Parma piena di sepolcri imbiancati

Chiedo scusa, ma intendo celebrare di seguito la festa di sant’Ilario, patrono della città di Parma, a modo mio. Mi sento parmigiano fin nel midollo delle ossa, sono nato e vissuto in Oltretorrente, amo Parma, ma progressivamente questo sentimento si è trasformato in amore-odio. Non mi sento più a mio agio in questa città così ricca di lussuosa prassi consumistica e così povera di sensibilità socio-politica in aperta contraddizione col suo passato glorioso. Il mio impegno a livello professionale e politico è finito per raggiunti limiti di età, mi resta la critica a livello civile. Guai a chi me la tocca!

Anche a Parma va in onda la fuorviante cantilena della cosiddetta sicurezza. I parmigiani “chiedono più sicurezza”, chi amministra la città enfatizza il “grande lavoro delle forze dell’ordine” soprattutto quello della polizia locale con “gli agenti più vicini alla gente nelle piazze e nei mercati rionali”. I virgolettati sono i titoli della narrazione gazzettiera del quotidiano locale.

Non mi unisco al coro, anzi mi distinguo nettamente da esso per cantare un altro ritornello. Parma viaggia su due binari: quello “fanfarone” di una pseudo-cultura dell’inconcludenza sparsa a piene mani tra convegni, progetti ed eventi; quello “svagato” del sistematico abbandono delle periferie territoriali e sociali.

La sicurezza viene dall’assetto civico e sociale e non, pur con tutto il rispetto possibile, dalle forze dell’ordine. Se aumentano povertà, emarginazione e discriminazione vuol dire che siamo fuori strada, che vogliamo arginare gli straripamenti della Parma con la carta assorbente di poliziotti e vigili. Se non si interviene a monte, a valle si potrà soltanto fare l’inventario dei danni. Questo è il circuito chiuso dell’ipocrisia che a Parma fa rima anche con massoneria…

Il sindaco Guerra e il vescovo Solmi si tengono ben lontani dal segnalare il problema: la denuncia della realtà malata è la indispensabile premessa per ogni cura efficace. Non voglio esagerare, ma il sindaco mette in campo la polizia locale accarezzando i cittadini con fantomatici presidi e il vescovo schiera la Caritas diocesana inaugurando la lavanderia dei poveri. Due approcci alla parmigiana, analoghi e volti a fare un po’ di fumo senza preoccuparsi dell’arrosto.

A proposito di fumo, “Parma è la città italiana che registra il maggiore aumento di residenti in 10 anni: dal 2024 al 2024 il tasso di crescita è stato del 4,9%, corrispondente ad oltre 8mila abitanti (nel 2024 eravamo circa 199mila). Lo stabilisce il rapporto Censis. Soddisfatto il sindaco Guerra: «Parma ha mantenuto la sua attrattività. È una città in cui si riesce a vivere a misura di persona». (Gazzetta di Parma)

I cittadini si sfogano nell’allarmismo criminalità e gli amministratori rispondono che la città non è fuori controllo. Sbagliano entrambi perché non hanno il coraggio di cogliere la verità e di affrontarla partendo dai problemi sociali: casa, lavoro, immigrazione, educazione, etc. etc.

L’80% dei parmigiani chiede più sicurezza e il 56% chiede più eventi. Di eventi ce ne sono anche troppi per una città che ama parlarsi addosso e guardarsi allo specchio; per la sicurezza bisogna ritornare daccapo e andare alla radice del malessere sociale.

In cauda venenum. Parma, Parma…città un tempo gloriosa e ricca di fermenti (i Farnese, Maria Luigia, il Correggio, il Parmigianino, il Teatro e la musica, i Borbone, Bodoni, Padre Lino, le barricate del 1922, Arturo Toscanini, occupazione della Cattedrale, Mario Tommasini, etc. etc.), sale alle cronache e alla ribalta nazionale per i clamorosi equivoci della statistica e per lo sbraitare di quattro stronzetti del sottobosco meloniano, che peraltro non vanno sottovalutati perché sono lo specchio di una città decaduta.

 

 

 

 

La furbetta della politichina

Nessuna critica o accusa di «appiattimento» smuoverà Giorgia Meloni da una certezza granitica: non c’è alcun modo di rapportarsi a Donald Trump efficace quanto quello che ha scelto lei. Con il tycoon, ma senza lasciarsi sfilare dall’Europa. Mostrando di comprendere le ragioni di fondo del presidente Usa al netto dei «modi assertivi», ma provando a contemperarle con un’azione paziente, non emotiva. Un “trumpismo cauto” che regge l’urto degli eventi. Che presenta sì un prezzo da pagare – la conferenza stampa si è aperta con il riconoscimento di fatto del governo venezuelano di Delcy Rodriguez, secondo la linea di Washington -, ma che consente anche di conservare dei margini negoziali con l’amministrazione Usa. Sull’Ucraina. E anche, secondo Meloni, sulla Groenlandia. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Fin qui l’incipit di un benevolo e descrittivo commento di un bravo giornalista alla recente tradizionale conferenza stampa di Giorgia Meloni.

Dopo aver reso omaggio a tutti coloro che nella cosiddetta Prima Repubblica, da De Gasperi in avanti, riuscirono a coniugare fedeltà alle alleanze internazionali con autonoma capacità di critica e di proposta, dopo avere rilevato come il morbido messaggio augurale alla nazione di Sergio Mattarella, seppure ispirato ad alte ed equilibrate finalità più istituzionali che politiche, abbia fornito un involontario assist alla “pescivendola in barile”, preferisco andare al sodo delle mie sconsolate e spietate considerazioni.

«Giorgia Meloni», era scritto in alto. E poi: «Un comportamento 1 supponente, 2 prepotente, 3 arrogante, 4 offensivo, 5 ridicolo. Nessuna disponibilità ai cambiamenti. È una con cui non si può andare d’accordo».

Così recitava l’appunto di Silvio Berlusconi in ordine all’atteggiamento politico (e non solo) di Giorgia Meloni. Me ne sono ricordato ascoltando e rileggendo (per dovere di obiettività) i contenuti della conferenza stampa di fine anno della premier.

Più che di un “botta e risposta” si è trattato di un “carezza e risposta”, tanto erano leggere e accondiscendenti le domande formulate dai giornalisti, i quali, complice l’impossibilità di replica, hanno fatto da mera cornice all’evento mediatico.

Questo timido e pavido atteggiamento della stampa la dice lunga sulla carenza di vero dibattito politico, che finisce col favorire da una parte chi gestisce il potere e dall’altra per scoraggiare a priori chi vorrebbe criticare e si vede costretto ad una sorta di letale rassegnazione culminante nel non voto oppure a proteste culminanti nella violenza.

Ai sacrosanti aggettivi berlusconiani mi sentirei di aggiungere “ipocrita” se tale è chi parla o agisce, fingendo virtù, buone qualità, buoni sentimenti che non ha, ostentando falsa devozione o amicizia, o dissimulando le proprie qualità negative, i proprî sentimenti di avversione e di malanimo, sia abitualmente per carattere, sia in particolari circostanze, e sempre al fine di apparire diverso dalla realtà.

Non c’è stato argomento di rilievo su cui Giorgia Meloni abbia detto la verità soprattutto per quanto riguarda i rapporti con Donald Trump, con la Ue, col Presidente della Repubblica, con la Magistratura e con i partner di governo. Sembrava la vignetta del politico che si barcamena dicendo tutto e il suo contrario.

Non vale nemmeno la pena di entrare nel merito delle questioni, perché si cadrebbe nel giochino pirandelliano del così è se vi pare. La politica con Giorgia Meloni (peraltro purtroppo non solo con lei) è caduta molto in basso: non esiste più in quanto sostituita da una narrazione costruita nel laboratorio mediatico. Qui sta il pericolo. Quando la politica va in vacanza scattano i peggiori tradimenti democratici. E pensare che il momento politico non consentirebbe queste assurde divagazioni e richiederebbe tanta serietà e convinzione; c’è in giro un senso di smarrimento estremamente pericoloso a cui fare fronte con decisione e non da sottovalutare elargendo balle che stanno in pochissimo posto.

Se questa è furbizia…io preferisco definirla ipocrisia; se questa è abilità politica…io preferisco chiamarla colossale gag anti-democratica. Questione di punti di vista.

L’ira…n contro Khamenei e contro Trump

Il clero sciita sente la pressione come non era accaduto neanche in passato, quando Teheran poteva contare su una serie di alleati regionali. Ora l’Iran che fu di Khomeini è pressoché isolato, con la Siria passata di mano, gli Hezbollah libanesi non più in forze, gli Houthi nello Yemen ancora in sella ma indeboliti e troppo lontani da Teheran, e Hamas alle prese con una difficile e non scontata sopravvivenza. Resta solo Mosca che a stento potrà assicurare una fuga a Khamenei e ai suoi fedelissimi se i pasdaran perdessero definitivamente il controllo del Paese. Una prospettiva che i manifestanti hanno calcolato facendo leva anche sui malumori interni all’apparato di sicurezza.

A ieri si contavano oltre 270 località in tumulto, più di quanto non fosse accaduto in passato. E se anche le folle di manifestanti non vengano considerate “oceaniche” dalle autorità, la diffusione della rivolta ha impensierito la leadership a tal punto da spegnere l’accesso a internet, impedendo le comunicazioni con l’esterno.

Le proteste sono iniziate alla fine del mese scorso con i negozianti e i commercianti del bazar di Teheran che manifestavano contro l’inflazione al 42%, ma si sono presto estese alle università e alle città di provincia, con scontri tra giovani e forze di sicurezza.

La guida suprema Ali Khamenei ha preannunciato una repressione brutale. I manifestanti stanno «distruggendo le loro strade per compiacere il presidente di un altro Paese» ha avvertito, «perché ha detto che sarebbe venuto in loro aiuto». Il riferimento è a Donald Trump, che ha minacciato un intervento americano in Iran qualora le autorità uccidessero i contestatori. Nel suo discorso pieno di fervore Khamenei si è rivolto al presidente Usa. «Trump dovrebbe sapere che i tiranni come il Faraone, Nimrod, Reza Shah e Mohammad Reza (l’ultimo scià di Persia, ndr) sono stati abbattuti al culmine della loro arroganza. Anche lui sarà abbattuto», ha detto accusando il tycoon di avere «le mani sporche del sangue degli iraniani», alludendo alla guerra dei 12 giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025.

Negli ultimi giorni sono circolate notizie non confermate riguardo cargo militari russi atterrati a Teheran. In un’intervista rilasciata giovedì a Fox News, Donald Trump ha sostenuto che Khamenei stia preparando la fuga, sulle orme del dittatore siriano Assad scappato in Russia. «Sta cercando un posto dove andare. La situazione sta peggiorando», ha aggiunto il tycoon.

Nel Paese gli scontri si vanno moltiplicando e la Bbc – che ha un canale in lingua farsi – parla di contestazioni senza precedenti negli ultimi tre anni. Il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha promesso che le conseguenze saranno «massime e senza alcuna clemenza». Parole che in un Paese nel quale si fa largo usa della pena capitale, suonano come una condanna a morte.

Un video condiviso sui social prima che venisse chiuso l’accesso a Internet – sebbene nei mesi scorsi siano entrati in Iran numerosi kit satellitari per superare la censura e collegarsi attraverso il network “Starlink” di Elon Musk – mostra diversi edifici pubblici in fiamme lungo un tratto di strada di Isfahan, nell’Iran centrale. Le responsabilità sono state attribuite all’organizzazione dei “Mujahedin del Popolo”, una fazione dell’opposizione con sede all’estero e conosciuta anche come “Mko”. I video verificati da “Reuters” e girati a Teheran mostrano centinaia di persone in marcia. Si sente gridare «Morte a Khamenei!». Alcuni gruppi inneggiano al ritorno dello scià. Reza Pahlavi, figlio esiliato del defunto scià, ha chiesto di «scendere in piazza». Tuttavia, l’entità del sostegno per la monarchia e per l’Mko non è maggioritario come farebbero sembrare diversi resoconti in Europa.

Trump sembrava intenzionato a incontrare Pahlavi nei prossimi giorni, ma ieri ha dichiarato di «non essere certo che sostenerlo sia appropriato». (“Avvenire” – Nello Scavo)

Vedo con apprensivo favore le proteste di una parte considerevole del popolo iraniano contro il regime degli ayatollah. Riservo però altrettanta dubbiosa considerazione per la dottrina pseudo-democratica trumpiana della sovranità limitata. Mi ricorda molto quella dell’interferenza sovietica nei paesi comunisti principalmente nota come Dottrina Brežnev (o “sovranità limitata”), introdotta da Leonid Brežnev nel 1968, che affermava il diritto dell’URSS di intervenire militarmente negli affari interni degli stati del blocco orientale se il socialismo fosse stato minacciato, giustificando invasioni come quella in Cecoslovacchia (1968) per mantenere l’uniformità ideologica e politica del blocco comunista.

Qualcuno sostiene che la democrazia non si esporta con le invasioni belliche: giustissimo, addirittura aggiungerei che Trump non vuole esportare la democrazia e, anche ammesso e non concesso che lo volesse, di quale democrazia si tratterebbe. Trump vuole fare i propri affari (che peraltro non coincidono con quelli del suo Paese e men che meno dell’Occidente) allargando la sfera di influenza politica ed economica degli Usa. Nel caso dell’Iran c’è sotto anche la manona israeliana…

Mi auguro che le parole di Khamenei possano avere una portata profetica.  «Trump dovrebbe sapere che i tiranni come il Faraone, Nimrod, Reza Shah e Mohammad Reza (l’ultimo scià di Persia, ndr) sono stati abbattuti al culmine della loro arroganza. Anche lui sarà abbattuto», ha detto accusando il tycoon di avere «le mani sporche del sangue degli iraniani», alludendo alla guerra dei 12 giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025.

Quale credibilità può avere Trump nei confronti dei rivoltosi iraniani? Non sarebbe la prima volta che l’Iran cade dalla padella alla brace. Sarò franco: non credo ad un processo di allargamento democratico nel mondo pilotato da un delinquente patentato, da un tycoon che intende costruire un sempre più vasto impero economico.

Mia madre in uno dei suoi simpatici strafalcioni definiva gli ayatollah con un termine dialettale “j’a catol là” (li trovi là…): era un’involontaria squalifica per questi tirannici governanti in nome di una religione interpretata a loro uso e consumo. Non ho idea come definirebbe Trump. Forse le verrebbe in aiuto mio padre con una forbita combinazione inglese-italiano: “tramp il vagabondo”.

Detto questo, gli iraniani hanno tutto il diritto-dovere di combattere la loro battaglia democratica, ma non so cosa si possa fare per aiutarli seriamente e sinceramente nelle loro sacrosante rivendicazioni. Anche su questo piano sarebbe fondamentale il ruolo dell’Europa che riuscisse a distogliere l’Iran dalla morsa Usa-Russia, così come in tutto il discorso mediorientale. Invece come europei siamo schiacciati sotto il peso degli Usa e di Israele.

Inoltre non so se ci sia chiarezza politica e religiosa nella rivolta che sembra prendere corpo. Qualcuno potrebbe dirmi che varrebbe comunque la pena di abbattere il regime degli ayatollah: peggio di così infatti non si potrebbe andare… Rispondo che la democrazia è una cosa seria che non si sposa al ragionamento del tanto peggio tanto meglio. Qui il discorso si fa infatti ancora più delicato e riguarda il rispetto per la storia e la cultura di un popolo e il fatto che la democrazia non può essere calata dall’alto, che non è una velleitaria conquista una tantum, ma che deve incarnarsi nel tessuto culturale, sociale e civile del popolo in un processo continuo e progressivo.

 

 

 

 

Tanti pesi, diverse misure

La speranza è un fiore delicato, con petali fragili in grado di aprirsi a volte solo nel silenzio. E il fiore della liberazione dalle carceri venezuelane è appena sbocciato per l’imprenditore Luigi Gasperin, mentre si attendono conferme ufficiali per altri due detenuti, Mario Burlò e Biagio Pilieri. Solo le prossime ore diranno se ciò accadrà pure per il cooperante Alberto Trentini e per altri nomi inclusi nella lista di 28 connazionali trattenuti per ragioni “politiche” dal regime di Caracas. Lo lasciano intendere fonti qualificate delle istituzioni italiane interpellate da Avvenire.

In Italia, la grancassa mediatica parte alle sei di sera, quando il New York Times e poi le agenzie iniziano a diffondere l’annuncio delle autorità venezuelane di voler liberare nelle ore seguenti «un numero importante» di prigionieri politici, fra cui diversi cittadini stranieri. A dichiararlo è il presidente del Parlamento venezuelano, Jorge Rodriguez, precisando tuttavia che i dettagli sull’identità e il numero delle persone liberate verranno comunicati in un secondo momento. Il presidente dell’Assemblea nazionale fa sapere che la decisione di scarcerare i prigionieri politici è «un gesto unilaterale per rafforzare la nostra incrollabile volontà di consolidare la pace nella Repubblica e la convivenza pacifica tra tutti». Una mano tesa alle richieste di Maria Corina Machado e delle forze di opposizione?

Nelle prigioni venezuelane si trova un numero molto alto di detenuti con presunte accuse di natura “politica”. Lo scorso anno sarebbero state oltre 1.600, poi diverse “scarcerazioni” collettive ne hanno sfoltito il numero. Fino a ieri alcune fonti, fra le Ong in difesa di diritti umani, ne contavano 902, fra cui 85 cittadini stranieri. Altre Ong, come Foro Penal, invece al 5 gennaio ne stimavano 806, senza precisare le nazionalità. Gli italiani detenuti nelle prigioni venezuelane – in base a quanto verificato e pubblicato mercoledì in esclusiva da Avvenire – sono in tutto 46. Di questi,18 sono accusati di crimini comuni mentre i restanti 28 sono stati arrestati dalle forze di sicurezza venezuelane sulla base di presunti reati “politici” o di accuse non precisate. (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Lo sciopero della fame in carcere di Heba Muraisi è ormai più lungo di quello di Bobby Sands, che nel 1981 morì dopo 66 giorni consecutivi di digiuno in una cella di Long Kesh, alle porte di Belfast. Ieri la 31enne Muraisi, rinchiusa nella prigione di New Hall insieme ad altri attivisti di Palestine Action, ha superato quel tragico limite e le sue condizioni sono ormai disperate. Rispetto al dramma irlandese di 45 anni fa il contesto e le motivazioni sono diverse, ma la forma di lotta nonviolenta resta la stessa: un digiuno portato fino alle estreme conseguenze per denunciare ciò che i detenuti considerano un’ingiustizia. Il rifiuto totale del cibo è iniziato il 2 novembre scorso e ha coinvolto otto attivisti, tutti detenuti in custodia cautelare in attesa di giudizio per presunti atti di sabotaggio contro siti dell’industria militare israeliana, in particolare la compagnia Elbit Systems. Dopo queste incursioni il gruppo, che pratica disobbedienza civile e azioni dirette di disturbo, è stato etichettato come organizzazione terroristica. La protesta carceraria punta a denunciare la durata della detenzione preventiva, le restrizioni nei contatti con l’esterno, le limitazioni alla corrispondenza e, appunto, la classificazione dell’organizzazione come «terroristica» da parte del governo britannico.

La vicenda ha suscitato manifestazioni di solidarietà in diverse città britanniche ed europee, con appelli alla protezione della vita dei detenuti e a interventi urgenti da parte del governo. Si tratta del più grande sciopero della fame coordinato in carcere nell’ultimo mezzo secolo nel Regno Unito, dai tempi delle proteste carcerarie n Irlanda del Nord della primavera-estate del 1981, quando Bobby Sands e altri nove prigionieri repubblicani morirono in rapida successione dopo settimane di digiuno. Oggi, come allora, il carcere diventa il luogo simbolico in cui la protesta politica si misura con il limite estremo della sopravvivenza fisica. (“Avvenire” – Riccardo Michelucci)

Scoppia la rabbia e dilaga la protesta di piazza in America dopo che un agente dell’Ice ha ucciso una donna sparandole mentre tentava di sfuggire in auto ai poliziotti in una manifestazione pro-immigrati a Minneapolis, a soli quattro isolati da dove cinque anni fa venne ucciso George Floyd.

All’indomani delle manifestazioni nella città del Minnesota e a New York, altri cortei sono previsti in varie città americane.

A Minneapolis ci sono già stati i primi tafferugli, con lanci di lacrimogeni e gas urticanti contro la folla vicino al Bishop Henry Whipple, l’edificio governativo federale a Fort Snelling. Le scuole sono state chiuse per motivi di sicurezza, mentre l’Fbi ha già scippato l’inchiesta alle autorità statali.

Il Paese intanto torna a dividersi, con Donald Trump e il suo governo a difendere l’agente scaricando ogni colpa sulla vittima, mentre i dem e le autorità locali ribaltano le accuse puntando il dito anche contro l’incendiaria repressione contro i migranti. 

Si tratta del secondo incidente mortale da quando il tycoon ha lanciato le retate nelle principali città americane, tutte a guida dem, inviando la Guardia Nazionale e gli uomini dell’Ice, l’agenzia di oltre 20 mila persone preposta all’immigrazione. A settembre un agente aveva ucciso un immigrato irregolare a Chicago accusato di aver tentato di resistere al fermo guidando la propria auto contro il poliziotto. Ma le cronache sono piene di episodi controversi, abusi, maltrattamenti dell’Ice nella sua spietata caccia all’immigrato. 

 Renee Good, 37 anni, poetessa e madre di tre figli, è l’ultima vittima di un clima sempre più incandescente. Come mostrano diversi video shock, è stata colpita a bruciapelo mentre cercava di allontanarsi dagli agenti che si affollavano attorno al suo Suv, che secondo loro stava bloccando il passaggio in mezzo alla strada.

I filmati mostrano un agente Ice mascherato tentare di aprire la portiera dell’auto della donna prima che un altro agente, anche lui mascherato, sparasse tre volte contro la vettura. Il veicolo è poi uscito di controllo e si è schiantato contro auto ferme. Il corpo insanguinato della donna è stato visto accasciato nel Suv incidentato.

Un uomo che si è identificato come medico ha tentato di raggiungere la vittima, ma gli agenti gli hanno negato l’accesso mentre la folla gridava contro di loro. Il poliziotto che ha sparato è stato trasportato in ospedale con ferite lievi ed è stato successivamente dimesso.

Trump ha dettato subito la linea, sostenendo che l’agente ha agito “per autodifesa” contro una donna che “lo ha investito”. “Si è comportata in modo orribile”, ha detto al Nyt, accusando la “sinistra radicale” di “minacciare, aggredire e prendere di mira quotidianamente i nostri agenti delle forze dell’ordine e dell’Ice”. (Ansa.it)

 

Tre notizie, tre fatti apparentemente lontani, ma molto vicini nella loro inquietante contraddittorietà: l’opportunistica reazione democratica venezuelana ad un atto illegale internazionale; il carcere usato in democrazia per silenziare le proteste scomode; l’ordine poliziesco sbandierato per coprire il disordine politico.

Il blitz trumpiano in Venezuela ha paradossalmente innescato un rigurgito di umanità e libertà. Mentre si aprono le porte delle prigioni di un Paese autoritario come il Venezuela, restano chiuse quelle di un Paese democratico come la Gran Bretagna, che non dimostra alcuna comprensione e pietà per detenuti incarcerati per presunti atti illegali di protesta contro Israele e la sua politica anti-palestinese, sbrigativamente etichettati come terroristi.

E che dire del comportamento a dir poco disinvolto della polizia degli Usa, il Paese democratico per eccellenza, che indubbiamente risente del clima politico di insofferenza verso gli immigrati, rinfocolato dalle misure restrittive, repressive per non dire persecutorie e razziste introdotte da Donald Trump. Chi vuole esportare la democrazia non sa e non vuole impostarla e viverla nel proprio Paese.

Maduro viene processato dall’autorità giudiziaria statunitense mentre Netanyahu sfugge all’autorità della Corte Penale Internazionale. Il primo è accusato di associazione a delinquere per l’importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi e associazione a delinquere per il possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi; nei confronti del secondo è stato emesso un mandato d’arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Tutto sommato bisogna concludere come la democrazia sia considerata un’opinione e la giustizia uno strumento nelle mani di chi detiene il potere politico. Alla democrazia si sostituisce beffardamente la legge del più forte, che esercita la giustizia a proprio uso e consumo.

Maduro, Netanyahu, Trump, Putin, Xi Jinping: facce del regime-prisma antidemocratico vigente nel mondo, che sta a guardare e fa il tifo per l’uno o l’altro a seconda dei momenti e dei gusti.

 

 

 

 

 

 

Ti invado, anzi ti compro

Contrordine. Niente invasione o operazione militare (per ora). Meglio aprire il portafoglio e ricorrere ai dollari. Resta il punto fermo: la Groenlandia è una “priorità per la sicurezza nazionale” a stelle e strisce. A ricacciare indietro l’opzione militare e a spingere in avanti la possibilità di un’acquisizione della regione artica è stato il segretario di Stato Marco Rubio con alti funzionari dell’amministrazione Trump, secondo quanto ha riferito il Wall Street Journal. Rubio ha chiarito ai parlamentari Usa che le minacce dell’amministrazione contro la Groenlandia non preannunciano un’invasione imminente e che l’obiettivo è quello di acquistare l’isola dalla Danimarca.

 Quali sono dunque i contorni di una possibile futura azione Usa? Difficile cogliere la reale intenzione dell’Amministrazione Trump, accompagnata da dichiarazioni e prese di posizioni ondivaghe. Ieri la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, ha gelato gli alleati europei che, dopo la timida reazione dell’Unione Europea, si erano stretti intorno all’isola danese. “Donald Trump e il suo team stanno discutendo diverse opzione per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’utilizzo delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo”, ha sentenziato.

Poche ore prima i principali leader europei, da Macron a Meloni, da Merz a Starmer, avevano preso posizione respingendo le mire degli Stati Uniti nel timore che, dopo il Venezuela, Donald Trump decida di usare la forza anche per prendere il paese artico. “Il Regno di Danimarca, compresa la Groenlandia, fa parte della Nato. La sicurezza nell’Artico deve quindi essere garantita collettivamente, in collaborazione con gli alleati della Nato, compresi gli Stati Uniti”, hanno scritto i leader europei. Da registrare il successivo smarcamento di Londra: il presidente americano è un alleato affidabile, “non una minaccia per l’Europa”, ha recitato un portavoce del premier britannico Keir Starmer. Usa e Regno Unito sono i due “più stretti alleati” al mondo da decenni, ha chiosato. (“Avvenire” – Luca Miele)

È più accettabile un’invasione o un’acquisizione? L’invasione è un fatto violento e unilaterale che tuttavia si presta almeno ad essere arginato pena lo scatenamento di una guerra; l’acquisizione è un fatto contrattuale che presuppone una contropartita, ma che colloca i rapporti internazionali in una logica mercatale che passa, a dir poco, sulla testa della popolazione costretta a cambiare “padrone”. In fin dei conti sono due logiche non troppo diverse e ugualmente e vergognosamente inaccettabili. Discorsi simili non si dovrebbero nemmeno accennare e invece stanno diventando la regola: i governanti sembrano convinti o rassegnati. Convinto nella sua incredibile arroganza è Donald Trump; rassegnati nel loro ipocrita opportunismo i capi di governo europei.

C’è addirittura chi è doppiamente ipocrita: il premier britannico! C’era da aspettarselo, la Gran Bretagna non riesce a liberarsi minimamente del cordone ombelicale pseudo-democratico che la lega agli Usa: quando gli americani hanno il raffreddore agli inglesi duole il capo e viceversa. Se qualcuno, come il sottoscritto, pensava timidamente ad una reazione orgogliosa dell’Europa a fronte dell’aggressività trumpiana, è servito. La dichiarazione inglese di inossidabile e pregiudiziale alleanza con gli Usa tarpa le ali sul nascere a qualsiasi velleità di nuova strategia europea e fa indubbiamente gioco al cerchiobottismo dell’Italia meloniana. Negli ultimi tempi sembrava che la nuova dirigenza laburista potesse riavvicinare in qualche modo la Gran Bretagna al solco europeo dopo lo strappo della Brexit: è arrivata una doccia gelata. Trump può stare sereno, può continuare tranquillamente a prendere in giro gli europei: avrà uno Starmer fedele a prova di Groenlandia e una Meloni pronta a volteggiargli intorno.

 

Il nuovo assetto mondiale non è ancora maduro

Per la Cina e i Brics ci sono tre cose da imparare dal caso Maduro. La prima lezione riguarda la sicurezza non garantita da Pechino a un alleato come il Venezuela. La seconda è il danno reputazionale subito sul versante degli affari. In terzo luogo, c’è il precedente rappresentato dall’azione unilaterale contro uno Stato sovrano: in questo caso, il blitz Usa sarebbe una base per giustificare un analogo attacco contro Taiwan. (“Avvenire” – Luca Miele)

Nel nuovo (dis)ordine mondiale la Cina costituisce l’incognita di rilievo, un elemento che potrebbe far saltare il banco su cui si stanno accordando, piò o meno esplicitamente, Trump, Putin e Netanyahu. Il presidente americano si sta esercitando nell’azzeramento di fatto di tutte le entità multilaterali: una (quasi) definitiva spallata all’Onu, un’arrogante irrisione verso la Corte Penale Internazionale, un drastico superamento dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), nota in inglese come WTO (World Trade Organization), un notevole ridimensionamento dalla Nato, un subdolo smembramento della Ue.

E la Cina? Rischia di arrivare a tavola apparecchiata e di doversi accontentare (si fa per dire) di avere mano piuttosto libera su Taiwan. Sarebbe invece in bilico il legame con l’America Latina, che rischia di essere risucchiata nella storica sfera di influenza statunitense; verrebbe inoltre rimessa in discussione la strategia economica con la perdita di essenziali sbocchi commerciali. La Cina ha bisogno di mercati esteri consistenti per i suoi prodotti e gli Usa le farebbero sleale concorrenza in diverse parti del mondo, soprattutto in quelle attualmente rientranti nella sfera di influenza geopolitica cinese.

Gli Stati Uniti si occuperebbero dell’America Latina, Israele del mondo arabo (Iran in testa), Putin dell’Europa orientale (Ucraina e non solo). La Cina dovrebbe ripiegare su quanto resta da cannibalizzare, mentre la Ue si vedrebbe costretta a ripiegare su se stessa.

A meno che…la Cina e l’Europa sfoderino tutta la loro forza demografica, economica, culturale e militare e non scendano in campo con una strana alleanza tattica, che potrebbe diventare piuttosto imbarazzante.

E l’Italia? Destinata a fare la serva sciocca di Trump e magari la ruota di scorta di una macchina europea guidata da Francia, Germania e Gran Bretagna.

Scenari paradossalmente realistici, vomitevolmente cinici e totalmente verticisti. Le rispettive opinioni pubbliche rimarranno a guardare, come purtroppo stanno già facendo? Avranno uno scatto di orgoglio pseudo-democratico?

La Russia ha il controllo totale e pesante della popolazione: riesce ad ammortizzare i 500 mila morti della guerra in Ucraina, sfruttando i poveri diavoli delle campagne e i disperati candidati a fare i mercenari, elargendo pensioni agli invalidi e alle famiglie dei superstiti, stringendo la tenaglia sui media e sui social. Possibile che la cultura russa digerisca Putin senza battere ciglio?

Israele contiene le opposizioni politiche e culturali facendo leva sulla religione, sull’odio anti-arabo, sul potere castale rabbinico, sull’influenza economica incontenibile a livello mondiale. Possibile che la democrazia israeliana sia così debole da subire la sostanziale (anti)politica basata sulle bombe e sull’annientamento dei nemici?

Gli Usa di Trump incantano la popolazione con il nazionalismo ed il patriottismo economico e ideologico: contro gli immigrati, contro l’aborto, contro i diversi, contro l’ondata liberal della (in)civiltà sessuale, soli e forti contro tutti. Una popolazione senza cultura si lascia facilmente fagocitare. Fino a quando?

La popolazione europea dovrebbe avere gli anticorpi, ma non è immunizzata rispetto ai virus che la destra inocula anche con l’aiuto del virologo statunitense. Non sarà facile ripensare il quadro delle alleanze e difendere la Ue nel bailamme internazionale.

La Cina rimane un mistero. I cinesi sono politicamente schiacciati ed economicamente assai meno sfruttati rispetto ad un recente passato. Sono in linea con i governanti? L’antiamericanismo potrebbe funzionare. Il resto alle prossime puntate.

Quanto agli italiani, si illudono di essere un’isola nel mare tempestoso. Lo scompiglio però potrebbe anche costringerli a rivedere l’indifferenza. Se a nulla varrà Elly Schlein, a qualcosa potrebbe valere il terremoto Trump. La speranza è l’ultima a morire.

E le coscienze? E il cristianesimo? E il senso religioso della vita e della storia? Come diceva il grande, purtroppo poco conosciuto, Giorgio La Pira, il “vento” che guida la storia è lo Spirito di Dio. Qualcuno può darsi che se ne ricordi e si scuota, ascoltando magari le impegnative parole di papa Leone XIV: «Il Giubileo ci ha richiamato alla giustizia fondata sulla gratuità: esso ha originariamente in sé stesso l’appello a riorganizzare la convivenza, a ridistribuire la terra e le risorse, a restituire “ciò che si ha” e “ciò che si è” ai sogni di Dio, più grandi dei nostri. Carissimi, la speranza che annunciamo dev’essere coi piedi per terra: viene dal cielo, ma per generare, quaggiù, una storia nuova. Nei doni dei Magi, allora, vediamo ciò che ognuno di noi può mettere in comune, può non tenere più per sé ma condividere, perché Gesù cresca in mezzo a noi. Cresca il suo Regno, si realizzino in noi le sue parole, gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle, al posto delle diseguaglianze ci sia equità, invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace. Tessitori di speranza, incamminiamoci verso il futuro per un’altra strada».

 

 

 

Un governo a prova di petardo

Ero andato con mia madre e mia nonna a trascorrere qualche giorno di vacanza a Fabbro Ficulle (paesino in provincia di Terni), ospite del convento dove viveva mia zia suora Orsolina. Avevo quattro-cinque anni, non ricordo con precisione. Pranzavamo in una saletta messa molto gentilmente a nostra disposizione ed in quella saletta vi era un apparecchio radio: la nonna gradiva ascoltarla durante il pasto, soprattutto le piaceva ascoltare il giornale radio. Un giorno, al termine del notiziario, me ne uscii candidamente con questa espressione: “Adesso nonna chiudi pure la radio, perché a me interessa il governo”. Lascio immaginare le reazioni di mia madre, ma soprattutto di mia nonna, incredula e divertita, che rideva di gusto ma forse aveva anche fatto qualche pensiero.

Questa “passionaccia” per la politica me la sono portata dietro per tutta la vita. Mai forse come oggi, mi ha procurato sofferenza. Ed è con questo spirito che guardo all’attuale governo di destra presieduto da una ex (?) missina-fascista. Quali prospettive ha questa inquietante compagine ministeriale sballottata dai venti tempestosi che spirano a livello internazionale, dalle presuntuose volontà di mutare unilateralmente il quadro istituzionale proprio in occasione dell’ottantesimo anniversario della Carta costituzionale, dagli enormi problemi socio-economici messi sotto il tappeto di un Paese alle prese con vecchie e nuove povertà crescenti, dai penosi e, per certi versi ridicoli, conflitti interni alla maggioranza di governo?

Non si dubita del fatto che nel 2027 alla competizione elettorale si presenterà una coalizione di centrodestra. Né vi sono dubbi sul fatto che Fratelli d’Italia sarà il partito egemone, con una leadership indiscutibile. Ciò che non è chiaro, nella navigazione della premier, è quale Lega e quale Forza Italia arriveranno a fine legislatura. Entrambi i partner di maggioranza hanno problemi. Salvini è insidiato a “sinistra” da Luca Zaia e a destra dal generale Vannacci, e forse questa doppia pressione finirà per aiutarlo a tenere il partito tra le mani, tuttavia in Parlamento è già previsto che il Carroccio vivrà (e darà) di scosse telluriche, specie sulla politica estera. L’altro vicepremier, Antonio Tajani, deve invece gestire la corrente liberal che sale dalla Calabria con Occhiuto e, parallelamente, le continue frecciate che arrivano dalla famiglia Berlusconi (e tuttavia, non è da escludere che l’incombente caso-Signorini distrarrà gli eredi del Cav. dai fatti politici). Questa situazione di fragilità si ripercuoterà sulle scelte da assumere, inevitabilmente più “contrattate” e faticose.

La gran parte degli equilibri di maggioranza sono nelle mani – metaforicamente – di Donald Trump. Se il presidente Usa strapperà la pace tra Ucraina e Russia, la premier potrà tirare un sospiro di sollievo anche internamente, perché verrebbe meno molta materia del contendere con la Lega, a partire dall’approvazione dell’ultimo “decreto armi” all’Ucraina appena varato dal Cdm. Se invece si protrarrà l’incertezza su Kiev, la premier dovrà dare ancora (ma quanto a lungo?) prova di equilibrismo. È anche per questo motivo che Giorgia Meloni è davvero la prima tifosa del tycoon.

Anche se la premier ha staccato il destino del Governo dalla vittoria del Sì al referendum-giustizia, l’esito della consultazione popolare darà quegli elementi per sciogliere nodi essenziali del fine legislatura: se e come procedere sul premierato e come impostare la legge elettorale, se tenendo fermo il “plus” che offre una coalizione unita e stabile o se amplificando la competizione “proporzionale” tra partiti. Una riflessione che ha bisogno di altri elementi.

Meloni prese il potere dopo la stagione del governo Draghi che ebbe l’abilità di non contrastare sui fondamentali (la politica estera), approfittando alle urne del centrosinistra frammentato. In questi tre anni, inoltre, il Pil si è tenuto in piedi soprattutto grazie al Pnrr che si è ritrovato tra le mani (e che ha ampiamente revisionato). Ma dal secondo semestre del 2026 in poi la crescita italiana è tra i fanalini di coda dell’intera Europa. E tra mille contraddizioni nel 2027 Pd, M5s, Avs e Renzi correranno insieme, lo si è capito. Lo scenario dunque è diverso da quello di partenza. Per affrontarlo probabilmente non basteranno manovre «prudenti» e l’elogio della stabilità. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

I nodi sono, più o meno, quattro e non credo che Giorgia Meloni abbia la capacità di scioglierli tanto facilmente anche se ostenta sicurezza pari alla sua ignorante protervia e insopportabile megalomania.

La storia insegna che l’assetto costituzionale italiano è pressoché perfetto per merito della levatura e caratura culturale dei suoi artefici usciti dal bagno rigenerante della Resistenza, per effetto del metodo del dialogo adottato nell’elaborazione del testo che rimane un autentico capolavoro di compromesso ai livelli più alti possibili ed immaginabili e per la lungimiranza politica di personaggi che sapevano guardare alle future generazioni.

Toccare maldestramente un punto di questa mirabile costruzione può significare far crollare il tutto, figuriamoci se consideriamo il fazioso e rissoso approccio adottato da questa miserevole accozzaglia di perfetti ignoranti. Ho fiducia che il popolo italiano chiamato a pronunciarsi direttamente saprà smascherare il disegno autoritario che sottende alle pseudo-riforme in corso.

Il secondo nodo riguarda la collocazione del nostro Paese in ambito internazionale: finora Giorgia Meloni si è limitata a sfruttare opportunisticamente e talora contraddittoriamente le alleanze, giocando di sponda con la balbettante Ue e con lo strapotere degli Usa. La botte di ferro sta però diventando di latta: la Ue è tutta da rivedere e rilanciare; l’alleanza atlantica viaggia sul filo del rasoio trumpiano. Figuriamoci se Giorgia Meloni saprà emulare Alcide De Gasperi nel coniugare l’idealismo europeista con il pragmatismo filoamericano.

Il terzo nodo è relativo ai problemi prettamente italiani, messi a nudo anche dalla crescete mancanza di ombrelli internazionali, costituiti da una insana sanità, da una disoccupata e maltrattata forza di lavoro, dall’impoverimento progressivo dei ceti medi, dall’esplosione delle nuove povertà, dalla mancanza di uno straccio di politica per l’immigrazione, da una legalizzata evasione fiscale, dall’aumento delle inequità sociali ed economiche. Il massimo che sta facendo Giorgia Meloni è quello di imbambolare gli italiani stordendoli con la “droga” dell’ordine e della sicurezza. Fino a quando?

Il quarto nodo, che potrebbe preludere ad una sorta di implosione politica, è dato dalle divisioni fra le forze politiche di maggioranza, che la rendono simile all’armata Brancaleone. Non c’è argomento su cui non vi sia diversità di vedute in una gara all’estremismo di destra, al populismo, al sovranismo, tra Fratelli d’Italia e Lega, con Forza Italia che fa da paraninfo. È pur vero che il potere è un efficace collante, ma fino ad un certo punto. A volte basta una goccia per fare traboccare il vaso: un Vannacci qualsiasi, un Pier Silvio Berlusconi a briglia sciolta, un maligno sassolino franco-tedesco, un improvviso voltafaccia trumpiano, un malaugurato assist putiniano o roba del genere.

Forse sto gufando, ma la più giusta previsione non fu mai gufata.

Questo mondo va a catafascio!

Lo Sceriffo ha voluto dare una dimostrazione di forza globale, trasformando il presidente venezuelano in una pressante minaccia agli Stati Uniti che ben pochi finora avevano visto. L’imponente blitz militare ordinato da Donald Trump per catturare Nicolás Maduro e la moglie nella loro residenza, e portarli davanti a una Corte americana, costituisce senza dubbio un’azione clamorosa che non ha molti precedenti e rappresenta un ulteriore colpo al diritto e all’ordine internazionali custoditi dalle Nazioni Unite. Inoltre, le ripercussioni sia sul Paese sudamericano sia sugli equilibri di potere con Russia e Cina saranno rilevanti e ancora da comprendere in queste ore convulse. (“Avvenire” – Andrea Lavazza)

 

Mio padre si rammaricava del proprio inesorabile invecchiamento per non potere assistere alle future edizioni dei giochi olimpici di cui ammirava l’universale messaggio di fratellanza e pace.

Io mi rallegro del poco tempo che mi rimane da vivere per non assistere allo scempio valoriale del mondo ridotto a schizofrenico campo di battaglia.

All’aggressione verso l’Ucraina si sposa quella verso il Venezuela… e che dire del genocidio a Gaza…

Papa Francesco aveva intuito la guerra a pezzi: forse si potrebbe parlare di catastrofe a pezzi. A meno che il mondo non si inginocchi davanti all’altare “trumputiniano” per impetrare la pace dei sepolcri.

 

Nelle parole di Trump, comunque, la ragione principale dell’attacco in grande stile, magnificato in una conferenza stampa a uso prevalentemente interno, è emersa essere il controllo del petrolio e delle infrastrutture connesse, molte di costruzione statunitense e nazionalizzate nel lontano 1976. Un grande vantaggio economico per Washington, che manderà le proprie aziende a estrarre e commercializzare il greggio. Il messaggio geo-politico è invece che nel continente americano non c’è spazio per amministrazioni che rifiutino di allinearsi con la Casa Bianca e lascino spazio ai suoi rivali. Non a caso è arrivato un nemmeno troppo obliquo messaggio per Cuba e i suoi “leader inefficienti”. (ibidem)

 

Il mio amico Pino mi ha messaggiato così: “Ci mancava la ciliegiona venezuelana di Trump…continue violazioni del diritto internazionale…chi ci salverà?”. I giochi si fanno sempre più sporchi. Mentre Trump nel suo debordante ego non riesce verbalmente a nascondere le proprie mire imperialistiche, Putin gioca coperto anche perché può vantare un controllo millimetrico della situazione interna russa e Xi Jin Ping rimane un enigma, che non sarà tanto facile da risolvere con il petrolio, con Taiwan o con altri contentini di lusso. Alla fine l’asse Usa-Russia potrebbe funzionare e la mia fanta-geopolitica mi porta a considerare, con un certo esagerato e cinico favore, un asse Europa-Cina, sostenuto, pensate un po’, dal Vaticano.

 

Si potrebbe pensare che, nel cinico Risiko mondiale, Putin abbia sacrificato la carta Venezuela per ottenere dall’America una conclusione favorevole dell’invasione in Ucraina e una nuova legittimazione internazionale. Diverso è il discorso per Xi Jinping, al quale Trump non vuole fare sconti se non forse, c’è da augurarsi che non accada, su Taiwan. Vedremo nelle prossime settimane quale sarà la postura reale di Pechino e Mosca di fronte al cambio di regime promosso dagli Usa. (Ibidem)

 

 

In una recita teatrale di una compagnia ultra-dilettantesca, uno degli attori, durante una drammatica scena famigliare, essendosi dimenticato le battute da recitare, ripeteva continuamente: “Questa casa va a catafascio!”, aspettando l’assist del suggeritore che non arrivava.

“Questo mondo va a catafascio!” e, come dice l’amico Pino, chi ci potrà dare l’imbeccata giusta per uscirne vivi?

L’operazione Maduro è stata preparata e condotta con abilità diabolica dai servizi segreti statunitensi.  In questi incredibili giorni sono arrivato a pormi una paradossale (?) domanda: ci sarà anche la longa manus dei servizi russi o più probabilmente dei servizi israeliani? Se Putin punta a tenere buoni rapporti con Trump, Netanyahu gli deve essere devotamente grato. In fin dei conti ogni simile ama il suo simile…

 

Si discuterà a lungo su quanto legittimo fosse il ruolo presidenziale di Maduro e quindi se esista qualche appiglio legale per legittimare interventi unilaterali tesi ad assicurarlo alla giustizia. In ogni caso, le decisioni assunte dalla Casa Bianca confermano la totale imprevedibilità della politica estera americana – dalle promesse di non interferenza estera agli attacchi in Iran, Siria, Nigeria e Yemen e Somalia – e la volontà di affermare un modello di relazioni basate sull’interesse nazionale e sulla forza, prima che sulla diplomazia e sul diritto. Lo Sceriffo oggi si sente invincibile e non si fa troppi problemi contro i “cattivi”. Il forte timore riguarda i prossimi nomi sulla lista. (ibidem)

 

C’è chi fa i salti mortali dialettici (vedi Giorgia Meloni) per giustificare l’intervento militare statunitense in Venezuela dove vige un regime autoritario: lasciamo perdere i governanti autoritari perché altrimenti dovremmo spazzare via mezzo mondo, Occidente compreso. E che dire del narcotraffico? Per pulire il mondo dalla droga ammazziamo chi la produce, chi la spaccia, chi fa affari d’oro, chi la consuma? E chi rimane incolume? E poi Maduro sarebbe accusato di cospirazione per “narcoterrorismo”, importazione di cocaina, fino al possesso di mitragliatrici e ordigni distruttivi. Netanyahu invece sarebbe una mammoletta da trattare con delicatezza? Forse Maduro ha sbagliato, doveva leccare i piedi a Trump garantendogli un bel po’ di petrolio e allora sarebbe andato tutto bene.

In Russia va in onda il fregolismo da palcoscenico: la condanna dell’operazione speciale statunitense in Venezuela con tanto di richiesta di intervento del redivivo Onu. Putin fa uno sberleffo di facciata a Trump: gli serve per controbilanciare la questione Ucraina. Che Russia e Usa potessero diventare le due facce spudorate della stessa medaglia anti-democratica anche il più pragmatico degli analisti non poteva immaginarlo se non a livello di spauracchio teorico. Sta diventando la triste realtà di un mondo che prescinde totalmente dai valori, che calpesta interessi individuali e nazionali, che si mette sotto i piedi ogni regola di coesistenza e che trasforma il gioco della diplomazia in quello del Monopoly Mega.

In cauda risum. La situazione è tanto gravemente incasinata da non sapere da che parte prenderla. In compenso c’è chi trova la forza di fare delle macabre battute geopolitiche. Il senatore leghista Claudio Borghi, non nuovo a queste prese di posizione, si spinge ad ironizzare “sull’ipocrisia” di chi è a favore del sostegno militare in Ucraina. “E ora che facciamo, mandiamo 12 pacchetti di armi a Maduro?”, rilancia la sua provocazione. Sulla stessa lunghezza d’onda (come sul no alle armi a Kiev) il vicesegretario leghista Roberto Vannacci si chiede se ora Ursula von der Leyen “congelerà gli asset finanziari Usa in Europa e farà un debito comune da 90 miliardi per mandare armi al Venezuela”. A ben pensarci non hanno tutti i torti polemici…

Più che la guerra poté l’anti-messaggeria

WhatsApp. E il popolo questa volta si ribella. Comunicazioni rallentate per il sistema di messaggistica, dopo la decisione dell’Autorità federale delle comunicazioni: partono denunce e ricorsi, nei tribunali e alla Duma. L’incubo di un nuovo Grande Fratello, con il tentativo di Mosca di geo-localizzare i cittadini, indirizzandoli verso una piattaforma alternativa. (“Avvenire” – Giuseppe D’Amato)

Ci voleva la proibizione di WhatsApp per svegliare i cittadini della Russia: è vero che viviamo un’epoca di perpetua transizione tecnologica e di onnipotenza comunicativa, ma rimanere (quasi) impassibili di fronte ad eventi bellici tremendi e sanguinosi (si parla di oltre 350mila russi morti al fronte) per poi irritarsi davanti a provvedimenti restrittivi in ordine all’informazione ed alla relazione è un fatto paradossale.

È vero che un certo tipo di sistema socio-mediatico è funzionale ai regimi autoritari e ne è addirittura un presupposto essenziale, ma la ribellione dovrebbe partire dai valori fondamentali calpestati (il diritto alla vita almeno per i propri connazionali).

Nel marzo del 2022 in una puntata del programma televisivo “otto e mezzo” su La 7, è apparso un importante sacerdote russo ortodosso, padre Giovanni Guaita, coraggiosamente schierato contro la guerra di Putin (una posizione contro-corrente rispetto alle storiche compromissioni ortodosse col potere sovietico prima e russo oggi. “Brutta gente” sentenziava mia sorella…). Lilly Gruber al termine del suo intervento gli ha chiesto quali fossero le sue speranze. Lui ha risposto con la speranza “debole” che la situazione economica costringa Putin a più miti consigli a cui ha aggiunto, con ammirevole discrezione e convinzione, la speranza “forte” che Dio non ci abbandoni e ci aiuti ad uscire dal tunnel.

Evidentemente non credeva nella capacità del popolo russo e nemmeno delle sue avanguardie culturali di reagire alla protervia putiniana concretizzatasi nell’invasione dell’Ucraina. Ebbene, vuoi vedere che dove non arriva il coraggio delle menti e dei cuori, arriva il disappunto viscerale per il perduto WhatsApp?

Faccio un salto in Italia. Ad aprire gli occhi sui misfatti meloniani a nulla valgono le assurde manovre di bilancio, le scelte anti-costituzionali, le politiche repressive, gli smaccati opportunismi internazionali, i busti del duce, i saluti fascisti, la Rai ridotta ad un cumulo di sciocchezze filo-governative e chi più ne ha più ne metta. A qualcosa potrebbe servire un provvedimento che vietasse improvvisamente il ricorso a WhatsApp. Ci sentiremmo tutti prigionieri in una sorta di redivivo lockdown…È proprio vero che tutto il mondo è paese.

La pretestuosa e debole forza trumpiana

Enorme preoccupazione desta la bellica strategia trumpiana: prima i raid aerei statunitensi contro obiettivi dell’Isis in Nigeria, poi l’attacco militare sul suolo venezuelano.  Le giustificazioni consisterebbero nella lotta senza quartiere al terrorismo e al narcotraffico.

Fatto sta che il presidente Trump anziché impegnarsi nello spegnere i conflitti in essere (sue promesse elettorali) ne sta facendo scoppiare di ulteriori.

Dietro queste follie belliche ci stanno soprattutto enormi interessi economici sulle fonti energetiche nonché posizionamenti statunitensi in aree di indubbio interesse geopolitico.

La storia però insegna che le guerre spesso si fanno all’estero per nascondere i problemi all’interno. Forse queste smargiassate trumpiane sono sintomo di una sua montante debolezza elettorale e sono manovre di depistaggio rispetto ai problemi enormi della società statunitense.

Da una parte Putin che vuole imperialisticamente mettere le mani su territori confinanti, dall’altra parte Trump che intende imperialisticamente controllare l’America latina, da sempre nel mirino statunitense, e il mondo arabo (mina vagante negli assetti geopolitici mondiali).

Nathalie Tocci sostiene acutamente che Putin, dopo aver causato 350mila morti tra le fila dell’esercito russo, non potrà accontentarsi del Donbass; aggiungo, da ignorante, che Donald Trump, dopo aver sbattuto il pugno su tutti i tavoli, non potrà accontentarsi solo di rompere i coglioni alla Ue.

Probabilmente si sta creando una sorta di accordo tacito fra Russia (nel caso ha avuto una reazione stereotipata ed insignificante sull’attacco) e Usa volto a non pestarsi reciprocamente i piedi ed a spartirsi aree di influenza e di potere. Restano da valutare l’incognita Cina e il rigurgito Ue.

Riguardo al dir poco inquietante intervento bellico in Venezuela deciso da Donal Trump, la nota di Palazzo Chigi se la cava con un (peri)patetico distinguo cerchiobottista: “Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il Governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.

Comunque sia, ci stiamo avvicinando sempre più ad un mondo fondato spregiudicatamente su aggressivi equilibri bellici a prescindere totalmente da ogni e qualsiasi regola di diritto internazionale. Mi chiedo se tali strategie siano legate alle folli megalomanie di personaggi potenti seduti sui loro troni oppure a dilaganti follie collettive più o meno motivate da egoismi nazionali ed internazionali.

In entrambi i casi il cristianesimo potrebbe essere l’unico mezzo per disarmare il mondo, per rovesciare i potenti dai troni e disperdere i superbi dai pensieri del loro cuore: non ne vedo altri.

Scendendo dall’imprescindibile livello ideale a quello, ben più pragmatico ma connesso, della diplomazia, emerge il ruolo che dovrebbe avere l’Europa unita per scompigliare le carte sul tavolo, facendo valere la propria forza, la propria esperienza e la propria cultura, dissuasive rispetto al clima di guerra imperante.