Il matto in pista e i savi fuori pista

Se la trama dunque è ormai nota, la spiegazione del suo perché dipende da chi la legge. Per gli ammiratori del presidente Usa l’imprevedibilità è frutto di un calcolo e tenere tutti sul chi vive è una forma di potere che costringe l’interlocutore a concedere per primo, impedendo a chiunque di dare per scontato l’appoggio di Washington. È la “teoria del pazzo” applicata alla diplomazia: se nessuno sa che cosa farai, tutti devono trattarti con cautela. Per i critici, invece, dietro le giravolte non c’è una strategia ma un temperamento fatto di reazioni a caldo, suscettibilità personale e il bisogno di avere sempre l’ultima parola che trasforma la politica estera in una questione di umore.

Infatti non è infido soltanto l’insulto, è infida anche la lode. Il leader ricoperto di complimenti oggi può ritrovarsi bersaglio domani, e nessuno dei due poli offre terreno sicuro. Da qui la corsa, soprattutto tra gli europei, a corteggiare il presidente con cerimonie su misura – da cene di gala a visite a castelli – fino a comunicati che ne celebrano la leadership, nella speranza di fissare per qualche giorno un momento volatile. È una logica transazionale portata alle estreme conseguenze: conta ciò che puoi offrire adesso, non ciò che ti era stato garantito ieri.

Qualunque sia la spiegazione, i leader mondiali devono amministrare l’incertezza. Alcuni puntano sull’adulazione, altri sulla pazienza. Ma tutti sanno che un comunicato congiunto, una stretta di mano o un elogio caloroso non garantiscono nulla sul giorno dopo. (“Avvenire” – Elena Molinari)

In buona sostanza la domanda che va per la maggiore è questa: Donald Trump c’è o ci fa. Più passa il tempo e più mi chiedo se non sia meglio (pre) occuparsi di altro a prescindere dalle bizze più o meno studiate di questo paradossale personaggio.

Dal momento che la politica è l’arte del possibile, bisognerebbe tenere conto delle caratteristiche degli interlocutori, soprattutto di quelli più forti; ma la politica oltre che di interessi è fatta di idealità e quindi dovrebbe riuscire a prescindere dagli appetiti e dai pruriti dei potenti di turno.

In questa fase storica la politica non riesce nemmeno a tentare un compromesso ragionevole fra gli interessi nazionali (si dovrebbe chiamare multilateralismo), ma rimane in balia della forza che vale più della ragione e del diritto.

Ecco perché occorrerebbe avere la forza delle idee con cui combattere la forza-forza, mandare al diavolo Trump, chi lo adula e chi lo sopporta, superare il concetto statico di diplomazia e puntare ad una visione dinamica nei rapporti internazionali.

L’incertezza regna sovrana, ma va riempita con progetti ed azioni e non con le chiacchiere dei potenti veri o fasulli che siano. Possibile che l’Europa non riesca a tentare questo salto di qualità e si lasci imprigionare nello schema “Trump sì-Trump no”?

Gli atleti, quando affrontano certe gare, prima di lanciarsi in una corsa disperata, fanno qualche passo indietro alla ricerca della giusta concentrazione: dovrebbe valere anche per i politici europei. Facciano qualche passo indietro e vedano di rispolverare le idee di chi ha fondato l’Unione europea.

E così anche gli elettori italiani, europei e statunitensi. Questi ultimi anziché votare col culo (mi si perdoni la triviale franchezza) guardino alla loro storia, a chi li ha guidati in passato, a cosa è la politica e cosa significa democrazia attualmente vignettisticamente e tragicamente trasformata in democratura.

Il 17 gennaio 1961 Dwight Eisenhower, 34esimo presidente degli Stati Uniti d’America, compì l’atto pubblico conclusivo dei suoi due mandati che avevano coperto l’arco di otto anni di storia americana, dal 1953, quando aveva vinto le elezioni presidenziali contro Adlaj Stevenson, al 1961 quando passava le consegne a John F. Kennedy.

In quel discorso di commiato Eisenhower avrebbe potuto limitarsi al rendiconto protocollare di quanto avevano fatto le sue amministrazioni con il bilancio largamente positivo dei successi e degli insuccessi.

Ma scelse un altro taglio: parlò, lui presidente militare come lo era stato Grant, di industria militare e della influenza negativa sul meccanismo delle decisioni in democrazia. Parlava al popolo americano del domani (il nostro oggi) e precorreva i tempi. Guardava avanti anche se sapeva che le preoccupazioni contingenti dell’opinione pubblica erano ben altre. “Nel governo – disse – dobbiamo stare in guardia contro le richieste non giustificate dalla realtà del complesso industriale militare. Esiste e persisterà il pericolo della sua disastrosa influenza progressiva. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo la nostra democrazia. Solo il popolo allertato e informato potrà costringere ad una corretta interazione la gigantesca macchina da guerra militare…in modo che sicurezza e libertà possano prosperare insieme”. Questo discorso non è entrato nella galleria dei discorsi famosi dei presidenti americani. Questa dimenticanza appare ovvia. Ma è la banalità dell’ovvio che ci fa pensare. (“Il Fatto Quotidiano” – Giuseppe Borgioli)

 

 

 

Le battaglie politiche a tutto campo democratico

Non sarà ufficialmente il partito dei sindaci che ciclicamente fa capolino nel dibattito. Ma la sostanza è quella. «Abbiamo 10mila iscritti, 685 amministratori e 400 comitati civici da Bolzano a Caltanissetta», dichiara Alessandro Onorato, fondatore di Progetto civico Italia. L’assessore di Roma a Turismo, Sport e Grandi eventi presenta ufficialmente il partito al Palazzo dei Congressi dell’Eur, otto mesi dopo aver lanciato il progetto. L’obiettivo è creare la gamba “centrista” della coalizione di centrosinistra, definizione che non piace troppo all’assessore capitolino. «Il campo progressista è il nostro – dichiara Onorato -. Non ci definiamo un’ala moderata» quanto piuttosto «di “buon senso”». In sala tra gli altri ci sono Riccardo Magi (Più Europa) e il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi. Il primo cittadino di Roma, Roberto Gualtieri, manda un messaggio. Ma soprattutto in prima fila ecco Giuseppe Conte ed Elly Schlein, spettatori non neutrali, dato che nel centrosinistra che sfiderà Giorgia Meloni alle prossime elezioni è ancora da risolvere il tema della leadership. (“Avvenire” – Gianluca Carini)

Nella geografia politica italiana spuntano in continuazione movimenti, che sfociano sbrigativamente in partiti. Ho usato il termine geografia, perché queste sono (quasi) tutte iniziative senza storia e spesso senza cultura di riferimento. Una sorta di dacci oggi il nostro movimento (o partito) quotidiano…

Discorso particolare riguarda “Futuro nazionale”, il partito promosso dal generale Roberto Vannacci, che si rotola suinamente ed orgogliosamente nella feccia: è sintomo di un grave malessere il seguito che sembra ottenuto e ottenibile. Un tempo, durante le manifestazioni di piazza, si urlava “fascisti carogne, tornate nelle fogne”: purtroppo le fogne ci regalano ancora qualche consistente e pericoloso residuo organico di fascismo. Problema della destra? Problema dell’Italia, dell’Europa e del mondo intero! Contro il fascismo ragion non vale e allora bisogna soltanto, dopo avere annusato la puzza, cercare di ripulire le fogne con le pompe delle idealità democratiche: lavoro che va fatto continuamente e non una tantum.

Giorgia Meloni si scandalizza se qualcuno osa richiedere una sorta di patente antifascista: sarebbe opportuno non chiederla solo ai partecipanti a manifestazioni e convegni, ma paradossalmente (?) a chi si candida alle elezioni politiche con la possibilità di ritirarla a fine mandato. Forse lei, come minimo, dovrebbe sottoporsi ad una revisione della sua.

Se a destra c’è Vannacci col suo futuro che sa tanto del peggiore passato, al centro c’è uno sgomitare notevole in cerca di visibilità e di protagonismo. Confesso di non capirne gli scopi. Moderazione? È un semplice modo di porsi di fronte alla realtà fintanto che non diventa conservazione dell’esistente. Riformismo? È un termine che significa tutto e niente. Centro? È un luogo in cui piazzarsi, magari comodamente, per estraniarsi dalla bagarre. Civismo? È la semplice coscienza dei propri doveri di cittadino, che dovrebbe essere il comune denominatore dei programmi di tutte le forze politiche.

La Democrazia Cristiana, come sosteneva Alcide De Gasperi, era un partito di centro che guardava a sinistra. I partitini, da Italia viva di Matteo Renzi ad Azione di Carlo Calenda a Più Europa di Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi al neonato Progetto civico non si sa dove stiano di casa e dove guardino. A mio giudizio si guardano l’ombelico.

Progetto civico vuole disturbare la leadership di Elly Schkein, che si disturba già sufficientemente da sola? Vuole tirare la volata a Giuseppe Conte, che è scattato da tempo e rischia di imballarsi? Vuole candidarsi a fare l’elenco dei problemi da risolvere, che finisce con l’essere la sistematica elaborazione dell’ovvio? Vuole rimescolare le carte a sinistra stando in disparte e soffiando sul fuoco delle storiche divisioni? Vuole combattere il leaderismo strizzando l’occhio ai presunti leader? Vuole costringere i maggiorenti del PD a darsi una mossa politica adeguata in vista delle ormai vicinissime elezioni politiche?

Domande antiretoriche, cioè di cui non è dato conoscere risposta. Oltre tutto il tempo stringe, non si possono fare discorsi che richiederebbero tempi lunghi di approfondimento culturale, di riscoperta dei legami sociali, di rivisitazione della storia passata e recente.

L’unico movimento che mi intriga è quello promosso da Graziano Delrio, vale a dire l’associazione culturale e politica “Comunità Democratica”, nata per creare un’alleanza di idee che superi i confini del Partito Democratico, che miri a valorizzare l’impegno dei cattolici democratici e a promuovere la partecipazione attiva dei cittadini.

Perché esprimo, seppure timidamente, un certo interesse a questa iniziativa? Innanzitutto perché parte da un personaggio tutt’altro che arrivista ed esibizionista, dall’unico politico, per dirla con Elsa Fornero, veramente serio e credibile, che risponde al mio personale cliché. In secondo luogo perché ha come scopo la valorizzazione del patrimonio ideale ed esperienziale proveniente dall’impegno dei cattolici, i quali sono rimasti a becco asciutto nel PD, che doveva essere la fusione tra ex comunisti e cattolici, vale a dire fra le due correnti trainanti della democrazia italiana. In terzo luogo perché in questo momento storico solo la cultura cattolica può smuovere le acque stagnanti della politica a tutti i livelli, dalla pace alla giustizia sociale. In quarto luogo perché il mondo cattolico contiene fermenti e presenze molto significativi sul piano sociale, con le sue aspirazioni coniugate con l’impegno coraggioso e volontario che sa andare oltre la mera denuncia. In quinto luogo perché dai cattolici può venire una provocatoria spinta alla partecipazione giovanile che riesca a sbloccare la società imbalsamata nella sfiducia e nel disinteresse.

Niente centrismo, al contrario molto sbilanciamento verso le idee progressiste (tanto per fare un esempio, nessuna paura a rivedere i rapporti internazionali in chiave europeisticamente e diplomaticamente pacificatrice; niente moderazione ma, se possibile, eccesso di impegno politico e programmatico (tanto per fare un esempio, molto coraggio nel mettere mano ai nodi sociali della sanità e della scuola); niente riformismo ma radicalismo e rivoluzionarismo evangelici (tanto per fare un esempio, superare le ristrettezze di bilancio puntando ad aumentare le entrate fiscali, a razionalizzare le spese, a sostenere politiche innovative in campo ambientale); niente tatticismo ma uscita allo scoperto e senza le reti protettive del perbenismo (tanto per fare un esempio, nessuna paura a proporre un’imposta patrimoniale che colpisca veramente chi più ha e più deve contribuire al benessere di tutti).

Se è vero che le partite di calcio si vincono a centro-campo, se è vero che le elezioni politiche si vincono tatticamente coi partiti di centro, è altrettanto vero che la democrazia si difende e si sviluppa nelle battaglie a tutto campo.

Non so se questo discorso possa passare da un’autentica rifondazione del partito democratico, possa accontentarsi della formazione di nuovi equilibri interpartitici o intercorrentizi, possa prevedere alcune tappe intermedie per arrivare alla formazione di nuovi partiti politici.

La più grossa difficoltà riguarda i tempi stretti della politica. Occorrerà tanta capacità per coniugare l’urgenza del fare presto con la necessità del fare bene. In dialetto parmigiano si dice: prést e bén j stan mäl insèmma.

Il bullo e la bulletta

“Mi ha implorato di fare una foto, mi ha fatto pena”. Con queste parole si apre una nuova e ulteriore spaccatura tra Stati Uniti e Italia, un tempo ottimi alleati e oggi, alla luce soprattutto delle ultime dichiarazioni offensive del presidente Donald Trump contro la premier Giorgia Meloni, appaiono sempre più distanti. Una frattura, come osserva il giornalista e scrittore statunitense Alan Friedman, che proseguirà almeno fino alla fine del mandato presidenziale del tycoon, nel gennaio del 2029.

È il punto più basso delle relazioni tra Stati Uniti e Italia?

“È una crisi diplomatica. Più che il momento più basso, è il momento in cui gli italiani aprono gli occhi, vedono gli Stati Uniti di Trump per quello che sono, capiscono che il presidente americano non è un amico dell’Europa e che se ne frega di Meloni, Macron o Starmer. Con le sue parole Trump ha offeso sia l’onore del presidente del Consiglio che di tutto il Paese, e ci tengo a esprimere la mia solidarietà a Giorgia Meloni”.

Il punto zero della rottura è la mancata autorizzazione all’uso delle basi italiane per le operazioni militari americane legate al conflitto in Iran.

“Trump è rimasto molto male del diniego, così come per quelli della Spagna, della Svizzera e del Regno Unito. E questo spiega perché nei prossimi mesi, temo, il Pentagono decida di ritirare le truppe americane dall’Europa, smantellando di fatto la Nato con un disimpegno importante. Voglio essere chiaro su questo aspetto: gli Stati Uniti non sono più un alleato; l’Europa è sola, attaccata commercialmente da Washington e Pechino e con la Russia che fa la guerra in Ucraina. Bruxelles non si può fidare del presidente statunitense”.

I rapporti si potranno ricucire con gli Stati Uniti in futuro?

“Fino alla fine del mandato di Donald Trump, ovvero gennaio 2029, l’Italia non ha un amico alla Casa Bianca. Dopodiché i due Paesi potranno tornare amici a livello governativo, fermo restando che tra i due popoli non ci sono problemi: gli americani amano gli italiani. Il problema è che a Washington c’è un presidente che ogni giorno fa il bullo con qualcuno e insulta qualcun altro. Adesso è toccato a Giorgia Meloni, ma domani sarà la volta di Emmanuel Macron e poi di Keir Starmer. Questo è il mondo secondo Donald Trump: insulti e cafoneria”.

Con il presidente statunitense è anche difficile replicare: il rischio di ritorsioni o vendette è sempre dietro l’angolo…

“Assolutamente sì, anzi penso che Trump causerà nei prossimi anni ancora svariate catastrofi a livello internazionale. Il presidente americano sembra trovarsi in una fase disperata: è consapevole che perderà le elezioni di Midterm, i leader europei non sono più succubi e a Versailles Trump ha firmato una resa de facto con Teheran, mascherata come un accordo. Ma più la situazione è disperata e più lui attaccherà con rabbia, sia internamente – penso alle operazioni squadriste anti immigrazione dell’Ice – sia esternamente, con l’Europa che può essere ancora bersaglio di Donald Trump, se quest’ultimo non verrà rimosso anticipatamente con l’impeachment”.

Non un quadro edificante.

“Bisogna considerare la politica estera americana come un anziano con la sindrome di Alzheimer che ogni tanto scoppia con la rabbia e attacca i membri della famiglia”

(“Quotidiano Nazionale” – intervista di Lorenzo Mantiglioni ad Alan Friedman)

Il quadro della schizofrenica politica trumpiana è completo e inquietante e tale da costringere anche i più riottosi a prenderne atto. Però c’è un famoso detto parmigiano da tenere presente: “Tutt i mat i gan la sò virtù”. Se la virtù di Trump fosse quella di scoprire col proprio nulla il nulla di Giorgia Meloni e dei suoi colleghi europei?  E se gli italiani fossero indirettamente invitati ad aprire gli occhi anche sulla loro a dir poco inadeguata premier per scoprire finalmente, usando gustose espressione dialettali, che la Meloni l’é “niént pighè in t’na cärta” oppure che “da lè a niént da sén’na…”. Forse non c’era bisogno che ce lo spiegasse Trump, ma tant’è…

Il mio amico Pino mi ha inviato il seguente impietoso ma realistico messaggio: “Adesso mi domando cosa studierà la stronzetta per rilanciarsi a livello nazionale ed europeo. Anzitutto cercherà di spostare l’attenzione mediatica…poi? La regina è nuda…tutta l’apparenza (costruita meticolosamente) di grande statista è crollata e la foto simbolo è quella di lei seduta al G7 di fianco a Trump in atteggiamento servile e supplichevole. Le parole ingannano…le foto simbolo non mentono e soprattutto rimangono impresse…”.

In questi giorni di immagine ne sta girando un’altra: Giorgia Meloni col dito alzato verso Trump…potrebbe sembrare in tono di velleitario rimprovero: si dice che sarebbe questo l’atteggiamento, a dir poco, fastidioso per il presidente americano, il quale avrebbe reagito a posteriori con un probabile “ma come si permette questa stronzetta, che fino a ieri era pronta a leccarmi il culo…”.

Comunque siano andate le cose al G7, assieme all’immagine del bullo americano esce anche quella di una capa di governo sola, perduta e abbandonata, che non può più rivolgersi al suo strafottente campione-padrino d’oltreoceano né ai suoi cortesi (?) interlocutori-concorrenti al di qua dell’oceano, che ha strumentalmente sacrificato l’europeismo sull’altare dell’atlantismo, che si è spacciata per donna forte ma traballante di fronte al primo stormir di fronde fasciste, che spaccia per emancipazione femminile la sua arroganza tutta maschile, che non sa difendersi nella sostanza ma attacca tutti nella forma, che col suo comportamento celebra indirettamente Silvio Berlusconi il quale le ha appiccicato una sfilza di aggettivi, “supponente, prepotente, arrogante e ridicola”, molto difficili da togliersi di dosso.

In fin dei conti Berlusconi e Trump battono pari, non solo sul giudizio verso Giorgia Meloni. La difesa meloniana anti-trumpiana, vale a dire “io e l’Italia non imploriamo mai” (De Gasperi seppe dignitosamente implorare comprensione ed aiuto dopo la disfatta della seconda guerra mondiale), assomiglia molto a quella anti-berlusconiana, vale a dire “non sono ricattabile” (ricattabile forse no anche se è presto per esserne certi, insopportabile sì).

Zelensky, quando fu bacchettato e bullizzato da Trump in uno storico incontro alla Casa Bianca, ne guadagnò in simpatia e solidarietà a livello popolare; Giorgia Meloni dallo storico G7 di Evian è uscita cornuta e mazziata da Trump, e fin qui potrebbe scattare la simpatia che si riserva generalmente ai deboli maltrattati dai forti, senonché la nostra premier non è nemmeno capace di enfatizzare strumentalmente la propria debolezza (dov’è la sua tanto decantata furbizia?), è sprovvista della dignità dei deboli e vuol essere, senza esserlo, forte a tutti i costi, non ha il buongusto di fermarsi ed ammettere difetti ed errori (“Chi si ferma è perduto”…).

Il neofascismo c’è e Vannacci lo stuzzica

È singolare presentare un nuovo partito politico recitando la preghiera di un corpo militare, perché in democrazia non si dovrebbe andare alla politica come alla guerra. Ancora più singolare, per un movimento nazionalista, recitare la preghiera dei paracadutisti di un altro Paese, la Francia, per altro protagonisti nel 1957 di un’operazione storicamente quanto meno discussa, come la Battaglia di Algeri. Ma la provocazione è chiaramente voluta. A guardare bene, tuttavia, l’originalità dell’esordio ufficiale di Futuro nazionale si limita a questo. Perché in assenza, per ora, di un programma politico, quanto detto ieri all’Auditorium Conciliazione di Roma è già stato molto ascoltato, negli anni. «L’Italia agli italiani», per esempio, è lo slogan dell’estrema destra per eccellenza. E l’elenco dei giornalisti da mettere idealmente alla gogna lo faceva già Beppe Grillo sul suo blog nel 2014. Così come la parte “guardate quante volte in Europa Forza Italia ha votato insieme alla sinistra” è un esercizio che assomiglia tanto al tormentone “Pdl e Pd-meno-elle” del Movimento 5 stelle delle origini. Mentre l’accusa a Meloni di essere pro-Draghi è la stessa che Meloni rivolgeva a tutti gli altri fino a 4 anni fa. Infine il compiacimento di chi si sente non conforme: «Siamo la feccia e siamo orgogliosi di esserlo […] Siamo i figli di nessuno». Già sentita anche questa, magari con altre parole, dai diciannovisti originali fino a quelli “del terzo millennio”. E se è vero che “Figli di nessuno” è un canto dei paracadutisti (italiani), così si chiamavano anche alcune squadre d’azione comuniste di Genova negli anni ‘20 del 1900. Tra i tanti inconvenienti del populismo c’è anche che è davvero difficile inventarsi qualcosa di nuovo. (“Avvenire” – Danilo Paolini)

L’iniziale istintiva reazione all’esordio politico del movimento fondato da Roberto Vannacci è a metà strada fra un “chissenefrega” e un “li Vannacci tua”, motivata dalla gravità della situazione che stiamo vivendo e in cui “Futuro nazionale” appare a prima vista come una sorta di comica finale, assurda o grottesca, utile a sdrammatizzare e a risollevare il morale della gente.

Poi subentra il timore di dare troppa importanza ad un’iniziativa politica estemporanea per la quale dovrebbe valere il proverbio “un bel tacer non fu mai scritto”: il silenzio infatti è spesso la risposta più saggia verso insidiose ed equivoche provocazioni.

Volendo invece dare una sbrigativa e per certi versi presuntuosa occhiata a questo nascituro partito, si ricade nel dejà vu o nel vuoto pneumatico di una formazione politica improvvisata, senza storia e senza cultura, un qualcosa destinato a durare l’espace d’un matin nonostante i consensi raccolti e risultanti dai sondaggi.

Tutti approcci ammissibili anche se troppo relativi e parziali. La materia fascista (di questo in fin dei conti si tratta) va affrontata con estrema cautela e responsabilità. Certe insane nostalgie non sono fini a loro stesse, comportano rischi e quindi vanno fronteggiate come sintomi di malattie ben più gravi e profonde: il neofascismo è sempre in agguato, i virus cambiano attraverso mutazioni casuali nel loro materiale genetico durante la replicazione. La maggior parte di queste modifiche è ininfluente o svantaggiosa per il virus stesso, ma alcune gli conferiscono un vantaggio evolutivo, rendendolo più trasmissibile o capace di eludere le difese immunitarie. E allora bisogna rafforzare le difese con forti iniezioni di ideali, rispolverando vigorosamente i valori contenuti nella Resistenza e nella Costituzione.

Le mutazioni possono essere esteriori e facilmente percepibili, come nel caso di Futuro nazionale oppure profonde e difficilmente riscontrabili in modo diretto e immediato, come nel caso dei risorgenti nazionalismi, razzismi e bellicismi. Le une sono collegate alle altre in un mix subdolamente pericoloso. Non vanno sottovalutate le manifestazioni primarie quale inesorabile anche se riduttivo preludio a quelle secondarie di sistema.

L’impatto virale si manifesta anche a livello del sistema partitico: a destra come ulteriore perniciosa tentazione estremistica e come rissa da cortile neofascista, a sinistra come induzione alla comoda strumentalizzazione (l’utilizzazione in senso allarmistico e squalificante contro l’avversario) più che alla impegnativa battaglia ideale di cui sopra.

La destra non riesce a nascondere i suoi imbarazzi anche se con ogni probabilità il tutto potrebbe esaurirsi con un patto elettorale di puro potere con tanti saluti ai discorsi ideologici: la Lega si è allevata una serpe in seno, vede rimesso in discussione il salviniano snaturante progetto destrorso e nazionalista e teme di pagare un prezzo elettorale molto elevato se non addirittura esistenziale; Giorgia Meloni si vede espropriata del proprio orticello neofascista e teme un rompiscatole per i suoi già difficili progetti governativi; Forza Italia  farà molta fatica a trovare un modus vivendi con Futuro nazionale; dovranno tutti turarsi il naso pur di battere la sinistra.

Credo tuttavia che il bacino elettorale di Vannacci non si esaurisca nel consolidato elettorato del centro-destra, ma possa puntare al qualunquismo in cerca di una nuova collocazione.

La sinistra non si illuda di avvantaggiarsi più di tanto dal vannaccismo: il tanto peggio in casa della destra non significa automaticamente il meglio per la sinistra, ma probabilmente un ulteriore colpo negativo per la politica italiana nel suo complesso. Della serie fischiate i tenori del campo largo? Sentirete i baritoni della destra! Con il pubblico che fischia tutto e tutti senza distinzioni.

È certo che, come per tutte le malattie, anche per il neofascismo la miglior cura sia la prevenzione, consistente nel funzionamento di una sana e sostanziosa democrazia partecipata. E le misure difensive particolari, spontanee e contingenti?

Non si placano le polemiche sul “patentino antifascista” necessario per partecipare a Più libri Più liberi, la fiera della piccola e media editoria in programma a dicembre alla Nuvola dell’Eur. Domenica l’iniziativa è stata attaccata dalla premier Giorgia Meloni che via social ha scritto: «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra. Si chiama, banalmente, censura», annunciando «un ulteriore attento approfondimento». Accuse respinte dalla Fiera, che in una nota scrive: «La decisione di chiedere ai partecipanti di sottoscrivere una dichiarazione sulla condivisione dei principi costituzionali, democratici e inderogabili non è affatto censura, ma un’esigenza di chiarezza e unità tra i diversi attori presenti in fiera». (“Avvenire” – Redazione romana)

Non vedo censure in agguato, non vedo perché possa dare fastidio una simile misura protettiva. Mio padre si fidava del prossimo con una giusta punta di scetticismo; a chi gli forniva un “passaggio” in automobile era solito chiedere: “ Sit bon ad  guidar”. Naturalmente l’autista in questione rispondeva quasi risentito: “Mo scherzot?!”  E mio padre smorzava sul nascere l’ovvia rimostranza aggiungendo: “Al fag parchè se pò suceda quel, at pos dir dal bagolon”. Siamo in presenza di piccole ma non banali iniziative volte alla presa di coscienza e di responsabilità, propria ed altrui.

In conclusione bisogna fare sempre riferimento alla Resistenza (nel cuore e nel cervello), alla Costituzione (tenendola a portata di mano e di governo), alla democrazia repubblicana (quale scelta politica continuativa): tutti aspetti di una fondamentale scelta di campo imprescindibile e indiscutibile. Sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole semplicisticamente voltare pagina, non capendo che coi vuoti di memoria e con le nostalgie di fatto e di diritto occorre stare molto e poi molto attenti, perché, come diceva mio padre, “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “.

 

Il lacrimatoio di Trump

Mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena”. Lo ha detto il presidente americano Donald Trump riferendosi a Giorgia Meloni in una telefonata con “l’Aria che tira” su La7 che ha riportato in questi termini la traduzione. Il testo originale in inglese risulta essere questo: “She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!”.

Raggiunto telefonicamente dal giornalista Daniele Compatangelo, nel commentare i principali dossier internazionali dopo il G7 di Evian, il presidente statunitense sposta subito la conversazione sulla premier italiana. “Non so cosa dirle! Mi ha implorato di fare una foto con lei! Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena!”, è la traduzione scelta dall’emittente, mentre altri hanno tradotto “mi dispiaceva per lei”, il concetto è pressoché invariato. 

La replica della premier: “Certe cose meritano una risposta immediata: le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate, sono francamente allibita. Non so perché il Presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati, non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia non imploriamo mai”. Così Meloni su Instagram. (RaiNews.it)

Chiedo scusa per l’autocitazione: infatti ho scritto come di seguito due giorni or sono a commento del recentissimo G7 e dei suoi protagonisti.

“Fra questi una Giorgia Meloni, complice la sua incolpevole bassa statura fisica, in versione scolaretta più o meno scodinzolante intorno a improvvisati insegnanti del nulla: tutti con i loro problemi interni alla rassegnata ricerca di una boccata d’ossigeno o, per meglio dire, con la loro bomboletta personale a cui attingere per continuare a respirare. Diciamola tutta: una pena! La nitida fotografia della inettitudine politica che si lascia travolgere dagli avvenimenti sfuggenti ad ogni e qualsiasi controllo: un’agenda dettata dal tecno-capitalismo imperante e belligerante.

La nostra imbarazzata ed imbarazzante premier ha capito di non potere svolgere alcun ruolo protagonistico di ponte far Europa e Usa e allora ha ripiegato sul mero storico massimo sistema occidentale fatto di alleanze ormai impossibili. D’altra parte in questi giorni tutti i suoi adepti politici e mediatici hanno cantato così: vuolsi così colà dove NON si puote ciò che si vuole”.

Di fronte all’ennesimo proditorio rutto del presidente americano la carità di patria mi imporrebbe una sorta di difesa d’ufficio: la lascio a chi di dovere. Preferisco difendere i diritti delle vere vittime delle follie trumpiane.

Dal punto di vista politico la pena generale (peraltro maldestramente evocata e scaricata  da Trump sull’ultima malcapitata che si è dimenticata di spegnere la luce) è tale per cui non mi sembra il caso di infierire e quindi non aggiungo altro, mi accontento di essere stato facile profeta nel passato remoto e prossimo e di registrare come i rapporti politici fra Italia (e non solo) e Usa siano ormai da affidare al capolavoro della comicità di Ettore Petrolini con la molto romana e poco europea Meloni, che rinascerà più bella e più superba che pria, e l’incendiario Trump, somigliante in tutto e per tutto a Nerone, che si considera un artista più che un sovrano e si esibisce suonando e cantando mentre il mondo brucia e mentre intorno i nani e le ballerine lo considerano un male necessario.

Euroremigrazione

Espulsioni e detenzione, il sì del Parlamento Ue. L’Europa vota la remigrazione, i Popolari vanno con i nazisti e sconfessano Papa Leone. Il voto in Europa avviene a 24 ore dal pronunciamento esplicito della Chiesa cattolica contro la remigrazione, che è una politica fondata in modo dichiarato su principi di tipo xenofobo e razzista. L’Europa democratica, quella delle origini (e poi quella di Mitterrand, di Schmidt, di Craxi, di Kohl e della Merkel) è stata pesantemente sconfitta. Forse è scomparsa. Il parlamento europeo ha votato sulla remigrazione (cioè sull’espulsione dei profughi) e ha vinto in modo schiacciante una maggioranza guidata dai partiti di estrema destra e filonazisti, che ha fagocitato anche i popolari. La componente democratica del Parlamento (i verdi, i socialisti, le sinistre e parte dei liberali) è finita in minoranza. Il risultato parla chiaro: 418 contro 218. L’Europa democratica non c’è più.

Il provvedimento prevede l’uso di campi di concentramento in paesi terzi per la cacciata dei migranti dall’Europa e la possibilità di tenerli prigionieri, anche se non hanno commesso nessun reato, fino a due anni e mezzo. Nelle stesse ore nelle quali in Europa avveniva questo ribaltone, che oltretutto cancella l’attuale maggioranza che sostiene la commissione, in Italia la Camera votava la leggina che prevede il premio (circa 600 euro) agli avvocati che accettano di rinunciare alla difesa dei richiedenti asilo e li convincono ad accettare l’espulsione. In questo caso si tratta di una misura che cancella i principi più elementari del diritto, abrogando alla radice i doveri della difesa e calpestando e irridendo l’etica professionale degli avvocati. Il voto in Europa avviene a 24 ore dal pronunciamento esplicito della Chiesa cattolica contro la remigrazione, che è una politica fondata in modo dichiarato su principi di tipo xenofobo e razzista. Il papa, senza mezzi termini, proprio l’altro ieri aveva espresso la sua condanna. Il partito popolare, di origini cristiane e democristiane, ha compiuto la scelta di rompere con la cultura e la tradizione cristiana e con la dottrina del Vaticano, e di scegliere l’alleanza coi partiti piccoli o grandi di fede neonazista.

Per l’Europa è una svolta. Che ieri sera è stata rivendicata in modo esplicito e trionfale dalla premier italiana Giorgia Meloni: “Avevamo promesso agli italiani che avremmo difeso i confini e che avremmo cambiato l’Europa e l’abbiamo fatto con coraggio, pazienza e determinazione”. Difficile darle torto. Gli sbarchi si sono ridotti e sono enormemente aumentati i morti in mare (grazie alla riduzione dei soccorsi) e l’Europa non è più quella dei padri fondatori ma sta rischiando un processo di fascistizzazione. Le sue componenti socialiste cristiane e liberali sono in rotta. (“L’Unità” – Piero Sansonetti)

Il fatto è di una gravità eccezionale. Mi vergogno di essere italiano ed europeo. Speravo che il Parlamento europeo, che rappresenta la volontà dei popoli, si distinguesse dalla Commissione europea e dal Consiglio dell’Unione europea, che rappresentano la volontà dei governi, invece è avvenuta una vergognosa saldatura con un autentico sfregio, forse esiziale, alla UE di ormai lontanissima memoria.

Se questo significa governare il fenomeno migratorio… più vannacciani di così…e questa sarebbe l’Europa da cui dipendono le sorti dell’equilibrio democratico mondiale…questa è l’Europa di Giorgia Meloni…se è vero come è vero che la Meloni usa le ginocchiere per rapportarsi a Donald Trump, purtroppo è altrettanto vero che in Europa adottano i guanti per comprare i prodotti ittici dalla pescivendola romana per antonomasia…di questo passo più che di patentino anitifascista si dovrà parlare di patentino euroremigrazionista…

Chi può salvare Italia ed Europa dal vento sempre più impetuoso della destra? Se in Italia aspettiamo Conte, Schlein, Bonelli, Fratoianni e simili, se in Europa speriamo in Macron, Merz, Von der Leyen e simili, rischiamo di sprofondare nel buio totale.

Il sacerdote e filosofo piemontese Vincenzo Gioberti fu ideatore di un progetto, che prese il nome di neoguelfismo, delineato nel celebre saggio del 1843 Del primato morale e civile degli italiani. I punti chiave del progetto di Gioberti prevedevano una Confederazione di Stati a guida papale sfruttando il forte prestigio spirituale e storico della Chiesa cattolica. Questa visione ebbe un enorme successo iniziale tra i moderati perché conciliava la fede cattolica con gli ideali patriottici. Tuttavia, il progetto naufragò nel 1848, quando Pio IX si rifiutò di dichiarare guerra all’Austria (potenza cattolica), decretando il fallimento definitivo della soluzione neoguelfa.

Ho ripensato paradossalmente a questo progetto considerato il fatto che solo il papato, da parecchio tempo a questa parte, è portatore autorevole e tenace di una visione dei rapporti internazionali basata sulla giustizia e sulla pace.

In occasione del Vertice del G7 in Francia nel 2026, noi, Presidenti delle Conferenze Episcopali cattoliche di Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti, con il sostegno del Presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea, desideriamo rivolgere un appello comune ai Capi di Stato e di Governo. Di fronte ai conflitti armati, alle fratture geopolitiche, alle disuguaglianze crescenti, alle sfide climatiche e ai mutamenti tecnologici, ricordiamo che il fondamento dell’azione politica ed economica deve essere sempre la dignità di ogni persona umana.

Chiediamo agli Stati del G7 di riaffermare il loro impegno a favore del multilateralismo, del rispetto del diritto internazionale e della ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti. In un mondo segnato dalla guerra e dall’instabilità, è più che mai necessario consolidare le istituzioni internazionali, tutelare le popolazioni civili e promuovere i diritti fondamentali, in particolare la libertà religiosa e la dignità delle persone più vulnerabili.

Invitiamo inoltre i Paesi del G7 a riportare la persona umana al centro dello sviluppo e della solidarietà interna zionale e chiediamo un ascolto reciproco più attento tra i popoli. Mentre in molte regioni del mondo aumentano i bisogni umanitari, incoraggiamo a mantenere un forte impegno a favore della lotta contro la povertà, dell’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, della sicurezza alimentare e di uno sviluppo che rispetti le popola zioni e l’ambiente. Auspichiamo inoltre un rafforzamento della cooperazione internazionale contro la criminalità organizzata, la tratta di esseri umani e i traffici illeciti che alimentano la violenza e rendono più fragili le società.

Di fronte al rapido sviluppo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, sottolineiamo l’urgenza di una governance etica, trasparente e democratica, che garantisca che tali innovazioni rimangano al servizio del bene comune e della persona umana. Chiediamo un’attenzione particolare agli effetti che esse hanno sui bambini e sui giovani, nonché sul rispetto delle libertà fondamentali.

Esortiamo infine gli Stati del G7 ad assumersi pienamente la propria responsabilità nella lotta contro il cambiamento climatico, a promuovere una transizione ecologica giusta e a sostenere le popolazioni più esposte alle sue conseguenze. Ricordiamo inoltre che i migranti e i rifugiati, costretti a fuggire dalla guerra, dalle persecuzioni o dalle catastrofi ambientali, devono sempre essere accolti con dignità e umanità, pur riconoscendo la legittima responsabilità degli Stati di preservare il bene comune.

Con questo appello, come pastori delle nostre Chiese e discepoli di Gesù Cristo, ribadiamo la volontà della Chiesa cattolica di essere accanto ai popoli, di porre il suo impegno al servizio dei più vulnerabili e la sua capacità di dialogo al servizio della pace, della giustizia e del bene comune mondiale.

Le risposte negative non hanno tardato a farsi sentire in sede G7 dove è continuata in modo vergognoso la pantomima bellica e in sede europea con il capolavoro della remigrazione fatta legge.

Da pur convinto sostenitore della laicità della politica mi chiedo provocatoriamente, a distanza di quasi due secoli, se non avesse qualche ragione Vincenzo Gioberti.

Sicuramente aveva mille ragioni Giorgio La Pira, che è stato uno dei massimi teorici e profeti dell’europeismo. La sua visione andava oltre i confini degli stati nazionali, prefigurando un'”Europa dei popoli” estesa dall’Atlantico agli Urali. Per La Pira, l’integrazione non era solo un accordo economico, ma una missione spirituale e di pace. La sua visione si articolava attorno ad alcuni pilastri fondamentali:

Un’Europa dal volto umano e spirituale: sosteneva che l’Europa dovesse farsi centro di irradiazione di valori umanistici per i Paesi in via di sviluppo.

Il Mediterraneo come “Lago di Tiberiade”: profondo conoscitore del dialogo interreligioso, ha promosso i Colloqui Mediterranei, immaginando questo mare non come un confine, ma come un ponte di pace e incontro tra Europa, Africa e Medio Oriente.

La distensione e il superamento dei blocchi: ha creduto fermamente nella caduta pacifica della “Cortina di Ferro” e, con le sue iniziative e i convegni internazionali, ha lavorato per la fine della Guerra Fredda e il disarmo.

La sua eredità di costruttore di ponti, basata sul primato della persona e sulla diplomazia tra le città, rimane un punto di riferimento per il dibattito sull’identità europea.

Retroscena bellico senza siparietti

Giorgia Meloni, in questa fase, ha tutto l’interesse, anche in chiave interna, a non mostrarsi più troppo accondiscendente verso lo “scomodo” alleato. Da qui la precisazione, con l’aggiunta che la leader di FdI ha sottolineato l’importanza di quel «principio dell’unità dell’Occidente che è assolutamente necessario in questa fase di grandi crisi internazionali» e che sta a cuore a entrambi. La presidente del Consiglio avrebbe ricordato a Trump di aver detto certe cose, nel recente passato, perché non condivideva alcune prese di posizione del presidente Usa (il riferimento è all’impegno europeo, e anche italiano, che Trump avrebbe voluto da subito per Hormuz dopo aver avviato la guerra agli ayatollah iraniani senza consultarsi con gli alleati storici). Punto e basta. Non per questo adesso chiede «segnali comunicativi» da parte trumpiana, per attestare una ritrovata distensione. Quelle distanze ci sono state e restano, ma l’alleanza storica non si discute e il confronto ora proseguirà. (“Avvenire” – Eugenio Fatigante)

Osservando le immagini televisive provenienti dal G7, tenutosi in Francia ad Evian, ho avuto la sensazione che si stesse svolgendo un rito mediatico lontano mille miglia dagli enormi e drammatici problemi sul tappeto: ognuno dei partecipanti sembrava recitare con imbarazzo una parte prestabilita, il clima appariva molto formale senza i soliti siparietti, la scena era tale da far emergere la distanza abissale fra il mondo e chi lo dovrebbe governare.  7 personaggi (anzi 9 inclusi i due leader Ue) in cerca d’autore. L’unico ispiratore plausibile e non più inconfessabile è la guerra.

Fra questi una Giorgia Meloni, complice la sua incolpevole bassa statura fisica, in versione scolaretta più o meno scodinzolante intorno a improvvisati insegnanti del nulla: tutti con i loro problemi interni alla rassegnata ricerca di una boccata d’ossigeno o, per meglio dire, con la loro bomboletta personale a cui attingere per continuare a respirare. Diciamola tutta: una pena! La nitida fotografia della inettitudine politica che si lascia travolgere dagli avvenimenti sfuggenti ad ogni e qualsiasi controllo: un’agenda dettata dal tecno-capitalismo imperante e belligerante.

La nostra imbarazzata ed imbarazzante premier ha capito di non potere svolgere alcun ruolo protagonistico di ponte far Europa e Usa e allora ha ripiegato sul mero storico massimo sistema occidentale fatto di alleanze ormai impossibili. D’altra parte in questi giorni tutti i suoi adepti politici e mediatici hanno cantato così: vuolsi così colà dove NON si puote ciò che si vuole.

È stata scoperta con enorme ritardo l’acqua calda, vale a dire che la tregua fra Russia e Ucraina dovrà vedere un tavolo di trattativa in cui le carte le daranno America e Russia, mentre Ucraina e Ue staranno a guardare.

Quanto al Medio Oriente la Ue si candida a sminare lo stretto di Hormuz Iran permettendo, dopo che i patti li faranno i Paesi arabi in nome e per conto di Trump a Netanyahu piacendo. Con tanti saluti e baci al multilateralismo, al diritto internazionale e ad eventuali conferenze internazionali per la pace come da interessantissima e agibile proposta di cui sotto.

Tuttavia, una iniziativa negoziale dell’Europa va sollecitata senza esitazioni, pur partendo da condizioni chiare: un immediato cessate il fuoco, per poi affrontare in un quadro multilaterale e con tutti i tempi necessari le questioni più controverse, quali lo status dei territori occupati ‒ anche acquisendo se del caso pareri giuridici della Corte internazionale di giustizia ‒ le garanzie di sicurezza richieste dall’Ucraina, nonché i futuri equilibri della sicurezza europea. Si tratta di un percorso complesso, ma che non va escluso a priori, restituendo alla diplomazia il ruolo che le compete in luogo della sola minaccia delle armi. L’Europa, per storia, cultura e responsabilità, può e deve assumere un ruolo propulsivo: il continente che nel Novecento ha conosciuto le tragedie più devastanti della modernità, dopo la Seconda guerra mondiale, ha saputo trasformare antiche rivalità in un progetto di cooperazione senza precedenti.  Oggi l’umanità intera ha bisogno di un gesto radicale: una Conferenza internazionale per la pace che oltre a un negoziato fra potenze rappresenti una ricostruzione dell’anima dei popoli. In concreto, una Conferenza per la pace può nascere da una iniziativa congiunta dei Capi di Stato e di Governo europei che poi si estenda ai Paesi del Mediterraneo, cerniera tra Nord e Sud del mondo, e farsi proposta globale coinvolgendo gli altri continenti nel contesto delle Nazioni Unite. Potrebbe sfociare così nella redazione di una Carta della Pace, documento simbolico e operativo al tempo stesso, che raccolga principi e impegni concreti: il cessate il fuoco e l’avvio di negoziati immediati per tutti i conflitti, il divieto dell’aggressione, il disarmo progressivo e la contro-proliferazione nucleare, la diplomazia preventiva, la cooperazione per lo sviluppo sostenibile, la protezione dei civili e dei migranti. (“Avvenire” – Maurizio Delli Santi, Membro dell’International Law Association)

Il religioso strabismo bellico divergente

Fuoco sulla Dormizione di Kiev. La guerra colpisce l’anima di un popolo. La distruzione di uno dei luoghi più cari all’ortodossia ucraina diventa il segno di una violenza che va oltre i danni materiali. Fumo e fiamme si alzano dalla Cattedrale della Dormizione nel complesso ortodosso del Monastero delle Grotte di Kiev, in seguito a un attacco missilistico russo sulla capitale ucraina. Un grande fuoco ha illuminato il cielo di Kiev nel fragore delle bombe, domenica notte. Questa volta, davvero un colpo al cuore della città e dell’Ucraina.  La cattedrale della Dormizione del monastero di Kyiv-Pechersk Lavra, uno dei massimi templi del cristianesimo ortodosso, è stata colpita con una precisione che si direbbe scientifica. Il tetto e parte della navata in fiamme, fiamme alte, visibili dall’intera città. Che nel fragore sinistro delle pale dei droni, al buio, senza elettricità, nel soccorso ai feriti, nel conto tragico di 11 morti, apprendeva: la Dormizione colpita, il tempio dedicato al “sonno” di Maria prima dell’Assunzione al cielo. Il fuoco su quel sonno, su quel luogo di silenzio. (“Avvenire” – Marina Corradi)

Vorrei tanto sapere cosa prova in coscienza e cosa dice il chierichetto di Putin, l’arcivescovo ortodosso russo, sedicesimo Patriarca di Mosca e di tutte le Russie e capo della Chiesa ortodossa russa, che sostiene apertamente l’invasione russa, definendola una “guerra giusta” e una “battaglia metafisica” per difendere i valori tradizionali cristiani contro il secolarismo occidentale e il “mondo del consumo eccessivo”.

 

I dati aggiornati al mese di giugno 2026 indicano che i conflitti a Gaza e in Libano hanno causato decine di migliaia di vittime, con un impatto devastante sulla popolazione civile, sulle infrastrutture e sul sistema sanitario, come documentato dai rispettivi Ministeri della Salute e dalle Nazioni Unite.

Striscia di Gaza. Vittime: Oltre 73.000 palestinesi uccisi e circa 173.000 feriti, secondo i dati del Gaza Health Ministry (GHM).] Perdite Israeliane: Dall’inizio del conflitto, si contano 1.195 morti (per il 70% civili) provocati dagli attacchi di Hamas, oltre a vittime tra le forze militari IDF. Contesto Umanitario: Molte agenzie, tra cui le Nazioni Unite, ritengono che le cifre ufficiali siano fortemente sottostimate. Il rapporto delle Nazioni Unite (OHCHR) stima che circa il 70% delle vittime nei complessi residenziali sia costituito da donne e minori.

Libano. Vittime: Il Ministero della Salute Pubblica libanese (MoPH) ha registrato oltre 3.780 morti e circa 11.699 feriti. Sfollati: Le ostilità hanno causato lo sfollamento di oltre 1 milione di persone all’interno del Paese. Danni Sanitari: Il sistema medico ha subìto enormi pressioni con centinaia di operatori sanitari rimasti uccisi o feriti e quasi 200 strutture sanitarie danneggiate o distrutte nel corso dei bombardamenti.

Vorrei tanto sapere cosa provano in coscienza e cosa dicono i capi religiosi ebrei, che sostengono a spada tratta il governo di Netanyahu e sembrano addirittura ricattarlo sulla persistenza delle guerre in atto, non ammettendo ripensamenti e tentennamenti nei massacri in corso d’opera.

 

I dati più recenti sul conflitto in Medio Oriente indicano che la guerra ha causato la morte di oltre 3.600 persone in Iran. Il tragico bilancio comprende 1.701 civili, 1.221 militari e centinaia di persone non ancora identificate, oltre a decine di migliaia di feriti. Il conflitto ha provocato pesanti ripercussioni sulla popolazione e sulle infrastrutture. Vittime civili: I raid aerei hanno colpito anche aree residenziali e istituti scolastici. Tra le vittime si contano centinaia di minori, inclusi oltre 180 bambini uccisi in varie località. Perdite militari e governative: Si registrano numerosi decessi tra gli alti funzionari della sicurezza e del Ministero della Difesa. Profughi e sfollati: La crisi umanitaria ha generato milioni di sfollati all’interno della regione.

Vorrei tanto sapere cosa provano in coscienza e cosa dicono i tanti cattolici e protestanti americani che hanno votato per Donald Trump e lo appoggiano in modo più o meno clamoroso, talora con veri e propri riti propiziatori.

E queste sarebbero guerre giuste? La posizione della Chiesa cattolica sulla guerra ha subito un’evoluzione storica, passando dall’antica teoria della “guerra giusta” a un netto rifiuto della violenza bellica. Papa Leone XIV, ad esempio, nell’enciclica Magnifica Humanitas, ha superato questa dottrina tradizionale dichiarando che, nell’era moderna e nucleare, non esistono più “guerre giuste”. Meno male…

«È la croce che porto per godere dei sacramenti. Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati, e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa» (don Lorenzo Milani e i rapporti con la Chiesa).

Don Lorenzo Milani aveva molta dimestichezza con l’obiezione di coscienza in materia bellica, ma persino la sua sofferta condivisibile opzione non reggerebbe più qualora la Chiesa cattolica giustificasse oggi le guerre con la sfrontatezza degli Ebrei e/o con l’impudenza degli Ortodossi. Per non parlare dell’Islam…

 

La volubilità dei lupi e l’opportunismo dei conigli

I bene informati della geopolitica sostengono, come descrive Giorgio Ferrari su “Avvenire”, che lo stato dei rapporti fra Trump e Netanyahu sia così sintetizzabile: in vista delle rispettive scadenze elettorali Trump ha bisogno di pace mentre Netanyahu ha bisogno di guerra.

Tel Aviv e Washington perseguono platealmente obiettivi diversi che conducono tuttavia a un percorso comune: Netanyahu necessita di uno stato di guerra permanente per garantirsi in autunno la rielezione, soffiando e avallando ogni sussulto della destra religiosa, soprattutto quella del nord di Israele, dove il risentimento nei confronti del governo «per non aver finito il lavoro in Libano» è molto alto. A sfidare Netanyahu sarà l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar, che nei sondaggi guadagna un 38% di consensi e supera “Bibi” di tre punti.

Anche The Donald ha una scadenza elettorale, quella del 3 novembre, quando si terranno le elezioni di medio termine. Elezioni che rischia di perdere clamorosamente, avendo toccato ormai il punto più basso della propria popolarità. Ma a differenza di Netanyahu, che gioca la sua partita grazie al caos, Trump ha bisogno della pace. Non a caso, la speranza di una risoluzione del conflitto ha immediatamente fatto crollare i prezzi del petrolio, con il Brent del Mare del Nord in calo dell’1,11% a 89,37 dollari al barile, con un rimbalzo rassicurante anche sui mercati asiatici: l’indice Nikkei di Tokyo in rialzo di quasi il 4% e il Kospi di Seul in forte crescita di oltre il 7%. Del resto Trump era stato preavvertito nei giorni scorsi dal “Wall Street Journal” e dalle grandi conglomerate: «Esci al più presto dal pantano mediorientale, perché è una guerra che non puoi vincere e che fa male ai mercati» (ad eccezione di quello degli armamenti, che pure ha vigorosa voce in capitolo).

«Stai attento o presto ti ritroverai da solo», ha detto Trump al suo partner in war. Che gli ha risposto con garbo velato di veleno: «Tu sei il più grande amico di Israele». Risultato: sulla East Coast sono convinti che l’amico israeliano tenga al laccio (ci sarebbe un’espressione più colorita, ma la evitiamo) il presidente, in virtù di chissà quali inconfessi segreti. Sulle rive del Giordano la destra israeliana è convinta a sua volta che Trump impedisca sistematicamente a Netanyahu di compiere il suo dovere di difensore della patria. Per questo i due si scambiano punture di spillo e sordi mugugni come due compari. Che oltre a intendersi, si spiano con accanimento: «I servizi segreti di entrambi – rivelava una fonte anonima al “Washington Post” – da mesi non fanno altro».

 

Mentre il percorso guerrafondaio di Netanyahu appare coerente e in linea con la storia, che ha sempre visto lo scatenamento delle guerre per conquistare e/o consolidare il consenso all’interno del Paese, quello di Trump risulta precario, schizofrenico e contraddittorio.

Entrambi i leader contano comunque su consensi piuttosto traballanti, poggiati, in modo oserei dire blasfemo, su opinioni di provenienza religiosa: da una parte l’integralismo dell’establishment ebreo, dall’altra parte l’opportunismo di buona parte del popolo catto-protestante. Con tanti saluti alla laicità dello Stato e alle spinte pacifiche provenienti dalle religioni. In Israele la religione è funzionale alla guerra e viceversa, negli Usa la religione accetta la guerra fino ad un certo punto cioè fintanto che non tocca il portafoglio (il Vangelo è un optional…).

Con le arie che tirano siamo ridotti a fare il tifo per Trump: chissà che non chiuda la guerra con l’Iran e magari aiuti la tregua in Ucraina (qualcuno sostiene autorevolmente che Putin per interrompere le ostilità non aspetti che il placet trumpiano…). Da queste tregue armate non c’è da aspettarsi molto se non un armato rinvio della vera pace a data da destinarsi (ciò che sta avvenendo a Gazane ne è la dimostrazione).

Non vorrei essere pedante, ma all’Europa sta bene così?

A un anno dalla cosiddetta guerra dei dodici giorni, e con una nuova guerra all’Iran ancora in corso, il quadro internazionale appare ancora più instabile e frammentato. Nel suo ultimo libro, “Contro gli imperi”, Emanuele Parsi legge le attuali crisi, compresa quella in Medio Oriente, come manifestazioni di una stessa deriva: l’abbandono del diritto internazionale e dell’ordine liberale, con il ritorno della politica di potenza. In questa intervista il politologo analizza il mutamento del ruolo degli Stati Uniti, critica l’illusione che la forza possa garantire ordine e sicurezza e richiama l’Europa alla necessità di difendere concretamente i principi che hanno reso possibile la sua libertà e prosperità. (da “MicroMega”)

A livello europeo ogni tanto spunta un opportunistico rigurgito di vitalità. Ecco cosa sostiene ultimamente la nostra presidente del Con(s)iglio.

Giorgia Meloni ha proposto la nomina di un inviato speciale dell’Unione Europea per gestire i negoziati con la Russia. La premier sostiene che l’Europa non debba avere “cecità diplomatica”, ma che il dialogo debba avvenire in modo unitario per evitare iniziative frammentate dei singoli stati che avvantaggerebbero Mosca. La proposta prevede l’identificazione di una figura autorevole e condivisa, evitando tavoli ristretti o formati variabili che escluderebbero alcuni paesi membri. La sua linea è stata ribadita in vista del Consiglio Europeo, sottolineando che il sostegno a Kiev e le pressioni sulla Russia devono proseguire, ma accompagnati da una visione diplomatica coordinata dell’Ue. (“La Repubblica”)

Qualcuno dirà meglio tardi che mai. Siamo in ritardo di almeno dodici anni, è infatti dal 2014 che la situazione russo-ucraina è esplosiva. Ci siamo voltati dall’altra parte e poi ci siamo schierati da una parte. Adesso proviamo a fare ricorso alla diplomazia? Non so se Meloni stia cercando di salvarsi in corner (contro il protagonismo dei suoi interlocutori Ue) o stia finendo per buttare la palla in tribuna. Forse anche lei sta aspettando, di rimessa, le prossime elezioni. Certo la lungimiranza non è il mestiere suo né dei suoi partner europei.

Un mio simpatico ma impreparato compagno di classe alla precisa domanda del professore su verso cosa guardasse un personaggio della Divina Commedia (non ricordo quale), rispose: “Verso grandi orizzonti…”. “Sì, ribatté l’insegnante, verso orizzonti di non studiare…vai al posto!”. Ma anch’io non fui da meno e durante un compito in classe di storia, mi trovai alle prese con un preciso quesito: cosa pensa Dante Alighieri di Federico Secondo? Non ci saltavo fuori e bisbigliai una richiesta di aiuto ad un compagno posizionato vicino al mio banco, il quale ritenendosi controllato a vista, non poté far altro che suggerirmi un generico “pensa bene” su cui lavorai vergognosamente di fantasia.

 

 

 

Un antifascismo talmente leggero da rivalutare il fascismo

La destra diserta l’aula nel giorno in cui la Camera commemora Giacomo Matteotti. E non è un bel vedere. Specie all’indomani delle rivelazioni sulle chat antisemite di un gruppo di militanti trentini di FdI. Un combinato disposto che non sfugge alle opposizioni, che ovviamente ne approfittano. L’istantanea postata dal dem Arturo Scotto durante la cerimonia di Montecitorio è inequivocabile. Le presenze sul lato destro dell’emiciclo si contano su una mano. Mentre il dem Andrea Casu, tra i sospesi per la vicenda dell’occupazione della sala stampa di Montecitorio contro la conferenza di Casapound sulla remigrazione, rivendica: «Squalificato per antifascismo nel giorno in cui la Camera dedica una targa a Giacomo Matteotti». (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

 

«Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante, il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto»: lo scrive sui social la premier Meloni, sottolineando la continuità con lo storico segretario del Msi, continuità esibita dalla stessa fiamma tricolore orgogliosamente conservata nel simbolo di Fratelli d’Italia. «Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana – prosegue il post – e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione». La replica del dem Andrea Orlando: «Meloni rivendica la continuità con il percorso politico di Almirante, iniziato con la redazione della rivista “La difesa della razza”, passando per i repubblichini di Salò, fucilando partigiani, intrecciandosi poi con la stagione delle trame nere e dell’estremismo neofascista. Un bel percorso davvero!». (“Il Manifesto”)

 

Cinquanta anni fa Peteano campeggiava sulle prime pagine di tutti i giornali italiani. Cinquant’anni fa, il 31 maggio 1972, una telefonata anonima segnala ai carabinieri di Gorizia la presenza a Peteano di una Fiat 500 abbandonata nel bosco. Il parabrezza è segnato da alcuni fori di proiettile. All’apertura del cofano esplode una bomba, che uccide tre dei carabinieri che la stavano controllando e ferisce gravemente un quarto. Per anni le indagini ignorarono i veri colpevoli, focalizzandosi su una varietà di indiziati e imputati che nulla avevano a che fare con il crimine. Le responsabilità dei veri autori dell’attentato divenne chiara molto più tardi. Il colpevole di quella che fu chiamata la “strage di Peteano” è Vincenzo Vinciguerra, condannato all’ergastolo. Di tutte le stragi fasciste, questa è la più singolare per la presenza di un reo confesso: Vincenzo Vinciguerra di Ordine Nuovo. La sua “assunzione di responsabilità” arriva solo nel 1984, dopo una serie di inutili indagini. Successivamente si scoprì che alti ufficiali dell’Arma (ma la polizia non fu da meno) protessero i neofascisti che avevano ucciso tre loro commilitoni. Anche il segretario del Msi, Giorgio Almirante, fu rinviato a giudizio per favoreggiamento e sfuggì al processo solo grazie a un’amnistia. (Trentino Cultura)

Niente di nuovo sotto il sole (?) della destra italiana. Purtroppo non è questione che riguardi soltanto, come qualche illustre intellettuale sostiene, le nostalgie di qualche anacronistico gruppo, ma, come arrivava a dire mia sorella Lucia nel suo spietato realismo nel giudicare gli italiani, un permanente e imbarazzante diffuso sentimento di attaccamento a un triste passato: una mastodontica magagna di troppi italiani rimasti visceralmente ancorati al fascismo.

E allora la politica tenta di dare udienza e rappresentanza a questo inconfessabile retro-pensiero: Giorgia Meloni è investita di questa vergognosa mission e la svolge tra eloquenti silenzi (vedi assenza dei suoi parlamentari alla commemorazione di Giacomo Matteotti) e inevitabili memoriali (vedi panegirico di Giorgio Almirante, la cui memoria le è servita persino ad annacquare spudoratamente e vergognosamente il ricordo di Enrico Berlinguer). Mentre la Meloni viaggia furbescamente sul filo del rasoio delle memorie, c’è nel suo partito chi non si tiene e spara cazzate filofasciste a tutta canna (vedi Ignazio La Russa dall’alto ruolo istituzionale che ricopre) e chi può vantare un albero genealogico, politicamente anche se non giudiziariamente, assai equivoco in materia di terrorismo nero, stragismo ed eversione (vedi Isabella Rauti sottosegretario alla difesa).

Un tempo, quando l’antifascismo era imperante, non sarebbe stato immaginabile e accettabile che Senato e Governo fossero presieduti o composto da personaggi con un pedigree assai disordinato in materia. Oggi gli italiani non fanno una piega, anzi in molti alzano le spalle e votano… L’antifascismo si è annacquato, Matteotti può essere ricordato per modo di dire e Almirante può essere riabilitato alla grande.

Naturalmente questi attuali atteggiamenti e comportamenti politici, nascosti dietro il dito di un antifascismo all’italiana, vale a dire molto leggero che non ha fatto fino in fondo i conti con la storia, emergono nettamente allorquando le contingenze politiche lo richiedono: in questa fase Giorgia Meloni ha bisogno di lucidare la propria equivoca identità per far fronte all’incalzante cavalcata neofascista di Roberto Vannacci col suo Futuro Nazionale. E non si limita a sfogliare l’album di famiglia, ma rispolvera il proprio nazionalismo in salsa anti-europea: “La principale enorme fragilità che ci riguarda da vicino è l’attuale configurazione dell’Unione europea, un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato la competitività, la crescita strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici. L’Europa è stata inarrestabile nella capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune ma miope quando si trattava di far sentire la propria voce nella vita globale”. 

L’imbarazzante revanscismo vannacciano potrebbe creare qualche serio fastidio elettorale a tutta la coalizione di centro-destra, ma potrebbe anche costituire una sorta di comoda pattumiera in cui gettare i rifiuti neofascisti provenienti dal passato e dal presente. Vannacci funzionerebbe cioè da fogna a cielo aperto, che raccoglie gli scarichi provenienti dalla destra meloniana e dalla lega salviniana, ripulite soltanto dagli inestetismi della pelle, mentre sotto la pelle rimangono le magagne.

Non si tratta però solo di schermaglie e di esercizi dialettici in funzione elettorale, ma di posizioni politiche che trovano puntuale riscontro nell’azione di governo a livello interno ed internazionale: Giorgia Meloni ha flirtato con Trump e con Orban, trasferisce cioè in ambito mondiale ed europeo le sue opzioni sostanzialmente neofasciste oltre che naturalmente e follemente errate e deliranti. Gioca sulle paure degli italiani così come fece per vent’anni Benito Mussolini. Posso proporre un compito a casa per i miei pochi ma buoni lettori? Se si esaminano tutti i provvedimenti del governo Meloni vi si trova un filo di più o meno moderna ispirazione neofascista e nazionalista. Provare per credere!

Perché Fratelli d’Italia non perde consensi e voti nonostante le malefatte politiche e governative? Perché interpreta l’approccio di pancia alla politica di molti italiani.  In questa deleteria combinazione socio-politica si collocano perfettamente le distrazioni anti-matteottiane, le sviolinate almirantiane e, in un certo senso, cosa ancor più grave, il re-europeismo con tanto di remigrazione a fianco.