Cercasi lager in affitto

Più si ricompone, più si scompone il quadro delle relazioni con i partner europei sui migranti. Dalla decisione italiana di interrompere gli accordi di Schengen con la Spagna, a seguito dell’assalto a Ceuta, neppure sulla gestione dei richiedenti asilo si trova pace. Ancora in attesa di risolvere le questioni tra Roma e Madrid, arriva dalla Germania lo stop al trasferimento della ragazza somala di 22 anni che sarebbe dovuta rientrare oggi nel nostro Paese, grazie alla Chiesa evangelica di Norimberga (in Baviera), che le ha offerto asilo. Ma subito si è aperto un nuovo fronte con la Svizzera, pronta a rispedire nel nostro Paese i richiedenti asilo passati dall’Italia.

Così dopo Berlino, anche la Confederazione elvetica decide di applicare il nuovo Patto sui migranti. E la tegola dei “dublinanti” si fa ancora più pesante per il Governo Meloni, dopo che per quasi quattro anni la Svizzera aveva interrotto i trasferimenti dei migranti sbarcati sulle nostre coste, per poi scavalcare le Alpi. Ma ora la pratica corre veloce. «I primi voli sono stati prenotati», conferma alla tv svizzera-tedesca Magdalena Baker, portavoce della Segreteria di Stato della migrazione (Sem). Precisamente per la fine di agosto. «È nell’interesse della Svizzera che la ripresa sia gestita in modo sostenibile per entrambe le parti, affinché il sistema funzioni in modo duraturo e non venga sovraccaricato», continua la portavoce della Sem.

Ma in pratica, dall’insediamento dell’esecutivo di destra, la premier Meloni aveva bloccato tutte le riammissioni dei richiedenti asilo. L’adesione al nuovo Patto europeo sulla migrazione, però, riapre la strada ai trasferimenti. Anche se la risposta di Roma alla Svizzera è la stessa data alla Germania, ovvero che saranno riammessi solo i richiedenti asilo arrivati dopo il 12 giugno, quando il patto è entrato in vigore. Baker però non concorda: «Le nuove procedure devono essere dapprima testate sulla base di casi attuali», spiega, sottolineando di non aver concluso con l’Italia alcun accordo che escluda dal rimpatrio i richiedenti asilo arrivati prima del 12 giugno. E secondo le autorità elvetiche potrebbero essere rimandate 652 persone. (“Avvenire” – Roberta D’Angelo)

Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo è entrato in vigore a tutti gli effetti il 12 giugno 2026, dopo l’adozione formale dell’Unione Europea. La riforma introduce norme più rigide e uniformi per la gestione delle frontiere esterne, procedure d’asilo accelerate, un nuovo meccanismo di solidarietà tra gli Stati membri e regole mirate a prevenire i movimenti secondari non autorizzati.

Vengono spontanee due considerazioni. La prima riguarda l’incapacità da parte della UE di affrontare seriamente il problema migratorio al di là di velleitarie e scriteriate norme scaricabarile: un palleggio da uno Stato all’altro dei disgraziati che sostanzialmente nessuno vuole accogliere. È la vergognosa e incivile situazione: non si collabora per accogliere umanamente e integrare razionalmente, ma si litiga per respingere pregiudizialmente. Patti oscuri ed inumani, inimicizia e confusione certe.

La seconda riguarda il governo italiano che semina zizzania e raccoglie tempesta: i contenziosi sulla pelle dei migranti si susseguono, prima la Spagna, poi la Germania, adesso persino la Svizzera. Chi la fa l’aspetti. E i migranti? Nessuno li vuole, comunque arrivano, tutti li scansano e li sballottano di qua e di là, come se fossero dei rifiuti da far sparire. “Cme i rosp al sasädi”.

Il Parlamento europeo ha approvato il nuovo regolamento sui rimpatri che introduce ufficialmente i return hubs, ovvero centri di rimpatrio in Paesi terzi extra-UE. Sostenuta fortemente dall’Italia sul modello del protocollo Italia-Albania, questa linea comune punta ad accelerare le espulsioni dei migranti irregolari.

Sembra che il punto strategico unificante sia quello di collocare i migranti fuori dai confini europei in lager concordati coi i Paesi di origine e/o provenienza: un’assurda pantomima con cui l’Europa scarica gli ospiti sgraditi e di troppo considerati irregolari (è regolare morire di fame, di torture e di guerre?), ma soprattutto tacita e scarica la propria coscienza.

Ricordo cosa combinava un mio conoscente impegnato in un’assurda gara contro l’invasione dei topi: riusciva faticosamente a intrappolarne alcuni, ma non aveva il coraggio di ucciderli e li portava in campagna…Tornato a casa restava con un palmo di naso alla presenza di altri topi e nella sua ingenuità pensava che si trattasse di quelli appena allontanati e in rapido rientro dalla campagna in città. “Ien stè pu svelt che mi…” concludeva con goffa rassegnazione.

Al pisatòri ‘d Trump e al césso dal mónd

I media americani e di tutto il mondo si chiedono se il partito democratico statunitense potrà mettere un argine elettorale e conseguentemente istituzionale allo strapotere di Donald Trump. Sono molto scettico al riguardo: troppa confusione per riuscire a ragionare, il popolo americano si è completamente rincretinito al punto da non riuscire più nemmeno a controllare il proprio portafoglio.

Trump supererà in qualche modo la prova elettorale di mid term, sono altre le prove del fuoco a cui si dovrà sottomettere ed a cui dovrà presumibilmente soccombere: la guerra tiepida con la Cina, l’insostenibile conto da pagare ai poteri forti della tecno-democrazia (Musk e c.), della scienza (che lo vuol tutorizzare come un demente in balia della politica) e del militarismo palese (esercito) e sotterraneo (servizi segreti), il progressivo isolamento a livello geopolitico, la dipendenza dal governo israeliano (Trump sta a Mussolini come Netanyahu sta a Hitler o viceversa).

Il fumo illusionistico della coesistenza pacifica con la Russia è rapidamente sparito e, a distanza di un anno, si registra come, anche su questo piano che prometteva una rapida conclusione della guerra tra Russia e Ucraina, le balle di Trump stiano in poco posto.

Lo “spirito di Anchorage”, dal nome della base militare che ospitò il vertice tra i due presidenti il 15 agosto 2025, è ben presto evaporato. A Washington e Mosca prevale ora la mancanza di fiducia reciproca su tutti i fronti, dall’Ucraina all’Iran passando per l’Artico. Persino l’accordo bilaterale sul nucleare è stato archiviato. Per mesi i funzionari russi lo hanno chiamato «lo spirito di Anchorage»: un presunto clima di distensione e di dialogo ritrovato con Washington. Un anno dopo il vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska, di quell’atmosfera non c’è più traccia. L’Ucraina resta il principale terreno di scontro, ma il raffreddamento tocca l’intero rapporto bilaterale: i negoziati sono fermi su tutti i fronti di cooperazione bilaterale, le aspettative suscitate dal summit si sono dissolte e il linguaggio diplomatico è tornato a irrigidirsi. Il chiodo finale nella bara lo ha conficcato in questi giorni lo stesso capo del Cremlino: «Ad Anchorage non fu raggiunto alcun accordo», ha ammesso. (“Avvenire” – Elena Molinari, New York)

Trump, come tutti i dittatori, imploderà: nessuno avrà l’ardire di ucciderlo fisicamente, lo addomesticheranno e lo domeranno come si fa nel circo. Chi si sarà sbilanciato troppo a suo favore la pagherà cara. Forse il delirio di onnipotenza sta cominciando ad esprimersi.

“A pensar male si fa peccato ma certe volte ci si azzecca”, così si esprimeva alcuni decenni anni fa colui che veniva considerato un Vecchio Saggio o un Grande Vecchio (la seconda definizione aveva finalità negative) della politica italiana, ovvero Giulio Andreotti. La vicenda dell’invasione massiccia dell’enclave spagnola di Ceuta all’interno del Marocco da parte di decine di migliaia di migranti marocchini, algerini, e di chissà quanti altri Paesi africani, sembra proprio una di quelle vicende che richiama il vecchio adagio andreottiano, delineando una possibile azione ibrida USA-Israele con bassa manovalanza marocchina contro una Spagna troppo riottosa e indipendente. (insideover – Marco Carnelos)

Non so se in questa ipotesi ci sia della verità, di una cosa sono certo: c’è una notevole assonanza in materia migratoria fra la mentalità e la politica trumpiane e quelle di parecchi Stati europei, in primis l’Italia al di là dei ridicoli e strumentali bisticci, molto stucchevoli e poco diplomatici. Quindi su Trump e Netanyahu ci sta benissimo l’utilizzo del fenomeno migratorio come arma antieuropea e come pretesto per soffiare sul fuoco delle divisioni in ambito Ue.

Il mondo, come direbbe mio padre, sta diventando “al pisatòri ‘d Trump”. Ricordo i rari colloqui tra i miei genitori in materia politica: tra mio padre antifascista a livello culturale prima e più che a livello politico e mia madre, donna pragmatica, generosa all’inverosimile, tollerante con tutti. «Al Duce, diceva mia madre con una certa simpatica superficialità, l’à fat anca dil cozi giusti…». «Lasemma stär, rispondeva mio padre dall’alto del suo antifascismo, quand la pianta l’é maläda in-t-il ravizi a ghé pòch da fär…». Poi si lasciava andare a sintetizzare la parabola storica di Benito Mussolini, usando questa colorita immagine: «L’ à pisè cóntra vént…».

Mi permetto di ipotizzare per Trump una simile parabola. Quando il cesso del mondo imploderà sarà una gara durissima ripulirsi e fare finta di niente: la puzza si sentirà nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

CL da Ibm del cattolicesimo a santa (subito) protettrice del laicato

Un Meeting extra-large (10mila metri quadrati in più nei padiglioni della Fiera di Rimini e una sala da 10mila posti, oltre alle tante sale video-collegate) si prepara a ricevere la visita di Papa Leone XIV, il 22 agosto, alle 15. Un evento con un solo – memorabile – precedente, la visita di Giovanni Paolo II il 29 agosto 1982, che segnò la “consacrazione” di questa kermesse allora alla sua alla terza edizione. «Saranno presenti alcuni dei protagonisti di allora. Ma sarà un incontro con tutti: con i bambini, i ragazzi, gli studenti, le famiglie giovani e meno giovani. Tutti avranno la possibilità di salutarlo lungo il percorso», anticipa il presidente della Fondazione Meeting Bernhard Scholz, nella conferenza stampa che si è tenuta ieri sera, come da tradizione, a Palazzo Borromeo, sede dell’ambasciata italiana presso la Santa Sede. (“Avvenire”)

Un mio carissimo amico la chiama sarcasticamente “Comunione e disperazione” …, io mi limito ad esprimere parecchio scetticismo verso CL e ancor più verso questa annuale kermesse, che assomiglia molto alle feste di partito e un po’ meno alle giornate della gioventù e per nulla alle settimane sociali dei cattolici italiani. Non mi piacciono le adunate oceaniche autoreferenziali… Devo ammettere però che questo movimento ha fatto un suo percorso di maturazione: sempre meno collateralismo e integralismo e sempre più impegno civile e politico, sempre meno compromissione coi poteri e sempre più spirito di servizio ad intra e ad extra.

Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, nonché fondatore della Compagnia delle opere, braccio socio-economico di Comunione e Liberazione, partecipando ad un interessante convegno su “Come ridare voce alla democrazia” ha ripreso il tema dei corpi intermedi, schiacciato da un «bipolarismo basato su partiti di plastica, che non fanno i congressi, e sulla teoria dell’uomo solo al comando. In questa situazione – ha avvertito Vittadini – non serve dare più potere all’esecutivo, è al Parlamento che bisogna dare più forza. Un tempo l’80% delle leggi si facevano nelle commissioni, con il concorso di tutti». Niente male direi! Dalle pragmatiche simpatie andreottiane siamo passati alle ansie istituzionali, passando attraverso non poche disavventure.

«Gesù e i poveri (sono infatti “la stessa cosa”) siano il centro, la passione, il grande interesse di tutti i movimenti ecclesiali, quali Azione Cattolica, Focolarini, Scoutismo, Comunione e Liberazione, Opus Dei, Carismatici, Pentecostali ed altri. uesta appartenenze QQQqqqQueste appartenenze non devono essere mitizzate o esaltate e questo vale anche per i loro fondatori. Il loro scopo primo è portare coloro che ne fanno parte ad amare sempre più Gesù e i poveri» (don Luciano Scaccaglia, un caro amico pretaccio).

Mia madre da convinta credente e praticante non voleva saperne dell’adesione a gruppi e movimenti cattolici: temeva di rovinare quel poco o tanto di fede che Dio le aveva donato. Se poi si trattava di gruppi femminili non ne voleva nemmeno sentir parlare, perché temeva che finissero nell’innamoramento verso il prete di turno. Sono infatti più le donne che vanno a preti che i preti che vanno a donne…

«Dirò che constatando come in Cl tutto è ferreamente previsto e organizzato, e come l’individuo sia seguito dalla nascita alla tomba dalla onnipresente e insonne Cl, e come il ciellino deve ritmare la sua giornata, le sue relazioni, le sue vacanze, ecc., ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte più che a un movimento di fede, a una specie di Ibm del cattolicesimo italiano» (P. David Maria Turoldo, monaco di spirito profetico e di notevole coraggio, nel 1975 esprimeva questo autorevole e dubbioso giudizio).

Il Meeting che si prepara a ricevere Leone XIV, secondo Papa in visita a Rimini 44 anni dopo Giovanni Paolo II, se va indietro, alle sue origini, riscopre un filo di continuità con Giorgio La Pira, il più grande testimone del secolo scorso di quella «pace disarmata e disarmante» evocata dall’attuale Pontefice. C’è un filo rosso molto chiaro, a unire, persino sul piano lessicale, il Meeting e i Colloqui Mediterranei che il “sindaco santo” di Firenze tenne ogni anno a Palazzo Vecchio per favorire l’“amicizia fra i popoli”, ai tempi della Cortina di Ferro che divideva l’Europa, e non solo l’Europa, in due. (“Avvenire” – Angelo Picariello)

Attenzione a non santificare CL strumentalizzando il pensiero di Giorgio La Pira, a non ritenere CL una specie di summa ideale del pensiero cattolico, a non creare confusione nel presente con l’intento di seppellire un passato piuttosto scomodo fatto di “andreottismo” quale (im)possibile sintesi fra potere e servizio, a non confondere l’apertura dialogica di Moro e La Pira verso i giovani cattolici di CL con una sorta di imprimatur a questo problematico movimento, a non sovrapporre il cattolicesimo democratico di La Pira (dell’attenzione agli ultimi, ai poveri, agli emarginati, dei disoccupati alla Pignone etc. etc.) al cattolicesimo liberale di CL (Andreotti, Buttiglione, Formigoni, Berlusconi), a non pretendere in nome dell’unità dei cattolici un posto di rilievo (quasi una primazia) nell’azione di papa Leone che va ben oltre i confini dell’associazionismo cattolico. Sono sicuro che papa Leone non si lascerà parlare nella mano…

Si nota un benefico fermento nel laicato, che però non deve neutralizzare il pluralismo delle ispirazioni, annacquando le diversità in una specie di esercito guidato dal papa alla riscossa contro la mondana armata Brancaleone.

C’è da augurarsi che il laicato cattolico esca dall’anonimato e dalla tiepidezza: un tempo si temeva che la debolezza dei laici fosse indotta dall’opportunismo del clero. Oggi bisogna ammettere che papa e vescovi sono molto più decisi e coraggiosi nella testimonianza a sfondo politico-sociale.

Papa Francesco nel 2015 diceva: «I laici che hanno una formazione cristiana autentica non dovrebbero aver bisogno del vescovo pilota, o del monsignore pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo».

Vuoi vedere che ai laici toccherà andare a scuola di formazione politica dal clero? Un significativo e produttivo paradosso sotto l’egida dello Spirito Santo?

 

 

Vedi Vannacci per non morire fascista

Ancora più netto il presidente provinciale dell’Anpi di Milano, Primo Minelli, sempre a margine delle commemorazioni per l’eccidio nazifascista di Piazzale Loreto. “Vannacci è un fascista e come tale il mio giudizio è già in questa parola. Quando sento parlare di rastrellamenti penso che mio papà che è stato partigiano, si rivolta nella tomba. Noi pensavamo di non sentire più parole drammatiche come la remigrazione che vuole dire deportazione, sentire la parola guerra, purtroppo ci stiamo abituando, questa è la cosa drammatica, non possiamo accettare l’indifferenza di fronte a questi fenomeni”, dice Minelli. (msn.com – Lapresse Italy)

Alle sacrosante preoccupazioni democratiche di chi osserva con ansia e stupore il dilagante successo del futurismo nazionalista di Roberto Vannacci mi permetto di accostare la mia paradossale e cinica visione di questo fenomeno nient’affatto strano e imprevedibile.

Nelle mie riflessioni parto dal dito che mia sorella metteva nella piaga del corpo socio-politico italiano. Pur dando atto a mia sorella di essere spietatamente realista nel giudicare gli italiani “ancora fascisti”, la cosa rimane vergognosamente imbarazzante, anche perché, tutto sommato, aveva ragione. La risposta plausibile a tanti problemi l’ho trovata, pensate un po’, nella sua impietosa analisi delle magagne del popolo italiano: siamo rimasti fascisti con tutto quel che segue. Sosteneva che gli italiani sono ancora affascinati dall’ «uomo forte». Lei lo diceva con la sua solita schiettezza e in modo poco aulico ed elegante, ma molto efficace: «Gli italiani sono rimasti fascisti».

Perché siamo rimasti al palo “demodé” nonostante il bagno rigenerante resistenziale e l’abito costituzionale nuovo di zecca? I motivi sono parecchi. Innanzitutto non c’è stato modo e tempo per elaborare il lutto: il voltagabbanismo ha purtroppo messo una pietra sul passato di troppi italiani, evitando di fare i conti con la caduta del fascismo; il precipitoso opportunismo democratico ha voltato pagina con una intempestiva amnistia che ha finito per salvare il bambino assieme all’acqua sporca; la radicata presenza della mentalità e delle procedure fasciste nella burocrazia e nelle pubbliche amministrazioni ha creato una scia di regime che non si è ancora del tutto dissolta.

Aggiungiamoci in negativo la diffidenza verso lo stato democratico dovuta a mafia, corruzione, burocrazia ed evasione fiscale e in positivo la capacità delle due forze democratiche fondamentali, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, di assorbire elettoralmente e politicamente i rigurgiti fascisti dell’anticomunismo, del clericalismo e del corporativismo, trasformati genialmente in difesa della democrazia, in ispirazione cristiana e in lotta di classe operaia e contadina a suon di sindacalismo e di cooperazione.

Il neofascismo in Italia però non è sparito, si è trasformato in un movimento carsico, si è solo smarrito in attesa di tempi peggiori. Mentre in Francia e in Germania, laddove i conti col fascismo e col nazismo si sono fatti in modo assai più incisivo ed invasivo, il neo-nazifascismo (qualcuno, se vuole, lo chiami pure estremismo di destra) si manifesta apertamente e può essere combattuto a viso aperto, in Italia si è subdolamente e progressivamente insinuato nei confusi gangli politici del partitismo, della massoneria, dell’eversione nera, dell’ordine, del “Dio-Patria-Famiglia”, del perbenismo securitario, della difesa dei confini nazionale, etc. etc. in un polpettone ingannevole, ma avvolgente e coinvolgente.

L’insorgenza del vannaccismo disturba i manovratori della destra cosiddetta democratica perché non solo le toglie preziosi e decisivi consensi, ma soprattutto perché scopre gli altaroni e grida “Giorgia Meloni è nuda e fascista”. Roberto Vannacci sta alla polmonite come Giorgia Meloni sta all’asma polmonare.

Il vannaccismo potrà durare anche l’espace d’un matin, ma avrà comunque svolto il suo compito di portare alla luce e scoprire il neofascismo più o meno nascosto nella moderna società, scuotendo gli animi reazionari e nostalgici e smuovendo quelli progressisti. Finalmente un po’ di chiarezza e di risveglio democratico.

Ecco perché non mi fa paura (semmai solo un po’ di ribrezzo) Roberto Vannacci; ecco perché non sono stupito (semmai solo un po’ incuriosito) dai sondaggi che lo danno in ascesa libera; ecco perché preferisco le sincere smargiassate vannacciane alle subdole proposte meloniane; ecco perché è meglio stimolare gli anticorpi contro il risorgente virus ideologizzato piuttosto che curare coi pannicelli caldi una malattia anti-democratica spacciata per terapia necessaria alla sopravvivenza del popolo italiano.

Alla fine mi viene il tragico sospetto di sbagliare tutto, di confondere la realtà con le mie personali opinioni, di voler salvare il salvabile a tutti i costi, guardando con occhio troppo malevole all’Italia e con occhio troppo benevolo ai Paesi europei che hanno vissuto nazismo e fascismo, di spaccare il cappello in quattro per difendermi dal fascismo vecchio e nuovo.

Sono partito da mia sorella Lucia e ritorno provocatoriamente ad essa, anche perché mi ha fatto da battistrada e da esempio sul sentiero impervio dell’impegno politico lontano da ogni compromesso col potere e da spinta alla partecipazione convinta ma sempre critica alla vita sociale e politica. Lasciava perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del trumpismo, del populismo, del sovranismo, del melonismo e finanche del vannaccismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.  Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi.

Termino con tre stimolanti aforismi, non del tutto pertinenti ma sempre utili, realistici al limite dello sconfortante, ma che possono comunque contribuire a capire in senso critico persino il vannaccismo quale frutto malato di una democrazia malata: la mela dolce di Giorgia è comunque peggio della pera marcia di Roberto.

Winston Churchill disse che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre provate prima.

La frase “ogni popolo ha il governo che si merita” è un famoso proverbio attribuito al filosofo e diplomatico francese Joseph de Maistre, che lo scrisse in una lettera del 1811.

Peggio della sinistra c’è solo la destra: la frase mi è stata recentemente ricordata senza risalirne all’autore.

Auguri e figli antifascisti!

 

Il governo trilussian-pirandelliano

Un tasso di occupazione così alto in Italia non si vedeva dal 2004, ben prima della crisi iniziata con il fallimento della banca Lehman Brothers e delle numerose altre crisi che l’hanno succeduta. Ad aprile 2026 gli occupati sono cresciuti di 123mila unità rispetto a marzo e di 269mila su aprile 2025, per un totale di 24milioni 337mila lavoratori. Lo rileva l’Istat, che registra un tasso al 63,1%. In parallelo, è diminuito il numero degli inattivi ed è ai minimi dal 2004 anche la disoccupazione, che scende al 5,1%, così come quella giovanile che cala al 16,9%. «Un dato molto importante, che conferma un record storico. Non c’erano mai state così tante persone al lavoro nella nostra Nazione», esulta sui social la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Più lavoro dunque per uomini e donne, dipendenti e autonomi, in diverse classi d’età a eccezione di quelle più giovani. (“Avvenire” – Elisa Campisi)

È questo il record che fa esultare Meloni e che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe coprire e compensare una miriade di altri indicatori di una situazione di grave difficoltà socio-economica per il nostro Paese.

Nei ragionamenti del governo ci sono due contraddizioni di fondo. Le cose che vanno male dipendono dalla situazione di crisi internazionale, quelle che vanno bene sono da ascrivere a merito dell’attuale governo.

Penso che tutti conoscano la gag dell’avvocato a colloquio col suo cliente: esaminano gli aspetti di una causa piuttosto complessa. Qui, dice l’avvocato, tutto bene, vinco io; qui rischiamo e perdiamo. Al che il cliente chiede: ma perché quando si vince, vince lei e, quando si perde, perdiamo insieme.

La seconda contraddizione è simile alla prima: le cose che vanno male dipendono dai governi precedenti, magari soprattutto da quelli di segno politico diverso, mentre per quelle che vanno bene il merito è tutto dell’attuale governo.

Il dato confortante sull’occupazione funziona un po’ come il tasso di colesterolo nel sangue (una questione di vita o di morte…): se va bene il colesterolo, va tutto bene anche se il paziente ha magati tumori sparsi in tutto il corpo. L’importante è il colesterolo, tutto il resto…

Lungi da me sottovalutare il problema occupazionale, ma i trionfalismi mi sembrano fuori luogo: ho provato ad addentrarmi nel labirinto dei dati sull’occupazione e confesso di essermi perso, le loro parzialità e contraddittorietà sono tali da mettere in discussione il dato aggregato apparentemente molto soddisfacente. Basterebbe vedere come il tasso di occupazione cali vistosamente per le giovani generazioni con le conseguenti fughe all’estero, disagi economici scaricati sulle famiglie di origine, i drammi psicologici, l’impossibilità a programmare il futuro a livello esistenziale, etc. etc. E così anche se guardiamo alla distribuzione del lavoro a livello territoriale. E così anche e soprattutto se approfondiamo il discorso a livello retributivo: si lavora, ma spesso il lavoro è sotto pagato, il che non è di secondaria importanza.

“Ancora una volta l’Italia fa meglio delle previsioni”. Con questo tono trionfante Giorgia Meloni ha commentato gli ultimi dati dell’Istat sulla crescita del Pil in Italia, nel periodo aprile-giugno di quest’anno. Le stime dell’Istituto di statistica sono state leggermente più alte del previsto, perché nel secondo trimestre dell’anno il Pil è salito dell’1% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Questo ha fatto aumentare anche la “variazione acquisita” (cioè quanto è già cresciuto il Pil dall’inizio dell’anno, rispetto a tutto il 2025): lo 0,8%, mentre prima era allo 0,6%.

Nel messaggio di Meloni sui social, peraltro, ci sono due imprecisioni o forzature. La prima è dove la presidente del Consiglio afferma: “Gli analisti stimavano una crescita tendenziale del PIL dello 0,7%. I dati diffusi oggi dall’ISTAT certificano invece una crescita dell’1,0%”. Non è proprio così: i due numeri che ha citato non sono paragonabili. La previsione dello 0,7% riguardava la crescita del Pil in tutto il 2026. Quell’1%, invece, riguarda solamente il periodo aprile-giugno.

In più, la premier non ha perso l’occasione per attaccare chi “tifava per il rallentamento dell’Italia”, criticando: “Continuate pure a sottovalutarci”. Ma va ricordato che la previsione dello 0,7% non veniva proprio da ‘nemici’ dell’Italia, che la volevano “sottovalutare” per fare un dispetto al governo. Anzi, era una previsione fatta proprio dal governo. Ad aprile, nel Documento di finanza pubblica, l’esecutivo aveva messo nero su bianco la stima per il 2026: 0,7%. E aveva inserito anche quelle per gli anni successivi: 0,8% nel 2027, poi 0,9% nel 2028. Insomma, anche per i prossimi anni, di qualunque colore sia il governo, ci sarà probabilmente poco da festeggiare. (Fanpage.it)

Concludendo, se le cose vanno così bene, come mai allora emergono dati drammatici a livello del ricorso alla sanità pubblica: la gente smette di curarsi perché non ha le risorse sufficienti.

D’altra parte la storia si ripete in materia di sicurezza, partendo da un concetto molto parziale e per certi veri fuorviante: le cose vanno bene se nessuno mi rompe i cosiddetti ed ho la possibilità di voltarmi dall’altra parte rispetto ai problemi della società.

Il Viminale: Italia tra i luoghi più sicuri al mondo. Ma la percezione dei cittadini è diversa. Il ministro dell’Interno Piantedosi presenta il Dossier sicurezza di Ferragosto: giù omicidi, furti e femminicidi. Ingressi via mare in calo del 52%, rimpatri +34%, esaminate più domande di protezione. Eppure più di una famiglia su quattro non si sente serena nel posto dove vive. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

In tutta onestà non mi sento di dare tutte le colpe possibili e immaginabili all’attuale governo, di condannarlo su tutti i fronti, ma nemmeno di assolverlo con formula economico-occupazionale-securitaria. Probabilmente il virtuale processo si dovrebbe concludere per insufficienza di interventi nel tessuto complessivo del Paese, nel sociale, nelle questioni internazionali: non si sta facendo niente, si lascia che il mondo vada per la sua strada, ci si barcamena, si galleggia sui problemi.  E quando si interviene lo si fa spesso a sproposito, tanto per dare illusioni, solo per garantirsi superficialmente il consenso, per usare lo spauracchio dei reati scritti sulla carta, per apparire sul pezzo, per puntare all’equità spartendo i costi e i benefici alla Trilussa, fornendo ai cittadini una visione della realtà da interpretare in modo pirandelliano.

Meloni, speriamo che se la cavi. Gli italiani si arrangino.

 

 

 

 

Maria bussa a cuori, noi rispondiamo picche

Il drappellone del prossimo Palio, svelato il 10 agosto, ha scatenato polemiche e dibattito: l’artista rumena Teodora Axente ha raffigurato la Vergine con un volto dai tratti androgini in un’opera che il cardinale Augusto Paolo Lojudice, vescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, ha definito «molto cupa». «Lo svelamento del Drappellone ha presentato dei tratti, soprattutto sul volto della Madonna, i quali hanno toccato la sensibilità di parecchi senesi, che non hanno ritrovato in esso i canoni stilistici e devozionali della Madonna Assunta in Cielo», commenta ad Avvenire il cardinale. 

Il termine androgino (dal greco anḗr/andros che significa uomo e gynḗ che significa donna) indica una persona, un aspetto o uno stile che unisce o fonde insieme caratteristiche maschili e femminili. Riferito all’estetica o all’aspetto esteriore, descrive un look o dei tratti somatici ambigui e non tradizionali.

Naturalmente è partito un dibattito tra le ragioni di chi si è sentito toccato nella propria sensibilità devozionale e quelle di chi difende la libera e motivata espressione artistica, tra chi giudica inopportuna questa provocazione e chi la giustifica in base ad argomentazioni storico-religiose: una polemica garbata, ma piuttosto oziosa.

Preferisco andare al sodo a modo mio. Lasciamoci turbare dalle oscenità deturpanti del volto di Maria (regina della pace) consistenti nelle guerre, dagli sfregi a Maria (conforto dei migranti) consistenti nelle politiche di respingimento e di remigrazione, dalla profanazione di Maria (consolatrice degli afflitti) istituzionalizzata in un mondo dominato dall’egoismo e dall’ingiustizia, dalla dissacrazione di Maria (salute degli infermi) operata nella priorità delle spese belliche rispetto agli stanziamenti per la salute, dalle offese a Maria (aiuto dei cristiani) conseguenti all’indifferenza con cui  chi si dichiara cristiano guarda alle sofferenze del prossimo, dalla furia iconoclasta verso (Maria Assunta in cielo) allorché la speranza non alimenta i nostri sforzi e la carità non illumina la nostra vita quotidiana.

I deboli, gli umili, gli affamati, i pacifici, i miti soccombono ai superbi, ai potenti, ai ricchi, ai guerrafondai: questa è la vera profanazione del volto di Maria, che è stata assunta in cielo e che noi facciamo finta di pregare affinché ci aiuti dall’alto, mentre la insidiamo dal basso con le nostre demoniache scelte di vita.

Le bombe nel bicchiere

Ho fatto mettere quella bomba perché Ranucci era in pericolo, era minacciato. Una bomba per il suo bene, per fargli alzare i livelli di protezione”. Valter Lavitola parla per oltre cinque ore davanti al gip di Roma e ammette di essere lui il mandante dell’attentato al conduttore di Report, nell’ottobre dello scorso anno. Un interrogatorio di garanzia in cui l’imprenditore offre una versione con molti aspetti ancora da chiarire e sui quali la procura farà i necessari approfondimenti. (ansa.it)

Non ho seguito la vicenda giudicandola una mera tempesta nel bicchiere dentro il quale c’è da una parte la volontà di sputtanare un giornalista scomodo e con lui tutto il giornalismo d’inchiesta che rompe i coglioni al regime e dall’altra parte una sorta di fastidioso protagonismo che non si riesce a capire se architettato o subito. Il tutto preparato e cotto nella solita pentola maleodorante degli attacchi, più faccendieri che pericolosi, alla vita democratica del Paese.

«Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza». Lo scrive Sigfrido Ranucci su Facebook in un post dal titolo “La voce che spaventa”. «Muoiono tutti nello stesso modo – prosegue il giornalista -, non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto un attimo prima degli altri il disegno di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta». (unionusarda.it)

Non ho capito cosa intenda Ranucci: forse sarebbe meglio che spiegasse il suo pensiero, evitando di creare ulteriore confusione e di provocare ulteriori strumentalizzazioni. Tutto sommato, sarebbe meglio farsi spiegare la vicenda dai taxisti romani, che la sanno lunga sui segreti della vita politica.

Vedo in controluce due vittimismi che si scontrano o addirittura che si sostengono a vicenda: quello coordinato e continuativo del governo allo sbando e quello di una stampa autoreferenziale che si monta la testa e rischia di mordersi la coda. Stregoneria politica di un apprendista o disegno politico di visionari male assortiti? L’unico ad averlo capito sembra Matteo Salvini, che punta alla sospensione tout court di Ranucci dalla Rai: forse teme future inchieste sui retroscena del ponte sullo stretto di Vannacci? A pensar male…

 

 

 

La sinfonia dell’ipocrisia

«Il Nobel per la pace ai bambini palestinesi»: salgono a migliaia le adesioni della società civile. Docenti, professionisti, sindaci e parlamentari, da Schlein a Bersani, ma anche tanta gente comune. Critica la Comunità ebraica milanese. Oltre 3.000 adesione in poche ore alla mail petizione.gaza@avvenire.it: cittadini comuni, sindaci, professori di scuola e di università, professionisti, sacerdoti e suore. L’iniziativa di Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia a Napoli, “Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza” ha avuto vasta risonanza anche nel mondo della politica. Si contano le adesioni della segretaria del Pd Elly Schlein, che chiede di «non far cadere il silenzio su Gaza e sulla situazione drammatica dei minori», e tra gli altri di Peppe Provenzano, Pier Luigi Bersani, Ilenia Malavasi, Silvia Costa, degli europarlamentari Sandro Ruotolo e Matteo Ricci, che osserva: «È un gesto simbolico, ma serve a rompere il silenzio assordante che si è creato intorno alla questione palestinese». Sottoscrive anche Roberta Mori, coordinatrice nazionale delle donne democratiche. Ancora, si registra il “sì” degli ex ministri Livia Turco e Andrea Orlando, e di sindaci come Dario Veneroni (Vimodrone). Critico sull’iniziativa, invece, il presidente della Comunità Ebraica di Milano, Walker Meghnagi: «Anche io piango per i bambini palestinesi vittime di questo terribile confitto. Ma tracciare una linea di demarcazione sulla sofferenza dei più piccoli è pericoloso. Un’iniziativa come questa cancella i bambini ebrei, anch’essi travolti da una guerra non certo voluta da Israele. È un’apartheid morale». (“Avvenire” – Antonella Mariani)

 

 

Una delle immagini che la Apple ha scelto per pubblicizzare i suoi smartphones mostra in primo piano un bambino piccolo che ne tiene in mano uno, sorridendo. Le sue mani sono sporche di pappa e il messaggio che accompagna tale immagine è: «Tutto ok, è iPhone». La campagna è internazionale e lo slogan originale in inglese suona così: «Relax, It is iPhone». Nelle intenzioni del pubblicitario, l’immagine avrebbe dovuto servire a far comprendere che nessuno può danneggiare un iPhone, nemmeno un quasi neonato maldestro con le mani sporche di pappa. L’emozione che il pubblicitario intendeva evocare era “compassione”: non verso il bambino, ma verso lo strumento digitale. Il pubblicitario avrebbe voluto dire con la sua immagine al suo “spettatore tipo”: «Lo so che temi che quel bambino con quelle mani sporche di pappa danneggi lo strumento tanto prezioso, magari facendolo pure cadere a terra». La preoccupazione dello spettatore avrebbe dovuto essere sollecitata dal rischio di danno e caduta dello smartphone, con le rilevanti conseguenze economiche da sostenere per la sua riparazione o sostituzione. Invece è accaduta una cosa strana, perché un mondo vastissimo, composto di genitori, educatori, ma anche tanti adulti comuni, vedendo quell’immagine si è sentita provocata, offesa, sfidata. Perché non ha provato compassione per lo smartphone, ma per il bambino che lo tiene tra le mani. Tanto che in Italia in questi giorni questa immagine pubblicitaria si sta rivelando un clamoroso autogol per l’azienda che l’ha promossa. (“Avvenire” – Alberto Pellai, medico psicoterapeuta, Dipartimento scienze biomediche per la salute dell’Università studi di Milano)

 

Sui bambini si scatenano le contraddizioni della nostra società: dopo essere massacrati con la guerra e con tutte le ingiustizie di questo mondo vengono utilizzati, in un crescendo rossiniano di ipocrisia, per sensibilizzare la gente sui problemi drammatici del mondo stesso con tanto di disquisizioni etico-politiche (un escamotage in buona fede più per mettere a tacere le coscienze anziché scuoterle e interrogarle), vengono messi su una sorta di graticola consumistica dalle organizzazioni umanitarie impegnate in loro soccorso (per strappare beneficenze abbastanza fini a se stesse con iniziative dal discutibile bilancio costi-benefici) e persino vergognosamente strumentalizzati tout court a profani fini pubblicitari (la pubblicità è l’anima della società).

Tutti cani che si mordono la coda: situazioni che si ripetono senza fine e rappresentano un cerchio chiuso, un problema che crea se stesso. Non si arriva mai a una soluzione.

La più nitida e spietata delle fotografie l’ha scattata papa Francesco: «Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia».

La frase “I giochi dei bambini non sono giochi, e bisogna considerarli come le loro azioni più serie” è una celebre citazione del filosofo Michel de Montaigne. Esprime un concetto fondamentale: per l’infanzia il gioco non è un passatempo vuoto, ma il modo principale per capire il mondo, elaborare le emozioni e crescere. Ebbene, come ha raccontato il cardinale Pizzaballa, nella striscia di Gaza i bambini giocano coi topi provenienti dalla spazzatura in cui sono costretti a sopravvivere.

Forse sarebbe meglio tacere e riflettere, perché ogni tentativo di denuncia rischia di diventare demagogico, ogni “buona azione” rischia di essere una presa in giro, ogni medaglia etica ha il suo rovescio amorale, ogni iniziativa umanitaria rischia di perdersi nel mare dell’ipocrisia, ogni sguardo critico diventa sterile esercizio sentimentaloide.

Ognuno nel suo piccolo faccia fino in fondo il proprio dovere a tutti i livelli, senza voler strafare perché si peggiorerebbe la situazione. «Quello che facciamo non è che una goccia nell’oceano. Ma se questa goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe qualcosa». Questa è la celebre frase di Madre Teresa di Calcutta.

Ricordo che mio padre, con la sua solita e sarcastica verve critica, di fronte agli insistenti messaggi sulla morte di un bambino per fame ad ogni nostro respiro, si chiedeva: «E mi alóra co’ dovrissja fär? Lasär lì ‘d tirär al fiè?». Lo diceva non tanto per mettere a tacere la sua coscienza, ma per mettere fine ai pietismi etici e politici di maniera, che non servono a nulla e vanno molto di moda.

Attenti a quelle due

Giorgia Meloni e Mette Frederiksen, insieme per mandare un “messaggio congiunto all’Europa” e dire no a “un’immigrazione incontrollata”. Nel vivo della crisi diplomatica con la Spagna, e punta dagli annunci della Germania circa la volontà di espellere in Italia i migranti che hanno avuto come primo accesso in Europa le coste del Belpaese, l’asso di Giorgia Meloni è una lettera firmata insieme alla premier socialista danese, Mette Frederiksen. Sintesi della missiva: all’Ue serve la linea dura, senza la minima riserva sui «centri di rimpatrio in Paesi terzi», misura che non piace, in Europa, al progressista Sanchéz e al liberale Macron.

Meloni con la leader socialista danese dice «no» a una «immigrazione incontrollata». Diverse per formazione politica, le due si dichiarano unite «dal desiderio di difendere l’Europa» dagli «impatti negativi» di flussi fuori controllo. Puntando tutto, appunto, sui «centri di rimpatrio in Paesi terzi», che pure lo stesso Ppe caldeggia.

Non è solo una questione «di sicurezza dei cittadini», argomentano le uniche due donne premier in Ue. Ne va anche di quel «patrimonio culturale cristiano» di cui si dicono «orgogliose», che va «protetto» da chi invece può «cercare di imporci modelli di vita che non condividiamo». In più, sottolineano, «il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo col rispetto dei valori europei», che si tratti di «migranti illegali» o anche dei «milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente nelle nostre Nazioni e in tutta Europa».

Le leader di Italia e Danimarca azionano tutte le leve della retorica anti-clandestini, dall’aumento «della criminalità» alla «crescente pressione sui servizi pubblici» fino alla «erosione della fiducia dei cittadini», senza risparmiarsi di sottolineare quanto sia «grave» quando persone «prive del diritto di rimanere» in territorio europeo commettono «crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali». (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Queste due signore dimostrano che essere donna impegnata in politica non vuol dire essere diversa dagli uomini, che essere di destra o di sinistra è diventato un fatto incidentale e insignificante, che difendere l’Europa cattolica non vuol dire essere in linea con la Chiesa ed i suoi insegnamenti, che i governanti a livello europeo, come diceva mia sorella, sono tutti fascisti, che la narrazione anti-immigrati è condivisa e insistentemente propalata, che dietro la facciata della difesa dei valori dell’Europa, si nasconde, come ha recentemente affermato Corrado Lorefice, vescovo di Palermo, la crisi profonda della sua civiltà il rinnegamento  di se stessa in quanto patria del diritto e del riconoscimento di ogni donna e di ogni uomo in quanto appartenenti a una comune umanità, a una fraternità universale che ci supera.

I casi sono due: o sono affetto da sclerosi politica galoppante al punto da non capire le dinamiche della società europea oppure esiste una totale mancanza di respiro ideale che mi turba e mi colloca la di fuori della triste realtà.

Comunque sia, faccio molta fatica a vedere un po’ di luce: mi resta soltanto quella dello Spirito Santo, che non è cosa da poco e, tanto per restare alla B. V. Maria Assunta al cielo, quella della preghiera profetica: “I superbi siano dispersi nei pensieri del loro cuore; i potenti siano rovesciati dai troni e finalmente innalzati gli umili; siano ricolmati di beni gli affamati; i pacifici siano riconosciuti come figli di Dio e i miti possano ricevere in dono la terra”.

Il fango boomerang di Bignami

Mi sento in dovere di tornare a botta calda sulla miserevole e demenziale performance del capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami: ha gettato fango sulla memoria del presidente Oscar Luigi Scalfaro coinvolgendo persino la sua orgogliosa e qualificante appartenenza all’Azione Cattolica. Questo fango me lo sono sentito addosso e lo voglio rispedire immediatamente al mittente. La mia formazione religiosa e politica si basa proprio sull’Azione Cattolica in cui mi onoro di avere militato (da fiamma bianca ad aspirante, da pre-ju a juniores, da seniores a etc. etc.) e proprio dall’Azione Cattolica ha preso spinta il mio impegno in politica: credere in Dio, obbedire al Vangelo, combattere per la libertà e la democrazia. Una sintesi educativa molto diversa da quella a cui probabilmente si rifà lo smemorato Fratello d’Italia.

Il mio puntuale amico Pino mi ha plasticamente così “messaggiato”: «Complimenti al Cretinetti Bignami: una bella pestata che ha suscitato una dura reazione dell’Azione Cattolica…e toccare l’A.C. vuol dire toccare la gerarchia (leggi tutta la Chiesa) …bravo, bravo, Galeazzo …continua così…».

Oltre tutto Scalfaro era un centrista (ce ne vorrebbero oggi di centristi così…) all’interno della Democrazia Cristiana: io, nel mio piccolo, aderivo alla corrente della sinistra sindacal-aclista fondata da Giulio Pastore il cui figlio era un sacerdote, don Pierfranco Pastore, assistente nazionale del movimento aspiranti dell’A.C. Questo per dimostrare quale zeppa di cazzate storiche, etiche e politiche abbia messo assieme questo disonorevole Bignami a cui consiglierei almeno la lettura di qualche “bignami”, vale a dire di piccoli libri di scuola che riassumono in modo breve e semplice tutte le cose importanti delle materie in cui si è andato goffamente e scioccamente a misurare.

Quando ascoltavo gli interventi di Scalfaro non ancora presidente della Repubblica mi stupivo dell’onestà e della vivacità intellettuali con cui riusciva a coniugare fede e politica.  Da presidente della Camera e da capo dello Stato mantenne viva tutta la sua coraggiosa e coerente testimonianza di cattolico prestato alle istituzioni della Repubblica. I meloniani dovrebbero soltanto pulirsi la bocca e poi avere il buongusto di tacere: stanno raggiungendo la vetta della loro povertà etica, intellettuale, morale e politica. Servirà per delineare una sorta di contrappasso politico-elettorale? Magari Bignami si rifà alla celebre frase “nel bene o nel male, l’importante è che se ne parli” (spesso legata al pensiero di Oscar Wilde o a icone come Salvador Dalì), che riassume la teoria secondo cui la visibilità batte sempre l’oscurità. Ecco perché bisogna reagire e riportare a visibilità un passato fulgido che ha il potere di oscurare il presente tenebroso.

C’è un’immagine di 27 anni fa che coi fatti risponde al fango gettato dal capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, sulla memoria del presidente Oscar Luigi Scalfaro. È il 21 marzo 1999, siamo a Corleone in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie promossa dall’associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti. Sul palco ci sono Scalfaro, il presidente della Camera, Luciano Violante, e il vicepresidente del Consiglio e futuro capo dello Stato, Sergio Mattarella.

Per Scalfaro non è la prima partecipazione all’importante iniziativa di Libera. Nel 1996 era in piazza del Campidoglio a Roma per la prima edizione, ma questa di Corleone ha un diverso valore, anche perché è la prima presenza di un presidente della Repubblica nel luogo simbolo del potere di “cosa nostra”. «Mi disse – ha più volte raccontato don Luigi Ciotti – che il suo staff era contrario, non per il valore della visita, ma per i problemi di sicurezza. Ma mi disse che fece di tutto per essere presente perché non voleva lasciarci soli». Ci mise la faccia Scalfaro, ma anche le parole che pronunciò su quel palco. Parole importanti, che ben rispondono alle insinuazioni dell’onorevole Bignami. Ed è importante leggerle tutte:«Ci sono le associazioni, ci sei tu don Ciotti. È importante che ci sia tu. Io sono qui perché mi hai chiamato. Mi ha detto “devi venire”. Eccomi! Perché penso che il capo dello Stato debba obbedienza ai cittadini che si impegnano in ogni modo per la salute del nostro popolo. Sono qui per questo. Sono qui per dirti “grazie” davanti a tutti. Per questa iniziativa. Qui c’è una marea di folla, venuta da ogni parte».

Quelle immagini e quelle parole don Luigi le porta sempre con sé nel cellulare, a ricordo di un rapporto strettissimo con Scalfaro che anche dopo il settennato partecipò a molte iniziative di Libera. Sempre con la stessa convinzione. «Il Vangelo e la Costituzione erano i suoi due grandi riferimenti», è un altro dei ricordi di don Luigi, aggiungendo: «Una persona di grande umanità, un cattolico che si interrogava, sapeva tradurre la spiritualità del Vangelo in etica civile». Scalfaro, ha scritto il collega Marco Iasevoli, ha più volte affermato, anche durante il mandato quirinalizio, «che la sua formazione cattolica e i suoi trascorsi in Ac sono stati fondamentali per l’educazione alla libertà». Anche contro le mafie.

Probabilmente l’onorevole Bignami non conosce la storia dell’Azione cattolica che è anche storia di martiri antimafia. Proponiamo un ripasso. Francesco Ferlaino, magistrato di Corte d’appello a Catanzaro, venne ucciso a Lamezia Terme il 3 luglio 1975. Era presidente diocesano di Ac. Marcello Torre, sindaco di Pagani, fu assassinato l’11 settembre 1980 su ordine di Raffaele Cutolo. Militante fin da ragazzo in Ac, della quale fu anche dirigente. Rosario Livatino, giudice ad Agrigento, ucciso il 21 settembre 1990, e beatificato il 9 maggio 2021, aveva aderito all’Ac fin dal liceo, frequentando poi l’associazione del suo paese Canicattì. Don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio, ucciso il 15 settembre 1993, era cresciuto spiritualmente in Ac della quale fu assistente e educatore. Tutti martiri che proprio nella formazione e nel cammino associativo avevano appreso come saldare Cielo e Terra. Certo non frequentando ristoratori condannati per mafia.

La memoria è una cosa molto seria e va esercitata con verità. Non per accaparrare consenso e voti. L’antimafia ha solo il colore della libertà, darle un colore politico, oltretutto falsando i fatti, serve solo alle mafie. (“Avvenire” – Antonio Maria Mira)