Pochi elettori molto onore

La partecipazione alle elezioni è sempre più ridotta e i due schieramenti contrapposti non riescono ad attirare un convinto sostegno degli elettori (né, tantomeno, la voglia di dare i “pieni poteri” a uno dei due). Coalizioni coatte ed eterogenee riscuotono poca fiducia. Sia dentro la maggioranza sia dentro l’opposizione ci sono infatti forze che la pensano all’opposto su questioni cruciali come la guerra in Ucraina, la tragedia del Medio Oriente o la difesa europea. E i complicati equilibri interni impediscono ad entrambe decisioni tempestive quando è necessario (il mondo cambia rapidamente: quello che andava bene con Biden non va più bene con Trump ecc.). Se si discute tanto del “rischio pareggio” – i sondaggi indicano che lo scarso numero di chi andrà a votare è più o meno diviso a metà – è perché gli italiani sono sempre più insoddisfatti di trent’anni di bipolarismo. È un disagio che va ascoltato.

Nel Palazzo oggi molti vorrebbero che gli elettori facessero una scelta netta, trasmettessero in toto la loro sovranità al leader dello schieramento vittorioso e togliessero il disturbo per cinque anni. La riforma elettorale Stabilicum o Melonellum punta su premio di maggioranza (di cui in realtà beneficerà una minoranza), liste bloccate decise dai capipartito e un’indicazione preventiva del premier che ostacolerebbe la preziosa opera di raccordo e di equilibrio del Presidente della Repubblica. Chi vince potrebbe decidere da solo giudici costituzionali e Capo dello Stato, insomma avrebbe un potere enorme. Sono tutti elementi a rischio di incostituzionalità e per di più si vuole introdurre questa legge sul finire della legislatura, con i voti della sola maggioranza e senza dare il tempo alla Corte costituzionale di esaminarla. Insomma, ancora una volta, una strada dall’alto e non dal basso, senza peraltro – è il paradosso – dare a chi governa la forza necessaria a prendere grandi decisioni.  (“Avvenire” – Agostino Giovagnoli)

Il problema è fondamentale. Abbiamo appena celebrato in pompa magna e con troppa retorica la festa della Repubblica. Nell’uso comune, la retorica ha un’accezione negativa: indica un discorso artificioso, pieno di belle parole ma privo di contenuti reali, sincerità o sostanza. Viene spesso associata all’ipocrisia, alla manipolazione o a un vuoto esercizio di stile. Se vogliamo che il nostro Paese possa veramente contribuire a ridisegnare positivamente un mondo allo sbando, dobbiamo essere all’altezza della situazione contando su un sistema interno partecipato, rappresentato e ben governato. La prospettiva della riforma elettorale è più inquietante che promettente per le ragioni magistralmente descritte da Agostino Romagnoli. Il passaggio è molto stretto e rischiamo di strizzare, neutralizzare e stiracchiare quel poco di democrazia che ci rimane.

Potrebbe trattarsi dell’ultima chance di rifondazione della Repubblica: attenzione a non rovinare tutto con un tratto di penna legislativo. La storia insegna come la politica di ottant’anni fa fosse capace di trovare meravigliose convergenze nel discutere e scrivere i contenuti della Costituzione, rinviando ad altre occasioni gli scontri sulle contingenze politiche.

In questo momento la riforma elettorale assume di fatto una valenza costituzionale e quindi va sottratta alla miserevole kermesse sugli interessi di parte: non bisogna pensare alle prossime elezioni e al modo di mungere dalla vacca sociale il massimo del latte, ma occorre guardare alle prossime generazioni e alla loro possibilità di partecipare alla vita democratica non debilitando la vacca fino al punto da renderla sterile.

Dalla destra so cosa aspettarmi. La sinistra l’aspetto al varco, il suo campo largo si sta seccando …ha bisogno di un’innaffiata con acqua fresca. Se aspettiamo Renzi, Calenda e c. stiamo freschi noi mentre il campo si secca. Se aspettiamo le convergenze parallele di Conte e Schlein riduciamo il campo a orti per anziani.

La sinistra (lascio perdere volutamente l’equivoca e fuorviante etichetta centro-sinistra, perché il centro lo vedo più come un gioco doroteo al massacro che come un moderato omaggio al riformismo) non è in grado di esprimere e proporre un credibile ed attrattivo leader candidato alla guida del governo (è inutile proporre quello che non c’è, un leader carismatico non lo si inventa e non può scaturire nemmeno da enfatiche elezioni primarie): motivo in più per osteggiare la ventilata e forzosa riforma elettorale che mira a “premierizzare” il voto dei cittadini. Si ritorni quindi alla “parlamentarizzazione” del voto elettorale, si proponga agli elettori una vera e propria compagine di governo, un gruppo competente e coeso sostenuto dai partiti che dovrebbero costituire la maggioranza parlamentare: il presidente del Consiglio torni ad essere, come prevede la Costituzione, un primus inter pares nominato dal presidente della Repubblica. Una sfida costituzionale (se insostenibile a livello legislativo, percorribile nei fatti) allo strisciante premierato, un ritorno alla politica delle idee e dei programmi contrapposta a quella delle identità e dei proclami.

Credo che la sinistra possa avere le carte in regola per presentare una sorta di governo penombra collegato alle istanze sociali e culturali di riferimento, prospettando ai cittadini linee politiche che riescano a snidarli dalla sfiducia e dall’apatia: un modo per rifare un PD largo e coinvolgente, se vogliamo evitare la diaspora post-piddina partendo dalla cultura di governo e dai collegamenti sociali.

Nell’ambito di un simile discorso dovrebbe conquistare un certo protagonismo socio-culturale “Comunità democratica”, il movimento che dovrebbe segnare la ripresa dell’impegno dei cattolici popolari e progressisti e che però farebbe molta fatica a crearsi spazio e rappresentanza in base alla nuova emergente legge elettorale tutta leaderismo, centralismo e decisionismo: un sistema chiuso e statico, allergico alle novità respinge al mittente ogni tentativo di riportare i cittadini al voto. Pochi elettori molto onore. Molte armi in bella evidenza, molto Stato identitario e poca società partecipante.