Migranti in passerella…del dolore

Nei centri di accoglienza italiani i migranti che hanno subito torture restano senza cure. Percorsi frammentati, carenze nella mediazione culturale e una presa in carico sanitaria spesso insufficiente: un report fotografa le gravi criticità nell’attuazione del diritto alla riabilitazione previsto dalla Convenzione Onu. (“Avvenire” – Francesca Ghirardelli)

 

Dalla moda ai rider, dai cantieri nautici ai campi di insalata, passando per le grandi opere. Ovunque ci sono lavoratori stranieri ci si imbatte nel dramma dello sfruttamento. Li chiamano i nuovi schiavi, ma non è una questione di etichette. Conta che “nel 2026”, come ha sottolineato un povero operaio che stava costruendo il consolato Usa di Milano, ci sia un fenomeno vergognoso per cui tanti esseri umani sono costretti a lavorare “per meno di due euro all’ora”, spesso in condizioni di precaria (se non assente) sicurezza, magari obbligati a vivere in alloggi fatiscenti e sovraffollati, gli unici che si possono permettere. Chi si ribella rischia minacce e botte, oppure finisce coinvolto suo malgrado in cruenti regolamenti di conti tra caporali. Accadde tra Bergamo e Brescia una decina d’anni fa, con bande di indiani a fronteggiarsi per il controllo della manodopera in agricoltura. Un Far west che guadagna terreno non solo a Sud ma anche nel laborioso Nord, senza risparmiare alcun settore. I dati dell’Osservatorio Placido Rizzotto lo confermano: nell’ultimo anno si è passati da 834 vicende di sfruttamento a 1.249: quasi il 50% in più. Il 30% dei casi avviene nelle regioni settentrionali, con la Lombardia che detiene il triste primato di abusi (36), seguita a ruota da Veneto (27) e Piemonte (25). (“Avvenire” – Marco Birolini)

 

«Lo dico con forza: basta con il silenzio sporco delle convenienze. Basta con quella zona grigia che vede, sa e lascia fare. Basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia. Basta con l’idea disumana che alcune vite valgano meno perché straniere, povere, migranti, braccianti, senza famiglia accanto, senza protezioni sociali, senza un volto riconosciuto dalla comunità». Un appello per le coscienze di tutti alzato dal vescovo di Cassano all’Jonio e vice presidente della Conferenza episcopale italiana, Francesco Savino, per i quattro afghani bruciati vivi lunedì in un’area di servizio lungo la Statale 106 ionica, ad Amendolara, nell’alto Jonio cosentino. Uccisi da due pakistani 32enni che erano arrivati sul luogo del dramma sulla stessa vettura delle vittime. Poi è scoppiata la lite, pare provocata dalla richiesta dei lavoratori d’un contratto regolare per la raccolta delle fragole che invece, almeno sulla carta, effettuavano per 350 euro al mese. Almeno cinque dovevano lasciarla ai caporali per raggiungere e tornare dal luogo di fatica. Solo uno è riuscito a scappare, dopo essere riuscito a sfondare il finestrino posteriore del mini van. Ha lesioni sulle mani, il volto e altre parti del corpo. Ma s’è salvato. «Ho visto l’orrore, sono vivo per miracolo» ha detto l’uomo intervistato dal Tgr Calabria, aggiungendo che «i soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no». Il superstite ha poi spiegato, in un italiano incerto, che «c’è grande mafia del Pakistan». (“Avvenire” – Domenico Marino, Cosenza)

 

L’accostamento di queste realtà disumane dimostra, al di là di ogni discorso di carattere etico, che la politica migratoria del governo italiano è allo sbando, dalla prima accoglienza fino all’eventuale integrazione.

Da una parte i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), immaginati al fine di sopperire alla mancanza di posti nelle strutture ordinarie di accoglienza o nei servizi predisposti dagli enti locali, in caso di arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti.  Ad oggi costituiscono la modalità ordinaria di accoglienza. Tali strutture sono individuate dalle prefetture, in convenzione con cooperative, associazioni e strutture alberghiere, secondo le procedure di affidamento dei contratti pubblici, sentito l’ente locale nel cui territorio la struttura è situata. La permanenza dovrebbe essere limitata al tempo strettamente necessario al trasferimento del richiedente nelle strutture di seconda accoglienza.

Ebbene in questi centri non viene nemmeno salvaguardata la salute fisica di chi ha subito torture. Una sorta di seconda tortura, quella dell’indifferenza e della mancanza di un minimo di assistenza sanitaria degna di questo nome.

Dall’altra parte chi lavora nell’ambito di una paradossale integrazione fatta di sfruttamento e di lavoro nero che a volte arriva fino alla morte per eliminazione diretta. Si dice che gli immigrati devono essere i benvenuti se sono disposti a lavorare: in molti casi non offriamo loro un lavoro, ma una sorta di schiavitù da cui sono fuggiti ed a cui ritornano.

Quindi, o li lasciamo morire in mare o li ributtiamo nei lager libici o li ricoveriamo in centri a dir poco inaccoglienti o li facciamo lavorare in condizioni inaccettabili. Questa è la filiera negativa che seguiamo in troppi casi. Più remigrazione di così…

Mi chiedo se questa possa essere la politica di un Paese civile di fronte ad un problema enorme nelle sue proporzioni e implicazioni di ogni genere. E ci stupiamo di Vannacci e dei consensi che incontra con il suo cavallo di battaglia della remigrazione? Lui almeno ha il coraggio di essere razzista e, in un certo senso, di dichiararlo e di programmarlo, gli altri si distinguono solo per salvare la faccia, ma la sostanza non è molto diversa.

 

 

Bellico costo, Europa mia non ti conosco

Nelle analisi degli esperti di geopolitica, al fine di ridare un minimo di senso ad un mondo che vive nel disordine totale apparentemente senza via d’uscita, si chiede con insistenza all’Europa di battere un colpo in linea con le sue origini e con la sua storia: solo l’Europa può salvare il mondo dal disastro!

Massimo Cacciari parte nelle sue riflessioni dai padri fondatori, Adenauer, Schumann e De Gasperi, per impostare un impietoso parallelismo con i leader (?) attuali dei Paesi promotori dell’Unione europea, vale a dire Germania, Francia e Italia (Mertz, Macron e Meloni), espressioni peraltro della più totale crisi politica ed economica che li sta caratterizzando.

Partiamo dalla politica. La socialdemocrazia è ridotta al lumicino proprio nella sua sede storica, vale a dire la Germania, mentre la sinistra in Italia latita nelle sue divisioni e incertezze e in Francia rimane al palo del suo radicalismo; la destra più o meno estremista, nazionalista e populista avanza in Germania (il 29% degli elettori voterebbe per Afd), in Francia (il Rassemblement nationale di Marine Le Pen raccoglie ben oltre il 30% dei voti) e in Italia (la destra è saldamente al governo col volto buono di Giorgia Meloni); i partiti di Merz e Macron (Democratici cristiani e Renaissance) si stanno sciogliendo come neve al sole, sono al loro limite quantitativo e qualitativo; i liberali non esistono più (si pensi a Tajani…); i Verdi non superano il 10% in Germania loro sede storica e altrove sono diventati piuttosto velleitari ed insignificanti.

Veniamo alla delicata ed emblematica problematica migratoria. Germania e Italia vanno a gara nel puntare su una politica di mero e miope contenimento del fenomeno.

Il partito del cancelliere Friedrich Merz sta cercando di capire come far convivere scelte e decisioni a dir poco conservatrici con i principi cristiani e democratici su cui si fonda il suo partito, che continua a sostenere a spada tratta la politica dei confini chiusi, dei controlli alle frontiere, dei respingimenti e delle espulsioni di rifugiati e richiedenti asilo, il cui numero è stato dimezzato in meno di un anno. Misure e provvedimenti sostenuti anche dai partner di governo della Spd. «Dobbiamo limitare il numero di migranti che vengono in Germania a sfruttare il welfare tedesco», non lo ha detto un rappresentante della destra populista, bensì la ministra del Lavoro e delle politiche sociali, la socialdemocratica Bärbel Bas. (“Avvenire” – Vincenzo Savignano, Berlino)

In Italia si sta addirittura teorizzando e praticando la cosiddetta “remigrazione”, vale a dire un eufemismo per indicare l’espulsione forzata, il rimpatrio o la deportazione di massa degli immigrati. Si continua al riguardo lo sciagurato indecente patto con la Libia (per la verità ideato e promosso dalla sinistra allora al governo) e si insiste, in modo dissennato oltre che disumano e legalmente assai discutibile, con i centri per migranti in Albania, strutture istituite tramite un protocollo d’intesa tra Roma e Tirana, gestite dalle autorità italiane per l’identificazione, la prima accoglienza e il trattenimento di alcune categorie di persone soccorse nel Mediterraneo o già in attesa di rimpatrio.

La politica migratoria francese combina un modello storico di accoglienza e asilo con norme sul soggiorno e sull’integrazione sempre più rigorose. Il sistema è incentrato su un maggiore e sbrigativo controllo dell’immigrazione irregolare, sull’accelerazione dei rimpatri e su una regolamentazione più selettiva dell’ingresso per motivi lavorativi.

In poche parole i più importanti Paesi della Ue si limitano a creare illusorie barriere contro gli immigrati, evitando di affrontare una seria, razionale ed umana politica di accoglienza, inserimento e integrazione: un’Europa chiusa in se stessa ed irriconoscibile rispetto al “sogno” di padri ideatori e fondatori.

E veniamo al discorso del riarmo a scapito del welfare già di per se stesso in difficoltà per mancanza di risorse dovuta alle ristrettezze di bilancio.

Un riarmo a trazione nazionale, se non addirittura nazionalista, porta dritto a un’Europa di superpotenze. Un’Europa dove chi spende di più conta di più e chi conta di più, specie quando il vento sovranista soffia forte, può decidere di archiviare definitivamente il sogno federalista. Non si tratta di sofismi, ma di una prospettiva concreta, basata sui numeri, come dimostra il rapporto di Archivio disarmo “Europa: quale difesa?”, presentato alla Camera e commissionato da Marco Tarquinio, già direttore di Avvenire e deputato europeo eletto come indipendente nel Pd. (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

Per il tema del riarmo si procede sulla base della narrazione secondo la quale sia imprescindibilmente necessario investire in armi per difendersi dagli incombenti pericoli di guerra alle nostre porte o per, come si dice oggi, rispondere ad un’esigenza di “deterrenza bellica”, una versione aggiornata del “vis pacem para bellum” di infausta memoria.

Non si vede nessun aggressore pronto ad invadere l’Europa; se si fa riferimento alla Russia si sappia poi che il potenziale bellico europeo è ben più consistente di quello russo e quindi non avrebbe senso implementarlo se non per fare un regalo ai produttori e commercianti di armi.

Anche volendo accettare a denti stretti il discorso della implementazione della difesa, questa dovrebbe avvenire pragmaticamente a livello europeo con il varo di un esercito comune e con la concomitante razionalizzazione delle spese a livello nazionale.

Si tratta del dente dolente dove batte la lingua di chi vorrebbe l’Europa protagonista politica e diplomatica nella ricerca di equilibri di pace. La Germania funziona da Paese trainante in ben altra direzione. La difesa, la deterrenza e tutti questi discorsi stanno in poco posto. La vera se non unica ragione dell’imperativo riarmista sta nel sostegno all’economia in grave difficoltà, soprattutto in Germania, e quindi nella deriva verso una irreversibile economia di guerra.

Il freno al debito, nella Costituzione tedesca, esiste ancora, ma non per il riarmo. In base ad una legge, approvata dal governo conservatore-socialdemocratico e sostenuta anche dai Verdi, a tutte le spese dello Stato federale destinate alla Difesa, che superano l’1% del Pil, non sarà applicato il freno. Insomma, oggi in Germania, chi investe in armi fa affari e profitti sicuri. Ecco perché i grandi colossi dell’auto, come Volkswagen e Mercedes Benz, d’accordo con i sindacati, per salvare migliaia di posti di lavoro, sono pronti a mettere a disposizione i propri impianti per produrre carri armati, munizioni e componenti del sistema antimissilistico israeliano Iron Dome. Anche aziende della componentistica auto e di macchinari industriali si stanno lanciando nella corsa al riarmo. Per non parlare delle start-up, pronte a investire nelle nuove tecnologie per creare armi sempre più sofisticate. Per il riarmo la Germania non sta badando a spese: dal 2022, il ministero della Difesa ha firmato contratti per armamenti per un valore di 207 miliardi. La cifra è destinata ad aumentare vertiginosamente. Il colosso tedesco degli armamenti, Rheinmetall, sta segnando record di vendite e profitti, il fatturato del gruppo nell’ultimo anno è aumentato del 45%. E intanto il governo vuole creare «l’esercito più potente, numeroso ed efficiente d’Europa», ha sottolineato il ministro della Difesa, il socialdemocratico Boris Pistorius. C’è un nuovo nemico, il vecchio e principale fornitore di gas: la Russia, che però possiede oltre 5.000 armi nucleari. L’obiettivo del governo di Berlino è, entro il 2030, avere un esercito di mezzo milione di soldati tra nuove leve e riservisti. Centinaia di diciottenni sono già nelle caserme della Bunsewehr, pronti ad imbracciare un fucile per la loro patria, la loro Heimat, come la chiamano solo i tedeschi. Ma dove sta andando la loro Heimat? (“Avvenire” – Vincenzo Savignano, Berlino)

In conclusione, se questa è L’Unione europea che dovrebbe salvare il mondo… Ad Adenauer, Schumann e De Gasperi non resta altro che rivoltarsi nella tomba e agli europeisti convinti sperare in papa Leone XIV che ha il coraggio di criticare l’Europa dove «nell’ultimo anno la crescita della spesa militare è stata enorme». Da qui il suo monito: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune».

 

 

 

 

 

La Lega degli slegati

Ormai è uno stillicidio. Continuano gli addii alla Lega, soprattutto in direzione Futuro nazionale. Il gruppo alla Camera di Roberto Vannacci si prepara ad accogliere Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof, ma anche i forzisti Attilio Pierro e Davide Bergamini (entrambi però ex Carroccio), arrivando così a otto deputati e nessun senatore. La conferma dovrebbe arrivare sabato, all’iniziativa futurista in programma a Viareggio. Lascia ufficialmente il partito di Matteo Salvini, invece, Erik Pretto. Il deputato vicentino abbandona la Lega dopo quasi 20 anni «con un senso di amarezza enorme», confida ad Avvenire. Pesano tante incomprensioni con la leadership, sfociate in accuse di morosità e carte bollate. «Dal 2018, tra contribuzioni dirette o indirette ho versato 322mila euro al partito», replica Pretto che – prima di riporre per sempre il fazzoletto verde nel cassetto – ha inviato le sue memorie difensive. I rumors ora lo danno in direzione Forza Italia. «Non è all’ordine del giorno un mio passaggio a Fn», ci dice Furgiuele, deputato calabrese noto per l’evento sulla remigrazione alla Camera. Salvo aggiungere che «questa non è la Lega in cui sono cresciuto io. Si parla di progetto o programma, non di sogni o identità. Prospettive? Boh». Sul suo ingresso in Fn, però, arrivano conferme. (“Avvenire” – Gianluca Carini)

Sono lontano mille miglia dalla storia e dalla cultura leghista. Ho da tempo osservato in lontananza la sgangherata radicalizzazione salviniana e pensavo che fosse un abito stretto per i leghisti, sballottati fra la barricadiera ma sostanziosa eredità bossiana e il precario perbenismo amministrativo degli Zaia e dei Giorgetti.

Invece ecco spuntare le sirene vannacciane, che sembrano fare una certa presa sull’elettorato e sui parlamentari leghisti. Il malcontento c’era, covava da tempo, ma sta prendendo una piega estremista piuttosto che una strada perbenista. Da tempo mi chiedevo il perché l’ala moderata non sottraesse il controllo del partito, in discesa di consensi, al farneticante Matteo Salvini: probabilmente la moderazione non è di casa nella Lega.

Fatto sta che in un partito sempre più allo sbando sta serpeggiando una fascinazione verso Roberto Vannacci ed il suo Futuro Nazionale. Da una parte emerge la voglia di chiarezza ideologica, dall’altra la confusione politica, da una parte emergono le tentazioni casalinghe forzitaliote, dall’altra quelle forestiere vannacciane, quasi niente arriva da Fratelli d’Italia, troppo meloniano e inquadrato e quindi poco appetibile per i leghisti insoddisfatti.

Non so se si tratti di meri aggiustamenti all’interno della destra o di una sua crisi esistenziale alla ricerca di un’identità perduta. Forse Giorgia Meloni avverte questo smarrimento e sotto sotto lo teme, rifugiandosi più nel passato di marca fascista che in quello di stampo berlusconiano, che però non credo sia molto attrattivo per la gente sparpagliata tra salvinismo e vannaccismo.

Naturalmente questi contrasti si ripercuotono sull’azione di governo e sulla lunga e insopportabile propaganda elettorale in vista delle elezioni politiche del 2027. Anche il varo della riforma elettorale ne risentirà. Il centro-sinistra potrebbe approfittare di questi sbandamenti anche se la storia insegna che non si può costruire sulle ingombranti macerie altrui, ma sulle proprie solide fondamenta.

 

 

L’esilio dorato a Strasburgo

La vicepresidente dell’Eurocamera Pina Picierno lascia il Pd. E in un’intervista a Il Foglio ne spiega i motivi: «La casa dei riformisti non c’è più. Non si può essere ambigui con il fascismo putiniano e gli estremismi. È ora di lavorare a qualcosa di nuovo, per vincere le elezioni». Fonti vicine alla vicepresidente del Parlamento europeo spiegano che Picierno aderirà al Partito Democratico europeo, del quale è segretario Sandro Gozi e che all’Eurocamera milita nel gruppo Renew. E proprio Gozi spende parole di apprezzamento per la scelta di Picierno: «Ha avuto il merito di affermare una verità che molti vedono e pochi hanno il coraggio di dire. Non si può essere europeisti a giorni alterni, atlantisti a convenienza o riformisti solo a parole. Abbiamo il dovere costruire una grande forza europea di governo, che unisca riformisti, liberali, democratici ed ecologisti pragmatici, per rispondere in modo credibile alle sfide del nostro tempo». Subito l’eurodeputata tedesca Marie-Agnes Strack-Zimmermann (Fdp), componente del Bureau del gruppo liberale, si schiera: Picierno aveva buoni motivi per cambiare. I vertici del Pd non commentano. Picierno spiega ancora: «Ho avuti moltissimi dubbi, mi sono più che lacerata, ma credo che per rispetto alla mia dignità politica e personale sia arrivato il momento di lasciare il Partito democratico di Elly Schlein che è divenuto un posto diverso da quello che abbiamo fondato…». Una analisi cruda e un epilogo che suona come una sfida alla leader del Pd. «Il Pd non esiste più ed è necessario prenderne atto, ma le ragioni per cui è nato esistono ancora. Resto democratica, non torno indietro… Serve un riformismo coerente e popolare, in grado di entusiasmare e di far scattare quella scintilla di costruire con fiducia il cambiamento. Credo che ci possa e ci debba essere un impegno comune per fare nascere, tenendo insieme le differenze e le storie, un nuovo soggetto politico largo, che tenga insieme, che nasca per unire esperienze e personalità politiche diverse. Mi metto al servizio di questa idea e di questo progetto». (“Avvenire” – Redazione romana)

Innanzitutto un appunto etico: quando si esce da un partito perché non se ne condivide più la linea politica, ci si dovrebbe dimettere dalle cariche pubbliche ricoperte, ottenute, bene o male, nelle liste elettorali di quel partito. Per Pina Picierno significherebbe dimettersi da eurodeputata: quella carica non le è piovuta addosso dal cielo e quindi abbia il coraggio di lasciarla anche al fine di rendere credibile la sua scelta, che altrimenti rischia di diventare una scelta di comodo.

Recentemente ho ascoltato in internet una bellissima chiacchierata di Marco Tarquinio con Michele Santoro: l’ex direttore di “Avvenire”, europarlamentare, non ha nascosto le sue difficoltà – ben più radicali e fondamentali rispetto a quelle espresse genericamente e superficialmente da Pina Picierno –  nella convivenza col Partito Democratico nelle cui file è stato candidato ed eletto come indipendente, ma continua a fare la sua battaglia con gratitudine verso Elly Schlein che lo ha coraggiosamente proiettato a Strasburgo. Altra coerenza e altra onestà intellettuale e politica.

Le debolezze politiche del Partito Democratico e quelle della leadership di Elly Schlein sono piuttosto evidenti, talora emergono in modo clamoroso. Però rifugiarsi a Strasburgo, con tanto di lauto compenso, per combattere una battaglia piena di luoghi comuni aderendo al Partito democratico europeo e al gruppo parlamentare Renew anziché al gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici, appare una scelta piuttosto fantasiosa e poco lineare.

Cosa vuol dire riformismo coerente e popolare? Dice tutto e niente! Non ho capito se le critiche al PD sono rivolte al suo scarso atlantismo e al suo timido internazionalismo. Quale atlantismo piace a Pina Picierno? Quale europeismo desidera? Non si limiti a criticare le opzioni altrui, spieghi un po’ meglio le sue. Quanto ad un nuovo soggetto politico largo, tutti ne parlano e nessuno va oltre le buone(?) intenzioni.   

Francamente non mi sembrano motivazioni chiare e tali da comportare gesti politici ad un tempo così polemici e vaghi. Non vorrei che gli atteggiamenti critici verso il PD diventassero una moda dietro cui nascondere carrierismi vari ed eventuali.

Attualmente resto interessato soltanto a Graziano Delrio, che, senza esibizionismi e senza polemiche, anima il movimento dei cattolici democratici attraverso l’associazione “Comunità Democratica”, con l’obiettivo di valorizzare i valori di solidarietà, lavoro e partecipazione, per evitare che l’elettorato cattolico si rifugi nell’astensione o nella destra, creando ponti nel centrosinistra verso iniziative di impegno sociale.

Sono stanco di ascoltare da più parti che il PD è finito, che non esiste più, senza formulare proposte alternative idealmente coerenti e politicamente concrete. Tutti tatticismi di maniera che si incrociano e si sostengono a vicenda in un bailamme comodo e inconcludente.

In cauda venenum: Pina Picierno come la pensa sul riarmo dei Paesi europei (Italia compresa), sulla infinita fornitura di armi all’Ucraina, sul vuoto diplomatico della UE, sul rapporto con gli Usa, sulla condanna del belliscismo americano e su quello israeliano, sulle stragi di Gaza e del Libano, sulle insufficienze della politica migratoria, sul diritto di veto concesso ai Paesi aderenti alla Ue, sulla comune politica fiscale, etc. etc.? Su questi argomenti non mi è mai sembrata un cuor di leone, salvo adesso fare la prima della classe.

Cara Pina Picierno, pur nella mia posizione estremamente critica verso il PD, se dovessi proprio scegliere fra l’umile pappa fredda di Elly Schlein e la sua presuntuose pappa bollente, non avrei dubbi a…scegliere quel po’ di arrosto che rimane del PD piuttosto del fumo che lei sta facendo al Parlamento europeo di cui è vice-presidente.

 

 

Evviva i cannoni, abbasso il burro

Un riarmo a trazione nazionale, se non addirittura nazionalista, porta dritto a un’Europa di superpotenze. Un’Europa dove chi spende di più conta di più e chi conta di più, specie quando il vento sovranista soffia forte, può decidere di archiviare definitivamente il sogno federalista. Non si tratta di sofismi, ma di una prospettiva concreta, basata sui numeri, come dimostra il rapporto di Archivio disarmo “Europa: quale difesa?”, presentato alla Camera e commissionato da Marco Tarquinio, già direttore di Avvenire e deputato europeo eletto come indipendente nel Pd.

L’assioma di partenza è che la spesa per la difesa, da sola, non garantisce sicurezza e che la sicurezza non coincide esclusivamente con la deterrenza militare. Del resto, come fa notare Fabrizio Battistelli, presidente di Archivio disarmo e coordinatore della ricerca, «l’Europa, intesa come agglomerato dei 27 Stati membri, è già oggi il secondo soggetto politico a livello internazionale per spesa militare, subito dopo gli Stati Uniti». È chiaro che qualcosa non quadra. Ma non è tutto: «Se dovesse essere confermata l’assurda e per molti versi impraticabile delibera dell’ultimo vertice Nato che porta al 5% del Pil l’intera somma dei costi della difesa – prosegue Battistelli – solo in Italia arriveremmo a 85 miliardi di euro per spese militari». Una cifra che inevitabilmente finirebbe per sottrarre risorse ad altri comparti, posto che Roma non può permettersi di spendere in deficit.

Nondimeno la corsa agli armamenti è una realtà. Il report rileva «un’impennata sincronizzata» dei bilanci militari della Ue post 2022, che «ha determinato uno spiazzamento degli investimenti civili» a fronte di «un preoccupante livello di accumulo del debito pubblico degli Stati membri». Al contempo si assottiglia la spesa per sanità in percentuale del pil. Insomma, «il trade-off “burro o cannoni” non è più una scelta – prosegue il rapporto -, ma un vincolo dettato da uno spazio fiscale sempre più ristretto». (“Avvenire” – Matteo Maecelli)

 

Sul tema del riarmo non accetto, nel modo più assoluto, la narrazione secondo la quale sia imprescindibilmente necessario investire in armi per difendersi dagli incombenti pericoli di guerra alle nostre porte o per, come si dice oggi, rispondere ad un’esigenza di “deterrenza bellica”, una versione aggiornata del “vis pacem para bellum” di storica infausta memoria.

Non vedo infatti nessun aggressore pronto ad invadere l’Europa e tanto meno l’Italia; se si fa riferimento alla Russia si sappia poi che il potenziale bellico europeo è ben più consistente di quello russo e quindi non avrebbe senso implementarlo se non per fare un regalo ai produttori e commercianti di armi.

Se trasferiamo il discorso dall’ambito europeo a quello atlantico della Nato, spunta la richiesta, a prima vista logica, di riequilibrare la spesa militare fra Usa ed altri Paesi aderenti al Patto. Sembrerebbe che fino ad ora gli Usa ci abbiano fatto della beneficienza in armi: non è così se consideriamo gli interessi americani dominanti che si stanno sempre più rivelando imperialisticamente tali e totalmente sganciati da una politica concertata tra alleati, i quali si trovano costretti a subire le iniziative belliche del gigante d’oltre oceano ed a fare buon viso alla cattiva sorte di guerre assurde o quanto meno utili (?) solo a difendere lo scricchiolante impero americano.

L’impegno ad investire in armi per rimanere orgogliosamente nella Nato non ha senso dal momento che la Nato non risponde ai Paesi europei che contano come il due di coppe, ma agli Usa che spadroneggiano imponendo una visione unilaterale basata sul potere del più forte e su un equilibrio mondiale bellico concertato a livello di grandi potenze. Il discorso atlantista è da rivedere fin dalle sue fondamenta, non è una scelta irrevocabile ed indiscutibile mentre il mondo cambia a prescindere da ogni e qualsiasi principio di diritto internazionale.

Se si guarda poi al rapporto tra investimenti bellici e investimenti civili c’è da rimanere letteralmente sbalorditi. Le risorse hanno sempre più destinazione bellica con tanto di aiuti di Stato alla filiera industriale bellica e con la prospettiva di vivere in una vera e propria economia di guerra. Vogliamo addirittura accentuare questa deriva che ci porta all’autodistruzione?

In un celebre discorso tenuto a Belluno nel settembre del 1938 Benito Mussolini pose al popolo una falsa alternativa: “Volete burro o cannoni?”. La risposta della folla fu entusiasta e unanime: “Cannoni!”. La storia evidentemente non ci ha insegnato niente, perché, in modo (s)ragionato, siamo rimasti ancora lì a credere che i cannoni ci difendano e ci aiutino a nuotare nella sicurezza e nel benessere.

 

 

Schermaglie che fanno schifo e ribrezzo

Il quarto round di negoziati di pace tra Libano e Israele, ieri, a Washington, non è cominciato nel migliore dei modi. Poche ore prima, a sud del Paese dei Cedri, un raid israeliano provocava la morte di otto persone. Risparmiata, per il momento, Beirut. I dettagli della telefonata con cui, lunedì sera, il presidente Usa Donald Trump ha dissuaso il premier israeliano Benjamin Netanyahu dalla “presa” della capitale certificano che la crisi in Medio Oriente ha ormai logorato anche l’alleanza tra Washington e Tel Aviv. Secondo il sito statunitense Axios , il titolare della Casa Bianca si sarebbe scagliato contro Netanyahu definendolo un «pazzo». «Saresti in prigione senza di me. Ti sto salvando la pelle. Ti odiano tutti. Tutti odiano Israele», avrebbe tuonato. Imprecazioni, questo è il commento, dettate dalla consapevolezza che il governo di Tel Aviv abbia risposto agli attacchi di Hezbollah in modo sproporzionato. (“Avvenire” – Angela Napoletano)

Non so se questo siparietto telefonico risponda al vero: è molto verosimile! Due volte stupido Trump a farsi trascinare da Netanyahu in un conflitto senza capo né coda. Due volte delinquente Netanyahu a coinvolgere gli Usa in un regolamento di conti nella storia del Medio Oriente salvo non volere stare al gioco dettandone le regole. Forse Trump se ne sta rendendo conto cadendo nella tipica reazione del bue che dà del cornuto all’asino.

«Netanyahu ha giocato d’azzardo con gli Usa. Ma il loro appoggio non è incondizionato». L’ex-consigliere di Clinton, Yehudah Mirsky: «Ha pensato di avere margini di manovra illimitati. Ora è chiaro che non è così» (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Questa sarebbe la versione più seria dello stato dei rapporti fra i due squallidi guerrafondai. Non si riesce però a capire se stiano cominciando a litigare veramente o se stiano giocando a farsi qualche dispetto.

Mio padre diceva con molta gustosa acutezza: «Se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a  guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón». Non potrà di certo essere Giorgia Meloni il terzo incomodo che riesce a far litigare i due scherzosi criminali internazionali, lei potrà solo abbozzare e mandar loro un accidente per averla messa nei guai.

Per quanto riguarda l’estrema destra dell’ex generale Roberto Vannacci, Cacciari non è sembrato preoccupato o spaventato: “Vannacci mi fa ridere. Mi spaventano Trump, Thiel, Musk, Xi, gli ayatollah e Netanyahu. Anzi, Netanyahu mi fa orrore”. E Giorgia Meloni non lo potrà dire in riferimento a Vannacci che rischia di farle perdere le prossime elezioni e, quanto a Trump e Netanyahu, dovrà assistere passivamente alle loro schermaglie, non si potrà permettere di irriderle né tanto più di dissentire apertamente e profondamente, si è spinta troppo in là. Dopo aver detto da tempo che la minestra era fredda non potrà permettersi di cambiare idea anche se ora la minestra rischia di scottarle la lingua.

A volte mi vergogno di prestare tanta attenzione a questi loschi figuri e a chi ronza loro attorno. Purtroppo le vicende mondiali passano attraverso i loro umori. Sarà proprio così o quella di decidere le sorti del mondo è una loro illusione: forse sono soltanto i burattini nelle mani del burattinaio “capitalismo tecno-scientifico”, che opera la fusione a calda guerra tra ricerca scientifica, innovazione tecnologica e logica di profitto.

 

Ogni mezza verità comporta grandi dubbi

Grazia a Nicole Minetti: non ci siamo sbagliati, la merita tutta. Aiuti chiesti da Giorgia Meloni all’Ue per la crisi energetica: sembrava un secco no ed è arrivato un quasi sì. Una donna laica al dicastero vaticano per la Comunicazione: una pagina nuova per la Chiesa.

Dietro la grazia a Minetti si celano parecchi dubbi: se si fosse chiamata Maria Rossi l’avrebbe ottenuta? La Magistratura ha appurato la verità o ha difeso il proprio sbrigativo comportamento? Cinquanta richieste di risarcimento non sono un po’ troppe?

Inoltre, il procuratore della Repubblica in Uruguay «ha riferito, in relazione al decesso del legale del minore, che non vi sono ipotesi di reato». E «risultano smentite da numerose dichiarazioni assunte in sede di indagini difensive, nonché dalle dichiarazioni rese ai Carabinieri da persone informate sui fatti», le «affermazioni circa feste con droga e sesso a cui avrebbe preso parte Nicole Minetti negli ultimi anni». Affermazioni che, ricorda la Pg, erano state «rese originariamente al Fatto Quotidiano dalla massaggiatrice, dapprima con modalità anonime e in seguito con indicazione del proprio nominativo». Nanni precisa che «non si è proceduto ad accertamenti mediante rogatoria internazionale». E il Guardasigilli precisa: «Non vi è possibilità di una rogatoria tra Uruguay e Italia al di fuori del casi specifici dove sia coinvolto un indagato». (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Insomma, la procura della Repubblica ha appurato se gli elementi a supporto della domanda di grazia esistono veramente? Dopo la prima indagine della magistratura e forse ancor più dopo la seconda, se fossi il Capo dello Stato non sarei tanto tranquillo, avrei parecchi dubbi, aumentati dall’improvviso atteggiamento filo-quirinalizio di quasi tutto il mondo mediatico: è il regime berlusconiano incarnato nell’attuale governo che si è sentito toccato, tira un sospiro di sollievo e difende in mala fede chi ha deciso la grazia in buona fede? Ho l’impressione che a Mattarella abbiano fatto la torta, lui si è accorto che era indigesta e l’ha rimandata al mittente, i cuochi l’hanno tenuta in freezer qualche giorno, hanno verificato che gli ingredienti non fossero avariati e gliel’hanno rimandata, ma indigesta rimane…

 

Dietro la gentile concessione europea al governo Meloni c’è un ladies agreement tra Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni che si sostengono a vicenda, con tanto di sale nella coda per l’Italia, che dovrà finalmente investire in campo energetico e smetterla con le marchette sulle accise? Persino Fitto era stato meno possibilista! Forse Meloni ha più filo di quanto appaia per la tela europea oppure è in arrivo una polpetta avvelenata per il bilancio dello Stato italiano?

La flessibilità prevista dall’Unione Europea in materia energetica potrà essere usata solo per investimenti strutturali e che accelerino la transizione dai fossili – ad esempio sostegni ai veicoli elettrici, batterie, pannelli solari – e non invece per sussidi alla domanda di fonti come carbone o petrolio. (“Avvenire” – Gianluca Carini)

 

Dietro la nomina vaticana di una giovane e bella (il che non guasta mai…) donna, Maria Montserrat Alvarado, Ceo di EWTN, impero mediatico cattolico in USA, alla guida del Dicastero per la Comunicazione c’è un segnale di novità per la Chiesa e per le donne o c’è soltanto un tentativo di recupero prevostiano della tradizione coniugata con la modernità. Un contentino ai cattolici statunitensi messi sul chi vive dalle drastiche opinioni papali sulla presidenza Trump e sulla messa in discussione del loro assurdo voto per il sempre più folle tycoon?

Fin dalla sua nascita EWTN ha rappresentato una sensibilità ecclesiale fortemente legata alla difesa della dottrina tradizionale, alla centralità della liturgia e a una lettura rigorosa del magistero cattolico. Questa impostazione, condivisa da una parte significativa del cattolicesimo statunitense, ha contribuito al successo dell’emittente ma ha anche generato attriti quando Papa Francesco ha cercato di promuovere un approccio pastorale maggiormente orientato all’ascolto, all’inclusione e all’attenzione verso le periferie esistenziali. Molti commentatori vicini al network hanno espresso riserve sulle aperture pastorali contenute nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, sul processo sinodale, sul dialogo con altre confessioni religiose e sulle scelte del Papa riguardanti l’ambiente, le migrazioni e la giustizia sociale. (“FarodiRoma” quotidiano di informazione –Sante Cavalleri)

È proprio vero che ogni medaglia ha il suo rovescio e che non è oro tutto quel che luccica. Forse sono io che penso male e ho la rischiosa tendenza a non berla da botte. Sono coraggiosamente attento alle questioni oppure ho la fortuna di non avere nulla da perdere? Altro dubbio…

Durante la degenza ospedaliera di mia sorella, che ormai preludeva purtroppo alla sua fine, mi sforzavo di esserle vicino e questi miei tentativi erano apprezzati dagli altri degenti, i quali lanciavano messaggi consolatori del tipo: “Lei è fortunata ad avere un fratello così premuroso…”. Mia sorella non gradiva e, con il suo realismo al limite della spietatezza, rispondeva: “Non è oro tutto quel che luccica…”.

 

                        

In presenza degli asini politici trottano i cavalli burocratici

“La principale, enorme fragilità che ci riguarda da vicino è l’attuale configurazione dell’Unione europea, un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato la competitività e la crescita sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici”. A dichiararlo è stata la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel suo intervento tenuto all’assemblea di Confindustria nella mattinata di martedì 26 maggio.

Un simile attacco frontale fa parte della tattica elettorale permanente adottata nell’ambito della politica governativa di Giorgia Meloni: si sta profilando il rischio Vannacci e allora bisogna correre ai ripari accentuando i toni dell’euroscetticismo, peraltro connaturale alla identità ideologica meloniana. Tutta tattica tra populismo, nazionalismo e sovranismo. Sparare sul pianista Europa è uno sport facile a prescindere dal fatto che l’Europa siamo noi e quindi finiamo con lo spararci sui piedi. Siamo al masochismo, utile (forse) per vincere le prossime elezioni contro i propri potenziali alleati. Sì, perché il paradosso è duplice: contro l’Europa di cui siamo parte integrante e in concorrenza con i partner di centro-destra, rubando loro il mestiere euroscettico (Lega) o addirittura antieuropeo (li Vannacci tua) oppure in aperto contrasto con essi e il loro filo-europeismo di maniera (Forza Italia e Noi moderati).

Ma veniamo al merito del discorso sulla burocrazia. Non so se essa sia un male da combattere ed estirpare o se sia un male necessario. A livello europeo, come sostiene Massimo Cacciari, la burocrazia colma il vuoto lasciato dalla politica a livello istituzionale. Verrebbe da dire: meno male che ci sono i burocrati, altrimenti la Ue sarebbe da tempo completamente azzerata. Il discorso per certi versi è simile nel nostro Paese. La burocrazia, oltre che un freddo e spietato senso di autoconservazione, mette in campo competenze, professionalità ed esperienze che purtroppo la politica è ben lungi dal possedere.

La burocrazia è un’autentica palla al piede nella vita del nostro Paese.  Come ho già più volte ricordato – il ripetersi è purtroppo un inequivocabile sintomo di vecchiaia, ma, a volte può essere utile – molto tempo fa il ministro della riforma burocratica Massimo Severo Giannini, un tecnico di alto livello prestato alla politica, dopo qualche tentativo andato a vuoto, vista la difficoltà al limite dell’impossibilità di cambiare le cose, diede le dimissioni preannunciando di voler emigrare negli Usa. Giustamente l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini lo rimproverò aspramente. Avevano ragione entrambi?! Il primo si arrendeva di fronte alla forza delle procedure e degli apparati burocratici, il secondo strigliava la politica incapace di superare gli apparati. È fuori di ogni dubbio che sul nostro Paese incomba una cappa burocratica che neutralizza e condiziona i legislatori, i governanti e i governati. Durante la mia vita professionale ho avuto frequenti rapporti con la pubblica amministrazione e purtroppo spesso anche se non sempre, ne ho misurato tutta la lentezza al limite della pigrizia e tutta la resistenza conservatrice al limite della difesa dei propri privilegi.

La politica però non può limitarsi alle lamentazioni, deve, oltre che riformare e snellire la burocrazia con adeguate leggi, “competere” con essa sul piano della competenza (la ripetizione è voluta!), dell’autorevolezza tecnico-scientifica e della capacità di fare gli interessi della gente. Altrimenti si scontrano due autoconservazioni di potere, quello burocratico e quello politico, che finiscono con l’andare a braccetto a danno dei cittadini.

In Europa il discorso si fa ancora più complesso: 27 Stati che dovrebbero governare assieme, istituzioni asettiche calate dall’alto, personaggi politici di dubbia fedeltà agli ideali europei (se nell’Europa unita non ci credono i governi degli Stati membri, sarà difficile che ci possano credere i burocrati…), problematiche molto difficili e divisive, regole assurde e paralizzanti (come l’unanimità nelle decisioni che si trasforma in diritto di veto), estreme diversità territoriali, economiche, sociali e culturali, vincoli finanziari molto pesanti etc. etc.

È oltre modo inutile e controproducente scaricare colpe e responsabilità come sta facendo Giorgia Meloni: a parte le incoerenze delle sue posizioni a seconda della collocazione al governo o all’opposizione; a parte che prima di guardare ai difetti dell’Europa bisognerebbe avere l’umiltà e il buongusto di guardare quelli dell’Italia (soprattutto quando si chiedono all’Europa ascolto e appoggi); a parte che, come direbbe mio padre, Meloni la pär vunna äd  coi che all’ostarìa con un pcon ad gess in sima la tavla i metton a post tutt; po set ve a vedor a ca’ sova i n’en gnan bon ed far un o con un bicer…”; a  parte il continuo e imperterrito attacco all’interlocutore di turno (si chiami magistratura, si chiami sindacato, si chiami stampa, si chiami appunto apparato burocratico); a parte la mancanza di seria capacità relazionale al di là di meri tatticismi (Trump, Von der Leyen, Zelensky,  Orban e chi più ne ha più ne metta) che lasciano il tempo che trovano; a parte tutto ciò,, c’è  una mancanza di carisma camuffato con furbizia mediatica (che sta in poco posto come le balle), c’è la personificazione della politica in senso deteriore (tutte sparate faziose e demagogiche), c’è la incapacità di controllare e, a maggior ragione, governare gli apparati burocratici a livello ministeriale (i casi Sangiuliano,  Nordio e Piantedosi la dicono lunga) se non con interventi a cose fatte e a gamba tesa.

In questo assordante silenzio della politica le burocrazie, se vogliono, fanno i loro interessi, si radicano sempre più, diventano intoccabili e paradossalmente… meno male che esistono, altrimenti…

 

Ragion di Stato, ragion di Chiesa, ragion di verità e di pace

La Repubblica Italiana vive saldamente ancorata ai valori che ha testimoniato in questi 80 anni, votata alla ricerca di soluzioni di pace e della indipendenza dei popoli; impegnata nella difesa della dignità e dei diritti della persona; sostenitrice convinta della cooperazione internazionale: principi che oggi vediamo gravemente aggrediti. Una tendenza regressiva dell’ordine internazionale che ha avuto un acceleratore preciso: l’ingiustificabile invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa. Avvertiamo come nostra la causa della indipendenza e della libertà di Kyiv. Il caos è tristemente evidente anche in Medio Oriente, conferma che le cattive pratiche raccolgono velocemente seguaci. Ne sono l’eloquente esempio la irrisolta crisi indotta dal conflitto tuttora in atto a Gaza e la perdurante minaccia di una guerra su vasta scala che dall’Iran potrebbe irradiarsi a tutta la regione, e che già colpisce così brutalmente e in modo indebito la popolazione civile del Libano. Tutto questo non deve indurre alla rassegnazione, in nome di un malinteso realismo che, oltre che moralmente deprecabile, rappresenterebbe un grave errore di valutazione. Nel quadro, che appare desolante per la legalità internazionale, va ribadito che si tratta di questione di volontà e di scelte. Possiamo decidere, infatti, di continuare a promuovere la primazia del diritto internazionale e la ricerca di soluzioni condivise, avverso alla logica dello scontro e della discordia. Alimentare giacimenti di rancore, di odio spinge, infatti, soltanto sulla strada della guerra e dei conflitti perpetui. (dall’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al corpo diplomatico accreditato presso lo Stato italiano in occasione della Festa della Repubblica)

 

Quanto ai rapporti tra Stato italiano e Chiesa, «l’articolo 1 del Concordato, riconoscendo reciproca sovranità e indipendenza di Italia e Santa Sede, esprime principi di libertà e collaborazione a favore della persona e del bene comune. La Chiesa ha sempre voluto cooperare con lo Stato nel pieno rispetto della libertà religiosa e di coscienza, promuovendo dignità, solidarietà e bene comune, in armonia con i valori fondanti della Repubblica». Per questo, le Chiese in Italia guardano a questo anniversario «con riconoscenza per il cammino compiuto e con preoccupazione per le ferite presenti: la povertà crescente, la denatalità, la sfiducia, le disuguaglianze, la violenza verbale, l’indifferenza e la tentazione di chiudersi in un destino individuale. Le nostre comunità rifiutano la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e, ispirate dall’insegnamento di papa Leone, avvertono come urgente il compito di educare alla pace, custodire la democrazia e costruire comunità». (dal messaggio del presidente della Cei Matteo Zuppi al capo dello Stato in occasione della Festa della Repubblica)

 

All’interno di due nobili e incoraggianti messaggi, che meritano integrale e attenta lettura, intravedo due reticenze che non mi piacciono. Non credo di essere alla ricerca critica del pelo nell’uovo, ma di reagire, senza alcun intento polemico, ad un senso di parzialità della verità storica emergente dai due messaggi di cui sopra.

Il capo dello Stato rimane vittima del doppiopesismo adottato in sede di analisi dei comportamenti degli Stati in spregio del diritto internazionale e senza alcun rispetto per i diritti dell’uomo e dei popoli: mentre per la Russia ha trovato e trova la “denuncia” con parole fin troppo crude e giudizi fin troppo drastici in una logica di recupero diplomatico in vista di sacrosante iniziative pacificatrici, per Usa e Israele scatta la “preoccupazione” con una sorta di dissimulata reticenza in filigrana nell’ammettere precise colpe e responsabilità altrettanto gravi da denunciare apertamente (il caos in Medio Oriente ha nomi e cognomi che vanno ben oltre il terrorismo di Hamas ed Hezbollah). Non basta inquadrare il tutto in una tendenza regressiva dell’ordine internazionale: esistono autentici genocidi in atto!

Spero non si tratti di carità di governo Meloni o comunque di mero appiattimento su alleanze storiche buttate all’aria da folli comportamenti americani e israeliani. Sergio Mattarella non ha motivi nascosti per puntare ad un’eventuale ricandidatura al Quirinale e non ha soprattutto condizionamento alcuno proveniente da un suo passato peraltro fulgido in senso politico e civile. E allora non capisco questo ripiegamento sulla ragion di Stato che fa a pugni con la ragion di pace.

Discorso analogo mi sento di fare per il messaggio del Cardinale Zuppi per quanto riguarda il Concordato fra Stato Italiano e Chiesa cattolica. Purtroppo è stato e per certi versi ancora è un’arma a doppio taglio, un canovaccio collaborativo, ma anche un pretesto collaborazionista tra i due poteri. Come non ammettere l’adesione clericale, soprattutto ad alto livello, al regime fascista (rivedendo certi filmati c’è da rimanere disgustati…)? Come non ricordare l’omertoso placet al regime berlusconiano in cambio affaristico di aiuti e appoggi? Come non pensare a certe persistenti invadenze vaticane sulla politica italiana dettate dalla ricerca di appoggi economici anche se nascosti dietro questioni etiche affrontate comunque in chiave integralistica più che costruttiva e dialogante? Perché non ammettere apertamente queste verità per uscire da ogni equivoco: il richiamo al Concordato, in fin dei conti, c’entra come i cavoli a merenda e allora perché citarlo rischiando di macchiare un messaggio bellissimo e appropriato.

In questi due messaggi, che ci restituiscono l’orgoglio e l’onore di essere italiani e cattolici, emergono tuttavia due limiti assai fastidiosi, due pietre d’inciampo, una sulla pace da parte quirinalizia e una sui rapporti Chiesa-Stato da parte Cei. Forse pretendo troppo da chi comunque sta dando già molto, lo riconosco. Sarà che l’appetito vien mangiando e che in tavola c’è un autentico guazzabuglio etico e politico che qualcuno deve aiutarci a digerire.

Una speranza che si chiama Repubblica

Si arrivava anche a parlare del referendum Monarchia-Repubblica nell’immediato dopoguerra. Chiedevo conto ai miei genitori del loro comportamento. Entrambi non nascondevano il loro voto: mia madre aveva votato monarchia, mio padre repubblica. Nel 1946 vivevano insieme da dodici anni, ma ognuno, giustamente, manteneva le proprie idee politiche e le esprimeva liberamente. Mia madre così giustificava la sua difesa dell’istituto monarchico: «Insòmma, mi al re agh vräva bén!». Non un granché come motivazione politico-istituzionale, ma mio padre non aveva nulla da eccepire. Taceva. Io non mi accontentavo e, da provocatore nato, chiedevo: «E tu papa? Cos’hai votato?». Rispondeva senza girarci attorno: «J’ ò votè Repubblica!». Allora mia madre controbatteva che comunque l’opzione repubblicana vinse con l’aiuto di brogli elettorali. A quel punto mio padre si chiudeva in un eloquente silenzio e aggiungeva solo: «Sì, a gh’é ànca al cäz, ma…». Mia sorella invece girava il coltello nella piaga e rivolta polemicamente a mia madre diceva: «Il re, bella roba! Ci ha regalato il duce per vent’anni, poi, sul più bello, se l’è data a gambe. E tu hai votato per il mantenimento di questa dinastia?». Papà allora capiva che la moglie stava andando in difficoltà, le lanciava la ciambella di salvataggio e chiudeva i discorsi con un: «J éron témp difìcil, an e s’ säva niént, adésa l’é tutt facil…». E magari aggiungeva un aneddoto ad hoc. Nella sua compagnia esisteva un amico dotato di una testa grossa. Per deriderlo bonariamente gli chiedevano: «Se ti a t’ fiss al re, pr’i frànboll con la tò tésta agh’ vriss un fój da giornäl…». (da “Fiól ‘d mè pädor – Aneddoti, battute, episodi, aforismi – sito enniomora.it – sezione libri)

Il 02 giugno si celebra la festa della Repubblica: quest’anno ricorre l’80° anniversario della Fondazione della Repubblica italiana. Purtroppo non sono stati accolti gli accorati appelli per evitare la parata militare e trasformare la Festa della Repubblica in un evento di pace e solidarietà, promossi da diverse associazioni pacifiste e cattoliche, tra cui Pax Christi. Tali iniziative criticano l’esibizione di armamenti e i costi dell’evento, proponendo di sostituirla con incontri civili e di riflessione. Mai come quest’anno la richiesta era opportuna e plausibile.

Mio padre aveva fatto il servizio militare con spirito molto utilitaristico ed un po’ goliardico (per mangiare perché a casa sua si faceva fatica), cercando di evitare il più possibile tutto ciò che aveva a che fare con le armi (esercitazioni, guardie, tiri, etc.) a costo di scegliere la “carriera” da attendente, valorizzando i rapporti umani con i commilitoni e con i superiori, mettendo a frutto le sue doti di comicità e simpatia, rispettando e pretendendo rispetto al di là del signorsì  o del signornò. Raccontava molti succosi aneddoti soprattutto relativamente ai rapporti con il tenente cui prestava servizio. Aveva vissuto quel periodo come una parentesi nella sua vita e come tale l’aveva accettato, seppure con una certa fatica. Mio padre era estraneo alla mentalità militare, ne rifiutava la rigida disciplina, era allergico a tutte le divise, non sopportava le sfilate, le parate etc., era visceralmente contrario ai conflitti armati.  (dal libro “Mio padre” – sito enniomora.it – sezione libri)

Se le armi vengono prodotte, commercializzate e finanche esposte in parata, è giocoforza che prima o poi vengano utilizzate. Tutto parte e tutto finisce lì.

Torno ancora una volta alla saggezza di mio padre. Nella sua semplicità, quando osservava l’enorme quantità di armi prodotta, rimaneva sconfortato e concludeva per un inevitabile inasprirsi dei conflitti al fine di poter smaltire queste scorte diversamente invendute ed inutilizzate. «S’in fan miga dil guéri, co’ nin fani ‘d tutti chi ilj ärmi lì?» si chiedeva desolatamente.

Purtroppo il Presidente della Repubblica non ha accolto l’invito a soprassedere alla parata militare in via dei Fori Imperiali: un suo illustre predecessore (Carlo Azeglio Ciampi se non erro) la ripristinò (seppure in buona fede). Il contesto storico è cambiato, occorrono segni (anche piccoli) di aprioristica pace. Valeva la pena di operare questa provocazione: sono convinto che molti italiani avrebbero apprezzato. Qualcuno magari si sarebbe scandalizzato: un motivo in più per farlo. Resta tutto il mio rispetto, la mia ammirazione, la mia comprensione, il mio affetto per il Presidente Mattarella, ma, e lo dico in tutta sincerità associata ad umiltà e a tutta la discrezione possibile, un po’ più di coraggio non guasterebbe non solo per scongiurare l’esibizionismo armifero, ma anche e soprattutto per condannare apertamente e nettamente l’imperialismo israelo-statunitense, verso il quale si dimostra troppa prudenza diplomatica che scantona sempre più nell’omertà, al pari di quello russo verso cui si chiudono porte e finestre diplomatiche (in diplomazia occorre una certa dose di ipocrisia, che però non può riguardare solo i rapporti con una parte: una sorta di nuova guerra fredda in cui si deve stare per forza da una parte anche se clamorosamente sbagliata).

Per fortuna quest’anno almeno niente tradizionale ricevimento nei giardini del Quirinale, ma una cerimonia molto meno esclusiva e decisamente più partecipata: gli 80 anni della Repubblica festeggiati in piazza del Quirinale tramite un mega evento con artisti, cantanti ed intellettuali in diretta televisiva.

Forse desidererei maggiore sobrietà per rispetto alle popolazioni che muoiono e soffrono anche perché noi facciamo ben poco per aiutarle a passare dai tormenti delle guerre alle speranze di pace, forse non so neanch’io cosa preferirei tanta è l’angoscia che mi coglie in questo momento storico. Dopo tutto l’importante è comunque che la festa riguardi la scelta della Repubblica quale forma di Stato democratico, la Costituzione quale bussola per la navigazione istituzionale, politica e sociale, la Resistenza quale premessa a queste opzioni, la Democrazia quale sbocco politico imprescindibile e implementabile, l’europeismo quale conseguenza indispensabile, la pace quale scelta irrinunciabile di fondo.

Una festa civile è una ricorrenza istituita dallo Stato per celebrare eventi, valori o figure fondamentali per la storia, l’identità e le istituzioni della nazione. Quella del 02 giugno è forse la migliore sintesi di tutte le feste civili e di tutte le migliori idealità. La vivo così, senza pericolose nostalgie, senza assurdi trionfalismi, senza vuoti esibizionismi. Un grazie a chi ha voluto la Repubblica, a chi l’ha servita e la serve come vera e propria res publica e non come privatizzazione del vivere civile e come egoismo della politica, a chi la difende e intende difenderla con le armi della libertà e della giustizia sociale, non col nazionalismo ma con l’internazionalismo e il cosmopolitismo, non col sovranismo ma con l’europeismo e il mondialismo, non col mero esercizio del potere ma col servizio ai cittadini e col dialogo e l’accoglienza verso tutti.