«A revolution of pride». Giorgia Meloni coglie l’occasione più ghiotta per ribadire a Donald Trump che il loro rapporto non potrà che peggiorare laddove il presidente Usa continuerà a trattare l’Italia e i suoi rappresentanti come submissive, sottomessi a Washington. Lo spiega in una lunga intervista concessa a Roger Cohen del New York Times, il quotidiano più ostile all’attuale amministrazione statunitense.
La premier non fatica a rappresentare il suo rapporto con il commander in chief come ormai deteriorato, nonostante le premesse lasciassero pensare una diversa evoluzione: «È evidente che, con Trump, pensavo che le cose sarebbero state più facili, vista la nostra convergenza sui temi dell’immigrazione e della cultura woke. Le cose, invece, sono andate diversamente». Come a dire che non c’è possibilità di recuperare il feeling di un tempo. Tanto più che il rinnovato rapporto con diversi leader Ue (ora che anche lei è entrata a far parte del club degli insultati dal presidente Usa) la sta spingendo sempre più verso la sponda europea dell’alleanza atlantica, segnando il progressivo abbandono del ruolo di interlocutrice privilegiata di Washington (lunedì, peraltro, parteciperà in videocollegamento a una riunione della coalizione dei Volenterosi sull’Ucraina). Perciò, nonostante Meloni continui a ritenere che «l’unità dell’Occidente sia qualcosa di molto importante» e che la strategia italiana non possa essere decisa «sulla base delle mie relazioni personali», è bene ricordare alla Casa Bianca che lei non accetterà mai «l’idea di un’Italia sottomessa, che si considera inferiore agli altri». E il suo obiettivo, rimarca, resta «la più grande rivoluzione che possa avvenire in questa nazione: una rivoluzione dell’orgoglio». Anche per questo, alla domanda su un suo possibile colloquio con Trump dopo l’estate, non si sbilancia: «Vedremo».
Ma non c’è solo il rapporto con il tycoon : Cohen chiede conto alla premier anche del suo passato e della sua opinione rispetto al fascismo. E la risposta è un classico dell’universo post-fascista istituzionalizzato: la storicizzazione del Ventennio. «Chiaramente, se oggi guardiamo a questa storia è una cosa – argomenta –. Se invece l’avessimo guardata trovandoci nel pieno di quegli eventi, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?». (“Avvenire” – Matteo Marcelli)
Il grave di queste dichiarazioni consiste nella dichiarata convergenza con Trump sulla politica migratoria quale conseguenza della guerra ideologica contro la cultura woke.
La cultura woke (dal verbo inglese to wake, passato woke, che significa “sveglio”) indica un atteggiamento di intensa attenzione e vigilanza critica verso le ingiustizie sociali, in particolare il razzismo, le discriminazioni di genere, le disuguaglianze economiche e i diritti delle minoranze.
Ebbene – nonostante anche nella sinistra si sia scatenata una protagonistica e capziosa gara-tranello all’insegna del “dalli alla cultura woke” intesa come ristretto progressismo di genere – avversare e combattere questa cultura è qualcosa di anacronistico, reazionario e inaccettabile: l’effetto è poi anche la chiusura verso i migranti in una visione ristretta di sostanziale “remigrazione”. Giorgia Meloni, prende spunto strumentalmente dalla polemica contro l’idea woke per battere pari con Trump sul peggio dell’anti-democrazia americana e cercare convergenze parallele sulla base degli euroscetticismi emergenti. Trumpismo ed europeismo convivono bene soltanto nella sua malata fantasia atlantista.
E poste queste insane premesse cosa poteva dire sul fascismo dal pulpito del nuovo fascismo? Attestarsi sulla storicizzazione del ventennio nel senso di neutralizzarne il ricordo per ricucinarlo in salsa trumpiana.
Non importa niente se la meta è comune e cambia l’atteggiamento durante il viaggio: si troveranno comunque gli aggiustamenti strada facendo. Si può convivere benissimo anche dormendo in stanze separate, ma nello stesso appartamento.
La lingua dell’intervista ha battuto sì dove duole il dente delle difficoltà tattiche nei rapporti con Trump, ma, otturato questo dente in qualche modo, resta il problema della dentatura strategicamente scombinata, che inevitabilmente porta a inversa masticazione e a cattiva digestione.
A cosa serve la rivoluzione dell’orgoglio? C’è veramente poco di cui essere orgogliosi in un’Italia che fa operazioni di piccolo cabotaggio elettorale in un mare tempestoso, finendo con l’aderire a politiche criminali di ingiustizie, di prepotenze e di guerre.
