L’ago famigliare nel pagliaio sociale

Le sorelle ritrovate e la guerra degli adulti: cosa racconta davvero il caso di Sarah e Alisya. Il procuratore di Sulmona racconta i dettagli della vicenda: «Quando le abbiamo trovate non hanno fatto salti di gioia. È una storia di amore genitoriale malato». La fuga, il nascondiglio a Formia e le domande che tornano a dividere il Paese sul sistema di tutela dei minori.

La vicenda d’altronde si consuma in un momento storico in cui il sistema italiano di tutela dei minori, complice il caso della “famiglia nel bosco”, è nuovamente al centro di uno scontro politico e culturale. Da una parte chi vede nei tribunali minorili, nei servizi sociali e nelle comunità educative un apparato invasivo, capace di interferire eccessivamente nella vita delle famiglie; dall’altra chi ricorda che proprio a quelle strutture lo Stato affida il compito più difficile, proteggere bambini e adolescenti quando il contesto familiare diventa fonte di sofferenza anziché di tutela. Le sorelline scomparse e ritrovate rischiano così di essere arruolate nell’ennesima battaglia ideologica, nonostante l’appello lanciato dallo stesso procuratore di Sulmona: «Questa vicenda deve farci riflettere», ha detto, ricordando come sia raro arrivare alla compressione della responsabilità genitoriale non per abusi o violenze, ma come conseguenza di una separazione divenuta distruttiva. Una considerazione che sposta il fuoco della discussione oltre le polemiche sulle case famiglia e sulle decisioni dei tribunali, riportandolo al nodo più difficile da affrontare: che cosa succede, cioè, a un figlio quando il conflitto tra genitori diventa la cifra stessa della sua crescita? È l’interrogativo che attraversa migliaia di vicende familiari e giudiziarie nel nostro Paese e che mette alla prova un sistema di tutela dei minori gravato da carenze strutturali, riforme incomplete e risorse insufficienti. Ma che prima dello Stato, e dei suoi possibili interventi a tutela dei bambini, chiama in causa la responsabilità degli adulti. Non esiste provvedimento giudiziario, comunità educativa o percorso di sostegno capace di cancellare il peso degli anni trascorsi nel mezzo di una guerra familiare. Quella guerra, semplicemente, non dovrebbe mai cominciare. (“Avvenire” –Viviana Daloiso)

Solo per combinazione, non certo per stucchevole curiosità, ho avuto l’occasione di ascoltare in diretta qualche passaggio della conferenza stampa tenuta dal procuratore di Sulmona sull’inquietante vicenda del ritrovamento delle bambine dopo la loro strana sparizione.  Innanzitutto ho apprezzato la provocatoria severità tenuta per arginare l’invadenza mediatica, opportunamente ributtata oltre la transenna a significare che la giustizia non si fa a furor di telecamere. Poi la mancanza di ogni e qualsiasi trionfalismo per l’esito positivo delle ricerche, ma lo sforzo di evidenziare i contorni di un’umanità ferita e difficilmente risanabile a livello sociale.

Di fronte a simili vicende nessuno ha la ricetta da esibire, tutti dovrebbero avere l’obbligo di tacere e riflettere: le colpe sono tante, individuali, famigliari, sociali, in un contesto tutt’altro che virtuoso nei rapporti tra pubblico e privato.

Abbiamo trasferito le chiusure protettive e difensive della famiglia tradizionale in una sorta di anarchica, trasgressiva e deresponsabilizzante deriva egoistica camuffata con la liberazione dagli ossessivi schemi del passato. I figli sono diventati “incidenti di percorso” da evitare pregiudizialmente, da accettare superficialmente, da accantonare sbrigativamente, da strumentalizzare faziosamente o talora da eliminare subdolamente se non clamorosamente.

Devo ammettere che, allorquando succedono certi incresciosi fatti, sono portato a (ri) valutare l’insistente richiamo della Chiesa al discorso della famiglia quale centro dell’umana esistenza: a volte ammetto di avere qualche imbarazzata reazione, interpretandoli come anacronistici se non addirittura retrogradi appelli socio-culturali. Ebbene, non è così!

Alla famiglia nessuno può sostituirsi, tutti dovrebbero aiutarla, supportarla, favorirla, pur nella consapevolezza che nessuna politica e nessuna struttura sociale riescono a colmarne veramente e definitivamente le lacune e i vuoti, soprattutto a posteriori.

La famiglia non è un bunker inviolabile in cui rinchiudere l’educazione dei figli, che peraltro non sono proprietà dei genitori, ma dono per tutta la comunità; ben vengano tutte le iniziative, tutte le strutture e tutte le misure sostitutive nei casi di assoluta necessità, consapevoli però della loro relativa funzione sostitutiva.

Oltre tutto non è facile comprendere quando si debba passare dai pur indispensabili aiuti e supporti esterni ad interventi invasivi quali appunto l’affidamento dei bambini a strutture sociali alternative: gli operatori sociali e la magistratura dedicata hanno compiti delicatissimi e non vanno assolutamente messi in alcun comodo tritacarne critico o addirittura distruttivo.

È da rifiutare la leggerezza con cui si diventa genitori e quella con cui ci si illude di cessare di esserlo. In tal senso non c’è divorzio che tenga o affidamento che risolva le questioni.

Mi piace richiamare quanto detto dallo psicologo da un mio amico che attraversava un momento di difficoltà nei rapporti coi suoi figli: “I figli giudicano i genitori da due comportamenti molto precisi: da come si rapportano con il coniuge e da come affrontano il lavoro”.

Se il divorzio o comunque la separazione mettono fine a situazioni di crisi tra coniugi, non possono interrompere il filo sentimentale ed educativo che li lega ai figli, che altrimenti rischiano di pagarne incolpevolmente il prezzo.

E la società fa tutto il possibile per aiutare i genitori e soccorrere i figli prima, durante e dopo il matrimonio? Molto è stato fatto e molto rimane da fare. La psicologia, la sociologia e l’economia possono fornire strumenti e metodi di intervento preziosi. Gli operatori sociali vanno sburocratizzati e indirizzati al sodo delle questioni. Le strutture pubbliche e private devono essere potenziate e finalizzate al meglio. La politica deve operare le scelte non facendosi guidare dalle ideologie ma dallo spirito di servizio. La magistratura deve calibrare i suoi interventi a salvaguardia dei diritti delle persone e soprattutto dei minori.

Il gioco allo scaricabarile non può certamente partire dai genitori, né essere giocato dai soggetti competenti sulla pelle dei minori, magari con i media che soffiano sul fuoco delle polemiche e…ritorno da dove sono partito, vale a dire all’overdose mediatica, che sta trasformando la cronaca giudiziaria in salotti-circhi in cui tutti trovano un macabro divertimento, con acrobazie senza rete…e ci lasciano la pelle i soggetti deboli privi di protezione (sarebbe veramente ora di darci un taglio!). Non si tratta di diritto di cronaca, ma di libertà di offendere la dignità delle persone. Non c’è in ballo la libertà di stampa, ma quella di creare danni ai soggetti che capitano sotto le grinfie dei social.