Avanti con la Meloni nel sacco

Quasi un’ora di intervento, 19 cartelle lette tutte d’un fiato e tre messaggi: il Governo va fino in fondo, inutile cercare di scardinare la sua posizione su Trump e, terzo messaggio, Schlein e Conte la vittoria nel 2027 dovranno sudarsela sul campo. L’attesa informativa di Giorgia Meloni alle Camere apre la lunga maratona parlamentare, che vedrà intervenire tutti i leader di maggioranza e di opposizione, tra lettura del voto referendario, crisi internazionale e scandali che hanno travolto l’esecutivo nelle ultime settimane. (“Avvenire” – Marco Iasevoli”)

Mia sorella, per certi versi ancor più netta di me nei giudizi, chioserebbe il tardivo e sgusciante discorso di Giorgia Meloni alle Camere, usando una gustosa espressione dialettale: “niént pighè in t’na cärta” oppure “da lè a niént da sén’na…”.

Un discorso per tirare a campare, una sorta di canto del cigno, una squallida esibizione che oserei definire “negazionista” su tutto: sulla netta e imbarazzante sconfitta al referendum, sulle difficoltà del governo al limite della sopravvivenza, sui problemi interni alla maggioranza di governo e alla compagine ministeriale (sul tavolo del governo sembravano “pit scovä”), sulle ambivalenze nei rapporti con la Ue, sulle clamorose “pestate” nei rapporti con Donald Trump, sui problemi economici e sociali che emergono sempre più nel Paese. Mancava soltanto che negasse l’evidenza della guerra contro l’Iran: il suo “non condivido e non condanno” non è forse il manifesto di un equilibrismo inammissibile degno della scimmietta che “non vede, non sente, non parla”?

Nessuna purché minima autocritica: noi tireremo diritto. Non lo diceva il duce? Già… Niente rimpasto, niente crisi di governo, si va avanti con la testa nel sacco assieme ad un governo zeppo di teste di cavolo.

Non ci si poteva aspettare di più da una comparsata tirata per i capelli, però dopo avere ascoltato le parole di Giorgia Meloni ho capito, se ancora ce n’era bisogno, che l’Italia è in mano a nessuno o meglio che è nelle mani di una ciurma governativa che ci vuol portare fuori del seminato. La premier è abile nel volgere le situazioni a proprio vantaggio, nel trarsi d’impaccio, nell’evitare insidie, è astuta, è scaltra: una donna furba e quindi anche, per certi versi, estremamente pericolosa.

D’altra parte Giorgia Meloni è perfettamente in linea con i suoi alleati a livello internazionale da cui non può e non vuole minimamente allontanarsi: megalomane come Trump, aggressiva come Netanyahu, presidenzialista come loro due, al di là del bene e del male come i suoi amici sovranisti e nazionalisti, estremamente rappresentativa di una destra rissosa e sostanzialmente neo-fascista. Si è montata la testa senonché non ha testa. È la peggiore epigona di Silvio Berlusconi, che peraltro la conosceva bene e la definiva: “1.supponente, 2.prepotente, 3.arrogante, 4. offensiva, 5.ridicola. Nessuna disponibilità ai cambiamenti, una con cui non si può andare d’accordo”.

Sónia stè pòch complimentóz con la Meloni? Forsi sì, ma a mi am piäz ésor s’cètt e nètt e miga girärog d’intóron! 

 

 

I guasta-tregue israeliani

Spari dall’esercito israeliano su un veicolo Unifil che trasportava anche militari italiani. Il ministro degli Esteri Tajani ha fatto sapere che non ci sono feriti fortunatamente. L’attacco è la sfida di Israele all’accordo: Tel Aviv sta continuando a colpire il Libano e Beirut e tra l’altro Teheran ha fatto sapere che punirà gli israeliani per questo. Gli attacchi sono massicci in vari quartieri della capitale libanese. Testimonianze parlano di «scene apocalittiche» con edifici danneggiati o distrutti e numerosi cadaveri nelle strade. Secondo la Croce Rossa libanese ci sono «oltre 300 morti e feriti». Appello dell’Ue: «Chiediamo a Israele di cessare la sua operazione in Libano». (“La Stampa”)

Il governo israeliano si sta assumendo enormi responsabilità: non solo è stato l’agente scatenante della guerra (gli Usa sono diventati dei military servant), ma addirittura evidentemente la vuole portare fino alle estreme conseguenze con il solito alibi di combattere i terroristi (nel caso del Libano gli hezbollah).

D’altra parte il governo israeliano è uno specialista nel violare sistematicamente il “cessate il fuoco”. Lo sta facendo in tutta continuità e senza alcun scrupolo nel caso della tanto osannata tregua di Gaza.

Lo scopo non è quello di difendere il diritto di Israele ad esistere, ma quello di diventare i padroni assoluti del medio-oriente. Sono anni che va avanti questa delinquenziale strategia con reiterata occupazione di territori, con evacuazione forzata di intere popolazioni, con guerre distruttive e con veri e propri genocidi. Non esiste giustificazione storica, religiosa e geopolitica per un simile comportamento: le motivazioni addotte mi sembrano pretestuose e inaccettabili.

Mi pongo alcune domande. Come è possibile che il popolo israeliano condivida una tale deriva bellica con tanto di carneficine annesse e connesse? Non vedo e non sento obiezione, nemmeno il mondo culturale ebraico in patria e fuori patria ha il coraggio di distinguersi. La conclusione azzardata ma fondata è che si tratti di incontenibile e generalizzato odio razziale: chi è stato ed è odiato non trova di meglio che odiare in una tragica spirale che non avrà mai fine.

La cosa diventa ancora più grave se si pensa che la strategia israeliana è concepita e sostenuta dalla casta religiosa ebraica che da sempre spadroneggia nello Stato di Israele. Come può una religione vivere di odio? Non so fino a qual punto il dialogo interreligioso possa continuare: il rapporto con l’ebraismo mi sembra giunto al limite dell’impossibile. A nulla valgono i rimbalzi di responsabilità con le altre religioni. Come si fa a perorare la causa del dialogo coi musulmani e con gli ebrei? Ci unisce la fede nel Dio unico e giusto. Però, se si parla di Dio, occorre farlo con serietà. Altrimenti è meglio non avere il suo nome sulle labbra.

Il giornalista e scrittore Corrado Augias di origini israeliane ha qualche tempo fa giustamente affermato: «Nei secoli passati è accaduto anche in Europa che frange oltranziste s’impegnassero a sterminare eretici, streghe, posseduti dal demonio, bruciandoli vivi o gettandoli in carcere. C’è voluto molto tempo, grandi mutamenti e una profonda rivoluzione dei costumi perché questo cessasse. Oggi il cristianesimo è tornato a una mitezza di tipo evangelico ed è semmai fatto oggetto, in alcuni Paesi, di sanguinose persecuzioni. Nell’Islam questa evoluzione tarda». Cosa pensa e dice Augias dell’ebraismo implicato in guerre pazzesche e in massacri o genocidi come dir si voglia?

Quale potere a livello internazionale esercitano gli israeliani per potere permettersi tutte le trasgressioni etiche e politiche senza che nessun organismo sovranazionale, nessun alleato e nessun interlocutore riesca a ricondurli alla ragione? Il potere economico-finanziario, militare e d’intelligence devono essere smisurati per consentire una tale impunità.

È oltre modo stucchevole insistere col pericolo dell’antisemitismo che sarebbe la causa dell’isolamento israeliano e del suo obbligato tentativo di legittimarsi agli occhi del mondo intero. L’antisemitismo ha radici storiche profonde, ma attualmente trova terreno più che favorevole nel comportamento israeliano: il voler confondere antisemitismo e antisionismo è strumentale ed incoraggia l’antisionismo a sfociare nell’antisemitismo.

C’è poi infine un discorso delicatissimo e pericolosissimo: chi è stato vittima della Shoah non può arrogarsi il diritto di sentirsi perpetuamente e pretestuosamente perseguitato e quindi di moltiplicare gli olocausti per nessuna ragione al mondo. Si dice giustamente e sempre “mai più”, ma purtroppo l’espressione corrente è “ancora”.

Se si afferma che il popolo israeliano non deve essere confuso con i suoi governanti, questa affermazione deve valere anche per i palestinesi, gli iraniani e i libanesi, che non possono essere buttati nel tritacarne dei loro regimi e dei loro amici(?) terroristi. Distruggere i popoli è uno “sport” inammissibile. Vale per tutti.

 

Il Papa ha deciso di fare il Papa

«La minaccia a tutto il popolo dell’Iran non è accettabile». Con queste parole papa Leone ha condannato l’uscita del presidente Donald Trump che, poche ore prima della scadenza dell’ultimatum all’Iran (l’ora “x” è scattata alle due di questa notte), ha tuonato: «Un’intera civiltà potrebbe morire stasera, per non essere mai più riportata indietro». Il Pontefice, che ha rilasciato una breve dichiarazione in inglese sulla guerra uscendo da Villa Barberini, a Castel Gandolfo, è andato oltre: «Gli attacchi alle infrastrutture civili sono contro il diritto internazionale e il segno di una distruzione che l’essere umano è capace di mettere in atto». Il Vescovo di Roma ha quindi incoraggiato i cittadini di tutto il mondo a contattare i propri rappresentanti politici a chiedere la fine delle ostilità nella regione di cui, ha sottolineato, sono vittime «tanti innocenti come bambini e anziani», tornando a chiedere «dialogo, negoziati»: «Bisogna pregare tanto. Non vogliamo la guerra, vogliamo la pace. Siamo un popolo che ama la pace e c’è tanto bisogno di pace». (“Avvenire”)

Come volevasi dimostrare: occorre la denuncia! Modestamente lo chiedevo proprio ieri. Ringrazio al momento papa Lone per il suo accorato e preciso appello. Questa è la Chiesa che desidero. In coscienza chiedevo di più e qualcosa di più è arrivato. A mio giudizio infatti questo è il momento storico della aperta ed inequivocabile denuncia, solo dopo può venire la diplomazia, altrimenti si rischia di essere omertosi persino nella preghiera. Faccio mio l’invito di papa Leone e chiedo ai governanti italiani ed europei di prendere posizioni nette e ficcanti contro questa pazzesca guerra. Altro che pregiudiziale fedeltà agli accordi, altro che rispetto delle alleanze. Qui si fa la pace o si muore!

Le basi americane e le bassezze italiane

Ho ascoltato con attenzione le dichiarazioni rese alla Camera dei Deputati dal ministro della difesa Guido Crosetto sull’utilizzo delle basi Usa. Pur dando atto al ministro di un apprezzabile garbo politico e di un notevole aplomb istituzionale, non posso condividerne il taglio burocratico e l’impostazione di ordinaria amministrazione in un contesto internazionale tutt’altro che ordinario.

Gli accordi più o meno segreti tra Italia e Usa non sono un totem intoccabile, ma regole bilaterali che partono da comunanza strategica a livello di intenti e di presupposti nei rapporti internazionali. Il mondo è cambiato: gli Usa si stanno comportando da nemici nei confronti dell’Europa e quindi dell’Italia, vanno per la loro strada, fregandosene altamente di tutto e di tutti, perseguendo volgarmente interessi di parte alla faccia dei principi umanitari, mettendo a soqquadro l’assetto internazionale a prescindere dal diritto internazionale e dalle istituzioni ad esso preposte.

Mi chiedo: rimangono valide le motivazioni che stanno alla base degli accordi sull’utilizzo delle basi americane in Italia? Non esiste di fatto una brutale violazione da parte statunitense delle motivazioni stesse? Come si fa a continuare a collaborare con uno Stato che sta violando ogni e qualsiasi regola umanitaria prima che politica? Gli accordi non sono di fatto già venuti meno? Non è necessario quindi recuperare autonomia e diritto non solo di critica ma di grave dissenso?

Non ci si può nascondere dietro un laconico “così han fatto tutti i governi”. Gli accordi vanno storicamente e continuamente monitorati e contestualizzati per essere correttamente applicati o al limite per essere denunciati. Esistono principi di fondo che vanno oltre ogni e qualsiasi interesse comune. Come si può nascondere dietro l’esigenza della difesa comune una sorta di aggressione fuori dal nostro sentire comune, dalla nostra cultura e dalla nostra civiltà.

Non può bastare una formale presa di distanza, occorre rimettere in discussione a livello europeo i rapporti internazionali costi quel che costi. D’altra parte le conseguenze di questa guerra all’Iran le stiamo già profumatamente pagando e siamo solo agli inizi, quindi, anche volendo usare la tattica della paura, il gioco non vale la candela.

Occorre un colpo di reni anche se purtroppo ci siamo recentemente troppo sbilanciati in favore di Donald Trump, non riusciamo a saltarci fuori. Siamo inseriti in una deriva bellicista senza via d’uscita. A queste condizioni faccio fatica a sentirmi italiano ed europeo. La mia coscienza si ribella ai massacri portati avanti da Usa e Israele, nostri alleati (?). Non c’è ragion di Stato che tenga! Non scherziamo col fuoco, che è già abbondantemente appiccato al mondo intero. Penso di avere diritto che chi rappresenta l’Italia si comporti in linea con il sentire comune degli italiani e prima ancora nel rispetto dei valori umani fondamentali. Gli alibi stanno saltando come i birilli. Ci sono intere popolazioni che ci chiedono di battere un colpo: in nome di Dio, facciamolo!

 

La notte bellica…la pace sepolcrale e…la preghiera omertosa

«Convertiamoci alla pace di Cristo! Facciamo udire il grido di pace che sgorga dal cuore». È accorato l’appello di Leone XIV nel giorno della sua prima Pasqua da Papa. Dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro invia il suo messaggio al mondo prima degli auguri in dieci lingue e della benedizione “Urbi et Orbi”. Un messaggio che è anzitutto monito a quanti hanno il potere di determinare le sorti dei popoli: «Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo». Perché, spiega il Pontefice, «la pace che Gesù ci consegna non è quella che si limita a fare tacere delle armi, ma quella che tocca e cambia il cuore di ciascuno di noi». E, anche per far capire ai governanti quali siano le reali aspirazioni della famiglia umana, Leone XIV lancia una nuova mobilitazione “orante”: «Invito tutti a unirsi a me nella veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di San Pietro il prossimo sabato, 11 aprile». Appuntamento di preghiera che segue il Rosario per la pace dello scorso 11 ottobre, in occasione del Giubileo della spiritualità mariana, davanti alla statua della Madonna di Fatima. Quindi il riferimento a una “svolta” di Pasqua: «In questo giorno di festa – afferma il Papa – abbandoniamo ogni volontà di contesa, di dominio e di potere, e imploriamo il Signore che doni la sua pace al mondo funestato dalle guerre e segnato dall’odio e dall’indifferenza che ci fanno sentire impotenti di fronte al male». (“Avvenire” – Giacomo Gambassi)

Come non essere d’accordo con gli appelli alla pace del Papa formulati in chiave pasquale. Mi viene però un dubbio atroce: siamo sicuri che basti chiedere con insistenza a Dio il dono della pace? siamo sicuri che basti pregare assiduamente in tal senso? siamo sicuri che non ci sia qualcosa da fare da parte nostra, da parte della Chiesa e da parte del Papa? siamo sicuri che la nostra preghiera non sia troppo passiva e remissiva?

Ricordo al riguardo che Giovanni Bianchi, ex presidente delle Acli ed esponente democristiano, diceva che la forza della Chiesa verso la pace non sta tanto nella diplomazia vaticana, ma nelle preghiere delle vecchiette che sgranano il rosario e pregano per la pace senza sapere chi siano Putin, Trump e Netanyahu.

È verissimo e forse è giunta l’ora di lasciare gli schemi della politica per impegnarsi in altro modo: partire dal Vangelo, pregare sul Vangelo, testimoniare l’amore evangelico, guardare alle persone, aiutare chi soffre, allacciare rapporti di bene, valorizzare al massimo le nostre esperienze umane.

È vero che, come sosteneva Paolo VI, la politica è la più alta forma di carità, ma, se prescinde dalla carità, come succede per la gran parte della politica attuale, ci porta nel fuoco della geenna: deve ripartire dalla carità per trovare in se stessa la nobiltà dei suoi scopi e la serietà delle sue procedure.

Giorgio La Pira è stato un grande testimone della politica coniugata col Vangelo e viceversa. Sapremo ritrovare qualcosa della sua eredità o continueremo a girare a vuoto intorno a Giorgia Meloni e c.?

C’è però innanzitutto il dovere morale della denuncia contro i comportamenti dei governanti che fanno sbandare tutta l’umanità: bisogna avere questo coraggio senza farsi condizionare dalle pur ragguardevoli esigenze diplomatiche.

Papa Francesco fece fare alla Chiesa un passo avanti, perché, partendo dalla denuncia delle ingiustizie e dei limiti del sistema capitalistico, si spinse a schierarsi concretamente e coraggiosamente nelle battaglie per la giustizia a favore dei poveri e degli umili alla ricerca di soluzioni alternative.

Ho l’impressione che attualmente il papa punti decisamente alla diplomazia, seppur suffragata da fortissimi richiami evangelici e da reiterati inviti alla preghiera, e metta la sordina alla sacrosanta invettiva contro coloro che stanno imbastendo guerre a tutto spiano. Gesù non era un diplomatico e aveva il coraggio di puntare l’indice soprattutto contro chi, a livello religioso, tendeva più al potere e a non disturbare i potenti che alla denuncia, nelle parole e nei fatti, verso gli uomini del potere. Non fu forse proprio questo suo atteggiamento a portarlo in croce?

In occasione delle festività pasquali, telefonata stamani, 3 aprile, tra il Papa e il capo dello Stato di Israele. Ribadita la necessità di riaprire il dialogo diplomatico “in vista di una pace giusta e duratura in tutto il Medio Oriente”. Sottolineata l’importanza di proteggere i civili e promuovere il rispetto del diritto internazionale e umanitario. (Vatican News)

Non mi sembra sufficiente! Israele sta portando avanti una politica di guerra totalmente ingiustificata, sta massacrando intere popolazioni e il Papa si limita a generiche dichiarazioni e raccomandazioni. Dov’è la denuncia?

L’intervista andrà in onda sulla Cbs domenica mattina (negli Stati Uniti), giorno di Pasqua. L’arcivescovo Timothy Broglio, l’Ordinario militare degli Stati Uniti, e uno dei prelati cattolici più conservatori degli Usa, dichiarerà “urbi” (questa volta non a Roma, ma a Washington) e sicuramente “orbi” (al mondo) “ingiusta” la guerra scatenata da Trump in Iran nel corso del rotocalco settimanale di massimo ascolto “Face the Nation” della emittente televisiva CBS. (UFFPOST)

Il primo papa americano, partendo da questa sua non casuale origine, non dovrebbe condannare apertamente, in prima persona e in nome di tutta la cattolicità, l’azione degli Usa che stanno mettendo a soqquadro il mondo intero con una diabolica politica imperialista? Mi auguro che stia portando avanti una “religious suasion” nei confronti delle gerarchie cattoliche statunitensi e dei cattolici in totale confusione “magale”, ma credo non sia sufficiente, mi aspetterei dure e chiare parole di condanna verso Trump e la sua cricca. Troppo morbido l’atteggiamento vaticano, non è possibile usare il guanto di velluto o condannare di sponda. Qualcuno dirà che la denuncia non servirebbe a nulla se non ad innervosire i guerrafondai e a compromettere ulteriormente le potenziali vittime. Gesù innervosì Pilato, inasprì Caifa, non cambiò la situazione della popolazione. E allora? Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alle future generazioni, un Papa all’avvento del regno di Dio.

È comodo pregare per o addirittura contro… È facile mettere a posto la coscienza snocciolando una cinquantina di avemaria e…chi ha il problema si arrangi… Ricordo un vecchio frate cappuccino al quale, in confessionale, avevo accusato la colpa di non portare sufficiente pazienza nei rapporti con mia madre gravemente ammalata. Mi disse fuori dai denti: «Guardi, lei deve sforzarsi di assistere sua madre con il massimo della disponibilità. Diversamente, può recitare anche decine di rosari, ma non serviranno a nulla…».

Mi permetto di parafrasare il frate di cui sopra aggiungendo: “Prima, durante e dopo i rosari occorrono le assolute prese di distanze, le inappellabili denunce e condanne, nonché i gesti concreti di solidarietà e di condivisione, altrimenti i rosari si ritorceranno contro chi li recita con troppa faciloneria”.

Come si fa a celebrare ed invocare la pace pasquale senza una aperta, diretta e precisa denuncia di chi con la guerra si macchia di crimini contro l’umanità? La pace non arriva dal cielo se noi non condanniamo con nome e cognome i guerrafondai e ci limitiamo a generici appelli. Diversamente nella notte bellica tutti i gatti sono bigi.

 

 

 

Unione di convenienze e tatticismi nazionali

La resistenza dell’Europa all’America di Trump è più netta di quanto sembri. Come avvenne per l’Ucraina, la guerra scatenata in Iran ha avuto l’effetto di ricompattare il Vecchio continente. Con maggior lentezza e con più distinguo, certamente, ma più passano i giorni più cresce la consapevolezza, da questa parte dell’Atlantico, delle crescenti difficoltà della Casa Bianca nella gestione del dossier mediorientale. «La risposta agli Usa è stata improntata alla linea della fermezza» sottolinea Nicoletta Pirozzi, responsabile Unione Europea per l’Istituto affari internazionali, lo Iai. «Al no immediato del premier spagnolo Pedro Sanchez, si sono via via allineati i leader degli altri Paesi, da Friedrich Merz alla stessa Giorgia Meloni. Con toni diversi, certamente, ma all’insegna di un’uniformità complessiva di vedute che non si vedeva dai tempi dell’aggressione russa a Kiev. Di certo, questa sintonia non si era vista con Gaza, quando le opinioni pubbliche nazionali avevano protestato per il massacro dei palestinesi, anche per via dei silenzi dei diversi governi».

All’inizio del conflitto, l’Ue era considerata l’assente ingiustificata nello scenario della regione. A cosa si deve questo cambiamento di posizione?

Per prima cosa, direi al tipo di attacco, del tutto unilaterale, deciso da Stati Uniti e Israele. È stata un’offensiva avviata senza alcun coinvolgimento dei Paesi alleati. Poi va considerata la questione politico-strategica: non c’è alcuna chiarezza sugli obiettivi dell’operazione militare, soprattutto da parte americana. Questo i Ventisette lo vedono e il rischio di venir trascinati in un conflitto lungo e dagli esiti incerti preoccupa tutti. In terzo luogo, l’Europa risente delle ricadute dirette di questa incertezza globale, dalla sicurezza degli approvvigionamenti energetici legati alla chiusura dello Stretto di Hormuz fino ai possibili effetti di lungo periodo sui flussi migratori. (“Avvenire” intervista a Nicoletta Pirozzi, responsabile Unione Europea per l’Istituto affari internazionali)

L’unione europea ha fatto un passo avanti sulla via dell’unità spinta dalla schizofrenia bellica e diplomatica di Donald Trump più che dalla condivisione di valori e principi. Non esiste infatti un netto ripudio della guerra in quanto tale e la conseguente subordinazione a questo irrinunciabile principio delle alleanze a livello interno e internazionale.

Quali sono infatti i motivi che unificano (?) gli europei? La unilateralità dell’attacco all’Iran (orgoglio), la mancanza di chiarezza negli obiettivi di tale attacco (sussiego), le conseguenze economiche a livello energetico, commerciale e generale (portafoglio), la paura di ondate nei flussi migratori (nazionalismo).

Dei morti, dei massacri, delle violenze non frega niente a nessuno. Ne volete la prova? L’attacco a Gaza non creò proteste unitarie in Europa, perché non aveva ripercussioni economiche: il massacro dei palestinesi, che prosegue tuttora, non metteva in crisi le nostre economie e quindi non si è andati oltre timidi auspici ed inviti.

L’Unione europea è tenuta insieme da interessi comuni (?), il resto non esiste proprio. Si dirà: meglio così che niente. D’accordo, ma gli interessi non bastano a motivare serie politiche di pace, anche perché nemmeno a questo livello esiste assoluta unità di intenti e di posizioni.

L’Italia poi è la spudorata dimostrazione della pochezza politica alternativa alla guerra. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato “non condanno né condivido” riguardo all’attacco USA contro l’Iran nel marzo 2026, sottolineando di non avere elementi sufficienti per prendere una posizione netta. La premier ha difeso questa scelta, affermando che la sicurezza nazionale è la priorità e che non si tratta di vigliaccheria, ma di valutazioni complesse.

Semplicemente vergognoso! Cosa volete che cambi, siamo alla codardia! Nel voto al referendum c’è anche una protesta contro il governo per la sua ambiguità internazionale? I sondaggi dicono di sì.

La compattezza europea, peraltro non senza qualche sporca divergenza, in merito all’aggressione dell’Ucraina è dovuta al fatto che si tratta di una guerra alle porte di casa e quindi…Ma anche in questo caso manca un discorso ed un impegno alla ricerca di equilibri di pace, che non parta dalla ridicola paura della Russia e dal riarmo a tutto spiano, ma da una visione pacifica e dalla ripresa di una seria azione diplomatica.

Saro spietato verso il governo italiano, sarò scettico verso la volontà e l’adeguatezza unitarie dei partner europei, sarò intransigente verso i cosiddetti alleati, sarò radicale nella mia visione pacifista ed anticapitalista, ma la vedo e la penso così. Non riesce ad accettare il bicchiere vuoto spacciato per mezzo pieno.

Dalle botteghe oscure a quelle luminose

Cosa la preoccupa?

«Cito Gramsci: “Quando il vecchio mondo muore e quello nuovo tarda ad affacciarsi, in quel chiaroscuro possono nascere mostri”».

Si spieghi meglio.

«In Ucraina va avanti una guerra settecentesca combattuta coi droni; a Gaza e in Cisgiordania si vede l’abominio dell’umanità; a Natale 117 disgraziati morivano in mare; Trump produce una escalation in Nigeria. Tutto questo produce la sensazione di una traiettoria sbandata e induce nella gente rassegnazione e fatalismo anche nei confronti della politica italiana. Nel 2026, vogliono trovare sei o sette leader europei il coraggio di farsi avanti o vogliamo finire sudditi?».

Può essere Giorgia Meloni una protagonista di questo riscatto europeo?

«Ma se difende l’unanimità e non riesce nemmeno a dire qualcosa a Salvini che si schiera con Trump sulla questione del visto negato a Breton, cosa ci possiamo aspettare?».

Bersani, però perché il governo e Meloni continuano a essere così alti nei sondaggi se ci sono tanti problemi?

«C’è un elemento ideologico, che dilaga ovunque, chiamiamolo sovranismo o come vogliamo: ciascuno per sé e da sé. E poi c’è un elemento di incertezza: in un mondo così in subbuglio, tutti i governi tendono a stabilizzarsi. Ma io vedo delle crepe, e penso che una potenziale alternativa sia in crescita e aspetti solo un progetto credibile».

(Intervista a Pier Luigi Bersani ante referendum – “La Stampa” – Francesca Schianchi)

La situazione viene descritta in modo realisticamente impietoso, ma in fondo al tunnel c’è una tremula luce progettuale. La luce sarebbe il risveglio europeo, il suo tremore i leader europei. Non li vedo e, se li vedo, non mi sembrano alla coraggiosa altezza del compito. La luce sarebbe un’alternativa italiana di sinistra, ma guardandomi attorno non vedo protagonisti credibili fra gli attuali “capoccia”.

La visione bersaniana, pur nella sua lucidità, è troppo politicista e verticista e poco socialista (sic!) e partecipativa. La spinta all’europeismo di ritorno è consegnata ai capi-mastro (architetti non ne esistono), l’alternativa italiana è fossilizzata sui partiti attuali (l’un contro l’altro disarmati).

Occorrono alcune ventate che spazzino via il “vecchio con i suoi mostri” e lascino intravedere il “nuovo” con le sue speranze.

Volendo rimanere a Gramsci, il suo realismo è una concezione pragmatica e storicistica della politica e della filosofia, che si oppone al fatalismo marxista e si concretizza nel “pessimismo della ragione, ottimismo della volontà”: analizzare realisticamente le condizioni materiali (il pessimismo), ma agire con la volontà di trasformarle (l’ottimismo).

La volontà deve essere supportata da valori ed idealità da contrapporre all’egoismo imperante: è questo il meccanismo di sblocco.

Durante le animate ed approfondite discussioni con alcuni carissimi ed indimenticabili amici, uomini di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta si constatava come alla politica stesse sfuggendo l’anima, come se ne stessero andando i valori e rischiasse di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restasse che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti.

La profonda delusione nei confronti del partito democratico è questa: il tradimento della mission ideale, che ha costretto molti ad entrare senza convinzione nelle squallide botteghe di sinistra o a digiunare amaramente.

Assiduo ospite di talk televisivi, impegnato in prima linea in tutte le recenti campagne elettorali. Da ultimo quella referendaria, tra sale e piazze sempre affollate. Ora anche ‘federatore’ del campo progressista. A suggerire il nuovo ‘ruolo’ per Pierluigi Bersani è stata Rosy Bindi. Nessun riferimento esplicito all’ex segretario del Pd, ma un identikit che lascia pochi dubbi quello tracciato da Bindi. Un ‘facilitatore’, di cui parla anche oggi in un’intervista, che possa mettere pace tra Elly SchIein e Giuseppe Conte e che eviti il rischio di primarie che finiscano per dividere, più che unire. “Il problema -osserva Bindi- è che Conte e Schlein non si riconoscono e non si legittimano tra di loro”.

 

E il diretto interessato che ne pensa? Bersani non intende entrare nella faccenda. Ma chi ha parlato in queste ore con l’ex-segretario dem, apprende l’Adnkronos, riferisce così il suo pensiero: “Dare una mano da volontario lo sto facendo e lo farò”. Anche come ‘federatore’? “Incarichi non ne voglio!”, la risposta netta di Bersani ai suoi interlocutori. (Adnkronos post referendum)

Non possono essere i Bersani, pur con tutta la considerazione e la stima che meritano, i protagonisti di questo auspicabile ricupero valoriale ed ideale, non possono essere gli attuali preposti alle concorrenziali bottegucce ad offrire una mercanzia nuova ed invitante. Chi allora?

Forse non resta altro che sbandierare i principi costituzionali sperando che da essi possa rinascere un clima democratico ed antifascista: visto che il patto tra cattolici democratici ed ex comunisti, da cui (non) è nato il PD, non ha funzionato, occorre fare un passo indietro, tornare allo spirito dei Costituenti e ripartire di lì. Analogo discorso vale per l’Europa. Senza fretta, costi quel che costi.

Torno al mio caro amico Walter Torelli, comunista tutto d’un pezzo. Di fronte alla penosa classe politica della sinistra, non temeva di sentenziare così parecchio tempo fa: “I gan d’andär a ca tùtti!”. In clima di ritrovato compromesso storico aggiungo: “È l’ora che pia la squilla fedel…”.

 

 

 

Le primarie o le primine

Bisogna tuttavia chiedersi cosa possono queste primarie senza una condivisione, almeno a grandi linee, delle politiche che l’Italia dovrebbe adottare sulla guerra in Medio Oriente, sulla guerra in Ucraina, sulla difesa comune, sul rilancio dell’Europa e le scelte dei volenterosi. Potrebbero somigliare a un duello rusticano tra aspiranti leader. Nella migliore delle ipotesi – quella in cui chi perdesse non scapperebbe via – appariranno un espediente per contarsi. E poi spartirsi, in caso di vittoria, nomine e ministeri. In più sposteranno probabilmente l’attenzione dall’opinione pubblica dai guai delle destre alle liti tra democratici, riformisti, sinistre e progressisti.

Ma soprattutto si correrà il rischio che un tale walzer di politica politicante finisca col frustrare, persino col tradire, il ritorno al voto e all’impegno politico dei più giovani. Che è stata forse la novità più positiva e importante del referendum. Finora infatti nessuna mobilitazione di partito era riuscita a coinvolgerli. Ed è difficile immaginare che corrano ai gazebo per sostenere Schlein, Conte o viceversa. Invece i giovani hanno manifestato, e davvero in tanti, per difendere Gaza e denunciare le politiche coloniali e spietate di Israele. Al referendum hanno preferito lo spirito costituente del 1948 a quello ri-costituente, che si voleva modernizzatore, di Nordio e Meloni. Si è dato il paradosso, ha commentato Bersani, che “una Costituzione scritta dai bisnonni, sia stata salvata dai nipoti”.

Forse tornerebbero protagonisti, se messi di fronte a scelte chiare sulla guerra e il diritto internazionale, sulla difesa comune e la politica estera dell’Europa, le politiche per il welfare, sanità, scuola, investimenti in ricerca, sull’alternativa se rilanciare o ridurre la spesa per innovazione ed energie rinnovabili. Scelte che possono far battere il cuore della democrazia. (MicroMega – Corradino Mineo)

Adesso viene il bello. Al referendum ha vinto la politica e questa vittoria impone alla sinistra di tornare a fare politica. Finora si è detto che prima della scelta dei leader vengono i programmi: lo si è detto salvo cadere immediatamente nelle logiche del leaderismo senza leader. Adesso è giunta l’ora di smetterla di fare finta che i programmi siano importanti.

Faccio al riguardo un salto nel mio remoto passato politico. Nel frattempo sono diventato vecchio, ma ho mantenuto il piglio giovanile nel rapportarmi alla vita politica: ecco perché guardo con preoccupato entusiasmo al dopo-referendum. La sinistra più che di primarie ha bisogno di primine, vale a dire del coraggio di far frequentare la politica ai giovani, favorendo così la loro influenza sulle scelte programmatiche partecipate e sui conseguenti e condivisi assetti dirigenziali.

Siamo alla fine degli anni sessanta o inizio anni settanta (non ricordo con precisione, ma poco importa). Io sono allora molto giovane, più o meno un ventenne, ed ho l’opportunità, offertami forse fin troppo precocemente (è una costante della mia vita non solo politica), di essere componente del Comitato Provinciale della Democrazia Cristiana, della Direzione e della Giunta provinciali con l’incarico al “programma sociale”. Elaboro un corposo documento programmatico, dopo aver consultato tutti gli esponenti democristiani impegnati nel sociale, i rappresentanti delle diverse realtà operanti nel campo della formazione professionale, della sanità, dell’assistenza etc, dopo aver raccolto dati, elementi e suggerimenti.

Arriva il giorno in cui con preoccupazione ed apprensione (dati inamovibili  del mio carattere) illustro in direzione, se ben ricordo leggo addirittura, il lungo documento elaborato, che viene accolto con una certa freddezza, se non addirittura con noncuranza, dovuta certamente, oltre che alla pochezza dei contenuti (ma come si può giudicare un programma prima di averlo almeno ascoltato), ad una certa qual paradossale refrattarietà congenita di questi organismi verso le problematiche sociali (non è giudizio qualunquistico ma esperienza diretta) e alla mia giovane età (scattava ovviamente l’impulso che diceva: ma cos’ha da insegnarci questo sbarbatello, oltretutto in tono critico – altro elemento inossidabile del mio carattere ). Del consesso faceva parte l’onorevole Buzzi, forse l’unico che seguiva con vera attenzione ed autentico interesse la mia esposizione e mi guardava con espressione mista di ammirazione, fiducia e compiacimento: un autentico toccasana per me, allora piuttosto timido, emozionato come non mai.

Durante la discussione vengono espressi i giudizi, che vanno dallo scetticismo quasi offensivo (è un bel documento, ma da attaccare al chiodo – lascio alla facile immaginazione indovinare l’utilizzo conseguente) all’interesse di facciata o di maniera, all’entusiastico giudizio espresso dall’onorevole Buzzi (per lui il fatto che un giovane ventenne avesse presentato un programma sociale al massimo organo dirigente della D.C. parmense e che tale programma, pur nella sua ovvia limitatezza, contenesse indicazioni, stimoli, provocazioni, suggerimenti e proposte interessanti, era motivo di grande e visibile soddisfazione).

Al termine della riunione Carlo Buzzi mi esprime, con calore ed amicizia, la sua ammirazione e penso non sia difficile comprendere quale potesse essere il mio stato d’animo nel raccogliere un giudizio positivo da un parlamentare del mio partito. A tutti nei corridoi della sede manifesta grande soddisfazione, riporta il successo ottenuto dal programma e mi copre di sinceri elogi.

Quale insegnamento “Buzziano” trarre da questo piccolo ma eloquente episodio: l’attenzione ai problemi sociali, la fiducia nei giovani, l’idea di partito aperto in cui un ventenne ha qualcosa da dire anche ad un deputato, la statura del leader che riesce con semplicità e sincerità a motivare le persone, la genialità dell’educatore che riconosce i meriti dell’allievo, il politico che non teme la critica ma la coglie con interesse, la consapevolezza che un partito si snatura se perde il contatto con i problemi sociali e se si allontana dalle forti idealità, ingenuamente ma significativamente portate avanti dai giovani. (da “Ero buzziano, anzi, lo sono ancora!” – ricordo del senatore Carlo Buzzi- vedi nella sezione articoli &ricordi/agenda dei ricordi di questo sito)

 

 

 

 

La crisi di governo c’è e si vede

L’ipotesi di un rimpasto di governo è sempre meno remota. A maggior ragione dopo l’esplosione dell’affaire che coinvolge Matteo Piantedosi e Claudia Conte, giornalista, scrittrice e attrice. Nonostante fonti di governo abbiano cercato di minimizzare la portata del caso, provando a relegarla al rango di mero “gossip”, le dichiarazioni della conduttrice tv su una presunta relazione con il ministro dell’Interno potrebbe creare problemi al governo, vista la mole di incarichi ed eventi istituzionali e pubblici che hanno visto impegnata Conte negli ultimi temi. Anche se Piantedosi ieri avrebbe rassicurato la premier Meloni su questo fronte. Il tema, così come per il caso Sangiuliano-Boccia, non sono le vicende private e sentimentali, ma il rischio di conflitti d’interesse. (fanpage.it)

Premetto di non provare alcun gusto a sfruculiare nelle vicende sentimentali di alcuno, men che meno dei ministri e dei personaggi politici. Non sono un moralista in campo sessuale e non ritengo giusto mescolare la vita privata con quella pubblica. Non voglio certo imporre la cintura di castità ai ministri della Repubblica italiana.

Tuttavia c’è una piccola (?) questione da sollevare. La Nostra Costituzione all’articolo 54 prevede che i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere specifico di adempierle con “disciplina ed onore”.

Non è una questione di immagine da difendere, ma di scorrettezze da prevenire ed evitare: quando una persona, investita di incarichi pubblici, è coinvolta in vicende private di carattere trasgressivo si espone immediatamente al rischio del conflitto di interessi e/o del condizionamento o addirittura del ricatto.

Il discorso vale a maggior ragione per chi rimane impigliato in vicende affaristicamente maleodoranti e per chi vive in odore di presunto reato.

Chi si viene a trovare in queste delicate situazioni deve quindi avere il buongusto prima che il coraggio di rinunciare all’incarico per ripiegare completamente e totalmente nel privato.

Non è ammessa minimizzazione anche perché questi tentativi portano maggiore confusione ed aggravano ulteriormente le questioni.

Capisco come Giorgia Meloni cominci ad avere fastidio e a provare rabbia per i continui casi di malcostume ministeriale che caratterizzano il suo governo (uno più grave e insopportabile dell’altro): non basta innervosirsi, prendere le distanze, evitare il gossip, se non addirittura imprecare alle intromissioni giudiziarie e invocare garanzie fino alla conclusione giudiziaria delle vicende.

I casi purtroppo risalgono all’aver combinato una squadra di governo inadeguata da tutti i punti di vista e allora i casi sono tre: o si ha il coraggio di affondare il bisturi senza tentennamenti qualora si ritenga che il malato possa riprendersi dopo le operazioni chirurgiche (rimpasti) con tanto di verifica parlamentare e previo opportuno coinvolgimento del Capo dello Stato, o diversamente bisogna azzerare l’intero governo per costituirne uno nuovo qualora la situazione politico-parlamentare lo consenta nei numeri e nei contenuti o addirittura risulta necessario chiedere al Presidente della Repubblica di prendere in considerazione lo scioglimento del Parlamento e l’indizione di elezioni politiche anticipate (la decisione spetta a lui).

Non sono un fanatico tifoso delle urne a tutti i costi, ma piuttosto che tenere tutto a bagnomaria, meglio rimetterlo a giudizio diretto dei cittadini: come mai il centro-destra, così sollecito nel richiedere le elezioni durante il governo Draghi, oggi sembra scansare questa eventualità? La domanda è retorica!

Il giochino del vittimismo portato avanti dalla premier nei confronti della magistratura e dei giornalisti non tiene soprattutto dopo che il voto referendario ha richiamato la politica al rigoroso rispetto della Costituzione, facendo venire meno l’alibi del consenso popolare dietro cui nascondere errori ed omissioni.

Anche il rabbioso e tardivo rigore lasciato trapelare dalla premier per il futuro non basta a rassicurare e tranquillizzare i cittadini di fronte ad una situazione sempre più compromessa e scorretta. Forse quella di Piantedosi potrebbe essere la goccia minore che però rischia di far traboccare il vaso.

Credo che il presidente Mattarella sia seriamente preoccupato: infatti, proprio nel momento in cui sarebbe oltre modo necessario un governo autorevole e credibile e come tale capace di affrontare una contingenza drammatica da tuti i punti di vista, si verifica uno stato di crisi di governo strisciante più che mai intollerabile.

Il governo gioca a scegliere fra tirare a campare e tirare le cuoia; la maggioranza parlamentare gioca a tenere duro preoccupata dell’eventualità dello scioglimento parlamentare che manderebbe tutti a casa con scarse probabilità di ritorno; i partiti di governo cercano disperatamente equilibri di sopravvivenza varando una legge elettorale porcellona; le opposizioni pensano in modo più rissoso che costruttivo alla leadership che non si può improvvisare, alla candidatura a premier da proporre agli elettori tra primarie, secondarie e terziarie; i giovani scalpitano; la guerra impazza;  l’economia affonda.

Tutto rinviato al 09 aprile prossimo quando Giorgia Meloni andrà in Parlamento a raccontare che Gesù Cristo è morto dal freddo ai piedi.

A proposito, auguri di Buona Pasqua!

I piedi clericali e i piedi secolari

Si terrà nella Basilica lateranense, giovedì alle 17.30, la Messa in Coena Domini, durante la quale Leone XIV laverà i piedi a 11 sacerdoti della diocesi di Roma ordinati dallo stesso Prevost nella basilica di San Pietro il 31 maggio dello scorso anno, nella festa della Visitazione della Beata Vergine Maria, e al direttore spirituale del Pontificio Seminario Romano Maggiore, don Renzo Chiesa.

La Messa che apre solennemente il Triduo pasquale torna dunque a essere celebrata nella Cattedrale del vescovo di Roma, ripristinando la consuetudine precedente alla scelta di papa Francesco di officiare il rito in luoghi simbolo della sofferenza e di particolare rilievo sociale, quali istituti penitenziari e centri di accoglienza per i migranti. Gli undici sacerdoti del clero romano, i primi sui quali l’anno scorso Prevost ha imposto le mani ventitré giorni dopo l’elezione al soglio di Pietro, oggi svolgono il loro ministero come vicari in altrettante parrocchie dal centro alla periferia della Capitale.

La scelta di questi sacerdoti non è casuale. Come spiega il vescovo Michele Di Tolve, ausiliare della diocesi di Roma e rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore, «è parso un bel segno proporre al Pontefice che i primi undici sacerdoti di Roma da lui ordinati tornino davanti al Vescovo di Roma dopo un anno, dopo aver percorso le strade, incontrato le famiglie e le comunità della Capitale come presbiteri, per essere confermati nella fede. Tornano da Papa Leone che lava loro i piedi per sottolineare che questa è la via da seguire, proprio come ci ha insegnato Gesù, il quale nell’Ultima Cena con questo gesto ha mostrato concretamente che il vero potere è il servizio, ponendosi come servo e lasciando un esempio da seguire».

Assieme agli undici, come detto, ci sarà don Renzo Chiesa, anch’egli presbitero del clero romano, direttore spirituale del Seminario maggiore. Da qualche anno sta affrontando importanti problemi di salute. «Un sacerdote che con fede sta portando una croce nel corpo, offerta per la Chiesa di Roma – osserva Di Tolve –. Con la sua testimonianza insegna cosa significa riporre la propria vita nelle mani di Cristo in ogni momento». Tornare a celebrare la Messa in Coena Domini nella Basilica di San Giovanni in Laterano vuol dire ricordare che «qui è la Cattedra di Pietro – conclude il vescovo –. Questo ci ricorda che la Chiesa di Roma presiede alla carità. Inoltre, è proprio qui che per la prima volta i cristiani celebrarono liberamente l’Eucaristia: un segno di vicinanza per tutti i cristiani ancora oggi perseguitati nel mondo». (“Avvenire” – Roberta Pumpo)

C’è poco da dire, papa Prevost non si lascia mai scappare l’occasione per fare, in modo elegante e rassicurante, retromarcia rispetto agli indirizzi pastorali di papa Bergoglio. Per dirla, facendo riferimento all’immagine cara a papa Francesco, si passa dall’ospedale da campo alla clinica della religione.

Esistono due modi diversi di fare Chiesa: chiuderla nel proprio recinto facendone un pur autentico esempio di stile caritativo oppure aprirla al mondo per condividerne le povertà e le sofferenze. Una lavanda dei piedi chic vs una lavanda dei piedi inelegante.

Mi sovviene una simpatica precisazione del grande Giberto Govi, che in una sua bellissima commedia dimostrò la grande differenza esistente fra essere vicini a qualcosa e l’esservi dentro: un conto è abitare vicino alle carceri, un conto è viverci dentro da recluso.

Mi si dirà che il Giovedì Santo non è l’occasione per imbastire polemiche sull’impostazione ecclesiale: infatti non sto facendo una polemica, sto solo prendendo atto di un indirizzo pastorale rivolto più ad intra che ad extra. Può darsi che sia giusto, per prendere la rincorsa, fare qualche passo indietro come fanno gli atleti. Mi permetto di avere qualche perplessità.

Durante una campagna elettorale in cui si contrapponevano Berlusconi e Prodi, Roberto Benigni, con la sua impareggiabile verve ironica, disse nel pieno di una trasmissione televisiva della Rai, fregandosene altamente della par-condicio: «Io non sono di parte, ma Berlusconi non mi piace…». Non ho l’autorevolezza del grande Benigni, ma provo ad imitarlo: «Seguo il corso prevostiano della Chiesa cattolica con attenzione e senza alcuna prevenzione, ma devo ammettere che non mi piace…».

In cauda irreverentem et ingratum venenum.

«La Chiesa dello IOR, delle banche, dei privilegi, degli scandali nei sacri palazzi, dei catering luculliani in onore dei neo-santi, delle ricchezze, delle mega-residenze di lusso, lasci il posto alla Chiesa “del grembiule”, alla Chiesa dei martiri come le suore missionarie in Yemen massacrate mentre servivano i poveri e si abiliti a lavare i piedi di coloro che sono esclusi da ogni sistema di sicurezza e che sono emarginati da tutti i banchetti della vita» (Comunità di Santa Cristina).