È la voglia di pace, stupidi!

Ecco la cornice in cui si svolge il summit turco: è la cornice della guerra inevitabile, che porta altra guerra e trasforma tutto in opzione bellica. Sennonché nel nostro Paese le conseguenze di questa riorganizzazione all’insegna del “warfare State” sono sempre state smentite con decisione: nessuna modifica in chiave militare, nessun cambiamento, solo un adeguamento ai vincoli imposti da Nato e Ue. È ancora valido questo discorso o dietro alla retorica si stanno profilando scelte di altro tipo? Cosa vuol dire, ad esempio, sostenere che le spese per la difesa sono «il prezzo della libertà», come ha detto recentemente la presidente del Consiglio? Forse si intende che le democrazie occidentali, compresa la nostra, sono sotto schiaffo e che esistono minacce reali alla nostra sovranità. Così si giustificherebbero investimenti in cybersicurezza, in prevenzione di attacchi terroristici, in difesa delle infrastrutture critiche.

Finora si è rimasti sul terreno delle schermaglie, con una triangolazione tra presidenza del Consiglio, ministero della Difesa e dicastero dell’Economia che non ha contribuito a chiarire la situazione, anzi. Sul piatto ci sono decine di miliardi di risorse da mettere nei prossimi anni, che inevitabilmente (nonostante le rassicurazioni di rito) andrebbero sottratte ad altre voci di spesa, più urgenti per il cittadino, dalla sanità all’economia, fino alla scuola. Al netto delle deroghe sul Patto di Stabilità che verranno verosimilmente concesse dall’Europa, è necessario capire che impatto ci sarà sulle nostre scelte di politica industriale e sui bilanci delle famiglie. L’ambiguità strategica mostrata su questo tema ha una ragione, ovviamente: l’opinione pubblica italiana è fortemente contraria al riarmo e a scenari che vedano l’Italia coinvolta in operazioni belliche. Si è capito poco rispetto alle controverse parole del presidente della Nato, Mark Rutte, relative all’uso delle basi logistiche militari del nostro Paese da parte degli Stati Uniti, durante la guerra in Iran. C’è stato o no un coinvolgimento? E di che tipo? Nel frattempo, la campagna “Un’altra difesa è possibile”, proposta dalla Rete italiana pace e disarmo insieme alla Conferenza nazionale enti del servizio civile e Sbilanciamoci! ha raccolto migliaia di firme in pochi giorni per la proposta di legge di iniziativa popolare che chiede l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile non armata e non violenta.
Sullo sfondo c’è anche la riforma dello strumento militare, presentata attraverso due disegni di legge dal governo lo scorso mese di giugno, che porterà a un aumento delle unità operative tra forze armate, sanità militare e carabinieri. Anche questo è un aspetto su cui è necessario almeno aprire un confronto pubblico, per capire quale direzione sta prendendo il Paese. (“Avvenire” – Diego Motta)

I rapporti internazionali sono diventati esclusivo terreno per esercitazioni gossippare. È pur vero che le idee camminano sulle gambe degli uomini e delle donne, ma ormai l’attenzione è rivolta esclusivamente alle gambe dei presunti leader.

Prendiamo la querelle dell’amore litigarello fra Trump e Meloni: non è né bello né interessante, anzi è a dir poco sconfortante. Troppo grandi e inconfessabili gli interessi in gioco, meglio ripiegare sulle schermaglie personali.

Qualcuno mi dirà: è la diplomazia, stupido! Nossignori quella che va continuamente in scena non è diplomazia, ma una commedia al limite della farsa.

Il discorso di fondo è verificare se la guerra debba essere il male minore o il bene maggiore: tutto lascia intendere che si giri attorno all’opzione bellica quale filosofia portante e che ai potenti della terra non resti che il compito di imbellettarla se non addirittura giustificarla.

Fino a qualche tempo fa, quando osservavo gli incontri al vertice con le relative strette di mano, mi illudevo ingenuamente che potessero rappresentare un antidoto seppur debole contro il pericolo della guerra sempre in agguato. Oggi non vedo più alcun salotto diplomatico, ma soltanto una cucina bellica permanente.

La gente non è d’accordo, ma sta a guardare, è anestetizzata, non azzarda proteste di piazza, scuote il capo, ma alza le spalle. Anche questo fa parte della commedia con un pubblico che non applaude, ma assiste passivamente. Almeno così appare…Nelle coscienze non sono in grado di leggere e poi c’è una pubblica opinione che non fa rumore, ma opera sotto traccia. Non resta che sperare…

Se devo essere sincero dei balletti dell’aspirante regina del centro-destra europeo non me ne frega niente, guardo piuttosto alle iniziative della società civile: prima o poi la politica, se vuole riprendere ruolo, dovrà ricominciare di lì, ascoltando parole di pace che salgono dal basso e non solo parole, ma anche fatti per chi li vuol vedere.

 

La Fifa dei servi sciocchi

Sul caso Balogun, vale a dire la decisione della FIFA di sospendere la squalifica dell’attaccante statunitense, consentendogli di giocare gli ottavi di finale, una scelta arrivata dopo che Donald Trump ha rivelato di aver chiesto personalmente a Gianni Infantino di intervenire, Elsa Fornero, partecipando alla trasmissione televisiva “In onda” su La 7, ha commentato così: «Trump è forte anche perché è circondato da servi sciocchi, e Infantino ne è un esempio».

Un mio carissimo amico, affetto da schizofrenia, incontrando un altro comune amico gli confidò la sua situazione psichica. Questi sdrammatizzò con grande intelligenza il problema rispondendo: “Siamo tutti un po’ schizofrenici…”.

Siamo tutti un po’ servi sciocchi di Trump. Non lo è forse Mark Rutte, Segretario generale della Nato? Non lo è forse Giorgia Meloni, che, come spesso succede, è stata retrocessa in serie B nel triste campionato dei leccaculo?

La sudditanza politica nei confronti degli Usa è sempre esistita. A tutto però dovrebbe esserci un limite. Bisognerebbe essere uomini e non sudditi o quanto meno essere sudditi mantenendo un po’ di dignità. La dignità è una gran cosa! Si può essere poveri, ma signori…

Il popolo americano saprà farlo? Se non lo fanno gli americani, sarà difficile che lo facciano gli Infantino e i Rutte di turno…

 

Di vertice in vertice senza alcuna base

Donald Trump torna ad attaccare Giorgia Meloni a colpi di meme: l’ultimo, pubblicato sul social network Truth, mostra la premier italiana in una posa adorante nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca. La scritta a corredo: “Restraining order needed”, ovvero “Urge un ordine restrittivo”, come a rappresentare Meloni nelle vesti di una stalker. Pur esprimendo “sconcerto”, Palazzo Chigi ha scelto di non replicare.

La provocazione di Trump, che di fatto sfiducia Meloni, è arrivata proprio alla vigilia del vertice Nato di Ankara, durante il quale i capi di Stato e di governo dei Paesi aderenti dovranno decidere in che termini far proseguire l’alleanza occidentale.

Da mesi Trump si lamenta dei partner, accusandoli di lassismo e di poca collaborazione sia per quanto riguarda la mancata volontà di partecipare direttamente alle azioni militari, ed anche con riferimento agli stanziamenti economici volti a sostenere la Nato.

Solo pochi giorni prima, da Trump era arrivata un’altra bordata all’Italia e altri Paesi Nato, , accusati di non volersi fare carico delle spese necessarie. In sintesi, sempre via social, Trump aveva ricordato come gli Usa paghino 999 miliardi alla Nato mentre l’Italia solo 48,8.

Nella notte fra il 5 e il 6 luglio è arrivata la replica di Palazzo Chigi. Al netto dello “sconcerto” espresso per l’ennesima provocazione, la premier ha scelto di non rispondere per le rime.

“Non reagiremo a questa provocazione”, è stata la prima reazione a caldo, riportata dal Corriere della Sera. Nella notte il ministro degli Esteri Antonio Tajani e Meloni si sono sentiti per concordare la strategia: ignorare il nuovo attacco trumpiano. Eventuali sviluppi potrebbero giungere successivamente.

Quale sia la strategia di Donald Trump l’ha spiegato Daniele Compatangelo, l’inviato di La7 a Washington, autore della telefonata-scoop nella quale il presidente Usa ha accusato Meloni di elemosinare una foto insieme.

Compatangelo ha spiegato che la strategia trumpiana è tanto semplice quanto brutale: cannoneggiare quotidianamente gli alleati occidentali per costringerli a cedere alla sua volontà, ovvero permettere un maggiore utilizzo delle basi Nato, partecipare in via diretta alle azioni belliche Usa e aumentare la spesa militare.

Trump è rimasto turbato dal “tradimento” di Meloni, che non ha voluto partecipare direttamente alla guerra in Iran. Da allora è in corso una escalation di provocazioni.

Ma è possibile che dietro alla strategia trumpiana ci sia anche dell’altro: nel giro di pochissime ore, l’ultimo meme che riguarda Meloni è stato letteralmente sommerso da una quantità di altri contenuti social, fra i quali almeno una ventina fra pubblicità e contenuti sponsorizzati.

Trump sa che ad ogni meme particolarmente aggressivo segue un picco di traffico su Truth, social network di sua proprietà. Oltre, naturalmente, a un picco di interazioni. Non è escluso che dietro a questi attacchi ci sia anche un interesse puramente economico: la monetizzazione dei clic. (virgilio.it – Mauro Di Gregorio)

Non penso che dietro questi attacchi di Trump a Giorgia Meloni ci sia soltanto una manifestazione di bullismo antifemminista: troppo insistenti e mirati per essere un divertissement internazionale; troppo politicamente contestualizzabili per rientrare nella psicologica sindrome rancorosa del beneficiato; troppo motivati per costituire una mera farsesca vendetta personale.

C’è dell’altro? Probabilmente sì! Azzardo alcune piste ipotetiche: Trump considera l’Italia il ventre molle europeo e quindi sparla alla nuora perché le suocere intendano; Trump vuole costringere, volenti o nolenti, l’Italia e la sua smidollata premier a rientrare pienamente nei ranghi filo-americani e filo-atlantisti; Trump vuole esemplificare cosa possa succedere a chi fa la furba con lui (punirne una per educarne cento…).

Sul piano dell’eco mediatica interna al nostro Paese, il presidente sta facendo un piacere a Giorgia Meloni, offrendole su un piatto d’argento la ghiotta occasione di fare la vittima e quindi di conquistare inopinate simpatie in un momento di grosse difficoltà.  Ma quanto potrà durare?

Se lo scontro dovesse comportare l’isolamento italiano con tanto di conclamato fallimento della politica meloniana, fatta di atlantismo spinto e di europeismo di maniera, con tutte le conseguenze socio-economiche del caso, la simpatia non tarderebbe a diventare insofferenza e fastidio.

Agli amici d’oltreoceano non piace la subdola e strumentale arrendevolezza, ai partner europei non piace la fregoliana e marionettistica partecipazione alla già debole unità. Alla fine dell’opera Giorgia Meloni chiederà allo specchio delle sue brame chi sia la più bella del reame e ascolterà risposte a base di pernacchie trumpiane e di risatine franco-tedesche.  Non le rimarrà che spillare qualche indispensabile ma non sufficiente voto a Roberto Vannacci, che magari nel frattempo sarà diventato la nuova quinta colonna trumpiana in Europa e la vera spina politica nel fianco delle istituzioni europee. Vale più la sincera follia vannacciana della insopportabile ragionevolezza meloniana.

Se devo essere proprio sincero, non mi scandalizzo, come finge di fare Carlo Calenda in cerca di un piatto elettorale di lenticchie, ma penso che tutto il mal trumpiano non venga per nuocere alla benefica caduta del tavolino del centro-destra a cui, nonostante la studiata nonchalance, verrebbe a mancare una gamba portante.

 

Armiamoci e…facciamo guerra ai poveri

«La corsa agli armamenti non se oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti» (papa Francesco nella sua Esortazione “Evangelii Gaudium) risolve né risolverà mai. Essa serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come

Fi fa un gran parlare, in sede politica nazionale ed internazionale, dell’impegno a portare la spesa militare italiana al 5% del PIL, che comporterebbe un esborso aggiuntivo stimato fino a 400-700 miliardi di euro in dieci anni. Questo obiettivo è stato discusso in ambito NATO, sollevando accesi dibattiti politici e preoccupazioni per possibili tagli a sanità, scuola e pensioni.

Raggiungere la soglia del 5% del PIL si traduce in decine di miliardi di euro aggiuntivi ogni anno per la difesa. Di questi, circa il 3,5% sarebbe destinato all’acquisto di armamenti e mezzi, mentre la quota restante coprirebbe infrastrutture e altri asset.

Le principali associazioni pacifiste, tra cui la Rete Pace e Disarmo, e diverse forze politiche hanno espresso netta contrarietà. Il timore è che cifre così imponenti possano sottrarre risorse cruciali al welfare, ai servizi sociali e alla transizione ecologica.

Le forze politiche che appoggiano il governo di centro-destra, ma purtroppo anche quelle di opposizione, non hanno il coraggio di affrontare il problema di petto, ma ci girano attorno, affrontandone solo gli aspetti finanziari.

Faccio un banale esempio per rendere l’idea. In una famiglia si decide di investire grandi risorse per dotare la propria abitazione di strutture atte a trasformarla in un vero e proprio impenetrabile bunker: come trovare queste risorse? Non esiste alternativa: o si rinuncia a questi velleitari progetti faraonici o si prevede di abbassare il livello di vita famigliare rinunciando a spese non solo voluttuarie ma anche necessarie. Il pierino di turno pensa di risolvere il problema andando a prestito da amici, conoscenti e soggetti terzi e diluendo le spese in più anni, dimenticando che i prestiti vanno rimborsati e su di essi si pagano gli interessi.

L’Italia, in un vergognoso rimpallo di responsabilità fra governo e parlamento, si sta comportando più o meno così: spera nella buona stella di entrate fiscali in aumento, che la UE dia il permesso di sforare i bilanci e offra fondi a buone condizioni, che la Nato si accontenti di un piano pluriennale di spese militari.

E i sacrifici? Di quelli parleremo prossimamente, possibilmente dopo le elezioni politiche. Adesso preoccupiamoci di ripristinare a suon di impegni militari il filo con l’amministrazione Trump (qualche scambio di carinerie al vertice), poi strapperemo qualche concessione alla Ue (confidando che se Roma piange, Bonn, Parigi, etc. non ridono), poi qualcuno pagherà…

Quindi Chi Paga il Conto Finale? La risposta è chiara: i cittadini italiani ed i pensionati.

Non si tratta solo di nuove tasse dirette, ma di un trasferimento implicito di risorse dai servizi essenziali che garantiscono il benessere e il futuro della collettività verso il settore della difesa.

Le famiglie si troveranno a fronteggiare: meno servizi pubblici, una sanità più debole, scuole meno attrezzate e un sistema pensionistico insufficiente.

Avremmo una maggiore pressione fiscale: Diretta (se si aumentano le tasse) o indiretta (se i servizi peggiorano e si è costretti a ricorrere al privato).

Un aumento delle disuguaglianze crescenti. Chi può permettersi di integrare i servizi pubblici con quelli privati sarà avvantaggiato, mentre le fasce più deboli della popolazione saranno penalizzate.

La stessa agenzia S&P ha lanciato l’allarme, avvertendo che un fragoroso aumento della spesa militare in Europa rischia un “boomerang politico” se i governi non sapranno mediare tra sicurezza e coesione sociale.

Un mancato consenso popolare e i tagli a sanità, istruzione e welfare possono aprire spazi per l’ascesa di populismi e malcontento. Il rischio è che l’Italia, e l’Europa in generale, sacrifichino il futuro del proprio welfare per una corsa agli armamenti che, secondo molti, lungi dall’avvicinare automaticamente la pace e la sicurezza, rischia di avere effetti ben diversi da quelli presentati.

Un riarmo massiccio da parte di un paese può essere percepito come una minaccia da altri Stati, innescando una corsa agli armamenti e aumentando la probabilità di conflitti, anziché dissuaderli. La “sicurezza” intesa solo come capacità militare può portare a una percezione di insicurezza reciproca.

Un’enorme spesa militare favorisce l’industria della difesa e i suoi lobbisti, che potrebbero avere un’influenza sproporzionata sulle decisioni politiche, orientando le scelte verso ulteriori investimenti in armamenti, anche quando non strettamente necessari per la sicurezza.

Porterebbe il Paese ad una percezione di “Stato di guerra” anziché “Stato sociale”: Spostare una quota così ampia del PIL verso la difesa può alterare la percezione delle priorità nazionali, suggerendo una mentalità orientata al conflitto anziché al progresso civile e alla cooperazione internazionale.

La vera sicurezza include non solo la difesa militare, ma anche la sicurezza economica, alimentare, sanitaria, climatica e sociale. Un focus eccessivo sulla spesa militare può portare a trascurare queste dimensioni fondamentali della sicurezza, rendendo la società più vulnerabile

Un aumento così marcato può veicolare l’idea che i problemi complessi abbiano soluzioni militari, sottovalutando l’importanza della diplomazia, della prevenzione dei conflitti, dello sviluppo e della cooperazione multilaterale come strumenti per la pace e la stabilità.

In sintesi, la decisione di aumentare la spesa militare al 5% del PIL, viene presentata come una necessità geopolitica di sicurezza, in realtà implicherebbe un profondo riordino delle priorità nazionali. Senza una crescita economica straordinaria e sostenuta, il finanziamento di tali ambizioni militari ricadrebbe in modo significativo sulle spalle dei cittadini, riducendo la qualità e la disponibilità di servizi pubblici fondamentali e mettendo a rischio il modello di stato sociale costruito nel dopoguerra. (Ferdinando Colleoni, Segretario Spi Cgil di Mantova)

Possibile che la sinistra, a livello italiano ed europeo non riesca a interpretare e rappresentare una valida alternativa al bellicismo imperante, alla narrazione politica fuorviante, al destino egoistico e guerrafondaio che ci attanaglia?

La riscossa della sinistra deve necessariamente partire dalla contestazione della difesa comune intesa come riarmo, dell’assetto europeo e atlantico visto come variabile indipendente dalla politica, della democrazia vissuta come incidentale orpello alla globalizzazione della guerra.

«Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune». (papa Leone XIV) 

La commissione di vigilanza sulla spazzatura Rai

Per verificare lo stato di salute della Rai basta accendere il televisore per venire automaticamente sballottati fra spazzatura culturale e propaganda politica. Lo stallo emergente dalla Commissione di Vigilanza, impantanata nel mancato assenso alla nomina del presidente proposto dalla Rai stessa, non ne è che la riprova.

Esistono due punti di riferimento per uscirne. Da una parte il regolamento Ue, l’European media freedom act, in vigore già da un anno, che non è una direttiva e quindi non ha bisogno di essere recepita per via parlamentare ed è fondato su quattro semplici pilastri: indipendenza dal potere politico, procedure di nomina dei vertici trasparenti e aperte, finanziamenti stabili e prevedibili, rispetto dell’indipendenza editoriale e del pluralismo.

Dall’altra parte la legge, che impone una maggioranza di due terzi per la ratifica del presidente Rai designato dai consiglieri, ma senza che il quorum scenda nel caso di più fumate nere: una sorta di strettoia, che dovrebbe garantire un minimo di imparzialità.

In mezzo la polemica politica: il centrosinistra che accusa la maggioranza di voler usare la Rai come arma elettorale e il centrodestra che insiste sul discorso dell’egemonia culturale della sinistra che non vuole accettare la fine del monopolio avuto finora.

Credo che la Rai stia toccando il fondo. La sua storia è fatta indubbiamente di speculazione politica, ma la sua attuale realtà di informazione è fatta di mera passerella partitica, tanto per nascondere formalmente la cassa di risonanza coordinata e continuativa del governo. In materia di obiettività nell’informazione la Rai è addirittura peggio di Mediaset (è tutto dire…).

Quanto all’egemonia culturale, magari esistesse quella di sinistra, invece sguazziamo nella spazzatura culturale bipartisan per la quale la Rai non è seconda a Mediaset (ed anche qui è tutto dire…).

Certo non sarebbe un presidente nominato in stile consociativo a cambiare l’andazzo, ma servirebbe almeno a salvare la faccia anche in vista della ormai strisciante competizione elettorale.

Quanto alla direttiva europea di cui sopra, penso che purtroppo avrà l’effetto di una grida manzoniana. E poi, come si permette la Ue di darci una lezione? Noi i panni sporchi televisivi e radiofonici siamo capaci di lavarceli in casa o meglio siamo capaci di conviverci e di ridurre il gioco democratico a competizione sportiva in cui si nuota nello “sporco”.

 

Conte non vuol pagare la mossa delle dimissioni

Per Giuseppe Conte, la direzione che ha preso la commissione d’indagine sul Covid ha più a che fare con le elezioni del 2027 che con l’accertamento di quanto accaduto. Perciò ieri l’ex premier ha inviato una lettera ai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, in cui chiede di essere sentito dall’organismo presieduto dal meloniano Marco Lisei. Il leader del M5s è pronto anche a dimettersi dalla Commissione, di cui è membro, con la garanzia però di essere reintegrato una volta resa la sua testimonianza. Conte infatti vuole partecipare attivamente alla relazione di minoranza della commissione, convinto ormai che la relazione di maggioranza rappresenterà un atto d’accusa a fini elettorali. «Non posso rimanere oltre ostaggio di una campagna denigratoria che, prima ancora che indirizzata a colpire la mia persona e il mio operato, svilisce le istituzioni parlamentari piegandole agli interessi di parte di coloro che, già durante l’emergenza pandemica, hanno dimostrato di avere a cuore la più becera e sterile propaganda piuttosto che l’interesse degli italiani», scrive Conte nella lettera a Fontana e La Russa. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Mi dispiace ma non esistono le dimissioni a termine, non è possibile dimettersi solo un pochettino, non si può fare un uso distorto delle dimissioni per rispondere magari ad un uso strumentale delle indagini. I casi sono due: o Giuseppe Conte ritiene che non esistano motivi seri alla base della discussione sul suo comportamento di Capo del Governo ai tempi del Covid e allora rimanga al suo posto all’interno della Commissione parlamentare d’indagine, oppure ritiene opportuno poter rispondere personalmente del suo operato all’interno della Commissione stessa e allora si dimetta punto e stop.

Quando è il momento bisogna saper fare un passo indietro, non fare sostanzialmente finta di dimettersi per poi tornare al proprio posto dopo avere testimoniato da indagato. Non è giustificabile un balletto pseudo-dimissionario per salvare la capra della propria onorabilità personale e i cavoli della partecipazione alla querelle politica.

Giuseppe Conte non ne sta uscendo bene anche perché non è ammesso tergiversare oltre tutto per chi proviene, bene o male, dalla storia di un movimento che ha fatto della correttezza politica un punto irrinunciabile: le accuse contro di lui non mi sembrano risibili, anche se risentono sicuramente del clima elettorale e sono di conseguenza strumentalizzate, ma, quando in molti spingono per abbattere la porta e andare a vedere cosa c’è al di là, l’unica giusta e opportuna mossa è quella di aprire improvvisamente la porta stessa per far cadere malamente i curiosi, lasciandoli magari con un palmo di naso.

Il mio non è un discorso di merito, ma di procedura e soprattutto di stile; dimettersi non è un’ammissione di colpa, ma un gesto di trasparenza riguardo ai fatti, di deferenza rispetto alla verità e di ossequio al mai troppo ricordato imperativo costituzionale “i cittadini che ricevono funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.

Il niente teologico e pastorale piegato in carta pseudo-liturgica

La Fraternità, fondata da monsignor Marcel Lefebvre nel 1970, contesta da sempre l’impianto teologico e pastorale del Concilio Vaticano II, in particolare il dialogo ecumenico e interreligioso, la libertà religiosa e la riforma liturgica. Da parte sua, la Santa Sede, pur mantenendo negli anni diversi tentativi di dialogo, ha sempre indicato nella comunione con il successore di Pietro il criterio decisivo per ogni possibile piena riconciliazione. Ma ciò che davvero crea un solco difficilmente sanabile, in realtà, è la visione ecclesiologica lefebvriana, da cui deriva un approccio al mondo di sostanziale contrapposizione: è emerso chiaramente nell’omelia di oggi, nella quale Pagliarani ha usato l’immagine del leone che non arretra, che non si piega agli inganni del mondo, e della spada, per descrivere il tipo di atteggiamento che i nuovi vescovi dovranno avere nel loro ministero. Parole forti, contenute anche nella recente “Professione di fede cattolica” pubblicata dalla Fraternità. «I vostri nemici non vi affronteranno frontalmente», ha avvisato il superiore, che poi ha deprecato la visione, oggi troppo diffusa a suo parere, della “perfezione dell’uomo”, di questo “uomo magnifico”, una visione che genera un pericoloso antropocentrismo e porta a negare Dio. Un approccio agli antipodi rispetto a quello del Vaticano II, che non nega la centralità e la verità di Cristo, fondamento della vita della Chiesa, ma che cerca i segni della presenza di Dio ovunque essi si manifestino anche al di là dei confini visibili della comunità dei credenti.

Tornando all’ordinazione di stamattina, il precedente più diretto resta quello del 1988. Allora Lefebvre consacrò quattro vescovi senza il mandato di Giovanni Paolo II, provocando la dichiarazione della scomunica per lui, per il vescovo co-consacrante Antônio de Castro Mayer e per i quattro nuovi vescovi. Nel 2009 Benedetto XVI revocò la scomunica ai vescovi ancora in vita, in un gesto pensato per favorire il cammino verso la piena comunione, ma senza sanare automaticamente la posizione canonica della Fraternità. Ora, con la consacrazione dei quattro nuovi vescovi, la distanza torna ad allargarsi. La Santa Sede non ha ancora pubblicato un eventuale atto formale successivo alla celebrazione, ma il quadro canonico era stato definito in anticipo dal Dicastero per la dottrina della fede e ribadito dal Papa nel suo appello finale. Resta sullo sfondo la preoccupazione per i fedeli legati alla Fraternità, ai quali Leone XIV ha rivolto parole di riconoscimento per l’attaccamento alla vita liturgica e alla formazione sacerdotale, ma anche un monito chiaro: nessuna difesa della Tradizione può giustificare la rottura della comunione. (“Avvenire” – Matteo Liut)

Più il tempo passa e più devo ammettere di non aver capito i veri motivi di questa pantomima scismatica: le motivazioni addotte mi sembrano infatti inconsistenti e pretestuose. A Marcel Lefebvre e soci passati e presenti si è data e si sta dando troppa importanza. Tuttalpiù ci si dovrebbe chiedere il perché 720 sacerdoti, circa 700 chiese, e quasi mezzo milione di fedeli in tutto il mondo aderiscano a questo delirante movimento. Reazione a troppo modernismo? Semmai cattiva abitudine a troppa dottrina e poco Vangelo!

Nel libro degli Atti degli Apostoli, Gamaliele, autorevole maestro ebreo del I secolo appartenente alla corrente dei farisei, noto dottore della Legge e membro del Sinedrio, pronuncia un saggio discorso per fermare l’esecuzione di Pietro e degli altri apostoli arrestati. Suggerisce di lasciarli andare, argomentando che se la loro predicazione fosse stata solo un’opera umana si sarebbe dissolta da sola, mentre se proveniva da Dio, opporvisi sarebbe stato inutile e pericoloso. Il suo consiglio convinse il Sinedrio a liberarli (Atti 5,34-39).

Mi sembra l’atteggiamento giusto da adottare nei confronti del lefebvriani: se saran rose fioriranno…Lasciamo perdere scomuniche e robe del genere, perché in un certo senso significa mettersi sullo stesso piano, vittimizzare gli esponenti di questa Fraternità, che oserei definire teologicamente inesistente, pastoralmente negativa e forzatamente motivata dal rispetto rigoroso della Tradizione.

Per Papa Francesco la Tradizione era un elemento vitale e in continua evoluzione, non un pezzo da museo. Il Pontefice la definiva come la “garanzia del futuro”, opponendosi fermamente all’indietrismo – ovvero il rifugiarsi passivamente nel passato – e promuovendo invece una fedeltà creativa al Vangelo.

Alla nascita del movimento tradizionalista ricordo di averlo bollato immediatamente parafrasando uno slogan pubblicitario: “quel pizzico di fascismo in più…”. Ero in cerca di motivazioni da affibbiare a quella ondata reazionaria. La trovai subito e un po’ maliziosamente nell’acquiescenza religiosa alla politica, nel legare l’asino sacro al padrone profano. Mi accorgo, come di seguito, di essere in buona compagnia critica.

Le chiarificazioni dottrinali apportate nei dialoghi intercorsi sono state considerate nulle o insufficienti. Non è però questa la motivazione plausibile dello scisma: com’è sempre avvenuto nella storia della Chiesa le divisioni riflettono ambizioni personali, non prive di presunzione e arroganza, e hanno per lo più un carattere politico e non religioso. Porto a riprova di questo una testimonianza diretta, risalente ad alcuni anni fa: ero a Parigi per un soggiorno di studi e di ricerca, e mi ero recato una domenica, dopo aver celebrato l’eucaristia con la comunità religiosa che mi ospitava, alla Chiesa di Saint Nicolas du Chardonnet per rendermi conto di persona della liturgia là celebrata dai tradizionalisti legati a Lefebvre. La celebrazione si svolgeva in latino e tanti erano i presenti, specialmente giovani. Il Vangelo fu letto in francese e l’omelia tenuta in quella lingua. Il passo evangelico riportava le parole di Gesù: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 33).  La riflessione proposta dal celebrante fu questa: «Cercare la giustizia significa dare a ciascuno il suo, cioè rispettare l’ordine costituito. Chi rispetta l’ordine costituito e mantiene lo status quo consegnatoci dalla Tradizione riceverà in aggiunta tutti i doni del Signore». La conclusione fu accolta da un generale silenzio-assenso e la celebrazione proseguì come se fosse stata riaffermata la verità più evidente del mondo. Mi fu chiaro, allora, come alla base del movimento tradizionalista vi fosse una motivazione politica, più che religiosa o spirituale. (“Avvenire” – Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto)

La netta rinnovata contrapposizione di questi ansiosi aspiranti scismatici rispetto all’azione del papato, ad esempio, può essere messa provocatoriamente in connessione con il recente dibattito culturale e politico seguito alla proposta della rivista “L’Espresso” di candidare papa Leone al Premio Nobel per la Pace. Luciana Castellina, storica dirigente della sinistra italiana, ha espresso il proprio sostegno a questa candidatura. In un contesto in cui la politica internazionale è segnata da forti tensioni, la Castellina ha difeso l’idea, sottolineando come un’onorificenza papale per la pace avrebbe senso. Chi sta dalla parte dei poveri e delle vittime della guerra, c’è poco da fare, non piace a un certo cattolicesimo “di merda”, si chiami Trump, Vance, Lefebvre o Vattelapesca.

La messa in latino? Ma fatemi piacere…è una scusa bella e buona… E se la celebrino e se la cantino! Non perdiamo tempo con le cazzate lefebvriane. Il Vangelo è una cosa troppo seria per essere discussa con questi ridicoli ma purtroppo iconici scismatici. Ma per carità niente scomuniche, niente cazzate di ritorno. Anche perché, se ci mettiamo su questo piano, non ne usciamo vivi. E poi che la diatriba con i lefebvriani non diventi un modo per distrarre la Chiesa cattolica dai veri problemi in cui deve essere immersa; potrebbe finire col provocare paradossalmente un moto istintivo di simpatia per la Fraternità Sacerdotale San Pio X.

La mondiale rivierizzazione trumpiana

Gli uomini all’Avana di Trump e la dittatura della Coca Cola: tutti i piani Usa per “Riviera Cuba”. La cooperazione non sembra, però, sufficiente per Washington. Quale contropartita può davvero offrire l’isola prima delle riserve petrolifere da record del Venezuela? L’oro di Cuba, in realtà, è sé stessa. La sua bellezza e prossimità alle coste statunitensi la rendono «una meta chiave per i turisti Usa. Molte aziende sarebbero interessate a investire in un business che si profila multimilionario in caso di distensione», sottolinea Torres. Vi è, poi, l’enorme potenziale immobiliare dell’isola. «Il recupero dei palazzi storici, delle infrastrutture, della rete di telecomunicazione offre opportunità di affari interessanti», precisa l’economista. “Riviera Cuba” è un bottino ghiotto a cui Trump si interessa – senza successo – da molto prima di essere eletto. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Dopo i pazzeschi progetti rivieraschi su Gaza, eccoci a Cuba in una sorta di rivierizzazione trumpiana del mondo intero. La logica è questa, anche i recenti colloqui in Cina confermano una strategia americana volta alla giubilazione dell’occidente democratico trasformato in occidente vacanziero. Ognuno si faccia i cavoli suoi, salvo non disturbare la colonizzazione-villeggiatura da parte degli Usa. La politica internazionale ridotta ad affarismo turistico-alberghiero.

L’Europa si tolga dalla testa di essere difesa dagli Usa, si arrangi in proprio. Persino Taiwan deve sapersi regolare: il capo della Casa Bianca l’ha messa in guardia esplicitamente da qualsiasi mossa indipendentista.

 «Potrei farlo. Potrei non farlo». Donald Trump lascia Pechino alimentando il timore che molti a Washington e a Taipei avevano alla vigilia del vertice con Xi Jinping: che Taiwan possa essere entrata nel grande negoziato tra Stati Uniti e Cina. Il presidente americano, parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One durante il rientro, ha evitato di offrire rassicurazioni sulla linea americana verso l’isola autogovernata, il dossier più esplosivo del confronto con Pechino. Alla domanda se gli Stati Uniti interverrebbero in caso di attacco cinese, Trump è rimasto vago: «Non voglio dirlo. Non lo dirò».  Poi ha aggiunto un dettaglio eloquente: «Xi mi ha fatto la stessa domanda». La risposta? «Non parlo di queste cose». Formalmente, Washington non ha cambiato posizione: non promette esplicitamente la difesa militare di Taiwan, senza però escluderla, per scoraggiare Pechino da un’aggressione. (“Avvenire” – Elena Molinari)

Laddove ci puzza di bruciato, l’idea è quella di sbaraccare i residenti coi loro problemi per farne stati vassalli tenuti a versare tributi in terre ricche di risorse naturali e minerali. Le guerre servono ad aprire un varco ai trattati di pace consistenti nella pacifica (?) colonizzazione del tempo liberato.

La geopolitica risulta totalmente spiazzata, costretta a riciclarsi in svagopolitica. Imperversa la demenza artificiale di Trump. Lo staff che cura la comunicazione del tycoon inciampa (volutamente) nell’immaginario pop. In un post pubblicato a marzo, sono stati mescolati filmati degli attacchi militari statunitensi contro l’Iran con clip tratte da film e serie TV famosi, nonché dal manga e dall’anime “Yu-Gi-Oh!”. Nello stesso mese, un altro post sui social media della Casa Bianca imitava lo stile grafico del gioco Pokémon Pokopia insieme alla frase “Make America Great Again”. Anche Pokémon Company International ha rilasciato una dichiarazione critica sui contenuti del post. (“Avvenire” – Luca Miele)

Giorgia Meloni dovrà andare a Canossa e, come ha opportunamente osservato il deputato del M5S, Francesco Silvestri, indossare le ginocchiere per genuflettersi più comodamente e, per fare pace con Trump, dovrà fingere di essere divertita della sua svagopolitica e magari mettergli a disposizione la Calabria in cambio del mantenimento delle truppe americane sul suolo italiano. Alcuni decenni fa la Calabria venne considerata terra di conquista lombarda a livello turistico: poi i milanesi si stancarono delle bellezze naturali associate ad imbarazzanti disfunzioni pubbliche e private. La mafia difese la Calabria e addirittura si spostò al nord come atto di ritorsione.

Gli americani dopo la liberazione fecero patti segreti con la mafia: forse che oggi ritorneranno ad incassare il pizzo turistico rovesciato? Forse che la politica internazionale sta diventando una mafia rivierasca globalizzata, concordata fra mafiosi più o meno patentati a livello di cupola Usa-Russia-Cina-Israele? Sto lavorando di fantasia a livello formale, ma sto analizzando la realtà a livello sostanziale.

Il grande Domenico Modugno piangendo al telefono ci chiederà: “L’estate andate a villeggiare all’hotel riviera, vi piace il mare?” E noi cosa risponderemo? “Oh sì tanto, lo sai che sappiamo nuotare? ma dicci come fai a conoscere l’hotel riviera, ci sei stato anche tu?”.

Un comunismo alla Graz mi starebbe benissimo

Forse in molte parti d’Europa è relegato negli archivi della storia. A Graz, trecentomila abitanti, seconda città della ricca Austria, è il numero uno con il 35,63% dei voti. Parliamo del Partito comunista austriaco (Kpö), vincitore delle comunali con la sindaca Elke Kahr (già eletta nel 2021) e questo in un Paese in cui l’avanzata dell’estrema destra dei liberalnazionali (Fpö) sembra irrefrenabile: 37,2% in un sondaggio pubblicato dall’agenzia stampa Apa lo scorso 18 giugno. Ironicamente, il land di cui Graz è capoluogo, la Stiria, è guidato da un governatore liberalnazionale, Mario Kunasek.

Il segreto di questo incredibile successo è semplicemente uno: la stessa Elke Kahr, amatissima in città anche da chi non la vota. Perché questa donna di 64 anni, entrata nella Kpö nel lontano 1983, a 21 anni, si è rivelata la sindaca “della gente”. La sua porta è sempre aperta, il suo numero di cellulare è sui manifesti, chiunque può chiamarla, chiunque può ottenere un appuntamento per parlare dei propri problemi. «Per me – ha detto in un’intervista al quotidiano di Vienna Der Standard – è importantissimo il rapporto diretto con la gente. Incontro tutti che sia un grande industriale e un’anziana che non riesce più a salire in casa perché l’ascensore è rotto». Due terzi del suo stipendio (si tiene in tutto 2.300 euro netti al mese) li versa in un fondo sociale Kpö. In vent’anni, dice, ci ha versato 1,3 milioni di euro. Un fondo per aiutare chi non ha soldi per saldare una bolletta, riparare una lavatrice, pagare un affitto. 

Kahr ha congelato le imposte per l’immondizia, attuato sconti per l’accesso alle piscine comunali delle famiglie, risanato o costruite ex novo case popolari con affitti agevolati, creato una grande cucina comunale che distribuisce 15.000 pasti ad asili, scuole, case per anziani. Una parte dei fondi li ha reperiti tagliando sovvenzioni ai partiti politici. Certo, non basta, la città ha accumulato debiti per due miliardi di euro. «Ma 1,6 miliardi di euro li abbiamo ereditati» ha detto alla Zib, il telegiornale della tv pubblica Orf dopo il voto. Del resto, ha aggiunto, «spese erano necessarie, per l’edilizia popolare e per l’infrastruttura pubblica. Sono priorità che resteranno». «La nostra visione – aveva già detto a Der Standard –  è che occorre far crescere il bene comune e i servizi pubblici d’interesse generale. E questo, certo, costa soldi, ma non possiamo cedere». E il comunismo? «Il nostro obiettivo – dice ancora nell’intervista – è una società che chiamiamo socialista da costruire dal basso con la democrazia». (“Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

Populismo? Forse sì, forse no. Se proprio vogliamo metterla su questo piano, dirò che al populismo di Roberto Vannacci preferisco di gran lunga quello di Elke Kahr. Perché? Nello stile della sindaca di Graz trovo una bella provocazione alla sinistra a livello politico ed amministrativo.

Come vorrei essere amministrato da una persona così! In essa ritrovo alcuni tratti del caro ed indimenticabile amico Mario Tommasini: se serve sfondare i bilanci, bisogna farlo senza paura…

Come vorrei avere un leader di sinistra con il coraggio di dire e fare cose di sinistra, semplici ma significative, non perfette ed esaurienti ma emblematiche, non ideologiche ma ideali, non teoriche ma concrete.

L’assessore comunale di Roma Alessandro Onorato (avete notato come è “figo” …), anziché rompere le balle alla sinistra con fantomatiche ricette centriste, prima di presentare il compito in classe sul riformismo, si eserciti nei compiti a casa o per meglio dire nelle case di chi ha i veri problemi.

La sindaca di Genova Silvia Salis (avete notato come è “figa” …), anziché sfogliare la margherita per decidere se scalare il centro o addirittura il centro-sinistra, dia prova di concreta attenzione ai problemi della gente sfigata più che agli equilibrismi di vertice.

La segretaria Elly Schlein, anziché salire sul relativo carro dei gay-pride, salga su quello assoluto dei poveri (dove ci sta il più ci sta anche il meno) in attesa di chi sappia unirli ed aiutarli.

Siamo arrivati ad un punto talmente critico per la politica da non riuscire a distinguere fra destra e sinistra, fra individualismo e solidarismo, fra demagogia e democrazia, fra populismo e popolarismo, fra conservatorismo e riformismo: i dibattiti al riguardo lasciano il tempo che trovano, le sottigliezze danno ai nervi. Andiamo al sodo. In fin dei conti Graz non è sulla Luna comunista né su Marte liberista, è vicino alla gente piena di problemi, che è stanca di chiacchiere e desidera patti chiari per costruire amicizie lunghe.

 

La dottrina palliativa e l’accanimento pseudo-evangelico

Il capitolo antropologico del discorso del Papa ai diplomatici non finisce qui, perché dopo la vita nascente il Santo Padre si è dedicato alla questione sempre più dibattuta nelle assemblee parlamentari di mezzo mondo (Italia inclusa) delle scelte di fine vita. Alla questione delle «persone anziane e sole, che talvolta faticano a trovare una ragione per continuare a vivere» Leone ha infatti esteso le «considerazioni» espresse sulla vita concepita, specificando che «è compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia». Parole che ricordano quelle della nota con la quale la Conferenza episcopale italiana nel febbraio 2025 intervenne nel dibattito sul cantiere di una nuova legge auspicando «interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza». I vescovi italiani sottolinearono in particolare che «la legge sulle cure palliative non ha trovato ancora completa attuazione: queste devono essere garantite a tutti, in modo efficace e uniforme in ogni Regione, perché rappresentano un modo concreto per alleviare la sofferenza e per assicurare dignità fino alla fine, oltre che un’espressione alta di amore per il prossimo». «Sulla vita – concluse la Cei – non ci possono essere polarizzazioni o giochi al ribasso. La dignità non finisce con la malattia o quando viene meno l’efficienza. Non si tratta di accanimento, ma di non smarrire l’umanità». “Avvenire” – Francesco Ognibene)

Ritengo giusta e doverosa l’insistenza con cui la Chiesa batte il chiodo sulla necessità di alleviare le sofferenze delle persone, facendo riferimento anche e soprattutto alle cure palliative per coloro che non hanno alcuna prospettiva di guarigione. Però non può essere questa l’unica strada possibile per accompagnare i soggetti disperati nella fase finale della loro vita.

Riguardo ai malati terminali don Andrea Gallo diceva: «Sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa».

Penso che non ci si debba imprigionare in una assurda posizione dogmaticamente intransigente: se una persona non se la sente più di vivere la sua sofferenza, diamole pure tutta la solidarietà possibile, forniamole le cure che gliela possano alleviare, stiamole vicino in tutto e per tutto, ma, se proprio non se la sente più di proseguire il cammino, perché non aiutarla a chiuderlo in modo assistito e dignitoso, senza traumi e discussioni inutili.

I principi sono fatti per l’uomo e non l’uomo per i principi. Le cure palliative non sono l’unica risposta possibile e plausibile: pratichiamole ma non facciamone un totem, vale a dire un simbolo sacro e una risposta unica e assoluta. Temo che mettendosi su questa strada la Chiesa finisca col somministrare una dottrina palliativa, forzando ed esasperando il discorso del rispetto per la vita, con l’aggiungere all’inaccettabile accanimento terapeutico il pesante fardello dell’accanimento pseudo-evangelico.

«Tre anni or sono moriva Carlo Maria Martini, grande studioso della Bibbia, pastore e profeta. Sulle orme di Gesù, partendo dalla giustizia quale conseguenza della fede, era aperto alle persone, non facendosi mai imprigionare dagli e negli schemi,  con una grande attenzione ai non credenti, ai poveri, ai malati, agli indigenti, agli stranieri, agli omosessuali, alle coppie di fatto, ai divorziati risposati, ai detenuti, financo ai terroristi; affrontava serenamente il dialogo con le altre religioni, si poneva, a cuore aperto, davanti alle problematiche sessuali, alla bioetica, all’eutanasia, all’aborto, all’accanimento terapeutico, all’uso del preservativo, al sacerdozio femminile, al celibato sacerdotale. Sempre pronto all’incontro con gli “altri”, con tutti» (Luciano Scaccaglia ricordava così il Cardinale Carlo Maria Martini).

Rifiuto sdegnosamente il socio-catastrofismo cattolico: biotestamento = anticamera dell’eutanasia; suicidio assistito = eutanasia camuffata; eutanasia = capriccio esistenziale. Non sarebbe opportuno lasciare questioni così delicate alla coscienza delle persone senza aggiungere alla sofferenza umana ulteriore tensione moralistica, senza generalizzazioni impossibili? C’è il Vangelo e lasciamo che le persone scelgano in base ad esso: la carità evangelica per chi soffre e per chi vuole aiutare chi soffre!

E non prendiamocela più di tanto con la farraginosità della legislazione italiana in questa delicata materia, perché è frutto anche dell’invadenza religiosa a livello politico. I principi non si difendono arroccandosi in difesa, ma affrontando le situazioni: in campo etico-religioso con lo strumento della carità, in campo civile con lo strumento di buone leggi, che partano dal sostanziale rispetto della persona in tutte le sue opzioni esistenziali. Non è forse questo il “compromesso costituzionale” da cui dovrebbero nascere tutte le leggi e tutti i regolamenti della nostra società? La persona viene prima delle leggi dello Stato e prima dei precetti della religione. Se vogliamo dogmatizzare a tutti i costi la fede trasformandola in religione, se intendiamo la politica come accoglimento acritico della religione, non ne usciamo vivi, o meglio, finiamo con l’imporre la vita a chi è costretto a viverla come una doloristica prigione e non come una gioiosa e aperta battaglia esistenziale.