In senso generico il termine reazione indica, nel linguaggio politico, ogni comportamento collettivo che, opponendosi a un determinato processo evolutivo in atto nella società, tenta di far regredire la società medesima a stadi che questa evoluzione aveva oltrepassato. In senso più ristretto e corrente reazionari sono detti quei comportamenti intesi a invertire la tendenza in atto nelle società moderne verso una democratizzazione del potere politico e un maggior livellamento di classe e di status, cioè, quello che è comunemente detto il progresso sociale. (Dizionario di politica – Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino)
In questa teorica fattispecie si inserisce perfettamente la “remigrazione”. Remigrare è un verbo che significa “ritornare nel luogo d’origine” dopo una precedente migrazione. Sebbene storicamente neutrale, il sostantivo derivato remigrazione è oggi spesso usato come eufemismo politico per indicare l’espulsione forzata o il rimpatrio di massa di persone con un background migratorio.
Le destre populiste europee, uscite ammaccate dal voto in Ungheria e oggi più lontane dallo scomodo Trump, sono alla perenne ricerca di nuovi cavalli di battaglia. Ne hanno bisogno come l’aria, perché di slogan, avversari e semplificazioni si nutre chi è vicino a queste forze politiche. La remigrazione può rappresentare l’ultima sfida lanciata nel cuore del Vecchio continente. L’approdo nella piazza di Milano è avvenuto sotto vecchi slogan come “padroni a casa nostra” e le tradizionali rivendicazioni anti-Ue, eppure rappresenta un messaggio che in Italia dalla Lega di Matteo Salvini arriva al resto della maggioranza, in particolare a chi guarda al fronte che da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci arriva a CasaPound, cui si deve la raccolta di firme e la mobilitazione sul trasferimento forzoso dei migranti negli ultimi anni. La stessa presenza in piazza di leader come il francese Jordan Bardella e l’olandese Geert Wilders esprime il bisogno di trovare sponde fuori confine, garantite in particolare dal gruppo europarlamentare dei Patrioti per l’Europa. «Remigrazione e lotta all’islamismo affiorano come possibili snodi unificanti per le destre nazionaliste e populiste» osserva Mattia Zulianello, che è professore associato di scienza politica all’Università di Trieste e da tempo studia i movimenti sovranisti radicali. Negli ultimi cinque anni, abbiamo assistito già allo sdoganamento di certi temi, basti pensare all’idea della fortezza Europa, a dimostrazione che non esiste più alcun tabù a destra. (“Avvenire” – Diego Motta)
Sembra che a questo vento reazionario pongano una barriera le “seconde generazioni” di destra per le quali la remigrazione è «roba da Medioevo». Decine di persone con background migratorio, guidate da Forza Italia, hanno manifestato contro le idee dei Patrioti europei: «Basta con lo spauracchio dell’uomo nero». Come non compiacersene sperando che non si tratti di un gioco delle parti e che finalmente la ragionevolezza dell’etica faccia premio sulla insensatezza di certa politica.
Il messaggio di dissenso non lascia spazio a interpretazioni: «Una componente politica purtroppo dà voce solo alla narrazione delle mele marce, che ci ha stancati. Ma esiste anche un’Italia delle seconde generazioni, fatta di persone che si sono integrate e lavorano». Quel che stupisce è che a mettere nel mirino quella parte di Governo che ieri ha partecipato (e contribuito a organizzare) il raduno dei Patrioti europei in piazza Duomo a Milano, Lega in testa, sono alcuni esponenti della stessa maggioranza. A parlare è Amir Atrous, responsabile del dipartimento Immigrazione di Forza Italia Milano, che insieme a un altro centinaio di persone – perlopiù forzisti –, a poche ore dall’apertura del “palco della remigrazione”, ieri ha organizzato la contromanifestazione “Con coraggio – L’Italia che vuole essere raccontata”, presso l’Arco della Pace. L’obiettivo? «Dare voce e riconoscere i cittadini italiani di origine straniera». «La remigrazione è una politica medievale – commenta Atrous ad Avvenire –. Siamo stanchi di queste politiche, perché non risolvono i problemi dei cittadini». E ancora: «Tutte le forze di Governo facciano le leggi. Che senso ha andare in piazza Duomo a manifestare? Contro chi?». (“Avvenire” – Andrea Ceredani)
Sarà il tentativo trasformistico della destra italiana di affrancarsi dalla deriva estremistica europea e mondiale? Un provocatorio assist alla tardiva e tuttavia improvvisata e imbarazzante resipiscenza meloniana? Una goffa e populistica riverniciatura tardo-berlusconiana in salsa mediaset? Una piazzaiola resa dei conti in casa forzista con tanto di smarcamento dall’inettitudine tajaniana? Si sta muovendo qualcosa a destra per rincorrere il nuovo emergente dal dopo-referendum italiano, dal dopo Orban europeo e dal dopo Trump mondiale?
La partita migratoria è certamente rivelatrice e divisiva. I pronunciamenti papali stanno creando scompiglio: la morale, brandita dal duo Salvini-Vannacci e non solo, è politica checché ne dicano Trump e Vance. Cosa ne pensano gli italiani? Finché si tratta di essere contrari alla guerra, tutto è relativamente facile. Quando si tratta di accogliere e integrare i migranti, le faccende si complicano. Non è un caso che Trump negli Usa sia partito proprio da questo contagioso egoismo: sembra che gli americani comincino a porsi qualche “domandina dicifilottina”. Non ho capito se stiano aprendo il portafoglio e verifichino che i soldi stanno calando oppure se comincino ad aprire il cuore vedendo come la cattiveria discriminatoria non porti da nessuna parte.
