Il Ponte sulla stretta di governo

Il Ponte sullo Stretto e l’ombra della corruzione. Perquisizione a carico di tre persone: un ex presidente aggiunto della Corte di Conti, un avvocato (già commissario della Lega in Calabria) e un imprenditore. Al giudice, che avrebbe fornito notizie coperte da segreto d’ufficio, sarebbero state promesse utilità e incarichi dopo il pensionamento. Le opposizioni in rivolta. I cantieri miliardari per quello che viene annunciato come il «ponte a campata unica più lungo del mondo» dovrebbero partire entro fine anno. Nel frattempo, però, cupe ombre di ipotesi corruttive si allungano sulla sua costruenda silhouette. La Procura di Roma indaga infatti per corruzione e rivelazione del segreto di ufficio, nell’ambito del progetto per la realizzazione del Ponte sullo stretto di Messina. (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo, Roma)

Quale migliore assist per l’astensionismo latente… Questo faraonico progetto rischia di essere utile soltanto a soddisfare due scopi: la megalomania ministeriale di Matteo Salvini e la smania affaristica degli operatori potenzialmente coinvolti e disinvolti.

Come volevasi dimostrare: dietro gli investimenti inutili si cela non solo la dissipatrice prepotenza governativa, ma anche l’ingordigia pseudo-imprenditoriale. Quella del Ponte sullo Stretto rischia di diventare la paradossale occasione per una riedizione riveduta e magari persino scorretta di tangentopoli.

Ho avuto l’impressione che il governo abbia concesso questo progetto a Matteo Salvini come strumento-giocattolo con cui divertirsi ad allargare le simpatie leghiste al territorio meridionale, come storica occasione per accreditare la Lega di governo e per rafforzare la leadership salviniana sempre più scricchiolante.

Altra grossa grana per Giorgia Meloni: esistono le promesse elettorali che durano l’éspace d’un matin quali demagogiche fanfaronate (lo Stretto promesso diverso tempo fa da Silvio Berlusconi) e quelle di cui si autoconvincono persino i testardi proponenti (sono le più pericolose e perniciose).

Credo che ormai sia tardi per eventuali ripensamenti a costo di figuracce politiche e di ulteriori sprechi finanziari. Questa tristissima alleanza di governo tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia si è retta finora fra prospettive di premierato, di regionalismo rafforzato e di riforma-ridimensionamento della giustizia: una combinazione fra megalomania meloniana, velleitarismo salviniano e nostalgia berlusconiana.

Gli elettori del referendum hanno posto un alt al primo ed al terzo degli obiettivi governativi di cui sopra: il secondo che suonava come contentino per la Lega passata, presente e futura, vale a dire la legge sull’autonomia differenziata (Legge Calderoli, n. 86/2024), è attualmente in una fase di stallo a seguito della storica sentenza n. 192/2024 della Corte Costituzionale, che ha dichiarato incostituzionali alcuni dei suoi punti cardine.

Totalmente sbagliato da tutti i punti di vista un programma governativo sostanzialmente anti-costituzionale. Quanto alla compagine governativa siamo al ridicolo: due vice-presidenti penosi che fingono di fare i ministri e che rappresentano solo loro stessi a livello partitico. Tajani è sostanzialmente commissariato da Marina Berlusconi; Salvini è sopportato obtorto collo da Zaia e Giorgetti nonché cornuto e mazziato ad opera di Vannacci, Salvini che, non sapendo più che pesci pigliare, vorrebbe tornare al Viminale per arginare politicamente Vannacci a spese degli italiani e combinando magari qualche altro irreversibile pasticcio; ministri e sottosegretari che sembrano capitati lì per caso e che incespicano continuamente in affari di portafoglio e di cuore.

La nuova legge elettorale dovrebbe rappresentare la quadratura del cerchio: Lega e Forza Italia scalpitano e bisognerà trovare il modo di ricompensarli dei sacrifici richiesti. L’ultimo scorcio della legislatura servirà a ricomporre un minimo di alleanza a destra: il collante sarà, come sempre, il potere fatto a fette e redistribuito salvo complicazioni nelle urne.

Giorgia Meloni, parafrasando uno spot pubblicitario, è medaglia d’oro nel sollevamento e nella tolleranza dei ministri e dei componenti del governo in genere. In un Paese democratico serio un andazzo del genere non sarebbe ammesso. I cittadini dimostrano di capire, ma di non vedere alternative. Non so se dare più colpa allo scetticismo degli italiani o alla inadeguatezza delle opposizioni.

Il Ponte sullo Stretto da cui sono partito è la raffigurazione emblematica dei mali nel governo del Paese e quindi lì ritorno in conclusione.