«Ci sentiamo sicuri. Almeno fino a quando la destra resterà al potere», aggiunge Yossi. Daniel annuisce: «Sono indeciso tra Likud o Otzma Yehudit. Non ci sono alternative. La sinistra ci consegnerebbe nelle mani dei palestinesi». «Nessun altro è forte abbastanza», aggiunge Daniel. La forza – percepita – è la base dell’appeal dell’attuale premier. «È leader da così tanti anni che una parte della popolazione lo vede come indispensabile, l’unico in grado di difendere Israele», spiega Anshel Pfeffer, autore della nota biografia “Bibi: the turbulent life and times of Benjamin Netanyahu”, pubblicata da Basic Books e ancora non tradotta in italiano. Una narrazione capace di resistere al palese fallimento della sicurezza il 7 ottobre. E alle recenti inchieste che hanno rivelato gli allarmi ignorati da parte del governo. «I sostenitori le considerano un’invenzione della sinistra. Netanyahu è maestro nella propaganda. Ha fatto di tutto per convincere l’opinione pubblica di avere fatto un buon lavoro, rendendo Israele la grande potenza del Medio Oriente – sottolinea Pfeffer –. E tanti gli credono». (“Avvenire” – Lucia Capuzzi, inviata a Sderot)
Riporto questo emblematico estratto della situazione politico-elettorale israeliana per evidenziare come la democrazia a livello mondiale sia indubbiamente in crisi e come, con ogni triste probabilità, non basteranno le prove elettorali sparse nel mondo a toglierla dall’incubo in cui è infilata.
Elezioni in Israele, elezioni di midterm negli Usa, elezioni in Spagna, elezioni in Francia, elezioni in Italia. Una tornata che potrebbe diventare un vero e proprio tornado di destra più o meno estrema. Sì, perché l’aria che tira sembra prospettare addirittura una sorta di extrema ratio consistente nell’alternativa fra destra conservatrice, destra nazionalista e destra estrema o nel loro ignobile connubio.
È così in Israele, ma è così anche, tutto sommato, negli Usa dove i trumpiani malvestiti sperano che faccia un buon inverno, è così in Europa dove non si va al di là delle speranze che la destra non sia poi così estrema da regalarci neofascismo e neonazismo riveduti e corretti. In estrema sintesi la democrazia sta viaggiando sul filo del rasoio.
È inquietante doverlo ammettere, ma almeno in Europa ci possiamo attaccare alle dilaganti proteste di piazze che non credono più alle promesse della politica: la Francia sembra essere in prima linea, ma anche Spagna e persino Italia stanno arrivando al dunque. Da una parte questo clima evidenzia drammaticamente la debolezza istituzionale della democrazia, dall’altra dimostra che la gente dimostra ancora una certa reattività, che rischia di debordare nella violenza per fare paradossalmente il gioco di chi condanna l’esasperato disordine sociale solo per devitalizzare pregiudizialmente e indistintamente le proteste.
Si potrà instaurare un legame fra piazza ed elezioni? Potrà la piazza scuotere la politica in senso democratico? Si formerà un cortocircuito fra protesta e voto? Sempre meglio i rischi che si stanno correndo in Europa del piattume israeliano e statunitense. La protesta infatti ha anche una valenza pacifista, che non trova spazio alcuno nel resto del mondo dove la sicurezza è consegnata pedissequamente alla guerra.
Per capire bene come il Governo e la maggioranza hanno vissuto il sabato dei cortei, bisogna mettere al centro la dichiarazione del ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha prestato i militari per la gestione dell’ordine pubblico: «I miei complimenti al collega Piantedosi e alla Polizia per aver individuato l’ideatore del movimento 17 ottobre. Non un emarginato ma una persona molto introdotta e che aveva avuto molte più occasioni di lavoro e collaborazioni di gran parte dei suoi coetanei. Da quotidiani ad enti pubblici, ha frequentato il gotha dell’intelleghentia italiana. E si sono visti i risultati». Anche il presidente del Senato Ignazio La Russa si complimenta con Piantedosi, e anche nelle sue parole abbondano indizi su dove la maggioranza vuole portare la discussione: «Solo ai delinquenti e a qualche sessantottino in ritardo danno fastidio i nostri uomini in divisa». Ancora più chiaro un uomo della seconda fila di FdI, Sandro Sisler, vicepresidente della commissione Giustizia al Senato: per lui partendo da Siher bisogna procedere verso «la galassia dei collettivi antagonisti, i centri sociali e gruppi di giovani violenti, i cosiddetti maranza, che potrebbero essere strumentalizzati come vere e proprie milizie di piazza». (“Avvenire” – Marco Iasevoli)
E allora aggiungo (in grassetto per evidenziarne la provocatoria sofferenza e a costo di mettere a dura prova la pazienza dei miei pochi ma buonissimi lettori) qualche ulteriore pensiero relativamente alle proteste di piazza di cui tanto si (s)parla, soprattutto a quelle dei giovani.
Ho sempre pensato che sarebbero stati i giovani a sconquassare i vomitevoli equilibri politici nazionali ed internazionali: se non loro chi?
È più violenta l’ingiustizia perpetrata da chi ci governa (e da chi finge di fare opposizione) o la protesta di chi si ribella ad uno status quo inaccettabile sotto tutti i punti di vista?
È più violenta la generalizzazione reazionaria e squalificante imbastita dal potere verso i protestatari o la sfiducia motivata dei protestatari verso chi esercita il potere direttamente o indirettamente a suon di guerre?
Essere contro la violenza significa capire, come scrive Paolo Borrometi su “Avvenire”, che dietro le vetrine rotte c’è il grido di una generazione senza futuro, che in questa stagione dovremmo avere il coraggio di non fermarci alla cronaca dei disordini, ma capire che al centro ci sono aspettative deluse, mobilità sociale bloccata e bisogno di prospettive concrete, che molti giovani lottano per avere una speranza.
Essere contro la violenza vuol dire individuarla innanzitutto nelle ingiustizie patite da tanta gente e denunciarla apertamente.
Essere contro la violenza vuol dire rimuovere le cause che creano disagio, sofferenza, emarginazione, sfiducia e disperazione.
Solo dopo aver fatto questo coraggioso esame di coscienza ed essersi messi in credibile atteggiamento di cambiamento e di riforma nei contenuti della politica si potrà avviare un discorso critico sul metodo della protesta non per reprimerla, ma per ricondurla alle regole della democrazia (Costituzione, Europa, Pace).
Aldo Moro, prima di condannare e combattere i giovani che sparavano a vanvera con la P38, voleva capire il perché di questo comportamento. Portava i suoi giovani studenti di diritto penale in visita alle carceri per verificare se venisse rispettato il dettato costituzionale del recupero e della rieducazione del condannato. La figlia di Aldo Moro ha aperto una pista di dialogo con gli ex-brigatisti rossi…
Il discorso è ancora e sempre lo stesso: prima di condannare bisogna sforzarsi di capire, di fare ammenda, di dialogare, di educare, di fare politica vera. Solo così si combatte veramente la violenza, non con vuote e strumentali parole, non con 500 militari dislocati in piazza a Milano, ma semmai con 500 progetti educativi rivolti ai giovani e alle loro famiglie in difficoltà (vedi Daniele Novara su “Avvenire”).
La politica non è mera difesa dell’ordine pubblico, non è garantire sicurezza personale con l’insicurezza sociale, non è accontentarsi di reprimere gettando discredito indistintamente su quanti protestano.
Posso dirla grossa? Perché Elly Schlein, anzichè fare i conti con Conte, anziché scrivere programmi con i riformatori del menga e i centristi dei miei stivali, anziché candidarsi a tutti i costi e al buio, non prova ad aprire un dialogo alla pari con i giovani che stanno cercando di dare una strategia alla loro protesta? Certo che ci vuole coraggio! Ma la mia è soltanto una boutade provocatoria alla sinistra, che dovrebbe aprire veramente il campo alla società che si sta ribellando.
Mi permetto di accendere un lumicino di speranza proveniente dal nostro Paese. C’è un dato particolare e incoraggiante. A Roma l’atmosfera è stata differente ma massiccia. Si è tenuto il grande corteo nazionale “La via maestra”, promosso dalla Cgil insieme a numerose associazioni della società civile. I manifestanti hanno sfilato pacificamente per le vie della capitale per contestare le politiche economiche e sociali del governo. La Cgil, per bocca del suo segretario Maurizio Landini, ha indetto uno sciopero generale per il prossimo mese di novembre.
Qualcuno ritiene che non sia proprio il momento per indire scioperi generali, pensando che si finisca per buttare benzina sul fuoco o quanto meno per soffiare sul fuoco delle proteste di piazza.
Ritengo invece che possa essere questo un tentativo di legare piazza, società civile e politica. Le cosiddette forze sociali intermedie possono rappresentare e interpretare la protesta, dandole una valenza politica contestatrice ma non violenta, incanalandola su tematiche precise che la tolgano dall’indistinta e confusa rivendicazione, dalla tentazione del giocare allo sfascio istituzionale e politico.
La nostra Costituzione (bisogna sempre farle riferimento) assegna un compito fondamentale ai partiti e ai sindacati, cioè alle forze politiche che dovrebbero garantire la democraticità delle istituzioni e alle forze sociali che dovrebbero radicare il senso politico-democratico nella società civile. La storia insegna che allorquando il clima politico si fa precario e i problemi impazzano si crea spazio per l’opera delle forze sociali, a volta addirittura per la loro supplenza politica, a garanzia del sistema democratico che è fatto di equilibrio tra istituzioni e società.
