Il corto circuito educativo provoca la folgorazione dei giovani

Dalla prof accoltellata da un alunno a Roma all’aggressione di un docente sventata in una scuola di Lamezia Terme, nelle più insospettabili aule italiane gli insegnanti sembrano essersi trasformati in un bersaglio. A centrarlo con violenze fisiche ma anche minacce, insulti e prese in giro, però, non sempre sono ragazzini. Spesso a sparare più o meno metaforicamente a zero contro i professori sono uomini e donne adulte. Mamme certe che il figlio abbia avuto un voto troppo basso e insultano l’insegnante, papà convinti che i docenti non siano abbastanza competenti e che scrivono mail aggressive ai presidi, famiglie che contestano una nota alzando la voce durante le assemblee di classe o giudicano inadeguato il modo in cui viene svolto il programma e lo scrivono indignati sui social. I “genitori bulli” sono disposti anche ad alzare il tiro, tanto che di fronte a una presunta ingiustizia ai danni del proprio figlio c’è persino chi arriva ad alzare le mani sull’insegnante ritenuto colpevole. (“Avvenire” – Ilaria Beretta)

Siamo ben lontani dalla regola che mio padre si è sempre imposto: “Mo vót che mi digga quél a un profesór, par poch ch’al nin sapia al nin sarà sempor pu che mi”. Gli insegnanti sono uomini come gli altri, soggetti a sbagliare, con i loro difetti che, a volte, possono anche portarli a commettere gravi ingiustizie. Un tempo avevano sempre e comunque ragione, il loro giudizio non si discuteva e i genitori ne prendevano atto. Oggi si è capovolto il discorso: gli insegnanti hanno sempre torto e i genitori si schierano pregiudizialmente dalla parte degli alunni, creando un cortocircuito pericolosissimo a livello educativo. I giovani infatti, già portati a non accettare i rimproveri dei loro insegnanti, si sentono spalleggiati e quindi ancor più refrattari rispetto alla disciplina scolastica.

Ricordo di aver involontariamente ascoltato, su un bus che portava a scuola alcune ragazzine, il concitato dialogo fra due di esse: parlavano di una loro insegnante, a loro dire piuttosto bisbetica, e una delle due riportava quanto detto al riguardo dalla propria madre: «Sai perché la tua insegnante ti sta addosso con i suoi continui rimproveri? Perché lei è brutta e tu sei molto carina! Tutto è frutto dell’invidia…». Risatine compiaciute.

Può darsi benissimo che l’insegnante fosse bruttina. La ragazza sinceramente non la ricordo. Il personaggio veramente “brutto” era però la scandalosa genitrice: mi chiedo cosa avesse nel proprio cervello per arrivare a simili insinuazioni. Siamo alla pura follia. Anche ammettendo che il comportamento della professoressa fosse veramente improntato all’invidia e alla rivalsa, mai e poi mai una madre dovrebbe sputtanare in tal modo un’insegnante di fronte alla propria figlia. Semmai chieda un incontro, apra un dialogo, anche serrato, ma dire scemenze del genere…

Le istituzioni preposte all’educazione dei giovani, famiglia e scuola, se entrano in conflitto combinano disastri irreparabili. La verità non sta entro i labili confini della potestà genitoriale così come non si esaurisce nell’autorevolezza e nel carisma dell’insegnante, ma si costruisce nella collaborazione e nel dialogo. Diversamente il giovane è lasciato in balia degli impulsi che possono sfociare nella reazione violenta verso i genitori e/o verso gli insegnanti.

La primaria responsabilità educativa è delle famiglie. Mia sorella, acuta ed appassionata osservatrice dei problemi sociali, nonché politicamente impegnata a cercare, umilmente ma “testardamente”, di affrontarli, di fronte ai comportamenti strani, drammatici al limite della tragedia, degli adolescenti era solita porsi un inquietante e provocatorio interrogativo: «Dove sono i genitori di questi ragazzi? Possibile che non si accorgano mai del vulcano che ribolle sotto la imperturbabile crosta della loro vita famigliare?». Di fronte ai clamorosi fatti di devianza minorile, andava subito alla fonte, vale a dire ai genitori ed alle famiglie: dove sono, si chiedeva, cosa fanno, possibile che non si accorgano di niente? Aveva perfettamente ragione. Capisco che esercitare il “mestiere” di genitori non sia facile ed agevole: di qui a fregarsene altamente…

Se non ripristiniamo il virtuoso circuito famiglia-scuola possiamo mettere al ministero dell’istruzione anche san Giovanni Bosco, ma non caveremo un ragno dal buco. Ho tirato in ballo un Santo (e che Santo…) per riferirmi anche al ruolo importantissimo svolto nel passato dalle istituzioni religiose impegnate nell’educazione dei giovani: gli oratori, le varie associazioni cattoliche, etc. etc. Su questo terreno è rimasto ben poco. I giovani sono abbandonati a loro stessi e la trasgressione diventa il loro stile di vita. La spinta a trasgredire non è sempre negativa, ma, se non è accompagnata da riferimenti valoriali, sbocca, oserei dire automaticamente, nella violenza fine a se stessa.

Non è il caso di drammatizzare, ma se non c’è più la famiglia nemmeno da contestare, se non c’è più la scuola da marinare, ancor peggio se scuola e famiglia litigano fra di loro, se anche la religione non aiuta e non sostiene, non so dove si possa andare a finire.   Un giovane può essere autodidatta, difficilmente potrà essere “autoeducatore”. Sì, perché l’istruzione butta dentro nel cervello elementi cognitivi, mentre l’educazione tira fuori dall’animo elementi umani. E in questo contesto così difficile e problematico qual è il compito dei pubblici poteri? Favorire l’educazione, garantire l’espressione e la creatività dei giovani, accoglierne le istanze di cambiamento, puntare al recupero ed al reinserimento dei soggetti devianti.

Quello che dico è semplice: invece di 500 militari, mettiamo in campo 500 progetti educativi. Partiamo dal sostegno pedagogico ai genitori dei ragazzi coinvolti, perché è anche nella difficoltà degli adulti a esercitare il proprio ruolo educativo che dobbiamo cercare una chiave di lettura di quanto è accaduto. Parlo della fatica di accompagnare la crescita degli adolescenti, stabilendo limiti legittimi e aiutandoli a conquistare gradualmente la propria libertà. Non possiamo continuare a insistere soltanto sul versante psichiatrico e della medicalizzazione. Gli interventi sanitari sono necessari quando servono, ma non possono sostituire il lavoro educativo. (“Avvenire” – Daniele Novara)

La tendenza dell’attuale governo e della maggioranza politica che lo sostiene è quella di assolutizzare e isolare il problema della sicurezza, criminalizzare i comportamenti trasgressivi dei giovani tramite introduzione di nuovi reati e inasprimento delle pene, di reprimere, prima ancora che nascano, le contestazioni e le manifestazioni col potenziamento delle forze dell’ordine e la loro licenza di intervenire sbrigativamente e pesantemente, di anestetizzare il movimento giovanile utilizzando guinzagli e museruole.

Il problema della società attuale è che fatica ad accettare quanto sia diventato complesso relazionarsi con le nuove generazioni. È una difficoltà che non possiamo liquidare con una risposta esclusivamente repressiva. La crisi della genitorialità e la difficoltà di sostenere la crescita dei figli meritano attenzione, risorse e interventi concreti, non giudizi sommari. Dobbiamo recuperare i ragazzi, non condannarli. Questo è l’obiettivo che dovrebbe darsi ogni società che voglia definirsi democratica, assumendosi la responsabilità di ciò che è accaduto ma nello stesso tempo offrendo ai minorenni la possibilità di capire, cambiare e costruire un futuro diverso. La sicurezza è necessaria. Ma non c’è sicurezza duratura senza educazione, senza adulti capaci di esercitare la propria responsabilità e senza una comunità che investa concretamente nella crescita delle nuove generazioni. È da qui che dobbiamo ripartire. (ancora “Avvenire” – Daniele Novara)