Il lupo doroteo e l’agnello protestatario

Il discorso della violenza nelle manifestazioni e nelle proteste di piazza è vecchio come il cucco. Da sempre fa da paravento alle responsabilità dei governanti, che lasciano intatti i problemi fino all’esasperazione della gente e fino al punto in cui dilaga la protesta, che purtroppo spesso diventa occasione per sfoghi di soggetti violenti spesso ben lontani dal sentimento di chi protesta.

«Manifestare è un diritto, ma mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è», ha dichiarato la premier Giorgia Meloni, chiedendo alle opposizioni di condannare le violenze senza ambiguità e convocando per oggi un vertice a Palazzo Chigi sull’ordine pubblico. 

Non c’era bisogno che Giorgia Meloni riconoscesse che manifestare è un diritto; forse lo ha fatto perché nel suo sussidiario politico questo sacrosanto diritto non è contemplato. Quanto al vertice sull’ordine pubblico era meglio se nei quattro anni di governo avesse convocato qualche vertice sugli enormi problemi del nostro Paese. La provocatoria richiesta alle opposizioni di condannare le violenze puzza di strumentale lontano un miglio: serve a criminalizzare le proteste e a screditare le opposizioni e niente più. Queste sono le solite cavolate ideologiche che non meritano risposta.

I benpensanti di turno si scandalizzano, i media di regime mostrano le pietre, ma si guardano bene dal considerare le vere motivazioni del malcontento sociale e non considerano le silenziose pietre scagliate giornalmente dai governanti contro chi si trova ad affrontare problemi enormi.

Chi protesta finisce sempre per avere torto: è la favola del lupo e dell’agnello. La favola racconta di un lupo e di un agnello che si abbeverano allo stesso torrente. Il lupo accusa l’agnello di sporcare l’acqua che lui sta bevendo, anche se si trovava più in alto dell’agnello, e, fallito questo stratagemma, di aver detto male di lui, appreso che l’agnello al tempo dei fatti non era ancora nato, il lupo conclude che dovesse essere stato il montone suo padre, e lanciatosi sull’agnello lo uccide e lo mangia.

Chi protesta sporca il quieto vivere anche se sta in basso nella società a subire ingiustizie e, se osa giustificarsi, viene comunque colpevolizzato perché appartiene a una famiglia in cui ci sono dei violenti e, se tenta di distinguersi da chi usa violenza, viene “mangiato” dai media che lo sputtanano sbrigativamente davanti alla pubblica opinione.

Mi spiace, ma non mi unisco al coro dei benpensanti: la violenza non mi entra nemmeno nell’anticamera del cervello, sono portato cristianamente a porgere l’altra guancia, ma non mi sento di pretendere un simile atteggiamento remissivo a chi ha la faccia gonfia per i pugni ricevuti, voglio capire il contesto in cui si verificano gli atti violenti, voglio verificare se si poteva toglierne a monte i motivi, voglio dialogare con chi protesta, voglio approfondire il tema della violenza per individuarne le cause profonde, voglio continuare a pensare convintamente che la protesta è il sale della democrazia, voglio compiacermi del fatto che tanta gente ha finalmente ritenuto giusto scendere in piazza per esprimere le proprie rivendicazioni. Solo dopo aver fatto tutti questi passaggi analitici posso arrivare a individuare e condannare i violenti, che da sempre, spesso in mala fede, si immischiano nelle giuste proteste per rovinarle.

È troppo comodo partire dal fondo, da quel che fa rumore. I detentori del potere non si illudano di risolvere i problemi approcciandoli nella logica della mera difesa dell’ordine pubblico. È lo schema politico delle dittature e delle finte democrazie: la indistinta criminalizzazione di quanti osano disturbare.

Quando mia madre educatamente osava rifiutare gli omaggi col solito manierato “non si disturbi”, mio padre, da provocatore nato, la correggeva immediatamente: “No, no, ch’al s’disturba pur”.  Non dobbiamo avere paura di disturbare e di essere disturbati, ne abbiamo il sacrosanto diritto/dovere, anche se qualcuno ci vorrà far passare da maleducati o da indulgenti verso i violenti.