La maggior parte degli analisti politici ha dato al risultato del recente referendum popolare sulla riforma della giustizia un significato ben chiaro, preciso ed inequivocabile: gli elettori, uscendo peraltro dal sonno in cui si erano non immotivatamente ficcati, hanno ritenuto di riscontrare nell’attuale andazzo governativo italiano (e purtroppo non solo italiano…) elementi di grave preoccupazione per una sorta di attacco, scoordinato ma insistente, subdolo ma evidente, alla Costituzione ed ai principi in essa contenuti.
L’altolà, proveniente soprattutto dai giovani, non è bastato a fermare l’aggressione, che sta continuando ad imperversare seppure con una diversa tattica: si sta passando cioè dall’idea della riforma globale snaturante delle nostre istituzioni (vedi premierato e autonomia regionale differenziata) alla, mutuando e parafrasando una espressione molto efficace di papa Francesco, guerra anti-costituzionale a pezzi.
Il primo pezzo è la legge elettorale che si sta varando a costo di forzature di metodo a livello parlamentare e di stravolgimenti sostanziali a livello democratico, cucinando un polpettone vomitevole in cui prevale il principio della governabilità rispetto a quello della rappresentatività, della stabilità rispetto alla dinamicità della politica, del populismo pseudo-plebiscitario rispetto al ragionato e dialogico parlamentarismo.
Ma questo è solo il più evidente e macroscopico punto d’attacco, il discorso vale per la politica migratoria sintetizzabile nell’inquietante concetto di remigrazione, un vero e proprio vilipendio della Costituzione oltre che della religione, contro cui si sta levando la voce unanime dell’episcopato cattolico, che si dichiara apertamente contrario a simili prospettive, giudicandole un nonsenso totale e, come ha detto Papa Leone, una non-risposta cristiana.
Che dire del discorso guerra-pace ben lontano dal ripudio costituzionale della guerra con il continuo e peraltro contraddittorio ripiegamento su una realpolitik più da Corte penale internazionale che da libri di testo in materia di dottrine politiche.
E poi ogni occasione è buona per introdurre strumentalmente e subdolamente novità in ordine persino ai diritti costituzionali della persona: si pensi alla vergognosa introduzione di una sorta di “diritto di grazia” in occasione della fine della vicenda giudiziario Roggero. Da una parte l’ennesimo tentativo di mettere sguaiatamente e sbrigativamente in discussione l’operato e le decisioni della magistratura, dall’altra la volontà di devitalizzare il dente costituzionale della presidenza della Repubblica, dall’altra ancora la farneticante trasformazione della legittima difesa in arbitraria vendetta da far west.
Il caso dell’orefice, condannato in via definitiva per l’uccisione di due ladri, offre l’occasione al governo per trasformare un caso umano estremamente delicato in un caso politico brutalmente cavalcato senza scrupoli, mettendo insieme il discorso della sicurezza a cui la pubblica opinione è particolarmente anche se equivocamente sensibile, quello della giustizia troppo indulgente con i criminali e troppo severa con i normali cittadini, quello della magistratura che dovrebbe direttamente o indirettamente rispondere non tanto alle leggi, ma al popolo e a chi lo governa, quello di un Capo dello Stato troppo ingombrante e troppo rigoroso nell’esercizio delle sue prerogative, quello di una società che sarebbe assediata da immigrazione clandestina e delinquenza, fenomeni strettamente collegabili in una fantomatica morsa in cui fingere l’imprigionamento delle sofferenze dell’intera società.
Persino il diretto interessato si è lasciato paradossalmente e masochisticamente coinvolgere nella politicizzazione del suo caso con parole che hanno scatenato la polemica, pronunciate da Roggero prima di varcare il cancello del carcere, quando a chi gli chiedeva dell’eventuale grazia aveva risposto con tono sprezzante: «Il presidente Mattarella ha graziato uno scafista che ha ammazzato 30 persone, ha graziato la Minetti, penso dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza». Un passaggio da cui l’entourage difensivo ha poi preso le distanze: secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, l’avvocato del gioielliere ha ammesso, dopo un colloquio con l’assistito, che «forse si è rivolto a Mattarella in modo un po’ improprio».
Un po’ improprio? Siamo tutti veramente spinti fuori dal balcone da chi sta buttando il prete costituzionale nella merda della peggiore politica? C’è da augurarsi che la strenua difesa della Costituzione rimanga una priorità ideale, istituzionale e politica del popolo italiano, anche se la battaglia è ormai senza esclusione di colpi e arriva a toccare demagogicamente le corde umane del nostro vivere civile: sarà il triste fondo che sta toccando la politica? Sapremo risalirne? Restiamo attaccati al salvagente costituzionale, non cedendo alla tentazione di imparare a galleggiare spinti in acqua da incredibili maestri di nuoto, interpretando il ritrovato sacrosanto interesse per la politica come continuo, pregiudiziale e irrinunciabile referendum filo-costituzionale. Lì dobbiamo sempre riandare, di lì dobbiamo ricominciare. Alla fine sarà meglio anche per Roggero, che dovrebbe diffidare delle scorciatoie salviniane e delle furbizie meloniane per rientrare umilmente a confronto con la propria coscienza (sembra che sua moglie lo stia aiutando al riguardo).
