Ogni mezza verità comporta grandi dubbi

Grazia a Nicole Minetti: non ci siamo sbagliati, la merita tutta. Aiuti chiesti da Giorgia Meloni all’Ue per la crisi energetica: sembrava un secco no ed è arrivato un quasi sì. Una donna laica al dicastero vaticano per la Comunicazione: una pagina nuova per la Chiesa.

Dietro la grazia a Minetti si celano parecchi dubbi: se si fosse chiamata Maria Rossi l’avrebbe ottenuta? La Magistratura ha appurato la verità o ha difeso il proprio sbrigativo comportamento? Cinquanta richieste di risarcimento non sono un po’ troppe?

Inoltre, il procuratore della Repubblica in Uruguay «ha riferito, in relazione al decesso del legale del minore, che non vi sono ipotesi di reato». E «risultano smentite da numerose dichiarazioni assunte in sede di indagini difensive, nonché dalle dichiarazioni rese ai Carabinieri da persone informate sui fatti», le «affermazioni circa feste con droga e sesso a cui avrebbe preso parte Nicole Minetti negli ultimi anni». Affermazioni che, ricorda la Pg, erano state «rese originariamente al Fatto Quotidiano dalla massaggiatrice, dapprima con modalità anonime e in seguito con indicazione del proprio nominativo». Nanni precisa che «non si è proceduto ad accertamenti mediante rogatoria internazionale». E il Guardasigilli precisa: «Non vi è possibilità di una rogatoria tra Uruguay e Italia al di fuori del casi specifici dove sia coinvolto un indagato». (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Insomma, la procura della Repubblica ha appurato se gli elementi a supporto della domanda di grazia esistono veramente? Dopo la prima indagine della magistratura e forse ancor più dopo la seconda, se fossi il Capo dello Stato non sarei tanto tranquillo, avrei parecchi dubbi, aumentati dall’improvviso atteggiamento filo-quirinalizio di quasi tutto il mondo mediatico: è il regime berlusconiano incarnato nell’attuale governo che si è sentito toccato, tira un sospiro di sollievo e difende in mala fede chi ha deciso la grazia in buona fede? Ho l’impressione che a Mattarella abbiano fatto la torta, lui si è accorto che era indigesta e l’ha rimandata al mittente, i cuochi l’hanno tenuta in freezer qualche giorno, hanno verificato che gli ingredienti non fossero avariati e gliel’hanno rimandata, ma indigesta rimane…

 

Dietro la gentile concessione europea al governo Meloni c’è un ladies agreement tra Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni che si sostengono a vicenda, con tanto di sale nella coda per l’Italia, che dovrà finalmente investire in campo energetico e smetterla con le marchette sulle accise? Persino Fitto era stato meno possibilista! Forse Meloni ha più filo di quanto appaia per la tela europea oppure è in arrivo una polpetta avvelenata per il bilancio dello Stato italiano?

La flessibilità prevista dall’Unione Europea in materia energetica potrà essere usata solo per investimenti strutturali e che accelerino la transizione dai fossili – ad esempio sostegni ai veicoli elettrici, batterie, pannelli solari – e non invece per sussidi alla domanda di fonti come carbone o petrolio. (“Avvenire” – Gianluca Carini)

 

Dietro la nomina vaticana di una giovane e bella (il che non guasta mai…) donna, Maria Montserrat Alvarado, Ceo di EWTN, impero mediatico cattolico in USA, alla guida del Dicastero per la Comunicazione c’è un segnale di novità per la Chiesa e per le donne o c’è soltanto un tentativo di recupero prevostiano della tradizione coniugata con la modernità. Un contentino ai cattolici statunitensi messi sul chi vive dalle drastiche opinioni papali sulla presidenza Trump e sulla messa in discussione del loro assurdo voto per il sempre più folle tycoon?

Fin dalla sua nascita EWTN ha rappresentato una sensibilità ecclesiale fortemente legata alla difesa della dottrina tradizionale, alla centralità della liturgia e a una lettura rigorosa del magistero cattolico. Questa impostazione, condivisa da una parte significativa del cattolicesimo statunitense, ha contribuito al successo dell’emittente ma ha anche generato attriti quando Papa Francesco ha cercato di promuovere un approccio pastorale maggiormente orientato all’ascolto, all’inclusione e all’attenzione verso le periferie esistenziali. Molti commentatori vicini al network hanno espresso riserve sulle aperture pastorali contenute nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, sul processo sinodale, sul dialogo con altre confessioni religiose e sulle scelte del Papa riguardanti l’ambiente, le migrazioni e la giustizia sociale. (“FarodiRoma” quotidiano di informazione –Sante Cavalleri)

È proprio vero che ogni medaglia ha il suo rovescio e che non è oro tutto quel che luccica. Forse sono io che penso male e ho la rischiosa tendenza a non berla da botte. Sono coraggiosamente attento alle questioni oppure ho la fortuna di non avere nulla da perdere? Altro dubbio…

Durante la degenza ospedaliera di mia sorella, che ormai preludeva purtroppo alla sua fine, mi sforzavo di esserle vicino e questi miei tentativi erano apprezzati dagli altri degenti, i quali lanciavano messaggi consolatori del tipo: “Lei è fortunata ad avere un fratello così premuroso…”. Mia sorella non gradiva e, con il suo realismo al limite della spietatezza, rispondeva: “Non è oro tutto quel che luccica…”.

 

                        

In presenza degli asini politici trottano i cavalli burocratici

“La principale, enorme fragilità che ci riguarda da vicino è l’attuale configurazione dell’Unione europea, un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato la competitività e la crescita sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici”. A dichiararlo è stata la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel suo intervento tenuto all’assemblea di Confindustria nella mattinata di martedì 26 maggio.

Un simile attacco frontale fa parte della tattica elettorale permanente adottata nell’ambito della politica governativa di Giorgia Meloni: si sta profilando il rischio Vannacci e allora bisogna correre ai ripari accentuando i toni dell’euroscetticismo, peraltro connaturale alla identità ideologica meloniana. Tutta tattica tra populismo, nazionalismo e sovranismo. Sparare sul pianista Europa è uno sport facile a prescindere dal fatto che l’Europa siamo noi e quindi finiamo con lo spararci sui piedi. Siamo al masochismo, utile (forse) per vincere le prossime elezioni contro i propri potenziali alleati. Sì, perché il paradosso è duplice: contro l’Europa di cui siamo parte integrante e in concorrenza con i partner di centro-destra, rubando loro il mestiere euroscettico (Lega) o addirittura antieuropeo (li Vannacci tua) oppure in aperto contrasto con essi e il loro filo-europeismo di maniera (Forza Italia e Noi moderati).

Ma veniamo al merito del discorso sulla burocrazia. Non so se essa sia un male da combattere ed estirpare o se sia un male necessario. A livello europeo, come sostiene Massimo Cacciari, la burocrazia colma il vuoto lasciato dalla politica a livello istituzionale. Verrebbe da dire: meno male che ci sono i burocrati, altrimenti la Ue sarebbe da tempo completamente azzerata. Il discorso per certi versi è simile nel nostro Paese. La burocrazia, oltre che un freddo e spietato senso di autoconservazione, mette in campo competenze, professionalità ed esperienze che purtroppo la politica è ben lungi dal possedere.

La burocrazia è un’autentica palla al piede nella vita del nostro Paese.  Come ho già più volte ricordato – il ripetersi è purtroppo un inequivocabile sintomo di vecchiaia, ma, a volte può essere utile – molto tempo fa il ministro della riforma burocratica Massimo Severo Giannini, un tecnico di alto livello prestato alla politica, dopo qualche tentativo andato a vuoto, vista la difficoltà al limite dell’impossibilità di cambiare le cose, diede le dimissioni preannunciando di voler emigrare negli Usa. Giustamente l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini lo rimproverò aspramente. Avevano ragione entrambi?! Il primo si arrendeva di fronte alla forza delle procedure e degli apparati burocratici, il secondo strigliava la politica incapace di superare gli apparati. È fuori di ogni dubbio che sul nostro Paese incomba una cappa burocratica che neutralizza e condiziona i legislatori, i governanti e i governati. Durante la mia vita professionale ho avuto frequenti rapporti con la pubblica amministrazione e purtroppo spesso anche se non sempre, ne ho misurato tutta la lentezza al limite della pigrizia e tutta la resistenza conservatrice al limite della difesa dei propri privilegi.

La politica però non può limitarsi alle lamentazioni, deve, oltre che riformare e snellire la burocrazia con adeguate leggi, “competere” con essa sul piano della competenza (la ripetizione è voluta!), dell’autorevolezza tecnico-scientifica e della capacità di fare gli interessi della gente. Altrimenti si scontrano due autoconservazioni di potere, quello burocratico e quello politico, che finiscono con l’andare a braccetto a danno dei cittadini.

In Europa il discorso si fa ancora più complesso: 27 Stati che dovrebbero governare assieme, istituzioni asettiche calate dall’alto, personaggi politici di dubbia fedeltà agli ideali europei (se nell’Europa unita non ci credono i governi degli Stati membri, sarà difficile che ci possano credere i burocrati…), problematiche molto difficili e divisive, regole assurde e paralizzanti (come l’unanimità nelle decisioni che si trasforma in diritto di veto), estreme diversità territoriali, economiche, sociali e culturali, vincoli finanziari molto pesanti etc. etc.

È oltre modo inutile e controproducente scaricare colpe e responsabilità come sta facendo Giorgia Meloni: a parte le incoerenze delle sue posizioni a seconda della collocazione al governo o all’opposizione; a parte che prima di guardare ai difetti dell’Europa bisognerebbe avere l’umiltà e il buongusto di guardare quelli dell’Italia (soprattutto quando si chiedono all’Europa ascolto e appoggi); a parte che, come direbbe mio padre, Meloni la pär vunna äd  coi che all’ostarìa con un pcon ad gess in sima la tavla i metton a post tutt; po set ve a vedor a ca’ sova i n’en gnan bon ed far un o con un bicer…”; a  parte il continuo e imperterrito attacco all’interlocutore di turno (si chiami magistratura, si chiami sindacato, si chiami stampa, si chiami appunto apparato burocratico); a parte la mancanza di seria capacità relazionale al di là di meri tatticismi (Trump, Von der Leyen, Zelensky,  Orban e chi più ne ha più ne metta) che lasciano il tempo che trovano; a parte tutto ciò,, c’è  una mancanza di carisma camuffato con furbizia mediatica (che sta in poco posto come le balle), c’è la personificazione della politica in senso deteriore (tutte sparate faziose e demagogiche), c’è la incapacità di controllare e, a maggior ragione, governare gli apparati burocratici a livello ministeriale (i casi Sangiuliano,  Nordio e Piantedosi la dicono lunga) se non con interventi a cose fatte e a gamba tesa.

In questo assordante silenzio della politica le burocrazie, se vogliono, fanno i loro interessi, si radicano sempre più, diventano intoccabili e paradossalmente… meno male che esistono, altrimenti…

 

Ragion di Stato, ragion di Chiesa, ragion di verità e di pace

La Repubblica Italiana vive saldamente ancorata ai valori che ha testimoniato in questi 80 anni, votata alla ricerca di soluzioni di pace e della indipendenza dei popoli; impegnata nella difesa della dignità e dei diritti della persona; sostenitrice convinta della cooperazione internazionale: principi che oggi vediamo gravemente aggrediti. Una tendenza regressiva dell’ordine internazionale che ha avuto un acceleratore preciso: l’ingiustificabile invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa. Avvertiamo come nostra la causa della indipendenza e della libertà di Kyiv. Il caos è tristemente evidente anche in Medio Oriente, conferma che le cattive pratiche raccolgono velocemente seguaci. Ne sono l’eloquente esempio la irrisolta crisi indotta dal conflitto tuttora in atto a Gaza e la perdurante minaccia di una guerra su vasta scala che dall’Iran potrebbe irradiarsi a tutta la regione, e che già colpisce così brutalmente e in modo indebito la popolazione civile del Libano. Tutto questo non deve indurre alla rassegnazione, in nome di un malinteso realismo che, oltre che moralmente deprecabile, rappresenterebbe un grave errore di valutazione. Nel quadro, che appare desolante per la legalità internazionale, va ribadito che si tratta di questione di volontà e di scelte. Possiamo decidere, infatti, di continuare a promuovere la primazia del diritto internazionale e la ricerca di soluzioni condivise, avverso alla logica dello scontro e della discordia. Alimentare giacimenti di rancore, di odio spinge, infatti, soltanto sulla strada della guerra e dei conflitti perpetui. (dall’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al corpo diplomatico accreditato presso lo Stato italiano in occasione della Festa della Repubblica)

 

Quanto ai rapporti tra Stato italiano e Chiesa, «l’articolo 1 del Concordato, riconoscendo reciproca sovranità e indipendenza di Italia e Santa Sede, esprime principi di libertà e collaborazione a favore della persona e del bene comune. La Chiesa ha sempre voluto cooperare con lo Stato nel pieno rispetto della libertà religiosa e di coscienza, promuovendo dignità, solidarietà e bene comune, in armonia con i valori fondanti della Repubblica». Per questo, le Chiese in Italia guardano a questo anniversario «con riconoscenza per il cammino compiuto e con preoccupazione per le ferite presenti: la povertà crescente, la denatalità, la sfiducia, le disuguaglianze, la violenza verbale, l’indifferenza e la tentazione di chiudersi in un destino individuale. Le nostre comunità rifiutano la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e, ispirate dall’insegnamento di papa Leone, avvertono come urgente il compito di educare alla pace, custodire la democrazia e costruire comunità». (dal messaggio del presidente della Cei Matteo Zuppi al capo dello Stato in occasione della Festa della Repubblica)

 

All’interno di due nobili e incoraggianti messaggi, che meritano integrale e attenta lettura, intravedo due reticenze che non mi piacciono. Non credo di essere alla ricerca critica del pelo nell’uovo, ma di reagire, senza alcun intento polemico, ad un senso di parzialità della verità storica emergente dai due messaggi di cui sopra.

Il capo dello Stato rimane vittima del doppiopesismo adottato in sede di analisi dei comportamenti degli Stati in spregio del diritto internazionale e senza alcun rispetto per i diritti dell’uomo e dei popoli: mentre per la Russia ha trovato e trova la “denuncia” con parole fin troppo crude e giudizi fin troppo drastici in una logica di recupero diplomatico in vista di sacrosante iniziative pacificatrici, per Usa e Israele scatta la “preoccupazione” con una sorta di dissimulata reticenza in filigrana nell’ammettere precise colpe e responsabilità altrettanto gravi da denunciare apertamente (il caos in Medio Oriente ha nomi e cognomi che vanno ben oltre il terrorismo di Hamas ed Hezbollah). Non basta inquadrare il tutto in una tendenza regressiva dell’ordine internazionale: esistono autentici genocidi in atto!

Spero non si tratti di carità di governo Meloni o comunque di mero appiattimento su alleanze storiche buttate all’aria da folli comportamenti americani e israeliani. Sergio Mattarella non ha motivi nascosti per puntare ad un’eventuale ricandidatura al Quirinale e non ha soprattutto condizionamento alcuno proveniente da un suo passato peraltro fulgido in senso politico e civile. E allora non capisco questo ripiegamento sulla ragion di Stato che fa a pugni con la ragion di pace.

Discorso analogo mi sento di fare per il messaggio del Cardinale Zuppi per quanto riguarda il Concordato fra Stato Italiano e Chiesa cattolica. Purtroppo è stato e per certi versi ancora è un’arma a doppio taglio, un canovaccio collaborativo, ma anche un pretesto collaborazionista tra i due poteri. Come non ammettere l’adesione clericale, soprattutto ad alto livello, al regime fascista (rivedendo certi filmati c’è da rimanere disgustati…)? Come non ricordare l’omertoso placet al regime berlusconiano in cambio affaristico di aiuti e appoggi? Come non pensare a certe persistenti invadenze vaticane sulla politica italiana dettate dalla ricerca di appoggi economici anche se nascosti dietro questioni etiche affrontate comunque in chiave integralistica più che costruttiva e dialogante? Perché non ammettere apertamente queste verità per uscire da ogni equivoco: il richiamo al Concordato, in fin dei conti, c’entra come i cavoli a merenda e allora perché citarlo rischiando di macchiare un messaggio bellissimo e appropriato.

In questi due messaggi, che ci restituiscono l’orgoglio e l’onore di essere italiani e cattolici, emergono tuttavia due limiti assai fastidiosi, due pietre d’inciampo, una sulla pace da parte quirinalizia e una sui rapporti Chiesa-Stato da parte Cei. Forse pretendo troppo da chi comunque sta dando già molto, lo riconosco. Sarà che l’appetito vien mangiando e che in tavola c’è un autentico guazzabuglio etico e politico che qualcuno deve aiutarci a digerire.

Una speranza che si chiama Repubblica

Si arrivava anche a parlare del referendum Monarchia-Repubblica nell’immediato dopoguerra. Chiedevo conto ai miei genitori del loro comportamento. Entrambi non nascondevano il loro voto: mia madre aveva votato monarchia, mio padre repubblica. Nel 1946 vivevano insieme da dodici anni, ma ognuno, giustamente, manteneva le proprie idee politiche e le esprimeva liberamente. Mia madre così giustificava la sua difesa dell’istituto monarchico: «Insòmma, mi al re agh vräva bén!». Non un granché come motivazione politico-istituzionale, ma mio padre non aveva nulla da eccepire. Taceva. Io non mi accontentavo e, da provocatore nato, chiedevo: «E tu papa? Cos’hai votato?». Rispondeva senza girarci attorno: «J’ ò votè Repubblica!». Allora mia madre controbatteva che comunque l’opzione repubblicana vinse con l’aiuto di brogli elettorali. A quel punto mio padre si chiudeva in un eloquente silenzio e aggiungeva solo: «Sì, a gh’é ànca al cäz, ma…». Mia sorella invece girava il coltello nella piaga e rivolta polemicamente a mia madre diceva: «Il re, bella roba! Ci ha regalato il duce per vent’anni, poi, sul più bello, se l’è data a gambe. E tu hai votato per il mantenimento di questa dinastia?». Papà allora capiva che la moglie stava andando in difficoltà, le lanciava la ciambella di salvataggio e chiudeva i discorsi con un: «J éron témp difìcil, an e s’ säva niént, adésa l’é tutt facil…». E magari aggiungeva un aneddoto ad hoc. Nella sua compagnia esisteva un amico dotato di una testa grossa. Per deriderlo bonariamente gli chiedevano: «Se ti a t’ fiss al re, pr’i frànboll con la tò tésta agh’ vriss un fój da giornäl…». (da “Fiól ‘d mè pädor – Aneddoti, battute, episodi, aforismi – sito enniomora.it – sezione libri)

Il 02 giugno si celebra la festa della Repubblica: quest’anno ricorre l’80° anniversario della Fondazione della Repubblica italiana. Purtroppo non sono stati accolti gli accorati appelli per evitare la parata militare e trasformare la Festa della Repubblica in un evento di pace e solidarietà, promossi da diverse associazioni pacifiste e cattoliche, tra cui Pax Christi. Tali iniziative criticano l’esibizione di armamenti e i costi dell’evento, proponendo di sostituirla con incontri civili e di riflessione. Mai come quest’anno la richiesta era opportuna e plausibile.

Mio padre aveva fatto il servizio militare con spirito molto utilitaristico ed un po’ goliardico (per mangiare perché a casa sua si faceva fatica), cercando di evitare il più possibile tutto ciò che aveva a che fare con le armi (esercitazioni, guardie, tiri, etc.) a costo di scegliere la “carriera” da attendente, valorizzando i rapporti umani con i commilitoni e con i superiori, mettendo a frutto le sue doti di comicità e simpatia, rispettando e pretendendo rispetto al di là del signorsì  o del signornò. Raccontava molti succosi aneddoti soprattutto relativamente ai rapporti con il tenente cui prestava servizio. Aveva vissuto quel periodo come una parentesi nella sua vita e come tale l’aveva accettato, seppure con una certa fatica. Mio padre era estraneo alla mentalità militare, ne rifiutava la rigida disciplina, era allergico a tutte le divise, non sopportava le sfilate, le parate etc., era visceralmente contrario ai conflitti armati.  (dal libro “Mio padre” – sito enniomora.it – sezione libri)

Se le armi vengono prodotte, commercializzate e finanche esposte in parata, è giocoforza che prima o poi vengano utilizzate. Tutto parte e tutto finisce lì.

Torno ancora una volta alla saggezza di mio padre. Nella sua semplicità, quando osservava l’enorme quantità di armi prodotta, rimaneva sconfortato e concludeva per un inevitabile inasprirsi dei conflitti al fine di poter smaltire queste scorte diversamente invendute ed inutilizzate. «S’in fan miga dil guéri, co’ nin fani ‘d tutti chi ilj ärmi lì?» si chiedeva desolatamente.

Purtroppo il Presidente della Repubblica non ha accolto l’invito a soprassedere alla parata militare in via dei Fori Imperiali: un suo illustre predecessore (Carlo Azeglio Ciampi se non erro) la ripristinò (seppure in buona fede). Il contesto storico è cambiato, occorrono segni (anche piccoli) di aprioristica pace. Valeva la pena di operare questa provocazione: sono convinto che molti italiani avrebbero apprezzato. Qualcuno magari si sarebbe scandalizzato: un motivo in più per farlo. Resta tutto il mio rispetto, la mia ammirazione, la mia comprensione, il mio affetto per il Presidente Mattarella, ma, e lo dico in tutta sincerità associata ad umiltà e a tutta la discrezione possibile, un po’ più di coraggio non guasterebbe non solo per scongiurare l’esibizionismo armifero, ma anche e soprattutto per condannare apertamente e nettamente l’imperialismo israelo-statunitense, verso il quale si dimostra troppa prudenza diplomatica che scantona sempre più nell’omertà, al pari di quello russo verso cui si chiudono porte e finestre diplomatiche (in diplomazia occorre una certa dose di ipocrisia, che però non può riguardare solo i rapporti con una parte: una sorta di nuova guerra fredda in cui si deve stare per forza da una parte anche se clamorosamente sbagliata).

Per fortuna quest’anno almeno niente tradizionale ricevimento nei giardini del Quirinale, ma una cerimonia molto meno esclusiva e decisamente più partecipata: gli 80 anni della Repubblica festeggiati in piazza del Quirinale tramite un mega evento con artisti, cantanti ed intellettuali in diretta televisiva.

Forse desidererei maggiore sobrietà per rispetto alle popolazioni che muoiono e soffrono anche perché noi facciamo ben poco per aiutarle a passare dai tormenti delle guerre alle speranze di pace, forse non so neanch’io cosa preferirei tanta è l’angoscia che mi coglie in questo momento storico. Dopo tutto l’importante è comunque che la festa riguardi la scelta della Repubblica quale forma di Stato democratico, la Costituzione quale bussola per la navigazione istituzionale, politica e sociale, la Resistenza quale premessa a queste opzioni, la Democrazia quale sbocco politico imprescindibile e implementabile, l’europeismo quale conseguenza indispensabile, la pace quale scelta irrinunciabile di fondo.

Una festa civile è una ricorrenza istituita dallo Stato per celebrare eventi, valori o figure fondamentali per la storia, l’identità e le istituzioni della nazione. Quella del 02 giugno è forse la migliore sintesi di tutte le feste civili e di tutte le migliori idealità. La vivo così, senza pericolose nostalgie, senza assurdi trionfalismi, senza vuoti esibizionismi. Un grazie a chi ha voluto la Repubblica, a chi l’ha servita e la serve come vera e propria res publica e non come privatizzazione del vivere civile e come egoismo della politica, a chi la difende e intende difenderla con le armi della libertà e della giustizia sociale, non col nazionalismo ma con l’internazionalismo e il cosmopolitismo, non col sovranismo ma con l’europeismo e il mondialismo, non col mero esercizio del potere ma col servizio ai cittadini e col dialogo e l’accoglienza verso tutti.

 

 

 

 

 

 

Un Pirlamento cassa di risonanza meloniana

È di tutta evidenza che ci sono aspetti che chiamano in causa direttamente il ruolo del capo dello Stato, più di tutti l’indicazione (rafforzata) del candidato premier da parte di tutte le liste alleate. Previsione che mira palesemente a mettere in imbarazzo le attuali, sfilacciate, opposizioni, ma che nei fatti entra, sia pur in modo non vincolate, in una fondamentale prerogativa del Quirinale. Inoltre il premio previsto, anche se è stato un po’ ridotto, consentirebbe lo stesso alla “minoranza vincente” di eleggersi da sola il nuovo capo dello Stato dal quarto scrutinio in poi e davvero non si capisce cosa c’entri questo con la governabilità. (“Avvenire” – Angelo Picariello)

Sono colpevolmente piuttosto disinteressato alla questione della legge elettorale tornata in primo piano e con molta sospettosa fretta nell’agenda parlamentare. Per ora mi concentro, perché mi premono molto, sui due punti di cui al citato articolo di “Avvenire”: la messa in discussione di fatto della prerogativa costituzionale del Capo dello Stato nella nomina del Presidente del Consiglio e la possibilità che chi vince le elezioni, grazie al premio di maggioranza, possa dal quarto scrutinio eleggere il Presidente della Repubblica bypassando il gioco parlamentare.

È piuttosto evidente che, se l’introduzione del premierato è uscita, seppure indirettamente, dalla porta col recente referendum, può rispuntare dalla finestra con l’indicazione del premier sulle schede elettorali: a quel punto il capo dello Stato di fatto non potrebbe più mettere il becco nella nomina del premier stesso. Siamo ad una surrettizia violazione della Costituzione che prevede espressamente all’articolo 92 che spetta al Presidente della Repubblica nominare il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.

Già il definire premier un presidente del Consiglio, semplice primus inter pares a livello governativo, mi sembra una forzatura costituzionale, figuriamoci se il premier venisse addirittura indicato dagli elettori su proposta dei partiti e delle coalizioni fra partiti.  I poteri del Capo dello Stato e del Parlamento verrebbero populisticamente aggirati o addirittura giubilati.

Anche la nomina del Capo dello Stato verrebbe di fatto sottratta al Parlamento e rimessa populisticamente alla minoranza degli elettori a loro volta rappresentati da una pattuglia parlamentare di minoranza: un Presidente della Repubblica nominato sostanzialmente su due livelli minoritari. La Costituzione completamente stravolta!

Che a Giorgia Meloni prema di essere alla svelta (fintanto che tira il vento di destra) confermata Presidente del Consiglio o addirittura promossa a Presidente della Repubblica magari con il varo di un ticket di suo assoluto gradimento è abbastanza noto, ma che un simile piano passi alla chetichella in un Parlamento trasformato in Pirlamento non riesco a berla (da bótte).

Spero che l’opposizione faccia le barricate in difesa della Costituzione e non si lasci fuorviare in una trattativa bottegaia, preoccupata più di fare le primarie per designare il proprio candidato premier che di difendere le fondamentali prerogative del Capo dello Stato. Non trasformiamo la Carta Costituzionale in una sorta di scontrino di cortesia per acquistare il governo a spese del Parlamento o Pirlamento come dir si voglia.

 

 

L’uovo di Fitto

Alla fine ci ha pensato il commissario europeo alla Coesione, Raffaele Fitto, a correre in aiuto di quegli Stati – tra cui l’Italia – che chiedevano maggiori risorse per affrontare la crisi energetica. Poche settimane fa la premier Giorgia Meloni aveva scritto a Palazzo Berlaymont per chiedere che le deroghe al Patto di stabilità già previste per la Difesa venissero estese anche al settore energia, messo a dura prova dal protrarsi della crisi in Medio Oriente e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Dopo settimane di trattative senza passi avanti, è stato Fitto, con una lettera indirizzata ai 27 Stati membri, a sbloccare l’impasse senza provocare strappi politici. Il commissario italiano – esponente di Fratelli d’Italia, lo stesso partito della premier – ha indicato agli Stati la possibilità di utilizzare i fondi di coesione per far fronte alle spese energetiche. È stata prevista una rimodulazione volontaria dei programmi, che ha liberato 35 miliardi di euro in tutta l’Ue, di cui sette miliardi per l’Italia: proprio da lì potrebbero arrivare le risorse richieste dal governo italiano. Nella lettera ai ministri Ue, Fitto richiama la necessità di garantire che i fondi europei già disponibili siano utilizzati pienamente e in tempo per sostenere le regioni e le comunità che ne hanno più bisogno, soprattutto nel contesto dell’attuale andamento dei prezzi dell’energia. Fitto sottolinea che questa tempestività è ancora più cruciale alla luce della recente comunicazione AccelerateEU – Energy Union, che chiede di aumentare con urgenza gli investimenti in energia pulita, resilienza industriale ed equità sociale, obiettivi centrali del Jtf-Fondo per la transizione giusta. Fitto ricorda inoltre che i fondi Jtf finanziati da NextGenerationEU devono essere impegnati entro il 31 dicembre 2026, altrimenti andranno persi. Per questo invita gli Stati ad accelerare l’attuazione, anche attraverso strumenti che consentano di anticipare i pagamenti o semplificare le procedure, e segnala la disponibilità della Commissione a valutare eventuali adeguamenti dei programmi. (“Avvenire” – Redazione romana)

Confesso di capire poco del ginepraio dei fondi europei: un’enorme valanga di denaro pubblico che non si sa di dove venga e dove vada a finire. Questa forse potrebbe essere la vera critica double face da rivolgere costruttivamente all’Unione europea. L’Italia attinge abbondantemente a questi fondi salvo utilizzarli poco e male.

Speriamo bene per la grande partita dei fondi relativi al PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), che l’Italia ha creato per rilanciare la propria economia dopo la crisi del Covid-19 e che funziona come un grande programma di investimenti finanziato dall’Unione Europea attraverso il progetto Next Generation EU. Non sono ammessi giochi di prestigio all’italiana.

Il tempo delle parole sta per finire. Tra un mese, il prossimo 30 giugno, dal Pnrr sarà tolto il velo delle asettiche percentuali. E resterà la nuda verità, nel bene e nel male. Verità di cui il Paese ha bisogno e diritto: a quattro settimane dal bivio finale, è infatti ai limiti dell’impossibile prevedere quali opere rischino il definanziamento, in che misura, per quale motivo, con quali concrete possibilità di “recupero”. Altrettanto difficile è poter dire oggi, con assoluta certezza, se le infrastrutture materiali, immateriali e sociali – tra queste nidi, ospedali di comunità, case della salute… – potranno camminare sulle proprie gambe. A riprova di un processo cui ha sempre fatto difetto la piena trasparenza. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

La difficoltà di utilizzare al meglio i fondi europei non è questione che riguarda solo l’attuale governo, ma, più o meno, un grattacapo di tutti i governi che si sono succeduti nel tempo. Credo sia, fra l’altro, una delle pecche che ci rendono poco credibili a livello europeo assieme a burocrazia (la trave nell’occhio dell’Italia che cerca la pagliuzza in quello europeo), a mafia e corruzione (che comportano già di loro stesse sprechi e cattivo utilizzo delle risorse).

Mi pare di sentire gli appunti rivolti all’Italia in sede europea: volete altre risorse, ma se non siete capaci di utilizzare quelle che già avete, per non parlare di quelle sprecate o addirittura “rubate”? Non sono in grado di appurare come si comportino al riguardo gli altri Stati membri della Ue: comunque mal comune pieno disastro.

E allora ecco Raffaele Fitto, commissario europeo, che inventa l’acqua calda: per i problemi energetici potete utilizzare i fondi della coesione, un modo per spenderli nei tempi fissati ed a favore delle regioni e delle comunità più bisognose, rimodulando volontariamente i programmi previsti.

La Ue concede cioè soltanto un po’ di flessibilità sulle risorse già stanziate e concesse, lasciando inalterata la torta, ma concedendo la possibilità di mangiarla come si ritiene più opportuno o meglio di farla mangiare ai destinatari finali senza pericolo di fare indigestione e variando soltanto il menù.

In cosa consiste la novità fittiana: offrire più canali di utilizzo per le medesime risorse con la raccomandazione di rispettare i tempi e le modalità. La coperta, se era corta come riteneva Giorgia Meloni, rimane tale, con la sola possibilità, studiata da Fitto, di scegliere cosa scoprire.

Sotto sotto ci si può vedere una critica agli Stati membri, all’Italia in particolare, con la concessione di un dolcetto forse avvelenato, perché potrebbe scatenare reazioni scomposte, anche se comprensibili, da parte degli utilizzatori finali dei fondi di coesione, che si potrebbero vedere penalizzati o comunque costretti a riconsiderare i loro programmi magari già avviati.

Alla fine mi viene spontaneo il ricorso all’espressione “l’uovo di Colombo”, che si usa per indicare una soluzione geniale e risolutiva a un problema complesso, che appare talmente semplice e ovvia solo dopo essere stata scoperta. Complimenti a Raffaele Fitto che se l’è cavata bene, salvando la capra meloniana e i cavoli europei.

La Russa e l’uva

“Io non ho mai denunciato un solo giornalista penalmente, adesso penalmente no, ma vorrei cominciare da oggi ad adire le vie giudiziarie in sede civile per esempio contro La 7”. Ignazio La Russa, presidente del Senato, annuncia l’intenzione di adire le vie legali. “A Di Martedì un signore ha detto, ‘i fratelli La Russa io li conosco bene, negli anni ’70 facevano i comizi e subito dopo scendevano a distribuire le bombe ai ragazzi’ io farò causa non a questo signore che non so neanche chi è, ma alla televisione, a La 7”, spiega La Russa, ospite di Dritto e rovescio, su Rete 4. L’esponente di Fratelli d’Italia risponde alle domande sulle critiche che gli vengono rivolte: “Le critiche nei miei confronti? Adesso ho scoperto che è perché hanno paura che faccio il Presidente della Repubblica, cosa che ho smentito, non me lo farebbero fare e non mi piacerebbe farlo”.  (Adnkronos)

Io non so se quanto affermato durante la trasmissione de La 7 risponda o meno al vero, so soltanto che dai pori della pelle di Ignazio La Russa trasuda il fascismo: la raccolta di busti del Duce ne è una piccola ma significativa prova, una sorta di lapsus freudiano a rovescio. D’altra parte, oltre che di cimeli fascisti, ha fatto e sta facendo la collezione di cazzata sparate sostanzialmente alla viva il Duce. Conta il suo passato che è stato ampiamente scandagliato e il suo presente che è sotto gli occhi e le orecchie di tutti.

Questo signore ricopre indegnamente la seconda carica dello Stato ed è inserito alla grande nei gangli del potere più o meno occulto. La colpa non è sua, ma di chi lo ha vergognosamente designato e votato. Quando lo vedo presenziare a certe manifestazioni di antifascismo mi si agghiaccia il sangue. Non so come faccia Sergio Mattarella a tenerlo al suo fianco in tante occasioni.

Un tempo, mi riferisco al primo periodo di vita della Repubblica, tutto ciò non sarebbe stato possibile. Ricordiamoci come la piazza liquidò Fernando Tambroni, un democristiano anomalo che divenne presidente del consiglio con i voti del movimento sociale: un fatto politicamente gravissimo, ma istituzionalmente meno grave di La Russa sul più alto scranno di Palazzo Madama e, in casi particolari, sostituto del capo dello Stato (Dio ce ne scampi e liberi…). Ci scapparono i morti a Reggio Emilia e Genova e Tambroni se ne andò a casa.

Mi sforzo di essere positivo e mi auguro che la presenza di La Russa ai massimi livelli istituzionali serva come monito a considerare che purtroppo la realtà storica del fascismo non ha terminato il suo corso e quindi occorre la massima vigilanza, perché, come diceva mio padre, “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär“.

Quanto alle probabilità che possa diventare presidente della Repubblica, sembra una tragicomica barzelletta. Lui stesso ripiega non tanto sulla barzelletta, ma sulla favola de “La volpe e l’uva”.

A “La 7” non saranno molto preoccupati della ventilata denuncia: molti nemici come La Russa, molto onore.

 

 

Veneziani gran signori sì, Meloni gran signora no

Insomma, aveva ragione la premier (e non soltanto lei, nella squadra di Governo) a dire che il risultato del referendum sulla riforma della giustizia non poteva essere interpretato come un verdetto politico sull’operato dell’esecutivo e della maggioranza che lo sostiene. A Venezia, per esempio, vinse il No con una percentuale perfino superiore alla media nazionale. Mentre a Reggio Calabria, in controtendenza con il resto della regione, prevalse il Sì, ma di strettissima misura. Segno che quando gli elettori devono decidere a chi affidare la realtà amministrativa più vicina, il Comune appunto, fanno scelte e ragionamenti diversi. (“Avvenire” – Danilo Paolini)

Questa è la prima considerazione che viene fatta all’indomani della tornata elettorale amministrativa. Sono d’accordo sul fatto che gli elettori a livello comunale facciano scelte basate su criteri diversi, vale a dire sulla congruità amministrativa dei candidati e non sui massimi sistemi della politica. Attenzione però, se non vale la semplicistica connessione tra referendum sulla Costituzione e voto amministrativo, non vale nemmeno quella tra voto amministrativo e giudizio sul governo. Forse i veneziani hanno preso per buono Simone Venturini ma non per questo hanno automaticamente assolto e approvato l’operato politico di chi lo ha proposto. Sarebbe comodo per qualsiasi premier in carica nascondersi dietro il pedigree di un candidato sindaco. Non sarei quindi così convinto che i veneziani e i calabresi abbiano firmato una cambiale in bianco a Giorgia Meloni superando le sue responsabilità e i conseguenti giudizi a suo carico.

Così come non capisco la frettolosa strumentalizzazione di questo voto a livello di futura legge elettorale.

Da non sottovalutare è la tentazione che a questo punto potrebbe presentarsi al centrodestra: quella di forzare la mano sulla riforma della legge elettorale, pensando (come per altro è già successo in passato anche a coalizioni di segno opposto) di poter elaborare un sistema che le assicuri la vittoria alle elezioni politiche del 2027. Tentazione da evitare. Intanto perché in genere non è andata bene a chi ha provato a farlo. E poi perché si rischia di fare pasticci, anche grandi, a livello costituzionale e di buon senso. L’esperienza insegna. L’Italia non è un Comune, alle politiche non si vota per eleggere un sindaco ma un Parlamento, perché fino a prova contraria restiamo una democrazia parlamentare. Il presidente del Consiglio lo sceglie il capo dello Stato, certo in base alle indicazioni uscite dalle urne. Ma il principio del “chi vince piglia tutto” non è un’opzione. Occorre conciliare rappresentanza e governabilità. Perciò, se riforma elettorale deve essere, le due principali coalizioni dovrebbero cercare seriamente il più ampio consenso possibile, abbandonando per una volta slogan e tatticismi. (ancora “Avvenire” – Danilo Paolini)

Mi sembra eccessivo vedere nei recentissimi risultati elettorali amministrativi una spinta a varare una legge elettorale iper-maggioritaria, una sorta di subliminale avallo al premierato in chiave meloniana. Semmai gli elettori hanno espresso la volontà di scegliere a ragion veduta e non a scatola chiusa. Attenzione pertanto a non trasformare un peraltro tiepido e relativo placet amministrativo in una spinta pseudo-costituzionale a intraprendere un subdolo cammino verso una repubblica presidenziale o comunque verso un Parlamento di scelti dall’alto su maggioranze precostituite e privi di legami conquistati a livello di base.  Non sono fra gli osannanti del sistema elettorale comunale, il discorso del sindaco d’Italia mi mette immediatamente qualche preoccupazione autoritaria, ragion per cui mi auguro di andare a votare per eleggere i miei rappresentanti in Parlamento e non per esprimere un voto plebiscitario di gradimento verso il futuro inquilino di Palazzo Chigi.

Il presidente buono e quello cattivo

Il duro discorso del presidente di Israele contro la violenza dei coloni. Isaac Herzog ha parlato di «brutalità» che non vanno tollerate, mentre Netanyahu e il suo governo le hanno sempre ignorate o minimizzate

Domenica il presidente israeliano Isaac Herzog ha tenuto un discorso insolitamente duro per condannare quello che ha definito un «terribile processo di brutalizzazione» della società israeliana, con particolare riferimento alle violenze compiute dai coloni contro i palestinesi in Cisgiordania e al trattamento dei prigionieri nelle carceri del paese. Il discorso di Herzog accompagnava la consegna del Jerusalem Unity Prize, un premio destinato a promuovere il rispetto reciproco, l’unità, la tolleranza e l’armonia sociale.

Herzog ha detto che in Israele c’è «un’ondata di terribile violenza portata avanti da una folla anarchica, con atti che contravvengono a ogni legalità, moralità o norma ebraica». Ha aggiunto che alcune parti della società israeliana non solo hanno normalizzato la violenza, ma «la celebrano e la rivendicano con orgoglio»: «Non dobbiamo tollerare la brutalità che viene dai margini della nostra società e che minaccia tutti noi».

Le funzioni del presidente israeliano sono perlopiù cerimoniali, e il suo peso politico è limitato. Negli ultimi tempi però i rapporti di Herzog con il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu, il più a destra nella storia del paese, sono diventati più problematici. Tra le altre cose, Netanyahu e i suoi alleati criticano Herzog perché non ha ancora concesso a Netanyahu la grazia che ha chiesto per un processo in cui è imputato per corruzione, in corso da anni.

Nel discorso Herzog ha fatto riferimenti diretti alle violenze dei coloni in Cisgiordania, sostenendo che le forze di sicurezza israeliane passino «la gran parte del loro tempo» a gestire la violenza degli estremisti ebrei. In realtà spesso l’esercito non fa nulla per evitare questo genere di violenze, si schiera in pressoché tutte le situazioni con i coloni e in molti casi partecipa direttamente agli attacchi contro i palestinesi. Il governo di Netanyahu ha sempre minimizzato il problema, definendolo per esempio una situazione creata «da gruppetti di ragazzini», e ha sostenuto la creazione di molte nuove colonie, ritenute illegali dal diritto internazionale.

Herzog ha anche parlato di «comportamenti umilianti e riprovevoli da parte di estremisti nei confronti dei cristiani e dei musulmani e dei loro simboli». È stato interpretato come un riferimento ai recenti episodi in cui soldati israeliani hanno distrutto crocifissi in Libano e all’attacco a una suora a Gerusalemme.

Un altro argomento del discorso è stato il trattamento delle persone detenute. Herzog ha ribadito che è «proibito maltrattarle»: «Siamo testimoni di atti barbarici commessi da una manciata di persone che ritengono che i detenuti, gli indagati o i sospettati non abbiano alcun diritto».

In questo caso il principale destinatario del messaggio era il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, il più estremista del governo israeliano. Mercoledì il suo video in cui camminava con fare ostile e sprezzante tra gli attivisti della Global Sumud Flotilla, legati e tenuti con la faccia a terra al porto di Ashdod in Israele, aveva provocato altissime critiche. Il ministero di Ben Gvir è anche responsabile delle carceri israeliane, dove ci sono denunce di abusi sistematici, privazioni e violenze a danno dei palestinesi.

Ben Gvir ha chiesto le dimissioni di Herzog, sostenendo che «chi definisce centinaia di migliaia di cittadini israeliani dei bruti non è adatto a ricoprire la carica» di presidente. (ilpost.it)

Dopo aver letto queste “coccodrillesche” dichiarazioni del presidente di Israele mi sono chiesto se all’interno della classe dirigente politico-istituzionale di un Paese come Israele sia possibile una tale diversità di vedute e di giudizi. Non conosco la Costituzione israeliana, ma Herzog si dovrebbe vergognare e dimettere. Non c’è alternativa.

L’atteggiamento di Herzog è un perfetto assist per chi continua a baloccarsi nel doppiopesismo a livello italiano ed europeo. Bisogna prendere abissali distanze dal governo israeliano senza se e senza ma. Posso capire l’illusoria attenzione diplomatica verso Herzog da parte del Vaticano e del presidente Mattarella, anche se la diplomazia è fatta di dialogo sincero e non di fumose speranze.

C’è chi dice: un conto è il governo un conto è lo Stato di Israele. Cosa significa? O il governo è illegittimo e antidemocratico o altrimenti chi vota e mantiene al potere Netanyahu e c.?

C’è chi afferma la propria equidistanza fra le parti e cioè fra un Israele in legittima difesa e una Palestina filo-terroristica: una eloquente manifestazione di manicheismo.

In qualsiasi Paese può esistere una certa dialettica fra i diversi rappresentanti istituzionali, ma a tutto c’è un limite. Anche perché Herzog si distingue soltanto dalle punte dell’iceberg del ministro Ben Gvir, delle carceri, dei comportamenti riprovevoli contro i simboli delle altre religioni e forse degli annosi atteggiamenti violenti dei coloni.  Meglio di niente, si dirà…Un argine allo strapotere di Netanyahu? Una prospettiva di cambiamento per le prossime elezioni? Un messaggio alle opposizioni e alle fette di società non allineate? Questi tatticismi lasciano il tempo che trovano: è ora di finirla. C’è in ballo la democrazia a livello mondiale e il modo per difenderla è smascherare gli intenti bellici devastanti di cui Israele è il protagonista principale.

E il genocidio (chiamatelo come volete!) contro la popolazione di Gaza e dintorni? E le chiare intenzioni imperialistiche in Medio-oriente? Non si può salvare capre e cavoli. Herzog si faccia un bell’esame di coscienza, prenda le distanze, si dimetta e poi se ne potrà parlare.

 

Il gioco dell’oca elettorale

Con Venezia e Reggio Calabria il centrodestra incassa al primo round la posta più alta dell’intera tornata amministrativa e rimanda al ballottaggio altre possibili vittorie di peso. Al campo largo (peraltro diviso) resta il successo più scontato e indigesto, quello di Vincenzo De Luca a Salerno. E le conferme di Prato e Pistoia, anche queste maturate al primo turno, consolano solo fino a un certo punto. A Messina esplode Sud chiama Nord di Cateno De Luca, con l’eclatante affermazione di Federico Basile. L’affluenza cala ancora e segna quasi cinque punti in meno rispetto alle comunali precedenti, dal 64,9% al 60,06%.

Siamo tornati indietro, alla casella di partenza, come nel gioco dell’oca. Sembrava che l’elettorato italiano si fosse risvegliato col referendum sulla giustizia, invece…Non so se questo test elettorale abbia un grande e attendibile significato, tuttavia una cosa è certa: il centro sinistra (o campo largo come dir si voglia) non attira l’attenzione degli elettori, mentre il centro-destra con i suoi media “trionfaleggia” più per lo scampato pericolo che per il ritrovato e forse insperato “successino”.

Fino a qualche tempo fa la sinistra riusciva a strappare consensi sfruttando una maggior dimestichezza a livello di amministrazioni locali, presentando cioè candidature decisamente più appetibili sul piano della competenza e dell’esperienza. Evidentemente non è più così! Ed è un fatto piuttosto grave.

Probabilmente non è stata capace di elaborare il successo referendario, non è riuscita a coniugare il rispetto valoriale per la Costituzione con il quotidiano politico delle scelte concrete e locali, ricadendo immediatamente in una logica politichese e politicante: primarie sì primarie no, Conte o Schlein, campo stretto o campo largo, leader o programmi, e via di questo caracollante passo. I giovani se ne sono tornati nelle loro tane a considerare che solo con una forte e radicale politica di pace si salva la democrazia. L’elettorato più socialmente debole è tornato all’astensione incattivita dagli andamenti economici molto preoccupanti. Gli italiani capiscono che le cose vanno male, ma non riescono a trovare la via politica di fuga.

Il centro destra non può nascondere i propri fallimenti nascondendosi dietro le urne amministrative: il suo non è consenso informato dei fatti, ma dissenso dirottato sul binario morto della scettica e giustificata astensione. Prima o poi pagherà il conto, anzi tutti lo pagheremo…

La sinistra (mi sono stancato di chiamarla centro sinistra) ha molto di che riflettere: non riesce ad intercettare lo smarrimento della gente davanti al clima di guerra imperante (non è né pacifista né bellicista e cosa è?): non è capace di garantire una concreta prospettiva di attenzione ai problemi del lavoro (non è né riformista né rivoluzionaria e cosa è?); non offre serie politiche sull’immigrazione (non è né securitaria né aperturista e cosa è?); non è capace di incarnare una vera e propria alternativa di governo (non è né polemica né programmatica e cosa è?).

Non basta ergersi a custodi della Costituzione, la quale si custodisce da sola, tanta è la sua modernità e fondatezza. Non basta indicare le travi nell’occhio di Giorgia Meloni e c., bisogna mostrare i propri occhi capaci di guardare alle prossime generazioni e non soltanto alle prossime elezioni.