«Un atto di ecocidio». Questa è la conclusione di una ricerca che esamina nei dettagli il bilancio ambientale degli attacchi israeliani in Libano. La documentazione è stata raccolta in un rapporto di 106 pagine presentato nei giorni scorsi a Beirut dalla ministra dell’Ambiente libanese Tamara el-Zein. «La portata e l’intenzionalità dei danni di Israele alle foreste, ai terreni agricoli, agli ecosistemi marini, alle risorse idriche e alla qualità atmosferica» scrive Zein nella prefazione del rapporto, «costituiscono ciò che deve essere riconosciuto come un atto di ecocidio, con conseguenze che vanno ben oltre la distruzione immediata». (“Avvenire” – Camille Eid)
Penso a Israele oggi: la sua difesa sarà sempre più orfana, visto che sul Paese si stende l’ombra terribile di Benjamin Netanyahu. Eppure chi generalizza e fa l’operazione “Israele uguale Netanyahu” sbaglia e finisce per riproporre sentimenti antiebraici pericolosi. (Davida Assael, filosofo di origine ebraica, intervistato da “Avvenire”)
Non so se sto facendo una forzatura socio-culturale, ma di fronte a genocidio ed ecocidio perpetrati da Israele occorrerà pure prendere le distanze a tutti i livelli, altrimenti il clima di odio e di vendetta si allargherà a tutte le società in cui ci sia la presenza di israeliani.
Non è giusto operare l’automatica sovrapposizione Israele-Netanyahu, ma in assenza di un minimo di resistenza, interna ed esterna, ad un sistema da tempo avviato a trasformarsi in vero e proprio regime, la suddetta uguaglianza diventa (quasi) inevitabile e si applica allo Stato, ma si allarga anche al popolo.
Mi chiedo: Israele è non è un Paese democratico? Chi ha posto e mantiene al potere Netanyahu? Perché la popolazione non reagisce, non protesta, non scende in piazza, non si ribella in qualche modo a questa deriva? Perché il mondo culturale riferibile alla storia e alla tradizione israeliane non si dissocia apertamente e convintamente, salvo poche eccezioni? Perché gli israeliani che vivono in altri Paesi non chiariscono la loro posizione avversa alla politica dello Stato di Israele? Perché non si fa chiarezza e ci si nasconde dietro le oggettive difficoltà di convivenza con arabi e palestinesi, accettando uno status di belligeranza continuo e sempre più incancrenito? Perché la diplomazia a livello italiano, europeo ed internazionale sembra rassegnata e tollera l’invadenza israeliana quasi come un male necessario? Perché siamo arrivati al punto in cui il presidente statunitense sembra prendere ordini dal premier israeliano in una gara oscena al più imperialista degli imperialisti? Perché si tollera che questi due signori con l’alibi della difesa dei loro Stati mettano a soqquadro il mono intero?
Se non si risponde a queste domande con forti prese di posizione, si alimenta indirettamente un clima di odio antisemita e viceversa. Ho ascoltato in questi giorni da illustri studiosi di geopolitica la supponente giubilazione della prospettiva di “due popoli- due stati”. La soluzione “due popoli, due stati” è una proposta diplomatica internazionale volta a risolvere il conflitto israeliano-palestinese, prevedendo la creazione di uno Stato di Palestina indipendente accanto allo Stato di Israele. Nonostante sia sostenuta da molti paesi come via per la pace, la sua realizzazione è complessa, ostacolata dall’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e dalle profonde divisioni interne.
Bene, e allora cosa facciamo, andiamo avanti così come se niente fosse? Poi piangiamo sul latte versato, sulle assurde violenze anti e filo-israeliane nelle nostre piazze e nelle nostre strade. Poi ci scandalizziamo per i rigurgiti di antisemitismo. Non si può nemmeno dire che si predichi bene e si razzoli male. Si sussurra qualche retorica parolina di pace in mezzo alle assordanti grida di guerra e alle deflagranti bombe genocidarie ed ecocidarie.
