Nell’oceano di male mancano le gocce di bene

La diplomazia annuncia la tregua, sul terreno continuano a suonare le sirene. Donald Trump domenica aveva promesso di fermare gli attacchi alle infrastrutture energetiche, ma nella notte e nella mattinata di lunedì la Russia ha colpito almeno sei obiettivi dell’energia in Ucraina, mentre la “pax trumpiana” viene smentita sia da Mosca che da Kiev. Volodymyr Zelensky assicura che le raffinerie russe negli ultimi giorni sono state risparmiate. Ma sull’ipotesi di cessate il fuoco ci sono già opposte interpretazioni. Per l’Ucraina deve proteggere centrali, impianti del gas e reti elettriche. Una sospensione limitata alle raffinerie metterebbe al riparo soprattutto Mosca. Per Mosca l’esatto contrario. L’annuncio americano di domenica, dopo l’intesa sul diesel tra Casa Bianca e Cremlino e di cui si attendono ancora i dettagli, ha sorpreso gli ucraini e gli alleati europei. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dice che i colloqui proseguono, ma respinge una sospensione generale dei combattimenti per sessanta giorni: la Russia, sostiene, vuole una pace duratura. Due mesi è il tempo chiesto da Zelensky per mettere in sicurezza le infrastrutture necessarie alle elezioni invocate da Trump che vorrebbe l’attuale vertice ucraino fuori dai giochi . «Se vuole cambiare il leader in Ucraina, deve sapere che solo il nostro popolo può farlo», risponde a Trump proprio Zelensky in un’intervista a Fox News: «Io sono pronto per le elezioni». Ma Mosca offre di fermarsi soltanto nel giorno del voto. (“Avvenire” – Nello Scavo)

Danni e beffe si susseguono sul teatro internazionale: ogni volta ci si chiede se sia stato toccato il fondo, ma purtroppo il pozzo dell’iniquità è senza fondo. Non riesco a capire se le brutte situazioni siano nuove rispetto al passato o se la solfa sia sempre, più o meno, la stessa. Gli Usa hanno da sempre spadroneggiato nel mondo, ma avevano il paravento dello spauracchio sovietico che legittimava tutto. Esisteva una parvenza di ordine e di diritto internazionale garantito (?) dalle istituzioni sovranazionali Ora il paravento è crollato e addirittura si è trasformato in un paradossale schermo pseudo-diplomatico basato spudoratamente sul criterio della forza. La Ue e i suoi componenti fanno da squallide comparse, la Cina fa da relativo guastafeste in cerca di piattoni di lenticchie.

La scena è irrimediabilmente desolante. La differenza rispetto al passato consiste nel fatto che attualmente le opinioni pubbliche non reagiscono, sono paralizzate dall’indifferenza e dal qualunquismo. Le prove elettorali che si profilano rischiano di essere irrilevanti. Anche le elezioni di midterm negli Usa, il cui esito merita qualche approfondimento, non sembrano costituire un’inversione di tendenza politica, ma una mera e brutale reazione del portafoglio rispetto al cuore della pseudo-ideologia trumpiana, uno schizofrenico avvertimento popolare e parlamentare rivolto alla follia presidenziale, una clamorosa evidenziazione dell’assurdità istituzionale di un sistema sull’orlo del precipizio, e comportare un prevedibile e conseguente atto di autodistruzione punitiva del tipo “muoia Sansone con tutti i Filistei”, in cui chi perde accetta di affondare pur di trascinare con sé gli avversari, in cui si verifica una  chiusura ostinata e vendicativa, priva di compromessi, dove prevale la logica del “tanto tuoni che piova” o del “muoia chiunque pur di vincere/distruggere l’altro”.

La sostanziale coscienza collettiva non si ribella nemmeno davanti al rischio atomico. Le generazioni giovanili sono prevalentemente pacifiste, ma si tratta di un pacifismo che non trova alcuna conseguenza nei rapporti internazionali. In poche parole non c’è resistenza degna di tale nome come ci fu per il nazifascismo e, per certi versi, per il comunismo.

Le piazze, tra una cantonata e l’altra, si schieravano, reagivano, gridavano, protestavano: oggi tutto tace. Parla il Papa. Tutti applaudono e nessuno si muove. I pro-pal vengono zittiti e immediatamente bollati come antisemiti. Coloro che osano protestare vengono squalificati come violenti provocatori. Anche le piazze europee, che sembrano rialzare il capo, lo fanno in una dimensione “casalinga” assai lontana da visioni pacifiche internazionali: meglio di niente…

Cosa dovrà succedere per smuovere le coscienze e gli animi? I bagni di sangue sono già in atto: più di così… Le guerre abbondano: sembra un’apocalisse.

Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno” (oppure: “…ma l’oceano senza quella goccia sarebbe più piccolo”) (madre Teresa di Calcutta).

Il problema è che non riusciamo nemmeno a irrigare il mondo “goccia a goccia”, lo lasciamo seccare. Fino a quando? Per ora danno fastidio anche le gocce…

«L’indifferenza è una malattia che va curata. Il nostro criterio è il Vangelo». Il messaggio del vescovo Enrico Trevisi sta scuotendo la città. «Rattrista molto», ha scritto, quanto sta accadendo sul fronte dell’accoglienza dei migranti e, in particolare, dei richiedenti asilo, costretti a tempi di attesa troppo lunghi: anche 85-90 giorni. Nel frattempo, denunciano le organizzazioni di volontariato, «rimangono invisibili». Sono almeno 130 e devono fare i conti con la precarietà della sopravvivenza. Di giorno si ritrovano intorno alla stazione di Trieste, in piazza Libertà, magari in attesa di un pasto caldo distribuito la sera dai volontari. Di notte cercano riparo in qualche angolo dei magazzini del Porto Vecchio ancora libero dal filo spinato, in un’area da decenni in attesa di recupero. Per motivi di sicurezza, la Questura ha stabilito che la distribuzione dei pasti sulle panchine di piazza Libertà, da parte di Linea d’Ombra e delle altre associazioni di volontariato provenienti anche da fuori regione, avvenga tra le 18 e le 20 e sia sospesa il sabato e la domenica. I volontari chiedevano invece di poter operare dalle 19 alle 22, tutte le sere. Da giorni, perciò, protestano: «La piazza è sotto sequestro. Ci è vietato di venire ad accogliere, a curare, a dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, a chiamare l’ambulanza o a portare in ospedale chi ne ha bisogno». (“Avvenire” – Francesco Dal Mas, Trieste)