Il rischio è che questa dichiarazione implicita di stato d’assedio serva a giustificare l’inazione politico-diplomatica, da un lato, e l’iperattivismo militare, dall’altro. Senza voler sottostimare o diluire il senso delle minacce possibili o reali, è certo che la sicurezza oggi si declina in diversi modi. Sicurezza nazionale come difesa dei Paesi in senso classico; preservazione dell’ordine internazionale basato sul diritto e sulle norme condivise; sicurezza climatica; sicurezza energetica; sicurezza alimentare; sicurezza digitale; sicurezza umana; sicurezza sociale.
Dobbiamo soprattutto evitare lo scivolamento lento ma inesorabile delle nostre società, con una crescente percezione di pericoli incombenti, che non sono immaginari, verso una democrazia securitaria, fatta di discorsi marziali e miliziani, di arroccamenti e di ostilità interne ed esterne, invece che verso una sicurezza democratica, fatta di responsabilità, condivisione del rischio, di apertura – tutt’altro che ingenua – e di ricerca di spazi protetti di confronto e di intese possibili.
Più democrazia sostanziale non equivale a meno sicurezza materiale. Al contrario, non si può avere più sicurezza con meno democrazia. E una politica della difesa è tale solo se parte dalla difesa della politica come esercizio di partecipazione e di deliberazione. (“Avvenire” – Pasquale Ferrara)
A livello nazionale ed internazionale siamo condizionati dalla strumentale esigenza di sicurezza: la destra politica se ne fa paladina, la sinistra addirittura ne fa ammenda. Tutti i problemi vengono affrontati in questa chiave disperante ed alienante. È come se una famiglia per sentirsi sicura si chiudesse in casa vedendo negli altri solo potenziali nemici e al proprio interno imponesse rigide regole di convivenza formale a prescindere dai sentimenti e dagli slanci umani, sbarrasse porte e finestre per difendere l’aria da respirare senza accorgersi che l’ossigeno si consuma e, se non si ha il coraggio di aprire, si rischia di fare la morte del topo.
Ci mancava soltanto un pizzico (?) di allarmismo dovuto a fatti e situazioni probabilmente arcinote, messe in circolazione per buttare benzina russa sul fuoco dei rapporti internazionali: siamo belli come il sole, abbiamo il rischio atomico sopra la testa e ci spaventiamo dei droni putiniani di disturbo. Dobbiamo difenderci, non importa come…
Mio padre, in materia di sicurezza, raccontava un episodio vissuto in prima persona: stava alacremente lavorando in tutta tranquillità, da spericolato imbianchino, alla sommità di una lunga scala a pioli, quando senza motivo gli capitò di abbassare lo sguardo e di avvertire che un pezzo di scala non era correttamente incastrato: il momento del brivido, all’acrobata avevano tolto improvvisamente la rete ed il gioco si faceva molto duro.
Raccontò di non avere retto all’impatto psicologico, di essere sceso con insolita e meticolosa prudenza, fischiettando timidamente per alleggerire la tensione, e di avere raggiunto terra con il sudore sulla fronte ed una tremarella insolita nelle gambe. Ma per lui l’aspetto singolare era quello di avere retto la situazione per molto tempo inconsapevolmente, come se niente fosse e di esser crollato psicologicamente non appena reso edotto della situazione abnorme e del precario equilibrio garantito da una scala non correttamente montata. Voleva dire che la paura è un fatto relativo e come tale va evitata e combattuta: buono a dirsi, quanto a riuscirci…
E proprio per vincere la battaglia, dopo aver sistemato la scala, risalì immediatamente e riprese il lavoro regolarmente: guai a restare sui colpi, sarebbe la fine, concludeva tra il serio ed il faceto.
Contro i mulini a vento della paura abbiamo il nazionalismo risorgente che risponde alla perversa logica meramente difensiva, il sovranismo che considera irrinunciabili le proprie regole di convivenza e rifiuta ogni e qualsiasi logica di cooperazione sovranazionale, l’unilateralismo che persegue i propri interessi ristretti ignorando le regole, le alleanze o il diritto internazionale.
E allora il riarmo diventa l’inevitabile ed illusoria risposta: armiamoci per non partire. Difendiamoci dall’immigrato, da chi osa chiedere spazio vitale, da chiunque bussa alle porte per avere arte e parte. L’insicurezza non dipende dagli attacchi esterni ma dalla mancanza di certezze valoriali interne.
Dobbiamo invertire la tendenza: avere il coraggio di metterci in discussione a tutti i livelli, di capire che la giustizia non si persegue difendendo l’ingiustizia e sperando che ci tocchi il meno possibile. Noi stiamo perseguendo la guerra camuffandola da pace dei sepolcri.
Durante il minuto di raccoglimento rispettato in tutte le manifestazioni sportive in memoria di Sandro Mazzola, una parte della curva juventina ha dato le spalle al campo e inneggiato agli scomparsi di parte. Non scandalizziamoci più di tanto, perché si tratta della plastica rappresentazione della deriva securitaria in cui siamo sprofondati. Niente e nessuno (persino i morti) possono permettersi di disturbare la guerra/quiete. Anche un minuto di silenzio e di raccoglimento fa paura: non sono ammessi ripensamenti.
A livello personale in tutta la mia vita ho fatto sfoggio di insicurezza. Mia sorella Lucia, tra le bonarie critiche che mi rivolgeva, inseriva, in modo caricaturale, la mia tendenza all’ansia: mi definiva simpaticamente “l’eterno preoccupato”. Con il progredire dell’età questa mia caratteristica si sta accentuando e rischia di passare da sofferto stimolo al miglioramento a pericolosa spinta alla rassegnazione. Forse anch’io cerco sicurezza nella strenua difesa del mio “particulare”?