C’è un’area riformista che sopravvive nel Partito democratico. Ci sono “partiti satellite”, che esercitano poco appeal nell’elettorato, che si muovono nel campo riformista. C’è una tensione riformista nel Paese che non trova rappresentanza politica e incarna una buona fetta di quanti, in numero sempre crescente, disertano le urne di elezione in elezione. E c’è un movimento dietro le quinte che cerca di sollecitare gli elettori che si allontanano dalla politica (finendo spesso per disdegnarla e perfino disprezzarla), che cerca un canale di dialogo per rimettere al centro i cittadini (tensione su cui punta da destra anche Forza Italia, con il suo tentativo di accordo con Azione di Carlo Calenda). Dire che qualcosa si muove, però, è ancora ottimistico. Perché tutto quello che prova a muoversi – e non è poco – si arena sugli spazi esigui di visibilità di un modo di interpretare la politica soffocato dalla polarizzazione dei partiti più grandi. (“Avvenire” – Roberta d’Angelo)
Giorgia Meloni osserva in silenzio le manovre che scuotono il centrodestra. Riflette sulle fibrillazioni nella Lega che crescono di intensità con l’ultima mossa del generale Vannacci che registra il marchio “Futuro nazionale” e prepara la sua corsa solitaria. Si informa sul dialogo sempre più forte tra Carlo Calenda e Forza Italia. A Palazzo Chigi anche gli uomini più vicini alla premier ragionano su un nuovo bipolarismo. Un centro più forte per rendere la Lega non decisiva? Una prima conferma arriva da Letizia Moratti, europarlamentare di Fi ma soprattutto figura ascoltata da Marina Berlusconi. «… Vogliamo aprirci a mondi che condividono i nostri valori: liberali, popolari, riformisti, garantisti, europeisti. Con Calenda c’è sintonia sui temi fondamentali: Europa, riforme, giustizia, industria. Non è un caso che sia stato invitato più volte, anche dai giovani di Forza Italia. Non si tratta di operazioni di palcoscenico, ma di un confronto politico reale». Ecco il piano di Marina Berlusconi: un nuovo bipolarismo con più centro e meno Lega. Gli ultimi segnali rafforzano la convinzione. Prima il “faccia a faccia” di Matteo Salvini con l’attivista (pregiudicato) dell’ultradestra britannica Robinson. Poi l’offensiva di Vannacci. Letizia Moratti dice quello che Marina Berlusconi pensa: «È innegabile che posizioni estremiste rendano difficile l’avvicinamento di forze liberali. Alcune figure, lo dico con rispetto, non aiutano a costruire un’area riformista ampia. Noi siamo alleati leali e rispettiamo il patto di governo. Ma la lealtà non significa rinunciare alla propria identità. Forza Italia ha un profilo diverso, e lo difende». (“Avvenire” – Arturo Celletti)
Con le allarmanti arie prefasciste e filo-autoritarie che tirano a livello internazionale, chiudersi nella cucina italiana per valutare la gastronomia politica nostrana è scelta di dubbio gusto e di rischiosa distrazione. Ma tant’è…
Ho cercato la definizione del termine “riformismo” nel Dizionario politico di Bobbio-Matteucci- Pasquino e non l’ho trovata: forse è significativo della vaghezza politica che sottende a questo “ismo” a cui tutti puntano proprio per il fatto che in esso ci sta tutto e il suo contrario.
Storicamente parlando, con riferimento alla sinistra, riformista era chi voleva raggiungere il cambiamento senza ricorrere alla rivoluzione: sinistra riformista in contrapposizione con quella rivoluzionaria.
Oggi tutti parlano di riforme, a sinistra e a destra (peraltro anche questi termini sono ormai difficili da definire) e sembra che più che ai contenuti si debba fare riferimento al metodo con cui perseguirle e attuarle. In questo senso il riformismo viene appunto svuotato di significato politico per diventare sinonimo di moderatismo e di centrismo.
Sono caratteristiche tipicamente democristiane, che, a mio giudizio, hanno fatto il loro tempo. Alcide De Gasperi le aveva praticate guardando a sinistra, Aldo Moro nella sua profetica lungimiranza le aveva superate ipotizzando la cosiddetta “terza fase” che avrebbe dovuto vedere un bipolarismo autenticamente democratico con un partito di sinistra (il Pci riveduto e corretto) e un partito di centro (la DC riveduta e corretta), che si sarebbero misurati proprio sulla loro capacità riformista, radicaleggiante o moderata a seconda dei temi, dei momenti e delle situazioni.
La terza fase morotea è stata interrotta brutalmente e non ha finora trovato il suo auspicabile compimento: siamo continuamente in mezzo al guado in spasmodica ricerca del bipolarismo che non arriva mai alla compiutezza e resta imperfetto con entrambi i poli in eterna fibrillazione alla ricerca di una vesta presentabile al sempre più esigente elettorato.
Se devo essere sincero non vedo nella gente questo desiderio di moderazione riformista, vedo piuttosto il disappunto per la mancanza di chiarezza ideale e di concretezza programmatica della classe politica, di conseguenza leggo in chiave autoreferenziale le manovre per stiracchiare verso il centro la destra e la sinistra. Non c’è spazio né elettorale né politico per un centro moderato a destra, laddove prevale la destra-destra e dove la competizione è tutta giocata su indirizzi populisti e/o nazionalisti; neanche a sinistra riesco a intravedere, se non tra gli equivoci del cosiddetto campo largo, un’area moderata non meglio precisata nei contenuti.
La destra è destinata ad essere presidiata da una formazione politica decisamente reazionaria, che soffre una diaspora destrorsa e si avvale del maquillage post-berlusconiano; la sinistra deve trovare nel PD la problematica sintesi tra diverse culture progressiste abbandonando la tentazione di un radicalismo fuorviante, che non è da confondere con la spinta valoriale.
Non c’è riforma elettorale che tenga e che possa riaprire i giochi e rimescolare pericolosamente le carte. Bisogna tornare al disegno moroteo senza Moro, vale a dire senza una classe dirigente che lo sappia attualizzare. Qui sta il problema!
Le giravolte di Renzi e Calenda mi danno il voltastomaco, i contrasti tra Salvini e Vannacci mi fanno ribrezzo, gli opportunismi di Marina Berlusconi e Letizia Moratti mi fanno sorridere tanto sono scopertamente tali. Sulle crescenti malefatte di Giorgia Meloni ho già dato…
Passando all’altra parte dello schieramento, le impennate di Pina Picerno e Lia Quartapelle sono penosi tentativi di sfilare il protagonismo ad Elly Schlein, l’impazienza del fin troppo paziente Graziano Del Rio mi sorprende, il velleitarismo dei sindaci Sala e Salis lo prenderò in considerazione quando li vedrò fare i sindaci come si deve, l’economicismo di Ernesto Maria Ruffini lo vorrei misurare a livello di lotta all’evasione fiscale, il perbenismo referendario di Stefano Ceccanti non mi convince affatto, l’irrequietezza dei sedicenti riformisti rischia di dare ossigeno alla difficile respirazione pentastellata.
Lascio la destra alla sua deriva culturale e politica. Soffro per i velleitari identitarismi della sinistra (del PD in particolare) alla quale non rimane altro che confrontarsi al proprio interno e con gli elettori sulle vere riforme che sono sotto gli occhi di tutti: dalla sanita alla scuola, dal fisco all’immigrazione, dalle nuove povertà all’ambiente, dal lavoro alla pace. Il di più viene dal maligno…
