Eccesso vendicativo in illusoria difesa

Un uomo di 43 anni, Abderrahim Fakir, di origine marocchina, in Italia da quando aveva 7 anni, regolare, sposato e titolare di una impresa di facchinaggio impegnata nella logistica, è morto ieri a Bologna in via Svevo, nel cuore del Pilastro, quartiere popolare e multietnico, durante un intervento della polizia. «Aiuto, basta, basta» sono state le sue ultime parole mentre due agenti lo bloccavano a faccia in giù, come si vede nelle immagini di un video in cui gli agenti cercano di portargli le mani dietro la schiena nel tentativo di ammanettarlo. Un terzo uomo, probabilmente un residente, aiuta gli agenti tenendogli le caviglie. Attorno a loro anche due soccorritori, che però non intervengono. Dopo qualche minuto l’uomo smette di dimenarsi e sembra perdere i sensi, mentre i poliziotti gli bloccano anche le caviglie. Uno dei due prova a sincerarsi delle sue condizioni, ma senza risposta. (“Avvenire”)

Faccio fatica a non collegare gli eventi, vale a dire la spropositata – in via di giustificazione se non addirittura di legittimazione – difesa individuale dell’orefice derubato e minacciato con la difesa collettiva, a prima vista esagerata e disumana, operata dalla polizia in quel di Bologna.

Il filo che li lega è rappresentato dal prevalere del desiderio di rivalsa e di vendetta su quello di difesa: tira questa aria a livello culturale, sociale e politico: un fatto gravissimo!

I recenti provvedimenti sulla tutela e sulla presunta deresponsabilizzazione degli agenti di polizia riguardano principalmente l’entrata in vigore del Decreto Sicurezza (D.L. 24 febbraio 2026, n. 23), convertito nella Legge 54/2026. La norma più discussa è il cosiddetto “scudo penale” per le forze dell’ordine, che modifica la gestione dei procedimenti giudiziari a carico degli operatori di pubblica sicurezza. Il decreto stabilisce una sorta di scudo penale, vale a dire una procedura cautelativa per gli agenti indagati per fatti avvenuti durante l’adempimento del dovere. Quando sussistono elementi che fanno presumere la presenza di una “causa di giustificazione” (come la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi), l’iscrizione nel registro degli indagati può avvenire permettendo valutazioni preliminari più approfondite prima di procedere con l’azione penale ordinaria.

I cittadini e lo Stato non sono in guerra contro chi tenta l’impervia via della migrazione a costo della clandestinità, contro chi delinque (come nel caso dei reiterati furti all’oreficeria Roggero) e, ancor meno, contro chi tiene un comportamento fuori dagli schemi (come nel caso del marocchino a Bologna).   Diamoci una calmata e ragioniamo! Cerchiamo di capire che non si può coniugare la sicurezza con la deterrenza, l’intransigenza e la vendetta.

Del resto, che il tema vero non sia garantire la legittima difesa, ma rendere legittima la vendetta è scritto nero su bianco nella proposta di legge presentata dalla Lega che prevede la non punibilità di “qualsiasi reazione” posta in essere da chi subisce un’aggressione “indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta”: praticamente, la definizione di vendetta. Si tratta di una proposta che mette in discussione princìpi cardine del nostro sistema giuridico, dello Stato di diritto e anche della Costituzione. E che renderebbe le nostre case, i nostri negozi, le nostre strade molto più insicure. (MicroMega – Cinzia Sciuto)

L’aria che tira è questa, un’aria decisamente viziata, che rischia di avvelenare la nostra convivenza civile. Il terreno è talmente scivoloso che preferisco non prestare troppa attenzione alla politica imprigionata nelle polemiche: preoccupata la destra del fiato vannacciano sul collo populista; preoccupata la sinistra di non apparire buonista e impopolare.

Non mi resta che rifugiarmi nell’aria pulita del Vangelo e della Costituzione. La metto su questo piano. E, per dirla con don Andrea Gallo, su quale piano la dovrei mettere?

L’arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, il cardinale Matteo Maria Zuppi, «è vicino nella preghiera a chi soffre per quanto accaduto ieri al Pilastro, dove ha perso la vita una persona ed esprime vicinanza alla famiglia e a tutti coloro che stanno soffrendo e che sono coinvolti nella drammatica vicenda». Zuppi, in una nota, invoca «Dio, perché in questo momento non prevalgano l’odio, la violenza, anche verbale e nei social e la strumentalizzazione per nessuna ragione, ma il rispetto, il dialogo e la giustizia a cui tutti devono affidarsi nel rispetto del diritto e delle Istituzioni». «In questa sofferenza – conclude Zuppi -, la Chiesa ricorda di non stancarsi di costruire percorsi di pace, di riconciliazione e di incontro affinché prevalga la forza dell’amore che ci viene donato da Gesù, seminatore di bene nel cuore di ogni persona». (“Avvenire”)