I bene informati della geopolitica sostengono, come descrive Giorgio Ferrari su “Avvenire”, che lo stato dei rapporti fra Trump e Netanyahu sia così sintetizzabile: in vista delle rispettive scadenze elettorali Trump ha bisogno di pace mentre Netanyahu ha bisogno di guerra.
Tel Aviv e Washington perseguono platealmente obiettivi diversi che conducono tuttavia a un percorso comune: Netanyahu necessita di uno stato di guerra permanente per garantirsi in autunno la rielezione, soffiando e avallando ogni sussulto della destra religiosa, soprattutto quella del nord di Israele, dove il risentimento nei confronti del governo «per non aver finito il lavoro in Libano» è molto alto. A sfidare Netanyahu sarà l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar, che nei sondaggi guadagna un 38% di consensi e supera “Bibi” di tre punti.
Anche The Donald ha una scadenza elettorale, quella del 3 novembre, quando si terranno le elezioni di medio termine. Elezioni che rischia di perdere clamorosamente, avendo toccato ormai il punto più basso della propria popolarità. Ma a differenza di Netanyahu, che gioca la sua partita grazie al caos, Trump ha bisogno della pace. Non a caso, la speranza di una risoluzione del conflitto ha immediatamente fatto crollare i prezzi del petrolio, con il Brent del Mare del Nord in calo dell’1,11% a 89,37 dollari al barile, con un rimbalzo rassicurante anche sui mercati asiatici: l’indice Nikkei di Tokyo in rialzo di quasi il 4% e il Kospi di Seul in forte crescita di oltre il 7%. Del resto Trump era stato preavvertito nei giorni scorsi dal “Wall Street Journal” e dalle grandi conglomerate: «Esci al più presto dal pantano mediorientale, perché è una guerra che non puoi vincere e che fa male ai mercati» (ad eccezione di quello degli armamenti, che pure ha vigorosa voce in capitolo).
«Stai attento o presto ti ritroverai da solo», ha detto Trump al suo partner in war. Che gli ha risposto con garbo velato di veleno: «Tu sei il più grande amico di Israele». Risultato: sulla East Coast sono convinti che l’amico israeliano tenga al laccio (ci sarebbe un’espressione più colorita, ma la evitiamo) il presidente, in virtù di chissà quali inconfessi segreti. Sulle rive del Giordano la destra israeliana è convinta a sua volta che Trump impedisca sistematicamente a Netanyahu di compiere il suo dovere di difensore della patria. Per questo i due si scambiano punture di spillo e sordi mugugni come due compari. Che oltre a intendersi, si spiano con accanimento: «I servizi segreti di entrambi – rivelava una fonte anonima al “Washington Post” – da mesi non fanno altro».
Mentre il percorso guerrafondaio di Netanyahu appare coerente e in linea con la storia, che ha sempre visto lo scatenamento delle guerre per conquistare e/o consolidare il consenso all’interno del Paese, quello di Trump risulta precario, schizofrenico e contraddittorio.
Entrambi i leader contano comunque su consensi piuttosto traballanti, poggiati, in modo oserei dire blasfemo, su opinioni di provenienza religiosa: da una parte l’integralismo dell’establishment ebreo, dall’altra parte l’opportunismo di buona parte del popolo catto-protestante. Con tanti saluti alla laicità dello Stato e alle spinte pacifiche provenienti dalle religioni. In Israele la religione è funzionale alla guerra e viceversa, negli Usa la religione accetta la guerra fino ad un certo punto cioè fintanto che non tocca il portafoglio (il Vangelo è un optional…).
Con le arie che tirano siamo ridotti a fare il tifo per Trump: chissà che non chiuda la guerra con l’Iran e magari aiuti la tregua in Ucraina (qualcuno sostiene autorevolmente che Putin per interrompere le ostilità non aspetti che il placet trumpiano…). Da queste tregue armate non c’è da aspettarsi molto se non un armato rinvio della vera pace a data da destinarsi (ciò che sta avvenendo a Gazane ne è la dimostrazione).
Non vorrei essere pedante, ma all’Europa sta bene così?
A un anno dalla cosiddetta guerra dei dodici giorni, e con una nuova guerra all’Iran ancora in corso, il quadro internazionale appare ancora più instabile e frammentato. Nel suo ultimo libro, “Contro gli imperi”, Emanuele Parsi legge le attuali crisi, compresa quella in Medio Oriente, come manifestazioni di una stessa deriva: l’abbandono del diritto internazionale e dell’ordine liberale, con il ritorno della politica di potenza. In questa intervista il politologo analizza il mutamento del ruolo degli Stati Uniti, critica l’illusione che la forza possa garantire ordine e sicurezza e richiama l’Europa alla necessità di difendere concretamente i principi che hanno reso possibile la sua libertà e prosperità. (da “MicroMega”)
A livello europeo ogni tanto spunta un opportunistico rigurgito di vitalità. Ecco cosa sostiene ultimamente la nostra presidente del Con(s)iglio.
Giorgia Meloni ha proposto la nomina di un inviato speciale dell’Unione Europea per gestire i negoziati con la Russia. La premier sostiene che l’Europa non debba avere “cecità diplomatica”, ma che il dialogo debba avvenire in modo unitario per evitare iniziative frammentate dei singoli stati che avvantaggerebbero Mosca. La proposta prevede l’identificazione di una figura autorevole e condivisa, evitando tavoli ristretti o formati variabili che escluderebbero alcuni paesi membri. La sua linea è stata ribadita in vista del Consiglio Europeo, sottolineando che il sostegno a Kiev e le pressioni sulla Russia devono proseguire, ma accompagnati da una visione diplomatica coordinata dell’Ue. (“La Repubblica”)
Qualcuno dirà meglio tardi che mai. Siamo in ritardo di almeno dodici anni, è infatti dal 2014 che la situazione russo-ucraina è esplosiva. Ci siamo voltati dall’altra parte e poi ci siamo schierati da una parte. Adesso proviamo a fare ricorso alla diplomazia? Non so se Meloni stia cercando di salvarsi in corner (contro il protagonismo dei suoi interlocutori Ue) o stia finendo per buttare la palla in tribuna. Forse anche lei sta aspettando, di rimessa, le prossime elezioni. Certo la lungimiranza non è il mestiere suo né dei suoi partner europei.
Un mio simpatico ma impreparato compagno di classe alla precisa domanda del professore su verso cosa guardasse un personaggio della Divina Commedia (non ricordo quale), rispose: “Verso grandi orizzonti…”. “Sì, ribatté l’insegnante, verso orizzonti di non studiare…vai al posto!”. Ma anch’io non fui da meno e durante un compito in classe di storia, mi trovai alle prese con un preciso quesito: cosa pensa Dante Alighieri di Federico Secondo? Non ci saltavo fuori e bisbigliai una richiesta di aiuto ad un compagno posizionato vicino al mio banco, il quale ritenendosi controllato a vista, non poté far altro che suggerirmi un generico “pensa bene” su cui lavorai vergognosamente di fantasia.
