La protesta teologale

In questi giorni confesso di essermi lasciato andare ad una riflessione amara e scivolosa: se aspettiamo che il campo più o meno largo del centro-sinistra mandi a casa il regime Meloni…la signora Cocomeri può stare tranquilla per i prossimi quarant’anni…fa in tempo a fare altri giri a palazzo Chigi in attesa di scalare tranquillamente il Quirinale come prima donna o meglio come primadonna della storia o meglio della commedia italiana.

Ho sprigionato questi pensieri osservando le proteste popolari ai confini della insurrezione, che diventano, come succede per tutti i regimi che si rispettano, l’alibi per la strumentale autodifesa ed il mantenimento dello status quo.

La politica non riesce a cogliere, rappresentare e interpretare le sacrosante proteste, che soffrono del senso di impotenza e spesso sfociano nella stucchevole e autocelebrativa guerriglia. Colpa naturalmente della sinistra che non prende le distanze e consente il ricorso alla violenza? No, colpa della sinistra che prende troppo le distanze dai problemi fondamentali del nostro tempo e non riesce a formulare uno straccio di proposta sui temi caldi oggetto della protesta.

Chi protesta (i no-tav, i collettivi, gli studenti e chi più ne ha più ne dovrebbe mettere…) si rende conto della sterile consistenza della propria azione e tende a farne una guerra di principio che rifiuta la inconcludente o addirittura inesistente mediazione politica.

Ecco perché non riesco a scandalizzarmi per le proteste in bilico fra non violenza e violenza. Mi scandalizzo di un governo che sta sotterrando la Costituzione, che sta instaurando uno strisciante regime di democratura, che sta facendo la seconda repubblica fondata sull’egoismo individuale e collettivo.

Mi scandalizzo di una sinistra presuntuosamente autoreferenziale che non va mai al sodo per paura di perdere il “centro” della scena. Se la destra instaura un regime e la sinistra lascia fare, cosa rimane della politica, cosa deve fare la popolazione più reattiva e “indisciplinata”.

La protesta non violenta proprio per il fatto di non essere violenta dovrebbe mettere le premesse per il cambiamento etico e culturale prima e più che politico e sociale. Temo si tratti di un atto di fede vieppiù (quasi) impossibile, di un atto di speranza troppo cocciuta, di un atto di carità verso chi non la merita. Eppure si tratta delle tre virtù teologali…

 

 

Sono in arrivo fiori dall’Iran

Le cronache riguardanti gli attentati terroristici di matrice islamica mettono quasi sempre in evidenza come gli esecutori materiali siano noti alle autorità e come dovrebbero essere controllati trattandosi di soggetti pericolosi.

Solo per miracolo l’azione terroristica del ventunenne tedesco di origini libanesi Abdul Ballout, ucciso poi dalla polizia domenica sera, non ha avuto un bilancio ancora più drammatico. Il ragazzo nel 2025 aveva cercato di unirsi allo Stato islamico, prima in Mauritania, poi in Siria, per poi essere espulso dal Libano (in quanto cittadino tedesco, ironicamente). Arrestato al rientro a Berlino, è stato condannato per preparazione di atto terroristico ma, in attuazione del diritto minorile (che in Germania si applica di fatto fino ai 21 anni), con una pena detentiva di soli 22 mesi e poi rilasciato con la condizionale, con l’obbligo di sottoporsi a un percorso di deradicalizzazione. (da “Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

Tutti si chiedono come le autorità competenti abbiano potuto perderlo di vista dopo averlo trattato con i guanti. Adesso scatterà, a macchia d’olio, la strumentale, illusoria e generalizzata richiesta del pugno di ferro da adottare contro i migranti quali potenziali portatori del virus terroristico.

Il sano realismo dovrebbe portare innanzitutto a prendere atto di come l’antiterrorismo non funzioni: non solo si cerca l’ago nel pagliaio, ma dopo averlo trovato lo si trascura, appuntandolo al bavero della giacca dell’efficientismo di facciata. Quindi dopo il danno scatta la beffa della caccia alle streghe: il pretesto per la stretta all’immigrazione, per la criminalizzazione dei migranti, per il fantomatico inasprimento delle leggi, per l’inumano trattamento giudiziario dei soggetti a rischio e per la licenza di ucciderli. Tutto inutile e strumentale bagaglio demagogico.

A nessuno viene alla mente che il terrorismo islamico ha radici molto complesse ed articolate che affondano nei secolari rapporti internazionali fatti di colonialismo, di sfruttamento e di razzismo? A nessuno viene il dubbio che le guerre acuiscono e ed incardinano i fenomeni terroristici? Nessuno ha presente che la irrisolta questione palestinese, con le conseguenti interminabili scie di sangue, ha e avrà ripercussioni anche a livello terroristico?

Ma stiamo ai giorni nostri: nessuno ricorda che l’Iran ha tre armi di difesa che sta regolarmente utilizzando: l’attacco verso il mondo arabo filo-occidentale, lo sconquasso nei rapporti commerciali e il terrorismo più o meno organizzato e strutturato.

Le vittime dei per ora cani sciolti del terrorismo islamico devono ringraziare anche e soprattutto Trump, Netanyahu e c. Cosa pensavamo che l’Iran mandasse fiori ai Paesi occidentali? Le follie trumpiane ed israeliane ci regalano, oltre le crisi energetiche e i dazi commerciali, la recrudescenza degli attentati terroristici. Non ci voleva molto a prevederlo.

Tutti coloro che ritenevano la vittoria elettorale di Trump un affare americano, davanti al quale alzare le spalle, sono serviti: il menù si sta completando e, per quanto riguarda il piatto terroristico, siamo solo agli assaggini.

I fantasmi genovesi si aggirano in quel di Bologna

Quindi mai giustificare l’odio, l’aggressività, il pregiudizio. A riguardo della vicenda bolognese ho apprezzato l’impegno del ministro Matteo Piantedosi: «Non sarà un nuovo caso Cucchi», ha detto. Un impegno per la verità e la giustizia, per confermare la fiducia nelle istituzioni, antidoto alla rabbia e alla vendetta “fai da te”. Come peraltro ha chiesto con coraggio la nipote di Fakir. Chiedere giustizia, ovviamente, non vuol dire condanna – la presunzione di innocenza c’è fino a prova contraria per tutti – ma accertamento dei fatti e giudizio equo sulle responsabilità. E questo processo richiede tempo e studio. Affrettare delle conclusioni in un senso o nell’altro, il processo alle intenzioni, è pericoloso per tutti ed enfatizza la già marcata polarizzazione che invece di aiutare la verità serve solo per affermare la propria! Le violenze sono sempre inaccettabili e da condannare senza nessuna ambiguità o falsa comprensione. (dall’intervista del cardinale Matteo Zuppi al quotidiano “Avvenire”)

Attenzione a non fidarsi delle parole di un ministro che ha dimostrato coi fatti insensibilità, incapacità e faziosità. Sinceramente non capisco il rilascio di questa fiduciosa cambiale in bianco: ingenuità? diplomazia? quieto vivere? equidistanza da governo centrale e sindaco di Bologna? tardiva pasoliniana poesia di preferenziale simpatia verso i poliziotti poveri?

La verità ha tempi lunghi? Purtroppo ha tempi infiniti e nel frattempo soccombono i deboli in attesa che la verità (non) venga a galla. Il caso Cucchi lo dimostra. La verità è anche un processo in divenire. L’episodio della morte di Fakir si inserisce in un contesto temporale molto critico e poco rassicurante.

Quarant’anni fa, fra i giuristi, si iniziò a definire «panpenalismo» l’aumento eccessivo di sanzioni per qualsiasi comportamento scorretto. Ora, serviranno anni per valutare appieno la reale efficacia di tutti i pacchetti sicurezza finora varati. Ma non c’è dubbio che la superfetazione sia già imponente: c’è chi ha calcolato come durante il Governo Meloni siano stati già introdotti almeno 57 nuovi reati (da quello per rave all’omicidio nautico) e 60 aggravanti, oltre a un aumento complessivo delle pene per 500 anni di carcere. Quanta applicazione hanno finora trovato? E se dovessero trovarla, mettiamo per l’imputabilità dei minori, cosa accadrebbe alle presenze nelle carceri minorili, in un universo penitenziario sull’orlo del collasso? E c’è infine il nodo della libertà, evocato da Mencken: quanta intendiamo barattarne, noi cittadini medi, a fronte delle promesse di una maggior tranquillità? Domande che restano aperte, mentre il battage pre-elettorale in nome della fuggevole dea Sicurezza va avanti.  (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Non si può pretendere quindi pazienza infinita. Bisogna reagire ad un andazzo inaccettabile, che sta rovinando la nostra già debole democrazia. Fin dove può spingersi la protesta di piazza? Bella domanda! Il limite è la difesa dello Stato? Anche quando si capisce che va contro lo stato di diritto? L’operato della polizia non è un totem! La polizia, come tutte le entità pubbliche e private, risente dell’aria politica che tira.

In questi giorni si sono ricordati i cosiddetti fatti di Genova. Dal 19 al 21 luglio 2001 Genova ospitò il vertice del G8, l’incontro tra i governi delle otto nazioni più industrializzate. In quei giorni, oltre 200.000 persone arrivarono in città per partecipare a iniziative e manifestazioni contro la globalizzazione economica, in larga parte pacifiche.

Il G8 di Genova è però ricordato soprattutto per le gravi violazioni dei diritti umani avvenute durante quei giorni: le violenze in strada contro persone manifestanti e giornaliste, l’irruzione notturna alla scuola Diaz, i maltrattamenti e le torture nella caserma di Bolzaneto, la morte di Carlo Giuliani.

A 25 anni da quei fatti, Genova 2001 resta una pagina centrale della storia italiana recente. Non riguarda solo la memoria di chi era presente: riguarda il diritto di manifestare, l’uso della forza indiscriminata da parte delle forze di polizia, l’accertamento delle responsabilità e le garanzie perché violazioni simili non si ripetano.

«Una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente».

Così Amnesty International descrisse, un anno dopo, quanto accaduto durante il G8 di Genova per evidenziare l’ampiezza e gravità delle violazioni dei diritti civili e politici e denunciare come non si fosse trattato di singoli e isolati eccessi, ma di pratiche di polizia e di gestione dell’ordine pubblico con precise responsabilità in tutta la catena di comando.

Ho la netta impressione che il tempo si sia fermato a quei tristissimi giorni. Durante il G8 di Genova del 2001, la presenza di Gianfranco Fini — all’epoca vicepresidente del Consiglio — in Questura e la sua presunta permanenza nella sala operativa hanno generato molte polemiche e dibattiti politici, sebbene lo stesso Fini abbia sempre respinto ogni accusa di coinvolgimento operativo. Numerosi critici e resoconti politici hanno puntato il dito sulla sua presenza in quei luoghi nevralgici durante i giorni degli scontri e delle violenze (come i fatti della scuola Diaz e Bolzaneto). Fini ha tuttavia ribadito che la magistratura non lo ha mai ritenuto indagato o convocato con accuse formali, sostenendo che le forze dell’ordine persero il controllo ma che non vi fu alcun “ordine politico” di tipo illecito dietro la gestione dell’ordine pubblico.

Non è questione di interventi diretti o meno, è l’aria che tira a condizionare la gestione dell’ordine pubblico. La situazione è oggi molto simile a quella del 2001. C’è ben di peggio rispetto a Fini e c’è addirittura un Vannacci in più…

Dopo di che, violenza chiama violenza…Ricordiamoci però che la violenza di Stato o promossa e favorita dallo Stato rappresenta l’inquinamento delle acque da parte di chi dà la colpa principale a chi magari si sente autorizzato ad inquinarle ulteriormente.

 

La pace nei sepolcri dei Fakir

Quando mio padre commentava la morte di una persona di cui non si riusciva a trovare la causa e per la quale non si individuava nemmeno l’esecutore materiale dell’eventuale delitto, concludeva sarcasticamente: «As védda che quälcdòn al gà preghè un cólp…».

Temo che possa succedere per la morte di Abderrahim Fakir: si fa un gran parlare di questo fatto, sulla sacrosanta ricerca della verità aleggia la pregiudiziale difesa dell’operato della polizia, nell’altrettanto sacrosanta protesta per un clima repressivo di caccia alle streghe si inserisce lo sfogo violento contro la violenza del potere, nello scontro politico si insinua la propaganda securitaria fine a se stessa, nella battaglia civile si teme che possa nascondersi la tentazione anarchica.

Un uomo vivo entra nell’inquadratura e pochi minuti dopo è morto. Si chiamava Abderrahim Fakir. È accaduto a Bologna, nel quartiere Pilastro: Fakir era a terra, ammanettato, immobilizzato da due agenti, mentre un altro uomo gli teneva ferme le gambe. Intorno, secondo le immagini diffuse, c’erano operatori sanitari. Un video non è mai tutta la verità. Non racconta ciò che è avvenuto prima, non stabilisce da solo la causa della morte, non sostituisce l’autopsia, le testimonianze, le comunicazioni radio, le riprese delle bodycam. Ma nemmeno è niente. Quel video mostra un uomo che chiede aiuto. E mostra che, poco dopo, quell’uomo non è più vivo. (MicroMega – Iacopo Benevieri)

Prima ancora di capire come è morto Fakir, mi chiedo il perché la polizia entri a gamba così tesa in situazioni che dovrebbero essere affrontate con molta più calma. Non era il caso di chiedere l’intervento degli assistenti sanitari prima di immobilizzare quello “strano” soggetto? Non era meglio tenere sotto controllo la situazione con un certo distacco per verificare il perché dell’eventuale emergenza a livello di ordine pubblico? Non ci sono stati precipitazione e protagonismo associati a scarsa professionalità di tutti gli intervenuti?

Ecco perché non basterà l’autopsia a fugare dubbi, ecco perché la verità non verrà mai a galla, ecco perché prevarrà il retro-pensiero di non delegittimare la polizia, ecco perché la difesa del quieto vivere varrà la morte di un Fakir qualsiasi e prevarrà sulla difesa delle persone border line. La verità galleggia nell’aria repressiva che tira a livello legislativo, politico, sociale e culturale.

La “maranzizzazione” dei minori

Mia sorella, acuta ed appassionata osservatrice dei problemi sociali, nonché politicamente impegnata a cercare, umilmente ma “testardamente”, di affrontarli, di fronte ai comportamenti strani, drammatici al limite della tragedia, degli adolescenti era solita porsi un inquietante e provocatorio interrogativo: «Dove sono i genitori di questi ragazzi? Possibile che non si accorgano mai del vulcano che ribolle sotto la imperturbabile crosta della loro vita famigliare?». Di fronte ai clamorosi fatti di devianza minorile, andava subito alla fonte, vale a dire ai genitori ed alle famiglie: dove sono, si chiedeva, cosa fanno, possibile che non si accorgano di niente? Aveva perfettamente ragione.

Il governo adotta tutt’altro stile per l’analisi e la soluzione dei problemi della devianza minorile, parte dalla fine, dalla punizione, in poche parole dalla galera rendendola più agibile. Serve a deresponsabilizzare un po’ tutti e ad illudere che gli straripamenti dei fiumi si possano bloccare a valle, come direbbe mio padre, “con j èrzon äd cärta suganta”. E allora ecco spuntare l’idea di rendere penalmente responsabili i minori dai 14 ai 18 anni invertendo l’onere della prova quanto alla capacità di intendere o di volere. Posso essere schietto? Una cazzata demenziale dal punto di vista giuridico, l’ormai solito attacco alla Costituzione, una vera e propria pericolosissima baggianata culturale. Cedo la parola ad un autorevole personaggio e mi taccio.

Da giovedì sera, quando il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge sulla giustizia minorile, Claudio Cottatellucci ha letto e riletto il testo parola per parola. Poi è ripartito daccapo, Costituzione e giurisprudenza alla mano. Il presidente dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia, d’altronde, non è abituato a fermarsi né agli annunci politici né alle critiche per presa posizione. La conclusione a cui è arrivato alla fine, in ogni caso, è molto severa: la riforma, insieme agli altri interventi degli ultimi anni – dal decreto Caivano alla proposta di legge Fascina che punta ad abbassare a 13 anni l’età dell’imputabilità ferma alla Camera – mette mano ai principi fondanti della giustizia minorile italiana e, secondo lui, apre interrogativi che riguardano gli stessi architravi costituzionali del sistema. «Non riesco a vedere quale problema concreto risolva» dice. «Mi è invece molto chiara la logica culturale che la ispira».

(…)

Questa norma rischia di produrre un’eterogenesi dei fini. L’osservazione della personalità non serve soltanto ad accertare l’imputabilità: serve, quando la responsabilità penale viene riconosciuta, a costruire una pena conforme all’articolo 27 della Costituzione, cioè realmente rieducativa. Per capire come recuperare un ragazzo bisogna prima conoscerlo. Da qui nasce la messa alla prova, che è il vero cardine del processo penale minorile. La logica che invece vedo affermarsi è diversa: un’assimilazione culturale del minorenne al maggiorenne, con una concezione della pena sempre più standardizzata e retributiva. Conta il reato, non la persona. Ma così si depotenzia proprio quella funzione di recupero che è il fondamento della giustizia minorile. C’è poi un altro aspetto che mi colpisce: questa riforma è stata continuamente associata agli episodi di cronaca che hanno per protagonisti i cosiddetti “maranza”. Ma io continuo a chiedermi: che cosa c’entra? Forse che l’osservazione della personalità diventa meno importante quando il ragazzo non è cittadino italiano? Qui non stiamo parlando di diritti del cittadino, ma di diritti della persona. L’articolo 2 della Costituzione non conosce confini fondati sulla cittadinanza. Per questo trovo molto pericolose scorciatoie che finiscono per segmentare il diritto su base etnica. Il messaggio di fondo è che la giustizia minorile sarebbe troppo indulgente e che punire di più significherebbe avere meno reati. Ma è una rappresentazione che i fatti smentiscono. Responsabilizzare un ragazzo non significa punirlo automaticamente: significa conoscerlo e costruire un percorso che lo porti a comprendere davvero il disvalore di ciò che ha fatto. È questo il cuore della giustizia minorile. Ed è proprio questo che, dal decreto Caivano in avanti, vedo progressivamente messo in discussione. (Intervista rilasciata ad “Avvenire”)

 

 

Partiti, partitini, partitoni e partitacci

Il futuro del movimento Futuro Nazionale (guidato dal Generale Roberto Vannacci) in Calabria sta attraversando una fase di forte turbolenza interna e riorganizzazione. Sebbene la regione avesse registrato un’alta percentuale di adesioni, recenti nomine imposte ai vertici hanno provocato le dimissioni in blocco di centinaia di tesserati. A luglio 2026, oltre 600 iscritti appartenenti ai comitati di Lamezia Terme hanno abbandonato il partito. La rivolta ha coinvolto anche i numerosi comitati attivi nel cosentino.

Fuga di tesserati o polemica montata ad arte per denigrare Futuro Nazionale? Non ho idea… Mio padre rideva ironicamente delle ipotetiche fughe tra amanti, con i due che scappano e cominciano a litigare scendendo le scale: della serie la famiglia ed il matrimonio sono una cosa seria. Si potrebbe dire la stessa cosa della politica. È vero che i partiti spuntano come funghi mediatici, ma a tutto c’è un limite anche perché ne esistono di avvelenati. “Futuro nazionale” pesca nel torbido della sopravvissuta mentalità fascista, nella serpeggiante protesta qualunquistica di destra, nel malcontento in cerca di ascolto, però, dal momento che le balle stanno in poco posto (anche quelle di Vannacci), emergono immediatamente contraddizioni che potrebbero sgonfiare il fenomeno di cui tanto si parla.

L’armamentario vannacciano è quello squisitamente fascista, ma non credo che il generale in pensione abbia la capacità di usare la nostalgia per riassettare la destra italiana, di rappresentare l’ago della bilancia truccata; tuttalpiù lo vedo come improvvisato cercatore nel pagliaio reazionario dell’ago che punge l’establishment meloniano dopo aver punto quello leghista. Forse Futuro Nazionale dice quel che Fratelli d’Italia pensa e non può dire. Forse Vannacci sta costringendo Salvini a gareggiare con la concorrenza sleale e Forza Italia a ingoiare rospi molto difficili da digerire con un minimo di dignità. Un’operazione verità a destra di cui si può, tutto sommato, essere grati ad un generale in pensione totalmente disinibito.

Il panorama partitico italiano è caratterizzato a destra dalla spasmodica ricerca di un’identità storica che copra l’incapacità cronica a governare; a sinistra dalla impellente necessità di trovare una problematica convivenza per rimettere in discussione la partita di governo; al centro dalla illusione di insinuarsi per accattivarsi le simpatie dei cosiddetti moderati del nulla.

In questo bailamme ci sta di tutto e di più. Le partite di calcio si vincono a centro campo, quelle della politica?

Chi è il centrocampista? Coll che primma al la fa e po’ al la pìsta… Il centro della politica è praticato da parecchi pistapòci. Ad ogni giorno basta il suo…

I gol chi li segna? Chi tira in porta! Mio padre era un ammiratore quasi maniacale dei giocatori portati al tiro a rete, dagli attaccanti pretendeva il tiro da quasi tutte le posizioni (in effetti si tratta dello spunto finale e più spettacolare del gioco; un’azione di gioco senza tiro porta, amava dire, è come una romanza d’opera lirica senza acuto, lascia il tempo che trova). Ebbene i goleador non esistono o meglio esistono solo i leader, coloro che vorrebbero tirare in porta senza nemmeno vederla.

A destra vogliono vincere a tavolino (vedi legge elettorale), a sinistra hanno la presunzione di vincere per manifesta inferiorità dell’avversario (come nel baseball), al centro ritengono che la politica sia l’arte della melina.

Per tornare a Roberto Vannacci: vuol strafare, vuol giocare in tutti i ruoli, vuol fare una sua squadra partendo dalla tifoseria che farà presto a stancarsi di lui, vuol dare fastidio ad amici ed avversari, vuol essere protagonista a tutti i costi. Quando e come finirà? Per me è finito prima ancora di cominciare! La destra non fa per me, al centro ho già dato, dalla sinistra mi aspetterei quel certo non so che…

 

 

 

La bisteccheria parlamentare

La Giunta delle autorizzazioni a procedere della Camera nega ai magistrati l’accesso alle chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e Andrea Caroccia, il ristoratore condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver agevolato il clan camorristico dei Senese. E subito si infiamma la giornata di Camera e Senato, scatenando la bagarre in Aula a Palazzo Madama.

Con i cinque stelle che occupano i banchi del governo e le proteste del resto delle opposizioni. Il prossimo appuntamento della vicenda ‘Bisteccheria d’Italia’ è fissato il 30 luglio, quando la richiesta dovrà essere votata dall’Aula di Montecitorio. E già centrodestra e centrosinistra promettono scintille. Il parere della Giunta sulla richiesta della Procura di Roma per il sequestro era atteso da settimane.

Quando in mattinata arriva la notizia del voto contrario deciso dalla maggioranza, le opposizioni muovono compatte per contestare la decisione. Protagonista delle proteste è il Movimento 5 Stelle che porta lo scontro direttamente dentro l’Aula del Senato, occupando i banchi del governo e tenendo in mano dei cartelli con sopra scritto ‘fuori le chat’. Diverse le scaramucce soprattutto tra i 5 stelle e i senatori di Fdi. (ansa.it)

Pietro Senaldi, condirettore del quotidiano “Libero”, partecipando alla trasmissione “In onda” su La7, non è andato per il sottile ed ha giustificato la negazione ai magistrati, da parte della Camera, all’accesso alle chat di cui sopra, richiamando al riguardo il dettato costituzionale e ridicolizzando le proteste del M5S, che da una parte vorrebbe intestare le liste elettorali della sinistra alla difesa della Costituzione e dall’altra parte non accetterebbe il garantismo della Costituzione stessa ripiegando su un giustizialismo sbrigativo e superficiale. A dir poco curiosa appare la provocatoria tesi di questo giornalista.

Secondo l’art. 68 della Costituzione, per sottoporre un parlamentare a limitazioni della libertà personale (arresto, perquisizione personale/domiciliare, intercettazioni) è richiesta l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Ciò per tutelare i membri del Parlamento da azioni giudiziarie pretestuose e per evitare indebite ingerenze nel funzionamento di organi costituzionali.

Nel caso in questione non si vedono e non si intravedono azioni pretestuose e ingerenze della magistratura, ma soltanto la volontà di indagare sui rapporti tra mafia ed affari in cui è finito più o meno consapevolmente Andrea Delmastro. La Costituzione offre al Parlamento un opportuno strumento di difesa che però andrebbe usato con discernimento, con rispetto per la verità e per la trasparenza nei comportamenti dei componenti delle Camere.

Non nascondiamoci quindi dietro il dito della Costituzione per giustificare atteggiamenti di oltranzistica e faziosa difesa della politica. Troppo equivoca la posizione di Delmastro per essere pregiudizialmente blindata. Da decenni è in atto lo scontro tra la politica riconducibile al cosiddetto centro-destra di origine berlusconiana e la magistratura; nemmeno il recente referendum è riuscito a riportare la quiete dopo la tempesta. A tangentopoli, che segnò la fine della prima repubblica, quella cattiva fondata sugli affari che aveva scacciato quella buona fondata sulla Costituzione, è succeduto il deserto dei tartari vale a dire la sistematica guerra difensiva di una certa politica contro il nemico immaginario togato.

Il governo aveva reagito alla recente bruciante sconfitta nella battaglia referendaria facendo dimettere Daniela Santanché e Adrea Delmastro: ora il secondo rispunta dalla finestra più bello e più difeso che pria. Una indegna pantomima con la quale la Costituzione c’entra come i cavoli a merenda. La guerra continua…

Luca Telese, conduttore della trasmissione “In onda”, ha definito ironicamente come geniale la tesi di Pietro Senaldi. All’avvocato difensore è lecito accampare tutte le scusanti, l’ambasciatore non porta pena: con la non trascurabile precisazione che il condirettore di un organo di informazione indipendente non dovrebbe essere avvocato di un partito politico né tanto meno ambasciatore di un governo. Senonché i pulpiti e le prediche si sovrappongono e si intersecano: la politica si snatura mediatizzandosi sempre più e i media si sputtanano in modo sempre più scandaloso.

 

 

Male non fare alla democrazia, paura non avere della piazza

«Ieri Bologna ha visto due piazze – scrive il primo cittadino in una lettera aperta alla città -. Piazza Nettuno rappresenta Bologna. C’erano migliaia di persone che si sono incontrate pacificamente e spontaneamente, per esprimere la loro vicinanza alla famiglia di Abderrahim Fakir. Piazza Roosevelt e gli scontri, invece, non rappresentano Bologna. Chi pensa di rispondere alla violenza con la violenza si chiama fuori dallo stato di diritto. E dunque si chiama fuori dalla nostra comunità democratica». Contro il primo cittadino si erano scagliati nelle scorse ore numerosi esponenti del centrodestra, in particolare di Fratelli d’Italia. Dal ministro per il Pnrr e gli Affari europei, Tommaso Foti, che ha esortato Lepore ad «assumersi le proprie responsabilità per convocato una manifestazione che, come prevedibile, è degenerata». Al capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, che ha bollato il sindaco come «irresponsabile». La Lega, invece, in una nota lo ha invitato a dimettersi «subito». E il vicepremier Antonio Tajani, assicurando che la «magistratura farà luce» sulla morte di Fakir, ha parlato di «una certa sinistra che alimenta l’odio», definendo da «irresponsabili chiamare i cittadini in piazza per esprimere sdegno, sapendo che degenererà in violenza». Così come è «da irresponsabili mettere a ferro e fuoco una città come Bologna». Senza giri di parole anche il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, secondo cui «gli scontri hanno dimostrato che la vera violenza è a sinistra», ha detto pubblicando il confronto fra un’immagine del video diventato virale in queste ore che lo ritrae come un condottiero romano, che definisce «satira irreale e fatta dall’AI» e una foto degli scontri. (“Avvenire” – Giuseppe Muolo)

Non sopporto questo perbenismo anti-piazza, mi rimane sullo stomaco, anzi sulla coscienza democratica. È ora che la gente scenda in piazza, forse è già tardi e si aprono le piazze della protesta quando i buoi di regime sono sempre più incardinati nelle stalle del potere. È più rischioso lasciare la democrazia nelle mani di chi la vuole addomesticare o addirittura annichilire oppure promuovere la protesta contro i governanti anti-costituzionali, che può anche in minima parte degenerare in episodi di violenza?

La piazza non deve fare paura a chi intende ripristinare quel po’ di democrazia che rimane dopo i coordinati e continuativi attacchi provenienti direttamente dagli attuali “sporcaccioni” governanti e indirettamente dall’attuale debole per non dire omertosa opposizione, che lascia distruggere le istituzioni pensando di recuperarle a babbo morto.

La sinistra non si faccia intimidire né dal giaguaro della destra al potere né dagli amici del giaguaro che ingenuamente o irrazionalmente si lasciano trascinare nel vortice della violenza.

Da una parte abbiamo il vannacccismo che scopre gli altaroni del melonismo, dall’altra abbiamo la piazza che scopre i gioconi della destra e i giochini della sinistra. Sto decisamente e convintamente dalla parte della piazza buona (nonostante i violenti che possono disturbarla), che rappresenta finalmente il maggioritario sussulto democratico popolare e che scaccia la minoranza silenziosa prona al potere dominante a livello nazionale, europeo ed internazionale.

Detta in modo brutale: dovrei imbalsamare la piazza perché i cretini si lasciano andare a comportamenti inaccettabilmente violenti, non capendo di fare il gioco di chi vuole trasformare la polizia, eventualmente vittimizzata, in strumento di repressione in favore della falsa sicurezza? Oltre tutto mi chiedo: come mai la polizia non basta a chi vuol farsi giustizia da sé?

Lasciamo che chi è insoddisfatto dell’attuale andazzo anti-democratico abbia il coraggio di trasformare il mugugno dell’astensionismo in aperta protesta di piazza. La sinistra non si illuda di sbrigare la propria pratica di opposizione brandendo in Parlamento qualche patetico e folcloristico cartello e/o ripiegando maldestramente sulle beghe dei benpensanti.

Walter Veltroni ad esempio sostiene che la sicurezza sia un enorme tema di giustizia sociale. Egli critica la sinistra per aver ignorato o sottovalutato a lungo questo argomento, lasciandolo strumentalizzare dalla destra e sottolineando come l’insicurezza colpisca maggiormente le fasce più deboli come anziani, donne e abitanti delle periferie. Non vorrei che il “maanchismo” veltroniano finisse col frenare le battaglie emergenziali in difesa della Costituzione sotto attacco. Cosa facciamo? Discutiamo del “sesso degli angeli della politica di sinistra”, perdendo tempo prezioso, mentre la destra butta all’aria il sistema?

Non si tratta di fare della demagogia, ma di difendere la democrazia. E allora bene ha fatto il sindaco di Bologna ad appoggiare la manifestazione popolare che chiedeva chiarezza sugli incresciosi fatti accaduti. Attenzione perché la misura si sta colmando e, se la sinistra non riuscisse minimamente a capire e ad interpretare la sacrosanta protesta, allora si potrebbe creare un clima di conflittualità civile senza sbocco politico, funzionale agli obiettivi strategici della destra e alle procedure tattiche dei tanti Vannacci che stanno venendo allo scoperto a livello di vertice e di base.

 

 

Eccesso vendicativo in illusoria difesa

Un uomo di 43 anni, Abderrahim Fakir, di origine marocchina, in Italia da quando aveva 7 anni, regolare, sposato e titolare di una impresa di facchinaggio impegnata nella logistica, è morto ieri a Bologna in via Svevo, nel cuore del Pilastro, quartiere popolare e multietnico, durante un intervento della polizia. «Aiuto, basta, basta» sono state le sue ultime parole mentre due agenti lo bloccavano a faccia in giù, come si vede nelle immagini di un video in cui gli agenti cercano di portargli le mani dietro la schiena nel tentativo di ammanettarlo. Un terzo uomo, probabilmente un residente, aiuta gli agenti tenendogli le caviglie. Attorno a loro anche due soccorritori, che però non intervengono. Dopo qualche minuto l’uomo smette di dimenarsi e sembra perdere i sensi, mentre i poliziotti gli bloccano anche le caviglie. Uno dei due prova a sincerarsi delle sue condizioni, ma senza risposta. (“Avvenire”)

Faccio fatica a non collegare gli eventi, vale a dire la spropositata – in via di giustificazione se non addirittura di legittimazione – difesa individuale dell’orefice derubato e minacciato con la difesa collettiva, a prima vista esagerata e disumana, operata dalla polizia in quel di Bologna.

Il filo che li lega è rappresentato dal prevalere del desiderio di rivalsa e di vendetta su quello di difesa: tira questa aria a livello culturale, sociale e politico: un fatto gravissimo!

I recenti provvedimenti sulla tutela e sulla presunta deresponsabilizzazione degli agenti di polizia riguardano principalmente l’entrata in vigore del Decreto Sicurezza (D.L. 24 febbraio 2026, n. 23), convertito nella Legge 54/2026. La norma più discussa è il cosiddetto “scudo penale” per le forze dell’ordine, che modifica la gestione dei procedimenti giudiziari a carico degli operatori di pubblica sicurezza. Il decreto stabilisce una sorta di scudo penale, vale a dire una procedura cautelativa per gli agenti indagati per fatti avvenuti durante l’adempimento del dovere. Quando sussistono elementi che fanno presumere la presenza di una “causa di giustificazione” (come la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi), l’iscrizione nel registro degli indagati può avvenire permettendo valutazioni preliminari più approfondite prima di procedere con l’azione penale ordinaria.

I cittadini e lo Stato non sono in guerra contro chi tenta l’impervia via della migrazione a costo della clandestinità, contro chi delinque (come nel caso dei reiterati furti all’oreficeria Roggero) e, ancor meno, contro chi tiene un comportamento fuori dagli schemi (come nel caso del marocchino a Bologna).   Diamoci una calmata e ragioniamo! Cerchiamo di capire che non si può coniugare la sicurezza con la deterrenza, l’intransigenza e la vendetta.

Del resto, che il tema vero non sia garantire la legittima difesa, ma rendere legittima la vendetta è scritto nero su bianco nella proposta di legge presentata dalla Lega che prevede la non punibilità di “qualsiasi reazione” posta in essere da chi subisce un’aggressione “indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta”: praticamente, la definizione di vendetta. Si tratta di una proposta che mette in discussione princìpi cardine del nostro sistema giuridico, dello Stato di diritto e anche della Costituzione. E che renderebbe le nostre case, i nostri negozi, le nostre strade molto più insicure. (MicroMega – Cinzia Sciuto)

L’aria che tira è questa, un’aria decisamente viziata, che rischia di avvelenare la nostra convivenza civile. Il terreno è talmente scivoloso che preferisco non prestare troppa attenzione alla politica imprigionata nelle polemiche: preoccupata la destra del fiato vannacciano sul collo populista; preoccupata la sinistra di non apparire buonista e impopolare.

Non mi resta che rifugiarmi nell’aria pulita del Vangelo e della Costituzione. La metto su questo piano. E, per dirla con don Andrea Gallo, su quale piano la dovrei mettere?

L’arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, il cardinale Matteo Maria Zuppi, «è vicino nella preghiera a chi soffre per quanto accaduto ieri al Pilastro, dove ha perso la vita una persona ed esprime vicinanza alla famiglia e a tutti coloro che stanno soffrendo e che sono coinvolti nella drammatica vicenda». Zuppi, in una nota, invoca «Dio, perché in questo momento non prevalgano l’odio, la violenza, anche verbale e nei social e la strumentalizzazione per nessuna ragione, ma il rispetto, il dialogo e la giustizia a cui tutti devono affidarsi nel rispetto del diritto e delle Istituzioni». «In questa sofferenza – conclude Zuppi -, la Chiesa ricorda di non stancarsi di costruire percorsi di pace, di riconciliazione e di incontro affinché prevalga la forza dell’amore che ci viene donato da Gesù, seminatore di bene nel cuore di ogni persona». (“Avvenire”)

Ingegneria costituzionale inversa

Il dem Gianni Cuperlo accusa il centrodestra di volere un premierato di fatto. «È falso», replica Casellati, spiegando come il potere di nomina del premier rimarrebbe al capo dello Stato. La riforma «non comporta alcuna deriva autoritaria ma favorisce stabilità e piena rappresentatività delle Camere».

Se lo dice Maria Elisabetta Casellati Lamberti, ministra per le riforme istituzionali e la semplificazione normativa nel Governo Meloni, (non) c’è da stare tranquilli…

Sto seguendo il dibattito extra-parlamentare sulla cosiddetta riforma elettorale: leggo interventi di esperti costituzionalisti e più approfondisco le tematiche relative al sistema elettorale più temo che ci sia sotto qualcosa di eufemisticamente poco chiaro.

Forse stiamo prefigurando ed approntando la goccia che fa traboccare il vaso dell’indifferenza e del menefreghismo imperanti. L’illusoria overdose di decisionismo popolare, somministrata a chi è in crisi di astinenza-astensione, rischia di mandare in tilt gli equilibri costituzionali.

Ci hanno provato con la giustizia ed è andata come sappiamo, vale a dire con un sussulto di fede costituzionale; ci stanno riprovando col sistema elettorale e non sono sicuro che ci sarà un altro sussulto, perché la sordina-amplificazione applicata al voto potrebbe disorientare, stordire e devitalizzare gli elettori.

Con 217 voti favorevoli, 152 contrari e due astensioni, la Camera ha approvato in prima lettura la nuova legge elettorale voluta dalla maggioranza in vista delle politiche del 2027: un sistema proporzionale che assegna un abnorme premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato alla coalizione più votata, purché superi il 42% dei consensi e che, con l’indicazione obbligatoria del nome del candidato alla presidenza del Consiglio, limita fortemente le prerogative del Capo dello Stato. Un “premierato” di fatto, introdotto surrettiziamente visto che – dopo la batosta sul referendum sulla magistratura – la maggioranza ha messo nel cassetto la riforma costituzionale che intendeva scardinare il nostro sistema parlamentare. Il testo della legge passa ora al Senato. (MicroMega)

Sono piuttosto scettico sul ruolo parlamentare giocato su una riforma così strumentalmente equivoca: temo i piatti di lenticchie, temo il rinnovamento dei pasticci già combinati, temo la blandizia perpetrata ai danni dell’elettorato, temo che la Corte Costituzionale non basti a preservare la democrazia, temo che finiscano col prevalere gli interessi di bottega nel supermercato “pirlamentare”.

Un tempo si sarebbe scesi in piazza: ricordiamo le proteste contro la legge truffa ai tempi di De Gasperi, un dolcetto più che accettabile rispetto alla torta attuale.

La legge elettorale viene spacciata come l’intervento chirurgico per salvare la capra della rappresentanza e i cavoli della governabilità. Magari l’operazione andrà bene, ma la democrazia già malata potrebbe…