Il populismo usa le consultazioni elettorali per dividere in blocchi contrapposti, fare dei parlamentari masse di manovra dei leader, esaltare il potere esecutivo umiliando quello legislativo.
Viene così azzerata la funzione principale delle elezioni: riattivare il circolo della fiducia che sostiene la democrazia. Anzitutto tra rappresentati e rappresentanti chiamati a esprimere la pluralità delle opinioni, delle necessità e delle aspirazioni, attraverso il confronto, eventualmente anche lo scontro, ma sempre con l’obiettivo ultimo di giungere a decisioni volte al bene comune e il più possibile condivise. Si chiama processo deliberativo ed è più importante che prendere decisioni rapide o, peggio, delegarle a uno solo che comanda su tutti e fa gli interessi esclusivamente di qualcuno. È fuorviante l’attenzione che concentriamo sui risultati delle elezioni, su chi ha vinto e chi ha perso: le elezioni non servono a eleggere Governi ma Parlamenti, contrariamente alle spinte in senso opposto delle leggi elettorali approvate in Italia negli ultimi anni, in particolare l’ultima, lo Stabilicum o Melonellum. Oltre che tra rappresentati e rappresentanti, le elezioni servono anche a riattivare la fiducia tra le diverse forze politiche, che devono cercare convergenze ed accordi per formare maggioranze (sempre temporanee) di governo. Sul rispetto e sulla fiducia tra diversi, infatti, si basa un’autentica comunità politica. Nessun mito di una comune discendenza di sangue, nessuna esaltazione di una comune identità etnica, culturale o nazionale, nessun uomo o donna forte al comando possono sostituire la fiducia, che implica sempre rischi ma apre alla creatività, rende possibili collaborazioni impensate e risolve problemi insolubili. (“Avvenire” – Agostino Giovagnoli)
Qualcuno sostiene che la democrazia non finisce con le elezioni, ma inizia il giorno dopo delle elezioni. Attualmente si tende invece a risolvere la democrazia nella populistica prova elettorale che riduce la politica a mera, episodica e referendaria contrapposizione, che toglie sostanzialmente il potere al rappresentato cittadino con l’illusione di farglielo esercitare in via diretta ma formale e manichea.
L’enfasi elettoralistica riduce l’esercizio democratico a tifo da stadio: in politica bisogna ragionare e non tifare.
È il riflesso di una società sempre più polarizzata e conflittuale, sui social e in piazza, dei cui problemi sociali, economici, culturali viene negata la complessità strutturale trasformandoli in combustibile per le contrapposizioni. Anche le elezioni – cardine di qualsiasi democrazia – sono sotto attacco. Non solo sotto quello diretto di chi non le vuole sic et simpliciter, ma anche sotto quello indiretto di chi le svuota o le snatura. Piegandole alla logica della polarizzazione anche con pesanti interferenze dall’alto – come quelle di Musk o Trump – o manipolazioni occulte da lontano – come quelle russe – sulle consultazioni europee. Dopo le recenti elezioni in Brasile si profila un conflitto assai aspro tra Lula e un Parlamento dove prevalgono i seguaci di un leader che dagli Stati Uniti annuncia una guerra senza limiti. In Serbia, la promettente vittoria degli studenti rischia di essere schiacciata dalle eredità del passato. In Israele, le spinte alla contrapposizione e la logica dei veti rendono incerta la possibilità di formare una maggioranza. Tra pochi giorni si terranno le elezioni di midterm negli Stati Uniti: se, come suggeriscono i sondaggi, prevarranno i democratici, si aprirà uno scontro durissimo con il presidente Trump. In tutti questi casi, sono in atto denunce di brogli e tentativi di invalidare le elezioni. (ancora “Avvenire” – Agostino Giovagnoli)
Stiamo sperando che le prove elettorali mettano in crisi un assetto internazionale inquietante, ma purtroppo i risultati elettorali vengono comunque strumentalizzati come appoggio al mantenimento dello status quo o esorcizzati e delegittimati al medesimo scopo.
La sconfitta di Netanyahu in Israele e quella di Bolsonaro in Brasile sono state metabolizzate e collocate sotto l’ombrello trumpiano: il primo piano non è per Lula che dovrà peraltro fare i conti con un parlamento ostile e per i partiti arabi in cerca di problematica ospitalità istituzionale.
Mi viene spontaneo ricordare la barzelletta del giorno dopo la vittoria elettorale del partito comunista italiano. Ad un osservatore straniero venne spiegato l’esito del voto sorvolando in elicottero il territorio nazionale. Gli furono mostrate fabbriche e luoghi di lavoro dove tanta gente si muoveva convulsamente: questi sono i vincitori delle elezioni! E i perdenti? Per mostrarglieli l’elicottero andò sui siti di vacanza più significativi e si vacanzieri sdraiati al sole. Questi sono i perdenti!
È oltre modo negativo che questo autentico ambaradan elettorale trovi la sua sede principale negli Usa, che rappresentavano il riferimento principale per l’impostazione democratica della società. Evidentemente ci siamo sbagliati di grosso e non possiamo scaricare le colpe su Donald Trump e sugli elettori americani. Non abbiamo la capacità e la volontà di reagire e di riconquistare gli spazi sempre più limitati per la partecipazione alla vita democratica.
La mediatizzazione della politica, il leaderismo imperante, la sempre maggiore ristrettezza di spazi per l’esercizio della democrazia, devitalizzano a monte le prove elettorali e le rendono riti tanto spettacolari quanto ininfluenti.
Le possibilità sono due: la fuga nel privato e nell’astensionismo, che assomiglia tanto al marito cornuto e mazziato che si rifugia sotto il letto matrimoniale oppure buttarsi nella mischia culturale, sociale e politica mettendo in discussione la vera pelle della democrazia. Nessuno ha ricette pronte al riguardo, si deve navigare a vista facendosi guidare dai valori e dagli interessi forti. Altro di più non vi saprei consigliare, sono un elettore della porta accanto che vi viene testardamente ad importunare…
Contro le spinte che deformano la democrazia, occorre una resistenza dal basso, diffusa e corale. Molto probabilmente, a volere ancora la democrazia è la maggioranza dei cittadini dei Paesi democratici. Di sicuro, siamo in tanti a volerla. Ma troppo spesso restiamo isolati e divisi, passivi e rassegnati. Contro la disumanizzazione della politica occorre, invece, una nuova resistenza sul piano morale e culturale, sociale e politico. Mentre anche alcuni valori morali vengono usati come armi per la contrapposizione, occorre diffondere quelli che ispirano la difesa della dignità umana e la convivenza democratica. C’è bisogno, inoltre, di una cultura della complessità, l’unica che permetta di capire problemi nuovi e affrontarli adeguatamente: una cultura, insomma, del bene comune. Sul piano sociale, la polarizzazione si contrasta difendendo i corpi intermedi. Infine, sul terreno politico si devono osare scelte chiare. In Germania, la Chiesa cattolica ha indicato esplicitamente che cosa è incompatibile con l’uomo e con il Vangelo nei principi e nei programmi delle diverse forze politiche, sottolineando in particolare ciò che è disumano e anticristiano nelle posizioni dell’AfD. È un esempio che fa riflettere anche i credenti di altri Paesi. (ancora “Avvenire” – Agostino Giovagnoli)
