Ai partiti di governo e allo stesso ministro della Giustizia non è parso vero di cavalcare la tigre della grazia all’orefice Roggero, condannato in via definitiva a quattordici anni di reclusione per aver ucciso due rapinatori, al punto da indurre il Presidente della Repubblica a porre un pur garbato alt su una questione di sua competenza.
L’intenso battage mediatico e parlamentare che sin dal mattino le forze politiche di centrodestra stanno conducendo in favore di una pronta concessione della grazia al negoziante, condannato in via definitiva a a 14 anni e 9 mesi di carcere, finisce per suscitare di riflesso una certa irritazione sul Colle più alto delle istituzioni repubblicane. Lo si può dedurre, leggendo fra le righe dell’asciutta nota quirinalizia che informa come il presidente Sergio Mattarella abbia «ricevuto» nel pomeriggio il Guardasigilli Carlo Nordio, in un coloquio diretto a «puntualizzare i limiti delle attribuzioni del ministro in tema di concessione della grazia», facoltà che la Costituzione «riserva esclusivamente al Presidente della Repubblica» come «confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006». Una puntualizzazione che lascia intendere come il capo dello Stato non voglia sentirsi “tirato per la giacca” in una vicenda che una parte della politica potrebbe aver deciso di cavalcare a fini di propaganda. (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)
Questa vicenda giudiziaria è estremamente delicata da tutti i punti di vista e quindi non deve essere strumentalizzata a fini politici per rispetto delle vittime, del condannato, della magistratura, della Costituzione, dell’istituto della Grazia, delle prerogative del Capo dello Stato.
Peraltro la recente grazia concessa con una certa superficialità è la dimostrazione del come gli atti individuali di clemenza debbano essere trattati con grande sensibilità, correttezza e ponderatezza.
Alle obiettive difficoltà politiche la maggioranza di governo tende a rispondere con intollerabili fughe populistiche a senso unico, lisciando il pelo all’opinione pubblica lasciata in balia di questioni sensibilissime affrontate con l’irruenza dell’elefante nel negozio di cristalleria.
Se proprie si vuole fare propaganda elettorale sul tema garantista della sicurezza, lo si faccia a trecentosessanta gradi inserendola nel discorso della difesa dei diritti della persona e togliendola dalle ristrettezze del sano egoismo.
Torture e stupri sui migranti: l’Aja apre il processo sul “Sistema Libia” (e sulle complicità dell’Europa). Il dibattimento fa tremare le autorità libiche e i Paesi europei, a cominciare dall’Italia, che negli anni hanno mantenuto rapporti stabili con Tripoli e sostenuto politicamente, finanziariamente e operativamente il meccanismo di intercettazione, respingimento e detenzione ora al centro del processo. Mitiga è stato uno dei terminali di quella filiera: persone intercettate in mare, riportate in Libia, rinchiuse illegalmente e sottoposte a ricatti, sfruttamento, torture e violenze sessuali. Esiste inoltre la possibilità che accusa e difesa chiedano di chiamare a testimoniare esponenti di governo, diplomatici, funzionari di Stato, responsabili delle forze di sicurezza e rappresentanti delle organizzazioni internazionali che hanno trattato con le autorità libiche. La Procura potrebbe cercare di dimostrare la struttura e la riconoscibilità del sistema. La difesa potrebbe ricostruire i rapporti ufficiali mantenuti con governi e istituzioni straniere, sostenendo che gli apparati oggi accusati erano considerati interlocutori legittimi e affidabili. Per questo sul banco degli imputati non c’è soltanto un carceriere. Il processo interrogherà anche le relazioni costruite dall’Europa con apparati accusati di crimini internazionali mentre collaboravano al contenimento delle partenze. Per le vittime è il primo riconoscimento giudiziario di una verità raccontata per anni. Per la Corte dell’Aja è il primo vero processo sul sistema concentrazionario della Libia post-Gheddafi. (“Avvenire” – Nello Scavo)
Il ministro della Giustizia Nordio, che vuole fare il primo della classe in una materia peraltro non di sua competenza, come quella della concessione della Grazia, dovrebbe avere un certo fastidio alle orecchie per i fischi provenienti dalla nota e vergognosa vicenda Almasri.
Ma mentre l’esasperazione della giustizia “fai da te” dell’orefice Roggero fa audience politica (non se ne può più con i ladri…), i migranti torturati non meritano attenzione (stiano a casa loro…). Anche perché in una certa accattivante narrazione sono proprio i migranti i ladri che rubano e disturbano il nostro benessere e la nostra incolumità. Così si chiude il cerchio della (in)giustizia.
