La dottrina palliativa e l’accanimento pseudo-evangelico

Il capitolo antropologico del discorso del Papa ai diplomatici non finisce qui, perché dopo la vita nascente il Santo Padre si è dedicato alla questione sempre più dibattuta nelle assemblee parlamentari di mezzo mondo (Italia inclusa) delle scelte di fine vita. Alla questione delle «persone anziane e sole, che talvolta faticano a trovare una ragione per continuare a vivere» Leone ha infatti esteso le «considerazioni» espresse sulla vita concepita, specificando che «è compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia». Parole che ricordano quelle della nota con la quale la Conferenza episcopale italiana nel febbraio 2025 intervenne nel dibattito sul cantiere di una nuova legge auspicando «interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza». I vescovi italiani sottolinearono in particolare che «la legge sulle cure palliative non ha trovato ancora completa attuazione: queste devono essere garantite a tutti, in modo efficace e uniforme in ogni Regione, perché rappresentano un modo concreto per alleviare la sofferenza e per assicurare dignità fino alla fine, oltre che un’espressione alta di amore per il prossimo». «Sulla vita – concluse la Cei – non ci possono essere polarizzazioni o giochi al ribasso. La dignità non finisce con la malattia o quando viene meno l’efficienza. Non si tratta di accanimento, ma di non smarrire l’umanità». “Avvenire” – Francesco Ognibene)

Ritengo giusta e doverosa l’insistenza con cui la Chiesa batte il chiodo sulla necessità di alleviare le sofferenze delle persone, facendo riferimento anche e soprattutto alle cure palliative per coloro che non hanno alcuna prospettiva di guarigione. Però non può essere questa l’unica strada possibile per accompagnare i soggetti disperati nella fase finale della loro vita.

Riguardo ai malati terminali don Andrea Gallo diceva: «Sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa».

Penso che non ci si debba imprigionare in una assurda posizione dogmaticamente intransigente: se una persona non se la sente più di vivere la sua sofferenza, diamole pure tutta la solidarietà possibile, forniamole le cure che gliela possano alleviare, stiamole vicino in tutto e per tutto, ma, se proprio non se la sente più di proseguire il cammino, perché non aiutarla a chiuderlo in modo assistito e dignitoso, senza traumi e discussioni inutili.

I principi sono fatti per l’uomo e non l’uomo per i principi. Le cure palliative non sono l’unica risposta possibile e plausibile: pratichiamole ma non facciamone un totem, vale a dire un simbolo sacro e una risposta unica e assoluta. Temo che mettendosi su questa strada la Chiesa finisca col somministrare una dottrina palliativa, forzando ed esasperando il discorso del rispetto per la vita, con l’aggiungere all’inaccettabile accanimento terapeutico il pesante fardello dell’accanimento pseudo-evangelico.

«Tre anni or sono moriva Carlo Maria Martini, grande studioso della Bibbia, pastore e profeta. Sulle orme di Gesù, partendo dalla giustizia quale conseguenza della fede, era aperto alle persone, non facendosi mai imprigionare dagli e negli schemi,  con una grande attenzione ai non credenti, ai poveri, ai malati, agli indigenti, agli stranieri, agli omosessuali, alle coppie di fatto, ai divorziati risposati, ai detenuti, financo ai terroristi; affrontava serenamente il dialogo con le altre religioni, si poneva, a cuore aperto, davanti alle problematiche sessuali, alla bioetica, all’eutanasia, all’aborto, all’accanimento terapeutico, all’uso del preservativo, al sacerdozio femminile, al celibato sacerdotale. Sempre pronto all’incontro con gli “altri”, con tutti» (Luciano Scaccaglia ricordava così il Cardinale Carlo Maria Martini).

Rifiuto sdegnosamente il socio-catastrofismo cattolico: biotestamento = anticamera dell’eutanasia; suicidio assistito = eutanasia camuffata; eutanasia = capriccio esistenziale. Non sarebbe opportuno lasciare questioni così delicate alla coscienza delle persone senza aggiungere alla sofferenza umana ulteriore tensione moralistica, senza generalizzazioni impossibili? C’è il Vangelo e lasciamo che le persone scelgano in base ad esso: la carità evangelica per chi soffre e per chi vuole aiutare chi soffre!

E non prendiamocela più di tanto con la farraginosità della legislazione italiana in questa delicata materia, perché è frutto anche dell’invadenza religiosa a livello politico. I principi non si difendono arroccandosi in difesa, ma affrontando le situazioni: in campo etico-religioso con lo strumento della carità, in campo civile con lo strumento di buone leggi, che partano dal sostanziale rispetto della persona in tutte le sue opzioni esistenziali. Non è forse questo il “compromesso costituzionale” da cui dovrebbero nascere tutte le leggi e tutti i regolamenti della nostra società? La persona viene prima delle leggi dello Stato e prima dei precetti della religione. Se vogliamo dogmatizzare a tutti i costi la fede trasformandola in religione, se intendiamo la politica come accoglimento acritico della religione, non ne usciamo vivi, o meglio, finiamo con l’imporre la vita a chi è costretto a viverla come una doloristica prigione e non come una gioiosa e aperta battaglia esistenziale.

 

 

 

I rutti di Rutte e le giaculatorie di Vance

I casi sono due: o Rutte, segretario generale della Nato, racconta delle balle o le balle le racconta il governo italiano.

Oggi sappiamo quello che abbiamo sospettato fin dal 28 febbraio scorso, quando Stati Uniti e Israele hanno scatenato una guerra illegale, fuori dal diritto e ogni convenzione internazionale contro l’Iran: il segretario generale della Nato Mark Rutte ha confermato l’utilizzo delle basi americane in Italia per la guerra contro l’Iran. Si tratta di circa 500 velivoli impegnati a vario titolo nell’operazione “Epic fury”. All’emittente filo trumpiana Fox news, Rutte ha inoltre sottolineato come gli Alleati, tra cui l’Italia, abbiano dato attuazione agli accordi bilaterali esistenti in materia di basi militari e sorvoli.

Del resto basterebbe una cartina geografica per capire come sarebbe stato impossibile da parte americana che ciò non avvenisse, essendo l’Italia da sempre un paese a sovranità limitata e controllata. Ma visto che la politica si basa sul consenso popolare, e al popolo non piace questa guerra, piuttosto di ammettere che le basi statunitensi in Italia sono state parte, seppur a livello logistico, di un conflitto, meglio smentire, anche si tratta di dichiarazioni del Capo dell’Alleanza atlantica di cui il nostro paese fa parte.

Così il nostro ministero della Difesa parla di messaggi fallaci da parte di Rutte, di voli tecnici non di aerei da combattimento, “L’Italia ha sempre operato nel pieno rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali, degli indirizzi Parlamentari e degli accordi che regolano la presenza e l’utilizzo delle basi alleate sul territorio nazionale, senza autorizzare né consentire attività al di fuori delle previsioni vigenti”, dice il ministero della Difesa. Infuria la polemica politica. Dove sta la verità? Fin dove si spinge la bugia? Meglio vederci chiaro. (“giornale radio.fm –  Daniele Bianchessi)

Forse però le balle le raccontano un po’ tutti: per farsi belli agli occhi intransigenti di Trump, per non deludere la gente, per dimostrare a Trump che sbaglia quando attacca gli alleati europei e l’Italia in particolare, per dimostrare che l’Italia è capace di partecipare alle guerre in modo corretto (d’ora in poi non si parlerà più di guerre giuste, come esclude papa Leone, ma di guerre corrette come dimostra il ministro Crosetto), per dare un colpo al cerchio trumpiano e uno alla botte meloniana, per dimostrare che la Nato esiste ancora nonostante tutto, per ammettere che l’Europa è infida ma solo un pochettino, per convincere Trump a non esagerare e a venire a più miti consigli, per ammettere che la Costituzione italiana è bella ma si riesce bellamente a dribblarla.

Su un calesse trainato da un asino viaggia un gruppo di suore con tanto di madre superiora. Ad un certo punto l’asino si blocca e non vuol più saperne di proseguire. Il “cocchiere” le prova tutte, ma sconsolato si rivolge alla badessa: «In questi casi l’esperienza mi dice che l’unico modo per sbloccare la situazione, costringendo l’asino a proseguire, è la bestemmia. Mi spiace, ma non c’è altra soluzione…». La suora dopo qualche ovvio tentennamento pronuncia la sua sentenza: «Se è davvero così, non resta altro da fare, ma mi raccomando la bestemmia gliela dica piano in un orecchio…».

La guerra si può fare anche sostenendo tecnicamente e logisticamente chi la fa: a me hanno insegnato che ruba anche chi tiene aperto il sacco. Il paradosso sta diventando quello di essere accusati di non averlo tenuto ben aperto, ma solo socchiuso: un inno internazionale all’ipocrisia senza diplomazia.

Se si farà un dibattito parlamentare per chiarire come stiano effettivamente le cose, si partirà arabi e si finirà turchi. Tutti avranno una loro parte di ragione, una versione più o meno plausibile da fornire. L’unica certezza è e sarà che la guerra è più forte della verità, anzi che la guerra si basa in tutto e per tutto sulle falsità. All’eruttazione di Rutte farà da contrappeso l’aerofagia dei nostri governanti.

Mi rimane un dubbio: perché Giorgia Meloni al G7 di Evian, invece di farsi compatire davanti al mondo intero non ha detto a Trump: “Presidente si faccia spiegare le cose da Rutte, lui la sa molto lunga, forse la sa più lunga di lei…”.  Probabilmente si sarebbe sentita rispondere: “Di Rutte non me ne può fregar di meno…con lei poi ho un conto aperto e prima o poi lo regolerò… c’è in atto una gara al miglior leccaculista e lei in questa strana classifica ha perso molte posizioni…”.

Non le resta che votarsi a Vance, un cattolico perbene che avrà sicuramente un occhio di riguardo per una cattolica “Dio, patria e famiglia”, la versione Maga italica. Senonché…

J.D. Vance, vice-presidente stutunitense, ha commentato il raid americano contro depositi di munizioni e droni iraniani in risposta all’attacco di Teheran contro una nave nello stretto di Hormuz. “L’Iran ha firmato un accordo di cessate il fuoco. Noi lo abbiamo rispettato. Se hanno obiezioni sulle modalità di attuazione del memorandum d’intesa, possono prendere il telefono e chiamare. Ma alla violenza risponderemo con la violenza”, ha scritto su X. (ansa.it)

Come recente convertito al cattolicesimo non c’è male… Non è lui che tiene caldo per Trump (al presente) e per se stesso (al futuro) l’elettorato cattolico?  Come volto perbenista (poliziotto buono) del movimento Maga è veramente un mago… Se devo essere sincero, preferisco Trump!

Giorgia Meloni si trova in mezzo alla tempesta ed è in cerca di qualche scialuppa di salvataggio: Rutte le sta dando una mano ad andare a fondo, Vance il mago non ammette una maga. Ci sta provando con Macron, ma non attacca. Le sta provando tutte: abiti sempre più fascinosi, una cosmesi sempre più marcata e ricercata. Prima o poi quella bolla mediatica in cui si è immersa scoppierà…

 

 

 

 

La prima giorgiagallina che canta ha fatto il vannacciuovo

Il volo degli stracci fra Trump e Meloni è da considerare come una lite da pollaio fra il gallo onnipotente e la gallina recalcitrante oppure, anche se su scala minore, una vera e propria kermesse diplomatica, dove la premier italiana, che ha finto finora di contare qualcosa, mostra inesorabilmente tutta la sua debolezza politica personale associata a quella nazionale consistente in condizionamenti di vario genere ai limiti del ricatto.

La situazione del governo italiano si sta oltre tutto surrealmente complicando: trattati come becchi da Trump e bastonati da Rutte, segretario generale della Nato (o viceversa), il quale sostiene che ci sia stato un sostegno europeo all’azione militare Usa contro l’Iran, con migliaia di voli partiti da basi europee in supporto alla missione Epic Fury. Per l’Italia si tratterebbe di 500 aerei Usa decollati dalle basi americane in Italia. Allora chi ha ragione? Trump che si lamenta dell’indifferenza italiana o Rutte che la trasforma in surrettizia partecipazione al conflitto? La posizione di Giorgia Meloni nel contesto internazionale sta diventando un autentico rompicapo pirandelliano: bacchettata pesantemente da Trump e osannata dall’ambasciatore Usa in Italia Tilman Fertitta in un’intervista rilasciata a Sky Tg24.

“Penso che il Primo Ministro Meloni abbia fatto un lavoro eccellente qui in Italia per quasi cinque anni. Ha portato l’Italia a diventare un leader mondiale e gode di grande rispetto. E penso che gli italiani siano molto intelligenti e continueranno a prendere le decisioni giuste nella loro leadership. Posso confermare che abbiamo un accordo bilaterale con l’Italia da decenni, in base al quale ci sosteniamo a vicenda, e ho sempre visto entrambe le parti rispettare i propri impegni. La relazione tra Italia e Stati Uniti è forte. È normale che due leader abbiano un piccolo disaccordo, ma per chi sono i due protagonisti diventa un grande disaccordo. Ma tutto si sistemerà”.

Comunque sia il rapporto con Trump si è guastato e qualcuno (vedi dibattiti a “otto e mezzo” su La 7) pensa che Trump abbia tempo e modo di fare pagare cara a Giorgia Meloni questa virata a livello internazionale (dalla difesa di papa Leone ai distinguo sulla guerra in Iran), intravedendo una vendetta a livello di “Sigonella bis” di craxiana memoria o addirittura di un “lei la pagherà cara” di kissingeriana memoria antimorotea.

Altri momenti storici, altra caratura politica dei personaggi: resta comunque la volontà degli Usa di punire i trasgressori di un certo ordine internazionale di assoluto gradimento americano. Se la trasgressione avviene ad opera di amichetti o amichette qualsiasi, la vendetta diventa un gioco da ragazzi.

Tempo fa scrissi che Trump non avrebbe esitato ad usare e gettare nella spazzatura Giorgia Meloni nel momento in cui non fosse rientrata più perfettamente nei suoi schizofrenici disegni. Qualcosa del genere sta succedendo: Giorgia Meloni gliene sta offrendo occasioni su un piatto d’argento, anche se sta disperatamente tentando di smarcarsi dalla letale morsa trumpiana. È tardi!

Gli Usa non hanno mai avuto scrupoli nel servirsi al riguardo di personaggi fantoccio: sarà il caso di Roberto Vannacci? Sarà lui a fare da testa di ponte per la tattica anti-italiana di Trump e della sua cricca. Un ex-militare, un personaggio di estrema destra, un antieuropeista, un razzista riveduto e scorretto: il pedigree sarebbe perfettamente in ordine per creare grossi problemi a Giorgia Meloni, alla quale non resterebbe altro che piangere sulla spalla di Sergio Mattarella e votarsi agli amici-nemici europei.

E chi avrebbe mai pensato che la Meloni potesse cadere dal quarto piano del neofascismo nostrano in combutta con quello trumpiano. Staremo a vedere le sue prossime mosse: si illuderà di ricucire lo strappo con Trump facendo il distinguo tra il rapporto Meloni-Trump e quello Italia-Usa? Non la ritengo capace di questa complessa e impegnativa strategia. Darà per persa la partita e si attaccherà alla sponda europea contando sul mal comune mezzo gaudio nella Ue? Tutto sommato non ha il cinismo indispensabile per simili giravolte internazionali.

Il berlusconismo trovò la sua tomba a livello internazionale: le risatine ironiche di Merkel e Sarkozy, le strizzate d’occhio fra Napolitano e Obama, la freddezza di fare un passo indietro al momento giusto. Non vedo possibili attuali analogie. L’Italia finirà in una casa-famiglia? Mattarella sarà probabilmente ancora al suo posto e starà a lui scegliere la casa-famiglia più adatta al nostro Paese, ma ci sarà comunque da soffrire. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

La lingua costituzionale batte dove il dente fascista duole

Durante la solenne cerimonia del 25 giugno 2026 alla Camera per gli 80 anni dell’Assemblea Costituente, i presidenti Fontana e La Russa hanno evitato riferimenti espliciti ad “antifascismo” e “Resistenza”, concentrandosi invece sui valori della Carta Costituzionale e sul ruolo unitario delle donne e dei padri fondatori. Le opposizioni (in particolare il Partito Democratico) hanno contestato la scelta di non pronunciare le parole “Resistenza” e “antifascismo”, sottolineando che l’intera Carta Costituzionale è nata dai valori della lotta partigiana.

Me l’aspettavo, ma non per questo ho alzato le spalle. Che due delle massime autorità dello Stato abbiano una sorta di allergia rispetto ai presupposti fondamentali, storici, etici, culturali e politici, della nostra Carta Costituzionale, come l’antifascismo e la Resistenza, è un fatto gravissimo, oserei dire inaudito. Vergogna!

Non ho potuto evitare di pensare all’ulteriore condizionamento psicologico vannacciano, che la destra sta subendo nei suoi esponenti di primissimo piano. Se mai fosse così, la cosa sarebbe ancora più grave, un autentico e reiterato insulto, un continuato vilipendio di fatto alla Costituzione.

Tutti diranno di lasciare perdere e di concentrarsi sulle parole più che appropriate di Sergio Mattarella, che svolge alla grande i suoi compiti anche in queste celebrazioni, dando ad esse un respiro esauriente e coinvolgente.

Siamo proprio sicuri che basti volare alto per non incespicare in basso? Nei giorni scorsi si è scatenata la polemica su una dichiarazione di antifascismo richiesta ai partecipanti ad un evento editoriale. Qualcuno si sente chiamato in causa e fa fatica a pronunciarsi fuori dai denti. Sì, perché la lingua batte dove il dente duole. Basta un buon dentista?  Mi hanno insegnato che a tenere in bocca i denti malati si rischia di diffondere l’infezione alla bocca intera.

“Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore.” Così il partigiano e senatore Vittorio Foa al senatore fascista Giorgio Pisano’. Vale a maggior ragione per Ignazio la Russa! Giorgia Meloni riesce a cavarsela un po’ meglio, ma la sostanza non cambia. A scoprire gli “altaroni” di tutti questi riciclati in un certo senso ci sta pensando Roberto Vannacci.

Un simpatico e schietto amico di mio padre, che non sopportava la falsità e l’opportunismo, quando alcuni personaggi ostentavano un opportunistico e comodo revisionismo, non si faceva pregare, li sbugiardava regolarmente sbattendo loro in faccia la scomoda verità: «Sta miga fär tant al furob, parché a t’ sér in-t-la milissia fascista con mi…». Forse il tanto vituperato Vannacci sta facendo una simile operazione verità. Forse, se fosse spuntato agli albori dell’attuale legislatura, non so se La Russa sarebbe diventato presidente del Senato…

 

Un Prevost a prova di Concistoro

Il dialogo con il Papa, il dibattito sulle grandi questioni di oggi: ecco come funzionerà il Concistoro straordinario.  Diffuso il programma dei lavori dei cardinali assieme a Leone XIV. Al centro le sfide del mondo attuale e l’attuazione del Sinodo. La partecipazione alla Messa per i santi Pietro e Paolo. Sarà un intenso momento di discernimento ecclesiale, scandito da preghiera, ascolto e confronto sulle grandi sfide del tempo presente. I cardinali, riuniti a Roma attorno al Papa Leone XIV, vivranno due giornate dense di lavori nell’Aula Paolo VI e nell’Aula Nuova del Sinodo, strutturate in quattro sessioni tematiche, oltre alle celebrazioni liturgiche e ai momenti di dialogo con il Pontefice.  (“Avvenire” – Matteo Liut)

Parto da una barzelletta che la dice lunga sull’enigmatico ruolo dei signori Cardinali (così li chiamava papa Benedetto XVI).

“Dio Padre osserva, con attenzione venata da una punta di scetticismo, l’attivismo dei cardinali di Santa Romana Chiesa, ma non riesce a capire fino in fondo lo scopo della loro missione. Con qualche preoccupazione decide di interpellare Dio Figlio in quanto, essendosi recato in terra, dovrebbe avere maggiore dimestichezza con questi importanti personaggi a capo della Chiesa da Lui fondata. Dio Figlio però non fornisce risposte plausibili, sa che sono vestiti con tonache di colore rosso porpora a significare l’impegno alla fedeltà fino a spargere il proprio sangue, constata la loro erudizione teologica, la loro capacità diplomatica, la loro abilità dialettica, ma il tutto non risulta troppo convincente e soprattutto rispondente alle indicazioni date ai discepoli prima di salire al cielo.  Anche Dio Figlio non è convinto e quindi, di comune accordo, decidono di acquisire il parere autorevole di Dio Spirito Santo, Lui che ha proprio il compito di sovrintendere alla Chiesa.  Di fronte alla domanda precisa anche la Terza Persona dimostra di non avere le idee chiare, di stare un po’ troppo sulle sue ed allora il Padre insiste esigendo elementi precisi di valutazione, minacciando un intervento diretto piuttosto brusco e doloroso. A quel punto lo Spirito Santo si vede costretto a dire la verità ed afferma: «Se devo essere sincero, anch’io non ho capito fino in fondo cosa facciano questi signori cardinali, sono in tanti, ostentano studio, predica e preghiera. Pregano soprattutto me affinché vada in loro soccorso quando devono prendere decisioni importanti. Io li ascolto, mi precipito, ma immancabilmente, quando arrivo col mio parere, devo curiosamente constatare che hanno già deciso tutto!»”.

Cos’è il Concistoro? Si tratta di un appuntamento particolare della vita della Chiesa: un momento in cui il Papa riunisce il Collegio cardinalizio per confrontarsi su questioni ritenute di speciale rilievo, con un formato che unisce preghiera, ascolto, confronto e sintesi.

Faccio fatica ad accettare i vescovi nominati sostanzialmente dall’alto della Curia romana a presiedere le comunità diocesane, figuriamoci i cardinali…

Papa Prevost, che è stato nominato da loro, li vuole coinvolgere e unificare al fine di superare le difficoltà intervenute a livello di gerarchia durante l’innovativo pontificato di Bergoglio. Non riconosco ai cardinali alcuna legittimazione evangelica e teologica e non capisco da dove venga il loro potere-servizio all’interno della Chiesa.

«Dove sono le persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala? Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove» (card. Carlo Maria Martini).

La mossa di Leone XIV è senza dubbio intelligente e mirante a bloccare sul nascere eventuali dissensi dottrinari e pastorali, purché non diventi una sorta di cappa burocratica sul suo pontificato, una prigione dogmatica frenante e condizionante. La Chiesa è gerarchica, ma non è una burocrazia…E poi attenzione a non pagare prezzi disgustosi all’unità come la recente lettera del Vaticano ai vescovi tedeschi in cui si sostiene che mai un’omelia liturgica possa essere tenuta da un laico. Non soffochiamo sul nascere la sacrosanta sete di novità e poi, come diceva papa Francesco, «per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna».

Attenzione anche a non ricadere nel dogmatismo assoluto in materia di suicidio assistito ed eutanasia: entrambe le pratiche sono considerate dal magistero papale come violazioni della sacralità e dell’inviolabilità della vita umana, dal concepimento fino alla sua morte naturale. Per pietà non ricadiamo nella rigidità ruiniana, che trovò il suo culmine nella negazione dei funerali religiosi al cristiano Piergiorgio Welby.

Il principio “prima le persone” è un tema centrale nel pontificato di Papa Leone XIV, che ha più volte ribadito come la cura, la dignità e l’ascolto degli individui debbano sempre avere la precedenza su schemi, burocrazia o logiche di potere. Ebbene non sono persone quelle che non riescono più a vivere dignitosamente oppresse da malattie inguaribili e da situazioni sanitarie irreversibili? Non meritano di avere il primato rispetto alle disquisizioni dogmatiche, che finiscono col “caricare gli uomini di pesi insopportabili senza toccare quei pesi nemmeno con un dito!” e che giustamente Indro Montanelli definiva “beghe di frati”?

Mia sorella, quando osservava le riunioni dei porporati a consulto al capezzale vaticano, sbottava e si lasciava andare sbrigativamente: “E se i signori cardinali, anziché spaccare in quattro il capello dottrinario, andassero a farsi il mazzo a servizio dei poveri…”.

Da sempre vedo con spirito critico questa sorta di doppio binario ecclesiale: quello struttural-curial-cardinalizio e quello episcopal-comunitario. Il papa deve destreggiarsi di conseguenza e quindi ho una mia originale idea riguardo all’atteggiamento papale verso la Curia e i cardinali con tanto di contorno di intrighi vaticani: Giovanni XXIII li sfidò gettando il cuore oltre l’ostacolo e affrontandoli nel campo aperto conciliare; Paolo VI soffriva, si macerava e poi si arrendeva all’impossibilità del cambiamento; Giovanni Paolo I somatizzò il dramma al punto da morirne in pochi giorni; Giovanni Paolo II se ne fregò altamente, andò per la sua strada, si illuse di cavare anche un po’ di sangue dalle rape (ne approfittò il cardinal Ruini per spadroneggiare…); Benedetto XVI ci rimase dentro alla grande e gettò opportunamente la spugna; papa Francesco puntò alle coscienze dei cristiani e degli uomini senza lasciarsi condizionare dalle strutture; per papa Leone è presto…

Quando constato come tanti papi siano diventati o stiano diventando Santi, mi viene qualche dubbio. Pur con tutto il rispetto, temo che nell’aldilà troveremo parecchie novità, riguardo alla nostra vita e a quella della Chiesa”.

Auguro buon lavoro ai signori cardinali, buona navigazione a papa Leone (lo vedo a suo agio nel bailamme mondiale, è presto per vederlo nei rapporti con le alte gerarchie vaticane e periferiche: forse sarà più facile affrontare Trump che i signori cardinali), comunque buon cammino evangelico ai cristiani.

Sì, che conta è il Vangelo!

Don Andrea Gallo, chiamato a rapporto in Vaticano per le sue posizioni assai spinte, si difese dicendo: “Io metto in pratica il Vangelo!”. Al che il porporato di turno rispose: “Se la metti su questo piano…”. “E su quale piano la dovrei mettere?” ribattè il pretaccio dei pretacci.

 

 

L’ago famigliare nel pagliaio sociale

Le sorelle ritrovate e la guerra degli adulti: cosa racconta davvero il caso di Sarah e Alisya. Il procuratore di Sulmona racconta i dettagli della vicenda: «Quando le abbiamo trovate non hanno fatto salti di gioia. È una storia di amore genitoriale malato». La fuga, il nascondiglio a Formia e le domande che tornano a dividere il Paese sul sistema di tutela dei minori.

La vicenda d’altronde si consuma in un momento storico in cui il sistema italiano di tutela dei minori, complice il caso della “famiglia nel bosco”, è nuovamente al centro di uno scontro politico e culturale. Da una parte chi vede nei tribunali minorili, nei servizi sociali e nelle comunità educative un apparato invasivo, capace di interferire eccessivamente nella vita delle famiglie; dall’altra chi ricorda che proprio a quelle strutture lo Stato affida il compito più difficile, proteggere bambini e adolescenti quando il contesto familiare diventa fonte di sofferenza anziché di tutela. Le sorelline scomparse e ritrovate rischiano così di essere arruolate nell’ennesima battaglia ideologica, nonostante l’appello lanciato dallo stesso procuratore di Sulmona: «Questa vicenda deve farci riflettere», ha detto, ricordando come sia raro arrivare alla compressione della responsabilità genitoriale non per abusi o violenze, ma come conseguenza di una separazione divenuta distruttiva. Una considerazione che sposta il fuoco della discussione oltre le polemiche sulle case famiglia e sulle decisioni dei tribunali, riportandolo al nodo più difficile da affrontare: che cosa succede, cioè, a un figlio quando il conflitto tra genitori diventa la cifra stessa della sua crescita? È l’interrogativo che attraversa migliaia di vicende familiari e giudiziarie nel nostro Paese e che mette alla prova un sistema di tutela dei minori gravato da carenze strutturali, riforme incomplete e risorse insufficienti. Ma che prima dello Stato, e dei suoi possibili interventi a tutela dei bambini, chiama in causa la responsabilità degli adulti. Non esiste provvedimento giudiziario, comunità educativa o percorso di sostegno capace di cancellare il peso degli anni trascorsi nel mezzo di una guerra familiare. Quella guerra, semplicemente, non dovrebbe mai cominciare. (“Avvenire” –Viviana Daloiso)

Solo per combinazione, non certo per stucchevole curiosità, ho avuto l’occasione di ascoltare in diretta qualche passaggio della conferenza stampa tenuta dal procuratore di Sulmona sull’inquietante vicenda del ritrovamento delle bambine dopo la loro strana sparizione.  Innanzitutto ho apprezzato la provocatoria severità tenuta per arginare l’invadenza mediatica, opportunamente ributtata oltre la transenna a significare che la giustizia non si fa a furor di telecamere. Poi la mancanza di ogni e qualsiasi trionfalismo per l’esito positivo delle ricerche, ma lo sforzo di evidenziare i contorni di un’umanità ferita e difficilmente risanabile a livello sociale.

Di fronte a simili vicende nessuno ha la ricetta da esibire, tutti dovrebbero avere l’obbligo di tacere e riflettere: le colpe sono tante, individuali, famigliari, sociali, in un contesto tutt’altro che virtuoso nei rapporti tra pubblico e privato.

Abbiamo trasferito le chiusure protettive e difensive della famiglia tradizionale in una sorta di anarchica, trasgressiva e deresponsabilizzante deriva egoistica camuffata con la liberazione dagli ossessivi schemi del passato. I figli sono diventati “incidenti di percorso” da evitare pregiudizialmente, da accettare superficialmente, da accantonare sbrigativamente, da strumentalizzare faziosamente o talora da eliminare subdolamente se non clamorosamente.

Devo ammettere che, allorquando succedono certi incresciosi fatti, sono portato a (ri) valutare l’insistente richiamo della Chiesa al discorso della famiglia quale centro dell’umana esistenza: a volte ammetto di avere qualche imbarazzata reazione, interpretandoli come anacronistici se non addirittura retrogradi appelli socio-culturali. Ebbene, non è così!

Alla famiglia nessuno può sostituirsi, tutti dovrebbero aiutarla, supportarla, favorirla, pur nella consapevolezza che nessuna politica e nessuna struttura sociale riescono a colmarne veramente e definitivamente le lacune e i vuoti, soprattutto a posteriori.

La famiglia non è un bunker inviolabile in cui rinchiudere l’educazione dei figli, che peraltro non sono proprietà dei genitori, ma dono per tutta la comunità; ben vengano tutte le iniziative, tutte le strutture e tutte le misure sostitutive nei casi di assoluta necessità, consapevoli però della loro relativa funzione sostitutiva.

Oltre tutto non è facile comprendere quando si debba passare dai pur indispensabili aiuti e supporti esterni ad interventi invasivi quali appunto l’affidamento dei bambini a strutture sociali alternative: gli operatori sociali e la magistratura dedicata hanno compiti delicatissimi e non vanno assolutamente messi in alcun comodo tritacarne critico o addirittura distruttivo.

È da rifiutare la leggerezza con cui si diventa genitori e quella con cui ci si illude di cessare di esserlo. In tal senso non c’è divorzio che tenga o affidamento che risolva le questioni.

Mi piace richiamare quanto detto dallo psicologo da un mio amico che attraversava un momento di difficoltà nei rapporti coi suoi figli: “I figli giudicano i genitori da due comportamenti molto precisi: da come si rapportano con il coniuge e da come affrontano il lavoro”.

Se il divorzio o comunque la separazione mettono fine a situazioni di crisi tra coniugi, non possono interrompere il filo sentimentale ed educativo che li lega ai figli, che altrimenti rischiano di pagarne incolpevolmente il prezzo.

E la società fa tutto il possibile per aiutare i genitori e soccorrere i figli prima, durante e dopo il matrimonio? Molto è stato fatto e molto rimane da fare. La psicologia, la sociologia e l’economia possono fornire strumenti e metodi di intervento preziosi. Gli operatori sociali vanno sburocratizzati e indirizzati al sodo delle questioni. Le strutture pubbliche e private devono essere potenziate e finalizzate al meglio. La politica deve operare le scelte non facendosi guidare dalle ideologie ma dallo spirito di servizio. La magistratura deve calibrare i suoi interventi a salvaguardia dei diritti delle persone e soprattutto dei minori.

Il gioco allo scaricabarile non può certamente partire dai genitori, né essere giocato dai soggetti competenti sulla pelle dei minori, magari con i media che soffiano sul fuoco delle polemiche e…ritorno da dove sono partito, vale a dire all’overdose mediatica, che sta trasformando la cronaca giudiziaria in salotti-circhi in cui tutti trovano un macabro divertimento, con acrobazie senza rete…e ci lasciano la pelle i soggetti deboli privi di protezione (sarebbe veramente ora di darci un taglio!). Non si tratta di diritto di cronaca, ma di libertà di offendere la dignità delle persone. Non c’è in ballo la libertà di stampa, ma quella di creare danni ai soggetti che capitano sotto le grinfie dei social.

 

Il matto in pista e i savi fuori pista

Se la trama dunque è ormai nota, la spiegazione del suo perché dipende da chi la legge. Per gli ammiratori del presidente Usa l’imprevedibilità è frutto di un calcolo e tenere tutti sul chi vive è una forma di potere che costringe l’interlocutore a concedere per primo, impedendo a chiunque di dare per scontato l’appoggio di Washington. È la “teoria del pazzo” applicata alla diplomazia: se nessuno sa che cosa farai, tutti devono trattarti con cautela. Per i critici, invece, dietro le giravolte non c’è una strategia ma un temperamento fatto di reazioni a caldo, suscettibilità personale e il bisogno di avere sempre l’ultima parola che trasforma la politica estera in una questione di umore.

Infatti non è infido soltanto l’insulto, è infida anche la lode. Il leader ricoperto di complimenti oggi può ritrovarsi bersaglio domani, e nessuno dei due poli offre terreno sicuro. Da qui la corsa, soprattutto tra gli europei, a corteggiare il presidente con cerimonie su misura – da cene di gala a visite a castelli – fino a comunicati che ne celebrano la leadership, nella speranza di fissare per qualche giorno un momento volatile. È una logica transazionale portata alle estreme conseguenze: conta ciò che puoi offrire adesso, non ciò che ti era stato garantito ieri.

Qualunque sia la spiegazione, i leader mondiali devono amministrare l’incertezza. Alcuni puntano sull’adulazione, altri sulla pazienza. Ma tutti sanno che un comunicato congiunto, una stretta di mano o un elogio caloroso non garantiscono nulla sul giorno dopo. (“Avvenire” – Elena Molinari)

In buona sostanza la domanda che va per la maggiore è questa: Donald Trump c’è o ci fa. Più passa il tempo e più mi chiedo se non sia meglio (pre) occuparsi di altro a prescindere dalle bizze più o meno studiate di questo paradossale personaggio.

Dal momento che la politica è l’arte del possibile, bisognerebbe tenere conto delle caratteristiche degli interlocutori, soprattutto di quelli più forti; ma la politica oltre che di interessi è fatta di idealità e quindi dovrebbe riuscire a prescindere dagli appetiti e dai pruriti dei potenti di turno.

In questa fase storica la politica non riesce nemmeno a tentare un compromesso ragionevole fra gli interessi nazionali (si dovrebbe chiamare multilateralismo), ma rimane in balia della forza che vale più della ragione e del diritto.

Ecco perché occorrerebbe avere la forza delle idee con cui combattere la forza-forza, mandare al diavolo Trump, chi lo adula e chi lo sopporta, superare il concetto statico di diplomazia e puntare ad una visione dinamica nei rapporti internazionali.

L’incertezza regna sovrana, ma va riempita con progetti ed azioni e non con le chiacchiere dei potenti veri o fasulli che siano. Possibile che l’Europa non riesca a tentare questo salto di qualità e si lasci imprigionare nello schema “Trump sì-Trump no”?

Gli atleti, quando affrontano certe gare, prima di lanciarsi in una corsa disperata, fanno qualche passo indietro alla ricerca della giusta concentrazione: dovrebbe valere anche per i politici europei. Facciano qualche passo indietro e vedano di rispolverare le idee di chi ha fondato l’Unione europea.

E così anche gli elettori italiani, europei e statunitensi. Questi ultimi anziché votare col culo (mi si perdoni la triviale franchezza) guardino alla loro storia, a chi li ha guidati in passato, a cosa è la politica e cosa significa democrazia attualmente vignettisticamente e tragicamente trasformata in democratura.

Il 17 gennaio 1961 Dwight Eisenhower, 34esimo presidente degli Stati Uniti d’America, compì l’atto pubblico conclusivo dei suoi due mandati che avevano coperto l’arco di otto anni di storia americana, dal 1953, quando aveva vinto le elezioni presidenziali contro Adlaj Stevenson, al 1961 quando passava le consegne a John F. Kennedy.

In quel discorso di commiato Eisenhower avrebbe potuto limitarsi al rendiconto protocollare di quanto avevano fatto le sue amministrazioni con il bilancio largamente positivo dei successi e degli insuccessi.

Ma scelse un altro taglio: parlò, lui presidente militare come lo era stato Grant, di industria militare e della influenza negativa sul meccanismo delle decisioni in democrazia. Parlava al popolo americano del domani (il nostro oggi) e precorreva i tempi. Guardava avanti anche se sapeva che le preoccupazioni contingenti dell’opinione pubblica erano ben altre. “Nel governo – disse – dobbiamo stare in guardia contro le richieste non giustificate dalla realtà del complesso industriale militare. Esiste e persisterà il pericolo della sua disastrosa influenza progressiva. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo la nostra democrazia. Solo il popolo allertato e informato potrà costringere ad una corretta interazione la gigantesca macchina da guerra militare…in modo che sicurezza e libertà possano prosperare insieme”. Questo discorso non è entrato nella galleria dei discorsi famosi dei presidenti americani. Questa dimenticanza appare ovvia. Ma è la banalità dell’ovvio che ci fa pensare. (“Il Fatto Quotidiano” – Giuseppe Borgioli)

 

 

 

Le battaglie politiche a tutto campo democratico

Non sarà ufficialmente il partito dei sindaci che ciclicamente fa capolino nel dibattito. Ma la sostanza è quella. «Abbiamo 10mila iscritti, 685 amministratori e 400 comitati civici da Bolzano a Caltanissetta», dichiara Alessandro Onorato, fondatore di Progetto civico Italia. L’assessore di Roma a Turismo, Sport e Grandi eventi presenta ufficialmente il partito al Palazzo dei Congressi dell’Eur, otto mesi dopo aver lanciato il progetto. L’obiettivo è creare la gamba “centrista” della coalizione di centrosinistra, definizione che non piace troppo all’assessore capitolino. «Il campo progressista è il nostro – dichiara Onorato -. Non ci definiamo un’ala moderata» quanto piuttosto «di “buon senso”». In sala tra gli altri ci sono Riccardo Magi (Più Europa) e il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi. Il primo cittadino di Roma, Roberto Gualtieri, manda un messaggio. Ma soprattutto in prima fila ecco Giuseppe Conte ed Elly Schlein, spettatori non neutrali, dato che nel centrosinistra che sfiderà Giorgia Meloni alle prossime elezioni è ancora da risolvere il tema della leadership. (“Avvenire” – Gianluca Carini)

Nella geografia politica italiana spuntano in continuazione movimenti, che sfociano sbrigativamente in partiti. Ho usato il termine geografia, perché queste sono (quasi) tutte iniziative senza storia e spesso senza cultura di riferimento. Una sorta di dacci oggi il nostro movimento (o partito) quotidiano…

Discorso particolare riguarda “Futuro nazionale”, il partito promosso dal generale Roberto Vannacci, che si rotola suinamente ed orgogliosamente nella feccia: è sintomo di un grave malessere il seguito che sembra ottenuto e ottenibile. Un tempo, durante le manifestazioni di piazza, si urlava “fascisti carogne, tornate nelle fogne”: purtroppo le fogne ci regalano ancora qualche consistente e pericoloso residuo organico di fascismo. Problema della destra? Problema dell’Italia, dell’Europa e del mondo intero! Contro il fascismo ragion non vale e allora bisogna soltanto, dopo avere annusato la puzza, cercare di ripulire le fogne con le pompe delle idealità democratiche: lavoro che va fatto continuamente e non una tantum.

Giorgia Meloni si scandalizza se qualcuno osa richiedere una sorta di patente antifascista: sarebbe opportuno non chiederla solo ai partecipanti a manifestazioni e convegni, ma paradossalmente (?) a chi si candida alle elezioni politiche con la possibilità di ritirarla a fine mandato. Forse lei, come minimo, dovrebbe sottoporsi ad una revisione della sua.

Se a destra c’è Vannacci col suo futuro che sa tanto del peggiore passato, al centro c’è uno sgomitare notevole in cerca di visibilità e di protagonismo. Confesso di non capirne gli scopi. Moderazione? È un semplice modo di porsi di fronte alla realtà fintanto che non diventa conservazione dell’esistente. Riformismo? È un termine che significa tutto e niente. Centro? È un luogo in cui piazzarsi, magari comodamente, per estraniarsi dalla bagarre. Civismo? È la semplice coscienza dei propri doveri di cittadino, che dovrebbe essere il comune denominatore dei programmi di tutte le forze politiche.

La Democrazia Cristiana, come sosteneva Alcide De Gasperi, era un partito di centro che guardava a sinistra. I partitini, da Italia viva di Matteo Renzi ad Azione di Carlo Calenda a Più Europa di Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi al neonato Progetto civico non si sa dove stiano di casa e dove guardino. A mio giudizio si guardano l’ombelico.

Progetto civico vuole disturbare la leadership di Elly Schkein, che si disturba già sufficientemente da sola? Vuole tirare la volata a Giuseppe Conte, che è scattato da tempo e rischia di imballarsi? Vuole candidarsi a fare l’elenco dei problemi da risolvere, che finisce con l’essere la sistematica elaborazione dell’ovvio? Vuole rimescolare le carte a sinistra stando in disparte e soffiando sul fuoco delle storiche divisioni? Vuole combattere il leaderismo strizzando l’occhio ai presunti leader? Vuole costringere i maggiorenti del PD a darsi una mossa politica adeguata in vista delle ormai vicinissime elezioni politiche?

Domande antiretoriche, cioè di cui non è dato conoscere risposta. Oltre tutto il tempo stringe, non si possono fare discorsi che richiederebbero tempi lunghi di approfondimento culturale, di riscoperta dei legami sociali, di rivisitazione della storia passata e recente.

L’unico movimento che mi intriga è quello promosso da Graziano Delrio, vale a dire l’associazione culturale e politica “Comunità Democratica”, nata per creare un’alleanza di idee che superi i confini del Partito Democratico, che miri a valorizzare l’impegno dei cattolici democratici e a promuovere la partecipazione attiva dei cittadini.

Perché esprimo, seppure timidamente, un certo interesse a questa iniziativa? Innanzitutto perché parte da un personaggio tutt’altro che arrivista ed esibizionista, dall’unico politico, per dirla con Elsa Fornero, veramente serio e credibile, che risponde al mio personale cliché. In secondo luogo perché ha come scopo la valorizzazione del patrimonio ideale ed esperienziale proveniente dall’impegno dei cattolici, i quali sono rimasti a becco asciutto nel PD, che doveva essere la fusione tra ex comunisti e cattolici, vale a dire fra le due correnti trainanti della democrazia italiana. In terzo luogo perché in questo momento storico solo la cultura cattolica può smuovere le acque stagnanti della politica a tutti i livelli, dalla pace alla giustizia sociale. In quarto luogo perché il mondo cattolico contiene fermenti e presenze molto significativi sul piano sociale, con le sue aspirazioni coniugate con l’impegno coraggioso e volontario che sa andare oltre la mera denuncia. In quinto luogo perché dai cattolici può venire una provocatoria spinta alla partecipazione giovanile che riesca a sbloccare la società imbalsamata nella sfiducia e nel disinteresse.

Niente centrismo, al contrario molto sbilanciamento verso le idee progressiste (tanto per fare un esempio, nessuna paura a rivedere i rapporti internazionali in chiave europeisticamente e diplomaticamente pacificatrice; niente moderazione ma, se possibile, eccesso di impegno politico e programmatico (tanto per fare un esempio, molto coraggio nel mettere mano ai nodi sociali della sanità e della scuola); niente riformismo ma radicalismo e rivoluzionarismo evangelici (tanto per fare un esempio, superare le ristrettezze di bilancio puntando ad aumentare le entrate fiscali, a razionalizzare le spese, a sostenere politiche innovative in campo ambientale); niente tatticismo ma uscita allo scoperto e senza le reti protettive del perbenismo (tanto per fare un esempio, nessuna paura a proporre un’imposta patrimoniale che colpisca veramente chi più ha e più deve contribuire al benessere di tutti).

Se è vero che le partite di calcio si vincono a centro-campo, se è vero che le elezioni politiche si vincono tatticamente coi partiti di centro, è altrettanto vero che la democrazia si difende e si sviluppa nelle battaglie a tutto campo.

Non so se questo discorso possa passare da un’autentica rifondazione del partito democratico, possa accontentarsi della formazione di nuovi equilibri interpartitici o intercorrentizi, possa prevedere alcune tappe intermedie per arrivare alla formazione di nuovi partiti politici.

La più grossa difficoltà riguarda i tempi stretti della politica. Occorrerà tanta capacità per coniugare l’urgenza del fare presto con la necessità del fare bene. In dialetto parmigiano si dice: prést e bén j stan mäl insèmma.

Il bullo e la bulletta

“Mi ha implorato di fare una foto, mi ha fatto pena”. Con queste parole si apre una nuova e ulteriore spaccatura tra Stati Uniti e Italia, un tempo ottimi alleati e oggi, alla luce soprattutto delle ultime dichiarazioni offensive del presidente Donald Trump contro la premier Giorgia Meloni, appaiono sempre più distanti. Una frattura, come osserva il giornalista e scrittore statunitense Alan Friedman, che proseguirà almeno fino alla fine del mandato presidenziale del tycoon, nel gennaio del 2029.

È il punto più basso delle relazioni tra Stati Uniti e Italia?

“È una crisi diplomatica. Più che il momento più basso, è il momento in cui gli italiani aprono gli occhi, vedono gli Stati Uniti di Trump per quello che sono, capiscono che il presidente americano non è un amico dell’Europa e che se ne frega di Meloni, Macron o Starmer. Con le sue parole Trump ha offeso sia l’onore del presidente del Consiglio che di tutto il Paese, e ci tengo a esprimere la mia solidarietà a Giorgia Meloni”.

Il punto zero della rottura è la mancata autorizzazione all’uso delle basi italiane per le operazioni militari americane legate al conflitto in Iran.

“Trump è rimasto molto male del diniego, così come per quelli della Spagna, della Svizzera e del Regno Unito. E questo spiega perché nei prossimi mesi, temo, il Pentagono decida di ritirare le truppe americane dall’Europa, smantellando di fatto la Nato con un disimpegno importante. Voglio essere chiaro su questo aspetto: gli Stati Uniti non sono più un alleato; l’Europa è sola, attaccata commercialmente da Washington e Pechino e con la Russia che fa la guerra in Ucraina. Bruxelles non si può fidare del presidente statunitense”.

I rapporti si potranno ricucire con gli Stati Uniti in futuro?

“Fino alla fine del mandato di Donald Trump, ovvero gennaio 2029, l’Italia non ha un amico alla Casa Bianca. Dopodiché i due Paesi potranno tornare amici a livello governativo, fermo restando che tra i due popoli non ci sono problemi: gli americani amano gli italiani. Il problema è che a Washington c’è un presidente che ogni giorno fa il bullo con qualcuno e insulta qualcun altro. Adesso è toccato a Giorgia Meloni, ma domani sarà la volta di Emmanuel Macron e poi di Keir Starmer. Questo è il mondo secondo Donald Trump: insulti e cafoneria”.

Con il presidente statunitense è anche difficile replicare: il rischio di ritorsioni o vendette è sempre dietro l’angolo…

“Assolutamente sì, anzi penso che Trump causerà nei prossimi anni ancora svariate catastrofi a livello internazionale. Il presidente americano sembra trovarsi in una fase disperata: è consapevole che perderà le elezioni di Midterm, i leader europei non sono più succubi e a Versailles Trump ha firmato una resa de facto con Teheran, mascherata come un accordo. Ma più la situazione è disperata e più lui attaccherà con rabbia, sia internamente – penso alle operazioni squadriste anti immigrazione dell’Ice – sia esternamente, con l’Europa che può essere ancora bersaglio di Donald Trump, se quest’ultimo non verrà rimosso anticipatamente con l’impeachment”.

Non un quadro edificante.

“Bisogna considerare la politica estera americana come un anziano con la sindrome di Alzheimer che ogni tanto scoppia con la rabbia e attacca i membri della famiglia”

(“Quotidiano Nazionale” – intervista di Lorenzo Mantiglioni ad Alan Friedman)

Il quadro della schizofrenica politica trumpiana è completo e inquietante e tale da costringere anche i più riottosi a prenderne atto. Però c’è un famoso detto parmigiano da tenere presente: “Tutt i mat i gan la sò virtù”. Se la virtù di Trump fosse quella di scoprire col proprio nulla il nulla di Giorgia Meloni e dei suoi colleghi europei?  E se gli italiani fossero indirettamente invitati ad aprire gli occhi anche sulla loro a dir poco inadeguata premier per scoprire finalmente, usando gustose espressione dialettali, che la Meloni l’é “niént pighè in t’na cärta” oppure che “da lè a niént da sén’na…”. Forse non c’era bisogno che ce lo spiegasse Trump, ma tant’è…

Il mio amico Pino mi ha inviato il seguente impietoso ma realistico messaggio: “Adesso mi domando cosa studierà la stronzetta per rilanciarsi a livello nazionale ed europeo. Anzitutto cercherà di spostare l’attenzione mediatica…poi? La regina è nuda…tutta l’apparenza (costruita meticolosamente) di grande statista è crollata e la foto simbolo è quella di lei seduta al G7 di fianco a Trump in atteggiamento servile e supplichevole. Le parole ingannano…le foto simbolo non mentono e soprattutto rimangono impresse…”.

In questi giorni di immagine ne sta girando un’altra: Giorgia Meloni col dito alzato verso Trump…potrebbe sembrare in tono di velleitario rimprovero: si dice che sarebbe questo l’atteggiamento, a dir poco, fastidioso per il presidente americano, il quale avrebbe reagito a posteriori con un probabile “ma come si permette questa stronzetta, che fino a ieri era pronta a leccarmi il culo…”.

Comunque siano andate le cose al G7, assieme all’immagine del bullo americano esce anche quella di una capa di governo sola, perduta e abbandonata, che non può più rivolgersi al suo strafottente campione-padrino d’oltreoceano né ai suoi cortesi (?) interlocutori-concorrenti al di qua dell’oceano, che ha strumentalmente sacrificato l’europeismo sull’altare dell’atlantismo, che si è spacciata per donna forte ma traballante di fronte al primo stormir di fronde fasciste, che spaccia per emancipazione femminile la sua arroganza tutta maschile, che non sa difendersi nella sostanza ma attacca tutti nella forma, che col suo comportamento celebra indirettamente Silvio Berlusconi il quale le ha appiccicato una sfilza di aggettivi, “supponente, prepotente, arrogante e ridicola”, molto difficili da togliersi di dosso.

In fin dei conti Berlusconi e Trump battono pari, non solo sul giudizio verso Giorgia Meloni. La difesa meloniana anti-trumpiana, vale a dire “io e l’Italia non imploriamo mai” (De Gasperi seppe dignitosamente implorare comprensione ed aiuto dopo la disfatta della seconda guerra mondiale), assomiglia molto a quella anti-berlusconiana, vale a dire “non sono ricattabile” (ricattabile forse no anche se è presto per esserne certi, insopportabile sì).

Zelensky, quando fu bacchettato e bullizzato da Trump in uno storico incontro alla Casa Bianca, ne guadagnò in simpatia e solidarietà a livello popolare; Giorgia Meloni dallo storico G7 di Evian è uscita cornuta e mazziata da Trump, e fin qui potrebbe scattare la simpatia che si riserva generalmente ai deboli maltrattati dai forti, senonché la nostra premier non è nemmeno capace di enfatizzare strumentalmente la propria debolezza (dov’è la sua tanto decantata furbizia?), è sprovvista della dignità dei deboli e vuol essere, senza esserlo, forte a tutti i costi, non ha il buongusto di fermarsi ed ammettere difetti ed errori (“Chi si ferma è perduto”…).

Il neofascismo c’è e Vannacci lo stuzzica

È singolare presentare un nuovo partito politico recitando la preghiera di un corpo militare, perché in democrazia non si dovrebbe andare alla politica come alla guerra. Ancora più singolare, per un movimento nazionalista, recitare la preghiera dei paracadutisti di un altro Paese, la Francia, per altro protagonisti nel 1957 di un’operazione storicamente quanto meno discussa, come la Battaglia di Algeri. Ma la provocazione è chiaramente voluta. A guardare bene, tuttavia, l’originalità dell’esordio ufficiale di Futuro nazionale si limita a questo. Perché in assenza, per ora, di un programma politico, quanto detto ieri all’Auditorium Conciliazione di Roma è già stato molto ascoltato, negli anni. «L’Italia agli italiani», per esempio, è lo slogan dell’estrema destra per eccellenza. E l’elenco dei giornalisti da mettere idealmente alla gogna lo faceva già Beppe Grillo sul suo blog nel 2014. Così come la parte “guardate quante volte in Europa Forza Italia ha votato insieme alla sinistra” è un esercizio che assomiglia tanto al tormentone “Pdl e Pd-meno-elle” del Movimento 5 stelle delle origini. Mentre l’accusa a Meloni di essere pro-Draghi è la stessa che Meloni rivolgeva a tutti gli altri fino a 4 anni fa. Infine il compiacimento di chi si sente non conforme: «Siamo la feccia e siamo orgogliosi di esserlo […] Siamo i figli di nessuno». Già sentita anche questa, magari con altre parole, dai diciannovisti originali fino a quelli “del terzo millennio”. E se è vero che “Figli di nessuno” è un canto dei paracadutisti (italiani), così si chiamavano anche alcune squadre d’azione comuniste di Genova negli anni ‘20 del 1900. Tra i tanti inconvenienti del populismo c’è anche che è davvero difficile inventarsi qualcosa di nuovo. (“Avvenire” – Danilo Paolini)

L’iniziale istintiva reazione all’esordio politico del movimento fondato da Roberto Vannacci è a metà strada fra un “chissenefrega” e un “li Vannacci tua”, motivata dalla gravità della situazione che stiamo vivendo e in cui “Futuro nazionale” appare a prima vista come una sorta di comica finale, assurda o grottesca, utile a sdrammatizzare e a risollevare il morale della gente.

Poi subentra il timore di dare troppa importanza ad un’iniziativa politica estemporanea per la quale dovrebbe valere il proverbio “un bel tacer non fu mai scritto”: il silenzio infatti è spesso la risposta più saggia verso insidiose ed equivoche provocazioni.

Volendo invece dare una sbrigativa e per certi versi presuntuosa occhiata a questo nascituro partito, si ricade nel dejà vu o nel vuoto pneumatico di una formazione politica improvvisata, senza storia e senza cultura, un qualcosa destinato a durare l’espace d’un matin nonostante i consensi raccolti e risultanti dai sondaggi.

Tutti approcci ammissibili anche se troppo relativi e parziali. La materia fascista (di questo in fin dei conti si tratta) va affrontata con estrema cautela e responsabilità. Certe insane nostalgie non sono fini a loro stesse, comportano rischi e quindi vanno fronteggiate come sintomi di malattie ben più gravi e profonde: il neofascismo è sempre in agguato, i virus cambiano attraverso mutazioni casuali nel loro materiale genetico durante la replicazione. La maggior parte di queste modifiche è ininfluente o svantaggiosa per il virus stesso, ma alcune gli conferiscono un vantaggio evolutivo, rendendolo più trasmissibile o capace di eludere le difese immunitarie. E allora bisogna rafforzare le difese con forti iniezioni di ideali, rispolverando vigorosamente i valori contenuti nella Resistenza e nella Costituzione.

Le mutazioni possono essere esteriori e facilmente percepibili, come nel caso di Futuro nazionale oppure profonde e difficilmente riscontrabili in modo diretto e immediato, come nel caso dei risorgenti nazionalismi, razzismi e bellicismi. Le une sono collegate alle altre in un mix subdolamente pericoloso. Non vanno sottovalutate le manifestazioni primarie quale inesorabile anche se riduttivo preludio a quelle secondarie di sistema.

L’impatto virale si manifesta anche a livello del sistema partitico: a destra come ulteriore perniciosa tentazione estremistica e come rissa da cortile neofascista, a sinistra come induzione alla comoda strumentalizzazione (l’utilizzazione in senso allarmistico e squalificante contro l’avversario) più che alla impegnativa battaglia ideale di cui sopra.

La destra non riesce a nascondere i suoi imbarazzi anche se con ogni probabilità il tutto potrebbe esaurirsi con un patto elettorale di puro potere con tanti saluti ai discorsi ideologici: la Lega si è allevata una serpe in seno, vede rimesso in discussione il salviniano snaturante progetto destrorso e nazionalista e teme di pagare un prezzo elettorale molto elevato se non addirittura esistenziale; Giorgia Meloni si vede espropriata del proprio orticello neofascista e teme un rompiscatole per i suoi già difficili progetti governativi; Forza Italia  farà molta fatica a trovare un modus vivendi con Futuro nazionale; dovranno tutti turarsi il naso pur di battere la sinistra.

Credo tuttavia che il bacino elettorale di Vannacci non si esaurisca nel consolidato elettorato del centro-destra, ma possa puntare al qualunquismo in cerca di una nuova collocazione.

La sinistra non si illuda di avvantaggiarsi più di tanto dal vannaccismo: il tanto peggio in casa della destra non significa automaticamente il meglio per la sinistra, ma probabilmente un ulteriore colpo negativo per la politica italiana nel suo complesso. Della serie fischiate i tenori del campo largo? Sentirete i baritoni della destra! Con il pubblico che fischia tutto e tutti senza distinzioni.

È certo che, come per tutte le malattie, anche per il neofascismo la miglior cura sia la prevenzione, consistente nel funzionamento di una sana e sostanziosa democrazia partecipata. E le misure difensive particolari, spontanee e contingenti?

Non si placano le polemiche sul “patentino antifascista” necessario per partecipare a Più libri Più liberi, la fiera della piccola e media editoria in programma a dicembre alla Nuvola dell’Eur. Domenica l’iniziativa è stata attaccata dalla premier Giorgia Meloni che via social ha scritto: «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra. Si chiama, banalmente, censura», annunciando «un ulteriore attento approfondimento». Accuse respinte dalla Fiera, che in una nota scrive: «La decisione di chiedere ai partecipanti di sottoscrivere una dichiarazione sulla condivisione dei principi costituzionali, democratici e inderogabili non è affatto censura, ma un’esigenza di chiarezza e unità tra i diversi attori presenti in fiera». (“Avvenire” – Redazione romana)

Non vedo censure in agguato, non vedo perché possa dare fastidio una simile misura protettiva. Mio padre si fidava del prossimo con una giusta punta di scetticismo; a chi gli forniva un “passaggio” in automobile era solito chiedere: “ Sit bon ad  guidar”. Naturalmente l’autista in questione rispondeva quasi risentito: “Mo scherzot?!”  E mio padre smorzava sul nascere l’ovvia rimostranza aggiungendo: “Al fag parchè se pò suceda quel, at pos dir dal bagolon”. Siamo in presenza di piccole ma non banali iniziative volte alla presa di coscienza e di responsabilità, propria ed altrui.

In conclusione bisogna fare sempre riferimento alla Resistenza (nel cuore e nel cervello), alla Costituzione (tenendola a portata di mano e di governo), alla democrazia repubblicana (quale scelta politica continuativa): tutti aspetti di una fondamentale scelta di campo imprescindibile e indiscutibile. Sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole semplicisticamente voltare pagina, non capendo che coi vuoti di memoria e con le nostalgie di fatto e di diritto occorre stare molto e poi molto attenti, perché, come diceva mio padre, “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “.