Si blocca ai nastri di partenza la legge elettorale che era stata nominata “Stabilicum” e su un nodo, quello delle preferenze, che avrebbe dovuto riaccendere interesse per il voto nel crescente partito degli astensionisti. Difficile immaginare la ripresa dei lavori sul testo. Troppe cose sono cambiate e qualcuna è sfuggita di mano alla premier. A distanza di quattro anni, Meloni si ritrova con una maggioranza rosicchiata dal partito di Vannacci, con cui deve fare i conti. Dopo aver tenuto a bada le intemperanze a destra di Salvini, la nascita di Fn ha azzerato gli sforzi e la premier ora cerca di coprirsi nuovamente a destra, ma su un fronte ancora più estremo. Il tutto mentre la famiglia Berlusconi la pungola sull’area liberal. Né può contare sul posizionamento internazionale sul fronte Maga, dopo gli schiaffi ricevuti dal suo ex amico Donald Trump. Un equilibrismo non facile, il suo, che l’ha portata ad accreditarsi europeista, ad avvicinarsi ai Paesi “volenterosi”, salvo poi tornare a differenziarsi nelle scelte. Un’altalena destabilizzante da cui questa volta, dopo la «riflessione» annunciata, potrebbe decidere anche di scendere. (“Avvenire” – Roberta d’Angelo)
Non so se i giochi siano finiti, sicuramente appare molto compromesso il giochino della scorciatoia politica della legge elettorale: era la risposta, arrogante nei toni, precipitosa nei tempi, anticostituzionale nella sostanza, del governo alla sconfitta referendaria. A regola di briscola dopo un doppio simile capitombolo il governo si dovrebbe dimettere, ma tutto è ancora (im)possibile.
Fare finta di niente sarebbe un affronto al buonsenso politico istituzionale, un ritorno in Parlamento per ribadire la fiducia diventerebbe una palese dimostrazione di debolezza e soprattutto una contraddizione per chi vuole far dipendere la vita del governo dagli umori della gente; sembrano tiratissime le possibilità di governi balneari, transitori, tecnici e simili. Non credo che Sergio Mattarella intenda imbarcarsi in simili esercitazioni istituzionali: non è il momento e non c’è il clima adatto.
Era luglio del 1943 e il regime mussoliniano implose miseramente: questo richiamo può sembrare impietoso e fazioso, ma mi viene spontaneo. L’allora ordine del giorno era firmato, l’agguato parlamentare di oggi non lo è ed è ancora più grave. C’è un po’ di tutto nella batosta subita dal governo Meloni. Una buccia di banana che potrebbe risultare fatale, una pisciata contro vento da parte di una donna al comando. A Giorgia Meloni rimbomberanno in testa gli aggettivi appioppatile da Silvio Berlusconi: supponente, prepotente, arrogante, offensiva e ridicola.
E non potrà più controbattere di non essere ricattabile, perché il voto parlamentare subito ha tutta l’aria di un ricatto proveniente dalla sua stessa maggioranza. L’unico modo per dimostrare dignità sarebbe quello di dimettersi. Non sono solito infierire sui potenti in caduta libera. Non infierisco, ma tiro le somme.
Giorgia Meloni fa anche un po’ compassione. Disperata dopo la sconfitta al referendum è corsa al raduno degli alpini per mandare agli italiani il messaggio che lei non è in calo di popolarità. Ha nella sua testa un pensiero fisso: sembrare e non essere. Sembrare di essere una grande statista, sembrare di essere amica di Trump, sembrare etc. etc. Perché è così? Perché al di fuori del potere non ha niente: né una solida professione, né una storia politica rilevante, né una famiglia in cui rifugiarsi…ecco perché, disperata, difenderà con tutta se stessa il suo attuale status di potere. Se si ferma è perduta…
Giorgia Meloni è diventata celebre per essersi definita una underdog (sfavorita o outsider). Ha usato questo termine nel suo discorso di insediamento alla Camera il 25 ottobre 2022, sottolineando come la sua ascesa al governo, da giovane militante di destra fino a diventare la prima donna Presidente del Consiglio in Italia, abbia stravolto tutti i pronostici. Cerchi un termine adeguato per uscire di scena…e ammettere di essere un’addetta ai lavori che ha sbagliato mestiere.
