L’applauso nella piaga. Non un dito, ma entrambe le mani. E clap, clap, clap. «Brava Giorgia sull’Ucraina». «È stata molto dura con Putin». Ed ecco che, poco dopo le 9, la premier porta a casa il colpaccio di giornata, perché quegli applausi arrivano da Calenda, Renzi, Casini, Scalfarotto, Sensi, Rojc, Verini, Zampa, Delrio. Senatori di Azione, tutta Italia Viva e riformisti del Pd.
Succede nell’Aula di Palazzo Madama e rimbalza fino a sera, quando la premier nella replica a Montecitorio, tra cori di «brava» e standing ovation della destra, sigilla la strategia studiata per buttare sale sulle ferite degli avversari. Alla buvette della Camera un meloniano dei piani alti maligna con i giornalisti: «Pensavamo che il centrosinistra avrebbe firmato con noi la seconda risoluzione di maggioranza e invece no, nel M5S devono aver capito che Putin gli avrebbe tirato le orecchie». Colpi (molto) bassi, tra un caffè e una pizzetta.
Poteva anche bastare l’archibugio della risoluzione bis, congegnato a Palazzo Chigi per spaccare con l’aratro di governo la terra del Campo largo. E invece no. La Meloni elettorale, che ieri per la prima volta sfoggiava grandi occhiali da vista, si scaglia contro il cinquestelle Ricciardi: «Non siamo liberi di sostenere lo stop degli attacchi russi alle strutture energetiche ucraine? Allora vi prego, non mi fate la morale sulla difesa dell’interesse italiano». E al dem Provenzano: «Non deve dirlo a me “noi siamo al fianco dell’Ucraina”, temo che debba dirlo da quelle parti…». Dove l’indice presidenziale, lo capiscono tutti, è puntato verso il banco di Giuseppe Conte. (“Corriere della Sera” – Monica Guerzoni)
Rifiuto categoricamente questa sciocca diatriba sull’Ucraina. Da dramma internazionale sta diventando una bega tra partiti e persino all’interno del Pd. La questione non riguarda la scelta se aiutare o meno l’Ucraina, se condannare o meno l’invasione russa che continua attaccando le strutture energetiche, ma il come sostenere il popolo ucraino nella sua battaglia per l’autonomia.
Anziché usare l’applausometro sarebbe opportuno verificare se esistano seri spazi di trattativa diplomatica (non quelli insulsi e provocatori creati da Trump) e se gli aiuti debbano fossilizzarsi a livello bellico o non debbano puntare alla ricostruzione del Paese ed al suo ritorno ad un’era di pace.
Mi permetto di accennare ad alcuni punti su cui discutere, peraltro sul tavolo internazionale da quel dì. La Crimea è veramente intoccabile o può essere considerata un territorio da cedere alla Russia in un contesto di rinuncia ad una mera logica di guerra a tutti i costi. Le popolazioni del Donbas, la cui vocazione russofona è nota, non potrebbero scegliere da chi essere governate In tutto o in parte, con un referendum controllato dall’Onu o da Paesi neutrali? La Nato non potrebbe rinunciare ad assorbire l’Ucraina configurando per essa una posizione di non allineamento, dal momento che l’allargamento dell’alleanza atlantica potrebbe rappresentare una minaccia per la Russia? I rapporti tra Ue e Ucraina non sarebbe opportuno che si limitassero a patti di aiuto e collaborazione a prescindere da un’adesione vera e propria alla Ue? Non si potrebbero riformulare e rilanciare patti di non belligeranza tra Nato e Ue da una parte e Russia dall’altra, spostando magari l’ago della bilancia a livello di accordi commerciali di reciproco interesse?
Strade difficili da percorrere, ma imprescindibili se si vuole uscire da una logica di perpetua belligeranza: continuare meramente ad armare l’Ucraina e riarmare la Nato e i Paesi europei vuol dire vocarsi e prepararsi ad un futuro di guerra continua.
Non potrebbe essere questo il compromesso ai livelli più alti fra le diverse opzioni del cosiddetto campo largo? Soprattutto si dovrebbe smettere di strumentalizzare l’Ucraina per lanciare un’improbabile ed inspiegabile area riformista o moderata come dir si voglia all’interno o a fianco del Pd, configurando un’armata Brancaleone centrista che, ogni giorno che passa, si fa sempre più articolata e sgangherata (ultimo per chi abbatte la sinistra il Più Uno – Uguali per Costituzione di Ruffini e Gabrielli).
Siamo addirittura agli applausi trasversali, alle strizzate d’occhio a Giorgia Meloni che non aspetta altro per continuare, come dice Galimberti, il suo europeismo a geometria variabile, per fingere di mollare Trump buttandosi sull’Europa che vuole lei, con il placet più o meno diretto, dei coglioni centristi. Ad Azione di Calenda, a Italia viva di Renzi, ai riformisti del Pd lancio un’invettiva: “uniti sì, ma contro la Meloni!”.
