Leggendo commenti più o meno profondi sugli eventi riconducibili alla protesta giovanile violenta e sforzandomi di riflettere al di fuori degli schemi sono arrivato a pormi una delicatissima domanda: “Perché, nonostante tutto, non mi sento di condannare fino in fondo le follie dei centri sociali e non mi scandalizzo di fronte ad episodi di protesta violenta?”.
Forse qualcuno si scandalizzerà del fatto che io non mi scandalizzi, forse qualcuno mi relegherà fra i deliranti nostalgici delle rivoluzioni impossibili, forse qualcuno farà un ardito collegamento con la inquietante e famigerata posizione culturale del “né con lo Stato né con le BR”: uno slogan politico e una posizione culturale emersa in Italia durante gli anni di piombo, in particolare durante il sequestro Moro (1978), adottata da frange della sinistra extraparlamentare come Lotta Continua e da alcuni intellettuali. Significava rifiutare sia la violenza terroristica delle Brigate Rosse, sia la gestione dello Stato, spesso criticato per la gestione delle stragi e la “strategia della tensione”.
Non credo esista nessuna analogia fra centri sociali e brigate rosse, mentre invece vedo parecchie analogie per quanto riguarda lo Stato o, per meglio dire il governo, che sta adottando una certa qual strategia della tensione per rintuzzare le proteste e per consolidare il proprio potere fondato sul nulla.
Cosa si prospetta ad un giovane che voglia reagire con forza alla deriva socio-culturale cavalcata dalla destra e accettata penosamente dalla sinistra? Non sussistendo spazi partecipativi a livello partitico e sindacale, rimangono due strade a livello di volontariato: quella appunto dei centri sociali laddove alberga il cosiddetto antagonismo e quella che chiamerei dei centri solidali laddove si inserisce la spinta altruista.
Nei centri sociali si sfoga la protesta e la ribellione al sistema spesso sconfinante in manifestazioni violente mentre nei centri solidali si colloca l’impegno della carità o comunque della risposta non violenta. Il potere politico non ascolta, non dialoga, non incontra né gli uni né gli altri.
Come afferma il cardinale e vescovo di Torino Repole occorrerebbe «sanare prima di punire» invece si pensa solo a punire, a reprimere, a condannare, ad emarginare.
Per Repole c’è l’obbligo di «denunciare con forza chi ha scatenato la guerriglia» ma contemporaneamente si deve «affrontare le radici delle sofferenze del nostro tempo». Ed è significativo, tra l’altro, che il centro sociale di Askatasuna sia a pochi passi in linea d’aria da centri di solidarietà come il Sermig e il Cottolengo. Esempi di quanto proprio Torino, come ancora Repole ricorda, abbia «sempre saputo chinarsi per curare le ferite prima di punire». Curare, e magari anche prevenire. Cose non facili in una città in cui relativamente in poco tempo si può passare dal lustro del centro storico, dove s’è fatta l’Italia, a periferie che paiono cristallizzate in problemi urbanistici e sociali senza tempo. (“Avvenire” – Andrea Zaghi, Torino)
La politica si è storicamente sempre distinta per la sua incapacità ad interpretare il disagio giovanile: successe nel sessantotto con tutte le conseguenze che ne seguirono, sta succedendo ancor oggi e le conseguenze non tarderanno a farsi sentire: le violenze di questi giorni sono probabilmente soltanto un preludio.
Nonostante tutto mi sforzo però di dare un significato positivo a queste sconclusionate ribellioni: sono le uniche voci critiche emergenti da una società appiattita e incapace di ogni e qualsiasi reazione. Se non ci fossero i centri sociali a gridare la protesta, vigerebbe a trecentosessanta gradi la congiura del silenzio. Certo sarebbe auspicabile che la protesta riuscisse ad incanalarsi non nel grillismo o nel leghismo e nemmeno nel sardinismo, ma nel movimentismo socio-politico di protesta non violenta e di proposta ed impegno solidali.
La politica invece reagisce in senso negativo non riuscendo ad andare oltre la mera condanna della violenza, la repressione delle manifestazioni, lo scioglimento dei centri sociali, la criminalizzazione delle proteste.
Il corteo convocato sabato a Torino in solidarietà al centro sociale Askatasuna era «una resa dei conti con lo Stato democratico». Lo ha dichiarato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un’informativa alla Camera dei Deputati.
Temo che abbia ragione al contrario rispetto al senso delle sue parole. Sono i manifestanti che chiedono conto allo Stato, magari in modo brutale, del basso livello di democrazia raggiunto e il governo risponde attaccando, generalizzando e difendendo l’indifendibile, vale a dire un assetto democratico sempre più precario e traballante. Quanta incolmabile differenza con la sensibilità di Aldo Moro che aveva il coraggio di interrogarsi sui motivi che potevano stare dietro all’atteggiamento di un giovane che impugnava una P38. Capire prima di condannare, dialogare prima di criminalizzare, educare prima di punire, ammettere limiti e difetti prima di esorcizzare la protesta.
Se il 10% di cittadini rinuncia a curarsi per l’indisponibilità della sanità pubblica verso coloro che non hanno mezzi per arrangiarsi con la sanità privata, vorrà pur dire che qualcosa nel sistema non va. Non credo sia colpa dei centri sociali, delle loro intemperanze e finanche delle loro violenze. Molto più violento è lo Stato che non garantisce l’assistenza sanitaria ai cittadini, soprattutto a quelli che aggiungono alla gravità della malattia la scarsità dei loro redditi. Doppia violenza: retribuzioni e pensioni insufficienti, servizi sanitari inadeguati!!!
È molto pericoloso chiudere la democrazia in una sorta di bunker impenetrabile per le proteste, perché queste si radicalizzano e si vanno a sfogare nel generico disfattismo e nella gratuita violenza. I giovani devono fare la loro parte: mentre i bulli al governo auspicano proteste violente da ammortizzare con la paura, i giovani dovrebbero rispondere con la protesta pacifica ma senza sconti.
Ricette non ve ne sono ma indicazioni sì. Cristina Prandi, rettrice dell’Università al centro della vicenda in questi giorni, a poche ore dagli scontri ha scritto sul sito dell’ateneo: «Ci sono momenti in cui si volta pagina. Noi lo abbiamo fatto partendo dal rifiuto della violenza, dalla costruzione di strategie di dialogo e confronto, dal presidio di spazi di democrazia e di socialità liberi e sicuri». Mentre l’arcivescovo parlando di violenza e sofferenza dice: «Fermeremo la violenza, ma non si dovrà nascondere questa sofferenza e chi lavora per il dialogo». (ancora “Avvenire” – Andrea Zaghi, Torino)
Fin dall’inizio dell’esperienza governativa di destra ho pensato che l’unico campo largo in grado di metterla in grosse difficoltà fosse quello costituito dalla protesta degli studenti e dei centri sociali. Il governo dimostra di averne paura. Mentre Elly Schlein fa il solletico a Giorgia Meloni, i giovani fanno sul serio e non riusciranno a farli tacere. È sempre stato così nel caso di regimi autoritari. In Italia ci stiamo andando dentro quasi senza accorgercene. I giovani hanno le antenne, percepiscono il pericolo e lo sfidano, commettendo magari errori anche clamorosi. Se devo scegliere, preferisco le pagliuzze giovanili alle travi governative.
