Conte anti-woke…una furbata per attaccare la Schlein …il camaleonte, non avendo una sua ideologia cavalca di volta in volta il tema che gli serve…aiutato dal suo esperto in comunicazione… (messaggio del mio amico Pino)
Il centro-sinistra non ha bisogno di queste pericolose polemichette da quattro soldi per definire la propria identità culturale, politica e programmatica.
Si dimentica, anche in settori della sinistra, che “woke” è espressione gergale coniata dagli afroamericani per segnalare la necessità di “vigilare” contro ogni forma di discriminazione, manifesta o camuffata. Se viene meno questa attenzione, allora si apre la strada a chi intende mettere in discussione, ad esempio in nome di un distorto principio della sicurezza nazionale, o in difesa di una presunta identità costruita a tavolino, i fondamenti del sistema internazionale, i diritti civili, la molteplicità delle prospettive, e tutto ciò che John Rawls definiva «il fatto del pluralismo ragionevole». Si confondono, ad esempio, gli eccessi del politicamente corretto con il linguaggio non-offensivo, per il rispetto che si deve ad ogni essere umano. Non a caso, proprio la costante propensione ad offendere e ad umiliare gli altri, specie i più deboli, compresi interi stati, caratterizza il discorso trumpiano e la grammatica sgrammatica dell’ultradestra populista e nazionalista.
Se si seguisse questa linea di ragionamento – che a me pare un inaccettabile ripiegamento – allora dovremmo caratterizzare come irrimediabilmente “woke” l’articolo 3 della nostra Costituzione, che stabilisce l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E la stessa Costituzione impone alla Repubblica politiche che in America vanno sotto il nome di affirmative actions, cioè misure proattive di equiparazione, consistenti nel rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Sarebbe strutturalmente “woke” anche l’articolo 11, che con il ripudio della guerra finirebbe per caratterizzare l’Italia – per i nuovi alfieri della restaurazione politico-semantica – come un paese irenista e imbelle, un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. Insomma, il furibondo accanimento contro la categoria indefinita di wokismo non è che il grimaldello per scardinare le conquiste della civile convivenza, dal contesto nazionale a quello internazionale, e farci ripiombare sotto l’arbitrio degli energumeni, sia domestici che globali. In definitiva, è perciò molto meglio restare “woke”, in senso letterale, cioè rimanere vigilanti. (“Avvenire” – Pasquale Ferrara)
La sinistra ha storicamente la tendenza ad inasprire le diversità al fine di marcarle in chiave più elettorale che culturale: certe divergenze sono state salutari e chiarificatrici. Non è il caso da una parte della polemica anti-woke e dall’altra della polemica filo-riformista. Si prescinde dai contenuti woke e riformisti per trasformarli in ragioni polemicamente e strumentalmente divisive.
Gran brutto vizio quello della sinistra che si divide per il gusto di dividersi, finendo per creare una confusione in cui spillare qualche consenso a proprio favore spesso personale. C’è tempo per la discussione seria e costruttiva anche se ci può essere talora spazio per la polemica mai fine a se stessa o, ancor peggio, fine a inutili e dannosi personalismi.
Confondere la cultura woke con l’ubriacatura LGBT così come piegare il riformismo a mera moderazione pragmatica e centrista sono operazioni scorrette e controproducenti. Dividersi sulla strategia pacifista non ha molto senso, ma può avere anche un senso. Menare il can per l’aia, prendendo le lucciole di Giuseppe Conte e Pina Picierno come lanterne in vista delle elezioni primarie e secondarie, è cosa ridicola prima e più che inaccettabile. Di queste vuote diatribe non se ne può più anche perché sullo sfondo passano le immagini delle distruzioni belliche, dei naufragi migratori, dei bambini che muoiono sotto le bombe e in mare e dei bambini sopravvissuti che giocano coi topi.
