L’arcivescovo chiama in causa, a livello nazionale, anche «una politica del rifiuto, del respingimento dell’altro». Cita il viaggio di Leone XIV a Lampedusa, ricorda che in ogni uomo e in ogni donna «è impressa l’immagina vivente di Dio», verità oggi «violentemente messa in discussione». Per questo, sottolinea la responsabilità di annunciare il Vangelo con l’accoglienza e il rifiuto di idee come quella della remigrazione. E lo ripete due volte: «Ogni manifestazione esterna di religiosità, ogni proclamazione dell’identità cristiana o cattolica che si faccia scudo del nome cristiano per giustificare il rifiuto del debole, del povero, del migrante, si trasforma in un insulto alla verità annunciata dal Cristo Signore. Chi non riconosce l’altra o l’altro come sorella, come fratello, indipendentemente da ogni considerazione culturale, religiosa, razziale, geografica è fuori dal Vangelo. Lo dico forte, di nuovo, perché non ci siano equivoci. Chi la pensa così, chi difende il privilegio di alcuni rispetto ad altri, è fuori dal Vangelo. Chi sventola il vessillo della remigrazione ferisce a morte la fraternità evangelica e umana e sfrutta l’insicurezza, la frustrazione, il risentimento della gente per individuare un capro espiatorio su cui scaricare il negativo della vita sociale e politica». L’Italia allora, ripete ancora Lorefice, è chiamata a mettere da parte la paura e a tornare, oltre al Vangelo, alla Costituzione, che ripudia la guerra. Altro male che inquina il mondo.
Ormai, ricorda l’arcivescovo, il ricorso alle armi e al conflitto viene considerato «necessario» e le loro vittime «danni collaterali». La sovversione dell’ordine costituito dopo la Seconda guerra mondiale, «è stata preparata da decenni di squilibri, di ingiustizie, di mancanza di attenzione ai poveri e agli ultimi», afferma. «Ora leader senza pietà e senza pudore, avviluppati nel loro narcisismo delirante, possono gioire della morte di altri, possono giustificare la guerra spacciando la conquista per legittima difesa». Viene chiesto allora di prendere posizione e di non rassegnarsi. Di riconoscere di nuovo e a tutti i livelli che «gli altri non sono il nostro inferno bensì la nostra salvezza» e che «il potere reale non è quello che domina, ma quello che si fa servizio». (Arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice come riportato da “Avvenire” – Irene Funghi)
Questo è un parlare chiaro! “Ma il vostro parlare sia: “Sì, sì; no, no”; poiché il di più viene dal maligno” (Matteo 5,33-37). Molti cattolici impegnati in politica si dovrebbero vergognare, molti politici che si dichiarano cattolici dovrebbero andarsi a nascondere. Fortunatamente alle infettive complicità e omertà della politica rispondono le coraggiose e disinfettanti testimonianze della Chiesa cattolica.
Non si può confondere la pur necessaria gestione del fenomeno migratorio con la cosiddetta remigrazione; non è ammissibile confondere la pur necessaria diplomazia con il bellicismo subdolo e avvolgente. Non si può considerare mero buonismo il rispetto della persona umana così come non si può etichettare come ingenuo pacifismo il rifiuto categorico della guerra comunque giustificata.
La missione vaticana in Ucraina ha un obiettivo chiaro: salvare vite mentre la politica continua a fallire. Al centro c’è il negoziato per il rilascio dei minori trasferiti in Russia. Ecco come si sviluppano i percorsi di mediazione che poi portano frutto. C’è una diplomazia che si misura con le mappe, i confini, le sfere d’influenza, gli oleodotti, le basi militari. È quella dei rapporti di forza. Poi ce n’è un’altra. Più fragile. Più esposta. Spesso più concreta. Comincia da domande elementari: chi può aprire una strada, un varco, un canale, un corridoio, prima che sia troppo tardi? La diplomazia umanitaria nasce lì. Non quando la guerra è finita, ma quando la guerra pretende di occupare tutto: la politica, la memoria, le famiglie, la lingua, perfino il futuro. Non sostituisce la diplomazia degli Stati. Però impedisce che la pace venga ridotta a una contabilità di territori. Ricorda alle cancellerie, agli eserciti e agli organismi internazionali che una pace costruita dimenticando ad esempio i bambini non è pace, solo una tregua tra adulti. La missione vaticana in Ucraina ha scelto un terreno più circoscritto e verificabile: salvare vite mentre la politica continua a fallire. (“Avvenire” – Nello Scavo)
Troppo alti questi richiami provenienti dalla Chiesa per essere strumentalizzati a livello di battaglia politica. Ce n’è per la farisaica destra del “Dio-Patria-Famiglia” e per la parolaia sinistra dell’armiamoci e partite. Mi permetto soltanto di aggiungere una considerazione da uomo di sinistra quale mi considero. Se la sinistra vuole segnare un deciso cambiamento di passo deve partire “laicamente” da questi presupposti provenienti dall’ispirazione cristiana: solo così potrà riconquistare la fiducia dei giovani e degli emarginati. Se ci si mette in questa logica sembrano quasi ridicole le questioni inerenti gli assetti leaderistici così come i distinguo riformisti, per non parlare delle nostalgie moderate e centriste. Non è il momento della moderazione, ma quello della rivoluzione in nome della giustizia e della pace.
