Una speranza che si chiama Repubblica

Si arrivava anche a parlare del referendum Monarchia-Repubblica nell’immediato dopoguerra. Chiedevo conto ai miei genitori del loro comportamento. Entrambi non nascondevano il loro voto: mia madre aveva votato monarchia, mio padre repubblica. Nel 1946 vivevano insieme da dodici anni, ma ognuno, giustamente, manteneva le proprie idee politiche e le esprimeva liberamente. Mia madre così giustificava la sua difesa dell’istituto monarchico: «Insòmma, mi al re agh vräva bén!». Non un granché come motivazione politico-istituzionale, ma mio padre non aveva nulla da eccepire. Taceva. Io non mi accontentavo e, da provocatore nato, chiedevo: «E tu papa? Cos’hai votato?». Rispondeva senza girarci attorno: «J’ ò votè Repubblica!». Allora mia madre controbatteva che comunque l’opzione repubblicana vinse con l’aiuto di brogli elettorali. A quel punto mio padre si chiudeva in un eloquente silenzio e aggiungeva solo: «Sì, a gh’é ànca al cäz, ma…». Mia sorella invece girava il coltello nella piaga e rivolta polemicamente a mia madre diceva: «Il re, bella roba! Ci ha regalato il duce per vent’anni, poi, sul più bello, se l’è data a gambe. E tu hai votato per il mantenimento di questa dinastia?». Papà allora capiva che la moglie stava andando in difficoltà, le lanciava la ciambella di salvataggio e chiudeva i discorsi con un: «J éron témp difìcil, an e s’ säva niént, adésa l’é tutt facil…». E magari aggiungeva un aneddoto ad hoc. Nella sua compagnia esisteva un amico dotato di una testa grossa. Per deriderlo bonariamente gli chiedevano: «Se ti a t’ fiss al re, pr’i frànboll con la tò tésta agh’ vriss un fój da giornäl…». (da “Fiól ‘d mè pädor – Aneddoti, battute, episodi, aforismi – sito enniomora.it – sezione libri)

Il 02 giugno si celebra la festa della Repubblica: quest’anno ricorre l’80° anniversario della Fondazione della Repubblica italiana. Purtroppo non sono stati accolti gli accorati appelli per evitare la parata militare e trasformare la Festa della Repubblica in un evento di pace e solidarietà, promossi da diverse associazioni pacifiste e cattoliche, tra cui Pax Christi. Tali iniziative criticano l’esibizione di armamenti e i costi dell’evento, proponendo di sostituirla con incontri civili e di riflessione. Mai come quest’anno la richiesta era opportuna e plausibile.

Mio padre aveva fatto il servizio militare con spirito molto utilitaristico ed un po’ goliardico (per mangiare perché a casa sua si faceva fatica), cercando di evitare il più possibile tutto ciò che aveva a che fare con le armi (esercitazioni, guardie, tiri, etc.) a costo di scegliere la “carriera” da attendente, valorizzando i rapporti umani con i commilitoni e con i superiori, mettendo a frutto le sue doti di comicità e simpatia, rispettando e pretendendo rispetto al di là del signorsì  o del signornò. Raccontava molti succosi aneddoti soprattutto relativamente ai rapporti con il tenente cui prestava servizio. Aveva vissuto quel periodo come una parentesi nella sua vita e come tale l’aveva accettato, seppure con una certa fatica. Mio padre era estraneo alla mentalità militare, ne rifiutava la rigida disciplina, era allergico a tutte le divise, non sopportava le sfilate, le parate etc., era visceralmente contrario ai conflitti armati.  (dal libro “Mio padre” – sito enniomora.it – sezione libri)

Se le armi vengono prodotte, commercializzate e finanche esposte in parata, è giocoforza che prima o poi vengano utilizzate. Tutto parte e tutto finisce lì.

Torno ancora una volta alla saggezza di mio padre. Nella sua semplicità, quando osservava l’enorme quantità di armi prodotta, rimaneva sconfortato e concludeva per un inevitabile inasprirsi dei conflitti al fine di poter smaltire queste scorte diversamente invendute ed inutilizzate. «S’in fan miga dil guéri, co’ nin fani ‘d tutti chi ilj ärmi lì?» si chiedeva desolatamente.

Purtroppo il Presidente della Repubblica non ha accolto l’invito a soprassedere alla parata militare in via dei Fori Imperiali: un suo illustre predecessore (Carlo Azeglio Ciampi se non erro) la ripristinò (seppure in buona fede). Il contesto storico è cambiato, occorrono segni (anche piccoli) di aprioristica pace. Valeva la pena di operare questa provocazione: sono convinto che molti italiani avrebbero apprezzato. Qualcuno magari si sarebbe scandalizzato: un motivo in più per farlo. Resta tutto il mio rispetto, la mia ammirazione, la mia comprensione, il mio affetto per il Presidente Mattarella, ma, e lo dico in tutta sincerità associata ad umiltà e a tutta la discrezione possibile, un po’ più di coraggio non guasterebbe non solo per scongiurare l’esibizionismo armifero, ma anche e soprattutto per condannare apertamente e nettamente l’imperialismo israelo-statunitense, verso il quale si dimostra troppa prudenza diplomatica che scantona sempre più nell’omertà, al pari di quello russo verso cui si chiudono porte e finestre diplomatiche (in diplomazia occorre una certa dose di ipocrisia, che però non può riguardare solo i rapporti con una parte: una sorta di nuova guerra fredda in cui si deve stare per forza da una parte anche se clamorosamente sbagliata).

Per fortuna quest’anno almeno niente tradizionale ricevimento nei giardini del Quirinale, ma una cerimonia molto meno esclusiva e decisamente più partecipata: gli 80 anni della Repubblica festeggiati in piazza del Quirinale tramite un mega evento con artisti, cantanti ed intellettuali in diretta televisiva.

Forse desidererei maggiore sobrietà per rispetto alle popolazioni che muoiono e soffrono anche perché noi facciamo ben poco per aiutarle a passare dai tormenti delle guerre alle speranze di pace, forse non so neanch’io cosa preferirei tanta è l’angoscia che mi coglie in questo momento storico. Dopo tutto l’importante è comunque che la festa riguardi la scelta della Repubblica quale forma di Stato democratico, la Costituzione quale bussola per la navigazione istituzionale, politica e sociale, la Resistenza quale premessa a queste opzioni, la Democrazia quale sbocco politico imprescindibile e implementabile, l’europeismo quale conseguenza indispensabile, la pace quale scelta irrinunciabile di fondo.

Una festa civile è una ricorrenza istituita dallo Stato per celebrare eventi, valori o figure fondamentali per la storia, l’identità e le istituzioni della nazione. Quella del 02 giugno è forse la migliore sintesi di tutte le feste civili e di tutte le migliori idealità. La vivo così, senza pericolose nostalgie, senza assurdi trionfalismi, senza vuoti esibizionismi. Un grazie a chi ha voluto la Repubblica, a chi l’ha servita e la serve come vera e propria res publica e non come privatizzazione del vivere civile e come egoismo della politica, a chi la difende e intende difenderla con le armi della libertà e della giustizia sociale, non col nazionalismo ma con l’internazionalismo e il cosmopolitismo, non col sovranismo ma con l’europeismo e il mondialismo, non col mero esercizio del potere ma col servizio ai cittadini e col dialogo e l’accoglienza verso tutti.

 

 

 

 

 

 

Un Pirlamento cassa di risonanza meloniana

È di tutta evidenza che ci sono aspetti che chiamano in causa direttamente il ruolo del capo dello Stato, più di tutti l’indicazione (rafforzata) del candidato premier da parte di tutte le liste alleate. Previsione che mira palesemente a mettere in imbarazzo le attuali, sfilacciate, opposizioni, ma che nei fatti entra, sia pur in modo non vincolate, in una fondamentale prerogativa del Quirinale. Inoltre il premio previsto, anche se è stato un po’ ridotto, consentirebbe lo stesso alla “minoranza vincente” di eleggersi da sola il nuovo capo dello Stato dal quarto scrutinio in poi e davvero non si capisce cosa c’entri questo con la governabilità. (“Avvenire” – Angelo Picariello)

Sono colpevolmente piuttosto disinteressato alla questione della legge elettorale tornata in primo piano e con molta sospettosa fretta nell’agenda parlamentare. Per ora mi concentro, perché mi premono molto, sui due punti di cui al citato articolo di “Avvenire”: la messa in discussione di fatto della prerogativa costituzionale del Capo dello Stato nella nomina del Presidente del Consiglio e la possibilità che chi vince le elezioni, grazie al premio di maggioranza, possa dal quarto scrutinio eleggere il Presidente della Repubblica bypassando il gioco parlamentare.

È piuttosto evidente che, se l’introduzione del premierato è uscita, seppure indirettamente, dalla porta col recente referendum, può rispuntare dalla finestra con l’indicazione del premier sulle schede elettorali: a quel punto il capo dello Stato di fatto non potrebbe più mettere il becco nella nomina del premier stesso. Siamo ad una surrettizia violazione della Costituzione che prevede espressamente all’articolo 92 che spetta al Presidente della Repubblica nominare il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.

Già il definire premier un presidente del Consiglio, semplice primus inter pares a livello governativo, mi sembra una forzatura costituzionale, figuriamoci se il premier venisse addirittura indicato dagli elettori su proposta dei partiti e delle coalizioni fra partiti.  I poteri del Capo dello Stato e del Parlamento verrebbero populisticamente aggirati o addirittura giubilati.

Anche la nomina del Capo dello Stato verrebbe di fatto sottratta al Parlamento e rimessa populisticamente alla minoranza degli elettori a loro volta rappresentati da una pattuglia parlamentare di minoranza: un Presidente della Repubblica nominato sostanzialmente su due livelli minoritari. La Costituzione completamente stravolta!

Che a Giorgia Meloni prema di essere alla svelta (fintanto che tira il vento di destra) confermata Presidente del Consiglio o addirittura promossa a Presidente della Repubblica magari con il varo di un ticket di suo assoluto gradimento è abbastanza noto, ma che un simile piano passi alla chetichella in un Parlamento trasformato in Pirlamento non riesco a berla (da bótte).

Spero che l’opposizione faccia le barricate in difesa della Costituzione e non si lasci fuorviare in una trattativa bottegaia, preoccupata più di fare le primarie per designare il proprio candidato premier che di difendere le fondamentali prerogative del Capo dello Stato. Non trasformiamo la Carta Costituzionale in una sorta di scontrino di cortesia per acquistare il governo a spese del Parlamento o Pirlamento come dir si voglia.

 

 

L’uovo di Fitto

Alla fine ci ha pensato il commissario europeo alla Coesione, Raffaele Fitto, a correre in aiuto di quegli Stati – tra cui l’Italia – che chiedevano maggiori risorse per affrontare la crisi energetica. Poche settimane fa la premier Giorgia Meloni aveva scritto a Palazzo Berlaymont per chiedere che le deroghe al Patto di stabilità già previste per la Difesa venissero estese anche al settore energia, messo a dura prova dal protrarsi della crisi in Medio Oriente e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Dopo settimane di trattative senza passi avanti, è stato Fitto, con una lettera indirizzata ai 27 Stati membri, a sbloccare l’impasse senza provocare strappi politici. Il commissario italiano – esponente di Fratelli d’Italia, lo stesso partito della premier – ha indicato agli Stati la possibilità di utilizzare i fondi di coesione per far fronte alle spese energetiche. È stata prevista una rimodulazione volontaria dei programmi, che ha liberato 35 miliardi di euro in tutta l’Ue, di cui sette miliardi per l’Italia: proprio da lì potrebbero arrivare le risorse richieste dal governo italiano. Nella lettera ai ministri Ue, Fitto richiama la necessità di garantire che i fondi europei già disponibili siano utilizzati pienamente e in tempo per sostenere le regioni e le comunità che ne hanno più bisogno, soprattutto nel contesto dell’attuale andamento dei prezzi dell’energia. Fitto sottolinea che questa tempestività è ancora più cruciale alla luce della recente comunicazione AccelerateEU – Energy Union, che chiede di aumentare con urgenza gli investimenti in energia pulita, resilienza industriale ed equità sociale, obiettivi centrali del Jtf-Fondo per la transizione giusta. Fitto ricorda inoltre che i fondi Jtf finanziati da NextGenerationEU devono essere impegnati entro il 31 dicembre 2026, altrimenti andranno persi. Per questo invita gli Stati ad accelerare l’attuazione, anche attraverso strumenti che consentano di anticipare i pagamenti o semplificare le procedure, e segnala la disponibilità della Commissione a valutare eventuali adeguamenti dei programmi. (“Avvenire” – Redazione romana)

Confesso di capire poco del ginepraio dei fondi europei: un’enorme valanga di denaro pubblico che non si sa di dove venga e dove vada a finire. Questa forse potrebbe essere la vera critica double face da rivolgere costruttivamente all’Unione europea. L’Italia attinge abbondantemente a questi fondi salvo utilizzarli poco e male.

Speriamo bene per la grande partita dei fondi relativi al PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), che l’Italia ha creato per rilanciare la propria economia dopo la crisi del Covid-19 e che funziona come un grande programma di investimenti finanziato dall’Unione Europea attraverso il progetto Next Generation EU. Non sono ammessi giochi di prestigio all’italiana.

Il tempo delle parole sta per finire. Tra un mese, il prossimo 30 giugno, dal Pnrr sarà tolto il velo delle asettiche percentuali. E resterà la nuda verità, nel bene e nel male. Verità di cui il Paese ha bisogno e diritto: a quattro settimane dal bivio finale, è infatti ai limiti dell’impossibile prevedere quali opere rischino il definanziamento, in che misura, per quale motivo, con quali concrete possibilità di “recupero”. Altrettanto difficile è poter dire oggi, con assoluta certezza, se le infrastrutture materiali, immateriali e sociali – tra queste nidi, ospedali di comunità, case della salute… – potranno camminare sulle proprie gambe. A riprova di un processo cui ha sempre fatto difetto la piena trasparenza. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

La difficoltà di utilizzare al meglio i fondi europei non è questione che riguarda solo l’attuale governo, ma, più o meno, un grattacapo di tutti i governi che si sono succeduti nel tempo. Credo sia, fra l’altro, una delle pecche che ci rendono poco credibili a livello europeo assieme a burocrazia (la trave nell’occhio dell’Italia che cerca la pagliuzza in quello europeo), a mafia e corruzione (che comportano già di loro stesse sprechi e cattivo utilizzo delle risorse).

Mi pare di sentire gli appunti rivolti all’Italia in sede europea: volete altre risorse, ma se non siete capaci di utilizzare quelle che già avete, per non parlare di quelle sprecate o addirittura “rubate”? Non sono in grado di appurare come si comportino al riguardo gli altri Stati membri della Ue: comunque mal comune pieno disastro.

E allora ecco Raffaele Fitto, commissario europeo, che inventa l’acqua calda: per i problemi energetici potete utilizzare i fondi della coesione, un modo per spenderli nei tempi fissati ed a favore delle regioni e delle comunità più bisognose, rimodulando volontariamente i programmi previsti.

La Ue concede cioè soltanto un po’ di flessibilità sulle risorse già stanziate e concesse, lasciando inalterata la torta, ma concedendo la possibilità di mangiarla come si ritiene più opportuno o meglio di farla mangiare ai destinatari finali senza pericolo di fare indigestione e variando soltanto il menù.

In cosa consiste la novità fittiana: offrire più canali di utilizzo per le medesime risorse con la raccomandazione di rispettare i tempi e le modalità. La coperta, se era corta come riteneva Giorgia Meloni, rimane tale, con la sola possibilità, studiata da Fitto, di scegliere cosa scoprire.

Sotto sotto ci si può vedere una critica agli Stati membri, all’Italia in particolare, con la concessione di un dolcetto forse avvelenato, perché potrebbe scatenare reazioni scomposte, anche se comprensibili, da parte degli utilizzatori finali dei fondi di coesione, che si potrebbero vedere penalizzati o comunque costretti a riconsiderare i loro programmi magari già avviati.

Alla fine mi viene spontaneo il ricorso all’espressione “l’uovo di Colombo”, che si usa per indicare una soluzione geniale e risolutiva a un problema complesso, che appare talmente semplice e ovvia solo dopo essere stata scoperta. Complimenti a Raffaele Fitto che se l’è cavata bene, salvando la capra meloniana e i cavoli europei.

La Russa e l’uva

“Io non ho mai denunciato un solo giornalista penalmente, adesso penalmente no, ma vorrei cominciare da oggi ad adire le vie giudiziarie in sede civile per esempio contro La 7”. Ignazio La Russa, presidente del Senato, annuncia l’intenzione di adire le vie legali. “A Di Martedì un signore ha detto, ‘i fratelli La Russa io li conosco bene, negli anni ’70 facevano i comizi e subito dopo scendevano a distribuire le bombe ai ragazzi’ io farò causa non a questo signore che non so neanche chi è, ma alla televisione, a La 7”, spiega La Russa, ospite di Dritto e rovescio, su Rete 4. L’esponente di Fratelli d’Italia risponde alle domande sulle critiche che gli vengono rivolte: “Le critiche nei miei confronti? Adesso ho scoperto che è perché hanno paura che faccio il Presidente della Repubblica, cosa che ho smentito, non me lo farebbero fare e non mi piacerebbe farlo”.  (Adnkronos)

Io non so se quanto affermato durante la trasmissione de La 7 risponda o meno al vero, so soltanto che dai pori della pelle di Ignazio La Russa trasuda il fascismo: la raccolta di busti del Duce ne è una piccola ma significativa prova, una sorta di lapsus freudiano a rovescio. D’altra parte, oltre che di cimeli fascisti, ha fatto e sta facendo la collezione di cazzata sparate sostanzialmente alla viva il Duce. Conta il suo passato che è stato ampiamente scandagliato e il suo presente che è sotto gli occhi e le orecchie di tutti.

Questo signore ricopre indegnamente la seconda carica dello Stato ed è inserito alla grande nei gangli del potere più o meno occulto. La colpa non è sua, ma di chi lo ha vergognosamente designato e votato. Quando lo vedo presenziare a certe manifestazioni di antifascismo mi si agghiaccia il sangue. Non so come faccia Sergio Mattarella a tenerlo al suo fianco in tante occasioni.

Un tempo, mi riferisco al primo periodo di vita della Repubblica, tutto ciò non sarebbe stato possibile. Ricordiamoci come la piazza liquidò Fernando Tambroni, un democristiano anomalo che divenne presidente del consiglio con i voti del movimento sociale: un fatto politicamente gravissimo, ma istituzionalmente meno grave di La Russa sul più alto scranno di Palazzo Madama e, in casi particolari, sostituto del capo dello Stato (Dio ce ne scampi e liberi…). Ci scapparono i morti a Reggio Emilia e Genova e Tambroni se ne andò a casa.

Mi sforzo di essere positivo e mi auguro che la presenza di La Russa ai massimi livelli istituzionali serva come monito a considerare che purtroppo la realtà storica del fascismo non ha terminato il suo corso e quindi occorre la massima vigilanza, perché, come diceva mio padre, “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär“.

Quanto alle probabilità che possa diventare presidente della Repubblica, sembra una tragicomica barzelletta. Lui stesso ripiega non tanto sulla barzelletta, ma sulla favola de “La volpe e l’uva”.

A “La 7” non saranno molto preoccupati della ventilata denuncia: molti nemici come La Russa, molto onore.

 

 

Veneziani gran signori sì, Meloni gran signora no

Insomma, aveva ragione la premier (e non soltanto lei, nella squadra di Governo) a dire che il risultato del referendum sulla riforma della giustizia non poteva essere interpretato come un verdetto politico sull’operato dell’esecutivo e della maggioranza che lo sostiene. A Venezia, per esempio, vinse il No con una percentuale perfino superiore alla media nazionale. Mentre a Reggio Calabria, in controtendenza con il resto della regione, prevalse il Sì, ma di strettissima misura. Segno che quando gli elettori devono decidere a chi affidare la realtà amministrativa più vicina, il Comune appunto, fanno scelte e ragionamenti diversi. (“Avvenire” – Danilo Paolini)

Questa è la prima considerazione che viene fatta all’indomani della tornata elettorale amministrativa. Sono d’accordo sul fatto che gli elettori a livello comunale facciano scelte basate su criteri diversi, vale a dire sulla congruità amministrativa dei candidati e non sui massimi sistemi della politica. Attenzione però, se non vale la semplicistica connessione tra referendum sulla Costituzione e voto amministrativo, non vale nemmeno quella tra voto amministrativo e giudizio sul governo. Forse i veneziani hanno preso per buono Simone Venturini ma non per questo hanno automaticamente assolto e approvato l’operato politico di chi lo ha proposto. Sarebbe comodo per qualsiasi premier in carica nascondersi dietro il pedigree di un candidato sindaco. Non sarei quindi così convinto che i veneziani e i calabresi abbiano firmato una cambiale in bianco a Giorgia Meloni superando le sue responsabilità e i conseguenti giudizi a suo carico.

Così come non capisco la frettolosa strumentalizzazione di questo voto a livello di futura legge elettorale.

Da non sottovalutare è la tentazione che a questo punto potrebbe presentarsi al centrodestra: quella di forzare la mano sulla riforma della legge elettorale, pensando (come per altro è già successo in passato anche a coalizioni di segno opposto) di poter elaborare un sistema che le assicuri la vittoria alle elezioni politiche del 2027. Tentazione da evitare. Intanto perché in genere non è andata bene a chi ha provato a farlo. E poi perché si rischia di fare pasticci, anche grandi, a livello costituzionale e di buon senso. L’esperienza insegna. L’Italia non è un Comune, alle politiche non si vota per eleggere un sindaco ma un Parlamento, perché fino a prova contraria restiamo una democrazia parlamentare. Il presidente del Consiglio lo sceglie il capo dello Stato, certo in base alle indicazioni uscite dalle urne. Ma il principio del “chi vince piglia tutto” non è un’opzione. Occorre conciliare rappresentanza e governabilità. Perciò, se riforma elettorale deve essere, le due principali coalizioni dovrebbero cercare seriamente il più ampio consenso possibile, abbandonando per una volta slogan e tatticismi. (ancora “Avvenire” – Danilo Paolini)

Mi sembra eccessivo vedere nei recentissimi risultati elettorali amministrativi una spinta a varare una legge elettorale iper-maggioritaria, una sorta di subliminale avallo al premierato in chiave meloniana. Semmai gli elettori hanno espresso la volontà di scegliere a ragion veduta e non a scatola chiusa. Attenzione pertanto a non trasformare un peraltro tiepido e relativo placet amministrativo in una spinta pseudo-costituzionale a intraprendere un subdolo cammino verso una repubblica presidenziale o comunque verso un Parlamento di scelti dall’alto su maggioranze precostituite e privi di legami conquistati a livello di base.  Non sono fra gli osannanti del sistema elettorale comunale, il discorso del sindaco d’Italia mi mette immediatamente qualche preoccupazione autoritaria, ragion per cui mi auguro di andare a votare per eleggere i miei rappresentanti in Parlamento e non per esprimere un voto plebiscitario di gradimento verso il futuro inquilino di Palazzo Chigi.

Il presidente buono e quello cattivo

Il duro discorso del presidente di Israele contro la violenza dei coloni. Isaac Herzog ha parlato di «brutalità» che non vanno tollerate, mentre Netanyahu e il suo governo le hanno sempre ignorate o minimizzate

Domenica il presidente israeliano Isaac Herzog ha tenuto un discorso insolitamente duro per condannare quello che ha definito un «terribile processo di brutalizzazione» della società israeliana, con particolare riferimento alle violenze compiute dai coloni contro i palestinesi in Cisgiordania e al trattamento dei prigionieri nelle carceri del paese. Il discorso di Herzog accompagnava la consegna del Jerusalem Unity Prize, un premio destinato a promuovere il rispetto reciproco, l’unità, la tolleranza e l’armonia sociale.

Herzog ha detto che in Israele c’è «un’ondata di terribile violenza portata avanti da una folla anarchica, con atti che contravvengono a ogni legalità, moralità o norma ebraica». Ha aggiunto che alcune parti della società israeliana non solo hanno normalizzato la violenza, ma «la celebrano e la rivendicano con orgoglio»: «Non dobbiamo tollerare la brutalità che viene dai margini della nostra società e che minaccia tutti noi».

Le funzioni del presidente israeliano sono perlopiù cerimoniali, e il suo peso politico è limitato. Negli ultimi tempi però i rapporti di Herzog con il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu, il più a destra nella storia del paese, sono diventati più problematici. Tra le altre cose, Netanyahu e i suoi alleati criticano Herzog perché non ha ancora concesso a Netanyahu la grazia che ha chiesto per un processo in cui è imputato per corruzione, in corso da anni.

Nel discorso Herzog ha fatto riferimenti diretti alle violenze dei coloni in Cisgiordania, sostenendo che le forze di sicurezza israeliane passino «la gran parte del loro tempo» a gestire la violenza degli estremisti ebrei. In realtà spesso l’esercito non fa nulla per evitare questo genere di violenze, si schiera in pressoché tutte le situazioni con i coloni e in molti casi partecipa direttamente agli attacchi contro i palestinesi. Il governo di Netanyahu ha sempre minimizzato il problema, definendolo per esempio una situazione creata «da gruppetti di ragazzini», e ha sostenuto la creazione di molte nuove colonie, ritenute illegali dal diritto internazionale.

Herzog ha anche parlato di «comportamenti umilianti e riprovevoli da parte di estremisti nei confronti dei cristiani e dei musulmani e dei loro simboli». È stato interpretato come un riferimento ai recenti episodi in cui soldati israeliani hanno distrutto crocifissi in Libano e all’attacco a una suora a Gerusalemme.

Un altro argomento del discorso è stato il trattamento delle persone detenute. Herzog ha ribadito che è «proibito maltrattarle»: «Siamo testimoni di atti barbarici commessi da una manciata di persone che ritengono che i detenuti, gli indagati o i sospettati non abbiano alcun diritto».

In questo caso il principale destinatario del messaggio era il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, il più estremista del governo israeliano. Mercoledì il suo video in cui camminava con fare ostile e sprezzante tra gli attivisti della Global Sumud Flotilla, legati e tenuti con la faccia a terra al porto di Ashdod in Israele, aveva provocato altissime critiche. Il ministero di Ben Gvir è anche responsabile delle carceri israeliane, dove ci sono denunce di abusi sistematici, privazioni e violenze a danno dei palestinesi.

Ben Gvir ha chiesto le dimissioni di Herzog, sostenendo che «chi definisce centinaia di migliaia di cittadini israeliani dei bruti non è adatto a ricoprire la carica» di presidente. (ilpost.it)

Dopo aver letto queste “coccodrillesche” dichiarazioni del presidente di Israele mi sono chiesto se all’interno della classe dirigente politico-istituzionale di un Paese come Israele sia possibile una tale diversità di vedute e di giudizi. Non conosco la Costituzione israeliana, ma Herzog si dovrebbe vergognare e dimettere. Non c’è alternativa.

L’atteggiamento di Herzog è un perfetto assist per chi continua a baloccarsi nel doppiopesismo a livello italiano ed europeo. Bisogna prendere abissali distanze dal governo israeliano senza se e senza ma. Posso capire l’illusoria attenzione diplomatica verso Herzog da parte del Vaticano e del presidente Mattarella, anche se la diplomazia è fatta di dialogo sincero e non di fumose speranze.

C’è chi dice: un conto è il governo un conto è lo Stato di Israele. Cosa significa? O il governo è illegittimo e antidemocratico o altrimenti chi vota e mantiene al potere Netanyahu e c.?

C’è chi afferma la propria equidistanza fra le parti e cioè fra un Israele in legittima difesa e una Palestina filo-terroristica: una eloquente manifestazione di manicheismo.

In qualsiasi Paese può esistere una certa dialettica fra i diversi rappresentanti istituzionali, ma a tutto c’è un limite. Anche perché Herzog si distingue soltanto dalle punte dell’iceberg del ministro Ben Gvir, delle carceri, dei comportamenti riprovevoli contro i simboli delle altre religioni e forse degli annosi atteggiamenti violenti dei coloni.  Meglio di niente, si dirà…Un argine allo strapotere di Netanyahu? Una prospettiva di cambiamento per le prossime elezioni? Un messaggio alle opposizioni e alle fette di società non allineate? Questi tatticismi lasciano il tempo che trovano: è ora di finirla. C’è in ballo la democrazia a livello mondiale e il modo per difenderla è smascherare gli intenti bellici devastanti di cui Israele è il protagonista principale.

E il genocidio (chiamatelo come volete!) contro la popolazione di Gaza e dintorni? E le chiare intenzioni imperialistiche in Medio-oriente? Non si può salvare capre e cavoli. Herzog si faccia un bell’esame di coscienza, prenda le distanze, si dimetta e poi se ne potrà parlare.

 

Il gioco dell’oca elettorale

Con Venezia e Reggio Calabria il centrodestra incassa al primo round la posta più alta dell’intera tornata amministrativa e rimanda al ballottaggio altre possibili vittorie di peso. Al campo largo (peraltro diviso) resta il successo più scontato e indigesto, quello di Vincenzo De Luca a Salerno. E le conferme di Prato e Pistoia, anche queste maturate al primo turno, consolano solo fino a un certo punto. A Messina esplode Sud chiama Nord di Cateno De Luca, con l’eclatante affermazione di Federico Basile. L’affluenza cala ancora e segna quasi cinque punti in meno rispetto alle comunali precedenti, dal 64,9% al 60,06%.

Siamo tornati indietro, alla casella di partenza, come nel gioco dell’oca. Sembrava che l’elettorato italiano si fosse risvegliato col referendum sulla giustizia, invece…Non so se questo test elettorale abbia un grande e attendibile significato, tuttavia una cosa è certa: il centro sinistra (o campo largo come dir si voglia) non attira l’attenzione degli elettori, mentre il centro-destra con i suoi media “trionfaleggia” più per lo scampato pericolo che per il ritrovato e forse insperato “successino”.

Fino a qualche tempo fa la sinistra riusciva a strappare consensi sfruttando una maggior dimestichezza a livello di amministrazioni locali, presentando cioè candidature decisamente più appetibili sul piano della competenza e dell’esperienza. Evidentemente non è più così! Ed è un fatto piuttosto grave.

Probabilmente non è stata capace di elaborare il successo referendario, non è riuscita a coniugare il rispetto valoriale per la Costituzione con il quotidiano politico delle scelte concrete e locali, ricadendo immediatamente in una logica politichese e politicante: primarie sì primarie no, Conte o Schlein, campo stretto o campo largo, leader o programmi, e via di questo caracollante passo. I giovani se ne sono tornati nelle loro tane a considerare che solo con una forte e radicale politica di pace si salva la democrazia. L’elettorato più socialmente debole è tornato all’astensione incattivita dagli andamenti economici molto preoccupanti. Gli italiani capiscono che le cose vanno male, ma non riescono a trovare la via politica di fuga.

Il centro destra non può nascondere i propri fallimenti nascondendosi dietro le urne amministrative: il suo non è consenso informato dei fatti, ma dissenso dirottato sul binario morto della scettica e giustificata astensione. Prima o poi pagherà il conto, anzi tutti lo pagheremo…

La sinistra (mi sono stancato di chiamarla centro sinistra) ha molto di che riflettere: non riesce ad intercettare lo smarrimento della gente davanti al clima di guerra imperante (non è né pacifista né bellicista e cosa è?): non è capace di garantire una concreta prospettiva di attenzione ai problemi del lavoro (non è né riformista né rivoluzionaria e cosa è?); non offre serie politiche sull’immigrazione (non è né securitaria né aperturista e cosa è?); non è capace di incarnare una vera e propria alternativa di governo (non è né polemica né programmatica e cosa è?).

Non basta ergersi a custodi della Costituzione, la quale si custodisce da sola, tanta è la sua modernità e fondatezza. Non basta indicare le travi nell’occhio di Giorgia Meloni e c., bisogna mostrare i propri occhi capaci di guardare alle prossime generazioni e non soltanto alle prossime elezioni.

La pattumiera fascista in mano ai minorenni

Incitamento all’odio razziale attraverso idee fasciste e omofobe. Simbologia nazista ed esaltazione della razza bianca. Ma anche l’incoraggiamento ad azioni violente contro migranti, musulmani, omosessuali e, in generale, la comunità Lgbtq+. Il tutto avveniva via chat coinvolgendo soggetti tutti minorenni. In 13 sono stati denunciati a vario titolo dalla Digos di Siena per propaganda di idee fondate sull’odio razziale, etnico; apologia del movimento fascista e nazista; detenzione e diffusione di materiale pedopornografico. Il quadro accusatorio è completato dalla detenzione illegale di armi. (“Avvenire” – Gianluca Scarnicci, Siena)

Ci sarà ancora chi sottovaluta questi episodi retrocedendoli a manifestazioni di mero ed innocuo folclore?! Spero proprio di no. Stiamo attenti, non si tratta di sfoghi adolescenziali o giovanili, ma di complessa adesione pseudo-culturale a dottrine estremamente pericolose oserei dire rovinose. Non credo si tratti di fatti sporadici ed isolati, ma di un andazzo dilagante.

Il mix emergente è decisamente inquietante: questi ragazzi non si fanno mancare proprio nulla dell’armamentario ideologico fascista. C’è un “brodo di cultura”, vale a dire un contesto sociale o culturale particolarmente fertile e stimolante, che favorisce la nascita e lo sviluppo di queste idee, di questi comportamenti e addirittura di questi movimenti. C’è un vento di destra estrema che spira nella nostra società e, come ben si sa, chi semina vento raccoglie tempesta.

L’Arcivescovo di Siena, Il cardinale Augusto Paolo Lojudice evidenzia come «di fronte ad una vicenda del genere non si può non rimanere profondamente colpiti sia per il fatto che stiamo parlando di ragazzi tutti minorenni, ma soprattutto per i reati che gli vengono contestati. Certamente è il segnale preoccupante di un disagio profondo che colpisce i giovani e che deve interrogare soprattutto noi adulti sui modelli proposti alle giovani generazioni».

«Ora non serve puntare il dito, ma occorre capire – aggiunge il Card. Lojudice – come evitare derive pericolose e come agire repentinamente affinché i nostri ragazzi non siano lasciati soli di fronte a false dottrine e soprattutto nel “mare magnum” dei social network».

«Lo diciamo da tempo – conclude il cardinale – occorre urgentemente un patto per la famiglia che coinvolga ogni attore: le istituzioni, la società civile e la Chiesa». (sempre da “Avvenire” di cui sopra)

Non sono un integralista cattolico, ma mi sembra che le risposte più precise e serie (nelle parole e nei fatti) provengano dalla Chiesa e forse la gente se ne sta rendendo conto. Non so se sia frutto dell’incipiente azione pastorale di papa Leone XIV: lui sta senza dubbio facendo la sua parte. Credo però che il discorso sia dovuto a motivazioni più profonde e meno contingenti.

Il quadro che emerge da un sondaggio SWG realizzato a metà maggio 2026 è quello di una comunità ecclesiale percepita come più capace di esprimere una visione del mondo distinta da quella dominante e di recuperare una forte identità. Cresce infatti la quota di chi riconosce nella Chiesa una proposta alternativa alla cultura prevalente, mentre diminuisce la percezione di un’istituzione in crisi o priva di identità. Anche sul fronte emotivo, rispetto al 2023 si rafforzano sentimenti come fiducia e gratitudine, mentre calano delusione e indifferenza. (“Avvenire” –Matteo Liut)

Nella storia italiana è già successo all’indomani degli scandali di Tangentopoli. Purtroppo però la lezione non è servita alla politica in genere che non è riuscita a rinnovarsi, nemmeno alla Chiesa che non ha saputo interpretare l’anelito popolare e alla gente che si è ritrovata in pieno reazionario riflusso o in pericoloso qualunquismo.

Vogliamo riprovarci? Partendo dal basso, dall’educazione giovanile, dal dialogo con le nuove generazioni, dai veri problemi emergenti dalla società in crisi. Il recente referendum costituzionale ha dato una scossa anche e soprattutto ad opera dei giovani. Non deludiamoli perché, come noto, i giovani sono radicali e, se non trovano risposte convincenti, si possono anche lasciar andare al più becero degli estremismi pseudo-ideologici. La destra è pronta! La sinistra dorme?

 

I chierichetti di Putin e i rabbinetti di Netanyahu

La vicenda scuote anche il mondo cattolico. In vista dell’assemblea generale della Cei al via lunedì, la rete internazionale “Preti contro il genocidio” (2.200 sacerdoti, 25 vescovi e due cardinali in 58 Paesi), ha scritto una lettera aperta per chiedere ai vescovi «una parola evangelica chiara sulla tragedia del popolo palestinese», in quanto «il nostro silenzio non è neutrale. Le ambiguità dei governi, delle istituzioni e talvolta anche delle comunità cristiane rischiano di diventare complicità». Da qui la missiva, inviata non «per contrapporci, ma per condividere una ferita. Non scriviamo per giudicare, ma perché il dolore di Gaza, della Cisgiordania, del Libano e di tutta la Terra Santa non ci lascia più dormire tranquilli». (“Avvenire” – Gianluca Carini)

Mentre la politica governante è silente o zeppa di parole di circostanza, il mondo cattolico ha il coraggio di interpellarsi prima di interpellare e di esigere parole evangeliche chiare dalla gerarchia sulla tragedia palestinese. Mi sembra l’atteggiamento giusto.

Per il Papa e il Vaticano la questione palestinese legata ai rapporti con Israele è estremamente delicata: al discorso globale della condanna della guerra sempre e comunque si aggiunge infatti il problema interreligioso. Se da una parte il Vaticano ha da tempo riconosciuto lo Stato palestinese con tutte le conseguenze a livello di diritto internazionale e di atteggiamenti diplomatici, dall’altra parte c’è la difficoltà nel rapportarsi all’ebraismo, che nelle sue componenti più fanatiche si schiera apertamente col governo Netanyahu e in quelle più moderate resta silente in un momento in cui il silenzio non è neutrale.

Il dialogo interreligioso non è un valore assoluto, deve essere impostato e portato avanti nella chiarezza e senza infingimenti. Così come papa Francesco ebbe il coraggio di definire il patriarca ortodosso Kirill come il chierichetto di Putin, papa Leone faccia un ulteriore passo avanti e prenda le distanze dalla Chiesa ebraica per quanto riguarda i rapporti col potere israeliano.

Quindi, prima di tutto assoluta chiarezza religiosa, poi denuncia del comportamento del potere israeliano sempre più inaccettabile da tutti i punti di vista e ancora condanna dell’omertoso atteggiamento dei governi europei nonché aperta e concreta condivisione delle ferite inferte al popolo palestinese.

Schiettezza evangelica a trecentosessanta gradi: non si tratta di tornare ai “perfidi ebrei” del Venerdì Santo, ma di invitarli a cambiare atteggiamento.

Il 12 marzo 2000, durante la prima domenica di Quaresima, Papa Giovanni Paolo II celebrò la storica Giornata del Perdono. Durante una solenne cerimonia in Piazza San Pietro per il Grande Giubileo, il Pontefice chiese pubblicamente scusa a Dio e all’umanità per i peccati e gli errori commessi dagli uomini di Chiesa nei secoli.

Non sarà il caso che anche gli Ebrei prendano una simile iniziativa? Almeno per gli errori commessi nei confronti del popolo palestinese? La virata avrebbe un effetto altamente positivo anche a livello dei rapporti fra gli Stati al fine di interrompere le carneficine in atto.

Quelli che…votano a destra perché Almirante sparlava bene

«Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante, il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto»: lo scrive sui social la premier Meloni, sottolineando la continuità con lo storico segretario del Msi, continuità esibita dalla stessa fiamma tricolore orgogliosamente conservata nel simbolo di Fratelli d’Italia. «Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana – prosegue il post – e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione». (“Il Manifesto”)

Le parole nostalgiche di Giorgia Meloni si commentano da sé: evidentemente le baruffe interne al centro-destra preoccupano la leader di Fratelli d’Italia, che teme di perdere consensi neofascisti in favore di Salvini e Vannacci; forse questa emorragia potrebbe essere più numericamente e politicamente significativa di quanto si possa immaginare e allora meglio sfogliare l’album di famiglia per mettere tutti col cuore in pace.

Non è questione di imminente o immanente pericolo di ritorno al fascismo, perché questo è conclamato nei fatti governativi, ma è sintomo di debolezza culturale e ideologica. Quindi, tutto sommato, dovrebbe essere un dato di verità positiva che apre spiragli di cambiamento. Se Meloni sente l’esigenza di sviolinare Almirante, forse vuol dire che è alla frutta? I casi sono due: o gli italiani sono rimasti fascisti nel fondo delle loro mentalità e allora si spiegherebbe il fatto che Giorgia Meloni accarezzi a loro il pelo, oppure è Giorgia Meloni ad essere fascista e, soprattutto nei momenti di difficoltà, non riesce a nasconderlo, ma anzi lo ammette (quasi) apertamente e strumentalmente.

Certo che, in un clima da colpo di Stato globale (più fascismo di così si muore…), fare le pulci alla nostra premier fa un po’ sorridere.

A differenza dei “catilinari”, cioè congiurati che tramano nell’ombra, gli esecutori del colpo di Stato mondiale in atto agiscono alla luce del sole, anzi proclamano l’avvento di un ordine nuovo (l’“età dell’oro” di Trump, mentre Israele si auto-proclama, con Netanyahu, “più forte che mai”). Creano eventi di massimo impatto, come vertici pomposi e plateali, lanciano proclami di pace eterna, formano consigli di amministrazione privatistici della pace e della guerra, diffondono messaggi pesanti come pietre o vani come bolle di sapone dalle piattaforme digitali planetarie, contraddistinte da un’enigmatica X o dalla denominazione orwelliana di “verità” (Truth).

Nei colpi di Stato tradizionali, tra le prime misure adottate dalle varie giunte che si impadroniscono del potere c’è la sospensione della Costituzione e di tutte le garanzie a tutela dei diritti individuali. Qualcosa di analogo sta accadendo in ambito internazionale, con la sospensione – sia pure non dichiarata, ma attuata di fatto – del diritto internazionale, specie quello umanitario. I nuovi poteri dominanti concentrano la loro attenzione sulla dimensione direttamente esecutiva, senza preoccuparsi minimamente di qualunque fonte di legittimazione – per non parlare della conformità all’etica – al di fuori della nuda potenza. L’azione, spesso violenta, non tollera confutazione. Come abbiamo visto per la Russia in Ucraina, per gli Stati Uniti in Venezuela, in Iran – e, chissà, prossimamente a Cuba –, per Israele a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, i nuovi demiurghi globali si arrogano la facoltà di decidere se, come e quando utilizzare lo strumento militare, cambiare regimi con la coercizione esterna, deporre governanti, catturare o eliminare Presidenti. (“Avvenire” – Pasquale Ferrara)

Il fascismo, nelle forme e nei contenuti riveduti e scorretti dilaganti a livello planetario, ce l’abbiamo alla grande intorno e dentro casa: ci manca purtroppo la volontà di resistere e il ripiegare addirittura su una sorta di adesione per interposta anche se anacronistica persona (leggi Almirante), ci mette in ulteriore sconforto.

Come tutti i colpi di Stato, anche quello in atto in campo internazionale dovrà fare i conti con la resistenza interna, con la fermezza della non violenza, con la pazienza strategica di chi non intende assistere impotente alla liquidazione della politica internazionale per far posto ad un suo pessimo e deleterio surrogato, vale a dire il dominio o condominio incontrastato gli Stati fuorilegge. Il mondo non è in liquidazione. (ancora da “Avvenire” – Pasquale Ferrara)

Forse, a proposito di neofascismo meloniano, è il caso di buttarla sull’amara ironia: è quello che sta facendo Italia Viva con la sua campagna pubblicitaria.

«Quando c’era lei…», legge di sfuggita il pendolare affaccendato passando davanti a un cartellone pubblicitario. Si ferma interdetto in mezzo alla stazione, suscitando le imprecazioni di qualcuno. Sudore freddo. Lentamente torna indietro e continua a leggere: «…i treni arrivavano in ritardo». Sospiro di sollievo. Non era un manifesto neofascista, ma soltanto una pubblicità di Italia Viva per il 2 per mille. Circola ormai da giorni sui social e nelle stazioni ferroviarie di Roma e Milano e riprende i toni e i caratteri della propaganda del Ventennio, nonché il celebre slogan dei nostalgici «quando c’era lui» (Mussolini). La frase si conclude però sempre con una nota negativa, un riferimento ai presunti fallimenti del Governo: quando c’era Meloni «si pagavano più tasse, i treni arrivavano in ritardo, i giovani scappavano all’estero, la benzina e la spesa costavano di più, l’Italia era meno sicura». Segue un’esortazione a versare il due per mille al partito di Matteo Renzi. E non finisce qui, il leader di Iv ha anche condiviso su YouTube un video in stile cinegiornale di regime, che ripropone le stesse modalità delle pubblicità, ma in bianco e nero: «Nella solenne stagione in cui il governo del presidente Meloni celebrava i fasti della prosperità annunciata – declama la voce fuori campo, imitando il tono di Guido Notari, celebre annunciatore dell’istituto Luce -, le famiglie italiane assistevano al magnifico spettacolo della vita quotidiana, divenuta impresa eroica. Dai forza alle idee giuste». (“Avvenire” – Chiara Di Benedetto)