La sicurezza inizia dalla giustizia sociale

Una cosa che si sta verificando ci deve fare riflettere: il divario fra ricchi e poveri che sta aumentando. In parte è mitigato dal grande cuore di Parma, dall’attività della Caritas, dalla mensa di Padre Lino e di numerose associazioni, ma su questo bisogna lavorare, perché più aumenta il disagio più, inevitabilmente, aumenta la criminalità sul territorio. (Gazzetta di Parma – intervista rilasciata al direttore Claudio Rinaldi dal colonnello dei carabinieri Andrea Pagliaro)

Ho letto, con grande interesse culturale e notevole soddisfazione istituzionale, questa coraggiosa affermazione fatta dal colonnello dei carabinieri Andrea Pagliaro, che lascia il comando provinciale di Parma per andare a Roma, dove dirigerà l’Ufficio logistico del Comando generale.

In poche parole ha messo in discussione che la sicurezza sia soltanto una variabile dipendente dall’efficienza delle forze dell’ordine, dalla severità delle pene per i criminali, dalla presenza degli immigrati clandestini: la narrazione che va per la maggiore a livello governativo e dei partiti che hanno fatto della sicurezza dei cittadini il totem politico e l’argomento fondamentale per ottenere il consenso a livello elettorale.

L’invito alla riflessione proveniente da una fonte autorevole e competente cambia il taglio sbrigativo con cui si affronta questo delicato argomento, beffeggiando spesso chi tenta di contestualizzarlo nel discorso della giustizia sociale. È buonista chi osa far presente che la delinquenza e la criminalità dipendono anche e soprattutto da come è impostata, strutturata e gestita la società.

I cittadini hanno diritto a vivere serenamente, ma ciò non dipende dal pugno di ferro del legislatore, delle forze dell’ordine, dei magistrati, dei carcerieri, dalla filiera punitiva, ma anche da chi a tutti i livelli deve migliorare gli assetti societari per quanto riguarda la giustizia sociale, l’educazione scolastica, le possibilità e le condizioni di lavoro, l’equità fiscale, etc. etc.

Non si può infatti pensare che il carcere sia lo strumento fondamentale per combattere la delinquenza e rasserenare quanti vivono furi dal carcere. Se chi scomoda la sociologia è considerato buonista, chi brandisce il codice penale a furor di popolo è cattivista. Se il dibattito si chiude in questo manicheismo da strapazzo, non ci sto o meglio mi schiero, se è necessario, dalla parte dei buonisti, perché sono sicuro che, anche socialmente parlando, è meglio prevenire che combattere e che la giustizia penale viene dopo quella sociale.

Pressapochismo razzista o razzismo pressapochista

Il governo guidato da Giorgia Meloni sta definendo un decreto-legge volto a introdurre un tetto massimo del 30% per gli studenti stranieri in ogni classe, con l’obiettivo dichiarato di evitare la formazione di quelle che la maggioranza definisce “classi ghetto”. Secondo l’agenzia ANSA e le dichiarazioni dei membri del governo, la misura serve a garantire che la popolazione scolastica straniera non si isoli, favorendo contesti in cui sia possibile una reale e inclusiva integrazione basata sulla conoscenza della lingua italiana.

Sarò prevenuto contro l’attuale governo, ma questa disposizione non mi convince affatto: i ghetti non si evitano predicando bene e razzolando male. Innanzitutto non credo che il pericolo dei ghetti si possa evitare imponendo dei limiti alla presenza in classe degli studenti stranieri. Se i ghetti si formano è perché le famiglie dei bambini bianchi e ricchi scappano verso scuole chic, lasciando alle famiglie dei ragazzi neri e poveri le scuole di periferia sociale.

In secondo luogo non vedo come possa essere raggiunto l’obiettivo previsto dalla legge del 30% se non ledendo i diritti di scelta scolastica delle famiglie, spostando i bambini come bussolotti da assortire al meglio.

Due gaffe che si sovrappongono: una etica e una organizzativa. Alla discriminazione razziale malcelata da volontà anti-ghetto si aggiunge un consolidato pressapochismo etico ed organizzativo. Le reazioni non si sono fatte attendere.

La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di emigrati. La scuola prepara tutti – ‘è aperta a tutti’: così dispone l’art. 34 della Costituzione. Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale”. Queste le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’inaugurazione dell’anno scolastico ad Amatrice, presso l’Istituto omnicomprensivo “Sergio Marchionne”, costruito nella frazione di San Cipriano dopo che il sisma aveva distrutto lo storico plesso Romolo Capranica.

 

Sono intervenuti anche la Chiesa cattolica e gli operatori impegnati nel mondo della scuola, come puntualmente registrato dal quotidiano “Avvenire”.

 

Un ruolo decisivo viene svolto dalla scuola che il cardinale Zuppi definisce «un cantiere decisivo del nostro futuro comune» e una comunità a «generare fiducia, passione e responsabilità». Una sfida è quella delle «disuguaglianze educative». «Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace», sottolinea il cardinale arcivescovo di Bologna mentre una parte della politica propone classi separate o “contingentamenti” in base alla nazionalità.

 

«A Milano il rischio delle “classi ghetto” esiste. Ma è un problema che nasce più dalla “fuga dei bianchi” più ricchi, che lasciano le scuole di periferia sole e povere», spiega Marta Berti, responsabile del progetto SCooP, che opera contro la segregazione scolastica.

 

Ma la propaganda non finisce con le classi ghetto, prosegue col divieto di burqa e niqab in classe, aggiunto al decreto-legge proposto da Meloni (la ciliegina sulla torta): le perplessità di chi opera nelle scuole al momento sono poche. Il velo integrale, secondo una rilevazione di Tecnica della scuola, è indossato da una studentessa su 660 in Italia. Il problema non esiste e serve soltanto a lisciare il pelo a salviniani e vannacciani.

In teoria mancherebbe un anno alle prossime elezioni politiche. Saremo costretti per un anno ad assistere a queste vergognose manfrine propagandistiche? Molto meglio andare al voto subito: il caos programmatico che regna negli schieramenti politici sta compromettendo ulteriormente la situazione del Paese.

La scadenza naturale della XIX legislatura è fissata per il 13 ottobre 2027, ma l’orizzonte politico è legato al 14 aprile 2027, data in cui i parlamentari al primo mandato matureranno il diritto alla pensione. Fino alla prossima primavera inoltrata non andremo quindi al voto, eventuali imboscate parlamentari sono rinviate. Tutto il mal non vien per nuocere: l’egoistica soddisfazione dei parlamentari consentirebbe almeno di accorciare il tratto finale di una legislatura da dimenticare.

 

 

 

 

In guerra, ma solo un pochettino

L’Italia partecipa alla Baltic Air Policing (Bap), un’attività di monitoraggio dei cieli dei Paesi Baltici compiuta dalla Nato. La Bap è attiva dal 2004 e, spiega il ministero della Difesa italiano, ha «lo scopo di dimostrare la determinazione collettiva degli Alleati nel mantenere una postura di natura difensiva, solida e compatta, a deterrenza di potenziali minacce alla sicurezza dell’area regionale di competenza». Il centro di comando è a Uedem, in Germania, a sua volta sotto la supervisione della base di Ramstein, sempre in Germania. Dal 31 luglio, con la task force Baltic Thunder III, l’Italia ha poi preso la guida della missione. Per quattro mesi, proprio dalla base aerea di Šiauliai, l’Aeronautica Militare si è impegnata a garantire la sorveglianza dello spazio aereo di Estonia, Lettonia e Lituania. Questo perché i tre Paesi baltici non sono in grado di garantire da sé la sorveglianza e la difesa del proprio spazio aereo, che rappresenta peraltro parte del fianco Est della Nato. Dal 2026, l’impegno è aumentato: l’Air Policing è diventato una vera e propria Air Defence, in risposta alle crescenti minacce percepite dalla Russia.

L’Italia è peraltro la prima “contribuente” alla Bap, in quanto dal 2015 conta 10 dispiegamenti: oltre ai decolli rapidi in caso di pericolo (gli scramble), si occupa anche dell’addestramento degli equipaggi, mantenendoli così pronti all’azione rapida. Oltre ai Baltici, gli aerei militari italiani sono impegnati anche a difendere lo spazio Nato in Islanda, Romania, Bulgaria, Polonia, Albania, Slovenia e Montenegro.   

E perché in Arabia

Da marzo di quest’anno, la Difesa italiana ha schierato anche l’Aeronautica Militare a Tàif (Task Force Air Arabia). La base si trova a circa 70 chilometri dalla Mecca, città santa per i musulmani: l’impegno italiano in questo caso serve ad aiutare Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Riad in particolare è tra i nostri principali fornitori di petrolio. Pensata in ottica anti-Iran, negli ultimi giorni la base è stata più volte al centro di allarmi e attacchi legati alla nuova escalation tra Arabia Saudita e Houthi, movimento sciita filo-iraniano che agisce in Yemen. Sulla base sono presenti quattro caccia Eurofighter italiani, coordinati da un sistema di analisi dati gestito dall’Intelligenza artificiale (Gulfstream Caew). Il contingente italiano nell’area è costituito invece da 400 militari dell’Aeronautica Militare, schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Secondo alcuni quotidiani (Il Giornale e Repubblica) in Arabia l’Italia schiererebbe anche una batteria Samp-T, progettata per abbattere i missili balistici fino a 150 chilometri.

L’impegno nel mar Rosso

L’Italia è anche impegnata con la sua marina militare anche nella missione Aspides (Scudi in greco) istituita dall’Unione europea per garantire la libera navigazione tra mar Rosso, golfo di Aden e golfo Persico. Giovedì, il ministro Crosetto ha spiegato che l’Italia è pronta a decidere autonomamente di scortare i mercantili del nostro Paese nello stretto di Bab el-Mandeb (in Mar Rosso), di nuovo nel mirino delle milizie yemenite Houthi. Tutto questo, ha proseguito Crosetto, d’accordo con il capo di Stato maggiore e senza «aspettare che sia Aspides a stabilire se le navi possono passare o meno». L’Italia è l’unico Paese assieme alla Grecia ad aver impiegato una propria fregata (la Bergamini) nella missione: attualmente è ferma nel porto di Gibuti mentre una decina i mercantili con bandiera o armatore italiano chiedono la scorta per poter passare da Bab el Mandeb, come del resto fanno dall’inizio dell’estate oltre 1.200 navi al mese (+28% rispetto all’estate 2025 ma con volumi di traffico inferiori del 39% rispetto ai livelli precrisi). Senza la bandiera Ue di Aspides, la fregata italiana potrebbe così sfilarsi temporaneamente da ogni direttiva. (“Avvenire” – Gianluca Carini)

 Al termine della lettura di questo articolo devo ammettere di non averci capito niente. Non m’intendo di questioni militari, sono allergico ai teatri bellici, ma vorrei avere la certezza che l’Italia non stia correndo il rischio di essere coinvolta nella guerra a pezzi. Ho soltanto l’impressione che si stia scherzando col fuoco: è un attimo finire nella bolgia bellica pur con tutti i distinguo diplomatici e geopolitici.

Non mi sento tranquillo nonostante le rassicurazioni governative. Innanzitutto occorrerebbe fare un po’ di chiarezza nelle sedi istituzionali competenti, in particolare mi permetto di fidarmi soltanto del Presidente Mattarella e quindi desidererei che fosse lui a rassicurare gli italiani.

Capisco che esistano i segreti militari, la ragion di Stato, lo spionaggio a livello internazionale, le alleanze da onorare, però alla fine dei conti mi pongo una domanda: l’Italia si sta muovendo nel solco del dettato costituzionale o sta aggirandolo per inconfessabili motivi?

Da cittadino italiano credo di avere diritto a risposte precise: non mi bastano le “pesciolate” in barile di Crosetto e Tajani. A livello mediorientale la politica estera italiana si è sempre distinta per sano pragmatismo incarnato dai partiti al governo nella prima repubblica e ciò fino ad ora ci ha risparmiato seri guai terroristici. Il recente segnale distensivo degli Houthi all’Italia credo ne sia la riprova.  È ancora così o ci stiamo impegolando nel labirinto più totale?

La situazione è di una delicatezza estrema e temo che il governo italiano possa comportarsi come l’elefante nel negozio di cristalleria: vedo troppi personaggi inadeguati, inesperti e inaffidabili. Sul terreno bellico non si scherza, mentre forse troppa gente ci sta scherzando sopra. Non mi fido delle Forze Armate, non mi fido del Governo, non mi fido nemmeno del Parlamento: ho fiducia in Mattarella! Occorrerebbe che dicesse almeno di avere la situazione sotto controllo e che lo dimostrasse nei fatti. Chiedo troppo?

Il campo bisbetico da domare

E proprio nel campo largo infuria la discussione: sulle primarie e sul programma. A proposito del programma, sono diversi i punti sui quali Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, Renzi e Magi dovranno trovare la quadra:

Temi / Partiti PD M5S AVS IV +E
armi all’Ucraina SÌ NO NO SÌ SÌ
aumento spesa militare è complicato NO NO SÌ SÌ
patrimoniale SÌ (europea) NO SÌ NO NO
salario minimo SÌ SÌ SÌ NO SÌ
alta velocità SÌ NO NO SÌ nd
ponte sullo Stretto NO NO NO SÌ è complicato
termovalorizzatori è complicato NO NO SÌ SÌ
nucleare NO NO NO SÌ SÌ
cittadinanza dopo 5 anni SÌ è complicato SÌ SÌ SÌ
autonomia differenziata NO NO NO NO NO

 

((Sondaggi ANSA – Mauro Di Gregorio)

 

I sondaggi elettorali (ammesso e non concesso che rispecchino la realtà dei consensi) danno una larga prevalenza al centro-destra comprendente Futuro Nazionale di Vannacci, mentre, qualora Vannacci si presentasse con lista autonoma fuori coalizione, il centro-destra perderebbe terreno al punto da consentire la vittoria al campo largo di centro-sinistra.

Io credo che il centrodestra vincerà, e vincerà le elezioni senza Vannacci per un’unica ragione: ha governato per cinque anni e ha governato bene”. Lo ha detto Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati.

Se lo dice lui?! Il catto-coccodrillone dall’alto del suo 1%?!

Non si sa quando si terranno le elezioni politiche, ma comunque, Maurizio Lupi permettendo, sembra questo lo scenario: il centro-destra non è sufficientemente spostato a destra e soffre la concorrenza spietata di un partito che raccoglie scontenti, qualunquisti, nostalgici, raschiando il fondo delle fogne dove il fascismo sembrava storicamente relegato.

Viene spontanea una domanda dietrologica: chi c’è dietro questo generale in pensione, che incanta una notevole fascia di italiani? Qualcuno azzarda un peloso appoggio russo, qualcun altro una trumpiana strizzata d’occhio (magari un bel connubio internazionale a sostegno di una prospettica autarchia italiana), qualcuno resta a livello nazionale e pensa alla solita massoneria, a certe forze economiche (Cernobbio docet?), ad alcune frange delle Forze Armate, a tutti coloro che sono pronti da sempre a pescare nel torbido pur di condizionare o addirittura ribaltare le istituzioni democratiche. A questa gentaglia evidentemente non basta una neofascista in libera uscita, meglio un fascista dichiarato (cagato e sputato si diceva volgarmente!).

La storia insegna che queste avanguardie hanno un peso notevole e possono trascinare nel baratro la vita politica. Non so quale possa essere il “contentone” per inglobare Vannacci: non credo che si accontenterà molto facilmente. Forse sarà la spada di Damocle sul centro-destra, prima, durante e dopo le elezioni.

Mi interessa molto di più il centro-sinistra anche perché non credo che questa coalizione possa limitarsi a sbandierare lo spauracchio della destra per vincere le elezioni, presentandosi senza uno straccio di programma e di leadership. Infatti, se per caso, così facendo, dovesse comunque perdere la competizione elettorale, uscirebbe becco (tradito dal potenziale suo elettorato) e bastonato (senza identità e senza l’onore delle armi socio-culturali); se uscisse invece vincente, sarebbe la vittoria di Pirro (senza un vero programma elettorale e senza una vera squadra di governo).

Mi ha impressionato lo schema del campo largo di cui sopra: in buona sostanza le divergenze politico-programmatiche sono piuttosto gravi e sostanziali, tali da richiedere un difficilissimo lavoro di cucitura. Niente di strano, la politica è fatta di mediazione, di sintesi, di compromesso, ma il tutto deve avvenire ai livelli più alti e ciò si può ottenere con l’azione di almeno un personaggio di notevole livello e carisma che funzioni da catalizzatore, ammesso e non concesso che i diversi partiti e i loro deboli leader si lascino catalizzare.

Non vedo sulla scena un simile attore e peraltro non vedo nemmeno i vari personaggi del campo largo umilmente alla ricerca di un autore o di un regista. Mi sembra al contrario che tutti cerchino di accentuare le differenze in clima di elezioni primarie in cui sfruttare le opzioni popolari anziché interpretarle e rappresentarle con un respiro politico unitario. Su questa insensata tattica si sta intestardendo il M5S: questa non è chiarezza è populismo, non è confronto politico è prevaricazione.

Venti punti per scalare il campo largo e presentarsi al tavolo della coalizione con proposte dirompenti. Dalla cannabis al fine vita, dal salario minimo al voto ai sedicenni. Ma è soprattutto la politica estera che rischia di far saltare il banco nel campo largo, con il no esplicito al Rearm Eu e al 5% del Pil per le spese militari, e quello, più sfumato almeno nella formulazione, sulle armi a Kiev. Giuseppe Conte affila le lame in attesa che la base del M5s voti il programma venuto fuori da Nova, il processo di raccolta e sintesi delle proposte dell’elettorato grillino (o ex tale), rigorosamente «dal basso». Dopodiché l’ex premier avrà l’investitura tanto attesa per andare a trattare con gli alleati. (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

Le elezioni primarie, senza il propedeutico lavoro di cucitura programmatica di cui sopra e senza veri leader in campo, rischiano di essere un bagno di sangue o quanto meno di costituire una pessima preparazione al voto vero e proprio.

Riusciranno i nostri piccoli eroi a capirlo? A fare un passo indietro come fanno gli atleti quando prendono la rincorsa per gareggiare al meglio? Ho seri dubbi.  Non voglio gufare o fare il menagramo. Spero di non dover andare alle urne con il naso turato o addirittura di dovermene stare a casa.

Un po’ di Lauro, un po’ di Trump

Quali sono “i casi straordinari di necessità e urgenza”, previsti dalla Costituzione all’articolo 77, che giustificano l’adozione di un decreto legge sul bollo auto, quello varato mercoledì dal Governo? Il provvedimento prevede per il 2027 l’esenzione dalla tassa di circolazione per le autovetture fino a 80 kW e per tutti i motocicli, con il limite di un solo veicolo per contribuente. È difficile non leggere soprattutto in chiave di comunicazione politica la scelta di anticipare proprio ora l’intervento. Il 2027 sarà l’anno delle elezioni e il Governo si trova oggi a fronteggiare il problema del caro carburanti, mentre il beneficio del taglio delle accise viene progressivamente ridotto. Nello stesso decreto, dunque, finiscono insieme il sempre più lieve sollievo alla pompa di benzina e quello, futuro, sul bollo auto. Qui, però, non vogliamo perderci in uno sterile dibattito se la tassa di circolazione dell’auto sia un’imposta giusta o sbagliata. Certo, a milioni di automobilisti farà sicuramente piacere non doverla più pagare, almeno per le utilitarie. La vera domanda da porsi è un’altra: quali sono, oggi, le necessità sociali che meritano la corsia dell’urgenza e una dotazione consistente di fondi?

Perché l’Italia ne ha alcune davanti agli occhi da anni: l’assistenza agli anziani non autosufficienti e la condizione dei familiari caregiver di persone con disabilità. Il paradosso è che di queste necessità ci accorgiamo davvero quasi solo quando esplodono nelle forme più drammatiche: una donna che uccide la madre malata di Alzheimer, una coppia che precipita nella disperazione davanti alla disabilità gravissima della figlia. Solo allora la parola «urgenza» torna nel dibattito pubblico. Certo, «liberare gli italiani da una tassa odiata» è una formula assai più semplice e accattivante di «rafforzare l’assistenza alla non autosufficienza». Lo slogan è molto più efficace. Il compito della politica, però, non dovrebbe essere soltanto quello di scegliere ciò che è più facile da comunicare o fa maggior presa sugli elettori. Ma riconoscere ciò che, nella vita concreta delle persone, non può più essere rinviato. E allora le vere domande per la legge di Bilancio diventano: quali necessità considereremo davvero urgenti? E quanto siamo disposti a investirci?
L’auspicio è che lo sguardo del Governo si alzi un po’ più in alto delle pompe di benzina. Per vedere fin dentro le case, dove ogni giorno milioni di famiglie si prendono cura dei loro anziani e dei figli con bisogni complessi. Perché non siano più lasciate sole. (“Avvenire” – Francesco Riccardi)

La qualità di una democrazia non si giudica soltanto nel giorno del voto, ma da come il potere viene gestito e dai diritti garantiti nei giorni successivi alle elezioni. Non so chi lo abbia affermato, ma il discorso non fa una grinza e può essere allargato anche ai pochi giorni prima del voto.

Se un governo spera di conquistare consensi varando in extremis provvedimenti propagandistici come l’eliminazione della tassa di circolazione degli autoveicoli vuol dire che ammette di essere alla frutta. È questa la riforma fiscale? Non azzardo pronostici, ma la reazione dell’elettore medio dovrebbe essere estremamente negativa: non ci vuole molto a capire di essere presi in giro.

Evidentemente la premier reagisce alle difficoltà rispondendo alla demagogia vannacciana con quella meloniana. Siamo solo agli inizi della campagna elettorale, anzi non vi siamo ancora nemmeno entrati, e, se la giornata si giudica dal mattino, prepariamoci al peggio. D’altra parte tutta la politica del centro-destra è stata improntata alla comunicazione: se togliamo quella non ci resta niente. È il caso di dire: sotto il vestito (della propaganda) niente.

La campagna elettorale di Achille Lauro (noto come “il Comandante”), armatore e leader monarchico candidato a sindaco di Napoli negli anni ’50, consisteva nel regalare una scarpa sinistra prima del voto e promettere quella destra solo a elezione avvenuta.

Donald Trump promette 5.000 dollari a ogni adulto statunitense se i repubblicani riusciranno a mantenere il controllo di Camera e Senato alle elezioni di metà mandato di novembre. Il presidente ha lanciato la proposta durante una convention repubblicana a Dallas, in Texas, dove ha cercato di rilanciare la sua base in vista del voto.

Ebbene la logica è sempre la stessa: quella di Giorgia Meloni è riveduta e ammodernata rispetto a quella pittoresca di Lauro, più sobria e realistica di quella trumpiana.

Auspico che il centro-sinistra, non potendo basare la propria campagna elettorale su marchette governative, non ripieghi sul fumo delle passerelle primarie, dimenticando la sostanza dei bisogni primari, secondari e terziari dei cittadini.

 

 

La sobrietà non è un optional

Già dalla scelta dei paramenti, indossati per presentarsi al mondo dalla Loggia di San Pietro, era evidente a tutti che Leone XIV stesse lanciando da subito un messaggio di discontinuità con il suo predecessore: il ritorno della croce d’oro (con stola, mozzetta e rocchetto) in contrasto con il minimalismo e la croce d’argento di Francesco. L’argentino Bergoglio, che voleva “una Chiesa povera per i poveri”, era molto preoccupato dai conti della Santa Sede, tanto da chiedere numerosi “sacrifici” a chi in Vaticano guadagnava di più. La cancellazione del taglio degli stipendi dei cardinali, adottato da Papa Francesco in piena emergenza Covid, è solo l’ultima mossa dello statunitense Prevost. Un Pontefice che oggi sarebbe anche più sereno grazie ai segnali di ritorno del sostegno dei ricchi donatori americani, che potrebbero dare un grosso contributo.

La richiesta di sacrifici in Vaticano è stata un punto centrale del pontificato di Francesco. Nel marzo del 2023 decise che tutti dovevano pagare l’affitto dei loro appartamenti. Per cardinali, capi-dicastero, presidenti, segretari, sottosegretari, dirigenti ed equiparati niente più abitazioni gratis o “a condizioni di particolare favore”. Francesco, venne comunicato, “ha manifestato la necessità che tutti facciano un sacrificio straordinario per destinare maggiori risorse alla missione della Santa Sede, anche incrementando i ricavi della gestione del patrimonio immobiliare”. E non finisce qui. Nell’ottobre del 2024 il Papa dispone nuovi tagli mettendo di nuovo mano alla busta paga delle porpore che lavorano in Curia. Venne “sospesa l’erogazione della ‘Gratifica per la Segreteria‘ e della ‘Indennità di Ufficio’ fino a quel momento riconosciute tra gli emolumenti mensili”. Voci che si aggiravano intorno a 500 euro ciascuna.

L’approccio di Papa Prevost è, invece, diametralmente opposto. Appena eletto, per tenersi buona la curia, ripristina l’elargizione in busta paga della gratifica di 500 euro (soppressa da Bergoglio per destinare l’intera cifra ai poveri). E oggi, nel giorno del suo compleanno, è lui a fare un regalo ai porporati: i loro stipendi risaliranno del 10%. Dietro a queste mosse, oltre al tentativo di migliorare il clima dentro le mura vaticane, vi potrebbe essere anche una minore preoccupazione di Leone XIV sullo stato dei conti. Già nel 2024, con i tagli di Francesco, si era registrata una significativa riduzione del disavanzo, ma il deficit strutturale è ancora consistente.

La serenità del primo Papa statunitense potrebbe derivare, secondo quanto trapela, proprio dal ritorno dei donatori americani. Gli stessi che non vedevano di buon occhio il suo predecessore, ritenuto troppo riformatore ed esageratamente critico con il capitalismo. L’apporto (probabilmente non proprio disinteressato) della ricca Chiesa statunitense, delle organizzazioni e dei singoli donatori è ritenuto una possibile salvezza per i bilanci vaticani. Sono numerosi i segnali di un riavvicinamento tra Leone XIV e i grandi benefattori statunitensi: la Papal Foundation ha annunciato 25 nuove famiglie di donatori e oltre 15 milioni di dollari per 144 progetti, mentre nel 2026 il Papa ha intensificato gli incontri con grandi finanziatori americani. (“Il Fatto Quotidiano”)

Con la lunga citazione di cui sopra non intendo fare della demagogia e dell’allarmismo ecclesiali, ma non posso fare a meno di ricordare il seguente passo evangelico: “In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche” (Marco 6,8-9).

Mi sembra che lo stile del discepolo dovrebbe essere se non proprio quello della povertà assoluta almeno quello della sobrietà e gli indirizzi di papa Francesco andavano, peraltro molto ragionevolmente e moderatamente, in questa direzione. Non capisco quindi questa virata prevostiana: mi sembra una discreta buccia di banana su cui papa Leone è diplomaticamente scivolato a fin di bene (la buona armonia nella Curia e nella burocrazia vaticane), ma con discutibilissimo piglio pastorale (la sobrietà come optional) e in evidente contrasto con l’indirizzo impresso dal suo predecessore (Chiesa povera fino ad un certo punto…).

Non sfuggirà a papa Prevost come gli occhi critici di credenti e non credenti colgano con molta attenzione le contraddizioni tra il dire e il fare della Chiesa soprattutto ai vertici della sua gerarchia. Attenti quindi a non scandalizzare…

Non so se la finanza vaticana abbia o meno delle aspettative nei confronti della finanza americana: sarebbe un retroscena vergognoso rispetto alle sacrosante prese di distanza tra papa Leone e Donald Trump. Attenti ai piatti di lenticchie che rovinerebbero tutto… I problemi finanziari del Vaticano sono da sempre un punto scandalosamente debole: è vero che la Chiesa non vive d’aria e d’amore, ma nemmeno di porcherie speculative. Anche volendo prescindere dalle vergognose e clamorose punte finanziarie dell’iceberg vaticano, c’è di base uno stile evangelico da rispettare che viene prima di ogni preoccupazione economica ed amministrativa.

«La tentazione è quella di ridurre la carità ad organizzazione, che ci vuole, ma bisogna sempre partire dalla misericordia. Noi non siamo funzionari e l’altro è un cuore, un fratello e una sorella, non un utente. Ridurre la carità all’operatività non va bene, perché diventiamo sterili» (Matteo Zuppi, vescovo di Bologna e presidente della Cei)

 

 

Battaglie di coscienza

Sono rimasto molto turbato dall’indagine della magistratura a cui vengono sottoposti parecchi medici per avere negato l’idoneità al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) di decine di persone migranti su cui pendeva un decreto di espulsione. I medici, cioè, secondo l’ipotesi, avrebbero agito almeno da maggio 2024 in una sorta di “rete anti-Cpr” che firmava certificati incompleti, o addirittura arbitrari, per attestare la non idoneità al rimpatrio. E ostacolarlo. Uno di questi medici è persino indagato con l’ipotesi di associazione a delinquere. Mi faccio guidare di seguito dalla obiettiva e approfondita cronaca di Andrea Ceredani su “Avvenire”.

Di fronte a un decreto di espulsione, i camici bianchi sono sempre chiamati a rilevare la presenza di due prerequisiti necessari al trattenimento: eventuali vulnerabilità psichiatriche e possibili patologie infettive, che potrebbero acuirsi dentro ai centri per il rimpatrio. Solo in Toscana – nelle province di Firenze, Prato e Pistoia – nel 2025 circa il 30% di queste visite ha emesso un verdetto netto: non idoneità al trasferimento. Ma, secondo un documento redatto dalla Simm (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni) nel giugno dello scorso anno, tutti i Cpr in realtà sono luoghi «patogeni per le persone migranti» che «mettono a rischio la salute e la vita delle persone che vi vengono detenute». È sulla base di questa premessa che molti medici rilasciano i certificati di non idoneità. Una posizione sostenuta nel gennaio del 2025 anche dall’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità), che in una nota ha spiegato che «la detenzione amministrativa delle persone migranti è una causa diretta di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi».

Se ho ben capito i termini della questione, a mio personale e sommario giudizio ci troviamo di fronte a un caso di obiezione di coscienza: da una parte abbiamo una legislazione rigidamente orientata al rimpatrio degli immigrati, privi degli esagerati requisiti richiesti per essere accolti, anche a costo di comprometterne la salute fisica e psichica; dall’altra parte abbiamo i medici che in parecchi casi  attestano l’esistenza di contro indicazioni di carattere sanitario all’adozione dei provvedimenti di rimpatrio e ricovero nei Cpr. C’è alla base di tutto la considerazione che comunque questi Centri non siano idonei ad ospitare i migranti in condizioni compatibili con la loro salute.

Alcuni professionisti, in corteo davanti alla Questura di Bologna, hanno ribattuto che l’opposizione di molti medici al trattenimento nei Cpr, considerati «contesti di degrado igienico-sanitario», è nota da tempo: i dottori perquisiti non sono «parte di un’associazione a delinquere» – dice Vanessa Guidi, dottoressa della Ong Mediterranea Saving Humans presente al presidio -, ma «hanno solo in coscienza seguito il codice deontologico evitando che delle persone venissero rinchiuse nei Cpr, luoghi patogeni per la salute fisica e mentale».

Il corto circuito umanitario e igienico-sanitario che si è venuto a creare ha trovato, immediatamente e sbrigativamente, riscontro meramente burocratico e disciplinarmente aggressivo a livello governativo.

Il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha subito invocato la «radiazione dall’albo»: «Quanto sta emergendo è molto grave – ha scritto su X –. Se riconosciuti colpevoli, radiazione dall’albo dei medici e pagamento dei danni, di tasca propria, per le mancate espulsioni di tutti i clandestini che avrebbero protetto». La Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), in risposta, ha chiesto a «chi ricopre responsabilità istituzionali» di «rispettare i medici che ogni giorno, con competenza e dedizione, si prendono cura delle persone senza discriminazioni e spesso in condizioni difficili». «I medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza – continua il presidente Filippo Anelli – ma professionisti della cura, il cui mandato fondamentale è tutelare la salute e la dignità di ogni persona».

Forse sarebbe il caso che i componenti del governo, i parlamentari che lo sostengono e quelli che non si oppongono a sufficienza ad esso andassero in visita in questi centri di degrado igienico-sanitario: probabilmente ne uscirebbero con qualche crisi di coscienza.

Lo stato di salute di una democrazia si misura dalle condizioni delle sue carceri, poiché il modo in cui una società tratta i suoi membri più marginali e privati della libertà rivela il reale rispetto dei diritti umani e costituzionali. Questa celebre riflessione – spesso associata al pensiero di grandi osservatori come Alexis de Tocqueville – evidenzia come il sistema penitenziario non sia un mondo separato, ma lo specchio della civiltà giuridica e morale di un intero Paese. Il discorso vale a maggior ragione per le condizioni dei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr): in essi oltre tutto vengono inseriti soggetti che hanno commesso solo il “reato” della fuga da condizioni di vita disumane e si trovano paradossalmente e beffardamente ributtati in analoghe situazioni, cadendo dalla padella dei loro Paesi di origine nella brace dei Paesi che non trovano di meglio che respingerli brutalmente.

La Costituzione italiana tutela i migranti e ogni essere umano attraverso i principi fondamentali di uguaglianza e riconoscimento dei diritti inviolabili, indipendentemente dalla cittadinanza. Siamo lontani mille miglia da questa impostazione basilare, addirittura mettiamo sotto indagine chi osa ricordarcelo opponendosi deontologicamente a leggi e procedure inaccettabili.

È inutile nasconderlo: l’Italia sta calpestando la sua cultura e la sua civiltà basate sul rispetto dei diritti umani. Dovremmo vergognarci e avere il coraggio di fischiare il tenore italiano anche se qualcuno ci inviterà a protestare il soprano europeo.

Infine, sulla migrazione, la numero uno dell’esecutivo Ue ha tenuto ben alti i bastioni della Fortezza Europa. E, con le immagini del maxi-afflusso di persone a Ceuta questa estate (su cui ancora battagliano popolari e socialisti, già in clima di campagna elettorale in vista del voto spagnolo del prossimo anno), von der Leyen ha insistito sulla volontà di potenziare Frontex, la guardia costiera e di frontiera dell’Ue, «per accelerare i rimpatri», da una parte, e, dall’altra, di continuare a stringere accordi con i Paesi di origine e transito. Ma c’è anche la promessa di nuova stretta: servirà a «dotare l’Europa dei mezzi per proteggere le proprie frontiere in ogni momento. Soprattutto negli scenari in cui i movimenti di massa vengono organizzati e strumentalizzati». (“Avvenire” – Gabriele Rosana, Strasburgo)

Dopo tutto ammetto di non sentirmi né italiano né europeo. Potrei chiedere la cittadinanza allo Stato Vaticano, anche se sui diritti umani non mi trovo in perfetta sintonia nemmeno col Papa (vedi suicidio assistito). Forse è il caso di chiudermi entro i confini della mia coscienza: non mi sento a posto nemmeno lì…

Congiurati di destra, guardoni di sinistra, convitati di centro

Alle penose, strumentali, fuorvianti e anticostituzionali discussioni sulla legge elettorale (ne uscirà probabilmente un vomitevole polpettone doroteo) preferisco la valutazione e l’analisi dei consensi ai partiti in base ai sondaggi (paradossalmente più obiettivi del responso delle urne).

Il centro-destra, o come sarebbe meglio dire il destra-centro, ha la spina nel fianco del partito di Roberto Vannacci: se riuscisse ad inglobarlo in qualche modo, avrebbe la vittoria (quasi) in pugno, in caso contrario rischierebbe grosso. Farlo rientrare nei ranghi potrebbe tuttavia avere ben due controindicazioni: una cospicua perdita di consensi al centro, che potrebbe rappresentare una sorta di vittoria di Pirro; uno sbilanciamento politico-programmatico tale da compromettere la collocazione a livello europeo e da comportare un isolamento nelle istituzioni UE.

Il centro-sinistra, o come sarebbe meglio dire il campo largo di centro-sinistra, ha il problema della leadership e della notevole differenziazione a livello programmatico: sui temi fondamentali non esiste concordanza di vedute.

Da una parte abbiamo il centro che rincorre la destra abbastanza convintamente, dall’altra abbiamo la sinistra che sopporta obtorto collo il centro il quale, a sua volta, vuol condizionare la sinistra. Sarebbe meglio dire: la politica che si allontana dalla democrazia con una destra che ne comporta la deriva, mentre la sinistra gioca a fare la guardona democratica che spera di cavarsela con le armate Brancaleone speculanti sugli imbarazzi estremistici del fronte opposto.

Vedrò di seguito di contrapporre le mie sferzanti analisi alle previsioni manovriere sulle mosse del centro, che, mentre a destra sta tirando gli ultimi, a sinistra tenta di galleggiare opportunisticamente. Mi farò provocare dalla fantapolitica de “Il Riformista” elaborata dalla Storia di Aldo Torchiaro.

La legge elettorale che il Parlamento si appresta a varare taglia le gambe alle liste minori. Quelle sotto l’1% saranno escluse. Quelle sotto il 3% verranno penalizzate. E per le liste più piccole è previsto un tetto: al di sotto di quella soglia, riceverà seggi soltanto la lista più votata. Il risultato è facilmente prevedibile: le liste dovranno mettersi insieme. Farne una sola, nazionale, e giocarsi le sei preferenze nei collegi. La frammentazione, questa volta, rischia di diventare un lusso che nessuno potrà più permettersi. Si rafforza così l’ipotesi di una lista unica dei moderati, dei riformisti e dei civici nel centrosinistra. Nel listone potrebbero confluire Casa Riformista-Italia Viva, il Progetto Civico di Alessandro Onorato, Più Europa — sia che alla guida resti Riccardo Magi, sia che prevalga Benedetto Della Vedova — il Psi di Enzo Maraio e, con ogni probabilità, anche Più Uno, il movimento guidato da Ernesto Maria Ruffini. Il progetto è ambizioso. Tanto che, negli interna corporis dei partiti coinvolti, sotto promessa di anonimato, circolano già stime comprese tra il 6 e il 7 per cento dei consensi. Dalla Sicilia, Ismaele La Vardera potrebbe conferire alla lista il proprio 12 per cento su scala regionale. Alessandro Onorato, intanto, è in crescita, anche sulle ali dei suggerimenti all’orecchio di Goffredo Bettini, incrollabile kingmaker della sinistra italiana.

Il rischio è che si presentino agli elettori, sempre più perplessi e astensionistici, forzose e confuse coalizioni imposte da una legge elettorale sbrigativamente e follemente orientata ad un pluralismo polarizzato. E questo autentico casino politico creerebbe stabilità e governabilità? Ma fatemi il piacere…

Ma, tra tanti galli, chi può fare il primus inter pares? Il rischio è di rivedere uno schema già noto: quello che portò al suicidio del Terzo polo. Molti protagonisti, molte ambizioni e una sola domanda destinata a far saltare il tavolo: chi comanda? L’idea renziana di individuare in una donna «l’uomo giusto» per capeggiare il progetto si sarebbe scontrata con l’indisponibilità di Silvia Salis, sindaca di Genova. Che, a quanto pare, interessata non è. Ecco allora emergere il nome di Gaetano Manfredi, l’apprezzato sindaco di Napoli, che gode di un consenso ampio anche fuori dalla propria città. Potrebbe essere lui il federatore, il nome in grado di unire, il portavoce dei moderati senza i quali — la constatazione di Lilli Gruber al Corriere è una sentenza di Cassazione — il centrosinistra è condannato a perdere? Alla commemorazione solenne per Emma Bonino, a Roma, i rappresentanti di quest’area si sono ritrovati per dare l’estremo saluto alla leader radicale scomparsa. E proprio lì, tra i presenti, il nome di Manfredi ha cominciato a circolare con insistenza. «Il nome che abbiamo indicato è quello di Gaetano Manfredi», conferma al Riformista uno dei massimi dirigenti del Partito socialista italiano. Da Più Europa, invece, non smentiscono che si stia lavorando in quella direzione.

Tutto basato sulle manovre al centro? Cosa ci capiranno gli elettori? I personalismi spazzano via i programmi, i leader vengono improvvisati, i piccoli partiti si prendono la rivincita, si vendicano della legge elettorale, la dribblano. La destra e la sinistra si troveranno al centro e là magari si daranno la mano.

A non saperne nulla, figuriamoci, è proprio Gaetano Manfredi. Dal suo staff fanno spallucce: «Gira il suo nome, ma è ancora presto», si limitano a dire. Per chi conosce i codici di questo alfabeto, la formula suona più affermativa che evasiva. Manfredi, già Ministro dell’Università nel governo Conte II, potrebbe unire i centristi nel centrosinistra grazie a un profilo difficilmente divisivo: uomo di cultura, ex rettore dell’Università Federico II di Napoli, esponente di estrazione civica e amministratore con una solida esperienza alle spalle.

Di lui si fidano Matteo Renzi e Giuseppe Conte, due leader che, a parte questo, non condividono praticamente nulla. La solidità, dunque, ci sarebbe tutta. Anche se l’incarico dovesse arrivargli a sua insaputa, Manfredi potrebbe portare a dama il rassemblement centrista. E spingere, anche negli altri schieramenti, moderati, riformisti ed europeisti a fare la stessa operazione: mettersi insieme, superare i personalismi e costruire una proposta unitaria. La legge elettorale, in fondo, sta facendo ciò che la politica non è mai riuscita a fare: obbligare i piccoli a diventare grandi. Resta da capire se, una volta riuniti, riusciranno anche a non ricominciare a litigare.

Non vedo alternative a quello che ho già definito casino, se non in un sistema elettorale proporzionale puro senza alcun sbarramento, che metta a nudo anche qualche residuo di idealità e valori in mezzo alla bagarre dialettica e rappresenti la politica com’è senza infingimenti e camuffamenti, lasciando alla Costituzione la bussola, al Parlamento l’ardua combinazione politica e di governo, al Presidente della Repubblica e alla Corte Costituzionale la garanzia del rispetto della democrazia.

Altro che premierato, altro che patti di coalizione scritti sulla sabbia, altro che preferenze col contagocce, altro che firme raggranellate alla rinfusa, altro che smanie populiste e velleità centriste, altro che leaderismo senza leader, altro che galli, galletti e galline, altro che derive referendarie, altro che liste bloccate, altro che premi di maggioranza, altro che presidenzialismo…

L’intransigenza dogmatica e la carità onnicomprensiva

Sarò un testardo e accanito difensore delle proprie idee, sarò un presuntuoso ignorante sulle questioni dottrinarie, sarò pregiudizialmente portato alla critica verso gli atteggiamenti della gerarchia cattolica, ma non riesco a capire la posizione della Chiesa sul tema del cosiddetto suicidio assistito.  Non sopporto il così poco costituzionale balletto legislativo fra regioni e parlamento, ma non accetto nemmeno il dogmatismo così poco evangelico.

«Non può sussistere un “diritto a morire”, ma piuttosto quello di essere sempre curati e assistiti, sempre accompagnati e mai lasciati soli». È chiara la posizione dei vescovi del Triveneto sul suicidio medicalmente assistito. Riuniti a Bibione, in provincia di Venezia, il 10 e 11 settembre, i presuli hanno approvato all’unanimità una dichiarazione comune sul fine vita, intervenendo direttamente nel dibattito aperto dalla scelta della Regione Veneto di approvare una legge che organizza il suicidio assistito attraverso le strutture del Servizio sanitario nazionale. (“Avvenire” – Tommaso Piccoli)

Posso essere d’accordo sul fatto che non si debba ritenere un diritto quello di ricorrere al suicidio, così come per il ricorso all’aborto e al divorzio. È giusto partire dai valori esistenziali che vengono prima dei diritti civili: la vita e la famiglia rappresentano questi irrinunciabili valori.

La contrarietà al suicidio assistito non equivale, precisano inoltre, alla richiesta di prolungare a ogni costo la vita. «La Chiesa, sempre attenta alle sofferenze umane dell’anima e del corpo, rigetta ogni forma di accanimento terapeutico, ascolta la voce dei poveri e dei fragili». L’invito è piuttosto a ripensare le questioni del fine vita «al di fuori di ogni prospettiva ideologica», affrontandole «con empatia e desiderio di sincero dialogo». (ancora “Avvenire” – Tommaso Piccoli)

Giustissimo evitare di incartarsi in prospettive ideologiche, ma c’è quindi una contraddizione: alla forzatura dei diritti non si può e non si deve rispondere con l’intransigenza dogmatica. In mezzo a questa contrapposizione manichea c’è chi soccombe alla sofferenza.

Se un soggetto in buona fede e con motivi plausibili non ce la fa più a vivere il proprio matrimonio, se una donna non si sente sinceramente in grado di affrontare una maternità, se una persona gravemente malata non riesce più a sopportare le sofferenze, quale deve essere l’atteggiamento della comunità sia di quella civile che di quella ecclesiale. Aiuto, comprensione, sostegno, ma anche rispetto per le situazioni senza via d’uscita: non si tratta di sbandierare diritti, ma di offrire attenzione per le scelte personali quali reazioni a stati di sofferenza umanamente non sopportabili.

Come posso condannare una coppia a vivere un inferno di incompatibilità famigliare, come posso obbligare una donna alla maternità, come posso inchiodare un malato ad un letto e/o a una macchina? Non posso! Certo devo dare tutta la concreta solidarietà, ma se questa non basta…

La comunità cristiana deve essere in prima linea per aiutare questi soggetti così come le strutture pubbliche devono essere mobilitate al riguardo, ma purtroppo a estremi mali estremi rimedi. Dobbiamo aver l’umiltà di affrontare le situazioni disperate anche con la condivisione delle soluzioni umanamente possibili.

Io non sono favorevole a divorzio, aborto e suicidio assistito, ma sono più che disponibile a valutare le situazioni di estremo disagio che possono portare a scegliere di utilizzare questi strumenti, che vanno predisposti e gestiti nel migliore dei modi.

Se una famiglia non si regge più, è assurdo volerla tenere unita con lo scotch del divieto a divorziare; se una donna, magari sola nella sua gravidanza, non se la sente di essere madre, è inumano costringerla ad essere una pessima madre o a ricorrere all’aborto clandestino; se una persona gravemente e inguaribilmente malata non riesce a sopportare il proprio stato di sofferenza, è paradossale obbligarla a vivere.

Io la penso così non alla leggera, ma in base a considerazioni umane, culturali, religiose e soprattutto evangeliche. La politica faccia la sua parte, la Chiesa pure: la funzione politica non termina con una o più leggi, ma consiste nell’attivazione di una complessa strumentazione psicologica, sociale, sanitaria ed assistenziale; la dimensione religiosa non consiste soltanto nella difesa di sacrosanti principi, ma soprattutto nella carità che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

I paraventi del centro moderato

L’osservato speciale è il partito dei Democratici Svedesi: formazione di destra radicale nata nel 1988 con radici in ambienti neo-nazisti, ha ormai ampi consensi nel Paese, grazie anche a un’opera di ripulitura della propria immagine avviata negli ultimi vent’anni. Quest’anno potrebbe ottenere alcuni incarichi di governo. Lo ha promesso lo stesso Kristersson: in caso di vittoria il suo partito, i Moderati, di centro-destra, punta a una coalizione con la destra radicale (oltre che con gli alleati attuali, i Democratici Cristiani e i Liberali): la formazione del governo sarebbe quindi congiunta. «Non c’è nulla di drammatico in questo – ha detto ai giornalisti il primo ministro uscente – È sotto gli occhi di tutti che collaboriamo con successo da quattro anni». Già alle elezioni del 2022 i Democratici Svedesi si erano aggiudicati il 20,5% delle preferenze degli elettori. Il loro peso politico li aveva resi necessari alla coalizione di centro-destra guidata proprio da Kristersson, che avevano supportato dall’esterno, senza incarichi di governo. Influenzandone però le politiche. (“Avvenire” – Chiara Vitali)

Per l’avanzata delle forze politiche di estrema destra esistono motivazioni storiche (la nostalgia per l’uomo forte), sociali (il disagio crescente), psicologiche (il senso di insicurezza), ma bisogna considerare anche un elemento squisitamente partitico, vale a dire la tendenza delle forze politiche del cosiddetto centro moderato ad appiattirsi pericolosamente sulle istanze programmatiche di destra se non addirittura ad allinearsi ai partiti di destra estrema con ignobili connubi parlamentari e/o governativi.

Siamo lontani mille miglia dall’impostazione morotea della Democrazia Cristiana, partito afascista e moderato ma non bloccato su politiche conservatrici e reazionarie, e dalla visione degasperiana del partito di centro che guarda a sinistra.

La cdu-csu in Germania ha perso i connotati della sua storica moderazione per indulgere a politiche sostanzialmente di destra e arrivando addirittura a trascinare la sinistra in snaturanti accozzaglie di puro potere. Succede anche nella Ue dove i gatti sono tutti bigi se pensiamo, ad esempio, al discorso della pace e dell’immigrazione.

In Italia c’è da tempo l’ansiosa ricerca di spazi partitici al centro dello schieramento politico: è nata un’infinità di partitini al riguardo, che vorrebbero presuntuosamente riprendere l’impostazione degasperiana e morotea senza averne la credibilità e la visione strategica.

Così facendo i partiti di centro, a volte oltre tutto di ispirazione cristiana (?), finiscono col tirare la volata alla destra, peraltro non condizionandola ma addirittura facendosi mortalmente condizionare. La gente non ci capisce dentro niente e, come dice Cacciari, preferisce l’originale alla copia.

Il vento di destra viene da lontano (trumpismo), si innerva nel corpo politico (anti)europeo (nazionalismo e sovranismo), soffia a favore della versione moderna del capitalismo tecnicistico (aerospazio e intelligenza artificiale) e bellicistico (riarmo, unilateralismo, abbattimento del diritto internazionale e delle sue istituzioni) e illude la gente con egoistiche e fasulle promesse securitarie e anti-immigrazione.

Dentro a questa sarabanda anti-democratica fanno sorridere gli artifici moderati e centristi, che diventano la foglia politica di fico rispetto al capitalismo che non solo ha i secoli contati, ma che cambia pelle per annientare sul nascere ogni velleitarismo liberal-conservatore. Guardiamo Merz e capiamo tutto…

L’unica possibilità di sopravvivenza democratica prima e di progresso sociale poi risiede in una ripresa decisa e forte della sinistra, che sappia partire dal tema della pace (sentito da tutti gli elettori) e da una gestione equilibrata ma solidale del fenomeno migratorio. Meno armi, più accoglienza e più attenzione a chi vive in difficoltà. Questa dovrebbe essere la piattaforma per la riscossa di sinistra o almeno per arginare il vento di destra. Lasciamo perdere le alchimie dei conservatori, che finiscono col conservare soltanto quel che serve alla destra e alla sua inesorabile avanzata.