La sinistra silenziosa

Il motivo dominante delle proteste di piazza può essere sintetizzato nello slogan che va per la maggiore: “Meno armi e più cure”. Finora il nostro Paese ha dimostrato di saper ingoiare senza battere ciglio qualsiasi indirizzo politico, mugugnando nel privato, ma non avendo il coraggio di protestare in pubblico e scegliendo addirittura di astenersi dal voto. La si poteva definire come una protesta silenziosa.

Finalmente si è verificato uno scatto nella coscienza politica popolare con la manifestazione di una sana indignazione. Il tema dominante della protesta riguarda la guerra: la gente non accetta gli equilibri bellicisti e punta ad uno stop al riarmo col dirottamento delle relative risorse alla sanità e al welfare.

Su questo piano esiste una discrasia tra la piazza e la politica: la sinistra che dovrebbe avere la vocazione a interpretare e rappresentare queste istanze dimostra di non essere né carne né pesce, vale a dire di non avere la capacità politica di corrispondere alle rivendicazioni popolari tramite convincenti programmi di governo, ma ancor prima di non avere nemmeno la credibilità per affiancare le proteste. In poche parole una sinistra che non sa fare politica e non sa nemmeno andare in piazza.

Nella piazza che contesta Meloni, non sembra esserci fiducia su chi dovrebbe rappresentare un’alternativa di governo: “Il campo largo? Non ci rappresenta“, spiegano in tanti manifestanti. “Quando governava il Pd gli studenti che contestavano venivano manganellati allo stesso modo di oggi”, accusano gli studenti dei collettivi. Ma è soprattutto sul tema degli armamenti che i progressisti non raccolgono consensi tra chi sfila e sciopera. Al massimo, c’è chi aspetta da Pd, M5s e Avs e il fronte progressista fatti concreti: “La posizione contraria sul 5% del Pil sulle spese militari? Lo vedremo alla prova dei fatti“, spiega una manifestante, mentre mette dei fiori su un cannone di cartapesta, così come si diceva negli slogan degli anni Sessanta. (“Il Fatto Quotiiano” – Alberto Sofia)

Un tempo si diceva che la sinistra era capace di riempire le piazze ma non di riempire le urne, oggi le piazze si riempiono nonostante la sinistra e le urne non si riempiono anche e soprattutto per colpa della sinistra. Stop alle armi, stop alle ingiustizie, stop all’evasione fiscale, stop alla sanità dei ricchi e stop ai salari da fame.

Sul discorso delle armi la sinistra non riesce, soprattutto a livello europeo, a farsi sentire e ad uscire dal pretestuoso tunnel ucraino, impostando iniziative diplomatiche incisive e coraggiose nei rapporti internazionali.

Sul tema della sanità la sinistra soffre delle pecche emergenti dalle regioni in cui ha governato e governa e delle carenze provenienti dal passato durante il quale ha governato senza incidere veramente sull’assetto della sanità pubblica.

Analogo discorso può essere fatto sul welfare in generale e sull’altro tema che tocca nel vivo i cittadini, vale a dire la sicurezza.  Mentre la destra usa la demagogia della paura, la sinistra non è in grado di dimostrare nei fatti che la sicurezza non è soltanto una questione di ordine pubblico ma la premessa, la precondizione, il presupposto e la conseguenza delle politiche che puntano all’emancipazione degli sfruttati, degli emarginati, dei più deboli, alla liberazione da tutte le forme di oppressione (oggi potremmo aggiungere anche di manipolazione, che spesso è una forma di oppressione).

In mancanza di questi coraggiosi fronti di impegno alla sinistra rimane l’appiattimento sul leaderismo senza leader nell’illusione di creare il leader col ricorso alle elezioni primarie impostate come goffa imitazione dell’incostituzionale elezione (quasi) diretta del premier (è la sacrosanta tesi di Massimo D’Alema) nonché consegnarsi al vittimismo soffrendo la sindrome dei capponi di Renzo e perdersi nei meandri del moderatismo datato e del riformismo fragile.

Un tempo (vedi sessantotto e settantasette) i giovani contestavano alla politica un pragmatismo di mera conservazione adottando un piglio fortemente ideologizzato; oggi la politica si nasconde dietro deboli pseudo-ideologie di ritorno per fronteggiare la contestazione radical-pragmatica dei giovani.

Anche il discorso del rifiuto dei metodi violenti non può essere un blocco alla comprensione e alla condivisione dei motivi della protesta: la sinistra si deve distinguere anche in questo dall’impostazione perbenista e reazionaria della destra.

Se ai giovani e alla gente che protesta manca un riferimento a livello politico e se alla politica manca un riferimento ai giovani e alla gente che protesta, la democrazia si inceppa e rischia grosso. La politica chiedeva fino ad oggi un risveglio della gente, oggi è la gente risvegliata che chiede udienza alla politica. La sinistra o capisce questo o si consegna alla peggiore delle sconfitte.