La protesta teologale

In questi giorni confesso di essermi lasciato andare ad una riflessione amara e scivolosa: se aspettiamo che il campo più o meno largo del centro-sinistra mandi a casa il regime Meloni…la signora Cocomeri può stare tranquilla per i prossimi quarant’anni…fa in tempo a fare altri giri a palazzo Chigi in attesa di scalare tranquillamente il Quirinale come prima donna o meglio come primadonna della storia o meglio della commedia italiana.

Ho sprigionato questi pensieri osservando le proteste popolari ai confini della insurrezione, che diventano, come succede per tutti i regimi che si rispettano, l’alibi per la strumentale autodifesa ed il mantenimento dello status quo.

La politica non riesce a cogliere, rappresentare e interpretare le sacrosante proteste, che soffrono del senso di impotenza e spesso sfociano nella stucchevole e autocelebrativa guerriglia. Colpa naturalmente della sinistra che non prende le distanze e consente il ricorso alla violenza? No, colpa della sinistra che prende troppo le distanze dai problemi fondamentali del nostro tempo e non riesce a formulare uno straccio di proposta sui temi caldi oggetto della protesta.

Chi protesta (i no-tav, i collettivi, gli studenti e chi più ne ha più ne dovrebbe mettere…) si rende conto della sterile consistenza della propria azione e tende a farne una guerra di principio che rifiuta la inconcludente o addirittura inesistente mediazione politica.

Ecco perché non riesco a scandalizzarmi per le proteste in bilico fra non violenza e violenza. Mi scandalizzo di un governo che sta sotterrando la Costituzione, che sta instaurando uno strisciante regime di democratura, che sta facendo la seconda repubblica fondata sull’egoismo individuale e collettivo.

Mi scandalizzo di una sinistra presuntuosamente autoreferenziale che non va mai al sodo per paura di perdere il “centro” della scena. Se la destra instaura un regime e la sinistra lascia fare, cosa rimane della politica, cosa deve fare la popolazione più reattiva e “indisciplinata”.

La protesta non violenta proprio per il fatto di non essere violenta dovrebbe mettere le premesse per il cambiamento etico e culturale prima e più che politico e sociale. Temo si tratti di un atto di fede vieppiù (quasi) impossibile, di un atto di speranza troppo cocciuta, di un atto di carità verso chi non la merita. Eppure si tratta delle tre virtù teologali…