Retroscena bellico senza siparietti

Giorgia Meloni, in questa fase, ha tutto l’interesse, anche in chiave interna, a non mostrarsi più troppo accondiscendente verso lo “scomodo” alleato. Da qui la precisazione, con l’aggiunta che la leader di FdI ha sottolineato l’importanza di quel «principio dell’unità dell’Occidente che è assolutamente necessario in questa fase di grandi crisi internazionali» e che sta a cuore a entrambi. La presidente del Consiglio avrebbe ricordato a Trump di aver detto certe cose, nel recente passato, perché non condivideva alcune prese di posizione del presidente Usa (il riferimento è all’impegno europeo, e anche italiano, che Trump avrebbe voluto da subito per Hormuz dopo aver avviato la guerra agli ayatollah iraniani senza consultarsi con gli alleati storici). Punto e basta. Non per questo adesso chiede «segnali comunicativi» da parte trumpiana, per attestare una ritrovata distensione. Quelle distanze ci sono state e restano, ma l’alleanza storica non si discute e il confronto ora proseguirà. (“Avvenire” – Eugenio Fatigante)

Osservando le immagini televisive provenienti dal G7, tenutosi in Francia ad Evian, ho avuto la sensazione che si stesse svolgendo un rito mediatico lontano mille miglia dagli enormi e drammatici problemi sul tappeto: ognuno dei partecipanti sembrava recitare con imbarazzo una parte prestabilita, il clima appariva molto formale senza i soliti siparietti, la scena era tale da far emergere la distanza abissale fra il mondo e chi lo dovrebbe governare.  7 personaggi (anzi 9 inclusi i due leader Ue) in cerca d’autore. L’unico ispiratore plausibile e non più inconfessabile è la guerra.

Fra questi una Giorgia Meloni, complice la sua incolpevole bassa statura fisica, in versione scolaretta più o meno scodinzolante intorno a improvvisati insegnanti del nulla: tutti con i loro problemi interni alla rassegnata ricerca di una boccata d’ossigeno o, per meglio dire, con la loro bomboletta personale a cui attingere per continuare a respirare. Diciamola tutta: una pena! La nitida fotografia della inettitudine politica che si lascia travolgere dagli avvenimenti sfuggenti ad ogni e qualsiasi controllo: un’agenda dettata dal tecno-capitalismo imperante e belligerante.

La nostra imbarazzata ed imbarazzante premier ha capito di non potere svolgere alcun ruolo protagonistico di ponte far Europa e Usa e allora ha ripiegato sul mero storico massimo sistema occidentale fatto di alleanze ormai impossibili. D’altra parte in questi giorni tutti i suoi adepti politici e mediatici hanno cantato così: vuolsi così colà dove NON si puote ciò che si vuole.

È stata scoperta con enorme ritardo l’acqua calda, vale a dire che la tregua fra Russia e Ucraina dovrà vedere un tavolo di trattativa in cui le carte le daranno America e Russia, mentre Ucraina e Ue staranno a guardare.

Quanto al Medio Oriente la Ue si candida a sminare lo stretto di Hormuz Iran permettendo, dopo che i patti li faranno i Paesi arabi in nome e per conto di Trump a Netanyahu piacendo. Con tanti saluti e baci al multilateralismo, al diritto internazionale e ad eventuali conferenze internazionali per la pace come da interessantissima e agibile proposta di cui sotto.

Tuttavia, una iniziativa negoziale dell’Europa va sollecitata senza esitazioni, pur partendo da condizioni chiare: un immediato cessate il fuoco, per poi affrontare in un quadro multilaterale e con tutti i tempi necessari le questioni più controverse, quali lo status dei territori occupati ‒ anche acquisendo se del caso pareri giuridici della Corte internazionale di giustizia ‒ le garanzie di sicurezza richieste dall’Ucraina, nonché i futuri equilibri della sicurezza europea. Si tratta di un percorso complesso, ma che non va escluso a priori, restituendo alla diplomazia il ruolo che le compete in luogo della sola minaccia delle armi. L’Europa, per storia, cultura e responsabilità, può e deve assumere un ruolo propulsivo: il continente che nel Novecento ha conosciuto le tragedie più devastanti della modernità, dopo la Seconda guerra mondiale, ha saputo trasformare antiche rivalità in un progetto di cooperazione senza precedenti.  Oggi l’umanità intera ha bisogno di un gesto radicale: una Conferenza internazionale per la pace che oltre a un negoziato fra potenze rappresenti una ricostruzione dell’anima dei popoli. In concreto, una Conferenza per la pace può nascere da una iniziativa congiunta dei Capi di Stato e di Governo europei che poi si estenda ai Paesi del Mediterraneo, cerniera tra Nord e Sud del mondo, e farsi proposta globale coinvolgendo gli altri continenti nel contesto delle Nazioni Unite. Potrebbe sfociare così nella redazione di una Carta della Pace, documento simbolico e operativo al tempo stesso, che raccolga principi e impegni concreti: il cessate il fuoco e l’avvio di negoziati immediati per tutti i conflitti, il divieto dell’aggressione, il disarmo progressivo e la contro-proliferazione nucleare, la diplomazia preventiva, la cooperazione per lo sviluppo sostenibile, la protezione dei civili e dei migranti. (“Avvenire” – Maurizio Delli Santi, Membro dell’International Law Association)

Il religioso strabismo bellico divergente

Fuoco sulla Dormizione di Kiev. La guerra colpisce l’anima di un popolo. La distruzione di uno dei luoghi più cari all’ortodossia ucraina diventa il segno di una violenza che va oltre i danni materiali. Fumo e fiamme si alzano dalla Cattedrale della Dormizione nel complesso ortodosso del Monastero delle Grotte di Kiev, in seguito a un attacco missilistico russo sulla capitale ucraina. Un grande fuoco ha illuminato il cielo di Kiev nel fragore delle bombe, domenica notte. Questa volta, davvero un colpo al cuore della città e dell’Ucraina.  La cattedrale della Dormizione del monastero di Kyiv-Pechersk Lavra, uno dei massimi templi del cristianesimo ortodosso, è stata colpita con una precisione che si direbbe scientifica. Il tetto e parte della navata in fiamme, fiamme alte, visibili dall’intera città. Che nel fragore sinistro delle pale dei droni, al buio, senza elettricità, nel soccorso ai feriti, nel conto tragico di 11 morti, apprendeva: la Dormizione colpita, il tempio dedicato al “sonno” di Maria prima dell’Assunzione al cielo. Il fuoco su quel sonno, su quel luogo di silenzio. (“Avvenire” – Marina Corradi)

Vorrei tanto sapere cosa prova in coscienza e cosa dice il chierichetto di Putin, l’arcivescovo ortodosso russo, sedicesimo Patriarca di Mosca e di tutte le Russie e capo della Chiesa ortodossa russa, che sostiene apertamente l’invasione russa, definendola una “guerra giusta” e una “battaglia metafisica” per difendere i valori tradizionali cristiani contro il secolarismo occidentale e il “mondo del consumo eccessivo”.

 

I dati aggiornati al mese di giugno 2026 indicano che i conflitti a Gaza e in Libano hanno causato decine di migliaia di vittime, con un impatto devastante sulla popolazione civile, sulle infrastrutture e sul sistema sanitario, come documentato dai rispettivi Ministeri della Salute e dalle Nazioni Unite.

Striscia di Gaza. Vittime: Oltre 73.000 palestinesi uccisi e circa 173.000 feriti, secondo i dati del Gaza Health Ministry (GHM).] Perdite Israeliane: Dall’inizio del conflitto, si contano 1.195 morti (per il 70% civili) provocati dagli attacchi di Hamas, oltre a vittime tra le forze militari IDF. Contesto Umanitario: Molte agenzie, tra cui le Nazioni Unite, ritengono che le cifre ufficiali siano fortemente sottostimate. Il rapporto delle Nazioni Unite (OHCHR) stima che circa il 70% delle vittime nei complessi residenziali sia costituito da donne e minori.

Libano. Vittime: Il Ministero della Salute Pubblica libanese (MoPH) ha registrato oltre 3.780 morti e circa 11.699 feriti. Sfollati: Le ostilità hanno causato lo sfollamento di oltre 1 milione di persone all’interno del Paese. Danni Sanitari: Il sistema medico ha subìto enormi pressioni con centinaia di operatori sanitari rimasti uccisi o feriti e quasi 200 strutture sanitarie danneggiate o distrutte nel corso dei bombardamenti.

Vorrei tanto sapere cosa provano in coscienza e cosa dicono i capi religiosi ebrei, che sostengono a spada tratta il governo di Netanyahu e sembrano addirittura ricattarlo sulla persistenza delle guerre in atto, non ammettendo ripensamenti e tentennamenti nei massacri in corso d’opera.

 

I dati più recenti sul conflitto in Medio Oriente indicano che la guerra ha causato la morte di oltre 3.600 persone in Iran. Il tragico bilancio comprende 1.701 civili, 1.221 militari e centinaia di persone non ancora identificate, oltre a decine di migliaia di feriti. Il conflitto ha provocato pesanti ripercussioni sulla popolazione e sulle infrastrutture. Vittime civili: I raid aerei hanno colpito anche aree residenziali e istituti scolastici. Tra le vittime si contano centinaia di minori, inclusi oltre 180 bambini uccisi in varie località. Perdite militari e governative: Si registrano numerosi decessi tra gli alti funzionari della sicurezza e del Ministero della Difesa. Profughi e sfollati: La crisi umanitaria ha generato milioni di sfollati all’interno della regione.

Vorrei tanto sapere cosa provano in coscienza e cosa dicono i tanti cattolici e protestanti americani che hanno votato per Donald Trump e lo appoggiano in modo più o meno clamoroso, talora con veri e propri riti propiziatori.

E queste sarebbero guerre giuste? La posizione della Chiesa cattolica sulla guerra ha subito un’evoluzione storica, passando dall’antica teoria della “guerra giusta” a un netto rifiuto della violenza bellica. Papa Leone XIV, ad esempio, nell’enciclica Magnifica Humanitas, ha superato questa dottrina tradizionale dichiarando che, nell’era moderna e nucleare, non esistono più “guerre giuste”. Meno male…

«È la croce che porto per godere dei sacramenti. Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati, e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa» (don Lorenzo Milani e i rapporti con la Chiesa).

Don Lorenzo Milani aveva molta dimestichezza con l’obiezione di coscienza in materia bellica, ma persino la sua sofferta condivisibile opzione non reggerebbe più qualora la Chiesa cattolica giustificasse oggi le guerre con la sfrontatezza degli Ebrei e/o con l’impudenza degli Ortodossi. Per non parlare dell’Islam…

 

La volubilità dei lupi e l’opportunismo dei conigli

I bene informati della geopolitica sostengono, come descrive Giorgio Ferrari su “Avvenire”, che lo stato dei rapporti fra Trump e Netanyahu sia così sintetizzabile: in vista delle rispettive scadenze elettorali Trump ha bisogno di pace mentre Netanyahu ha bisogno di guerra.

Tel Aviv e Washington perseguono platealmente obiettivi diversi che conducono tuttavia a un percorso comune: Netanyahu necessita di uno stato di guerra permanente per garantirsi in autunno la rielezione, soffiando e avallando ogni sussulto della destra religiosa, soprattutto quella del nord di Israele, dove il risentimento nei confronti del governo «per non aver finito il lavoro in Libano» è molto alto. A sfidare Netanyahu sarà l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar, che nei sondaggi guadagna un 38% di consensi e supera “Bibi” di tre punti.

Anche The Donald ha una scadenza elettorale, quella del 3 novembre, quando si terranno le elezioni di medio termine. Elezioni che rischia di perdere clamorosamente, avendo toccato ormai il punto più basso della propria popolarità. Ma a differenza di Netanyahu, che gioca la sua partita grazie al caos, Trump ha bisogno della pace. Non a caso, la speranza di una risoluzione del conflitto ha immediatamente fatto crollare i prezzi del petrolio, con il Brent del Mare del Nord in calo dell’1,11% a 89,37 dollari al barile, con un rimbalzo rassicurante anche sui mercati asiatici: l’indice Nikkei di Tokyo in rialzo di quasi il 4% e il Kospi di Seul in forte crescita di oltre il 7%. Del resto Trump era stato preavvertito nei giorni scorsi dal “Wall Street Journal” e dalle grandi conglomerate: «Esci al più presto dal pantano mediorientale, perché è una guerra che non puoi vincere e che fa male ai mercati» (ad eccezione di quello degli armamenti, che pure ha vigorosa voce in capitolo).

«Stai attento o presto ti ritroverai da solo», ha detto Trump al suo partner in war. Che gli ha risposto con garbo velato di veleno: «Tu sei il più grande amico di Israele». Risultato: sulla East Coast sono convinti che l’amico israeliano tenga al laccio (ci sarebbe un’espressione più colorita, ma la evitiamo) il presidente, in virtù di chissà quali inconfessi segreti. Sulle rive del Giordano la destra israeliana è convinta a sua volta che Trump impedisca sistematicamente a Netanyahu di compiere il suo dovere di difensore della patria. Per questo i due si scambiano punture di spillo e sordi mugugni come due compari. Che oltre a intendersi, si spiano con accanimento: «I servizi segreti di entrambi – rivelava una fonte anonima al “Washington Post” – da mesi non fanno altro».

 

Mentre il percorso guerrafondaio di Netanyahu appare coerente e in linea con la storia, che ha sempre visto lo scatenamento delle guerre per conquistare e/o consolidare il consenso all’interno del Paese, quello di Trump risulta precario, schizofrenico e contraddittorio.

Entrambi i leader contano comunque su consensi piuttosto traballanti, poggiati, in modo oserei dire blasfemo, su opinioni di provenienza religiosa: da una parte l’integralismo dell’establishment ebreo, dall’altra parte l’opportunismo di buona parte del popolo catto-protestante. Con tanti saluti alla laicità dello Stato e alle spinte pacifiche provenienti dalle religioni. In Israele la religione è funzionale alla guerra e viceversa, negli Usa la religione accetta la guerra fino ad un certo punto cioè fintanto che non tocca il portafoglio (il Vangelo è un optional…).

Con le arie che tirano siamo ridotti a fare il tifo per Trump: chissà che non chiuda la guerra con l’Iran e magari aiuti la tregua in Ucraina (qualcuno sostiene autorevolmente che Putin per interrompere le ostilità non aspetti che il placet trumpiano…). Da queste tregue armate non c’è da aspettarsi molto se non un armato rinvio della vera pace a data da destinarsi (ciò che sta avvenendo a Gazane ne è la dimostrazione).

Non vorrei essere pedante, ma all’Europa sta bene così?

A un anno dalla cosiddetta guerra dei dodici giorni, e con una nuova guerra all’Iran ancora in corso, il quadro internazionale appare ancora più instabile e frammentato. Nel suo ultimo libro, “Contro gli imperi”, Emanuele Parsi legge le attuali crisi, compresa quella in Medio Oriente, come manifestazioni di una stessa deriva: l’abbandono del diritto internazionale e dell’ordine liberale, con il ritorno della politica di potenza. In questa intervista il politologo analizza il mutamento del ruolo degli Stati Uniti, critica l’illusione che la forza possa garantire ordine e sicurezza e richiama l’Europa alla necessità di difendere concretamente i principi che hanno reso possibile la sua libertà e prosperità. (da “MicroMega”)

A livello europeo ogni tanto spunta un opportunistico rigurgito di vitalità. Ecco cosa sostiene ultimamente la nostra presidente del Con(s)iglio.

Giorgia Meloni ha proposto la nomina di un inviato speciale dell’Unione Europea per gestire i negoziati con la Russia. La premier sostiene che l’Europa non debba avere “cecità diplomatica”, ma che il dialogo debba avvenire in modo unitario per evitare iniziative frammentate dei singoli stati che avvantaggerebbero Mosca. La proposta prevede l’identificazione di una figura autorevole e condivisa, evitando tavoli ristretti o formati variabili che escluderebbero alcuni paesi membri. La sua linea è stata ribadita in vista del Consiglio Europeo, sottolineando che il sostegno a Kiev e le pressioni sulla Russia devono proseguire, ma accompagnati da una visione diplomatica coordinata dell’Ue. (“La Repubblica”)

Qualcuno dirà meglio tardi che mai. Siamo in ritardo di almeno dodici anni, è infatti dal 2014 che la situazione russo-ucraina è esplosiva. Ci siamo voltati dall’altra parte e poi ci siamo schierati da una parte. Adesso proviamo a fare ricorso alla diplomazia? Non so se Meloni stia cercando di salvarsi in corner (contro il protagonismo dei suoi interlocutori Ue) o stia finendo per buttare la palla in tribuna. Forse anche lei sta aspettando, di rimessa, le prossime elezioni. Certo la lungimiranza non è il mestiere suo né dei suoi partner europei.

Un mio simpatico ma impreparato compagno di classe alla precisa domanda del professore su verso cosa guardasse un personaggio della Divina Commedia (non ricordo quale), rispose: “Verso grandi orizzonti…”. “Sì, ribatté l’insegnante, verso orizzonti di non studiare…vai al posto!”. Ma anch’io non fui da meno e durante un compito in classe di storia, mi trovai alle prese con un preciso quesito: cosa pensa Dante Alighieri di Federico Secondo? Non ci saltavo fuori e bisbigliai una richiesta di aiuto ad un compagno posizionato vicino al mio banco, il quale ritenendosi controllato a vista, non poté far altro che suggerirmi un generico “pensa bene” su cui lavorai vergognosamente di fantasia.

 

 

 

Un antifascismo talmente leggero da rivalutare il fascismo

La destra diserta l’aula nel giorno in cui la Camera commemora Giacomo Matteotti. E non è un bel vedere. Specie all’indomani delle rivelazioni sulle chat antisemite di un gruppo di militanti trentini di FdI. Un combinato disposto che non sfugge alle opposizioni, che ovviamente ne approfittano. L’istantanea postata dal dem Arturo Scotto durante la cerimonia di Montecitorio è inequivocabile. Le presenze sul lato destro dell’emiciclo si contano su una mano. Mentre il dem Andrea Casu, tra i sospesi per la vicenda dell’occupazione della sala stampa di Montecitorio contro la conferenza di Casapound sulla remigrazione, rivendica: «Squalificato per antifascismo nel giorno in cui la Camera dedica una targa a Giacomo Matteotti». (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

 

«Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante, il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto»: lo scrive sui social la premier Meloni, sottolineando la continuità con lo storico segretario del Msi, continuità esibita dalla stessa fiamma tricolore orgogliosamente conservata nel simbolo di Fratelli d’Italia. «Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana – prosegue il post – e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione». La replica del dem Andrea Orlando: «Meloni rivendica la continuità con il percorso politico di Almirante, iniziato con la redazione della rivista “La difesa della razza”, passando per i repubblichini di Salò, fucilando partigiani, intrecciandosi poi con la stagione delle trame nere e dell’estremismo neofascista. Un bel percorso davvero!». (“Il Manifesto”)

 

Cinquanta anni fa Peteano campeggiava sulle prime pagine di tutti i giornali italiani. Cinquant’anni fa, il 31 maggio 1972, una telefonata anonima segnala ai carabinieri di Gorizia la presenza a Peteano di una Fiat 500 abbandonata nel bosco. Il parabrezza è segnato da alcuni fori di proiettile. All’apertura del cofano esplode una bomba, che uccide tre dei carabinieri che la stavano controllando e ferisce gravemente un quarto. Per anni le indagini ignorarono i veri colpevoli, focalizzandosi su una varietà di indiziati e imputati che nulla avevano a che fare con il crimine. Le responsabilità dei veri autori dell’attentato divenne chiara molto più tardi. Il colpevole di quella che fu chiamata la “strage di Peteano” è Vincenzo Vinciguerra, condannato all’ergastolo. Di tutte le stragi fasciste, questa è la più singolare per la presenza di un reo confesso: Vincenzo Vinciguerra di Ordine Nuovo. La sua “assunzione di responsabilità” arriva solo nel 1984, dopo una serie di inutili indagini. Successivamente si scoprì che alti ufficiali dell’Arma (ma la polizia non fu da meno) protessero i neofascisti che avevano ucciso tre loro commilitoni. Anche il segretario del Msi, Giorgio Almirante, fu rinviato a giudizio per favoreggiamento e sfuggì al processo solo grazie a un’amnistia. (Trentino Cultura)

Niente di nuovo sotto il sole (?) della destra italiana. Purtroppo non è questione che riguardi soltanto, come qualche illustre intellettuale sostiene, le nostalgie di qualche anacronistico gruppo, ma, come arrivava a dire mia sorella Lucia nel suo spietato realismo nel giudicare gli italiani, un permanente e imbarazzante diffuso sentimento di attaccamento a un triste passato: una mastodontica magagna di troppi italiani rimasti visceralmente ancorati al fascismo.

E allora la politica tenta di dare udienza e rappresentanza a questo inconfessabile retro-pensiero: Giorgia Meloni è investita di questa vergognosa mission e la svolge tra eloquenti silenzi (vedi assenza dei suoi parlamentari alla commemorazione di Giacomo Matteotti) e inevitabili memoriali (vedi panegirico di Giorgio Almirante, la cui memoria le è servita persino ad annacquare spudoratamente e vergognosamente il ricordo di Enrico Berlinguer). Mentre la Meloni viaggia furbescamente sul filo del rasoio delle memorie, c’è nel suo partito chi non si tiene e spara cazzate filofasciste a tutta canna (vedi Ignazio La Russa dall’alto ruolo istituzionale che ricopre) e chi può vantare un albero genealogico, politicamente anche se non giudiziariamente, assai equivoco in materia di terrorismo nero, stragismo ed eversione (vedi Isabella Rauti sottosegretario alla difesa).

Un tempo, quando l’antifascismo era imperante, non sarebbe stato immaginabile e accettabile che Senato e Governo fossero presieduti o composto da personaggi con un pedigree assai disordinato in materia. Oggi gli italiani non fanno una piega, anzi in molti alzano le spalle e votano… L’antifascismo si è annacquato, Matteotti può essere ricordato per modo di dire e Almirante può essere riabilitato alla grande.

Naturalmente questi attuali atteggiamenti e comportamenti politici, nascosti dietro il dito di un antifascismo all’italiana, vale a dire molto leggero che non ha fatto fino in fondo i conti con la storia, emergono nettamente allorquando le contingenze politiche lo richiedono: in questa fase Giorgia Meloni ha bisogno di lucidare la propria equivoca identità per far fronte all’incalzante cavalcata neofascista di Roberto Vannacci col suo Futuro Nazionale. E non si limita a sfogliare l’album di famiglia, ma rispolvera il proprio nazionalismo in salsa anti-europea: “La principale enorme fragilità che ci riguarda da vicino è l’attuale configurazione dell’Unione europea, un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato la competitività, la crescita strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici. L’Europa è stata inarrestabile nella capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune ma miope quando si trattava di far sentire la propria voce nella vita globale”. 

L’imbarazzante revanscismo vannacciano potrebbe creare qualche serio fastidio elettorale a tutta la coalizione di centro-destra, ma potrebbe anche costituire una sorta di comoda pattumiera in cui gettare i rifiuti neofascisti provenienti dal passato e dal presente. Vannacci funzionerebbe cioè da fogna a cielo aperto, che raccoglie gli scarichi provenienti dalla destra meloniana e dalla lega salviniana, ripulite soltanto dagli inestetismi della pelle, mentre sotto la pelle rimangono le magagne.

Non si tratta però solo di schermaglie e di esercizi dialettici in funzione elettorale, ma di posizioni politiche che trovano puntuale riscontro nell’azione di governo a livello interno ed internazionale: Giorgia Meloni ha flirtato con Trump e con Orban, trasferisce cioè in ambito mondiale ed europeo le sue opzioni sostanzialmente neofasciste oltre che naturalmente e follemente errate e deliranti. Gioca sulle paure degli italiani così come fece per vent’anni Benito Mussolini. Posso proporre un compito a casa per i miei pochi ma buoni lettori? Se si esaminano tutti i provvedimenti del governo Meloni vi si trova un filo di più o meno moderna ispirazione neofascista e nazionalista. Provare per credere!

Perché Fratelli d’Italia non perde consensi e voti nonostante le malefatte politiche e governative? Perché interpreta l’approccio di pancia alla politica di molti italiani.  In questa deleteria combinazione socio-politica si collocano perfettamente le distrazioni anti-matteottiane, le sviolinate almirantiane e, in un certo senso, cosa ancor più grave, il re-europeismo con tanto di remigrazione a fianco.

Tutti (gli europei) insieme disperatamente

«Cari migranti – afferma -: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare». Perché, accusa il Papa, «la dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera». E chiama in causa l’Europa «che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi». Una sferzata alla vigilia dell’entrata in vigore del contestato nuovo Patto Ue sulla migrazione e l’asilo che sarà applicabile da domani 12 giugno. L’approccio di Leone XIV è duro quando si rivolge alla politica, dando voce agli stessi protagonisti delle traversate. «Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante».

Porti che si chiudono. Muri che vengono alzati. Confini che si intendono sigillare. Accordi economici sulla pelle degli ultimi. «Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute – fa sapere il Pontefice –. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». (“Avvenire” – Giacomo Gambassi, inviato a Gran Canaria)

 

Manco a farlo apposta, proprio negli stessi giorni in cui papa Leone lanciava le sue autentiche e sconvolgenti invettive in favore dei diritti dei migranti, la UE varava nuove farraginose regole in materia. Ho dato una rapida scorsa a questo provvedimento: mi è parso non tanto il varo di una politica migratoria, ma l’ennesimo velleitario e subdolo, oltre che disumano, tentativo di chiusura o di ostruzionistica distrazione verso chi “rischia la morte per cercare la vita”. Questa non è la mia Europa! Stiamo bene attenti: al di là del rispetto dei diritti umani a cui si soprassiede bellamente, si sta mostrando una colpevole miopia geopolitica. Per parafrasare mio padre, se l’Europa tiene chiuse le sue mani, non le cagherà in mano nemmeno una mosca («S’a t’ tén sarè la man, a ne t’ cäga in man gnanca ‘na mòsca»). Gli Usa sono diventati nostri nemici, la Russia è la nostra spina nel fianco, della Cina c’è poco da fidarsi, non abbiamo il coraggio di assumere iniziative di pace, continuiamo a ritenerci alleati di governi stragisti, genocidari e guerrafondai, siamo isolati e spiazzati senza alcuna intelligenza diplomatica a cui aggiungiamo la totale mancanza di memoria verso le nostre migliori origini storiche, culturali e religiose e di cuore verso i migranti dei quali peraltro abbiamo bisogno a livello lavorativo come dell’aria per respirare.  Vedo un ulteriore passo verso il baratro dell’egoismo nazionale e sovranazionale. Condivido pienamente le perplessità e le preoccupazioni di chi opera sul campo, ad esse mi rimetto di seguito.


Il Patto UE su migrazione e asilo, adottato formalmente il 14 maggio 2024, entrerà in vigore il 12 giugno 2026. Con il pretesto di riformare ulteriormente la gestione della migrazione nell’UE e di istituire un sistema comune di asilo, questa serie di nuove norme suscita profonda preoccupazione, poiché mette a repentaglio l’accesso alle procedure di asilo e alle garanzie procedurali.

Tra le principali preoccupazioni, vi è che a un numero crescente di richiedenti asilo verranno negate condizioni di accoglienza dignitose, poiché il Patto amplia l’ambito delle procedure accelerate per i richiedenti asilo. Il Patto inasprisce inoltre i controlli alle frontiere esterne, introducendo procedure di screening di massa e prevedendo una procedura di frontiera obbligatoria per un gran numero di richiedenti asilo che saranno sottoposti a detenzione presso tali frontiere, compresi bambini di appena sei anni. L’obiettivo è chiaro: impedire l’ingresso negli Stati membri e accelerare le espulsioni a tutti i costi.

(…)

In qualità di sindacati che rappresentano i professionisti del settore dell’asilo, consideriamo il Patto UE come un regresso senza precedenti nei diritti fondamentali delle persone in esilio e come una minaccia diretta ai principi fondamentali del diritto d’asilo e al principio di non respingimento.

Da anni le organizzazioni per i diritti umani esprimono profonda preoccupazione per la deriva repressiva delle politiche migratorie dell’UE. Il Patto UE rappresenta un ulteriore passo decisivo in questa direzione, poiché si basa sul sospetto, sulla disumanizzazione e sulla repressione.

Ci opponiamo fermamente a questa politica, che organizza l’esclusione, normalizza la detenzione e minaccia le fondamenta stesse dello Stato di diritto.

Più che mai, noi — lavoratrici e lavoratori pubblici che operiamo nel settore dell’asilo — resteremo mobilitati per garantire a tutti un accesso effettivo e dignitoso ai diritti fondamentali.

(“Il Manifesto” – CGT –Ofpra -Office Français de Protection des Réfugiés et Apatrides – FP CGIL – Coordinamento delle Commissioni territoriali per la protezione Internazionale e della Commissione Nazionale per il Diritto d’Asilo)

 

Il Ponte sulla stretta di governo

Il Ponte sullo Stretto e l’ombra della corruzione. Perquisizione a carico di tre persone: un ex presidente aggiunto della Corte di Conti, un avvocato (già commissario della Lega in Calabria) e un imprenditore. Al giudice, che avrebbe fornito notizie coperte da segreto d’ufficio, sarebbero state promesse utilità e incarichi dopo il pensionamento. Le opposizioni in rivolta. I cantieri miliardari per quello che viene annunciato come il «ponte a campata unica più lungo del mondo» dovrebbero partire entro fine anno. Nel frattempo, però, cupe ombre di ipotesi corruttive si allungano sulla sua costruenda silhouette. La Procura di Roma indaga infatti per corruzione e rivelazione del segreto di ufficio, nell’ambito del progetto per la realizzazione del Ponte sullo stretto di Messina. (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo, Roma)

Quale migliore assist per l’astensionismo latente… Questo faraonico progetto rischia di essere utile soltanto a soddisfare due scopi: la megalomania ministeriale di Matteo Salvini e la smania affaristica degli operatori potenzialmente coinvolti e disinvolti.

Come volevasi dimostrare: dietro gli investimenti inutili si cela non solo la dissipatrice prepotenza governativa, ma anche l’ingordigia pseudo-imprenditoriale. Quella del Ponte sullo Stretto rischia di diventare la paradossale occasione per una riedizione riveduta e magari persino scorretta di tangentopoli.

Ho avuto l’impressione che il governo abbia concesso questo progetto a Matteo Salvini come strumento-giocattolo con cui divertirsi ad allargare le simpatie leghiste al territorio meridionale, come storica occasione per accreditare la Lega di governo e per rafforzare la leadership salviniana sempre più scricchiolante.

Altra grossa grana per Giorgia Meloni: esistono le promesse elettorali che durano l’éspace d’un matin quali demagogiche fanfaronate (lo Stretto promesso diverso tempo fa da Silvio Berlusconi) e quelle di cui si autoconvincono persino i testardi proponenti (sono le più pericolose e perniciose).

Credo che ormai sia tardi per eventuali ripensamenti a costo di figuracce politiche e di ulteriori sprechi finanziari. Questa tristissima alleanza di governo tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia si è retta finora fra prospettive di premierato, di regionalismo rafforzato e di riforma-ridimensionamento della giustizia: una combinazione fra megalomania meloniana, velleitarismo salviniano e nostalgia berlusconiana.

Gli elettori del referendum hanno posto un alt al primo ed al terzo degli obiettivi governativi di cui sopra: il secondo che suonava come contentino per la Lega passata, presente e futura, vale a dire la legge sull’autonomia differenziata (Legge Calderoli, n. 86/2024), è attualmente in una fase di stallo a seguito della storica sentenza n. 192/2024 della Corte Costituzionale, che ha dichiarato incostituzionali alcuni dei suoi punti cardine.

Totalmente sbagliato da tutti i punti di vista un programma governativo sostanzialmente anti-costituzionale. Quanto alla compagine governativa siamo al ridicolo: due vice-presidenti penosi che fingono di fare i ministri e che rappresentano solo loro stessi a livello partitico. Tajani è sostanzialmente commissariato da Marina Berlusconi; Salvini è sopportato obtorto collo da Zaia e Giorgetti nonché cornuto e mazziato ad opera di Vannacci, Salvini che, non sapendo più che pesci pigliare, vorrebbe tornare al Viminale per arginare politicamente Vannacci a spese degli italiani e combinando magari qualche altro irreversibile pasticcio; ministri e sottosegretari che sembrano capitati lì per caso e che incespicano continuamente in affari di portafoglio e di cuore.

La nuova legge elettorale dovrebbe rappresentare la quadratura del cerchio: Lega e Forza Italia scalpitano e bisognerà trovare il modo di ricompensarli dei sacrifici richiesti. L’ultimo scorcio della legislatura servirà a ricomporre un minimo di alleanza a destra: il collante sarà, come sempre, il potere fatto a fette e redistribuito salvo complicazioni nelle urne.

Giorgia Meloni, parafrasando uno spot pubblicitario, è medaglia d’oro nel sollevamento e nella tolleranza dei ministri e dei componenti del governo in genere. In un Paese democratico serio un andazzo del genere non sarebbe ammesso. I cittadini dimostrano di capire, ma di non vedere alternative. Non so se dare più colpa allo scetticismo degli italiani o alla inadeguatezza delle opposizioni.

Il Ponte sullo Stretto da cui sono partito è la raffigurazione emblematica dei mali nel governo del Paese e quindi lì ritorno in conclusione.

Pochi elettori molto onore

La partecipazione alle elezioni è sempre più ridotta e i due schieramenti contrapposti non riescono ad attirare un convinto sostegno degli elettori (né, tantomeno, la voglia di dare i “pieni poteri” a uno dei due). Coalizioni coatte ed eterogenee riscuotono poca fiducia. Sia dentro la maggioranza sia dentro l’opposizione ci sono infatti forze che la pensano all’opposto su questioni cruciali come la guerra in Ucraina, la tragedia del Medio Oriente o la difesa europea. E i complicati equilibri interni impediscono ad entrambe decisioni tempestive quando è necessario (il mondo cambia rapidamente: quello che andava bene con Biden non va più bene con Trump ecc.). Se si discute tanto del “rischio pareggio” – i sondaggi indicano che lo scarso numero di chi andrà a votare è più o meno diviso a metà – è perché gli italiani sono sempre più insoddisfatti di trent’anni di bipolarismo. È un disagio che va ascoltato.

Nel Palazzo oggi molti vorrebbero che gli elettori facessero una scelta netta, trasmettessero in toto la loro sovranità al leader dello schieramento vittorioso e togliessero il disturbo per cinque anni. La riforma elettorale Stabilicum o Melonellum punta su premio di maggioranza (di cui in realtà beneficerà una minoranza), liste bloccate decise dai capipartito e un’indicazione preventiva del premier che ostacolerebbe la preziosa opera di raccordo e di equilibrio del Presidente della Repubblica. Chi vince potrebbe decidere da solo giudici costituzionali e Capo dello Stato, insomma avrebbe un potere enorme. Sono tutti elementi a rischio di incostituzionalità e per di più si vuole introdurre questa legge sul finire della legislatura, con i voti della sola maggioranza e senza dare il tempo alla Corte costituzionale di esaminarla. Insomma, ancora una volta, una strada dall’alto e non dal basso, senza peraltro – è il paradosso – dare a chi governa la forza necessaria a prendere grandi decisioni.  (“Avvenire” – Agostino Giovagnoli)

Il problema è fondamentale. Abbiamo appena celebrato in pompa magna e con troppa retorica la festa della Repubblica. Nell’uso comune, la retorica ha un’accezione negativa: indica un discorso artificioso, pieno di belle parole ma privo di contenuti reali, sincerità o sostanza. Viene spesso associata all’ipocrisia, alla manipolazione o a un vuoto esercizio di stile. Se vogliamo che il nostro Paese possa veramente contribuire a ridisegnare positivamente un mondo allo sbando, dobbiamo essere all’altezza della situazione contando su un sistema interno partecipato, rappresentato e ben governato. La prospettiva della riforma elettorale è più inquietante che promettente per le ragioni magistralmente descritte da Agostino Romagnoli. Il passaggio è molto stretto e rischiamo di strizzare, neutralizzare e stiracchiare quel poco di democrazia che ci rimane.

Potrebbe trattarsi dell’ultima chance di rifondazione della Repubblica: attenzione a non rovinare tutto con un tratto di penna legislativo. La storia insegna come la politica di ottant’anni fa fosse capace di trovare meravigliose convergenze nel discutere e scrivere i contenuti della Costituzione, rinviando ad altre occasioni gli scontri sulle contingenze politiche.

In questo momento la riforma elettorale assume di fatto una valenza costituzionale e quindi va sottratta alla miserevole kermesse sugli interessi di parte: non bisogna pensare alle prossime elezioni e al modo di mungere dalla vacca sociale il massimo del latte, ma occorre guardare alle prossime generazioni e alla loro possibilità di partecipare alla vita democratica non debilitando la vacca fino al punto da renderla sterile.

Dalla destra so cosa aspettarmi. La sinistra l’aspetto al varco, il suo campo largo si sta seccando …ha bisogno di un’innaffiata con acqua fresca. Se aspettiamo Renzi, Calenda e c. stiamo freschi noi mentre il campo si secca. Se aspettiamo le convergenze parallele di Conte e Schlein riduciamo il campo a orti per anziani.

La sinistra (lascio perdere volutamente l’equivoca e fuorviante etichetta centro-sinistra, perché il centro lo vedo più come un gioco doroteo al massacro che come un moderato omaggio al riformismo) non è in grado di esprimere e proporre un credibile ed attrattivo leader candidato alla guida del governo (è inutile proporre quello che non c’è, un leader carismatico non lo si inventa e non può scaturire nemmeno da enfatiche elezioni primarie): motivo in più per osteggiare la ventilata e forzosa riforma elettorale che mira a “premierizzare” il voto dei cittadini. Si ritorni quindi alla “parlamentarizzazione” del voto elettorale, si proponga agli elettori una vera e propria compagine di governo, un gruppo competente e coeso sostenuto dai partiti che dovrebbero costituire la maggioranza parlamentare: il presidente del Consiglio torni ad essere, come prevede la Costituzione, un primus inter pares nominato dal presidente della Repubblica. Una sfida costituzionale (se insostenibile a livello legislativo, percorribile nei fatti) allo strisciante premierato, un ritorno alla politica delle idee e dei programmi contrapposta a quella delle identità e dei proclami.

Credo che la sinistra possa avere le carte in regola per presentare una sorta di governo penombra collegato alle istanze sociali e culturali di riferimento, prospettando ai cittadini linee politiche che riescano a snidarli dalla sfiducia e dall’apatia: un modo per rifare un PD largo e coinvolgente, se vogliamo evitare la diaspora post-piddina partendo dalla cultura di governo e dai collegamenti sociali.

Nell’ambito di un simile discorso dovrebbe conquistare un certo protagonismo socio-culturale “Comunità democratica”, il movimento che dovrebbe segnare la ripresa dell’impegno dei cattolici popolari e progressisti e che però farebbe molta fatica a crearsi spazio e rappresentanza in base alla nuova emergente legge elettorale tutta leaderismo, centralismo e decisionismo: un sistema chiuso e statico, allergico alle novità respinge al mittente ogni tentativo di riportare i cittadini al voto. Pochi elettori molto onore. Molte armi in bella evidenza, molto Stato identitario e poca società partecipante.

 

Migranti in passerella…del dolore

Nei centri di accoglienza italiani i migranti che hanno subito torture restano senza cure. Percorsi frammentati, carenze nella mediazione culturale e una presa in carico sanitaria spesso insufficiente: un report fotografa le gravi criticità nell’attuazione del diritto alla riabilitazione previsto dalla Convenzione Onu. (“Avvenire” – Francesca Ghirardelli)

 

Dalla moda ai rider, dai cantieri nautici ai campi di insalata, passando per le grandi opere. Ovunque ci sono lavoratori stranieri ci si imbatte nel dramma dello sfruttamento. Li chiamano i nuovi schiavi, ma non è una questione di etichette. Conta che “nel 2026”, come ha sottolineato un povero operaio che stava costruendo il consolato Usa di Milano, ci sia un fenomeno vergognoso per cui tanti esseri umani sono costretti a lavorare “per meno di due euro all’ora”, spesso in condizioni di precaria (se non assente) sicurezza, magari obbligati a vivere in alloggi fatiscenti e sovraffollati, gli unici che si possono permettere. Chi si ribella rischia minacce e botte, oppure finisce coinvolto suo malgrado in cruenti regolamenti di conti tra caporali. Accadde tra Bergamo e Brescia una decina d’anni fa, con bande di indiani a fronteggiarsi per il controllo della manodopera in agricoltura. Un Far west che guadagna terreno non solo a Sud ma anche nel laborioso Nord, senza risparmiare alcun settore. I dati dell’Osservatorio Placido Rizzotto lo confermano: nell’ultimo anno si è passati da 834 vicende di sfruttamento a 1.249: quasi il 50% in più. Il 30% dei casi avviene nelle regioni settentrionali, con la Lombardia che detiene il triste primato di abusi (36), seguita a ruota da Veneto (27) e Piemonte (25). (“Avvenire” – Marco Birolini)

 

«Lo dico con forza: basta con il silenzio sporco delle convenienze. Basta con quella zona grigia che vede, sa e lascia fare. Basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia. Basta con l’idea disumana che alcune vite valgano meno perché straniere, povere, migranti, braccianti, senza famiglia accanto, senza protezioni sociali, senza un volto riconosciuto dalla comunità». Un appello per le coscienze di tutti alzato dal vescovo di Cassano all’Jonio e vice presidente della Conferenza episcopale italiana, Francesco Savino, per i quattro afghani bruciati vivi lunedì in un’area di servizio lungo la Statale 106 ionica, ad Amendolara, nell’alto Jonio cosentino. Uccisi da due pakistani 32enni che erano arrivati sul luogo del dramma sulla stessa vettura delle vittime. Poi è scoppiata la lite, pare provocata dalla richiesta dei lavoratori d’un contratto regolare per la raccolta delle fragole che invece, almeno sulla carta, effettuavano per 350 euro al mese. Almeno cinque dovevano lasciarla ai caporali per raggiungere e tornare dal luogo di fatica. Solo uno è riuscito a scappare, dopo essere riuscito a sfondare il finestrino posteriore del mini van. Ha lesioni sulle mani, il volto e altre parti del corpo. Ma s’è salvato. «Ho visto l’orrore, sono vivo per miracolo» ha detto l’uomo intervistato dal Tgr Calabria, aggiungendo che «i soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no». Il superstite ha poi spiegato, in un italiano incerto, che «c’è grande mafia del Pakistan». (“Avvenire” – Domenico Marino, Cosenza)

 

L’accostamento di queste realtà disumane dimostra, al di là di ogni discorso di carattere etico, che la politica migratoria del governo italiano è allo sbando, dalla prima accoglienza fino all’eventuale integrazione.

Da una parte i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), immaginati al fine di sopperire alla mancanza di posti nelle strutture ordinarie di accoglienza o nei servizi predisposti dagli enti locali, in caso di arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti.  Ad oggi costituiscono la modalità ordinaria di accoglienza. Tali strutture sono individuate dalle prefetture, in convenzione con cooperative, associazioni e strutture alberghiere, secondo le procedure di affidamento dei contratti pubblici, sentito l’ente locale nel cui territorio la struttura è situata. La permanenza dovrebbe essere limitata al tempo strettamente necessario al trasferimento del richiedente nelle strutture di seconda accoglienza.

Ebbene in questi centri non viene nemmeno salvaguardata la salute fisica di chi ha subito torture. Una sorta di seconda tortura, quella dell’indifferenza e della mancanza di un minimo di assistenza sanitaria degna di questo nome.

Dall’altra parte chi lavora nell’ambito di una paradossale integrazione fatta di sfruttamento e di lavoro nero che a volte arriva fino alla morte per eliminazione diretta. Si dice che gli immigrati devono essere i benvenuti se sono disposti a lavorare: in molti casi non offriamo loro un lavoro, ma una sorta di schiavitù da cui sono fuggiti ed a cui ritornano.

Quindi, o li lasciamo morire in mare o li ributtiamo nei lager libici o li ricoveriamo in centri a dir poco inaccoglienti o li facciamo lavorare in condizioni inaccettabili. Questa è la filiera negativa che seguiamo in troppi casi. Più remigrazione di così…

Mi chiedo se questa possa essere la politica di un Paese civile di fronte ad un problema enorme nelle sue proporzioni e implicazioni di ogni genere. E ci stupiamo di Vannacci e dei consensi che incontra con il suo cavallo di battaglia della remigrazione? Lui almeno ha il coraggio di essere razzista e, in un certo senso, di dichiararlo e di programmarlo, gli altri si distinguono solo per salvare la faccia, ma la sostanza non è molto diversa.

 

 

Bellico costo, Europa mia non ti conosco

Nelle analisi degli esperti di geopolitica, al fine di ridare un minimo di senso ad un mondo che vive nel disordine totale apparentemente senza via d’uscita, si chiede con insistenza all’Europa di battere un colpo in linea con le sue origini e con la sua storia: solo l’Europa può salvare il mondo dal disastro!

Massimo Cacciari parte nelle sue riflessioni dai padri fondatori, Adenauer, Schumann e De Gasperi, per impostare un impietoso parallelismo con i leader (?) attuali dei Paesi promotori dell’Unione europea, vale a dire Germania, Francia e Italia (Mertz, Macron e Meloni), espressioni peraltro della più totale crisi politica ed economica che li sta caratterizzando.

Partiamo dalla politica. La socialdemocrazia è ridotta al lumicino proprio nella sua sede storica, vale a dire la Germania, mentre la sinistra in Italia latita nelle sue divisioni e incertezze e in Francia rimane al palo del suo radicalismo; la destra più o meno estremista, nazionalista e populista avanza in Germania (il 29% degli elettori voterebbe per Afd), in Francia (il Rassemblement nationale di Marine Le Pen raccoglie ben oltre il 30% dei voti) e in Italia (la destra è saldamente al governo col volto buono di Giorgia Meloni); i partiti di Merz e Macron (Democratici cristiani e Renaissance) si stanno sciogliendo come neve al sole, sono al loro limite quantitativo e qualitativo; i liberali non esistono più (si pensi a Tajani…); i Verdi non superano il 10% in Germania loro sede storica e altrove sono diventati piuttosto velleitari ed insignificanti.

Veniamo alla delicata ed emblematica problematica migratoria. Germania e Italia vanno a gara nel puntare su una politica di mero e miope contenimento del fenomeno.

Il partito del cancelliere Friedrich Merz sta cercando di capire come far convivere scelte e decisioni a dir poco conservatrici con i principi cristiani e democratici su cui si fonda il suo partito, che continua a sostenere a spada tratta la politica dei confini chiusi, dei controlli alle frontiere, dei respingimenti e delle espulsioni di rifugiati e richiedenti asilo, il cui numero è stato dimezzato in meno di un anno. Misure e provvedimenti sostenuti anche dai partner di governo della Spd. «Dobbiamo limitare il numero di migranti che vengono in Germania a sfruttare il welfare tedesco», non lo ha detto un rappresentante della destra populista, bensì la ministra del Lavoro e delle politiche sociali, la socialdemocratica Bärbel Bas. (“Avvenire” – Vincenzo Savignano, Berlino)

In Italia si sta addirittura teorizzando e praticando la cosiddetta “remigrazione”, vale a dire un eufemismo per indicare l’espulsione forzata, il rimpatrio o la deportazione di massa degli immigrati. Si continua al riguardo lo sciagurato indecente patto con la Libia (per la verità ideato e promosso dalla sinistra allora al governo) e si insiste, in modo dissennato oltre che disumano e legalmente assai discutibile, con i centri per migranti in Albania, strutture istituite tramite un protocollo d’intesa tra Roma e Tirana, gestite dalle autorità italiane per l’identificazione, la prima accoglienza e il trattenimento di alcune categorie di persone soccorse nel Mediterraneo o già in attesa di rimpatrio.

La politica migratoria francese combina un modello storico di accoglienza e asilo con norme sul soggiorno e sull’integrazione sempre più rigorose. Il sistema è incentrato su un maggiore e sbrigativo controllo dell’immigrazione irregolare, sull’accelerazione dei rimpatri e su una regolamentazione più selettiva dell’ingresso per motivi lavorativi.

In poche parole i più importanti Paesi della Ue si limitano a creare illusorie barriere contro gli immigrati, evitando di affrontare una seria, razionale ed umana politica di accoglienza, inserimento e integrazione: un’Europa chiusa in se stessa ed irriconoscibile rispetto al “sogno” di padri ideatori e fondatori.

E veniamo al discorso del riarmo a scapito del welfare già di per se stesso in difficoltà per mancanza di risorse dovuta alle ristrettezze di bilancio.

Un riarmo a trazione nazionale, se non addirittura nazionalista, porta dritto a un’Europa di superpotenze. Un’Europa dove chi spende di più conta di più e chi conta di più, specie quando il vento sovranista soffia forte, può decidere di archiviare definitivamente il sogno federalista. Non si tratta di sofismi, ma di una prospettiva concreta, basata sui numeri, come dimostra il rapporto di Archivio disarmo “Europa: quale difesa?”, presentato alla Camera e commissionato da Marco Tarquinio, già direttore di Avvenire e deputato europeo eletto come indipendente nel Pd. (“Avvenire” – Matteo Marcelli)

Per il tema del riarmo si procede sulla base della narrazione secondo la quale sia imprescindibilmente necessario investire in armi per difendersi dagli incombenti pericoli di guerra alle nostre porte o per, come si dice oggi, rispondere ad un’esigenza di “deterrenza bellica”, una versione aggiornata del “vis pacem para bellum” di infausta memoria.

Non si vede nessun aggressore pronto ad invadere l’Europa; se si fa riferimento alla Russia si sappia poi che il potenziale bellico europeo è ben più consistente di quello russo e quindi non avrebbe senso implementarlo se non per fare un regalo ai produttori e commercianti di armi.

Anche volendo accettare a denti stretti il discorso della implementazione della difesa, questa dovrebbe avvenire pragmaticamente a livello europeo con il varo di un esercito comune e con la concomitante razionalizzazione delle spese a livello nazionale.

Si tratta del dente dolente dove batte la lingua di chi vorrebbe l’Europa protagonista politica e diplomatica nella ricerca di equilibri di pace. La Germania funziona da Paese trainante in ben altra direzione. La difesa, la deterrenza e tutti questi discorsi stanno in poco posto. La vera se non unica ragione dell’imperativo riarmista sta nel sostegno all’economia in grave difficoltà, soprattutto in Germania, e quindi nella deriva verso una irreversibile economia di guerra.

Il freno al debito, nella Costituzione tedesca, esiste ancora, ma non per il riarmo. In base ad una legge, approvata dal governo conservatore-socialdemocratico e sostenuta anche dai Verdi, a tutte le spese dello Stato federale destinate alla Difesa, che superano l’1% del Pil, non sarà applicato il freno. Insomma, oggi in Germania, chi investe in armi fa affari e profitti sicuri. Ecco perché i grandi colossi dell’auto, come Volkswagen e Mercedes Benz, d’accordo con i sindacati, per salvare migliaia di posti di lavoro, sono pronti a mettere a disposizione i propri impianti per produrre carri armati, munizioni e componenti del sistema antimissilistico israeliano Iron Dome. Anche aziende della componentistica auto e di macchinari industriali si stanno lanciando nella corsa al riarmo. Per non parlare delle start-up, pronte a investire nelle nuove tecnologie per creare armi sempre più sofisticate. Per il riarmo la Germania non sta badando a spese: dal 2022, il ministero della Difesa ha firmato contratti per armamenti per un valore di 207 miliardi. La cifra è destinata ad aumentare vertiginosamente. Il colosso tedesco degli armamenti, Rheinmetall, sta segnando record di vendite e profitti, il fatturato del gruppo nell’ultimo anno è aumentato del 45%. E intanto il governo vuole creare «l’esercito più potente, numeroso ed efficiente d’Europa», ha sottolineato il ministro della Difesa, il socialdemocratico Boris Pistorius. C’è un nuovo nemico, il vecchio e principale fornitore di gas: la Russia, che però possiede oltre 5.000 armi nucleari. L’obiettivo del governo di Berlino è, entro il 2030, avere un esercito di mezzo milione di soldati tra nuove leve e riservisti. Centinaia di diciottenni sono già nelle caserme della Bunsewehr, pronti ad imbracciare un fucile per la loro patria, la loro Heimat, come la chiamano solo i tedeschi. Ma dove sta andando la loro Heimat? (“Avvenire” – Vincenzo Savignano, Berlino)

In conclusione, se questa è L’Unione europea che dovrebbe salvare il mondo… Ad Adenauer, Schumann e De Gasperi non resta altro che rivoltarsi nella tomba e agli europeisti convinti sperare in papa Leone XIV che ha il coraggio di criticare l’Europa dove «nell’ultimo anno la crescita della spesa militare è stata enorme». Da qui il suo monito: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune».

 

 

 

 

 

La Lega degli slegati

Ormai è uno stillicidio. Continuano gli addii alla Lega, soprattutto in direzione Futuro nazionale. Il gruppo alla Camera di Roberto Vannacci si prepara ad accogliere Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof, ma anche i forzisti Attilio Pierro e Davide Bergamini (entrambi però ex Carroccio), arrivando così a otto deputati e nessun senatore. La conferma dovrebbe arrivare sabato, all’iniziativa futurista in programma a Viareggio. Lascia ufficialmente il partito di Matteo Salvini, invece, Erik Pretto. Il deputato vicentino abbandona la Lega dopo quasi 20 anni «con un senso di amarezza enorme», confida ad Avvenire. Pesano tante incomprensioni con la leadership, sfociate in accuse di morosità e carte bollate. «Dal 2018, tra contribuzioni dirette o indirette ho versato 322mila euro al partito», replica Pretto che – prima di riporre per sempre il fazzoletto verde nel cassetto – ha inviato le sue memorie difensive. I rumors ora lo danno in direzione Forza Italia. «Non è all’ordine del giorno un mio passaggio a Fn», ci dice Furgiuele, deputato calabrese noto per l’evento sulla remigrazione alla Camera. Salvo aggiungere che «questa non è la Lega in cui sono cresciuto io. Si parla di progetto o programma, non di sogni o identità. Prospettive? Boh». Sul suo ingresso in Fn, però, arrivano conferme. (“Avvenire” – Gianluca Carini)

Sono lontano mille miglia dalla storia e dalla cultura leghista. Ho da tempo osservato in lontananza la sgangherata radicalizzazione salviniana e pensavo che fosse un abito stretto per i leghisti, sballottati fra la barricadiera ma sostanziosa eredità bossiana e il precario perbenismo amministrativo degli Zaia e dei Giorgetti.

Invece ecco spuntare le sirene vannacciane, che sembrano fare una certa presa sull’elettorato e sui parlamentari leghisti. Il malcontento c’era, covava da tempo, ma sta prendendo una piega estremista piuttosto che una strada perbenista. Da tempo mi chiedevo il perché l’ala moderata non sottraesse il controllo del partito, in discesa di consensi, al farneticante Matteo Salvini: probabilmente la moderazione non è di casa nella Lega.

Fatto sta che in un partito sempre più allo sbando sta serpeggiando una fascinazione verso Roberto Vannacci ed il suo Futuro Nazionale. Da una parte emerge la voglia di chiarezza ideologica, dall’altra la confusione politica, da una parte emergono le tentazioni casalinghe forzitaliote, dall’altra quelle forestiere vannacciane, quasi niente arriva da Fratelli d’Italia, troppo meloniano e inquadrato e quindi poco appetibile per i leghisti insoddisfatti.

Non so se si tratti di meri aggiustamenti all’interno della destra o di una sua crisi esistenziale alla ricerca di un’identità perduta. Forse Giorgia Meloni avverte questo smarrimento e sotto sotto lo teme, rifugiandosi più nel passato di marca fascista che in quello di stampo berlusconiano, che però non credo sia molto attrattivo per la gente sparpagliata tra salvinismo e vannaccismo.

Naturalmente questi contrasti si ripercuotono sull’azione di governo e sulla lunga e insopportabile propaganda elettorale in vista delle elezioni politiche del 2027. Anche il varo della riforma elettorale ne risentirà. Il centro-sinistra potrebbe approfittare di questi sbandamenti anche se la storia insegna che non si può costruire sulle ingombranti macerie altrui, ma sulle proprie solide fondamenta.