È immaginabile un’alleanza dei partiti ebraici anti-Netanyahu con i partiti arabi? È praticabile cioè la via maestra che escluderebbe dal potere l’uomo, Netanyahu, che secondo molti ha favorito più o meno consapevolmente la tragedia del 7 ottobre 2023 e di sicuro è l’artefice principale del genocidio a Gaza e della pulizia etnica in pieno svolgimento in Cisgiordania? A oggi non lo è. A urne chiuse e dopo la diffusione dei primi exit poll questa ipotesi è stata esclusa da molti dei leader dell’attuale opposizione ebraica, a cominciare da Eisenkot. Del resto, con rare eccezioni, nella politica israeliana è sempre valsa tra le forze di tradizione sionista una rigida conventio ad excludendum verso i partiti arabi, visti come elementi estranei e tendenzialmente ostili allo Stato ebraico.
Anche nell’ultima campagna elettorale quasi tutti i partiti dell’opposizione ebraica hanno mantenuto questo “veto”. Solo Yair Golan, leader dei Democratici (la sinistra ex-laburista), ha lasciato aperta la porta a forme di collaborazione con i partiti arabi. Un passo concreto e importante verso una possibilità di incontro tra partiti ebraici progressisti e partiti arabi l’ha compiuto la United Arab List, che ha candidato ed eletto Yoav Segalovitz, figura di spicco della politica ebraico-israeliana. Già viceministro della sicurezza nazionale e già capo dell’intelligence della polizia israeliana, Segalovitz ha dichiarato alla vigilia delle elezioni: «Sono ebreo, sionista e corro nel partito degli arabi. Insieme cambieremo Israele. Solo col nostro appoggio Eisenkot potrà governare. Nella società gli arabi sono dappertutto, ora devono cadere le barriere politiche».
È improbabile che l’appello di Segalovitz trovi ascolto tra i capi del blocco ebraico anti-Netanyahu. Ma oggi l’improbabile è la sola vera speranza per chi crede in un futuro di convivenza tra ebrei e palestinesi in Israele e Palestina. E l’improbabile nella storia anche recente si è rivelato più di una volta la via non solo più promettente ma più realistica verso il futuro.
Come raccontano Edgar Morin e Mauro Ceruti nel loro libro La nostra Europa, era del tutto improbabile l’Europa comunitaria, sociale e pacificata che Spinelli, Colorni, Rossi e Hirschmann descrissero nel manifesto di Ventotene, scritto nel 1941 quando sembrava imminente la vittoria di Hitler nella Seconda guerra mondiale. Ed era improbabile, decisamente improbabile, nel Sudafrica dell’apartheid all’inizio degli anni Novanta che il capo del regime segregazionista Frederik de Klerk decidesse pressoché all’improvviso di liberare dal carcere il capo della maggioranza nera del paese Nelson Mandela che era in prigione dal 1964 per reati di “terrorismo”, e subito dopo di consegnargli democraticamente il potere.
Anche nella storia di Israele è capitato l’improbabile: negli stessi anni in cui il Sudafrica diventava una democrazia, sembrò a portata di mano la pace tra Israele e palestinesi grazie agli accordi di Oslo del 1994, accordi firmati da due leader – Rabin e Arafat – tutt’altro che pacifisti e nonviolenti ma semplicemente realisti, consapevoli che le guerre generalmente finiscono con accordi di pace tra nemici.
Il realismo dell’improbabile è la speranza da coltivare nell’odierno Israele. Perché la speranza si realizzi servirebbero leader capaci, come Mandela e De Clerk, di andare oltre sé stessi, la loro biografia, la loro consolidata diffidenza verso “il nemico”. Bisognerebbe che si formasse una coppia che oggi sembra impossibile, come tra Gadi Eisenkot ex-comandante in capo delle forze di difesa israeliane e Marwan Barghouti, il leader dei palestinesi di Cisgiordania, in carcere da oltre 20 anni come Mandela, come Mandela per reati di “terrorismo”.
L’alternativa a questo estremo improbabile è che nasca in forma più o meno allargata una coalizione di forze ebraico-israeliane con dentro sia Netanyahu sia qualcuno dei leader che fino a ieri lo additavano come il male di Israele: vorrebbe dire ancora massacri di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, vorrebbe dire Israele sempre più somigliante a uno Stato razzista e suprematista. Va coltivato l’improbabile, con ogni mezzo, da tutti coloro che a questa deriva non si rassegnano. (Roberto Della Seta – Israele e la necessità di coltivare l’improbabile –Micro Mega)
tando ai numeri emergenti dai risultati elettorali israeliani non dovrebbe cambiare niente nella politica governativa di questo Stato: anche in campagna elettorale non esistevano i presupposti per qualche importante mutamento negli equilibri. Netanyahu non è più autosufficiente in Parlamento, ma non si intravede un’alternativa praticabile: la coalizione dell’opposizione poteva e può essere sbrigativamente definita alla luce del famoso detto “se non è zuppa è pan bagnato”.
A questo punto i casi realistici sono due: governo di larghe intese (chi lo guiderà e quali saranno le intese…) o governo di minoranza (guidato da Netanyahu o Eisenkot? e con quale programma se non quello sostanzialmente continuista per arrivare magari a nuove elezioni da tenersi al buio bellico fitto…).
Dall’interessante situazione prospettica sopra riportata delineata da Roberto Della Seta emerge un quadro politico di “spes contra spem”, vale a dire un’evoluzione basata su una fede e una speranza incrollabili in un futuro migliore o in una soluzione accettabile, anche quando la realtà circostante, le avversità o la crisi fanno sembrare tutto perduto. Nell’uso moderno (ripreso da figure come Giorgio La Pira o Marco Pannella), significa anche “essere speranza” anziché limitarsi ad “avere” speranza, trasformando l’atteggiamento interiore in un impegno attivo.
Sono perfettamente d’accordo sul fatto che, se alla politica togliamo i sogni, resta la mera gestione più o meno razionale dell’esistente: nel caso israeliano, genocidi e pulizie etniche perpetrati in paradossale difesa di enfatizzati rischi di sopravvivenza.
Un cambio nella politica israeliana darebbe peraltro qualche respiro al ridimensionamento trumpiano e, perché no, anche a quello putiniano: sarebbe cioè un colpo agli equilibri internazionali basati sulla forza dei nervi tirati. Non è un caso che Trump abbia fatto un vero e proprio endorsement a favore di Netanyahu e abbia quindi lanciato un avvertimento allo Stato di Israele di questo tipo: voi siete fortissimi e siete in grado di condizionare la presidenza statunitense, ma tenete conto che la presidenza americana è capace di condizionare l’assetto mediorientale che sta a cuore a Israele.
Sapranno gli israeliani prescindere da questi diktat incrociati compromettibili sulla pelle dei palestinesi? Sapranno i partiti arabi portare la politica israeliana dai compromessi più bassi della guerra fratricida a quelli più alti della pace (im)possibile?
Non sono esperto della galassia arabo-israeliana, ma penso che effettivamente qualcosa di nuovo posa venire di lì e chissà… Speriamo che, per dirla con un famoso detto parmigiano, non si tratti della sperànsa di mälvestì ca fâga un bón invèron.
