La società assediata e il sesso della politica

I concetti di Sagunto e del sesso degli angeli si collegano in italiano attraverso l’uso di due famose espressioni idiomatiche utilizzate per descrivere l’atto di perdere tempo in discussioni inutili e teoriche mentre incombe un pericolo imminente o grave.

Spesso i due riferimenti storici vengono fusi in un’unica riflessione o citazione letteraria e giornalistica per rafforzare il concetto di cecità di fronte alle urgenze reali.

La prima espressione fa riferimento all’assedio della città spagnola di Sagunto da parte del generale cartaginese Annibale nel 219 a.C., evento che scatenò la seconda guerra punica. Lo storico romano Tito Livio, nelle sue Storie, scrisse la celebre frase:

“Dum ea Romani parant consultantque, iam Saguntum summa vi oppugnabatur”
(Mentre i Romani si attardano in preparativi e consultazioni, già Sagunto era espugnata con grandissima violenza).

Il modo di dire viene usato quando ci si perde in cavilli burocratici o discussioni politiche mentre una situazione critica sta precipitando.

La seconda espressione ha un’origine tradizionalmente legata al periodo bizantino. Si racconta che nel 1453, mentre le truppe ottomane di Maometto II stavano assediando e infine espugnando Costantinopoli (ponendo fine all’Impero Romano d’Oriente), i teologi della città fossero riuniti in un concilio per dibattere animatamente di questioni dogmatiche del tutto astratte, tra cui, appunto, la natura teologica o il sesso degli angeli.

Da qui deriva il significato di ignorare i problemi concreti per dare importanza a questioni del tutto marginali.

 

Mi è venuto spontaneo riandare con la mente a queste emblematiche storie davanti alle reazioni a dir poco ostruzionistiche rispetto al clima di protesta ai limiti della rivolta che si è scatenato in Italia (il discorso vale anche per tutta l’Europa).

Da una parte la destra farneticante e repressiva che si limita a criminalizzare le proteste, bollandole globalmente come espressioni violente da combattere senza se e senza ma, a prescindere dal merito delle rivendicazioni delle piazze.

Dall’altra parte una sinistra che continua imperterrita a guardarsi l’ombelico, perdendosi in stucchevoli dispute tardo-ideologiche e dividendosi tra riformisti e radicali, tra populisti e leaderisti, tra programmisti e primaristi, tra moderati ed estremisti, tra campolarghisti e puristi, tra Pd e M5S, tra centro-sinistra e sinistra-centro, e via di questo inconcludente passo.

E tutto ciò mentre si fa caldissima, (dis)articolata e preoccupante la protesta sociale, che rischia di rimanere senza interlocutori e quindi di avvitarsi su se stessa o peggio ancora di diventare ostaggio di movimenti violenti, pur nelle sue comprensibili premesse e nelle sue sacrosante intenzioni.

A chi possono guardare, seppure in modo critico, le piazze in rivolta? Alle istituzioni democratiche che brillano per la loro distanza rispetto alle istanze della società?  Ad una destra che le esorcizza? Ad una sinistra che finge formalmente di rispettarle, ma che le ignora sostanzialmente? Ad un sindacato corporativo e confusionario che non riesce a rappresentarle nonostante i rispettabili, auspicabili ed isolati tentativi di Maurizio Landini?

Parlando di sindacati devo ricordare il mio impegno politico, storicamente fatto di sfide coraggiose al limite del paradosso, regolarmente perse in casa: militavo infatti nella Democrazia cristiana aderendo all’ala progressista, per la precisione alla corrente di matrice sindacal-aclista. Una gara dura anche se, per certi versi, affascinante. Ero segretario di sezione e durante un dibattito congressuale mi permisi di sostenere l’idea del disarmo della polizia nei conflitti di lavoro: era un periodo caldo a livello di protesta e contestazione studentesca e operaia. La mia provocatoria proposta, che peraltro faceva riferimento ad un disegno di legge, presentato in Parlamento da un esponente della sinistra D.C. (se non erro l’onorevole Foschi) e mai approvato, fece andare su tutte le furie alcuni iscritti, in particolare uno che gridò: “I canòn a la polisìa”. Fu la mia caporetto, da quel momento ebbi vita dura e in poco tempo mi spodestarono democraticamente (?) da segretario.

Torno ai giorni nostri.

 «Sono pronta a guidare questa comunità come candidata alla presidenza del consiglio, con o senza le primarie». Elly Schlein lancia la corsa a Palazzo Chigi dall’assemblea nazionale del Pd che con 578 sì, e l’astensione dei riformisti, la designa unica candidata alle primarie prorogandone il mandato da segretaria. La leader dem si dice comunque anche disponibile «ad un programma per allargare l’alleanza»

(…)

«Manca un miglio, noi siamo pronti anche da subito a sederci con le altre forze progressiste. Anche questa settimana abbiamo scritto una risoluzione con 21 punti di politica economica e sociale condivisa. Ma bisogna essere tutti, non da soli, serve tutta l’alleanza progressista che governa nelle regioni. Bisogna allargare, non restringere». E poi, ai riformisti: «Siamo gente che si vuole bene anche quando litiga, anche se a volte ci guardano strano da fuori, si aspettano che scorra il sangue». (“Avvenire” – Redazione romana)

Potranno le piazze in rivolta riconoscersi nei 21 punti di politica economica e sociale ventilati da Elly Schlein? Potranno vedere nella sua candidatura un punto di riferimento seppure problematico? Potranno trovare in questa armata Brancaleone del centro-sinistra un interlocutore a livello di dialogo? Ho molti e seri dubbi al riguardo. Sapranno accontentarsi del male minore di Elly Schlein rispetto al disastro maggiore di Giorgia Meloni? È molto probabile che le convergenze tra piazza e politica restino assai più parallele di quelle genialmente prospettate da Aldo Moro.