Forse non basterà votare

«Le elezioni americane sono vulnerabili ai brogli e al rischio che vengano rubate». È il passaggio chiave dell’atteso discorso alla nazione tenuto dal presidente Donald Trump. Parlando davanti alle telecamere, in prima serata, il tycoon ha accennato brevemente all’Iran e all’economia. Wall Street «avanza di record in record» e «l’ultimo dato dell’inflazione è stato il migliore da sei anni», ha notato. Sulla campagna americana in Medio Oriente si è limitato a dire: «Abbiamo vinto in Venezuela. Stiamo vincendo in Iran e presto vedrete i frutti di questo lavoro». Poi ha dedicato tutto il tempo a sua disposizione per parlare di brogli elettorali. «Dobbiamo avere un sistema di voto sicuro e affidabile, quello che abbiamo ora è debole ed è ben lungi dal soddisfare gli standard di sicurezza», ha sottolineato annunciando la sua intenzione di desecretare nuovi documenti in grado di dimostrare le vulnerabilità dell’attuale sistema di voto, anche alle interferenze straniere.  (“Avvenire” – Angela Napoletano)

Il voto non esaurisce la democrazia, ma ne è l’indispensabile presupposto. Ecco perché chi vuole addomesticare o addirittura esorcizzare le elezioni intende minare le basi della democrazia stessa. Donald Trump le vuole svuotare di significato ritenendole il frutto bacato di brogli elettorali; Giorgia Meloni paradossalmente vuole enfatizzarle strozzandole e facendone un pretestuoso antidoto contro la palude del gioco democratico.

Trump ha paura degli elettori in evidente calo e mette le mani avanti delegittimando i risultati che fossero a lui contrari. Il popolo americano farà molta fatica a liberarsene: si profila all’orizzonte una sorta di guerra civile di cui si è già visto l’antipasto. L’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti è stato un tentativo di insurrezione attuato a Washington il 6 gennaio 2021, dopo il discorso di Donald Trump ai suoi sostenitori, con il quale il Presidente uscente ha contestato il risultato delle elezioni presidenziali del 2020 che lo avevano visto sconfitto.

D’altra parte è sempre stato un comportamento da ragazzi lo stizzito “non gioco più e me ne vado col pallone”, allorquando si profila una sconfitta. Oppure c’è un’altra possibilità: quella di cambiare le regole del gioco per stravolgerlo salvando magari la forma per intaccare la sostanza.

Giorgia Meloni nell’immediato dopo-referendum ha colto al volo il rischio della prossima scadenza elettorale e allora si è precipitata a mettere i piedi nel piatto democratico delle urne.

Già da marzo (prima del referendum) avevamo usato l’immagine della “palude” che molto opportunamente è stata evocata l’altra sera da Giorgia Meloni. Perché questo rischio è così concreto? Elementare, Watson: perché esiste (con e senza «regie» particolari: che ovviamente ci sono, ma il risultato può essere ottenuto in modo apparentemente casuale) una speranza che circola da mesi negli angoli meno illuminati dei palazzi romani. Si tratta della speranza di un governo Meloni indebolito e costretto a otto-nove mesi sulla difensiva. A quel punto, come conseguenza, ci sarebbe – ecco a cosa si punta – non una vittoria piena della sinistra nel 2027, quello sarebbe francamente troppo da ottenere, ma un pareggio-pantano. Gli inglesi parlano di «hung parliament», di parlamento sospeso in quanto privo di maggioranza.
Il mantenimento della vecchia legge elettorale è lo strumento «perfetto» per arrivare a quel risultato: a occhio e croce, il centrodestra vincerebbe nei collegi del Nord, ma perderebbe in quelli del Sud. Risultato? Nessuna maggioranza. Il seguito del film-horror lo immaginate già: estenuanti consultazioni al Colle, tentativi a vuoto, e poi l’inevitabile governo semi-tecnico, con il Pd che rientrerebbe dietro il paravento dei «professori». In quel clima, nel 2029, avverrebbe anche la scelta del prossimo Presidente della Repubblica: escludendo, inutile dirlo, qualunque candidato di centrodestra. C’è anche chi si spinge a immaginare un incarico di governo a Paolo Gentiloni nel 2027 come premessa di una sua elezione al Colle nel 2029. Giorgia Meloni è la naturale avversaria di questo scenario. E sarà bene che tutti a destra lo capiscano: solo lei può tentare di impedirlo. (il tempo.it)

Se non è un disegno anticostituzionale questo…spacciato da legittima difesa contro la democrazia, contro i brogli e le manovre oscure anti-Trump e anti-Meloni. Da una parte la gente viene scoraggiata al voto in quanto falsabile, dall’altra viene incoraggiata a votare a scatola chiusa, quella della stabilità e della governabilità.

La democrazia è a rischio. Forse non basterà votare: rimediare alle frittate non è cosa facile e indolore, occorre una resistenza non armata, ma forte e convinta. Bisognerà riempire le piazze e le urne, capovolgendo l’amarezza nenniana e “sperare contro la speranza”: la frase fu ripresa da Giorgio La Pira, che la utilizzò ripetutamente per sottolineare il proprio atteggiamento di fronte a chi dubitava o voleva contrapporgli la crudezza delle circostanze reali. Adottò la frase come motto, simbolo dell’idea audace di chi sa “osare l’inosabile”.