È vietato disturbare l’educazione all’indifferenza

I bambini delle quinte classi di un plesso di Marostica, in provincia di Vicenza, hanno aiutato le associazioni di volontariato a distribuire i pasti ai migranti che si radunano a piazza Libertà a Trieste. E hanno raccontato l’esperienza fatta a scuola per comprendere il fenomeno migratorio, in modo da presentarsi a Trieste, puntualmente informati di chi avrebbero incontrato: i profughi della Rotta Balcanica. Tra gli esercizi preparatori, hanno provato ad immedesimarsi, bendati e senza scarpe, nelle persone che avrebbero incontrato. E che per arrivare in Italia hanno affrontato ostacoli e insidie.

A Trieste sono scoppiate le polemiche. L’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint e il senatore Marco Dreosto, dello stesso partito, hanno parlato di “immagini vergognose” e di “scene inaudite”: «Le maestre hanno fatto un vero e proprio lavaggio del cervello a questi piccoli». «La scuola non deve esporre i bambini a messaggi diseducativi», ha insistito il deputato di Fdi Silvio Giovine, che come Cisint e Dreosto propone un’interrogazione a Valditara. È intervenuto anche il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga. Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha fatto sapere che l’Ufficio scolastico regionale per il Veneto «ha immediatamente avviato le opportune verifiche, al fine di accertare le modalità didattiche delle attività disposte e le modalità di svolgimento». Il ministero «monitorerà con la massima attenzione gli sviluppi della vicenda».

Gian Andrea Franchi, uno dei volontari, ha confermato che nei giorni scorsi, assieme ai Fornelli resistenti di Bassano del Grappa e alla Fattoria sociale Conca d’oro, hanno partecipato appunto anche gli scolari di Marostica. «Premetto – specifica la moglie, Lorenza Fornasir – che gli insegnanti avevano tutte le autorizzazioni a portare i bambini alla gita scolastica. Ebbene, una di queste maestre, che fa parte del “fornello resistente” di Vicenza, uno dei 65 che da ogni parte d’Italia vengono a Trieste per assistere gli immigrati, mi ha chiesto se poteva portare una classe, del plesso di Marostica. Le ho detto “certamente”, perché noi abbiamo centinaia di bambini, di scout, di gruppi parrocchiali che vengono a visitare piazza Libertà e ci aiutano nella distribuzione del cibo. Le ho consigliato, però, di preparare i bambini all’esperienza. E così è stato».

Gli scolari, dunque, sono arrivati preparati. «E infatti hanno dimostrato una capacità di affrontare l’esperienza in un modo così bello, puro, spontaneo, genuino, che è stata una cosa magnifica. Tant’è che io ho fatto un video che è diventato virale. E aveva l’autorizzazione della scuola. Perfino gli agenti della polizia che si trovano in piazza ci hanno osservato sorpresi, con simpatia». I “fornelli resistenti” sono gruppi di persone spontanei che non voltano la faccia dall’altra parte, hanno scelto di non essere indifferenti, si uniscono fra di loro, fanno da mangiare e dal nord, dal sud, da Ancona, a Torino vengono ogni giorno a Trieste, ormai da 3 anni, a portare da mangiare a 100, alle 200 persone che di volta in volta si trovano in piazza. (“Avvenire” – Francesco Dal Mas, Trieste)

Proprio in questi giorni, riflettendo sulla drammatica situazione (dis)educativa degli adolescenti, lasciati in balia dei loro peggiori istinti di violenza e delinquenza, arrivavo a concludere che il problema nasce dalla cultura dell’irresponsabilità che coinvolge un po’ tutti e in particolare genitori, insegnanti, educatori etc. etc. Un’azione deleteria che cade dall’alto ad opera di chi  guida un mondo disgregato all’inverosimile, dove ogni persona e ogni Stato punta al proprio esclusivo interesse, dove la sopraffazione è il parametro della coesistenza, dove l’arbitrio sostituisce le regole condivise, di chi impone modelli di comportamento all’insegna dell’egoismo sfrenato ed aggressivo, della forza quale misura relazionale, dell’attacco violento come miglior difesa. Dal basso non arrivano i valori, i principi e le testimonianze che dovrebbero costituire il bagaglio di crescita umana e morale e costituire gli anticorpi necessari.

Ebbene di fronte ad un coraggioso esperimento educativo scolastico, che mirava, se ben ho capito, a sensibilizzare e coinvolgere i ragazzi sul tema dell’immigrazione, giustamente riportato a misura di immigrato e non di chiacchiere pseudo-razziste o, ancor peggio, di folli teorie di remigrazione, il potere costituito ha reagito in malo modo, sentendosi chiamato provocatoriamente in causa.

È più diseducativo toccare con mano i drammi degli immigrati o propinare la narrazione secondo la quale gli immigrati sono soggetti pericolosi che vengono a immettere disordine e delinquenza nei gangli vitali della nostra società?

Certo, è più comodo chiudere l’educazione scolastica nel vile e difensivo bozzolo burocratico piuttosto che aprirla al contatto con le drammatiche realtà dell’immigrazione. Quanta sporca sollecitudine per squalificare iniziative educative coraggiose, che potrebbero creare una coscienza critica nei ragazzi che è esattamente il contrario del lavaggio del cervello.

È questa la cultura della destra? Non si tratta piuttosto dell’anestesia culturale operata dalla destra? Non siamo di fronte all’oscuramento di ogni e qualsiasi lume di potenziale critica verso lo spietato malgoverno del mondo? Che razza di silenzio virale si sta imponendo di fronte alle tragedie dell’umanità!!!

«Alla globalizzazione del mercato abbiamo abbinato quello che papa Francesco chiama globalizzazione dell’indifferenza, persino il disprezzo verso le sofferenze degli altri, le loro speranze. Il riemergere del razzismo verso gli immigrati, alimentato da politici senza scrupoli, che un giorno dovranno rendere conto di questo, è il segno di uno spaventoso regresso etico» (don Luigi Ciotti, presidente di Libera).

 

 

Un sacrosanto primo passo di giustizia

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. (Articolo 36 della Costituzione italiana)

Come al solito la Costituzione è lungimirante e concreta anche se viene sistematicamente ignorata o giubilata. Ecco infatti che la politica sulla questione del salario si perde purtroppo nelle definizioni di principio girando a vuoto intorno al problema: salario minimo, salario giusto, addirittura spunta lo stipendio emotivo.

Con salario minimo si intende la paga più bassa che, per legge, può essere conferita ai lavoratori. Il salario minimo può essere istituito in relazione all’ora, al giorno, alla settimana o all’anno. (openpolis)

La contrattazione collettiva costituisce, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 36 della Costituzione, lo strumento per la determinazione del salario giusto, assicurando ai lavoratori un trattamento economico complessivo adeguato alla quantità e alla qualità del lavoro prestato”. (articolo 1 comma 7 Decreto-legge 2026 n. 62)

Accanto alla componente economica emerge quello che i ricercatori definiscono «stipendio emotivo»: qualità dell’ambiente lavorativo, benessere psicologico, relazioni, possibilità di tenere insieme vita privata e professione senza esserne consumati. «I giovani vogliono lavorare per vivere, non vivere per lavorare», sintetizza Narciso Michavila, presidente di Gad3. Non è il rifiuto del lavoro. Semmai il rifiuto di un modello nel quale il lavoro finisce per occupare tutto lo spazio della vita. Le parole che i giovani associano più spesso all’idea di lavoro raccontano bene questo cambio di prospettiva: «passione», «carriera», «responsabilità», «necessità». Più in basso restano «sacrificio», «dovere», «servizio». (“Avvenire” – Antonio Fera)

Sinceramente non vedo alcuna contrapposizione tra questi concetti: sono complementari; fissare una soglia minima per legge non vuole assolutamente dire misconoscere l’importanza delle trattative sindacali, così come non significa ridurre il salario ad un concetto meramente economico a prescindere dal contesto umano e sociale in cui viene effettuata la prestazione lavorativa.

Il Parlamento faccia il suo mestiere e determini almeno una retribuzione minima di sussistenza per i lavoratori, senza illudersi che fatta la legge non sussista l’inganno: se ci mettessimo su questo piano dovremmo eliminare tutte le leggi in una sorta di liberismo isterico e globale.

I sindacati dei lavoratori facciano la loro parte adeguando equamente le retribuzioni alla qualità del lavoro prestato, tenendo conto, come base imprescindibile, del minimo salariale di legge.  Illudersi che la contrattazione collettiva possa essere onnicomprensiva ed esaustiva è un escamotage deresponsabilizzante a livello istituzionale e politico.

Che poi i rapporti di lavoro debbano essere contestualizzati in un clima socio-economico moderno che tenga conto delle esigenze e delle aspettative umane dei lavoratori, con riguardo soprattutto ai più giovani, mi sembra cosa ovvia anche se estremamente complessa ed impegnativa.

Non serve incartarsi nelle definizioni e giocare allo scaricabarile né nascondersi dietro alla teoria dribblando la pratica. Perché tanta ritrosia governativa? Non capisco e, se capisco, rifiuto drasticamente questo modo pilatesco di non affrontare i problemi che toccano i soggetti più deboli e più esposti alle ingiustizie patentate.

Va da sé che la fissazione per legge di un salario minino non risolva del tutto il problema, ma intanto cominciamo a mettere questo mattoncino che male non può fare alla costruzione di un trattamento equo del lavoro, combattendo almeno la vergognosa prassi dei salari da fame.

L’europeismo disarmato e disarmante di papa Leone

«Mai più la guerra» è il «grido» di Leone XIV che, come i suoi «predecessori», rilancia dall’aula magna dell’università La Sapienza di Roma visitata questa mattina. E, a pochi giorni dall’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica, cita la «Costituzione italiana» che sancisce il «ripudio della guerra» per evidenziare il pensiero «consonante», come lui stesso lo definisce, fra il magistero della Chiesa e la carta fondamentale della Penisola sul “no” alle armi. Non solo. Dalla maggiore università del continente, che annovera 125mila studente e oltre 3.500 docenti, il Papa critica l’Europa dove «nell’ultimo anno la crescita della spesa militare è stata enorme». Da qui il monito: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune». (“Avvenire”)

Finalmente! Mi sento molto più sereno dopo avere ascoltato queste parole. Decisamente geniale il parallelismo tra la Costituzione italiana e il magistero della Chiesa. Parecchi anni fa questo coraggio lo aveva e lo manifestava il mio indimenticabile amico don Luciano Scaccaglia. Durante la celebrazione del Battesimo sull’altare venivano posti due riferimenti essenziali: la Bibbia e la Costituzione italiana. L’una chiedeva al cristiano la fedeltà alla Parola di Dio, l’altra al cittadino l’attivo rispetto dei principi democratici posti a base del vivere civile.

E pensare che questo, secondo i detrattori del cavolo (resisto alla tentazione di usare un termine volgaruccio che lascio alla facile intuizione del lettore), anche altolocati, voleva dire fare politica in chiesa. Che ottusità mentale e culturale! Erano stupende e geniali provocazioni esistenziali, che contenevano autentici trattati di teologia coniugata con la laicità dello Stato. Egli alla duplice appartenenza del cittadino credente alla Chiesa e allo Stato rispondeva con la duplice fedeltà al Vangelo e alla Costituzione, conciliando Chiesa e Stato nell’impegno concreto degli uomini e non sui principi astratti e sui compromessi giuridici o, peggio ancora, di potere.

Ma torno a papa Leone e al suo coraggio di esprimere un giudizio politico sull’Europa, che nessun politico ha l’ardire di manifestare: il riarmo non è giustificabile da nessun punto di vista. Dov’è la sinistra, dove sono i suoi esponenti a livello nazionale ed europeo? Non hanno credibilità in materia di pace.

In questi giorni i cattolici si interrogano sul loro ruolo nel centrosinistra: in 700 a Roma per partecipare ad un incontro che vede insieme i cattolici impegnati in politica con tante realtà di base. Vorrei chiedere loro in premessa se siano pronti o meno ad accogliere il monito di papa Leone sulle scelte politiche dell’Europa a livello di spesa militare. Partano da lì, abbiano il coraggio di fare scelte politiche radicali di pace, altrimenti…

Qualcuno sostiene che la Costituzione non sia chiara al riguardo e che magari il Vangelo non vada interpretato alla lettera: non c’è peggior sordo politico di chi non vuol sentire e afferrare fino in fondo il concetto del ripudio della guerra; non c’è peggior ignorante cristiano di chi non vuol capire la necessità-virtù del “porgere l’altra guancia”.

Esigo radicale chiarezza in questa che è la madre di tutte le materie, non transigo su questo punto e non posso dare adesione e/o consenso a chi non fa un vero e proprio “voto di pace”. A maggior ragione se si dichiara di sinistra. Si facciano un bell’esame di coscienza i politici di sinistra (ancor più se cattolici) e la smettano di ingannare e ingannarsi sulla necessità del riarmo europeo in chiave difensiva. C’era bisogno che il Papa desse una lezione su questo irrinunciabile punto!?

 

Prove pratiche di arbitrio internazionale

La guerra all’Iran ha rafforzato i pasdaran, che oggi a Teheran hanno potere assoluto. Ha permesso alla parte più cupa del regime di riprendersi gli spazi pubblici: sono continue le manifestazioni nelle piazze delle città iraniane di sostenitori del regime, che cantano slogan, pregano attorno ai missili esposti, invocano il martirio, mentre le forze di pasdaran e basij presidiano ogni angolo. La Repubblica si riprende gli spazi pubblici che aveva quasi abbandonato: i parchi ove era comune vedere giovani innamorati passeggiare mano nella mano, i caffè, le strade dove le donne ostentatamente si toglievano il velo “per sistemarlo meglio”. Ora, la maggioranza della popolazione si è rinchiusa in casa, lasciando gli spazi alla propaganda dei radicali. La nuova generazione di capi dei pasdaran è meno interessata agli ossessivi precetti religiosi e più al controllo totale del Paese: non saranno nuovi bombardamenti, né altre eliminazioni di generali, a fermarli. Hanno occupato quasi tutti i gangli del Nezam e sono disposti a pagare il prezzo per mantenere il potere. Soprattutto, non esitano a farlo pagare ai propri cittadini, alla regione e al sistema internazionale. (“Avvenire” – Riccardo Redaelli)

Ebbene, se mai ci fosse stato bisogno di un’ulteriore prova dell’inutilità oltre che dell’ingiustizia della guerra, di quella all’Iran in particolare, eccoci serviti. Tutte le motivazioni addotte si stanno rivelando subdoli pretesti per lo scatenamento di una follia vera e propria. E pensare che c’è ancora chi crede agli asini che volano. L’opposizione interna al regime iraniano risulta silenziata, si prospetta un periodo ancora più cupo per la popolazione intera.

L’unico risultato emergente è quello di fare dell’Iran una merce di scambio nei rapporti fra Usa, Cina e Russia. Probabilmente sui tavoli negoziali avremo Iran e Ucraina: Cina e Russia faranno finta di difendere l’Iran, gli Usa fingeranno di farsi carico delle esigenze dell’Ucraina. Cosa ne sortirà? Certamente non gli interessi di queste due nazioni.

La Palestina continuerà ad essere il fulcro problematico della situazione mediorientale con una ulteriore discreta licenza di invadere ed uccidere rilasciata al governo israeliano. Violenza, impunità e un fiume di soldi: così nascono le colonie illegali israeliane. Si comincia con un piccolo bivacco. Poi arriva un generatore. Poi le telecamere di sorveglianza e la recinzione. Fino a quando spuntano i fucili. E un’altra famiglia palestinese se ne va. Così nascono le colonie israeliane illegali. (“Avvenire” – Nello Scavo)

E la democrazia, e l’autonomia, e il rispetto del diritto internazionale? E l’Europa, e l’Italia? Tutto rinviato alla prossima puntata bellica. Sintesi matematica del mio amico Pino: “Trump sta alla Cina come Meloni sta all’Europa. Non contano più un c…o”.

Gli eroi Mediaset contro i mostriciattoli del governo Meloni

Si fa un certo parlare, fra politica e gossip (non ho capito se attualmente sia più seria e attendibile la politica o il gossip), di un redde rationem sempre più stringente tra la famiglia Berlusconi (Mediaset) e Giorgia Meloni.

Questo discorso si può affrontare solo sul piano degli interessi (le idee non c’entrano niente…) non proprio coincidenti tra quelli del governo attuale e quelli del polo affaristico capeggiato dagli eredi di Berlusconi: la storia è sempre la stessa, vale a dire la politica asservita agli affari o addirittura mescolata con gli affari stessi. Il cavaliere aveva risolto il problema identificando nella sua persona il meccanismo funzionale a livello sistemico e istituzionale, i suoi figli hanno probabilmente una visione meno invasiva e tendono ad approfittare della debolezza della politica per influenzarla a loro piacimento, scompigliando le carte a livello informativo e attaccando la premier in modo sempre più pesante.

Parliamoci chiaro, i berluschini stanno sparando sul pianista: chi non vede la paradossale assurdità politico-programmatica di questo governo di incompetenti e di incapaci? E allora forse è finito il tempo dei messaggi cifrati (a Tajani perché Meloni intenda) per passare alle velate minacce (a certi ministri indifendibili) se non addirittura ai complotti veri e propri (strani colloqui con Mario Draghi propedeutici ad un governo tecnico che spazzi via l’ingombro meloniano).

Non sono personalmente interessato a queste manovre per incompatibilità etica e non voglio credere che Mario Draghi si possa prestare ad operazioni di così piccolo cabotaggio per rispetto alla sua intelligenza politica. Ma non c’è solo Draghi, potrebbe sortire anche un governicchio di transizione, propedeutico al rimescolamento delle carte e alla giubilazione di parecchi personaggi. Non credo che Mattarella accetterebbe simili porcherie politiche ed istituzionali.

Non avrei immaginato che il recente referendum istituzionale potesse innescare un tale subbuglio. Sì, perché, in un certo senso ha fatto saltare il coperchio che chiudeva il pentolone. Al resto ci ha purtroppo pensato Donald Trump. Le latenti divisioni all’interno del centro-destra stanno venendo clamorosamente a galla e non mi stupisco che la famiglia Berlusconi ne voglia approfittare in qualche modo. Comprendo infatti lo sconcertante imbarazzo verso i dirigenti di Forza Italia anche se il vero problema è Giorgia Meloni.

Il famoso musicologo Rodolfo Celletti, a proposito del pubblico e del loggione del Teatro Regio, diceva: «Quando strigliate qualche grosso cantante dimostrando di non avere timore reverenziale verso i mostri sacri dell’opera lirica, confesso che, sotto-sotto, ci godo; ma forse vi piacciono un po’ troppo gli acuti sparati alla “viva il parroco”…». Davanti alle subdole strigliate dei berluschini contro i mostriciattoli profani dell’attuale governo italiano non riesco nemmeno a godere, forse perché mi piacciono gli acuti sparati alla “viva la politica”.

 

Miei cari regimi vicini e lontani

Diffusa per tutta la Cina c’è una vasta rete di campi di lavoro e centri di detenzione amministrati dalle potenti agenzie della sicurezza interna del regime comunista. In queste strutture sono reclusi uomini e donne, intellettuali e ignoranti, prigionieri di coscienza e funzionari corrotti. Alcune di queste sono dei tentacolari complessi di schiavismo e tortura; altre sono strutture speciali in cui i detenuti privilegiati scontano la pena in un relativo benessere. (epochtimes.it)

 

Giudici, politici, funzionari e oligarchi. Nessuno è al riparo dalla “Mani pulite” in versione russa. Non passa settimana che non si registrino arresti eccellenti, condanne pesanti o inchieste clamorose, raccontate senza censura anche dai media ufficiali. È questo il tentativo da parte del Cremlino di dimostrare alla propria opinione pubblica che nessuno è al di sopra della Legge, in un momento in cui il Paese sta tirando la cinghia per «l’Operazione militare speciale» (Svo) in Ucraina? Oppure, dietro alla facciata della lotta alla corruzione, si nascondono altri fini come una nuova “privatizzazione” o è in corso uno scontro intestino al potere con inclusi test di fedeltà? Gli esperti russi sono divisi, ma quello che è certo è che l’ondata di “pulizia” non ha precedenti. (“Avvenire” – Giuseppe D’Amato, Mosca)

 

Le lobby americane sono gruppi organizzati che influenzano legalmente le decisioni politiche, legislative e governative negli USA, agendo per conto di imprese, associazioni o gruppi di interesse. Svolgono attività di “lobbying” (pressione) per promuovere o bloccare leggi, spesso finanziando campagne elettorali e fornendo competenze tecniche ai decisori, un sistema regolamentato e centrale nella democrazia americana. Esiste la lobby delle armi, la lobby degli israeliani, persino la lobby degli omosessuali.

 

In Israele non comandano direttamente i capi religiosi nel senso di una teocrazia, ma le istituzioni religiose e i partiti religiosi esercitano un’influenza significativa e crescente sul governo e sulla società. 

Mentre in Italia si è votato di recente un referendum per riformare la giustizia, in Israele, il 24 marzo scorso, è stata approvata una legge sostenuta dal governo sulla giustizia. Nella notte, mentre nei cieli del Medio Oriente volavano droni ed esplodevano bombe, la Knesset, il Parlamento israeliano, si è riunita in un lungo dibattito per votare un emendamento volto a conferire più poteri ai tribunali religiosi, rabbinici e della Sharia. La legge è stata approvata con 65 voti favorevoli e 41 contrari.

Secondo i critici, si è voluto creare un canale parallelo al sistema civile che rafforzerà il ruolo della religione nello Stato e indebolirà i diritti individuali, in particolare quelli delle donne. Come osserva Haaretz, la misura “rischia di creare sistemi legali paralleli” e di incidere sull’uguaglianza.

I tribunali rabbinici, dove non ci sono giudici donne, fanno parte del sistema giudiziario israeliano e si occupano attualmente di questioni legali come divorzi, testamenti ed eredità, nonché conversioni religiose. Il sistema è composto da 12 tribunali regionali e dal Grande Tribunale Rabbinico di Gerusalemme, che rappresenta il massimo organo d’appello, presieduto attualmente dal rabbino capo sefardita David Yosef. focusmediterranee.com)

 

Fin qui le fotografie giornalistiche delle società risalenti alle quattro maggiori potenze a livello mondiale. Niente di nuovo e niente di speciale. Questa orrenda visuale viene riportata da chi ha visitato per vari motivi questi Stati.

Un carissimo amico imprenditore, che aveva rapporti d’affari con la Russia, mi raccontava come all’atto di mettere piede sul territorio russo ci si accorga immediatamente di essere sbarcati in un mondo dominato in tutto e per tutto dalla mafia.

Un altro amico, operatore economico di alto livello, di ritorno da un viaggio in Cina, osservava come il regime cinese si basasse sul sistematico sfruttamento del lavoro in modo da garantire costi molto bassi per i prodotti con cui inondare i mercati vincendo la concorrenza. Il giorno in cui i cinesi riusciranno a reagire a questo sistema e riusciranno ad ottenere qualche diritto in campo lavorativo, aggiungeva, il regime crollerà o cambierà di molto.

Un amico che aveva lavorato in campo musicale per qualche tempo negli Usa, mi chiariva spietatamente come la democrazia statunitense fosse dominata in tutto e per tutto dalle lobby: una sorta di strisciante istituzionalizzazione lobbistica dell’intera società.

Mia sorella, di ritorno da un pellegrinaggio in Terra Santa, mi riferiva la sua impressione: gli ebrei comandano a loro piacimento e sfruttano i palestinesi; i palestinesi non capiscono niente e non riescono a reagire politicamente ripiegando sulla violenza e sul terrorismo.

Questo è il mondo in cui viviamo?! L’Europa, che ha in sé tutti i difetti di cui sopra, ma in modo più contenuto, mantiene un minimo di garanzia democratica per i cittadini. Fino a quando? Non riesce però ad influenzare il mondo – la mafia russa, la tortura cinese, la finta democrazia americana, la cattiveria difensiva israeliana – anzi rischia di essere contaminata e condizionata sempre più. O ci diamo una mossa o rischiamo un bel mattino di svegliarci immersi nel marasma poliziesco, mafioso, lobbistico e imperialistico di nemici ed alleati messi assieme, illusi magari di vivere nella pace dei sepolcri e nell’ordine dei cimiteri.

 

Europa senza arte né parte

La parola che sintetizza l’esito delle elezioni locali tenutesi giovedì in Inghilterra, Galles e Scozia è in linea con il sensazionalismo contratto dei titoli che campeggiano sui tabloid inglesi: Starmegeddon. Un “calembour” che associa il concetto di Apocalisse al primo ministro Keir Starmer. La batosta incassata dal suo partito, alla guida del governo di Sua Maestà da neppure due anni, è clamorosa: i Labour hanno perso più di mille seggi su 5mila (i risultati definitivi sono attesi oggi) a favore dei Liberal Democratici, dei Verdi e, soprattutto, di Reform Uk, il partito di estrema destra di cui è leader il trumpiano Nigel Farage. La sua “creatura”, nata dalle ceneri del Brexit Party, ha fatto incetta di seggi – più di 1.250 – attestandosi come il partito più votato. (“Avvenire” – Fabio Carminati)

 

Se le cosiddette “profezie che si autoavverano” orientano le scelte elettorali, la Francia avanza forse sul crinale più scivoloso della sua storia recente. Oltralpe, a un anno dalle presidenziali, si evoca di continuo l’ipotesi di un ballottaggio per l’Eliseo fra gli estremisti di destra e sinistra, ovvero i lepenisti xenofobi del Raggruppamento nazionale (Rn) e gli anticapitalisti di “La Francia insubordinata” (Lfi). Uno scenario che per milioni di elettori moderati suona come i dilemmi delle tragedie di Corneille. In altri termini, come si ripete spesso citando un adagio popolare, «scegliere fra peste e colera». (“Avvenire” – Daniele Zappalà)

 

Dopo un anno in carica il governo tedesco guidato dal cancelliere Friedrich Merz è crollato nei sondaggi. Secondo Deutschlandtrend solo il 15% si dichiara soddisfatto del suo operato, il 45% poco ed il 39% niente affatto; valori che precedettero la caduta della coalizione precedente. Tutti i partiti sono valutati male, la Cdu dal 75%, la Csu dal 71% e la Spd dal 83% del campione. “Responsabilità per la Germania” era il titolo del contratto di coalizione tra Cdu-Csu e Spd in cui si prometteva un “cambiamento di rotta” e soprattutto di rafforzare l’economia. La mancata ripresa economica, i ritardi nel rinnovo delle infrastrutture, i tagli allo stato sociale, e lo stesso stile di Merz, che più di una volta si è lasciato andare ad esternazioni non abbastanza soppesate, alimentano l’insoddisfazione dell’opinione pubblica per una coalizione con una maggioranza parlamentare di appena 26 voti e litigiosa. (“Il Fatto Quotidiano” – Andrea M. Jarach)

 

I tre Paesi fondamentali ai quali guardare per il futuro europeo, volendo concedere magnanimamente alla Gran Bretagna una qualche chance di rientro nella Ue, sono politicamente in precario e temporaneo equilibrio.

Alla estrema debolezza dei loro leader a livello internazionale fa riscontro una notevole mancanza di forza e di appeal politico in patria. Povera Europa…

L’Italia dal canto suo si basa su un governo che sembra stabile in quanto non combina niente, sembra autorevole ma lo è soltanto all’italiana cioè galleggiando, sembra solido, ma in realtà è liquido nei consensi (vedi risultati del referendum costituzionale) e gassoso nei programmi (parole, parole, parole), un governo che di autorevole ha soltanto la prepotenza di una leader tutto fumo e niente arrosto (fosse almeno simpatica…).

A guardare con fiducia all’Europa ci vuole un bel coraggio… Ci fossero almeno pronte o in gestazione delle alternative valide. Ci sono in agguato gli estremisti di destra, mentre in Italia l’estremismo è già in buona parte al potere. In Francia la sinistra è molto radicale, negli altri Paesi è insignificante (Italia compresa).

La mia analisi è molto semplicista e pressapochista, ma non si allontana provocatoriamente dalla realtà.

A questo punto bisogna andare oltre i partiti e oltre i loro leader per considerare le forze sociali spontanee, quelle giovanili in particolare, che possono rilanciare l’Europa. I pionieri hanno pensato e fondato l’Europa, i partiti l’hanno istituzionalizzata togliendole l’anima, i popoli si dovranno rimboccare le maniche per farsi europei senza l’Europa e per poi ricominciare daccapo partendo da cultura, arte, storia e religione. Con la piccola complicazione che il mondo non può aspettare, anzi aspetta soltanto le armi e i bagagli europei.

In questi ultimi giorni penso che persino Putin si sia accorto della mancanza dell’Europa come eventuale interlocutore. È tutto dire…Noi continuiamo a giocare alla guerra con Trump e Ntabyahu… Buona fortuna a tutti!

 

 

Legge elettorale, divertimento (non) innocuo per politici scemi

Con tutti i problemi che ci sono sul tappeto interno ed internazionale (ultimo ma non ultimo il rischio di pandemia da Hantavirus) vi pare serio che governo, partiti di maggioranza e di opposizione discutano animatamente e pressantemente di legge elettorale in vista della prossima consultazione politica del 2027? In un Paese degno di tale nome la domanda sarebbe qualunquisticamente retorica, in Italia rischia di essere provocatoriamente molto pertinente.

La Costituzione italiana non entra direttamente in questo merito anche se fissa i criteri della cornice entro cui si dovrebbero svolgere le consultazioni elettorali e sembra sottintendere che questi criteri non debbano essere strumentalmente combinati a seconda dell’aria politica che tira.

Non esiste un termine perentorio fissato per legge o dalla Costituzione entro cui approvare una nuova legge elettorale in Italia (forse se ne era parlato in sede europea…), anche se sarebbe più che opportuno fissarlo in modo da evitare ingorghi legislativi pseudo-democratici dell’ultimo o del penultimo minuto.

Siamo a circa un anno dalle prossime elezioni politiche e tutti i partiti si stanno, più o meno goffamente, affannando per escogitare il meccanismo che possa essere loro più favorevole, creando una confusione tremenda, un clima da resa dei conti preventiva e, se mai ce ne fosse bisogno, scoraggiando così ulteriormente i cittadini ad andare al voto, visto che esso viene stiracchiato in un senso o nell’altro e ad esso viene concesso un peso diverso a seconda delle convenienze partitiche.

Il risultato finale potrebbe essere un pareggio elettorale a reti bianche propedeutico alla formazione di un governo di unità nazionale: non è da escludere che qualcuno ci stia pensando e stia brigando in tal senso, rovinando questa estrema ma ammissibile soluzione ancor prima della sua nascita. Un mio indimenticabile professore mi ha insegnato che il bicchiere di cristallo non serve e non si usa in treno, durante il viaggio si beve nei bicchieri di carta. Il governo Draghi era di cristallo ed è stato trattato sbrigativamente come se fosse di carta. Vogliamo fare un bis tanto per saltarci fuori? Roba da politicanti della peggior specie.

Si fa un gran parlare di governabilità e di stabilità, concetti per niente validi in assoluto.  Ci può essere infatti un governo stabile a lunga durata che vivacchia e non combina un cazzo: l’attuale governo ne è la riprova. Sono penose le rivendicazioni meloniane per il record di durata del suo governo: sono andato a controllare, al momento è situato in graduatoria fra due governi Berlusconi. È detto tutto!

Si pensa da parecchio tempo alla semplificazione del panorama partitico da ottenere tramite il sistema elettorale maggioritario, che obbligherebbe le forze politiche alla formazione di due coalizioni, una di destra e una di sinistra oppure, per essere meno chiari e più attrattivi, una di centro-destra e una di centro-sinistra. Lasciamo perdere la stucchevole questione del ruolo e della collocazione del centro moderato: un divertimento innocuo per elettori scemi.

Non ho niente da obiettare sui governi di coalizione, ma non mi piacciono i pateracchi elettorali che li precedono: la politica è mediazione, è compromesso ai livelli più alti possibili, ma, se il compromesso lo facciamo addirittura prima delle elezioni, diventa fine a se stesso, finalizzato soltanto a fare il pieno elettorale da consumare nella successiva paralisi politico-programmatica.

Se siamo d’accordo che la politica sia fatta di dialogo, confronto e mediazione non vedo perché si debba esorcizzare il sistema proporzionale come se fosse la causa di sicura frammentazione e di altrettanto certa ingovernabilità. Se peraltro fosse vero che i voti non si contano, ma si pesano, il discorso sarebbe molto diverso e molto più interessante a favore del sistema proporzionale.

Resta comunque il principio che le regole del gioco andrebbero fissate prima di iniziarlo e non durante il suo svolgimento a seconda dell’andamento del gioco stesso: sta succedendo questo e non potrà che uscirne un capolavoro di inganno politico.

Le forze politiche del cosiddetto centro sinistra, più o meno allargabile, agli equivoci sul sistema elettorale aggiungono quelli sulle cosiddette elezioni primarie: se non c’è chiarezza sulle vere e proprie elezioni, figuriamoci su quelle finte. Queste servirebbero a trovare l’ago leaderistico nel pagliaio populistico. Follia! I leader non si costruiscono nei gazebo, i programmi non si improvvisano nelle piazze e le partite non si vincono durante gli allenamenti.

Il recente risultato elettorale referendario è stato, volenti o nolenti, un invito alla buona Costituzione e al buon Governo: lo stanno giubilando con reazionarie fughe all’indietro e scriteriate scorribande in avanti. L’increscioso dibattito (?) sulla legge elettorale è un segnale di “svaccamento” della politica alla faccia di chi ne ha chiesto un po’ di quella buona.

Le coreografie d’assieme e le prime ballerine artificiali

La linea dettata da Giorgia Meloni per l’incontro con Marco Rubio è piuttosto chiara e punta ad anestetizzare le scaramucce degli ultimi giorni con Donald Trump. L’idea è quella di evitare qualsiasi riferimento alle offese del presidente americano alla premier: ciò che conta sono le relazioni tra Roma e Washington, non le intemperanze di chi occupa temporaneamente la Casa Bianca. Un mantra ripetuto all’inverosimile anche da Antonio Tajani, unico membro del Governo assieme a Guido Crosetto che vedrà il segretario di Stato, oltre a Meloni. L’imperativo è badare al sodo, capire cosa ne sarà del traffico marittimo nello stretto di Hormuz, quale ruolo potrebbe avere l’Italia e quali margini ci sono per l’agognato allargamento della missione Unifil in Libano.

La posta in gioco è altissima, il ponte sull’Atlantico immaginato da Meloni rischia di crollare sotto i colpi maldestri di Trump, ma il recente riposizionamento di Roma verso i partner europei dimostra la debolezza della posizione iniziale e potrebbe relegare l’Italia a un ruolo da comprimario. L’obiettivo, quindi, è provare a riprendere in mano il doppio filo Washington-Bruxelles, recuperando il rapporto privilegiato con gli Usa e scalando posizioni nel club dei volenterosi. (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

Le performance meloniane fanno (quasi) sorridere. La crisi estrema dei rapporti all’interno dell’Occidente, di cui ad esempio l’annunciato ritiro di militari statunitensi dai Paesi europei è una delle manifestazioni più emblematiche che effettive, non ha bisogno dei pannicelli caldi di Tajani e Crosetto, ma di iniziative politiche forti e unitarie a livello europeo. L’Italia purtroppo non ha credibilità e capacità per contribuire a simili iniziative e ancor meno per promuoverle e continua a barcamenarsi in un doppio gioco che ci rende figli di nessuno.

Anche la distinzione fra il rapporto con Trump e quello con gli Usa non regge allo sconvolgimento dei rapporti internazionali, di cui le oscene sparate di Trump non sono altro che la punta dell’iceberg. Mi si perdoni la similitudine: se un rapporto coniugale è in crisi profonda, può comportare qualche divagazione sessuale di uno o entrambi i coniugi, ma non basterà l’interruzione di queste avventure per ripristinare l’armonia, addirittura potrebbe essere ancora peggio, facendo venir meno le valvole di sfogo.

Giorgia Meloni ha finito di fare la prima ballerina fra gli Usa e la Ue, dovrebbe ridursi a “ballerina di fila” cioè a danzatrice professionista all’interno di una compagnia, quella Ue, che, a differenza dei solisti o dei primi ballerini, esegue le coreografie d’insieme. È difficilissimo che, per rimanere nell’ambito di allegorie teatrali, una primadonna (autentica o artificiale che sia) si adatti a ricoprire il ruolo da comprimaria: in questi casi l’unica via d’uscita dignitosa è cambiare mestiere.

 

 

Le ciliegie dell’odio religioso

Nel pieno della tregua mediata dagli Stati Uniti tra Israele e Libano, nuovi episodi rischiano di riaccendere ulteriormente le tensioni. Sui social media è circolata una fotografia che mostra un soldato israeliano mentre infila una sigaretta nella bocca di una statua della Vergine Maria nel villaggio cristiano di Debel, nel sud del Libano. L’immagine arriva poche settimane dopo un altro episodio avvenuto nella stessa area: la distruzione di una statua di Gesù da parte di un militare di Tel Aviv, gesto che aveva provocato proteste e condanne internazionali. L’esercito israeliano (Idf) ha dichiarato di stare verificando l’autenticità della foto e le circostanze dell’accaduto. «L’Idf considera l’incidente molto severamente: il comportamento del soldato si discosta completamente dai valori che ci si aspetta dai nostri combattenti», afferma il portavoce dell’esercito israeliano in una nota. «Da un’indagine preliminare, è emerso che si tratta di una foto scattata diverse settimane fa. L’incidente sarà oggetto di indagine e, in base ai risultati – assicura l’Idf -, verranno presi provvedimenti disciplinari nei confronti del soldato. Idf rispetta la libertà di culto, i luoghi sacri e i simboli religiosi di tutte le religioni e comunità».  (“Avvenire” – Nello Scavo)

Mio padre, pur dall’alto del suo essere diversamente credente, quando veniva a conoscenza di episodi di profanazione di immagini e simboli sacri, non esprimeva tanto indignazione, ma grande pena per coloro che si rendevano colpevoli di questi gesti. Sono perfettamente d’accordo con lui: non mi sento colpito e credo che non sia colpita la fede, ma l’intelletto umano degradato fino a questo punto. Anche il Padre Eterno proverà grande pena per queste persone…

Detto ciò non posso esimermi dal valutare le ripercussioni psico-socio-politiche di questi demenziali atti compiuti da militari israeliani. Non fanno forse il paio con gli episodi di antisemitismo? Non finiscono per fomentarli? Non mettono il timbro sul già esecrabile bellicismo israeliano? Non sono segni di quell’odio religioso che sfocia nei genocidi?

Provo un senso di compatimento nei confronti di coloro che, ai vari livelli, si scandalizzano per queste disgustose manifestazioni di iconoclastia da parte di militari israeliani e non fanno una piega di fronte alle migliaia di bambini palestinesi e libanesi trucidati dall’esercito israeliano su ordine del governo Netanyahu in combutta con quello statunitense di Trump.

E che dire delle risibili reazioni dell’Idf al limite del ridicolo: cercano di togliere la pagliuzza iconoclasta dai loro occhi in cui è conficcata la trave genocidiaria. E che dire dell’allarmismo nei confronti dell’antisemitismo risorgente? Non è forse l’altra faccia della medaglia? Non so sinceramente se sia più grave profanare le statue di Gesù e di Maria o bruciare le bandiere israeliane? Non so se sia più inaccettabile “smammare” gli ebrei dai cortei del 25 aprile o provocare e perseguitare brutalmente i cristiani considerandoli nemici del popolo ebreo.

L’odio razziale e religioso è la causa-effetto della guerra continua tra israeliani e arabi, tra ebrei e islamici. Mi chiedo perché i cristiani vengano coinvolti in questa conflittualità senza sosta e senza limiti. Ci sono dei precedenti storici, si pensi soltanto alle crociate e poi alle relazioni tra cristiani ed ebrei nel Medioevo e nell’età moderna, segnate da episodi di profonda intolleranza, persecuzione e violenza fisica, spesso etichettati come pogrom, piuttosto che vere e proprie “guerre” tra stati, data l’assenza di un esercito ebraico contrapposto. Questi atti di violenza erano frequentemente giustificati da motivazioni teologiche e pregiudizi antisemiti.

Da parecchio tempo la Chiesa cattolica ha fatto chiara, espressa, concreta e credibile ammenda, mentre l’ebraismo, nella misura in cui sostiene (è proprio il caso di dire a spada tratta) Israele nella sua politica di dominio a livello medio-orientale, prosegue direttamente o indirettamente a seminare zizzania dando sempre la colpa al diavolo antisemita.

Qualcuno sostiene che le guerre non sono mai guerre di religione. Qualcun altro ritiene che le questioni religiose servano molto spesso a coprire l’ingiustificato e ingiustificabile bellicismo che dilaga in tutto il mondo.

Forse Giuda Iscariota pensava che Gesù potesse fomentare la rivolta contro i Romani e promuovere con le armi il riscatto militare di Israele: grande delusione la sua… Dopo aver capito “di non aver capito” non gli rimase che impiccarsi rifiutando il prezzo del tradimento. Gesù non odiava nessun, anzi amava tutti…

Siamo ancora lì!? Ognuno faccia un serio esame di coscienza per uscire dal tunnel dell’odio religioso-razziale per sgombrare il campo da un folle e fanatico equivoco in cui cadono, magari ingenuamente, i militari israeliani che se la prendono con le statue, così come gli antisemiti che se la prendono visceralmente con tutti gli israeliani: sono la punta dell’iceberg di una ben più grave e odiosa deriva “dell’un odio tira l’altro”.