’Eda, indica chiaramente la direzione intrapresa dai governi nazionali sotto la regia europea: per le lobby delle armi tanti assegni in bianco, per i cittadini solo le briciole. Siamo alla follia più totale». Nessuna reazione dalla maggioranza né dal principale partito di opposizione, il Pd, al cui interno il tema delle armi resta motivo di dissidi e distinguo. (“Avvenire” –  Matteo Marcelli)

Andiamo pure avanti così… Possibile che a livello europeo venga avanti questa inesorabile e irreversibile deriva? Possibile che l’Ucraina sia diventata la foglia di fico antirussa per giustificare il dissennato, generalizzato e irrazionale riarmo dell’Europa? Non accetto la sbrigativa assimilazione a filo-putiniano di chi osa alzare un ditino e gridare che l’Europa è militarmente vestita e socialmente nuda. Possibile che ci sia ancora chi crede e vuole farci credere alla panzana secondo la quale l’equilibrio fondato sulle armi servirebbe a creare i presupposti per una convivenza pacifica? Possibile che la sinistra giochi al dissidio interno su questo tema?

È pur vero che la sinistra purtroppo non ha mai avuto nel suo patrimonio etico-culturale il pacifismo, visto come ingenuo sogno da lasciare a chi non capisce niente di politica, ma sarebbe ora di svegliarsi dal sogno (questo è tale!) del pragmatismo del “si vis pacem para bellum” e di mettere in discussione anche la nostra pelosa, tardiva e apparentemente intoccabile lotta per l’Ucraina.

A proposito di Ucraina, senza considerare la preventiva inerzia europea nell’annosa crisi del teatro russo-ucraino, è molto interessante leggere le dichiarazioni rese dal Premio Nobel per la Pace Oleksandra Matviichuk, avvocata ucraina attivista per i diritti umani, in un’intervista rilasciata alla Gazzetta di Parma: «Quando iniziò l’invasione su vasta scala, i Paesi europei dissero: aiutiamo l’Ucraina a resistere. E iniziammo a ricevere armi per contenere l’avanzata dell’esercito russo. Vennero introdotte vere sanzioni Ue contro l’economia russa. E ne siamo molto grati, perché questo ci ha aiutato a sopravvivere. Ma spiega anche perché l’Ucraina abbia atteso più di tre anni per ricevere aerei moderni a difesa dei nostri cieli dagli attacchi russi. Perché i beni russi congelati in Europa non siano ancora stati confiscati. Perché la flotta russa, in violazione delle sanzioni, navighi ancora lungo le coste dei Paesi europei continuando a trarre profitto da petrolio e gas, finanziando la macchina bellica russa. Perché troviamo ancora componenti di aziende occidentali nei droni russi, droni trasformati in un vero e proprio safari, che uccidono civili nelle nostre città. Il problema è che finora solo la Russia ha sempre agito in modo proattivo. La Russia commette atrocità in Cecenia, Georgia, Mali, Libia, Siria, presentandole come un fatto compiuto, come una nuova realtà, costringendo la comunità internazionale a farci i conti. Se ci limitiamo a reagire senza avere iniziativa propria , significa che  stiamo giocando secondo le regole di Putin e l’Europa non vincerà mai secondo le regole di Putin   

Come sostiene Massimo Cacciari, siamo sicuri e diamo per scontato che il contenzioso russo-ucraino sia una questione fra sistemi, fra autoritarismo, che si prende il diritto di invadere altri Paesi, e democrazia a rischio invasione? O non è forse una rivendicazione territoriale inerente la Crimea e le regioni russofone come il Donbass? Nel primo caso l’intervento armato sarebbe inevitabile, nel secondo caso si potrebbe, seppure con grosse difficoltà, trattare o meglio si sarebbe dovuto trattare da quel dì… L’Europa ha subito e continua a subire l’iniziativa putiniana (e trumpiana) e non riesce o non vuole impegnarsi in un costoso investimento diplomatico per la pace, preferendo appiattirsi su una paradossalmente comoda logica di guerra.

Siamo impantanati in una guerra ideologica, che probabilmente copre l’incapacità ad esprimere una diplomazia creativa e l’assetto bellico delle nostre economie fondate sullo sfruculiare delle armi. E allora, per tornare a ciò da cui siamo partiti, non rimane altro che spendere e spandere in una sedicente difesa, che riguarda gli interessi economici brutalmente parametrati alla guerra e non gli interessi sociali riguardanti le necessità esistenziali della gente.

La sinistra dovrebbe almeno provare a battere le problematiche, alternative e rivoluzionarie strade della pace, abbandonando i superati schemi da guerra fredda: la gente ha più paura della guerra che ci sovrasta o di Putin che ci tira a cimento?

Da una parte stiamo rispondendo all’invasione russa dell’Ucraina ed ai crimini di guerra usati come metodo fornendo armi al buio, dall’altra stiamo subendo l’invasione statunitense e israeliana dell’Iran senza condannare né condividere, dall’altra ancora rimaniamo in vergognoso ed omertoso silenzio davanti al genocidio dei palestinesi ad opera di Israele.  Abbiamo sanzionato (?) la Russia, abbiamo pronunciato solo qualche timida parola contro il governo israeliano, non riusciamo a trovare un po’ d’autonomia rispetto alla volgare, strampalata e spregiudicata tattica trumpiana: uno strano modo di perseguire la pace, che non posso accettare da nessun punto di vista. Il partito democratico fa il pesce in barile e, se continua così, non riuscirò neppure a votarlo turandomi il naso e sperando in un governo dei disastri al ribasso.

 

 

 

Da opposizione di comodo ad alternativa “sanguinosa”

Un colpo agli alleati e un colpo – anzi dieci – al Governo. È una Elly Schlein a tutto campo quella che apre la Direzione nazionale del Pd. Non risparmia nessuno. Né la premier Giorgia Meloni e nemmeno il leader pentastellato, Giuseppe Conte. E sbarra definitivamente la strada all’ipotesi di un federatore. Rivendica che il Pd ha «il doppio dei voti» delle altre forze del campo largo e ribadisce il sostegno all’Ucraina. Mentre all’esecutivo dice: «Avete fallito, andate a casa». (“Avvenire” – Giuseppe Muolo)

La segretaria piddina spazza via le diatribe tattiche (è cosa buona e giusta), ma non ha il coraggio di affrontare i nodi che dovrebbero trasformare una mera opposizione in una radicale alternativa (anche i dieci argomenti contro il governo restano le grida dell’opposizione).

La destra, più male che bene, rappresenta e interpreta il pragmatismo degli interessi, sintetizzandoli nella formula equivoca della sicurezza per i cittadini: è un soffio strumentale sul fuoco della paura.

La sinistra non può restare su questo piano, deve alzarsi di una spanna, puntando, costi quel che costi in termini di immediata rinuncia agli equilibri di potere, ad un discorso di radicale alternativa valoriale, che, gira e rigira, è sintetizzabile nel tema della pace declinato in tutte le sue conseguenze programmatiche.

Si va dalla scelta irrinunciabile e pregiudiziale della opzione diplomatica rispetto alle armi, della scelta dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti rispetto alla remigrazione imperante, della uguaglianza tradotta in coraggiosa e “sanguinosa” riforma fiscale, della giustizia sociale concretizzata in una vera politica occupazionale e in una risposta sanitaria ed educativa adeguata alle esigenze dei cittadini.

O la sinistra torna a questi discorsi o è destinata a perdere sostanzialmente la partita elettorale. Non so se questo sia un bagno ideologico: non si tratta di postulare la dittatura del proletariato, ma un’idea di società valorialmente diversa alla faccia dei moderati dei miei stivali. Non c’è niente da moderare, anzi c’è tutto da esagerare…a prescindere dalla ricerca-scappatoia di una inesistente leadership. Se manca un leader carismatico, non è un dramma, purché ci siano delle idee forti e trascinanti in cui riconoscersi come governanti e governati.

Certo servirebbe un san Francesco in versione Roberto Benigni: “Quando faceva le prediche erano milioni ad ascoltarlo, tutti lo stavano a sentire, le persone, gli animali, le piante, gli alberi, gli uccelli, i cani, i lupi, potrebbe essere stato un ottimo leader del Campo Largo, avrebbe messo d’accordo tutti senza primarie, sarebbe stato meraviglioso”.

Scherziamo coi fanti e lasciamo stare i santi, anche se vale la pena di ascoltare quanto mi riferisce il mio amico Pino: “Ieri ho incontrato un genuino pensatore che vive nel pensionato dei frati minori: parlavo con lui di politici santi come rimedio alla tragica situazione. Mi ha detto, lui che è mezzo credente non praticante, che la situazione è così tragica e compromessa che non bastano politici santi come una volta: ci può salvare solo un intervento diretto di Dio. Forse ha ragione… È un gran lettore di storia contemporanea, sa tutto sulle ultime guerre mondiali, ha poco più della terza media (era un operaio) e passa le sue giornate andando in biblioteca o seduto su una panchina in Cittadella, sempre solo, con nella sacca sempre un nuovo libro, un uomo onesto e molto originale…”.

Concludendo il discorso in senso profano, rischiamo di relegare l’elettore in una prospettiva di non-scelta tra due proposte analoghe che lasciano il tempo che trovano.  Quando l’elettore considera, pur in senso spregiativo, destra e sinistra sostanzialmente uguali, finisce col guardare a destra. Aiutiamolo senza costringerlo a votare per il rotto della cuffia.

La Chiesa non è padrona della compassione

Parlando durante l’incontro con i malati, il Papa ha detto che «nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità». E ha aggiunto: «È proprio in nome di questa dignità inalienabile della persona umana che la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta. È impossibile considerare normale togliere la vita». (papa Leone XIV a Lourdes)

Torno molto criticamente sulle parole del Papa per approfondirne i termini.

DIGNITÀ: è il valore intrinseco, la nobiltà morale e il decoro che spettano a ogni essere umano per il solo fatto di esistere. Il termine indica la “condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo”. La parola deriva dal latino dignitas (da dignus, che significa degno, meritevole, idoneo).

«Bisogna decidersi: “È sacra la vita o è sacro l’uomo? Se è sacra la vita, la puoi prolungare indefinitamente: oggi con la scienza ti manca un pezzo, te lo attaccano, non ti funziona questo, ti mettono un tubo e così via. Se è sacro l’uomo, l’uomo ha la dignità di poter scegliere il momento in cui morire e io non avrei voluto vivere senza testa». (Padre Alberto Maggi, teologo e biblista)

«Malati terminali: sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa». (don Andrea Gallo)

 

 

COMPASSIONE: è la capacità di riconoscere la sofferenza altrui e di sentire il desiderio attivo di alleviarla. La parola deriva dal latino cum patior, che significa letteralmente “soffrire insieme”.

«Chi può essere escluso dalla compassione di Gesù?». (Padre Alberto Maggi, teologo e biblista)

«Non mi interessa raccogliere le briciole di compassione gettate dal tavolo di qualcuno che si considera mio padrone. Voglio il menù completo dei diritti». (Desmond Tutu, arcivescovo anglicano emerito di Città del Capo e Nobel per la pace nel 1984)

 

 

NORMALE: ciò che è consueto, ordinario, regolare e conforme a una regola o a una consuetudine.

La legge sul suicidio assistito non è normale, ma al contrario prevede e regola casi straordinari comunque bisognosi di attenzione e di accoglienza. È un tentativo, non l’unico, di andare incontro alla sofferenza dell’altro, che non è mai normale.

Scusi lei è favorevole o contrario al suicidio assistito? E chi può essere favorevole? Si tratta dell’extrema ratio, vale a dire l’ultima soluzione possibile, ovvero l’estremo rimedio a cui si ricorre quando ogni altro tentativo o via d’uscita si è rivelato inutile, per chi non ce la fa più a vivere per le sofferenze a cui è sottoposto. Negare il ricorso dignitoso e legittimo a questa possibilità è un vero e proprio accanimento dogmatico.

Non posso pensare a un Dio inflessibile inquisitore che non concede il beneficio di interrompere la sofferenza: che Dio sarebbe!? Non siamo forse stati creati per la gioia. Il dono della vita che ci concede non può ritorcersi dogmaticamente contro di noi: è scelta di vita anche quella di terminarla dignitosamente quando essa diventa una condanna a vivere, forse addirittura peggio di una condanna a morte.

 

 

 

 

 

 

 

Pentolone e pentolini per cuocere i migranti

Rimpatri più efficaci e hub esterni: l’ultimo via libera dell’Europa ai “muri” per i migranti. Disco verde finale alle nuove regole sulle espulsioni che prevede centri di rimpatrio fuori dai confini Ue. Si studiano nuove restrizioni alle richieste di protezione internazionale. La novità più dirompente è, appunto, la controversa facoltà giuridica per gli Stati membri di realizzare, attraverso intese ad hoc, degli “hub” fuori dal territorio Ue. Contatti sono già in corso con Paesi dell’Africa e dell’Asia Centrale, mentre cinque governi dell’Ue sono al lavoro con l’obiettivo di creare centri congiunti: Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Austria e Grecia. Atene, in particolare, punta ad avere un centro operativo in Africa già nella seconda metà del 2027, quando assumerà la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue. La destinazione non è stata resa nota, ma secondo quanto filtra Uganda e Ruanda sarebbero in cima alla lista valutata dal gruppo dei cinque. È lì che, nei giorni scorsi, si sono recate in missione due eurodeputate dei verdi, le olandesi Tineke Strik e Anna Strolenberg. «Le discussioni sono ancora in fase preliminare», ma entrambi gli Stati sarebbero intenzionati a stringere accordi con gli europei, hanno riferito, parlando degli “hub” come una sorta di leva per negoziare con i governi Ue sul fronte degli investimenti economici. A preoccupare, però, sono sia i rischi di violazione dei diritti umani sia il contesto in cui si colloca quella che Bruxelles chiama “diplomazia migratoria”: «L’Uganda da solo, al momento, accoglie circa 2,7 milioni di rifugiati», in particolare provenienti dai Paesi vicini, ma «se noi europei vi deportassimo altre persone, andremmo a mettere ancora più pressione a un sistema già fragilissimo dove mancano cibo e acqua, buttando benzina sul fuoco». (“Avvenire” –  Gabriele Rosana, Bruxelles)

Non c’è che dire, il governo italiano sta facendo scuola in materia migratoria: il modello Albania è diventato virale in Europa. Nutro non poche perplessità al riguardo. Innanzitutto un rifiuto di fondo alla impostazione della governance migratoria basata sullo spostamento del problema verso inaffidabili e pericolosissimi siti al di fuori del territorio Ue. Un modo elegante (?) per lavarsene le mani, pagando un goloso prezzo ai Paesi dell’Africa e dell’Asia centrale a cui verrebbe sostanzialmente appaltata al buio la gestione dei centri per il rimpatrio destinati a diventare maxi-ghetti foraggiati dalla incivile Europa.  Per i Paesi europei una, peraltro illusoria, liberazione dal problema schiumando la pentola migratoria in ebollizione; per i Paesi ospitanti un business sulla pelle dei disperati. In mezzo i migranti trattati come merce di scambio. Con quali garanzie a livello di rispetto dei diritti umani è facilmente immaginabile.

In secondo luogo la procedura senza scopo e senza termine (una vera e propria tratta di migranti) avrà costi umani incredibili e costi economici enormi a fondo perduto: un sistema per aiutare i Paesi in via di sviluppo a non svilupparsi, ma a speculare sulla pelle dei senza patria.

In terzo luogo non vedo come possa funzionare un simile sistema, che verrà inevitabilmente gestito a livello mafioso: altro che lotta ai trafficanti… Un processo inarrestabile di tortura ai danni dei poveri della terra.

È questa l’Europa che applaude papa Leone XIV? È questa l’Europa dei padri fondatori? È questa l’Europa della sinistra o l’Europa sinistra? Questa è l’Europa del compromesso anti-storico fra destra e sinistra!

Mia sorella Lucia si vedeva costretta a prescindere dagli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.  Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi sulla pelle di chi soffre, migranti in primis.

 

La Prevosteuropa

Il richiamo alle radici cristiane dell’Europa è stato esplicito. La Francia fu però una delle nazioni che si opposero al riconoscimento ufficiale di quelle radici nella Costituzione europea.

La Convenzione che 25 anni fa discuteva della possibile Costituzione europea era presieduta da un ex presidente della Repubblica francese, Valéry Giscard d’Estaing, e si oppose, è vero. Penso che fu un errore, perché chiunque voglia accostarsi, come ha fatto il Papa a Metz, all’identità dell’Europa, al suo percorso storico, certamente può riconoscere influenze arabe in diversi periodi e un’importante presenza ebraica, però non vedere che nel formarsi dell’Europa le radici cristiane sono state fondamentali credo che sia ignorare la realtà. (“Avvenire” – Paolo Gentiloni, intervistato da Matteo Marcelli)

Stiamo bene attenti a non incensare strumentalmente e tatticamente papa Leone XIV. Mi sovviene al riguardo quanto diceva il cardinal Martini come di seguito riportato.

«Tutto ciò che è buono può essere oggetto di abuso, perfino l’Altissimo. Quando si conducono guerre d’aggressione in nome di Dio, quando il cristianesimo viene usato in modo populistico in campagna elettorale, sento suonare campanelli d’allarme. Il nostro cristianesimo si dimostra in primo luogo in buone azioni: nel giudizio universale Gesù ne offre esempi molto concreti: dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, visitare gli infermi e i carcerati, consolare gli afflitti, accogliere gli stranieri e accettare tutte le difficoltà che ne derivano, fino a sopportare di essere perseguitati. Sarebbe bello se gli altri potessero riconoscerci come cristiani da queste azioni. Viceversa, è ripugnante parlare di Dio e non essere fedeli alla sua caratteristica principale, la giustizia. Vedo in questa prospettiva anche la discussione sul fatto che la parola “Dio” debba figurare nella costituzione dell’Unione Europea. Se i governi riuscissero a giungere a questa professione, dovrebbero necessariamente rispettare l’ecumenismo, l’apertura ai musulmani e anche agli ebrei. Ci unisce la fede nel Dio unico e giusto. Se si parla di Dio, occorre farlo con serietà. Altrimenti è meglio non avere il suo nome sulle labbra» (card. Carlo Maria Martini da “Conversazioni notturne a Gerusalemme”)

Credo che la cartina di tornasole e la prova del nove della fedeltà europea alla visione cristiana stiano nel discorso del fermo ed inequivocabile rifiuto del riarmo e della sua perversa logica.

La prima cosa è sottolineare i principi della Dottrina sociale della Chiesa dove cerchiamo di non promuovere la violenza, l’odio, gli armamenti, i pericoli che ci sono nel mondo di oggi, anche da alcuni leader e Paesi che di nuovo iniziano a parlare di armi nucleari, di guerre che sono sempre più e più distruttive, soprattutto per la questione della vita umana. Continuare ad armare, a investire in questa tremenda industria militare che è già da molti decenni – dall’anno passato sono cinque anni – che continua a promuovere l‘investimento militare. Alcuni popoli stanno crescendo moltissimo con un’industria che promuove la guerra. Quando con queste migliaia di milioni di dollari, si potrebbero risolvere problemi come la fame nel mondo, la casa, le situazioni di disoccupazione, ecc. Tutti stanno cercando una voce che possa offrire un altro cammino, che non è quello di investire più sulle armi che solo promuove più e più la tensione che potrebbe risultare nell’esplosione di un’altra guerra, di un altro conflitto. E vediamo che la violenza, che queste potenze cercano sempre di imporre con il potere, invece di dialogare e promuovere negoziazioni per le differenze che naturalmente possono esistere, andiamo sempre più e più vicino a una guerra, diverse guerre, a conflitti come ne vediamo mondo di oggi. Non è per essere politico o non politico, ma (serve) una voce che cerca di promuovere i valori della dignità umana, dell’importanza della vita, della possibilità di spendere più sulla salute e l’educazione e meno sulle armi. Credo che la Chiesa abbia la responsabilità di promuovere questi valori, invitando continuamente i leader, come quelli in Russia e in Ucraina e in altri Paesi, a venire, a sedersi, a dialogare, a cercare come risolvere i problemi senza continuare queste guerre che non hanno più senso. In quest’ottica, la Chiesa continua ad alzare la voce. Non possiamo obbligare nessuno, a volte sembra che può sembrare inutile, ma continuiamo a parlare, continuiamo a invitare, continuiamo ad annunciare il Vangelo. (papa Leone XIV – conferenza stampa durante il volo tra Metz e Roma)

Torno alla politica a livello delle istituzioni europee tramite le parole di un autorevole (?) ed esperto già citato personaggio.

Leone ha parlato in modo netto anche della «illusione del riarmo». Come si concilia questa affermazione con il piano di riarmo europeo in atto?

Il Papa ha ribadito la posizione della Chiesa contro il riarmo, chiarendo che l’alternativa non può essere un «ingenuo irenismo». Io sono a favore di una difesa comune europea. È necessaria, visto il disimpegno americano, ma se verrà messa nei termini di semplice riarmo di singoli Paesi non servirà a molto. (ancora “Avvenire” – Paolo Gentiloni, intervistato da Matteo Marcelli)

Non so se pretendo troppo dalla politica, ma mi sembra poco rispetto all’imperativo prevostiano. Molto pragmatismo difensivo e poca fantasia pacifica, troppa enfasi sulla difesa comune e poco entusiasmo sulla diplomazia creativa, troppo senno del poi contro le aggressioni e poco impegno del prima per prevenirle.

 

 

 

Scompaginato pericolo

In riva allo Stretto, esulta il governatore della Regione Roberto Occhiuto, insieme a una pattuglia di parlamentari giunti dalla Capitale (fra cui Stefania Craxi e il senatore, e presidente della Lazio, Claudio Lotito) impegnatisi in prima persona. «Cucù, cucù, Vannacci non c’è più», cantano a sera i sostenitori azzurri. Nell’euforia generale, non manca qualche stoccata all’avversario Roberto Vannacci, che in campagna elettorale non aveva risparmiato frecciate: «Il centrodestra non ha paura di generali che non sanno nulla di politica e che cercano solo di soffiare sul fuoco, alimentando le insicurezze e le paure – incalza proprio Occhiuto -. Vannacci voleva la sua Sassonia? A Reggio ha preso sassate elettorali». Un refrain, quello che accosta FnV all’Afd tedesca, intonato anche da altri esponenti azzurri. (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Il centro-destra sembra tirare un sospiro di sollievo con l’esito dell’elezione suppletiva di Reggio Calabria. Pirandellianamente sembra aver trionfato il candidato del centro destra classico con oltre il 50% dei voti, ma anche Futuro nazionale ha di che essere soddisfatto con l’11% dei voti. Se rapportiamo queste percentuali a quella dei votanti, il 22% degli aventi diritto, tutto si ridimensiona, ma chi si contenta gode.

Meloni canta “Bollo ciao, bollo ciao”, i forzitalioti gridano “Cucù, cucù, Vannacci non c’è più”, la Lega si prepara a celebrare un congresso farsa filo-salviniano, il campo largo si rifugia in una sorta di “Aventino gufante”: la maggioranza vacilla sotto i colpi vannacciani e potrebbe crollare miseramente; come subordinata, se sarà costretta a scendere a patti per sopravvivere, si spera che una parte dei voti moderati possa virare sull’astensionismo e/o sul centro renziano.

Questa è lo scenario delle prossime elezioni politiche. Altro che nostalgia dei partiti della cosiddetta prima repubblica…li andrei letteralmente a riprendere in ginocchio. Siamo allo sfascismo totale? È pur vero che se l’Italia politica piange, la Germania non ride. Vuoi vedere che la storia si interrogherà se il primato ideologico del fascismo risorgente debba andare a Vannacci o a Tino Chrupalla?

Preferisco pormi un altro ben più realistico e significativo dubbio: Giorgia Meloni o Ursula von der Leyen? Questo è il dilemma che turba i miei sonni. Una vocina viene in mio soccorso: se non è zuppa è pan bagnato!