Per celebrare degnamente il 25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo, ritengo opportuno riandare alla mia educazione, alla lezione impartitami da mio padre, cedendo a lui la parola. Sento infatti il bisogno di respirare una boccata d’aria pulita di casa mia, del mio Oltretorrente, della mia Parma, quella di una volta… Buon 25 aprile a tutti!
Nel periodo in cui mio padre lavorava da imbianchino come lavoratore dipendente si trovò ad eseguire un lavoro del tutto particolare, scrivere sui muri, a caratteri cubitali, motti propagandistici fascisti (“vincere” – “chi si ferma è perduto” e roba del genere).
Al geometra che sovrintendeva, ad un certo punto, tra il serio ed il faceto disse: “ Quand è ch’a gh’dèmma ‘na màn ‘d bianch? “. “Beh”, rispose in modo burocratico, “per adesso andiamo avanti così, poi se ne parlerà. A proposito cosa dice la gente che passa?” Era forse un timido ed innocuo invito ad una sorta di delazione ma mio padre, furbamente, non ci cascò ed aggiunse: “Ch’al s’ mètta ‘na tuta e ch’al faga fénta ‘d njent e ‘l nin sentirà dil béli “. La zona era infatti quella del Naviglio, autentico covo di antifascismo e papà mi raccontò come, tutti quelli che passavano di lì, uomini, donne e bambini le sparassero grosse anche contro di lui, senza tener conto del famoso detto “ambasciator non porta pena”.
Mio padre, prima e più che in senso politico, era un antifascista in senso culturale ed etico: non accettava imposizioni, non sopportava il sopruso, non vendeva il cervello all’ammasso, ragionava con la sua testa, era uno scettico di natura, aveva forse inconsapevolmente qualche pulsione anarchica, detestava la violenza. Ce n’è abbastanza? D’altra parte era nato e vissuto in oltretorrente (come del resto anch’io e me ne vanto) e cito di seguito quanto ho avuto modo di scrivere in un recente e privato ricordo del senatore Carlo Buzzi (“A t’ pòcc int al to’ calamari cme Verdi” direbbe mio padre) : “l’oltretorrente, il rione dove avevo respirato la politica fin da bambino, dove i borghi, gli angoli, gli androni delle case parlavano di antifascismo, dove la gente aveva eretto le barricate contro la prepotenza del fascismo, dove la battaglia politica nel dopoguerra si era svolta in modo aspro e sanguigno, dove il popolo, pur tra mille contraddizioni, sapeva esprimere solidarietà”.
Mio padre era figlio dell’oltretorrente, ne conosceva tutti gli abitanti, contava moltissimi amici nel quartiere, ne aveva frequentato le osterie (dove si osava parlar male del fascismo e di Mussolini), le barberie (luogo allora di ritrovo e del gossip più antico e leale), aveva cantato e discusso di musica nei covi popolari e verdiani, aveva respirato a pieni polmoni un’aria sana e democratica e quindi non poteva farsi intossicare dal fascismo. A proposito di osterie mi raccontava come esistesse un popolano del quartiere (più provocatore che matto) che era solito entrare nei locali ed urlare una propaganda contro corrente del tipo: “E’ morto il fascismo! La morte del Duce! Basta con le balle!” Lo stesso popolano dell’oltretorrente che aveva improvvisato un comizio ai piedi del monumento a Corridoni (ripiegato all’indietro in quanto colpito a morte in battaglia), interpretando provocatoriamente la postura nel senso che Corridoni non volesse vedere i misfatti del fascismo e di Mussolini, suo vecchio compagno di battaglie socialiste ed intervistate: quel semplice uomo del popolo, oltre che avere un coraggio da leone, conosceva la storia ed usava molto bene l’arte della polemica e della satira. Ci voleva del fegato ad esprimersi in quel modo, in un mondo dove, mi diceva mio padre, non potevi fidarti di nessuno, perché i muri avevano le orecchie. Ricordo che, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi diceva: se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”. Tutto più o meno così ed è così, in forme e modi più moderni ma forse ancor più imponenti e subdoli, anche oggi in Italia.
Del fascismo mi forniva questa lettura di base, tutt’altro che dotta, ma fatta di vita vissuta.
Era sufficiente trovare in tasca ad un antifascista un elenco di nomi (nel caso erano i sottoscrittori di una colletta per una corona di fiori in onore di un amico defunto) per innescare una retata di controlli, interrogatori, arresti, pestaggi. Bastava trovarsi a passare in un borgo, dove era stata frettolosamente apposta sul muro una scritta contro il regime, per essere costretti, da un gruppo di camicie nere, a ripulirla con il proprio soprabito (non c’era verso di spiegare la propria estraneità al fatto, la prepotenza voleva così): i graffitari di oggi sarebbero ben serviti, ma se, per tenere puliti i muri, qualcuno fosse mai disposto a cose simili, diventerei graffitaro anch’io.
Ascoltavo ancora bambino questi racconti, per me quasi immaginari, ma tutt’altro che fantasiosi. Nell’osteria a due passi dalla casa della mia fanciullezza, quella di cui ho già parlato, si raccoglievano firme per una petizione di carattere politico: fecero firmare anche un ingenuo e sordo vecchio amico con l’illusione di sottoscrivere una richiesta di rimozione per un fetido e puzzolente vespasiano della zona. Per fortuna l’iniziativa non creò grane, ma l’oltretorrente era questo: genio e sregolatezza, musica e politica, risate ed all’occorrenza…
Mio padre non aveva partecipato alle barricate del 1922, quelle degli arditi del popolo comandati da Guido Picelli, in quanto si trovava con il padre a Salsomaggiore per lavoro (faceva lo sguattero in un grande albergo), successivamente non si era esposto più di tanto (forse invece si era esposto ma non mi ha mai raccontato di averlo fatto per una sorta di pudore e di riservatezza innati), ma era comunque inserito a pieno titolo nel comune e giusto sentire di quella popolazione, tra quella gente, in quelle case, laddove, politica a parte, aveva sofferto l’angosciosa e tremenda perdita di un fratello ancora bambino, inghiottito da un pozzo camuffato, in una sera primaverile, durante un gioco pericoloso fra bambini incoscienti ( lo dovevo a questo giovane e sfortunato zio, morto asfissiato e ritrovato cadavere dopo alcuni giorni: mia nonna fece i capelli bianchi in pochissimo tempo).
Sono soddisfatto di aver posto questa lunga e motivata premessa sull’antifascismo perché la ritenevo più che doverosa per due motivi. Innanzitutto in quanto l’antifascismo era parte integrante e fondamentale della vita di mio padre, a livello etico, culturale, storico, esperienziale, umano prima che politico.
Su questo non si poteva discutere: quando mia madre timidamente osava affermare che però Mussolini aveva fatto anche qualcosa di buono, mio padre non negava, ma riportava il male alla radice e quando la radice è malata c’è poco da fare.
In secondo luogo perché resistenza (nel cuore e nel cervello), costituzione (alla mano), repubblica (nell’urna) impongono una scelta di campo imprescindibile e indiscutibile: sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole voltare pagina, non capendo che coi vuoti di memoria occorre stare molto e poi molto attenti e che (come direbbe mio padre) “ in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “.
(dal libro “Mio padre” pubblicato su questo sito e liberamente consultabile e scaricabile)
