Cresce all’interno del partito repubblicano la rivolta contro l’intesa di Donald Trump con Vladimir Putin per importare diesel russo. Almeno otto senatori del Gop hanno espresso pubblicamente contrarietà, e una dozzina — sei repubblicani e sei democratici — ha firmato una lettera aperta chiedendo al presidente di cancellare l’accordo. Tra i firmatari figurano nomi di peso dello schieramento conservatore come Mitch McConnell, John Cornyn, Susan Collins, Lisa Murkowski, Thom Tillis, tutti d’accordo che l’accordo «è un regalo al nostro avversario e un tradimento dei nostri alleati».
Non è una fronda senza precedenti all’interno del Gop di Trump. Pochi mesi fa quattro deputati repubblicani e quattro senatori avevano votato per limitare i poteri di guerra del presidente sull’Iran, e il senatore Bill Cassidy aveva bollato come «sbagliato» il decreto sui vaccini del ministro alla Sanità. La novità è che a protestare non è più il solito drappello di dissidenti, ma i pilastri del partito, a cominciare da McConnell, già capogruppo repubblicano al Senato. Inoltre sull’Iran la spinta veniva da parlamentari opposti al principio di un impegno Usa in conflitti all’estero, mentre stavolta a muoversi sono i falchi anti-russi, che accusano Trump di tradire la linea dura che il Gop ha sempre tenuto verso Mosca. Critiche in questo senso si sono levate anche dal mondo Maga: Laura Loomer, influente voce di destra, ha attaccato l’intesa su X, sostenendo che finanzia la Russia e aiuta l’Iran.
Dietro le dichiarazioni ufficiali, i commenti dell’universo conversatore sono ancora più taglienti. «L’accordo non ha senso — confida un ex collaboratore repubblicano del Senato —. Non abbasserà i prezzi prima del voto e ricorda agli elettori che Trump non ha chiuso la guerra in Ucraina come aveva promesso». Ma la Casa Bianca tira dritto: l’intesa, ha assicurato ieri un portavoce, «aiuterà agricoltori, camionisti e famiglie». (“Avvenire” – Elena Molinari, New York)
Basteranno queste prese di distanza a svegliare l’opinione pubblica americana? Basterà il pur anacronistico ma sempre utilizzabile manicheismo anti-comunista e quindi anti-russo a trasformare Trump da salvatore a traditore della patria? Basterà scoprire l’altarino dell’inganno elettorale energetico a trasformare Trump da profeta del benessere a bugiardo patentato? Basteranno le critiche politiche trasversali a scuotere dal torpore gli elettori americani?
Non sono in grado di valutarlo così come non sono in grado di prevedere gli effetti di un eventuale sconfitta elettorale di Trump nella consultazione di midterm 2026. Temo che gli americani, ammesso e non concesso che abbiano voglia di liberarsi di Trump, dovranno faticare molto: più la politica lo accuserà e più lui cavalcherà l’antipolitica fino ai limiti del colpo di stato. Si sta creando una fitta rete di amicizie all’estero, dalle merende con Putin ai pranzi con Netanyahu, sta devitalizzando l’Europa, sta puntando a un leggero ma importante flirt con la Cina, sta rifondando l’ordine e il diritto internazionali basandoli sulla legge del più forte, sta usando le guerre e le paci come pedine sullo scacchiere internazionale.
Il suo delicatissimo punto di forza (?) è però il feeling con il tecno-capitalismo e i suoi infidi titani che gli presenteranno un conto sempre più salato e insaldabile. Ha quindi un viscido amico economico inaffidabile a cui va aggiunto un garbato ma potentissimo nemico etico: il Vaticano di papa Leone XIV. Su questi due fronti Donald Trump ha sbagliato i suoi piani e non so se riuscita a correggerli.
Insolentire il papa e minacciare gli oligarchi non credo che gli gioverà. E poi, tutto ha un limite ed è ciò che i tiranni di ogni tempo non hanno capito. Anche le bugie mediatiche hanno le gambe corte, le “magate” mostrano la corda, dagli amici bisogna guardarsi, i nemici sono dietro l’angolo e la democrazia, come diceva Chuchill, è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora, autocrazia trumpiana compresa.
