L’ombrello della coscienza

Lo spettro di uno scontro diretto con Mosca torna ad essere evocato in seno all’Alleanza Atlantica. L’occasione è il Warsaw Security Forum, e il messaggero è il comandante supremo, Alexus Grynkewich. “La Nato non cerca la guerra con nessuno, ma nessuno scambi il fatto che la Nato è un’alleanza difensiva come una debolezza”, ha avvertito il generale dell’Aeronautica americana. “Se qualcuno sarà così pazzo da attaccarci, combatteremo. In breve – ha aggiunto Grynkewich – faremo in modo che qualsiasi attacco contro un nostro alleato si riveli del tutto vano”. (ANSA.it)

Come diceva mio padre, “l’è al tón ca fa la muzica” e l’atteggiamento della Nato in questa fase così delicata nei rapporti internazionali non aiuta la distensione. È pur vero che siamo da tempo alla gara di chi fa la voce più grossa, ma mi chiedo: che bisogno c’era di questa peraltro scontata dichiarazione?

Che la Nato sia un’alleanza difensiva è scritto nei patti anche se nei fatti non è stato e non è proprio così. Che difendersi non sia un segno di debolezza è concetto etico universalmente accettato anche se dipende da fin dove arriva la difesa: esiste la guerra difensiva? Ho molti dubbi. Ci sono tanti modi per difendersi al di là della guerra. Alla fine mostrare i muscoli non è dimostrazione di forza ma di debolezza.

Evocare la pazzia dell’ipotetico nemico rischia di essere un invito ad uscire allo scoperto per farne emergere le peggiori intenzioni: una sorta di istigazione a guerreggiare. Che la Nato parli con la voce di un generale dell’aeronautica americana la dice lunga: fare la guerra è il mestiere dei militari, cercare la pace dovrebbe essere quello dei politici.

Se devo essere sincero, nonostante le bruttissime arie che tirano e forse proprio per questo, non mi sento affatto sicuro sotto l’ombrello della Nato.

Il 15 giugno 1976 il Corriere della Sera pubblicò una celebre intervista di Giampaolo Pansa al segretario del Partito Comunista Italiano (PCI) Enrico Berlinguer, il quale affermò che l’Italia e lo stesso PCI si sarebbero sentiti più sicuri restando sotto la protezione (l’ombrello) dell’Alleanza Atlantica, dichiarando: «Mi sento più sicuro stando di qua». Non so se Berlinguer oggi ripeterebbe quella frase.

Il mondo è cambiato: la guerra fredda è diventata caldissima. Gli Usa hanno perso ogni appeal democratico, la Russia ha tutti i difetti dell’Unione Sovietica senza averne i pochissimi pregi, l’Europa è snobbata e irrisa da Trump e conta meno di niente, la Cina è retta dal “maoismo capitalista”.

E io dovrei sentirmi al sicuro in questa gabbia di matti? L’unico ombrello a portata di cuore è quello papale: non mi copre la testa, ma almeno mi tranquillizza la coscienza. E non è poca cosa…

 

 

I cattolici non sono del mondo, ma nel mondo per contestarlo

Sono molte, anche se tutte da scoprire e analizzare, le analogie fra le proteste dilaganti in Francia e in Spagna sui temi della scuola e della casa – che si allargano inevitabilmente ad altre problematiche sociali e che trovano cause ed effetti nel bellicismo imperante, che, al di là degli inaccettabili aspetti etici, assorbe col riarmo colossali risorse distraendole dalle finalità sociali – e l’epocale contestazione del sessantotto.

Mi sono chiesto provocatoriamente perché il mondo giovanile cattolico, stando alle prime evidenze, non sia parte integrante di questi movimenti di contestazione. Occorre al riguardo andare indietro nella storia e riprendere, seppure sinteticamente, i legami esistenti tra il vasto movimento di contestazione politica, sociale e culturale sviluppatosi a livello globale intorno all’anno 1968 e i fermenti esistenti nel mondo cattolico di quel periodo.

Il rapporto tra i cattolici e il Sessantotto è stato complesso, plurale e segnato da una forte spinta al rinnovamento a ridosso della conclusione del Concilio Vaticano II (dicembre 1965). Non è esistito un unico “Sessantotto cattolico”, ma un intreccio profondo tra la contestazione generale e l’impegno di credenti e associazioni.

I nodi principali dell’esperienza cattolica nel ’68

  • L’avanguardia giovanile: In molti contesti europei e italiani, i movimenti giovanili e studenteschi cattolici (provenienti dall’associazionismo e dalle università cattoliche) hanno anticipato o affiancato la protesta, animati da un desiderio di autenticità e da tensioni antiborghesi.
  • L’occupazione dell’Università Cattolica: Un momento simbolo in Italia avvenne il 14 novembre 1968, quando gli studenti occuparono l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano per protestare contro l’aumento delle tasse universitarie.
  • Il dissenso cattolico: Una parte del mondo cattolico diede vita a esperienze di “dissenso”, criticando l’autoritarismo della Chiesa istituzionale ma cercando al tempo stesso una “rivolta dello spirito” e un’utopia di giustizia sociale diversa sia dal capitalismo sia dal comunismo sovietico.
  • La nascita di nuove comunità: Gli anni del post-Concilio e del ’68 videro la nascita o lo sviluppo di numerose realtà associative e comunitarie ancora oggi attive, come la Comunità di Sant’Egidio, Comunione e Liberazione, la Comunità Papa Giovanni XXIII, la Comunità di Capodarco e la Comunità di Bose.
  • Il rapporto con i vertici ecclesiastici: La Chiesa ufficiale — guidata da Paolo VI — visse una fase di acuta crisi ma anche di profondo ripensamento, confrontandosi con la contestazione sia interna (preti ribelli, gruppi di base) sia esterna.]
  • Preti operai: sono sacerdoti cattolici che scelgono di svolgere un lavoro manuale in fabbrica o nei cantieri per condividere la vita, la fatica e le lotte della classe lavoratrice. Il legame tra i preti operai e il Sessantotto in Italia rappresenta uno degli incroci più intensi tra il rinnovamento religioso e la contestazione sociale del Novecento. Sebbene il fenomeno dei preti in fabbrica fosse nato in Francia nel secondo dopoguerra, è con l’esplosione dei movimenti studenteschi e operai della fine degli anni Sessanta che questa esperienza assume in Italia una forte valenza politica e profetica.

(dalla funzione di Ricerca Google che usa l’intelligenza artificiale generativa per creare riassunti automatici)

I motivi di questa discrasia catto-storica tra il sessantotto e i giorni nostri possono essere individuati in due ragioni fondamentali: l’evoluzione della Chiesa e l’involuzione dei cattolici.

La Chiesa, mentre nella sua dimensione strutturale (leggi curia romana e gerarchia a livello centrale) è rimasta piuttosto ferma e abbarbicata ai principi, a livello comunitario ha fatto passi da gigante anche grazie alla spinta propulsiva impressa dai Papi: basti pensare, facendo riferimento agli ultimi papati – che per la verità hanno ripreso le geniali aperture di Giovanni XXIII e le sofferte intuizioni di Paolo VI  – all’apertura al mondo di Giovanni Paolo II, agli squarci culturali e teologici di Benedetto XVI e soprattutto al bagno sociale di Francesco.

«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. Io sono vecchio e malato e dipendo dall’aiuto degli altri: le persone buone intorno a me mi fanno sentire l’amore. Questo amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l’amore vince la stanchezza. Dio è amore. Io ho ancora una domanda per te: che cosa puoi fare tu per la Chiesa?» (Cardinale Carlo Maria Martini, appello prima della morte).

Rispetto alla impietosa ma benefica analisi del cardinal Martini, qualcosa si è mosso al punto che la Chiesa è diventata riferimento imprescindibile per gli aneliti alla pace e per le lotte finalizzate alla giustizia e non è più oggetto di contestazione globale nonostante gli scandali sessuali della pedofilia e finanziari del Vaticano. Quindi la Chiesa, a torto o ragione, non è più nel mirino della protesta.

A fronte di questa evoluzione ecclesiale si è verificato lo strano fenomeno del ripiegamento dei cattolici sulle proprie, pur significative e fruttuose, esperienze di preghiera, di volontariato e di impegno nel movimento pacifista, ai margini di una forte e necessaria sensibilità politica: i cattolici sono cioè orientati a seguire loro percorsi senza integrarsi negli scenari mondiali quasi con la paura di venirne contaminati. Manca cioè nei cattolici l’animus politico: ci si sta dimenticando come la politica sia la forma più alta di carità.

Nelle scuole, nelle università, nei comitati di quartiere, nei sindacati e, a maggior ragione nei partiti, si nota l’assenza dei cattolici organizzati e del loro specifico contributo. La paura dell’integralismo da una parte e il pericolo della fagocitazione dall’altra, hanno isolato i cattolici e privato la società di un enorme patrimonio ideale.

Non so se l’attuale pressante e provocatoria esplosione di protesta, che probabilmente si allargherà in senso geografico e sociale potrà risvegliare anche nei cattolici il senso di essere testimoni nel mondo e nelle sue ansie di giustizia e pace pur rimanendo estranei alle logiche mondane.

 

 

 

La brezza socialdemocratica

La Spagna viene considerata uno degli ultimi baluardi progressisti in Europa. Come cambieranno gli equilibri europei, se la sinistra perderà?
La questione è centrale. Le elezioni spagnole riguarderanno molto anche l’Europa perché contribuiranno a determinare l’orientamento politico futuro del blocco comunitario. L’ipotesi di una sostituzione del governo Sanchez con uno di destra farebbe uscire dallo scenario quello che è forse l’ultimo rappresentante dei governi socialdemocratici europei (a parte la Danimarca). Questo rafforzerebbe una tendenza già presente: la sostituzione alla guida dell’Unione della tradizionale alleanza tra cristianodemocratici, socialdemocratici e liberali con una nuova alleanza tra le destre tradizionali e i nuovi partiti delle destre radicali. I nuovi equilibri si chiariranno anche alla luce di altre due elezioni: in Italia e in Francia. (“Avvenire” – Chiara Vitali- Intervista al professor Oriol Bartomeus, politologo all’Università Autonoma di Barcellona)

Speriamo che Pedro Sanchez non sia l’ultimo dei Mohicani, ma il primo suscitatore, pur con tutti i limiti e difetti, di una certa rinascita della socialdemocrazia europea. In lui vedo in nuce due caratteristiche fondamentali: l’autonomia rispetto agli Usa e alla Nato e la sensibilità verso i problemi sociali. Su queste basi la sinistra europea potrebbe risvegliarsi e rilanciare un nuovo welfare e una nuova Unione Europea. Dovesse cadere anche l’avamposto spagnolo sarebbero seri guai. Ho molta meno fiducia nelle forze di sinistra francesi ed italiane, che potrebbero tuttavia trovare linfa vitale nell’esperienza politica spagnola.

Rimane aperto il discorso del legame con le istanze popolari, che stanno assumendo una portata clamorosa ed emblematica sia in Spagna che in Francia. Riuscirà Sanchez ha instaurare un seppur minimo collegamento con la piazza contestatrice? Sarà una gara durissima, ma indispensabile, senza la quale la politica di sinistra continuerà a respirare con un solo polmone, vale a dire quello dell’establishment. Occorre coraggio, umiltà e pazienza per riscoprire fondamenta culturali e ricostruire legami sociali, lasciandosi contestare al fine di recuperare la credibilità in gran parte perduta.

Sanchez ha provato ad alzare la testa a livello internazionale prendendo le distanze dal bellicismo occidentale, ha provato a rispondere, seppure frettolosamente, alle istanze della gente: non è bastato per rimanere al governo. Forse è meglio una crisi responsabile piuttosto che una permanenza irresponsabile. La gente capirà?

In Italia il governo di centro-destra punta al consolidamento del primato della sua durata, è in profonda crisi a tutti i livelli e in tutti i sensi, ma resiste, anche perché la gente non trova risposte politiche alternative e non ha nemmeno il coraggio di scendere in piazza.

Il vento a livello mondiale ed europeo spinge a destra, bisogna andare contro vento: non è facile, ma necessario… Speriamo che all’urlo del vento impetuoso della reazione possa almeno rispondere il sussurro della brezza leggera della socialdemocrazia e che la gente sappia riconoscere dove sta la difficile spes del miglioramento contro la facile spem dell’immutabilità.

 

 

Le “strumpate” del Don…ald

L’annuncio del presidente Donald Trump è arrivato a 25 giorni esatti dalle attesissime elezioni di metà mandato del 3 novembre: «La Russia fornirà immediatamente oltre 300mila tonnellate di gasolio al mercato americano e a quello globale, altre 500mila nel mese di novembre e un milione di tonnellate subito dopo», ha scritto venerdì sera su Truth. Ufficializzata dopo una telefonata con Vladimir Putin (che Trump ha pure ringraziato), la svolta è stata dettata dall’urgenza di far scendere il costo medio della benzina, schizzato verso l’alto con la guerra in Iran. Il presidente ha sottolineato: «Sommando queste forniture russe al petrolio proveniente dallo Stretto di Hormuz, di cui abbiamo il controllo totale, i prezzi del gasolio scenderanno per gli americani e per tutto il mondo, in misura record e rapidamente». Propaganda elettorale a spese dell’Ucraina. «Zelensky la smetta di attaccare le raffinerie russe – ha tuonato Trump all’indomani –. È tempo di un nuovo presidente a Kiev». (“Avvenire” – Angela Napoletano)

Se mai ci fosse bisogno di capire come l’assetto internazionale dipenda dagli umori propagandistici dei potenti, in questi giorni Donald Trump si sta superando nella, peraltro inconcludente, politica cinica, che accarezza i suoi simili (vedi Putin con i vomitevoli accordi al gasolio e Netanyahu con l’insolenza verso la Corte penale internazionale) e attacca di conseguenza i nemici giurati dei suoi simili (non è la prima volta che viene umiliato Zelensky).

“Gli amici dei miei amici sono miei amici” è un detto popolare che ipotizza una rete di relazioni aperta e fiduciosa, simile al concetto logico per cui il legame di amicizia si estende per transitività. Con Trump lo dobbiamo cambiare radicalmente: “I nemici dei miei amici-nemici sono miei nemici”.

Sul fronte filo-putiniano sovviene un altro proverbio: “Ogni simile ama il suo simile”: per essere simili a Putin ci vuole un bel po’ di pelo sullo stomaco e Trump dimostra sempre più di averne in abbondanza.

Sul fronte anti-zelenskyano bisogna ricorrere alla storia che ha spesso visto le alleanze fondate su un comune nemico materasso o alla tecnica del “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, che è una tattica psicologica usata durante gli interrogatori o nelle negoziazioni.

Chi rimane totalmente spiazzata da queste giravolte trumpiane è l’Europa nella sua politica sanzionatoria ma non troppo nei confronti della Russia e di scriteriato, pregiudiziale ed acritico appoggio nei confronti dell’Ucraina, ma soprattutto nella sua scelta di campo atlantica sempre più stretta e controproducente.

Come sta avvenendo da tempo, i Paesi europei, anziché cercare di rafforzare l’unità nella politica estera della UE per segnare una sacrosanta autonomia rispetto agli Usa, si dividono a seconda dell’imbarazzante tasso di simpatia verso il tycoon e della capacità di subirne i ricatti: in questa penosa situazione relazionale si distingue all’italiana il nostro attuale governo, che accetta sistematicamente l’illusorio “tòch äd pàn” accompagnato dalla concreta “bastonäda”.

A Zelensky, al quale peraltro non va la mia stima dal punto di vista etico e democratico, va tuttavia la mia comprensione: sembra quello che deve indovinare da dove arrivano “il fälsi carèssi” e “i sonòr patonón”, un gioco che finirà per “fär tacagnär tùtti” in un bellico groviglio di posizioni.

“Amarum in fundo”: è arrivata dagli Usa una contro-lezione etica da far accapponare la pelle: tutto torna in una sempre più inquietante e incivile deriva.

La giornata mondiale contro la pena capitale, che è stata celebrata il 10 ottobre, voluta dalle maggiori organizzazioni umanitarie del mondo – su iniziativa della Coalizione mondiale dopo la sua nascita a Roma, a Sant’Egidio, nel 2002 – può essere considerata un antidoto. Un vaccino contro il veleno che viene diffuso ormai quotidianamente in dosi massicce attraverso il linguaggio o decisioni e azioni brutali presentate alla stregua di una missione salvifica degli Stati Uniti a difesa dell’Occidente e dei suoi “valori”. Si iscrive in questa narrazione la recente doppia e fallimentare somministrazione di pentobarbital, che in Tennessee non ha ucciso, come previsto, ma torturato la condannata a morte Christa Pike. O l’annuncio che la prossima esecuzione avverrà in diretta streaming. Siamo nell’era dei “pusher” ben vestiti, che elogiano la morte, la spettacolarizzano, perché pensano che faccia bene alla società, e si spingono a impartire lezioni ai Papi. (“Avvenire” – Mario Marazziti)

Che dire? Esprimo solo l’augurio che toccare spettacolarmente il fondo del barile umanitario serva alla gente per capire finalmente come la morte, nelle guerre di tutti i tipi fra nazioni e/o nelle guerre fra Stato e suoi cittadini più o meno trasgressivi e/o nelle guerre fra individui (mors tua vita mea), sia il peggiore dei mali che può essere vinto soltanto col migliore dei beni, vale a dire con le scelte di vita e di pace.

 

 

 

 

Navi Pillay per la pace e navy blue per il guardaroba

Il Nobel per la pace a Navi Pillay, la donna che ha lavorato alla Corte penale internazionale, rappresenta un riconoscimento per il diritto internazionale, tanto vituperato da dittatori e autocrati dell’era contemporanea. Non rassegnarsi alla legge del più forte significa dare un implicito sostegno a chi lotta per i diritti dei deboli.

La pace non si accorda sempre con unanimità di giudizio o con l’apprezzamento condiviso di figure eminenti. Le scelte del comitato norvegese per il Nobel non raramente sono foriere di spaccature diplomatiche o di perplessità in parti dell’opinione pubblica mondiale. Per i sostenitori del diritto internazionale, delle istituzioni sovranazionali, di una giustizia che superi le frontiere e del contrasto all’impunità del più forte si tratta di un segnale importante e di un motivo per rallegrarsi, data la risonanza del premio a livello globale. Ma dare la medaglia a Pillay, oggi, significa anche mandare un messaggio a quanti si oppongono fieramente alle istituzioni internazionali nelle quali la giurista sudafricana ha ricoperto ruoli di primo piano. In primo luogo, la Corte penale internazionale – di cui Pillay è stata giudice – si trova sotto attacco, e non si tratta solo di un’espressione figurata.

A volerne ridurre drasticamente il potere e l’indipendenza sono la Russia, per il mandato di arresto emesso nei confronti del presidente Vladimir Putin; Israele, per il mandato di arresto emesso nei confronti del premier Benjamin Netanyahu; e gli Stati Uniti di Donald Trump, per l’idea stessa che esista un foro indipendente e non sottoposto agli equilibri di potenza, capace di perseguire e giudicare i responsabili dei crimini di guerra, contro l’umanità e di genocidio. (“Avvenire” – Andrea Lavazza)

Mi è venuto spontaneo, anche se forse un po’ azzardato, riandare alle parole di Gesù: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione” (riportata nel vangelo di Luca 12,49-53 e in modo simile in Matteo 10,34 come “non la pace, ma la spada”) — significa che seguire il Vangelo richiede una scelta netta e radicale che inevitabilmente crea una frattura con la mentalità del mondo.

Navi Pillay, pur non essendo Gesù, sta tuttavia dividendo il mondo con la sua azione e il suo premio per la pace: una donna coraggiosa che osa dire la verità che fa male ai potenti.

L’assegnazione del Nobel a Pillay ha immediatamente provocato reazioni durissime da parte del governo israeliano e dell’area politica più vicina all’amministrazione americana. Il ministero degli Esteri di Israele ha definito il premio «la grottesca strumentalizzazione di un riconoscimento per legittimare l’odio e i pregiudizi contro Israele», attaccando frontalmente la giurista sudafricana per il suo ruolo nella commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi e per le accuse di genocidio rivolte allo Stato ebraico. In una nota dai toni particolarmente aspri, il dicastero ha sostenuto che il Comitato Nobel avrebbe premiato «la più grande menzogna del XXI secolo», arrivando a evocare perfino Joseph Goebbels.

Dall’altra parte dell’Atlantico, anche Donald Trump ha alimentato la polemica rilanciando su Truth Social un intervento dell’avvocato David Schoen, già membro del suo collegio difensivo durante il secondo impeachment. Nel messaggio condiviso dall’ex presidente americano, il Nobel viene definito una «vergogna irreparabile» e Pillay viene accusata di essere un’«odiatrice di America e Israele» e di avere favorito Hamas attraverso la sua attività nelle istituzioni internazionali.

Le contestazioni si inseriscono in uno scontro più ampio che coinvolge da anni le organizzazioni internazionali impegnate sul fronte dei diritti umani e della giustizia sovranazionale. Non a caso, poche ore dopo l’annuncio del Nobel, l’amministrazione Trump ha deciso di irrigidire ulteriormente la propria linea nei confronti della Corte penale internazionale dell’Aia, della quale Pillay è stata giudice ad hoc. Secondo quanto riferito dai media statunitensi, Washington ha introdotto nuove sanzioni contro la Corte, estendendo le misure già adottate in passato contro magistrati e funzionari e minacciando di colpire anche aziende e soggetti che collaborano con l’istituzione. «Il presidente Trump non permetterà mai alla Corte penale internazionale di perseguire cittadini americani», ha dichiarato il segretario di Stato Marco Rubio. «Vieteremo le transazioni con questa Corte canaglia, tagliandole le risorse e paralizzando la sua capacità di operare». Sullo sfondo restano i mandati di cattura emessi nei confronti di dirigenti israeliani, tra cui il premier Benjamin Netanyahu, e la lunga ostilità di Washington verso le indagini della Corte sulle operazioni militari statunitensi all’estero. (“Avvenire” – Angela Napoletano)

Mi auguro che questo premio Nobel scuota le coscienze, provochi una coraggiosa presa di distanza dalla vergognosa narrazione bellica che ci viene propinata, induca ad esigere un ritorno al diritto internazionale e alle sue istituzioni, ci incoraggi a sperare che “i superbi siano dispersi nei pensieri del loro cuore, i potenti siano rovesciati dai troni e finalmente siano innalzati gli umili, siano ricolmati di beni gli affamati, i pacifici siano riconosciuti come figli di Dio e i miti possano ricevere in dono la terra”.

In cauda venenum. Non è stata registrata una reazione ufficiale o formale della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni all’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay. Il dibattito e l’ironia politica che collegano la Meloni a questa vicenda nascono invece dalle dichiarazioni della stessa neo-premio Nobel e dai precedenti auspici della Premier italiana.

Subito dopo l’annuncio dell’ottenimento del premio, l’ottantacinquenne giurista ha commentato con ironia e fermezza tirando in ballo Donald Trump: “Se applaudite un po’ più forte, forse dividerò il premio con Trump”. Giorgia Meloni infatti si era unita alla schiera di leader politici che auspicavano e proponevano la candidatura di Donald Trump al Nobel per la Pace, legandola a un eventuale ruolo decisivo del leader statunitense per una risoluzione della guerra in Ucraina.

Non basta essere donna per portare un contributo positivo alla geo-politica, bisognerebbe essere donna di pace.  Navi Pillay la è a tutto tondo, Giorgia Meloni, nonostante le sue furbizie, il suo inossidabile consenso sondaggistico, nonostante il suo sfoggiatissimo guardaroba basato sul “navy blue”, uno dei colori più autorevoli e rassicuranti dell’armadio diplomatico, non la è proprio per niente.

 

 

 

I problemi ci sono, la protesta (ancora) no

Perché in Italia il caro casa non fa rumore. Non protestiamo meno perché il problema economico sia meno grave. I numeri dicono che, rispetto ai salari, il deterioramento è sostanzialmente lo stesso, perfino peggiore. Perché allora in Spagna la questione abitativa porta decine di migliaia di persone nelle piazze e da noi no? Una parte della risposta potrebbe stare nella diversa struttura della proprietà immobiliare e nella maggiore diffusione, in Italia, della casa di proprietà e degli aiuti familiari. Ma forse c’è anche qualcosa di più. Guardiamo alla dinamica. Un aumento del 5% in un anno può apparire un’emergenza. Una perdita di potere d’acquisto che procede lentamente per dieci anni rischia invece di diventare la normalità. Ci abituiamo, a malincuore, ma alla fine ci adattiamo. Si rimanda l’uscita dalla famiglia, si accetta una casa più piccola, ci si sposta più lontano, si chiede aiuto ai genitori, si rinuncia a mettere al mondo un figlio. La rana che nella pentola dove l’acqua si scalda progressivamente alla fine muore bollita. È proprio questo che dovrebbe preoccuparci. Perché non è detto che dove non si protesta tutto vada bene. L’assenza di protesta non è necessariamente un segno che le cose vadano bene. Talvolta indica, al contrario, che ci si è abituati al peggio. La possibilità di esprimere pubblicamente il dissenso resta una buona misura della vitalità di una democrazia. In Spagna il costo della casa è ormai diventato una questione politica nazionale. In Italia continua a essere vissuto soprattutto come un problema privato, da affrontare individualmente o in famiglia. I numeri, però, raccontano un problema che di privato ha ormai ben poco. (“Avvenire” – Vittorio Pelligra)

La protesta scoppiata in Spagna e in Francia, che tende peraltro ad allargarsi socialmente e territorialmente, pone parecchi interrogativi a livello politico-istituzionale.

Innanzitutto rende clamorosamente evidente l’incapacità delle istituzioni democratiche non dico a risolvere ma nemmeno ad ospitarne le rivendicazioni. Successe anche nel sessantotto e si sta ripetendo in modo ancor più inquietante. La sfiducia nelle Istituzioni, dal Parlamento in giù e dai Comuni in su, spinge la popolazione ad andare in piazza guidata purtroppo dall’esasperazione per non avere alcuna probabilità di essere istituzionalmente ascoltata.

Manca però anche la possibilità di essere rappresentati, su obiettivi di equità e progresso, nelle istituzioni attraverso i partiti, in tutt’altre faccende affaccendati, mentre dovrebbero svolgere la funzione di rappresentanza e mediazione, collegando la società civile e i cittadini alle istituzioni dello Stato.

Anche le forze sociali intermedie, i sindacati e le organizzazioni di categoria hanno perso potere di rappresentanza verso i loro potenziali associati e potere di pressione verso la politica in genere: imprigionati da un certo corporativismo e dal relativismo contrattuale.

In conclusione la democrazia è molto debole e tende a spostarsi dai Parlamenti alle manifestazioni popolari e dalle urne alle piazze.

«Il vento della rivolta in Francia premierà i partiti più radicali. Qui la crisi è di sistema» Da una parte, attraverso le proteste, i giovani si stanno politicizzando e potrebbero svolgere dunque un ruolo molto più attivo nella campagna nei prossimi mesi. Ma al contempo, le immagini di violenze spaventano la Francia profonda e ciò favorisce il voto lepenista, associato proprio alle paure e alla richiesta di protezione e di ordine. (“Avvenire” – Daniele Zappalà, Parigi)

I partiti politici, che perdono la corsa, tentano la rincorsa estremizzando la loro natura, strumentalizzando le proteste, cavalcando demagogicamente le piazze: a sinistra si soffia addirittura sul fuoco, rispolverando le ideologie e proponendo demagogicamente facili, globali e tardive ricette; a destra si ricorre ai rigurgiti di corporativismo, ma soprattutto si cavalca la paura delle piazze e degli inevitabili disordini.

Non tutto il male vien per nuocere: le proteste possono indubbiamente servire a mobilitare i cittadini su obiettivi sociali di equità e giustizia e a svegliare e svecchiare la politica. Non so fino a qual punto le manifestazioni di piazza accenderanno fuochi di paglia e la politica divorerà le proteste con qualche pianto coccodrillesco.

Resta piuttosto curioso il gap protestatario esistente fra l’Italia e il resto d’Europa. Potrebbe essere soltanto una questione di tempi: l’onda arriverà con un po’ di ritardo, ma arriverà. La storia insegna che spesso siamo stati i primi nel male e gli ultimi nel bene… Ci dovrebbe aiutare il dato significativo dei manifestanti che fanno giuramento di antifascismo e cantano “Bella ciao”. A mio parere la situazione italiana è peggiore rispetto alle altre società dei Paesi europei e quindi il silenzio delle piazze nostrane non è frutto di benessere, ma semmai di malessere così grave e profondo da togliere ogni velleità di protesta e da sprofondare gli italiani nella rassegnazione.

Nel nostro Paese a fare da detonatore della protesta dovrebbe essere la questione della crisi nella sanità pubblica, con i cittadini meno abbienti che non si possono curare e con gli operatori del pubblico che fuggono nel privato dove riescono a rifugiarsi i benestanti. Non si crea cioè se non la solidarietà nemmeno la sinergia fra i comportamenti degli utenti e degli operatori. Per la trasversalità del problema e l’autentica questione di sopravvivenza per gli interessati non dovrebbe essere difficile la mobilitazione, invece fino ad oggi assistiamo alle stucchevoli lamentazioni della gente ed alla sterile polemica dei partiti.

La paralizzante sfiducia dei cittadini italiani è probabilmente accentuata dalle croniche anomalie della nostra società caratterizzata da burocrazia, corruzione ed evasione fiscale. Paradossalmente questi vizi capitali contribuiscono alla rassegnazione più che alla protesta. Non resta cioè che rifugiarsi nel privato davanti ad un pubblico inefficiente, ingiusto e disonesto.

Ammesso e non concesso che la protesta riesca ad attecchire anche nel nostro Paese, come reagirà la politica? La destra cavalcherà la stabilità e la sicurezza come feticci da sbandierare propagandisticamente in faccia a chi osa lamentarsi. La sinistra resterà probabilmente al palo della propria inconcludenza e delle proprie malefatte a livello centrale e periferico (si pensi alla sanità gestita con estetica burocrazia in Emilia-Romagna), non avendo nemmeno l’abilità di sfruttare demagogicamente la situazione. A maggior ragione è auspicabile un bagno piazzaiolo che riporti un po’ tutti alla realtà, ai propri doveri ed ai propri diritti.

 

 

 

 

Fatta la legge evitiamo l’inganno

I ricorsi contro la legge elettorale sono già pronti. Lo “Stabilicum” (per le opposizioni “Melonellum”) sta per tagliare il traguardo. In circa 30 distretti si lavora già agli atti da presentare nei tribunali, con rilievi su preferenze, firme, equilibrio di genere. Ci sono i tempi tecnici per la pronuncia prima di un voto anticipato: la Consulta dovrebbe esprimersi a febbraio.

La legge elettorale deve ancora tagliare il traguardo e già si guarda oltre. Alla prossima tappa prima dell’applicazione dello Stabilicum che, inevitabilmente, diventa ora quella dei ricorsi alla Consulta per far dichiarare non costituzionale, in parte o in tutto, questa riforma tanto contestata.

Decisiva, a questo punto, diventa anche la tempistica: i giudici della Corte sono abituati a tempi medio-lunghi, eppure gli esperti della materia stavolta prevedono che potrebbe arrivare già a partire dal mese di febbraio l’eventuale pronuncia della Corte sui ricorsi annunciati.

Nel mirino sono in particolare 5 punti: le preferenze “a metà”, l’abnorme numero di firme (450mila) che di fatto blocca l’ingresso in Parlamento di nuovi partiti, il mancato equilibrio di genere, il premio di maggioranza e la creazione di fatto di un unico mega-collegio mondiale per il voto degli italiani all’estero.

L’obiettivo «è che la pronuncia della Corte arrivi nei tempi utili» per le prossime elezioni, anche nel caso in cui queste fossero anticipate alla fine alla primavera del 2027. I tempi tecnici ci sarebbero. A meno di improvvisi intoppi. In questo modo si eviterebbe il potenziale danno maggiore dello Stabilicum: cioè quello che la legge possa fare il suo debutto alle urne prima di essere dichiarata, eventualmente, incostituzionale. Sarebbe una beffa oltre al danno. (“Avvenire” – Eugenio Fatigante)

Se devo essere sincero non sono stato tanto interessato al dibattito parlamentare sulla vergognosa legge elettorale, ma alle speranze che venga dichiarata incostituzionale possibilmente prime della prossima consultazione popolare. Sì, perché ormai la frittata è fatta e l’unica possibilità è quella di buttarla nella pattumiera prima che venga mangiata e provochi una intossicazione elettorale.

Questa nuova porcata legislativa è sintomatica del clima politico vigente nel nostro Paese: non si riesce a prescindere dagli interessi delle botteghe partitiche, le regole democratiche si fanno e disfano a seconda delle convenienze della maggioranza, la volontà popolare viene indebolita e sacrificata opportunisticamente sull’altare del più forte.

L’espressione “San Giovanni fa vedere gli inganni” (più comunemente nota come “San Giovanni non vuole inganni”) è un famoso modo di dire italiano usato per smascherare una furbata, una bugia o una truffa. Spero tanto nella Santa Corte Costituzionale: meno male che esiste!

È una legge che sembra fatta apposta per invitare ulteriormente gli elettori a starsene a casa, un perfetto assist all’astensionismo e alla riduzione della partecipazione democratica a mera delega in bianco.

Le regole del gioco tendono a falsare i risultati del gioco: il come si è proceduto alla loro definizione fa rabbrividire. Il solo fatto che nella votazione di questo provvedimento abbia pesato la questione della fiducia al governo è un controsenso istituzionale, una prevaricazione rispetto al ruolo del Parlamento: si tratta dell’inarrestabile e progressiva mistificazione della volontà popolare.

Non è una legge italiana, ma una legge all’italiana!!!

La meloniana amnesia anterograda

Tre anni fa, il 7 ottobre 2023, gli attacchi terroristici di Hamas massacravano uomini, donne e bambini, aggredivano giovani riuniti per ascoltare musica, strappavano persone innocenti alle loro famiglie per trascinarle nella prigionia. Oggi ricordiamo le vittime di quella barbarie e rinnoviamo la nostra vicinanza ai loro cari, a chi ha subito l’orrore del sequestro e al popolo israeliano”. Lo afferma la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in una nota di Palazzo Chigi. “Il tempo trascorso – aggiunge – non attenua la gravità di quei crimini. Nessuna causa può giustificare il massacro deliberato di innocenti. Ricordarlo significa anche rinnovare l’impegno contro ogni forma di antisemitismo”. 

Nessuna causa può giustificare il massacro deliberato di innocenti: come non essere d’accordo, ma bisognerebbe avere il coraggio di dirlo anche per il massacro vendicativo di Israele contro i palestinesi, così come oltre impegnarsi contro l’antisemitismo, sentimento di odio, ostilità e discriminazione nei confronti delle persone ebree, occorrerebbe combattere  l’antipalestinismo che è una forma di ostilità, pregiudizio o discriminazione diretta contro i palestinesi, la loro cultura, la loro storia e i loro abitanti.

Per fortuna a riequilibrare e a rendere equa la posizione del nostro Paese ci ha pensato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella esprimendo una ben diversa posizione sui drammatici e tragici rapporti fra Israele e la Palestina. Riporto di seguito la sua nobile dichiarazione.

La data odierna segna la tragica ricorrenza dell’ignobile attacco perpetrato da Hamas contro numerosi civili israeliani. Molti giovani, anche di altre nazionalità, vilmente colpiti, tratti in ostaggio o privati della vita mentre si trovavano riuniti per un’occasione di festa. Altri brutalmente uccisi o rapiti nelle loro case, senza nessuna pietà per bambini e anziani. Gli atti di terrorismo non potranno mai essere giustificati né archiviati. Resteranno, per tutti i popoli, un doloroso monito affinché siano per sempre condannate e respinte con fermezza, in Medio Oriente e nel mondo intero, le piaghe barbare e incivili del terrorismo, dell’antisemitismo e di ogni forma di odio su base etnica e religiosa. Gli atti ripugnanti che, con estrema e disumana crudeltà, furono commessi il 7 ottobre 2023 hanno riaperto nella regione una drammatica fase di instabilità e violenze. Alle atroci sofferenze causate si aggiungono quelle che, ancor più da allora, gravano su moltitudini di palestinesi.
Le operazioni militari condotte dalle forze israeliane a Gaza hanno provocato una devastazione umana e materiale di intollerabile gravità. Allo stesso tempo è inaccettabile il processo di erosione di territori attribuiti all’Autorità Nazionale Palestinese.
La spirale di inaudita violenza va fermata, ricreando invece i presupposti, oggi profondamente compromessi, della convivenza tra israeliani e palestinesi nella prospettiva “Due Popoli, Due Stati”, per poter vivere pacificamente, fianco a fianco. In questa circostanza desidero rinnovare la vicinanza della Repubblica Italiana al popolo di Israele, alle famiglie delle vittime e a coloro che portano ancora le ferite di quella terribile giornata, auspicando che si rafforzi la determinazione di tutta la comunità internazionale a costruire condizioni durature perché vi sia pace e sicurezza per quelle terre e quei popoli martoriati.

 

 

Un bel protestar non fu mai scritto

Le proteste dei liceali francesi hanno assunto in pochi giorni una dimensione nazionale. Sono partite il 21 settembre da un liceo nella periferia parigina e hanno rapidamente coinvolto migliaia di istituti. Si è trattato di manifestazioni in larga parte pacifiche, ma in diversi luoghi sono sfociate in episodi di violenza urbana, con scontri, incendi e numerosi arresti. Una protesta può nascere da aspetti concreti e, una volta diventata nazionale, essere attraversata da conflitti politici più ampi. Un malessere diffuso preesistente rende possibile la rapidità della mobilitazione. I social network possono accelerarla, i partiti possono cercare di orientarla, il confronto con le forze dell’ordine può radicalizzarla. Ma questo non cambia e non deve oscurare i motivi da cui parte. La mobilitazione nasce da problemi molto concreti dell’esperienza scolastica: classi troppo numerose, insegnanti mancanti o non sostituiti, orari pesanti, edifici che necessitano di interventi, servizi insufficienti. Dietro queste richieste c’è però una domanda più profonda: poter stare bene nei luoghi nei quali si trascorre una parte decisiva della propria vita, con condizioni adeguate per apprendere e crescere. Per un adolescente, la scuola non è soltanto il luogo nel quale si acquisiscono conoscenze: è una delle principali infrastrutture attraverso cui si accede alla vita adulta. È anche uno degli strumenti fondamentali di riscatto sociale. (“Avvenire” – Alessandro Rosina)

 

La Spagna scende in piazza contro la crisi abitativa. Le chiavi delle case diventano il simbolo della protesta popolare: molti manifestanti le agitano tra le mani. Decine di migliaia di persone hanno manifestato sabato 3 ottobre in tutto il Paese – da Bilbao a Malaga, da Alicante a Palma de Maiorca, fino alle Canarie – per protestare per il diritto alla casa e chiedere uno sciopero generale. Stando al sindacato degli inquilini, nella capitale Madrid hanno manifestato circa 500mila persone, mentre il governo ha stimato una partecipazione di circa 70mila manifestanti. Ci sono stati scontri tra polizia e manifestanti a Valencia: cinque le persone arrestate, nove i poliziotti feriti. Venerdì 2 ottobre il Parlamento spagnolo ha bocciato i due decreti contro la crisi abitativa con cui il governo del primo ministro socialista Pedro Sanchez voleva rafforzare le protezioni per chi vive in affitto e limitare la speculazione immobiliare. I due decreti in questione erano stati inizialmente presentati dal governo per placare le proteste e l’indignazione popolare in tutta la Spagna dopo lo sfratto dalla sua casa di Madrid di una donna di 87 anni, Maricarmen Abascal, ma dovevano ancora essere confermati dal Parlamento. Il giorno dopo il “no” del Parlamento ai decreti del governo Sanchez sono riprese nel Paese le manifestazioni di protesta. (europa.today.it)

 

In questi giorni mi sono chiesto: come mai in Francia e in Spagna si scende in piazza per protestare su temi fondamentali come la scuola e la casa, mentre in Italia tutto tace pur con tutti gli enormi problemi che ha il nostro Paese? Un tempo bastava poco a innescare l’incendio, oggi le scintille non mancano, ma la piazza non si incendia.

Per restare ai motivi delle proteste francesi e spagnole, non è che in Italia la scuola vada bene e l’emergenza casa non riguardi anche gli italiani. Non mi si dica che l’attuale situazione socio-economica italiana è tranquilla e serena, che il governo gode di buona salute e che le opposizioni intercettano il malessere serpeggiante, che in un clima di astensionismo dilagante si aspetta la prossima scadenza elettorale per il redde rationem della politica rispetto ai problemi della gente e che i giovani non soffrono in un Paese che li maltratta in tutti i sensi possibili e immaginabili.

E allora? Posso solo dire che la mancanza di reattività sociale mi preoccupa e potrebbe costituire l’anticamera per l’instaurazione di una sorta di democratura all’italiana Da una parte abbiamo il tentativo di imbavagliare le istituzioni democratiche con una legge elettorale a dir poco schifosa, dall’altra parte le forze politiche (in cerca di estremismo a destra, moderazione a sinistra e onnicomprensivo centrismo di facciata) e sociali ( in cerca della credibilità perduta) che appresentano solo loro stesse, in mezzo la gente che subisce e tace, si pensi alla situazione della sanità pubblica (altro che scintilla!) che dovrebbe scatenare un autentico putiferio di protesta.

Pensate che quello che sta succedendo in Spagna sia replicabile altrove? Sì, si può riprodurre a livello internazionale. Anche se è passato in secondo piano di fronte allo sfratto di Maricarmen e ai decreti, la scorsa settimana a Madrid si è svolto un incontro internazionale per il diritto alla casa. C’erano collettivi anche dall’Italia. Quello che succede in Spagna sta già arrivando in altri Paesi. Si sta sviluppando una bellissima solidarietà internazionalista. Madrid sta facendo da traino e ogni Paese potrà accogliere queste rivendicazioni e adattarle al suo contesto. Tutto è appena iniziato. Non vogliamo che ci siano altre Maricarmen. (“Il Fatto Quotidiano – intervista di Marta Facchini a Miriam Bue, portavoce della Confederación de Sindicatos de Inquilinas)

Non voglio fare del movimentismo a tutti i costi, ma mi auguro che possa andare così: dall’urgenza e impellenza dei problemi concreti da affrontare ed avviare a soluzione possa scaturire una mobilitazione che da una parte smuova le coscienze (dei giovani in particolare) aiutandole ad arrivare anche al fulcro dei problemi, al problema dei problemi, alla causa-effetto dei problemi che è la guerra, invertendo il clima bellico che ci sta divorando, e dall’altra metta in crisi le paludi politiche nazionali ed europee. Sono convinto che non saranno le Schlein, i Conte, i Fratoianni e i Bonelli e tantomeno le Salis, le Picierno, gli Onorato e i Ruffini (chiedo scusa se ne sto dimenticando qualcuno/a…), ma la gente che ha il coraggio di scendere in piazza, ad accendere il fuoco sotto i culi di Giorgia Meloni e, perché no, di Ursula von der Leyen.

 

 

 

 

La sinistra disertrice

“Organizzeremo i disertori”. Il discorso di Virginia Libero, leader dei Giovani Democratici, rimbalza dal palco della Festa dell’Unità ai social e diventa un tema politico. Le posizioni espresse dalla 28enne accendono il dibattito per il messaggio che ruota soprattutto attorno al tema della guerra e della posizione dell’Italia in politica estera. In sostanza, uno degli argomenti centrali per il campo largo che – tra Pd e M5S – cerca una linea comune. “Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori”, dice Libero nell’intervento. “Perché per noi parlare di patria significa ripudiare la guerra, significa dare a tutti un salario dignitoso, garantire cure. Significa che nessuno nel nostro paese deve sentirsi solo, al punto da perdere ogni singola speranza. Per arrivare a tutto questo, ci servono scelte politiche coraggiose da fare. E la sinistra questo coraggio ce lo deve avere. (Redazione Adnkronos)

Era ora! A Virginia Libero va tutta la mia comprensione e solidarietà. Non si lasci condizionare dai moderati del cavolo, dai pragmatici del piffero, dai centristi dei miei stivali, dai correntomani impenitenti che se la vorranno accaparrare e nemmeno dai pacifisti di mero disturbo che la useranno tatticamente per cantare al PD un opportunistico “fatti più in là”. Temo poi che i giovani portatori di sacrosante istanze radicali possano pensare: “Uniti sì, ma contro il PD!”. Virginia Libero si potrebbe cioè trovare schiacciata tra la reazione del suo partito che tenderà a relegarla nell’asilo infantile della politica, quella dei campolarghisti che cercheranno di strumentalizzarla a danno del PD e quella delle giovani generazioni che la riterranno magari una quinta colonna della sinistra invischiata negli equilibri di potere.

È difficile portare avanti battaglie spregiudicate dall’interno del sistema dei partiti. Nella mia militanza politica mi ci sono duramente e ripetutamente impegnato e apparentemente non ce l’ho fatta. Questo non significa che non ci si debba provare, partendo dai grandi valori di cui la pace è sintesi e Virginia Libero lo ha capito perfettamente.

Mi rammarico di essere vecchio per non poter aderire ad azioni impegnative sul campo, anche se il pericolo del giovanilismo è sempre dietro l’angolo. Mi limito a valutare la questione con grande interesse e partecipazione socio-culturale.

Ho trovato i Punti Chiave del Caso esposti su internet, un po’ tropo schematicamente e semplicisticamente (Schlein contro il resto del PD), con particolare riferimento al pensiero critico di Massimo Cacciari, uomo fuori dalla mischia che però ama immischiarsi:

  • Il discorso di Virginia Libero: Dal palco della Festa dell’Unità (Reggio Emilia), la 28enne leader dei Giovani Dem ha espresso posizioni pacifiste contro il coinvolgimento in conflitti armati e l’aumento dei fondi per gli armamenti.
  • Le reazioni nel PD e nei media: L’uscita sui “disertori” ha spaccato il partito tra l’ala vicina a Elly Schlein e i riformisti critici (come Giorgio Gori), suscitando polemiche e ampie discussioni nei talk show.
  • L’analisi di Massimo Cacciari: Il filosofo è intervenuto più volte nel dibattito pubblico e televisivo analizzando la crisi e le divisioni della sinistra, commentando le posizioni sul riarmo europeo e il ruolo dei giovani dem in un contesto di forte polarizzazione mediatica e politica. Ha inserito le tensioni e le uscite della base giovanile e del centrosinistra nella più ampia crisi d’identità e di sintesi della sinistra italiana, spesso incapace di trovare una linea comune e coesa su temi cruciali come la geopolitica e la difesa.

Cacciari, intervistato da Luca Sommi su TV Nove, ha inserito la protesta di Virginia Libero nella necessità di una svolta radicale, fatta di verità e non di propaganda, nella politica di sinistra, che deve smettere di illudersi e illudere con una pura moderazione della destra, vocandosi a sconfitta perenne. Rivolto amichevolmente e incisivamente alla leader dei giovani democratici ha detto: “Sappi che lo Stato, ad un certo punto ti prende e ti manda a morire, quindi a maggior ragione hai ragione di incazzarti: guai a proseguire la politica estera che sta facendo l’Europa, perché ad un certo punto puoi arrivare a quel punto…e non c’è niente da fare e ti mandano a morire…”.

Temo che tutto e tutti rientrino nei ranghi, devitalizzando il dente pacifista su cui batte la lingua giovanile usando l’anestesia delle “armi difensive e democratiche”, sciogliendo inni e canti al dettato costituzionale salvo collocarlo in una sorta di pantheon delle buone intenzioni.

Resta valido comunque quanto affermava saggiamente mio padre. Ogni volta che sentiva notizie sullo scoppio di qualche focolaio di guerra reagiva auspicando una obiezione di coscienza totalizzante: «Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?».