Quelli che…votano a destra perché Almirante sparlava bene

«Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante, il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto»: lo scrive sui social la premier Meloni, sottolineando la continuità con lo storico segretario del Msi, continuità esibita dalla stessa fiamma tricolore orgogliosamente conservata nel simbolo di Fratelli d’Italia. «Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana – prosegue il post – e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione». (“Il Manifesto”)

Le parole nostalgiche di Giorgia Meloni si commentano da sé: evidentemente le baruffe interne al centro-destra preoccupano la leader di Fratelli d’Italia, che teme di perdere consensi neofascisti in favore di Salvini e Vannacci; forse questa emorragia potrebbe essere più numericamente e politicamente significativa di quanto si possa immaginare e allora meglio sfogliare l’album di famiglia per mettere tutti col cuore in pace.

Non è questione di imminente o immanente pericolo di ritorno al fascismo, perché questo è conclamato nei fatti governativi, ma è sintomo di debolezza culturale e ideologica. Quindi, tutto sommato, dovrebbe essere un dato di verità positiva che apre spiragli di cambiamento. Se Meloni sente l’esigenza di sviolinare Almirante, forse vuol dire che è alla frutta? I casi sono due: o gli italiani sono rimasti fascisti nel fondo delle loro mentalità e allora si spiegherebbe il fatto che Giorgia Meloni accarezzi a loro il pelo, oppure è Giorgia Meloni ad essere fascista e, soprattutto nei momenti di difficoltà, non riesce a nasconderlo, ma anzi lo ammette (quasi) apertamente e strumentalmente.

Certo che, in un clima da colpo di Stato globale (più fascismo di così si muore…), fare le pulci alla nostra premier fa un po’ sorridere.

A differenza dei “catilinari”, cioè congiurati che tramano nell’ombra, gli esecutori del colpo di Stato mondiale in atto agiscono alla luce del sole, anzi proclamano l’avvento di un ordine nuovo (l’“età dell’oro” di Trump, mentre Israele si auto-proclama, con Netanyahu, “più forte che mai”). Creano eventi di massimo impatto, come vertici pomposi e plateali, lanciano proclami di pace eterna, formano consigli di amministrazione privatistici della pace e della guerra, diffondono messaggi pesanti come pietre o vani come bolle di sapone dalle piattaforme digitali planetarie, contraddistinte da un’enigmatica X o dalla denominazione orwelliana di “verità” (Truth).

Nei colpi di Stato tradizionali, tra le prime misure adottate dalle varie giunte che si impadroniscono del potere c’è la sospensione della Costituzione e di tutte le garanzie a tutela dei diritti individuali. Qualcosa di analogo sta accadendo in ambito internazionale, con la sospensione – sia pure non dichiarata, ma attuata di fatto – del diritto internazionale, specie quello umanitario. I nuovi poteri dominanti concentrano la loro attenzione sulla dimensione direttamente esecutiva, senza preoccuparsi minimamente di qualunque fonte di legittimazione – per non parlare della conformità all’etica – al di fuori della nuda potenza. L’azione, spesso violenta, non tollera confutazione. Come abbiamo visto per la Russia in Ucraina, per gli Stati Uniti in Venezuela, in Iran – e, chissà, prossimamente a Cuba –, per Israele a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, i nuovi demiurghi globali si arrogano la facoltà di decidere se, come e quando utilizzare lo strumento militare, cambiare regimi con la coercizione esterna, deporre governanti, catturare o eliminare Presidenti. (“Avvenire” – Pasquale Ferrara)

Il fascismo, nelle forme e nei contenuti riveduti e scorretti dilaganti a livello planetario, ce l’abbiamo alla grande intorno e dentro casa: ci manca purtroppo la volontà di resistere e il ripiegare addirittura su una sorta di adesione per interposta anche se anacronistica persona (leggi Almirante), ci mette in ulteriore sconforto.

Come tutti i colpi di Stato, anche quello in atto in campo internazionale dovrà fare i conti con la resistenza interna, con la fermezza della non violenza, con la pazienza strategica di chi non intende assistere impotente alla liquidazione della politica internazionale per far posto ad un suo pessimo e deleterio surrogato, vale a dire il dominio o condominio incontrastato gli Stati fuorilegge. Il mondo non è in liquidazione. (ancora da “Avvenire” – Pasquale Ferrara)

Forse, a proposito di neofascismo meloniano, è il caso di buttarla sull’amara ironia: è quello che sta facendo Italia Viva con la sua campagna pubblicitaria.

«Quando c’era lei…», legge di sfuggita il pendolare affaccendato passando davanti a un cartellone pubblicitario. Si ferma interdetto in mezzo alla stazione, suscitando le imprecazioni di qualcuno. Sudore freddo. Lentamente torna indietro e continua a leggere: «…i treni arrivavano in ritardo». Sospiro di sollievo. Non era un manifesto neofascista, ma soltanto una pubblicità di Italia Viva per il 2 per mille. Circola ormai da giorni sui social e nelle stazioni ferroviarie di Roma e Milano e riprende i toni e i caratteri della propaganda del Ventennio, nonché il celebre slogan dei nostalgici «quando c’era lui» (Mussolini). La frase si conclude però sempre con una nota negativa, un riferimento ai presunti fallimenti del Governo: quando c’era Meloni «si pagavano più tasse, i treni arrivavano in ritardo, i giovani scappavano all’estero, la benzina e la spesa costavano di più, l’Italia era meno sicura». Segue un’esortazione a versare il due per mille al partito di Matteo Renzi. E non finisce qui, il leader di Iv ha anche condiviso su YouTube un video in stile cinegiornale di regime, che ripropone le stesse modalità delle pubblicità, ma in bianco e nero: «Nella solenne stagione in cui il governo del presidente Meloni celebrava i fasti della prosperità annunciata – declama la voce fuori campo, imitando il tono di Guido Notari, celebre annunciatore dell’istituto Luce -, le famiglie italiane assistevano al magnifico spettacolo della vita quotidiana, divenuta impresa eroica. Dai forza alle idee giuste». (“Avvenire” – Chiara Di Benedetto)

La macelleria di destra è globale e sempre aperta

Nel pomeriggio del 20 luglio 2001, fui inviato dal Tg3 a commentare in diretta il grande corteo contro il G8 che si snodava per le strade di Genova. Ero all’epoca condirettore dell’Unità di Furio Colombo: in quelle ore moriva Carlo Giuliani, colpito dal carabiniere Placanica, e non era difficile prevedere che qualcosa di molto grave sarebbe ancora accaduto.

Criticai l’atteggiamento di chi guidava i poliziotti in assetto di guerra, con migliaia di persone pacifiche pressate e manganellate, come per un’assurda rivalsa dopo aver subito sotto gli occhi del mondo l’assalto dei misteriosi Black Bloc poi scomparsi nel nulla. Rientrato in redazione fui sommerso, tramite agenzie, da una raffica di insulti: il più mite ci definiva organo dei terroristi.

Ripenso a quei giorni, dopo la durissima condanna dell’Europa per i fatti della Diaz, per ricordare ai troppi smemorati in malafede cosa era l’Italia ai tempi della destra trionfante e arrogante. Una polizia con licenza di torturare e un’informazione di stampo cileno adibita a cassa di risonanza della menzogna golpista. E guai a chi non si adeguava. L’Unità non si adeguò, i suoi inviati raccontarono tutto e gli editoriali di Colombo furono, in quella notte della Repubblica, una delle poche luci di giornalismo civile. Alla macelleria messicana delle coscienze e della memoria neppure i genitori del ragazzo Giuliani, Haidi e Giuliano, si rassegnarono. Così come l’indimenticabile don Gallo, che sicuramente oggi potrebbe sventolare con orgoglio la sua bandiera della pace e della giustizia in terra. (Da ‘Stoccata e Fuga’, il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2015, Antonio Padellaro)

A costo di essere considerato fazioso, affermo che la destra è sempre quella, non è cambiata: cosa pretendere quindi di fronte alla (quasi) macelleria israeliana contro gli attivisti della Flottiglia? Chi protesta ha sempre torto e più ha ragione e più ha torto e quindi deve essere silenziato a tutti i costi con le buone o le cattive. Gli attuali nostri governanti non facciano quindi finta di scandalizzarsi.

Nel 2001, durante i fatti della scuola Diaz a Genova, ministro degli interni era Claudio Scajola di Forza Italia, oggi abbiamo il burocrate di ferro Matteo Piantedosi: se non è zuppa è pan bagnato…

Gianfranco Fini, all’epoca dei fatti del luglio 2001, ricopriva il ruolo istituzionale di Vicepresidente del Consiglio nel secondo governo Berlusconi. Durante l’irruzione della polizia nella scuola Diaz, Fini non ricoprì un ruolo di comando operativo, ma si trovava a Genova in qualità di esponente di governo di primo piano. Oggi abbiamo Antonio Tajani e Matteo Salvini come vice-presidenti del Consiglio: da correre a scappare…

Ebbene cosa volete che sia l’agghiacciante pestaggio ai flottigliesi da parte dei militari israeliani, guidati dal ministro per la sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir, con inaccettabili atti compiuti, prelevando gli attivisti in acque internazionali e sottoponendoli a vessazioni e umiliazioni, violando i più elementari diritti umani?

Roba normale! I nostri governanti in passato, e anche recentemente, ne hanno fatto o coperto di peggio. Emblematico l’imbarazzo di Letizia Moratti di fronte all’inettitudine governativa, la quale a “otto e mezzo” su La7 sembrava una penosa marziana capitata in terra (e Marina Berlusconi vuol cambiare musica sostituendola a Tajani?). Se gli israeliani devono fare i conti con questi squallidi personaggi, possono stare tranquilli e continuare indisturbati i loro genocidi.

E poi fino all’altro giorno Meloni, Salvini e c. non criticavano aspramente la Flottiglia considerandola più o meno un’accozzaglia di inutili rompicoglioni?

Di Netanyahu hanno tutti paura, ma forse in molti sono d’accordo con lui. È comodo reagire a babbo morto, comportarsi come quel marito che da sotto il letto faceva la voce grossa con la moglie.

 

 

 

 

Europei buoni a nulla, israeliani capaci di tutto

«Un trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele». Sono queste le parole scelte dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per commentare le immagini pubblicate su X dal ministro della Sicurezza israeliano, Itamar Ben-Gvir, che mostrano il trattamento riservato ai circa 430 attivisti della “Global Sumud Flottilla”, fra i quali 29 italiani, intercettati martedì in acque internazionali e condotti in stato di arresto nel porto israeliano di Ashdod. Fra gli italiani anche il deputato M5s Dario Carotenuto e un giornalista del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. Il video si muove fra il ponte della grande imbarcazione con cui gli attivisti sono stati trasportati e una vicina struttura della darsena, dove uomini e donne vengono costretti in file ordinate, in ginocchio, le mani legate dietro la schiena dalle fascette di “contenimento”. Una ragazza, colpevole di aver urlato “Palestina libera”, viene scaraventata a terra dalla manata di un uomo della sicurezza. Numerosi gli agenti armati di fucile. Sulla scena della prigione improvvisata appare il ministro Ben-Gvir che, bandiera israeliana in mano, si abbandona a trionfanti esternazioni: «Benvenuti in Israele, siamo i padroni di casa», «sono arrivati con tanto orgoglio, guardate come sono ridotti ora. Non eroi, niente di che, ma sostenitori del terrorismo. Chiedo a Netanyahu di consegnarmeli e di metterli nelle prigioni dei terroristi per molto tempo». E, rivolgendosi ai soldati: «Ottimo lavoro, così si fa, non lasciatevi turbare dalle loro urla». In un video successivo, attribuito al giornalista israeliano Moti Kastel (Channel 14), e pubblicato ancora una volta da Ben-Gvir, leader del partito estremista rappresentativo del sionismo messianico Otzma Yehudit (“Potenza ebraica”), agli attivisti viene fatto ascoltare con gli altoparlanti l’inno israeliano Hatikva. (“Avvenire” – Luca Foschi)

Ricordo, per l’ennesima volta, cosa diceva mia sorella sullo spinoso tema dei rapporti fra Israele e Palestina, sintetizzando spietatamente, al ritorno da un viaggio in Terra Santa, i rapporti fra le due popolazioni: “Gli Israeliani sono dei delinquenti, trattano i palestinesi da cani; i palestinesi non capiscono niente”. Gli uni accaparrano territori, opprimono i conterranei, hanno l’appoggio del mondo occidentale e in particolare degli Usa; gli altri non riescono ad avere un minimo di classe dirigente e di strategia politica, si affidano finanche ai terroristi, reagiscono alla violenza con la violenza, all’odio con l’odio e così si vocano alla distruzione”.

Il ricorso al terrorismo non si può giustificare, ma capire. Persino Andreotti nel suo cinismo politico internazionale ammetteva che anche noi benpensanti forse al posto dei palestinesi faremmo un pensierino al terrorismo per difenderci.

La prospettiva dei “due popoli – due stati” appare ragionevolmente la più equa, ma purtroppo risulta di problematica per non dire impossibile attuazione.

Come in un ormai logoro ritornello, dovrebbe essere l’Europa in combutta con l’Onu, ad avviare a soluzione questo rompicapo geopolitico. Una netta presa di distanza dal governo israeliano con sanzioni e rottura di rapporti commerciali, assieme ad iniziative diplomatiche serie e coraggiose dovrebbero costituire il contributo europeo alla soluzione di quello che è sempre stato il nocciolo della questione mediorientale.

Per fortuna il nostro Paese, almeno nel periodo della cosiddetta prima repubblica, aveva tenuto un atteggiamento della mano tesa verso i palestinesi a livello diplomatico e nel campo degli aiuti economico-finanziari. Ora non ci si capisce più niente… Forse occorrevano gli episodi di cui sopra, vale a dire tiramenti di corda al limite dello strappo, per suscitare indignazione etica e reazioni politiche. Dispiace che sia il nostro penoso orgoglio nazionale a reagire al vergognoso nazionalismo israeliano. Quello che non hanno potuto le migliaia di bambini di Gaza e del Libano lo possono i rigurgiti del sussiego italiano.

Per la verità, se le acque si muovono, è tutto merito degli attivisti della Flottiglia e della loro protesta fattiva e dinamica, in quanto almeno scoprono l’altarone: quando si afferma che le iniziative pacifiche e di concreta solidarietà sono inutili, si cade in una colpevole rassegnazione di fronte alla violenza del governo israeliano, di chi lo vota e lo sostiene in patria e di chi lo subisce a livello internazionale.

Certo che le pur sacrosante, doverose ma statiche proteste di base, colte o piazzaiole che siano, rischiano di lasciare il tempo che trovano in quanto non trovano interlocutori autorevoli di marca israeliana e/o palestinese e di scantonare talvolta nella violenza che aggiunge benzina al fuoco. Sono infatti rare le voci israeliane sincere nell’analisi e disponibili al dialogo; per quanto riguarda i palestinesi non esistono precisi e credibili riferimenti politici. Il tanto auspicato dopo-Arafat si è rivelato un disastro.

Mentre il governo israeliano appare fortissimo al punto da dettare l’agenda bellica agli Usa, in realtà soffre il ricatto dei coloni e dell’intransigente cupola della gerarchia religiosa in una società frammentata e complessa, che prima o poi potrebbe esplodere nelle sue contraddizioni.

I cristiani, presi in mezzo, testimoniano con la vita il loro coinvolgimento umano e religioso nelle atroci vicende di quelle terre. Mentre loro vengono toccati nel vivo della loro carne religiosa e umana, gli ebrei praticanti stanno a guardare (impossibile leggere nelle loro coscienze, ma li vedo taciturni e consenzienti), appoggiano vergognosamente Netanyahu o al massimo gridano al lupo dell’antisemitismo (che trova proprio in Netanyahu i suoi fenomenali assist).

Cosa farebbe oggi Giorgio La Pira? Adotterebbe il suo metodo: unità, dialogo, diritto. In un mondo disgregato all’inverosimile, dove ogni persona e ogni Stato punta al proprio interesse, dove la forza è il parametro della coesistenza, dove l’arbitrio sostituisce le regole condivise, avrebbe sicuramente il coraggio di buttare la verità “in faccia alle facce” sporche di Trump, Netanyahu, Putin e c. , avrebbe la pazienza di convocare a Firenze tutti gli uomini di governo e di cultura dotati di buona volontà per discutere dell’assetto mediorientale, avrebbe il coraggio di lanciare il suo sogno concreto di giustizia andando incontro ai bisogni dei palestinesi. Esattamente il contrario rispetto all’inerzia dei governanti italiani ed europei capaci soltanto di risentirsi a parole e di balbettare qualche misera stucchevole e politicante giaculatoria.

Ho richiamato La Pira perché è stato un personaggio storico capace di coniugare al meglio politica e religione, etica e governo, persone e istituzioni, pace e difesa dei deboli. E perché, in questo momento, solo la Chiesa cattolica è capace di andare controcorrente facendo azione di pace e, in mancanza della politica, di fare supplenza a livello diplomatico.

 

 

I frutti marci di un memorandum fitopatico

Il trafficante libico davanti alla Corte dell’Aja: sul banco degli imputati c’è anche l’Europa. Si chiama Khaled Mohamed Ali El Hishri, ma a Tripoli per tutti è “Al Buti”. Come il generale Almasri, ha spadroneggiato nelle carceri nordafricane, tra accuse di torture ai migranti e silenzi dei nostri governi. Il procedimento a suo carico è importante. Per le vittime, per il diritto internazionale e per il giornalismo.

Il punto non è solo Libia. È l’Europa, l’Italia, il Mediterraneo trasformato da “Mare Nostrum” in “mare di nessuno”, dove i diritti valgono finché non sono di intralcio. Sul banco degli imputati c’è la cooperazione con apparati libici presentati come argine ai trafficanti. Nell’aula del tribunale insieme a vittime e presunto colpevole ci sono domande a cui prima o poi bisognerà rispondere e che nessun governo ama ascoltare. Che cosa sapevamo? Che cosa abbiamo finanziato? A chi abbiamo affidato vite umane pur di non vederle arrivare sulle nostre coste? A quale prezzo? (“Avvenire” – Nello Scavo)

Questo evento giudiziario, che rischia di passare sotto silenzio per amore di patria, di Europa, di politica italiana di destra, ma purtroppo anche di sinistra, richiama un episodio di alcuni anni fa che la dice lunga sul coraggio e sulla coerenza di papa Francesco e sugli scheletri negli armadi dell’anti-politica migratoria dei governi e in particolare del Governo Gentiloni e del suo ministro degli Interni Marco Minniti, promotore del Memorandum Italia-Libia del 2 febbraio 2017. Una gran brutta macchia che è qui tuttora… e che nessuno ha l’ardire almeno di ammettere e magari di mandare via dopo averla maledetta (Macbeth di Giuseppe Verdi).

Il 27 febbraio 2022 il papa avrebbe dovuto partecipare all’”Incontro dei vescovi e dei sindaci del Mediterraneo” a Firenze, ma declinò a causa della presenza dell’ex ministro dem Marco Minniti.  . È quanto rivela il sito “vaticanista” Silere Non Possum sulla riunione a porte chiuse tra Bergoglio e i vescovi italiani, il 23 maggio nell’aula Paolo VI per l’apertura della 76° Assemblea Plenaria della Cei. Rispondendo a una domanda del vescovo di Pinerolo Derio Olivero, il papa avrebbe motivato la sua assenza al convegno fiorentino affermando di non essere partito su consiglio medico, per non forzare il suo ginocchio dolorante. Aggiungendo, però, che gli fu riferito che all’incontro sarebbero state presenti persone implicate nell’industria delle armi, tra cui Minniti, e che dunque “era meglio che il papa non partecipasse”. Il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, avrebbe però sostenuto che il papa fosse stato “informato male”, poiché “c’erano due convegni: quello dei vescovi e quello dei sindaci”, a cui i vescovi si sarebbero uniti “solo successivamente”. Secca la replica del papa: “No, tu puoi continuare a dire quello che vuoi, a me hanno detto che c’erano questi signori e ho visto i video di questi invitati, c’era anche Minniti. Poi mi hanno fatto vedere quando erano al ministero quali leggi hanno fatto, sono dei criminali di guerra. Ho visto anche i campi di concentramento in Libia dove tenevano questa gente che loro hanno respinto!”. (“Il Fatto Quotidiano” – Stefano Baudino – 02 giugno 2022)

 

Non voglio criminalizzare Marco Minniti, ma evidenziare come abbia sbagliato completamente la mira, scegliendo una strategia di collaborazione con la Libia diventata sbrigativa porta di uscita per aspiranti migranti, ma anche e soprattutto subdola porta d’entrata per crimini contro l’umanità. Ammetto, per onestà intellettuale, di avere prestato a suo tempo qualche pragmatica e illusoria attenzione a questa linea che poteva allora sembrare obbligata. È sempre molto pericoloso rinunciare all’idealismo dei principi per la concretezza dei problemi… La tragedia che ne è scaturita si è incaricata di confutare questa scelta a dir poco azzardata. E nessuno ammette questi storici errori e ha il buongusto di rimettere in discussione opzioni comunque errate. Siamo paradossalmente diventati al riguardo paradigmatici in ambito europeo: facciamo scuola, la scuola degli asini!

 

Il 21 febbraio 2022 sul sito di Redattore sociale è apparso un articolo nel quale si definiva “inopportuna e imbarazzante la presenza di Marco Minniti come membro del Comitato scientifico, nonché relatore, del convegno Incontro dei Vescovi e Sindaci del Mediterraneo”. Si trattava di una lettera aperta di protesta, firmata tra gli altri da Mediterranea Firenze, Comunità della Piagge, Associazione Progetto Accoglienza. Nel testo si legge: “Il motivo per cui la presenza di Minniti è giudicata inopportuna è il fatto che l’ex ministro dell’Interno del Governo Gentiloni è stato il promotore del Memorandum Italia-Libia del 2 febbraio 2017. Un Memorandum la cui applicazione da quel giorno ha consegnato ai lager libici circa 82.000 persone – tra uomini, donne e bambini – destinandoli alla detenzione arbitraria, alla tortura, a trattamenti crudeli, inumani e degradanti, agli stupri e alle violenze sessuali, ai lavori forzati e alle uccisioni. Ciò è potuto accadere semplicemente grazie alla sua firma sugli accordi di cooperazione finalizzati all’intercettamento dei migranti e dei rifugiati durante la traversata del Mar Mediterraneo”. Per i firmatari non era opportuna la presenza dell’ex ministro anche perché oggi è “il presidente della Fondazione ‘Med-Or’ – voluta e istituita da Leonardo spa, azienda leader nel campo degli armamenti”.

 

C’è un filo rosso-nero che lega il sacco della nostra politica migratoria che va appunto dal Memorandum Italia-Libia del 2017 alla vicenda Almasri e in base al quale si spiegano tante brutte cose, che coinvolgono i governi che si sono succeduti, la sinistra e la destra sostanzialmente uniformi, che (s)coprono vergognose responsabilità. Papa Francesco non era stato male informato, ma aveva capito bene la nostra politica a cui sembrava giustamente addirittura allergico.

Chissà che il processo ad Al Buti davanti alla Corte dell’Aia non costringa tanti soggetti a fare mea culpa e ad affrontare seriamente la politica migratoria. I cattolici in cerca di spazio politico alternativo a sinistra comincino il loro percorso partendo proprio dallo sgombrare il campo dagli storici abbagli e dalle oscene titubanze in materia migratoria e dai posizionamenti omertosi in politica estera alla ricerca della finta pace armata.

 

Modena città aperta

La deriva individualistica della nostra epoca ha prodotto una visione della sicurezza come protezione del singolo contro il mondo esterno: una visione parziale, oltre che controproducente.  L’individuo sicuro non è quello meglio sorvegliato ma quello che abita una comunità che esiste, che si riconosce, che si aiuta, che sostiene il lavoro pubblico delle istituzioni e che poi si ritrova in piazza, in quel luogo comunitario e politico per eccellenza, per affermare con la propria presenza fisica che chi vuole minare la vita pubblica e libera dei cittadini troverà davanti a sé non individui isolati, ma una comunità coesa. La piazza di Modena non è soltanto una risposta a ciò che è accaduto ma è un rito, un atto generativo: il momento in cui una comunità si auto-produce e si rende visibile a se stessa. Un’urgenza civile che va alla ricerca della consapevolezza di non essere soli. (“Avvenire” – Paolo Venturi)

Durante la campagna elettorale regionale del 2020 Matteo Salvini aveva lanciato un’opa leghista sull’Emilia Romagna. Ricordo una sua puntata in un mercatino bolognese dove venne apostrofato da alcune donne, che gli urlarono di andarsene a casa, perché nella società emiliana non c’era posto per la sua demagogica politica. I risultati elettorali confermarono quella spontanea sensazione e Salvini se ne tornò effettivamente a casa con le pive nel sacco.

Ha provato a rifarsi vivo (a parole) a Modena all’indomani del grave episodio del violento attentato ad opera di un cittadino di origini extracomunitarie, ma dotato di cittadinanza italiana. È partito un penoso tentativo di strumentalizzazione in chiave remigrazione: rivedere la concessione della cittadinanza e prevederne la revoca in difesa dell’ordine e della sicurezza. Un intervento talmente sbracato e sconclusionato da mettere in difficoltà i moderati del centro-destra (poliziotti buoni) e da fornire un assist alle mire elettorali di Vannacci e c. (poliziotti cattivi). Non mi interessano questi squallidi ed opportunistici balletti: la destra è quella che è e non sarà il moderatume del coccodrillone Maurizio Lupi né il tatticismo dell’affaristica e civettuola Marina Berlusconi a cambiarne l’ispirazione e la politica.

Che mi ha impressionato e consolato è stata la risposta di Modena che non si è fatta aspettare, evidenziando un atteggiamento culturale di alto livello ed una visione sociale molto aperta e costruttiva.

Non cedere all’odio e alla paura. Questa la risposta di Modena al terribile attacco di sabato, in una manifestazione convocata dal sindaco Massimo Mezzetti che ha portato in piazza all’indomani migliaia di persone. Restare una città unita, coesa e solidale: questo è il modo migliore di reagire alla lacerazione inferta al tessuto sociale dalla violenza dell’attentatore, Salim El Koudri, cittadino italiano di origini marocchine. La solidarietà con le vittime, l’orrore per la dinamica dell’assalto, la grande emozione suscitata da un evento eccezionale per il nostro Paese, si prestano a strumentalizzazioni tanto facili quanto pericolose. Uscite pubbliche e titoli di prima pagina coinvolgono in blocco le nuove generazioni di origine immigrata in un discorso d’allarme che le addita come pericolo per la sicurezza. Con l’aggiunta di pseudo-soluzioni insensate, come l’incremento delle espulsioni o le restrizioni negli ingressi: una cannonata fuori bersaglio, essendo il responsabile cittadino italiano a tutti gli effetti. Un prodotto purtroppo della nostra società, non di qualche invasione straniera. Tutto questo come se l’uccisione a Taranto di Bakari Sako da parte di un branco di giovani italiani pochi giorni prima non fosse lì a ricordarci i rischi del gettare benzina su presunti scontri di civiltà. (“Avvenire” – Maurizio Ambrosini)

Che suscita ammirazione è la forte saldatura fra la società civile e le pubbliche istituzioni, il sano realismo solidale nei riguardi del fenomeno migratorio, una seria capacità di autocritica a livello delle problematiche sociali, una notevole maturità di fronte ai drammi della nostra società: nessuna stonatura in chiave polemica, nessuna qualunquistica reazione, nessuna istintiva discriminazione.

Aggiungo un mio personale apprezzamento per la città di Modena ed i suoi abitanti, derivante dall’esperienza relazionale (anche per motivi professionali oltre che politici) con la società modenese. Ho da tanto tempo espresso questo giudizio: i modenesi sono i primi della classe che oltre tutto sono simpatici perché fanno copiare.

Allargando il discorso a livello regionale, un tempo si diceva in modo politicamente colorito: “L’Emilia rossa non si tocca”. Oggi si può affermare in modo convinto e convincente: “L’Emilia aperta non si chiude.

 

Visionari cattolici in cerca di visione politica

Nessuno scisma, nessuna “nuova Dc”. Non al momento, comunque. Ma il campo largo è avvisato: il popolarismo non è una tradizione da rispolverare all’occorrenza a favore dell’elettorato moderato. È un’eredità viva, che vanta numeri e peso specifico, a partire dai territori, e reclama spazio nel programma del centrosinistra. Sbaglia, dunque, chi legge nell’evento organizzato ieri all’auditorium Antonianum di Roma, Costruire comunità, il seme di un nuovo partito pronto a raccogliere l’insofferenza dei riformisti del Pd. Scenario che può sempre verificarsi, sia chiaro, specie se a lungo termine l’istanza avanzata non troverà riscontri. Ma il punto è un altro. Si tratta di alzare la testa, proporre una visione, tracciare un confine entro il quale il contributo dell’associazionismo, del civismo e delle reti territoriali trovi la sua dimensione politica, nazionale ed europea. La presenza di Romano Prodi, seppur in video collegamento, pesa come un macigno. Specie perché contemporanea a quella di Walter Veltroni a Torino, per l’evento dell’altra anima moderata del Pd, Energia popolare, guidata da Stefano Bonaccini. Il segnale è chiaro: il pedigree di coalizione di Governo passa dal centro, il centro popolare. L’assioma di partenza è semplice: c’è una realtà feconda di cittadini impegnati e comunità territoriali che cerca riscontro nella classe dirigente all’opposizione, chiamata ad ascoltarla e a rappresentarla. Non per blandirla, piuttosto il contrario. Perché, per dirla col dem Graziano Delrio, tra i promotori dell’incontro, «i partiti sono importantissimi ma hanno bisogno della società perché è quella che consente la reazione». Il referendum sulla giustizia lo dimostra. Ma da dove partire? L’esperienza dei territori, la dimensione civica, la sussidiarietà e la cura della persona sono un buon inizio. (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

Molto interessante anche se ancora piuttosto vaga l’iniziativa dei cattolici-popolari in cerca di rilancio a sinistra. Lascio volutamente perdere il termine obsoleto ed equivoco di “centro” per concentrare la mia attenzione sulle prospettive di un rinnovato impegno politico proveniente dalla storia, dalla cultura e dalla socialità dei cattolici progressisti.

Appartengo a questo filone socio-culturale, non ho alcuna nostalgia democristiana, non mi considero né centrista né moderato, non ho sposato alcun partito, mi sento una persona politica perduta senza collare, addirittura senza casa.

Intravedo il percorso abbozzato dai cattolici di cui sopra, prendo atto che non desiderino ripetere la Democrazia Cristiana e nemmeno provocare uno scisma all’interno del partito democratico. E allora? Se ho ben capito, partendo dal basso delle esperienze di base si vuole puntare all’alto dei valori cattolici tramite un impegno politico ancora tutto da precisare.

Senonché le elezioni politiche sono dietro l’angolo e chi ha tempo non aspetti tempo. Si fissi una sorta di carta dei principi per aprire su di essa il confronto, coniugando tali principi con gli auspicabili contenuti dell’azione politica. Cosa ne sortirà? Non lo so, so soltanto che lo sbocco politico ha bisogno di una storia e i cattolici popolari ce l’hanno (si pensi all’apporto nell’elaborazione della Carta Costituzionale). Probabilmente hanno anche la possibilità di esprimere una classe dirigente degna di questo nome (non c’è solo Prodi), dopodiché si può scegliere dove abitare e come accogliere i cittadini che possono stare al gioco (protagonisti e sostenitori ad un tempo).

Ho visto tante iniziative prepolitiche naufragare nel mare tempestoso della politica, a volte addirittura prima di prendere il largo. Sarebbe un disastro irreversibile se dovesse succedere. Mi riservo di valutare criticamente i passi ulteriori e aspetto con una certa ansia di riuscire ad entusiasmarmi. Mi sento e sono troppo di sinistra per temere gli schematismi della sinistra; mi sento e sono cattolico e non ho paura di sporcarmi le mani in politica; non sono moderato e ritengo che ci sia bisogno di genio e sregolatezza; non sono di centro perché sento l’impellente bisogno di schierarmi dalla parte della “povera gente”; non sono ingenuo perché ho fatto molte esperienze e non mi lascio facilmente incantare; sono un idealista e, come tale, ho tanti sogni nel cassetto. Chissà che non arrivi qualcuno che mi aiuti a fare sintesi di queste caratteristiche: lo aspetto con ansia, senza presunzione alcuna e mettendo da parte lo scetticismo che mi tenta.

Nucleare pulito e politica sporca

La direzione è tracciata. Confermata dal vertice di maggioranza del 6 maggio scorso, ribadita da Giorgia Meloni nel premier time in Senato di mercoledì e celebrata ieri dal ministro della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Entro l’estate, con la legge delega promessa dalla premier, il quadro giuridico per il ritorno al nucleare in Italia sarà pronto e farà da base al piano energetico nazionale allo studio dell’esecutivo. Secondo Pichetto la produzione inizierà già a «metà del prossimo decennio». Ma la scelta è destinata a suscitare polemiche, specie in un Paese che ha già bocciato il ricorso ai reattori per uso civile in due tornate referendarie: nel 1987, poco dopo il disastro di Cernobyl, e nel 2011, a pochi mesi dallo tsunami che innescò l’incidente di Fukushima. Tuttavia l’accelerazione della maggioranza ha già molti endorser. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha lanciato un appello «a tutti i partiti» perché sostengano la strategia, mentre il numero uno di Enel, Paolo Scaroni, ha auspicato investimenti «massicci». Ovviamente non mancano i contrari, tra i quali si distingue Avs, contraria in linea generale, ma ancor di più dopo la bocciatura di ieri del suo emendamento in commissione Ambiente della Camera, che chiedeva di limitare l’uso del nucleare ai soli scopi civili nella ricerca e nella produzione di energia. (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

Scusi, lei è favorevole o contrario? Per favore, ragioniamo! Sul tema del nucleare abbiamo dei precedenti pronunciamenti referendari negativi. Se non erro la motivazione fondamentale dell’atteggiamento popolare negativo era, e forse è ancora, la dubbia sicurezza degli impianti e la prospettiva di catastrofiche conseguenze in caso di incidenti. A queste preoccupazioni rispondono la tecnologia sempre più avanzata e il tasso di pericolosità molto inferiore rispetto ad altre opzioni energetiche. Ne prendo atto anche se non lo ritengo un ragionamento molto convincente: una drammatica analisi costi-benefici troppo estrema e troppo pragmatica. La paura, nonostante tutto, continua a fare novanta.

Rimane da valutare un’argomentazione (quasi) politica, che mi portò all’astensione, se ben ricordo, in occasione dei precedenti referendum sull’adozione del nucleare: la mancanza di una linea comune a livello europeo e il conseguente ridimensionamento di tutte le ragioni del sì e del no. I calcoli economici non sono inconfutabili ed univoci se alcuni Paesi adottano il nucleare e altri no.  La sicurezza diventa una chimera se consideriamo di avere alle porte l’aria di chi ha le centrali nucleari (la Francia ad esempio).

La questione rischia di diventare pirandelliana e di trasformarsi in demagogico scontro fra benpensanti del sì ed estremisti del no. Vorrei capirci molto di più. Non mi sento infatti di aderire acriticamente al pragmatismo economicistico che tutto giustifica e tutto rende compatibile. Non voglio nemmeno però ripetere gli errori storici dell’anti-progresso tecnologico nella radicale illusione delle vittorie di Pirro.

L’Europa, come al solito, non esiste: ognuno fa le sue scelte più o meno al buio e noi, come sostiene acutamente e simpaticamente Massimo Cacciari, continuiamo ad acquistare automobili sempre più sofisticate e costose senza possedere la patente di guida.

La scienza non è dirimente in quanto non è neutra e può essere tirata da una parte o dall’altra a seconda delle volontà politiche che la interpellano. Manca peraltro un quadro strategico definitivo in materia di approvvigionamento energetico entro cui collocare le scelte di breve, medio e lungo periodo. Non vorrei che l’input fondamentale fosse quello di renderci autonomi rispetto ai Paesi ricchi di petrolio e portatori di inevitabili ricatti verso il resto del mondo. Il discorso è globale e non può essere ridotto ad una prova di forza internazionale: tutto sommato è un’altra faccia della guerra.

Ci sarà tempo e modo di riflettere e ragionare seriamente: almeno speriamo. Diventerà la via d’uscita dialettica del governo Meloni in vista delle prossime elezioni politiche? Una colossale e sporca distrazione di massa entro cui confondere i giudizi e le scelte dei votanti magari inchiodandoli ulteriormente all’astensione con tanto di propedeutica diatriba sul nucleare pulito?

 

È vietato disturbare l’educazione all’indifferenza

I bambini delle quinte classi di un plesso di Marostica, in provincia di Vicenza, hanno aiutato le associazioni di volontariato a distribuire i pasti ai migranti che si radunano a piazza Libertà a Trieste. E hanno raccontato l’esperienza fatta a scuola per comprendere il fenomeno migratorio, in modo da presentarsi a Trieste, puntualmente informati di chi avrebbero incontrato: i profughi della Rotta Balcanica. Tra gli esercizi preparatori, hanno provato ad immedesimarsi, bendati e senza scarpe, nelle persone che avrebbero incontrato. E che per arrivare in Italia hanno affrontato ostacoli e insidie.

A Trieste sono scoppiate le polemiche. L’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint e il senatore Marco Dreosto, dello stesso partito, hanno parlato di “immagini vergognose” e di “scene inaudite”: «Le maestre hanno fatto un vero e proprio lavaggio del cervello a questi piccoli». «La scuola non deve esporre i bambini a messaggi diseducativi», ha insistito il deputato di Fdi Silvio Giovine, che come Cisint e Dreosto propone un’interrogazione a Valditara. È intervenuto anche il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga. Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha fatto sapere che l’Ufficio scolastico regionale per il Veneto «ha immediatamente avviato le opportune verifiche, al fine di accertare le modalità didattiche delle attività disposte e le modalità di svolgimento». Il ministero «monitorerà con la massima attenzione gli sviluppi della vicenda».

Gian Andrea Franchi, uno dei volontari, ha confermato che nei giorni scorsi, assieme ai Fornelli resistenti di Bassano del Grappa e alla Fattoria sociale Conca d’oro, hanno partecipato appunto anche gli scolari di Marostica. «Premetto – specifica la moglie, Lorenza Fornasir – che gli insegnanti avevano tutte le autorizzazioni a portare i bambini alla gita scolastica. Ebbene, una di queste maestre, che fa parte del “fornello resistente” di Vicenza, uno dei 65 che da ogni parte d’Italia vengono a Trieste per assistere gli immigrati, mi ha chiesto se poteva portare una classe, del plesso di Marostica. Le ho detto “certamente”, perché noi abbiamo centinaia di bambini, di scout, di gruppi parrocchiali che vengono a visitare piazza Libertà e ci aiutano nella distribuzione del cibo. Le ho consigliato, però, di preparare i bambini all’esperienza. E così è stato».

Gli scolari, dunque, sono arrivati preparati. «E infatti hanno dimostrato una capacità di affrontare l’esperienza in un modo così bello, puro, spontaneo, genuino, che è stata una cosa magnifica. Tant’è che io ho fatto un video che è diventato virale. E aveva l’autorizzazione della scuola. Perfino gli agenti della polizia che si trovano in piazza ci hanno osservato sorpresi, con simpatia». I “fornelli resistenti” sono gruppi di persone spontanei che non voltano la faccia dall’altra parte, hanno scelto di non essere indifferenti, si uniscono fra di loro, fanno da mangiare e dal nord, dal sud, da Ancona, a Torino vengono ogni giorno a Trieste, ormai da 3 anni, a portare da mangiare a 100, alle 200 persone che di volta in volta si trovano in piazza. (“Avvenire” – Francesco Dal Mas, Trieste)

Proprio in questi giorni, riflettendo sulla drammatica situazione (dis)educativa degli adolescenti, lasciati in balia dei loro peggiori istinti di violenza e delinquenza, arrivavo a concludere che il problema nasce dalla cultura dell’irresponsabilità che coinvolge un po’ tutti e in particolare genitori, insegnanti, educatori etc. etc. Un’azione deleteria che cade dall’alto ad opera di chi  guida un mondo disgregato all’inverosimile, dove ogni persona e ogni Stato punta al proprio esclusivo interesse, dove la sopraffazione è il parametro della coesistenza, dove l’arbitrio sostituisce le regole condivise, di chi impone modelli di comportamento all’insegna dell’egoismo sfrenato ed aggressivo, della forza quale misura relazionale, dell’attacco violento come miglior difesa. Dal basso non arrivano i valori, i principi e le testimonianze che dovrebbero costituire il bagaglio di crescita umana e morale e costituire gli anticorpi necessari.

Ebbene di fronte ad un coraggioso esperimento educativo scolastico, che mirava, se ben ho capito, a sensibilizzare e coinvolgere i ragazzi sul tema dell’immigrazione, giustamente riportato a misura di immigrato e non di chiacchiere pseudo-razziste o, ancor peggio, di folli teorie di remigrazione, il potere costituito ha reagito in malo modo, sentendosi chiamato provocatoriamente in causa.

È più diseducativo toccare con mano i drammi degli immigrati o propinare la narrazione secondo la quale gli immigrati sono soggetti pericolosi che vengono a immettere disordine e delinquenza nei gangli vitali della nostra società?

Certo, è più comodo chiudere l’educazione scolastica nel vile e difensivo bozzolo burocratico piuttosto che aprirla al contatto con le drammatiche realtà dell’immigrazione. Quanta sporca sollecitudine per squalificare iniziative educative coraggiose, che potrebbero creare una coscienza critica nei ragazzi che è esattamente il contrario del lavaggio del cervello.

È questa la cultura della destra? Non si tratta piuttosto dell’anestesia culturale operata dalla destra? Non siamo di fronte all’oscuramento di ogni e qualsiasi lume di potenziale critica verso lo spietato malgoverno del mondo? Che razza di silenzio virale si sta imponendo di fronte alle tragedie dell’umanità!!!

«Alla globalizzazione del mercato abbiamo abbinato quello che papa Francesco chiama globalizzazione dell’indifferenza, persino il disprezzo verso le sofferenze degli altri, le loro speranze. Il riemergere del razzismo verso gli immigrati, alimentato da politici senza scrupoli, che un giorno dovranno rendere conto di questo, è il segno di uno spaventoso regresso etico» (don Luigi Ciotti, presidente di Libera).

 

 

Un sacrosanto primo passo di giustizia

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. (Articolo 36 della Costituzione italiana)

Come al solito la Costituzione è lungimirante e concreta anche se viene sistematicamente ignorata o giubilata. Ecco infatti che la politica sulla questione del salario si perde purtroppo nelle definizioni di principio girando a vuoto intorno al problema: salario minimo, salario giusto, addirittura spunta lo stipendio emotivo.

Con salario minimo si intende la paga più bassa che, per legge, può essere conferita ai lavoratori. Il salario minimo può essere istituito in relazione all’ora, al giorno, alla settimana o all’anno. (openpolis)

La contrattazione collettiva costituisce, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 36 della Costituzione, lo strumento per la determinazione del salario giusto, assicurando ai lavoratori un trattamento economico complessivo adeguato alla quantità e alla qualità del lavoro prestato”. (articolo 1 comma 7 Decreto-legge 2026 n. 62)

Accanto alla componente economica emerge quello che i ricercatori definiscono «stipendio emotivo»: qualità dell’ambiente lavorativo, benessere psicologico, relazioni, possibilità di tenere insieme vita privata e professione senza esserne consumati. «I giovani vogliono lavorare per vivere, non vivere per lavorare», sintetizza Narciso Michavila, presidente di Gad3. Non è il rifiuto del lavoro. Semmai il rifiuto di un modello nel quale il lavoro finisce per occupare tutto lo spazio della vita. Le parole che i giovani associano più spesso all’idea di lavoro raccontano bene questo cambio di prospettiva: «passione», «carriera», «responsabilità», «necessità». Più in basso restano «sacrificio», «dovere», «servizio». (“Avvenire” – Antonio Fera)

Sinceramente non vedo alcuna contrapposizione tra questi concetti: sono complementari; fissare una soglia minima per legge non vuole assolutamente dire misconoscere l’importanza delle trattative sindacali, così come non significa ridurre il salario ad un concetto meramente economico a prescindere dal contesto umano e sociale in cui viene effettuata la prestazione lavorativa.

Il Parlamento faccia il suo mestiere e determini almeno una retribuzione minima di sussistenza per i lavoratori, senza illudersi che fatta la legge non sussista l’inganno: se ci mettessimo su questo piano dovremmo eliminare tutte le leggi in una sorta di liberismo isterico e globale.

I sindacati dei lavoratori facciano la loro parte adeguando equamente le retribuzioni alla qualità del lavoro prestato, tenendo conto, come base imprescindibile, del minimo salariale di legge.  Illudersi che la contrattazione collettiva possa essere onnicomprensiva ed esaustiva è un escamotage deresponsabilizzante a livello istituzionale e politico.

Che poi i rapporti di lavoro debbano essere contestualizzati in un clima socio-economico moderno che tenga conto delle esigenze e delle aspettative umane dei lavoratori, con riguardo soprattutto ai più giovani, mi sembra cosa ovvia anche se estremamente complessa ed impegnativa.

Non serve incartarsi nelle definizioni e giocare allo scaricabarile né nascondersi dietro alla teoria dribblando la pratica. Perché tanta ritrosia governativa? Non capisco e, se capisco, rifiuto drasticamente questo modo pilatesco di non affrontare i problemi che toccano i soggetti più deboli e più esposti alle ingiustizie patentate.

Va da sé che la fissazione per legge di un salario minino non risolva del tutto il problema, ma intanto cominciamo a mettere questo mattoncino che male non può fare alla costruzione di un trattamento equo del lavoro, combattendo almeno la vergognosa prassi dei salari da fame.

L’europeismo disarmato e disarmante di papa Leone

«Mai più la guerra» è il «grido» di Leone XIV che, come i suoi «predecessori», rilancia dall’aula magna dell’università La Sapienza di Roma visitata questa mattina. E, a pochi giorni dall’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica, cita la «Costituzione italiana» che sancisce il «ripudio della guerra» per evidenziare il pensiero «consonante», come lui stesso lo definisce, fra il magistero della Chiesa e la carta fondamentale della Penisola sul “no” alle armi. Non solo. Dalla maggiore università del continente, che annovera 125mila studente e oltre 3.500 docenti, il Papa critica l’Europa dove «nell’ultimo anno la crescita della spesa militare è stata enorme». Da qui il monito: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune». (“Avvenire”)

Finalmente! Mi sento molto più sereno dopo avere ascoltato queste parole. Decisamente geniale il parallelismo tra la Costituzione italiana e il magistero della Chiesa. Parecchi anni fa questo coraggio lo aveva e lo manifestava il mio indimenticabile amico don Luciano Scaccaglia. Durante la celebrazione del Battesimo sull’altare venivano posti due riferimenti essenziali: la Bibbia e la Costituzione italiana. L’una chiedeva al cristiano la fedeltà alla Parola di Dio, l’altra al cittadino l’attivo rispetto dei principi democratici posti a base del vivere civile.

E pensare che questo, secondo i detrattori del cavolo (resisto alla tentazione di usare un termine volgaruccio che lascio alla facile intuizione del lettore), anche altolocati, voleva dire fare politica in chiesa. Che ottusità mentale e culturale! Erano stupende e geniali provocazioni esistenziali, che contenevano autentici trattati di teologia coniugata con la laicità dello Stato. Egli alla duplice appartenenza del cittadino credente alla Chiesa e allo Stato rispondeva con la duplice fedeltà al Vangelo e alla Costituzione, conciliando Chiesa e Stato nell’impegno concreto degli uomini e non sui principi astratti e sui compromessi giuridici o, peggio ancora, di potere.

Ma torno a papa Leone e al suo coraggio di esprimere un giudizio politico sull’Europa, che nessun politico ha l’ardire di manifestare: il riarmo non è giustificabile da nessun punto di vista. Dov’è la sinistra, dove sono i suoi esponenti a livello nazionale ed europeo? Non hanno credibilità in materia di pace.

In questi giorni i cattolici si interrogano sul loro ruolo nel centrosinistra: in 700 a Roma per partecipare ad un incontro che vede insieme i cattolici impegnati in politica con tante realtà di base. Vorrei chiedere loro in premessa se siano pronti o meno ad accogliere il monito di papa Leone sulle scelte politiche dell’Europa a livello di spesa militare. Partano da lì, abbiano il coraggio di fare scelte politiche radicali di pace, altrimenti…

Qualcuno sostiene che la Costituzione non sia chiara al riguardo e che magari il Vangelo non vada interpretato alla lettera: non c’è peggior sordo politico di chi non vuol sentire e afferrare fino in fondo il concetto del ripudio della guerra; non c’è peggior ignorante cristiano di chi non vuol capire la necessità-virtù del “porgere l’altra guancia”.

Esigo radicale chiarezza in questa che è la madre di tutte le materie, non transigo su questo punto e non posso dare adesione e/o consenso a chi non fa un vero e proprio “voto di pace”. A maggior ragione se si dichiara di sinistra. Si facciano un bell’esame di coscienza i politici di sinistra (ancor più se cattolici) e la smettano di ingannare e ingannarsi sulla necessità del riarmo europeo in chiave difensiva. C’era bisogno che il Papa desse una lezione su questo irrinunciabile punto!?