La guerra ibrida di Mosca all’Europa non è una novità recente, anzi. C’è da sempre, anche da prima del conflitto in Ucraina. L’obiettivo è uno solo: seminare sfiducia nelle democrazie del Vecchio Continente, attraverso la diffusione di notizie e di dati falsi. Nel mirino della rete di sabotaggi ci sono innanzitutto le elezioni dei singoli Paesi.
Le tattiche di manipolazione dell’elettorato si sono affinate. Non si usano più solo gli appuntamenti elettorali per influenzare il comportamento al seggio, ma anche i grandi temi internazionali. Ne possiamo individuare soprattutto due, ma la scelta sta diventando progressivamente ampia. Il primo è caratterizzato dalla selezione dei dati economici, opportunamente manipolati per rendere una situazione di crisi ancora più delicata di quanto non sia in realtà. In questo momento, per esempio, sui social è molto attivo il dibattito sui prezzi della benzina, falsamente legato agli attacchi alle raffinerie russe e non alla crisi sullo Stretto di Hormuz che ha impattato in modo importante sulle quotazioni.
Il secondo è l’arma in questo momento più potente di tutte, ossia quella dei migranti. In Polonia, Ungheria, ma anche in Italia e in Germania, si sono diffuse narrazioni fallaci che vogliono i migranti portatori di malattie e un peso per il sistema sociale a scapito delle relative popolazioni. A queste corrispondono, soprattutto dalle forze politiche spiccatamente sovraniste, attacchi all’Unione Europea e a una politica sui migranti che svantaggerebbe i Paesi di primo approdo, fra cui l’Italia.
È lecito dunque pensare che l’intervento di Mosca nelle consultazioni elettorali sarà sempre più invasivo. Nel frattempo, l’Orso russo lavora ai fianchi, con gli altri modi in cui la guerra ibrida può esprimersi. Nei prossimi mesi, dobbiamo aspettarci nuovi attacchi alle infrastrutture civili, dove Mosca rinnegherà il suo intervento anche davanti all’evidenza come sta facendo ora. Nel mirino del Cremlino ci sono aeroporti, reti ferroviarie, centri logistici, cavi sottomarini, tutte infrastrutture che impattano in modo diretto sulla nostra quotidianità e il cui danneggiamento può suscitare un senso di insicurezza e angoscia. L’obiettivo è generare nella popolazione un senso di sfiducia nei confronti dell’Unione Europea. (“Avvenire” – Marta Ottaviani)
Mi vengono spontanee alcune brevi considerazioni che vanno ben al di là del clima di paura che si sta seminando verso la Russia per giustificare strumentalmente una miope e semplicistica politica di appoggio bellico incondizionato all’Ucraina e una dissennata politica di riarmo a livello dei Paesi europei trascinati dalla Nato e provocati da Trump.
Le interferenze delle superpotenze nella vita degli altri Stati sono sempre state la norma: vale anche per gli Usa, che a questo livello ne hanno fatte di tutti i colori (colpi di Stato a go-go, appoggio a dittature, sporche manovre militari, etc. etc.).
Queste interferenze diventano molto invasive laddove le istituzioni, le sensibilità e le convinzioni democratiche sono più deboli e attaccabili: anziché gridare al lupo esterno sarebbe meglio guardare alle faine interne. Il fenomeno Vannacci non preoccupa per i “fantacollegamenti” con la Russia, ma per il consenso che riscuote dagli italiani a dimostrazione della vulnerabilità culturale prima che politica della nostra società democratica.
I Paesi europei, tutto sommato, guardino ai nemici interni alla UE e prendano atto di essere molto più sotto scacco trumpiano che non sotto quello putiniano: d’altra parte Usa e Russia mai come in questo periodo vanno di comune subdolo accordo. Ragion per cui bisognerebbe serrare le fila e puntare a serie politiche federali e non strizzare l’occhio a Trump o a Putin, facendo peraltro, in ordine più o meno sparso, professioni di fede nazionalista e sovranista.
Forse sarebbe il caso anche di fare un pragmatico e addirittura cinico pensierino alla Cina, se non altro perché in grado di rompere le uova nel paniere trumputiniano e in quanto interessata a tessere rapporti economici interessanti con l’Europa.
Arrivo alla scoperta dell’acqua calda: che Putin abbia una visione e una vocazione spionistiche dei rapporti internazionali non deve sorprendere dal momento che mantiene intatta tutta la sua originale verve di capo del KGB sovietico. Forse a me però fanno più paura i servi segreti israeliani con tutto quel che segue nella politica guerrafondaia e genocidaria di questa potenza di cui continuiamo a dirci amici.
Per tutti questi motivi suonano come poco più di penosa esibizione pappagallesca le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani: “Non escludo che possano esserci tentativi da parte della Federazione Russa di interferire nella vita democratica dei paesi dell’Unione Europea, interferendo sulle libere elezioni democratiche che si svolgono nei nostri Paesi, cercando di condizionare con questa attività deprecabile la volontà popolare. Questo sarebbe veramente inaccettabile, si è già parlato in più di un’occasione, bisogna vigilare, bisogna impedire che ci siano queste azioni da parte di un Paese con il quale noi non siamo in guerra”. “Quindi – ha sottolineato – noi continueremo a vigilare, non è un caso che ci sia stata una riforma del ministero degli Esteri. Dal primo di gennaio c’è una direzione generale che si occupa della sicurezza, sia da un punto di vista politico sia da un punto di vista operativo, e non è un caso che ci sia una sala operativa che opera 24 ore su 24, proprio per respingere gli attacchi cibernetici, molti dei quali arrivano da hacker russi, contro le nostre sedi diplomatiche, contro il ministero”.
Antonio Tajani cerchi di fare il ministro e non il pesce nell’opportunistico barile dei rapporti internazionali e non il paraninfo della scompaginata alleanza di centro-destra e non il panciuto e sonnacchioso leader di “Debolezza Italia”. Poveretto!
