Si vis bellum para arma

Nel 2026 le società del settore difesa quotate sono pronte a registrare «solidi aumenti di fatturato e profitti», grazie all’evasione di «ordini arretrati record, in aumento di circa il 10% rispetto alla fine del 2024»: questa non è una visione ma la fotografia scattata dagli analisti di Bloomberg Intelligence sul settore alla luce della crisi Venezuelana e dei conflitti in corso.

Sono gli effetti delle tensioni geopolitiche e delle attuali politiche di riarmo. In particolare, il settore delle armi ha messo a segno dei significativi rialzi in Borsa. Secondo gli analisti di Morgan Stanley, l’azione militare degli Stati Uniti potrebbe «rafforzare la necessità per l’Europa di assumersi in futuro maggiori responsabilità per la propria sicurezza e autonomia strategica». Le principali società del settore quotate in Europa (Rheinmetall, Saab, Leonardo e Bae), secondo l’analisi di Bloomberg Intelligence, potranno addirittura superare i loro omologhi statunitensi grazie agli ordini per la difesa terrestre, aerei da combattimento e difesa aerea nell’ambito del tentativo dell’Europa di «ricostruire le proprie capacità interne in un ciclo di investimenti pluriennale, data la minaccia russa e il riorientamento degli Stati Uniti verso l’Asia-Pacifico e l’America Latina».

Nel dettaglio, solamente sul fronte dei blindati, secondo gli analisti, la spesa europea potrebbe lievitare di oltre 70 miliardi di dollari. Grazie alle stime sulle vendite per i prossimi anni le società europee sono destinate a «colmare il divario con quelle americane». I principali gruppi della difesa, inoltre, dopo aver subito una depressione dei tassi di crescita nel periodo 2021-2024, l’anno scorso hanno superato gli indici di mercato e ora sono pronte a beneficiare di una «domanda robusta che persisterà per tutto il decennio». Gli analisti, vedono dunque sul settore azionario un ampio margine di «apprezzamento e un ciclo rialzista strutturale, con crescita prevista anche nel caso di riduzione dei conflitti». (“Avvenire” – Elisa Campisi)

 

«Chi parla della pace spesso non è attendibile, perché il proliferare degli armamenti conduce in senso contrario. Sarebbe un’assurda contraddizione parlare di pace, negoziare la pace e, al tempo stesso, promuovere o permettere il commercio delle armi» (Papa Francesco ai diplomatici, 15 maggio 2014).

 

«Perché armi mortali sono vendute a coloro che pianificano di infliggere indicibili sofferenze a individui e intere società? Purtroppo la risposta, come tutti sappiamo, è semplicemente per denaro: denaro che è intriso di sangue, spesso del sangue innocente. Davanti a questo vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il problema e fermare il commercio di armi» (Papa Francesco, discorso all’Assemblea plenaria del Congresso degli Stati Uniti d’America).

 

«Lancio un appello a tutti quelli che usano ingiustamente le armi di questo mondo: deponete questi strumenti di morte. Armatevi piuttosto della giustizia, dell’amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace» (Papa Francesco, viaggio in Centrafrica).

 

«Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (Papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari).

 

«La corsa agli armamenti non risolve né risolverà mai. Essa serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come se oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti» (papa Francesco nella sua Esortazione “Evangelii Gaudium).

 

Non si potrà dire che papa Francesco non sia stato chiaro sulla totale incompatibilità evangelica del ricorso alle armi. Il “si vis pacem para bellum” è radicalmente contestato nella sua irrazionalità prima che nella sua immoralità. O si ha il coraggio di uscire dalla logica perversa delle armi o si finisce vittime della guerra a tutto spiano.

 

Il bilancio del ministero della Difesa per il 2026 è di circa 32 miliardi e 300 milioni di euro, con una crescita netta di 1,1 miliardi, il 3,5%, rispetto alle previsioni di spesa per il 2025. E nel triennio il maggior onere per il bilancio dello Stato è di oltre 3,5 miliardi. Per capire la spesa militare “pura”, si sottraggono però alcune voci come quelle relativi al lavoro dei Carabinieri sul territorio, e se ne aggiungono altre “esterne”. In particolare, fanno riflettere i numeri che provengono dal dicastero delle Imprese e del Made in Italy. Gli interventi in materia di difesa nazionale del ministero retto da Adolfo Urso valgono poco meno di 9,2 miliardi di euro, come dettagliato anche da Il Sole 24 Ore. In sostanza, un impegno economico paragonabile a quello profuso per tutto il resto dell’industria “non bellica”. Il “togli e metti” in ogni caso fa salire la spesa militare diretta per il 2026 – è ancora Milex a fare la sintesi – a 34 miliardi di euro, nuovo record storico.

Come detto però è solo l’inizio. Nel Documento programmatico di finanza pubblica l’Italia assume l’impegno, nel triennio 2026-2028, ad aumentare le spese per Difesa dal 2% al 2,5% del Pil, nell’ambito del percorso verso il 3,5% (più 1,5% in sicurezza) concordato con la Nato con scadenza 2035. Roma ha inoltre chiesto l’accesso ai prestiti Safe dell’Unione Europea per un totale di quasi 15 miliardi di euro. Ma sul riarmo le carte il Governo le girerà definitivamente solo tra qualche mese, quando diventerà ufficiale l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. Da quel momento l’esecutivo potrà chiedere anche l’accesso alla clausola di salvaguardia europea, che consente di spendere in difesa sino all’1,5% del Pil (in quattro anni) in deroga al Patto di stabilità. Corrispondono a 33 miliardi di euro. (da “Avvenire” – Marco Iasevoli)

 

Mio Padre, nella sua semplicità, quando osservava l’enorme quantità di armi prodotta, rimaneva sconfortato e concludeva per un inevitabile inasprirsi dei conflitti al fine di poter smaltire queste scorte diversamente invendute ed inutilizzate. «S’in fan miga dil guéri, co’ nin fani ‘d tutti chi ilj ärmi lì?» si chiedeva desolatamente.

 

La micro-anti-diplomazia del cittadino

Veniamo quindi a tre modelli schematici che possono riassumere le attuali prospettive geopolitiche, rimesse in gioco negli ultimi anni. In primo luogo, almeno per l’Europa, c’è ancora l’idea di un ordine liberale, con l’attenzione ai diritti umani e il ruolo delle istituzioni sovranazionali, come le Nazioni Unite, per cercare di garantire attraverso pressioni legittime una dialettica interna che non degeneri nella violenza. Viene poi la concezione del confronto tra potenze, nel quale prevale l’interesse ad allargare le proprie zone di influenza e a utilizzare la logica della deterrenza e della forza militare. Le dichiarazioni di Donald Trump che lasciano intravedere un intervento armato vanno in questa direzione. Infine, la visione di un assetto post-occidentale (per esempio come descritto dallo studioso Amitav Acharya) propone una pluralità di centri di governance, di modelli di legittimità politica e di fonti normative. Ciò include le posizioni di Cina e Russia che difendono la sovranità di Teheran e la non interferenza nei suoi affari da parte di altri Stati, anche se Mosca pare più incline a salvaguardare un forte partner nel settore degli armamenti, assai rilevante per la guerra d’invasione in Ucraina, che a tutelare principi generali.

(…)

Bombardare il quartier generale potrebbe essere l’avvio della soluzione? Magari per riportare in patria il figlio dello Scià, come vorrebbero alcune frange dell’opposizione. L’opzione bellica pare un azzardo spericolato, che potrebbe costare altre carneficine. Di fronte all’ingiustizia e all’impotenza, rimane tuttavia per molti la tentazione di ritenerla un tentativo da compiere. Nel mondo multipolare di oggi, serve soprattutto la capacità di mediazione e una lungimirante determinazione che i dimostranti a Teheran accoglierebbero, si presume, con più soddisfazione del cinismo di Russia e Cina e dei potenziali missili americani. (“Avvenire” – Andrea Lavazza)

Faccio molta fatica ad arrendermi alla cinica diplomazia multilaterale, che, devo ammetterlo, è tuttavia sempre meglio del cinico e sbrigativo interventismo unilaterale.  L’approccio che mi viene spontaneo per la crisi iraniana e per tutte le situazioni conflittuali internazionali è quello del testardo dialogo, anche se sembra ridicolo dialogare con i pasdaran iraniani. La mediazione è altra cosa che rischia di occultare gli interessi legittimi sotto la coltre degli interessi economici e di potenza.

Finora la coesistenza era resa possibile dagli equilibri fra le superpotenze nucleari con gli organismi internazionali a fare da copertura agli accordi taciti e alle intenzioni inconfessabili. È saltato tutto! Le superpotenze sono aumentate nel numero e nell’aggressività, la tattica del fatto compiuto prevale sulla strategia degli accordi più o meno trasparenti, le leadership si sono sempre più personalizzate ed indebolite, le opinioni pubbliche sono fagocitate dalle narrazioni mediatiche.

E se la soluzione dei problemi non fosse macro ma micro cioè se dipendesse molto dalle scelte personali più che da quelle nazionali ed internazionali? Mi propongo un quesito esistenziale davanti ad un mondo che rischia sempre più di andare in malora: cosa posso fare io per dare un seppur piccolo contributo positivo?

Certamente occorre denunciare le ingiustizie da cui nascono i conflitti, le contraddizioni, le guerre e le persecuzioni, anche scendendo in piazza e solidarizzando con chi lotta a costo della vita. Direbbe il filosofo Immanuel Kant che abbiamo un dovere di farlo più per noi, se vogliamo rimanere all’altezza dello status di individui morali, che per le persone sparse nel mondo, che vorremmo e dovremmo aiutare.

Poi bisognerebbe operare nel nostro piccolo scelte politiche coerenti a livello nazionale e locale: interessarsi e partecipare alla politica, evitando di chiuderci nel fatalismo che è l’anticamera dell’egoismo.

Poi è necessario adottare stili di vita personale, famigliare, professionale in linea con i valori che vogliamo testimoniare.

Poi, se credenti, urge esprimere convintamente e innanzitutto fiducia e speranza in Dio, pregandolo perché venga in nostro soccorso, non con interventi miracolosi, ma tramite l’illuminazione e il sostegno del nostro agire da cristiani autentici.

Sarebbe già tanto! Proviamoci…

 

Dalla penombra al buio pesto

In 365 giorni il tycoon, al suo secondo mandato alla Casa Bianca, ha modificato, forse definitivamente, la percezione comune sul ruolo degli Usa nel mondo. Decreti a raffica, minacce ai Paesi sovrani, uso della forza dentro e fuori il Paese: ecco un primo bilancio. Un anno di svolte brusche e inversioni di rotta che hanno spiazzato l’opinione pubblica americana e internazionale e messo in difficoltà i partner storici degli Stati Uniti. A dodici mesi dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump non è solo la rapidità dei cambiamenti imposti dal presidente a colpire, ma anche la loro direzione, che segna una rottura con gli ultimi decenni di politica americana. Lo dimostrano soprattutto le immagini che fanno da sfondo a questo anno di tariffe e licenziamenti di massa di dipendenti federali, di decreti firmati a raffica e di minacce a Paesi sovrani: video di città militarizzate, prima dalla Guardia nazionale e poi dagli agenti dell’Ice, uomini armati e mascherati su blindati per le strade, episodi di violenza indiscriminata e promesse del capo della Casa Bianca di ricorrere a strumenti eccezionali per “ristabilire l’ordine”. Sono eventi che gli alleati degli Stati Uniti e una parte crescente degli americani faticano a riconciliare con l’idea di una democrazia occidentale stabile. Le trasformazioni, però, hanno una fragilità strutturale: gran parte delle decisioni è stata imposta con ordini esecutivi che un futuro presidente potrebbe revocare in tempi rapidi. (“Avvenire” – Elena Molinari)

A volte mi viene un dubbio atroce: Trump ha cambiato veramente la politica statunitense o l’ha soltanto adattata ai tempi, facendo emergere brutalmente gli indirizzi costantemente adottati dagli Usa a livello interno ed internazionale? Forse prima veniva usata la carota mentre ora viene snudato il bastone? Forse Trump ha il “coraggio” di dichiarare apertamente le intenzioni inconfessabili del passato?

Non sono mai stato un filo-americano, non ho mai capito la società di questo grande Paese, ho sempre visto con scetticismo e fastidio l’eco del loro stile di vita nel nostro modo di vivere, non sono mai riuscito a cogliere un filo storico-culturale positivo al di là di qualche stentoreo acuto kennediano e delle battaglie americane per i diritti dei neri.

Ad un certo punto abbiamo imparato talmente bene la loro lezione da invertire la tendenza: siamo stati noi europei e italiani in particolare a dettare il compito agli americani: si pensi al berlusconismo che in un certo senso fa da copione al trumpismo. Il giochino è impazzito, lo strano caso del Dottor Henry Jekyll e del suo alter ego, Mister Edward Hyde è diventato realtà: divertiamoci ad assegnare le parti…

Abbiamo avuto troppa accondiscendenza nei confronti della politica statunitense: ci conveniva dire sempre di sì, avevamo paura del comunismo, l’ombrello della Nato ci faceva molto comodo. Non ci siamo accorti che chi tentava minimamente di uscire da questa tenaglia (è il caso di Aldo Moro) faceva una gran brutta fine. C’è voluto il suo tempo, c’è voluto Trump per farci capire che i rapporti politici a livello internazionale sono molto più complessi di quanto pensassimo. Non vedevamo che dietro tanti regimi autoritari sparsi nel mondo c’era la longa manus statunitense? Non vedevamo che gli americani facevano i loro porci comodi in giro per il mondo? Non vedevamo che gli aiuti che ci venivano indubbiamente concessi avevano un prezzo da pagare nel tempo e nello spazio?

Forse è venuto il momento di aprire gli occhi, sperando che non sia troppo tardi. Non sarà facile infatti invertire certe tendenze all’appiattimento filo-americano, dovremo cambiare mentalità, dovremo fare sacrifici, dovremo ridisegnare le mappe delle alleanze a geometria variabile, dovremo capire che l’ombrello della Nato va sostituito con quello europeo se non vogliamo annegare sotto il diluvio trumpiano, sperando magari che i primi a svegliarsi dal sonno siano gli americani stessi col rischio di ricominciare da capo la manfrina che ci sta divorando.

Quando nel dopoguerra si discuteva l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico, nella democrazia cristiana c’era chi come De Gasperi era convintamente favorevole (facendo magari anche un po’ di necessità virtù) e c’era chi, come Giuseppe Dossetti nutriva idealmente diverse perplessità pensando al cosiddetto neo-atlantismo (una versione più leggera ed autonomistica del patto stesso). Vinse la linea degasperiana; Dossetti se ne uscì dal partito e dalla politica anche per quel motivo: capì infatti che il pragmatismo vincente sulle idealità non faceva per lui e si dedicò a ben altre scelte di vita.

Ho sentito recentemente affermare come la storia abbia dato ragione a De Gasperi. Ne siamo proprio convinti? Non si trattava in alternativa di aderire al blocco comunista, ma semmai di coniugare la sincerità delle alleanze con il diritto/dovere dell’autonomia.

Le attuali rivelazioni sul ruolo degli Usa mi pare che mettano qualche dubbio e gettino una secchiata di acqua gelida sulle scelte di allora. Mi si dirà che occorre contestualizzare. Sono d’accordo. Ma occorrerebbe anche profetizzare, cioè guardare più avanti che si può…

 

 

Mario Draghi, ritorno al futuro

La suggestione è potente: Mario Draghi inviato speciale dell’Unione europea per l’Ucraina. L’ex presidente della Bce, ex premier di (quasi) unità nazionale e già governatore della Banca d’Italia conserva assolutamente intatta la fiducia di cui gode, in Italia come sulla scena internazionale.

Per questo, quando Carmelo Caruso del Foglio ha chiesto a Giovanbattista Fazzolari se «l’inviato speciale» potesse essere proprio l’ex premier, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha risposto senza incertezze: «Sì. Se fosse per noi, sì». Nessun dubbio, a prescindere dal fatto che l’unico partito a non aver votato per Draghi premier era stato proprio Fratelli d’Italia. 

Il botta e risposta tra il giornalista e il braccio destro di Giorgia Meloni è nato subito dopo la conferenza stampa annuale della presidente del Consiglio. Proprio lei aveva parlato della necessità di un interlocutore europeo con la Russia: «Penso che su questo Macron abbia ragione. Credo sia arrivato il momento in cui anche l’Unione europea parli con la Russia». Anche per dare un ruolo alla stessa Europa: «Se l’Unione decide di parlare soltanto con una delle due parti in campo (l’Ucraina), temo che il contributo sia limitato». La presidente del Consiglio aveva chiuso il passaggio del suo discorso con una domanda: «Il problema è chi deve farlo».

Proprio da quello era nata la domanda del Foglio a Fazzolari. Ma al di là della conferma del credito di cui Mario Draghi gode, anche oggi e anche da parte di chi non è stato un suo sostenitore storico, non è affatto detto che a breve l’ex governatore Bce parta per Mosca su mandato dell’Unione. Certo, dalle parti della premier si conferma che lei stessa abbia parlato anche recentemente con gli interlocutori europei sulla necessità di un’Unione che parli con una voce sola.

Resta però il fatto che un inviato speciale dell’Ue  dovrebbe essere indicato appunto dall’Unione. Che dispone già, con la vicepresidente della Commissione Kaja Kallas, di un Alto rappresentante per gli Affari esteri. Anche se, secondo la Lega, l’oltranzismo anti russo dell’estone Kallas «è uno dei problemi».

Soprattutto, a Bruxelles quando si parla dell’argomento, il nome che spesso circola è quello del presidente finlandese Alexander Stubb. Che tra l’altro, e probabilmente non guasta, ha anche un cordialissimo rapporto con il presidente degli Stati Uniti: «Siamo buoni amici», ha detto Trump, che qualche mese fa lo ha anche invitato per una partita di golf sul campo di Mar-a-Lago: «È un ottimo giocatore». Ma in Europa c’è anche chi ipotizza che la delega per la questione ucraina potrebbe non essere destinata a una sola persona. E comunque, la decisione non parrebbe essere imminente.

Chi di certo non commenta è il diretto interessato, Mario Draghi. Ma anche dai partiti italiani non si intende intervenire. Matteo Salvini, parlando con i suoi, ha definito l’ipotesi una «fake news» e «una fantasia». Mentre dalle parti del ministro degli Esteri Antonio Tajani nessuno commenta. Anche se vicino a lui c’è chi ricorda che a suo tempo lo stesso ministro si era detto favorevole a un rappresentante unico: all’epoca Tajani aveva fatto i nomi di Silvio Berlusconi e Angela Merkel. (Corriere della sera – Marco Cremonesi)

A prescindere dalla plausibilità e dall’opportunità dell’oggetto, effettivamente sembra una fake news, anzi, a pensar male, potrebbe essere un modo di bruciare sul nascere una possibilità tutt’altro che remota. È comunque l’occasione per qualche impertinente riflessione.

Innanzitutto una simile voce fuggita dal seno di un braccio destro della premier, quel Fazzolari considerato un suo autorevole collaboratore, la dice lunga sul fatto che la pescivendola non saprebbe più che pesci pigliare e quindi arriverebbe ad affidarsi ad un suo cordiale nemico per togliere le proprie castagne dal fuoco europeo.

Potrebbe però anche esserci un’altra spiegazione: il nome di Draghi gira da tempo negli ambienti Ue e allora tanto vale, a scanso di spiazzamenti futuri, mettere per tempo il cappello su una eventuale sua candidatura ad un ruolo importante e delicato. Non si sa mai…

Non so fino a qual punto un incarico del genere a Mario Draghi possa essere digerito in sede Ue. Il fatto che stiano pensando al presidente finlandese Alexander Stubb, mi fa sorgere il dubbio che la prospettiva Draghi potrebbe essere considerata troppo fuori dagli schemi e quindi imbarazzante per la classe (non) dirigente europea.

Ma usciamo dai ballon d’essai e parliamo seriamente. Non so se a Draghi possa interessare una simile investitura, anche se ne avrebbe (quasi) tutte le qualità necessarie. Sarebbe infatti paradossalmente l’interlocutore giusto per Putin in quanto uomo strettamente legato alla cultura e alla tradizione politica statunitense e quindi credibile e atto a prendere accordi seri nella logica trumputiniana. Nello stesso tempo potrebbe garantire con il suo alto pragmatismo una convivenza accettabile tra Europa e Usa ed un ruolo importante, sia a livello politico che a livello economico, per la Ue e per il dopo-Zelensky nello smaltimento degli ingombranti rifiuti provenienti dal conflitto russo-ucraino.

Il presupposto della eventuale prospettiva diplomatica draghiana è che si punti ad una diplomazia “senza cuore” non, tanto per essere chiari, ad una diplomazia lapiriana: accordi non di bottega ma nemmeno di respiro etico sconvolgente.

In conclusione, nel contesto di una piccionaia sporca e disordinata, anche un sasso ben mirato e ben indirizzato da parte della Ue potrebbe servire. Forse troppo bello per essere vero.

 

 

 

Meloni ha balle fresche, Macron ha palle rotte

Gli Stati Uniti si stanno “progressivamente allontanando” da alcuni alleati storici e “si svincolano dalle regole internazionali”. A 5 giorni dall’attacco al Venezuela, a 24 ore dal sequestro di due petroliere della fotta ombra russa e mentre l’amministrazione Trump continua a ripetere al mondo di voler prendere possesso della Groenlandia, il presidente francese Emmanuel Macron fa sentire con forza la propria voce in occasione del tradizionale discorso di inizio anno davanti al corpo diplomatico al palazzo dell’Eliseo. Un intervento che assume il valore di presa di posizione sul nuovo equilibrio globale e un appello agli altri paesi dell’Unione europea.

In un momento di tensioni crescenti tra Stati Uniti, Cina e altri attori globali le dinamiche internazionali stanno entrando in una fase pericolosa, segnata da una crescente logica di forza e da una crisi evidente del multilateralismo, è il sottotesto dell’intero discorso. Nelle relazioni diplomatiche contemporanee è sempre più presente una forma di “aggressione neocoloniale” e “le istituzioni del multilateralismo funzionano sempre meno efficacemente”, ha deplorato Macron, avvertendo che il mondo sembra avviarsi verso “un sistema di grandi potenze con una reale tentazione di spartirsi il pianeta”.

 “Noi rifiutiamo il nuovo colonialismo e il nuovo imperialismo, ma rifiutiamo anche la vassallizzazione e il disfattismo”, ha detto il presidente francese, rivendicando i risultati ottenuti dalla Francia e dall’Europa negli ultimi anni. “Ciò che siamo riusciti a fare va nella direzione giusta: più autonomia strategica, meno dipendenza rispetto agli Stati Uniti come rispetto alla Cina”, ha aggiunto, indicando l’autonomia europea come risposta alla competizione tra grandi potenze.

Macron ha poi denunciato apertamente quella che ha definito la “legge del più forte”. Nel suo discorso agli ambasciatori, il presidente ha evocato immagini forti: “È il più grande disordine, la legge del più forte, e ogni giorno la gente si chiede se la Groenlandia sarà invasa, se il Canada sarà minacciato di diventare il 51° Stato degli Stati Uniti o se Taiwan sarà ulteriormente circondata”. Un passaggio che sottolinea il clima di incertezza globale e la percezione di un mondo “sempre più disfunzionale”, in cui Stati Uniti e Cina, secondo Macron, mostrano “una reale tentazione di dividersi il mondo tra loro”. (“Il Fatto Quotidiano” – Redazione Esteri)

 

Era ora che qualcuno a livello europeo si facesse sentire. La Francia si è storicamente sempre distinta in senso autonomistico rispetto agli Usa: non ho mai capito se questa posizione fosse e sia frutto di mero orgoglio nazionale tattico o di una strategica visione dei rapporti internazionali. La Francia ha inoltre un ingombrante passato remoto coloniale e anche il passato recente e il presente non sono certamente esemplari sul piano del rispetto del diritto internazionale.

In questo momento serve tuttavia battere un colpo anche se chi lo fa sconta i suoi peccati a livello internazionale e una notevole debolezza all’interno del proprio Paese. Può essere Macron attore protagonista di un rilancio europeo sullo scacchiere mondiale? Ho seri dubbi, ma le sue dichiarazioni sono condivisibili e tutto sommato coraggiose.

Nel momento in cui la Gran Bretagna ribadisce la propria indefessa posizione di subalternità rispetto agli Stati Uniti, nel momento in cui al Germania pensa soprattutto a rilanciare la propria economia, nel momento in cui l’Italia dimostra tutta la sua opportunistica vicinanza a Donald Trump, le dichiarazioni di Macron rappresentano un caldo invito ad essere europei e a prendere l’iniziativa prima che sia troppo tardi.

Anche nei rapporti con l’Ucraina si sta muovendo qualcosa ad opera dei cosiddetti “volenterosi”, ma soprattutto per iniziativa della Francia che sembra avere preso in mano il pallino.

A Parigi, l’ultima riunione della coalizione dei Volenterosi è parsa oggi pure il banco di prova di una specie di “exit game” planetario. La missione? Uscire dal labirinto gelido in cui la comunità internazionale, anche dopo le ultime “gesta” della Casa Bianca, teme di smarrire la capacità di risolvere le crisi con il diritto e la diplomazia. Di stampo atlantico, nonostante tutto, l’esito centrale della riunione, raggiunto sulle garanzie politico-militari per Kiev dopo un’eventuale tregua con Mosca: «I partner della coalizione e gli Stati Uniti svolgeranno un ruolo fondamentale, in stretto coordinamento, nel fornire queste garanzie di sicurezza».

Da parte loro, i Volenterosi si daranno per mandato pure la «rigenerazione delle forze armate ucraine». Ma l’obiettivo principale sarà fornire «misure di rassicurazione in aria, in mare, sulla terraferma». Riguardo alla leadership della forza, è stato chiarito nero su bianco che «questi elementi saranno guidati dall’Europa», nonostante la coalizione conti pure Paesi d’altri continenti, come Canada, Giappone, Australia. Nel complesso, i Volenterosi si dicono decisi ad offrire «garanzie politicamente e giuridicamente vincolanti» di salvaguardia dell’Ucraina.

La marcia in più giungerà comunque dall’altra sponda dell’Atlantico, grazie a «un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, guidato dagli Stati Uniti con la partecipazione internazionale». Ciò implicherà «l’uso di capacità militari, supporto d’intelligence e logistico, iniziative diplomatiche e l’adozione di ulteriori sanzioni». In virtù di ciò, Parigi ha potuto affermare che sono stati compiuti «progressi decisivi», all’insegna di una «convergenza operativa» di un asse che da Washington giunge a Kiev, passando per l’Unione Europea pronta a ritagliarsi un ruolo di perno e anche di ponte diplomatico. Quella siglata oggi è solo una dichiarazione d’intenti. Proiettata, beninteso, verso lo scenario ancora ipotetico di una tregua sul fronte russo-ucraino. Ma ben al di là della Ville Lumière, era il segnale minimo atteso da ogni promotore del diritto internazionale, sullo sfondo delle crepe che per altri versi rischiano di allargarsi pure all’interno del campo occidentale.  (“Avvenire” – Daniele Zappalà – Parigi)

 

Nei rapporti con l’Ucraina però casca l’asino ed emergono le contraddizioni e le incongruenze anche e soprattutto da parte italiana.

Un tempo il nostro Paese si distingueva per lo stare dalla parte del vincitore, oggi si distingue per una sorta di “vi aiutiamo ad armarvi, ma poi partite voi”.

La frase “Meloni sì alla logistica no agli uomini sul campo” riassume la posizione del governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, riguardo al sostegno all’Ucraina: l’Italia continuerà a fornire supporto logistico, addestramento e risorse, ma esclude categoricamente l’invio di truppe italiane “sul campo” (boots on the ground), mantenendo una linea di non coinvolgimento diretto nel conflitto armato.

Pieno sostegno a Kiev, ma ancora e sempre senza l’invio di militari italiani sul terreno. La premier Giorgia Meloni tiene il punto all’incontro dei Volenterosi di Parigi, al termine del quale si fa strada il progetto di “forza multinazionale” a difesa dell’Ucraina, spinto soprattutto da Francia e Regno Unito. Ma nel frattempo appoggia le ragioni della Groenlandia, oggetto dei piani statunitensi.

Partiamo dall’Ucraina: il vertice in terra francese era «dedicato all’affinamento delle garanzie di sicurezza ispirate all’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica», spiega Palazzo Chigi in una nota. Il riferimento è all’ormai nota parte del trattato in cui si prevede che se uno Stato della Nato viene attaccato, gli altri lo difendono. Palazzo Chigi conferma «la necessità di mantenere alta la pressione collettiva sulla Russia». Ma agli altri leader Meloni ribadisce «l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno».E in questo senso l’esecutivo accoglie con soddisfazione «la volontarietà della partecipazione» alla missione sovranazionale. Un domani, magari nella cornice Onu, si vedrà, sempre nel «rispetto delle procedure costituzionali». La premier arriva al vertice dei Volenterosi con un ritardo di un’ora – causa deviazione a Milano per incontrare i feriti di Crans-Montana – ma la sua presenza è già un segnale. In passato, infatti, aveva preferito non presentarsi: «Si parlava di invio di truppe e noi siamo contrari» disse ad esempio l’anno scorso per giustificare l’assenza a Tirana, provocando l’ira di Emmanuel Macron («la discussione era per un cessate il fuoco»). (“Avvenire” – Gianluca Carini – Roma)

 

In un certo senso il discorso è simile a quello dell’invio di armi difensive e non offensive, discorso che viene fatto per giustificare l’appoggio militare all’Ucraina.

Io non ti do soldati, ma insegno l’arte della guerra ai tuoi soldati; io non ti do armi valide per attaccare il nemico, ma armi atte a difenderti.

Io la chiamo ipocrisia, voi non so…

Trump non dovrebbe combattere i totalitarismi con la forza delle armi, però ha fatto bene ad intervenire in Venezuela (Antonio Tajani regge la coda alla Meloni sfoggiando un trumpismo d’accatto: l’intervento degli Usa è stato legittimo).

O si ha il coraggio di essere sempre e comunque contrari ad interventi direttamente o indirettamente legati ad una logica bellica, puntando solo ed esclusivamente sulla forza dissuasiva del dialogo e della diplomazia, altrimenti non si può essere in guerra, ma solo un pochettino, e va benissimo se la fanno gli altri: questa non è diplomazia, questa è ipocrisia.

Disarmiamoci e scendiamo in piazza

«Siamo con chi resiste, con chi non si piega, con chi rischia tutto per i diritti e per la democrazia» ha sottolineato ieri la Rete italiana pace e disarmo, già protagonista di diverse iniziative dal Medio Oriente all’Ucraina. «Il futuro dell’Iran appartiene al suo popolo. Scendiamo in piazza in ogni città, mobilitiamoci per fermare il massacro e per richiedere l’immediata liberazione di tutti i prigionieri politici». Molto netta è anche la posizione delle Acli. «Non è possibile assistere ad un simile massacro a cielo aperto senza chiedersi concretamente che cosa possa fare la comunità internazionale per porvi fine» sottolinea l’associazione». Nel frattempo, la Cisl ha organizzato per il 23 gennaio una fiaccolata con presidio davanti all’ambasciata dell’Iran in Italia. «Bisogna sostenere la lotta di chi, al costo della propria vita, invoca la svolta democratica» ha spiegato la segretaria generale del sindacato, Daniela Fumarola.

L’azione non può non accompagnarsi alla riflessione, su quanto sta accadendo, e questo per il mondo cattolico in particolare vuol dire cogliere l’occasione per ridare centralità all’Europa, oggi vilipesa e derisa, come possibile casa futura dei i popoli oppressi. Lo dice bene Angelo Moretti, portavoce del Mean, il Movimento europeo di azione non violenta. «Paradossalmente, il momento può essere adesso. Tra un’America il cui presidente si erge in modo arrogante a garante di un’unica moralità, la sua, e una Cina dove la repressione dei diritti prosegue, il Vecchio continente ha l’opportunità di mostrarsi con la schiena dritta, non più esitante o balbettante». Moretti ha in mente le missioni di pace che hanno portato amministratori, politici e volontari in Ucraina in questi quattro anni di guerra. «Chi subisce una qualsiasi forma di esilio, in patria e fuori, deve trovare asilo e ospitalità nei nostri Stati, che considerano la democrazia e la libertà valori indiscutibili». «È evidente che in questo momento c’è bisogno di più Europa – gli fa eco il vicepresidente nazionale di Azione Cattolica, Paolo Seghedoni -. La piazza in questo senso è uno strumento importante, perché senza di essa tante istanze resterebbero sulla carta. Chi ci va, poi, deve aprirsi in un dialogo ostinato con chi non la pensa come lui, anche per evitare il rischio di strumentalizzazioni». (“Avvenire” – Diego Motta)

Di fronte a questi sacrosanti appelli al protagonismo delle piazze mi sento politicamente ringiovanito. Fin da adolescente, quando succedeva qualche fatto importante a livello interno o internazionale, sentivo l’impulso irrefrenabile a scendere in piazza per protestare e manifestare. Non mi chiedevo se poteva servire, lo davo per scontato. Non stavo troppo a sottilizzare su chi partecipasse alla manifestazione: c’era comunque un idem sentire democratico che superava le divisioni ideologiche e partitiche.

Esprimo quindi grande soddisfazione e totale adesione alle iniziative di cui sopra, che, fra l’altro, combinano perfettamente la democratica sensibilità e solidarietà con la configurazione di un corrispondente quadro politico internazionale. Non si tratta di sbraitare scompostamente, ma di protestare convintamente, non si tratta di rispondere alla violenza con la violenza, ma di proporre una concreta e credibile via democratica nella vita dei popoli, non si tratta soltanto di mettere a posto la coscienza, ma di “sognare” un mondo diverso.

Penso sia la migliore risposta a chi intende disegnare gli equilibri mondiali sulla pelle dei popoli, a chi ritiene che la forza e l’arroganza dei potenti possa trovare un compromesso sulle spalle di chi soffre per la mancanza di libertà e democrazia.

Madre Teresa di Calcutta diceva: “Ogni cosa che facciamo è come una goccia nell’oceano, ma se non la facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno”.

Mi permetto di parafrasarla dicendo: “Ogni sincero anelito alla democrazia è una goccia nel mare della politica, ma se non lo esprimessimo pubblicamente la politica avrebbe una goccia in meno”. E in questo mare continuerebbero a sguazzare impunemente i nemici della giustizia e della libertà.

 

 

 

 

I poveri, questi sconosciuti

Per “colpa” della povertà l’ultima edizione del prestigioso premio Miglior Sindaco del Mondo non verrà portata a conclusione e il riconoscimento non sarà assegnato, cosa mai accaduta in oltre vent’anni della manifestazione diventata ormai uno degli appuntamenti più importanti per dare visibilità alle amministrazioni locali. A colpire è la motivazione, che lascia perplessi ma è un chiaro barometro della società in cui viviamo. Nelle ultime edizioni il premio aveva un tema conduttore in base al quale valutare l’operato dei sindaci, dalla questione di genere all’integrazione dei migranti. Per l’edizione 2025, con premiazione quest’anno, protagonista era la lotta alla povertà, ma l’argomento deve essere sembrato di poco appeal perché la risposta da parte degli utenti è stata così bassa da aver raccolto una rosa di candidati troppo esigua per poter essere una base sufficiente di votazione. (“Avvenire” – Simona Verrazzo)

I casi sono due: o la povertà è talmente limitata da non essere percepita dalla gente oppure sono i sindaci a non percepirla e/o a nasconderla sotto il tappeto del falso ed egoistico benessere imperante. I poveri ci sono eccome, ma vengono ignorati o emarginati o addirittura colpevolizzati dai cittadini benpensanti e dagli amministratori comunali malgovernanti.

Parma ha appena celebrato la festa del suo patrono e, come al solito, è stata l’occasione per fare un punto della situazione e per premiare i cittadini che si sono distinti per i loro meriti. Mi sono scrupolosamente estraniato da queste stucchevoli ritualità civiche: sapevo infatti che anche a Parma non si avrebbe avuto il coraggio di mettere il dito nelle numerose piaghe sintetizzabili proprio nella povertà dei tanti cittadini che soffrono per vari motivi.

Parma si distingue non tanto per il suo diffuso benessere sempre più raccolto nella sempre meno numerosa parte dei benestanti, ma per la capacità di truccare la situazione sotto una sindacale valanga di chiacchiere e sotto una narrazione mediatica di comodo, fatta apposta per non disturbare il manovratore.

Parma, se non erro, è una città italiana con un alto numero di associazioni di volontariato in rapporto al numero degli abitanti: se è un dato qualificante dal punto di vista sociale, temo però che rappresenti il modo di scaricare i problemi dal pubblico al privato, dalla insensibilità di chi amministra alla coscienza di chi è amministrato.

La politica spesso si riempie la bocca di elogi nei confronti del volontariato, a volte invece trova addirittura  da ridire su di esso: da un pubblico amministratore incapace di affrontare le difficoltà, non sono graditi gli elogi e sono tantomeno accettabili le critiche verso coloro che si stanno comunque impegnando. Ci sarebbe solo da dire grazie e tacere.  Allo stesso insulso modo è trattato oggi chi osa sostenere l’imperativo umanitario dell’aiuto agli immigrati, Chiesa in primis: viene invitato a portarseli a casa propria e, se ce li porta, viene magari accusato di farlo per interesse economico, lucrando sulle sovvenzioni pubbliche.

Al riguardo mi sovviene una curiosa esperienza fatta durante la mia vita professionale. Andai a rappresentare le cooperative parmensi (quelle sociali in particolare) aderenti all’associazione in cui prestavo il mio servizio. Dove? In Prefettura! A Parma si intende. Era stata convocata una riunione dei rappresentanti delle forze economiche e sociali in occasione dell’emergenza creatasi in Italia, ed anche a Parma, per la fuga in massa degli Albanesi dal loro Stato in piena bagarre post-comunista. Eravamo alla fine degli anni ottanta, se non erro. Era un afoso pomeriggio estivo: arrivai senza giacca e cravatta e con un po’ di ritardo (fatto strano ed eccezionale per la mia quasi maniacale puntualità) alla riunione che si teneva in un’ampia sala della prefettura, ricca di stucchi ed affreschi. L’incontro si svolgeva attorno ad un grande e lungo tavolo. Non era in funzione l’impianto microfonico e quindi non si capiva nulla. Il collega a cui ero seduto vicino, ad un certo punto mi chiese perché tutti parlassero a così bassa voce. Me la cavai con una stupida battuta: «Probabilmente, bisbigliai, non si può parlare ad alta voce per il pericolo che gli stucchi possano deteriorarsi in conseguenza delle onde sonore?!». Chi riuscì a sentirmi mi guardò scandalizzato: ero arrivato in ritardo, senza giacca e cravatta ed ora osavo fare lo spiritoso in Prefettura? Il dibattito si trascinò stancamente e francamente non ricordo granché dei contenuti: se gli Albanesi arrivati a Parma si fossero aspettati qualcosa di concreto da quell’incontro… Ad un certo punto il Prefetto (non ricordo il nome) fece un attacco nei confronti delle associazioni di volontariato e del privato-sociale in genere, sostenendo che, a suo giudizio, l’impegno non era all’altezza della situazione emergenziale. Non seppi tacere, non sopportai un simile “becco di ferro”. Non ricordo le testuali parole, ma dissi sostanzialmente: «Da uno Stato incapace di affrontare le difficoltà, non sono accettabili critiche a coloro che si stanno comunque impegnando. C’era solo da dire grazie e tacere…». Non ebbi molte solidarietà. Mettersi contro il Prefetto non è tatticamente il massimo dell’opportunismo, ma …

Anche le istituzioni ecclesiali, dal Vaticano alle parrocchie, in materia di aiuto ai bisognosi non sono dei fulmini di solidarietà, spesso si nascondono dietro la Caritas quale ente delegato al “lavoro sporco” di occuparsi dei poveri cristi. Mi torna alla mente come don Raffaele Dagnino, uno storico prete della nostra città, a chi gli offriva danaro per i poveri qualificandoli con l’aggettivo possessivo “suoi” (di don Dagnino appunto), rispondesse stizzito e con genuino spirito evangelico: «Bada che i poveri sono anche “tuoi” e quindi consegna loro il tuo aiuto direttamente, guardandoli negli occhi!». Sono cambiate le situazioni, ma non è cambiato l’atteggiamento di chi vuole sgravarsi la coscienza a basso costo.

Esiste purtroppo anche il rischio di fare del volontariato un mestiere, di imprigionare anche la carità nei lacci della spersonalizzante routine. Non accuse, ma preoccupazioni. Quando vedo a livello Caritas affiorare comportamenti freddi e distaccati, schemi organizzativi piuttosto burocratici, procedure poco accoglienti e molto anonime, mi ricordo di un episodio riconducibile al caro indimenticabile amico Don Luciano Scaccaglia. Poco prima che iniziasse una messa domenicale entrò in chiesa un immigrato accolto nella comunità di S. Cristina, con passo malfermo e zoppicante in quanto portatore di handicap in aggiunta alla sua già difficile situazione esistenziale: era reduce dall’aver bevuto un caffè al bar. Un operatore Caritas, occasionalmente presente alla scena, rimproverò con una certa violenza il poveraccio reo di avere trascurato i viveri della casa di accoglienza per spendere danaro al bar. Don Scaccaglia non intervenne. Mi si accostò e disse: «Sarà della Caritas, ma questa non è Caritas…questo poveretto va al bar perché tenta disperatamente di sentirsi uguale agli altri…noi andiamo al bar e perché lui non ci deve andare…oltretutto è un modo per socializzare ed integrarsi con noi…». Il cuore prima dell’ostacolo!

Chissà perché mi viene spontaneo fare il parallelo con quanto affermava, col suo linguaggio incisivo e colorito, l’indimenticabile Mario Tommasini in materia di sessualità e di rapporti sentimentali nei portatori di handicap. A chi dimostrava incertezze e titubanze al riguardo si rivolgeva, provocatoriamente e sgarbatamente, così: «A vot fär sesso ti e basta… a ghèt dirìtt d’inamorärot ti e basta…parchè lor no?…m’al vót spiegär?!…».

A proposito di personaggi altamente positivi nei rapporti con la povertà aggiungo le frasi di due autentici profeti politici.

Don Lorenzo Milani: «Fai strada ai poveri, senza farti strada».

Giorgio La Pira. Ecco come si espresse nel 1955 alla segreteria nazionale della DC: «Fino a quando mi lasciate a questo posto, mi opporrò con energia massima a tutti i soprusi dei ricchi e dei potenti. Non lascerò senza difesa la parte debole della città: chiusura di fabbriche, licenziamenti e sfratti troveranno in me una diga non facilmente abbattibile… Il pane (e quindi il lavoro) è sacro. La casa è sacra. Non si tocca impunemente né l’uno né l’altra! Questo non è marxismo: è Vangelo! Quando gli Italiani poveri saranno persuasi di essere finalmente difesi in questi due punti, la libertà sarà sempre assicurata al nostro Paese».

I grandi sono fatti così, ma purtroppo di fatti così la mamma non ne fa più, si è rotta la macchinetta e la sensibilità non funziona più.

 

 

 

Non so se conviene… Ma vai da Trump!

Faccio molta fatica a districarmi nei due emergenti gineprai internazionali, quello Venezuelano e quello Iraniano, su cui peraltro incombe la longa e infida manus di Donald Trump.

Ho cercato di farmi illuminare da due personaggi molto autorevoli (almeno sulla carta), vale a dire María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel per la Pace, e Mohammad-Reza Djalili, per anni docente di Scienze politiche e diplomatiche all’Institut de hautes études internationales di Ginevra, nonché autore di vari libri sul suo Paese d’origine, tra cui Géopolitique de l’Iran.

Mentre la prima spinge, il secondo frena.

Esattamente dieci giorni fa, dopo una serie di raid Usa su Caracas in cui è morta un’ottantina di persone, l’ormai ex leader Nicolás Maduro è stato catturato e portato di forza a New York per rispondere, insieme alla moglie Cilia Flores, di una serie di imputazioni per narcoterrorismo. L’azione sembrava finalizzata a defenestrare il chavismo, bersaglio principale, negli ultimi mesi, del presidente Donald Trump. La candidata più ovvia per guidare il “nuovo corso” appariva Machado, alleata dell’Amministrazione e amica personale del segretario di Stato, Marco Rubio. Dopo ore di incertezza, però, le parole del capo della Casa Bianca hanno ribaltato il quadro. «Alla donna gentile» ma priva «del rispetto del popolo» – così, con il suo solito stile, The Donald ha definito l’attivista, senza nemmeno nominarla –, gli Stati Uniti hanno preferito l’ex vice di Maduro, Delcy Rodríguez, designata presidente ad interim. È quest’ultima, da una settimana, a gestire la nuova fase di «collaborazione» con Washington, incentrata sul controllo da parte del vicino del Nord del petrolio nazionale. Machado è stata, almeno per ora, relegata in panchina. Ruolo che la “Lady di ferro del dissenso”, come la chiamano, non è disposta ad accettare. Per questo ha fatto buon viso a cattivo gioco e ha, ripetutamente, ribadito la propria fiducia in Trump, a cui si è anche offerta di a cedere il Nobel. Simbolicamente, poiché il Comitato di Oslo ha precisato che il Premio non è trasferibile. Potrebbe consegnarglielo già domani quando si recherà alla Casa Bianca per vedere il presidente Usa. Lo ha annunciato lo stesso Trump su Truth e, nelle stesse ore, l’Amministrazione ha anche aperto a una riunione con la rivale Rodríguez. In questo scenario cangiante, i venezuelani attendono, ancora storditi, di comprendere cosa accadrà nel prossimo futuro. Il rischio escalation è alto. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Machado è troppo schierata per essere operatrice di vera pace, troppo amica degli americani per essere credibile agli occhi dei venezuelani, troppo impegnata politicamente per svolgere un ruolo di intermediaria nella inquietante crisi venezuelana. Stupisce che papa Leone XIV faccia il tifo per lei: Prevost parla molto bene, ma quando dalle parole passa ai gesti politici non ne azzecca una (urge la nomina di un segretario di Stato vaticano con i cosiddetti). Per chi, come il sottoscritto, nutriva maliziosi dubbi filo-americani sulla nomina di papa Leone, viene spontaneo dedurre dall’asse Prevost-Machado un timido (?) tentativo di interloquire con Donald Trump. Non voglio demonizzare il presidente statunitense, ma faccio molta fatica a pensare che il Padre Eterno riesca a scrivere dritto sulle righe storte trumpiane. Ho la netta impressione che, se i venezuelani si aspettano di uscire dal tunnel sotto la guida di questo problematico connubio vatican-machadiano, rischiano di cadere dalla padella maduriana alla brace trumpiana.

Passo al ginepraio iraniano.

Mohammad-Reza Djalili afferma: «Un intervento straniero militare sarebbe controproducente, soprattutto se dovesse prolungarsi nel tempo. Il rischio di un intervento americano, o israelo-americano, sarebbe poco apprezzato in Iran. A meno che non avvenga in maniera ultrarapida e minimalista con l’obiettivo di fiaccare le difese del regime, magari colpendo centri nevralgici oppure attraverso l’eliminazione di alcune personalità al vertice. Mai però avventurarsi in conflitti di più lunga durata che rischiano di provocare un elevato numero di vittime. So che Trump terrà nelle prossime ore un briefing per esporre le diverse opzioni, ma vorrei ricordare che l’Iran non è il Venezuela e Teheran non si trova sul mare». (dall’intervista rilasciata ad “Avvenire” – Camille Eid)

Apprezzo la prudenza di questo illustre personaggio. Diffido di Donald Trump ancor più se lo vedo in combutta con Netanyahu. Non vorrei essere nei panni degli iraniani: da una parte l’oppressione del fanatismo islamico, dall’altra parte la prospettiva di un colonialismo magari di lusso, ma sempre colonialismo rimane.

In entrambi i gineprai di cui sopra il problema di fondo è la mancanza di un gruppo dirigente alternativo rispetto agli attuali regimi: la transizione democratica non è possibile portarla avanti dall’esterno anche dimenticando gli sporchi interessi economici che la condizionano e la rovinano in partenza.

Se nutro seri dubbi sulla capacità politico-democratica di María Corina Machado, figuriamoci se posso aver fiducia di un ambiguo principe Reza Pahlavi in versione Lazzaro. E allora? Affidarsi all’estemporanea verve di Trump è una tentazione tremenda. Lasciare le cose come stanno è sbagliato. Intromettersi o restarne fuori? La Machado ha pensato bene di appoggiarsi al Vaticano, sempre meglio uno sprovveduto Roberto Prevost di un tartufesco Marco Rubio. Mohammad-Reza Djalili ritiene opportuno fare un po’ di melina socio-culturale in attesa che si chiarisca il fronte anti-pasdaran. Trump sta buttando dei sassi negli stagni per poter pescare nel torbido. Prima che l’acqua diventi se non potabile almeno balneabile ci vorrà del tempo…forse ci vorranno dei morti, come sta già succedendo (12.000 morti nelle proteste in Iran). Non si può mettere a soqquadro il mondo senza un filo logico se non quello di avere meri e forse anche precari tornaconti economici. Sarebbe d’obbligo fermare questo delinquente professionista nonché politico dilettante allo sbaraglio.

D’altra parte, udite-udite cosa sta succedendo a Gaza: “Il cessate il fuoco è iniziato a inizio ottobre 2025, ma da allora oltre 100 bambini sono stati uccisi a Gaza, circa uno al giorno, e centinaia sono rimasti feriti. Numeri che “parlano” solo degli incidenti per i quali sono disponibili dettagli sufficienti per essere registrati, quindi si stima che il numero effettivo di bambini palestinesi uccisi sia più alto. La denuncia arriva dall’Unicef attraverso il suo portavoce James Elder”.

Ed è soltanto una tregua, chissà cosa succederà in caso di pace. Trump: il perseguimento della pace non è il suo forte. Dimenticavo…è sempre e comunque tutto colpa di Hamas. Venezuela, Iran e Groenlandia sono avvisati. Il mondo è in pericolo: ci toccherà rimpiangere Maduro e Khameney. E per la Groenlandia cosa farà la Ue? Ci penserà Tajani, lui sì che se ne intende…

 

 

 

 

 

 

Parma piena di sepolcri imbiancati

Chiedo scusa, ma intendo celebrare di seguito la festa di sant’Ilario, patrono della città di Parma, a modo mio. Mi sento parmigiano fin nel midollo delle ossa, sono nato e vissuto in Oltretorrente, amo Parma, ma progressivamente questo sentimento si è trasformato in amore-odio. Non mi sento più a mio agio in questa città così ricca di lussuosa prassi consumistica e così povera di sensibilità socio-politica in aperta contraddizione col suo passato glorioso. Il mio impegno a livello professionale e politico è finito per raggiunti limiti di età, mi resta la critica a livello civile. Guai a chi me la tocca!

Anche a Parma va in onda la fuorviante cantilena della cosiddetta sicurezza. I parmigiani “chiedono più sicurezza”, chi amministra la città enfatizza il “grande lavoro delle forze dell’ordine” soprattutto quello della polizia locale con “gli agenti più vicini alla gente nelle piazze e nei mercati rionali”. I virgolettati sono i titoli della narrazione gazzettiera del quotidiano locale.

Non mi unisco al coro, anzi mi distinguo nettamente da esso per cantare un altro ritornello. Parma viaggia su due binari: quello “fanfarone” di una pseudo-cultura dell’inconcludenza sparsa a piene mani tra convegni, progetti ed eventi; quello “svagato” del sistematico abbandono delle periferie territoriali e sociali.

La sicurezza viene dall’assetto civico e sociale e non, pur con tutto il rispetto possibile, dalle forze dell’ordine. Se aumentano povertà, emarginazione e discriminazione vuol dire che siamo fuori strada, che vogliamo arginare gli straripamenti della Parma con la carta assorbente di poliziotti e vigili. Se non si interviene a monte, a valle si potrà soltanto fare l’inventario dei danni. Questo è il circuito chiuso dell’ipocrisia che a Parma fa rima anche con massoneria…

Il sindaco Guerra e il vescovo Solmi si tengono ben lontani dal segnalare il problema: la denuncia della realtà malata è la indispensabile premessa per ogni cura efficace. Non voglio esagerare, ma il sindaco mette in campo la polizia locale accarezzando i cittadini con fantomatici presidi e il vescovo schiera la Caritas diocesana inaugurando la lavanderia dei poveri. Due approcci alla parmigiana, analoghi e volti a fare un po’ di fumo senza preoccuparsi dell’arrosto.

A proposito di fumo, “Parma è la città italiana che registra il maggiore aumento di residenti in 10 anni: dal 2024 al 2024 il tasso di crescita è stato del 4,9%, corrispondente ad oltre 8mila abitanti (nel 2024 eravamo circa 199mila). Lo stabilisce il rapporto Censis. Soddisfatto il sindaco Guerra: «Parma ha mantenuto la sua attrattività. È una città in cui si riesce a vivere a misura di persona». (Gazzetta di Parma)

I cittadini si sfogano nell’allarmismo criminalità e gli amministratori rispondono che la città non è fuori controllo. Sbagliano entrambi perché non hanno il coraggio di cogliere la verità e di affrontarla partendo dai problemi sociali: casa, lavoro, immigrazione, educazione, etc. etc.

L’80% dei parmigiani chiede più sicurezza e il 56% chiede più eventi. Di eventi ce ne sono anche troppi per una città che ama parlarsi addosso e guardarsi allo specchio; per la sicurezza bisogna ritornare daccapo e andare alla radice del malessere sociale.

In cauda venenum. Parma, Parma…città un tempo gloriosa e ricca di fermenti (i Farnese, Maria Luigia, il Correggio, il Parmigianino, il Teatro e la musica, i Borbone, Bodoni, Padre Lino, le barricate del 1922, Arturo Toscanini, occupazione della Cattedrale, Mario Tommasini, etc. etc.), sale alle cronache e alla ribalta nazionale per i clamorosi equivoci della statistica e per lo sbraitare di quattro stronzetti del sottobosco meloniano, che peraltro non vanno sottovalutati perché sono lo specchio di una città decaduta.

 

 

 

 

La furbetta della politichina

Nessuna critica o accusa di «appiattimento» smuoverà Giorgia Meloni da una certezza granitica: non c’è alcun modo di rapportarsi a Donald Trump efficace quanto quello che ha scelto lei. Con il tycoon, ma senza lasciarsi sfilare dall’Europa. Mostrando di comprendere le ragioni di fondo del presidente Usa al netto dei «modi assertivi», ma provando a contemperarle con un’azione paziente, non emotiva. Un “trumpismo cauto” che regge l’urto degli eventi. Che presenta sì un prezzo da pagare – la conferenza stampa si è aperta con il riconoscimento di fatto del governo venezuelano di Delcy Rodriguez, secondo la linea di Washington -, ma che consente anche di conservare dei margini negoziali con l’amministrazione Usa. Sull’Ucraina. E anche, secondo Meloni, sulla Groenlandia. (“Avvenire” – Marco Iasevoli)

Fin qui l’incipit di un benevolo e descrittivo commento di un bravo giornalista alla recente tradizionale conferenza stampa di Giorgia Meloni.

Dopo aver reso omaggio a tutti coloro che nella cosiddetta Prima Repubblica, da De Gasperi in avanti, riuscirono a coniugare fedeltà alle alleanze internazionali con autonoma capacità di critica e di proposta, dopo avere rilevato come il morbido messaggio augurale alla nazione di Sergio Mattarella, seppure ispirato ad alte ed equilibrate finalità più istituzionali che politiche, abbia fornito un involontario assist alla “pescivendola in barile”, preferisco andare al sodo delle mie sconsolate e spietate considerazioni.

«Giorgia Meloni», era scritto in alto. E poi: «Un comportamento 1 supponente, 2 prepotente, 3 arrogante, 4 offensivo, 5 ridicolo. Nessuna disponibilità ai cambiamenti. È una con cui non si può andare d’accordo».

Così recitava l’appunto di Silvio Berlusconi in ordine all’atteggiamento politico (e non solo) di Giorgia Meloni. Me ne sono ricordato ascoltando e rileggendo (per dovere di obiettività) i contenuti della conferenza stampa di fine anno della premier.

Più che di un “botta e risposta” si è trattato di un “carezza e risposta”, tanto erano leggere e accondiscendenti le domande formulate dai giornalisti, i quali, complice l’impossibilità di replica, hanno fatto da mera cornice all’evento mediatico.

Questo timido e pavido atteggiamento della stampa la dice lunga sulla carenza di vero dibattito politico, che finisce col favorire da una parte chi gestisce il potere e dall’altra per scoraggiare a priori chi vorrebbe criticare e si vede costretto ad una sorta di letale rassegnazione culminante nel non voto oppure a proteste culminanti nella violenza.

Ai sacrosanti aggettivi berlusconiani mi sentirei di aggiungere “ipocrita” se tale è chi parla o agisce, fingendo virtù, buone qualità, buoni sentimenti che non ha, ostentando falsa devozione o amicizia, o dissimulando le proprie qualità negative, i proprî sentimenti di avversione e di malanimo, sia abitualmente per carattere, sia in particolari circostanze, e sempre al fine di apparire diverso dalla realtà.

Non c’è stato argomento di rilievo su cui Giorgia Meloni abbia detto la verità soprattutto per quanto riguarda i rapporti con Donald Trump, con la Ue, col Presidente della Repubblica, con la Magistratura e con i partner di governo. Sembrava la vignetta del politico che si barcamena dicendo tutto e il suo contrario.

Non vale nemmeno la pena di entrare nel merito delle questioni, perché si cadrebbe nel giochino pirandelliano del così è se vi pare. La politica con Giorgia Meloni (peraltro purtroppo non solo con lei) è caduta molto in basso: non esiste più in quanto sostituita da una narrazione costruita nel laboratorio mediatico. Qui sta il pericolo. Quando la politica va in vacanza scattano i peggiori tradimenti democratici. E pensare che il momento politico non consentirebbe queste assurde divagazioni e richiederebbe tanta serietà e convinzione; c’è in giro un senso di smarrimento estremamente pericoloso a cui fare fronte con decisione e non da sottovalutare elargendo balle che stanno in pochissimo posto.

Se questa è furbizia…io preferisco definirla ipocrisia; se questa è abilità politica…io preferisco chiamarla colossale gag anti-democratica. Questione di punti di vista.