La sinistra disertrice

“Organizzeremo i disertori”. Il discorso di Virginia Libero, leader dei Giovani Democratici, rimbalza dal palco della Festa dell’Unità ai social e diventa un tema politico. Le posizioni espresse dalla 28enne accendono il dibattito per il messaggio che ruota soprattutto attorno al tema della guerra e della posizione dell’Italia in politica estera. In sostanza, uno degli argomenti centrali per il campo largo che – tra Pd e M5S – cerca una linea comune. “Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori”, dice Libero nell’intervento. “Perché per noi parlare di patria significa ripudiare la guerra, significa dare a tutti un salario dignitoso, garantire cure. Significa che nessuno nel nostro paese deve sentirsi solo, al punto da perdere ogni singola speranza. Per arrivare a tutto questo, ci servono scelte politiche coraggiose da fare. E la sinistra questo coraggio ce lo deve avere. (Redazione Adnkronos)

Era ora! A Virginia Libero va tutta la mia comprensione e solidarietà. Non si lasci condizionare dai moderati del cavolo, dai pragmatici del piffero, dai centristi dei miei stivali, dai correntomani impenitenti che se la vorranno accaparrare e nemmeno dai pacifisti di mero disturbo che la useranno tatticamente per cantare al PD un opportunistico “fatti più in là”. Temo poi che i giovani portatori di sacrosante istanze radicali possano pensare: “Uniti sì, ma contro il PD!”. Virginia Libero si potrebbe cioè trovare schiacciata tra la reazione del suo partito che tenderà a relegarla nell’asilo infantile della politica, quella dei campolarghisti che cercheranno di strumentalizzarla a danno del PD e quella delle giovani generazioni che la riterranno magari una quinta colonna della sinistra invischiata negli equilibri di potere.

È difficile portare avanti battaglie spregiudicate dall’interno del sistema dei partiti. Nella mia militanza politica mi ci sono duramente e ripetutamente impegnato e apparentemente non ce l’ho fatta. Questo non significa che non ci si debba provare, partendo dai grandi valori di cui la pace è sintesi e Virginia Libero lo ha capito perfettamente.

Mi rammarico di essere vecchio per non poter aderire ad azioni impegnative sul campo, anche se il pericolo del giovanilismo è sempre dietro l’angolo. Mi limito a valutare la questione con grande interesse e partecipazione socio-culturale.

Ho trovato i Punti Chiave del Caso esposti su internet, un po’ tropo schematicamente e semplicisticamente (Schlein contro il resto del PD), con particolare riferimento al pensiero critico di Massimo Cacciari, uomo fuori dalla mischia che però ama immischiarsi:

  • Il discorso di Virginia Libero: Dal palco della Festa dell’Unità (Reggio Emilia), la 28enne leader dei Giovani Dem ha espresso posizioni pacifiste contro il coinvolgimento in conflitti armati e l’aumento dei fondi per gli armamenti.
  • Le reazioni nel PD e nei media: L’uscita sui “disertori” ha spaccato il partito tra l’ala vicina a Elly Schlein e i riformisti critici (come Giorgio Gori), suscitando polemiche e ampie discussioni nei talk show.
  • L’analisi di Massimo Cacciari: Il filosofo è intervenuto più volte nel dibattito pubblico e televisivo analizzando la crisi e le divisioni della sinistra, commentando le posizioni sul riarmo europeo e il ruolo dei giovani dem in un contesto di forte polarizzazione mediatica e politica. Ha inserito le tensioni e le uscite della base giovanile e del centrosinistra nella più ampia crisi d’identità e di sintesi della sinistra italiana, spesso incapace di trovare una linea comune e coesa su temi cruciali come la geopolitica e la difesa.

Cacciari, intervistato da Luca Sommi su TV Nove, ha inserito la protesta di Virginia Libero nella necessità di una svolta radicale, fatta di verità e non di propaganda, nella politica di sinistra, che deve smettere di illudersi e illudere con una pura moderazione della destra, vocandosi a sconfitta perenne. Rivolto amichevolmente e incisivamente alla leader dei giovani democratici ha detto: “Sappi che lo Stato, ad un certo punto ti prende e ti manda a morire, quindi a maggior ragione hai ragione di incazzarti: guai a proseguire la politica estera che sta facendo l’Europa, perché ad un certo punto puoi arrivare a quel punto…e non c’è niente da fare e ti mandano a morire…”.

Temo che tutto e tutti rientrino nei ranghi, devitalizzando il dente pacifista su cui batte la lingua giovanile usando l’anestesia delle “armi difensive e democratiche”, sciogliendo inni e canti al dettato costituzionale salvo collocarlo in una sorta di pantheon delle buone intenzioni.

Resta valido comunque quanto affermava saggiamente mio padre. Ogni volta che sentiva notizie sullo scoppio di qualche focolaio di guerra reagiva auspicando una obiezione di coscienza totalizzante: «Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?».

 

Armiamoci e arrangiatevi

Riarmo ognun per sé: spese nazionali a 454 miliardi. E ancora latita il coordinamento fra gli Stati europei. Molta difesa ma per nulla, o quasi, comune. Nel 2025 la spesa militare aggregata degli Stati membri ha sfiorato i 418 miliardi di euro (417,623 per la precisione, di cui 134 in investimenti), pari al 2,2% del Pil dell’Unione. Un incremento del 22% rispetto al 2024, quando il totale delle spese aveva raggiunto i 343 miliardi. La proiezione per il 2026 è di 454 miliardi (il 2,4% del Pil), mentre entro il 2029 la spesa totale potrebbe arrivare a 547 miliardi. Per quanto riguarda l’Italia, la spesa complessiva è stata di 45 miliardi, pari al 2% del Pil, circa 770 euro pro capite. La Germania, tra gli Stati più solerti nella spesa in armamenti, è a quota 107 miliardi (1.279 euro pro capite). Si tratta di una crescita senza precedenti, agevolata dalle risorse dei fondi Safe (prestiti agevolati garantiti dall’Unione).

Tuttavia restano delle incognite. Tra queste, la principale è la frammentazione: gli acquisti congiunti rappresentano solo il 24% degli investimenti totali e la quota è distribuita in modo disomogeneo tra Stati membri e aree di capacità. Con il rischio di sviluppare capacità che evolvono secondo traiettorie diverse, anziché costruire progressivamente un sistema europeo più integrato. Senza contare che l’aumento della spesa non si sta ancora traducendo proporzionalmente in capacità operativa.  

Ovviamente il tema mette in moto la polemica politica, con il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che tira le somme: «L’aumento delle spese militari non determina più sicurezza, ma va a discapito dei necessari investimenti in salari, sanità, istruzione, nuove politiche industriali ed occupazionali e mette in discussione, in Italia e in Europa, la tenuta del nostro modello sociale». Parole simili a quelle dell’eurodeputato M5S Gaetano Pedullà, che cita direttamente il rapporto: «Il boom delle spese per il riarmo, così come confermato dall’Eda, indica chiaramente la direzione intrapresa dai governi nazionali sotto la regia europea: per le lobby delle armi tanti assegni in bianco, per i cittadini solo le briciole. Siamo alla follia più totale». Nessuna reazione dalla maggioranza né dal principale partito di opposizione, il Pd, al cui interno il tema delle armi resta motivo di dissidi e distinguo. (“Avvenire” –  Matteo Marcelli)

Andiamo pure avanti così… Possibile che a livello europeo venga avanti questa inesorabile e irreversibile deriva? Possibile che l’Ucraina sia diventata la foglia di fico antirussa per giustificare il dissennato, generalizzato e irrazionale riarmo dell’Europa? Non accetto la sbrigativa assimilazione a filo-putiniano di chi osa alzare un ditino e gridare che l’Europa è militarmente vestita e socialmente nuda. Possibile che ci sia ancora chi crede e vuole farci credere alla panzana secondo la quale l’equilibrio fondato sulle armi servirebbe a creare i presupposti per una convivenza pacifica? Possibile che la sinistra giochi al dissidio interno su questo tema?

È pur vero che la sinistra purtroppo non ha mai avuto nel suo patrimonio etico-culturale il pacifismo, visto come ingenuo sogno da lasciare a chi non capisce niente di politica, ma sarebbe ora di svegliarsi dal sogno (questo è tale!) del pragmatismo del “si vis pacem para bellum” e di mettere in discussione anche la nostra pelosa, tardiva e apparentemente intoccabile lotta per l’Ucraina.

A proposito di Ucraina, senza considerare la preventiva inerzia europea nell’annosa crisi del teatro russo-ucraino, è molto interessante leggere le dichiarazioni rese dal Premio Nobel per la Pace Oleksandra Matviichuk, avvocata ucraina attivista per i diritti umani, in un’intervista rilasciata alla Gazzetta di Parma: «Quando iniziò l’invasione su vasta scala, i Paesi europei dissero: aiutiamo l’Ucraina a resistere. E iniziammo a ricevere armi per contenere l’avanzata dell’esercito russo. Vennero introdotte vere sanzioni Ue contro l’economia russa. E ne siamo molto grati, perché questo ci ha aiutato a sopravvivere. Ma spiega anche perché l’Ucraina abbia atteso più di tre anni per ricevere aerei moderni a difesa dei nostri cieli dagli attacchi russi. Perché i beni russi congelati in Europa non siano ancora stati confiscati. Perché la flotta russa, in violazione delle sanzioni, navighi ancora lungo le coste dei Paesi europei continuando a trarre profitto da petrolio e gas, finanziando la macchina bellica russa. Perché troviamo ancora componenti di aziende occidentali nei droni russi, droni trasformati in un vero e proprio safari, che uccidono civili nelle nostre città. Il problema è che finora solo la Russia ha sempre agito in modo proattivo. La Russia commette atrocità in Cecenia, Georgia, Mali, Libia, Siria, presentandole come un fatto compiuto, come una nuova realtà, costringendo la comunità internazionale a farci i conti. Se ci limitiamo a reagire senza avere iniziativa propria , significa che  stiamo giocando secondo le regole di Putin e l’Europa non vincerà mai secondo le regole di Putin   

Come sostiene Massimo Cacciari, siamo sicuri e diamo per scontato che il contenzioso russo-ucraino sia una questione fra sistemi, fra autoritarismo, che si prende il diritto di invadere altri Paesi, e democrazia a rischio invasione? O non è forse una rivendicazione territoriale inerente la Crimea e le regioni russofone come il Donbass? Nel primo caso l’intervento armato sarebbe inevitabile, nel secondo caso si potrebbe, seppure con grosse difficoltà, trattare o meglio si sarebbe dovuto trattare da quel dì… L’Europa ha subito e continua a subire l’iniziativa putiniana (e trumpiana) e non riesce o non vuole impegnarsi in un costoso investimento diplomatico per la pace, preferendo appiattirsi su una paradossalmente comoda logica di guerra.

Siamo impantanati in una guerra ideologica, che probabilmente copre l’incapacità ad esprimere una diplomazia creativa e l’assetto bellico delle nostre economie fondate sullo sfruculiare delle armi. E allora, per tornare a ciò da cui siamo partiti, non rimane altro che spendere e spandere in una sedicente difesa, che riguarda gli interessi economici brutalmente parametrati alla guerra e non gli interessi sociali riguardanti le necessità esistenziali della gente.

La sinistra dovrebbe almeno provare a battere le problematiche, alternative e rivoluzionarie strade della pace, abbandonando i superati schemi da guerra fredda: la gente ha più paura della guerra che ci sovrasta o di Putin che ci tira a cimento?

Da una parte stiamo rispondendo all’invasione russa dell’Ucraina ed ai crimini di guerra usati come metodo fornendo armi al buio, dall’altra stiamo subendo l’invasione statunitense e israeliana dell’Iran senza condannare né condividere, dall’altra ancora rimaniamo in vergognoso ed omertoso silenzio davanti al genocidio dei palestinesi ad opera di Israele.  Abbiamo sanzionato (?) la Russia, abbiamo pronunciato solo qualche timida parola contro il governo israeliano, non riusciamo a trovare un po’ d’autonomia rispetto alla volgare, strampalata e spregiudicata tattica trumpiana: uno strano modo di perseguire la pace, che non posso accettare da nessun punto di vista. Il partito democratico fa il pesce in barile e, se continua così, non riuscirò neppure a votarlo turandomi il naso e sperando in un governo dei disastri al ribasso.

 

 

 

Da opposizione di comodo ad alternativa “sanguinosa”

Un colpo agli alleati e un colpo – anzi dieci – al Governo. È una Elly Schlein a tutto campo quella che apre la Direzione nazionale del Pd. Non risparmia nessuno. Né la premier Giorgia Meloni e nemmeno il leader pentastellato, Giuseppe Conte. E sbarra definitivamente la strada all’ipotesi di un federatore. Rivendica che il Pd ha «il doppio dei voti» delle altre forze del campo largo e ribadisce il sostegno all’Ucraina. Mentre all’esecutivo dice: «Avete fallito, andate a casa». (“Avvenire” – Giuseppe Muolo)

La segretaria piddina spazza via le diatribe tattiche (è cosa buona e giusta), ma non ha il coraggio di affrontare i nodi che dovrebbero trasformare una mera opposizione in una radicale alternativa (anche i dieci argomenti contro il governo restano le grida dell’opposizione).

La destra, più male che bene, rappresenta e interpreta il pragmatismo degli interessi, sintetizzandoli nella formula equivoca della sicurezza per i cittadini: è un soffio strumentale sul fuoco della paura.

La sinistra non può restare su questo piano, deve alzarsi di una spanna, puntando, costi quel che costi in termini di immediata rinuncia agli equilibri di potere, ad un discorso di radicale alternativa valoriale, che, gira e rigira, è sintetizzabile nel tema della pace declinato in tutte le sue conseguenze programmatiche.

Si va dalla scelta irrinunciabile e pregiudiziale della opzione diplomatica rispetto alle armi, della scelta dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti rispetto alla remigrazione imperante, della uguaglianza tradotta in coraggiosa e “sanguinosa” riforma fiscale, della giustizia sociale concretizzata in una vera politica occupazionale e in una risposta sanitaria ed educativa adeguata alle esigenze dei cittadini.

O la sinistra torna a questi discorsi o è destinata a perdere sostanzialmente la partita elettorale. Non so se questo sia un bagno ideologico: non si tratta di postulare la dittatura del proletariato, ma un’idea di società valorialmente diversa alla faccia dei moderati dei miei stivali. Non c’è niente da moderare, anzi c’è tutto da esagerare…a prescindere dalla ricerca-scappatoia di una inesistente leadership. Se manca un leader carismatico, non è un dramma, purché ci siano delle idee forti e trascinanti in cui riconoscersi come governanti e governati.

Certo servirebbe un san Francesco in versione Roberto Benigni: “Quando faceva le prediche erano milioni ad ascoltarlo, tutti lo stavano a sentire, le persone, gli animali, le piante, gli alberi, gli uccelli, i cani, i lupi, potrebbe essere stato un ottimo leader del Campo Largo, avrebbe messo d’accordo tutti senza primarie, sarebbe stato meraviglioso”.

Scherziamo coi fanti e lasciamo stare i santi, anche se vale la pena di ascoltare quanto mi riferisce il mio amico Pino: “Ieri ho incontrato un genuino pensatore che vive nel pensionato dei frati minori: parlavo con lui di politici santi come rimedio alla tragica situazione. Mi ha detto, lui che è mezzo credente non praticante, che la situazione è così tragica e compromessa che non bastano politici santi come una volta: ci può salvare solo un intervento diretto di Dio. Forse ha ragione… È un gran lettore di storia contemporanea, sa tutto sulle ultime guerre mondiali, ha poco più della terza media (era un operaio) e passa le sue giornate andando in biblioteca o seduto su una panchina in Cittadella, sempre solo, con nella sacca sempre un nuovo libro, un uomo onesto e molto originale…”.

Concludendo il discorso in senso profano, rischiamo di relegare l’elettore in una prospettiva di non-scelta tra due proposte analoghe che lasciano il tempo che trovano.  Quando l’elettore considera, pur in senso spregiativo, destra e sinistra sostanzialmente uguali, finisce col guardare a destra. Aiutiamolo senza costringerlo a votare per il rotto della cuffia.

La Chiesa non è padrona della compassione

Parlando durante l’incontro con i malati, il Papa ha detto che «nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità». E ha aggiunto: «È proprio in nome di questa dignità inalienabile della persona umana che la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta. È impossibile considerare normale togliere la vita». (papa Leone XIV a Lourdes)

Torno molto criticamente sulle parole del Papa per approfondirne i termini.

DIGNITÀ: è il valore intrinseco, la nobiltà morale e il decoro che spettano a ogni essere umano per il solo fatto di esistere. Il termine indica la “condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo”. La parola deriva dal latino dignitas (da dignus, che significa degno, meritevole, idoneo).

«Bisogna decidersi: “È sacra la vita o è sacro l’uomo? Se è sacra la vita, la puoi prolungare indefinitamente: oggi con la scienza ti manca un pezzo, te lo attaccano, non ti funziona questo, ti mettono un tubo e così via. Se è sacro l’uomo, l’uomo ha la dignità di poter scegliere il momento in cui morire e io non avrei voluto vivere senza testa». (Padre Alberto Maggi, teologo e biblista)

«Malati terminali: sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa». (don Andrea Gallo)

 

 

COMPASSIONE: è la capacità di riconoscere la sofferenza altrui e di sentire il desiderio attivo di alleviarla. La parola deriva dal latino cum patior, che significa letteralmente “soffrire insieme”.

«Chi può essere escluso dalla compassione di Gesù?». (Padre Alberto Maggi, teologo e biblista)

«Non mi interessa raccogliere le briciole di compassione gettate dal tavolo di qualcuno che si considera mio padrone. Voglio il menù completo dei diritti». (Desmond Tutu, arcivescovo anglicano emerito di Città del Capo e Nobel per la pace nel 1984)

 

 

NORMALE: ciò che è consueto, ordinario, regolare e conforme a una regola o a una consuetudine.

La legge sul suicidio assistito non è normale, ma al contrario prevede e regola casi straordinari comunque bisognosi di attenzione e di accoglienza. È un tentativo, non l’unico, di andare incontro alla sofferenza dell’altro, che non è mai normale.

Scusi lei è favorevole o contrario al suicidio assistito? E chi può essere favorevole? Si tratta dell’extrema ratio, vale a dire l’ultima soluzione possibile, ovvero l’estremo rimedio a cui si ricorre quando ogni altro tentativo o via d’uscita si è rivelato inutile, per chi non ce la fa più a vivere per le sofferenze a cui è sottoposto. Negare il ricorso dignitoso e legittimo a questa possibilità è un vero e proprio accanimento dogmatico.

Non posso pensare a un Dio inflessibile inquisitore che non concede il beneficio di interrompere la sofferenza: che Dio sarebbe!? Non siamo forse stati creati per la gioia. Il dono della vita che ci concede non può ritorcersi dogmaticamente contro di noi: è scelta di vita anche quella di terminarla dignitosamente quando essa diventa una condanna a vivere, forse addirittura peggio di una condanna a morte.

 

 

 

 

 

 

 

Pentolone e pentolini per cuocere i migranti

Rimpatri più efficaci e hub esterni: l’ultimo via libera dell’Europa ai “muri” per i migranti. Disco verde finale alle nuove regole sulle espulsioni che prevede centri di rimpatrio fuori dai confini Ue. Si studiano nuove restrizioni alle richieste di protezione internazionale. La novità più dirompente è, appunto, la controversa facoltà giuridica per gli Stati membri di realizzare, attraverso intese ad hoc, degli “hub” fuori dal territorio Ue. Contatti sono già in corso con Paesi dell’Africa e dell’Asia Centrale, mentre cinque governi dell’Ue sono al lavoro con l’obiettivo di creare centri congiunti: Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Austria e Grecia. Atene, in particolare, punta ad avere un centro operativo in Africa già nella seconda metà del 2027, quando assumerà la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue. La destinazione non è stata resa nota, ma secondo quanto filtra Uganda e Ruanda sarebbero in cima alla lista valutata dal gruppo dei cinque. È lì che, nei giorni scorsi, si sono recate in missione due eurodeputate dei verdi, le olandesi Tineke Strik e Anna Strolenberg. «Le discussioni sono ancora in fase preliminare», ma entrambi gli Stati sarebbero intenzionati a stringere accordi con gli europei, hanno riferito, parlando degli “hub” come una sorta di leva per negoziare con i governi Ue sul fronte degli investimenti economici. A preoccupare, però, sono sia i rischi di violazione dei diritti umani sia il contesto in cui si colloca quella che Bruxelles chiama “diplomazia migratoria”: «L’Uganda da solo, al momento, accoglie circa 2,7 milioni di rifugiati», in particolare provenienti dai Paesi vicini, ma «se noi europei vi deportassimo altre persone, andremmo a mettere ancora più pressione a un sistema già fragilissimo dove mancano cibo e acqua, buttando benzina sul fuoco». (“Avvenire” –  Gabriele Rosana, Bruxelles)

Non c’è che dire, il governo italiano sta facendo scuola in materia migratoria: il modello Albania è diventato virale in Europa. Nutro non poche perplessità al riguardo. Innanzitutto un rifiuto di fondo alla impostazione della governance migratoria basata sullo spostamento del problema verso inaffidabili e pericolosissimi siti al di fuori del territorio Ue. Un modo elegante (?) per lavarsene le mani, pagando un goloso prezzo ai Paesi dell’Africa e dell’Asia centrale a cui verrebbe sostanzialmente appaltata al buio la gestione dei centri per il rimpatrio destinati a diventare maxi-ghetti foraggiati dalla incivile Europa.  Per i Paesi europei una, peraltro illusoria, liberazione dal problema schiumando la pentola migratoria in ebollizione; per i Paesi ospitanti un business sulla pelle dei disperati. In mezzo i migranti trattati come merce di scambio. Con quali garanzie a livello di rispetto dei diritti umani è facilmente immaginabile.

In secondo luogo la procedura senza scopo e senza termine (una vera e propria tratta di migranti) avrà costi umani incredibili e costi economici enormi a fondo perduto: un sistema per aiutare i Paesi in via di sviluppo a non svilupparsi, ma a speculare sulla pelle dei senza patria.

In terzo luogo non vedo come possa funzionare un simile sistema, che verrà inevitabilmente gestito a livello mafioso: altro che lotta ai trafficanti… Un processo inarrestabile di tortura ai danni dei poveri della terra.

È questa l’Europa che applaude papa Leone XIV? È questa l’Europa dei padri fondatori? È questa l’Europa della sinistra o l’Europa sinistra? Questa è l’Europa del compromesso anti-storico fra destra e sinistra!

Mia sorella Lucia si vedeva costretta a prescindere dagli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.  Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi sulla pelle di chi soffre, migranti in primis.

 

La Prevosteuropa

Il richiamo alle radici cristiane dell’Europa è stato esplicito. La Francia fu però una delle nazioni che si opposero al riconoscimento ufficiale di quelle radici nella Costituzione europea.

La Convenzione che 25 anni fa discuteva della possibile Costituzione europea era presieduta da un ex presidente della Repubblica francese, Valéry Giscard d’Estaing, e si oppose, è vero. Penso che fu un errore, perché chiunque voglia accostarsi, come ha fatto il Papa a Metz, all’identità dell’Europa, al suo percorso storico, certamente può riconoscere influenze arabe in diversi periodi e un’importante presenza ebraica, però non vedere che nel formarsi dell’Europa le radici cristiane sono state fondamentali credo che sia ignorare la realtà. (“Avvenire” – Paolo Gentiloni, intervistato da Matteo Marcelli)

Stiamo bene attenti a non incensare strumentalmente e tatticamente papa Leone XIV. Mi sovviene al riguardo quanto diceva il cardinal Martini come di seguito riportato.

«Tutto ciò che è buono può essere oggetto di abuso, perfino l’Altissimo. Quando si conducono guerre d’aggressione in nome di Dio, quando il cristianesimo viene usato in modo populistico in campagna elettorale, sento suonare campanelli d’allarme. Il nostro cristianesimo si dimostra in primo luogo in buone azioni: nel giudizio universale Gesù ne offre esempi molto concreti: dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, visitare gli infermi e i carcerati, consolare gli afflitti, accogliere gli stranieri e accettare tutte le difficoltà che ne derivano, fino a sopportare di essere perseguitati. Sarebbe bello se gli altri potessero riconoscerci come cristiani da queste azioni. Viceversa, è ripugnante parlare di Dio e non essere fedeli alla sua caratteristica principale, la giustizia. Vedo in questa prospettiva anche la discussione sul fatto che la parola “Dio” debba figurare nella costituzione dell’Unione Europea. Se i governi riuscissero a giungere a questa professione, dovrebbero necessariamente rispettare l’ecumenismo, l’apertura ai musulmani e anche agli ebrei. Ci unisce la fede nel Dio unico e giusto. Se si parla di Dio, occorre farlo con serietà. Altrimenti è meglio non avere il suo nome sulle labbra» (card. Carlo Maria Martini da “Conversazioni notturne a Gerusalemme”)

Credo che la cartina di tornasole e la prova del nove della fedeltà europea alla visione cristiana stiano nel discorso del fermo ed inequivocabile rifiuto del riarmo e della sua perversa logica.

La prima cosa è sottolineare i principi della Dottrina sociale della Chiesa dove cerchiamo di non promuovere la violenza, l’odio, gli armamenti, i pericoli che ci sono nel mondo di oggi, anche da alcuni leader e Paesi che di nuovo iniziano a parlare di armi nucleari, di guerre che sono sempre più e più distruttive, soprattutto per la questione della vita umana. Continuare ad armare, a investire in questa tremenda industria militare che è già da molti decenni – dall’anno passato sono cinque anni – che continua a promuovere l‘investimento militare. Alcuni popoli stanno crescendo moltissimo con un’industria che promuove la guerra. Quando con queste migliaia di milioni di dollari, si potrebbero risolvere problemi come la fame nel mondo, la casa, le situazioni di disoccupazione, ecc. Tutti stanno cercando una voce che possa offrire un altro cammino, che non è quello di investire più sulle armi che solo promuove più e più la tensione che potrebbe risultare nell’esplosione di un’altra guerra, di un altro conflitto. E vediamo che la violenza, che queste potenze cercano sempre di imporre con il potere, invece di dialogare e promuovere negoziazioni per le differenze che naturalmente possono esistere, andiamo sempre più e più vicino a una guerra, diverse guerre, a conflitti come ne vediamo mondo di oggi. Non è per essere politico o non politico, ma (serve) una voce che cerca di promuovere i valori della dignità umana, dell’importanza della vita, della possibilità di spendere più sulla salute e l’educazione e meno sulle armi. Credo che la Chiesa abbia la responsabilità di promuovere questi valori, invitando continuamente i leader, come quelli in Russia e in Ucraina e in altri Paesi, a venire, a sedersi, a dialogare, a cercare come risolvere i problemi senza continuare queste guerre che non hanno più senso. In quest’ottica, la Chiesa continua ad alzare la voce. Non possiamo obbligare nessuno, a volte sembra che può sembrare inutile, ma continuiamo a parlare, continuiamo a invitare, continuiamo ad annunciare il Vangelo. (papa Leone XIV – conferenza stampa durante il volo tra Metz e Roma)

Torno alla politica a livello delle istituzioni europee tramite le parole di un autorevole (?) ed esperto già citato personaggio.

Leone ha parlato in modo netto anche della «illusione del riarmo». Come si concilia questa affermazione con il piano di riarmo europeo in atto?

Il Papa ha ribadito la posizione della Chiesa contro il riarmo, chiarendo che l’alternativa non può essere un «ingenuo irenismo». Io sono a favore di una difesa comune europea. È necessaria, visto il disimpegno americano, ma se verrà messa nei termini di semplice riarmo di singoli Paesi non servirà a molto. (ancora “Avvenire” – Paolo Gentiloni, intervistato da Matteo Marcelli)

Non so se pretendo troppo dalla politica, ma mi sembra poco rispetto all’imperativo prevostiano. Molto pragmatismo difensivo e poca fantasia pacifica, troppa enfasi sulla difesa comune e poco entusiasmo sulla diplomazia creativa, troppo senno del poi contro le aggressioni e poco impegno del prima per prevenirle.

 

 

 

Scompaginato pericolo

In riva allo Stretto, esulta il governatore della Regione Roberto Occhiuto, insieme a una pattuglia di parlamentari giunti dalla Capitale (fra cui Stefania Craxi e il senatore, e presidente della Lazio, Claudio Lotito) impegnatisi in prima persona. «Cucù, cucù, Vannacci non c’è più», cantano a sera i sostenitori azzurri. Nell’euforia generale, non manca qualche stoccata all’avversario Roberto Vannacci, che in campagna elettorale non aveva risparmiato frecciate: «Il centrodestra non ha paura di generali che non sanno nulla di politica e che cercano solo di soffiare sul fuoco, alimentando le insicurezze e le paure – incalza proprio Occhiuto -. Vannacci voleva la sua Sassonia? A Reggio ha preso sassate elettorali». Un refrain, quello che accosta FnV all’Afd tedesca, intonato anche da altri esponenti azzurri. (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Il centro-destra sembra tirare un sospiro di sollievo con l’esito dell’elezione suppletiva di Reggio Calabria. Pirandellianamente sembra aver trionfato il candidato del centro destra classico con oltre il 50% dei voti, ma anche Futuro nazionale ha di che essere soddisfatto con l’11% dei voti. Se rapportiamo queste percentuali a quella dei votanti, il 22% degli aventi diritto, tutto si ridimensiona, ma chi si contenta gode.

Meloni canta “Bollo ciao, bollo ciao”, i forzitalioti gridano “Cucù, cucù, Vannacci non c’è più”, la Lega si prepara a celebrare un congresso farsa filo-salviniano, il campo largo si rifugia in una sorta di “Aventino gufante”: la maggioranza vacilla sotto i colpi vannacciani e potrebbe crollare miseramente; come subordinata, se sarà costretta a scendere a patti per sopravvivere, si spera che una parte dei voti moderati possa virare sull’astensionismo e/o sul centro renziano.

Questa è lo scenario delle prossime elezioni politiche. Altro che nostalgia dei partiti della cosiddetta prima repubblica…li andrei letteralmente a riprendere in ginocchio. Siamo allo sfascismo totale? È pur vero che se l’Italia politica piange, la Germania non ride. Vuoi vedere che la storia si interrogherà se il primato ideologico del fascismo risorgente debba andare a Vannacci o a Tino Chrupalla?

Preferisco pormi un altro ben più realistico e significativo dubbio: Giorgia Meloni o Ursula von der Leyen? Questo è il dilemma che turba i miei sonni. Una vocina viene in mio soccorso: se non è zuppa è pan bagnato!

Un brutto scivolone dogmatico che disturba un bel viaggio

Il Papa fa di Lourdes la “cattedra” per ribadire che «la persona umana è “degna” per il semplice fatto di esistere e di avere come fine l’eternità. La sua dignità non si misura e non si discute», sottolinea davanti al “popolo” della sofferenza e ai Buoni Samaritani che si fanno loro compagni di viaggio. Ecco perché, è il monito che lancia dal santuario, «nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità. Al contrario, è proprio in nome di questa dignità inalienabile della persona umana che la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta». E ancora: «È impossibile considerare normale togliere la vita. Ciò che è legale non è necessariamente morale». Poi fa sapere a chi affronta la malattia: «Non siete un peso, siete il cuore pulsante della nostra umanità e un tesoro prezioso per la Chiesa». Quindi si rivolge ai medici e agli infermieri ricordando «il significato profondo della loro vocazione: prendersi cura di una persona che soffre, e non eliminarla. Sì, cari amici, siate servitori appassionati della vita. Nessuno ha il diritto, mai, sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana. La medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata». Una chiamata all’obiezione di coscienza. E un appello a «sviluppare senza sosta le strutture di cura palliativa e di ricerca» ma anche ad «accompagnare con tenerezza i malati, come avviene a Lourdes». (“Avvenire” –  Giacomo Gambassi, inviato a Lourdes)

Un mio indimenticabile insegnante, quando interrogava, impostava un ragionamento coinvolgente e, se l’interrogato diceva una cavolata, commentava sconsolatamente: “Rovinato tutto…”.  Anche il Papa, a mio modestissimo ma irrinunciabile parere, rischia di rovinare tutto il contenuto di uno storico viaggio pastorale con uno scivolone dogmatico.

In Francia il “diritto all’aiuto a morire” (suicidio assistito e, in casi specifici, eutanasia) è stato ufficialmente introdotto con la legge n. 2026-794 del 18 agosto 2026, promulgata dal presidente Macron  e pubblicata sul Journal officiel. I cugini francesi hanno avuto il coraggio di legiferare in questa delicatissima materia evitando di imitarci nel nostro indegno “pesciolamento” nel confuso barile istituzionale.

Non conosco nel dettaglio questa legge francese, ma mi riferisco alla necessità assoluta che lo Stato riconosca a chi vive un’angosciosa e disperante sofferenza la possibilità di porle dignitosamente fine.

La vera laicità dello Stato consiste nel mettere al primo posto le persone e non i princìpi: dovrebbe essere così anche per la Chiesa sulla base degli inequivocabili insegnamenti evangelici (non porre i pesi sulle spalle degli altri…).  Se la Chiesa non se la sente di affrontare questo impegnativo discorso, lasci almeno che lo Stato faccia il proprio mestiere senza interferire così pesantemente.

Mi dispiace, ma non accetto questa posizione della Chiesa cattolica: la giudico una testarda e oserei dire cinica pregiudiziale pseudo-dottrinaria. La vita non si difende in questo modo!  Tutto l’impegno per la cura e l’assistenza, ma, quando è ora di dire basta ad insopportabili sofferenze patite da persone giunte al capolinea del loro viaggio, bisogna avere la carità cristiana di allungare la mano per aiutarle a morire in santa pace.

Il Padre Eterno non biasimerà di certo una simile sensibilità: la sofferenza non è un valore assoluto (il dolorismo è un’autentica cazzata!), ma una prova da accettare con l’aiuto di Dio e dei fratelli nei limiti delle umane possibilità; quando questi limiti vengono varcati bisogna avere l’umiltà di intervenire proprio per rispetto alla vita.

Indro Montanelli considerava queste disquisizioni etico-moralistiche come “beghe di frati”, io le considero inutili e fuorvianti scrupoli. Vogliamo lasciare il posto che merita alla coscienza del malato e non tanto all’obiezione di coscienza dell’operatore sanitario?!

Sono stanco di queste posizioni dogmatiche: papa Leone si è fatto probabilmente trascinare dal successo popolare che sta avendo il suo viaggio in Francia. È peraltro in linea con un petulante e annoso “stare dalla parte del manico pseudo-evangelico”. Forse è ora di darci un taglio. Non ci si deve nascondere dietro i sacrosanti appelli alla pace per far passare enfaticamente posizioni magisteriali di retroguardia così poco umane. Per fortuna c’è il Padre Eterno… e sono certo che anche Maria Vergine starà dalla parte dei disperati e non degli intransigenti moralisti.

L’elogio dell’insicurezza

Il rischio è che questa dichiarazione implicita di stato d’assedio serva a giustificare l’inazione politico-diplomatica, da un lato, e l’iperattivismo militare, dall’altro. Senza voler sottostimare o diluire il senso delle minacce possibili o reali, è certo che la sicurezza oggi si declina in diversi modi. Sicurezza nazionale come difesa dei Paesi in senso classico; preservazione dell’ordine internazionale basato sul diritto e sulle norme condivise; sicurezza climatica; sicurezza energetica; sicurezza alimentare; sicurezza digitale; sicurezza umana; sicurezza sociale.

Dobbiamo soprattutto evitare lo scivolamento lento ma inesorabile delle nostre società, con una crescente percezione di pericoli incombenti, che non sono immaginari, verso una democrazia securitaria, fatta di discorsi marziali e miliziani, di arroccamenti e di ostilità interne ed esterne, invece che verso una sicurezza democratica, fatta di responsabilità, condivisione del rischio, di apertura – tutt’altro che ingenua – e di ricerca di spazi protetti di confronto e di intese possibili.

Più democrazia sostanziale non equivale a meno sicurezza materiale. Al contrario, non si può avere più sicurezza con meno democrazia. E una politica della difesa è tale solo se parte dalla difesa della politica come esercizio di partecipazione e di deliberazione. (“Avvenire” – Pasquale Ferrara)

A livello nazionale ed internazionale siamo condizionati dalla strumentale esigenza di sicurezza: la destra politica se ne fa paladina, la sinistra addirittura ne fa ammenda. Tutti i problemi vengono affrontati in questa chiave disperante ed alienante. È come se una famiglia per sentirsi sicura si chiudesse in casa vedendo negli altri solo potenziali nemici e al proprio interno imponesse rigide regole di convivenza formale a prescindere dai sentimenti e dagli slanci umani, sbarrasse porte e finestre per difendere l’aria da respirare senza accorgersi che l’ossigeno si consuma e, se non si ha il coraggio di aprire, si rischia di fare la morte del topo.

Ci mancava soltanto un pizzico (?) di allarmismo dovuto a fatti e situazioni probabilmente arcinote, messe in circolazione per buttare benzina russa sul fuoco dei rapporti internazionali: siamo belli come il sole, abbiamo il rischio atomico sopra la testa e ci spaventiamo dei droni putiniani di disturbo. Dobbiamo difenderci, non importa come…

Mio padre, in materia di sicurezza, raccontava un episodio vissuto in prima persona: stava alacremente lavorando in tutta tranquillità, da spericolato imbianchino, alla sommità di una lunga scala a pioli, quando senza motivo gli capitò di abbassare lo sguardo e di avvertire che un pezzo di scala non era correttamente incastrato: il momento del brivido, all’acrobata avevano tolto improvvisamente la rete ed il gioco si faceva molto duro.

Raccontò di non avere retto all’impatto psicologico, di essere sceso con insolita e meticolosa prudenza, fischiettando timidamente per alleggerire la tensione, e di avere raggiunto terra con il sudore sulla fronte ed una tremarella insolita nelle gambe. Ma per lui l’aspetto singolare era quello di avere retto la situazione per molto tempo inconsapevolmente, come se niente fosse e di esser crollato psicologicamente non appena reso edotto della situazione abnorme e del precario equilibrio garantito da una scala non correttamente montata. Voleva dire che la paura è un fatto relativo e come tale va evitata e combattuta: buono a dirsi, quanto a riuscirci…

E proprio per vincere la battaglia, dopo aver sistemato la scala, risalì immediatamente e riprese il lavoro regolarmente: guai a restare sui colpi, sarebbe la fine, concludeva tra il serio ed il faceto.

Contro i mulini a vento della paura abbiamo il nazionalismo risorgente che risponde alla perversa logica meramente difensiva, il sovranismo che considera irrinunciabili le proprie regole di convivenza e rifiuta ogni e qualsiasi logica di cooperazione sovranazionale, l’unilateralismo che persegue i propri interessi ristretti ignorando le regole, le alleanze o il diritto internazionale.

E allora il riarmo diventa l’inevitabile ed illusoria risposta: armiamoci per non partire. Difendiamoci dall’immigrato, da chi osa chiedere spazio vitale, da chiunque bussa alle porte per avere arte e parte. L’insicurezza non dipende dagli attacchi esterni ma dalla mancanza di certezze valoriali interne.

Dobbiamo invertire la tendenza: avere il coraggio di metterci in discussione a tutti i livelli, di capire che la giustizia non si persegue difendendo l’ingiustizia e sperando che ci tocchi il meno possibile. Noi stiamo perseguendo la guerra camuffandola da pace dei sepolcri.

Durante il minuto di raccoglimento rispettato in tutte le manifestazioni sportive in memoria di Sandro Mazzola, una parte della curva juventina ha dato le spalle al campo e inneggiato agli scomparsi di parte.  Non scandalizziamoci più di tanto, perché si tratta della plastica rappresentazione della deriva securitaria in cui siamo sprofondati. Niente e nessuno (persino i morti) possono permettersi di disturbare la guerra/quiete. Anche un minuto di silenzio e di raccoglimento fa paura: non sono ammessi ripensamenti.

A livello personale in tutta la mia vita ho fatto sfoggio di insicurezza. Mia sorella Lucia, tra le bonarie critiche che mi rivolgeva, inseriva, in modo caricaturale, la mia tendenza all’ansia: mi definiva simpaticamente “l’eterno preoccupato”.  Con il progredire dell’età questa mia caratteristica si sta accentuando e rischia di passare da sofferto stimolo al miglioramento a pericolosa spinta alla rassegnazione. Forse anch’io cerco sicurezza nella strenua difesa del mio “particulare”?

 

 

 

Volare basso per consentire ai cittadini di vivere in alto

«Vi racconto la vergogna di Niscemi. I fondi per prevenire il dissesto vennero stornati». Parla l’ex prefetto, Isabella Giannola, che nel 1997 era commissario per l’emergenza frana: «In 2-3 anni realizzammo tutte le opere necessarie alla vita del paese. Poi si è evitato di chiedere conto delle proprie responsabilità a chi le aveva, a partire dalla Regione. Anche le demolizioni sono rimaste tutte sulla carta e chi doveva fermare gli abusi edilizi non l’ha fatto». «Dopo la frana del 1997 a Niscemi noi realizzammo tutte le opere necessarie per ripristinare la vita nel paese. Invece non si realizzò l’opera, gestita dalla Regione, per prevenire altri dissesti idrogeologici. E anzi i fondi vennero stornati. Una decisione vergognosa». A denunciare è Isabella Giannola, trenta anni fa prefetto Caltanissetta, che il governo guidato da Romano Prodi nominò commissario straordinario per l’emergenza frana, diversamente dalla scelta attuale di nominare commissario il presidente della Regione. Il prefetto Giannola è una vera donna delle istituzioni. (da “Avvenire” – Antonio Maria Mira)

Leggendo di questa inquietante vicenda di pubblica irresponsabilità ritorno ad una convinzione semplice, ma non semplicistica: i politici investiti di incarichi amministrativi devono smetterla di occuparsi di massimi sistemi, ma si devono dedicare anima e corpo ai problemi concreti della gente e prima di tutto a quelli della salvaguardia dell’ambiente in cui vivono i loro amministrati.

Se è vero che anche l’amministrazione è politica, sarebbe però più che opportuno evitare di politicizzare le candidature locali facendole diventare specchio fedele degli equilibri partitici nazionali, così come di interpretare i risultati elettorali delle consultazioni amministrative quale mero specchio positivo o negativo della salute del governo o delle opposizioni ad esso: i comuni vengono giocati come carte sul tavolo dello scontro tra le forze politiche a livello nazionale, i candidati e gli eletti sono considerati strumenti di propaganda di partito e non espressione genuina e fattiva delle autonomie  e della capacità di affrontare i problemi delle comunità locali.

La gara elettorale per il Comune di Milano si accende in vista del voto previsto per la primavera del 2027, quando scadrà il mandato del sindaco Giuseppe Sala. Il dibattito politico e il “totonomi” sono già aperti tra ipotesi civiche, movimenti emergenti e il confronto all’interno delle grandi coalizioni. (come volevasi dimostrare…)

Sindaci, presidenti di regione, assessori etc. devono smetterla di interpretare le loro funzioni come preludio alla carriera politica, ma devono impegnarsi a servizio dei cittadini loro assegnati. Li sento e li vedo invece dediti a grandi discorsi, a programmi fantasiosi e molto distratti rispetto ai problemi quotidiani della popolazione a partire dalla sua incolumità. Non vorrei che rientrasse in questa logica anche un certo parlare che si fa intorno all’attuale sindaco di Genova, Silvia Salis, riguardo ad una sua candidatura alla guida del campo largo di centro-sinistra in vista delle prossime elezioni politiche e alla fioca luce delle prospettive di cambiamento climatico nel post-referendum. Spero che non la si induca troppo in tentazione e la si liberi dal “male” del salto della quaglia istituzionale.

Infatti prima o dopo arriva il conto da pagare e chi lo paga? Tutti si sono dimenticati a casa il portafoglio, tutti si nascondono dietro un dito, danno la colpa alla mancanza di risorse e alle lungaggini burocratiche. L’intervista succitata dimostra il contrario: spesso i fondi esistono ma li si usa male, mentre la burocrazia diventa un alibi sotto cui seppellire le proprio clamorose responsabilità.

I lavori, che erano finanziati dalla Protezione civile e quindi dal Governo, furono tutti realizzati in 2-3 anni. Opere necessarie alla vita del paese, in particolare del quartiere Sante Croci che è lo stesso colpito dalla frana di oggi: acquedotto, fognature, strade, case popolari. Per uno dei progetti feci ricorso anche a fondi europei e riuscimmo a spenderli tutti, a realizzare l’opera e anche collaudarla. Mi dissero che era la prima volta. Non fu facile, bisognava addestrare i funzionari alle procedure europee, ma lo abbiamo fatto, ci siamo riusciti. Quando si vuole si può. (ancora dall’intervista all’ex prefetto Giannola)

Purtroppo non solo non si fanno i lavori ma si lascia campo aperto all’abusivismo, che è il preludio al disastro ambientale. Nella migliore delle ipotesi trascuratezza, nella peggiore favoritismi vari. Dagli amministratori locali non si pretendono miracoli, ma il massimo della correttezza e dell’impegno.

Anche i risultati dell’ultima tornata di elezioni amministrative ha dimostrato che i cittadini si aspettano competenza, concretezza ed esperienza dagli amministratori locali: da una parte potrebbe sembrare il ripiegamento della politica su schemi meramente pragmatici, dall’altra dovrebbe essere la fuga dalla nebulosità politica che snobba i problemi reali per rifugiarsi nella demagogia d’alto (?) bordo, che nulla ha a che vedere col richiamo alle idealità ed ai valori, ne è anzi una specie di caricatura. È un difetto comune un po’ a tutte le forze politiche, che cercano nel piccolo solo la controprova della giustezza del grande (?). Se la destra se lo può anche permettere, la sinistra assolutamente no a costo di perdere il contatto con la gente, che è indispensabile come l’aria del suo respiro politico.

Mi sia consentita una citazione sulla politica intesa come servizio (il valore su cui basarsi), che quindi deve partire, per dirla con don Tonino Bello, vescovo e profeta, dal tanfo che sale dai sotterranei della storia.

«Perché nasca un nuovo ordine di giustizia e di pace dobbiamo accendere, con quella della pietà, la lampada della politica, intesa come maniera esigente di vivere l’impegno umano e cristiano al servizio degli altri. Una politica sottratta alla lussuria del dominio. Preservata dall’adulterio con i corrotti. Inossidabile alle esposizioni lusingatrici del denaro. Restituita finalmente alla simpatia della gente. E resa oggetto di una reverenza quasi sacerdotale, se è vera l’ardita intuizione di Giorgio La Pira che affermava: “La politica è l’attività religiosa più alta dopo quella dell’unione intima con Dio”» (Rivoluzione nella politica).

Si lascino quindi perdere i voli pindarici che nulla hanno di ideale e valoriale e si torni con estrema umiltà ed operosità laddove viene a mancare la terra sotto i piedi.