“La principale, enorme fragilità che ci riguarda da vicino è l’attuale configurazione dell’Unione europea, un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato la competitività e la crescita sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici”. A dichiararlo è stata la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel suo intervento tenuto all’assemblea di Confindustria nella mattinata di martedì 26 maggio.
Un simile attacco frontale fa parte della tattica elettorale permanente adottata nell’ambito della politica governativa di Giorgia Meloni: si sta profilando il rischio Vannacci e allora bisogna correre ai ripari accentuando i toni dell’euroscetticismo, peraltro connaturale alla identità ideologica meloniana. Tutta tattica tra populismo, nazionalismo e sovranismo. Sparare sul pianista Europa è uno sport facile a prescindere dal fatto che l’Europa siamo noi e quindi finiamo con lo spararci sui piedi. Siamo al masochismo, utile (forse) per vincere le prossime elezioni contro i propri potenziali alleati. Sì, perché il paradosso è duplice: contro l’Europa di cui siamo parte integrante e in concorrenza con i partner di centro-destra, rubando loro il mestiere euroscettico (Lega) o addirittura antieuropeo (li Vannacci tua) oppure in aperto contrasto con essi e il loro filo-europeismo di maniera (Forza Italia e Noi moderati).
Ma veniamo al merito del discorso sulla burocrazia. Non so se essa sia un male da combattere ed estirpare o se sia un male necessario. A livello europeo, come sostiene Massimo Cacciari, la burocrazia colma il vuoto lasciato dalla politica a livello istituzionale. Verrebbe da dire: meno male che ci sono i burocrati, altrimenti la Ue sarebbe da tempo completamente azzerata. Il discorso per certi versi è simile nel nostro Paese. La burocrazia, oltre che un freddo e spietato senso di autoconservazione, mette in campo competenze, professionalità ed esperienze che purtroppo la politica è ben lungi dal possedere.
La burocrazia è un’autentica palla al piede nella vita del nostro Paese. Come ho già più volte ricordato – il ripetersi è purtroppo un inequivocabile sintomo di vecchiaia, ma, a volte può essere utile – molto tempo fa il ministro della riforma burocratica Massimo Severo Giannini, un tecnico di alto livello prestato alla politica, dopo qualche tentativo andato a vuoto, vista la difficoltà al limite dell’impossibilità di cambiare le cose, diede le dimissioni preannunciando di voler emigrare negli Usa. Giustamente l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini lo rimproverò aspramente. Avevano ragione entrambi?! Il primo si arrendeva di fronte alla forza delle procedure e degli apparati burocratici, il secondo strigliava la politica incapace di superare gli apparati. È fuori di ogni dubbio che sul nostro Paese incomba una cappa burocratica che neutralizza e condiziona i legislatori, i governanti e i governati. Durante la mia vita professionale ho avuto frequenti rapporti con la pubblica amministrazione e purtroppo spesso anche se non sempre, ne ho misurato tutta la lentezza al limite della pigrizia e tutta la resistenza conservatrice al limite della difesa dei propri privilegi.
La politica però non può limitarsi alle lamentazioni, deve, oltre che riformare e snellire la burocrazia con adeguate leggi, “competere” con essa sul piano della competenza (la ripetizione è voluta!), dell’autorevolezza tecnico-scientifica e della capacità di fare gli interessi della gente. Altrimenti si scontrano due autoconservazioni di potere, quello burocratico e quello politico, che finiscono con l’andare a braccetto a danno dei cittadini.
In Europa il discorso si fa ancora più complesso: 27 Stati che dovrebbero governare assieme, istituzioni asettiche calate dall’alto, personaggi politici di dubbia fedeltà agli ideali europei (se nell’Europa unita non ci credono i governi degli Stati membri, sarà difficile che ci possano credere i burocrati…), problematiche molto difficili e divisive, regole assurde e paralizzanti (come l’unanimità nelle decisioni che si trasforma in diritto di veto), estreme diversità territoriali, economiche, sociali e culturali, vincoli finanziari molto pesanti etc. etc.
È oltre modo inutile e controproducente scaricare colpe e responsabilità come sta facendo Giorgia Meloni: a parte le incoerenze delle sue posizioni a seconda della collocazione al governo o all’opposizione; a parte che prima di guardare ai difetti dell’Europa bisognerebbe avere l’umiltà e il buongusto di guardare quelli dell’Italia (soprattutto quando si chiedono all’Europa ascolto e appoggi); a parte che, come direbbe mio padre, Meloni la pär vunna äd coi che all’ostarìa con un pcon ad gess in sima la tavla i metton a post tutt; po set ve a vedor a ca’ sova i n’en gnan bon ed far un o con un bicer…”; a parte il continuo e imperterrito attacco all’interlocutore di turno (si chiami magistratura, si chiami sindacato, si chiami stampa, si chiami appunto apparato burocratico); a parte la mancanza di seria capacità relazionale al di là di meri tatticismi (Trump, Von der Leyen, Zelensky, Orban e chi più ne ha più ne metta) che lasciano il tempo che trovano; a parte tutto ciò,, c’è una mancanza di carisma camuffato con furbizia mediatica (che sta in poco posto come le balle), c’è la personificazione della politica in senso deteriore (tutte sparate faziose e demagogiche), c’è la incapacità di controllare e, a maggior ragione, governare gli apparati burocratici a livello ministeriale (i casi Sangiuliano, Nordio e Piantedosi la dicono lunga) se non con interventi a cose fatte e a gamba tesa.
In questo assordante silenzio della politica le burocrazie, se vogliono, fanno i loro interessi, si radicano sempre più, diventano intoccabili e paradossalmente… meno male che esistono, altrimenti…
