La bisteccheria parlamentare

La Giunta delle autorizzazioni a procedere della Camera nega ai magistrati l’accesso alle chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e Andrea Caroccia, il ristoratore condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver agevolato il clan camorristico dei Senese. E subito si infiamma la giornata di Camera e Senato, scatenando la bagarre in Aula a Palazzo Madama.

Con i cinque stelle che occupano i banchi del governo e le proteste del resto delle opposizioni. Il prossimo appuntamento della vicenda ‘Bisteccheria d’Italia’ è fissato il 30 luglio, quando la richiesta dovrà essere votata dall’Aula di Montecitorio. E già centrodestra e centrosinistra promettono scintille. Il parere della Giunta sulla richiesta della Procura di Roma per il sequestro era atteso da settimane.

Quando in mattinata arriva la notizia del voto contrario deciso dalla maggioranza, le opposizioni muovono compatte per contestare la decisione. Protagonista delle proteste è il Movimento 5 Stelle che porta lo scontro direttamente dentro l’Aula del Senato, occupando i banchi del governo e tenendo in mano dei cartelli con sopra scritto ‘fuori le chat’. Diverse le scaramucce soprattutto tra i 5 stelle e i senatori di Fdi. (ansa.it)

Pietro Senaldi, condirettore del quotidiano “Libero”, partecipando alla trasmissione “In onda” su La7, non è andato per il sottile ed ha giustificato la negazione ai magistrati, da parte della Camera, all’accesso alle chat di cui sopra, richiamando al riguardo il dettato costituzionale e ridicolizzando le proteste del M5S, che da una parte vorrebbe intestare le liste elettorali della sinistra alla difesa della Costituzione e dall’altra parte non accetterebbe il garantismo della Costituzione stessa ripiegando su un giustizialismo sbrigativo e superficiale. A dir poco curiosa appare la provocatoria tesi di questo giornalista.

Secondo l’art. 68 della Costituzione, per sottoporre un parlamentare a limitazioni della libertà personale (arresto, perquisizione personale/domiciliare, intercettazioni) è richiesta l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Ciò per tutelare i membri del Parlamento da azioni giudiziarie pretestuose e per evitare indebite ingerenze nel funzionamento di organi costituzionali.

Nel caso in questione non si vedono e non si intravedono azioni pretestuose e ingerenze della magistratura, ma soltanto la volontà di indagare sui rapporti tra mafia ed affari in cui è finito più o meno consapevolmente Andrea Delmastro. La Costituzione offre al Parlamento un opportuno strumento di difesa che però andrebbe usato con discernimento, con rispetto per la verità e per la trasparenza nei comportamenti dei componenti delle Camere.

Non nascondiamoci quindi dietro il dito della Costituzione per giustificare atteggiamenti di oltranzistica e faziosa difesa della politica. Troppo equivoca la posizione di Delmastro per essere pregiudizialmente blindata. Da decenni è in atto lo scontro tra la politica riconducibile al cosiddetto centro-destra di origine berlusconiana e la magistratura; nemmeno il recente referendum è riuscito a riportare la quiete dopo la tempesta. A tangentopoli, che segnò la fine della prima repubblica, quella cattiva fondata sugli affari che aveva scacciato quella buona fondata sulla Costituzione, è succeduto il deserto dei tartari vale a dire la sistematica guerra difensiva di una certa politica contro il nemico immaginario togato.

Il governo aveva reagito alla recente bruciante sconfitta nella battaglia referendaria facendo dimettere Daniela Santanché e Adrea Delmastro: ora il secondo rispunta dalla finestra più bello e più difeso che pria. Una indegna pantomima con la quale la Costituzione c’entra come i cavoli a merenda. La guerra continua…

Luca Telese, conduttore della trasmissione “In onda”, ha definito ironicamente come geniale la tesi di Pietro Senaldi. All’avvocato difensore è lecito accampare tutte le scusanti, l’ambasciatore non porta pena: con la non trascurabile precisazione che il condirettore di un organo di informazione indipendente non dovrebbe essere avvocato di un partito politico né tanto meno ambasciatore di un governo. Senonché i pulpiti e le prediche si sovrappongono e si intersecano: la politica si snatura mediatizzandosi sempre più e i media si sputtanano in modo sempre più scandaloso.

 

 

Male non fare alla democrazia, paura non avere della piazza

«Ieri Bologna ha visto due piazze – scrive il primo cittadino in una lettera aperta alla città -. Piazza Nettuno rappresenta Bologna. C’erano migliaia di persone che si sono incontrate pacificamente e spontaneamente, per esprimere la loro vicinanza alla famiglia di Abderrahim Fakir. Piazza Roosevelt e gli scontri, invece, non rappresentano Bologna. Chi pensa di rispondere alla violenza con la violenza si chiama fuori dallo stato di diritto. E dunque si chiama fuori dalla nostra comunità democratica». Contro il primo cittadino si erano scagliati nelle scorse ore numerosi esponenti del centrodestra, in particolare di Fratelli d’Italia. Dal ministro per il Pnrr e gli Affari europei, Tommaso Foti, che ha esortato Lepore ad «assumersi le proprie responsabilità per convocato una manifestazione che, come prevedibile, è degenerata». Al capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, che ha bollato il sindaco come «irresponsabile». La Lega, invece, in una nota lo ha invitato a dimettersi «subito». E il vicepremier Antonio Tajani, assicurando che la «magistratura farà luce» sulla morte di Fakir, ha parlato di «una certa sinistra che alimenta l’odio», definendo da «irresponsabili chiamare i cittadini in piazza per esprimere sdegno, sapendo che degenererà in violenza». Così come è «da irresponsabili mettere a ferro e fuoco una città come Bologna». Senza giri di parole anche il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, secondo cui «gli scontri hanno dimostrato che la vera violenza è a sinistra», ha detto pubblicando il confronto fra un’immagine del video diventato virale in queste ore che lo ritrae come un condottiero romano, che definisce «satira irreale e fatta dall’AI» e una foto degli scontri. (“Avvenire” – Giuseppe Muolo)

Non sopporto questo perbenismo anti-piazza, mi rimane sullo stomaco, anzi sulla coscienza democratica. È ora che la gente scenda in piazza, forse è già tardi e si aprono le piazze della protesta quando i buoi di regime sono sempre più incardinati nelle stalle del potere. È più rischioso lasciare la democrazia nelle mani di chi la vuole addomesticare o addirittura annichilire oppure promuovere la protesta contro i governanti anti-costituzionali, che può anche in minima parte degenerare in episodi di violenza?

La piazza non deve fare paura a chi intende ripristinare quel po’ di democrazia che rimane dopo i coordinati e continuativi attacchi provenienti direttamente dagli attuali “sporcaccioni” governanti e indirettamente dall’attuale debole per non dire omertosa opposizione, che lascia distruggere le istituzioni pensando di recuperarle a babbo morto.

La sinistra non si faccia intimidire né dal giaguaro della destra al potere né dagli amici del giaguaro che ingenuamente o irrazionalmente si lasciano trascinare nel vortice della violenza.

Da una parte abbiamo il vannacccismo che scopre gli altaroni del melonismo, dall’altra abbiamo la piazza che scopre i gioconi della destra e i giochini della sinistra. Sto decisamente e convintamente dalla parte della piazza buona (nonostante i violenti che possono disturbarla), che rappresenta finalmente il maggioritario sussulto democratico popolare e che scaccia la minoranza silenziosa prona al potere dominante a livello nazionale, europeo ed internazionale.

Detta in modo brutale: dovrei imbalsamare la piazza perché i cretini si lasciano andare a comportamenti inaccettabilmente violenti, non capendo di fare il gioco di chi vuole trasformare la polizia, eventualmente vittimizzata, in strumento di repressione in favore della falsa sicurezza? Oltre tutto mi chiedo: come mai la polizia non basta a chi vuol farsi giustizia da sé?

Lasciamo che chi è insoddisfatto dell’attuale andazzo anti-democratico abbia il coraggio di trasformare il mugugno dell’astensionismo in aperta protesta di piazza. La sinistra non si illuda di sbrigare la propria pratica di opposizione brandendo in Parlamento qualche patetico e folcloristico cartello e/o ripiegando maldestramente sulle beghe dei benpensanti.

Walter Veltroni ad esempio sostiene che la sicurezza sia un enorme tema di giustizia sociale. Egli critica la sinistra per aver ignorato o sottovalutato a lungo questo argomento, lasciandolo strumentalizzare dalla destra e sottolineando come l’insicurezza colpisca maggiormente le fasce più deboli come anziani, donne e abitanti delle periferie. Non vorrei che il “maanchismo” veltroniano finisse col frenare le battaglie emergenziali in difesa della Costituzione sotto attacco. Cosa facciamo? Discutiamo del “sesso degli angeli della politica di sinistra”, perdendo tempo prezioso, mentre la destra butta all’aria il sistema?

Non si tratta di fare della demagogia, ma di difendere la democrazia. E allora bene ha fatto il sindaco di Bologna ad appoggiare la manifestazione popolare che chiedeva chiarezza sugli incresciosi fatti accaduti. Attenzione perché la misura si sta colmando e, se la sinistra non riuscisse minimamente a capire e ad interpretare la sacrosanta protesta, allora si potrebbe creare un clima di conflittualità civile senza sbocco politico, funzionale agli obiettivi strategici della destra e alle procedure tattiche dei tanti Vannacci che stanno venendo allo scoperto a livello di vertice e di base.

 

 

Eccesso vendicativo in illusoria difesa

Un uomo di 43 anni, Abderrahim Fakir, di origine marocchina, in Italia da quando aveva 7 anni, regolare, sposato e titolare di una impresa di facchinaggio impegnata nella logistica, è morto ieri a Bologna in via Svevo, nel cuore del Pilastro, quartiere popolare e multietnico, durante un intervento della polizia. «Aiuto, basta, basta» sono state le sue ultime parole mentre due agenti lo bloccavano a faccia in giù, come si vede nelle immagini di un video in cui gli agenti cercano di portargli le mani dietro la schiena nel tentativo di ammanettarlo. Un terzo uomo, probabilmente un residente, aiuta gli agenti tenendogli le caviglie. Attorno a loro anche due soccorritori, che però non intervengono. Dopo qualche minuto l’uomo smette di dimenarsi e sembra perdere i sensi, mentre i poliziotti gli bloccano anche le caviglie. Uno dei due prova a sincerarsi delle sue condizioni, ma senza risposta. (“Avvenire”)

Faccio fatica a non collegare gli eventi, vale a dire la spropositata – in via di giustificazione se non addirittura di legittimazione – difesa individuale dell’orefice derubato e minacciato con la difesa collettiva, a prima vista esagerata e disumana, operata dalla polizia in quel di Bologna.

Il filo che li lega è rappresentato dal prevalere del desiderio di rivalsa e di vendetta su quello di difesa: tira questa aria a livello culturale, sociale e politico: un fatto gravissimo!

I recenti provvedimenti sulla tutela e sulla presunta deresponsabilizzazione degli agenti di polizia riguardano principalmente l’entrata in vigore del Decreto Sicurezza (D.L. 24 febbraio 2026, n. 23), convertito nella Legge 54/2026. La norma più discussa è il cosiddetto “scudo penale” per le forze dell’ordine, che modifica la gestione dei procedimenti giudiziari a carico degli operatori di pubblica sicurezza. Il decreto stabilisce una sorta di scudo penale, vale a dire una procedura cautelativa per gli agenti indagati per fatti avvenuti durante l’adempimento del dovere. Quando sussistono elementi che fanno presumere la presenza di una “causa di giustificazione” (come la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi), l’iscrizione nel registro degli indagati può avvenire permettendo valutazioni preliminari più approfondite prima di procedere con l’azione penale ordinaria.

I cittadini e lo Stato non sono in guerra contro chi tenta l’impervia via della migrazione a costo della clandestinità, contro chi delinque (come nel caso dei reiterati furti all’oreficeria Roggero) e, ancor meno, contro chi tiene un comportamento fuori dagli schemi (come nel caso del marocchino a Bologna).   Diamoci una calmata e ragioniamo! Cerchiamo di capire che non si può coniugare la sicurezza con la deterrenza, l’intransigenza e la vendetta.

Del resto, che il tema vero non sia garantire la legittima difesa, ma rendere legittima la vendetta è scritto nero su bianco nella proposta di legge presentata dalla Lega che prevede la non punibilità di “qualsiasi reazione” posta in essere da chi subisce un’aggressione “indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta”: praticamente, la definizione di vendetta. Si tratta di una proposta che mette in discussione princìpi cardine del nostro sistema giuridico, dello Stato di diritto e anche della Costituzione. E che renderebbe le nostre case, i nostri negozi, le nostre strade molto più insicure. (MicroMega – Cinzia Sciuto)

L’aria che tira è questa, un’aria decisamente viziata, che rischia di avvelenare la nostra convivenza civile. Il terreno è talmente scivoloso che preferisco non prestare troppa attenzione alla politica imprigionata nelle polemiche: preoccupata la destra del fiato vannacciano sul collo populista; preoccupata la sinistra di non apparire buonista e impopolare.

Non mi resta che rifugiarmi nell’aria pulita del Vangelo e della Costituzione. La metto su questo piano. E, per dirla con don Andrea Gallo, su quale piano la dovrei mettere?

L’arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, il cardinale Matteo Maria Zuppi, «è vicino nella preghiera a chi soffre per quanto accaduto ieri al Pilastro, dove ha perso la vita una persona ed esprime vicinanza alla famiglia e a tutti coloro che stanno soffrendo e che sono coinvolti nella drammatica vicenda». Zuppi, in una nota, invoca «Dio, perché in questo momento non prevalgano l’odio, la violenza, anche verbale e nei social e la strumentalizzazione per nessuna ragione, ma il rispetto, il dialogo e la giustizia a cui tutti devono affidarsi nel rispetto del diritto e delle Istituzioni». «In questa sofferenza – conclude Zuppi -, la Chiesa ricorda di non stancarsi di costruire percorsi di pace, di riconciliazione e di incontro affinché prevalga la forza dell’amore che ci viene donato da Gesù, seminatore di bene nel cuore di ogni persona». (“Avvenire”)

Ingegneria costituzionale inversa

Il dem Gianni Cuperlo accusa il centrodestra di volere un premierato di fatto. «È falso», replica Casellati, spiegando come il potere di nomina del premier rimarrebbe al capo dello Stato. La riforma «non comporta alcuna deriva autoritaria ma favorisce stabilità e piena rappresentatività delle Camere».

Se lo dice Maria Elisabetta Casellati Lamberti, ministra per le riforme istituzionali e la semplificazione normativa nel Governo Meloni, (non) c’è da stare tranquilli…

Sto seguendo il dibattito extra-parlamentare sulla cosiddetta riforma elettorale: leggo interventi di esperti costituzionalisti e più approfondisco le tematiche relative al sistema elettorale più temo che ci sia sotto qualcosa di eufemisticamente poco chiaro.

Forse stiamo prefigurando ed approntando la goccia che fa traboccare il vaso dell’indifferenza e del menefreghismo imperanti. L’illusoria overdose di decisionismo popolare, somministrata a chi è in crisi di astinenza-astensione, rischia di mandare in tilt gli equilibri costituzionali.

Ci hanno provato con la giustizia ed è andata come sappiamo, vale a dire con un sussulto di fede costituzionale; ci stanno riprovando col sistema elettorale e non sono sicuro che ci sarà un altro sussulto, perché la sordina-amplificazione applicata al voto potrebbe disorientare, stordire e devitalizzare gli elettori.

Con 217 voti favorevoli, 152 contrari e due astensioni, la Camera ha approvato in prima lettura la nuova legge elettorale voluta dalla maggioranza in vista delle politiche del 2027: un sistema proporzionale che assegna un abnorme premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato alla coalizione più votata, purché superi il 42% dei consensi e che, con l’indicazione obbligatoria del nome del candidato alla presidenza del Consiglio, limita fortemente le prerogative del Capo dello Stato. Un “premierato” di fatto, introdotto surrettiziamente visto che – dopo la batosta sul referendum sulla magistratura – la maggioranza ha messo nel cassetto la riforma costituzionale che intendeva scardinare il nostro sistema parlamentare. Il testo della legge passa ora al Senato. (MicroMega)

Sono piuttosto scettico sul ruolo parlamentare giocato su una riforma così strumentalmente equivoca: temo i piatti di lenticchie, temo il rinnovamento dei pasticci già combinati, temo la blandizia perpetrata ai danni dell’elettorato, temo che la Corte Costituzionale non basti a preservare la democrazia, temo che finiscano col prevalere gli interessi di bottega nel supermercato “pirlamentare”.

Un tempo si sarebbe scesi in piazza: ricordiamo le proteste contro la legge truffa ai tempi di De Gasperi, un dolcetto più che accettabile rispetto alla torta attuale.

La legge elettorale viene spacciata come l’intervento chirurgico per salvare la capra della rappresentanza e i cavoli della governabilità. Magari l’operazione andrà bene, ma la democrazia già malata potrebbe…

Fatto il referendum continua l’inganno

La maggior parte degli analisti politici ha dato al risultato del recente referendum popolare sulla riforma della giustizia un significato ben chiaro, preciso ed inequivocabile: gli elettori, uscendo peraltro dal sonno in cui si erano non immotivatamente ficcati, hanno ritenuto di riscontrare nell’attuale andazzo governativo italiano (e purtroppo non solo italiano…) elementi di grave preoccupazione per una sorta di attacco, scoordinato ma insistente, subdolo ma evidente, alla Costituzione ed ai principi in essa contenuti.

L’altolà, proveniente soprattutto dai giovani, non è bastato a fermare l’aggressione, che sta continuando ad imperversare seppure con una diversa tattica: si sta passando cioè dall’idea della riforma globale snaturante delle nostre istituzioni (vedi premierato e autonomia regionale differenziata) alla, mutuando e parafrasando una espressione molto efficace di papa Francesco, guerra anti-costituzionale a pezzi.

Il primo pezzo è la legge elettorale che si sta varando a costo di forzature di metodo a livello parlamentare e di stravolgimenti sostanziali a livello democratico, cucinando un polpettone vomitevole in cui prevale il principio della governabilità rispetto a quello della rappresentatività, della stabilità rispetto alla dinamicità della politica, del populismo pseudo-plebiscitario rispetto al ragionato e dialogico parlamentarismo.

Ma questo è solo il più evidente e macroscopico punto d’attacco, il discorso vale per la politica migratoria sintetizzabile nell’inquietante concetto di remigrazione, un vero e proprio vilipendio della Costituzione oltre che della religione, contro cui si sta levando la voce unanime dell’episcopato cattolico, che si dichiara apertamente contrario a simili prospettive, giudicandole un nonsenso totale e, come ha detto Papa Leone, una non-risposta cristiana.

Che dire del discorso guerra-pace ben lontano dal ripudio costituzionale della guerra con il continuo e peraltro contraddittorio ripiegamento su una realpolitik più da Corte penale internazionale che da libri di testo in materia di dottrine politiche.

E poi ogni occasione è buona per introdurre strumentalmente e subdolamente novità in ordine persino ai diritti costituzionali della persona: si pensi alla vergognosa introduzione di una sorta di “diritto di grazia” in occasione della fine della vicenda giudiziario Roggero. Da una parte l’ennesimo tentativo di mettere sguaiatamente e sbrigativamente in discussione l’operato e le decisioni della magistratura, dall’altra la volontà di devitalizzare il dente costituzionale della presidenza della Repubblica, dall’altra ancora la farneticante trasformazione della legittima difesa in arbitraria vendetta da far west.

Il caso dell’orefice, condannato in via definitiva per l’uccisione di due ladri, offre l’occasione al governo per trasformare un caso umano estremamente delicato in un caso politico brutalmente cavalcato senza scrupoli, mettendo insieme il discorso della sicurezza a cui la pubblica opinione è particolarmente anche se equivocamente sensibile, quello della giustizia troppo indulgente con i criminali e troppo severa con i normali cittadini, quello della magistratura che dovrebbe direttamente o indirettamente rispondere non tanto alle leggi, ma al popolo e a chi lo governa, quello di un Capo dello Stato troppo ingombrante e troppo rigoroso nell’esercizio delle sue prerogative, quello di una società che sarebbe assediata da immigrazione clandestina e delinquenza, fenomeni  strettamente collegabili in una fantomatica morsa in cui fingere l’imprigionamento delle sofferenze dell’intera società.

Persino il diretto interessato si è lasciato paradossalmente e masochisticamente coinvolgere nella politicizzazione del suo caso con parole che hanno scatenato la polemica, pronunciate da Roggero prima di varcare il cancello del carcere, quando a chi gli chiedeva dell’eventuale grazia aveva risposto con tono sprezzante: «Il presidente Mattarella ha graziato uno scafista che ha ammazzato 30 persone, ha graziato la Minetti, penso dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza». Un passaggio da cui l’entourage difensivo ha poi preso le distanze: secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, l’avvocato del gioielliere ha ammesso, dopo un colloquio con l’assistito, che «forse si è rivolto a Mattarella in modo un po’ improprio».

Un po’ improprio? Siamo tutti veramente spinti fuori dal balcone da chi sta buttando il prete costituzionale nella merda della peggiore politica? C’è da augurarsi che la strenua difesa della Costituzione rimanga una priorità ideale, istituzionale e politica del popolo italiano, anche se la battaglia è ormai senza esclusione di colpi e arriva a toccare demagogicamente le corde umane del nostro vivere civile: sarà il triste fondo che sta toccando la politica? Sapremo risalirne? Restiamo attaccati al salvagente costituzionale, non cedendo alla tentazione di imparare a galleggiare spinti in acqua da incredibili maestri di nuoto, interpretando il ritrovato sacrosanto interesse per la politica come continuo, pregiudiziale e irrinunciabile referendum filo-costituzionale. Lì dobbiamo sempre riandare, di lì dobbiamo ricominciare. Alla fine sarà meglio anche per Roggero, che dovrebbe diffidare delle scorciatoie salviniane e delle furbizie meloniane per rientrare umilmente a confronto con la propria coscienza (sembra che sua moglie lo stia aiutando al riguardo).

Forse non basterà votare

«Le elezioni americane sono vulnerabili ai brogli e al rischio che vengano rubate». È il passaggio chiave dell’atteso discorso alla nazione tenuto dal presidente Donald Trump. Parlando davanti alle telecamere, in prima serata, il tycoon ha accennato brevemente all’Iran e all’economia. Wall Street «avanza di record in record» e «l’ultimo dato dell’inflazione è stato il migliore da sei anni», ha notato. Sulla campagna americana in Medio Oriente si è limitato a dire: «Abbiamo vinto in Venezuela. Stiamo vincendo in Iran e presto vedrete i frutti di questo lavoro». Poi ha dedicato tutto il tempo a sua disposizione per parlare di brogli elettorali. «Dobbiamo avere un sistema di voto sicuro e affidabile, quello che abbiamo ora è debole ed è ben lungi dal soddisfare gli standard di sicurezza», ha sottolineato annunciando la sua intenzione di desecretare nuovi documenti in grado di dimostrare le vulnerabilità dell’attuale sistema di voto, anche alle interferenze straniere.  (“Avvenire” – Angela Napoletano)

Il voto non esaurisce la democrazia, ma ne è l’indispensabile presupposto. Ecco perché chi vuole addomesticare o addirittura esorcizzare le elezioni intende minare le basi della democrazia stessa. Donald Trump le vuole svuotare di significato ritenendole il frutto bacato di brogli elettorali; Giorgia Meloni paradossalmente vuole enfatizzarle strozzandole e facendone un pretestuoso antidoto contro la palude del gioco democratico.

Trump ha paura degli elettori in evidente calo e mette le mani avanti delegittimando i risultati che fossero a lui contrari. Il popolo americano farà molta fatica a liberarsene: si profila all’orizzonte una sorta di guerra civile di cui si è già visto l’antipasto. L’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti è stato un tentativo di insurrezione attuato a Washington il 6 gennaio 2021, dopo il discorso di Donald Trump ai suoi sostenitori, con il quale il Presidente uscente ha contestato il risultato delle elezioni presidenziali del 2020 che lo avevano visto sconfitto.

D’altra parte è sempre stato un comportamento da ragazzi lo stizzito “non gioco più e me ne vado col pallone”, allorquando si profila una sconfitta. Oppure c’è un’altra possibilità: quella di cambiare le regole del gioco per stravolgerlo salvando magari la forma per intaccare la sostanza.

Giorgia Meloni nell’immediato dopo-referendum ha colto al volo il rischio della prossima scadenza elettorale e allora si è precipitata a mettere i piedi nel piatto democratico delle urne.

Già da marzo (prima del referendum) avevamo usato l’immagine della “palude” che molto opportunamente è stata evocata l’altra sera da Giorgia Meloni. Perché questo rischio è così concreto? Elementare, Watson: perché esiste (con e senza «regie» particolari: che ovviamente ci sono, ma il risultato può essere ottenuto in modo apparentemente casuale) una speranza che circola da mesi negli angoli meno illuminati dei palazzi romani. Si tratta della speranza di un governo Meloni indebolito e costretto a otto-nove mesi sulla difensiva. A quel punto, come conseguenza, ci sarebbe – ecco a cosa si punta – non una vittoria piena della sinistra nel 2027, quello sarebbe francamente troppo da ottenere, ma un pareggio-pantano. Gli inglesi parlano di «hung parliament», di parlamento sospeso in quanto privo di maggioranza.
Il mantenimento della vecchia legge elettorale è lo strumento «perfetto» per arrivare a quel risultato: a occhio e croce, il centrodestra vincerebbe nei collegi del Nord, ma perderebbe in quelli del Sud. Risultato? Nessuna maggioranza. Il seguito del film-horror lo immaginate già: estenuanti consultazioni al Colle, tentativi a vuoto, e poi l’inevitabile governo semi-tecnico, con il Pd che rientrerebbe dietro il paravento dei «professori». In quel clima, nel 2029, avverrebbe anche la scelta del prossimo Presidente della Repubblica: escludendo, inutile dirlo, qualunque candidato di centrodestra. C’è anche chi si spinge a immaginare un incarico di governo a Paolo Gentiloni nel 2027 come premessa di una sua elezione al Colle nel 2029. Giorgia Meloni è la naturale avversaria di questo scenario. E sarà bene che tutti a destra lo capiscano: solo lei può tentare di impedirlo. (il tempo.it)

Se non è un disegno anticostituzionale questo…spacciato da legittima difesa contro la democrazia, contro i brogli e le manovre oscure anti-Trump e anti-Meloni. Da una parte la gente viene scoraggiata al voto in quanto falsabile, dall’altra viene incoraggiata a votare a scatola chiusa, quella della stabilità e della governabilità.

La democrazia è a rischio. Forse non basterà votare: rimediare alle frittate non è cosa facile e indolore, occorre una resistenza non armata, ma forte e convinta. Bisognerà riempire le piazze e le urne, capovolgendo l’amarezza nenniana e “sperare contro la speranza”: la frase fu ripresa da Giorgio La Pira, che la utilizzò ripetutamente per sottolineare il proprio atteggiamento di fronte a chi dubitava o voleva contrapporgli la crudezza delle circostanze reali. Adottò la frase come motto, simbolo dell’idea audace di chi sa “osare l’inosabile”.

 

La fattoria degli elefanti

Ai partiti di governo e allo stesso ministro della Giustizia non è parso vero di cavalcare la tigre della grazia all’orefice Roggero, condannato in via definitiva a quattordici anni di reclusione per aver ucciso due rapinatori, al punto da indurre il Presidente della Repubblica a porre un pur garbato alt su una questione di sua competenza.

L’intenso battage mediatico e parlamentare che sin dal mattino le forze politiche di centrodestra stanno conducendo in favore di una pronta concessione della grazia al negoziante, condannato in via definitiva a a 14 anni e 9 mesi di carcere, finisce per suscitare di riflesso una certa irritazione sul Colle più alto delle istituzioni repubblicane. Lo si può dedurre, leggendo fra le righe dell’asciutta nota quirinalizia che informa come il presidente Sergio Mattarella abbia «ricevuto» nel pomeriggio il Guardasigilli Carlo Nordio, in un coloquio diretto a «puntualizzare i limiti delle attribuzioni del ministro in tema di concessione della grazia», facoltà che la Costituzione «riserva esclusivamente al Presidente della Repubblica» come «confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006». Una puntualizzazione che lascia intendere come il capo dello Stato non voglia sentirsi “tirato per la giacca” in una vicenda che una parte della politica potrebbe aver deciso di cavalcare a fini di propaganda. (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Questa vicenda giudiziaria è estremamente delicata da tutti i punti di vista e quindi non deve essere strumentalizzata a fini politici per rispetto delle vittime, del condannato, della magistratura, della Costituzione, dell’istituto della Grazia, delle prerogative del Capo dello Stato.

Peraltro la recente grazia concessa con una certa superficialità è la dimostrazione del come gli atti individuali di clemenza debbano essere trattati con grande sensibilità, correttezza e ponderatezza.

Alle obiettive difficoltà politiche la maggioranza di governo tende a rispondere con intollerabili fughe populistiche a senso unico, lisciando il pelo all’opinione pubblica lasciata in balia di questioni sensibilissime affrontate con l’irruenza dell’elefante nel negozio di cristalleria.

Se proprie si vuole fare propaganda elettorale sul tema garantista della sicurezza, lo si faccia a trecentosessanta gradi inserendola nel discorso della difesa dei diritti della persona e togliendola dalle ristrettezze del sano egoismo.

Torture e stupri sui migranti: l’Aja apre il processo sul “Sistema Libia” (e sulle complicità dell’Europa). Il dibattimento fa tremare le autorità libiche e i Paesi europei, a cominciare dall’Italia, che negli anni hanno mantenuto rapporti stabili con Tripoli e sostenuto politicamente, finanziariamente e operativamente il meccanismo di intercettazione, respingimento e detenzione ora al centro del processo. Mitiga è stato uno dei terminali di quella filiera: persone intercettate in mare, riportate in Libia, rinchiuse illegalmente e sottoposte a ricatti, sfruttamento, torture e violenze sessuali. Esiste inoltre la possibilità che accusa e difesa chiedano di chiamare a testimoniare esponenti di governo, diplomatici, funzionari di Stato, responsabili delle forze di sicurezza e rappresentanti delle organizzazioni internazionali che hanno trattato con le autorità libiche. La Procura potrebbe cercare di dimostrare la struttura e la riconoscibilità del sistema. La difesa potrebbe ricostruire i rapporti ufficiali mantenuti con governi e istituzioni straniere, sostenendo che gli apparati oggi accusati erano considerati interlocutori legittimi e affidabili. Per questo sul banco degli imputati non c’è soltanto un carceriere. Il processo interrogherà anche le relazioni costruite dall’Europa con apparati accusati di crimini internazionali mentre collaboravano al contenimento delle partenze. Per le vittime è il primo riconoscimento giudiziario di una verità raccontata per anni. Per la Corte dell’Aja è il primo vero processo sul sistema concentrazionario della Libia post-Gheddafi. (“Avvenire” – Nello Scavo)

Il ministro della Giustizia Nordio, che vuole fare il primo della classe in una materia peraltro non di sua competenza, come quella della concessione della Grazia, dovrebbe avere un certo fastidio alle orecchie per i fischi provenienti dalla nota e vergognosa vicenda Almasri.

Ma mentre l’esasperazione della giustizia “fai da te” dell’orefice Roggero fa audience politica (non se ne può più con i ladri…), i migranti torturati non meritano attenzione (stiano a casa loro…). Anche perché in una certa accattivante narrazione sono proprio i migranti i ladri che rubano e disturbano il nostro benessere e la nostra incolumità. Così si chiude il cerchio della (in)giustizia.

 

 

La chiamata alle armi della giustizia e della pace

L’arcivescovo chiama in causa, a livello nazionale, anche «una politica del rifiuto, del respingimento dell’altro». Cita il viaggio di Leone XIV a Lampedusa, ricorda che in ogni uomo e in ogni donna «è impressa l’immagina vivente di Dio», verità oggi «violentemente messa in discussione». Per questo, sottolinea la responsabilità di annunciare il Vangelo con l’accoglienza e il rifiuto di idee come quella della remigrazione. E lo ripete due volte: «Ogni manifestazione esterna di religiosità, ogni proclamazione dell’identità cristiana o cattolica che si faccia scudo del nome cristiano per giustificare il rifiuto del debole, del povero, del migrante, si trasforma in un insulto alla verità annunciata dal Cristo Signore. Chi non riconosce l’altra o l’altro come sorella, come fratello, indipendentemente da ogni considerazione culturale, religiosa, razziale, geografica è fuori dal Vangelo. Lo dico forte, di nuovo, perché non ci siano equivoci. Chi la pensa così, chi difende il privilegio di alcuni rispetto ad altri, è fuori dal Vangelo. Chi sventola il vessillo della remigrazione ferisce a morte la fraternità evangelica e umana e sfrutta l’insicurezza, la frustrazione, il risentimento della gente per individuare un capro espiatorio su cui scaricare il negativo della vita sociale e politica». L’Italia allora, ripete ancora Lorefice, è chiamata a mettere da parte la paura e a tornare, oltre al Vangelo, alla Costituzione, che ripudia la guerra. Altro male che inquina il mondo.

Ormai, ricorda l’arcivescovo, il ricorso alle armi e al conflitto viene considerato «necessario» e le loro vittime «danni collaterali». La sovversione dell’ordine costituito dopo la Seconda guerra mondiale, «è stata preparata da decenni di squilibri, di ingiustizie, di mancanza di attenzione ai poveri e agli ultimi», afferma. «Ora leader senza pietà e senza pudore, avviluppati nel loro narcisismo delirante, possono gioire della morte di altri, possono giustificare la guerra spacciando la conquista per legittima difesa». Viene chiesto allora di prendere posizione e di non rassegnarsi. Di riconoscere di nuovo e a tutti i livelli che «gli altri non sono il nostro inferno bensì la nostra salvezza» e che «il potere reale non è quello che domina, ma quello che si fa servizio». (Arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice come riportato da “Avvenire” – Irene Funghi)

Questo è un parlare chiaro!  “Ma il vostro parlare sia: “Sì, sì; no, no”; poiché il di più viene dal maligno” (Matteo 5,33-37). Molti cattolici impegnati in politica si dovrebbero vergognare, molti politici che si dichiarano cattolici dovrebbero andarsi a nascondere. Fortunatamente alle infettive complicità e omertà della politica rispondono le coraggiose e disinfettanti testimonianze della Chiesa cattolica.

Non si può confondere la pur necessaria gestione del fenomeno migratorio con la cosiddetta remigrazione; non è ammissibile confondere la pur necessaria diplomazia con il bellicismo subdolo e avvolgente. Non si può considerare mero buonismo il rispetto della persona umana così come non si può etichettare come ingenuo pacifismo il rifiuto categorico della guerra comunque giustificata.

La missione vaticana in Ucraina ha un obiettivo chiaro: salvare vite mentre la politica continua a fallire. Al centro c’è il negoziato per il rilascio dei minori trasferiti in Russia. Ecco come si sviluppano i percorsi di mediazione che poi portano frutto. C’è una diplomazia che si misura con le mappe, i confini, le sfere d’influenza, gli oleodotti, le basi militari. È quella dei rapporti di forza. Poi ce n’è un’altra. Più fragile. Più esposta. Spesso più concreta. Comincia da domande elementari: chi può aprire una strada, un varco, un canale, un corridoio, prima che sia troppo tardi? La diplomazia umanitaria nasce lì. Non quando la guerra è finita, ma quando la guerra pretende di occupare tutto: la politica, la memoria, le famiglie, la lingua, perfino il futuro. Non sostituisce la diplomazia degli Stati. Però impedisce che la pace venga ridotta a una contabilità di territori. Ricorda alle cancellerie, agli eserciti e agli organismi internazionali che una pace costruita dimenticando ad esempio i bambini non è pace, solo una tregua tra adulti. La missione vaticana in Ucraina ha scelto un terreno più circoscritto e verificabile: salvare vite mentre la politica continua a fallire. (“Avvenire” – Nello Scavo)

Troppo alti questi richiami provenienti dalla Chiesa per essere strumentalizzati a livello di battaglia politica. Ce n’è per la farisaica destra del “Dio-Patria-Famiglia” e per la parolaia sinistra dell’armiamoci e partite. Mi permetto soltanto di aggiungere una considerazione da uomo di sinistra quale mi considero. Se la sinistra vuole segnare un deciso cambiamento di passo deve partire “laicamente” da questi presupposti provenienti dall’ispirazione cristiana: solo così potrà riconquistare la fiducia dei giovani e degli emarginati. Se ci si mette in questa logica sembrano quasi ridicole le questioni inerenti gli assetti leaderistici così come i distinguo riformisti, per non parlare delle nostalgie moderate e centriste. Non è il momento della moderazione, ma quello della rivoluzione in nome della giustizia e della pace.

Da outsider di lusso a insider di miseria

Si blocca ai nastri di partenza la legge elettorale che era stata nominata “Stabilicum” e su un nodo, quello delle preferenze, che avrebbe dovuto riaccendere interesse per il voto nel crescente partito degli astensionisti. Difficile immaginare la ripresa dei lavori sul testo. Troppe cose sono cambiate e qualcuna è sfuggita di mano alla premier. A distanza di quattro anni, Meloni si ritrova con una maggioranza rosicchiata dal partito di Vannacci, con cui deve fare i conti. Dopo aver tenuto a bada le intemperanze a destra di Salvini, la nascita di Fn ha azzerato gli sforzi e la premier ora cerca di coprirsi nuovamente a destra, ma su un fronte ancora più estremo. Il tutto mentre la famiglia Berlusconi la pungola sull’area liberal. Né può contare sul posizionamento internazionale sul fronte Maga, dopo gli schiaffi ricevuti dal suo ex amico Donald Trump. Un equilibrismo non facile, il suo, che l’ha portata ad accreditarsi europeista, ad avvicinarsi ai Paesi “volenterosi”, salvo poi tornare a differenziarsi nelle scelte. Un’altalena destabilizzante da cui questa volta, dopo la «riflessione» annunciata, potrebbe decidere anche di scendere. (“Avvenire” – Roberta d’Angelo)

Non so se i giochi siano finiti, sicuramente appare molto compromesso il giochino della scorciatoia politica della legge elettorale: era la risposta, arrogante nei toni, precipitosa nei tempi, anticostituzionale nella sostanza, del governo alla sconfitta referendaria. A regola di briscola dopo un doppio simile capitombolo il governo si dovrebbe dimettere, ma tutto è ancora (im)possibile.

Fare finta di niente sarebbe un affronto al buonsenso politico istituzionale, un ritorno in Parlamento per ribadire la fiducia diventerebbe una palese dimostrazione di debolezza e soprattutto una contraddizione per chi vuole far dipendere la vita del governo dagli umori della gente; sembrano tiratissime le possibilità di governi balneari, transitori, tecnici e simili. Non credo che Sergio Mattarella intenda imbarcarsi in simili esercitazioni istituzionali: non è il momento e non c’è il clima adatto.

Era luglio del 1943 e il regime mussoliniano implose miseramente: questo richiamo può sembrare impietoso e fazioso, ma mi viene spontaneo. L’allora ordine del giorno era firmato, l’agguato parlamentare di oggi non lo è ed è ancora più grave. C’è un po’ di tutto nella batosta subita dal governo Meloni. Una buccia di banana che potrebbe risultare fatale, una pisciata contro vento da parte di una donna al comando. A Giorgia Meloni rimbomberanno in testa gli aggettivi appioppatile da Silvio Berlusconi: supponente, prepotente, arrogante, offensiva e ridicola.

E non potrà più controbattere di non essere ricattabile, perché il voto parlamentare subito ha tutta l’aria di un ricatto proveniente dalla sua stessa maggioranza. L’unico modo per dimostrare dignità sarebbe quello di dimettersi. Non sono solito infierire sui potenti in caduta libera. Non infierisco, ma tiro le somme.

Giorgia Meloni fa anche un po’ compassione. Disperata dopo la sconfitta al referendum è corsa al raduno degli alpini per mandare agli italiani il messaggio che lei non è in calo di popolarità. Ha nella sua testa un pensiero fisso: sembrare e non essere. Sembrare di essere una grande statista, sembrare di essere amica di Trump, sembrare etc. etc. Perché è così? Perché al di fuori del potere non ha niente: né una solida professione, né una storia politica rilevante, né una famiglia in cui rifugiarsi…ecco perché, disperata, difenderà con tutta se stessa il suo attuale status di potere. Se si ferma è perduta…

Giorgia Meloni è diventata celebre per essersi definita una underdog (sfavorita o outsider). Ha usato questo termine nel suo discorso di insediamento alla Camera il 25 ottobre 2022, sottolineando come la sua ascesa al governo, da giovane militante di destra fino a diventare la prima donna Presidente del Consiglio in Italia, abbia stravolto tutti i pronostici. Cerchi un termine adeguato per uscire di scena…e ammettere di essere un’addetta ai lavori che ha sbagliato mestiere.

 

 

 

 

La politica fai da te

L’Italia dei “like” a Giuseppe Barboni, il manager giustiziere che ha pestato un migrante in strada. A San Benedetto del Tronto un seguace del generale Vannacci ha aggredito un uomo di origini irachene che stava bloccando la strada con la bici. E il Paese si divide tra chi parla di “squadrismo” (la politica) e chi invece applaude il gesto (ben 459mila followers).

Mentre la politica e i media che la contornano si esercitano col risiko Vannacci per vedere di nascosto l’effetto che fa sui partiti e i loro equilibri elettorali, la società assorbe come una spugna il “liberi tutti” proveniente dalla cultura dell’insofferenza ammantata di falsa sicurezza.

Non mi preoccupa l’improbabile marcia su Roma di “Futuro nazionale”, ma quella sulle coscienze sparse nel Paese, che trovano sollievo nelle risposte ingiuste, fuorvianti e sbrigative ai problemi reali, seri e complessi. In questo senso non è da sottovalutare il fenomeno Vannacci, che cavalca l’attacco all’inconcludenza dei vertici capaci di niente e fomenta la rivolta dei cittadini capaci di tutto.

In giro iniziano a esserci un po’ troppi giustizieri della notte. C’è chi pattuglia la stazione Termini filmando i disperati che la assediano, chi invece va oltre prendendoli a sprangate. Sul Garda, a Peschiera, l’ormai tradizionale “adunata di maranza” quest’anno non c’è stata. Accanto ai blindati della polizia, dopo le tensioni dell’anno scorso, sono spuntati anche ragazzotti di estrema destra per tenere alla larga i giovani nordafricani in vena di provocazioni. E a Verona, dal 10 al 13 settembre, si terrà “Alla festa della rivoluzione”, evento fortemente identitario il cui titolo è tutto un programma. Tira insomma una brutta aria, da fermare il prima possibile. Senza evocare fascismi o buonismi, semmai affrontando seriamente la questione dell’ordine pubblico e dell’integrazione degli immigrati. Temi complessi e certamente fuori stagione, però. Più facile continuare a “scrollare” i social sotto l’ombrellone e applaudire chi sceglie le vie brevi. (“Avvenire” – Marco Birolini)

Non mi interessa più di tanto capire se e come la destra risentirà elettoralmente dello schiaffo vannacciano, non mi diverte gufare sulla sua eventuale prossima sconfitta dovuta ai voti in neofascista uscita, non mi entusiasma la prospettiva di una sinistra che lucra sulle disgrazie socio-culturali della destra, mi preoccupa l’aria avvelenata e irrespirabile che tira nel Paese e non solo nel Paese. Da un clima del genere non uscirà niente di buono.

Urge tornare ai valori fondanti del nostro vivere civile per tradurli nella politica. In questo senso va benissimo l’espressione “alleanza per la Costituzione” quale nome proposto dal leader del M5S Giuseppe Conte, e successivamente adottato dalle altre forze di centrosinistra (PD, Avs), per definire e rilanciare il “campo largo”. Sì, allarghiamo il campo della politica e soprattutto evitiamo che venga infestato dalla zizzania delle menzogne, seminata in mala fede e magari confusa in buona fede col grano delle verità.