«La Santa Sede ha chiarito» ai vescovi tedeschi che «non siamo d’accordo con la benedizione formalizzata di coppie omosessuali». Lo ha detto il Papa nella conferenza stampa in volo da Malabo a Roma. Ma «l’unità o la divisione della Chiesa non dovrebbe ruotare attorno a questioni sessuali» perché «credo che ci siano questioni molto più grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà». Prevost ha ribadito che la Chiesa accoglie tutti: «Quando il sacerdote benedice alla fine di una messa, quando il Papa benedice alla fine di una grande celebrazione come quella di oggi, la benedizione è per tutti».
Anche il Papa si può purtroppo perdere in un bicchiere d’acqua. In questa dichiarazione si coglie un mix di chiusura e di apertura decisamente contraddittorio. Nel momento in cui ho letto la notizia, peraltro risaputa, della contrarietà del Papa alla benedizione delle coppie omosessuali, mi sono chiesto: con tutti i gravissimi problemi che sta coraggiosamente affrontando, cade sulla solita buccia di banana del sesso? Lui stesso in un certo senso lo ha ammesso e allora perché tanta insistenza su una questione non certo marginale (soprattutto per gli omosessuali), ma comunque di non grande rilevanza e che dipende proprio da questioni più grandi entro le quali dovrebbe trovare una risposta conseguenziale.
Se parlo infatti di giustizia, di uguaglianza, di libertà, come faccio a misconoscere i diritti degli omosessuali a vivere a pieno titolo nella comunione ecclesiale: non parlo del sacramento del matrimonio, ma almeno di una benedizione che suoni come positiva e benigna accoglienza.
“Chi sono io per giudicare un omosessuale che cerca di vivere seriamente la sua condizione?” (Papa Francesco).
Continuo a sostenere che gli omosessuali non vadano discriminati, ma accompagnati pastoralmente. La domanda è: se una persona è in quelle condizioni, e ha buone intenzioni, cerca Dio, chi siamo noi per giudicare? Credo che la Chiesa debba chiedere scusa ai gay per come sono stati trattati, ai poveri, alle donne stuprate. Perdono perché abbiamo benedetto tante armi. Perdono, Signore. Questa è una parola che dimentichiamo tanto» (papa Francesco durante la conferenza stampa al rientro dal viaggio in Armenia il 26 giugno 2016).
E allora come la mettiamo?
«Non è male che due omosessuali abbiano una certa stabilità di rapporto e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili» (Cardinale Carlo Maria Martini).
E allora lo Stato può favorire queste convivenze e la Chiesa invece si volta dall’altra parte?
«In riferimento alle unioni di fatto, etero od omosessuali, si dovrebbero evitare affermazioni quali “stato oggettivo di errore”. La vita quotidiana nella sua concretezza insegna che vi sono unioni ben poco tradizionali di esseri umani nelle quali l’armonia, il rispetto, l’amore sono visibili da tutti, e viceversa unioni con tanto di sacramento cattolico nelle quali la vita è un inferno. Siamo quindi davvero sicuri che la dottrina cattolica tradizionale sulla famiglia sia coerente con l’affermazione tanto cara a papa Francesco secondo cui “il nome di Dio è misericordia”? Io ovviamente mi posso sbagliare, ma mi sento di poter affermare che Dio non pensa la famiglia, meno che mai quella del codice di diritto canonico. Pensa piuttosto la relazione armoniosa alla quale chiama tutti gli essere umani, perché il senso dello stare al mondo è esattamente la relazione armoniosa, che si esplica in diversi modi e che trova il suo compimento nell’amore… Che cosa vuol dire che “il nome di Dio è misericordia” per chi nasce omosessuale? È difficile dirlo quando ci si trova al cospetto della richiesta di riconoscimento della piena dignità da parte di chi per secoli ha dovuto reprimere la propria identità. Qui la misericordia la si può esercitare solo modificando la propria visione del mondo, ovvero infrangendo il tabù della dottrina. Ma è qui che si misura la verità evangelica, qui si vede se vale di più il sabato o l’uomo» (Vito Mancuso, teologo).
E poi non tutti nella Chiesa la pensano allo stesso modo, anche di questo pluralismo si dovrebbe avere maggiore rispetto.
Se da un lato esiste l’atteggiamento (f)rigido di parte della gerarchia cattolica al limite dell’omofobia, esistono anche i preti di frontiera come don Alessandro Santoro, parroco alle Piagge nella periferia di Firenze. Dice cose importanti, interessanti e coraggiose: «Provo una tristezza profonda nel vedere che nel momento in cui una persona racconta se stessa, non si è capaci di dimostrargli amore, sostegno, cura. La Chiesa parla spesso di accoglienza, ma poi reagisce al contrario e si chiude in se stessa. L’accoglienza per omosessuali e transessuali è parziale, non avviene mai in modo pieno. Se guardiamo bene la Scrittura non troviamo mai una condanna dell’omosessualità, piuttosto si parla di amore e l’amore si può vivere ed esprimere in diversi modi. L’amore omosessuale ha bisogno di essere liberato. Come prete mi sono posto da tempo in una situazione di obiezione di coscienza rispetto alla Chiesa che non mi permette di vivere in piena comunione ecclesiale con gay e transessuali e per fedeltà al Vangelo».
Non c’è niente da fare: per la Chiesa cattolica il sesso rimane un tabù. Oppure si vuol concedere un contentino ai tradizionalisti, mettendo gli omosessuali nel tritacarne della georeligione (no ai cardinali tedeschi sì ai cardinali americani e finanche africani) e/o della rigoreligione (no alla guerra, no agli omosessuali)? Ebbene, si pensi come nei secoli sia stata accettata e anche tutt’ora si pratichi la benedizione delle armi. Si comincia ad avere il coraggio di denunciare apertamente le malefatte dei potenti e di condannare la produzione, il commercio e l’uso delle armi. Non si ammette la benedizione delle coppie omosessuali, non si ha la disponibilità ad accoglierle finendo col relegarle in una sorta di ghetto/limbo religioso. Cattolici? Sì, ma solo un pochettino, fino alle soglie della camera da letto…
