La morte di Enzo Bianchi – personaggio che, come tutti i più coraggiosi testimoni del Vangelo, è stato oggetto di critiche e di censure rimaste a mezz’aria, ma che ne hanno comunque disturbato il messaggio profetico – ha indotto a strumentalizzarne il ricordo, ipotizzando, in una sorta di strisciante e subdolo tentativo, la riconciliazione forzosa post mortem, che puzza tanto di ammissione di colpa e di rientro normalizzatore dalle diversità, che dovrebbero rappresentare la ricchezza e non la vergogna della comunità ecclesiale.
Proprio nelle ultime settimane si era però aperto un cammino verso una riconciliazione visibile. Ad annunciarlo è stata la stessa Comunità di Bose nel post su Facebook con cui ha comunicato la morte del suo fondatore. In occasione della festa della Trasfigurazione Bianchi aveva scritto al priore Sabino Chialà, confidandogli la consapevolezza di essere ormai vicino alla fine: «È venuto davvero il tempo di sciogliere le vele». Da qui la richiesta di trovare una strada per incontrarsi e potere «morire in pace e riconciliazione». Chialà aveva risposto accogliendo «con gioia» quel desiderio e proponendo di immaginare insieme un incontro con i fratelli e le sorelle. Il successivo ricovero in ospedale aveva impedito che il passo si compisse. Bose affida ora quel desiderio «alle mani di Dio, che solo conosce il cuore di ciascuno». (“Avvenire” – Matteo Liut)
Più o meno la stessa imbarazzante situazione si era creata ai funerali di don Luciano Scaccaglia – un profetico pretaccio parmense in continuo odore di eresia – durante i quali era partito il maldestro tentativo di scimmiottare la parabola del figliol prodigo e/o del padre misericordioso.
Il vescovo provava ad estrarre il coniglio dal cilindro con qualche citazione delle omelie di don Scaccaglia, quelle ovviamente più ortodosse e più allineate (meglio di niente!), ma i cuori non si scaldavano. Nessun accenno autocritico da parte del vescovo e del clero: avevano nel passato sistematicamente emarginato, se non osteggiato il confratello esagerato e politicizzato. Addirittura è emerso dalle parole del vescovo che, forse in punto di morte o comunque durante la sua penosa malattia, don Scaccaglia si sia voluto confessare dal vescovo stesso ed il vescovo abbia chiesto a don Scaccaglia la benedizione. Penso e spero che tutti abbiano interpretato questa discutibilissima esternazione vescovile nel senso di un ritrovato clima di condivisione fraterna, ma in filigrana resta la brutta sensazione che si voglia dare l’idea di questo prete che alla fine ammette e confessa i suoi errori nei confronti del diretto superiore gerarchico e della magnanimità di quest’ultimo ad assolverlo dalle sue colpe per avere esagerato. (“La voce di Parma” – Ennio Mora)
A prescindere dal rispetto (almeno quello…) dovuto ai contenuti delle proposte di questi scomodi cristiani, emerge uno stile, inaccettabile dal punto di vista ecclesiale, volto in loro vita a emarginarli colpevolizzandoli in modo poco trasparente e in loro morte a ovattare se non a nascondere i contrasti con la gerarchia in “un revisionistico vogliamoci bene” assai poco evangelico. Unità non è conformismo!
«Per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna» (Papa Francesco, udienza ai sacerdoti del movimento di Schönstatt)
