Il gioco dell’oca elettorale

Con Venezia e Reggio Calabria il centrodestra incassa al primo round la posta più alta dell’intera tornata amministrativa e rimanda al ballottaggio altre possibili vittorie di peso. Al campo largo (peraltro diviso) resta il successo più scontato e indigesto, quello di Vincenzo De Luca a Salerno. E le conferme di Prato e Pistoia, anche queste maturate al primo turno, consolano solo fino a un certo punto. A Messina esplode Sud chiama Nord di Cateno De Luca, con l’eclatante affermazione di Federico Basile. L’affluenza cala ancora e segna quasi cinque punti in meno rispetto alle comunali precedenti, dal 64,9% al 60,06%.

Siamo tornati indietro, alla casella di partenza, come nel gioco dell’oca. Sembrava che l’elettorato italiano si fosse risvegliato col referendum sulla giustizia, invece…Non so se questo test elettorale abbia un grande e attendibile significato, tuttavia una cosa è certa: il centro sinistra (o campo largo come dir si voglia) non attira l’attenzione degli elettori, mentre il centro-destra con i suoi media “trionfaleggia” più per lo scampato pericolo che per il ritrovato e forse insperato “successino”.

Fino a qualche tempo fa la sinistra riusciva a strappare consensi sfruttando una maggior dimestichezza a livello di amministrazioni locali, presentando cioè candidature decisamente più appetibili sul piano della competenza e dell’esperienza. Evidentemente non è più così! Ed è un fatto piuttosto grave.

Probabilmente non è stata capace di elaborare il successo referendario, non è riuscita a coniugare il rispetto valoriale per la Costituzione con il quotidiano politico delle scelte concrete e locali, ricadendo immediatamente in una logica politichese e politicante: primarie sì primarie no, Conte o Schlein, campo stretto o campo largo, leader o programmi, e via di questo caracollante passo. I giovani se ne sono tornati nelle loro tane a considerare che solo con una forte e radicale politica di pace si salva la democrazia. L’elettorato più socialmente debole è tornato all’astensione incattivita dagli andamenti economici molto preoccupanti. Gli italiani capiscono che le cose vanno male, ma non riescono a trovare la via politica di fuga.

Il centro destra non può nascondere i propri fallimenti nascondendosi dietro le urne amministrative: il suo non è consenso informato dei fatti, ma dissenso dirottato sul binario morto della scettica e giustificata astensione. Prima o poi pagherà il conto, anzi tutti lo pagheremo…

La sinistra (mi sono stancato di chiamarla centro sinistra) ha molto di che riflettere: non riesce ad intercettare lo smarrimento della gente davanti al clima di guerra imperante (non è né pacifista né bellicista e cosa è?): non è capace di garantire una concreta prospettiva di attenzione ai problemi del lavoro (non è né riformista né rivoluzionaria e cosa è?); non offre serie politiche sull’immigrazione (non è né securitaria né aperturista e cosa è?); non è capace di incarnare una vera e propria alternativa di governo (non è né polemica né programmatica e cosa è?).

Non basta ergersi a custodi della Costituzione, la quale si custodisce da sola, tanta è la sua modernità e fondatezza. Non basta indicare le travi nell’occhio di Giorgia Meloni e c., bisogna mostrare i propri occhi capaci di guardare alle prossime generazioni e non soltanto alle prossime elezioni.

La pattumiera fascista in mano ai minorenni

Incitamento all’odio razziale attraverso idee fasciste e omofobe. Simbologia nazista ed esaltazione della razza bianca. Ma anche l’incoraggiamento ad azioni violente contro migranti, musulmani, omosessuali e, in generale, la comunità Lgbtq+. Il tutto avveniva via chat coinvolgendo soggetti tutti minorenni. In 13 sono stati denunciati a vario titolo dalla Digos di Siena per propaganda di idee fondate sull’odio razziale, etnico; apologia del movimento fascista e nazista; detenzione e diffusione di materiale pedopornografico. Il quadro accusatorio è completato dalla detenzione illegale di armi. (“Avvenire” – Gianluca Scarnicci, Siena)

Ci sarà ancora chi sottovaluta questi episodi retrocedendoli a manifestazioni di mero ed innocuo folclore?! Spero proprio di no. Stiamo attenti, non si tratta di sfoghi adolescenziali o giovanili, ma di complessa adesione pseudo-culturale a dottrine estremamente pericolose oserei dire rovinose. Non credo si tratti di fatti sporadici ed isolati, ma di un andazzo dilagante.

Il mix emergente è decisamente inquietante: questi ragazzi non si fanno mancare proprio nulla dell’armamentario ideologico fascista. C’è un “brodo di cultura”, vale a dire un contesto sociale o culturale particolarmente fertile e stimolante, che favorisce la nascita e lo sviluppo di queste idee, di questi comportamenti e addirittura di questi movimenti. C’è un vento di destra estrema che spira nella nostra società e, come ben si sa, chi semina vento raccoglie tempesta.

L’Arcivescovo di Siena, Il cardinale Augusto Paolo Lojudice evidenzia come «di fronte ad una vicenda del genere non si può non rimanere profondamente colpiti sia per il fatto che stiamo parlando di ragazzi tutti minorenni, ma soprattutto per i reati che gli vengono contestati. Certamente è il segnale preoccupante di un disagio profondo che colpisce i giovani e che deve interrogare soprattutto noi adulti sui modelli proposti alle giovani generazioni».

«Ora non serve puntare il dito, ma occorre capire – aggiunge il Card. Lojudice – come evitare derive pericolose e come agire repentinamente affinché i nostri ragazzi non siano lasciati soli di fronte a false dottrine e soprattutto nel “mare magnum” dei social network».

«Lo diciamo da tempo – conclude il cardinale – occorre urgentemente un patto per la famiglia che coinvolga ogni attore: le istituzioni, la società civile e la Chiesa». (sempre da “Avvenire” di cui sopra)

Non sono un integralista cattolico, ma mi sembra che le risposte più precise e serie (nelle parole e nei fatti) provengano dalla Chiesa e forse la gente se ne sta rendendo conto. Non so se sia frutto dell’incipiente azione pastorale di papa Leone XIV: lui sta senza dubbio facendo la sua parte. Credo però che il discorso sia dovuto a motivazioni più profonde e meno contingenti.

Il quadro che emerge da un sondaggio SWG realizzato a metà maggio 2026 è quello di una comunità ecclesiale percepita come più capace di esprimere una visione del mondo distinta da quella dominante e di recuperare una forte identità. Cresce infatti la quota di chi riconosce nella Chiesa una proposta alternativa alla cultura prevalente, mentre diminuisce la percezione di un’istituzione in crisi o priva di identità. Anche sul fronte emotivo, rispetto al 2023 si rafforzano sentimenti come fiducia e gratitudine, mentre calano delusione e indifferenza. (“Avvenire” –Matteo Liut)

Nella storia italiana è già successo all’indomani degli scandali di Tangentopoli. Purtroppo però la lezione non è servita alla politica in genere che non è riuscita a rinnovarsi, nemmeno alla Chiesa che non ha saputo interpretare l’anelito popolare e alla gente che si è ritrovata in pieno reazionario riflusso o in pericoloso qualunquismo.

Vogliamo riprovarci? Partendo dal basso, dall’educazione giovanile, dal dialogo con le nuove generazioni, dai veri problemi emergenti dalla società in crisi. Il recente referendum costituzionale ha dato una scossa anche e soprattutto ad opera dei giovani. Non deludiamoli perché, come noto, i giovani sono radicali e, se non trovano risposte convincenti, si possono anche lasciar andare al più becero degli estremismi pseudo-ideologici. La destra è pronta! La sinistra dorme?

 

I chierichetti di Putin e i rabbinetti di Netanyahu

La vicenda scuote anche il mondo cattolico. In vista dell’assemblea generale della Cei al via lunedì, la rete internazionale “Preti contro il genocidio” (2.200 sacerdoti, 25 vescovi e due cardinali in 58 Paesi), ha scritto una lettera aperta per chiedere ai vescovi «una parola evangelica chiara sulla tragedia del popolo palestinese», in quanto «il nostro silenzio non è neutrale. Le ambiguità dei governi, delle istituzioni e talvolta anche delle comunità cristiane rischiano di diventare complicità». Da qui la missiva, inviata non «per contrapporci, ma per condividere una ferita. Non scriviamo per giudicare, ma perché il dolore di Gaza, della Cisgiordania, del Libano e di tutta la Terra Santa non ci lascia più dormire tranquilli». (“Avvenire” – Gianluca Carini)

Mentre la politica governante è silente o zeppa di parole di circostanza, il mondo cattolico ha il coraggio di interpellarsi prima di interpellare e di esigere parole evangeliche chiare dalla gerarchia sulla tragedia palestinese. Mi sembra l’atteggiamento giusto.

Per il Papa e il Vaticano la questione palestinese legata ai rapporti con Israele è estremamente delicata: al discorso globale della condanna della guerra sempre e comunque si aggiunge infatti il problema interreligioso. Se da una parte il Vaticano ha da tempo riconosciuto lo Stato palestinese con tutte le conseguenze a livello di diritto internazionale e di atteggiamenti diplomatici, dall’altra parte c’è la difficoltà nel rapportarsi all’ebraismo, che nelle sue componenti più fanatiche si schiera apertamente col governo Netanyahu e in quelle più moderate resta silente in un momento in cui il silenzio non è neutrale.

Il dialogo interreligioso non è un valore assoluto, deve essere impostato e portato avanti nella chiarezza e senza infingimenti. Così come papa Francesco ebbe il coraggio di definire il patriarca ortodosso Kirill come il chierichetto di Putin, papa Leone faccia un ulteriore passo avanti e prenda le distanze dalla Chiesa ebraica per quanto riguarda i rapporti col potere israeliano.

Quindi, prima di tutto assoluta chiarezza religiosa, poi denuncia del comportamento del potere israeliano sempre più inaccettabile da tutti i punti di vista e ancora condanna dell’omertoso atteggiamento dei governi europei nonché aperta e concreta condivisione delle ferite inferte al popolo palestinese.

Schiettezza evangelica a trecentosessanta gradi: non si tratta di tornare ai “perfidi ebrei” del Venerdì Santo, ma di invitarli a cambiare atteggiamento.

Il 12 marzo 2000, durante la prima domenica di Quaresima, Papa Giovanni Paolo II celebrò la storica Giornata del Perdono. Durante una solenne cerimonia in Piazza San Pietro per il Grande Giubileo, il Pontefice chiese pubblicamente scusa a Dio e all’umanità per i peccati e gli errori commessi dagli uomini di Chiesa nei secoli.

Non sarà il caso che anche gli Ebrei prendano una simile iniziativa? Almeno per gli errori commessi nei confronti del popolo palestinese? La virata avrebbe un effetto altamente positivo anche a livello dei rapporti fra gli Stati al fine di interrompere le carneficine in atto.

Quelli che…votano a destra perché Almirante sparlava bene

«Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante, il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto»: lo scrive sui social la premier Meloni, sottolineando la continuità con lo storico segretario del Msi, continuità esibita dalla stessa fiamma tricolore orgogliosamente conservata nel simbolo di Fratelli d’Italia. «Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana – prosegue il post – e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione». (“Il Manifesto”)

Le parole nostalgiche di Giorgia Meloni si commentano da sé: evidentemente le baruffe interne al centro-destra preoccupano la leader di Fratelli d’Italia, che teme di perdere consensi neofascisti in favore di Salvini e Vannacci; forse questa emorragia potrebbe essere più numericamente e politicamente significativa di quanto si possa immaginare e allora meglio sfogliare l’album di famiglia per mettere tutti col cuore in pace.

Non è questione di imminente o immanente pericolo di ritorno al fascismo, perché questo è conclamato nei fatti governativi, ma è sintomo di debolezza culturale e ideologica. Quindi, tutto sommato, dovrebbe essere un dato di verità positiva che apre spiragli di cambiamento. Se Meloni sente l’esigenza di sviolinare Almirante, forse vuol dire che è alla frutta? I casi sono due: o gli italiani sono rimasti fascisti nel fondo delle loro mentalità e allora si spiegherebbe il fatto che Giorgia Meloni accarezzi a loro il pelo, oppure è Giorgia Meloni ad essere fascista e, soprattutto nei momenti di difficoltà, non riesce a nasconderlo, ma anzi lo ammette (quasi) apertamente e strumentalmente.

Certo che, in un clima da colpo di Stato globale (più fascismo di così si muore…), fare le pulci alla nostra premier fa un po’ sorridere.

A differenza dei “catilinari”, cioè congiurati che tramano nell’ombra, gli esecutori del colpo di Stato mondiale in atto agiscono alla luce del sole, anzi proclamano l’avvento di un ordine nuovo (l’“età dell’oro” di Trump, mentre Israele si auto-proclama, con Netanyahu, “più forte che mai”). Creano eventi di massimo impatto, come vertici pomposi e plateali, lanciano proclami di pace eterna, formano consigli di amministrazione privatistici della pace e della guerra, diffondono messaggi pesanti come pietre o vani come bolle di sapone dalle piattaforme digitali planetarie, contraddistinte da un’enigmatica X o dalla denominazione orwelliana di “verità” (Truth).

Nei colpi di Stato tradizionali, tra le prime misure adottate dalle varie giunte che si impadroniscono del potere c’è la sospensione della Costituzione e di tutte le garanzie a tutela dei diritti individuali. Qualcosa di analogo sta accadendo in ambito internazionale, con la sospensione – sia pure non dichiarata, ma attuata di fatto – del diritto internazionale, specie quello umanitario. I nuovi poteri dominanti concentrano la loro attenzione sulla dimensione direttamente esecutiva, senza preoccuparsi minimamente di qualunque fonte di legittimazione – per non parlare della conformità all’etica – al di fuori della nuda potenza. L’azione, spesso violenta, non tollera confutazione. Come abbiamo visto per la Russia in Ucraina, per gli Stati Uniti in Venezuela, in Iran – e, chissà, prossimamente a Cuba –, per Israele a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, i nuovi demiurghi globali si arrogano la facoltà di decidere se, come e quando utilizzare lo strumento militare, cambiare regimi con la coercizione esterna, deporre governanti, catturare o eliminare Presidenti. (“Avvenire” – Pasquale Ferrara)

Il fascismo, nelle forme e nei contenuti riveduti e scorretti dilaganti a livello planetario, ce l’abbiamo alla grande intorno e dentro casa: ci manca purtroppo la volontà di resistere e il ripiegare addirittura su una sorta di adesione per interposta anche se anacronistica persona (leggi Almirante), ci mette in ulteriore sconforto.

Come tutti i colpi di Stato, anche quello in atto in campo internazionale dovrà fare i conti con la resistenza interna, con la fermezza della non violenza, con la pazienza strategica di chi non intende assistere impotente alla liquidazione della politica internazionale per far posto ad un suo pessimo e deleterio surrogato, vale a dire il dominio o condominio incontrastato gli Stati fuorilegge. Il mondo non è in liquidazione. (ancora da “Avvenire” – Pasquale Ferrara)

Forse, a proposito di neofascismo meloniano, è il caso di buttarla sull’amara ironia: è quello che sta facendo Italia Viva con la sua campagna pubblicitaria.

«Quando c’era lei…», legge di sfuggita il pendolare affaccendato passando davanti a un cartellone pubblicitario. Si ferma interdetto in mezzo alla stazione, suscitando le imprecazioni di qualcuno. Sudore freddo. Lentamente torna indietro e continua a leggere: «…i treni arrivavano in ritardo». Sospiro di sollievo. Non era un manifesto neofascista, ma soltanto una pubblicità di Italia Viva per il 2 per mille. Circola ormai da giorni sui social e nelle stazioni ferroviarie di Roma e Milano e riprende i toni e i caratteri della propaganda del Ventennio, nonché il celebre slogan dei nostalgici «quando c’era lui» (Mussolini). La frase si conclude però sempre con una nota negativa, un riferimento ai presunti fallimenti del Governo: quando c’era Meloni «si pagavano più tasse, i treni arrivavano in ritardo, i giovani scappavano all’estero, la benzina e la spesa costavano di più, l’Italia era meno sicura». Segue un’esortazione a versare il due per mille al partito di Matteo Renzi. E non finisce qui, il leader di Iv ha anche condiviso su YouTube un video in stile cinegiornale di regime, che ripropone le stesse modalità delle pubblicità, ma in bianco e nero: «Nella solenne stagione in cui il governo del presidente Meloni celebrava i fasti della prosperità annunciata – declama la voce fuori campo, imitando il tono di Guido Notari, celebre annunciatore dell’istituto Luce -, le famiglie italiane assistevano al magnifico spettacolo della vita quotidiana, divenuta impresa eroica. Dai forza alle idee giuste». (“Avvenire” – Chiara Di Benedetto)

La macelleria di destra è globale e sempre aperta

Nel pomeriggio del 20 luglio 2001, fui inviato dal Tg3 a commentare in diretta il grande corteo contro il G8 che si snodava per le strade di Genova. Ero all’epoca condirettore dell’Unità di Furio Colombo: in quelle ore moriva Carlo Giuliani, colpito dal carabiniere Placanica, e non era difficile prevedere che qualcosa di molto grave sarebbe ancora accaduto.

Criticai l’atteggiamento di chi guidava i poliziotti in assetto di guerra, con migliaia di persone pacifiche pressate e manganellate, come per un’assurda rivalsa dopo aver subito sotto gli occhi del mondo l’assalto dei misteriosi Black Bloc poi scomparsi nel nulla. Rientrato in redazione fui sommerso, tramite agenzie, da una raffica di insulti: il più mite ci definiva organo dei terroristi.

Ripenso a quei giorni, dopo la durissima condanna dell’Europa per i fatti della Diaz, per ricordare ai troppi smemorati in malafede cosa era l’Italia ai tempi della destra trionfante e arrogante. Una polizia con licenza di torturare e un’informazione di stampo cileno adibita a cassa di risonanza della menzogna golpista. E guai a chi non si adeguava. L’Unità non si adeguò, i suoi inviati raccontarono tutto e gli editoriali di Colombo furono, in quella notte della Repubblica, una delle poche luci di giornalismo civile. Alla macelleria messicana delle coscienze e della memoria neppure i genitori del ragazzo Giuliani, Haidi e Giuliano, si rassegnarono. Così come l’indimenticabile don Gallo, che sicuramente oggi potrebbe sventolare con orgoglio la sua bandiera della pace e della giustizia in terra. (Da ‘Stoccata e Fuga’, il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2015, Antonio Padellaro)

A costo di essere considerato fazioso, affermo che la destra è sempre quella, non è cambiata: cosa pretendere quindi di fronte alla (quasi) macelleria israeliana contro gli attivisti della Flottiglia? Chi protesta ha sempre torto e più ha ragione e più ha torto e quindi deve essere silenziato a tutti i costi con le buone o le cattive. Gli attuali nostri governanti non facciano quindi finta di scandalizzarsi.

Nel 2001, durante i fatti della scuola Diaz a Genova, ministro degli interni era Claudio Scajola di Forza Italia, oggi abbiamo il burocrate di ferro Matteo Piantedosi: se non è zuppa è pan bagnato…

Gianfranco Fini, all’epoca dei fatti del luglio 2001, ricopriva il ruolo istituzionale di Vicepresidente del Consiglio nel secondo governo Berlusconi. Durante l’irruzione della polizia nella scuola Diaz, Fini non ricoprì un ruolo di comando operativo, ma si trovava a Genova in qualità di esponente di governo di primo piano. Oggi abbiamo Antonio Tajani e Matteo Salvini come vice-presidenti del Consiglio: da correre a scappare…

Ebbene cosa volete che sia l’agghiacciante pestaggio ai flottigliesi da parte dei militari israeliani, guidati dal ministro per la sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir, con inaccettabili atti compiuti, prelevando gli attivisti in acque internazionali e sottoponendoli a vessazioni e umiliazioni, violando i più elementari diritti umani?

Roba normale! I nostri governanti in passato, e anche recentemente, ne hanno fatto o coperto di peggio. Emblematico l’imbarazzo di Letizia Moratti di fronte all’inettitudine governativa, la quale a “otto e mezzo” su La7 sembrava una penosa marziana capitata in terra (e Marina Berlusconi vuol cambiare musica sostituendola a Tajani?). Se gli israeliani devono fare i conti con questi squallidi personaggi, possono stare tranquilli e continuare indisturbati i loro genocidi.

E poi fino all’altro giorno Meloni, Salvini e c. non criticavano aspramente la Flottiglia considerandola più o meno un’accozzaglia di inutili rompicoglioni?

Di Netanyahu hanno tutti paura, ma forse in molti sono d’accordo con lui. È comodo reagire a babbo morto, comportarsi come quel marito che da sotto il letto faceva la voce grossa con la moglie.

 

 

 

 

Europei buoni a nulla, israeliani capaci di tutto

«Un trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele». Sono queste le parole scelte dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per commentare le immagini pubblicate su X dal ministro della Sicurezza israeliano, Itamar Ben-Gvir, che mostrano il trattamento riservato ai circa 430 attivisti della “Global Sumud Flottilla”, fra i quali 29 italiani, intercettati martedì in acque internazionali e condotti in stato di arresto nel porto israeliano di Ashdod. Fra gli italiani anche il deputato M5s Dario Carotenuto e un giornalista del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. Il video si muove fra il ponte della grande imbarcazione con cui gli attivisti sono stati trasportati e una vicina struttura della darsena, dove uomini e donne vengono costretti in file ordinate, in ginocchio, le mani legate dietro la schiena dalle fascette di “contenimento”. Una ragazza, colpevole di aver urlato “Palestina libera”, viene scaraventata a terra dalla manata di un uomo della sicurezza. Numerosi gli agenti armati di fucile. Sulla scena della prigione improvvisata appare il ministro Ben-Gvir che, bandiera israeliana in mano, si abbandona a trionfanti esternazioni: «Benvenuti in Israele, siamo i padroni di casa», «sono arrivati con tanto orgoglio, guardate come sono ridotti ora. Non eroi, niente di che, ma sostenitori del terrorismo. Chiedo a Netanyahu di consegnarmeli e di metterli nelle prigioni dei terroristi per molto tempo». E, rivolgendosi ai soldati: «Ottimo lavoro, così si fa, non lasciatevi turbare dalle loro urla». In un video successivo, attribuito al giornalista israeliano Moti Kastel (Channel 14), e pubblicato ancora una volta da Ben-Gvir, leader del partito estremista rappresentativo del sionismo messianico Otzma Yehudit (“Potenza ebraica”), agli attivisti viene fatto ascoltare con gli altoparlanti l’inno israeliano Hatikva. (“Avvenire” – Luca Foschi)

Ricordo, per l’ennesima volta, cosa diceva mia sorella sullo spinoso tema dei rapporti fra Israele e Palestina, sintetizzando spietatamente, al ritorno da un viaggio in Terra Santa, i rapporti fra le due popolazioni: “Gli Israeliani sono dei delinquenti, trattano i palestinesi da cani; i palestinesi non capiscono niente”. Gli uni accaparrano territori, opprimono i conterranei, hanno l’appoggio del mondo occidentale e in particolare degli Usa; gli altri non riescono ad avere un minimo di classe dirigente e di strategia politica, si affidano finanche ai terroristi, reagiscono alla violenza con la violenza, all’odio con l’odio e così si vocano alla distruzione”.

Il ricorso al terrorismo non si può giustificare, ma capire. Persino Andreotti nel suo cinismo politico internazionale ammetteva che anche noi benpensanti forse al posto dei palestinesi faremmo un pensierino al terrorismo per difenderci.

La prospettiva dei “due popoli – due stati” appare ragionevolmente la più equa, ma purtroppo risulta di problematica per non dire impossibile attuazione.

Come in un ormai logoro ritornello, dovrebbe essere l’Europa in combutta con l’Onu, ad avviare a soluzione questo rompicapo geopolitico. Una netta presa di distanza dal governo israeliano con sanzioni e rottura di rapporti commerciali, assieme ad iniziative diplomatiche serie e coraggiose dovrebbero costituire il contributo europeo alla soluzione di quello che è sempre stato il nocciolo della questione mediorientale.

Per fortuna il nostro Paese, almeno nel periodo della cosiddetta prima repubblica, aveva tenuto un atteggiamento della mano tesa verso i palestinesi a livello diplomatico e nel campo degli aiuti economico-finanziari. Ora non ci si capisce più niente… Forse occorrevano gli episodi di cui sopra, vale a dire tiramenti di corda al limite dello strappo, per suscitare indignazione etica e reazioni politiche. Dispiace che sia il nostro penoso orgoglio nazionale a reagire al vergognoso nazionalismo israeliano. Quello che non hanno potuto le migliaia di bambini di Gaza e del Libano lo possono i rigurgiti del sussiego italiano.

Per la verità, se le acque si muovono, è tutto merito degli attivisti della Flottiglia e della loro protesta fattiva e dinamica, in quanto almeno scoprono l’altarone: quando si afferma che le iniziative pacifiche e di concreta solidarietà sono inutili, si cade in una colpevole rassegnazione di fronte alla violenza del governo israeliano, di chi lo vota e lo sostiene in patria e di chi lo subisce a livello internazionale.

Certo che le pur sacrosante, doverose ma statiche proteste di base, colte o piazzaiole che siano, rischiano di lasciare il tempo che trovano in quanto non trovano interlocutori autorevoli di marca israeliana e/o palestinese e di scantonare talvolta nella violenza che aggiunge benzina al fuoco. Sono infatti rare le voci israeliane sincere nell’analisi e disponibili al dialogo; per quanto riguarda i palestinesi non esistono precisi e credibili riferimenti politici. Il tanto auspicato dopo-Arafat si è rivelato un disastro.

Mentre il governo israeliano appare fortissimo al punto da dettare l’agenda bellica agli Usa, in realtà soffre il ricatto dei coloni e dell’intransigente cupola della gerarchia religiosa in una società frammentata e complessa, che prima o poi potrebbe esplodere nelle sue contraddizioni.

I cristiani, presi in mezzo, testimoniano con la vita il loro coinvolgimento umano e religioso nelle atroci vicende di quelle terre. Mentre loro vengono toccati nel vivo della loro carne religiosa e umana, gli ebrei praticanti stanno a guardare (impossibile leggere nelle loro coscienze, ma li vedo taciturni e consenzienti), appoggiano vergognosamente Netanyahu o al massimo gridano al lupo dell’antisemitismo (che trova proprio in Netanyahu i suoi fenomenali assist).

Cosa farebbe oggi Giorgio La Pira? Adotterebbe il suo metodo: unità, dialogo, diritto. In un mondo disgregato all’inverosimile, dove ogni persona e ogni Stato punta al proprio interesse, dove la forza è il parametro della coesistenza, dove l’arbitrio sostituisce le regole condivise, avrebbe sicuramente il coraggio di buttare la verità “in faccia alle facce” sporche di Trump, Netanyahu, Putin e c. , avrebbe la pazienza di convocare a Firenze tutti gli uomini di governo e di cultura dotati di buona volontà per discutere dell’assetto mediorientale, avrebbe il coraggio di lanciare il suo sogno concreto di giustizia andando incontro ai bisogni dei palestinesi. Esattamente il contrario rispetto all’inerzia dei governanti italiani ed europei capaci soltanto di risentirsi a parole e di balbettare qualche misera stucchevole e politicante giaculatoria.

Ho richiamato La Pira perché è stato un personaggio storico capace di coniugare al meglio politica e religione, etica e governo, persone e istituzioni, pace e difesa dei deboli. E perché, in questo momento, solo la Chiesa cattolica è capace di andare controcorrente facendo azione di pace e, in mancanza della politica, di fare supplenza a livello diplomatico.

 

 

I frutti marci di un memorandum fitopatico

Il trafficante libico davanti alla Corte dell’Aja: sul banco degli imputati c’è anche l’Europa. Si chiama Khaled Mohamed Ali El Hishri, ma a Tripoli per tutti è “Al Buti”. Come il generale Almasri, ha spadroneggiato nelle carceri nordafricane, tra accuse di torture ai migranti e silenzi dei nostri governi. Il procedimento a suo carico è importante. Per le vittime, per il diritto internazionale e per il giornalismo.

Il punto non è solo Libia. È l’Europa, l’Italia, il Mediterraneo trasformato da “Mare Nostrum” in “mare di nessuno”, dove i diritti valgono finché non sono di intralcio. Sul banco degli imputati c’è la cooperazione con apparati libici presentati come argine ai trafficanti. Nell’aula del tribunale insieme a vittime e presunto colpevole ci sono domande a cui prima o poi bisognerà rispondere e che nessun governo ama ascoltare. Che cosa sapevamo? Che cosa abbiamo finanziato? A chi abbiamo affidato vite umane pur di non vederle arrivare sulle nostre coste? A quale prezzo? (“Avvenire” – Nello Scavo)

Questo evento giudiziario, che rischia di passare sotto silenzio per amore di patria, di Europa, di politica italiana di destra, ma purtroppo anche di sinistra, richiama un episodio di alcuni anni fa che la dice lunga sul coraggio e sulla coerenza di papa Francesco e sugli scheletri negli armadi dell’anti-politica migratoria dei governi e in particolare del Governo Gentiloni e del suo ministro degli Interni Marco Minniti, promotore del Memorandum Italia-Libia del 2 febbraio 2017. Una gran brutta macchia che è qui tuttora… e che nessuno ha l’ardire almeno di ammettere e magari di mandare via dopo averla maledetta (Macbeth di Giuseppe Verdi).

Il 27 febbraio 2022 il papa avrebbe dovuto partecipare all’”Incontro dei vescovi e dei sindaci del Mediterraneo” a Firenze, ma declinò a causa della presenza dell’ex ministro dem Marco Minniti.  . È quanto rivela il sito “vaticanista” Silere Non Possum sulla riunione a porte chiuse tra Bergoglio e i vescovi italiani, il 23 maggio nell’aula Paolo VI per l’apertura della 76° Assemblea Plenaria della Cei. Rispondendo a una domanda del vescovo di Pinerolo Derio Olivero, il papa avrebbe motivato la sua assenza al convegno fiorentino affermando di non essere partito su consiglio medico, per non forzare il suo ginocchio dolorante. Aggiungendo, però, che gli fu riferito che all’incontro sarebbero state presenti persone implicate nell’industria delle armi, tra cui Minniti, e che dunque “era meglio che il papa non partecipasse”. Il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, avrebbe però sostenuto che il papa fosse stato “informato male”, poiché “c’erano due convegni: quello dei vescovi e quello dei sindaci”, a cui i vescovi si sarebbero uniti “solo successivamente”. Secca la replica del papa: “No, tu puoi continuare a dire quello che vuoi, a me hanno detto che c’erano questi signori e ho visto i video di questi invitati, c’era anche Minniti. Poi mi hanno fatto vedere quando erano al ministero quali leggi hanno fatto, sono dei criminali di guerra. Ho visto anche i campi di concentramento in Libia dove tenevano questa gente che loro hanno respinto!”. (“Il Fatto Quotidiano” – Stefano Baudino – 02 giugno 2022)

 

Non voglio criminalizzare Marco Minniti, ma evidenziare come abbia sbagliato completamente la mira, scegliendo una strategia di collaborazione con la Libia diventata sbrigativa porta di uscita per aspiranti migranti, ma anche e soprattutto subdola porta d’entrata per crimini contro l’umanità. Ammetto, per onestà intellettuale, di avere prestato a suo tempo qualche pragmatica e illusoria attenzione a questa linea che poteva allora sembrare obbligata. È sempre molto pericoloso rinunciare all’idealismo dei principi per la concretezza dei problemi… La tragedia che ne è scaturita si è incaricata di confutare questa scelta a dir poco azzardata. E nessuno ammette questi storici errori e ha il buongusto di rimettere in discussione opzioni comunque errate. Siamo paradossalmente diventati al riguardo paradigmatici in ambito europeo: facciamo scuola, la scuola degli asini!

 

Il 21 febbraio 2022 sul sito di Redattore sociale è apparso un articolo nel quale si definiva “inopportuna e imbarazzante la presenza di Marco Minniti come membro del Comitato scientifico, nonché relatore, del convegno Incontro dei Vescovi e Sindaci del Mediterraneo”. Si trattava di una lettera aperta di protesta, firmata tra gli altri da Mediterranea Firenze, Comunità della Piagge, Associazione Progetto Accoglienza. Nel testo si legge: “Il motivo per cui la presenza di Minniti è giudicata inopportuna è il fatto che l’ex ministro dell’Interno del Governo Gentiloni è stato il promotore del Memorandum Italia-Libia del 2 febbraio 2017. Un Memorandum la cui applicazione da quel giorno ha consegnato ai lager libici circa 82.000 persone – tra uomini, donne e bambini – destinandoli alla detenzione arbitraria, alla tortura, a trattamenti crudeli, inumani e degradanti, agli stupri e alle violenze sessuali, ai lavori forzati e alle uccisioni. Ciò è potuto accadere semplicemente grazie alla sua firma sugli accordi di cooperazione finalizzati all’intercettamento dei migranti e dei rifugiati durante la traversata del Mar Mediterraneo”. Per i firmatari non era opportuna la presenza dell’ex ministro anche perché oggi è “il presidente della Fondazione ‘Med-Or’ – voluta e istituita da Leonardo spa, azienda leader nel campo degli armamenti”.

 

C’è un filo rosso-nero che lega il sacco della nostra politica migratoria che va appunto dal Memorandum Italia-Libia del 2017 alla vicenda Almasri e in base al quale si spiegano tante brutte cose, che coinvolgono i governi che si sono succeduti, la sinistra e la destra sostanzialmente uniformi, che (s)coprono vergognose responsabilità. Papa Francesco non era stato male informato, ma aveva capito bene la nostra politica a cui sembrava giustamente addirittura allergico.

Chissà che il processo ad Al Buti davanti alla Corte dell’Aia non costringa tanti soggetti a fare mea culpa e ad affrontare seriamente la politica migratoria. I cattolici in cerca di spazio politico alternativo a sinistra comincino il loro percorso partendo proprio dallo sgombrare il campo dagli storici abbagli e dalle oscene titubanze in materia migratoria e dai posizionamenti omertosi in politica estera alla ricerca della finta pace armata.

 

Modena città aperta

La deriva individualistica della nostra epoca ha prodotto una visione della sicurezza come protezione del singolo contro il mondo esterno: una visione parziale, oltre che controproducente.  L’individuo sicuro non è quello meglio sorvegliato ma quello che abita una comunità che esiste, che si riconosce, che si aiuta, che sostiene il lavoro pubblico delle istituzioni e che poi si ritrova in piazza, in quel luogo comunitario e politico per eccellenza, per affermare con la propria presenza fisica che chi vuole minare la vita pubblica e libera dei cittadini troverà davanti a sé non individui isolati, ma una comunità coesa. La piazza di Modena non è soltanto una risposta a ciò che è accaduto ma è un rito, un atto generativo: il momento in cui una comunità si auto-produce e si rende visibile a se stessa. Un’urgenza civile che va alla ricerca della consapevolezza di non essere soli. (“Avvenire” – Paolo Venturi)

Durante la campagna elettorale regionale del 2020 Matteo Salvini aveva lanciato un’opa leghista sull’Emilia Romagna. Ricordo una sua puntata in un mercatino bolognese dove venne apostrofato da alcune donne, che gli urlarono di andarsene a casa, perché nella società emiliana non c’era posto per la sua demagogica politica. I risultati elettorali confermarono quella spontanea sensazione e Salvini se ne tornò effettivamente a casa con le pive nel sacco.

Ha provato a rifarsi vivo (a parole) a Modena all’indomani del grave episodio del violento attentato ad opera di un cittadino di origini extracomunitarie, ma dotato di cittadinanza italiana. È partito un penoso tentativo di strumentalizzazione in chiave remigrazione: rivedere la concessione della cittadinanza e prevederne la revoca in difesa dell’ordine e della sicurezza. Un intervento talmente sbracato e sconclusionato da mettere in difficoltà i moderati del centro-destra (poliziotti buoni) e da fornire un assist alle mire elettorali di Vannacci e c. (poliziotti cattivi). Non mi interessano questi squallidi ed opportunistici balletti: la destra è quella che è e non sarà il moderatume del coccodrillone Maurizio Lupi né il tatticismo dell’affaristica e civettuola Marina Berlusconi a cambiarne l’ispirazione e la politica.

Che mi ha impressionato e consolato è stata la risposta di Modena che non si è fatta aspettare, evidenziando un atteggiamento culturale di alto livello ed una visione sociale molto aperta e costruttiva.

Non cedere all’odio e alla paura. Questa la risposta di Modena al terribile attacco di sabato, in una manifestazione convocata dal sindaco Massimo Mezzetti che ha portato in piazza all’indomani migliaia di persone. Restare una città unita, coesa e solidale: questo è il modo migliore di reagire alla lacerazione inferta al tessuto sociale dalla violenza dell’attentatore, Salim El Koudri, cittadino italiano di origini marocchine. La solidarietà con le vittime, l’orrore per la dinamica dell’assalto, la grande emozione suscitata da un evento eccezionale per il nostro Paese, si prestano a strumentalizzazioni tanto facili quanto pericolose. Uscite pubbliche e titoli di prima pagina coinvolgono in blocco le nuove generazioni di origine immigrata in un discorso d’allarme che le addita come pericolo per la sicurezza. Con l’aggiunta di pseudo-soluzioni insensate, come l’incremento delle espulsioni o le restrizioni negli ingressi: una cannonata fuori bersaglio, essendo il responsabile cittadino italiano a tutti gli effetti. Un prodotto purtroppo della nostra società, non di qualche invasione straniera. Tutto questo come se l’uccisione a Taranto di Bakari Sako da parte di un branco di giovani italiani pochi giorni prima non fosse lì a ricordarci i rischi del gettare benzina su presunti scontri di civiltà. (“Avvenire” – Maurizio Ambrosini)

Che suscita ammirazione è la forte saldatura fra la società civile e le pubbliche istituzioni, il sano realismo solidale nei riguardi del fenomeno migratorio, una seria capacità di autocritica a livello delle problematiche sociali, una notevole maturità di fronte ai drammi della nostra società: nessuna stonatura in chiave polemica, nessuna qualunquistica reazione, nessuna istintiva discriminazione.

Aggiungo un mio personale apprezzamento per la città di Modena ed i suoi abitanti, derivante dall’esperienza relazionale (anche per motivi professionali oltre che politici) con la società modenese. Ho da tanto tempo espresso questo giudizio: i modenesi sono i primi della classe che oltre tutto sono simpatici perché fanno copiare.

Allargando il discorso a livello regionale, un tempo si diceva in modo politicamente colorito: “L’Emilia rossa non si tocca”. Oggi si può affermare in modo convinto e convincente: “L’Emilia aperta non si chiude.

 

Visionari cattolici in cerca di visione politica

Nessuno scisma, nessuna “nuova Dc”. Non al momento, comunque. Ma il campo largo è avvisato: il popolarismo non è una tradizione da rispolverare all’occorrenza a favore dell’elettorato moderato. È un’eredità viva, che vanta numeri e peso specifico, a partire dai territori, e reclama spazio nel programma del centrosinistra. Sbaglia, dunque, chi legge nell’evento organizzato ieri all’auditorium Antonianum di Roma, Costruire comunità, il seme di un nuovo partito pronto a raccogliere l’insofferenza dei riformisti del Pd. Scenario che può sempre verificarsi, sia chiaro, specie se a lungo termine l’istanza avanzata non troverà riscontri. Ma il punto è un altro. Si tratta di alzare la testa, proporre una visione, tracciare un confine entro il quale il contributo dell’associazionismo, del civismo e delle reti territoriali trovi la sua dimensione politica, nazionale ed europea. La presenza di Romano Prodi, seppur in video collegamento, pesa come un macigno. Specie perché contemporanea a quella di Walter Veltroni a Torino, per l’evento dell’altra anima moderata del Pd, Energia popolare, guidata da Stefano Bonaccini. Il segnale è chiaro: il pedigree di coalizione di Governo passa dal centro, il centro popolare. L’assioma di partenza è semplice: c’è una realtà feconda di cittadini impegnati e comunità territoriali che cerca riscontro nella classe dirigente all’opposizione, chiamata ad ascoltarla e a rappresentarla. Non per blandirla, piuttosto il contrario. Perché, per dirla col dem Graziano Delrio, tra i promotori dell’incontro, «i partiti sono importantissimi ma hanno bisogno della società perché è quella che consente la reazione». Il referendum sulla giustizia lo dimostra. Ma da dove partire? L’esperienza dei territori, la dimensione civica, la sussidiarietà e la cura della persona sono un buon inizio. (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

Molto interessante anche se ancora piuttosto vaga l’iniziativa dei cattolici-popolari in cerca di rilancio a sinistra. Lascio volutamente perdere il termine obsoleto ed equivoco di “centro” per concentrare la mia attenzione sulle prospettive di un rinnovato impegno politico proveniente dalla storia, dalla cultura e dalla socialità dei cattolici progressisti.

Appartengo a questo filone socio-culturale, non ho alcuna nostalgia democristiana, non mi considero né centrista né moderato, non ho sposato alcun partito, mi sento una persona politica perduta senza collare, addirittura senza casa.

Intravedo il percorso abbozzato dai cattolici di cui sopra, prendo atto che non desiderino ripetere la Democrazia Cristiana e nemmeno provocare uno scisma all’interno del partito democratico. E allora? Se ho ben capito, partendo dal basso delle esperienze di base si vuole puntare all’alto dei valori cattolici tramite un impegno politico ancora tutto da precisare.

Senonché le elezioni politiche sono dietro l’angolo e chi ha tempo non aspetti tempo. Si fissi una sorta di carta dei principi per aprire su di essa il confronto, coniugando tali principi con gli auspicabili contenuti dell’azione politica. Cosa ne sortirà? Non lo so, so soltanto che lo sbocco politico ha bisogno di una storia e i cattolici popolari ce l’hanno (si pensi all’apporto nell’elaborazione della Carta Costituzionale). Probabilmente hanno anche la possibilità di esprimere una classe dirigente degna di questo nome (non c’è solo Prodi), dopodiché si può scegliere dove abitare e come accogliere i cittadini che possono stare al gioco (protagonisti e sostenitori ad un tempo).

Ho visto tante iniziative prepolitiche naufragare nel mare tempestoso della politica, a volte addirittura prima di prendere il largo. Sarebbe un disastro irreversibile se dovesse succedere. Mi riservo di valutare criticamente i passi ulteriori e aspetto con una certa ansia di riuscire ad entusiasmarmi. Mi sento e sono troppo di sinistra per temere gli schematismi della sinistra; mi sento e sono cattolico e non ho paura di sporcarmi le mani in politica; non sono moderato e ritengo che ci sia bisogno di genio e sregolatezza; non sono di centro perché sento l’impellente bisogno di schierarmi dalla parte della “povera gente”; non sono ingenuo perché ho fatto molte esperienze e non mi lascio facilmente incantare; sono un idealista e, come tale, ho tanti sogni nel cassetto. Chissà che non arrivi qualcuno che mi aiuti a fare sintesi di queste caratteristiche: lo aspetto con ansia, senza presunzione alcuna e mettendo da parte lo scetticismo che mi tenta.

Nucleare pulito e politica sporca

La direzione è tracciata. Confermata dal vertice di maggioranza del 6 maggio scorso, ribadita da Giorgia Meloni nel premier time in Senato di mercoledì e celebrata ieri dal ministro della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Entro l’estate, con la legge delega promessa dalla premier, il quadro giuridico per il ritorno al nucleare in Italia sarà pronto e farà da base al piano energetico nazionale allo studio dell’esecutivo. Secondo Pichetto la produzione inizierà già a «metà del prossimo decennio». Ma la scelta è destinata a suscitare polemiche, specie in un Paese che ha già bocciato il ricorso ai reattori per uso civile in due tornate referendarie: nel 1987, poco dopo il disastro di Cernobyl, e nel 2011, a pochi mesi dallo tsunami che innescò l’incidente di Fukushima. Tuttavia l’accelerazione della maggioranza ha già molti endorser. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha lanciato un appello «a tutti i partiti» perché sostengano la strategia, mentre il numero uno di Enel, Paolo Scaroni, ha auspicato investimenti «massicci». Ovviamente non mancano i contrari, tra i quali si distingue Avs, contraria in linea generale, ma ancor di più dopo la bocciatura di ieri del suo emendamento in commissione Ambiente della Camera, che chiedeva di limitare l’uso del nucleare ai soli scopi civili nella ricerca e nella produzione di energia. (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

Scusi, lei è favorevole o contrario? Per favore, ragioniamo! Sul tema del nucleare abbiamo dei precedenti pronunciamenti referendari negativi. Se non erro la motivazione fondamentale dell’atteggiamento popolare negativo era, e forse è ancora, la dubbia sicurezza degli impianti e la prospettiva di catastrofiche conseguenze in caso di incidenti. A queste preoccupazioni rispondono la tecnologia sempre più avanzata e il tasso di pericolosità molto inferiore rispetto ad altre opzioni energetiche. Ne prendo atto anche se non lo ritengo un ragionamento molto convincente: una drammatica analisi costi-benefici troppo estrema e troppo pragmatica. La paura, nonostante tutto, continua a fare novanta.

Rimane da valutare un’argomentazione (quasi) politica, che mi portò all’astensione, se ben ricordo, in occasione dei precedenti referendum sull’adozione del nucleare: la mancanza di una linea comune a livello europeo e il conseguente ridimensionamento di tutte le ragioni del sì e del no. I calcoli economici non sono inconfutabili ed univoci se alcuni Paesi adottano il nucleare e altri no.  La sicurezza diventa una chimera se consideriamo di avere alle porte l’aria di chi ha le centrali nucleari (la Francia ad esempio).

La questione rischia di diventare pirandelliana e di trasformarsi in demagogico scontro fra benpensanti del sì ed estremisti del no. Vorrei capirci molto di più. Non mi sento infatti di aderire acriticamente al pragmatismo economicistico che tutto giustifica e tutto rende compatibile. Non voglio nemmeno però ripetere gli errori storici dell’anti-progresso tecnologico nella radicale illusione delle vittorie di Pirro.

L’Europa, come al solito, non esiste: ognuno fa le sue scelte più o meno al buio e noi, come sostiene acutamente e simpaticamente Massimo Cacciari, continuiamo ad acquistare automobili sempre più sofisticate e costose senza possedere la patente di guida.

La scienza non è dirimente in quanto non è neutra e può essere tirata da una parte o dall’altra a seconda delle volontà politiche che la interpellano. Manca peraltro un quadro strategico definitivo in materia di approvvigionamento energetico entro cui collocare le scelte di breve, medio e lungo periodo. Non vorrei che l’input fondamentale fosse quello di renderci autonomi rispetto ai Paesi ricchi di petrolio e portatori di inevitabili ricatti verso il resto del mondo. Il discorso è globale e non può essere ridotto ad una prova di forza internazionale: tutto sommato è un’altra faccia della guerra.

Ci sarà tempo e modo di riflettere e ragionare seriamente: almeno speriamo. Diventerà la via d’uscita dialettica del governo Meloni in vista delle prossime elezioni politiche? Una colossale e sporca distrazione di massa entro cui confondere i giudizi e le scelte dei votanti magari inchiodandoli ulteriormente all’astensione con tanto di propedeutica diatriba sul nucleare pulito?