Il fango boomerang di Bignami

Mi sento in dovere di tornare a botta calda sulla miserevole e demenziale performance del capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami: ha gettato fango sulla memoria del presidente Oscar Luigi Scalfaro coinvolgendo persino la sua orgogliosa e qualificante appartenenza all’Azione Cattolica. Questo fango me lo sono sentito addosso e lo voglio rispedire immediatamente al mittente. La mia formazione religiosa e politica si basa proprio sull’Azione Cattolica in cui mi onoro di avere militato (da fiamma bianca ad aspirante, da pre-ju a juniores, da seniores a etc. etc.) e proprio dall’Azione Cattolica ha preso spinta il mio impegno in politica: credere in Dio, obbedire al Vangelo, combattere per la libertà e la democrazia. Una sintesi educativa molto diversa da quella a cui probabilmente si rifà lo smemorato Fratello d’Italia.

Il mio puntuale amico Pino mi ha plasticamente così “messaggiato”: «Complimenti al Cretinetti Bignami: una bella pestata che ha suscitato una dura reazione dell’Azione Cattolica…e toccare l’A.C. vuol dire toccare la gerarchia (leggi tutta la Chiesa) …bravo, bravo, Galeazzo …continua così…».

Oltre tutto Scalfaro era un centrista (ce ne vorrebbero oggi di centristi così…) all’interno della Democrazia Cristiana: io, nel mio piccolo, aderivo alla corrente della sinistra sindacal-aclista fondata da Giulio Pastore il cui figlio era un sacerdote, don Pierfranco Pastore, assistente nazionale del movimento aspiranti dell’A.C. Questo per dimostrare quale zeppa di cazzate storiche, etiche e politiche abbia messo assieme questo disonorevole Bignami a cui consiglierei almeno la lettura di qualche “bignami”, vale a dire di piccoli libri di scuola che riassumono in modo breve e semplice tutte le cose importanti delle materie in cui si è andato goffamente e scioccamente a misurare.

Quando ascoltavo gli interventi di Scalfaro non ancora presidente della Repubblica mi stupivo dell’onestà e della vivacità intellettuali con cui riusciva a coniugare fede e politica.  Da presidente della Camera e da capo dello Stato mantenne viva tutta la sua coraggiosa e coerente testimonianza di cattolico prestato alle istituzioni della Repubblica. I meloniani dovrebbero soltanto pulirsi la bocca e poi avere il buongusto di tacere: stanno raggiungendo la vetta della loro povertà etica, intellettuale, morale e politica. Servirà per delineare una sorta di contrappasso politico-elettorale? Magari Bignami si rifà alla celebre frase “nel bene o nel male, l’importante è che se ne parli” (spesso legata al pensiero di Oscar Wilde o a icone come Salvador Dalì), che riassume la teoria secondo cui la visibilità batte sempre l’oscurità. Ecco perché bisogna reagire e riportare a visibilità un passato fulgido che ha il potere di oscurare il presente tenebroso.

C’è un’immagine di 27 anni fa che coi fatti risponde al fango gettato dal capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, sulla memoria del presidente Oscar Luigi Scalfaro. È il 21 marzo 1999, siamo a Corleone in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie promossa dall’associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti. Sul palco ci sono Scalfaro, il presidente della Camera, Luciano Violante, e il vicepresidente del Consiglio e futuro capo dello Stato, Sergio Mattarella.

Per Scalfaro non è la prima partecipazione all’importante iniziativa di Libera. Nel 1996 era in piazza del Campidoglio a Roma per la prima edizione, ma questa di Corleone ha un diverso valore, anche perché è la prima presenza di un presidente della Repubblica nel luogo simbolo del potere di “cosa nostra”. «Mi disse – ha più volte raccontato don Luigi Ciotti – che il suo staff era contrario, non per il valore della visita, ma per i problemi di sicurezza. Ma mi disse che fece di tutto per essere presente perché non voleva lasciarci soli». Ci mise la faccia Scalfaro, ma anche le parole che pronunciò su quel palco. Parole importanti, che ben rispondono alle insinuazioni dell’onorevole Bignami. Ed è importante leggerle tutte:«Ci sono le associazioni, ci sei tu don Ciotti. È importante che ci sia tu. Io sono qui perché mi hai chiamato. Mi ha detto “devi venire”. Eccomi! Perché penso che il capo dello Stato debba obbedienza ai cittadini che si impegnano in ogni modo per la salute del nostro popolo. Sono qui per questo. Sono qui per dirti “grazie” davanti a tutti. Per questa iniziativa. Qui c’è una marea di folla, venuta da ogni parte».

Quelle immagini e quelle parole don Luigi le porta sempre con sé nel cellulare, a ricordo di un rapporto strettissimo con Scalfaro che anche dopo il settennato partecipò a molte iniziative di Libera. Sempre con la stessa convinzione. «Il Vangelo e la Costituzione erano i suoi due grandi riferimenti», è un altro dei ricordi di don Luigi, aggiungendo: «Una persona di grande umanità, un cattolico che si interrogava, sapeva tradurre la spiritualità del Vangelo in etica civile». Scalfaro, ha scritto il collega Marco Iasevoli, ha più volte affermato, anche durante il mandato quirinalizio, «che la sua formazione cattolica e i suoi trascorsi in Ac sono stati fondamentali per l’educazione alla libertà». Anche contro le mafie.

Probabilmente l’onorevole Bignami non conosce la storia dell’Azione cattolica che è anche storia di martiri antimafia. Proponiamo un ripasso. Francesco Ferlaino, magistrato di Corte d’appello a Catanzaro, venne ucciso a Lamezia Terme il 3 luglio 1975. Era presidente diocesano di Ac. Marcello Torre, sindaco di Pagani, fu assassinato l’11 settembre 1980 su ordine di Raffaele Cutolo. Militante fin da ragazzo in Ac, della quale fu anche dirigente. Rosario Livatino, giudice ad Agrigento, ucciso il 21 settembre 1990, e beatificato il 9 maggio 2021, aveva aderito all’Ac fin dal liceo, frequentando poi l’associazione del suo paese Canicattì. Don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio, ucciso il 15 settembre 1993, era cresciuto spiritualmente in Ac della quale fu assistente e educatore. Tutti martiri che proprio nella formazione e nel cammino associativo avevano appreso come saldare Cielo e Terra. Certo non frequentando ristoratori condannati per mafia.

La memoria è una cosa molto seria e va esercitata con verità. Non per accaparrare consenso e voti. L’antimafia ha solo il colore della libertà, darle un colore politico, oltretutto falsando i fatti, serve solo alle mafie. (“Avvenire” – Antonio Maria Mira)

 

L’Italia non è Fidanza…ta con La Russa

Commemorando Marcinelle, il presidente Mattarella ha detto fra l’altro: «siamo invitati a riflettere sul prezzo umano che venne pagato e ad agire, affinché simili sciagure non abbiano a ripetersi e la gestione dei flussi migratori obbedisca a criteri di rispetto della dignità delle persone». Quest’ultimo passaggio offre una chiave di lettura oggettivamente diversa da quella offerta, negli ultimi giorni, da Giorgia Meloni, dal Governo e da FdI, che hanno puntato molto sulla commemorazione di Marcinelle non solo per ricordare il ruolo storico di Tremaglia nell’istituire la memoria della tragedia, ma anche per ribadire la propria politica di contrasto all’immigrazione “irregolare”.

Ma non è finita qui.

Poi scatta la polemica. A causarla, la scelta di alcuni sindacalisti con bandana rossa di girarsi di spalle mentre prende la parola Ignazio La Russa. Il primo a segnalarlo è il meloniano più influente a Bruxelles, Carlo Fidanza. La premier coglie l’assist al balzo e scrive sui social: «Voltare le spalle durante la commemorazione di Marcinelle è un gesto grave e vergognoso». Meloni punta il dito contro «alcuni rappresentanti della Cgil» che si sarebbero voltati mentre La Russa leggeva il messaggio di Mattarella. Il segretario Maurizio Landini non ci sta e da Marcinelle replica: «Un certo signor Fidanza ha preso un colpo di sole. Perché la Cgil non si gira mai dall’altra parte, tantomeno nel rispetto del presidente della Repubblica. Trovo singolare che il nostro presidente del Consiglio trovi il tempo di commentare delle bugie». A chiarire i fatti i diretti protagonisti, che non sono della Cgil. «Siamo stati noi», dicono i rappresentanti del sindacato belga Fgtb-Charleroi rivendicando il gesto. «L’Italia – scrive il sindacato belga sui social – è rappresentata da Ignazio La Russa, cofondatore di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, che ha più volte espresso indulgenza nei confronti dell’eredità del fascismo di Mussolini. Molti minatori italiani del Bois du Cazier erano fuggiti dal regime o si erano uniti alla resistenza antifascista». (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Sono d’accordo col Presidente della Repubblica, ma mi sento in dovere di solidarizzare anche con i sindacalisti belgi, che hanno avuto il coraggio di dire apertamente quello che molti pensano e non dicono in base alla balla del fascismo che non esiste più e per riguardo al politicamente corretto, finendo per considerare bigi tutti i gatti.

Sergio Mattarella ha detto, col suo usuale linguaggio felpato, adottato anche per carità di patria, sostanzialmente le stesse cose dette dai sindacalisti belgi. Mi chiedo: è meglio evitare la polemica per non fare il gioco del falso perbenismo della destra oppure è meglio dire le cose come stanno indipendentemente dall’opportunismo politico-elettorale.

Ricordo come un po’ di tempo fa durante il programma “otto e mezzo” su La 7 il filosofo Massimo Cacciari in polemica col giornalista Andrea Scanzi abbia sostenuto: “Il fascismo è storia finita, il pericolo non è più questo. Basta con questa balla! Basta con questo discorso!”. Scanzi ha ribattuto efficacemente: “Non me ne frega niente se quello che dico porta voti o no alla Meloni; se uno prende il 40% dei voti facendo una gara di rutti, non per questo mi astengo dal polemizzare per paura che arrivi al 45% dei voti”.

I sindacalisti belgi con il loro provocatorio atteggiamento hanno fatto il gioco di Meloni e La Russa, prontissimi, come sempre, ad autovittimizzarsi? Non me ne frega niente! La verità è che siamo rappresentati a livello istituzionale e governati da personaggi che hanno molto a che fare col fascismo di ieri e di oggi. Dirlo è sacrosanto e doveroso è, partendo da questa verità storica, costruire alternative, lasciando perdere i sofismi del centrismo, del riformismo, del moderatismo e chi più ne ha più ne metta.

In Europa si parla il “trumpese”

Certo quello tra Sánchez e Meloni è diventato un tormentone redditizio per la sinistra e la destra europea, italiana e spagnola. Ma c’è un momento in cui i vantaggi lucrati dalla polemica quotidiana iniziano a diventare stucchevoli e irragionevoli. Spagna e Italia sono Nazioni in prima linea nel far fronte ai flussi migratori, ed entrambe hanno un bisogno disperato di più Europa. Ma le due leadership hanno deliberatamente deciso di acuire le divisioni dentro l’Unione anziché sanarle. L’Italia mettendo in piedi una impropria, cinica ed esagerata “sospensione di Schengen” che, lo dicono le stesse autorità italiane, si sta realizzando attraverso una blanda, simbolica e formale (per non dire inutile) azione di controllo. Più scenografia e slogan che realtà. La Spagna sancheziana a sua volta non sembra aver alcun interesse ad alleggerire la tensione: la decisione di iniziare controlli simmetrici alle frontiere nei confronti di voli e navi provenienti dall’Italia dimostra che il gioco di specchi piace e serve anche a Madrid. Il punto è che non serve all’Europa e serve invece a tutti i nemici dell’Europa, che gongolano. Ed è questo il punto che dovrebbe convincere i due leader a far rientrare la crisi degli ultimi giorni, a rinunciare anche al prevedibile rimpallo sul “chi ha iniziato prima” (l’accusa che Sanchez muoverà a Meloni) e su chi ha agito per ritorsione anziché per elementi oggettivi (è quanto dirà Roma a Madrid). Le due cancellerie riprendano piuttosto il lavoro comune. Non solo sui migranti, tema che tra l’altro è stato oggetto di una riunione europea appena pochi giorni fa – riunione già ridotta a barzelletta da questa ennesima lite intergovernativa -. Italia e Spagna hanno interessi convergenti sul bilancio europeo, sul debito comune, sul pilastro sociale dell’Unione. Meloni ha giocato la sua carta sovranista, Sánchez la sua carta progressista. Ognuno ne ha ricavato o pensa di averne ricavato qualcosa. Ora torni la responsabilità e giochino insieme la carta europea: la corda che stanno tirando rischia di spezzare la fragile tela dell’Unione. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Sarò un fazioso anti-italiano, sarò un pregiudiziale simpatizzante filo-spagnolo, sarò un inguaribile antipatizzante meloniano, ma faccio come Roberto Benigni. Durante una campagna elettorale in cui si contrapponevano Berlusconi e Prodi, con la sua impareggiabile verve ironica, disse nel pieno di una trasmissione televisiva della Rai, fregandosene altamente della par-condicio: «Io non sono di parte, ma Berlusconi non mi piace…».  Non ho l’autorevolezza del grande Benigni, ma provo ad imitarlo: «Io faccio l’europeo in barile, non mi schiero, ma Giorgia Meloni non mi piace…anche perché mi ricorda tanto l’approccio internazionale di…».

Mio padre, quando gli capitava di ascoltare qualche notizia riguardante provocazioni fra nazioni, incidenti diplomatici, contrasti internazionali, era solito commentare: “S’ag fis  Mussolini, al faris n’a guera subita. Al cominciaris subit a bombardar”.  Ci sono tanti modi per fare la guerra…

Non c’è dubbio che a fare la prima mossa ostile sia stato il governo italiano con una insensata sospensione degli accordi di Schengen: non si può gettare benzina sul fuoco per poi pretendere che gli altri lo spengano.

Fatto sta che l’Italia non perde occasione per disfare la tela europea nella notte delle drammatiche emergenze internazionali: ha la vocazione di schierarsi sempre dalla parte sbagliata. Un tempo si schierava omertosamente col vincitore, oggi contro chi ragiona e parla in “europese”, preferendo comunque e nonostante tutto il “trumpese”.

Sanchez ha avuto l’ardire di prendere posizione contro Trump in ordine alla sua bellica e antieuropea politica internazionale e non vorrei che Giorgia Meloni innescando questo folle scontro con Sanchez, intendesse fare un favore a Trump (il nemico del mio nemico Sanchez è mio amico) oltre che a Vannacci (il nemico del mio amico Salvini è mio amico).

Spero che Sanchez faccia prevalere la ragionevolezza e ci allunghi una mano. Sì, perché, oltre ai marocchini, in mare ci siamo finiti anche noi e non riusciamo a sbarcare sulle coste della vera Ue.

 

 

Una sinistra “affettuosa”

Più progressisti, ma divisi: così i Dem americani provano a ripartire. Dalle urne delle primarie sono usciti vincenti candidati socialisti, ambientalisti, populisti. Premiata l’attenzione ai temi sociali ed esteri. È questo il collante della nuova sinistra, che ha sostituito il linguaggio identitario degli ultimi decenni con una politica fatta di prezzi, asili nido, assistenza sanitaria, salari e bollette. I nuovi candidati parlano di tassare i grandi patrimoni, ampliare i servizi pubblici, ridurre la spesa militare e spostare risorse verso scuole, famiglie e infrastrutture. (“Avvenire” – Elena Molinari – New York)

Dai democratici Usa sembra arrivare un invito a spingere sull’acceleratore del progressismo a costo di perdere per strada qualche zavorra di moderatismo. Non conosco le dinamiche socio-politiche degli Stati Uniti, ma ritengo che sia opportuno riflettere su questo indirizzo applicabile anche alla sinistra italiana.

Matteo Renzi sostiene che in Italia e nel mondo esistono strutturalmente due sinistre distinte e inconciliabili per idee su economia, energia e politica estera. È il concetto delle due sinistre. Secondo la visione espressa da Matteo Renzi, la divisione riflette visioni culturali e programmatiche profonde: una sinistra riformista, liberale, moderata e atlantista (ispirata al riformismo europeo e ai democratici americani moderati); una sinistra più radicale, movimentista o populista (segnata da posizioni diverse su giustizia, esteri ed economia). L’argomento viene usato per rimarcare l’eterogeneità dell’alternativa di governo e la distanza su nodi cruciali come la politica internazionale.

Non so se si tratti della scoperta dell’acqua calda, anche se a volte serve capire da dove viene l’acqua calda. La sinistra italiana è da una parte dilaniata dalla corsa, a volte strumentale, verso il radicalismo ideologico: chi lo punta in senso pacifista (il no alle armi all’Ucraina), chi lo porta sul terreno dei diritti civili (soprattutto in riferimento al mondo LGBT); dall’altra parte è tormentata e stiracchiata dalle sirene centro-moderate. Su tutto prevalgono interessi squisitamente elettorali in cerca della combinazione giusta per battere la destra o magari solo per conquistare il potere.

Credo che in questo momento storico i cittadini-elettori non siano molto interessati alle questioni identitarie, ma alle soluzioni concrete dei problemi. La destra sta trascinando il Paese verso un terreno di scontro sul tema della sicurezza tout court, impostandolo come totem ideologico e non come sintesi sociale.

La sinistra farebbe un gravissimo errore a rincorrere gli umori populisticamente alimentati dalle cronache, virando su un riformismo all’acqua di rose prospettato da un centro più perbenista che moderato, più opportunista che propositivo. Sembra che ci sia più paura di perdere i voti che impegno a conquistarli.

Non è il momento degli equilibrismi, ma delle scelte coraggiose. La nostra Costituzione, che sembra stare a cuore agli elettori italiani, non è un esercizio di equilibrismo, ma un esempio di compromesso ai livelli più alti. Si parta di lì per costruire accordi tra le due sinistre, non per occultare le differenze, ma semmai per valorizzarle, evitando gli errori delle passate fusioni a freddo, per rivitalizzare le ispirazioni ideali e per offrire ai cittadini un’alternativa di governo credibile e concreta.

Norberto Bobbio ha definito l’identità della sinistra attraverso il valore fondamentale dell’eguaglianza. Nel suo famoso saggio Destra e sinistra del 1994, sosteneva che la sinistra si distingue per la volontà di ridurre le disuguaglianze tra gli uomini, a differenza della destra che le ritiene naturali o ineliminabili. Gli esponenti della sinistra provino almeno ad esercitarsi su questo canovaccio, tentino convintamente di tradurre il valore dell’uguaglianza in scelte politiche a livello nazionale ed internazionale.

Spero che la mia non sia soltanto una mozione degli affetti, un’espressione della retorica classica che significa l’arte di commuovere, toccare il cuore o suscitare sentimenti profondi (come pietà, rabbia o simpatia) in un pubblico o in un giudice. Vista così mi va comunque bene…

 

Giù le mani dai presidenti della Repubblica passati, presenti e futuri

Il Ventaglio del capo dello Stato Sergio Mattarella è servito a mandare messaggi ai partiti che si sentono già in campagna elettorale. Uno dei messaggi riguarda la necessità di prendere consapevolezza che un pezzo di violenza sociale nasce dal linguaggio della politica, dalla mancanza di dialogo, dalla contrapposizione violenta e volgare tra “leader”; rendersi conto, come classe dirigente, che in alcuni casi si è tra i motivi scatenanti di quanto accade nelle piazze e nelle strade, e dunque risulta ipocrita porsi successivamente come restauratori dell’ordine. (“Avvenire”)

Volete una eloquente folle risposta? Eccola!

Nell’ambito della battaglia politica alla Camera sulle chat dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove con il presunto prestanome del clan Senese Mauro Caroccia, il capogruppo di FdI Galezzo Bignami ha infangato la memoria del presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, morto più di 14 anni fa. Di fronte a opposizioni che con vigore chiedevano a FdI e Giorgia Meloni di “non citare più Borsellino” alla luce del voto negativo dell’Aula sulla consegna delle chat ai magistrati, Bignami si è lanciato in una ricostruzione storica che mirava a denigrare la figura di Scalfaro durante gli anni degli attentati mafiosi. Bignami cita Scalfaro più volte, in un crescendo di tensioni, dicendo che “fu eletto al Quirinale dalla sinistra” e che poi “liberò 300 mafiosi”. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Volete autorevoli smentite alle farneticanti ricostruzioni storiche operate, al limite del reato di vilipendio, (articolo 278 del Codice Penale italiano: “Chiunque offende l’onore o il prestigio del Capo dello Stato è punito con la reclusione da uno a cinque anni”) dal capogruppo alla Camera di FdI Galezzo Bignami? Eccole sintetizzate dal succitato quotidiano “Avvenire”.

L’attacco a un presidente emerito democristiano, proveniente dalle fila dell’Azione Cattolica, di cui portava il distintivo, fa emergere accanto all’indignazione dei leader del centrosinistra anche un sentimento quasi di sgomento dei cattolici democratici. In serata arriva una nota di Ernesto Preziosi, già parlamentare e presidente di Argomenti 2000, testimone diretto della stagione di Scalfaro al Quirinale: “Le affermazioni del capogruppo alla Camera di FdI nella loro infondatezza non suonano solo ingiuste nei confronti di un uomo che ha servito con onore le istituzioni, ma rappresentano, ancora una volta, un esempio di cattiva politica propria di chi non ha argomenti”.

Volete un mio personalissimo commento? Si attacca scompostamente Scalfaro per nascondere l’insofferenza verso Mattarella, l’unico vero attuale baluardo alla deriva politico-istituzionale della destra al potere in Italia e non solo in Italia. Si punta a gettare manciate di fango sulla presidenza della Repubblica presente e passata, per preparare quella futura riveduta e scorretta dal punto di vista costituzionale e interpretata in modo fazioso dagli improvvisati esponenti della terza Repubblica in via di preparazione.

C’è anche tutta la malcelata paura verso la Chiesa cattolica, che costituisce il vero pungolo etico contro lo status quo socio-politico: meglio esorcizzare la presenza di cattolici autentici a livello delle massime istituzioni per brandire populistici e blasfemi rosari.

La vera partita politica non è l’elezione del nuovo Parlamento, ma quella del futuro capo dello Stato. Una volta messe le mani sulla presidenza della Repubblica, sarà un gioco da ragazzi dare compimento al disegno reazionario politico-istituzionale della destra. Lo capisce il centro-sinistra? Ho qualche dubbio…

Visto che i veri antidoti democratici italiani sono Sergio Mattarella e i vescovi (a partire dal Papa) e visto che vengono indirettamente trascinati nell’agone politico dalle fobie della destra, perché la sinistra non prova umilmente a farsi ispirare da questi autorevoli personaggi. Facciano paradossalmente scrivere il programma dal Papa e da Mattarella e forse troveranno finalmente la quadra…

 

 

Si vis democratiam, para consilium

Il punto programmatico più divisivo all’interno del campo più o meno largo del centro-sinistra è costituito dalla politica internazionale: da una parte una visione ancorata sostanzialmente allo schema “si vis pacem, para bellum” aggiornato con l’aumento delle spese militari seppure finalizzato ad un’azione concertata e rigorosamente difensiva; dall’altra parte la prioritaria considerazione della diplomazia come arma di deterrenza e di fuga da un rischioso pragmatismo bellico.

La questione sta purtroppo diventando solo occasione di polemica metodologica (vedi elezioni primarie giocate su questo punto dolente) o di sbarramento pseudo-riformista a livello programmatico (il centro che si coalizza e configura come ala realista contro certa sinistra sognatrice e populista).

È indubbio che al riguardo esistano diverse sensibilità che peraltro dal discorso “riarmo sì riarmo no” si allargano alla politica migratoria sintetizzabile nello scontro tra una visione etico-aperturista ed una politico-pragmatista.

Il centro-sinistra deve assolutamente trovare seppure faticosamente una sintesi accettabile fra queste opinioni non nascondendole nelle polemichette equilibriste, ma mettendole proficuamente a confronto in modo trasparente e costruttivo. L’ispirazione costituzionale e cristiana potrebbero essere di grande aiuto: di fronte a discorsi articolati e chiari la gente capirebbe e apprezzerebbe chi non fa della demagogia ma della buona democrazia.

L’Europa unita sarebbe il miglior viatico per l’elaborazione di una politica di pace e di giustizia tra i popoli: l’esercito unitario potrebbe essere la quadratura del cerchio delle armi? il neo-atlantismo critico potrebbe essere la risposta alla disastrosa invadenza israelo-americana? la prospettiva dei “due popoli-due Stati” potrebbe essere il canovaccio fondamentale per puntare alla pace in medio-oriente? un’accoglienza concordata, programmata e gestita potrebbe essere lo schema per una politica migratoria razionalmente aperta?

Spunti di riflessione personale! È inutile incartarsi nella contrapposizione fra etica e politica che dovrebbero essere le due facce della stessa medaglia. Se è vero che l’Ucraina (che forse sta diventando sempre più un falso problema…) ha diritto di difendersi e che è imprescindibile il dovere di aiutarla (come?), altrettanto pertinente mi sembra la domanda sul “fino a quando continuare a fornirle armi”? Se Conte fa le sue sparate strumentali, non per questo Schlein deve balbettare per tenere unita la baracca, brandendo un programma di là da venire, mentre i cosiddetti centristi rincorrono i moderati foderando loro gli occhi col velleitario prosciutto del riformismo.

L’etica non basta perché non esiste più

C’è chi pensa che ogni problema si risolva con uno slogan. Da una parte c’è chi dice: «Nessun limite, venite tutti», come se bastasse evocare un principio morale; dall’altra chi, come Trump, Meloni, Afd in Germania, utilizza la crisi in corso per provare a fare campagna elettorale in patria. Entrambi vendono illusioni. Servono umanità, realismo, cooperazione europea e capacità di governare i fenomeni, non di cavalcarli. (dall’intervista di Matteo Renzi rilasciata ad “Avvenire”)

I venditori di illusioni abbondano, però alla politica non possiamo togliere la possibilità di volare alto, di sognare in grande, di sperare in un mondo diverso. Ecco perché la pur accattivante idea degli opposti populismi in materia migratoria non mi convince affatto. Non si possono mettere sullo stesso piano il vescovo di Palermo, Corrado Lorefice, e Matteo Salvini. Sulle parole del primo si costruisce una politica degna di tale nome, sulle parole del secondo non si difendono i confini ma il proprio egoismo e si butta a mare la politica.

Attenzione a non togliere alla politica il polmone ideale, pensando di poter respirare soltanto con quello del pragmatismo. Non basta l’etica? Il problema e che non esiste più l’etica! Alla teoria degli opposti populismi abbinerei purtroppo quella degli opposti pragmatismi: da una parte chi vuol chiudere le frontiere illudendosi di difendere il proprio benessere; dall’altra parte chi le vuol aprire, ma solo un pochettino…finendo per fare la parte del poliziotto buono funzionale a quello cattivo.

Per un problema di enorme portata, come quello migratorio, strutturale e non solo emergenziale, difficilissimo, perché mette in discussione tutto il nostro vivere a livello nazionale ed internazionale, non ci possono essere soluzioni facili e drastiche: chi lo pensa o è in mala fede o vuol ingannare tutti, sfruttando i peggiori sentimenti che albergano nell’animo delle persone.

L’altra sera mi è capitato di assistere allo sfogo di un migrante a Ceuta: piangeva e spiegava di avere tentato l’approdo verso la Spagna per curare il suo tumore. Ho pensato subito: davanti a Dio pagheremo carissime le nostre indifferenze, ne risponderemo e non ci potremo giustificare scaricando le colpe su Salvini, Vannacci, Meloni e compagnia stonando, ma nemmeno sostenendo di aver fatto il politicamente possibile (troppo poco!).

Non dimentichiamo che la politica è la forma più alta di carità se si fa appunto guidare dalla carità e non mette alla carità il freno inibitore della politica. Tutti discutono e nessuno fa niente. Anche la sinistra, devo ammetterlo, fa pochissimo, parla di equilibri, di leadership, di alleanze, di elezioni. Presenti agli elettori, senza paura di aprire il cuore, un coraggioso biglietto da visita fatto di qualche misura concreta a favore dei migranti, lasciando perdere, per l’amor di Dio, la comoda e fuorviante discriminazione fra migranti regolari e clandestini. Se c’è clandestinità è quella della politica, sballottata a sinistra fra riformismo, moderazione e centrismo. Smettiamola con queste stucchevoli disquisizioni teoriche.

«Una religione che non si occupi anche della fame, delle topaie dove vivono i poveri, dei veleni che avvelenano la terra, l’acqua e l’aria, è sterile come la polvere» (Martin Luther King). Vale per la religione, figuriamoci se non vale per la politica.

Quanto agli investimenti in difesa: dire no a finanziamenti europei a condizioni vantaggiose è un errore oggi sul Safe, come era un errore ieri sul Mes per la sanità. La vera domanda è come utilizzare quelle risorse. Devono servire a innovazione, ricerca, tecnologia e industria della difesa europea. Internet nasce anche dagli investimenti nella difesa: investire bene significa rafforzare sicurezza e competitività. (ancora dall’intervista di Matteo Renzi rilasciata ad “Avvenire”)

Siamo sempre ed ancora sul piano dell’etica che deve fare i conti con certe esigenze. Anche le armi possono servire. Siamo sicuri? Se continuiamo su questo piano non ne usciamo vivi. Nel centro-sinistra rischia di essere una questione dirimente: non so se dispiacermene per gli effetti divisivi o se compiacermene per la conseguente chiarezza da operare sul punto.

Il dettato evangelico del porgere l’altra guancia non è soltanto una virtù eroica, ma è anche una necessità per vivere in pace. Diversamente continuiamo pure a disquisire sulle armi e sul loro uso: faremo politica. Quale politica? Quella senza etica! E fino a quando?

«Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (Papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari).

 

 

 

Grande fratello d’Italia

C’è poco da meravigliarsi, tutti i cerchi di regime prima o poi si stringono: tutte le scuse sono buone per silenziare o comunque sottoporre a controllo la potenziale protesta. La scusa è sempre quella di prevenire i reati, mentre in realtà si vuole esorcizzare il conclamabile dissenso. L’equivoco tra lotta alla delinquenza e compressione delle libertà finisce nella criminalizzazione della protesta.

Ampliare l’uso del riconoscimento facciale (integrandolo con l’Intelligenza artificiale) per aiutare le forze dell’ordine non solo a punire crimini gravi, ma anche a prevenire. In piazza, allo stadio oppure a un corteo. Lo prevede un decreto legislativo che recepisce l’Ai Act europeo, dopo l’accelerazione impressa dal Governo in commissione Politiche europee al Senato. Contrarie invece le opposizioni, che temono profilazioni di massa dei cittadini: il testo prevede infatti la possibilità di usare l’Ia per identificare cittadini presenti anche a normali manifestazioni, sia pure solo a certe condizioni. Tra i punti controversi c’è in particolare l’articolo 8 che disciplina l’uso di sistemi di Ia per l’identificazione biometrica remota in tempo reale di persone in luoghi pubblici da parte delle forze di polizia. (“Avvenire” – Redazione romana)

In questo provvedimento legislativo non ci vedo chiaro, ci puzza di bruciato.  «Non ci vedo chiaro!». Così diceva il radiologo a mio padre mentre gli stava facendo una lastra allo stomaco. «A crèdd, rispose mio padre, a ghé scur cme la bòcca d’un lòvv!». Alla fine il responso fu che il mio genitore era sano come un pesce. Qualche mese dopo mio padre dovette farsi operare: aveva ben tre ulcere che stavano degenerando… L’oscurità dell’ambulatorio non aveva evidentemente aiutato il radiologo.

«Che si usi la tecnologia per individuare e fermare i criminali è positivo, ma che si utilizzi l’Ia per fare una profilazione di massa dei cittadini che partecipano a eventi politici è totalmente inaccettabile», attacca Angelo Bonelli (Avs). Mentre per Riccardo Magi (+Europa) «da Fratelli d’Italia a Grande fratello d’Italia è un attimo». È «un altro mattoncino dello Stato di polizia», incalza il dem Filippo Sensi. Per il centrosinistra, infatti, si tratterebbe di un modo per aggirare il modello cinese di “sorveglianza generalizzata”, bocciato anche dall’Ue. (ancora “Avvenire” – Redazione romana)

Non sono solito vendere il cervello ad alcuno, sono geloso della mia autonomia di giudizio e non sposo aprioristicamente le tesi della sinistra a cui peraltro faccio riferimento culturale, sociale e politico da tutta la mia vita. Mi permetto comunque di essere perfettamente d’accordo con le perplessità espresse da questa area politico-parlamentare. C’è poco da dire, in Italia e non solo in Italia ci puzza sempre più di regime. Ci sarebbe molto da fare prima che sia troppo tardi.

Il sonno dell’ingiusto

Ritengo doveroso proporre di seguito il testo integrale dell’intervento di Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo e Presidente della Commissione CEI sulle Migrazioni, intitolato “A Ceuta un’Europa sempre più disumana conclama il declino della sua civiltà”. L’ho ripreso direttamente dal sito della Diocesi di Palermo al fine di evitare ogni e qualsiasi intromissione giornalistica. Anch’io di fronte a queste parole mi taccio e interrogo la mia coscienza: spero lo facciano anche i governanti italiani, europei e di tutto il mondo.

“Quel che è accaduto nell’enclave spagnola in Marocco, a Ceuta, è certamente una trappola dei mercanti di morte e un evento scientemente organizzato e manovrato. Tuttavia, il suo valore simbolico è difficilmente sottovalutabile. È la dimostrazione lampante di un desiderio di libertà e di vita che giunge fino a noi dal Sud del mondo e che non può essere trattato solo come un problema di pubblica sicurezza. Lasciare la propria terra, il proprio paese, non è cosa che nessuna donna e nessun uomo fa a cuor leggero. Partire significa andare verso l’ignoto, lasciare le sicurezze, abbandonare usi, costumi e tradizioni che hanno segnato la propria vita, rischiare l’incolumità di sé stessi e dei propri cari. Quante persone sono morte nel tentativo di attraversare il mare? Le stiamo contando con freddezza, senza renderci conto che sono vite umane, volti, sogni e desideri annegati per la speranza di una nuova patria. Al di là delle necessarie valutazioni politiche e dei provvedimenti legislativi, eventi come quelli di Ceuta rimangono la cartina di tornasole dello squilibrio enorme del mondo, della distribuzione iniqua delle ricchezze, del restringimento delle democrazie in tutto il pianeta (e dei relativi diritti sociali, civili, economici), della crisi climatica. Tutto condensato in quella disperata speranza di Europa dei migranti. Si ripetono così senza fine fatti tragici, nei quali le speranze, i sorrisi, i corpi di tanti, in un attimo, vengono distrutti per decisioni di altri uomini, che si arrogano il diritto di togliere la vita altrui, cancellando come inutili i tanti amori che li hanno messi al mondo. Il rischio è proprio l’anestesia della coscienza, che rende banale il male. Creare torpore, creare coscienze assopite è il progetto occulto dell’Occidente.  Prova ne è il modo in cui Ceuta viene raccontata dai governi e dai media del Vecchio Continente (con la solita indefinibile propaggine americana). Una modalità, ai miei e ai nostri occhi, assolutamente terribile. Nessun rispetto, nessuna partecipazione, nessun dolore, nessun senso di umanità, nessuna spiegazione delle ragioni profonde. Solo l’allarme, del tutto infondato dal punto di vista giuridico, di una invasione di fatto impossibile (c’è il mare, c’è Gibilterra tra Ceuta e l’Europa); solo la squalifica, assurda e in verità controintuitiva, di ogni politica di accoglienza e di inclusione. Sta qui il peccato originale dell’Europa odierna di fronte ai migranti: non voler ammettere che si tratta di un fenomeno mondiale, irreversibile, da affrontare e gestire con la politica e non con gli eserciti; che siamo di fronte a un esodo a cui non si può rispondere con accordi ignobili con i paesi terzi, come la Libia di Almasri. Prima di cadere nel sonno che – come la Storia ci ha insegnato – non fa percepire la violenza, il suo scandalo, fino a farla accettare come normale o addirittura necessaria. A Ceuta l’Europa dimostra in maniera lampante la crisi profonda della sua civiltà e dei suoi valori. Rinnega sé stessa in quanto patria del diritto e del riconoscimento di ogni donna e di ogni uomo in quanto appartenenti a una comune umanità, a una fraternità universale che ci supera. Non si rende conto che le soluzioni tipo ‘pannolini caldi’ tolgono il fastidio di un giorno ma preparano la tragedia di domani. E soprattutto, rifiutandosi di pensare e di agire secondo i propri principi e le proprie capacità, l’Europa rischia di condannarsi a morte. La storia ci insegna che i cosiddetti barbari, entrati nel territorio romano, hanno fondato, insieme ai cittadini dell’Impero, una nuova civiltà. Non precipitiamo nella notte della ragione, del cuore e della coscienza”.

 

Una donna con le palle che fa accapponare la pelle

Si parla di Quirinale e il presidente torna sulle presunte ambizioni della premier: «Allo stato, non ci pensa nemmeno. Ma se un giorno ci pensasse sarebbe un grande vantaggio per gli italiani, dopo un grande presidente come Mattarella una grande presidente come Meloni». Gli italiani gradirebbero? «Sarebbe gradita a tutto il centrodestra e a gran parte degli elettori di centrosinistra», azzarda La Russa. (“Corriere della Sera

Ritorno sulla eventuale prospettiva di una Presidenza della Repubblica targata Meloni, chiarendo pregiudizialmente che un simile disegno potrebbe avere una sua relativa immediatezza, ma anche una più lunga e forse più probabile scansione di tempi: un salto della quaglia meloniana ravvicinato da Chigi a Quirinale oppure una scalata graduale con tappe intermedie, vale a dire un amico (circolano nomi a tale riguardo) a tenere calda la seggiola fino al momento in cui sarà matura, dal punto di vista politico e legislativo, la piena presidenzializzazione-intronizzazione meloniana. Queste prospettive sono realistiche e soprattutto sono percorribili?

Cacciari risponde alle dichiarazioni del presidente del Senato Ignazio La Russa, secondo cui Giorgia Meloni al Quirinale sarebbe “una fortuna”. “Non lo so, ma la cosa non mi scandalizza minimamente – osserva l’ex sindaco di Venezia – Sotto certi aspetti Meloni presidente della Repubblica mi sembrerebbe la conclusione logica della deriva della politica italiana nel corso degli ultimi decenni”. E spiega: “La nostra politica si è retta all’interno dell’alleanza costituzionale, cioè il quadro includeva i partiti che avevano sostenuto e fatto la Costituzione. La Meloni viene da una storia completamente diversa, ma questa storia oggi ha guadagnato via via posti di potere sempre più importanti, fino alla presidenza del Consiglio”.
Cacciari conclude amaramente: “Quella storia italiana passata, con buona pace di tanti miei colleghi, è finita: è del tutto logico che gli eredi di coloro che erano contro la Costituzione diventino presidenti della Repubblica”. (“Il Fatto Quotidiano”)

Se è vero che l’alleanza costituzionale ha retto la politica, dal momento che la Costituzione rimane la base della nostra repubblica democratica, non sarei così rinunciatario, anche perché il dettato costituzionale, direttamente o indirettamente, costituisce un riferimento imprescindibile a livello popolare (ultimo referendum docet). La battaglia è aperta e va riempita di contenuti: la Costituzione non può più essere una sorta di conventio ad excludendum, ma deve continuare ad essere un discrimine politico ben preciso ed irrinunciabile per chi ne è il primo garante in nome del popolo italiano.

Ricordiamo la celebre frase di Vittorio Foa in risposta da un ex fascista (Giorgio Pisanò) che parlava di “patria e concordia”: “Se aveste vinto voi, io sarei ancora in galera. Invece abbiamo vinto noi, e tu sei senatore”. Questa è la differenza capitale tra la democrazia antifascista e la dittatura. Diverso è il discorso se andiamo da un semplice senatore al Presidente del Senato: una forzatura, purtroppo già in atto, veramente disgustosa, provocatoria ed irritante. Figuriamoci per la carica di Capo dello Stato…roba da far accapponare la pelle!

Passo a Edith Bruck, scrittrice, poetessa e traduttrice sopravvissuta alla shoah: scappata dall’Ungheria, settant’anni fa, ha trovato rifugio in Italia ed è rimasta a viverci. Ecco cosa diceva all’indomani delle elezioni politiche del 2022: “Mi chiedo continuamente perché il fascismo non si riesca ad estirpare. È l’unica grande ideologia rimasta in piedi: il socialismo e il comunismo sono morti, il fascismo è stato sopito, domato, ma mai estirpato: ha mantenuto le sue radici, che sono assai profonde, e adesso ha anche dei lunghi rami.  Quando vado nelle scuole, mi rendo conto che i ragazzi conoscono poco la storia, anche se ne sono affamati e sono sensibili a quello che viene loro raccontato. Ma poi penso al fatto che la scuola viene soltanto dopo la famiglia e le famiglie mi sembrano tutte divise, impoverite dall’assenza dei nonni, i depositari del passato, quelli che possono raccontare la storia e con i quali si impara la relazione con chi è fragile. In generale, gli anziani sono esclusi, dimenticati, e questo incrudelisce la società intera. Le persone, specie nei momenti in cui c’è una crisi economica molto forte, si affidano a chi sbatte i pugni e grida. Tutti i dittatori gridano. Letta non grida, e infatti non arriva. Giorgia Meloni sì, e anche spesso. Già comincio a notare che molti giornalisti nei suoi confronti si sono ammorbiditi. La prima premier donna: questo non è un bene in sé. Anzi, spesso, nei posti di vertice, le donne diventano peggiori degli uomini: tendono a volerli superare, e fanno peggio di loro, sono ancora più spietate. Meloni è circondata da uomini di un certo tipo, lavora in una struttura di un certo tipo. È amata da chi le dice cose terribili come che “ha le palle”. Cioè: vali perché sei come un uomo. Ha vinto perché l’Occidente sta facendo un passo indietro di quasi un secolo; perché nessuno si occupa di formare una coscienza civile, di dare alle persone gli strumenti per capire quello che succede: in un talk show qualsiasi, c’è mai qualcuno che ha un interesse diverso dall’attaccare l’avversario per prendere applausi? E allora, a un elettorato confuso e male informato, è stato possibile vendere qualsiasi promessa e qualsiasi ideologia”.

E così finisce nella pattumiera anche la prospettiva di una Meloni prima donna al Quirinale. Bocciata come esponente politica estranea all’alleanza costituzionale, bocciata come spina euroscettica nella carne viva dell’europeismo, bocciata come filo-occidentalista di maniera in un mondo alla deriva bellica, bocciata come donna “con le palle”, rappresentante di un mondo femminile che punta alla parità di difetti con gli uomini.

E un simile personaggio lo possiamo ipotizzare e accettare quale futuro presidente della Repubblica o quale “preparatore atletico” del prossimo presidente della Repubblica? Ribadisco che mi si sta accapponando la pelle!

P.S. Mi sembra che dalla Spagna sia arrivata una perfetta fotografia emblematica di Giorgia Meloni in relazione alla crisi migratoria di Ceuta, al suo vergognoso stop agli accordi di Schengen e alla figuraccia rimediata. Evidentemente da lontano si giudica meglio. Da vicino si può arrivare a credere che gli asini volino e possano arrivare fino al Quirinale. Sono perfettamente d’accordo con Pedro Sanchez e lo ringrazio anche perché la verità di Europa deve prevalere sulla carità di patria.

Il primo ministro ricorda che la Spagna ha sostenuto altri paesi europei in precedenti crisi migratorie e fa riferimento all’accoglienza dei migranti giunti nell’Europa orientale attraverso la Bielorussia nel 2021 e sull’isola italiana di Lampedusa nel 2023. Il primo ministro punta il dito contro chi ha proposto l’esclusione temporanea della Spagna dall’area Schengen. A suo avviso, tale posizione deriva da “pregiudizi, notizie false, ignoranza o interessi politici” ed è ritenuta da Madrid contraria al diritto europeo, al diritto umanitario, ai principi di solidarietà dell’Ue e agli “interessi sul lungo periodo dell’Europa e al più elementare buon senso”. (adnkronos)