In questi ultimi giorni si sono verificati due fatti emblematici dell’andazzo internazionale in cui siamo coinvolti un po’ nostro malgrado un po’ col nostro colpevole tacito consenso.
L’ex ministro della Difesa ucraina, Mykhailo Fedorov, offrirà la sua consulenza al ministero della Difesa italiana. Lo ha annunciato il ministro della Difesa, Guido Crosetto.
La tensione fra Berlino e Mosca, palpabile da settimane, sfocia in quello che ormai è scontro aperto. La Germania ha adesso le prove che, dietro gli attacchi con i droni bomba di Lipsia, ci siano i russi. E il governo di Friedrich Merz ha annunciato una serie di misure di rappresaglia: la chiusura del consolato generale a Bonn dal 18 settembre, la risoluzione del contratto con la controversa Casa russa di Berlino (ritenuta un covo di spie) l’aumento della pressione sulla flotta ombra. La dura reazione di Ue e Nato a fianco dei tedeschi e contro la guerra ibrida di Mosca lascia intravedere una escalation senza precedenti. “Risponderemo”, promette Ursula von der Leyen, che lascia intravedere azioni senza precedenti. “I tentativi russi di intimidirci, di minare la nostra unità e volontà di sostenere l’Ucraina sono vani e falliranno”, le ha fatto eco il segretario generale dell’Alleanza Marc Rutte. Entrambe hanno telefonato a Merz per esprimere quella solidarietà che è arrivata anche dalle parole di Giorgia Meloni e Antonio Tajani: “In momenti come questo – ha detto la premier – è essenziale rimanere saldi, continuare a lavorare uniti e mantenere una postura credibile di deterrenza a difesa della sicurezza dei nostri cittadini”. (ansa.it)
Mi chiedo: è nata prima la nostra falsa psicosi russofobica, dietro cui stiamo legittimando una malcelata vocazione bellica, o la pretestuosa mania eurofobica dietro cui la Russia giustifica il suo anacronistico ma strisciante rigurgito di strategia imperialista. In parole povere: entrambe le parti vogliono5 la guerra a tutti i costi e cercano motivazioni per insistere follemente in questo disegno dove la deterrenza per la difesa si sposa con l’incoraggiamento all’attacco, dove l’aggressione si sposa col ripristino della legalità.
Una seconda domanda: l’opinione pubblica come vive questo clima bellico sempre più invadente e invasivo? Si rende conto della situazione e la accetta come se fosse un giocare alla guerra o preferisce scrollarsi di dosso ogni responsabilità con un’alzata di spalle tra il rassegnato e il disinteressato? Mette sullo stesso piano pacifismo e bellicismo come se fossero due opzioni virtuali e retoriche a cui rispondere col pragmatismo dei Crosetto, dei Merz, dei Rutte, delle Meloni e delle Von der Leyen?
La convinzione di Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace e storico promotore della Perugia-Assisi, è netta e senza ipocrisie. «Siamo già in guerra e non lo vogliamo riconoscere». Gli anni delle mobilitazioni oceaniche contro i conflitti nei Balcani e in Iraq sono preistoria, ma adesso nella metamorfosi dell’opinione pubblica c’è un elemento in più, sottolineato proprio ieri dal sorprendente report settimanale di Swg: il sostegno all’invio di armi in Ucraina è risalito al 51%, livello mai toccato dall’aprile 2023, sette punti percentuali in più rispetto allo scorso febbraio.
Nel frattempo, la Russia viene considerata come la principale responsabile del proseguimento delle ostilità nella regione dal 42% dei cittadini. Dati non trascurabili, per un Paese nel quale la quota di simpatizzanti per Mosca, all’estrema destra come all’estrema sinistra, è significativa. «Siamo in quella parte del mondo che anziché aiutare Kiev a salvarsi, la sta aiutando a combattere – riprende Lotti -. Non mi si dica che in questo modo si finisce per giustificare il Cremlino o le dichiarazioni di Maria Zakharova. Abbiamo sempre denunciato quanto accade nell’ex Unione Sovietica, dove i pacifisti come noi vengono silenziati e ammazzati».
Mentre i governanti giocano alla guerra e la gente tace e acconsente, bisognerebbe avere almeno il coraggio di scandalizzarsi, di alzare la voce, di protestare, di ragionare, di insistere per ottenere un cambio di passo.
Indica un modello, il coordinatore del Tavolo della Pace, guardando all’Est Europa: è quello della diplomazia negoziale vaticana, presente settimana scorsa con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher nelle zone del conflitto. «Non lasciamo solo chi sta mediando, con pazienza e trasparenza. Solo così potremo uscire da questa guerra cognitiva, secondo cui l’unica cosa possibile da fare rimane rassegnarsi alla logica del riarmo a tutti i costi». (“Avvenire” – Diego Motta)
Sempre meglio “l’ipocrisia diplomatica”, che tenta l’impossibile, dell’ipocrisia bellica che sceglie il possibile. Mi piace fare riferimento a come interpretava la diplomazia, in senso popolare, dinamico e …religioso, Giorgio La Pira, che oserei definire il genio del dialogo quale antidoto della guerra e fondamento della pace: una diplomazia non contagiata dal virus geopolitico, non asettica o addirittura amorale, non servile e pronta a giustificare la guerra ma a prevenirla e risolverla nell’interesse di tutti, una diplomazia che oppone la forza mite dell’ascolto e del confronto alla forza crudele delle armi, non solo asservita al proprio Stato ma chiamata ad operare nell’interesse dell’intera umanità, impegnata nel campo delle relazioni disarmate alla ricerca non della guerra giusta ma della pace giusta (cfr. Pasquale Ferrara, già Direttore per gli Affari Politici e di Sicurezza del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale).
Sentite cosa ha dichiarato il nostro osceno ministro della guerra! (tra le paventate riforme costituzionali, quella del ritorno di fatto al ministero della guerra non è certo la più indolore…)
“Ho ricevuto la visita di Mykhailo Fedorov, già ministro della difesa ucraino e con una significativa esperienza nel campo dell’innovazione digitale applicata alla pubblica amministrazione e alla difesa. Occasione di approfondimento, in particolare, sul tema dei droni, dei sistemi unmanned e della difesa aerea, oltre a un confronto sull’evoluzione dell’ecosistema tecnologico. In uno scenario caratterizzato da trasformazioni repentine e senza precedenti, nel quale il cambiamento costituisce una costante, è imprescindibile ricercare opportunità di confronto e di scambio di esperienze. Per questo sono lieto che Mykhailo Fedorov abbia accettato di offrirmi la sua consulenza quale Advisor per l’Innovazione della Difesa”, ha spiegato Crosetto su X.
E sentite il parere del già citato coordinatore del Tavolo della Pace!
Lotti dice di non essersi scandalizzato più di tanto neppure per quella foto tra Guido Crosetto e Mikhailo Fedorov, che ha suggellato un’intesa strategica tra l’Italia e il “mago” ucraino dei droni e della guerra moderna. «Il ministro sa come si vendono le armi, perché agisce nella logica della guerra. È quella la sua cornice, lo è sempre stata». È più colpito dalla «censura che riguarda innanzitutto noi, che ha riguardato durante il suo pontificato papa Francesco. L’intero sistema dei media sta azzerando ogni spazio di proposta alternativa alla prosecuzione del conflitto».
E abbiate la pazienza di sentire anche il mio parere!
Io mi scandalizzo. Il ministro Crosetto ha giurato sulla Costituzione, che all’articolo 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Non dovrebbe allora, almeno politicamente, rispondere di attentato alla Costituzione stessa (confondendo guerra e pace, difesa e offesa), consistente nell’avvalersi di esperti in materia bellica piuttosto che di esperti in diplomazia volta alla pace? Il Parlamento non dovrebbe presentare una mozione di sfiducia verso il ministro? Il presidente della Repubblica non dovrebbe consigliargli di rassegnare le dimissioni? Nell’attuale compagine ministeriale è senza dubbio il più garbato, dignitoso e preparato, ma, come si suole dire, la sta facendo fuori dal buco in una materia dalla delicatezza estrema.
