La guerra è una malefica scelta, la pace è una benefica necessità

La questione va posta diversamente da uno schierarsi, a priori, pro o contro la dottrina sulla “iustum bellum”. Secondo il Catechismo, il ricorso alle armi, per essere considerato una legittima difesa, deve rispettare, contemporaneamente, quattro condizioni. La prima: «che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo». Non si parla, dunque, di una guerra preventiva bensì di un’aggressione reale, che abbia già provocato danni gravi. In questa fattispecie rientra l’Ucraina, molto difficile farvi rientrare l’attacco all’Iran. La seconda condizione: «che tutti gli altri mezzi per porvi fine (all’aggressione) si siano rivelati impraticabili o inefficaci». Trump e Netanyahu sostengono di aver provato inutilmente la via del negoziato per convincere l’Iran a rinunciare al presunto programma nucleare per fini militari. È davvero così? Non lo sappiamo con certezza. Terzo criterio: «che ci siano fondate condizioni di successo». Altro che astrattezza del pacifismo cattolico: qui c’è un realismo estremo. Anche di fronte ad un ingiusto aggressore, ha senso mandare i propri giovani a morire se il fallimento è praticamente certo? Domanda tremenda, anche per i governanti ucraini. Quarta condizione: «che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione». I morti in Iran sono alcune migliaia, tra loro le 163 bambine della scuola colpita da un missile americano. In Libano ci sono oltre 1,2 milioni di sfollati interni su meno di 6 milioni di abitanti. Per non parlare del «disordine» internazionale provocato dal blocco di Hormuz. Nemmeno il quarto criterio è, dunque, soddisfatto. (“Avvenire” – Lucio Brunelli)

Ho sempre ritenuto che fosse ozioso e anti-evangelico il solo porre il problema se una guerra possa essere giusta. Ancor più oggi in quanto la guerra non si combatte più fra gli eserciti, ma tra eserciti e popoli, diventa automaticamente una strage di civili per tutti i paesi coinvolti, mette in campo armi sofisticate e si svolge a livello tecnologico come programmata azione di annientamento totale dell’avversario. Trump, quando in riferimento alla guerra in Iran, ha parlato di distruzione di una civiltà, ha scoperto cinicamente e delinquenzialmente le intenzioni. Il discorso vale anche per il popolo palestinese, per i libanesi e per gli ucraini.

Penso quindi che appellarsi alla guerra giusta sia un escamotage etico per alzare cortine fumogene intorno alle inaccettabili realtà belliche e alla mentalità che le prende in seria (?) considerazione.

Tuttavia persino i sacri testi teologici, riconducibili a Sant’Agostino e San Tommaso, alla fine dei conti pongono tali e tante condizioni da rendere sempre e comunque ingiuste le guerre, salvo eccezioni che al presente non riesco sinceramente ad individuare concretamente e ad ipotizzare teoricamente.

Papa Leone in un certo senso ha sfondato una porta aperta e, avendo scelto giustamente ed opportunamente di non tacere, si è messo di traverso facendo né più n meno che il proprio “mestiere”.  Siccome però, come noto, la verità offende, è vittima di attacchi proditoriamente assurdi.

L’aspetto più sorprendente che emerge dall’esame dei sacri testi riguarda l’Ucraina: questa guerra difensiva, pur essendo la risposta ad un’aggressione, non è giusta in quanto priva di fondate possibilità di successo e la morte degli ucraini mandati a combattere non ha senso in quanto fine a se stessa o meglio rientrante in una logica inevitabilmente a perdere.

In poche parole ritorna dalla finestra quel Vangelo che si tenta di far uscire dalla porta: il porgere l’altra guancia, che sembra paradossalmente indicare un astratto e passivo pacifismo, non è una virtù, ma una necessità. Aveva perfettamente ragione papa Francesco quando nelle sue emblematiche azioni di pace coinvolgeva ucraini e russi, quando non operava distinzioni tra le vittime, quando affermava che la guerra è sempre e comunque una sconfitta.

E, posso dirla grossa, non avevano tutti i torti i manifestanti del 25 aprile, che, in modo seppur scomposto e finanche violento, non ammettevano indulgenza alcuna verso gli Usa, verso Israele e verso l’Ucraina, rifiutando per quest’ultima realtà l’azzardato parallelismo con la resistenza al nazifascismo.

Si vis pacem para bellum è pertanto una locuzione insensata ed immorale, oserei dire amorale. Altre sono le armi per costruire la pace: il dialogo, la diplomazia, il confronto, la discussione, etc. In una sola parola, la politica che previene i conflitti o, nella peggiore delle ipotesi, li devitalizza, spostandoli sui binari morti del male minore.