Scompaginato pericolo

In riva allo Stretto, esulta il governatore della Regione Roberto Occhiuto, insieme a una pattuglia di parlamentari giunti dalla Capitale (fra cui Stefania Craxi e il senatore, e presidente della Lazio, Claudio Lotito) impegnatisi in prima persona. «Cucù, cucù, Vannacci non c’è più», cantano a sera i sostenitori azzurri. Nell’euforia generale, non manca qualche stoccata all’avversario Roberto Vannacci, che in campagna elettorale non aveva risparmiato frecciate: «Il centrodestra non ha paura di generali che non sanno nulla di politica e che cercano solo di soffiare sul fuoco, alimentando le insicurezze e le paure – incalza proprio Occhiuto -. Vannacci voleva la sua Sassonia? A Reggio ha preso sassate elettorali». Un refrain, quello che accosta FnV all’Afd tedesca, intonato anche da altri esponenti azzurri. (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Il centro-destra sembra tirare un sospiro di sollievo con l’esito dell’elezione suppletiva di Reggio Calabria. Pirandellianamente sembra aver trionfato il candidato del centro destra classico con oltre il 50% dei voti, ma anche Futuro nazionale ha di che essere soddisfatto con l’11% dei voti. Se rapportiamo queste percentuali a quella dei votanti, il 22% degli aventi diritto, tutto si ridimensiona, ma chi si contenta gode.

Meloni canta “Bollo ciao, bollo ciao”, i forzitalioti gridano “Cucù, cucù, Vannacci non c’è più”, la Lega si prepara a celebrare un congresso farsa filo-salviniano, il campo largo si rifugia in una sorta di “Aventino gufante”: la maggioranza vacilla sotto i colpi vannacciani e potrebbe crollare miseramente; come subordinata, se sarà costretta a scendere a patti per sopravvivere, si spera che una parte dei voti moderati possa virare sull’astensionismo e/o sul centro renziano.

Questa è lo scenario delle prossime elezioni politiche. Altro che nostalgia dei partiti della cosiddetta prima repubblica…li andrei letteralmente a riprendere in ginocchio. Siamo allo sfascismo totale? È pur vero che se l’Italia politica piange, la Germania non ride. Vuoi vedere che la storia si interrogherà se il primato ideologico del fascismo risorgente debba andare a Vannacci o a Tino Chrupalla?

Preferisco pormi un altro ben più realistico e significativo dubbio: Giorgia Meloni o Ursula von der Leyen? Questo è il dilemma che turba i miei sonni. Una vocina viene in mio soccorso: se non è zuppa è pan bagnato!

Un brutto scivolone dogmatico che disturba un bel viaggio

Il Papa fa di Lourdes la “cattedra” per ribadire che «la persona umana è “degna” per il semplice fatto di esistere e di avere come fine l’eternità. La sua dignità non si misura e non si discute», sottolinea davanti al “popolo” della sofferenza e ai Buoni Samaritani che si fanno loro compagni di viaggio. Ecco perché, è il monito che lancia dal santuario, «nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità. Al contrario, è proprio in nome di questa dignità inalienabile della persona umana che la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta». E ancora: «È impossibile considerare normale togliere la vita. Ciò che è legale non è necessariamente morale». Poi fa sapere a chi affronta la malattia: «Non siete un peso, siete il cuore pulsante della nostra umanità e un tesoro prezioso per la Chiesa». Quindi si rivolge ai medici e agli infermieri ricordando «il significato profondo della loro vocazione: prendersi cura di una persona che soffre, e non eliminarla. Sì, cari amici, siate servitori appassionati della vita. Nessuno ha il diritto, mai, sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana. La medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata». Una chiamata all’obiezione di coscienza. E un appello a «sviluppare senza sosta le strutture di cura palliativa e di ricerca» ma anche ad «accompagnare con tenerezza i malati, come avviene a Lourdes». (“Avvenire” –  Giacomo Gambassi, inviato a Lourdes)

Un mio indimenticabile insegnante, quando interrogava, impostava un ragionamento coinvolgente e, se l’interrogato diceva una cavolata, commentava sconsolatamente: “Rovinato tutto…”.  Anche il Papa, a mio modestissimo ma irrinunciabile parere, rischia di rovinare tutto il contenuto di uno storico viaggio pastorale con uno scivolone dogmatico.

In Francia il “diritto all’aiuto a morire” (suicidio assistito e, in casi specifici, eutanasia) è stato ufficialmente introdotto con la legge n. 2026-794 del 18 agosto 2026, promulgata dal presidente Macron  e pubblicata sul Journal officiel. I cugini francesi hanno avuto il coraggio di legiferare in questa delicatissima materia evitando di imitarci nel nostro indegno “pesciolamento” nel confuso barile istituzionale.

Non conosco nel dettaglio questa legge francese, ma mi riferisco alla necessità assoluta che lo Stato riconosca a chi vive un’angosciosa e disperante sofferenza la possibilità di porle dignitosamente fine.

La vera laicità dello Stato consiste nel mettere al primo posto le persone e non i princìpi: dovrebbe essere così anche per la Chiesa sulla base degli inequivocabili insegnamenti evangelici (non porre i pesi sulle spalle degli altri…).  Se la Chiesa non se la sente di affrontare questo impegnativo discorso, lasci almeno che lo Stato faccia il proprio mestiere senza interferire così pesantemente.

Mi dispiace, ma non accetto questa posizione della Chiesa cattolica: la giudico una testarda e oserei dire cinica pregiudiziale pseudo-dottrinaria. La vita non si difende in questo modo!  Tutto l’impegno per la cura e l’assistenza, ma, quando è ora di dire basta ad insopportabili sofferenze patite da persone giunte al capolinea del loro viaggio, bisogna avere la carità cristiana di allungare la mano per aiutarle a morire in santa pace.

Il Padre Eterno non biasimerà di certo una simile sensibilità: la sofferenza non è un valore assoluto (il dolorismo è un’autentica cazzata!), ma una prova da accettare con l’aiuto di Dio e dei fratelli nei limiti delle umane possibilità; quando questi limiti vengono varcati bisogna avere l’umiltà di intervenire proprio per rispetto alla vita.

Indro Montanelli considerava queste disquisizioni etico-moralistiche come “beghe di frati”, io le considero inutili e fuorvianti scrupoli. Vogliamo lasciare il posto che merita alla coscienza del malato e non tanto all’obiezione di coscienza dell’operatore sanitario?!

Sono stanco di queste posizioni dogmatiche: papa Leone si è fatto probabilmente trascinare dal successo popolare che sta avendo il suo viaggio in Francia. È peraltro in linea con un petulante e annoso “stare dalla parte del manico pseudo-evangelico”. Forse è ora di darci un taglio. Non ci si deve nascondere dietro i sacrosanti appelli alla pace per far passare enfaticamente posizioni magisteriali di retroguardia così poco umane. Per fortuna c’è il Padre Eterno… e sono certo che anche Maria Vergine starà dalla parte dei disperati e non degli intransigenti moralisti.

L’elogio dell’insicurezza

Il rischio è che questa dichiarazione implicita di stato d’assedio serva a giustificare l’inazione politico-diplomatica, da un lato, e l’iperattivismo militare, dall’altro. Senza voler sottostimare o diluire il senso delle minacce possibili o reali, è certo che la sicurezza oggi si declina in diversi modi. Sicurezza nazionale come difesa dei Paesi in senso classico; preservazione dell’ordine internazionale basato sul diritto e sulle norme condivise; sicurezza climatica; sicurezza energetica; sicurezza alimentare; sicurezza digitale; sicurezza umana; sicurezza sociale.

Dobbiamo soprattutto evitare lo scivolamento lento ma inesorabile delle nostre società, con una crescente percezione di pericoli incombenti, che non sono immaginari, verso una democrazia securitaria, fatta di discorsi marziali e miliziani, di arroccamenti e di ostilità interne ed esterne, invece che verso una sicurezza democratica, fatta di responsabilità, condivisione del rischio, di apertura – tutt’altro che ingenua – e di ricerca di spazi protetti di confronto e di intese possibili.

Più democrazia sostanziale non equivale a meno sicurezza materiale. Al contrario, non si può avere più sicurezza con meno democrazia. E una politica della difesa è tale solo se parte dalla difesa della politica come esercizio di partecipazione e di deliberazione. (“Avvenire” – Pasquale Ferrara)

A livello nazionale ed internazionale siamo condizionati dalla strumentale esigenza di sicurezza: la destra politica se ne fa paladina, la sinistra addirittura ne fa ammenda. Tutti i problemi vengono affrontati in questa chiave disperante ed alienante. È come se una famiglia per sentirsi sicura si chiudesse in casa vedendo negli altri solo potenziali nemici e al proprio interno imponesse rigide regole di convivenza formale a prescindere dai sentimenti e dagli slanci umani, sbarrasse porte e finestre per difendere l’aria da respirare senza accorgersi che l’ossigeno si consuma e, se non si ha il coraggio di aprire, si rischia di fare la morte del topo.

Ci mancava soltanto un pizzico (?) di allarmismo dovuto a fatti e situazioni probabilmente arcinote, messe in circolazione per buttare benzina russa sul fuoco dei rapporti internazionali: siamo belli come il sole, abbiamo il rischio atomico sopra la testa e ci spaventiamo dei droni putiniani di disturbo. Dobbiamo difenderci, non importa come…

Mio padre, in materia di sicurezza, raccontava un episodio vissuto in prima persona: stava alacremente lavorando in tutta tranquillità, da spericolato imbianchino, alla sommità di una lunga scala a pioli, quando senza motivo gli capitò di abbassare lo sguardo e di avvertire che un pezzo di scala non era correttamente incastrato: il momento del brivido, all’acrobata avevano tolto improvvisamente la rete ed il gioco si faceva molto duro.

Raccontò di non avere retto all’impatto psicologico, di essere sceso con insolita e meticolosa prudenza, fischiettando timidamente per alleggerire la tensione, e di avere raggiunto terra con il sudore sulla fronte ed una tremarella insolita nelle gambe. Ma per lui l’aspetto singolare era quello di avere retto la situazione per molto tempo inconsapevolmente, come se niente fosse e di esser crollato psicologicamente non appena reso edotto della situazione abnorme e del precario equilibrio garantito da una scala non correttamente montata. Voleva dire che la paura è un fatto relativo e come tale va evitata e combattuta: buono a dirsi, quanto a riuscirci…

E proprio per vincere la battaglia, dopo aver sistemato la scala, risalì immediatamente e riprese il lavoro regolarmente: guai a restare sui colpi, sarebbe la fine, concludeva tra il serio ed il faceto.

Contro i mulini a vento della paura abbiamo il nazionalismo risorgente che risponde alla perversa logica meramente difensiva, il sovranismo che considera irrinunciabili le proprie regole di convivenza e rifiuta ogni e qualsiasi logica di cooperazione sovranazionale, l’unilateralismo che persegue i propri interessi ristretti ignorando le regole, le alleanze o il diritto internazionale.

E allora il riarmo diventa l’inevitabile ed illusoria risposta: armiamoci per non partire. Difendiamoci dall’immigrato, da chi osa chiedere spazio vitale, da chiunque bussa alle porte per avere arte e parte. L’insicurezza non dipende dagli attacchi esterni ma dalla mancanza di certezze valoriali interne.

Dobbiamo invertire la tendenza: avere il coraggio di metterci in discussione a tutti i livelli, di capire che la giustizia non si persegue difendendo l’ingiustizia e sperando che ci tocchi il meno possibile. Noi stiamo perseguendo la guerra camuffandola da pace dei sepolcri.

Durante il minuto di raccoglimento rispettato in tutte le manifestazioni sportive in memoria di Sandro Mazzola, una parte della curva juventina ha dato le spalle al campo e inneggiato agli scomparsi di parte.  Non scandalizziamoci più di tanto, perché si tratta della plastica rappresentazione della deriva securitaria in cui siamo sprofondati. Niente e nessuno (persino i morti) possono permettersi di disturbare la guerra/quiete. Anche un minuto di silenzio e di raccoglimento fa paura: non sono ammessi ripensamenti.

A livello personale in tutta la mia vita ho fatto sfoggio di insicurezza. Mia sorella Lucia, tra le bonarie critiche che mi rivolgeva, inseriva, in modo caricaturale, la mia tendenza all’ansia: mi definiva simpaticamente “l’eterno preoccupato”.  Con il progredire dell’età questa mia caratteristica si sta accentuando e rischia di passare da sofferto stimolo al miglioramento a pericolosa spinta alla rassegnazione. Forse anch’io cerco sicurezza nella strenua difesa del mio “particulare”?

 

 

 

Volare basso per consentire ai cittadini di vivere in alto

«Vi racconto la vergogna di Niscemi. I fondi per prevenire il dissesto vennero stornati». Parla l’ex prefetto, Isabella Giannola, che nel 1997 era commissario per l’emergenza frana: «In 2-3 anni realizzammo tutte le opere necessarie alla vita del paese. Poi si è evitato di chiedere conto delle proprie responsabilità a chi le aveva, a partire dalla Regione. Anche le demolizioni sono rimaste tutte sulla carta e chi doveva fermare gli abusi edilizi non l’ha fatto». «Dopo la frana del 1997 a Niscemi noi realizzammo tutte le opere necessarie per ripristinare la vita nel paese. Invece non si realizzò l’opera, gestita dalla Regione, per prevenire altri dissesti idrogeologici. E anzi i fondi vennero stornati. Una decisione vergognosa». A denunciare è Isabella Giannola, trenta anni fa prefetto Caltanissetta, che il governo guidato da Romano Prodi nominò commissario straordinario per l’emergenza frana, diversamente dalla scelta attuale di nominare commissario il presidente della Regione. Il prefetto Giannola è una vera donna delle istituzioni. (da “Avvenire” – Antonio Maria Mira)

Leggendo di questa inquietante vicenda di pubblica irresponsabilità ritorno ad una convinzione semplice, ma non semplicistica: i politici investiti di incarichi amministrativi devono smetterla di occuparsi di massimi sistemi, ma si devono dedicare anima e corpo ai problemi concreti della gente e prima di tutto a quelli della salvaguardia dell’ambiente in cui vivono i loro amministrati.

Se è vero che anche l’amministrazione è politica, sarebbe però più che opportuno evitare di politicizzare le candidature locali facendole diventare specchio fedele degli equilibri partitici nazionali, così come di interpretare i risultati elettorali delle consultazioni amministrative quale mero specchio positivo o negativo della salute del governo o delle opposizioni ad esso: i comuni vengono giocati come carte sul tavolo dello scontro tra le forze politiche a livello nazionale, i candidati e gli eletti sono considerati strumenti di propaganda di partito e non espressione genuina e fattiva delle autonomie  e della capacità di affrontare i problemi delle comunità locali.

La gara elettorale per il Comune di Milano si accende in vista del voto previsto per la primavera del 2027, quando scadrà il mandato del sindaco Giuseppe Sala. Il dibattito politico e il “totonomi” sono già aperti tra ipotesi civiche, movimenti emergenti e il confronto all’interno delle grandi coalizioni. (come volevasi dimostrare…)

Sindaci, presidenti di regione, assessori etc. devono smetterla di interpretare le loro funzioni come preludio alla carriera politica, ma devono impegnarsi a servizio dei cittadini loro assegnati. Li sento e li vedo invece dediti a grandi discorsi, a programmi fantasiosi e molto distratti rispetto ai problemi quotidiani della popolazione a partire dalla sua incolumità. Non vorrei che rientrasse in questa logica anche un certo parlare che si fa intorno all’attuale sindaco di Genova, Silvia Salis, riguardo ad una sua candidatura alla guida del campo largo di centro-sinistra in vista delle prossime elezioni politiche e alla fioca luce delle prospettive di cambiamento climatico nel post-referendum. Spero che non la si induca troppo in tentazione e la si liberi dal “male” del salto della quaglia istituzionale.

Infatti prima o dopo arriva il conto da pagare e chi lo paga? Tutti si sono dimenticati a casa il portafoglio, tutti si nascondono dietro un dito, danno la colpa alla mancanza di risorse e alle lungaggini burocratiche. L’intervista succitata dimostra il contrario: spesso i fondi esistono ma li si usa male, mentre la burocrazia diventa un alibi sotto cui seppellire le proprio clamorose responsabilità.

I lavori, che erano finanziati dalla Protezione civile e quindi dal Governo, furono tutti realizzati in 2-3 anni. Opere necessarie alla vita del paese, in particolare del quartiere Sante Croci che è lo stesso colpito dalla frana di oggi: acquedotto, fognature, strade, case popolari. Per uno dei progetti feci ricorso anche a fondi europei e riuscimmo a spenderli tutti, a realizzare l’opera e anche collaudarla. Mi dissero che era la prima volta. Non fu facile, bisognava addestrare i funzionari alle procedure europee, ma lo abbiamo fatto, ci siamo riusciti. Quando si vuole si può. (ancora dall’intervista all’ex prefetto Giannola)

Purtroppo non solo non si fanno i lavori ma si lascia campo aperto all’abusivismo, che è il preludio al disastro ambientale. Nella migliore delle ipotesi trascuratezza, nella peggiore favoritismi vari. Dagli amministratori locali non si pretendono miracoli, ma il massimo della correttezza e dell’impegno.

Anche i risultati dell’ultima tornata di elezioni amministrative ha dimostrato che i cittadini si aspettano competenza, concretezza ed esperienza dagli amministratori locali: da una parte potrebbe sembrare il ripiegamento della politica su schemi meramente pragmatici, dall’altra dovrebbe essere la fuga dalla nebulosità politica che snobba i problemi reali per rifugiarsi nella demagogia d’alto (?) bordo, che nulla ha a che vedere col richiamo alle idealità ed ai valori, ne è anzi una specie di caricatura. È un difetto comune un po’ a tutte le forze politiche, che cercano nel piccolo solo la controprova della giustezza del grande (?). Se la destra se lo può anche permettere, la sinistra assolutamente no a costo di perdere il contatto con la gente, che è indispensabile come l’aria del suo respiro politico.

Mi sia consentita una citazione sulla politica intesa come servizio (il valore su cui basarsi), che quindi deve partire, per dirla con don Tonino Bello, vescovo e profeta, dal tanfo che sale dai sotterranei della storia.

«Perché nasca un nuovo ordine di giustizia e di pace dobbiamo accendere, con quella della pietà, la lampada della politica, intesa come maniera esigente di vivere l’impegno umano e cristiano al servizio degli altri. Una politica sottratta alla lussuria del dominio. Preservata dall’adulterio con i corrotti. Inossidabile alle esposizioni lusingatrici del denaro. Restituita finalmente alla simpatia della gente. E resa oggetto di una reverenza quasi sacerdotale, se è vera l’ardita intuizione di Giorgio La Pira che affermava: “La politica è l’attività religiosa più alta dopo quella dell’unione intima con Dio”» (Rivoluzione nella politica).

Si lascino quindi perdere i voli pindarici che nulla hanno di ideale e valoriale e si torni con estrema umiltà ed operosità laddove viene a mancare la terra sotto i piedi.

Le nuore all’Onu e alla Ue e le suocere in patria

Netanyahu, un uomo solo all’Onu. Parla e in decine se ne vanno. «Siete codardi morali». Il tono di sfida del premier israeliano nel suo discorso all’assemblea delle Nazioni Unite. «Ipocrita chi sta lasciando la sala». Ma il vero pubblico di Netanyahu non era in sala. Erano gli elettori israeliani, chiamati alle urne il 27 ottobre, con sondaggi che danno lo schieramento del premier lontano dall’ottenere la maggioranza. Pesano la collera per il mancato allarme sul 7 ottobre 2023, il rifiuto di istituire una commissione d’inchiesta e l’arruolamento degli ebrei ultraortodossi. Il discorso è stato dunque un comizio elettorale, costruito per arginare il principale rivale, l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot. Non a caso è stato incentrato sulla sicurezza, dopo tre campagne militari, a Gaza, in Libano e in Iran, che hanno avuto esito incerto. Sulla Striscia il premier ha rivendicato il controllo di oltre il 60% del territorio e promesso di disarmare Hamas, senza spiegare come, e ha celebrato il ritorno degli ostaggi, sorvolando sulle decine di rapiti morti in prigionia. (“Avvenire” – Elena Molinari, New York)

 

Intrappolato nel pantano iraniano, il presidente ha giocato in difesa, tessendo un elogio della propria azione politica, in chiave midterm. Dalle consuete «otto paci» raggiunte ai «risultati importanti» nella politica migratoria, dalla «guerra alla droga contro i cartelli messicani» fino al blitz in Venezuela e relativo accordo sul petrolio: «Le spoglie vanno al vincitore», ha detto. Non è mancata una frecciata a Cuba – definito «uno Stato fallito, al collasso, che presto cadrà» –, «la libertà arriverà presto», ha garantito, mentre i delegati dell’Avana lasciavano la sessione in segno di protesta. Quanto alla Groenlandia, ha annunciato uno «storico» patto per la sicurezza – firmato poco dopo – con la premier danese Mette Frederiksen, e il leader della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen. Il testo, in realtà, non offre sostanziali novità rispetto ai precedenti del 1951 e del 2004 che consentivano agli Stati Uniti di ampliare la propria presenza militare nel territorio semi-autonomo. L’unica risiede nel divieto a nazioni non Nato di stabilire basi militari o dispiegare truppe nell’isola nonché di realizzare investimenti nel settore dei minerali critici e delle risorse strategiche. Perfino il dossier Teheran è stato trasformato in un successo retorico: «Devo prendere una grande decisione tra avviare un negoziato con l’Iran per un accordo e il suo annientamento, senza possibilità di sopravvivenza presenza o futura. Ma credo che troveremo un’intesa dopo il voto di medio termine». A conferma di ciò, il presidente ha insistito sul canale di comunicazione costante. «È appena terminato un incontro tra funzionari americani e iraniani – ha raccontato –. È durato tre ore ed è andato bene». In prospettiva midterm, numerosi analisti leggono anche l’impegno per la “deregulation” dell’Intelligenza Artificiale. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

È tipico dei regimi utilizzare il clima di guerra all’esterno per rafforzare il sistema antidemocratico di potere all’interno. Trump e Netanyahu parlano a nuora Onu perché in patria le suocere elettrici intendano. Questa triste realtà induce a due riflessioni di segno diametralmente opposto. È positivo che i due compagni di merende abbiano serie preoccupazioni elettorali: evidentemente americani e israeliani cominciano a dubitare delle proprie paradossali scelte. È negativo che questi padroni del vapore si permettano di insultare l’Onu con le loro scorribande propagandistiche: uno attacca la Corte penale internazionale, facendo peraltro un piacere all’altro, mentre l’altro continua imperterrito a fregarsene altamente delle reiterate decisioni dell’Onu.

 Il gelo tra Israele e l’Onu non è una novità. Lo Stato ebraico affronta da tempo accuse di genocidio e crimini di guerra a Gaza e in Cisgiordania, ha dichiarato il segretario generale António Guterres «persona non grata» e ha ridotto drasticamente l’attività dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, l’Unrwa. Tutte le risoluzioni di condanna vengono respinte da Israele come prova di «pregiudizio». (ancora “Avvenire” – Elena Molinari)

Il pensiero che l’Occidente democratico, di cui l’Italia è sempre stata parte integrante, si basi sull’ignobile connubio fra Trump e Netnyahu fa accapponare la pelle. Mi si dirà: e la Russia? e la Cina? Sto parlando di Occidente democratico ed è un po’ come scoprire che i delinquenti li abbiamo in casa…

Si tratta di un’autentica provocazione all’Europa disunita e balbettante, che non va oltre i coraggiosi distinguo di Sanchez (che viene regolarmente e volgarmente insolentito dai media italiani), le avance attive e passive col Canada (speriamo non si tratti soltanto di un diversivo vonderleyeniano per fare dispetto a Trump) e le parole (sempre meglio del vergognoso silenzio del governo italiano) di Macron all’Onu: “Un anno fa, proprio in quest’Aula, diverse decine di Stati hanno riconosciuto la Palestina. Capisco che alcuni siano molto cinici: l’avete riconosciuta solo sulla carta, dicono, guardate la realtà dei fatti. Ma che valore ha la nostra credibilità se restiamo inattivi di fronte alla situazione a Gaza? Alcuni sostengono che la pace sia stata raggiunta, eppure ciò non ha aperto la strada agli aiuti umanitari. È uno spettacolo vergognoso. Una vergogna per tutti noi. Guardate semplicemente cosa sta accadendo in Cisgiordania, dove giorno dopo giorno assistiamo a violazioni; e in nome di cosa? Hamas non è mai stato molto attivo in Cisgiordania. Ciò che serve è il rispetto dei diritti legittimi del popolo palestinese, del suo legittimo diritto a esistere. Questo è un prerequisito per la sicurezza, oggi e domani, del popolo d’Israele – per la sua sicurezza e per la sua stessa esistenza, alle quali siamo fortemente impegnati. Tuttavia, tutti coloro che sostengono che la sicurezza di Israele richieda la violazione della sovranità di tutti gli Stati confinanti stanno commettendo un errore fatale. Stanno indebolendo la sicurezza di Israele, oggi e per il futuro; stanno minacciando la sicurezza di Israele di fatto”.

Il rilancio, oserei dire la rifondazione della UE, è oltre modo urgente e indispensabile se vogliamo provare a togliere il mondo dalle mani di chi lo sta piegando a schemi e disegni di guerra e di morte.

Il processo di integrazione è fermo e questo determina un blocco delle indispensabili riforme necessarie a dare competitività all’Unione Europea dandole un ruolo negli scenari internazionali e nelle catene del valore che si stanno ridisegnando a seguito delle scelte sconsiderate di alcuni leader mondiali. La scelta del nostro governo di chiudere Schengen per ragioni di presunte difese dei confini e non di tipo sanitario, queste veramente indispensabili, ha introdotto ulteriori elementi che minano l’integrazione europea. Come è un grave errore da parte del Governo bloccare i tentativi di ridurre le materie sottoposte al voto all’unanimità in Consiglio europeo. È proprio il voto all’unanimità che blocca la capacità decisionale dell’Ue e dà spazio al ruolo dei burocrati che, in assenza di decisioni politiche, si muovono all’interno di regole e talvolta di regolette. Sarebbe indispensabile assumere la decisione in Commissione e nel Consiglio europeo di avviare da subito un progetto per la politica industriale comune che darebbe una spinta alla competitività europea. Così come occorrerebbe avere un ministro degli Esteri della Ue, condizione per avviare una politica estera comune; da questo conseguirebbe una difesa comune. Così come sarebbe indispensabile avviare un percorso verso l’obiettivo del debito comune e di titoli del debito comune europeo. (Editoriale della “Gazzetta di Parma” – Opinioni e commenti – Alfredo Alessandrini)

Paradossalmente mi fanno più paura i disfattisti europei e gli alleati (Trump e Netanyahu) dei nemici (Putin), alla faccia dei droni russi indirizzati contro Italia, Francia e Spagna (non sarà per caso un ballon d’essai della Cia?). Per la Cina il discorso è diverso: è la superpotenza di cui mi fido di più… è tutto dire…

 

 

Si semina politica si raccoglie uguaglianza

Ci siamo abituati a pensare alla disuguaglianza estrema come a una caratteristica spiacevole ma inevitabile delle economie moderne, nonché come a un necessario compromesso per ottenere buone performance economiche. Non è né l’una né l’altra cosa. La disuguaglianza è la conseguenza diretta di scelte politiche in materia di tassazione, mercato del lavoro, investimenti pubblici e regole che governano le nostre economie. Negli ultimi decenni molte di queste scelte hanno ridotto il potere del lavoro rispetto al capitale, consentito alle imprese e ai super-ricchi di sfruttare scappatoie fiscali e indebolito gli investimenti pubblici.

(…)

L’Italia resta uno dei Paesi più diseguali d’Europa. La concentrazione della ricchezza al vertice della distribuzione continua ad aumentare, mentre la quota detenuta dalla metà più povera della popolazione è in calo da anni. Il 5% più ricco dei nuclei familiari italiani, titolare di metà della ricchezza nazionale, possiede da solo quasi il 17% di ricchezza in più rispetto a quella detenuta complessivamente dal 90% più povero delle famiglie. (“Avvenire” – Premio Nobel per l’Economia Joseph E. Stiglitz) 

 

Per Norberto Bobbio, il discrimine fondamentale tra destra e sinistra risiede nel diverso atteggiamento nei confronti dell’ideale di eguaglianza.

Ecco i punti chiave del suo pensiero sulla sinistra:

  • La stella polare dell’eguaglianza: Per Bobbio, chi è di sinistra assegna un valore centrale all’eguaglianza e si impegna politicamente per ridurre le diseguaglianze sociali ed economiche tra gli individui, considerandole in gran parte rimovibili (al contrario della destra, che le ritiene ineliminabili o naturali).
  • Non è un’uguaglianza assoluta: La sinistra non pensa che gli uomini siano tutti uguali in ogni aspetto, ma sceglie di agire su ciò che li rende tali, lottando per “rendere più uguali i diseguali”.
  • Una questione morale prima che economica: Essere di sinistra, nella visione bobbiana, nasce spesso da un sentimento di insofferenza e di giustizia morale di fronte alle ingiustizie e alle disparità della società.
  • Il legame con il socialismo liberale: La tradizione politica di riferimento di Bobbio è quella del socialismo liberale: unire gli ideali di emancipazione sociale ed eguaglianza tipici della sinistra con la difesa irrinunciabile delle libertà politiche, dei diritti della persona e della democrazia costituzionale, rifiutando ogni deriva autoritaria o rivoluzionaria violenta.

 

 

Il tracollo della Cdu è anche fortemente e drammaticamente simbolico, perché Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schuman, tre padri nobili dell’Europa unita, erano cristiano democratici ma dei loro partiti è rimasto finora integro solo quello tedesco: la Democrazia cristiana italiana, la “Balena bianca”, si è disfatta ormai oltre 30 anni fa nel mare magnum di Tangentopoli, lasciando dietro di sé un nugolo di “pesciolini” troppo piccoli per incidere oppure praticamente indistinguibili dentro i partiti più ampi in cui sono confluiti; il Movimento repubblicano popolare francese si sciolse già alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso. Lo stesso discorso si potrebbe fare per il forte ridimensionamento, un po’ ovunque nei Paesi europei, delle forze socialdemocratiche (in particolare la Spd tedesca e il Ps francese) e liberaldemocratiche. È il centro politico che sembra sciogliersi, inteso non come metafora dell’immobilismo o della spartizione partitocratica, bensì come luogo del confronto franco tra posizioni differenti alla ricerca di un punto d’incontro per il bene comune, nell’ambito di regole democratiche condivise e nella legittimazione reciproca. È questo che si intende quando si afferma che in democrazia i governi possono essere di destra o di sinistra, ma si governa davvero soltanto dal centro. (“Avvenire” – Danilo Paolini)

 

In estrema sintesi uguaglianza, libertà e solidarietà. Il programma del cosiddetto campo largo del centro-sinistra dovrebbe partire da questi presupposti culturali, storici e politici. Occorre recuperare il senso della politica di sinistra abbinata alla politica del centro di ispirazione cristiana. In Italia doveva essere la logica del partito democratico. Rimane l’imperativo per un rilancio, anche e non solo in chiave elettorale, della proposta progressista alla società italiana con l’occhio attento alla costruzione degli equilibri europei (rilancio dell’Unione Europea) ed internazionali (rilancio del multilateralismo e delle sue istituzioni).

 

 

La sicurezza inizia dalla giustizia sociale

Una cosa che si sta verificando ci deve fare riflettere: il divario fra ricchi e poveri che sta aumentando. In parte è mitigato dal grande cuore di Parma, dall’attività della Caritas, dalla mensa di Padre Lino e di numerose associazioni, ma su questo bisogna lavorare, perché più aumenta il disagio più, inevitabilmente, aumenta la criminalità sul territorio. (Gazzetta di Parma – intervista rilasciata al direttore Claudio Rinaldi dal colonnello dei carabinieri Andrea Pagliaro)

Ho letto, con grande interesse culturale e notevole soddisfazione istituzionale, questa coraggiosa affermazione fatta dal colonnello dei carabinieri Andrea Pagliaro, che lascia il comando provinciale di Parma per andare a Roma, dove dirigerà l’Ufficio logistico del Comando generale.

In poche parole ha messo in discussione che la sicurezza sia soltanto una variabile dipendente dall’efficienza delle forze dell’ordine, dalla severità delle pene per i criminali, dalla presenza degli immigrati clandestini: la narrazione che va per la maggiore a livello governativo e dei partiti che hanno fatto della sicurezza dei cittadini il totem politico e l’argomento fondamentale per ottenere il consenso a livello elettorale.

L’invito alla riflessione proveniente da una fonte autorevole e competente cambia il taglio sbrigativo con cui si affronta questo delicato argomento, beffeggiando spesso chi tenta di contestualizzarlo nel discorso della giustizia sociale. È buonista chi osa far presente che la delinquenza e la criminalità dipendono anche e soprattutto da come è impostata, strutturata e gestita la società.

I cittadini hanno diritto a vivere serenamente, ma ciò non dipende dal pugno di ferro del legislatore, delle forze dell’ordine, dei magistrati, dei carcerieri, dalla filiera punitiva, ma anche da chi a tutti i livelli deve migliorare gli assetti societari per quanto riguarda la giustizia sociale, l’educazione scolastica, le possibilità e le condizioni di lavoro, l’equità fiscale, etc. etc.

Non si può infatti pensare che il carcere sia lo strumento fondamentale per combattere la delinquenza e rasserenare quanti vivono furi dal carcere. Se chi scomoda la sociologia è considerato buonista, chi brandisce il codice penale a furor di popolo è cattivista. Se il dibattito si chiude in questo manicheismo da strapazzo, non ci sto o meglio mi schiero, se è necessario, dalla parte dei buonisti, perché sono sicuro che, anche socialmente parlando, è meglio prevenire che combattere e che la giustizia penale viene dopo quella sociale.

Pressapochismo razzista o razzismo pressapochista

Il governo guidato da Giorgia Meloni sta definendo un decreto-legge volto a introdurre un tetto massimo del 30% per gli studenti stranieri in ogni classe, con l’obiettivo dichiarato di evitare la formazione di quelle che la maggioranza definisce “classi ghetto”. Secondo l’agenzia ANSA e le dichiarazioni dei membri del governo, la misura serve a garantire che la popolazione scolastica straniera non si isoli, favorendo contesti in cui sia possibile una reale e inclusiva integrazione basata sulla conoscenza della lingua italiana.

Sarò prevenuto contro l’attuale governo, ma questa disposizione non mi convince affatto: i ghetti non si evitano predicando bene e razzolando male. Innanzitutto non credo che il pericolo dei ghetti si possa evitare imponendo dei limiti alla presenza in classe degli studenti stranieri. Se i ghetti si formano è perché le famiglie dei bambini bianchi e ricchi scappano verso scuole chic, lasciando alle famiglie dei ragazzi neri e poveri le scuole di periferia sociale.

In secondo luogo non vedo come possa essere raggiunto l’obiettivo previsto dalla legge del 30% se non ledendo i diritti di scelta scolastica delle famiglie, spostando i bambini come bussolotti da assortire al meglio.

Due gaffe che si sovrappongono: una etica e una organizzativa. Alla discriminazione razziale malcelata da volontà anti-ghetto si aggiunge un consolidato pressapochismo etico ed organizzativo. Le reazioni non si sono fatte attendere.

La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di emigrati. La scuola prepara tutti – ‘è aperta a tutti’: così dispone l’art. 34 della Costituzione. Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale”. Queste le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’inaugurazione dell’anno scolastico ad Amatrice, presso l’Istituto omnicomprensivo “Sergio Marchionne”, costruito nella frazione di San Cipriano dopo che il sisma aveva distrutto lo storico plesso Romolo Capranica.

 

Sono intervenuti anche la Chiesa cattolica e gli operatori impegnati nel mondo della scuola, come puntualmente registrato dal quotidiano “Avvenire”.

 

Un ruolo decisivo viene svolto dalla scuola che il cardinale Zuppi definisce «un cantiere decisivo del nostro futuro comune» e una comunità a «generare fiducia, passione e responsabilità». Una sfida è quella delle «disuguaglianze educative». «Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace», sottolinea il cardinale arcivescovo di Bologna mentre una parte della politica propone classi separate o “contingentamenti” in base alla nazionalità.

 

«A Milano il rischio delle “classi ghetto” esiste. Ma è un problema che nasce più dalla “fuga dei bianchi” più ricchi, che lasciano le scuole di periferia sole e povere», spiega Marta Berti, responsabile del progetto SCooP, che opera contro la segregazione scolastica.

 

Ma la propaganda non finisce con le classi ghetto, prosegue col divieto di burqa e niqab in classe, aggiunto al decreto-legge proposto da Meloni (la ciliegina sulla torta): le perplessità di chi opera nelle scuole al momento sono poche. Il velo integrale, secondo una rilevazione di Tecnica della scuola, è indossato da una studentessa su 660 in Italia. Il problema non esiste e serve soltanto a lisciare il pelo a salviniani e vannacciani.

In teoria mancherebbe un anno alle prossime elezioni politiche. Saremo costretti per un anno ad assistere a queste vergognose manfrine propagandistiche? Molto meglio andare al voto subito: il caos programmatico che regna negli schieramenti politici sta compromettendo ulteriormente la situazione del Paese.

La scadenza naturale della XIX legislatura è fissata per il 13 ottobre 2027, ma l’orizzonte politico è legato al 14 aprile 2027, data in cui i parlamentari al primo mandato matureranno il diritto alla pensione. Fino alla prossima primavera inoltrata non andremo quindi al voto, eventuali imboscate parlamentari sono rinviate. Tutto il mal non vien per nuocere: l’egoistica soddisfazione dei parlamentari consentirebbe almeno di accorciare il tratto finale di una legislatura da dimenticare.

 

 

 

 

In guerra, ma solo un pochettino

L’Italia partecipa alla Baltic Air Policing (Bap), un’attività di monitoraggio dei cieli dei Paesi Baltici compiuta dalla Nato. La Bap è attiva dal 2004 e, spiega il ministero della Difesa italiano, ha «lo scopo di dimostrare la determinazione collettiva degli Alleati nel mantenere una postura di natura difensiva, solida e compatta, a deterrenza di potenziali minacce alla sicurezza dell’area regionale di competenza». Il centro di comando è a Uedem, in Germania, a sua volta sotto la supervisione della base di Ramstein, sempre in Germania. Dal 31 luglio, con la task force Baltic Thunder III, l’Italia ha poi preso la guida della missione. Per quattro mesi, proprio dalla base aerea di Šiauliai, l’Aeronautica Militare si è impegnata a garantire la sorveglianza dello spazio aereo di Estonia, Lettonia e Lituania. Questo perché i tre Paesi baltici non sono in grado di garantire da sé la sorveglianza e la difesa del proprio spazio aereo, che rappresenta peraltro parte del fianco Est della Nato. Dal 2026, l’impegno è aumentato: l’Air Policing è diventato una vera e propria Air Defence, in risposta alle crescenti minacce percepite dalla Russia.

L’Italia è peraltro la prima “contribuente” alla Bap, in quanto dal 2015 conta 10 dispiegamenti: oltre ai decolli rapidi in caso di pericolo (gli scramble), si occupa anche dell’addestramento degli equipaggi, mantenendoli così pronti all’azione rapida. Oltre ai Baltici, gli aerei militari italiani sono impegnati anche a difendere lo spazio Nato in Islanda, Romania, Bulgaria, Polonia, Albania, Slovenia e Montenegro.   

E perché in Arabia

Da marzo di quest’anno, la Difesa italiana ha schierato anche l’Aeronautica Militare a Tàif (Task Force Air Arabia). La base si trova a circa 70 chilometri dalla Mecca, città santa per i musulmani: l’impegno italiano in questo caso serve ad aiutare Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Riad in particolare è tra i nostri principali fornitori di petrolio. Pensata in ottica anti-Iran, negli ultimi giorni la base è stata più volte al centro di allarmi e attacchi legati alla nuova escalation tra Arabia Saudita e Houthi, movimento sciita filo-iraniano che agisce in Yemen. Sulla base sono presenti quattro caccia Eurofighter italiani, coordinati da un sistema di analisi dati gestito dall’Intelligenza artificiale (Gulfstream Caew). Il contingente italiano nell’area è costituito invece da 400 militari dell’Aeronautica Militare, schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Secondo alcuni quotidiani (Il Giornale e Repubblica) in Arabia l’Italia schiererebbe anche una batteria Samp-T, progettata per abbattere i missili balistici fino a 150 chilometri.

L’impegno nel mar Rosso

L’Italia è anche impegnata con la sua marina militare anche nella missione Aspides (Scudi in greco) istituita dall’Unione europea per garantire la libera navigazione tra mar Rosso, golfo di Aden e golfo Persico. Giovedì, il ministro Crosetto ha spiegato che l’Italia è pronta a decidere autonomamente di scortare i mercantili del nostro Paese nello stretto di Bab el-Mandeb (in Mar Rosso), di nuovo nel mirino delle milizie yemenite Houthi. Tutto questo, ha proseguito Crosetto, d’accordo con il capo di Stato maggiore e senza «aspettare che sia Aspides a stabilire se le navi possono passare o meno». L’Italia è l’unico Paese assieme alla Grecia ad aver impiegato una propria fregata (la Bergamini) nella missione: attualmente è ferma nel porto di Gibuti mentre una decina i mercantili con bandiera o armatore italiano chiedono la scorta per poter passare da Bab el Mandeb, come del resto fanno dall’inizio dell’estate oltre 1.200 navi al mese (+28% rispetto all’estate 2025 ma con volumi di traffico inferiori del 39% rispetto ai livelli precrisi). Senza la bandiera Ue di Aspides, la fregata italiana potrebbe così sfilarsi temporaneamente da ogni direttiva. (“Avvenire” – Gianluca Carini)

 Al termine della lettura di questo articolo devo ammettere di non averci capito niente. Non m’intendo di questioni militari, sono allergico ai teatri bellici, ma vorrei avere la certezza che l’Italia non stia correndo il rischio di essere coinvolta nella guerra a pezzi. Ho soltanto l’impressione che si stia scherzando col fuoco: è un attimo finire nella bolgia bellica pur con tutti i distinguo diplomatici e geopolitici.

Non mi sento tranquillo nonostante le rassicurazioni governative. Innanzitutto occorrerebbe fare un po’ di chiarezza nelle sedi istituzionali competenti, in particolare mi permetto di fidarmi soltanto del Presidente Mattarella e quindi desidererei che fosse lui a rassicurare gli italiani.

Capisco che esistano i segreti militari, la ragion di Stato, lo spionaggio a livello internazionale, le alleanze da onorare, però alla fine dei conti mi pongo una domanda: l’Italia si sta muovendo nel solco del dettato costituzionale o sta aggirandolo per inconfessabili motivi?

Da cittadino italiano credo di avere diritto a risposte precise: non mi bastano le “pesciolate” in barile di Crosetto e Tajani. A livello mediorientale la politica estera italiana si è sempre distinta per sano pragmatismo incarnato dai partiti al governo nella prima repubblica e ciò fino ad ora ci ha risparmiato seri guai terroristici. Il recente segnale distensivo degli Houthi all’Italia credo ne sia la riprova.  È ancora così o ci stiamo impegolando nel labirinto più totale?

La situazione è di una delicatezza estrema e temo che il governo italiano possa comportarsi come l’elefante nel negozio di cristalleria: vedo troppi personaggi inadeguati, inesperti e inaffidabili. Sul terreno bellico non si scherza, mentre forse troppa gente ci sta scherzando sopra. Non mi fido delle Forze Armate, non mi fido del Governo, non mi fido nemmeno del Parlamento: ho fiducia in Mattarella! Occorrerebbe che dicesse almeno di avere la situazione sotto controllo e che lo dimostrasse nei fatti. Chiedo troppo?

Il campo bisbetico da domare

E proprio nel campo largo infuria la discussione: sulle primarie e sul programma. A proposito del programma, sono diversi i punti sui quali Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, Renzi e Magi dovranno trovare la quadra:

Temi / Partiti PD M5S AVS IV +E
armi all’Ucraina SÌ NO NO SÌ SÌ
aumento spesa militare è complicato NO NO SÌ SÌ
patrimoniale SÌ (europea) NO SÌ NO NO
salario minimo SÌ SÌ SÌ NO SÌ
alta velocità SÌ NO NO SÌ nd
ponte sullo Stretto NO NO NO SÌ è complicato
termovalorizzatori è complicato NO NO SÌ SÌ
nucleare NO NO NO SÌ SÌ
cittadinanza dopo 5 anni SÌ è complicato SÌ SÌ SÌ
autonomia differenziata NO NO NO NO NO

 

((Sondaggi ANSA – Mauro Di Gregorio)

 

I sondaggi elettorali (ammesso e non concesso che rispecchino la realtà dei consensi) danno una larga prevalenza al centro-destra comprendente Futuro Nazionale di Vannacci, mentre, qualora Vannacci si presentasse con lista autonoma fuori coalizione, il centro-destra perderebbe terreno al punto da consentire la vittoria al campo largo di centro-sinistra.

Io credo che il centrodestra vincerà, e vincerà le elezioni senza Vannacci per un’unica ragione: ha governato per cinque anni e ha governato bene”. Lo ha detto Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati.

Se lo dice lui?! Il catto-coccodrillone dall’alto del suo 1%?!

Non si sa quando si terranno le elezioni politiche, ma comunque, Maurizio Lupi permettendo, sembra questo lo scenario: il centro-destra non è sufficientemente spostato a destra e soffre la concorrenza spietata di un partito che raccoglie scontenti, qualunquisti, nostalgici, raschiando il fondo delle fogne dove il fascismo sembrava storicamente relegato.

Viene spontanea una domanda dietrologica: chi c’è dietro questo generale in pensione, che incanta una notevole fascia di italiani? Qualcuno azzarda un peloso appoggio russo, qualcun altro una trumpiana strizzata d’occhio (magari un bel connubio internazionale a sostegno di una prospettica autarchia italiana), qualcuno resta a livello nazionale e pensa alla solita massoneria, a certe forze economiche (Cernobbio docet?), ad alcune frange delle Forze Armate, a tutti coloro che sono pronti da sempre a pescare nel torbido pur di condizionare o addirittura ribaltare le istituzioni democratiche. A questa gentaglia evidentemente non basta una neofascista in libera uscita, meglio un fascista dichiarato (cagato e sputato si diceva volgarmente!).

La storia insegna che queste avanguardie hanno un peso notevole e possono trascinare nel baratro la vita politica. Non so quale possa essere il “contentone” per inglobare Vannacci: non credo che si accontenterà molto facilmente. Forse sarà la spada di Damocle sul centro-destra, prima, durante e dopo le elezioni.

Mi interessa molto di più il centro-sinistra anche perché non credo che questa coalizione possa limitarsi a sbandierare lo spauracchio della destra per vincere le elezioni, presentandosi senza uno straccio di programma e di leadership. Infatti, se per caso, così facendo, dovesse comunque perdere la competizione elettorale, uscirebbe becco (tradito dal potenziale suo elettorato) e bastonato (senza identità e senza l’onore delle armi socio-culturali); se uscisse invece vincente, sarebbe la vittoria di Pirro (senza un vero programma elettorale e senza una vera squadra di governo).

Mi ha impressionato lo schema del campo largo di cui sopra: in buona sostanza le divergenze politico-programmatiche sono piuttosto gravi e sostanziali, tali da richiedere un difficilissimo lavoro di cucitura. Niente di strano, la politica è fatta di mediazione, di sintesi, di compromesso, ma il tutto deve avvenire ai livelli più alti e ciò si può ottenere con l’azione di almeno un personaggio di notevole livello e carisma che funzioni da catalizzatore, ammesso e non concesso che i diversi partiti e i loro deboli leader si lascino catalizzare.

Non vedo sulla scena un simile attore e peraltro non vedo nemmeno i vari personaggi del campo largo umilmente alla ricerca di un autore o di un regista. Mi sembra al contrario che tutti cerchino di accentuare le differenze in clima di elezioni primarie in cui sfruttare le opzioni popolari anziché interpretarle e rappresentarle con un respiro politico unitario. Su questa insensata tattica si sta intestardendo il M5S: questa non è chiarezza è populismo, non è confronto politico è prevaricazione.

Venti punti per scalare il campo largo e presentarsi al tavolo della coalizione con proposte dirompenti. Dalla cannabis al fine vita, dal salario minimo al voto ai sedicenni. Ma è soprattutto la politica estera che rischia di far saltare il banco nel campo largo, con il no esplicito al Rearm Eu e al 5% del Pil per le spese militari, e quello, più sfumato almeno nella formulazione, sulle armi a Kiev. Giuseppe Conte affila le lame in attesa che la base del M5s voti il programma venuto fuori da Nova, il processo di raccolta e sintesi delle proposte dell’elettorato grillino (o ex tale), rigorosamente «dal basso». Dopodiché l’ex premier avrà l’investitura tanto attesa per andare a trattare con gli alleati. (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

Le elezioni primarie, senza il propedeutico lavoro di cucitura programmatica di cui sopra e senza veri leader in campo, rischiano di essere un bagno di sangue o quanto meno di costituire una pessima preparazione al voto vero e proprio.

Riusciranno i nostri piccoli eroi a capirlo? A fare un passo indietro come fanno gli atleti quando prendono la rincorsa per gareggiare al meglio? Ho seri dubbi.  Non voglio gufare o fare il menagramo. Spero di non dover andare alle urne con il naso turato o addirittura di dovermene stare a casa.