L’etica non basta perché non esiste più

C’è chi pensa che ogni problema si risolva con uno slogan. Da una parte c’è chi dice: «Nessun limite, venite tutti», come se bastasse evocare un principio morale; dall’altra chi, come Trump, Meloni, Afd in Germania, utilizza la crisi in corso per provare a fare campagna elettorale in patria. Entrambi vendono illusioni. Servono umanità, realismo, cooperazione europea e capacità di governare i fenomeni, non di cavalcarli. (dall’intervista di Matteo Renzi rilasciata ad “Avvenire”)

I venditori di illusioni abbondano, però alla politica non possiamo togliere la possibilità di volare alto, di sognare in grande, di sperare in un mondo diverso. Ecco perché la pur accattivante idea degli opposti populismi in materia migratoria non mi convince affatto. Non si possono mettere sullo stesso piano il vescovo di Palermo, Corrado Lorefice, e Matteo Salvini. Sulle parole del primo si costruisce una politica degna di tale nome, sulle parole del secondo non si difendono i confini ma il proprio egoismo e si butta a mare la politica.

Attenzione a non togliere alla politica il polmone ideale, pensando di poter respirare soltanto con quello del pragmatismo. Non basta l’etica? Il problema e che non esiste più l’etica! Alla teoria degli opposti populismi abbinerei purtroppo quella degli opposti pragmatismi: da una parte chi vuol chiudere le frontiere illudendosi di difendere il proprio benessere; dall’altra parte chi le vuol aprire, ma solo un pochettino…finendo per fare la parte del poliziotto buono funzionale a quello cattivo.

Per un problema di enorme portata, come quello migratorio, strutturale e non solo emergenziale, difficilissimo, perché mette in discussione tutto il nostro vivere a livello nazionale ed internazionale, non ci possono essere soluzioni facili e drastiche: chi lo pensa o è in mala fede o vuol ingannare tutti, sfruttando i peggiori sentimenti che albergano nell’animo delle persone.

L’altra sera mi è capitato di assistere allo sfogo di un migrante a Ceuta: piangeva e spiegava di avere tentato l’approdo verso la Spagna per curare il suo tumore. Ho pensato subito: davanti a Dio pagheremo carissime le nostre indifferenze, ne risponderemo e non ci potremo giustificare scaricando le colpe su Salvini, Vannacci, Meloni e compagnia stonando, ma nemmeno sostenendo di aver fatto il politicamente possibile (troppo poco!).

Non dimentichiamo che la politica è la forma più alta di carità se si fa appunto guidare dalla carità e non mette alla carità il freno inibitore della politica. Tutti discutono e nessuno fa niente. Anche la sinistra, devo ammetterlo, fa pochissimo, parla di equilibri, di leadership, di alleanze, di elezioni. Presenti agli elettori, senza paura di aprire il cuore, un coraggioso biglietto da visita fatto di qualche misura concreta a favore dei migranti, lasciando perdere, per l’amor di Dio, la comoda e fuorviante discriminazione fra migranti regolari e clandestini. Se c’è clandestinità è quella della politica, sballottata a sinistra fra riformismo, moderazione e centrismo. Smettiamola con queste stucchevoli disquisizioni teoriche.

«Una religione che non si occupi anche della fame, delle topaie dove vivono i poveri, dei veleni che avvelenano la terra, l’acqua e l’aria, è sterile come la polvere» (Martin Luther King). Vale per la religione, figuriamoci se non vale per la politica.

Quanto agli investimenti in difesa: dire no a finanziamenti europei a condizioni vantaggiose è un errore oggi sul Safe, come era un errore ieri sul Mes per la sanità. La vera domanda è come utilizzare quelle risorse. Devono servire a innovazione, ricerca, tecnologia e industria della difesa europea. Internet nasce anche dagli investimenti nella difesa: investire bene significa rafforzare sicurezza e competitività. (ancora dall’intervista di Matteo Renzi rilasciata ad “Avvenire”)

Siamo sempre ed ancora sul piano dell’etica che deve fare i conti con certe esigenze. Anche le armi possono servire. Siamo sicuri? Se continuiamo su questo piano non ne usciamo vivi. Nel centro-sinistra rischia di essere una questione dirimente: non so se dispiacermene per gli effetti divisivi o se compiacermene per la conseguente chiarezza da operare sul punto.

Il dettato evangelico del porgere l’altra guancia non è soltanto una virtù eroica, ma è anche una necessità per vivere in pace. Diversamente continuiamo pure a disquisire sulle armi e sul loro uso: faremo politica. Quale politica? Quella senza etica! E fino a quando?

«Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (Papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari).

 

 

 

Grande fratello d’Italia

C’è poco da meravigliarsi, tutti i cerchi di regime prima o poi si stringono: tutte le scuse sono buone per silenziare o comunque sottoporre a controllo la potenziale protesta. La scusa è sempre quella di prevenire i reati, mentre in realtà si vuole esorcizzare il conclamabile dissenso. L’equivoco tra lotta alla delinquenza e compressione delle libertà finisce nella criminalizzazione della protesta.

Ampliare l’uso del riconoscimento facciale (integrandolo con l’Intelligenza artificiale) per aiutare le forze dell’ordine non solo a punire crimini gravi, ma anche a prevenire. In piazza, allo stadio oppure a un corteo. Lo prevede un decreto legislativo che recepisce l’Ai Act europeo, dopo l’accelerazione impressa dal Governo in commissione Politiche europee al Senato. Contrarie invece le opposizioni, che temono profilazioni di massa dei cittadini: il testo prevede infatti la possibilità di usare l’Ia per identificare cittadini presenti anche a normali manifestazioni, sia pure solo a certe condizioni. Tra i punti controversi c’è in particolare l’articolo 8 che disciplina l’uso di sistemi di Ia per l’identificazione biometrica remota in tempo reale di persone in luoghi pubblici da parte delle forze di polizia. (“Avvenire” – Redazione romana)

In questo provvedimento legislativo non ci vedo chiaro, ci puzza di bruciato.  «Non ci vedo chiaro!». Così diceva il radiologo a mio padre mentre gli stava facendo una lastra allo stomaco. «A crèdd, rispose mio padre, a ghé scur cme la bòcca d’un lòvv!». Alla fine il responso fu che il mio genitore era sano come un pesce. Qualche mese dopo mio padre dovette farsi operare: aveva ben tre ulcere che stavano degenerando… L’oscurità dell’ambulatorio non aveva evidentemente aiutato il radiologo.

«Che si usi la tecnologia per individuare e fermare i criminali è positivo, ma che si utilizzi l’Ia per fare una profilazione di massa dei cittadini che partecipano a eventi politici è totalmente inaccettabile», attacca Angelo Bonelli (Avs). Mentre per Riccardo Magi (+Europa) «da Fratelli d’Italia a Grande fratello d’Italia è un attimo». È «un altro mattoncino dello Stato di polizia», incalza il dem Filippo Sensi. Per il centrosinistra, infatti, si tratterebbe di un modo per aggirare il modello cinese di “sorveglianza generalizzata”, bocciato anche dall’Ue. (ancora “Avvenire” – Redazione romana)

Non sono solito vendere il cervello ad alcuno, sono geloso della mia autonomia di giudizio e non sposo aprioristicamente le tesi della sinistra a cui peraltro faccio riferimento culturale, sociale e politico da tutta la mia vita. Mi permetto comunque di essere perfettamente d’accordo con le perplessità espresse da questa area politico-parlamentare. C’è poco da dire, in Italia e non solo in Italia ci puzza sempre più di regime. Ci sarebbe molto da fare prima che sia troppo tardi.

Il sonno dell’ingiusto

Ritengo doveroso proporre di seguito il testo integrale dell’intervento di Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo e Presidente della Commissione CEI sulle Migrazioni, intitolato “A Ceuta un’Europa sempre più disumana conclama il declino della sua civiltà”. L’ho ripreso direttamente dal sito della Diocesi di Palermo al fine di evitare ogni e qualsiasi intromissione giornalistica. Anch’io di fronte a queste parole mi taccio e interrogo la mia coscienza: spero lo facciano anche i governanti italiani, europei e di tutto il mondo.

“Quel che è accaduto nell’enclave spagnola in Marocco, a Ceuta, è certamente una trappola dei mercanti di morte e un evento scientemente organizzato e manovrato. Tuttavia, il suo valore simbolico è difficilmente sottovalutabile. È la dimostrazione lampante di un desiderio di libertà e di vita che giunge fino a noi dal Sud del mondo e che non può essere trattato solo come un problema di pubblica sicurezza. Lasciare la propria terra, il proprio paese, non è cosa che nessuna donna e nessun uomo fa a cuor leggero. Partire significa andare verso l’ignoto, lasciare le sicurezze, abbandonare usi, costumi e tradizioni che hanno segnato la propria vita, rischiare l’incolumità di sé stessi e dei propri cari. Quante persone sono morte nel tentativo di attraversare il mare? Le stiamo contando con freddezza, senza renderci conto che sono vite umane, volti, sogni e desideri annegati per la speranza di una nuova patria. Al di là delle necessarie valutazioni politiche e dei provvedimenti legislativi, eventi come quelli di Ceuta rimangono la cartina di tornasole dello squilibrio enorme del mondo, della distribuzione iniqua delle ricchezze, del restringimento delle democrazie in tutto il pianeta (e dei relativi diritti sociali, civili, economici), della crisi climatica. Tutto condensato in quella disperata speranza di Europa dei migranti. Si ripetono così senza fine fatti tragici, nei quali le speranze, i sorrisi, i corpi di tanti, in un attimo, vengono distrutti per decisioni di altri uomini, che si arrogano il diritto di togliere la vita altrui, cancellando come inutili i tanti amori che li hanno messi al mondo. Il rischio è proprio l’anestesia della coscienza, che rende banale il male. Creare torpore, creare coscienze assopite è il progetto occulto dell’Occidente.  Prova ne è il modo in cui Ceuta viene raccontata dai governi e dai media del Vecchio Continente (con la solita indefinibile propaggine americana). Una modalità, ai miei e ai nostri occhi, assolutamente terribile. Nessun rispetto, nessuna partecipazione, nessun dolore, nessun senso di umanità, nessuna spiegazione delle ragioni profonde. Solo l’allarme, del tutto infondato dal punto di vista giuridico, di una invasione di fatto impossibile (c’è il mare, c’è Gibilterra tra Ceuta e l’Europa); solo la squalifica, assurda e in verità controintuitiva, di ogni politica di accoglienza e di inclusione. Sta qui il peccato originale dell’Europa odierna di fronte ai migranti: non voler ammettere che si tratta di un fenomeno mondiale, irreversibile, da affrontare e gestire con la politica e non con gli eserciti; che siamo di fronte a un esodo a cui non si può rispondere con accordi ignobili con i paesi terzi, come la Libia di Almasri. Prima di cadere nel sonno che – come la Storia ci ha insegnato – non fa percepire la violenza, il suo scandalo, fino a farla accettare come normale o addirittura necessaria. A Ceuta l’Europa dimostra in maniera lampante la crisi profonda della sua civiltà e dei suoi valori. Rinnega sé stessa in quanto patria del diritto e del riconoscimento di ogni donna e di ogni uomo in quanto appartenenti a una comune umanità, a una fraternità universale che ci supera. Non si rende conto che le soluzioni tipo ‘pannolini caldi’ tolgono il fastidio di un giorno ma preparano la tragedia di domani. E soprattutto, rifiutandosi di pensare e di agire secondo i propri principi e le proprie capacità, l’Europa rischia di condannarsi a morte. La storia ci insegna che i cosiddetti barbari, entrati nel territorio romano, hanno fondato, insieme ai cittadini dell’Impero, una nuova civiltà. Non precipitiamo nella notte della ragione, del cuore e della coscienza”.

 

Una donna con le palle che fa accapponare la pelle

Si parla di Quirinale e il presidente torna sulle presunte ambizioni della premier: «Allo stato, non ci pensa nemmeno. Ma se un giorno ci pensasse sarebbe un grande vantaggio per gli italiani, dopo un grande presidente come Mattarella una grande presidente come Meloni». Gli italiani gradirebbero? «Sarebbe gradita a tutto il centrodestra e a gran parte degli elettori di centrosinistra», azzarda La Russa. (“Corriere della Sera

Ritorno sulla eventuale prospettiva di una Presidenza della Repubblica targata Meloni, chiarendo pregiudizialmente che un simile disegno potrebbe avere una sua relativa immediatezza, ma anche una più lunga e forse più probabile scansione di tempi: un salto della quaglia meloniana ravvicinato da Chigi a Quirinale oppure una scalata graduale con tappe intermedie, vale a dire un amico (circolano nomi a tale riguardo) a tenere calda la seggiola fino al momento in cui sarà matura, dal punto di vista politico e legislativo, la piena presidenzializzazione-intronizzazione meloniana. Queste prospettive sono realistiche e soprattutto sono percorribili?

Cacciari risponde alle dichiarazioni del presidente del Senato Ignazio La Russa, secondo cui Giorgia Meloni al Quirinale sarebbe “una fortuna”. “Non lo so, ma la cosa non mi scandalizza minimamente – osserva l’ex sindaco di Venezia – Sotto certi aspetti Meloni presidente della Repubblica mi sembrerebbe la conclusione logica della deriva della politica italiana nel corso degli ultimi decenni”. E spiega: “La nostra politica si è retta all’interno dell’alleanza costituzionale, cioè il quadro includeva i partiti che avevano sostenuto e fatto la Costituzione. La Meloni viene da una storia completamente diversa, ma questa storia oggi ha guadagnato via via posti di potere sempre più importanti, fino alla presidenza del Consiglio”.
Cacciari conclude amaramente: “Quella storia italiana passata, con buona pace di tanti miei colleghi, è finita: è del tutto logico che gli eredi di coloro che erano contro la Costituzione diventino presidenti della Repubblica”. (“Il Fatto Quotidiano”)

Se è vero che l’alleanza costituzionale ha retto la politica, dal momento che la Costituzione rimane la base della nostra repubblica democratica, non sarei così rinunciatario, anche perché il dettato costituzionale, direttamente o indirettamente, costituisce un riferimento imprescindibile a livello popolare (ultimo referendum docet). La battaglia è aperta e va riempita di contenuti: la Costituzione non può più essere una sorta di conventio ad excludendum, ma deve continuare ad essere un discrimine politico ben preciso ed irrinunciabile per chi ne è il primo garante in nome del popolo italiano.

Ricordiamo la celebre frase di Vittorio Foa in risposta da un ex fascista (Giorgio Pisanò) che parlava di “patria e concordia”: “Se aveste vinto voi, io sarei ancora in galera. Invece abbiamo vinto noi, e tu sei senatore”. Questa è la differenza capitale tra la democrazia antifascista e la dittatura. Diverso è il discorso se andiamo da un semplice senatore al Presidente del Senato: una forzatura, purtroppo già in atto, veramente disgustosa, provocatoria ed irritante. Figuriamoci per la carica di Capo dello Stato…roba da far accapponare la pelle!

Passo a Edith Bruck, scrittrice, poetessa e traduttrice sopravvissuta alla shoah: scappata dall’Ungheria, settant’anni fa, ha trovato rifugio in Italia ed è rimasta a viverci. Ecco cosa diceva all’indomani delle elezioni politiche del 2022: “Mi chiedo continuamente perché il fascismo non si riesca ad estirpare. È l’unica grande ideologia rimasta in piedi: il socialismo e il comunismo sono morti, il fascismo è stato sopito, domato, ma mai estirpato: ha mantenuto le sue radici, che sono assai profonde, e adesso ha anche dei lunghi rami.  Quando vado nelle scuole, mi rendo conto che i ragazzi conoscono poco la storia, anche se ne sono affamati e sono sensibili a quello che viene loro raccontato. Ma poi penso al fatto che la scuola viene soltanto dopo la famiglia e le famiglie mi sembrano tutte divise, impoverite dall’assenza dei nonni, i depositari del passato, quelli che possono raccontare la storia e con i quali si impara la relazione con chi è fragile. In generale, gli anziani sono esclusi, dimenticati, e questo incrudelisce la società intera. Le persone, specie nei momenti in cui c’è una crisi economica molto forte, si affidano a chi sbatte i pugni e grida. Tutti i dittatori gridano. Letta non grida, e infatti non arriva. Giorgia Meloni sì, e anche spesso. Già comincio a notare che molti giornalisti nei suoi confronti si sono ammorbiditi. La prima premier donna: questo non è un bene in sé. Anzi, spesso, nei posti di vertice, le donne diventano peggiori degli uomini: tendono a volerli superare, e fanno peggio di loro, sono ancora più spietate. Meloni è circondata da uomini di un certo tipo, lavora in una struttura di un certo tipo. È amata da chi le dice cose terribili come che “ha le palle”. Cioè: vali perché sei come un uomo. Ha vinto perché l’Occidente sta facendo un passo indietro di quasi un secolo; perché nessuno si occupa di formare una coscienza civile, di dare alle persone gli strumenti per capire quello che succede: in un talk show qualsiasi, c’è mai qualcuno che ha un interesse diverso dall’attaccare l’avversario per prendere applausi? E allora, a un elettorato confuso e male informato, è stato possibile vendere qualsiasi promessa e qualsiasi ideologia”.

E così finisce nella pattumiera anche la prospettiva di una Meloni prima donna al Quirinale. Bocciata come esponente politica estranea all’alleanza costituzionale, bocciata come spina euroscettica nella carne viva dell’europeismo, bocciata come filo-occidentalista di maniera in un mondo alla deriva bellica, bocciata come donna “con le palle”, rappresentante di un mondo femminile che punta alla parità di difetti con gli uomini.

E un simile personaggio lo possiamo ipotizzare e accettare quale futuro presidente della Repubblica o quale “preparatore atletico” del prossimo presidente della Repubblica? Ribadisco che mi si sta accapponando la pelle!

P.S. Mi sembra che dalla Spagna sia arrivata una perfetta fotografia emblematica di Giorgia Meloni in relazione alla crisi migratoria di Ceuta, al suo vergognoso stop agli accordi di Schengen e alla figuraccia rimediata. Evidentemente da lontano si giudica meglio. Da vicino si può arrivare a credere che gli asini volino e possano arrivare fino al Quirinale. Sono perfettamente d’accordo con Pedro Sanchez e lo ringrazio anche perché la verità di Europa deve prevalere sulla carità di patria.

Il primo ministro ricorda che la Spagna ha sostenuto altri paesi europei in precedenti crisi migratorie e fa riferimento all’accoglienza dei migranti giunti nell’Europa orientale attraverso la Bielorussia nel 2021 e sull’isola italiana di Lampedusa nel 2023. Il primo ministro punta il dito contro chi ha proposto l’esclusione temporanea della Spagna dall’area Schengen. A suo avviso, tale posizione deriva da “pregiudizi, notizie false, ignoranza o interessi politici” ed è ritenuta da Madrid contraria al diritto europeo, al diritto umanitario, ai principi di solidarietà dell’Ue e agli “interessi sul lungo periodo dell’Europa e al più elementare buon senso”. (adnkronos)

 

 

Una subdola dichiarazione di guerra alla Spagna

Non è solo una nuova ondata migratoria. È una crisi che riporta al centro la fragilità della frontiera più esposta d’Europa, quella di Ceuta, enclave spagnola in territorio africano, a pochi chilometri dal Marocco. In poche ore migliaia di persone hanno tentato di attraversare il confine, prima affrontando il mare a nuoto, poi riversandosi verso la barriera che separa l’Africa dall’Unione Europea. Uomini, donne con bambini in braccio, ragazzi e perfino persone con disabilità hanno raggiunto la città autonoma spagnola, cambiandone il volto in una sola giornata. Alcuni non ce l’hanno fatta: sarebbero almeno 11 i morti tra le onde. E le forze di sicurezza marocchine non hanno quasi tentato di fermare il flusso, mentre dall’altra parte della frontiera la Guardia Civil ha moltiplicato gli interventi con motovedette, droni e sistemi di sorveglianza. Le immagini dei giovani fradici che raggiungono la riva e delle colonne di persone lungo chilometri sulle colline attorno a Ceuta hanno riportato alla memoria la crisi del maggio 2021, quando oltre 8mila migranti attraversarono il confine in appena 48 ore, provocando una grave emergenza umanitaria e una crisi diplomatica tra Madrid e Rabat. (“Avvenire” – Chiara Vitali)

La questione migratoria diventa sempre più impellente, mettendo in luce situazioni emergenziali drammatiche. È di turno la Spagna e il governo italiano cosa fa? Si chiama fuori con un vergognoso “arrangiatevi”, con un vomitevole atto di egoismo anti-europeo, nascosto dietro la sospensione dell’accordo di Schengen che stabilisce la libera circolazione delle persone senza controlli alle frontiere interne, l’uso di regole comuni per i visti e una forte unione tra le forze di polizia. La giudico una vera e propria operazione di sciacallaggio politico a livello internazionale. Roba da far impallidire il peggior Mussolini possibile e immaginabile. Mi vergogno di essere italiano, chiedo scusa agli spagnoli oltre che naturalmente ai migranti disperati, chiedo perdono a quanti hanno creduto e voluto un’Europa unita. Possibile che di fronte alla catastrofe umanitaria di Ceuta non si possa fare altro che chiedere il ripristino di muri e frontiere!? L’occasione si sta rivelando propizia per regolare con la Spagna il conto anti-trumpiano, per rinsaldare le fila governative sulla pelle dei migranti e per lisciare il pelo ai vannaccisti dilaganti. Tutti per Meloni, Vannacci per tutti.

Il Governo ha impellenza di intervenire. Si attende solo un gancio. Lo offre il commissario Ue agli Affari interni, Magnus Brunner, con la sua prima dichiarazione: «La protezione delle frontiere esterne dell’Unione – dice – è una parte cruciale dei nostri sforzi per combattere la migrazione illegale. Siamo in contatto con le autorità competenti riguardo alla situazione in evoluzione a Ceuta». Pochi minuti dopo, fonti vicine al Governo italiano fanno sapere che si sta seriamente valutando la sospensione del Trattato di libera circolazione di Schengen con la Spagna. Qualche giro di lancetta e interviene direttamente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: «Le immagini che arrivano sono impressionanti – dice sui social – e dimostrano, ancora una volta, che l’immigrazione clandestina fuori controllo rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza dei confini europei». Poi aggiunge, confermando l’ipotesi di una possibile sospensione dell’accordo di Schengen con la Spagna: «Mi sono confrontata con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. L’Italia non resterà a guardare. Stiamo convocando gli organismi preposti, e all’esito di queste riunioni siamo pronti a intervenire anche con strumenti straordinari per difendere i confini e la sicurezza dei cittadini, come la sospensione dello spazio Schengen con la Spagna». E conclude: «Sull’immigrazione clandestina non arretreremo di un millimetro: difendere i confini, fermare i trafficanti di esseri umani e garantire rimpatri efficaci continuerà a essere la linea di questo Governo». (”Avvenire” – Marco Iasevoli)

Chi ci potrà difendere da questa deriva pseudo-razzista, nazionalista e populista? Attualmente solo il combinato disposto fra papa Leone e presidente Mattarella. Non è poco, ma non basta. Sinistra, se ci sei, batti un colpo! Visto peraltro che il cattivismo della destra non porta da nessuna parte, proviamo col tanto vituperato buonismo della sinistra…

Lei poc’anzi ha ricordato le parole con cui, riguardo all’epocale e globale fenomeno delle migrazioni, Leone XIV ha richiamato le coscienze di chi, nel mondo, riveste responsabilità istituzionali. Personalmente ritengo indiscutibile – e condivido appieno – la considerazione del Pontefice della insuperabile necessità di accantonare la logica dell’emergenza – del tutto improduttiva, come risulta ormai senza ombra di dubbio – e di impegnarsi in interventi di strategia di governo del fenomeno. Strategia possibile e sostenibile. L’unica in grado di evitare l’altrimenti inevitabile destino alternativo: quello di subirne conseguenze disordinate e di cercare – vanamente – di tacitare le coscienze di fronte a quanto avviene. (Dall’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della cerimonia della consegna del ventaglio da parte dell’Associazione Stampa Parlamentare)

E noi ai profeti preferiamo i funzionari, i burocrati, i propalatori di cavolate solo perché non sanno un cazzo, ma lo dicono bene… Non sappiamo essere ribelli… «Quella ribellione che rifiuta il conformismo e la sconfitta, una speranza che si chiama anche dignità, una patria senza nazionalità, un arcobaleno che è anche un ponte, il mormorio del cuore, la ribelle irriverenza che si prende gioco di frontiere, dogane e guerre!» (Gustavo Esteva, intellettuale messicano).

 

 

Alla ricerca del Grillo perduto

Dopo un lungo silenzio, il fondatore di M5S torna a bacchettare i rappresentanti della sua “creatura”. «Il Movimento 5 Stelle ha perso la sua identità e, soprattutto, quella “diversità” che lo aveva reso unico. Era nato per cambiare la politica, ma poi la politica ha cambiato il Movimento. Doveva ascoltare i cittadini e ha cominciato ad ascoltare i sondaggi. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone». Lo scrive Beppe Grillo sui social in messaggi che rimandano a un lungo post sul suo blog dal titolo “Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni”, tornando a occuparsi – in modo fortemente critico – del Movimento che, ricorda, «era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo». (“Avvenire” – Maurizio Carucci)

Grillo ha perfettamente ragione, ma ha decisamente torto. Se la situazione del M5S è quella da lui plasticamente descritta, di chi è la prima e fondamentale responsabilità, se non del fondatore, che evidentemente non aveva curato a sufficienza le fondamenta.

La smania di occupare il potere ha immediatamente e irrimediabilmente compromesso l’azione del movimento, al quale andava riconosciuto il merito di interpretare e rappresentare la voglia, generica ma genuina, di rinnovamento della politica: l’accordo di governo con la Lega ha rovinato tutto ciò che di buono avrebbe potuto sortire dal precipitoso ma significativo successo elettorale.

Una forza politica non si improvvisa, deve avere una storia, una cultura, un radicamento sociale: non può vivere della rendita antagonista rispetto al sistema partitico. Qualcuno sosteneva a ragione che dietro Grillo non ci fosse niente ed è lo stesso Grillo ad ammetterlo indirettamente. Una classe dirigente improvvisata ed impreparata non poteva che scopiazzare il peggio della politica. In questo senso qualche responsabilità è da imputare alla sinistra preoccupata presuntuosamente di squalificare sul nascere il M5S anziché provare, meglio dire provocare, umilmente un qualche tipo di dialogo e di collaborazione, se non a livello di governo almeno sul piano dei contenuti da portare avanti. Si è invece venuta a creare una concorrenza sleale da entrambe le parti, che continua a caratterizzare i rapporti a sinistra.

Grillo è un abilissimo affabulatore, ma non è un leader: la situazione non poteva che sfuggirgli di mano. Il M5S senza Grillo non è niente, nonostante l’opportunistica presa di potere da parte di Giuseppe Conte. La smetta quindi di piangere sul latte prodotto abilmente dalla sua fantasiosa vacca e versato malamente dalla sua inadeguata fattoria: non si illuda di risuscitare la sua creatura magari per interposta persona (leggi la straripante e  grilloparlantesca verve di Alessandro Di Battista).

Stranamente il M5S ha trovato una sua statica (?) consistenza elettorale ed una sua ragion d’essere: una sorta di sinistra (?) senza storia alla ricerca del Grillo perduto. La vis polemica non gli manca, ma sotto il vestito (quasi) niente. Attenzione però a non regalare questo gruzzolo di voti all’astensionismo (o magari addirittura a Roberto Vannacci), così come a non regalare una leadership a chi ha soltanto una certa qual abilità dialettica come Giuseppe Conte, l’assorbente contro le inesorabili fuoruscite di grillini a babbo morto.

«Noi senza identità? Con tutte le battaglie che stiamo facendo, spesso contro tutti? Beh, lui aveva detto che Draghi era un grillino. Fate un po’ voi», dice l’ex premier come figliol prodigo in risposta alle sferzanti bacchettate del padre poco misericordioso. Come volevasi dimostrare…

Che dire infatti di Giuseppe Conte? Devo ammettere di averlo inizialmente sottovalutato e successivamente snobbato. Ora che il suo profilo emerge con maggiore evidenza, confesso di nutrire perplessità tendenti al disinteresse. Mia sorella, per certi versi più netta di me nei giudizi, direbbe, usando una gustosa espressione dialettale: “niént pighè in t’na cärta” oppure “da lu a niént da sén’na…”.

 

 

La protesta teologale

In questi giorni confesso di essermi lasciato andare ad una riflessione amara e scivolosa: se aspettiamo che il campo più o meno largo del centro-sinistra mandi a casa il regime Meloni…la signora Cocomeri può stare tranquilla per i prossimi quarant’anni…fa in tempo a fare altri giri a palazzo Chigi in attesa di scalare tranquillamente il Quirinale come prima donna o meglio come primadonna della storia o meglio della commedia italiana.

Ho sprigionato questi pensieri osservando le proteste popolari ai confini della insurrezione, che diventano, come succede per tutti i regimi che si rispettano, l’alibi per la strumentale autodifesa ed il mantenimento dello status quo.

La politica non riesce a cogliere, rappresentare e interpretare le sacrosante proteste, che soffrono del senso di impotenza e spesso sfociano nella stucchevole e autocelebrativa guerriglia. Colpa naturalmente della sinistra che non prende le distanze e consente il ricorso alla violenza? No, colpa della sinistra che prende troppo le distanze dai problemi fondamentali del nostro tempo e non riesce a formulare uno straccio di proposta sui temi caldi oggetto della protesta.

Chi protesta (i no-tav, i collettivi, gli studenti e chi più ne ha più ne dovrebbe mettere…) si rende conto della sterile consistenza della propria azione e tende a farne una guerra di principio che rifiuta la inconcludente o addirittura inesistente mediazione politica.

Ecco perché non riesco a scandalizzarmi per le proteste in bilico fra non violenza e violenza. Mi scandalizzo di un governo che sta sotterrando la Costituzione, che sta instaurando uno strisciante regime di democratura, che sta facendo la seconda repubblica fondata sull’egoismo individuale e collettivo.

Mi scandalizzo di una sinistra presuntuosamente autoreferenziale che non va mai al sodo per paura di perdere il “centro” della scena. Se la destra instaura un regime e la sinistra lascia fare, cosa rimane della politica, cosa deve fare la popolazione più reattiva e “indisciplinata”.

La protesta non violenta proprio per il fatto di non essere violenta dovrebbe mettere le premesse per il cambiamento etico e culturale prima e più che politico e sociale. Temo si tratti di un atto di fede vieppiù (quasi) impossibile, di un atto di speranza troppo cocciuta, di un atto di carità verso chi non la merita. Eppure si tratta delle tre virtù teologali…

 

 

Sono in arrivo fiori dall’Iran

Le cronache riguardanti gli attentati terroristici di matrice islamica mettono quasi sempre in evidenza come gli esecutori materiali siano noti alle autorità e come dovrebbero essere controllati trattandosi di soggetti pericolosi.

Solo per miracolo l’azione terroristica del ventunenne tedesco di origini libanesi Abdul Ballout, ucciso poi dalla polizia domenica sera, non ha avuto un bilancio ancora più drammatico. Il ragazzo nel 2025 aveva cercato di unirsi allo Stato islamico, prima in Mauritania, poi in Siria, per poi essere espulso dal Libano (in quanto cittadino tedesco, ironicamente). Arrestato al rientro a Berlino, è stato condannato per preparazione di atto terroristico ma, in attuazione del diritto minorile (che in Germania si applica di fatto fino ai 21 anni), con una pena detentiva di soli 22 mesi e poi rilasciato con la condizionale, con l’obbligo di sottoporsi a un percorso di deradicalizzazione. (da “Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

Tutti si chiedono come le autorità competenti abbiano potuto perderlo di vista dopo averlo trattato con i guanti. Adesso scatterà, a macchia d’olio, la strumentale, illusoria e generalizzata richiesta del pugno di ferro da adottare contro i migranti quali potenziali portatori del virus terroristico.

Il sano realismo dovrebbe portare innanzitutto a prendere atto di come l’antiterrorismo non funzioni: non solo si cerca l’ago nel pagliaio, ma dopo averlo trovato lo si trascura, appuntandolo al bavero della giacca dell’efficientismo di facciata. Quindi dopo il danno scatta la beffa della caccia alle streghe: il pretesto per la stretta all’immigrazione, per la criminalizzazione dei migranti, per il fantomatico inasprimento delle leggi, per l’inumano trattamento giudiziario dei soggetti a rischio e per la licenza di ucciderli. Tutto inutile e strumentale bagaglio demagogico.

A nessuno viene alla mente che il terrorismo islamico ha radici molto complesse ed articolate che affondano nei secolari rapporti internazionali fatti di colonialismo, di sfruttamento e di razzismo? A nessuno viene il dubbio che le guerre acuiscono e ed incardinano i fenomeni terroristici? Nessuno ha presente che la irrisolta questione palestinese, con le conseguenti interminabili scie di sangue, ha e avrà ripercussioni anche a livello terroristico?

Ma stiamo ai giorni nostri: nessuno ricorda che l’Iran ha tre armi di difesa che sta regolarmente utilizzando: l’attacco verso il mondo arabo filo-occidentale, lo sconquasso nei rapporti commerciali e il terrorismo più o meno organizzato e strutturato.

Le vittime dei per ora cani sciolti del terrorismo islamico devono ringraziare anche e soprattutto Trump, Netanyahu e c. Cosa pensavamo che l’Iran mandasse fiori ai Paesi occidentali? Le follie trumpiane ed israeliane ci regalano, oltre le crisi energetiche e i dazi commerciali, la recrudescenza degli attentati terroristici. Non ci voleva molto a prevederlo.

Tutti coloro che ritenevano la vittoria elettorale di Trump un affare americano, davanti al quale alzare le spalle, sono serviti: il menù si sta completando e, per quanto riguarda il piatto terroristico, siamo solo agli assaggini.

I fantasmi genovesi si aggirano in quel di Bologna

Quindi mai giustificare l’odio, l’aggressività, il pregiudizio. A riguardo della vicenda bolognese ho apprezzato l’impegno del ministro Matteo Piantedosi: «Non sarà un nuovo caso Cucchi», ha detto. Un impegno per la verità e la giustizia, per confermare la fiducia nelle istituzioni, antidoto alla rabbia e alla vendetta “fai da te”. Come peraltro ha chiesto con coraggio la nipote di Fakir. Chiedere giustizia, ovviamente, non vuol dire condanna – la presunzione di innocenza c’è fino a prova contraria per tutti – ma accertamento dei fatti e giudizio equo sulle responsabilità. E questo processo richiede tempo e studio. Affrettare delle conclusioni in un senso o nell’altro, il processo alle intenzioni, è pericoloso per tutti ed enfatizza la già marcata polarizzazione che invece di aiutare la verità serve solo per affermare la propria! Le violenze sono sempre inaccettabili e da condannare senza nessuna ambiguità o falsa comprensione. (dall’intervista del cardinale Matteo Zuppi al quotidiano “Avvenire”)

Attenzione a non fidarsi delle parole di un ministro che ha dimostrato coi fatti insensibilità, incapacità e faziosità. Sinceramente non capisco il rilascio di questa fiduciosa cambiale in bianco: ingenuità? diplomazia? quieto vivere? equidistanza da governo centrale e sindaco di Bologna? tardiva pasoliniana poesia di preferenziale simpatia verso i poliziotti poveri?

La verità ha tempi lunghi? Purtroppo ha tempi infiniti e nel frattempo soccombono i deboli in attesa che la verità (non) venga a galla. Il caso Cucchi lo dimostra. La verità è anche un processo in divenire. L’episodio della morte di Fakir si inserisce in un contesto temporale molto critico e poco rassicurante.

Quarant’anni fa, fra i giuristi, si iniziò a definire «panpenalismo» l’aumento eccessivo di sanzioni per qualsiasi comportamento scorretto. Ora, serviranno anni per valutare appieno la reale efficacia di tutti i pacchetti sicurezza finora varati. Ma non c’è dubbio che la superfetazione sia già imponente: c’è chi ha calcolato come durante il Governo Meloni siano stati già introdotti almeno 57 nuovi reati (da quello per rave all’omicidio nautico) e 60 aggravanti, oltre a un aumento complessivo delle pene per 500 anni di carcere. Quanta applicazione hanno finora trovato? E se dovessero trovarla, mettiamo per l’imputabilità dei minori, cosa accadrebbe alle presenze nelle carceri minorili, in un universo penitenziario sull’orlo del collasso? E c’è infine il nodo della libertà, evocato da Mencken: quanta intendiamo barattarne, noi cittadini medi, a fronte delle promesse di una maggior tranquillità? Domande che restano aperte, mentre il battage pre-elettorale in nome della fuggevole dea Sicurezza va avanti.  (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Non si può pretendere quindi pazienza infinita. Bisogna reagire ad un andazzo inaccettabile, che sta rovinando la nostra già debole democrazia. Fin dove può spingersi la protesta di piazza? Bella domanda! Il limite è la difesa dello Stato? Anche quando si capisce che va contro lo stato di diritto? L’operato della polizia non è un totem! La polizia, come tutte le entità pubbliche e private, risente dell’aria politica che tira.

In questi giorni si sono ricordati i cosiddetti fatti di Genova. Dal 19 al 21 luglio 2001 Genova ospitò il vertice del G8, l’incontro tra i governi delle otto nazioni più industrializzate. In quei giorni, oltre 200.000 persone arrivarono in città per partecipare a iniziative e manifestazioni contro la globalizzazione economica, in larga parte pacifiche.

Il G8 di Genova è però ricordato soprattutto per le gravi violazioni dei diritti umani avvenute durante quei giorni: le violenze in strada contro persone manifestanti e giornaliste, l’irruzione notturna alla scuola Diaz, i maltrattamenti e le torture nella caserma di Bolzaneto, la morte di Carlo Giuliani.

A 25 anni da quei fatti, Genova 2001 resta una pagina centrale della storia italiana recente. Non riguarda solo la memoria di chi era presente: riguarda il diritto di manifestare, l’uso della forza indiscriminata da parte delle forze di polizia, l’accertamento delle responsabilità e le garanzie perché violazioni simili non si ripetano.

«Una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente».

Così Amnesty International descrisse, un anno dopo, quanto accaduto durante il G8 di Genova per evidenziare l’ampiezza e gravità delle violazioni dei diritti civili e politici e denunciare come non si fosse trattato di singoli e isolati eccessi, ma di pratiche di polizia e di gestione dell’ordine pubblico con precise responsabilità in tutta la catena di comando.

Ho la netta impressione che il tempo si sia fermato a quei tristissimi giorni. Durante il G8 di Genova del 2001, la presenza di Gianfranco Fini — all’epoca vicepresidente del Consiglio — in Questura e la sua presunta permanenza nella sala operativa hanno generato molte polemiche e dibattiti politici, sebbene lo stesso Fini abbia sempre respinto ogni accusa di coinvolgimento operativo. Numerosi critici e resoconti politici hanno puntato il dito sulla sua presenza in quei luoghi nevralgici durante i giorni degli scontri e delle violenze (come i fatti della scuola Diaz e Bolzaneto). Fini ha tuttavia ribadito che la magistratura non lo ha mai ritenuto indagato o convocato con accuse formali, sostenendo che le forze dell’ordine persero il controllo ma che non vi fu alcun “ordine politico” di tipo illecito dietro la gestione dell’ordine pubblico.

Non è questione di interventi diretti o meno, è l’aria che tira a condizionare la gestione dell’ordine pubblico. La situazione è oggi molto simile a quella del 2001. C’è ben di peggio rispetto a Fini e c’è addirittura un Vannacci in più…

Dopo di che, violenza chiama violenza…Ricordiamoci però che la violenza di Stato o promossa e favorita dallo Stato rappresenta l’inquinamento delle acque da parte di chi dà la colpa principale a chi magari si sente autorizzato ad inquinarle ulteriormente.

 

La pace nei sepolcri dei Fakir

Quando mio padre commentava la morte di una persona di cui non si riusciva a trovare la causa e per la quale non si individuava nemmeno l’esecutore materiale dell’eventuale delitto, concludeva sarcasticamente: «As védda che quälcdòn al gà preghè un cólp…».

Temo che possa succedere per la morte di Abderrahim Fakir: si fa un gran parlare di questo fatto, sulla sacrosanta ricerca della verità aleggia la pregiudiziale difesa dell’operato della polizia, nell’altrettanto sacrosanta protesta per un clima repressivo di caccia alle streghe si inserisce lo sfogo violento contro la violenza del potere, nello scontro politico si insinua la propaganda securitaria fine a se stessa, nella battaglia civile si teme che possa nascondersi la tentazione anarchica.

Un uomo vivo entra nell’inquadratura e pochi minuti dopo è morto. Si chiamava Abderrahim Fakir. È accaduto a Bologna, nel quartiere Pilastro: Fakir era a terra, ammanettato, immobilizzato da due agenti, mentre un altro uomo gli teneva ferme le gambe. Intorno, secondo le immagini diffuse, c’erano operatori sanitari. Un video non è mai tutta la verità. Non racconta ciò che è avvenuto prima, non stabilisce da solo la causa della morte, non sostituisce l’autopsia, le testimonianze, le comunicazioni radio, le riprese delle bodycam. Ma nemmeno è niente. Quel video mostra un uomo che chiede aiuto. E mostra che, poco dopo, quell’uomo non è più vivo. (MicroMega – Iacopo Benevieri)

Prima ancora di capire come è morto Fakir, mi chiedo il perché la polizia entri a gamba così tesa in situazioni che dovrebbero essere affrontate con molta più calma. Non era il caso di chiedere l’intervento degli assistenti sanitari prima di immobilizzare quello “strano” soggetto? Non era meglio tenere sotto controllo la situazione con un certo distacco per verificare il perché dell’eventuale emergenza a livello di ordine pubblico? Non ci sono stati precipitazione e protagonismo associati a scarsa professionalità di tutti gli intervenuti?

Ecco perché non basterà l’autopsia a fugare dubbi, ecco perché la verità non verrà mai a galla, ecco perché prevarrà il retro-pensiero di non delegittimare la polizia, ecco perché la difesa del quieto vivere varrà la morte di un Fakir qualsiasi e prevarrà sulla difesa delle persone border line. La verità galleggia nell’aria repressiva che tira a livello legislativo, politico, sociale e culturale.