Dopo un lungo silenzio, il fondatore di M5S torna a bacchettare i rappresentanti della sua “creatura”. «Il Movimento 5 Stelle ha perso la sua identità e, soprattutto, quella “diversità” che lo aveva reso unico. Era nato per cambiare la politica, ma poi la politica ha cambiato il Movimento. Doveva ascoltare i cittadini e ha cominciato ad ascoltare i sondaggi. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone». Lo scrive Beppe Grillo sui social in messaggi che rimandano a un lungo post sul suo blog dal titolo “Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni”, tornando a occuparsi – in modo fortemente critico – del Movimento che, ricorda, «era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo». (“Avvenire” – Maurizio Carucci)
Grillo ha perfettamente ragione, ma ha decisamente torto. Se la situazione del M5S è quella da lui plasticamente descritta, di chi è la prima e fondamentale responsabilità, se non del fondatore, che evidentemente non aveva curato a sufficienza le fondamenta.
La smania di occupare il potere ha immediatamente e irrimediabilmente compromesso l’azione del movimento, al quale andava riconosciuto il merito di interpretare e rappresentare la voglia, generica ma genuina, di rinnovamento della politica: l’accordo di governo con la Lega ha rovinato tutto ciò che di buono avrebbe potuto sortire dal precipitoso ma significativo successo elettorale.
Una forza politica non si improvvisa, deve avere una storia, una cultura, un radicamento sociale: non può vivere della rendita antagonista rispetto al sistema partitico. Qualcuno sosteneva a ragione che dietro Grillo non ci fosse niente ed è lo stesso Grillo ad ammetterlo indirettamente. Una classe dirigente improvvisata ed impreparata non poteva che scopiazzare il peggio della politica. In questo senso qualche responsabilità è da imputare alla sinistra preoccupata presuntuosamente di squalificare sul nascere il M5S anziché provare, meglio dire provocare, umilmente un qualche tipo di dialogo e di collaborazione, se non a livello di governo almeno sul piano dei contenuti da portare avanti. Si è invece venuta a creare una concorrenza sleale da entrambe le parti, che continua a caratterizzare i rapporti a sinistra.
Grillo è un abilissimo affabulatore, ma non è un leader: la situazione non poteva che sfuggirgli di mano. Il M5S senza Grillo non è niente, nonostante l’opportunistica presa di potere da parte di Giuseppe Conte. La smetta quindi di piangere sul latte prodotto abilmente dalla sua fantasiosa vacca e versato malamente dalla sua inadeguata fattoria: non si illuda di risuscitare la sua creatura magari per interposta persona (leggi la straripante e grilloparlantesca verve di Alessandro Di Battista).
Stranamente il M5S ha trovato una sua statica (?) consistenza elettorale ed una sua ragion d’essere: una sorta di sinistra (?) senza storia alla ricerca del Grillo perduto. La vis polemica non gli manca, ma sotto il vestito (quasi) niente. Attenzione però a non regalare questo gruzzolo di voti all’astensionismo (o magari addirittura a Roberto Vannacci), così come a non regalare una leadership a chi ha soltanto una certa qual abilità dialettica come Giuseppe Conte, l’assorbente contro le inesorabili fuoruscite di grillini a babbo morto.
«Noi senza identità? Con tutte le battaglie che stiamo facendo, spesso contro tutti? Beh, lui aveva detto che Draghi era un grillino. Fate un po’ voi», dice l’ex premier come figliol prodigo in risposta alle sferzanti bacchettate del padre poco misericordioso. Come volevasi dimostrare…
Che dire infatti di Giuseppe Conte? Devo ammettere di averlo inizialmente sottovalutato e successivamente snobbato. Ora che il suo profilo emerge con maggiore evidenza, confesso di nutrire perplessità tendenti al disinteresse. Mia sorella, per certi versi più netta di me nei giudizi, direbbe, usando una gustosa espressione dialettale: “niént pighè in t’na cärta” oppure “da lu a niént da sén’na…”.
