Lo strabismo divergente del riformista

C’è un’area riformista che sopravvive nel Partito democratico. Ci sono “partiti satellite”, che esercitano poco appeal nell’elettorato, che si muovono nel campo riformista. C’è una tensione riformista nel Paese che non trova rappresentanza politica e incarna una buona fetta di quanti, in numero sempre crescente, disertano le urne di elezione in elezione. E c’è un movimento dietro le quinte che cerca di sollecitare gli elettori che si allontanano dalla politica (finendo spesso per disdegnarla e perfino disprezzarla), che cerca un canale di dialogo per rimettere al centro i cittadini (tensione su cui punta da destra anche Forza Italia, con il suo tentativo di accordo con Azione di Carlo Calenda). Dire che qualcosa si muove, però, è ancora ottimistico. Perché tutto quello che prova a muoversi – e non è poco – si arena sugli spazi esigui di visibilità di un modo di interpretare la politica soffocato dalla polarizzazione dei partiti più grandi. (“Avvenire” – Roberta d’Angelo)

 

Giorgia Meloni osserva in silenzio le manovre che scuotono il centrodestra. Riflette sulle fibrillazioni nella Lega che crescono di intensità con l’ultima mossa del generale Vannacci che registra il marchio “Futuro nazionale” e prepara la sua corsa solitaria. Si informa sul dialogo sempre più forte tra Carlo Calenda e Forza Italia. A Palazzo Chigi anche gli uomini più vicini alla premier ragionano su un nuovo bipolarismo. Un centro più forte per rendere la Lega non decisiva? Una prima conferma arriva da Letizia Moratti, europarlamentare di Fi ma soprattutto figura ascoltata da Marina Berlusconi. «… Vogliamo aprirci a mondi che condividono i nostri valori: liberali, popolari, riformisti, garantisti, europeisti. Con Calenda c’è sintonia sui temi fondamentali: Europa, riforme, giustizia, industria. Non è un caso che sia stato invitato più volte, anche dai giovani di Forza Italia. Non si tratta di operazioni di palcoscenico, ma di un confronto politico reale». Ecco il piano di Marina Berlusconi: un nuovo bipolarismo con più centro e meno Lega. Gli ultimi segnali rafforzano la convinzione. Prima il “faccia a faccia” di Matteo Salvini con l’attivista (pregiudicato) dell’ultradestra britannica Robinson. Poi l’offensiva di Vannacci. Letizia Moratti dice quello che Marina Berlusconi pensa: «È innegabile che posizioni estremiste rendano difficile l’avvicinamento di forze liberali. Alcune figure, lo dico con rispetto, non aiutano a costruire un’area riformista ampia. Noi siamo alleati leali e rispettiamo il patto di governo. Ma la lealtà non significa rinunciare alla propria identità. Forza Italia ha un profilo diverso, e lo difende». (“Avvenire” – Arturo Celletti)

Con le allarmanti arie prefasciste e filo-autoritarie che tirano a livello internazionale, chiudersi nella cucina italiana per valutare la gastronomia politica nostrana è scelta di dubbio gusto e di rischiosa distrazione. Ma tant’è…

Ho cercato la definizione del termine “riformismo” nel Dizionario politico di Bobbio-Matteucci- Pasquino e non l’ho trovata: forse è significativo della vaghezza politica che sottende a questo “ismo” a cui tutti puntano proprio per il fatto che in esso ci sta tutto e il suo contrario.

Storicamente parlando, con riferimento alla sinistra, riformista era chi voleva raggiungere il cambiamento senza ricorrere alla rivoluzione: sinistra riformista in contrapposizione con quella rivoluzionaria.

Oggi tutti parlano di riforme, a sinistra e a destra (peraltro anche questi termini sono ormai difficili da definire) e sembra che più che ai contenuti si debba fare riferimento al metodo con cui perseguirle e attuarle. In questo senso il riformismo viene appunto svuotato di significato politico per diventare sinonimo di moderatismo e di centrismo.

Sono caratteristiche tipicamente democristiane, che, a mio giudizio, hanno fatto il loro tempo. Alcide De Gasperi le aveva praticate guardando a sinistra, Aldo Moro nella sua profetica lungimiranza le aveva superate ipotizzando la cosiddetta “terza fase” che avrebbe dovuto vedere un bipolarismo autenticamente democratico con un partito di sinistra (il Pci riveduto e corretto) e un partito di centro (la DC riveduta e corretta), che si sarebbero misurati proprio sulla loro capacità riformista, radicaleggiante o moderata a seconda dei temi, dei momenti e delle situazioni.

La terza fase morotea è stata interrotta brutalmente e non ha finora trovato il suo auspicabile compimento: siamo continuamente in mezzo al guado in spasmodica ricerca del bipolarismo che non arriva mai alla compiutezza e resta imperfetto con entrambi i poli in eterna fibrillazione alla ricerca di una vesta presentabile al sempre più esigente elettorato.

Se devo essere sincero non vedo nella gente questo desiderio di moderazione riformista, vedo piuttosto il disappunto per la mancanza di chiarezza ideale e di concretezza programmatica della classe politica, di conseguenza leggo in chiave autoreferenziale le manovre per stiracchiare verso il centro la destra e la sinistra. Non c’è spazio né elettorale né politico per un centro moderato a destra, laddove prevale la destra-destra e dove la competizione è tutta giocata su indirizzi populisti e/o nazionalisti; neanche a sinistra riesco a intravedere, se non tra gli equivoci del cosiddetto campo largo, un’area moderata non meglio precisata nei contenuti.

La destra è destinata ad essere presidiata da una formazione politica decisamente reazionaria, che soffre una diaspora destrorsa e si avvale del maquillage post-berlusconiano; la sinistra deve trovare nel PD la problematica sintesi tra diverse culture progressiste abbandonando la tentazione di un radicalismo fuorviante, che non è da confondere con la spinta valoriale.

Non c’è riforma elettorale che tenga e che possa riaprire i giochi e rimescolare pericolosamente le carte. Bisogna tornare al disegno moroteo senza Moro, vale a dire senza una classe dirigente che lo sappia attualizzare. Qui sta il problema!

Le giravolte di Renzi e Calenda mi danno il voltastomaco, i contrasti tra Salvini e Vannacci mi fanno ribrezzo, gli opportunismi di Marina Berlusconi e Letizia Moratti mi fanno sorridere tanto sono scopertamente tali. Sulle crescenti malefatte di Giorgia Meloni ho già dato…

Passando all’altra parte dello schieramento, le impennate di Pina Picerno e Lia Quartapelle sono penosi tentativi di sfilare il protagonismo ad Elly Schlein, l’impazienza del fin troppo paziente Graziano Del Rio mi sorprende, il velleitarismo dei sindaci Sala e Salis lo prenderò in considerazione quando li vedrò fare i sindaci come si deve, l’economicismo di Ernesto Maria Ruffini lo vorrei misurare a livello di lotta all’evasione fiscale, il perbenismo referendario di Stefano Ceccanti non mi convince affatto, l’irrequietezza dei sedicenti riformisti rischia di dare ossigeno alla difficile respirazione pentastellata.

Lascio la destra alla sua deriva culturale e politica. Soffro per i velleitari identitarismi della sinistra (del PD in particolare) alla quale non rimane altro che confrontarsi al proprio interno e con gli elettori sulle vere riforme che sono sotto gli occhi di tutti: dalla sanita alla scuola, dal fisco all’immigrazione, dalle nuove povertà all’ambiente, dal lavoro alla pace. Il di più viene dal maligno…

Quel pizzico di anarchia per tenere viva la democrazia

Non c’è giorno della mia vita in cui non emerga, con più o meno forte risonanza, un insegnamento lasciatomi in preziosa eredità da mio padre. Chi mi conosce e mi frequenta me ne può dare atto perché spesso il ricordo rimbalza sugli altri, direttamente o indirettamente, straripa a livello d’ambiente, ricade sui miei interlocutori che, loro malgrado, si trovano a fare i conti con la filosofia spicciola di un uomo d’altri tempi. Quasi sempre il messaggio mantiene intatta la sua attualità, la sua abbondante dose di ironica, per non dire graffiante, provocazione, in una gustosa miscela di anticonformismo, radicalismo, anarchia, trasgressione etc: il tutto insaporito da una spruzzata di autentica parmigianità, molto soft, poco ostentata ma sottilmente e gradevolmente percettibile.

È molto simpatica ed “anarchica” la battuta con cui fucilava l’autoritarismo dall’alto al basso e dal basso all’alto: “A un òmm, anca al pu bräv dal mónd, a t’ ghe mètt in testa un bonètt al dventa un stuppid”.

Mio padre, prima e più che in senso politico, era un antifascista in senso culturale ed etico: non accettava imposizioni, non sopportava il sopruso, non vendeva il cervello all’ammasso, ragionava con la sua testa, era uno scettico di natura, aveva forse inconsapevolmente qualche pulsione anarchica, detestava la violenza. Ce n’è abbastanza?

Da profondo conoscitore dei vizi della nostra società, anche di quelli piccoli che purtroppo preludono molto spesso a quelli grandi, con ostentato e quasi parodistico sarcasmo, buttava li certe spietate sentenze, che potrebbero far pensare a una punta di mentalità anarchica (non individualista): “In t’il lotarii a vensa sempor al fiol dl’organizator”. (dal libro “Mio padre” consultabile nella sezione “Libri” del presente sito)

Parto dall’educazione ricevuta per ammettere orgogliosamente come una venatura di anarchia sia presente nella mia mentalità. Ecco perché ho letto, con interesse e senza paura, della rivendicazione anarchica di «fuoco ai Giochi» e del fatto che Askatasuna intenda rilanciare la lotta e allargare il campo di battaglia: «Opposizione sociale al governo e contro le guerre», contro «la repressione del dissenso».

Dovrebbero essere i cavalli di battaglia della sinistra, che rimane invece abbarbicata ad una opposizione polemicamente sterile e politicamente debole: in mancanza di una strada per il dissenso politico-parlamentare, si aprono praterie per le lotte sociali.

Che i giochi olimpici, per come sono attualmente impostati e per come si è ridotto lo sport, altro non siano che una costosa e insulsa passerella per il sistema/regime e per le sue contraddizioni retoricamente mascherate, è cosa indiscutibile e quindi inaccettabile; che l’opposizione sociale al governo sia più che auspicabile è altrettanto indiscutibile; non parliamo di sacrosanta opposizione alle guerre e di rifiuto categorico della repressione in atto contro ogni robusta forma di dissenso.

Veniamo al metodo. Il rifiuto aprioristico della violenza dovrebbe essere categorico, ma purtroppo, quando manca la mediazione politica, è difficile incanalare correttamente le proteste che tendono a sfuggire di mano agli organizzatori. Non è giusto e opportuno esorcizzare le proteste al fine di evitare le violenze: è una tattica inutile anzi controproducente oltre che anti-democratica.

La sinistra non deve fiancheggiare le proteste, le deve sposare nei contenuti a livello di dialogo e di rappresentanza politica. Non si tratta di soffiare sul fuoco né di spegnerlo con accordi bipartisan, ma di cogliere dal calore proveniente dalle proteste le motivazioni di fondo per rispondere concretamente ad esse.

Per tentare questi approcci occorre grande sensibilità sociale e notevole capacità politica, qualità che mancano nella classe politica attuale. Non c’è però alternativa, pena lo spegnimento della democrazia assieme ai fuochi delle proteste sociali.

 

 

L’amaro stil vecchio e la premier angelicata

Mai un presidente americano era caduto così in basso come Donald Trump che ha postato un video apertamente razzista con gli Obama ritratti come scimmie in una giungla. La clip, che ha ricevuto migliaia di like, ha scatenato una bufera.  Con critiche bipartisan in patria e una dura condanna anche della Ue, secondo cui “razzismo, incitamento all’odio e contenuti illegali non hanno spazio online, non perché lo dice la Commissione, ma perché sono illegali nella vita reale”. La Casa Bianca ha tentato di difendere il post, riducendolo a un “video meme di internet che raffigura il presidente Trump come il Re della Giungla e i democratici come personaggi del Re Leone”. “Per favore, smettetela con questa finta indignazione e parlate di qualcosa che sia davvero importante per il pubblico americano”, ha reagito la portavoce Karoline Leavitt. Ma poche ore dopo il video, realizzato con l’IA, è stato rimosso e la colpa è stata scaricata su un membro dello staff che lo avrebbe pubblicato per errore. (ANSA.it)

 

Sta facendo discutere il restauro della parete dedicata a Umberto II nella Basilica di San Lorenzo in Lucina a Roma, dove uno degli angeli (o, più propriamente, una vittoria alata) che affiancano il busto del “re di maggio” ha assunto adesso i tratti somatici della presidente del consiglio Giorgia Meloni, o comunque è diventato molto somigliante alla prima ministra. L’episodio è stato svelato da Repubblica che stamattina apre la sua edizione digitale con questa notizia. In questi giorni, come riporta il quotidiano, la chiesa è interessata da alcuni lavori di restauro, condotti da professionisti: della parte dove è comparso il volto familiare a molti si è tuttavia occupato un sacrestano e decoratore, Bruno Valentinetti, che ha anche firmato su un cartiglio il suo intervento (“Instauratum et exornatum Bruno Valentinetti AD MMXXV”). “In parrocchia”, si legge sul Corriere, “viene descritto come un volontario presente quotidianamente al mattino. In rete emergono riferimenti ad altri lavori decorativi attribuiti a lui, compresa la stessa cappella già nel 2002, e collaborazioni in contesti extra-ecclesiali, come interventi presso la residenza di Macherio di Silvio Berlusconi. Risulta anche una sua candidatura politica, in passato, con La Destra – Fiamma Tricolore nel I Municipio di Roma”. L’artigiano, tuttavia, raggiunto da Repubblica, nega la somiglianza e smentisce la sua candidatura con La Destra nel 2013, dicendo di esser stato forse candidato con la destra a sua insaputa. (Finestre sull’arte)

Se non ci fosse da ridere, ci sarebbe da piangere. Personalmente non ci trovo niente da ridere e piango amaramente. Sono fatti sintomatici del come si svolga la proposta politica al fine di ottenere il consenso. Tutti i mezzi sono validi per screditare l’avversario e santificare il proprio leader.

Nell’atto primo della Tosca di Giacomo Puccini, il pittore Mario Cavaradossi dipinge un quadro raffigurante Maria Maddalena all’interno della chiesa di Sant’Andrea della Valle a Roma. Il quadro, ispirato alla Marchesa Attavanti, scatena la gelosia della sua amante, Floria Tosca, mentre Cavaradossi celebra la bellezza nell’aria “Recondita armonia “. Il sacrista si scandalizza e dice la famosa frase: “Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi…”.

Scherza con la Meloni, ma lascia stare gli angeli: così l’aggiornamento della gag operistica. Un infortunio pittorico o una bravata politica? Chissà chi lo sa? Lo smisurato ego di Giorgia Meloni potrebbe anche giustificare un penoso colpo propagandistico …la megalomania non ha limiti, quindi… Come angelo non ce la vedo molto, ma in politica tutto è possibile…

Donald Trump scherza invece con un suo ingombrante predecessore. Cattivo gusto, paura, arroganza, prepotenza e chi più ne ha più ne metta. Mi soffermerei un attimo sulla paura: ci vuole poco per avviare un movimento di protesta e Obama ne avrebbe il carisma. Meglio allora ridicolizzarlo per neutralizzarlo. Chissà che a forza di gaffe il presidente americano non si riveli a tutti per quello che è: alla prossima!

 

 

 

Chi semina vendetta raccoglie violenza su violenza

Zoe uccisa a 17 anni per un “no”. «L’inimmaginabile è accaduto». La giovane di Nizza Monferrato è stata trovata senza vita in un canale. L’assassino 20enne ha cercato di dare la colpa a uno straniero, che ha rischiato il linciaggio. Zoe non c’è più e scoppia la voglia di farsi giustizia da soli. Perché subito dopo la scoperta della tragedia, un gruppo di persone, una trentina pare, si raduna davanti alla casa di un ragazzo che si ritiene colpevole con la voglia di «far subito giustizia» innestando violenza su violenza. Il linciaggio è evitato solo perché i carabinieri intervengono e verificano che l’ipotesi è infondata. (“Avvenire” -i Andrea Zaghi, Torino)

 

Non avrebbero retto alla valanga di dolore e di vergogna scaturita dal gesto del figlio Claudio Carlomagno ma anche alle accuse e gli insulti ricevuti nei giorni successivi sui social e alla pressione dei media. Sarebbero questi i motivi che hanno spinto Maria Messenio e Pasquale Carlomagno a decidere di farla finita insieme, impiccandosi nella loro casa di Anguillara. La procura ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio per indagare sul ruolo che hanno avuto i tanti messaggi che i due coniugi hanno ricevuto. Nella lettera lasciata ai figli, una parte destinata alla stampa con l’obiettivo di denunciare l’accaduto, Pasquale e Maria hanno espressamente parlato di gogna mediatica amplificata da televisione e social. (da Rai Play)

 

Violenza chiama violenza. Anziché fare sacrosanti esami di coscienza siamo portati a scaricare vergognosamente le colpe sugli altri, a cercare sbrigativamente un colpevole da mettere alla gogna o addirittura da ammazzare direttamente o indirettamente, un capro espiatorio su cui riversare le responsabilità di atroci delitti. Meglio ancora se questo presunto mostro è un ragazzo di origine africana con problemi psichiatrici e già conosciuto dai carabinieri per molestie. Il mostro perfetto col quale risolvere due problemi: quello della violenza contro le donne e quello degli immigrati criminali che vengono a disturbarci.

Coi linciaggi non ci fermiamo neppure di fronte ai genitori dei colpevoli: le colpe dei figli che cadono su quelle dei padri e delle madri. Così ingiustizia è fatta! Anziché comprendere il dramma di due coniugi alle prese con la folle devianza di un figlio, buttiamo addosso a loro una seconda croce sotto cui sprofondare.

Quanta cattiveria! Una catena di cattiverie! Alla cattiveria individuale risponde quella sociale. Alla cattiveria sociale risponde quella politica: non c’è forse in giro l’idea politica di fare pulizia criminalizzando chiunque esce dagli schemi.

Ma non bastano i primi successi azzurri ai Giochi invernali a fermare gli echi degli scontri di piazza – e le polemiche – che sono finiti “sulle televisioni di mezzo mondo”. Dopo averle viste anche sui canali americani, Giorgia Meloni affida ai social, a tarda notte, tutta la sua “indignazione”, un concetto che va ripetendo da giorni. Perché davanti a una vetrina internazionale così importante “gli sforzi di migliaia” di persone, spesso “volontari”, rischiano di essere “vanificati” da “bande di delinquenti” che si sono rivisti in azione “a Milano contro i Giochi” e pure a Bologna dove sono stati tranciati i cavi della ferrovia. “Nemici dell’Italia”, taglia corto la premier mentre per Guido Crosetto con certe decisioni, come quella di scarcerare “quei gentili ragazzi di Torino”, gli agenti “prima vengono presi a calci dai violenti e poi dallo stato”, ma quello “con la s minuscola”. (ANSA.it)

Chi protesta per la vergognosa pantomima olimpica è un delinquente al quale viene fatto carico sommariamente anche dei danni provocati alle ferrovie. Chi si rende colpevole di violenta aggressione verso i poliziotti non ha diritto alla scarcerazione di legge, deve crepare in carcere. A dire queste cose sono nientepopodimeno che la presidente del Consiglio e il ministro della difesa.

Dico subito che non mi sento affatto un delinquente dal momento che ho avuto un attacco di voltastomaco di fronte all’insopportabile ambaradan olimpionico, al carrozzone affaristico, che, rovinando lo sport, peraltro già rovinato, vuole accreditare una società viva e vegeta.

Per combattere la violenza non si deve fare ulteriore e generica violenza: siamo alla vendetta che è cosa molto diversa dalla giustizia. Il clima socio-politico è questo, in cui guazzano i violenti e i politici che per difendere il loro operato sparano condanne contro tutti.

Qualcuno dirà che sto forzando il discorso portandolo dai fatti di cronaca ai fatti della politica. Sarà perché io sono rimasto alla celebre frase “L’apoliticità non esiste. Tutto è politica”, attribuita allo scrittore tedesco Thomas Mann. Questa citazione sottolinea come ogni aspetto della vita umana e ogni scelta, sia di fatto un atto con implicazioni politiche, riflettendo una posizione sociale o valoriale. E ciò vale dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso.

 

 

 

Il certificato di sana e robusta Costituzione

Colpo di scena. L’Ufficio del referendum della Corte di Cassazione ha ammesso il quesito referendario sulla separazione delle carriere presentato dal cosiddetto “Comitato dei 15 volenterosi”. A dare la notizia per prima è stata Conchita Sannino su Repubblica.

Gli ermellini quindi hanno ritenuto valido quello che elenca tutti gli articoli della Costituzione che verrebbero modificati qualora passasse anche nelle urne la riforma Nordio e sul quale erano state raccolte le 500 mila firme depositate il 28 gennaio a Piazza Cavour. Il testo è il seguente: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025, con la quale vengono modificati gli artt. 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma 1 e 110 comma 1 della Costituzione?».

Il quesito invece approvato il 18 novembre dalla Cassazione, dopo l’ammissione della richiesta referendaria dei partiti di maggioranza e minoranza, era il seguente: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?». Eppure era stato proprio il Tar lo scorso 28 gennaio, nel respingere il ricorso dei 15 volenterosi, a decretare che «il testo del quesito non è nella disponibilità dei promotori ma è direttamente fissato dalla legge. In questo senso, del resto, si è anche espresso l’Ufficio centrale per il referendum costituito presso la Corte di Cassazione» con l’ordinanza del 20 ottobre 2016. Ora che succede? (“Il dubbio” – Valentina Stella)

La storia in un modo o nell’altro si è sempre finora incaricata di difendere la Costituzione: si sono succeduti tentativi di riforma che hanno fatto regolarmente flop: la Costituzione non si tocca e chi la tocca muore!

Amo definirla come il più alto compromesso raggiungibile, oserei dire la perfetta sintesi fra i diversi pensieri in ambito democratico: cambiarla diventa quasi impossibile… Penso che questa sorte avversa capiterà anche al governo di centro-destra che la vorrebbe cambiare con l’introduzione del premierato (FdI), con il decentramento regionale rafforzato (Lega), con la riforma della giustizia (eredi berlusconiani).

Il premierato sta andando in cavalleria anche e soprattutto per merito della tenuta popolare, tacita ma fortissima, del presidente Mattarella, la velleitaria spinta al regionalismo sta implodendo sotto i colpi del nazionalismo, la separazione delle carriere dei magistrati sta diventando il baluardo governativo rispetto al fallimento totale di un subdolo cambio di regime.

Chi tenta quindi di togliere significato politico al referendum sulla giustizia mente sapendo di mentire.  Qualsiasi riforma costituzionale proveniente da un clima politico di parte è destinata a fallire a prescindere dai suoi contenuti.

La versione riveduta e corretta del quesito referendario può sembrare a prima vista pleonastica, mentre ha invece un grosso significato. Si mette in bella evidenza come sia in gioco la Carta Costituzionale con i suoi equilibri istituzionali e i suoi fondamenti democratici: è un castello meravigliosamente impostato e toccarne i punti fondamentali vuol dire farlo miseramente crollare. Sarebbe come voler restaurare la Gioconda di Leonardo Vinci cambiandone l’espressione enigmatica del volto.

Per cambiare seriamente la Costituzione è indispensabile ricreare pregiudizialmente il clima etico-politico in cui si è formata e ritrovare l’intelligenza e la lungimiranza di chi l’ha scritta: manovra a dir poco impossibile per i giorni nostri.

Non è con un colpo di mano di Giorgia Meloni e Carlo Nordio che si può riscrivere impunemente la storia. Diventa pertanto stucchevole discutere dei pro e dei contro rispetto alla peraltro confusa e pasticciata separazione delle carriere dei magistrati. Ci possono essere motivi a favore così come motivi contro, ma il discorso riguarda il complessivo metodo e merito del riformare la Costituzione.

Il “no” è quindi scritto non tanto in risposta al quesito, ma nella storia attuale della democrazia del nostro Paese in netto contrasto con quella ideata, pensata, elaborata e avviata dai padri costituenti. In questo delicato referendum c’è in ballo ben più di un prurito antigiustizialista o di una difesa dell’assetto giudiziario, c’è in filigrana il dettato costituzionale e la presuntuosa smania di cambiarlo che grida vendetta al cospetto di Dio e degli uomini.

Il governo intende sbrigare la pratica nel più breve tempo possibile, mantenendo prepotentemente intatti i tempi dell’andata alle urne, giocando sull’ignoranza storico-culturale dei cittadini, che invece sapranno (almeno lo spero vivamente) direttamente o indirettamente portare allo scoperto il gioco antidemocratico che sottende alla pericolosa riformetta in questione.

Se non sarà così, prepariamoci ad una sorta di subdola catastrofe democratica, al tacito inizio della fine del nostro sistema, all’inquietante innesco di un nuovo regime, che potrebbe assomigliare tanto a quello fascista. Gli italiani hanno una enorme responsabilità sulle loro deboli spalle.

Il dibattito politico in corso non li porta ad andare al sodo della questione, ma li circuisce e li fuorvia. Bene hanno fatto i “volenterosi” ha riportate in primo piano la Costituzione e quindi ad indurre gli elettori a prendere in considerazione il significato profondo di questa consultazione elettorale.

Ricordiamoci bene che chi di attacco alla Costituzione ferisce, di difesa della Costituzione perisce.

 

L’orgoglio europeo sepolto è in Trump

Secondo Defense One, «mentre la NSS resa pubblica chiede la fine di una “Nato in continua espansione”, la versione completa entra più nei dettagli di come l’amministrazione Trump vorrebbe “Rendere l’Europa Grande di Nuovo”, pur invitando i membri europei dell’Alleanza a svezzarsi dal sostegno militare americano. Partendo dal presupposto che l’Europa stia affrontando una “cancellazione della sua civiltà” a causa delle politiche sull’immigrazione e della “censura della libertà di parola”, la NSS propone di concentrare le relazioni degli Usa con i paesi europei su alcune nazioni con amministrazioni e movimenti affini — presumibilmente di destra». Qui interviene il disegno che riguarderebbe Roma, in un gruppo di Visegrad allargato: «Austria, Ungheria, Italia e Polonia sono elencati come paesi con cui gli Usa dovrebbero “collaborare di più con l’obiettivo di allontanarli dall’[Ue]. E dovremmo sostenere partiti, movimenti e figure intellettuali e culturali che cercano la sovranità e la conservazione/ripristino dei modi di vita tradizionali europei pur rimanendo filo-americani”». (“La Repubblica” – Paolo Mastrolilli)

Non era ancora stato eletto presidente, era soltanto un aspirante candidato alle presidenziali americane nell’ormai lontano 2016 e in Scozia, durante la campagna elettorale referendaria sulla Brexit, proferì le seguenti parole: «Vedo un reale parallelo fra il voto per Brexit e la mia campagna negli Stati Uniti». Come riferiva Pietro Del Re, inviato di Repubblica, nel pub di John Muir a Edimburgo, quando Trump apparve in tv, tutti i clienti avvicinarono allo schermo. Poi tutti assieme cominciarono a urlargli insulti di ogni genere, il cui meno offensivo era senz’altro “pig”, vale a dire “porco”. La porcilaia si è storicamente allargata, consolidata e approfondita, l’Italia ci sta finendo dentro e rischia di non uscirne più.

Niente di nuovo quindi, il disegno trumpiano è noto da tempo e si sta delineando e concretizzando: dividere l’Europa per evitare che possa assumere la dimensione e la strategia di superpotenza tale da disturbare la spartizione del mondo fra Usa e Russia con la Cina a fare da terzo incomodo.

L’Italia purtroppo, a causa della meloniana scellerata strategia autoconservativa, sta cadendo nella trappola di una sorta di rapporto privilegiato con gli Usa quale testa di ponte verso la parte populista e nazionalista dell’Europa: anziché fare astutamente (?) da ponte tra UE e Usa, Giorgia Meloni sta portando il nostro Paese a fare meschinamente da testa di ponte nei confronti dell’Europa più reazionaria e trumputiniana.

Siamo finiti in questa rete e uscirne sarà un serio problema: infatti, anche qualora si volesse correggere la rotta rientrando nei ranghi virtuosi/volonterosi della UE, quale credibilità e affidabilità potremmo mai avere. Il futuro dell’Italia soffre quindi di una duplice perniciosa incertezza: quella europea del ritrovato spirito unitario e quella del reinserimento italiano nel processo di eventuale auspicabile resipiscenza.

L’assetto geopolitico che si sta profilando porta con sé l’inquietante rimescolamento delle tradizionali alleanze assieme all’auspicabile e recuperabile protagonismo dell’Europa. Non credo si possa tergiversare ulteriormente anche se il processo di ripresa della riunificazione dei Paesi europei è tutt’altro che scontato e positivamente avviato. Di necessità virtù, anche se per l’Europa non è certamente facile recuperare il protagonismo che le dovrebbe spettare per storia, cultura, dimensione, forza economica, progresso sociale, etc.

Temo si possa innescare un processo meramente guidato dagli interessi economici pilotati dall’industria pesante bellica (vedi riarmo a tutto spiano) e dalla necessità di una pseudo unità difensiva militare contro il lupo russo. Oltre che illusorio sarebbe deleterio.

E poi dove potrebbe essere il leaderismo europeo capace di questo storico indispensabile rilancio? Alla storica triade De Gasperi-Adenauer-Schumann corrisponderebbe un ben altra triade, vale a dire Merz-Macron-Starmer: il primo affaccendato nel ripescaggio di una economia nazionale in forte difficoltà, il secondo impegnato in una patetica riedizione della grandeur, il terzo intento a recitare la parte del maddaleno pentito. E un successore di De Gasperi? Passiamo alla domanda di riserva…

E allora? Tutto da rifare. Credo che Trump abbia valutato attentamente anche queste debolezze europee e intenda sfruttarle. Non resta che rimboccarsi le maniche con sano realismo, ma con altrettanto convinto idealismo.

Presi singolarmente, la maggior parte dei paesi dell’UE non si configurano nemmeno come medie potenze, capaci di navigare questo nuovo ordine formando coalizioni, portando al tavolo ciascuno risorse specifiche, che si tratti di materie prime, nicchie tecnologiche o geografia strategica.

Collettivamente, tuttavia, abbiamo qualcosa di ben più grande: scala, ricchezza, cultura politica e 75 anni di costruzione delle istituzioni di un progetto comune.

Tra tutti quelli che in questo momento si trovano schiacciati tra Stati Uniti e Cina, gli europei sono gli unici ad avere la possibilità di diventare essi stessi una potenza autentica.

Quindi dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare un’unica potenza?

Sia chiaro: mettere insieme più paesi piccoli non produce automaticamente un blocco potente. Questa è la logica della confederazione, la logica che l’Europa segue ancora nella difesa, nella politica estera, nelle questioni fiscali.

Questo modello non produce potere. Un gruppo di stati che si coordina rimane un gruppo di stati: ciascuno con un diritto di veto, ciascuno con i suoi propri calcoli, ciascuno – uno dopo l’altro – esposto al rischio di essere isolato.

Il potere presuppone che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione. (dall’intervento di Mario Draghi all’Università di Lovanio in occasione del conferimento della laurea honoris causa)

Oltre tutto bisogna disinnescare l’ossimorica bomba del trattato di pace in Ucraina: saranno gli Ucraini a pagare l’ulteriore prezzo della disputa euroamericana? Come uscire dalla guerra? Non certo consegnando a Putin le chiavi per occupare le stanze che gli interessano, ma nemmeno puntando tutto sulle armi a getto continuo e infinito. L’Europa, se lascia fare il lavoro diplomatico (?) a Trump, condanna il mondo ad un assetto spregiudicato fatto di patti oscuri e di amicizie precarie, se intende essere protagonista in uno scenario prospettico di pace, deve smetterla di suonare le trombe del riarmo fine a se stesso, passando finalmente e unitariamente alle campane dell’orgoglio, della fermezza e del dialogo.

Il sistema dei diritti, il mondo dei rovesci e l’impegno dei cattolici

La democrazia nel mondo ha fatto un salto indietro fino al 1985 grazie soprattutto a Donald Trump.  Secondo il rapporto mondiale di Human Rights Watch, riferito all’anno scorso e diramato ieri, è bastato un anno di presidenza del tycoon per riportare indietro di 40 anni le lancette del sistema globale dei diritti umani. Un record. «Il 2025 – sostiene il rapporto – può essere visto come un anno di svolta. In soli 12 mesi, l’amministrazione Trump ha portato avanti un vasto assalto ai pilastri chiave della democrazia statunitense e dell’ordine globale basato sulle regole». Un attacco a 360 gradi, che va dalle politiche anti migranti negli Usa alla chiusura di Usaid, l’ente di cooperazione, decimando così gli aiuti ai campi profughi Onu come agli ospedali missionari africani, colpendo soprattutto donne, anziani e bambini. Il tutto accompagnato da una politica estera filo autocratica. Secondo l’autorevole Ong- che ha sede a New York con ricercatori in oltre 100 Stati – Trump e la sua amministrazione hanno condotto una “pressione incessante” sul diritto internazionale umanitario, già minato da Cina e Russia, ritirando gli Usa dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e pianificando di lasciare 66 organizzazioni e programmi internazionali, tra cui i forum chiave per i negoziati sul clima. Insomma, Human Rights Watch certifica che siamo in quella che gli esperti definiscono “recessione democratica”. (“Avvenire” – Paolo Lambruschi)

Semplicemente impressionante! Noi reagiamo nascondendoci dietro la retorica olimpionica (persino Mattarella ne è rimasto coinvolto diventandone protagonista), ci preoccupiamo della nostra impossibile sicurezza a suon di pacchetti dono (regali meloniani) e corriamo dietro alle mosse di Vannacci (in mancanza di cavalli trotta il peggiore degli asini). Non sono tre esempi buttati lì per caso, sono la sintesi del nostro nulla etico, sociale e politico di fronte alla conclamata deriva anti-democratica che ci sta investendo.

Ci interroghiamo sul come rimanere alleati di chi ci vuole distruggere, facciamo i salti mortali per salvare l’insalvabile, non ci accorgiamo che ci sta venendo meno la terra sotto i piedi.

Quante volte esclamiamo che il mondo è cambiato per giustificare le nostre scelte e i nostri comportamenti opportunistici se non omertosi o addirittura complici.

Apriamo gli occhi, svegliamoci, rendiamoci conto. Stiamo facendo di tutto per meritarci Donald Trump a livello internazionale e Giorgia Meloni a livello nazionale: le due facce della stessa medaglia con cui stanno comprando la nostra ignavia.

Un tempo si scendeva in piazza per protestare, oggi si fa di tutto per squalificare ed evitare le proteste; un tempo si discuteva arrivando persino ad accapigliarsi, oggi si tace e si alzano le spalle; un tempo si guardava alla politica come interlocutore obbligato, oggi la si esorcizza accuratamente; un tempo si guardava con ansia e con atteggiamento critico a quanto succedeva nel mondo, oggi ci si rassegna alle guerre e finanche ai genocidi e alla prospettiva di un’apocalisse nucleare; un tempo si cercava disperatamente la verità, oggi la si trova nelle narrazioni mediatiche; un tempo si contestava un po’ tutto, oggi si accetta tutto a scatola chiusa.

Un tempo ai cortei di protesta si gridava “viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung”, oggi si pensa “viva Trump, viva Putin, viva Xi Jinping” e non ditemi che in fin dei conti è la stessa cosa; un tempo si urlava “fascisti carogne tornate nelle fogne”, oggi mentre in America si sta facendo strada un nuovo fascismo, in Italia è sempre lo stesso fascismo che tiene banco; un tempo si ragionava di patto costituzionale, oggi ci si mette la Costituzione sotto i piedi; un tempo si puntava al compromesso storico tra le principali forze democratiche e progressiste del Paese, oggi si punta al compromesso anti-storico tra le forze conservatrici e reazionarie (e vincono quelle reazionarie); un tempo si facevano scelte politiche in base ai valori, ai principi, all’allargamento e alla strenua difesa dei diritti, oggi non si bada nemmeno più agli interessi legittimi, ma si punta a quelli inconfessabili.

Mia madre, di fronte alle enormi contraddizioni della vita sociale, si poneva una domanda retorica: “Podral andär bén al mónd?”.

Tutti i giorni si presenta qualcosa di paradossalmente contrario ad un minimo di etica e allora mi sovviene di mia madre con il suo provocatorio quesito.

Lei però non si limitava alla lamentela, ma reagiva tuffandosi in una sorta di dono totale agli altri.

A margine di un interessante dibattito alla presentazione del libro di Aldo Schiavone “Occidente senza pensiero” (con l’autore del libro ne discutevano il politico e giurista Giuliano Amato, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e la politologa Nathalie Tocci) il caro amico Pino mi ha lucidamente esposta una sua conclusione scevra da ogni tentazione integralista: davanti allo smarrimento e all’impotenza generale, persino dell’intellighenzia della sinistra più seria, occorre concludere che forse ci rimane solo la progettualità della sinistra cattolica. Ma il cattolicesimo non è solo un pensiero, è uno stile di vita evangelico, è un riferimento alla persona di Gesù Cristo. Quindi prima viene la testimonianza di vita e poi semmai la sua configurazione a livello di pensiero filosofico e politico. Lo avevano ben capito Giorgio La Pira e i politici cattolici di un tempo. Lo aveva ben capito papa Paolo Vi che ribadiva come la politica fosse la più alta forma di carità cristiana. Lo aveva capito anche mia madre nella sua semplicità…

 

 

 

I giovani indotti al ribellismo

Leggendo commenti più o meno profondi sugli eventi riconducibili alla protesta giovanile violenta e sforzandomi di riflettere al di fuori degli schemi sono arrivato a pormi una delicatissima domanda: “Perché, nonostante tutto, non mi sento di condannare fino in fondo le follie dei centri sociali e non mi scandalizzo di fronte ad episodi di protesta violenta?”.

Forse qualcuno si scandalizzerà del fatto che io non mi scandalizzi, forse qualcuno mi relegherà fra i deliranti nostalgici delle rivoluzioni impossibili, forse qualcuno farà un ardito collegamento con la inquietante e famigerata posizione culturale del “né con lo Stato né con le BR”: uno slogan politico e una posizione culturale emersa in Italia durante gli anni di piombo, in particolare durante il sequestro Moro (1978), adottata da frange della sinistra extraparlamentare come Lotta Continua e da alcuni intellettuali. Significava rifiutare sia la violenza terroristica delle Brigate Rosse, sia la gestione dello Stato, spesso criticato per la gestione delle stragi e la “strategia della tensione”.

Non credo esista nessuna analogia fra centri sociali e brigate rosse, mentre invece vedo parecchie analogie per quanto riguarda lo Stato o, per meglio dire il governo, che sta adottando una certa qual strategia della tensione per rintuzzare le proteste e per consolidare il proprio potere fondato sul nulla.

Cosa si prospetta ad un giovane che voglia reagire con forza alla deriva socio-culturale cavalcata dalla destra e accettata penosamente dalla sinistra? Non sussistendo spazi partecipativi a livello partitico e sindacale, rimangono due strade a livello di volontariato: quella appunto dei centri sociali laddove alberga il cosiddetto antagonismo e quella che chiamerei dei centri solidali laddove si inserisce la spinta altruista.

Nei centri sociali si sfoga la protesta e la ribellione al sistema spesso sconfinante in manifestazioni violente mentre nei centri solidali si colloca l’impegno della carità o comunque della risposta non violenta. Il potere politico non ascolta, non dialoga, non incontra né gli uni né gli altri.

Come afferma il cardinale e vescovo di Torino Repole occorrerebbe «sanare prima di punire» invece si pensa solo a punire, a reprimere, a condannare, ad emarginare.

Per Repole c’è l’obbligo di «denunciare con forza chi ha scatenato la guerriglia» ma contemporaneamente si deve «affrontare le radici delle sofferenze del nostro tempo». Ed è significativo, tra l’altro, che il centro sociale di Askatasuna sia a pochi passi in linea d’aria da centri di solidarietà come il Sermig e il Cottolengo. Esempi di quanto proprio Torino, come ancora Repole ricorda, abbia «sempre saputo chinarsi per curare le ferite prima di punire». Curare, e magari anche prevenire. Cose non facili in una città in cui relativamente in poco tempo si può passare dal lustro del centro storico, dove s’è fatta l’Italia, a periferie che paiono cristallizzate in problemi urbanistici e sociali senza tempo. (“Avvenire” – Andrea Zaghi, Torino)

La politica si è storicamente sempre distinta per la sua incapacità ad interpretare il disagio giovanile: successe nel sessantotto con tutte le conseguenze che ne seguirono, sta succedendo ancor oggi e le conseguenze non tarderanno a farsi sentire: le violenze di questi giorni sono probabilmente soltanto un preludio.

Nonostante tutto mi sforzo però di dare un significato positivo a queste sconclusionate ribellioni: sono le uniche voci critiche emergenti da una società appiattita e incapace di ogni e qualsiasi reazione. Se non ci fossero i centri sociali a gridare la protesta, vigerebbe a trecentosessanta gradi la congiura del silenzio. Certo sarebbe auspicabile che la protesta riuscisse ad incanalarsi non nel grillismo o nel leghismo e nemmeno nel sardinismo, ma nel movimentismo socio-politico di protesta non violenta e di proposta ed impegno solidali.

La politica invece reagisce in senso negativo non riuscendo ad andare oltre la mera condanna della violenza, la repressione delle manifestazioni, lo scioglimento dei centri sociali, la criminalizzazione delle proteste.

Il corteo convocato sabato a Torino in solidarietà al centro sociale Askatasuna era «una resa dei conti con lo Stato democratico». Lo ha dichiarato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un’informativa alla Camera dei Deputati.

Temo che abbia ragione al contrario rispetto al senso delle sue parole. Sono i manifestanti che chiedono conto allo Stato, magari in modo brutale, del basso livello di democrazia raggiunto e il governo risponde attaccando, generalizzando e difendendo l’indifendibile, vale a dire un assetto democratico sempre più precario e traballante. Quanta incolmabile differenza con la sensibilità di Aldo Moro che aveva il coraggio di interrogarsi sui motivi che potevano stare dietro all’atteggiamento di un giovane che impugnava una P38. Capire prima di condannare, dialogare prima di criminalizzare, educare prima di punire, ammettere limiti e difetti prima di esorcizzare la protesta.

Se il 10% di cittadini rinuncia a curarsi per l’indisponibilità della sanità pubblica verso coloro che non hanno mezzi per arrangiarsi con la sanità privata, vorrà pur dire che qualcosa nel sistema non va. Non credo sia colpa dei centri sociali, delle loro intemperanze e finanche delle loro violenze. Molto più violento è lo Stato che non garantisce l’assistenza sanitaria ai cittadini, soprattutto a quelli che aggiungono alla gravità della malattia la scarsità dei loro redditi. Doppia violenza: retribuzioni e pensioni insufficienti, servizi sanitari inadeguati!!!

È molto pericoloso chiudere la democrazia in una sorta di bunker impenetrabile per le proteste, perché queste si radicalizzano e si vanno a sfogare nel generico disfattismo e nella gratuita violenza. I giovani devono fare la loro parte: mentre i bulli al governo auspicano proteste violente da ammortizzare con la paura, i giovani dovrebbero rispondere con la protesta pacifica ma senza sconti.

Ricette non ve ne sono ma indicazioni sì. Cristina Prandi, rettrice dell’Università al centro della vicenda in questi giorni, a poche ore dagli scontri ha scritto sul sito dell’ateneo: «Ci sono momenti in cui si volta pagina. Noi lo abbiamo fatto partendo dal rifiuto della violenza, dalla costruzione di strategie di dialogo e confronto, dal presidio di spazi di democrazia e di socialità liberi e sicuri». Mentre l’arcivescovo parlando di violenza e sofferenza dice: «Fermeremo la violenza, ma non si dovrà nascondere questa sofferenza e chi lavora per il dialogo». (ancora “Avvenire” – Andrea Zaghi, Torino)

Fin dall’inizio dell’esperienza governativa di destra ho pensato che l’unico campo largo in grado di metterla in grosse difficoltà fosse quello costituito dalla protesta degli studenti e dei centri sociali. Il governo dimostra di averne paura. Mentre Elly Schlein fa il solletico a Giorgia Meloni, i giovani fanno sul serio e non riusciranno a farli tacere. È sempre stato così nel caso di regimi autoritari. In Italia ci stiamo andando dentro quasi senza accorgercene. I giovani hanno le antenne, percepiscono il pericolo e lo sfidano, commettendo magari errori anche clamorosi. Se devo scegliere, preferisco le pagliuzze giovanili alle travi governative.

 

Li Vannacci tua

La regia di Bannon, la festa di Renzi e il nuovo partito: cosa c’è dietro l’addio di Vannacci alla Lega. Il modello è l’Afd tedesca. Con l’obiettivo di diventare l’apostolo del trumpismo in Italia e in Europa. Meloni è preoccupata. «Un assist per il Campo Largo. La sinistra unita può vincere le prossime elezioni». La regia di Bannon e l’esultanza di Renzi. E il nuovo partito sul modello dell’Afd tedesca. Roberto Vannacci lascia la Lega dopo il classico tira-e-molla della politica italiana e punta su un Futuro Nazionale che presto finirà sub judice. Ma quanto vale alle urne il generale in pensione? «500 mila voti suoi? Ne ha presi tanti perché lo abbiamo sostenuto noi. Da solo ne varrà 80 mila», pronostica Matteo Salvini, mentre il leader di Italia Viva dice che la percentuale di voti «è sicuramente più alta di quello che vogliono far credere da Palazzo Chigi. È la prima grana politica nella legislatura per Giorgia Meloni. Ed è un assist al Campo Largo. Se la sinistra sta insieme alle prossime elezioni vince». (Open – Alessandro D’Amato)

Tanto tuonò che piovve! Vannacci è uscito dalla Lega…e chissenefrega (ci sta anche la rima). Forse però qualcosa significa. La Lega ha perso una sua ragion d’essere, vale a dire quella di rubare voti nazionalisti e sovranisti a FdI. Ora Lega e FdI si trovano nella situazione inversa, vale a dire quella di rischiare un furto di voti ad opera dei vannacciani, più belli e più fascisti che pria.

Qualcuno ci sta vedendo qualche concreta prospettiva tattica: l’indebolimento a destra del precario asse Meloni-Salvini, che in qualche modo dovrebbe rassegnarsi a fare i conti al centro e rimetterebbe altresì in gioco il centro-sinistra rafforzato al centro. Sembrano discorsi di geometria politica. Questo fantomatico centro sarebbe sulla sinistra presidiato da Matteo Renzi mentre sulla destra potrebbe contare su Carlo Calenda in combutta più con Letizia Moratti che con Antonio Tajani e soprattutto con la ingombrante benedizione di Mediaset.

La competizione politica assai polarizzata sullo scontro Meloni-Schlein (le due galline del pollaio) si sposterebbe verso il centro dello schieramento basandosi sulla sfida tra Renzi e Calenda (i due capponi di Renzo).

Roberto Vannacci non avrebbe mai più pensato di creare un simile terremoto politico. Quanti voti riuscirà a raggranellare? Probabilmente molti più di quanti presuntuosamente pensino Giorgia Meloni e Matteo Renzi. C’è una fascia di elettorato fascista che vuol venire finalmente allo scoperto e non si farà sfuggire l’occasione.

Quando Salvini decise di inglobare Vannacci aveva in mente proprio il disegno di dare visibilità all’elettorato di estrema destra fascio-nazional-sovranista: il gioco non gli è riuscito, gli si è rotto in mano. Adesso dovrà tornare alla Canossa degli Zaia a mani nude. La Lega dovrà tornare a fare politica, ma non sarà facile a meno che non abbia intenzione di giocare a tutto decentramento regionale e a tutto campo politico: un ulteriore bel grattacapo per Giorgia Meloni. Salvini ha in Vannacci un concorrente ideologicamente agguerrito nel collegamento con l’estremismo antieuropeo; Meloni un rompiscatole senza remore europeiste nei rapporti col trumpismo.

Un altro sintomo di come sia caduta in basso la politica: nelle fogne fasciste! E dalle fogne tende a risalire alle fonti dei giochetti pseudo-democratici.

Tra neofascisti ci si intende

Ho rivisto in questi giorni un documentario sulle Aquile randagie, il movimento scoutistico di resistenza al fascismo a cui aderì mio zio Ennio sacerdote. Ho fatto spontaneamente alcune riflessioni che riporto sinteticamente.

– L’attuale clima politico negli Usa ricorda quello del nascente fascismo: lo scrivono molti osservatori ed è la tristissima e inquietante verità. Gli Usa di Trump ricordano l’Italia dopo la marcia su Roma, scrive Paolo Borgna su “Avvenire”. Il predominio della forza sulla regola di diritto (il sopruso un tempo esercitato ma negato e coperto da finzioni) oggi è prepotentemente esercitato senza veli, proclamato e rivendicato. Le analogie con il primo Gabinetto Mussolini: la milizia privata del presidente, la violenta repressione della protesta, l’inganno sociale vale a dire una strategia crudele e classista, che gioca sulle divisioni tra i più deboli.

– Gli Stati Uniti sono ad un passo dalla guerra civile: speriamo che l’impegno non violento dei cattolici possa scongiurare questo pericolo, in quanto sappia proporsi come vera resistenza disarmata che si distingue appunto dalla guerra civile.  Fu così per le Aquile randagie nel primo periodo dell’insorgente fascismo: la ribellione senza violenza, la resistenza attiva disarmata. Qualcuno sostiene che gli scout nella loro opposizione al regime fascista, che li mise fuori legge, furono profeti del pacifismo.

– Negli Usa sembra che siano i cattolici a reagire al trumpismo: se ci pensavano prima era meglio, ma chi ci dice che coloro che scendono in piazza oggi abbiano votato Trump. E poi le ribellioni sono ispirate e guidate dalle minoranze attive non dalle maggioranze passive… Scrive il mio amico Pino: “Ci siamo…i cattolici fanno la loro parte…il bullo pensava ad una protesta violenta…non è così caro bullo psicopatico…protesta pacifica ma senza sconti, mentre, politicamente parlando, i democratici americani sono molto timidi!!!”.

– Riscopro ogni giorno di più la grandezza di mio zio Ennio sacerdote, che si impegnò rischiando la vita, prima di tutto educando i giovani (credeva nei giovani!), insegnando loro cos’è la libertà e come la si conquista e la si difende da cattolici, appoggiando i partigiani attivamente ma senza l’uso delle armi, salvando vite umane (ebrei e oppositori del regime, ma persino i nemici con lo scambio dei prigionieri), coniugando impegno religioso e civile, mettendo in campo quel coraggio che purtroppo mancava all’alto clero dell’epoca, collocandosi nel filone lombardo dei sacerdoti (da don Gnocchi a don Minzoni, da don Ghetti a don Barbareschi) che seppero testimoniare la verità fino in fondo.

– Spero che la gerarchia cattolica americana non si faccia intortare e sappia reagire all’inganno pseudo-valoriale e rifiuti ogni e qualsiasi piatto di lenticchie, che non si faccia consigliare dagli esponenti cattolici del trumpismo guidati dal vice-presidente Vance e abbia il coraggio di decidere in proprio col Vangelo alla mano, senza tartufesche diplomazie e senza integralismi settari. Non c’è solo il problema dell’aborto, ma l’esigenza è quella di soccorrere tutte le debolezze, le povertà e le indigenze materiali e spirituali.

«Non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso. Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi». Così ha detto il Papa nel passaggio centrale del discorso rivolto stamattina ai partecipanti al convegno “One Humanity, One Planet”. «Madre Teresa di Calcutta, santa degli ultimi e premio Nobel per la pace – ha continuato Leone XIV – affermava a riguardo che “il più grande distruttore della pace è l’aborto” (cfr. Discorso al National Prayer Breakfast, 3 febbraio 1994). La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale». (“Avvenire” – Tommaso Piccoli)

– Osservando il coraggio con cui gli scout delle Aquile randagie affrontarono bastonature e persecuzioni ho pensato a tutti coloro che nel periodo fascista soffrirono sulla loro pelle l’opposizione al regime, da Giacomo Matteotti a tutti i resistenti.  Piero Calamandrei si rivolse con queste parole agli studenti a Milano nel 1955: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione”.

– Non vorrei che il neofascismo di marca trumpiana adottasse nel nostro Paese la sottomarca meloniana. E allora, fin che siamo in tempo, vedano i cattolici di aprire gli occhi e di opporsi alla strisciante deriva italiana. Ci sono parecchi indizi abbastanza chiari, dalle forzature istituzionali a quelle repressive, dalla criminalizzazione degli immigrati al delirio della remigrazione. Siccome, secondo la famosa citazione di Agatha Christie, “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”, stiamo attenti perché sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole voltare pagina, non capendo che, come direbbe mio padre, “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “. Non vorrei chi ci finissimo dentro addirittura con la sponda/spinta americana: sarebbe un’autentica e storica beffa.