La fattoria degli elefanti

Ai partiti di governo e allo stesso ministro della Giustizia non è parso vero di cavalcare la tigre della grazia all’orefice Roggero, condannato in via definitiva a quattordici anni di reclusione per aver ucciso due rapinatori, al punto da indurre il Presidente della Repubblica a porre un pur garbato alt su una questione di sua competenza.

L’intenso battage mediatico e parlamentare che sin dal mattino le forze politiche di centrodestra stanno conducendo in favore di una pronta concessione della grazia al negoziante, condannato in via definitiva a a 14 anni e 9 mesi di carcere, finisce per suscitare di riflesso una certa irritazione sul Colle più alto delle istituzioni repubblicane. Lo si può dedurre, leggendo fra le righe dell’asciutta nota quirinalizia che informa come il presidente Sergio Mattarella abbia «ricevuto» nel pomeriggio il Guardasigilli Carlo Nordio, in un coloquio diretto a «puntualizzare i limiti delle attribuzioni del ministro in tema di concessione della grazia», facoltà che la Costituzione «riserva esclusivamente al Presidente della Repubblica» come «confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006». Una puntualizzazione che lascia intendere come il capo dello Stato non voglia sentirsi “tirato per la giacca” in una vicenda che una parte della politica potrebbe aver deciso di cavalcare a fini di propaganda. (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Questa vicenda giudiziaria è estremamente delicata da tutti i punti di vista e quindi non deve essere strumentalizzata a fini politici per rispetto delle vittime, del condannato, della magistratura, della Costituzione, dell’istituto della Grazia, delle prerogative del Capo dello Stato.

Peraltro la recente grazia concessa con una certa superficialità è la dimostrazione del come gli atti individuali di clemenza debbano essere trattati con grande sensibilità, correttezza e ponderatezza.

Alle obiettive difficoltà politiche la maggioranza di governo tende a rispondere con intollerabili fughe populistiche a senso unico, lisciando il pelo all’opinione pubblica lasciata in balia di questioni sensibilissime affrontate con l’irruenza dell’elefante nel negozio di cristalleria.

Se proprie si vuole fare propaganda elettorale sul tema garantista della sicurezza, lo si faccia a trecentosessanta gradi inserendola nel discorso della difesa dei diritti della persona e togliendola dalle ristrettezze del sano egoismo.

Torture e stupri sui migranti: l’Aja apre il processo sul “Sistema Libia” (e sulle complicità dell’Europa). Il dibattimento fa tremare le autorità libiche e i Paesi europei, a cominciare dall’Italia, che negli anni hanno mantenuto rapporti stabili con Tripoli e sostenuto politicamente, finanziariamente e operativamente il meccanismo di intercettazione, respingimento e detenzione ora al centro del processo. Mitiga è stato uno dei terminali di quella filiera: persone intercettate in mare, riportate in Libia, rinchiuse illegalmente e sottoposte a ricatti, sfruttamento, torture e violenze sessuali. Esiste inoltre la possibilità che accusa e difesa chiedano di chiamare a testimoniare esponenti di governo, diplomatici, funzionari di Stato, responsabili delle forze di sicurezza e rappresentanti delle organizzazioni internazionali che hanno trattato con le autorità libiche. La Procura potrebbe cercare di dimostrare la struttura e la riconoscibilità del sistema. La difesa potrebbe ricostruire i rapporti ufficiali mantenuti con governi e istituzioni straniere, sostenendo che gli apparati oggi accusati erano considerati interlocutori legittimi e affidabili. Per questo sul banco degli imputati non c’è soltanto un carceriere. Il processo interrogherà anche le relazioni costruite dall’Europa con apparati accusati di crimini internazionali mentre collaboravano al contenimento delle partenze. Per le vittime è il primo riconoscimento giudiziario di una verità raccontata per anni. Per la Corte dell’Aja è il primo vero processo sul sistema concentrazionario della Libia post-Gheddafi. (“Avvenire” – Nello Scavo)

Il ministro della Giustizia Nordio, che vuole fare il primo della classe in una materia peraltro non di sua competenza, come quella della concessione della Grazia, dovrebbe avere un certo fastidio alle orecchie per i fischi provenienti dalla nota e vergognosa vicenda Almasri.

Ma mentre l’esasperazione della giustizia “fai da te” dell’orefice Roggero fa audience politica (non se ne può più con i ladri…), i migranti torturati non meritano attenzione (stiano a casa loro…). Anche perché in una certa accattivante narrazione sono proprio i migranti i ladri che rubano e disturbano il nostro benessere e la nostra incolumità. Così si chiude il cerchio della (in)giustizia.

 

 

La chiamata alle armi della giustizia e della pace

L’arcivescovo chiama in causa, a livello nazionale, anche «una politica del rifiuto, del respingimento dell’altro». Cita il viaggio di Leone XIV a Lampedusa, ricorda che in ogni uomo e in ogni donna «è impressa l’immagina vivente di Dio», verità oggi «violentemente messa in discussione». Per questo, sottolinea la responsabilità di annunciare il Vangelo con l’accoglienza e il rifiuto di idee come quella della remigrazione. E lo ripete due volte: «Ogni manifestazione esterna di religiosità, ogni proclamazione dell’identità cristiana o cattolica che si faccia scudo del nome cristiano per giustificare il rifiuto del debole, del povero, del migrante, si trasforma in un insulto alla verità annunciata dal Cristo Signore. Chi non riconosce l’altra o l’altro come sorella, come fratello, indipendentemente da ogni considerazione culturale, religiosa, razziale, geografica è fuori dal Vangelo. Lo dico forte, di nuovo, perché non ci siano equivoci. Chi la pensa così, chi difende il privilegio di alcuni rispetto ad altri, è fuori dal Vangelo. Chi sventola il vessillo della remigrazione ferisce a morte la fraternità evangelica e umana e sfrutta l’insicurezza, la frustrazione, il risentimento della gente per individuare un capro espiatorio su cui scaricare il negativo della vita sociale e politica». L’Italia allora, ripete ancora Lorefice, è chiamata a mettere da parte la paura e a tornare, oltre al Vangelo, alla Costituzione, che ripudia la guerra. Altro male che inquina il mondo.

Ormai, ricorda l’arcivescovo, il ricorso alle armi e al conflitto viene considerato «necessario» e le loro vittime «danni collaterali». La sovversione dell’ordine costituito dopo la Seconda guerra mondiale, «è stata preparata da decenni di squilibri, di ingiustizie, di mancanza di attenzione ai poveri e agli ultimi», afferma. «Ora leader senza pietà e senza pudore, avviluppati nel loro narcisismo delirante, possono gioire della morte di altri, possono giustificare la guerra spacciando la conquista per legittima difesa». Viene chiesto allora di prendere posizione e di non rassegnarsi. Di riconoscere di nuovo e a tutti i livelli che «gli altri non sono il nostro inferno bensì la nostra salvezza» e che «il potere reale non è quello che domina, ma quello che si fa servizio». (Arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice come riportato da “Avvenire” – Irene Funghi)

Questo è un parlare chiaro!  “Ma il vostro parlare sia: “Sì, sì; no, no”; poiché il di più viene dal maligno” (Matteo 5,33-37). Molti cattolici impegnati in politica si dovrebbero vergognare, molti politici che si dichiarano cattolici dovrebbero andarsi a nascondere. Fortunatamente alle infettive complicità e omertà della politica rispondono le coraggiose e disinfettanti testimonianze della Chiesa cattolica.

Non si può confondere la pur necessaria gestione del fenomeno migratorio con la cosiddetta remigrazione; non è ammissibile confondere la pur necessaria diplomazia con il bellicismo subdolo e avvolgente. Non si può considerare mero buonismo il rispetto della persona umana così come non si può etichettare come ingenuo pacifismo il rifiuto categorico della guerra comunque giustificata.

La missione vaticana in Ucraina ha un obiettivo chiaro: salvare vite mentre la politica continua a fallire. Al centro c’è il negoziato per il rilascio dei minori trasferiti in Russia. Ecco come si sviluppano i percorsi di mediazione che poi portano frutto. C’è una diplomazia che si misura con le mappe, i confini, le sfere d’influenza, gli oleodotti, le basi militari. È quella dei rapporti di forza. Poi ce n’è un’altra. Più fragile. Più esposta. Spesso più concreta. Comincia da domande elementari: chi può aprire una strada, un varco, un canale, un corridoio, prima che sia troppo tardi? La diplomazia umanitaria nasce lì. Non quando la guerra è finita, ma quando la guerra pretende di occupare tutto: la politica, la memoria, le famiglie, la lingua, perfino il futuro. Non sostituisce la diplomazia degli Stati. Però impedisce che la pace venga ridotta a una contabilità di territori. Ricorda alle cancellerie, agli eserciti e agli organismi internazionali che una pace costruita dimenticando ad esempio i bambini non è pace, solo una tregua tra adulti. La missione vaticana in Ucraina ha scelto un terreno più circoscritto e verificabile: salvare vite mentre la politica continua a fallire. (“Avvenire” – Nello Scavo)

Troppo alti questi richiami provenienti dalla Chiesa per essere strumentalizzati a livello di battaglia politica. Ce n’è per la farisaica destra del “Dio-Patria-Famiglia” e per la parolaia sinistra dell’armiamoci e partite. Mi permetto soltanto di aggiungere una considerazione da uomo di sinistra quale mi considero. Se la sinistra vuole segnare un deciso cambiamento di passo deve partire “laicamente” da questi presupposti provenienti dall’ispirazione cristiana: solo così potrà riconquistare la fiducia dei giovani e degli emarginati. Se ci si mette in questa logica sembrano quasi ridicole le questioni inerenti gli assetti leaderistici così come i distinguo riformisti, per non parlare delle nostalgie moderate e centriste. Non è il momento della moderazione, ma quello della rivoluzione in nome della giustizia e della pace.

Da outsider di lusso a insider di miseria

Si blocca ai nastri di partenza la legge elettorale che era stata nominata “Stabilicum” e su un nodo, quello delle preferenze, che avrebbe dovuto riaccendere interesse per il voto nel crescente partito degli astensionisti. Difficile immaginare la ripresa dei lavori sul testo. Troppe cose sono cambiate e qualcuna è sfuggita di mano alla premier. A distanza di quattro anni, Meloni si ritrova con una maggioranza rosicchiata dal partito di Vannacci, con cui deve fare i conti. Dopo aver tenuto a bada le intemperanze a destra di Salvini, la nascita di Fn ha azzerato gli sforzi e la premier ora cerca di coprirsi nuovamente a destra, ma su un fronte ancora più estremo. Il tutto mentre la famiglia Berlusconi la pungola sull’area liberal. Né può contare sul posizionamento internazionale sul fronte Maga, dopo gli schiaffi ricevuti dal suo ex amico Donald Trump. Un equilibrismo non facile, il suo, che l’ha portata ad accreditarsi europeista, ad avvicinarsi ai Paesi “volenterosi”, salvo poi tornare a differenziarsi nelle scelte. Un’altalena destabilizzante da cui questa volta, dopo la «riflessione» annunciata, potrebbe decidere anche di scendere. (“Avvenire” – Roberta d’Angelo)

Non so se i giochi siano finiti, sicuramente appare molto compromesso il giochino della scorciatoia politica della legge elettorale: era la risposta, arrogante nei toni, precipitosa nei tempi, anticostituzionale nella sostanza, del governo alla sconfitta referendaria. A regola di briscola dopo un doppio simile capitombolo il governo si dovrebbe dimettere, ma tutto è ancora (im)possibile.

Fare finta di niente sarebbe un affronto al buonsenso politico istituzionale, un ritorno in Parlamento per ribadire la fiducia diventerebbe una palese dimostrazione di debolezza e soprattutto una contraddizione per chi vuole far dipendere la vita del governo dagli umori della gente; sembrano tiratissime le possibilità di governi balneari, transitori, tecnici e simili. Non credo che Sergio Mattarella intenda imbarcarsi in simili esercitazioni istituzionali: non è il momento e non c’è il clima adatto.

Era luglio del 1943 e il regime mussoliniano implose miseramente: questo richiamo può sembrare impietoso e fazioso, ma mi viene spontaneo. L’allora ordine del giorno era firmato, l’agguato parlamentare di oggi non lo è ed è ancora più grave. C’è un po’ di tutto nella batosta subita dal governo Meloni. Una buccia di banana che potrebbe risultare fatale, una pisciata contro vento da parte di una donna al comando. A Giorgia Meloni rimbomberanno in testa gli aggettivi appioppatile da Silvio Berlusconi: supponente, prepotente, arrogante, offensiva e ridicola.

E non potrà più controbattere di non essere ricattabile, perché il voto parlamentare subito ha tutta l’aria di un ricatto proveniente dalla sua stessa maggioranza. L’unico modo per dimostrare dignità sarebbe quello di dimettersi. Non sono solito infierire sui potenti in caduta libera. Non infierisco, ma tiro le somme.

Giorgia Meloni fa anche un po’ compassione. Disperata dopo la sconfitta al referendum è corsa al raduno degli alpini per mandare agli italiani il messaggio che lei non è in calo di popolarità. Ha nella sua testa un pensiero fisso: sembrare e non essere. Sembrare di essere una grande statista, sembrare di essere amica di Trump, sembrare etc. etc. Perché è così? Perché al di fuori del potere non ha niente: né una solida professione, né una storia politica rilevante, né una famiglia in cui rifugiarsi…ecco perché, disperata, difenderà con tutta se stessa il suo attuale status di potere. Se si ferma è perduta…

Giorgia Meloni è diventata celebre per essersi definita una underdog (sfavorita o outsider). Ha usato questo termine nel suo discorso di insediamento alla Camera il 25 ottobre 2022, sottolineando come la sua ascesa al governo, da giovane militante di destra fino a diventare la prima donna Presidente del Consiglio in Italia, abbia stravolto tutti i pronostici. Cerchi un termine adeguato per uscire di scena…e ammettere di essere un’addetta ai lavori che ha sbagliato mestiere.

 

 

 

 

La politica fai da te

L’Italia dei “like” a Giuseppe Barboni, il manager giustiziere che ha pestato un migrante in strada. A San Benedetto del Tronto un seguace del generale Vannacci ha aggredito un uomo di origini irachene che stava bloccando la strada con la bici. E il Paese si divide tra chi parla di “squadrismo” (la politica) e chi invece applaude il gesto (ben 459mila followers).

Mentre la politica e i media che la contornano si esercitano col risiko Vannacci per vedere di nascosto l’effetto che fa sui partiti e i loro equilibri elettorali, la società assorbe come una spugna il “liberi tutti” proveniente dalla cultura dell’insofferenza ammantata di falsa sicurezza.

Non mi preoccupa l’improbabile marcia su Roma di “Futuro nazionale”, ma quella sulle coscienze sparse nel Paese, che trovano sollievo nelle risposte ingiuste, fuorvianti e sbrigative ai problemi reali, seri e complessi. In questo senso non è da sottovalutare il fenomeno Vannacci, che cavalca l’attacco all’inconcludenza dei vertici capaci di niente e fomenta la rivolta dei cittadini capaci di tutto.

In giro iniziano a esserci un po’ troppi giustizieri della notte. C’è chi pattuglia la stazione Termini filmando i disperati che la assediano, chi invece va oltre prendendoli a sprangate. Sul Garda, a Peschiera, l’ormai tradizionale “adunata di maranza” quest’anno non c’è stata. Accanto ai blindati della polizia, dopo le tensioni dell’anno scorso, sono spuntati anche ragazzotti di estrema destra per tenere alla larga i giovani nordafricani in vena di provocazioni. E a Verona, dal 10 al 13 settembre, si terrà “Alla festa della rivoluzione”, evento fortemente identitario il cui titolo è tutto un programma. Tira insomma una brutta aria, da fermare il prima possibile. Senza evocare fascismi o buonismi, semmai affrontando seriamente la questione dell’ordine pubblico e dell’integrazione degli immigrati. Temi complessi e certamente fuori stagione, però. Più facile continuare a “scrollare” i social sotto l’ombrellone e applaudire chi sceglie le vie brevi. (“Avvenire” – Marco Birolini)

Non mi interessa più di tanto capire se e come la destra risentirà elettoralmente dello schiaffo vannacciano, non mi diverte gufare sulla sua eventuale prossima sconfitta dovuta ai voti in neofascista uscita, non mi entusiasma la prospettiva di una sinistra che lucra sulle disgrazie socio-culturali della destra, mi preoccupa l’aria avvelenata e irrespirabile che tira nel Paese e non solo nel Paese. Da un clima del genere non uscirà niente di buono.

Urge tornare ai valori fondanti del nostro vivere civile per tradurli nella politica. In questo senso va benissimo l’espressione “alleanza per la Costituzione” quale nome proposto dal leader del M5S Giuseppe Conte, e successivamente adottato dalle altre forze di centrosinistra (PD, Avs), per definire e rilanciare il “campo largo”. Sì, allarghiamo il campo della politica e soprattutto evitiamo che venga infestato dalla zizzania delle menzogne, seminata in mala fede e magari confusa in buona fede col grano delle verità.

Nostalgie fasciste e rimpianti grillisti

Il muro contro muro tra centrodestra e centrosinistra è ormai totale e riguarda temi percepiti come distanti dalle reali esigenze dei cittadini. Lo scontro della settimana è quello sulla Rai, con le dimissioni di massa delle opposizioni dalla Vigilanza. L’altro scontro che sta diventando un tunnel è quello sul Covid, con la Commissione divenuta un vero terreno di battaglia. Ma si parla di fatti accaduti anni fa, mentre il Paese oggi fa i conti con il ritorno della benzina ai prezzi “di mercato” e con i costi del riarmo che potrebbero incidere sulla fiscalità generale. E su questi terreni molto più popolari non solo Vannacci, ma ora anche Di Battista, stanno conducendo una campagna sfiancante. L’ex parlamentare M5s per contarsi e girare il territorio sta raccogliendo firme per abolire il finanziamento pubblico ai giornali. Come lui stesso ha ammesso, è una sorta di pretesto per capire se la sua associazione, “Schierarsi”, può «provare a portare avanti battaglie all’interno delle istituzioni». E così come Meloni sinora ha etichettato Vannacci come una «sponda della sinistra», non c’è dubbio che presto Schlein e Conte inizieranno a indicare Di Battista come “amico occulto” della destra.

Intanto però le estreme si muovono, fanno rumore, mentre i due centri dei due poli sembrano in stallo. Il rinnovamento di Forza Italia auspicato da Marina Berlusconi non trova riscontri nei sondaggi. Mentre la gamba moderata o riformista del centrosinistra a oggi è un’addizione di sigle che si parlano poco e male: Renzi è piazzato lì con la sua Casa riformista che però ogni giorno deve fare i conti con veti trasversali, lì in quello spazio ci sono anche Progetto civico di Onorato, Più Uno di Ruffini, i socialisti, Più Europa, aggregazioni locali. Uno spazio senza nome, già accusato di essere solo un cartello elettorale. E anche questo aiuta Vannacci e Di Battista. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Effettivamente la battaglia politica, pur toccando temi importanti come la Rai, il Covid e finanche la legge elettorale, viene percepita dalla pubblica opinione come stucchevole divagazione partitica. In questo deserto tematico trovano facile terreno di predica gli estremisti di destra e sinistra, che rinfacciano ideologicamente ai rispettivi schieramenti la lontananza dai veri problemi della gente.

Alle certe e crescenti sparate demagogiche di Roberto Vannacci da una parte e a quelle tutte ancora da sperimentare di Alessandro Di Battista dall’altra il centro-destra e il centro-sinistra rispondono con la paura di scoprire i loro vuoti pneumatici a livello di contenuti e col goffo tentativo di coprirsi le spalle al centro, inseguendo i moderati tutti da inventare anziché rispondere ai radicali tutti da ascoltare.

La vuota ma decifrabile leadership meloniana è in difficoltà e tenta di rifugiarsi nel vittimismo a livello internazionale, riuscendo persino a piangere sulla spalla europea; la impalpabile leadership della sinistra è tutta presa dalla ricerca del campo su cui giocare anziché occuparsi del gioco a cui giocare (sembra uno scioglilingua…).

Il rischio è che continui imperterrita l’emorragia della disaffezione al voto e/o che il voto tenda a insterilirsi nell’estremizzazione sempre meno ideale e sempre più ideologica: l’antipolitica che porta ai populismi rispondenti ai sentiment dell’estremismo menefreghista di stampo fascista e della contestazione globale di impronta grillina.

Mentre a destra si riesce sempre e comunque a trovare la quadra di regime, a sinistra ci si impantana in attesa di tempi migliori, nella speranza che Giorgia Meloni imploda, che lo spillo Vannacci possa far scoppiare la pallonessa gonfiata o addirittura che Trump porti alle estreme conseguenze le baruffe melonotte. Purtroppo persino l’Europa (leggi soprattutto il vuoto equilibrismo impersonificato da Ursula Von der Leyen) viene paradossalmente in soccorso dell’euroscetticismo meloniano.

La destra parte avvantaggiata in questa gara allo sfascio: ha una leader da operetta, ma ce l’ha. La sinistra è senza leader e senza programma di governo, non riesce nemmeno a sfruttare il recente e invitante assist referendario e non può che sperare nei miracoli di papa Leone, nella resistenza di Sergio Mattarella e nei ritorni di fiamma con Mario Draghi.

 

Tra celodurismi demenziali e pisciate diplomatiche

Da universitario mi divertivo a dissacrare paradossalmente le discipline oggetto dei miei studi, nutrendo poca stima nei confronti di tre categorie di esperti e mettendo in discussione le loro scienze: psicologi, sociologi ed economisti. Spero di non offendere o irritare nessuno perché di paradossi si tratta.

Gli psicologi hanno sempre ragione in quanto, per il dritto o per il rovescio, in un modo o nell’altro, in un senso o nel suo contrario, trovano sempre una spiegazione, piuttosto campata in aria, e nessuno è in grado di confutarla.

I sociologi, come detto più autorevolmente da altri, si dedicano, più o meno abilmente, alla elaborazione sistematica dell’ovvio, fanno una fotografia, più o meno nitida, della situazione.

Gli economisti elaborano teorie che si rivelano sempre e sistematicamente sbagliate: in parole povere non ci pigliano mai.

La storia recente consiglia di aggiornare la lista aggiungendovi i meteorologi e gli esperti di geopolitica.

I primi sbagliano sistematicamente le previsioni a breve, finendo col terrorizzare continuamente la gente ed innescando degli allerta a ripetizione, che spesso fortunatamente si rivelano infondati: gridano cioè al lupo col risultato che le persone non credono più al lupo o imparano a conviverci con gravissimi rischi. Quanto alle previsioni a medio e lungo termine chiudono la stalla ecologica quando i buoi sono scappati dopo aver combinato irrimediabili disastri. Alle rispettabili ed ascoltabili cassandre si contrappongono i tranquillizzanti e ingannevoli negazionisti. Col risultato di incoraggiare un fatalismo ed un menefreghismo di mera e superficiale sopravvivenza.

I fini dicitori di geopolitica si esercitano nell’arte del catastrofismo o comunque del pessimismo senza via d’uscita, proponendo soltanto gli indiscutibili tunnel in cui siamo infilati, ma senza offrire il benché minimo spiraglio di luce in fondo ad essi. Come già detto per i sociologi, si dedicano, più o meno abilmente, alla elaborazione sistematica dell’ovvio, fanno una fotografia, più o meno nitida, della situazione. E per noi rimane solo un sarcastico “va’ avanti ti c’am scapa da ríddor”… Non resta che accontentarsi almeno delle narrazioni più realistiche, oggettive e disincantate.

Questa lunga e farraginosa premessa per arrivare alle guerre in corso, soprattutto alla madre di tutte le insensatezze belliche, vale a dire la guerra contro l’Iran, che, chissà per quanto tempo, ci presenterà fontanili bellici in conseguenza di infiltrazioni guerrafondaie spacciate magari per irrigazioni di (quasi) pace.

L’opinione pubblica americana si chiede se, questa volta, l’uso della forza e il ritorno alla strategia delle sanzioni possano produrre risultati diversi. Ci si domanda inoltre se Trump, dopo il fallimento dell’operazione “Epic Fury” e il crollo della “pace provvisoria” sancita dal Memorandum, abbia un “piano C” per provare a trascinare il Paese fuori dal pantano mediorientale. Anche in questo caso, per ora, non ci sono risposte. Quello che negli Stati Uniti in pochi osano ammettere con chiarezza è proprio che il presidente si è infilato in un “cul de sac”. «Potremmo averla combinata davvero grossa andando in Iran», ha commentato Joe Rogan, un podcaster conservatore molto seguito dal popolo Maga. «I sostenitori di Israele – ha aggiunto – sono gli unici a pensare che sia stata una buona idea». (“Avvenire” – Angela Napoletano)

E allora cosa facciamo scattare? Il gioco dell’oca bellica? Cosa ci può riservare il futuro? E che ruolo spetta a noi poveri mortali? Sapremo almeno distinguere le magate dalle cazzate, le balle totali dalle mezze verità, i sogni dagli incubi, le disperazioni dalle aggressioni, i genicidi dalle legittime difese, etc. etc.?

Il ruolo del governo israeliano in questo contesto non è secondario. Secondo fonti della Cnn, il premier Benjamin Netanyahu «vorrebbe veramente partecipare ai raid Usa» contro l’Iran, proprio come ha fatto agli inizi della guerra, ma l’Amministrazione non vuole perché teme di perdere il controllo del conflitto. Sarebbero arrivate da Tel Aviv, inoltre, le informazioni di intelligence che segnalano l’esistenza di un nuovo piano messo a punto dal regime per far fuori Trump. Il tycoon, ieri, ha glissato sull’idea che si tratti di una strategia con cui Israele vuole influenzare le sue decisioni. Nelle ultime settimane i rapporti tra Trump e Netanyahu si sono incrinati proprio sull’opportunità di proseguire o meno la guerra contro l’Iran: il primo ha cercato una via d’uscita; il secondo ha fortemente sostenuto la necessità di continuarla. The Donald, ieri, si è limitato a sottolineare: «Sono nella lista iraniana delle persone da eliminare da molto tempo. Se dovesse succedere qualcosa, bisognerebbe bombardarli con una potenza mai vista, ho già lasciato istruzioni». (vedi sopra)

Si profila l’apocalisse più o meno nucleare: si salvi chi (non) può! Trump mette le mani avanti: una sorta di “muoia Khamenei junior con tutti gli iraniani”. Guai a smarcarsi da questo gioco al massacro, addirittura massima solidarietà a chi ci entra dalla porta secondaria, vale a dire i governanti occidentali, quelli della guerra sì, ma solo un pochettino. Non basterà a salvare il loro e il nostro culo. Un tempo l’Italia si sentiva al relativo riparo da rischi terroristici sulla base di politiche aperturiste verso i palestinesi e il mondo arabo nonché per l’ombrello vaticano ben più riparante di quello della Nato. L’attuale capacità di iniziativa politico-diplomatica italiana è tendente a zero. Non molto meglio quella europea, se togliamo quel po’di cinico protagonismo anglo-francese dovuto al possesso della bomba atomica. Quanto al Vaticano non ho ancora capito se stiamo dalla parte di papa Leone o di papa Donald. Non resta che fare amarissime riflessioni sul terrorismo di matrice islamica: da una parte sperare nella sua devitalizzazione e incapacità di reazione stragista, dall’altra giungere persino a rammaricarsi della sua impotenza rispetto allo “spadroneggiamento” globale dei compagni di merende. Rimane il pericolo dei terroristi sciolti, che però, come insegna la storia, sbagliano sempre l’obiettivo. Trump assomiglia soltanto nel pisciare a Lincoln e Kennedy… Per Giorgia Meloni non può valere una simile consolatoria metafora: è una donna di potere che imita i peggiori uomini di potere nel loro celodurismo e non corre nemmeno fisiologicamente il rischio di pisciare diplomaticamente alla De Gasperi e ancor meno alla Moro.

Il titolare della Casa Bianca ha annunciato anche che tra Washington e Teheran ci saranno ulteriori negoziati. «Ci ha chiesto di proseguire i colloqui. Abbiamo accettato di farlo, ma abbiamo chiarito, senza mezzi termini, che il cessate il fuoco è terminato». Axios ha anticipato (ma il regime ha smentito) che un nuovo giro di trattative potrebbe tenersi la prossima settimana in Svizzera. I mediatori del Qatar, ieri, sono volati a Teheran proprio per incoraggiare la ripresa del dialogo. Funzionerà? I bombardamenti Usa di mercoledì e giovedì sull’Iran (ieri non ce ne sono stati) e la retorica sulla fine della tregua di certo non conciliano il confronto che, pure, Trump sta cercando. C’è chi tra le dichiarazioni contraddittorie del tycoon legge il tentativo di parlare, contemporaneamente, alle due anime dell’intellighenzia iraniana spaccata tra gli oltranzisti della guerra al nemico (come i pasdaran) e i moderati in cerca di una soluzione alla crisi. La frattura è emersa con particolare evidenza durante le esequie dell’ex Guida suprema Ali Khamenei. I video circolati nei giorni delle cerimonie funebri hanno registrato contestazioni rivolte ai principali negoziatori: il presidente Masoud Pezeshkian è stato messo in salvo dalla scorta che lo ha sottratto alla furia della folla; il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è stato insultato da un gruppo di persone che lo accusavano di arrendevolezza e colpito da una pietra lanciatagli contro al motto “morte a chi scende a compromessi”. (vedi sopra)

Siamo alle furbizie diplomatiche di un demente, il quale crede che tutto il mondo sia fatto di leccaculisti ad oltranza, disposti a restare suoi alleati nonostante tutto. Il brutto è che non ha nemmeno tutti i torti… Non siamo capaci nemmeno di scendere in piazza, perché non serve a nulla. E allora teniamoci le guerre. Ricordando, amaramente e provocatoriamente, un famoso proverbio: “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”, mio padre, tra il serio ed il faceto, diceva invece: “Chi è causa del suo mal pianga me stesso”. Ed infatti c’è molto di cui piangere sugli altri (americani in primis), ma anche su noi stessi!

 

 

 

 

Una pistola per i pistola

Un bel filmetto giallo della serie “L’ispettore Derrick” si intitolava “L’assassino manda fiori”.

Ebbene Erdogan, premier turco, che, giustamente sul piano etico anche se un po’ avventatamente dal punto di vista diplomatico, Mario Draghi aveva definito a suo tempo un “dittatore”, creando parecchia tensione tra i due Paesi, alleati ed entrambi membri della NATO, non manda fiori ma revolver…

Nella citata occasione Draghi aveva detto che «con questi dittatori, chiamiamoli per quello che sono» bisogna trovare un equilibrio tra la franchezza del dissenso e la necessità di cooperazione: e in effetti è proprio ciò che è successo anche al recente vertice di Ankara.

Alla fine del vertice Nato, dedicato soprattutto al rafforzamento della difesa comune e all’impegno degli alleati ad aumentare le spese militari, il souvenir che nessuno si aspettava è diventato uno dei dettagli più discussi dell’intero summit. Recep Tayyip Erdogan ha infatti consegnato a ciascun capo di Stato e di governo un revolver personalizzato con il nome del destinatario, custodito in un elegante cofanetto rosso insieme a sei proiettili, a una dedica e perfino a un documento che ne autorizzava l’esportazione fuori dalla Turchia.

Già la scelta di farsi ospitare e coordinare da questo personaggio la dice lunga, poi è arrivato il dono emblematico…

Il più bello riguarda infatti le vergognose reazioni degli omaggiati a metà tra l’imbarazzo diplomatico(?), l’omertà politica, la complicità internazionale (Trump disse di partecipare al summit solo in omaggio all’ospitante Erdogan), l’indifferenza burocratica e il pragmatismo geo-politico.

 A rendere pubblica la vicenda è stato il primo ministro britannico Keir Starmer durante il volo di ritorno verso Londra. È stato lui a raccontare ai giornalisti il contenuto dell’insolito omaggio, spiegando di aver deciso di lasciare la pistola in Turchia perché introdurla nel Regno Unito sarebbe stato contrario alla normativa britannica. Con lui hanno fatto la stessa scelta anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier olandese Rob Jetten.

Per altri leader, invece, il problema si è posto solo una volta atterrati. Il premier belga Bart De Wever, secondo quanto riferito dal suo staff, non aveva nemmeno aperto il cofanetto durante il viaggio di ritorno. Scoperta la natura del regalo, ha immediatamente consegnato l’arma alla polizia aeroportuale perché venisse custodita in sicurezza seguendo le procedure previste. Lo stesso team ha dovuto gestire anche i doni destinati alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Von der Leyen ha ringraziato Erdogan per il gesto, ma ha già fatto sapere che il revolver sarà reso inutilizzabile e successivamente donato a un museo militare. Il premier canadese Mark Carney ha invece scelto una soluzione intermedia: ha portato con sé la pistola, lasciando però in Turchia le sei munizioni. Anche Pedro Sánchez ha riportato in Spagna l’arma, che è stata immediatamente consegnata alla Guardia Civil. Sarà disattivata, inventariata e conservata come oggetto di rappresentanza.

In Italia il revolver destinato a Giorgia Meloni è stato preso in carico dal personale della sicurezza della Presidenza del Consiglio. Una volta rientrato a Roma è stato denunciato, registrato e protocollato come bene dello Stato, secondo le procedure previste per tutti i doni ricevuti dal presidente del Consiglio. Le regole, introdotte nel 2007, impediscono infatti che i regali istituzionali diventino proprietà personale: vengono catalogati, custoditi e possono successivamente essere esposti o destinati ad altre finalità pubbliche.

L’intenzione di Erdogan appare piuttosto evidente. Il revolver – secondo diverse ricostruzioni un raro modello Gumusay 357 Magnum prodotto negli anni Novanta dall’azienda statale turca MKE – rappresenta un omaggio alla crescente industria bellica nazionale, uno dei settori su cui Ankara ha costruito negli ultimi anni una parte significativa della propria proiezione internazionale. La vicenda, tuttavia, ha suscitato più di un imbarazzo. Non soltanto per le complicazioni di sicurezza e di protocollo che hanno costretto gli staff dei leader a consultazioni improvvise, ma anche per il valore simbolico dell’oggetto. Angelo Bonelli, per Alleanza Verdi e Sinistra, ha parlato di «un’immagine plastica di una Nato che dice di garantire la pace e intanto distribuisce armi da fuoco come gadget tra capi di Stato», criticando inoltre la scelta del governo italiano di non rendere pubblica la vicenda. Al di là della polemica politica, resta un dato difficilmente contestabile: in un’Alleanza nata per garantire la sicurezza collettiva, e in un vertice dedicato a discutere di deterrenza, riarmo e nuovi equilibri geopolitici, il simbolo scelto per rappresentare l’amicizia tra i leader è stato un revolver inciso con il loro nome. Un gesto probabilmente pensato come vetrina dell’industria strategica turca, ma che finisce per raccontare, forse meglio di molti comunicati ufficiali, quanto il linguaggio delle armi sia ormai penetrato persino nella diplomazia dei doni. (“Avvenire” – Redazione)

A questo punto mia madre si chiederebbe: “Podral andär bén al mónd?». La risposta è nei fatti e nelle armi che costituiscono il leitmotiv della nostra cacofonica sinfonia politica.

 

 

L’esercito europeo delle coscienze democratiche

Tre vicende diverse, un problema che torna. Anzitutto quella di Marine Le Pen, condannata anche in appello per lo scandalo degli assistenti parlamentari fittizi (ma eleggibile alla Presidenza della Repubblica nel 2027: ieri sera ha annunciato la sua candidatura). Poi il Parlamento europeo che ha votato la procedura di verifica del rispetto dei valori dell’Ue da parte del partito Europa delle nazioni sovrane (Esn) cui aderiscono i tedeschi di Afd e Roberto Vannacci. E in Germania, una voluminosa documentazione raccolta dalla Gesellschaft für Freiheitsrechte ha avviato una mobilitazione della società civile e dei gruppi parlamentari per chiedere alla Corte Costituzionale di classificare Afd come partito incostituzionale. Tutte e tre le vicende riguardano la possibilità che formazioni di estrema destra assumano responsabilità politiche e istituzionali a livello nazionale o dell’Unione Europea. Al fondo un’unica domanda: come fermare l’avanzata dell’estrema destra in Europa?

(…)

Oggi ci si chiede se, sul piano giuridico, è giusto e se, su quello politico, è opportuno impedire per legge il dilagare dell’estrema destra. Ma entrambe le questioni rimandano a una scelta morale che segnerà la nostra generazione e quelle future. Sul piano giuridico deve prevalere la “filosofia” oggi incarnata dai guru della Silicon Valley come Peter Thiel e Alexander Karp, sostanzialmente condivisa da Trump e dai suoi collaboratori? Secondo questa” filosofia”, la libertà dei singoli – di fatto solo quelli che hanno enormi poteri economici, tecnologici o politici – non deve avere limiti e tutto per loro è lecito: tagliare improvvisamente i fondi per gli aiuti umanitari da cui dipende la vita di milioni di individui nel mondo; impoverire migliaia e migliaia di persone per arricchire smisuratamente pochi; deportare in improbabili “Paesi terzi” tantissimi donne e uomini che hanno la sola colpa di sfuggire dalla guerra, dalla persecuzione o dalla fame ecc. Oppure si deve riconoscere che questa libertà sfrenata non è legittima e che lo sono ancora meno le sue conseguenze? Ciò significa rivalutare invece un’altra idea di libertà, quella che nel corso della storia occidentale è stata temperata e raffinata dal rispetto della dignità inalienabile di ogni essere umano, dal principio di eguaglianza, dalle pratiche della democrazia ecc. Questa alternativa si concretizza oggi anche nella questione di un antifascismo anzitutto morale ma poi anche politico e giuridico: come mostra l’inquietudine suscitata dall’avanzata dell’estrema destra in Europa: apparentemente antica e superata, tale questione è in realtà attuale e urgente. (“Avvenire” – Agostino Giovagnoli)

Finalmente un ragionamento e una conclusione compiuti per un problema sottovalutato da chi relega il fascismo tra le cianfrusaglie storiche del passato (la destra meloniana), da chi presuntuosamente e aristocraticamente considera il neofascismo un nostalgico fenomeno da baraccone (Massimo Cacciari), da chi, affetto da benaltrismo cronico, confonde radici e fronde delle male-piante (modernisti a tutto tondo).

Le malattie serie vanno combattute su due fronti: la scelta di un sano regime di vita e l’adozione di drastiche regole igienico-sanitarie. Se non si ha il coraggio morale di attualizzare eticamente l’antifascismo con il rifiuto categorico della filosofia della libertà assoluta concessa a che detiene il potere, si finisce col prendere di mira gli effetti (l’avanzata delle destre estreme) a prescindere dalle cause (l’humus socio-culturale dell’egoismo condotto a sistema).

Non pensiamo di metterci a posto la coscienza con il rispetto formale di costituzioni e trattati, con la messa fuori legge di formazioni politiche di ispirazione nazi-fascista: certo, tutto serve, ma non basta.

Come diceva mio padre bisogna avere il coraggio d’andär zo ‘na man ‘d vanga, vale a dire di affondare i colpi nel tessuto culturale e morale. Marine Le Pen, Roberto Vannacci e i nazifascisti tedeschi sono punte dell’iceberg. Innanzitutto bisogna riconoscere che lo sono due volte: punte delle punte… La Le Pen non è punta dell’iceberg della destra francese in cerca di legittimazione totale? Vannacci non è la punta dell’iceberg della destra italiana già sbrigativamente ed elettoralmente legittimata a sgovernare? L’Afd non è la punta dell’iceberg della destra tedesca che sta sfasciando il partitismo perfetto della Germania? C’è chi sta facendo il lavoro sporco per approntare quello ancor più pericoloso in quanto subdolamente finalizzato alle cosiddette democrature.

Occorre un grosso lavorio per arrivare ai veri iceberg della politica europea che stanno compromettendo la stessa Unione. De Gasperi, Schuman e Adenauer hanno fatto l’Europa, a noi spetta il compito di fare gli europei, sgombrando il campo dalle macerie culturali e politiche del neo-fascismo e del neo-nazismo riciclabili nel nazionalismo e nel sovranismo, con l’allestimento di un cantiere globale in cui funge schizofrenicamente da architetto Donald Trump.

Se devo essere sincero ho poca speranza nella moralizzazione dell’Occidente. Mi rifugio nell’illusione dell’implosione cantieristica delle destre e dei loro supponenti progettisti: “Méstor mi e méstor vu e la zana d’indò vala su?”, direbbe mia nonna (erano due ingegneri che si scambiavano complimenti ma che si erano dimenticati l’uscio nella porcilaia).

 

 

 

 

 

C’è solo libertà di leccaculismo

«Trump minaccia di conquistare la Groenlandia, oltre che gli stessi alleati Nato di iniziare guerre commerciali. Come fa a stare lì seduto accanto a lui senza dire nulla?». È la domanda, senza giri di parole, che un giornalista danese ha fatto al segretario della Nato Mark Rutte alla conferenza stampa del vertice Nato di Ankara. Il riferimento è a un’altra conferenza stampa tenuta da Trump e Rutte sempre a margine del summit. «Cose che non sembrano appartenere al vecchio Mark Rutte», osserva il giornalista, prima di rincarare la dose: «Tutto questo ha qualche effetto sul suo rispetto per se stesso?».

Durante la conferenza stampa congiunta a margine del summit di Ankara, il presidente statunitense ha rivolto dure critiche agli alleati della Nato, mentre Mark Rutte – seduto accanto a lui – è rimasto per lo più in silenzio. In apertura dell’incontro, Trump si è detto «molto arrabbiato con i Paesi Nato per ciò che hanno fatto con la Groenlandia, perché non hanno voluto aiutarci contro il principale Stato che finanzia il terrorismo (Iran) e perché noi paghiamo davvero troppo, miliardi e miliardi di dollari in più del dovuto, è ingiusto». Trump sostiene da tempo che gli Stati Uniti contribuiscano più di tutti gli altri membri e continua a chiedere che ciascun Paese destini il 5% del proprio Pil alle spese per la Nato. Tra i governi più criticati c’è quello spagnolo, che il presidente attaccata anche sul piano commerciale, arrivando ad affermare che non farebbe affari con la Spagna e invitando provocatoriamente a interrompere «ogni rapporto commerciale con la Spagna, per favore, comprese le visite».

Per tutta la durata delle dichiarazioni del presidente americano, il segretario generale della Nato non è intervenuto. Le poche volte in cui ha preso la parola lo ha fatto per elogiare Trump, sostenendo che molti dei risultati raggiunti «non sarebbero stati possibili» senza di lui. Addirittura all’affermazione di Trump secondo cui la Groenlandia «è un grande problema per gli Usa e che avrebbero dovuto tenersela dopo la seconda guerra mondiale», Rutte sembra quasi annuire per dare ragione alle affermazioni del presidente. (Open.online – Olga Colombano)

Finalmente qualcuno che ha un po’ di coraggio e attacca apertamente Mark Rutte, l’amico del giaguaro. Il Segretario Generale della NATO viene nominato dai governi dei Paesi membri, che raggiungono un accordo unanime in seno al Consiglio del Nord Atlantico (il principale organo politico decisionale dell’Alleanza). La nomina richiede quindi il consenso unanime di tutti gli Stati alleati. La carica ha una durata di 4 anni ed è rinnovabile.

Mark Rutte è un politico olandese, Ministro-presidente dei Paesi Bassi dal 14 ottobre 2010 al 2 luglio 2024. È il leader del VVD (Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia), un partito olandese di orientamento liberale e conservatore.

Vorrei tanto sapere cosa pensano di lui i membri europei della Nato nonché i massimi dirigenti della Ue. Recentemente ha lanciato un autentico siluro contro il governo italiano, sostenendo che abbia consentito l’utilizzo delle basi Nato per la guerra all’Iran. La questione è rimasta aperta: non si è capito se per carità di Patria, per carità di Rutte o per carità di Nato.

Brutalmente parlando trattasi di un esimio leccaculo di Tump. In effetti la Nato non esiste più: è uno dei tanti organismi multilaterali spazzati via dalla strategia trumpiana.

Qualora il popolo Usa si decidesse a mandare a casa l’attuale presidente, tutti questi squallidi personaggi di mero supporto come e dove si ricollocherebbero? Lasciatemi l’illusione di un futuro redde rationem, anche se sono sicuro che troveranno un posto dove riciclarsi.

In attesa di tempi migliori rivolgo i miei più sentiti complimenti al coraggioso giornalista Rasmus Rauneborg, che lavora per l’agenzia di stampa danese Ritzau: ha osato dire apertamente e direttamente quel che molti pensano, ma vigliaccamente tacciono o lasciano solo intendere. Subirà delle ritorsioni? Molto probabilmente sì: come minimo non farà carriera… Evviva la libertà di stampa.

 

È la voglia di pace, stupidi!

Ecco la cornice in cui si svolge il summit turco: è la cornice della guerra inevitabile, che porta altra guerra e trasforma tutto in opzione bellica. Sennonché nel nostro Paese le conseguenze di questa riorganizzazione all’insegna del “warfare State” sono sempre state smentite con decisione: nessuna modifica in chiave militare, nessun cambiamento, solo un adeguamento ai vincoli imposti da Nato e Ue. È ancora valido questo discorso o dietro alla retorica si stanno profilando scelte di altro tipo? Cosa vuol dire, ad esempio, sostenere che le spese per la difesa sono «il prezzo della libertà», come ha detto recentemente la presidente del Consiglio? Forse si intende che le democrazie occidentali, compresa la nostra, sono sotto schiaffo e che esistono minacce reali alla nostra sovranità. Così si giustificherebbero investimenti in cybersicurezza, in prevenzione di attacchi terroristici, in difesa delle infrastrutture critiche.

Finora si è rimasti sul terreno delle schermaglie, con una triangolazione tra presidenza del Consiglio, ministero della Difesa e dicastero dell’Economia che non ha contribuito a chiarire la situazione, anzi. Sul piatto ci sono decine di miliardi di risorse da mettere nei prossimi anni, che inevitabilmente (nonostante le rassicurazioni di rito) andrebbero sottratte ad altre voci di spesa, più urgenti per il cittadino, dalla sanità all’economia, fino alla scuola. Al netto delle deroghe sul Patto di Stabilità che verranno verosimilmente concesse dall’Europa, è necessario capire che impatto ci sarà sulle nostre scelte di politica industriale e sui bilanci delle famiglie. L’ambiguità strategica mostrata su questo tema ha una ragione, ovviamente: l’opinione pubblica italiana è fortemente contraria al riarmo e a scenari che vedano l’Italia coinvolta in operazioni belliche. Si è capito poco rispetto alle controverse parole del presidente della Nato, Mark Rutte, relative all’uso delle basi logistiche militari del nostro Paese da parte degli Stati Uniti, durante la guerra in Iran. C’è stato o no un coinvolgimento? E di che tipo? Nel frattempo, la campagna “Un’altra difesa è possibile”, proposta dalla Rete italiana pace e disarmo insieme alla Conferenza nazionale enti del servizio civile e Sbilanciamoci! ha raccolto migliaia di firme in pochi giorni per la proposta di legge di iniziativa popolare che chiede l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile non armata e non violenta.
Sullo sfondo c’è anche la riforma dello strumento militare, presentata attraverso due disegni di legge dal governo lo scorso mese di giugno, che porterà a un aumento delle unità operative tra forze armate, sanità militare e carabinieri. Anche questo è un aspetto su cui è necessario almeno aprire un confronto pubblico, per capire quale direzione sta prendendo il Paese. (“Avvenire” – Diego Motta)

I rapporti internazionali sono diventati esclusivo terreno per esercitazioni gossippare. È pur vero che le idee camminano sulle gambe degli uomini e delle donne, ma ormai l’attenzione è rivolta esclusivamente alle gambe dei presunti leader.

Prendiamo la querelle dell’amore litigarello fra Trump e Meloni: non è né bello né interessante, anzi è a dir poco sconfortante. Troppo grandi e inconfessabili gli interessi in gioco, meglio ripiegare sulle schermaglie personali.

Qualcuno mi dirà: è la diplomazia, stupido! Nossignori quella che va continuamente in scena non è diplomazia, ma una commedia al limite della farsa.

Il discorso di fondo è verificare se la guerra debba essere il male minore o il bene maggiore: tutto lascia intendere che si giri attorno all’opzione bellica quale filosofia portante e che ai potenti della terra non resti che il compito di imbellettarla se non addirittura giustificarla.

Fino a qualche tempo fa, quando osservavo gli incontri al vertice con le relative strette di mano, mi illudevo ingenuamente che potessero rappresentare un antidoto seppur debole contro il pericolo della guerra sempre in agguato. Oggi non vedo più alcun salotto diplomatico, ma soltanto una cucina bellica permanente.

La gente non è d’accordo, ma sta a guardare, è anestetizzata, non azzarda proteste di piazza, scuote il capo, ma alza le spalle. Anche questo fa parte della commedia con un pubblico che non applaude, ma assiste passivamente. Almeno così appare…Nelle coscienze non sono in grado di leggere e poi c’è una pubblica opinione che non fa rumore, ma opera sotto traccia. Non resta che sperare…

Se devo essere sincero dei balletti dell’aspirante regina del centro-destra europeo non me ne frega niente, guardo piuttosto alle iniziative della società civile: prima o poi la politica, se vuole riprendere ruolo, dovrà ricominciare di lì, ascoltando parole di pace che salgono dal basso e non solo parole, ma anche fatti per chi li vuol vedere.