Sinistra, se ci sei, batti qualche colpo

Il quadro politico nazionale (referendum), quello europeo (sconfitta di Orban), quello mondiale (interventi a gamba tesa di papa Leone) stanno cambiando e dovrebbero creare spazi di intervento alla sinistra politica.

In Italia giorno dopo giorno si registra una strisciante crisi del governo di centro destra nonostante i goffi tentativi di recupero della premier a livello di pulizia anti-corruzione (Del Mastro e Santanchè), di controllo sulla burocrazia ministeriale (Bartolozzi zarina di Nordio), di dominio partitico (su FdI e gli alleati) tramite una riforma elettorale di tipo maggioritario e di reinserimento nel gioco istituzionale (puntando al 2029 con l’obiettivo sull’elezione del futuro Capo dello Stato).

In Europa si è chiusa momentaneamente la strada nazional-sovranista a cui Meloni e Salvini erano legati, ma si è aperta quella meramente conservatrice su cui passeggeranno con un certo distacco rispetto alla vita delle istituzioni europee (basti considerare l’apertura di una querelle sulla revoca del patto di stabilità). L’euroscetticismo troverà nuovi campi e cavalli di battaglia.

A livello internazionale non so se stia creando più subbuglio papa Leone con le sue reiterate prese di posizione o la guerra con i suoi flagelli militari e pseudo-diplomatici. Fatto sta che il governo italiano cerca di riposizionarsi rispetto a Trump (che ha prontamente reagito retrocedendo la Meloni in serie c) e rispetto a Netanyahu lasciando scadere gli accordi militari con Israele (la reazione non si farà attendere…).

In questo quadro a dir poco imbarazzante per il governo di centro-destra italiano la sinistra si limita a sfondare la porta aperta della polemica, a guardarsi l’ombelico sperando che si cicatrizzi con le elezioni primarie, a cavalcare l’onda post-referendaria che non tarderà a smorzarsi se non alimentata a dovere.

La polemica non basta, a volte si ritorce addirittura contro i polemizzanti, irrita chi è già in atteggiamento critico e aspetta proposte alternative.

Le elezioni primarie non hanno alcun effetto taumaturgico, non coprono il vuoto della classe dirigente, non hanno valenza istituzionale, non hanno fondamento elettorale, sono puramente indicative e, se non adeguatamente preparate e formulate su linee politiche precise, rischiano di creare ulteriori divisioni fra le forze politiche e imbarazzi nei potenziali elettori.

Quanto all’onda post-referendaria essa si scarica sulla battigia costituzionale e attende la fine della “teatrocrazia” e una vera e propria rifondazione della politica. Gli elettori del referendum hanno fatto una   scommessa sulla tenuta costituzionale del Paese, l’hanno vinta  ed ora attendono di riscuotere la vincita in termini politici. Non vanno delusi, pena il ritorno all’astensionismo.

In questo momento storico credo che il punto di partenza debba essere la politica estera orientata alla ripresa del ruolo pacifico dell’Italia e dell’Europa. Si tratta peraltro di raccogliere il meraviglioso assist di papa Leone.

In cosa si differenzia la sinistra italiana rispetto all’andazzo bellicista che sembra essere inevitabile? Un mio simpatico zio, quando a tavola si condiva l’insalata, chiedeva se c’era stato messo il sale. Perché? Perché sosteneva di non vederne l’effetto in grigio. La sinistra si sente ma non si vede…Ha paura di essere troppo pacifista, di essere troppo anti-occidentale e poco filo-americana, di tradire certe alleanze che ormai stanno andando fuori tempo massimo, di esprimere critiche che potrebbero isolare il Paese (meglio soli che male accompagnati…).

La sinistra italiana è veramente europeista, esprime una rappresentanza in tal senso nel Parlamento europeo? Si confonde nel marasma? Riesce a portare avanti politiche di disarmo e non di riarmo, di equità e socialità o si accontenta della pedissequa difesa del rigore dei parametri contabili? Si impegna nel conferire all’Europa il ruolo adeguato nello scacchiere mondiale o accetta la politica del pesce in barile?

Torniamo in territorio italiano. La sinistra riesce a varare finalmente una riforma fiscale, riesce a riportare la sanità pubblica a servizio dei cittadini, riesce ad impostare una politica economica che non si accontenti di quadrare i conti pubblici?

In poche parole la sinistra è in grado di scaldare i cuori e di allargare i portafogli di chi soffre gravi difficoltà economiche. Un tempo si pensava che la sinistra dovesse governare per imporre sacrifici ai ricchi a favore dei poveri. Proviamoci, senza demagogia, ma con equità e buna volontà.

Non è facile, ma necessario misurarsi in queste sfide, altrimenti è perfettamente inutile inorridire di fronte al governo Meloni, alle guerre, ai genocidi, alle ingiustizie, ai rigurgiti fascisti e nazisti, al disordine internazionale.

 

L’Apocalisse di papa Leone XIV

Le reazioni politiche e culturali agli attuali fortissimi pronunciamenti papali sono state molto superficiali e hanno badato più ad osservare il riposizionamento della politica a livello internazionale e nazionale che a valutare la portata storica delle dichiarazioni di Leone XIV.

Tutti si sono precipitati a considerare la paradossale reazione trumpiana collocandola in una sorta di delirio, mentre in realtà si tratta di una lucida mossa difensiva rispetto allo scompiglio creato nella piccionaia dei rapporti fra cattolicità e politica e ancor più nel meccanismo di consenso religioso su cui si basa la presidenza Trump.

Il Papa infatti, opponendosi in modo così deciso a qualsiasi guerra, ha smantellato la retorica americana “Dio-guerra”, ha messo in grave e seria discussione l’adesione cattolica al progetto Maga, ha inserito un cuneo tra la presidenza statunitense e i cattolici che l’hanno appoggiata a livello elettorale e la stanno tuttora sostenendo a livello programmatico, ha fatto emergere le contraddizioni di questo sciagurato patto religione-politica.

Ma c’è molto di più, qualcosa di epocale che si affaccia sulla storia tramite la squisita e provocatoria convergenza della pastorale prevostiana col Vangelo, per certi versi sorprendente in quanto ha finalmente abbandonato i soliti ammortizzatori diplomatici. Leone XIV si pone in netto contrasto anche con la Chiesa ortodossa russa, che approva l’invasione dell’Ucraina con tanto di benedizione ai soldati…e si mette contro quella maggioranza di musulmani (non solo Isis) che hanno una concezione minimalista della pace e della vita umana…prende le distanze dall’ebraismo incollato all’Antico Testamento ed ai suoi testi dottrinari e storici…mette i puntini sulle “i” di quanti osano pregare su Trump…

Vangelo e Corano non sono la stessa cosa, Gesù e Maometto non la pensano allo stesso modo sulla pace e sulla guerra. L’antropologia dell’Islam è molto distante da quella cristiana. Muovere guerra in nome di Dio non è una forzatura esclusiva del Corano, ma una tentazione per tutte le religioni in tutti i periodi storici. Non è un caso che i facitori di guerra citino spudoratamente l’Antico Testamento, che Donald Trump lisci il pelo ai cattolici per fare guerra alla teocrazia iraniana, che Netanyahu nella sua deriva genocidaria possa contare sull’appoggio della casta religiosa ebraica.

Si tratta di una rivoluzione messa in moto da questo Papa…che sconquasso mondiale politico-religioso…la sua tenace fedeltà al Vangelo non ammette sconti…quanti nemici… Il buonismo dialogico fra le religioni deve essere rivisto nella chiarezza, abbandonando ogni e qualsiasi compromissione col potere. Povero Papa, che battaglia…lo Spirito Santo lo sostenga.

Putin per il momento tace: è più scaltro di Trump che straparla e insulta tutti tranne i suoi compari, Putin e Netanyahu. I maga-lomane sparsi in tutto il mondo sostengono con forza Trump. Il delinquente per eccellenza, Benjamin Netanyahu, è anche lui in allarme. I capi cinesi aspettano che dallo stretto di Hormuz oltre alle petroliere passino anche i cadaveri della geopolitica impazzita. Gli europei aspettano Godot.  Il governo italiano è diviso: ha il “magone” e oscilla tra l’omertoso bellicismo filo-trumpian-israeliano e il penoso bigottismo filo-vaticano in una tardiva, difficile, se non impossibile, pedalata all’indietro.

Senza esagerare siamo spettatori di uno scontro apocalittico fra bene e male, fra un umile papa, che, Vangelo alla mano, fa appello agli uomini di buona volontà, e il maligno, che si serve di uomini potenti (Trump, Netanyahu, Putin, etc.) per raggiungere i suoi scopi distruttivi. Sembra lo scontro fra Davide e Golia.

Ora partiranno le accuse volte a screditare il Vaticano nelle sue malefatte passate e presenti, ma il futuro, nonostante tutto, è dei costruttori di pace: papa Leone sta trovando il coraggio di guardare oltre…sembra quasi averci preso gusto…Giorgio La Pira in cielo applaude e con lui Gandhi, Luther King e tutti gli operatori di pace della storia.

 

N.B.: un grazie di cuore all’amico Pino Gennari, che mi ha ispirato queste profonde riflessioni.

 

 

Adesso in Europa bisogna spazzar via il moderatume

«Abbiamo liberato l’Ungheria!». Péter Magyar saluta così il suo straordinario trionfo, accolto dalla folla festante sulle note di «My way» di Frank Sinatra alla grande piazza Batthiány, sulle rive del Danubio dalla parte di Buda, con il neogotico Parlamento proprio di fronte dall’altra parte del fiume. Budapest è stata tutta la notte in festa, con caroselli di auto, gruppi di gente festante ovunque, concerti in piazza, sembrava quasi che l’Ungheria avesse vinto i Mondiali di calcio. Perché la gente non ne poteva davvero più del governo Orbán, segnato sempre più da corruzione, autoritarismo e occupazione dei media e delle istituzioni. E questo ha consegnato il grande trionfo a Tisza, il partito di Magyar, che ha ottenuto non solo il 53,6% dei voti contro il 37,8% di Fidesz, il partito di premier uscente, ma, cosa essenziale, ha ottenuto la maggioranza dei due terzi, con 138 seggi (contro i 55 di Fidesz), il che gli consentirà agevolmente anche modifiche costituzionali per revocare le riforme istituzionali in senso autoritario del governo Orbán, attuando quanto richiesto dall’Ue per poter avere accesso ai fondi bloccati. Un ruolo fondamentale ha giocato anche l’affluenza da record, la più grande di sempre: il 77,8%.

(…)

«Collaboreremo con spirito costruttivo» ha dichiarato la premier Giorgia Meloni. «Ringrazio il mio amico Viktor Orbán – ha aggiunto – per l’intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall’opposizione continuerà a servire la sua nazione». Adesso l’attesa è che Budapest finalmente sbloccherà il mega-prestito Ue da 90 miliardi all’Ucraina, di cui Kiev ha bisogno urgentissimo e consentirà l’apertura di capitoli negoziali con il Paese di Volodymyr Zelensky (il quale, pure lui, naturalmente si è congratulato) anche se ha annunciato un referendum sull’adesione di Kiev. In generale, l’attesa che la politica dei veti che inceppano l’Europa sia finita, anche se molti a Bruxelles non si aspettano che Magyar sarà un partner facile. Certo è che la sua vittoria è un duro colpo per i due grandi sponsor di Orbán: l’amministrazione Usa di Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin, che aveva nel premier uscente un forte alleato che ha ostacolato in ogni modo il sostegno a Kiev e le sanzioni a Mosca. Del resto, il compito che attende Magyar in patria è a dir poco erculeo: Orbán ha occupato tutti i gangli vitali delle istituzioni e dell’economia, con riforme costituzionali che hanno indebolito il sistema democratico della divisione dei poteri in nome di quella che ha definito «democrazia illiberale». Il tutto dividendo la società con campagne di odio. Far guarire il Paese sarà un lavoro lungo e difficile. E Magyar non potrà fallire, l’attenzione, e l’attesa, su di lui è enorme. (“Avvenire” –  Giovanni Maria Del Re, inviato a Budapest)

 

Vance se ne torna negli Usa con le pive nel sacco, le destre europee più o meno euroscettiche subiscono una bella batosta, i leader europei si entusiasmano (fin troppo), Giorgia Meloni mastica amaro e ringrazia Orban (di cosa?). La democratura globale può attendere.

L’Europa però ha vinto soltanto una piccola anche se importante battaglia, la guerra per l’Unione europea è ancora lunga e piena di difficoltà. Donald Trump ha perso uno dei suoi riferimenti tattici e Putin ha perso un subdolo alleato.

Non credo che Péter Magyar sia un campione di progressismo e di europeismo anche se di questi tempi bisogna accontentarsi. Chi vivrà vedrà. Penso che il buon futuro europeo non sia tanto dipendente dalla coesistenza pacifica dei nazionalismi, ma dalla trasversale spinta ad opera della politica di una sinistra che finalmente esca dal buco per sconfiggere il moderatume e la reazione. Mi preoccupa infatti molto il moderatume, la sua equivoca configurazione, la sua sete di potere, la sua vocazione pseudo-democratica. Potrebbe e dovrebbe essere il momento per l’esame finestra degli europeismi di maniera (quelli contenuti nel barile del Ppe).

Ci sono alcune partite aperte che mi inquietano: il riarmo camuffato da difesa comune, il ruolo di vaso di coccio pacificatore in un mondo di vasi di ferro bellicisti, la coniugazione dell’atlantismo riveduto e corretto. Il problema Ucraina, è inutile nasconderlo, complica e scombina ulteriormente questi discorsi.

Solo una classe dirigente adeguata può quadrare questi cerchi. Non la vedo! L’Italia al riguardo da Paese fondatore e trainante è diventata un peso morto. Che vergogna!

Per adottare certe decisioni fortunatamente non ci sarà più l’alibi Orban, ma non basterà. Qualcuno magari, anche nel nostro Paese, è già pronto a prenderne il posto: il filo di collegamento euro-trumputiniano è difficile da recidere e può essere addirittura rilanciato nella contestualizzazione del dopo Orban. Viene spontaneo il processo alle intenzioni: cavalcare in modo elegante l’euroscetticismo può rappresentare un espediente insensato italiano per rimanere a galla dopo la batosta referendaria e gli imbarazzi bellici filotrumpiani, per mantenere incollata con la mera saliva la maggioranza di governo, per continuare a tenere i piedi in molte paia di scarpe. A buon intenditor poche parole. A pensar male…

E Trump risponde: «Che cos’è la pace?»

Secondo Trump, poi, Prevost sarebbe stato «scelto dalla Chiesa esclusivamente perché americano», perché «si riteneva che quello fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Donald J.». Senza mancare di rivendicare il merito dell’elezione a Pontefice dell’allora prefetto del Dicastero per i vescovi. Leone XIV dovrebbe essergli «grato», perché, «come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa sconcertante», in quanto «non figurava in nessuna lista dei papabili», e se lui non fosse stato alla Casa Bianca, «Leone non sarebbe in Vaticano». 

Al di là dell’evidente delirio di onnipotenza messo in bella mostra dal presidente statunitense, al di là della sua estrema difficoltà a fronteggiare la denuncia proveniente dalla massima autorità in campo morale, al di là della puntuale ed ineccepibile replica papale, al di là delle ricompattanti reazioni a livello clericale ed ecclesiale, al di là dell’ormai inevitabile e ossigenante prospettiva della caduta del dio-trump, al di là dell’evangelica e pasquale posizione della Chiesa che lascia intravedere un puntuale intervento dello Spirito Santo, al di là dell’avveramento dell’agognata profezia  dei “potenti rovesciati dai troni”, al di là del senso religioso di liberazione dalla disumanità al potere, al di là del fatto che le parole del Papa si confermano pesanti come macigni estremamente ingombranti per la coscienza di tutti, rimane la soddisfazione per la rimozione di un equivoco sorto all’atto della nomina a papa di Prevost: era sorto il dubbio atroce di una scelta politica del quieto vivere, che evidentemente era una certezza per Trump.

Qualcosa c’era, almeno nella testa del tycoon: ora finalmente e speriamo definitivamente se la deve togliere dalla testa. Involontariamente Trump ha fatto chiarezza: la Chiesa è una creatura strana e sfuggente, che a volte si compromette coi potenti, ma ne rimane sostanzialmente slegata per merito di quello Spirito Santo che la protegge e la indirizza senza baccano ma con assoluta precisione.

Vivo un momento di grande sollievo nel vedere e nel sentire il Papa interprete autentico della volontà evangelica senza se e senza ma. È un cammino in salita che non si raggiunge facilmente ed abbisogna sempre di scrupolosa vigilanza. Adesso sformiamoci di voltare pagina e di liberarci sempre più di ogni e qualsiasi laccio o lacciuolo che ci tiene attaccati al potere. La buona politica è altra cosa, è carità. Le tentazioni non finiscono mai, ma le certezze evangeliche sono più forti.

 

Il macigno umanitario sulla via bellica degli inumani

Da una parte il presidente Trump e il suo ministro della Guerra Hegseth, impegnati in una nuova crociata contro gli “infedeli”, sicuri che il loro dio benedica la loro parte; dall’altra Papa Leone XIV, che li attacca, dottrina cristiana alla mano: Dio non è mai dalla parte di chi scatena guerre e uccide, né di chi usa la forza militare per imporre il proprio volere agli altri. Trump, che subito dopo essere stato ferito all’orecchio si definì “unto dal Signore”, ha classificato le critiche come attacchi personali. Papa Leone andava rimesso in riga. Così, suoi zelanti funzionari hanno pensato di “avvisare” il Vaticano convocando il nunzio apostolico negli Stati Uniti — un diplomatico di fatto — al Pentagono, la sede centrale del potere militare.

Il messaggio doveva arrivare subito, preciso e chiaro: siamo la potenza militare più forte del mondo, possiamo fare quello che vogliamo; quando decidiamo di intervenire voi dovete benedire e basta. Non hanno messo in conto che a Papa Leone XIV nessuno potrà mai far benedire una guerra “armi alla mano”. Lo scandalo è scoppiato e, subito dopo, funzionari altrettanto zelanti dell’amministrazione hanno cercato di silenziare, ridimensionare, scaricare sui giornalisti. Il Pentagono ha ridimensionato l’accaduto: per loro il confronto è stato “rispettoso”. Il nodo centrale è che, nel momento in cui Trump fonda tutto il suo potere sulla forza militare, non può avere contro il Papa, il rappresentante di un’autorità morale globale. In alcune cronache giornalistiche si fa riferimento anche alla minaccia di provocare una sorta di “scisma”, ossia di portare le comunità di “credenti in Trump” verso altra Chiesa. Una minaccia, però, caduta nel vuoto. Papa Leone XIV continua a denunciare chi ricorre alla “diplomazia della forza”, condannando guerre e raid e invitando addirittura i cittadini americani a fare pressione per la pace.

L’elenco delle azioni contestate è ormai lungo: interventi militari in Iran e Venezuela, minacce alla Groenlandia con guerra evocata, la stretta sui migranti con le deportazioni e i raid dell’ICE con vittime civili. Insomma, negli Stati Uniti la Chiesa cattolica appare nettamente all’opposizione rispetto al governo Trump. Dietro c’è anche lo scontro tra due fazioni cattoliche: una che fa capo al vicepresidente Vance, più isolazionista e meno interventista, che vorrebbe mantenere un buon rapporto con il Vaticano; e quella del “falco” Hegseth, il ministro della Guerra, che ogni volta che parla invoca la potenza distruttiva di dio a sostegno dei suoi “guerrieri” contro i ‘cani infedeli’. Al momento Vance appare isolato. Molto dipenderà dal risultato che riuscirà a ottenere nelle prossime ore nel negoziato diretto con l’Iran. Hegseth, invece, non vede l’ora che fallisca. D’ora in avanti, man mano che ci avvicineremo alle elezioni di metà mandato, lo scontro “di religione” diventerà sempre più acceso.

Da una parte i seguaci del cristianesimo “trumpiano” (nazionalismo cristiano), che vedono Dio come garante della nazione e della guerra, con una religione subordinata alla politica nazionale e una forte componente identitaria; dall’altra il cattolicesimo universale di Papa Leone XIV, non nazionale, con al centro la continua ricerca e difesa della pace e della dignità umana: autorità morale sopra gli Stati. Quello a cui stiamo assistendo — e che avrà ripercussioni anche da noi, prima o poi — è uno scontro sistemico, non un mero incidente diplomatico: una collisione tra due modelli di ordine mondiale. È un triplo conflitto geopolitico: USA contro Vaticano; interno agli USA tra due cristianesimi; su chi definisce cosa sia bene e giusto nel mondo. (DIrE, Agenzia di Stampa Nazionale – Nicola Perrone)

Il pezzo riportato, corredato da una simpatica vignetta con tanto di Trump abbigliato da papa, al di là di qualche probabile forzatura, mi sembra fotografi bene la situazione dei rapporti tra le esigenze della cristianità e quelle della strapotenza laica, che fanno sempre più fatica a trovare compromessi a livello diplomatico.

Forse fra i tanti tragici torti Trump ha un merito, quello di mettere a nudo le contraddizioni sue e degli altri, costringendo tutti a prendere decisamente posizione. Anche la diplomazia vaticana si trova in difficoltà a fronteggiare la follia trumpiana, che si intromette pericolosamente perfino nella situazione religiosa a livello nazionale e nei rapporti con la Santa Sede.

Meglio così!? La diplomazia vaticana trova un pregiudiziale limite nella prepotenza statunitense e si trova costretta a ripiegare (un ripiegamento, si fa per dire, a mio giudizio estremamente benefico) sull’aperta denuncia. La guerra intentata da Trump un po’ contro tutti sta diventando anche una guerra di religione? Potrebbe essere quella che mio padre definiva “la pisciata contro vento”. Chi troppo vuole nulla stringe! Il primo papa americano che mette in crisi chi “vuò fà l’americano”. Forse Trump e c. non avevano previsto l’inconveniente religioso o forse pensavano di averlo esorcizzato con il conclave post-francescano. Sembra che si siano sbagliati di molto.

Fin dai tempi di papa Francesco il Vaticano era diventato l’unico punto di riferimento teorico-culturale per una politica di pace e di giustizia; ora lo sta diventando concretamente sul piano politico-diplomatico? Una sfida (quasi) apocalittica in cui la diplomazia cattolica diventa aperta contestazione e la contestazione cattolica diventa la base del dialogo politico del sì-sì, no-no?

A volte serve toccare il fondo per risalire, fare qualche passo indietro per prendere la rincorsa: speriamo che non siano soltanto scaramucce etico-religiose che servono a segnare i rispettivi territori. La Chiesa infatti è molto più del Vaticano così come l’umanità e molto più dell’armata trumpiana (e israeliana…).

«La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale» (dal discorso di papa Leone XIV in occasione della preghiera del Santo Rosario per invocare il dono della pace).

Ottiene comunque il mio alto gradimento l’impegno papale volto all’apposizione di un formidabile macigno umanitario sulla strada degli inumani.

Le paroline forti negli occhi dei prepotenti

Una visita per rilanciare il multilateralismo, per ridare forza al diritto internazionale e attraverso esso, ad iniziative di pace eque e durature. Si chiude con una forte insistenza sul ruolo dell’Europa e della Nato, la visita di Sergio Mattarella nella Repubblica ceca. Il presidente della Repubblica, nei suoi incontri a Praga con i presidenti cechi di Camera e Senato, ha invitato a recuperare lo spirito del 2000 (quando ci fu l’ingresso dei paesi dell’Est Europa nella Nato e nell’Ue) facendo uso di «coraggio creativo». Più Europa quindi, ma non solo. «Il rapporto transatlantico deve rimanere saldo. La Nato è essenziale per garantire l’equilibrio del Sistema mondiale. Ed è utile a entrambe le sponde».

Europa che è stata tra i temi al centro della visita: «C’è un’esigenza che i Paesi europei dell’Unione siano uniti nelle posizioni e nelle iniziative. Per poter contribuire alla pace, offrire un contributo a risolvere problemi e conflitti così drammatici», ha ammonito Mattarella, fiducioso che, sia pur a fatica, si stia finalmente andando in questa direzione, auspicando «una concordia e una posizione comune. Si sta per molti aspetti costruendo in queste settimane e in questi giorni. Occorre che venga completato questo processo per avere una voce concorde tra i Paesi europei e poter così avanzare proposte autorevoli e credibili nell’ambito dello svolgimento di queste crisi drammatiche, che non riguardano soltanto i territori interessati, con i danni drammatici che vi sono per popolazioni e per territori, ma riguarda anche l’equilibrio mondiale, con le conseguenze che vi sono di turbamenti, disorientamenti e sconvolgimenti sotto vari aspetti», ha detto il presidente della Repubblica nella conferenza stampa dell’altra sera tenutasi dopo l’incontro con l’omologo della Repubblica Ceca Petr Pavel.

Ma Mattarella ha lanciato un monito importante anche sul ruolo delle corti internazionali, finite anch’esse sotto attacco. «È stato un vero salto di civiltà, quando sono state istituite – ha ricordato – per sanzionare le violazioni del diritto internazionale. È di estrema gravità che vengano aggredite. Dobbiamo evitare di tornare indietro nella storia dell’umanità quando le controversie si regolavano con la forza e non con il diritto. C’è un detto latino – ha concluso – che recita Amicus Plato sed magis amica veritas». (“Avvenire” – Angelo Picariello)

Verrebbe da dire: così si fa il ministro degli Esteri! Nei contenuti e nei toni ho ritrovato l’Italia: una lezione di cultura, storia e politica. Meno male che c’è Mattarella!  Dopo la deludente per non dire penosa performance di Giorgia Meloni in Parlamento, ci voleva proprio questo controcanto.

Il controcanto è una melodia secondaria in musica che si sovrappone o sottopone alla linea melodica principale, arricchendola. È utilizzato per creare armonia o contrasto, spesso intonato da un secondo cantante o strumento, e per estensione indica una posizione critica o contraria a un pensiero dominante.

Quello di Mattarella è tutto un altro cantare, checché ne scriva il già sopra citato Angelo Picariello il quale, forse in un eccesso di carità governativa, afferma riguardo alla visita del presidente della Repubblica a Praga: “Un clima atmosferico del tutto diverso, rispetto a Roma, ma in sostanziale sintonia con la linea che Giorgia Meloni e Guido Crosetto hanno espresso in Parlamento in relazione ai conflitti in corso, specialmente quello in Iran. Linea peraltro concordata in seno al Consiglio supremo di Difesa – che, sotto l’egida del Quirinale, riunisce i ministri interessati e i vertici della Difesa – dopo che più di qualche freddezza era trapelata dal Colle per l’adesione, sia pur con il ruolo di “osservatore”, del nostro governo, (rappresentato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani) al Board of peace, che in un colpo solo taglia fuori, dalle trattative di pace in Medio Oriente, la Nato, la Ue, e soprattutto l’Onu”.

Non si tratta di freddezza o di tepore, ma della differenza esistente fra il fare seriamente politica a livello internazionale e il barcamenarsi opportunisticamente nel mondo in tempesta. Nell’intervento del Capo dello Stato c’è quanto manca nell’azione dell’attuale governo: una fede incrollabile nella costruzione europea, un’adesione convinta, ma non a capo chino, all’alleanza atlantica, una difesa strenua e pregiudiziale verso il diritto internazionale e le istituzioni ad esso preposte.

Mi è stato necessario e sufficiente per recuperare un filo di speranza nella forza dei principi e valori democratici così barbaramente intaccati e così omertosamente indifesi. Per fortuna in questi giorni due personaggi hanno battuto i loro colpi. Mi riferisco a papa Leone (pur da me continuamente sollecitato) e a Sergio Mattarella (pur da me fin troppo agognato). Il primo ha reagito alle minacce di Trump, definendole moralmente inaccettabili e culturalmente spropositate. Il secondo, con evidente riferimento a Trump e a chi è con lui e per lui: “Platone è mio amico, ma la verità mi è più amica”. La ricerca della verità oggettiva al di sopra di legami personali, alleanze politiche, autorità di parte.

Aggiungiamoci pure che Donald Trump ha trovato finalmente chi (con l’autorevolezza della fede in Dio e della speranza negli uomini) ha il coraggio di dirgli e dargli paroline in un occhio (in pubblico e in privato) e che Giorgia Meloni ha trovato chi le suggerisce (con l’energia della saggezza e la maestria dell’esperienza) come si fa a rappresentare degnamente le istanze degli italiani.

 

 

Coltelli giovanili e scudi governativi

C’è un problema enorme, oserei dire sconvolgente, che si aggira nella nostra società intaccandone le radici: il comportamento abnorme degli adolescenti. Gli atti di bullismo, la delinquenza minorile, l’estrema violenza contro insegnanti e genitori, il sesso giocato e sprecato, fanno ormai parte dell’ordinaria quotidiana cronaca.

Scatta immediatamente il varo di provvedimenti, più ridicoli che illusori, volti a contenere i fenomeni all’insegna del mero proibizionismo, senza affondare la vanga anche per la paura che ne escano spiacevoli complicanze politiche.

Il governo si è convinto a regolamentare i social ai minori. A quanto apprende Huffpost, Palazzo Chigi ha dato mandato ai gruppi parlamentari di riaprire l’iter del disegno di legge presentato dalla senatrice di FdI Lavinia Mennuni e controfirmato dalla dem Marianna Madia, che interviene sull’accesso ai social network degli under 15. Il testo era incardinato al Senato, in attesa da mesi dei pareri del governo. (Huffpost)

 

Il governo italiano sta introducendo una stretta sul porto di coltelli tramite il nuovo decreto sicurezza (2026), inasprendo le pene per chiunque porti armi da taglio senza giustificato motivo. La norma mira a contrastare la criminalità giovanile, vietando coltelli a scatto, a farfalla e con lama superiore a 5-8 cm, con conseguente arresto in flagranza.

 

Dal 1° settembre 2025, è in vigore il divieto assoluto di utilizzare smartphone, smartwatch e altri dispositivi elettronici personali durante le ore di lezione e l’intero orario scolastico, inclusi gli intervalli, nelle scuole di ogni ordine e grado. La norma mira a migliorare la concentrazione, ridurre l’ansia e favorire la socializzazione, limitando l’uso della tecnologia solo per finalità didattiche autorizzate.

 

Esiste la tendenza ad evitare accuratamente il tema fondamentale dell’educazione dei minori: meglio rassicurare ed evitare allarmismi, non fermando le alluvioni a monte e pensando di poterle gestire a valle.

La storia insegna che l’educazione era fino a qualche tempo fa nelle mani di tre istituzioni: famiglia, scuola, parrocchia. Queste vere e proprie agenzie educative si sono logorate fino a raggiungere il punto dell’irrilevanza.

Mia sorella, acuta ed appassionata osservatrice dei problemi sociali, nonché politicamente impegnata a cercare, umilmente ma “testardamente”, di affrontarli, di fronte ai comportamenti strani, drammatici al limite della tragedia, degli adolescenti era solita porsi un inquietante e provocatorio interrogativo: «Dove sono i genitori di questi ragazzi? Possibile che non si accorgano mai del vulcano che ribolle sotto la imperturbabile crosta della loro vita famigliare?». Di fronte ai clamorosi fatti di devianza minorile, andava subito alla fonte, vale a dire ai genitori ed alle famiglie: dove sono, si chiedeva, cosa fanno, possibile che non si accorgano di niente? Aveva perfettamente ragione. Capisco che esercitare il “mestiere” di genitori non sia facile ed agevole: di qui a fregarsene altamente…

La scuola è stata progressivamente indebolita a livello strutturale e didattico: gli insegnanti trattati a pesci in faccia a livello economico, costretti ad iter occupazionali e professionali infiniti, delegittimati dalle famiglie degli studenti, vittime delle mancate riforme omesse per colpa dei governanti di turno e del corporativismo sindacale.

Quanto alla collaborazione fra scuola e famiglia, mio padre nutriva una sorta di religioso rispetto per gli insegnanti: “Mo vót che mi digga quél a un profesór, par poch ch’al nin sapia al nin sarà sempor pu che mi”. E ancor prima in ordine di tempo: “A t’ capirè se mi a m’ permetriss äd criticär ‘na méstra”.

Gli oratori parrocchiali non esistono più vuoi per la crisi vocazionale nei sacerdoti, vuoi per lo scetticismo verso tutto quanto sa di religione.

Torno ancora da mio padre, che non era un cattolico praticante, ma nemmeno un ateo impenitente, forse un diversamente credente, soprattutto molto tollerante e rispettoso nei confronti della Chiesa e delle sue istituzioni. Di fronte alle battute degli amici che, in un mix di machismo e di anticlericalismo, osservavano nei suoi figli una educazione rigorosamente cristiana, impartita dalla moglie, rispondeva in tono minimalista, ma assai eloquente: «I van in céza…mäl al ne gh fa miga sicùr…». «E po’, aggiungeva, tutta la mè  famija la va in céza, mè mojéra e i mè fió par pregär e mi…par lavorär». Eseguiva infatti spesso decorazioni e affreschi in chiese di campagna: il lavoro che lo gratificava di più.

La conclusione è che i ragazzi non dialogano più in famiglia e nemmeno tra di loro, non frequentano la scuola con il dovuto impegno, non hanno altri riferimenti culturali se non a livello di social abusati e zeppi dei peggiori indirizzi comportamentali.

Quando finalmente si mette mano ad un provvedimento sostanzioso, come quello dell’educazione scolastica alla sessualità e all’affettività, scattano i condizionamenti e i percorsi ad ostacoli, vedi i pareri vincolanti, necessari e favorevoli, dei famigliari degli scolari.

Educare alla sessualità e all’affettività significa promuovere la conoscenza e la consapevolezza delle proprie emozioni per riconoscerle e imparare a gestirle. Oggi più che mai, alla luce delle nuove linee guida europee sull’educazione affettiva e sessuale, diventa fondamentale garantire un percorso educativo strutturato e interdisciplinare fin dall’infanzia.

E allora perché questi bastoni fra le ruote? Del sesso è meglio non parlarne, è un argomento scomodo per tutti. Le famiglie non sono in grado di assolvere a questo compito e allora tanto vale lasciare i ragazzi in balia delle loro incontrollabili ondate emotive.

Il discorso, come tanti, finisce nel polverone dell’emergenza adolescenziale, nelle secche del pedante rigorismo, della comoda generalizzazione, dello scaricabarile reciproco, dello stucchevole clamore mediatico. Tutto fino alla prossima coltellata…

 

Avanti con la Meloni nel sacco

Quasi un’ora di intervento, 19 cartelle lette tutte d’un fiato e tre messaggi: il Governo va fino in fondo, inutile cercare di scardinare la sua posizione su Trump e, terzo messaggio, Schlein e Conte la vittoria nel 2027 dovranno sudarsela sul campo. L’attesa informativa di Giorgia Meloni alle Camere apre la lunga maratona parlamentare, che vedrà intervenire tutti i leader di maggioranza e di opposizione, tra lettura del voto referendario, crisi internazionale e scandali che hanno travolto l’esecutivo nelle ultime settimane. (“Avvenire” – Marco Iasevoli”)

Mia sorella, per certi versi ancor più netta di me nei giudizi, chioserebbe il tardivo e sgusciante discorso di Giorgia Meloni alle Camere, usando una gustosa espressione dialettale: “niént pighè in t’na cärta” oppure “da lè a niént da sén’na…”.

Un discorso per tirare a campare, una sorta di canto del cigno, una squallida esibizione che oserei definire “negazionista” su tutto: sulla netta e imbarazzante sconfitta al referendum, sulle difficoltà del governo al limite della sopravvivenza, sui problemi interni alla maggioranza di governo e alla compagine ministeriale (sul tavolo del governo sembravano “pit scovä”), sulle ambivalenze nei rapporti con la Ue, sulle clamorose “pestate” nei rapporti con Donald Trump, sui problemi economici e sociali che emergono sempre più nel Paese. Mancava soltanto che negasse l’evidenza della guerra contro l’Iran: il suo “non condivido e non condanno” non è forse il manifesto di un equilibrismo inammissibile degno della scimmietta che “non vede, non sente, non parla”?

Nessuna purché minima autocritica: noi tireremo diritto. Non lo diceva il duce? Già… Niente rimpasto, niente crisi di governo, si va avanti con la testa nel sacco assieme ad un governo zeppo di teste di cavolo.

Non ci si poteva aspettare di più da una comparsata tirata per i capelli, però dopo avere ascoltato le parole di Giorgia Meloni ho capito, se ancora ce n’era bisogno, che l’Italia è in mano a nessuno o meglio che è nelle mani di una ciurma governativa che ci vuol portare fuori del seminato. La premier è abile nel volgere le situazioni a proprio vantaggio, nel trarsi d’impaccio, nell’evitare insidie, è astuta, è scaltra: una donna furba e quindi anche, per certi versi, estremamente pericolosa.

D’altra parte Giorgia Meloni è perfettamente in linea con i suoi alleati a livello internazionale da cui non può e non vuole minimamente allontanarsi: megalomane come Trump, aggressiva come Netanyahu, presidenzialista come loro due, al di là del bene e del male come i suoi amici sovranisti e nazionalisti, estremamente rappresentativa di una destra rissosa e sostanzialmente neo-fascista. Si è montata la testa senonché non ha testa. È la peggiore epigona di Silvio Berlusconi, che peraltro la conosceva bene e la definiva: “1.supponente, 2.prepotente, 3.arrogante, 4. offensiva, 5.ridicola. Nessuna disponibilità ai cambiamenti, una con cui non si può andare d’accordo”.

Sónia stè pòch complimentóz con la Meloni? Forsi sì, ma a mi am piäz ésor s’cètt e nètt e miga girärog d’intóron! 

 

 

I guasta-tregue israeliani

Spari dall’esercito israeliano su un veicolo Unifil che trasportava anche militari italiani. Il ministro degli Esteri Tajani ha fatto sapere che non ci sono feriti fortunatamente. L’attacco è la sfida di Israele all’accordo: Tel Aviv sta continuando a colpire il Libano e Beirut e tra l’altro Teheran ha fatto sapere che punirà gli israeliani per questo. Gli attacchi sono massicci in vari quartieri della capitale libanese. Testimonianze parlano di «scene apocalittiche» con edifici danneggiati o distrutti e numerosi cadaveri nelle strade. Secondo la Croce Rossa libanese ci sono «oltre 300 morti e feriti». Appello dell’Ue: «Chiediamo a Israele di cessare la sua operazione in Libano». (“La Stampa”)

Il governo israeliano si sta assumendo enormi responsabilità: non solo è stato l’agente scatenante della guerra (gli Usa sono diventati dei military servant), ma addirittura evidentemente la vuole portare fino alle estreme conseguenze con il solito alibi di combattere i terroristi (nel caso del Libano gli hezbollah).

D’altra parte il governo israeliano è uno specialista nel violare sistematicamente il “cessate il fuoco”. Lo sta facendo in tutta continuità e senza alcun scrupolo nel caso della tanto osannata tregua di Gaza.

Lo scopo non è quello di difendere il diritto di Israele ad esistere, ma quello di diventare i padroni assoluti del medio-oriente. Sono anni che va avanti questa delinquenziale strategia con reiterata occupazione di territori, con evacuazione forzata di intere popolazioni, con guerre distruttive e con veri e propri genocidi. Non esiste giustificazione storica, religiosa e geopolitica per un simile comportamento: le motivazioni addotte mi sembrano pretestuose e inaccettabili.

Mi pongo alcune domande. Come è possibile che il popolo israeliano condivida una tale deriva bellica con tanto di carneficine annesse e connesse? Non vedo e non sento obiezione, nemmeno il mondo culturale ebraico in patria e fuori patria ha il coraggio di distinguersi. La conclusione azzardata ma fondata è che si tratti di incontenibile e generalizzato odio razziale: chi è stato ed è odiato non trova di meglio che odiare in una tragica spirale che non avrà mai fine.

La cosa diventa ancora più grave se si pensa che la strategia israeliana è concepita e sostenuta dalla casta religiosa ebraica che da sempre spadroneggia nello Stato di Israele. Come può una religione vivere di odio? Non so fino a qual punto il dialogo interreligioso possa continuare: il rapporto con l’ebraismo mi sembra giunto al limite dell’impossibile. A nulla valgono i rimbalzi di responsabilità con le altre religioni. Come si fa a perorare la causa del dialogo coi musulmani e con gli ebrei? Ci unisce la fede nel Dio unico e giusto. Però, se si parla di Dio, occorre farlo con serietà. Altrimenti è meglio non avere il suo nome sulle labbra.

Il giornalista e scrittore Corrado Augias di origini israeliane ha qualche tempo fa giustamente affermato: «Nei secoli passati è accaduto anche in Europa che frange oltranziste s’impegnassero a sterminare eretici, streghe, posseduti dal demonio, bruciandoli vivi o gettandoli in carcere. C’è voluto molto tempo, grandi mutamenti e una profonda rivoluzione dei costumi perché questo cessasse. Oggi il cristianesimo è tornato a una mitezza di tipo evangelico ed è semmai fatto oggetto, in alcuni Paesi, di sanguinose persecuzioni. Nell’Islam questa evoluzione tarda». Cosa pensa e dice Augias dell’ebraismo implicato in guerre pazzesche e in massacri o genocidi come dir si voglia?

Quale potere a livello internazionale esercitano gli israeliani per potere permettersi tutte le trasgressioni etiche e politiche senza che nessun organismo sovranazionale, nessun alleato e nessun interlocutore riesca a ricondurli alla ragione? Il potere economico-finanziario, militare e d’intelligence devono essere smisurati per consentire una tale impunità.

È oltre modo stucchevole insistere col pericolo dell’antisemitismo che sarebbe la causa dell’isolamento israeliano e del suo obbligato tentativo di legittimarsi agli occhi del mondo intero. L’antisemitismo ha radici storiche profonde, ma attualmente trova terreno più che favorevole nel comportamento israeliano: il voler confondere antisemitismo e antisionismo è strumentale ed incoraggia l’antisionismo a sfociare nell’antisemitismo.

C’è poi infine un discorso delicatissimo e pericolosissimo: chi è stato vittima della Shoah non può arrogarsi il diritto di sentirsi perpetuamente e pretestuosamente perseguitato e quindi di moltiplicare gli olocausti per nessuna ragione al mondo. Si dice giustamente e sempre “mai più”, ma purtroppo l’espressione corrente è “ancora”.

Se si afferma che il popolo israeliano non deve essere confuso con i suoi governanti, questa affermazione deve valere anche per i palestinesi, gli iraniani e i libanesi, che non possono essere buttati nel tritacarne dei loro regimi e dei loro amici(?) terroristi. Distruggere i popoli è uno “sport” inammissibile. Vale per tutti.

 

Il Papa ha deciso di fare il Papa

«La minaccia a tutto il popolo dell’Iran non è accettabile». Con queste parole papa Leone ha condannato l’uscita del presidente Donald Trump che, poche ore prima della scadenza dell’ultimatum all’Iran (l’ora “x” è scattata alle due di questa notte), ha tuonato: «Un’intera civiltà potrebbe morire stasera, per non essere mai più riportata indietro». Il Pontefice, che ha rilasciato una breve dichiarazione in inglese sulla guerra uscendo da Villa Barberini, a Castel Gandolfo, è andato oltre: «Gli attacchi alle infrastrutture civili sono contro il diritto internazionale e il segno di una distruzione che l’essere umano è capace di mettere in atto». Il Vescovo di Roma ha quindi incoraggiato i cittadini di tutto il mondo a contattare i propri rappresentanti politici a chiedere la fine delle ostilità nella regione di cui, ha sottolineato, sono vittime «tanti innocenti come bambini e anziani», tornando a chiedere «dialogo, negoziati»: «Bisogna pregare tanto. Non vogliamo la guerra, vogliamo la pace. Siamo un popolo che ama la pace e c’è tanto bisogno di pace». (“Avvenire”)

Come volevasi dimostrare: occorre la denuncia! Modestamente lo chiedevo proprio ieri. Ringrazio al momento papa Lone per il suo accorato e preciso appello. Questa è la Chiesa che desidero. In coscienza chiedevo di più e qualcosa di più è arrivato. A mio giudizio infatti questo è il momento storico della aperta ed inequivocabile denuncia, solo dopo può venire la diplomazia, altrimenti si rischia di essere omertosi persino nella preghiera. Faccio mio l’invito di papa Leone e chiedo ai governanti italiani ed europei di prendere posizioni nette e ficcanti contro questa pazzesca guerra. Altro che pregiudiziale fedeltà agli accordi, altro che rispetto delle alleanze. Qui si fa la pace o si muore!